FISICA/MENTE

 

L'Italia e l'energia nucleare


Perché il ritorno al nucleare sarebbe una scelta sbagliata[*]

 

Vincenzo Balzani

cosmopolis

 

1. Introduzione

Uno dei problemi più delicati e più difficili che il nostro Paese deve oggi affrontare è quello dell'energia[1]. Le decisioni che verranno prese a questo riguardo condizioneranno non solo la nostra vita, ma ancor più quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Nell'attuale fase storica, l'energia è fornita in gran parte dai combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone): un tesoro custodito per milioni di anni nella stiva dell'astronave Terra[2], che abbiamo iniziato a "bruciare" intensivamente da 150 anni. I combustibili fossili costituiscono una risorsa energetica molto potente e facile da utilizzare, ma non rinnovabile. Inoltre, negli ultimi 10-15 anni ci siamo accorti che l'uso dei combustibili fossili provoca danni molto gravi all'ambiente e alla salute dell'uomo[3]. Quindi, prima ancora che siano i combustibili fossili a "lasciarci", dovremo essere noi a smettere di utilizzarli.

Di fronte ad una domanda di energia sempre crescente, la politica adottata in Italia fino ad oggi è stata quella di aumentare le importazioni di combustibili fossili. Continuare in questo modo significa correre verso il collasso economico, ambientale e sociale. Oggi la prima cosa da fare è mettere in atto provvedimenti mirati a consumare di meno, cioè a risparmiare energia e ad usarla in modo più efficiente.

Ovviamente risparmio ed efficienza, seppure molto importanti, non sono sufficienti per perseguire l'obiettivo di una progressiva, ma decisa diminuzione dell'uso dei combustibili fossili. È anche necessario ottenere energia da altre fonti e le soluzioni possibili sono sostanzialmente due: l'energia nucleare e le energie rinnovabili.

La questione energetica, in realtà, mette l'intera umanità di fronte ad un bivio. Da una parte c'è la difesa ad oltranza dello stile di vita ad altissima intensità energetica dei Paesi ricchi: uno stile di vita insostenibile nel lungo periodo, che non si fa carico dei danni provocati all'ambiente, non si cura di ridurre le disuguaglianze, non esclude azioni di forza o addirittura di guerra per conquistare le riserve energetiche residue. Dall'altra c'è uno sviluppo che vuole rispettare i vincoli fisici del nostro pianeta, fondato su sostenibilità, sobrietà, sufficienza e solidarietà.

2. I miti del nucleare

Le argomentazioni presentate dal Governo e dall'ENEL[4] a favore del nucleare sono, per la massima parte, miti facili da sfatare, mentre una ricerca approfondita mostra che l'opzione nucleare è non solo economicamente irragionevole, ma anche tecnicamente molto problematica e socialmente inopportuna[5].

Ci viene detto, ad esempio, che l'energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo e che, quindi, non si capisce perché non dovrebbe essere sviluppata in Italia. Si tratta, però, di un'informazione smentita dai fatti. Da vent'anni il numero di centrali nel mondo è sostanzialmente stabile attorno alle 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche o economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in funzione. In Europa la potenza elettrica delle centrali nucleari è scesa dal 24% nel 1995 al 16% nel 2008 e l'energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. Il declino del nucleare non è dovuto a paure per la sicurezza degli impianti, ma semplicemente al fatto che esso non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato. Se le casse statali non garantiscono la copertura degli enormi costi dell'intero ciclo industriale, in particolare quelli a monte e a valle (costruzione, sistemazione delle scorie e dismissione), nonché la copertura assicurativa nelle eventualità di incidenti gravi, nessuna impresa privata è disposta a investire in progetti a cui sono connessi rischi di varia natura, a cominciare dalla incertezza assoluta sui tempi di realizzazione.

Si dice anche che lo sviluppo dell'energia nucleare è un passo verso l'indipendenza energetica del nostro Paese. Premesso che le quattro centrali previste nel piano del Governo produrrebbero solo il 14% dei consumi elettrici, corrispondenti ad un modesto 3,2% dei consumi energetici finali italiani, bisogna ricordare che il nucleare usa come combustibile l'uranio, una risorsa che non è presente né in Italia, né negli altri Paesi europei. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un'altra dipendenza, quella dall'uranio, anch'esso da importare come i combustibili fossili.

Si sostiene che con l'uso dell'energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. È vero che durante il funzionamento delle centrali nucleari non vengono emessi gas serra, ma le centrali nucleari per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intende installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall'Unione Europea (riduzione della produzione di CO2 del 17% entro il 2020).

Si afferma che la Francia, grazie al nucleare, è energicamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell'Italia, perché con il nucleare non si producono combustibili. È vero che la Francia importa il 40% in meno di gas rispetto all'Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio poiché le sue miniere si sono esaurite negli anni '80-'90. Che poi l'energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia clamorosa pubblicata su "Le Monde" il 17 novembre scorso e ignorata da tutte le fonti vicine al nostro Governo: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica[6].

3. I costi e i tempi del nucleare

L'argomento apparentemente più convincente a favore dello sviluppo del nucleare in Italia è quello basato su considerazioni economiche: secondo voci ufficiali si possono costruire quattro centrali EPR, per un totale di 6400 MW di potenza, con 12-15 miliardi di euro. In realtà, non solo tutto lascia prevedere che il costo per la sola costruzione sarà di gran lunga maggiore della cifra indicata, ma c'è anche la certezza di aprire una partita il cui costo finale è oggi indefinito.

Il tentativo di rilanciare il nucleare in Europa da parte della ditta francese AREVA con la costruzione in Finlandia di un reattore del tipo di quelli che si vorrebbero installare in Italia sta naufragando[7]. Il contratto prevedeva la consegna del reattore "chiavi in mano" dopo 4 anni, nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di euro; ad oggi, i lavori sono in ritardo di 3,5 anni ed il costo è aumentato di 2,3 miliardi di euro. Ma non è finita, perché le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia, Francia ed Inghilterra hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore[8], cosa che da una parte causerà ulteriori spese e ritardi e dall'altra conferma che il problema della sicurezza non è facile da risolvere.

L'Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall'uranio grezzo all'uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger, sua ex-colonia ora ri-colonizzata.

C'è poi il problema dello smaltimento delle scorie radioattive per decine di migliaia di anni, non ancora risolto neppure negli USA dove, dopo aver cercato di costruirne un deposito "permanente" scavando per 30 anni sotto una montagna del Nevada, con una spesa di circa 100 miliardi di dollari, si è ora riconosciuto che si tratta di un'impresa impossibile e si è deciso di lasciare le scorie sui piazzali delle centrali[9]. Nel conto finale dell'energia nucleare, quindi, bisogna anche includere il costo economico e sociale del dover sorvegliare questo materiale per tempi indefiniti. Infine, c'è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo. Si tratta di operazioni complesse, pericolose e molto costose, che in genere vengono rimandate (per un minimo di 50 anni in Francia, per 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi nella tecnologia di decontaminazione e dei robot rendano più facili le operazioni[10]. Il rientro nel nucleare, quindi, è un'avventura piena di incognite[11]. L'opzione nucleare, a causa dei lunghi tempi per il rilascio dei permessi e l'individuazione dei siti (3-5 anni), la costruzione delle centrali (7-10 anni), il periodo di funzionamento per ammortizzare gli impianti (40-60 anni), i tempi per lo smantellamento alla fine dell'operatività (50-100 anni), la radioattività del combustibile esausto (decine di migliaia di anni), è una scommessa con il futuro il cui rischio è difficilmente valutabile in termini economici e sociali. Ad esempio, nessuno è in grado di prevedere se fra due o tre decenni sarà ancora possibile ottenere uranio (del quale siamo totalmente sprovvisti) in quantità sufficienti e a prezzi convenienti per fare funzionare le centrali, oppure se il prezzo dell'energia elettrica prodotta da altre fonti (ad esempio, eolica e solare) sarà ancora relativamente alto.

Infine, bisogna notare che l'eventuale rientro nel nucleare, proprio a causa dei suoi tempi che ipotecano largamente il futuro, è una decisione che richiede il consenso politico della grande maggioranza del Parlamento e l'accordo con le Regioni, alle quali spetta la competenza dell'uso del territorio.

4. Aspetti internazionali

L'espansione del nucleare non è auspicabile neppure a livello mondiale in quanto si tratta di una tecnologia per vari aspetti pericolosa. C'è infatti una stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici[12].

Infine, è evidente che, a causa del suo altissimo contenuto tecnologico, l'energia nucleare aumenta la disuguaglianza fra le nazioni. Risolvere il problema energetico su scala globale mediante l'espansione della tecnologia nucleare porterebbe inevitabilmente ad una nuova forma di colonizzazione: quella dei paesi tecnologicamente più avanzati su quelli meno sviluppati.

5. L'alternativa: le energie rinnovabili

La strategia da seguire per uscire dalla crisi energetica deve tener conto di numerosi altri aspetti oltre a quelli prettamente economici. La scelta deve cadere su fonti che soddisfano il maggior numero dei seguenti requisiti: abbondanti, inesauribili, ben distribuite, non pericolose per l'uomo e per il pianeta (né oggi, né in futuro), capaci di favorire lo sviluppo economico ed occupazionale, di colmare le disuguaglianze, di favorire la pace. L'energia solare, con le altre energie rinnovabili, soddisfa questi criteri in grado ben maggiore dell'energia nucleare[13].

Il Sole invia sulla Terra una colossale quantità di energia sotto forma di radiazione luminosa. In pratica, in un'ora ci manda l'energia che l'umanità consuma in un anno. Questo flusso di energia è molto diluito ed intermittente su scala locale. Quindi la principale sfida scientifica e tecnologica è quella di immagazzinare il gigantesco e diluito flusso di energia solare per poi utilizzarlo con l'intensità necessaria, laddove richiesto. A partire dalla radiazione solare è possibile ottenere tutte le forme energetiche utili: calore, elettricità e combustibili. L'energia eolica è una realtà consolidata e in molti paesi è la tecnologia elettrica in maggiore espansione. La Germania, terza economia mondiale, produce il 10% della sua elettricità mediante la forza del vento. Un'altra grande risorsa, fino ad oggi poco sfruttata, ma virtualmente inesauribile, è il calore che sale dalle viscere della terra (geotermia).

In questi anni di crisi occupazionale, una diffusa applicazione delle energie rinnovabili creerebbe in tempi brevi nuove imprese industriali ed artigianali e nuovi posti di lavoro. Più in generale lo sviluppo dell'energia solare, eolica e geotermica assieme ad un piano serio per il risparmio e l'efficienza energetica, sono in grado di coprire le esigenze del nostro Paese e, allo stesso tempo, di portarci gradualmente fuori dalla dipendenza energetica e dalla produzione di gas serra. Questa scelta è in sintonia non solo con le decisioni dell'Unione Europea, ma anche con lo spirito che anima il nuovo presidente americano Obama, che nel suo discorso di insediamento ha detto: «utilizzeremo l'energia del sole, del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie».

Chi ha responsabilità di governo, per scegliere gli obiettivi giusti deve guardare lontano. De Gasperi ha scritto che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda invece alla prossima generazione. Per agire come statisti, i politici dovrebbero allora ascoltare più spesso gli scienziati che, avendo minori condizionamenti, possono guardare più lontano.

A questo scopo, assieme a colleghi di altre università e centri di ricerca, abbiamo rivolto a chi ci governa e più in generale al potere politico, ripetuti appelli consultabili sul sito www.energiaperilfuturo.it. Gli appelli sottolineano l'urgenza che nel Paese aumenti la consapevolezza riguardo la gravità della crisi energetica e climatica, insistono sulla necessità del risparmio e di un uso più efficiente dell'energia, mettono in guardia contro un inopportuno e velleitario rilancio del nucleare e, infine, esortano a sviluppare l'uso delle energie rinnovabili ed in particolare dell'energia solare. L'Italia non ha petrolio, non ha metano, non ha carbone e non ha neppure uranio. La sua grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un'immensa quantità di energia, 10.000 volte quella che l'umanità intera consuma. Guardare lontano, quindi, significa sviluppare l'uso dell'energia solare e delle altre energie rinnovabili, non quello dell'energia nucleare. È un guardare lontano nel tempo, perché non lascia alle prossime generazioni un pericoloso fardello di scorie radioattive. È un guardare lontano nel mondo, perché, a differenza dei combustibili fossili e dell'uranio, l'energia solare e le altre energie rinnovabili sono presenti in ogni luogo della Terra e, quindi, il loro sviluppo contribuirà a superare le disuguaglianze e a consolidare la pace.



Vincenzo Balzani  Ist. Giacomo Ciamician  Università degli Studi Bologna


 

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