Pubblica incoscienza
Marcello Cini
«Nella vecchia economia la gente comprava e vendeva risorse
congelate, cioè un mucchio di materiale tenuto insieme da un pochino di sapere.
Nella nuova economia, compriamo e vendiamo sapere congelato, cioè un sacco di
contenuto intellettuale in un involucro fisico». Così Brian Arthur, uno dei
fondatori del celebre Istituto di ricerca di Santa Fé sulla complessità che
caratterizza la svolta dell'economia dal XX al XXI secolo. E l'editor della
rivista economica americana Fortune, Thomas Stewart spiega: «In questa nuova
era, la ricchezza è il prodotto del sapere. Sapere e informazione - e non
soltanto sapere scientifico, ma le notizie, i consigli, l'intrattenimento, i
servizi - sono diventati le principali materie prime dell'economia e i suoi
prodotti più importanti. Il sapere è quel che compriamo e vendiamo».
Chi mi conosce sa che non mi piace che la conoscenza in generale e la scienza in
particolare siano diventate merci che si comprano e si vendono, e che la loro
produzione sia sempre più subordinata al vincolo della produzione del maggiore e
più immediato profitto possibile del capitale investito. Penso che la conoscenza
e la scienza - in quanto beni che, al contrario degli oggetti materiali, non si
«consumano» ma si moltiplicano tanto più quanto maggiore è il numero di coloro
che possono fruirne - dovrebbero ritornare a essere beni comuni disponibili a
tutti.
Ma anche se questo obiettivo può sembrare utopistico - ma forse non lo è
pensando alle catastrofi che si annunciano se il mercato continua a essere
l'unico riferimento - la necessità di una forte ricerca pubblica, che persegua
finalità collettive dovrebbe essere un'assoluta priorità per un governo che
pensa al futuro dei suoi cittadini.
Dovrebbe essere ovvio che se la conoscenza e la scienza non vengono prodotte, o
se bisogna comprare a caro prezzo sul mercato quelle prodotte dalle
multinazionali, il nostro paese non entra nel XXI secolo, ma retrocede al XX se
non al XIX. Non è una battuta. Un piccolo esempio storico ci deve far pensare.
Basta ricordare che la Cina, dove nel Medioevo erano state inventate la ghisa,
la bussola, la polvere da sparo, la carta, la stampa e tante altre cose nel giro
di un decennio perse per cinquecento anni la supremazia tecnologica che aveva
accumulato. «Perché le sue formidabili navi - si domanda Jared Diamond nel libro
Armi, acciaio e malattie - non doppiarono il Capo di Buona Speranza, prima che
Vasco de Gama lo doppiasse in senso inverso? Perché non attraversarono il
Pacifico arrivando in America prima di Colombo? Cosa fece perdere alla Cina la
supremazia tecnologica?». La risposta è banale e dimostra quanto possano essere
catastrofiche le conseguenze di perturbazioni locali imprevedibili e
apparentemente irrilevanti. Fu semplicemente la vittoria nella lotta per il
potere della fazione avversa a quella responsabile della marina a bloccare le
spedizioni marittime, smantellare la flotta e proibire la navigazione
transoceanica. Una valanga che travolse tutto.
Tagliare 300 milioni su un totale di 1.630 - questo sembra essere l'ammontare
della riduzione del finanziamento pubblico per la ricerca scientifica e
tecnologica prevista dalla finanziaria - non è un sacrificio paragonabile a
quello che anche altri settori della spesa pubblica devono sopportare per
mettere in ordine i conti pubblici. E' soltanto incoscienza.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/11-Novembre-2006/art23.html
La rivolta dei fisici contro i tagli della Finanziaria. Rita Levi Montalcini: «Così non la voto»
Sulla ricerca un no da Nobel
La denuncia: «Con 300 milioni in meno l'unico modo di
risparmiare sarà chiudere i laboratori». Rubbia: «Devono spiegarlo alla comunità
mondiale»
Eleonora Martini
Roma
Se l'Università dovrà fare a meno di circa 250 milioni di
euro, gli enti di ricerca che fanno capo al Miur subiranno, con la manovra
finanziaria in discussione alla Camera, un taglio di circa 300 milioni di euro
sul fondo di 1,6 miliardi stanziato per il 2006. «Con un taglio così grave,
l'unico modo di risparmiare sarà chiudere i laboratori e le infrastrutture di
ricerca, non potendo comprimere le spese sul personale e dovendo onorare gli
impegni presi in ambito internazionale per ricerche congiunte pianificate su
base pluriennale». Non è solo, Roberto Petronzio, presidente dell'Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), a prevedere un futuro così buio per la
scienza italiana. Con lui ieri, nella sede dell'Infn di Roma, a lanciare
l'allarme che segue di un giorno quello dei rettori universitari, erano riuniti
i direttori di tutti i principali enti di ricerca italiani - Cnr, Inaf e Asi - ,
i premi Nobel, Rita Levi Montalcini (che ha successivamente dichiarato che la
voterà a seguito di un emendamento che assegna 177 milioni in tre anni; ndr) e Carlo Rubbia, e alcuni tra i grandi nomi
della Fisica italiana di fama internazionale.
«Questi tagli, i più irrazionali e inoculati che abbia mai visto, avranno
l'effetto di un'esplosione universale con conseguenze sulla scienza in tutti i
paesi civili a cui oggi la ricerca italiana è profondamente legata, come
dimostrano i laboratori sotterranei del Gran Sasso», prevede Carlo Rubbia in
teleconferenza dal Cern di Ginevra, facendo riferimento ai laboratori abruzzesi
dell'Infn che, a rischio chiusura, attualmente funzionano con 8-9 milioni di
euro l'anno. Mentre la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, a capo di una
fondazione che lavora per agevolare il rientro dei «cervelli» in fuga, avverte:
«Non potrei mai votare una finanziaria che taglia i fondi alla ricerca e
distrugge così il nostro paese». «La scienza è come un albero, una volta
tagliato ci vogliono vent'anni per farne crescere un altro», aggiunge Rubbia che
ci tiene a testimoniare: «Io non avrei mai potuto vincere nel 1984 il premio
Nobel senza il contributo dell'Infn, una specie di G8 della scienza, che mi ha
permesso di portare avanti un programma altamente competitivo con gli Usa. Ora
il governo dovrà spiegare al resto del mondo perché intende chiudere con la
ricerca e lo sviluppo in Italia». E in aula riecheggiano le parole pronunciate
giovedì dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi.
Alla cifra di circa 300 milioni di euro si arriva considerando le riduzioni del
20% sui consumi (le cosiddette «spese intermedie») imposte dal decreto Bersani,
che si applica anche all'università e in forma retroattiva, e il taglio del
12,7% previsto dall'articolo 53 della legge finanziaria da applicare solo agli
enti di ricerca. «Un taglio tanto più grave perché arriva dopo la
penalizzazione, inflitta solo agli enti di ricerca, del blocco delle assunzioni
vincolato al turn over», ricorda Petronzio. In questo modo l'Infn vedrà ridursi
di 50 milioni di euro il fondo stanziato dal Miur (nel 2006 era di 270 milioni,
di cui 140 spesi per i salari, 130 per i laboratori, che non vivono senza
energia elettrica, e 70 per gli investimenti tecnologici). Finanziamenti che nel
2001 erano pari a 286,6 milioni e via via si sono ridotti fino a toccare nel
2006 i 263 milioni (mentre se fossero stati costanti, ma adeguati
all'inflazione, avrebbero dovuto raggiungere i 321,1 milioni). Se l'attuale
manovra finanziaria non venisse ritoccata precipiteranno invece a 210 milioni di
euro.
Similmente il Cnr, che ogni anno spende 1.100 milioni di euro e riceve dallo
stato un contributo di circa 540 milioni, vedrà ridursi i fondi di 70 milioni.
«Nel 2007 ci ritroveremo a non poter pagare gli stipendi per i quali spendiamo
circa 520 milioni: ce ne mancherebbero 50», spiega il presidente Fabio Pistella
che ricorda anche l'impossibilità di dare un futuro a quei 3 mila precari in
forza al Consiglio nazionale della ricerca e a quei 1.500 giovani che ogni anno
preparano le tesi di laurea nei loro laboratori. Secondo la Corte dei conti,
ricorda il presidente del Cnr, «per mantenere la stessa capacità di acquisto del
2000, l'anno scorso avremmo dovuto avere 750 milioni di euro invece dei 540».
«Tagli incredibili se si pensa che la manovra è di circa 35 miliardi di euro»,
fa notare Pistella che si dice offeso dallo strumento legislativo utilizzato,
l'articolo 53, che «colpisce allo stesso modo i ministeri elefantiaci e quelli
piccolissimi come il Miur». «E ora - aggiunge il capo del Cnr - la ricerca
italiana rischia di essere totalmente emarginata dalle iniziative previste dal
VII Programma quadro Ue». «Il taglio si tradurrà poi in un costo aggiuntivo
dovuto alle penali da pagare per il mancato rispetto degli impegni - secondo il
presidente dell'Inaf Piero Benvenuti - senza contare che perderemo il ruolo
predominante che l'astrofisica italiana si è costruita nel mondo».
«Tutto ciò è in contrasto con l'interesse del paese, col programma elettorale
del centrosinistra e col buon senso. I soldi ci sono, ma sono allocati male: è
inutile acquistare un bel lampadario se poi non ci sono i soldi per
l'elettricità», replica il deputato diessino Walter Tocci che in serata firma
un'appello assieme agli onorevoli Ghizzoni, Volpini, Sasso, Rusconi, De Biasi,
Bindi e Tessitore dal titolo eloquente «Salviamo Università ed Enti di ricerca».
Uno spiraglio viene aperto anche dal ministro Bersani, autore del contestato
decreto, che annuncia: «Non mi opporrei se in parlamento si trovasse una
soluzione per un maggiore equilibrio a vantaggio delle università». Ma le
proteste degli scienziati italiani vengono in parte respinte, in serata, dal
sottosegretario all'Economia, Nicola Sartor, secondo cui gli effetti del decreto
Bersani sono già stati compensati e le «attività di ricerca hanno avuto adeguati
stanziamenti crescenti nel tempo». Posizione difesa qualche giorno fa dallo
stesso Mussi che aveva affermato: «Ci sono 1,5 miliardi di euro stanziati per la
ricerca dal 2007 al 2009, non era mai successo prima».