FISICA/MENTE

ENERGIA E AMBIENTE  

Da  www.lavoce.info  12-12-2006


Il rapporto Stern tra allarmi e allarmismi

Marzio Galeotti Alessandro Lanza
 

Si allunga, tra i membri della comunità scientifica, l’elenco di chi ritiene che creare continuo allarmismo circa il riscaldamento globale rischi di finire per danneggiare la causa.
Il punto centrale è che rispetto a un fenomeno così pervasivo come il cambiamento climatico, dove le cause naturali si intrecciano con quelle antropogeniche, in cui gli effetti sono difficili da prefigurare sia per i tempi che per le conseguenze, dove vi sono possibilità ancora non adeguatamente comprese di adattamento a mutate condizioni, il fattore incertezza regna sovrano.

 

Il messaggio del rapporto Stern

 

Guardiamo al grande clamore che la divulgazione del rapporto Stern ha provocato a livello mondiale. (1) L’immaginario collettivo è sicuramente stato colpito da affermazioni come quella secondo cui gli effetti dei cambiamenti climatici in questo e nel prossimo secolo rischiano di sconvolgere l’attività economica e sociale in misura paragonabile alle grandi guerre e alla grande depressione degli anni Venti. O, ancora: nella prima metà del prossimo secolo vi sono il 50 per cento di possibilità che l’incremento della temperatura superi i cinque gradi centigradi, lo stesso aumento che oggi si registra rispetto all’ultima glaciazione.
Lo studio si distingue per ampiezza, finalità e raccomandazioni per l’attuazione di politiche energetiche e ambientali. E tra queste propone: 1) l’uso di strumenti di mercato per internalizzare il prezzo dei gas serra e definirne un prezzo internazionale; 2) l’accelerazione dello sviluppo e della diffusione di tecnologie a basso contenuto di carbonio; 3) l’implementazione di strategie di adattamento; 4) forti istituzioni internazionali e impegno per ottenere la stabilizzazione delle concentrazioni.
La conclusione centrale si può così riassumere. Un esame, approfondito, il più possibile esaustivo e aggiornato del fenomeno suggerisce che dovremmo procedere subito alla riduzione delle emissioni di gas-serra. Questo perché il non fare nulla costerebbe tra il 5 e il 20 per cento del Pil mondiale adesso, mentre intraprendere un’azione decisa e subito costerebbe solo l’1 per cento.
Questi numeri hanno fatto molto discutere, attirato molte critiche e suscitato perplessità. (2) I costi in particolare sono parsi agli economisti del clima esagerati, anche se Nicholas Stern si dice convinto che proprio tale costo sia più elevato di quanto accertato finora. Cruciale è allora capire da dove provengono questi numeri e come si confrontano con i benefici presunti dell’azione di mitigazione.

 

Tre punti critici

 

Il primo punto riguarda il tasso di sconto utilizzato nel rapporto. Le stime del danno appaiono elevatissime. Il risultato è dovuto al fatto che il rapporto utilizza un tasso di sconto vicino allo zero – pari allo 0,1 per cento – per valutare con il metro di oggi i danni del clima nel lontano futuro. Se il tasso è zero, i danni futuri valgono quanto quelli di oggi. Da questa valutazione grandemente amplificata scaturisce la conclusione della necessità di drastici interventi oggi. Due qualificazioni vanno però aggiunte: la prima è che non si tratta di un tasso che sconta il valore di beni e la moneta, bensì l’utilità o benessere delle future generazioni, le quali quindi nel distante futuro sono trattate dal rapporto in maniera uguale a quelle attuali. (3) La seconda è che, nonostante una certa confusione, il costo del clima di cui parla il rapporto è valutato pari a l’"equivalent of a 20 per cent cut in per-capita consumption, now and forever". Ma "adesso" non significa "oggi". Grossomodo il rapporto intende l’equivalente certo della perdita di consumo medio annuo da adesso nel futuro infinito. E la perdita di consumo adesso nel senso di oggi è praticamente zero. D’altra parte, il "per sempre" implica che la società non si abituerà mai alle temperature più elevate, alle mutate precipitazioni, ai più alti livelli dei mari. Questa visione dell’ingegno umano è alquanto riduttiva e contraddice l’evidenza in materia di progresso tecnologico, adattamento ed evoluzione.
Il secondo rilievo riguarda la valutazione degli impatti dei cambiamenti del clima e la conseguente stima del danno. Se questi sono elevati, l’analisi costi-benefici effettuata dal rapporto pende a favore dell’intervento ampio e immediato, a parità di costi di mitigazione. Ebbene, uno dei massimi esperti di analisi degli impatti – Richard S.J. Tol dell’università di Amburgo – nota come in tema di risorse idriche, cibo, salute, disastri naturali, assicurazioni, il rapporto Stern selezioni sistematicamente gli studi più pessimistici della letteratura. In sostanza, le stime riportate provengono da studi, alcuni dei quali altamente speculativi, che le distorcono verso l’alto. Mentre William D. Nordhaus dell’università di Yale, forse il più illustre economista del clima, nota che tali valutazioni diventano poco attendibili, soprattutto dopo il 2100.
Le valutazioni degli impatti intervengono quando il rapporto deve quantificare la famosa perdita del 20 per cento. Vengono considerate tre possibilità: un caso "base" che tiene conto della possibilità di eventi catastrofici, un caso di elevata sensibilità al clima, e un ultimo caso in cui si aggiungono i costi di effetti "non di mercato" come l’impatto sulla salute umana. A quest’ultimo viene infine aggiunta una valutazione soggettiva della maggiorazione di costo che le regioni povere del pianeta devono subire. Mettendo insieme questi casi si arriva alla tabella 1 qui sotto, che mostra come una valutazione media del 5 per cento sale al 6,9, quindi al 14,4 e infine al 20 per cento inglobando l’effetto paesi poveri. Poiché sono effetti che si fanno sentire anche e soprattutto in futuro, diciamo nel 2200, si rammenta il ruolo di un tasso di sconto vicinissimo allo zero. La maggior parte degli esperti della materia, per esempio Nordhaus, utilizza tassi pari al 3 per cento. La tabella illustra cosa succede ai calcoli se alziamo progressivamente il tasso: i costi si riducono e le conclusioni centrali del rapporto evaporano.
L’ultima osservazione è di natura più metodologica. Le stime degli impatti pubblicate nel rapporto sono tutte generate attraverso una serie di simulazioni effettuate con uno specifico modello di valutazione integrata – si chiama Page2002 – che per struttura è simile ad altri utilizzati in letteratura. (4) Le varie simulazioni del modello danno luogo a una distribuzione delle stime del danno e in tabella riportiamo il quinto e il novantacinquesimo percentile. L’ampiezza dei valori dà conto della robustezza dei risultati. Il fatto più rilevante, tuttavia, è che l’impiego di un singolo modello ha il vantaggio della semplicità espositiva, ma implica una certa debolezza di risultati. Tanto più se il modello appare assumere l’indipendenza della vulnerabilità ai cambiamenti del clima dallo sviluppo economico, o se il rapporto non descrive in dettaglio l’ipotizzato scenario di emissioni dal 2100 al 2200 né come sono modellati i costi "non di mercato".
Il rapporto Stern costituisce un documento estremamente utile in quanto assai più aggiornato dell’ultima versione ufficiale del rapporto del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), il Third Assessment Report che risale ormai al 2001 (il quarto dovrebbe uscire nel 2007). Ma come ogni rapporto governativo non è soggetto ad alcuna valutazione di esperti indipendenti sui metodi e sulle ipotesi. Se da un lato significativamente espande l’ambito entro cui le stime del costo dei cambiamenti climatici vanno valutate – come emerge dal confronto della figura 1 pubblicata nel rapporto Stern che aggiorna la famosa figura del rapporto Ipcc qui riprodotta come figura 2 –, dall’altro arriva a conclusioni che non dipendono da significativi progressi sul fronte della teoria economica, della scienza o della modellistica. Dipendono essenzialmente da particolari ipotesi su un parametro fondamentale dell’analisi, il tasso di sconto. Per dirla con Richard Tol, il rapporto va abbandonato perché inutilmente allarmistico; per dirla con William Nordhaus, le domande centrali della politica del clima – quanto, quanto velocemente e quanto costosamente – rimangono aperte.

 


(1)
Il rapporto Stern è scaricabile all’indirizzo
www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/stern_review_report.cfm.
(2) Tra le più significative critiche al rapporto Stern segnaliamo: Stephane Hallegatte, "Comments on the Stern review and its assessment of the economic cost of climate change" (http://blog.european-climate-forum.net/); Bjorn Lomborg, "Stern Review: the dodgy numbers behind the latest warming scare" (http://www.opinionjournal.com/extra/?id=110009182); William D. Nordhaus, "The ‘Stern Review’ on the Economics of Climate Change", National Bureau of Economic Research working paper n. 12741 (dicembre 2006); Richard S.J. Tol, "The Stern Review of the economics of climate change: a comment" (http://blog.european-climate-forum.net/); Richard S.J. Tol, "Why Worry about Climate Change’ A Research Agenda", Fondazione Eni Enrico Mattei working paper n. 136.2006 (novembre 2006); Gary Yohe, "Some thoughts on the damage estimates presented in the Stern Review – An Editorial, The Integrated Assessment Journal, 6 (2006), 65-72. Ad essi vanno aggiunti: "Stern warning" e "It may be hot in Washington too", The Economist, 2 novembre 2006.
(3) In gergo questo saggio di sconto si chiama tasso sociale di preferenza intertemporale.
(4) Uno dei più famosi è quello dello stesso Nordhaus, chiamato Dice o Rice, a seconda delle versioni globale o multiregionale (http://nordhaus.econ.yale.edu/dicemodels.htm). I ricercatori della Fondazione Mattei hanno sviluppato un sofisticato modello per l’analisi delle politiche del clima, chiamato Witch (http://www.feem-web.it/witch/).

Tabella 1: Stime del danno dei cambiamenti climatici in termini di riduzione di consumo pro-capite equivalente per valori alternativi del tasso di sconto. I numeri riportati sono i valori medi delle simulazioni mentre in parentesi sono presentati i valori del 5o e 95o percentile della distribuzione dei valori delle simulazioni.

 

 

Tasso di sconto

0.1% (Stern)

1%

2%

3%

Clima base con catastrofi

5.0
(0.6-12.3)

1.3
(0.4-3.8)

0.6
(0.3-2.1)

0.4
(0.2-1.4)

Clima base con catastrofi e clima accelerato

6.9
(0.9-16.5)

2.1
(0.8-5.7)

1.1
(0.5-3.2)

0.7
(0.3-2.1)

Clima base con catastrofi e clima accelerato e effetti non di mercato

14.4
(2.7-32.6)

3.7
(1.1-9.6)

1.8
(0.6-4.5)

1.1
(0.4-2.7)

 


 

Figura 1: Impatti dei cambiamenti climatici per livelli alternativi di stabilizzazione delle emissioni e di crescita della temperatura (fonte: figura 2 del Rapporto Stern)




Figura 2: Fonti di preoccupazione e indicatori colorati di vulnerabilità ai cambiamenti climatici (fonte: figura 19-8-1 del Terzo rapporto IPCC)



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