ENERGIA E AMBIENTE
Il rapporto Stern tra
allarmi e allarmismi
Marzio Galeotti
Alessandro Lanza
Si allunga, tra i
membri della comunità scientifica, l’elenco di chi ritiene che creare
continuo allarmismo circa il riscaldamento globale rischi di
finire per danneggiare la causa.
Il punto centrale è che rispetto a un fenomeno così pervasivo come il
cambiamento climatico, dove le cause naturali si intrecciano con quelle
antropogeniche, in cui gli effetti sono difficili da prefigurare sia per
i tempi che per le conseguenze, dove vi sono possibilità ancora non
adeguatamente comprese di adattamento a mutate condizioni, il fattore
incertezza regna sovrano.
Il messaggio del rapporto Stern
Guardiamo al grande clamore che la divulgazione del
rapporto Stern ha provocato a livello mondiale. (1)
L’immaginario collettivo è sicuramente stato colpito da affermazioni
come quella secondo cui gli effetti dei cambiamenti climatici in questo
e nel prossimo secolo rischiano di sconvolgere l’attività economica e
sociale in misura paragonabile alle grandi guerre e alla grande
depressione degli anni Venti. O, ancora: nella prima metà del prossimo
secolo vi sono il 50 per cento di possibilità che l’incremento della
temperatura superi i cinque gradi centigradi, lo stesso aumento
che oggi si registra rispetto all’ultima glaciazione.
Lo studio si distingue per ampiezza, finalità e raccomandazioni per
l’attuazione di politiche energetiche e ambientali. E tra queste
propone: 1) l’uso di strumenti di mercato per internalizzare il prezzo
dei gas serra e definirne un prezzo internazionale; 2) l’accelerazione
dello sviluppo e della diffusione di tecnologie a basso contenuto di
carbonio; 3) l’implementazione di strategie di adattamento; 4) forti
istituzioni internazionali e impegno per ottenere la stabilizzazione
delle concentrazioni.
La conclusione centrale si può così riassumere. Un esame, approfondito,
il più possibile esaustivo e aggiornato del fenomeno suggerisce che
dovremmo procedere subito alla riduzione delle emissioni di gas-serra.
Questo perché il non fare nulla costerebbe tra il 5 e il 20 per cento
del Pil mondiale adesso, mentre intraprendere un’azione
decisa e subito costerebbe solo l’1 per cento.
Questi numeri hanno fatto molto discutere, attirato molte critiche e
suscitato perplessità. (2) I costi in particolare sono parsi agli
economisti del clima esagerati, anche se Nicholas Stern si dice convinto
che proprio tale costo sia più elevato di quanto accertato finora.
Cruciale è allora capire da dove provengono questi numeri e come si
confrontano con i benefici presunti dell’azione di mitigazione.
Tre punti critici
Il primo punto riguarda il tasso di sconto
utilizzato nel rapporto. Le stime del danno appaiono elevatissime. Il
risultato è dovuto al fatto che il rapporto utilizza un tasso di sconto
vicino allo zero – pari allo 0,1 per cento – per valutare con il
metro di oggi i danni del clima nel lontano futuro. Se il tasso è zero,
i danni futuri valgono quanto quelli di oggi. Da questa valutazione
grandemente amplificata scaturisce la conclusione della necessità di
drastici interventi oggi. Due qualificazioni vanno però aggiunte: la
prima è che non si tratta di un tasso che sconta il valore di beni e la
moneta, bensì l’utilità o benessere delle future generazioni, le quali
quindi nel distante futuro sono trattate dal rapporto in maniera uguale
a quelle attuali. (3) La seconda è che, nonostante una certa
confusione, il costo del clima di cui parla il rapporto è
valutato pari a l’"equivalent of a 20 per cent cut in
per-capita consumption, now and forever". Ma "adesso" non significa
"oggi". Grossomodo il rapporto intende l’equivalente certo della perdita
di consumo medio annuo da adesso nel futuro infinito. E la perdita di
consumo adesso nel senso di oggi è praticamente zero. D’altra parte, il
"per sempre" implica che la società non si abituerà mai alle temperature
più elevate, alle mutate precipitazioni, ai più alti livelli dei mari.
Questa visione dell’ingegno umano è alquanto riduttiva e contraddice
l’evidenza in materia di progresso tecnologico, adattamento ed
evoluzione.
Il secondo rilievo riguarda la valutazione degli impatti dei
cambiamenti del clima e la conseguente stima del danno. Se questi sono
elevati, l’analisi costi-benefici effettuata dal rapporto pende a favore
dell’intervento ampio e immediato, a parità di costi di mitigazione.
Ebbene, uno dei massimi esperti di analisi degli impatti – Richard S.J.
Tol dell’università di Amburgo – nota come in tema di risorse idriche,
cibo, salute, disastri naturali, assicurazioni, il rapporto Stern
selezioni sistematicamente gli studi più pessimistici della
letteratura. In sostanza, le stime riportate provengono da studi, alcuni
dei quali altamente speculativi, che le distorcono verso l’alto. Mentre
William D. Nordhaus dell’università di Yale, forse il più illustre
economista del clima, nota che tali valutazioni diventano poco
attendibili, soprattutto dopo il 2100.
Le valutazioni degli impatti intervengono quando il rapporto deve
quantificare la famosa perdita del 20 per cento. Vengono considerate tre
possibilità: un caso "base" che tiene conto della possibilità di eventi
catastrofici, un caso di elevata sensibilità al clima, e un ultimo caso
in cui si aggiungono i costi di effetti "non di mercato" come l’impatto
sulla salute umana. A quest’ultimo viene infine aggiunta una valutazione
soggettiva della maggiorazione di costo che le regioni povere del
pianeta devono subire. Mettendo insieme questi casi si arriva alla
tabella 1 qui sotto, che mostra come una valutazione media del 5 per
cento sale al 6,9, quindi al 14,4 e infine al 20 per cento inglobando
l’effetto paesi poveri. Poiché sono effetti che si fanno sentire anche e
soprattutto in futuro, diciamo nel 2200, si rammenta il ruolo di un
tasso di sconto vicinissimo allo zero. La maggior parte degli esperti
della materia, per esempio Nordhaus, utilizza tassi pari al 3 per
cento. La tabella illustra cosa succede ai calcoli se alziamo
progressivamente il tasso: i costi si riducono e le conclusioni centrali
del rapporto evaporano.
L’ultima osservazione è di natura più metodologica. Le stime
degli impatti pubblicate nel rapporto sono tutte generate attraverso una
serie di simulazioni effettuate con uno specifico modello di valutazione
integrata – si chiama Page2002 – che per struttura è simile ad altri
utilizzati in letteratura. (4) Le varie simulazioni del modello
danno luogo a una distribuzione delle stime del danno e in tabella
riportiamo il quinto e il novantacinquesimo percentile. L’ampiezza dei
valori dà conto della robustezza dei risultati. Il fatto più rilevante,
tuttavia, è che l’impiego di un singolo modello ha il vantaggio della
semplicità espositiva, ma implica una certa debolezza di risultati.
Tanto più se il modello appare assumere l’indipendenza della
vulnerabilità ai cambiamenti del clima dallo sviluppo economico, o se il
rapporto non descrive in dettaglio l’ipotizzato scenario di emissioni
dal 2100 al 2200 né come sono modellati i costi "non di mercato".
Il rapporto Stern costituisce un documento estremamente utile in
quanto assai più aggiornato dell’ultima versione ufficiale del rapporto
del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), il Third
Assessment Report che risale ormai al 2001 (il quarto dovrebbe
uscire nel 2007). Ma come ogni rapporto governativo non è soggetto ad
alcuna valutazione di esperti indipendenti sui metodi e sulle ipotesi.
Se da un lato significativamente espande l’ambito entro cui le stime del
costo dei cambiamenti climatici vanno valutate – come emerge dal
confronto della figura 1 pubblicata nel rapporto Stern che aggiorna la
famosa figura del rapporto Ipcc qui riprodotta come figura 2 –,
dall’altro arriva a conclusioni che non dipendono da significativi
progressi sul fronte della teoria economica, della scienza o della
modellistica. Dipendono essenzialmente da particolari ipotesi su
un parametro fondamentale dell’analisi, il tasso di sconto. Per dirla
con Richard Tol, il rapporto va abbandonato perché inutilmente
allarmistico; per dirla con William Nordhaus, le domande centrali della
politica del clima – quanto, quanto velocemente e quanto costosamente –
rimangono aperte.
(1) Il rapporto Stern è scaricabile all’indirizzo
|
Tasso di sconto |
||||
|
0.1% (Stern) |
1% |
2% |
3% |
|
|
Clima base con catastrofi |
5.0 |
1.3 |
0.6 |
0.4 |
|
Clima base con catastrofi e clima accelerato |
6.9 |
2.1 |
1.1 |
0.7 |
|
Clima base con catastrofi e clima accelerato e effetti non di mercato |
14.4 |
3.7 |
1.8 |
1.1 |
Figura 1: Impatti dei cambiamenti climatici per livelli alternativi di stabilizzazione delle emissioni e di crescita della temperatura (fonte: figura 2 del Rapporto Stern)
Figura 2: Fonti di preoccupazione e indicatori colorati di vulnerabilità
ai cambiamenti climatici (fonte: figura 19-8-1 del Terzo rapporto IPCC)