L'articolo che segue è molto chiaro. Voglio solo sottolineare l'importanza dell'innovazione che si fonda essenzialmente sulla ricerca scientifica e l'applicazione di nuove tecnologie. Per fare ciò occorre saper guardare lontano e non nel pollaio del proprio orto. Occorre investire e non chiacchierare o sperperare in modo clientelare. En passant va detto che la mortificazione dei nostri ricercatori, veramente molto bravi, il loro essere gettati via come scorie che altri Paesi sono felici di utilizzare, è un fatto criminale nei loro riguardi prima che per l'intero sistema Paese. Ma a chi le dico queste cose se la nostra classe politica è vecchia, ottusa e molto ignorante?
Roberto Renzetti
IL BOOM ECONOMICO DELLA GERMANIA GRAZIE AL SINCROTRONE
MARCELLO DE CECCO
(Da Repubblica, Affari & Finanza dell' 11
giugno 2007)
Due notizie hanno occupato nei giorni scorsi lo scarso spazio che i giornali
italiani dedicano a quel che accade nel resto d'Europa, quando si tratta di
economia e non di quella "politica pura" che tanto pare piacerci e assorbirci.
La prima è l'aumento del tasso di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea,
ultimo di una serie che, a detta degli stessi banchieri centrali europei, è
destinata a continuare. Il motivo della decisione è semplice: l'economia
europea, e in particolare una componente cruciale di essa, l'economia tedesca,
si espande ormai da due anni a un tasso che rasenta il 3% e che si prevede
durerà anche nel 2008. Per l'economia tedesca, la crescita è del 50% superiore a
quella prevista. E il 2% è anche il tasso di crescita che secondo la Bce
garantisce che i prezzi al consumo crescano anch' essi in Europa al 2%, che è il
tasso massimo di inflazione che la Bce si è assegnato come obiettivo per la sua
azione di politica monetaria. I banchieri di Francoforte stimano l'inflazione
europea attuale attorno al 2.9%, ne prevedono la durata nel futuro prossimo e
dunque ritengono che anch' essa debba scendere al 2% .
Si propongono quindi di ridurre con la loro azione il tasso di espansione della
massa monetaria e di quella del credito in Europa, che è attualmente del 10%.
Nel loro statuto, il Trattato di Maastricht, infatti: è scritto che il tasso di
inflazione dipende dalla espansione monetaria, un vero trionfo per le teorie di
Milton Friedman [l'economista che ha ispirato Pinochet ed ha portato al disastro
economico il Cile, NDR]. Essi si comportano dunque rispettando il proprio
statuto e sperando che innanzi tutto la loro azione porti alla diminuzione della
espansione monetaria e creditizia, e che questa agisca sul tasso di inflazione
nella misura voluta, senza innescare fenomeni recessivi nell'economia europea.
Invece di soffermarci ulteriormente a discettare sull' attendibilità della
teoria monetarista scritta nel trattato di Maastricht e applicata dalla Bce
nella sua azione, perché lo facciamo ormai da quando lo stesso trattato divenne
in pratica la costituzione dell'Europa, occupiamoci della seconda notizia.
Questa, che per il rilievo che le è stato dato in Italia dovrebbe essere una
notiziola, serve invece a dare la via di una risposta persuasiva alla vera
domanda che bisogna porsi in relazione all'intera vicenda della decisione della
Bce di mercoledì scorso: come è possibile che la Germania sia resuscitata e si
sia rimessa a correre, a tassi che non si vedevano ormai da più di un decennio?
La Germania era, infatti, considerata ormai un "caso terminale" dalla gran parte
dei superciliosi osservatori anglo-americani e dai loro scimmiotti nostrani, per
la obsoleta struttura della sua economia e per la illiberale e corporativa anima
della sua politica economica, per il suo insistere nella produzione di beni di
investimento (mentre al suo livello di reddito avrebbe dovuto specializzarsi,
come gli anglo americani, nelle produzioni immateriali dei servizi ad elevato
valore aggiunto), per la decrepitezza e chiusura del suo sistema bancario, dove
il pubblico prevale sul privato e la trasparenza e la concorrenza sono parole
tabù, per le sue complicate relazioni sindacali, per l'elevatezza delle sue
indennità di disoccupazione, per la generosità del suo sistema previdenziale e
assistenziale.
Ma veniamo alla notizia: ad Amburgo, con il contributo essenziale delle autorità
regionali e federali, si è deciso di costruire un gigantesco sincrotrone, un
tunnel di tre chilometri nel quale saranno sparati raggi laser di tipo
particolare, adatti ad essere usati per lo sviluppo delle nanotecnologie in
settori di immediata e corposa rilevanza industriale. L'iniziativa è
internazionale, ad essa partecipano istituzioni di ogni paese scientificamente
rilevante. La dirigerà un italiano, laureato in fisica all'Università di Roma
"la Sapienza" ma occupato ormai da decenni nei laboratori tedeschi, dopo il
tradizionale tirocinio americano. Lo hanno "rubato"
al sincrotrone di Trieste, ma non c'è problema, perché grazie a Dio del suo
calibro la nostra scuola di fisica ne può offrire anche altri che lavorano per
quattro soldi nelle nostre istituzioni di ricerca o sparsi per il mondo a
guadagnarsi il pane col proprio cervello. L'investimento costa più di un
miliardo di euro, e sarà per il 75% affrontato dai tedeschi.
Questo è l'aspetto che ci interessa: esso non è che un episodio della vera e
propria ricostruzione del patrimonio scientifico che sta avendo luogo in
Germania da più di un decennio. Molti altri potrebbero citarsi, come l'enorme
impulso dato alle biotecnologie e allo sviluppo della rete degli istituti
Kaunhofer che, in tutta la Germania, perseguono l'obiettivo di collegare scienza
e innovazione industriale, senza sacrificare la scienza pura, che si fa nel
grande sistema degli istituti Max Planck.
Tutto questo accade mentre i prefati guru anglo-americani e i loro scimmiotti
nostrani dicono peste e corna della "politica industriale". Ma è solo grazie ad
un deciso intervento delle autorità pubbliche, d'accordo e in collaborazione con
la leadership industriale del paese, che la Germania sta compiendo, a modo suo,
e cioè silenziosamente e gradualmente, ma inesorabilmente, quell'adeguamento
della sua gigantesca struttura industriale alle innovazioni scientifiche degli
ultimi decenni.
La nuova politica industriale tedesca ha coinvolto l'intera classe dirigente del
paese a partire dalla riunificazione del 1990. Elemento importante di essa è
anche la delocalizzazione delle fasi meno intensive di ricerca e più intensive
di lavoro a basso contenuto tecnico, delle produzioni industriali tedesche, nei
paesi della Mittel Europa. Si è riprodotto quindi uno spazio industriale
supernazionale che rassomiglia molto a quello che si era creato tra il 1870 e il
1914. Oggi è ancor più integrato con l'economia tedesca di quanto fosse allora,
grazie alla disponibilità di trasporti, comunicazioni e tecnologie informatiche.
Questa delocalizzazione ha permesso una permanenza della Germania in settori
industriali dai quali avrebbe dovuto altrimenti uscire, ma ha creato una massa
di disoccupati che ha premuto e ancora preme sui salari e fa sì che il ritorno
ad alti tassi di crescita avvenga tramite lo sviluppo degli investimenti e in
particolare delle esportazioni, e non per l'incremento dei consumi, che restano
invece fortemente sacrificati in Germania.
Ma la permanenza nelle industrie che avrebbero altrimenti dovuto abbandonare ha
dato ai tedeschi la possibilità di porsi al livello più tecnologicamente elevato
delle stesse industrie, e di battere la concorrenza non sui prezzi ma sulla
qualità.
Nessuno dei settori dove essi erano tradizionalmente forti è stato abbandonato.
Ed è stato così che i tedeschi hanno potuto sfruttare al massimo la domanda di
beni di investimento e di beni di consumo di alta gamma che hanno espresso ed
esprimono sia i loro clienti tradizionali, gli altri paesi europei e quelli
anglosassoni, sia i nuovi protagonisti dell' economia mondiale, la Cina,
l'India, la Russia, il Brasile, oltre ai produttori di petrolio di tutto il
mondo. Il caso delle automobili è forse il più noto. Ma quelli più rilevanti
riguardano i macchinari di ogni genere, la chimica fine; gli acciai speciali, l'
elettromeccanica.
Allo stesso tempo, i tedeschi hanno portato avanti la loro silenziosa
rivoluzione, che consiste nell'applicare l'informatica ai beni di investimento,
e di trovarsi sulla frontiera nei settori veramente nuovi mediante massicci
investimenti in ricerca.
Tutto questo mentre si rinnovava completamente, con una spesa di oltre cento
miliardi di euro l'anno, ormai da più di quindici anni, la infrastruttura e la
struttura economica dei territori dell'ex Repubblica Democratica Tedesca,
concedendo agli anziani e ai disoccupati dei nuovi laender quasi la stessa
previdenza e assistenza concessa agli altri tedeschi. E sono tra le più generose
del mondo .
I lavoratori anziani della Germania hanno conosciuto un decennio di traumi,
dalla disoccupazione alla diminuzione nel welfare, ma una cosa va sottolineata
con la massima forza: nei laender occidentali essi hanno visto che i loro figli
hanno continuato ad avere il tasso di occupazione più alto, e il tasso di
disoccupazione più basso, dell'intera Europa dei grandi paesi. Li si confronti
con quelli della Francia e dell'Italia, ad esempio. E si confrontino anche i
salari tedeschi con quelli italiani o anche francesi, a parità di potere
d'acquisto.
Il ritorno alla crescita rapida in Germania ha dunque basi solide, perché si
fonda sulla rispondenza dell' offerta industriale tedesca alla domanda dei
produttori e consumatori del resto del mondo, e sul ritorno delle industrie
tedesche agli investimenti in patria. C'è anche un altro elemento positivo, che
di solito si trascura, a distinguere la Germania dal resto del mondo, a
eccezione del Giappone: l' inesistenza di una bolla speculativa immobiliare.
Poiché se ne era verificata una, poderosa, dopo la riunificazione, il successivo
quindicennio è servito ai tedeschi a digerirla (con qualche sacrificio, come la
vendita di una della banche maggiormente coinvolte nella bolla a Unicredito). Il
sistema bancario tedesco è quindi più libero di altri dalle preoccupazioni
inerenti la bolla attuale.
Non manca qualche nuvola, in questa storia di successo, che comprende anche il
ritorno della finanza pubblica tedesca all'equilibrio. Le nuvole sono quelle
tipiche di un episodio di crescita legato alle esportazioni e agli investimenti
fissi privati. Le esportazioni dipendono da eventi che sono in buona parte al di
fuori della sfera decisionale delle autorità tedesche. Gli investimenti fissi
privati, assai più dei consumi, si muovono insieme a quelli del resto del mondo
e hanno anche maggiore volatilità dei consumi.
Questi sono i problemi dell' economia tedesca da più di un secolo: perché da
tanto dura il modello di sviluppo introdotto dai prussiani dopo il 1870 e
arrivato fino ad oggi, basato su esportazioni, investimenti e cultura. E' un
modello rischioso perché dipende quasi completamente dal resto del mondo. Ed è
quindi naturale che esso detti formule dichiaratamente mercantiliste alla
politica economica tedesca. La più nota di esse è la condotta della politica
monetaria volta a far da chiglia di stabilità ai comportamenti di industriali e
sindacati e alla finanza pubblica. La banca centrale guarda alla competitività
internazionale della Germania e mira a preservarla frenando le spinte inflattive
prima che si manifestino. Interviene per smorzare gli incrementi salariali
eccessivi e moderare la finanza pubblica. Si sostituisce al mercato in tale
funzione, a evitare gli eccessi che dal
funzionamento del mercato possano derivare.
Lo so, sono tutte bestemmie alle orecchie dei fondamentalisti anglo-americani e
dei loro scimmiotti nostrani.
Ma, almeno in Germania e almeno il più delle volte, funzionano. E la prova è che
hanno ricominciato a funzionare anche dopo il terremoto della riunificazione.
Ora i tedeschi vorrebbero esportare il loro metodo anche nel resto d'Europa. In
Spagna pare che ci siano riusciti. E probabilmente ci riusciranno anche in
Francia. Non credo sarà possibile in Italia, dove si oscilla tra Harvard e
l'Argentina.
Resta il problema della dipendenza del modello tedesco dalla domanda estera. Può
funzionare per un'area economica come quella dell'Europa dei venticinque, che
conta 420 milioni di abitanti? Non si richiederebbe alla classe dirigente di
tale area una politica economica che consciamente ponesse la regolazione della
domanda interna a obiettivo primario del proprio agire?