FISICA/MENTE

 

ENERGIA E AMBIENTE  

Da  www.lavoce.info  12-12-2006
 

Dalla mitigazione all'adattamento

Francesco Bosello
 

La percezione del problema costituito dall’esistenza di una influenza umana sul cambiamento climatico e della possibilità che questo possa originare conseguenze negative, se non catastrofiche, per molti aspetti della nostra esistenza, è sempre più acuta nell’opinione pubblica. Ciò richiede risposte adeguate e tempestive sia da parte della comunità scientifica che da quella dei decisori politici.
La ratifica del protocollo di Kyoto del 1997, avvenuta dopo lunghe e complesse negoziazioni solo nel 2004, comporta l’impegno cogente assunto dalla maggior parte dei paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra del 5 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel periodo 2008-2012. Tuttavia, presenta altri aspetti altamente problematici. Anzitutto, investe solo un periodo limitato di tempo, il "post – 2012" non è ancora stato definito con chiarezza; prevede una riduzione delle emissioni che sebbene giudicata un "primo passo nella giusta direzione", rimane comunque largamente insufficiente a limitare in modo consistente il cambiamento climatico; non coinvolge i paesi in via di sviluppo in un sostanziale sforzo di abbattimento; infine ha "perso per strada" importanti paesi industrializzati come gli Stati Uniti e l’Australia, attualmente ritiratisi dalle negoziazioni.

Perché ridurre le emissioni è così difficile

Come mai tante difficoltà? Essenzialmente le politiche di mitigazione, cioè quelle mirate a ridurre le emissioni di gas serra, vengono giudicate troppo costose.
Sebbene per i paesi sviluppati molti studi stimino i costi di Kyoto in pochi decimi di percentuale del Pil (1), si teme comunque la penalizzazione potenzialmente indotta sui settori energetico e industriale, o in generale sui prodotti esportati, che potrebbero divenire meno competitivi se gravati da tasse ambientali applicate unilateralmente. Per i paesi in via di sviluppo, invece, il pericolo è di vedere compromesse le possibilità di crescita nel momento in cui le loro economie dovessero farsi carico di addizionali costi imposti dall’abbattimento; soprattutto alla luce del fatto che storicamente meno hanno contribuito ad aumentare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera.
Altri due elementi rendono poi poco appetibile politicamente la mitigazione. Anzitutto, ha un’efficacia di lungo periodo. Le forze inerziali del sistema climatico impongono lunghe transizioni (decine di anni) perché le minori emissioni di gas serra si trasformino effettivamente in riduzioni dell’innalzamento della temperatura terrestre. Pertanto, i costi di mitigazione sostenuti oggi daranno i loro frutti solo in un lontano futuro. Inoltre la riduzione delle emissioni ha la natura di bene pubblico puro: i suoi costi gravano specificamente su chi la attua, ma tutti poi possono godere dei benefici derivanti dalla riduzione della temperatura. Questo crea un incentivo a lasciar agire gli altri e beneficiare dei loro sforzi senza sopportare alcun costo (free riding).

Dalla mitigazione all’adattamento

Per le crescenti difficoltà connesse alla concreta applicazione delle strategie di mitigazione, recentemente, sia in ambito scientifico che politico, è aumentato in modo consistente l’interesse per le strategie di adattamento. Possono essere definite come tutti quegli interventi, attuabili in modo preventivo o reattivo, volti a ridurre l’entità del danno qualora l’evento dannoso si manifesti.
Che vantaggi offre l’adattamento rispetto alla mitigazione? Anzitutto, la sua efficacia è molto più immediata. Adattarsi significa agire sugli effetti del cambiamento climatico, direttamente sul "danno che si manifesta" e non sulle sue cause. Non c’è quindi soggezione alle inerzie del sistema climatico. È poi più tangibile: la differenza tra la situazione di adattamento e quella di non adattamento è di facile percezione. Inoltre, i suoi benefici ricadono direttamente e prevalentemente su chi ne sopporta i costi. Ad esempio, se una comunità costiera sostiene i costi di un intervento di protezione dall’innalzamento del livello del mare, è anche la prima a goderne i benefici. Questo riduce grandemente il problema del free riding e incentiva all’impegno diretto.
C’è infine un quarto elemento estremamente concreto che porta a considerare l’adattamento come ineludibile. Anche ipotizzando che dall’oggi al domani fossero implementate politiche di mitigazione estremamente più aggressive rispetto a quelle di Kyoto, queste sarebbero capaci di ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera solo nel lungo periodo. Che di fatto aumenterebbe comunque almeno fino alla seconda metà del secolo. E nel frattempo noi resteremo esposti alle variazioni climatiche in atto.

I costi dell’adattamento

Ma quanto costano le politiche di adattamento? Purtroppo questo è un campo circondato dalla massima incertezza. Anzitutto non esiste "una" politica di adattamento, ma un vastissimo ventaglio di strategie che possono rientrare in tale categoria. Si va, per esempio, dalle opere di difesa costiera, alle politiche di vaccinazione o prevenzione di determinate malattie correlabili alle variazioni climatiche; dal ricorso alle assicurazioni contro gli eventi climatici estremi ai sistemi di previsione di medio termine dell’andamento delle produttività agricole che aiutano l’agricoltore a scegliere il timing ottimale di semina e raccolta.
A complicare il quadro si aggiunga che una stessa strategia di adattamento, prendiamo sempre ad esempio la protezione costiera, può assumere forme completamente diverse (dighe, ripascimento spiagge, desalinizzazione, eccetera) in base a caratteristiche morfologiche, ambientali, ma anche economiche, sociali e istituzionali del luogo in cui viene realizzata.
Non mancano comunque tentativi di quantificazione. Volendo riassumere differenti ricerche si può per esempio stimare che nel caso di 1°C di aumento della temperatura media mondiale da qui al 2050, i costi imposti da un adattamento totale ad alcune importanti categorie di impatto climatico come l’innalzamento del livello del mare (attraverso la protezione costiera), le variazioni nello stato di salute (attraverso prevenzione e cura), le variazioni di temperatura negli ambienti di lavoro e domestici (cambiamento nelle modalità riscaldamento-condizionamento) ed eventuali migrazioni (costi di ricollocamento) ammonterebbero a un totale 0,16 per cento del Pil mondiale nel 2050, nettamente inferiore ai danni evitati. In un contesto diverso, quello di determinare il grado di adattamento ottimale valutandone costi e benefici, altri studi stimano conveniente una spesa di circa lo 0,8 per cento del Pil mondiale da qui al 2100: potrebbe ridurre il danno climatico nello stesso periodo del 50 per cento. Ottenere lo stesso risultato ricorrendo alla mitigazione comporterebbe invece una spesa superiore del 40 per cento. (2)
Insomma, sebbene altamente speculative, tutte queste ricerche evidenziano come l’adattamento sia una strategia relativamente a basso costo per contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico. soprattutto, appare più efficace e quindi preferibile alla mitigazione.

Solo adattamento?

Possiamo a questo punto concludere che debba soppiantare completamente la mitigazione? In realtà no. Anzitutto la capacità di adattamento di qualsiasi sistema, compreso quello socio-economico, ha dei limiti fisiologici. È quindi ragionevole supporre che ci sia una "quota" di danno, soprattutto quella potenzialmente derivante da eventi catastrofici, alla quale non ci si possa adattare. In questi casi, è pertanto necessario evitare di provocare il danno tout-court tramite la mitigazione.
In secondo luogo, la mitigazione offre per sua natura una soluzione permanente e complessiva al problema climatico, mentre l’adattamento è un "tampone" a "danni specifici" che può rivelarsi nel lungo periodo inadeguato, insufficiente o addirittura controproducente.
Infine, proprio per la natura locale e specifica delle strategie di adattamento, potrebbe essere difficile giungere a un loro coordinamento e finanziamento internazionale e quindi al loro concreto e diffuso inserimento nel complesso processo delle negoziazioni sul clima. Il problema è di particolare rilevanza per i paesi in via di sviluppo: sono maggiormente colpiti dagli effetti del cambiamento climatico, necessitano quindi di maggiori interventi di adattamento, ma avendo scarsità di risorse da destinarvi, dipendono dal sostegno internazionale.
Per tutti questi motivi è opportuno integrare nel modo più efficace ed efficiente mitigazione e adattamento che offrono due soluzioni diverse, ma complementari allo stesso problema.

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(1)
Si veda ad esempio: Buchner, B., Carraro, C. e I. Cersosimo (2001), "On the Consequences of the USA Withdrawal From the Kyoto/Bonn Protocol", FEEM Note di Lavoro, 102.01.
(2) Per questi dati e per quelli precedenti vedi Bosello, F. (2005), "Adaptation, Mitigation and "Green" R&D: Alternative Cures to Global Climate Change? Insights From an Empirical Integrated Assessment Exercise" PhD Dissertation thesis.


 


 

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