FISICA/MENTE
Dal sito dello storico
siciliano Giuseppe Casarrubea ho tratto questo articolo
corredato dai documenti che mostrano il grande interesse
degli anglo americani di togliersi di torno il Presidente
dell'ENI. Ringrazio il sig. Casarrubea per avermi concesso
di pubblicare questo lavoro.
Roberto Renzetti
___________________
“Anche senza Mattei…”
IL CASO MATTEI NEI
DOCUMENTI DEL FOREIGN OFFICE BRITANNICO
2 Maggio 2009
http://casarrubea.wordpress.com/2009/05/02/anche-senza-mattei/

Mattei con Parri, Longo e altri a Milano il 5
maggio 1945
di
GIUSEPPE CASARRUBEA E MARIO J.
CEREGHINO
Domenica e
lunedì prossimi, 3 e 4 maggio, la Rai manderà in onda, a
quasi quarant’anni di distanza dal “Caso Mattei” di
Francesco Rosi, un film in due puntate diretto da
Giorgio Capitani. Il titolo è “Enrico Mattei. L’uomo che
guardava al futuro” e ne è produttrice, con la
collaborazione dell’archivio storico dell’Eni, la Lux
Vide di Ettore Bernabei, un amico fraterno di Mattei.
Intervistato da Emilia Costantini, per le pagine del
Corriere della Sera del 1° maggio 2009, Bernabei
ha definito il fondatore dell’Eni (1953) “un pò pirata,
un pò santo”, come sono del resto molti italiani la cui
temerarietà è spesso il frutto dei loro ideali e dei
valori ai quali sono attaccati. Virtù rara di questi
tempi in cui è facile confondere il senso dello Stato
con l’interesse privato e in cui il valore principale è
il “dio denaro”. Mattei fu tutto diverso. Un caso che
richiama la figura di Aldo Moro, al quale lo lega il
filo di una morte violenta e tragica, e quell’orgoglio
personale e nazionale che voleva fare dell’Italia un
Paese autenticamente sovrano. Voleva riscattarla “dalla
mediocrità e dall’emarginazione nello scenario
mondiale”. Era, in definitiva, la faccia manageriale di
una stessa moneta. L’altra faccia era l’apertura
politica alla sinistra, prima del Psi e poi del Pci,
della Dc di Moro.
Bernabei
non dubita che Mattei sia stato ammazzato. Aggiunge che
era tale il sospetto che qualcuno prima o poi lo volesse
fare fuori che andava in giro con i suoi guardaspalle.
Checchè ne pensasse Indro Montanelli che ad un certo
punto era divenuto un nemico dichiarato di Mattei,
Bernabei è dell’opinione che in questo delitto “non
c’entrano l’America e gli interessi dei petrolieri, con
cui Mattei aveva trovato un modus vivendi”. Piuttosto,
chiarisce il presidente della Lux, “aveva colpito gli
interessi in Nord Africa, dove appoggiava i movimenti di
liberazione dal colonialismo”, a cominciare dall’Fln
algerino, come ha confermato qualche giorno fa l’ottimo
Mario Pirani di Repubblica.
La fiction
di Rai Uno è destinata, dunque, a riaprire un caso sul
quale non si è sufficientemente indagato, se si eccettua
l’inchiesta del giudice Calìa, e che ha implicazioni
internazionali di non scarso rilievo, nonostante la
inspiegabile fretta di Montanelli di liquidarlo con
“l’insaziabile voglia di giallo” degli italiani.
Come
ricorda Dino Messina, fu lo stesso giornalista ad
attaccare Mattei sul Corriere, con cinque
articoli che uscirono nei mesi che precedettero il
tragico incidente di Bascapè (Pavia). Le sue accuse
erano piuttosto pesanti: la posizione monopolistica
dell’Eni nello sfruttamento del petrolio e del metano, i
risvolti politici antiamericani della lotta contro il
“cartello petrolifero” o le “sette sorelle”, lo
statalismo deciso che guidava le azioni di Mattei, e via
di seguito. Ma Messina forse non sa che proprio in quei
mesi si era attivata la produzione da parte britannica (Foreign
Office e ministero dell’Energia) di una serie di
memorandum segreti che mettevano in risalto la
pericolosità del fondatore dell’Eni nei confronti degli
interessi britannici in Africa, Asia e Medio Oriente.
Memorandum, non a caso, redatti nel luglio e agosto
1962. Una sorta di sottile tam tam che precede la
tempesta. Insomma gli inglesi sembrano dire: “Ora
basta”.
Il 25
ottobre 1962 il Financial Times di Londra
pubblica una corrispondenza da Roma dal sapore
inquietante. Il titolo è: “La scena italiana. Il signor
Mattei dovrà andarsene”? Il fatto potrebbe apparire
banale se, due giorni dopo, proprio il “signor Mattei”
perdeva la vita in un presunto incidente con l’aereo in
cui viaggiava.
La stampa
ha molte virtù e molti vizi. Uno dei più gravi è certo
il suo linguaggio talvolta allusivo, se non proprio da
propaganda occulta, come non si stanca di ripetere
Roberto Saviano. In specie quando a pubblicare gli
articoli sono organi influenti come il Financial
Times.
Della
vicenda di Mattei si sono occupati in molti, forse
troppi. Si sono scritti libri e articoli. Si sono fatti
processi, inchieste, indagini, chiacchiere. Ma come
spesso accade in Italia, i grandi misteri sono sepolti
dall’oblìo. Come se il tempo fosse giustiziere, quando,
al contrario, l’inerzia o la complicità degli uomini può
renderlo colpevole. L’Italia è essa stessa un caso se si
pensa alla sua storia difficile e spesso misteriosa,
soprattutto dei tempi a noi più vicini.
Nato il 29
aprile 1906, Mattei fu certamente un uomo straordinario,
dalla vita breve e intensa. Fu partigiano bianco e
medaglia di bronzo dell’Esercito statunitense, subito
dopo la Liberazione.
Aveva,
dunque, 56 anni quando precipitò col suo aereo in quel
tragico giorno d’autunno. Fu il referente della
Democrazia cristiana nel Comitato di Liberazione
Nazionale (Cln) e divenne anche amico di Luigi Longo,
esponente principale delle Brigate Garibaldi, che su di
lui espresse questo giudizio: «Sa utilizzare benissimo
le sue relazioni con industriali e preti». Non scopriva
nulla il dirigente comunista. Aveva notato una dote rara
negli uomini del suo tempo. Quella di sapersi rapportare
con gli altri a un livello economico-finanziario ben
preciso, come un abile tessitore di relazioni
produttive.

Enrico-Mattei (al centro)
L’Italia sarebbe stata un Paese
diverso se quest’uomo avesse sviluppato per intero il
suo potenziale ideale e operativo. Per dare al nostro
Paese autonomia in campo energetico, presupposto
fondamentale della sovranità di ogni Stato che si
rispetti. Al contrario l’Italia è stata, dopo la sua
morte, un Paese sempre più dipendente da altre realtà
nazionali dal punto di vista degli approvvigionamenti
energetici. La sua fine è stata per molti un sollievo,
per altri, specialmente se dotati di spirito
patriottico, una vera e propria sciagura.
Secondo
sir Ashley Clarke, ambasciatore britannico a Roma, nel
1957 Mattei aveva obiettivi molto chiari. Il primo,
piuttosto ambizioso, era di “dominare la distribuzione
dei prodotti petroliferi in Italia” mediante un
controllo sulle fonti. Un modo per garantire al suo
Paese scorte sufficienti di greggio, necessarie
all’industria petrolifera nazionale e allo sviluppo
industriale. Era questo un modo di continuare la
Resistenza: sia perchè le grandi compagnie petrolifere
costituivano oggettivamente un impero destinato a
influenzare la politica e la finanza su scala
planetaria, sia perchè nella sua tempra di uomo tutto
d’un pezzo, la sua personale lotta contribuiva ai suoi
ideali di patria e di dignità nazionale.
Ma
l’obiettivo di evitare la dipendenza petrolifera dai
britannici e dagli americani non era un affare di poco
conto. Anche per le sue gravi implicazioni geopolitiche.
Basti
pensare che l’Italia riveste la duplice funzione di
centro nevralgico dell’anticomunismo in Europa e di
controllo delle risorse energetiche del Medio Oriente.
Una partita alla quale dal 1943-‘45 giocano da un lato
grandi compagnie come la Standard Oil Company
per gli Usa e la Shell per la Gran Bretagna con
i suoi dominions in Medio Oriente, come in
Iraq, Transgiordania ed Egitto; dall’altro, per l’Unione
sovietica, una politica di espansione ideologica e di
alleanza con gli Stati emergenti dalla lotta
anticoloniale. Sarà così anche qualche anno dopo, quando
Nasser si alleerà con Kruscev.
Ma
seguiamo adesso la sequenza degli avvenimenti, via via
sempre più inquietanti e minacciosi, a cominciare dai
documenti dell’estate 1962.
I
tentativi di mediazione messi in campo dal presidente
del Consiglio Amintore Fanfani (novembre 1961) e da
George Ball, del Dipartimento di Stato Usa (aprile 1962)
sono falliti. Mattei non intende recedere dai suoi
obiettivi strategici. A ciò deve aggiungersi un giudizio
non proprio favorevole sul nostro personaggio, risalente
nel tempo. Nel 1957 a osservatori come l’ambasciatore
britannico a Roma non sfuggiva, ad esempio, un certo
astio, dal sapore agrodolce. Mattei è “un uomo vanitoso,
con modi da dittatore. A differenza di molti esponenti
democristiani, non sembra essere un corrotto a livello
personale. Vive in maniera tutto sommato modesta. Il suo
unico svago è la pesca, un passatempo che lo coinvolge
persino più dei suoi interessi petroliferi (non ci pensa
due volte, ad esempio, a volare in Alaska per una
battuta di pesca della durata di una settimana). Così
come il presidente Gronchi, del quale è molto amico,
Mattei si trova nelle condizioni di fare all’Italia o
del gran bene o del gran male.”
Quello che
temono le potenze angloamericane non è solo la messa in
discussione degli equilibri che regolano il controllo
delle fonti energetiche nel mondo così come era uscito
dalla seconda guerra mondiale, ma anche e soprattutto
gli elementi di disturbo o di attacco all’ordine
geopolitico già dato, mediante l’attivismo di personaggi
come appunto Mattei. Egli mirava a raggiungere una
totale sovranità per il nostro Paese, o, come diceva
Jarratt, “l’autarchia petrolifera” nei paesi in via di
sviluppo, guarda caso, in gran parte ex colonie
britanniche.
Il 7 agosto 1962, in un documento
indirizzato a Jarratt (ministero dell’Energia/ settore
petrolifero di Londra), qualcuno riferisce quanto
avrebbe detto Mattei in una conversazione privata: “Ci
ho messo sette anni per condurre il governo italiano
verso una apertura a sinistra. E posso dirle che mi ci
vorranno meno di sette anni per far uscire l’Italia
dalla Nato e metterla alla testa dei paesi neutrali [Non
Allineati]”. Manca poco più di un anno alla nascita del
primo governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro.
Riportiamo, di seguito, le traduzioni
degli stralci più significativi di alcuni documenti su
Mattei acquisiti nel nostro Archivio di Partinico (circa
150, già riprodotti in diverse copie e depositati presso
alcuni luoghi privati):

Enrico Mattei
Documento n.° 1
DA R. G. SEARIGHT (LONDRA) A A. JARRATT
(MINISTERO DELL’ENERGIA/SETTORE PETROLIFERO, LONDRA), 7
AGOSTO 1962, STRETTAMENTE PERSONALE E CONFIDENZIALE, FO.
“Di recente, una certa persona ha
sostenuto una conversazione con ‘una importante
personalità dell’industria petrolifera’, che
recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo
dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente
riflessione: ‘Ci ho messo sette anni per condurre il
governo italiano verso una apertura a sinistra. E posso
dirle che mi ci vorranno meno di sette anni per far
uscire l’Italia dalla Nato e metterla alla testa dei
paesi neutrali [Non Allineati]’. Non vi sono motivi per
dubitare che tali affermazioni siano state
effettivamente fatte. […]”.
*
Documento n.2
DA A. JARRATT (MINISTERO
DELL’ENERGIA/SETTORE PETROLIFERO, LONDRA) A OLIVER MILES
(Foreign Office, LONDRA), 15 AGOSTO 1962, SEGRETO. FO.
“[…] L’Eni sta diventando una crescente
minaccia agli interessi britannici. Ma non da un punto
di vista commerciale: la quantità di petrolio a
disposizione dell’Eni, infatti, è minima se comparata
alle risorse della Shell e della Bp. La minaccia
dell’Eni si sviluppa, in molte parti del mondo,
nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle
compagnie petrolifere occidentali. Inoltre, l’Eni
incoraggia l’autarchia petrolifera a scapito degli
investimenti e degli scambi delle imprese britanniche.
[…] Nel febbraio del 1961, il Foreign office divulgò una
circolare sull’Eni. […] La conclusione fu che risultava
di primaria importanza per le compagnie petrolifere
cercare di frenare le attività dell’Eni da un punto di
vista competitivo. […] Tuttavia, è indubbio che negli
ultimi 18 mesi:
l’influenza e le offerte di assistenza
dell’Eni si sono estese in maniera considerevole,
soprattutto in Africa;
l’Eni ha reso la vita il più possibile
difficile (e scarsamente remunerativa) a tutte le
imprese petrolifere occidentali attive in Italia. L’Eni
intende procedere nella stessa maniera sia nella Cee sia
in Gran Bretagna;
l’Eni è ancora legato al petrolio russo.
Il gruppo italiano, quindi, costituisce uno dei
principali ostacoli al raggiungimento di un’intesa
sensibile sul petrolio russo tra i sei membri della Cee;
l’Eni influenza le politiche della Cee
sui futuri rapporti con i paesi produttori di petrolio,
un’influenza che finirebbe per rivelarsi dannosa per le
compagnie petrolifere occidentali.
I piani da noi elaborati, che puntano a
garantire la stabilità nel mercato petrolifero europeo,
non avranno successo se l’Eni continuerà ad applicare i
suoi metodi fuori da ogni controllo. Al contempo,
l’intervento del gruppo italiano in altre parti del
mondo finirebbe per nuocere agli interessi petroliferi
occidentali e alle attività dei russi stessi.
Ciò detto, ritengo che dovremmo prendere
in considerazione la possibilità di sviluppare nei
confronti dell’Eni una linea più positiva di quella
suggerita nella circolare del Foreign office del
febbraio 1961. Non è una decisione facile. […].”
*
Documento n.° 3
DOCUMENTO ALLEGATO ALLA LETTERA DI
JARRATT DEL 15 AGOSTO 1962. TITOLO: “ENI, BOZZA DI
MEMORANDUM PER IL GOVERNO DI SUA MAESTA’ BRITANNICA”,
CONFIDENZIALE, FO
“E’ difficile comprendere molte delle
politiche dell’Eni: ad esempio, la strategia della sua
espansione all’estero, oppure la sua volontà di
intraprendere attività apparentemente non economiche. E’
difficile, a meno di non ipotizzare che l’Eni sia
ampiamente manipolato per obiettivi non commerciali.
[…].
Durante un’intervista pubblicata da
L’Opinion Economique et Financiere dell’1 giugno
1961, lo stesso Mattei ha affermato: “Perseguo una
politica nazionale, non commerciale”.
Questo memorandum non intende in nessun
modo criticare il governo di Roma per il fatto di
utilizzare l’Eni, con l’obiettivo di espandere
l’influenza politico-economica dell’Italia all’estero.
E’ una questione che riguarda unicamente il governo
italiano. Tuttavia, queste politiche producono una serie
di inevitabili conseguenze per i paesi o le imprese in
affari con l’Eni. E’ quindi necessario monitorare
attentamente tali conseguenze.
Per esempio:
a)
i paesi scelti per l’espansione dell’Eni
potrebbero essere stati selezionati non tanto per le
loro potenzialità commerciali ma, piuttosto, per le
possibilità che essi offrono alla “penetrazione
economica italiana” o per promuovere la politica estera
italiana;
b)
l’apparato statale italiano sarà utilizzato per
promuovere l’espansione dell’Eni e per difenderlo dalla
concorrenza;
c)
ne consegue che, nel corso di una trattativa con
l’Eni, le considerazioni politiche (o politico –
economiche) potranno prevalere su quelle commerciali;
un’eventuale disputa, quindi, condurrà a pressioni
diplomatiche [italiane] in difesa dell’Eni. […].
Sembra che le principali aree scelte per
l’espansione dell’Eni siano l’Africa, il Medio oriente,
il Subcontinente indiano, l’America Latina e l’Europa.
Ma l’Eni ha già concluso accordi importanti con l’Urss e
con altri paesi del Blocco comunista. I paesi in via
sviluppo sembrano essere un obiettivo primario. […] In
tal senso, un’attenzione speciale è rivolta ai paesi del
Commonwealth e ai paesi amministrati (ora o in passato)
dalla Gran Bretagna. Ad esempio, l’Eni ha già siglato
una serie di intese con India, Ghana, Nigeria, Malta,
Kenya, Tanganyka, Somalia e Sudan. Al momento, è
interessato a Pakistan, Ceylon, Sierra Leone e alle
Isole Mauritius. E’ probabile che lo sbarco dell’Eni in
questi paesi sia rapidamente seguito da quello di altre
imprese italiane. Ad esempio, la Montecatini ha già
concluso un accordo in India, in collaborazione con
l’Eni.
Per quanto riguarda la sua espansione in
Europa, è probabile che l’Eni, in futuro, utilizzi con
maggiore frequenza il petrolio sovietico, provocando il
crollo dei prezzi e una serie di difficoltà politiche.
Le strategie dell’Eni hanno già provocato problemi ai
partner dell’Italia nella Nato e nella Cee, ed è
probabile che le grane si moltiplichino. […].
Ecco alcune tra le probabili
ripercussioni sul petrolio e sugli interessi britannici:
a)
se l’Eni riuscisse, anche in maniera parziale, a
sostituire l’attuale sistema di transazione del petrolio
(basato sulla libera impresa) con una serie di accordi
diretti tra le imprese petrolifere statali, le
conseguenze sull’industria petrolifera britannica (di
gran lunga il nostro maggior investimento all’estero)
sarebbero estremamente negative e, indubbiamente,
finirebbero per nuocere al contributo che la Shell e la
Bp forniscono all’economia britannica;
b)
si verificherebbe una dislocamento molto serio
del sistema di rifornimento petrolifero in Gran Bretagna
e in Europa;
c)
Le inevitabili ripercussioni in Medio oriente
finirebbero per danneggiare gli interessi britannici in
quest’area;
d)
se l’Eni si piazzasse sul mercato britannico in
maniera decisa, le difficoltà competitive dell’industria
del carbone potrebbero intensificarsi;
e)
L’espansione dell’Eni in Gran Bretagna (e nei
territori amministrati dalla Gran Bretagna all’estero)
potrebbe condurre a frizioni non indifferenti fra i
governi di Gran Bretagna e Italia;
f)
il successo della campagna promossa dall’Eni per
assicurarsi una posizione di rilievo nei paesi del
Commonwealth e in quelli amministrati (ora o in passato)
dalla Gran Bretagna, finirebbe per danneggiare:
1)
la speciale posizione britannica in questi paesi,
senza dimenticare che i rappresentanti italiani
affermano che l’Eni viene utilizzato per promuovere gli
interessi politico – economici dell’Italia all’estero;
2)
le imprese britanniche in questi paesi,
soprattutto in Africa e in India. […]”.
*
Documento n. 4
DA K. D. JAMIESON (FO, LONDRA), A W. N.
HUGH–JONES (AMBASCIATA GB, ROMA), 3 SETTEMBRE 1962,
SEGRETO, FO.
“Allego copia di una lettera del
ministero dell’Energia [datata 15 agosto 1962, ndr],
sulle attività dell’Eni e sui passi che potremmo
intraprendere per contrastare il gruppo italiano. Le
attività dell’Eni, infatti, puntano a danneggiare gli
interessi petroliferi britannici all’estero.
Ovviamente, questa è una materia da
trattare con attenzione. Prima di discuterne con il
ministro dell’Energia, risulterebbe utile conoscere le
Sue opinioni sul tema. Siamo sicuri di una cosa: al
punto in cui siamo – con i colloqui imminenti riguardo
alla Cee e considerato che abbiamo bisogno del sostegno
che gli italiani ci possono dare – occorre tentare di
fare qualcosa di più che aggiornare la circolare del
nostro ministero, la n.° 29 del 30 marzo 1961 intitolata
“L’importanza dell’Eni”. Dobbiamo produrre una circolare
dell’intelligence.
Ecco alcune domande alle quali questa
circolare delll’intelligence dovrebbe cercare di fornire
una risposta:
1)
Fino a che punto l’Eni dipende dal petrolio
russo? […] Di recente, Mattei avrebbe affermato che solo
il 10 per cento del petrolio da lui trattato è russo.
Qual’è la situazione reale?
2)
E’ possibile distinguere tra le attività dell’Eni
e gli interessi italiani? Anche senza Mattei, l’Italia
concorderebbe con ciò che Jarratt definisce “un’intesa
concreta sul petrolio russo tra i sei membri della Cee”?
3)
Mattei cambierà idea sulla pericolosità degli
scambi petroliferi internazionali, ora che egli sfrutta
con successo un campo petrolifero in Persia e che sarà
costretto a fissare un prezzo in grado di soddisfare i
persiani da un lato e i suoi clienti [di Mattei, ndr]
dall’altro? Si tratta di un tema marginale? Oppure è una
questione che, in futuro, aiuterà l’Eni ad uscire dai
guai?
4)
Siamo in grado di affrontare il problema della
virulenta propaganda di Mattei contro l’imperialismo e
contro le compagnie petrolifere? […].
La circolare dell’intelligence dovrebbe
istruire i rappresentanti del governo di Sua Maestà,
quando Mattei compare sulla scena, a riferire i fatti
nella maniera più completa possibile. Tuttavia, per le
ragioni esposte, non ritengo che noi al momento
desideriamo andare oltre, e certamente non fino al punto
suggerito dal ministero dell’energia nel suo ultimo
paragrafo [nda: Jarratt suggeriva che la circolare
fornisse direttive chiare alle sedi diplomatiche perchè
intervenissero a favore delle imprese britanniche,
laddove l’Eni compariva sulla scena]. Tuttavia,
lasciando da parte le negoziazioni per la Cee, sarei
lieto di ricevere le sue opinioni circa il suggerimento
che, nei casi opportuni, le rappresentanze diplomatiche
siano istruite a intervenire [...] Non sono comunque
sicuro sulla forma che tale intervento debba assumere”.
Così finisce la nota di Jamieson a
Hugh-Jones. Siamo al 3 settembre 1962. Meno di due mesi
dopo Mattei muore tragicamente nel rogo di Bascapè.
(documenti
rintracciati a Kew Gardens nel 2008 e conservati in
copia nell’archivio Casarrubea. Dopo aver cliccato sul
link, attendere un poco di tempo)
Documenti citati in traduzione italiana
Documenti originali 1
Documenti originali
2
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