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ZICHICCHE II
Dagli amici si guardi Iddio
Piergiorgio Odifreddi
Recensione di
Antonino Zichichi, Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo,
Saggiatore, 1999, pp. 246, lire 28.000.
Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull'autore di questo libro,
una delle quali rilevante in questa sede. Narra di un suo collega che ad un
congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l'emozione
muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta,
e fra le nuvole non c'è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che
spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. "Ma come,
è morto pure lui?'', gli chiede allarmato il nuovo arrivato. "No. In realtà la
conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa''.
Per capire come possa originarsi una storiella di questo genere basta guardare
la copertina dell'ultimo libro di Zichichi, sulla quale troneggia una fotografia
del Professore in primo piano, mentre una immagine del Creatore viene relegata
sullo sfondo. Per ribadire poi il senso delle proporzioni, il titolo provvede
immediatamente a sottolineare che nel libro Dio interviene non di Suo, bensì in
quanto oggetto della fede dell'Io del Professore.
Prima ancora di iniziare la lettura dell'opera è dunque facile prevedere che una
recensione si potrà adeguatamente organizzare secondo la tipologia canonica dei
peccati (di superbia), che puntualmente l'autore provvederà a commettere con
dovizia e completezza.
Pensieri (confusi)
Il Credo di Zichichi, facilmente formulabile, è che "nè la Matematica nè la
Scienza possono scoprire Dio'' (p. 22), e "l'unica risposta all'esistenza del
Trascendente è l'atto di Fede'' (p. 144). Il che significa semplicemente che uno
scienziato non può scrivere, in quanto tale, un libro dal titolo Perchè io credo
in Colui che ha fatto il mondo. In particolare, non può esaminare dal punto di
vista della scienza e della matematica moderne gli argomenti a favore
dell'esistenza di Dio prodotti dalle teologie naturale e razionale, nel
tentativo di riformularli in maniera adeguata alla cultura occidentale
contemporanea.
Infatti, lungi dall'imbarcarsi in massimi ragionamenti, il Professor Zichichi
non fa che indulgere in minimi slogan per l'intera durata del libro,
infliggendoci a ripetizione vaghe banalità quali: "mai uno scienziato credente è
diventato ateo. Semmai è successo il contrario'' (p. 154). Arrivando a volte a
dichiarare precise falsità, ad esempio che Einstein era credente (p. 45), il cui
grado di attendibilità è facilmente valutabile in base alle parole dello stesso
Einstein: "Ciò che si legge riguardo alle mie convinzioni religiose è una
menzogna che viene sistematicamente ripetuta. Io non credo in un Dio personale e
l'ho espresso chiaramente''1.
Impossibilitato dalle sue stesse premesse a produrre prove a favore della sua
fede, il credente cerca di tirar acqua al suo mulino tentando di dimostrare che
neppure il non credente sta meglio. "L'ateo dice infatti: per amor di logica non
posso accettare l'esistenza di Dio. Ma il rigore logico non riesce a dimostrare
che Dio non esiste. Ecco in sintesi l'antinomia dell'Ateismo'' (p. 159).
Naturalmente, l'antinomia esiste soltanto nella testa del Professore: se infatti
il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio non esiste, non dovrebbe più
credere nessuno; così come se il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio
esiste, dovrebbero invece credere tutti. E' proprio perchè secoli di indagini
teologiche non hanno prodotto convincenti prove nè a favore nè contro, che il
"rigore logico'' permette sia credere che di non credere!
Come certi clown, che strappano risate schiaffeggiandosi da soli o
spiaccicandosi la faccia per terra dopo essere inciampati in scarpe troppo
grosse per i propri piedi, l'autore diventa letteralmente ridicolo quando
afferma che "se l'ipotesi Dio non esiste fosse valida, la Logica Matematica
dovrebbe scoprire il teorema della completezza'' (p. 161)2. Teorema che, come
sanno tutti gli studenti (ma non tutti i Professori), è stato dimostrato da Kurt
Gödel nel 1930. E che non ha nulla a che vedere con il fatto che "la Logica
Matematica è lungi dal poter dire di aver risolto tutti i problemi che sono sul
tavolo delle cose certe come, ad esempio, la congettura di Goldbach o l'ipotesi
di Rienmann [sic]'' (p. 162).
Queste "cose certe'', che proprio perchè non sono ancora state dimostrate sono
invece tutt'altro che certe, e per questo vengono appunto chiamate congetture o
ipotesi e non teoremi, non sono affatto affermazioni logiche, ma matematiche. E
benchè la matematica sia effettivamente incompleta, come ha dimostrato lo stesso
Gödel nel 1931, nessuno sa (meno che mai Zichichi) se queste affermazioni siano
effettivamente esempi di incompletezza o, invece, esempi di affermazioni
dimostrabili ancora in attesa di essere dimostrate.
Parole (sgrammaticate)
Poichè, come diceva Buffon, le style, c'est l'homme, non sarà inutile
soffermarsi su un'analisi stilistica del libro, nella speranza di capire di che
fango sia stato fatto l'autore, da Colui in cui egli crede.
La confusione filologica del Professor Zichichi è disarmante. Ad esempio,
secondo lui "in greco pianeta vuol dire Stella errante'' (p. 104), benchè non ci
sia polvere di stelle nell'originale planetes, che significa semplicemente "viandante''.
Ma questo è niente, in confronto all'affermazione che "Lunedì vuol dire Luna;
Martedì, Marte; Mercoledì, Mercurio; Giovedì, Giove; Venerdì, Venere; Sabato,
Saturno; Domenica, Sole'' (p. 104). Vada per l'omissione del suffisso "dì'', che
come tutti (meno Zichichi) sanno significa "giorno'', per cui si dovrebbe
affermare più propriamente che Lunedì vuol dire giorno della Luna, eccetera. Ma
scrivere che Sabato e Domenica, che come tutti (meno Zichichi) sanno derivano
dall'ebraico sabbath e dal latino dominus, vogliano dire giorni di Saturno e del
Sole, significa veramente prendersi un weekend di riposo dal pensiero. E non si
può neppure benevolmente concedere che il Professore pensi in inglese, a
Saturday e Sunday, perchè altrimenti Tuesday, Wednesday, Thursday e Friday
dovrebbero conseguentemente essere i giorni di Tiw, Woden, Thor e Frig: che,
come siamo pronti a scommettere, il Professore non ha mai neppure sentiti
nominare. L'unica spiegazione è che nel suo cervello le lingue costituiscano un
ribollente calderone, dal quale egli attinge a caso col mestolo ogni volta che
cerca di scodellare un pensiero.
Non sono comunque soltanto le lingue estere a provocargli dei guai: anche con
l'italiano il ragazzo se la cava maluccio, direbbe il maestro elementare a
lezione dal quale sarebbe conveniente rispedire il Professore perchè imparasse a
parlare e scrivere. Che dire infatti di frasi che superano brillantemente
l'arcaico schema soggetto-predicato-complemento, dissolvendolo in futuriste e
inedite strutture logiche quali: "la Pietà, Michelangelo, l'ha saputa concepire,
sentire e realizzare lui'' (p. 113), o "il valore di un Crocifisso nello studio
di un ateo ha in Pertini l'esempio più significativo'' (p. 211)?
Se la sintassi del grande fisico barcolla, la sua semantica è stramazzata a
terra ma ancora scalcia. Si tenga dunque il lettore a dovuta distanza da un
brano come il seguente, a metà fra il pedante e la pedata: "è invalso l'uso di
riferirsi ai secoli sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo,
ventesimo dicendo nel Cinquecento, nel Seicento, nel Settecento, nell'Ottocento,
nel Novecento. I sostenitori di questo uso dicono che non si può dire nel
millecinquecento in quanto millecinquecento non indica un secolo ma un anno.
Volendo essere rigorosi, anche il Cinquecento indica un anno e non si supera la
difficoltà. Noi useremo il termine millecinquecento per riferirci al secolo
sedicesimo, milleseicento per riferirci al secolo diciassettesimo e così via. Se
dicessimo nel Cinquecento intenderemmo riferirci al sesto secolo dopo Cristo''
(p. 30). Dal rigoroso racconto di un suo esperimento tenuto "a metà degli anni
sessanta'' (p. 56), cioè nel settimo decennio dopo Cristo, deduciamo dunque la
sorprendente conseguenza che il Professor Zichichi è (e ci prende) in giro da
almeno un paio di millenni!
Onestamente, una scrittura di tal fatta disonora una casa editrice che non solo
ha accettato il libro, ma l'ha pubblicato senza neppure "uno straccetto di
prova'' (nel senso inglese di proof, "bozza''), per usare una recente
espressione del protettore politico dell'autore. A proposito di bozze, un
editore che rispetti se stesso e i suoi lettori avrebbe dovuto provvedere a
correggerle per rimediare almeno alle più palesi deficienze linguistiche
dell'autore, al quale viene invece permesso di scrivere impunemente frasi del
tipo: "Le Tre Forze Fondamentali sono: la Forza Elettrodebole.'' (p. 222).
Opere (millantate)
Si potrebbe pensare che, tutto sommato, l'autore sia solo un fisico che abbia
voluto strafare, scrivendo un libro su un soggetto e in una lingua che non
conosce. In realtà egli coglie l'occasione per dare sfogo a un delirio di
potenza che sconfina in letterali millanterie. L'esempio più imbarazzante è la
dichiarazione, in terza di copertina, che il Professor Zichichi "ha al suo
attivo la scoperta dell'antimateria nucleare''! Qui egli manifesta una singolare
amnesia selettiva, palesemente dolosa, del fatto che ben due premi Nobel siano
stati assegnati nel passato per questa scoperta, quando lui era ancora in fasce:
il primo nel 1933 a Paul Dirac, per la previsione teorica dell'esistenza
dell'antimateria, e il secondo nel 1936 a Carl Anderson, per la scoperta della
prima antiparticella (il positrone, o antielettrone). La millanteria resta anche
intendendo l'aggettivo "nucleare'' in senso letterale, perchè un terzo premio
Nobel è stato assegnato nel 1959 a Owen Chamberlain ed Emilio Segrè per la
scoperta dell'antiprotone3.
I casi sono solo due: o ha barato il Comitato di Stoccolma, o sta barando il
Professore di Bologna. Per smascherare l'impostore non c'è comunque bisogno di
faticare troppo: basta interpellare uno qualunque dei premi Nobel di cui egli
adora circondarsi, per brillare della loro luce riflessa. L'esperimento condotto
dal recensore con Hans Bethe, che i lettori ricorderanno per un suo recente
intervento sul nucleare in questa stessa sede4, ha prodotto questo lapidario
giudizio sul Professor Zichichi: "ottimo organizzatore, mediocre fisico''. Da
confrontare con le dilapidate note di copertina, che lo dipingono invece come
"autore di studi e ricerche sulle strutture e sulle forze fondamentali della
natura, alcune delle quali hanno aperto nuove strade nella fisica subnucleare
delle alte energie''.
Il lettore potrà facilmente decidere quale fra i due giudizi sia quello
corretto, domandando un parere al proprio fisico di fiducia. O, più
semplicemente, aprendo a caso il libro e leggendovi perle di questo tipo:
"Ancora oggi sorprende la velocità con cui cadono le pietre: troppo veloci per
essere misurate. E invece no.'' (p. 191). Oppure: "Galileo libera la terra
dall'incubo di dover stare ferma al centro del mondo. Non serve a nulla star
fermi al centro del mondo. Velocità costante zero equivale a velocità costante
qualsiasi'' (p. 196). E ancora: "Mangiare dieci chili di pane non è come
mangiarne un chilo. Bere dieci litri di vino non è come berne uno solo. Però,
anche se pane e vino hanno sapore diverso, la loro massa può essere esattamente
la stessa'' (p. 207).
Dopo un tale sforzo divulgativo il Professor Marcellino Pane e Vino, che
evidentemente ha optato per i dieci litri, ha tutti i diritti di essere
spossato. Forse è ora di smettere di tormentarlo con la fisica e passare alla
neurobiologia, stimolati da questa sua dichiarazione di lapalissiana
controfattualità: "se il Creatore m'avesse regalato un altro cervello io avrei
potuto fare altre cose'' (p. 92). In realtà, altre cose avrebbe dovuto farle
soprattutto con il cervello che si ritrova!
In particolare, avrebbe dovuto evitare di parlare di argomenti assolutamente al
di fuori della sua portata, dall'aritmetica alla logica, invece di reiterare
pedestremente i madornali strafalcioni del suo precedente libro, L'infinito, del
quale abbiamo già trattato in questa sede5. E invece ci infligge anche in questo
campo inarrivabili stupidaggini quali: "la forma più elementare di Logica
corrisponde a dire: patti chiari, amicizia lunga'' (p. 50), "ci sono teoremi
impossibili da dimostrare'' (p. 143), "la più grande conquista della Logica
Matematica è l'Infinito'' (p. 151). Per non parlare delle sue incredibili
definizioni: dell'Algebra come "teoria dei rapporti tra variabili'',
dell'Analisi come "teoria dei rapporti tra funzioni di variabili'', e della
Geometria come "teoria delle funzioni in uno spazio metrico'' (p. 157). Il tutto
con l'unico scopo apparente di confermare che "con il linguaggio è possibile
dire tutto e il contrario di tutto'' (p. 150).
Se fosse più modesto, aggettivo che però non appartiene al vocabolario della sua
pseudolingua, il Professor Antonino Zichichi, fisico, scrittore, grande
scienziato potrebbe lasciare in pace la matematica e passare a infastidire
invece la numerologia. Scoprirebbe così, ad esempio, che assegnando in maniera
canonica numeri da 1 a 26 alle lettere dell'alfabeto inglese, e sommando le
cifre corrispondenti alla sua precedente definizione in corsivo, si ottiene il
numero 666. Che dietro il Professore si celi una Bestia, come il suo libro
lascia effettivamente supporre?
Omissioni (sfortunate)
Il Professor Zichichi, in tutto il corso del libro, fa il finto (si fa per dire)
tonto sulla scienza e gli scienziati, con argomenti fra l'ingenuo e il
fraudolento che, non ingannando neppure gli idioti, riescono comunque a menare
per il naso gli "Iddioti'' (almeno a giudicare dalle vendite).
L'autore si produce ripetutamente in provocatorie affermazioni quali
"l'esistenza della Scienza la dobbiamo alla cultura cristiana'' (p. 180), o "è
nel seno della Chiesa di Cristo che ha avuto origine la Scienza'' (p. 198), per
nulla turbato dal fatto che la cultura cristiana e la Chiesa di Cristo non solo
non abbiano generato la Scienza per milleseicento anni, ma l'abbiano
consistentemente avversata fin dalla sua nascita. Sull'imbarazzante processo
conclusosi nel 1633 il paziente Professore non trova niente di meglio da dire
che "il caso Galileo è ancora cronaca. Dobbiamo aspettare qualche migliaio di
anni per avere, di esso, una lettura fedele'' (p. 190). Salvo contraddirsi
immediatamente, dichiarando che "è con le orbite ellittiche che si chiude il
caso Galileo'' (p. 197): dunque, apparentemente, con la pubblicazione nel 1619
delle leggi di Keplero.
Con queste premesse diventa facile asserire che Giovanni Paolo II è "il Papa che
ama la Scienza'' (p. 200), e nell'enciclica Fides et ratio lo stesso Wojtyla
arriva addirittura a citare Galileo come un precursore delle posizioni del
Concilio Vaticano II sulla compatibilità delle verità di fede e scienza! Salvo
poi smentirsi pure lui immediatamente (Dio li fa e poi li accoppia), reiterando
la posizione del cardinal Bellarmino che molti scienziati, sbagliando, avevano
pensato ormai superata: i fedeli non hanno il diritto di difendere come
legittime le opinioni ritenute contrarie alla dottrina, ad esempio
l'evoluzionismo, e devono invece considerarle come errori.
Dopo aver tronfiamente ricordato che "noi fisici siamo molto rigorosi nel
formulare i nostri problemi'' (p. 82), il fedele Zichichi obbedientemente ci
mostra nel suo glaciale rigor mortis il cadavere di una biologia predarwiniana
che, ingenuamente, ritenevamo morta e sepolta quasi dovunque, a parte le sacche
più reazionarie e intellettualmente sottosviluppate degli Stati Uniti. E invece
ci tocca imparare che un ex-presidente dell'Istituto Italiano di Fisica Nucleare
può permettersi di scrivere, senza subire processi inquisitori, che "la teoria
dell'Evoluzione Biologica della specie umana non è Scienza galileiana'', e che
per spiegare la nascita dell'uomo bisogna "ricorrere a uno sviluppo miracoloso
del cervello, occorso circa due milioni di anni fa'' (pp. 82--83). La prova
della falsità del darwinismo sarebbe che "durante diecimila anni questa forma di
materia vivente [l'uomo] è rimasta esattamente identica a se stessa. Evoluzione
biologica: zero'' (p. 91). Una volta allertati, col senno di poi anche noi
avremmo potuto trovare delle prove: ad esempio, che un Homo Sapiens che ha
scritto un tale libro non può che essere ancora una Scimmia Primitiva.
Evoluzione biologica: zero.
A compimento di due milioni di anni di evoluzione e miracoli, il teopiteco
arriva a sostenere che "se fossero gli scienziati a dover decidere quali
applicazioni permettere e quali no, saremmo in un mondo realmente giusto e
veramente libero'' (p. 37), e che "è il potere politico che decide come usare i
risultati delle scoperte scientifiche'' (p. 38). Come se non esistessero
personaggi quali John von Neumann, le cui belle gesta noi abbiamo narrato su
queste stesse pagine in altra occasione6, e che Zichichi invece si limita ad
additare come esempio di "scienziato cattolico che non pensò mai di abbandonare
la sua Fede a causa di quello che scopriva e inventava'' (p. 72). Una volta
rimossi da Los Alamos von Neumann e i suoi compari, il laboratorio rimane
deserto e Zichichi può popolarlo impunemente dei fantasmi della sua mente,
inventandosi questa bella novità: che "il padre della bomba che distrusse
Hiroshima e Nagasaki è Hitler'' (p. 184)!
Il Professore ci assicura, comunque, che "le grandi novità non capitano tutti i
giorni, ma di rado. Mediamente, una volta ogni cento anni'' (p. 117). Il che
dimostra che le sue opere, che purtroppo infestano il mercato a scandenze ben
più ravvicinate, non sono certo grandi novità. L'autore invece certamente lo è:
finora avevamo infatti sentito parlare di incarnazioni di vario genere, ma mai
di una barzelletta.
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Note:
1 - Citato in Helen Dukas e Banesh Hoffman, Albert Einstein: the human side,
Princeton University Press.
2 - Qui e in seguito i corsivi delle citazioni sono nell'originale, la cui
originalità è effettivamente innegabile.
3 - Zichichi gioca subdolamente sulle parole, e intende per "antimateria
nucleare'' un "nucleo di antimateria''. Egli ha effettivamente scoperto nel 1965
il primo antinucleo (dell'idrogeno), ma il risultato è molto meno rilevante di
quanto egli voglia far credere: non si trattava più della prima antiparticella o
del primo antinucleone, scoperti appunto da Anderson, Chamberlain e Segrè,
nessuno dei quali egli si degna di citare; e non si trattava ancora del primo
antiatomo (dell'idrogeno), scoperto al CERN da Emilio Macrì "negli anni
novanta''.
4 - "La bomba USA", La Rivista dei Libri, Dicembre 1999, pp. 34--35.
5 - "Zichicche", La Rivista dei Libri, Settembre 1994, pp. 11--12.
6 - "L'apprendista stregone'', La Rivista dei Libri, Gennaio 1996, pp. 12--13.