FISICA/MENTE

 

DIVULGANDO, DIVULGANDO

(Pubblicato su Quale Energia, n.s., 9/10, 1984)

Roberto Renzetti

 

        Come far conoscere all'opinione pubblica i contenuti (e i metodi) della ricerca e delle scoperte scientifiche? Bastano i risultati o occorre passare attraverso le varie tappe di pensiero? E un risultato che senso ha se non si capisce la problematica dalla quale si parte? Estremizzando ci si potrebbe chiedere: perché Galileo non produsse un'atomica per i Medici? E la domanda è molto meno fantastica di quel che si possa credere, soprattutto se rivolta al grande pubblico.

        Il problema della divulgazione scientifica riveste, soprattutto nella nostra epoca, un ruolo determinante che, semplificando, si può riassumere nel modo seguente: è necessario che la quasi-totalità dei cittadini sia messa al corrente di che cosa la scienza produce, di come questi prodotti vengono usati e di come potrebbero venir usati? La domanda è per me retorica: certo che sì. Ma come conseguire l'obiettivo? Evidentemente qualcuno ha già pensato al problema - viste le svariate pagine sull'argomento che compaiono sui giornali - e allora cerchiamo di imparare da loro.

        Enzo Biagi è una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano (oltre a essere uno scrittore con una produttività seconda solo a quella della "ditta Asimov"). In un articolo su "Repubblica" del 12 luglio 83, “Così noi inventammo l'atomica”, ci racconta alcune cose. Cosa ci si può aspettare da un lavoro con un titolo come questo? Io, ingenuamente, credevo che mi si raccontassero le tappe di pensiero interne alla vicenda (fissione, massa critica, reazione divergente, neutroni lenti...). Niente di tutto questo. Cosa sono queste aride cose di fronte al fatto che Emilio Segrè va a pesca col figlio, mangia salmoni e frutti del bosco, dorme nel sacco a pelo? Come annoiare il lettore con dettagli fisici e tecnologici quando c'è Bohr che ama lo sci, Teller che suona il pianoforte (a coda!), Fermi che gioca a ping-pong e Oppenheimer (Oppi per gli amici) che fuma la pipa? Ebbene, Biagi, dopo averci raccontato quanto ho riassunto, conclude che allora, in seguito ai fatti citati, il 16 luglio 1945 ci fu l'esplosione della prima atomica.

        Ci sarebbe da chiedersi se questo storico evento avrebbe avuto luogo con un Fermi dedito al golf, con un Bohr che impazziva per la pallacanestro, con un Teller che suonava il trombone e con un Oppi dedito al sigaro toscano.

        E’ questo un esempio, e neanche il più malvagio, di un estremo della divulgazione scientifica: un poco di aneddotica e il gioco è fatto. L'autore è di formazione umanistica e da lui non si può pretendere di più. Tutto bene quindi?

        Tutto tranne il fatto che un umanista può mettere bocca dappertutto e io se parlo di Dante vengo preso, come minimo, per matto.

        Le letture di questa disparità di giudizi sono almeno due: la prima è che non serve una preparazione specifica per parlare di scienza, contrariamente a quanto accade, ad esempio, per la letteratura; la seconda è che Dante ha una valenza superiore a una bomba atomica. Dunque un'ipotesi - nella mia accezione, cattiva - di divulgazione scientifica proviene da non addetti ai lavori, da gente con preparazione di tipo umanistico.

        Passiamo allora a un esempio apparentemente più pertinente: la divulgazione fatta da un fisico di chiara fama. Si tratta di Antonino Zichichi. A conclusione delle celebrazioni del centenario di Albert Einstein, la rivista "Scienza e Vita nuova" chiedeva a Zichichi una sintesi dell'opera di Einstein ("Scienza e Vita nuova", n. 7, dicembre 1979).

        Zichichi inizia la sua fatica ricordando che i due pilastri concettuali su cui Einstein ha fondato il suo ingegno sono la pluridimensionalità dello spazio e il principio di relatività, pilastri che sono stati scoperti da Euclide e Galileo.

        Leggendo più oltre il lettore ha l'occasione di capire il significato di quella difficilissima parola: pluridimensionalità. Si tratta di questo: il latte può essere versato in contenitori di forma diversa, e quando si ha un litro di latte è un litro di latte, qualunque forma abbia il contenitore. Strabiliante. E questa è una scoperta di Euclide; notoriamente, infatti, prima di Euclide il latte non veniva comprato a litri ma a "forme": un cubo di latte, una sfera di latte...

        Riguardo alla questione della relatività, Galilei l' ha scoperta in quanto credente in Dio. Egli non ha avuto paura di sporcarsi le mani con i sassi in quanto in essi vedeva l'opera di Dio. In realtà non è vero, come dice Zichichi, che "è proprio studiando come cadono le pietre e come oscillano i pendoli che [Galileo] scoprì la relatività del moto". È che il problema centrale per Galileo consisteva nel mostrare che la Terra ruotava intorno al Sole. Per poter affermare ciò gli serviva la relatività cinematica e dinamica. Questa relatività si pone quindi come "pregiudizio". E Galileo indagherà con tutti i mezzi a sua disposizione la correttezza del suo "pregiudizio" o, se si vuole, della sua ipotesi.

        Andando più oltre si legge questa affermazione: "la velocità della luce non cambia mai, qualunque cosa si faccia".

        E’ così che l'illustre fisico diseduca il prossimo ponendosi ai livelli di Kolosimo? Tutti i lavori di Fresnel sui coefficienti di trascinamento, e in parole più povere gli indici di rifrazione e quindi il fatto che la luce "rallenta" nei mezzi materiali, dove vanno a finire?

        Veniamo quindi a Einstein. Secondo Zichichi uno dei sogni dell'uomo è sempre stato quello di avere un orologio cosmico tale da permettere di misurare allo stesso modo per tutto l'universo la stessa ora. Einstein, invece di sognare l'impossibile, si guardò intorno, decise che la velocità della luce era la velocità più alta possibile e ridescrisse tutta la fisica a partire da questo dato.

        E Zichichi prosegue letteralmente: "E scoprì che con l'aumentare della velocità le lunghezze si accorciano (lungo la direzione del moto) e i tempi si allungano". Signori, ecco brillantemente riassunto il lavoro di Einstein del 1905!

        Per "conciliare queste strabilianti scoperte con le leggi classiche... era però necessario ridefinire più correttamente i concetti fondamentali di energia e di massa". Benissimo. Allora "fu così che nacque l'identità tra massa ed energia". Ecco un'altra sintesi davvero invidiabile. Insomma dei fatti fondamentali, quelli interni, non si dice nulla.

        Ma il resoconto di Zichichi non si ferma qui. "Non contento di aver ridotto il tempo a quarta dimensione dello spazio (per favore mi si spieghi cosa significa, n.d.r.), Einstein meditò..." e undici anni di riflessioni lo portarono a concludere che la massa è riconducibile alla curvatura dello spazio- tempo" (il redattore, un imbecille, continua a non capire). La cosa finisce con "la fusione dello spazio bosonico con quello fermionico che porta al superspazio" illustrata in una ventina di righe che, come le precedenti, non spiegano assolutamente nulla.

        In chiusura c'è una considerazione cara a Zichichi: "Non è certo dalle speculazioni filosofiche che sono nati questi nuovi orizzonti. E’ la fisica sperimentale di stampo galileiano a tenere la scienza sulla strada giusta".

        Che vuol dire? Al di là del significato trasparente ce n'è un altro: secondo Zichichi oggi la fisica lavorerebbe sul modello galileiano. Dove va a finire la strenua battaglia (persa!) che Einstein, insieme ad altri eminenti fisici, condusse proprio contro questo modo di pensare?

        Il problema era il seguente: esiste una realtà indipendentemente dalla nostra osservazione? Quesito storico. Le possibili risposte, nell'ambito di quella che Zichichi chiama filosofia, sono almeno due: sì, no. E scegliere per l'una o l'altra eventualità non è cosa da poco. Schematizzando, è la scelta tra materialismo (il sì) e idealismo (il no). È quindi cercare di entrare in una comprensione del mondo che vada un poco più a fondo, è sovrapporre altre categorie a quelle della ricerca, è fare filosofia. Ma, sfortunatamente, porsi questi problemi nuoce all'efficienza della ricerca. Queste cose ci fanno perdere tempo, sostenevano i seguaci dell'altro schieramento, capeggiato da Bohr. E tra le due possibili risposte al quesito storico cui si accennava ne scelsero una terza: la questione non ci interessa.

        Oggi, mentre si parla sempre più di guerra, ritorna quanto mai attuale la battaglia perduta di Einstein. E per portarla avanti bisogna che gli stessi scienziati si pongano delle domande, perdano tempo in queste bazzeccole. Quale eco c'è di tutto questo, che pure è contributo originale di Einstein, all'interno del resoconto di Zichichi? Nessuno stupore comunque, i fisici sanno che Zichichi non fa testo.

        A parte però questi due casi estremi (il giornalista e il fisico) vi è, più in generale, uno spirito divulgativo che cerca il sensazionale senza puntare alla comprensione dei problemi in gioco. Qualche esempio.

        Nel numero di "Scienza e Vita nuova" nel quale compariva l'articolo di Zichichi su Einstein, a pagina 105, vi è una notizia che pare inoffensiva ma che è clamorosa. Il titolo dell'articolo è: “Uno strumento per vedere gli atomi al microscopio”. Nel testo che segue ci si potrà rendere conto che la paro- la vedere è messa tra virgolette e, quest'ultima cosa, è corretta. Però non si spiega perché si sono usate le virgolette e allora il lettore non preparato impara che si possono vedere gli atomi al microscopio. Attenzione, la cosa non è così innocua come sembra. C'è di mezzo uno dei capisaldi della fisica attualmente data come buona. Dalla lettura dell'articolo sembra quasi che sia un problema tecnologico quello che, eventualmente risolto, ci permetterà di vedere gli atomi. Le cose non stanno così: il problema non è tecnologico, è di principio; conseguentemente alle conoscenze di fisica attuali è impossibile vedere un atomo al microscopio. È il principio di indeterminazione (Heisenberg, 1927) che lo nega. È possibile invece "vedere" (tra virgolette) gli atomi solo mediante decodifiche molto complicate di figure di diffrazione.

        Altro esempio (e qui non cito bibliografia per la sua vastità) è quello relativo a uno dei caposaldi della relatività ristretta: la velocità della luce nel vuoto è una velocità limite (non può essere superata). Ogni tanto si legge sui giornali, a grandi titoli, che in un tal laboratorio hanno trovato particelle (i tachioni) che marciano a velocità superiori a quella della luce. Naturalmente, almeno fino ad ora, due o tre giorni dopo vi è una smentita: un determinato effetto strumentale è stato male interpretato. La smentita, quando compare sui giornali, compare con altri titoli e nelle pagine più interne, nei posti più nascosti.

        Insomma, il quadro delle conoscenze fisiche che emerge dalla lettura dei pezzi divulgativi qui citati è, nel migliore dei casi, completamente distorto.

        Essendo insegnante di fisica in un liceo scientifico, so bene quali battaglie devo fare, non per insegnare fisica (qui le lotte sono con le istituzioni), ma per sradicare un cumulo di idee sbagliate dalla mente dei ragazzi.

        La divulgazione è una cosa seria. Si tratta di passare ai non addetti ai lavori i contenuti di una ricerca sempre più sofisticata; ma QUEI contenuti, non altri che ci possano venire in mente per amor di semplificazione. So bene che la cosa è lunga: per scrivere un pezzo che in un testo di fisica occupa due pagine, a volte ne occorrono dieci o venti. I giornali non danno mai tanto spazio, e allora uno si sente costretto a fare semplificazioni azzardate. In questi casi si riporti almeno una bibliografia a pié di testo, in modo che l'interessato possa ampliare quegli argomenti che nell'articolo sono solo accennati.

        Ma c'è un altro aspetto che merita di essere discusso e, questa volta, proprio in connessione con una tematica che ci ha tenuti occupati per anni e tutt'ora ci vede vigili e attenti: la questione delle centrali nucleari.

        Faccio uno strano discorso in modo che mi si capisca. Dal punto di vista puramente tecnico è forse vero che una centrale nucleare ha rendimenti elevati, richiede meno combustibile di una centrale termica tradizionale, deturpa meno il paesaggio (lo diceva Luciano Barca!). E questo è quanto i tecnici docili hanno "divulgato" con tutti i mezzi di comunicazione. Quindi nessuna bugia, solo cose vere. Ebbene è così. Ma se i lettori hanno mai visto un filmetto della serie di Perry Mason si saranno certamente accorti che nel fatidico giuramento non si richiede "la verità", ma "tutta la verità ecc.". Ebbene, nella divulgazione manca spesso "tutta la verità". Nel caso specifico si faceva riferimento alla sola centrale, non si faceva riferimento al ciclo del combustibile e a tutte le altre cose che certamente il lettore conosce. Ma una di queste cose va sottolineata perché è il portato di una cultura neopositivista (si pensi a quanto affermava Bohr e la sua scuola): i condizionamenti politici non emergevano mai. In altre occasioni ho potuto sostenere che, astraendo dai fondamentali problemi ecologici che la scelta nucleare comporta, se in Italia fossimo stati padroni di tecnologie nostre e avessimo avuto uranio in quantità con le relative tecnologie di arricchimento, probabilmente la nostra lotta sarebbe stata perdente: la ragione economica, in senso lato, avrebbe avuto il sopravvento.

        Questo discorso mi pare semplice e comprensibilissimo. Chi ha mai affrontato problemi del genere (a parte quell'area che da molti anni è impegnata a dare il suo contributo al controllo delle scelte energetiche)? I tecnici che dovevano divulgare, nella migliore delle ipotesi si guardavano dall'affrontare argomenti con questa valenza; nella peggiore delle ipotesi essi stessi, prigionieri di una cultura neopositivista, non sapevano proprio che questi problemi esistessero.

        E quanto qui detto vale in generale: un tecnico puro non è sempre la persona più adatta per divulgare; la divulgazione ha bisogno anche di elementi che avvicinino il lettore all'uso che di determinati prodotti scientifici si può fare. Ad esempio, che m'importa di leggere su una rivista che la biologia è arrivata al punto di far nascere pannocchie dieci volte più grandi di quelle ordinarie, se questo dato non mi viene messo in relazione con il dato economico che vuole milioni di tonnellate di grano, di mais, di caffè... bruciate ogni anno per mantenere i prezzi alti sul mercato ? E poi si parla di fame nel mondo, e la gente (anche indipendentemente dalle pannocchie) di fame continua a morire.

        Ma la biologia fa anche altre cose: i defolianti. Questi sì che hanno trovato e trovano applicazione. E il tecnico, nella fattispecie il biologo, dovrebbe fare il divulgatore? Ormai i processi di produzione scientifica sono così parcellizzati che rivolgersi a un tecnico puro equivale spesso a farsi raccontare quello che egli fa (certamente importante ma non esauriente, soprattutto per la parte relativa all'uso delle sue ricerche).

        Discorsi che ricordano un preistorico sessantotto, quando nelle facoltà scientifiche si sviluppò - almeno nell'area della nuova sinistra - il dibattito intorno alla non neutralità della scienza e del progresso tecnologico, rompendo il tradizionale e dominante atteggiamento "scientista". Discorsi che si so- no in gran parte inariditi. Forse il dibattito sull'energia mantiene una sua vitalità, attraverso un movimento che si è appropriato della connessione tra scienza energetica, scelte energetiche e modelli di società. E questo movimento è l'interlocutore privilegiato. Ma per una presa di coscienza collettiva, per una crescita culturale diffusa, l'informazione scientifica (rigorosa!) deve raggiungere un'area di interlocutori ben più ampia, a cominciare dall'intervento costante nel mondo della scuola.

 


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