FISICA/MENTE

 

I NUCLEARI CLERICO FASCISTI

Roberto Renzetti

        E' indispensabile iniziare a ricordare le bestialità che la destra politica italiana ha fatto ogni volta che si è trattato di sviluppare scienza e ricerca. Oggi abbiamo un saggio di alcuni chiacchieroni che hanno come denominatore comune l'ignoranza, particolarmente della storia (la pretesa che sappiano un poco di fisica mostrerebbe solo mia ignoranza su questa fauna). L'Italia è stata messa a livello di servilismo internazionale da coloro che la hanno guidata per moltissimi anni e cioè la destra, quella che oggi si nasconde dietro Forza Italia, Alleanza Nazionale, Unione Democratico Cristiana (con a lato il pezzentume leghista e fascista). Oggi sentiamo questi strascichi evolutivi che ci fanno lezioni. Ci spiegherebbero ... Riescono ad avere a fianco anche personaggi che una volta erano di sinistra ed oggi sono convertiti al centrismo, se non alla destra. Hanno buon gioco perché vi è un riflusso generale nel mondo e, da ottimi opportunisti, si infilano nei buchi che permetteranno loro di staccare mazzette. Nessuno scandalo perché è così che funziona. Come nessuno si dovrà scandalizzare quando, con un poco di vento cambiato, queste pantegane saranno prese a calci. Vi era l'invincibile Craxi che è andato a quel Paese. Si tratta di aspettare e a fianco alla casa di Craxi in Tunisia dovranno costruire un piccolo villaggio di "esuli" italiani.

        A questi impresentabili, appunto, ricordo alcune vicende del passato che hanno visto precipitare la nostra credibilità nazionale ed internazionale. D'altra parte basta ripassare le eminenze che tali personaggi hanno messo al vertice di enti scientifici quando hanno avuto il potere. Siamo alle solite: amici ed amici degli amici e, per definizione, gli amici loro sono ignorantoni.

        Ora ci occupiamo di Enrico Medi. Poi ci occuperemo d'altro.

Roberto Renzetti       

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ENRICO MEDI, IL PREDICATORE DEMOCRISTIANO

 

Mario Silvestri (*)

 

Il 25 marzo 1957, dopo la firma dei trattati di Roma, si apriva l'attività della Comunità atomica europea, l'Euratom.

Ogni pessimo trattato può essere corretto dalla tempra degli uomini preposti all'assolvimento dei compiti che discendono dalla sua applicazione, così come non vi è regolamento tanto perfetto da essere a prova di incapace. Nella designazione dei commissari - cinque di numero - «di nazionalità diversa, scelti in base alla loro competenza generale nei confronti dell'oggetto specificato nel presente trattato e che offrano garanzie di indipendenza» (come si esprimeva l'articolo 126 del trattato), molti governi della Comunità, ai quali era affidata la responsabilità della nomina, si comportarono in maniera esattamente contraria allo spirito del trattato stesso, dando a vedere che, secondo i loro uomini politici, per elaborare una politica nucleare non era necessaria alcuna meditata preparazione. L'Italia non fece dunque eccezione, designando il professore Enrico Medi, quale primo commissario di nazionalità italiana, elevato al rango di vicepresidente dell'Euratom.

Enrico Medi era cattedratico di fisica terrestre presso l'università di Roma, nonché membro del CNRN (Consiglio Nazionale Ricerche Nucleari) e predicatore di larga fama. La sua nomina provocò all'Italia il massimo danno compatibile con le sue capacità. Qual fosse la competenza del Medi ebbi occasione di constatare personalmente nel corso di un viaggio da me effettuato negli Stati Uniti nel marzo del 1959.

Lo scopo del viaggio, compiuto insieme al dottor Stelio Villani, mio intimo collaboratore, consisteva nel formulare una «proposta di ricerca», in alleanza con una società americana, che allora si chiamava NDA (Nuclear Development Associates) e che successivamente mutò nome in United Nuclear, allorché si fuse con altre due società sorelle. Erano pochi mesi da che l'Atomic Energy Commission aveva concluso con l'Euratom le trattative per dar fiato al programma comune di ricerche sui reattori del tipo «provato». Ed era nel quadro di questo accordo che il CISE (Centro Italiano Studi Esperienze, società fondata da Edisonvolta, Fiat e Cogne, il 19 novembre 1946: primo passo verso lo sviluppo dell’energia nucleare in Italia. Fin dall’inizio vi collaborarono Edoardo Amaldi, Gilberto Bernardini e Bruno Ferretti e, in seguito, Gustavo Colonnetti, Presidente del CNR, e Felice Ippolito. Il CISE costituì per un certo tempo l’unica struttura di ricerca italiana orientata verso le tecnologie nucleari fino alla costituzione, nel 1952, del Comitato Nazionale per l’Energia NUCLEARE, CNRN che poi diventerà CNEN e, infine, ENEA; ndr) e la NDA cercavano di accordarsi, per presentare una formulazione congiunta al Joint U.S.-Euratom Board. Né le trattative si presentavano difficili, poiché entrambi avevamo il comune scopo di fare onestamente quattrini, vendendo il prodotto delle nostre organizzazioni: la ricerca scientifica.

Villani ed io arrivammo a White Plains, sobborgo di New York, dove la NDA aveva i suoi uffici centrali, un mattino fresco, come voleva la stagione, ma limpido e soleggiato. Fummo accolti con l'atteggiamento tipico degli americani a casa loro: molti complimenti ed un garbato invito a sbrigarsi, perché il tempo è denaro ed ognuno dei funzionari che avremmo impegnato nei giorni successivi costava venti dollari per ogni ora lavorativa. Poiché si trattava di stendere una proposta, che a priori non si sapeva se sarebbe stata accettata dal Board, le spese gravavano totalmente a carico delle due società. La loro fretta (e la nostra, d'altronde) non era dunque affatto ingiustificata. Ma in quel momento i sorrisi erano più compiaciuti di quanto l'occasione meritasse. Gli Americani avevano in serbo una dolce notizia a beneficio dei visitatori italiani: per il giorno dopo era atteso, nientemeno, l'arrivo del vicepresidente dell'Euratom, l'italiano Enrico Medi.

«È una vera fortuna, - essi dissero, - è una visita che non potrebbe avvenire in momento più opportuno. Ci potrà molto agevolare nelle trattative col Joint Board».

Villani ed io cercammo di mostrare una gaiezza, che nell'intimo non condividevamo. Comunque, dopo una estenuante seduta di lavoro, ci mettemmo d'accordo sul programma del giorno dopo: le discussioni sarebbero continuate nel pomeriggio, mentre la mattina sarebbe stata dedicata all'illustre ospite, intorno a cui avremmo fatto corona, per captare, a beneficio di tutti, il più riposto significato del suo pensiero.

Quando perciò il professor Medi sbarcò dalla limousine aveva di fronte a sé un corridoio di volti ilari. Furono fatte le presentazioni ed egli ci scorse:

«Caro Silvestri, quale piacere! »

I convenevoli furono brevi. L'«agenda» prevedeva una rapida visita ai laboratori ed agli uffici, poi un break per discutere e sedimentare le prime impressioni, indi un sopraluogo a qualche laboratorio specializzato. Medi fu trascinato nella hall dei disegnatori, portato ad ammirare il modello di un reattore a sodio ed acqua pesante che la NDA stava studiando per l'Atomic Energy Commission (progetto balordo, in verità che si concluse con un nulla di fatto), infine condotto a vedere alcune esperienze in corso in quel momento. Arrivò finalmente il momento del break: tutti intorno ad un tavolo, per intervistare il professore sulle sue idee, su quello che gli piacesse, sulle intenzioni dell'Euratom.

«Ci dica, professar Medi, lei inclina verso i reattori ad uranio naturale o verso quelli ad uranio arricchito? »

Gli ultimi strascichi dell'insulsa contesa si trascinavano ancora per il mondo, dopo aver spaccato, in Italia come altrove, il gruppo dei «competenti». Poiché il sottofondo era ideologico ed avulso dalla realtà tecnica, avveniva che gli scienziati «marxisti o quasi» inclinassero verso l'uranio naturale, mentre i liberisti trovavano più affascinante quello arricchito. Un paffuto ottimismo sbocciò quindi sui volti dei tecnici della NDA, quando il professar Medi, dopo un minuto di silenzio durante il quale sembrava aver riflettuto intensamente, pronunciò la sua sentenza:

« Enriched» (arricchito; ndr).

Ci guardammo l'un l'altro con l'aria di una combriccola che abbia vinto alle corse dei cavalli. Ma la risposta era incompleta e, per i gusti americani, andava motivata. Quanto doveva essere arricchito l'uranio, secondo il parere del professar Medi? Il silenzio si rifece più teso di prima. Medi volse il capo verso l'alto, mentre le sue pupille sembravano messe a fuoco su di una distanza molto maggiore, sulle nubi, che non si vedevano a causa del soffitto, e sulla Divina Provvidenza, che è lontana per definizione. Poi, in un soffio, la risposta:

«Just a bit» (un pochino; ndr).

Da teso, il silenzio si fece imbarazzato, poi gelido. Tutti si aspettavano qualcosa di più, ma il professar Medi era evidentemente arrivato allo stremo della sua compromissione. Tentai di intervenire, per giustificare le parole dell' ospite illustre:

«Come loro sanno, anche un piccolo arricchimento ... »

Ma, più lesto di me, un ingegnere della NDA colse al volo il da farsi: «Any coffee, any tea?» (caffè, tè ? ndr).

L'atmosfera si rasserenò in un baleno. Tè, caffè, coca-cola, ciascuno espresse i suoi gusti. La stanza di riunione tornò rumorosa e cicaleccia.

«Let's go, gentlemen» (andiamo, signori; ndr).

L'imposizione venne da un tizio, il cui compito consisteva nel mantenere l'«agenda» «on schedule», che non ci fossero ritardi. Si salì su di un certo numero di automobili, ed io ebbi l'onore di scortare il professor Medi. Il quale, da una cartella nera estrasse alcuni fogli dattiloscritti, mentre l'automobile navigava lentamente tra sentieri tagliati in mezzo a praticelli, che cominciavano a fiorire, cercando di non speronare le altre macchine parcheggiate lungo il percorso piuttosto angusto.

«Ho qui un lavoretto, caro Silvestri, sulla struttura dei nuclei, che mi piacerebbe sottoporle».

Avvertii la solita sensazione di disagio, che mi afferra quando mi si vuole attribuire una competenza che non ho:

«Professore, come lei sa, non sono un fisico, ma un ingegnere. Di nuclei non me ne intendo: ne so quanto basta per il mio mestiere, che è molto poco».

«Caro Silvestri, lei è troppo modesto. Comunque, è un lavoro che mi ha fatto meditare. L'armonia dell'universo, che traspare dai risultati del mio lavoro, non può essere casuale».

Non sapevo che dire e quindi gli risposi: «Capisco» .

«Non può essere casuale che i nuclei stabili siano determinabili con regole tanto semplici. Vede, se io chiamo K un parametro nucleare ... »

«Gentlemen, we are!»

La voce gioiosa dell'autista ci ricondusse alla realtà. Dovendo visitare altri laboratori, il pericolo, per il momento, era passato.

Mentre si gironzolava fra apparecchiature, tavoli, fornetti e quadri di comando, Medi mi intrattenne sulle finalità del suo viaggio negli Stati Uniti, finalità che non mi erano affatto chiare. Era il suo - mi disse un ripasso generale della situazione americana, alla fine del quale doveva operare una sintesi a beneficio dell'Euratom (alcune settimane dopo mi confermarono in quella sede che il viaggio transoceanico di Medi era stato suggerito per trovargli un'occupazione temporanea). Era dunque andato dappertutto, era stato persino in California a visitare il professor Teller, che lavorava sul problema della fusione controllata. Gli avevano fatto vedere tutto, ma non gli avevano spiegato niente.

«Sa, - mi disse Medi, - si tratta di argomenti altamente classificati. Teller mi spiegò che non poteva rispondere ai miei quesiti».

«Ma è riuscito a cavarne qualcosa?»

«Di più. Teller mi chiese se mi sarei sentito in grado di additargli, fra le tante macchine mostruose che avevo visto, cosi alla cieca, quale promettesse meglio, per risolvere il problema della fusione. Ed io, guardandomi intorno, ne indicai una. "Proprio quella!", esclamò Teller... Come ha fatto, professor Medi?"»

Medi si fermò un momento e poi, guardandomi:

«Vede, Silvestri, non si lavora vent'anni in fisica, senza acquistare una speciale sensibilità alle cose».

Memore di quanto era successo poco prima, lo ascoltavo disorientato. Forse la laurea in fisica dava una speciale sensibilità per certe cose, ma la toglieva per altre. Nel frattempo era venuto mezzogiorno. Si dovette ritornare in tutta fretta verso l'ingresso principale, perché Medi era atteso per essere prelevato dalla Vitro Engineering Corporation, che voleva dividere con la NDA il piacere di scarrozzarlo fra le meraviglie della tecnica americana.

Ed infatti a mezzogiorno in punto una grossa automobile si fermò con uno stridore di freni, mettendosi ad ondeggiare come tutte le macchine americane supermolleggiate, davanti all'ingresso della NDA. Ne uscì un piccoletto, scuro di carnagione e dai capelli crespi e neri. Era seguito da due spilungoni dal volto rincagnato, che avevan tutta l'aria di guardie del corpo. Fu con una certa delusione che appresi che si trattava del vicedirettore generale e dell'amministratore aggiunto.

«Hello! Enrico-o» disse il piccoletto, dando una cameratesca pacca sulla spalla di Medi, che oscillò per qualche istante visibilmente turbato. Mr Spector - tale era il suo nome - fece le presentazioni. Poi guardò l'orologio:

«Our schedule is quite tight (abbiamo molti impegni; ndr), dobbiamo sbrigarci».

Chiudendo Medi fra sé ed una delle «guardie del corpo», Mister Spector lo compresse nel sedile anteriore della vettura, in cui si serrarono tutti e quattro. Il piccoletto era al volante e masticava fra i denti un grosso sigaro. Grazie al servosterzo, la macchina obbedì docilmente ai suoi comandi, si mise in direzione della strada e partì come un razzo fra una nube di polvere. Qualche sassolino, morso dai pneumatici, arrivò fino alle nostre scarpe.

Era mezzanotte passata, quando Villani ed io rimettemmo piede nel nostro albergo di New York. Appena entrati nella stanza che dividevamo, il telefono cominciò a squillare.

«Hello! Silvestri».

«Qui professor Medi. Caro Silvestri, avrei piacere di vederla domani, non molto presto».

«Ai suoi ordini, professore».

«Le andrebbe bene alle cinque e cinquanta al mio albergo, al Plaza? »

«Alle cinque e cinquanta del pomeriggio? Non so se mi sarà possibile».

«No, no. Alle cinque e cinquanta del mattino. Sa, vado fino a S. Patrick e al ritorno potremmo incontrarci».

«Ma certo, benissimo!»

«A domani, allora».

«A domani, professore, e buonanotte».

Villani vide il mio volto non lieto.

«Con quel che abbiamo ancora da fare, mi telefona a mezzanotte e mezza, per darmi appuntamento fra cinque ore. Chissà mai cosa c'è di tanto urgente».

All'ora indicata ero comunque al Plaza. Stava sorgendo il sole. Medi arrivò con qualche minuto di ritardo. Aveva una faccia lievemente stravolta. Entrò subito in argomento:

«Che giornata quella di ieri, caro Silvestri! Fino alle cinque del pomeriggio mi hanno tenuto in ballo, senza darmi da mangiare, che dico, un attimo di requie. Mi hanno condotto in un posto ... in un posto ... Indian Side, mi pare ... »

«Forse Indian Point».

«Ecco, bravo, Indian Point. Mi han fatto visitare degli edifici, delle macchine. Ma che è? Lei ne sa qualcosa?»

«lndian Point, la centrale della Consolidated Edison».

«Una centrale di che cosa? Una miniera di uranio? Un impianto di trattamento chimico? Cosa diavolo? .. »

«Ma no, professore. Si tratta della centrale nucleare di Indian Point, alimentata con un reattore ad acqua in pressione ed un surriscaldatore convenzionale» .

«E che ci fanno?»

«La centrale sarà completata fra due anni. Ci faranno energia elettrica per la rete di New York».

«Capisco finalmente».

Il professar Medi, che fra venti apparati per la fusione sapeva distinguere a mosca cieca quello buono, ma, convenientemente strapazzato, confondeva una miniera di uranio con una centrale elettrica, divenne pensoso.

«Sa, - riprese dopo una pausa di riflessione, - a me piacciono i reattori omogenei».

Non sapevo cosa rispondere e quindi confermai che anche per me i reattori omogenei erano una segreta passione.

«Vede, con i reattori omogenei si può realizzare un motore nucleare a pistone, una specie di Diesel atomico. La temperatura all'interno del cilindro è altissima, ma le pareti sono quasi fredde e quindi si può ottenere un elevato rendimento, pur non cimentando il materiale strutturale».

«Alto là!, professore. Nei reattori omogenei acquosi tutto è alla stessa temperatura: pareti e massa reagente sono a 300 gradi centigradi; e più in su non si può andare per molte ragioni».

«Ma io non intendevo quel tipo di reattore. Immagini piuttosto una massa finemente miscelata di polverino di grafite e di uranio nel vuoto: si schiaccia il pistone, la massa diventa sopracritica e si espande, la reazione si spegne e il pistone torna indietro e così via».

Il polverino di carbone e di uranio «nel vuoto» mi trovava impreparato.

«Lasciamo perdere il polverino di carbone e sostituiamolo con elio. Proviamo a valutare le dimensioni del sistema. Bisogna fissare la pressione del gas: le van bene dieci atmosfere? »

«Vada per le dieci atmosfere».

Improvvisai un breve calcolo su un tovagliolo della prima colazione: «Dunque, la densità dell'elio è tanto. Ne consegue una densità di rallentamento di tot. La lunghezza di diffusione è fissata, una volta fissata la concentrazione di uranio 235. Immaginiamo una geometria cilindrica. Ne risulta un cilindro che ha un diametro di trenta metri ed un'altezza di cento. È un cilindro cento mila volte più grande del più grande cilindro Diesel che sia mai stato costruito».

Il professar Medi era perplesso e disorientato.

«Un'idea brillante, dunque, ma alquanto avanzata».

«Ha detto bene, professore: brillante, ma alquanto avanzata».

Rividi il professor Medi alcuni mesi dopo in Italia. Facevo parte di un pubblico che lo seguiva con attenzione, mentre svolgeva con la perizia di predicatore che lo distingueva, il tema da lui preferito: le connessioni fra l'atomo e Dio. Medi era infatti di una facondia assai superiore alla sua competenza in ingegneria nucleare. Ne aveva dato un saggio, per lui non nuovo, il 25 marzo 1958, celebrando in Campidoglio il primo anniversario dei trattati di Roma. Nella sua veste di vicepresidente dell'Euratom sostituiva l'assente presidente, il «sapiente» Louis Armand, forse designato all' alta carica per il prestigio conquistato col «Rapporto dei Tre Saggi». In quei giorni, disse Medi, Armand era indisposto «per il troppo entusiastico lavoro».

«La politica, - esordì poi, - prende oggi una concretezza nuova uscendo dal periodo degli ideali non realizzati: oggi parliamo di acciaio, di risorse comuni, di molecole e di atomi. Solo trenta anni fa chi conosceva l'atomo?»

Ed Enrico Medi così rispondeva a se stesso:

«Forse appena lo studente liceale, al quale tuttavia era insegnato che l'atomo era indivisibile (quindi sterile, inutile, perché chi non ha la potenza di morire, non ha neppure quella di vivere e di produrre): oggi tutti sanno cosa sia l'atomo, tutti, anche i bambini...»

La conferenza cui assistevo riprendeva dunque il tema dell'atomo, che, come Medi aveva detto alcuni mesi prima, anche i bambini conoscono. E:

«Pensate, - diceva con voce chiara e suadente, - pensate quali meraviglie la Divina Provvidenza opera, senza che noi neppure ce ne accorgiamo: le molecole d'aria, le molecole di ossigeno e di azoto che noi respiriamo, quelle stesse molecole le ha respirate duemila anni fa Gesù Cristo ... »

La presa emotiva di Medi sul pubblico era incredibile.

«Che scienziato, che scienziato!» (non vi ricorda Zichichi ? ndr)

Una vecchietta davanti a me si rivolgeva al marito. Nel pronunziare queste parole la sua voce era divenuta stridula per la commozione. Agitava la mano destra parallelamente alla guancia, con la palma tesa e le dita aperte, ed aveva gli occhi lucidi. Il consorte conteneva l'emozione, ma col capo accennava che si, che anch'egli era turbato. Il conferenziere intanto procedeva inarrestabile:

«Quale armonia, quale ordine divino nei petali di un fiore, nelle oscillazioni armoniche dell'acqua di uno stagno, nelle orbite che gli elettroni descrivono intorno al nucleo, nei protoni e nei neutroni. Pensate alla divina armonia di un' equazione differenziale ... »

A quest'uomo il governo italiano ha affidato per sette anni - finché non diede spontaneamente le dimissioni - la vicepresidenza dell'Euratom. Quest'uomo il governo italiano, anzi i governi italiani succedutisi dal 1958 al 1965 hanno designato quale contributo umano dell'Italia al più alto livello in seno alla Comunità europea per l'energia atomica. E quando lo dovettero sostituire gli diedero a successore il professor Carrelli, già presidente della RAI-Tv, che in fatto di ingegneria nucleare era un po' meno competente di Enrico Medi, ma che rimase impavido al suo posto fino alla fusione degli esecutivi  divenuta operante a partire dalla metà del 1967.

Medi e Carrelli erano simpatizzanti democristiani, caratteristica importante, ma non qualificante. Entrambi erano professori di fisica,  titolo che non li rendeva più adatti al loro compito di quanto una laurea in biologia possa fare di un individuo un esperto chirurgo del cervello. Al medesimo tipo di fallimento andrei incontro io stesso, se mi venisse affidata l'organizzazione e la responsabilità di un grande laboratorio specializzato nella fisica delle alte energie. L'aver dato loro una così grande responsabilità costò all'Italia parecchi miliardi ed una grave perdita di prestigio.

Tratto da  Mario Silvestri - Il costo della menzogna.
Italia nucleare 1945-1967  - Einaudi 1968 (pagg. 177-185).

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(*) Mario Silvestri (1919-1994) è stato professore di impianti nucleari al Politecnico di Milano, ha diretto impegnativi programmi di ricerca e sviluppo nel campo dello sfruttamento dell'energia nucleare ed è stato uno dei massimi esperti energetici nel nostro paese.

[...] Alla Edison, dove era stato assunto come impiegato, gli fu chiesto di studiare il funzionamento della bomba nucleare lanciata su Hiroshima il 6 agosto ’45. Dopo sei mesi di intense ricerche e conversazioni con gli amici dell'Istituto di Fisica, Giorgio Salvini e Carlo Salvetti, e con il loro maestro Giuseppe Bolla, poté consultare il “Rapporto Smith”, il libro bianco americano sul programma nucleare militare (il celebre “progetto Manhattan”), che il prof. Edoardo Amaldi aveva ottenuto negli Stati Uniti e distribuito ai colleghi italiani.”
C’era materia per discutere: la fissione nucleare poteva rappresentare una nuova fonte di energia. Mi assunsi l’impegno di portare il problema all’ attenzione della Edison”, ricordava Silvestri.
Qui trovò ascolto, soprattutto da parte dell’ ingegnere De Biasi, attento alle novità. “Ma tutti eravamo convinti dell’ enormità dell’impresa, anche limitata al solo obiettivo di riprodurre la reazione a catena autosostenentesi, che Enrico Fermi aveva realizzato a Chicago il 2 dicembre 1942”. De Biasi cointeressò l’ Adriatica di Elettricità, la Fiat, la Falck, persino la nemica Montecatini, e successivamente la Pirelli.
Nel novembre ’46 queste Società fondarono il Cise di Segrate, con lo scopo di svolgere studi ed acquisire esperienze nel campo dell’ energia nucleare; il ventisettenne Silvestri figurava tra gli “scienziati promotori” dell’ iniziativa (era stato proprio lui a convincere gli industriali elettrici a scommettere sul nucleare).
Al Cise sviluppò studi, che ottennero poi riconoscimenti internazionali, in particolare sulla separazione isotopica (degli isotopi dell’idrogeno e dell’ossigeno), ed elaborò i presupposti per la realizzazione di un reattore nucleare di concezione italiana, il CIRENE ( CIse REattore a NEbbia): una macchina alimentata con uranio naturale, moderata con acqua pesante e refrigerata con acqua naturale in cambiamento di fase, fluente entro tubi in pressione. All’inizio del ’53, raccontava Silvestri
, “lo Stato si accorse che esisteva l’energia nucleare, che esisteva il Cise e che doveva occuparsi della materia.
Lo fece cercando di monopolizzare tutto, di demolire il Cise dal di dentro, comprando i suoi tecnici dal di fuori, e per un pelo non ci riuscì”.
Fortunatamente la Comunità europea finanziò il progetto Cirene nelle sue esigenze essenziali di ricerca, poi anche il Comitato Nazionale dell’ Energia Nucleare lo accettò come asse portante del programma di ricerca italiano.
La messa in esercizio sperimentale del prototipo di reattore fu però bloccata nel 1987 a seguito del referendum nazionale sull’ energia nucleare, e una prematura fine, per la stessa ragione, fece la centrale “Enrico Fermi” di Trino Vercellese, che pure era stata realizzata con grande concorso di Silvestri. Nel frattempo egli aveva svolto un’ intensa attività accademica: aveva organizzato, con il prof. Bolla, il primo corso di laurea in Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano, a cui diede un impulso fondamentale, divenendo titolare dal 1961 della cattedra di impianti nucleari; aveva diretto poi l’Istituto di Fisica Tecnica, ricoprendone la cattedra, e nel 1980 ricoperto per primi in Italia la cattedra di Energetica, da lui stesso concepita e tenuta fino al 1989.
Eletto presidente del Comitato Tecnologico del Cnr, ricoprì l’ incarico per due legislature (1972-1982) e ciò gli consentì, tra l’altro, di ideare e dirigere nella fase iniziale il progetto finalizzato “Energetica”, che nell’ arco di dieci anni sviluppò ricerche su tutti gli aspetti della produzione ed utilizzo dell’ energia.
Fra i campi di studio ai quali Silvestri ha apportato un c o n t r i b u t o fondamentale ricordiamo la sopraccennata separazione isotopica e l’ideazione del reattore Cirene; da quella concezione seguirono molti lavori originali, che egli condusse con un numero crescente di allievi, sul trasporto di massa e calore, sulla termoidraulica dei deflussi bifase (in particolare sul flusso bifase ascendente, specialmente in quel regime che venne definito anulare-disperso), sullo sviluppo delle celle a combustibile. [...]

www.giornaleingegnere.it/num_17-2004/articolo.htm


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