FISICA/MENTE

 

ENERGIA

 

NUCLEARE

 

Una rassegna delle novità in campo energetico, passando per il dibattito in corso, con attenzione ai nuovi tipi di reattore nucleare, agli approvvigionamenti di uranio ed ai prezzi di mercato.

Uno sguardo al futuro in termini di necessità e di soddisfacimento dei bisogni energetici con riferimento al nucleare civile.

Il problema delle scorie radioattive.

Per una migliore comprensione delle cose che seguono (e non è necessario leggere tutto, ma solo ciò che eventualmente interessa) sono utili alcune cose che ho trattato in altre parti del sito. In particolare:

Elementi di fisica nucleare

Reattori nucleari a fissione

Reattori nucleari a fusione

Chernobyl

Chernobyl 20 anni dopo 

Quanti morti a Chernobyl ?

Alcuni dossier su Chernobyl: ONU, IAEA, OMS, ...

Three Miles Island

Incidenti nucleari (alcuni dei quali poco noti) 

Cos'è l'entropia

Macchine termiche e combustibili (il rendimento dal 2° Principio). Uso efficiente dell'energia. Società dei consumi e sprechi

Difesa dell'ambiente, Verdi e termodinamica. E' necessario un partito solo "verde"?

Macchine termiche e cicli termodinamici

Grandezze e misure in radioprotezione (una selva selvaggia). Si introduce all'enorme complessità nella definizione di grandezze e misure radiologiche 

Effetto serra ed anomalie climatiche

Variazioni climatiche

La questione energetica, oggi

Una lettera sul nucleare

Energia, Ecologia, Guerra

Nuclei, scienziati e militari 


E' appena il caso di dire che i giudizi politico-economici e di necessità di questo o quello sono di chi le ha espresse. Le mie opinioni sono nella Premessa e nelle Conclusioni.

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Roberto Renzetti

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E' ancora necessario soffermarsi sull'energia da fissione nucleare per fare il punto della situazione a livello mondiale. Da un poco di tempo sento alcuni apprendisti stregoni che introducono il nucleare nel dibattito sui bisogni energetici. Sembra quasi che ci si trovi con dei gravi problemi perché, a suo tempo (1987), si decise in un referendum popolare di abbandonare la scelta nucleare nel nostro Paese. Ogni altra politica, MAI FATTA, è esclusa dal dibattito. Anche avendo scelto il nucleare ci troveremmo oggi in gravi difficoltà perché quell'energia, da sola, non risolve nulla. Se si fanno dei confronti tra Italia ed altri Paesi industrializzati, si scopre che tutti hanno sviluppato (alcuni insieme al nucleare, altri no) ricerche ad ampio spettro su energie rinnovabili (il nucleare non lo è). Basti pensare che da noi il sole non gioca che un ruolo miserevole, a fronte dei grandi investimenti nel resto d'Europa, dove di sole ce n'è meno. Ma anche nell'energia da rifiuti, nello sviluppo della geotermia, nella cogenerazione, nel teleriscaldamento, ... La nostra è stata una politica di mera rincorsa al profitto sia quando le aziende erano dello Stato, sia da quando si sono, almeno parzialmente privatizzate. E' emblematico che durante il governo di centrosinistra, dal 1996 al 2001, pur avendo ministri "verdi" non si è fatto nulla per il solare (alla faccia del "sole che ride") e si è lottizzata l'ENEL mettendo alla sua presidenza un ambientalista come Chicco Testa che ha proseguito la gestione dell'Ente elettrico con logiche meramente aziendali tese alla massimizzazione del profitto (non si è fatto nulla, ad esempio, per incentivare l'autoproduzione di energia).

Conviene però iniziare con un brevissimo racconto della gestione energetica italiana che ha sempre navigato tra corruzione ed arricchimenti sulle spalle dei cittadini consumatori.

PRIMA STESURA. DA SISTEMARE


Indice

- Premessa

- Capitolo 1: GENERALITA' - IL SEMINARIO DEL GOVERNO BERLUSCONI (20/10/05)

- Capitolo 2: GENERALITA' - ALCUNI INTERVENTI DI CARATTERE GENERALE SULLA QUESTIONE ENERGETICA

- Capitolo 3: ENERGIA, NUCLEARE, AMBIENTE E CLIMA

- Capitolo 4: BILANCI ENERGETICI, FONTI E COSTI

- Capitolo 5: LA POSIZIONE DELLA UE SULL'ENERGIA NUCLEARE

- Capitolo 6: L'ENERGIA NUCLEARE, TIPI DI REATTORI

- Capitolo 7: ANCORA SUI REATTORI INNOVATIVI DI III E IV GENERAZIONE

- Capitolo 8: DISPONIBILITA' E COSTI DELL'URANIO

- Capitolo 9: LA DISMISSIONE DI CENTRALI NUCLEARI

- Capitolo 10: I RIFIUTI RADIOATTIVI E LA LORO GESTIONE

- Capitolo 11: LA RADIOPROTEZIONE AMBIENTALE

- Capitolo 12: CENNI A POSSIBILI ALTERNATIVE ENERGETICHE

- Conclusioni

 


PREMESSA

L'ultimo allarme energetico si era avuto verso la metà degli anni Settanta. Questi allarmi sono ciclici e rispondono quasi sempre a logiche di mercato e/o ad avvenimenti di politica internazionale e/o interna di alcuni Paesi. Nel 1973, ad esempio vi fu la guerra del Kippur tra arabi ed israeliani. A seguito di tale guerra vi fu un considerevole aumento del prezzo del petrolio. La nostra stampa, nella migliore delle ipotesi, sempre disinformata e cialtrona, nella peggiore, al servizio di interessi importanti, dimenticò di raccontare varie cosette.

Innanzitutto se la prese con "gli sceicchi" dimenticando che il petrolio è gestito dalle più potenti multinazionali del mondo, con bilanci di gran lunga più importanti di quelli di Stati non di secondo piano. Soprattutto dimenticò che gli USA avevano urgente necessità di far crescere il prezzo internazionale del petrolio per rendere economicamente sfruttabili i giacimenti dell'Alaska. Anche oggi a tre anni e mezzo dall'aggressione all'Iraq ci si dimentica un dettaglio: Bush in persona aveva garantito che, appena finito il lavoro, il prezzo del petrolio sarebbe sceso con il risultato che è solo raddoppiato in tal poco tempo e che le prospettive sono drammatiche.

In Italia, la grancassa della crisi energetica era suonata con fini diversi dagli USA ma sempre in sintonia con gli interessi di quel Paese. Improvvisamente si scoprì che nel nostro Paese serviva un piano nucleare. Si passò in poco tempo dalle 200 centrali nucleari che l'Ente pubblico ENEL (appena uscito dallo scandalo dei petroli del 1974) calcolava fossero indispensabili alla mediazione delle venti che furono programmate nel Piano Energetico Nazionale (PEN). Nonostante l'allora importante conoscenza nel settore nucleare, nonostante la gran mole di ricerche che erano state avviate da Ippolito all'allora CNEN, si decise di acquistare i reattori nucleari chiavi in mano dagli USA (General Electric e Westinghouse). Allora in Italia erano operativi piccoli reattori nucleari (Garigliano, Trino, ...) ed un solo reattore importante, Caorso. Il programma dei lavori iniziò a Montalto di Castro con una fortissima opposizione popolare. Per il resto si faticava a trovare i siti dove installare le centrali per la struttura politica del Paese e per la struttura fisica dello stesso. Finché non arrivò Chernobyl che inopinatamente e irrazionalmente mise fine al nucleare in Italia, con annessa la chiusura dei reattori funzionanti. Da allora si abbandonò malauguratamente tutto. Sembrava che i prezzi del petrolio permettessero di continuare con una politica energetica inerziale. Sta di fatto che dai primi anni Ottanta del secolo scorso, nel mondo non si costruirono più centrali nucleari(1). Nonostante ciò vi sono sempre i tecnocrati, ed in Italia abitano all'Enea, che prevedono entro il 2030 la costruzione di almeno 800 impianti nucleari nel mondo(2).

In Italia, nonostante i mari e monti promessi su energie rinnovabili, non si è fatto nulla (né a destra, né a sinistra includendo i presunti verdi) per, almeno, lavorare sull'integrazione del solare per il riscaldamento e l'uso sanitario (ricordo che per scaldare l'acqua per gli usi domestici, quindi a bassa temperatura <130°C, se ne va circa un terzo dell'energia totale consumata in Italia)(3) per metterci se non altro a livello di Paesi meno fortunati di noi con il sole, come la Germania, l'Olanda, la Francia, ...

Siamo all'oggi, al 2006. Ripartiamo, come se nulla fosse successo in 30 anni. Le questioni sul tappeto sono le stesse. Il grido d'allarme è lo stesso con il petrolio che costa tre volte tanto e con il nucleare che viene ancora reclamato come soluzione di ogni problema. Questa volta il nucleare viene offerto come sicuro, con centrali di III e IV generazione (vedi oltre). Su tale strada, coerentemente si muove la Francia che si trova ormai vicina a dover cambiare l'80% del suo enorme parco nucleare (si lavora qui sull'EPR di III generazione, come vedremo); si avvia la Finlandia con la costruzione della sua quinta centrale (EPR); si affacciano gli USA (con un reattore di IV generazione) avendo provocato con Bush il disastro energetico mondiale che stiamo vivendo (molto remunerativo per sé e per le lobby che lo hanno sostenuto).

I problemi si pongono in modo diverso per i differenti Paesi e per l'Italia si moltiplicano a causa dell'abbandono totale del nucleare 20 anni fa e, soprattutto, per i livelli di corruzione esistenti che non possono coesistere con produzioni delicatissime come quelle che ruotano intorno al ciclo nucleare(4).

A parte ogni altra considerazione, relativa alla mancanza o meno di combustibile fossile nei prossimi anni(5), è evidente che il problema della sostituzione di tali combustibili si pone drammaticamente per il futuro, anche immediato, a seguito dell'avanzante effetto serra che sta modificando irreversibilmente il clima del pianeta(6). Ed il nucleare ritorna in ballo, non certo per le uscite estemporanee di chi di queste cose se ne frega, come Berlusconi, ma perché è sempre stato discusso negli ambienti tecnico-politici come rischio accettabile (si rischiano tanti morti che si possono accettare confrontandoli con i benefici che il nucleare comporterebbe). E l'uscita è estemporanea perché sembra dare ad intendere che il problema energetico mediante il nucleare si risolverebbe in tempi rapidi. Intanto il nucleare così come è progettato è funzionale solo alla produzione di energia elettrica che rappresenta meno di un terzo dell'energia consumata in Italia. Quindi il nucleare non è solo la centrale ma un intero ciclo di combustibile. Infine il nucleare richiede tempi lunghi di realizzazione che in Italia si debbono valutare almeno al doppio di quanto previsto in altri Paesi (minimo 12 anni), tempi nei quali la stessa realizzazione degli impianti dà un contributo negativo ai consumi energetici per la grande quantità di energia richiesta nella costruzione della centrale medesima.

Nulla di insormontabile ma basta saperlo e comunicarlo. Come occorre sapere e comunicare chi fa le centrali e di chi sono i brevetti (europei o USA ?) per non ripetere il chiavi in mano degli anni Settanta che, a parte ogni altra considerazione, ci rimette nella bocca del leone dalla quale vogliamo scappare quando tentiamo di superare i combustibili fossili. Ed occorre anche sapere e comunicare cosa si deve necessariamente affiancare al nucleare in termini di altre fonti di energia poiché, credo si sia capito, con il solo nucleare non si risolvono i problemi. Ed è qui che il dibattito deve mettere al centro alcune questioni indilazionabili: i risparmi energetici con gli usi appropriati dell'energia, il riciclo di ogni materiale, la diffusione capillare del solare (anche con concentratori per poter passare almeno a medie temperature) e di ogni altra fonte integrativa, l'attenzione all'ambiente non in quanto integral-ambientalisti ma in quanto spaventati dalla minaccia drammatica dell'effetto serra che avanza. Più in generale è da ridiscutere il rapporto tra uomo, natura, economia con la ridefinizione dei modi di produzione, dell'evoluzione dei mercati, dei consumi, della città, dell'urbanistica, dell'edilizia, dei materiali

Esemplifico in breve. E' inutile sforzarsi su strade di maggiore disponibilità energetica se la cosa deve servire ad un circuito che esalta questi modi di sfruttamento umano, ambientale e produzione. La natura ha dei limiti che se non altro sono quelli del pianeta in cui viviamo. Una estensione del pianeta l'abbiamo solo se consideriamo il Sole che è appunto ciò che reclamo. I limiti del pianeta sono limiti di risorse e limiti definiti anche dal secondo principio della termodinamica (ogni processo che voglia produrre energia per fornire lavoro è un processo che tende ad un ordine superiore; è quindi un processo che creando un ordine in un luogo deve creare un maggior disordine in un altro; e noi lo sperimentiamo ancora nei limiti della Terra, se solo solleviamo gli occhi dal nostro orticello: a fronte di prati, giardini, automobili, oggetti vari di consumo, crescono enormemente le discariche con ogni oggetto mortifero esistente, cresce l'inquinamento generale che ormai è esportato dai Paesi ricchi a quelli poveri). Ciò ha limiti oggettivi sia quantitativi che di tempo. 

Ed ora scendo a dettagli apparentemente inutili: che senso hanno gli infiniti imballaggi che dobbiamo gettare ad ogni compera ? Non si pensi solo agli oggetti in sé ma all'energia che contengono e che gettiamo. Che senso ha sbarazzarsi di un televisore perché si è rotto un suo insignificante componente ? E delle scarpe perché vi è un piccolo graffio ? E così via all'infinito. Perché cioè non si producono beni durevoli ? E se qualcuno osserva che ciò fa perdere posti di lavoro, occorre dirgli che le riparazioni degli oggetti rimettono sul mercato gli stessi lavoratori, con un livello di preparazione superiore di chi è alla catena di montaggio. Perché non si utilizzano materiali isolanti per costruire le abitazioni, materiali esistenti ed in grado di rendere inutile riscaldamento e condizionamento. Perché costa di più, si risponde. Ma se aumenta la richiesta i costi si abbassano e tali costi sono in breve ammortizzati dagli enormi risparmi individuali e dagli abbattimenti collettivi di anidride carbonica che produce l'effetto serra. E perché non si iniziano a realizzare quartieri energeticamente autosufficienti con abitazioni nelle quali il solare deve farla da padrone in modo attivo e passivo su ogni tetto e parete esposta a mezzogiorno e mediante reti di riciclo di biomasse (tutti i rifiuti organici del quartiere) in grado di produrre il metano necessario all'integrazione del solare (per elevate potenze come lavatrici, ferri da stiro, forni, ...), agli usi di cucina, alla produzione elettrica per gli usi obbligati ? Tali quartieri dovrebbero essere collegati a zone di uso comune (ospedali, uffici, scuole, giardini ...) da mezzi pubblici che prevedano l'abbandono del trasporto privato. Non si dica che ormai è troppo tardi perché si deve pur iniziare una volta, magari incentivando i cittadini a trasferirsi in tali aree attrezzate. Perché non si usa il Sole per la produzione del vettore idrogeno (o Sole o niente per quella cosa del Secondo Principio al quale accennavo) che potrebbe opportunamente sostituire i combustibili fossili nei trasporti ? E perché, nei piani di realizzazione di centrali di potenza elettrica non è quasi mai prevista la cogenerazione di elettricità e vapore, con quest'ultimo incanalato al riscaldamento di interi quartieri (teleriscaldamento)? Di queste cose se ne possono realizzare in gran quantità e tutte vanno nel senso di ridurre drasticamente le necessità energetiche e migliorare la situazione ambientale e climatica.

Solo degli esempi che possono essere sviluppati analiticamente in termini di fattibilità se solo si investisse in questo piuttosto che pagare gli stipendi ad inutili Pistella. Per fare ciò occorre però una classe politica preparata, molto preparata che sappia di cosa si parla, che sappia programmare su tempi lunghi che non tengono conto delle minute scadenze elettorali. Più volte in Italia si è mostrato che vi sono molti cittadini che sono più avanti di chi li governa. Credo che sia sufficiente spiegare i procedimenti che si mettono in atto, relazionando periodicamente sui progressi fatti, per avere attenzione e credibilità.

Ecco con questo bagaglio, che si deve portare avanti primariamente e non come fiore all'occhiello di ricerche che si sa restare sulla carta, sarà possibile parlare di fattibilità di nucleare spiegando anche qui tutto e non andando avanti per proclami. Purtroppo in questo Paese siamo in una tenaglia che stritola chi vuole ragionare: da una parte abbiamo i tecnocrati che hanno la realizzazione del nucleare come ossessione (questi sono accompagnati dalle lobbies delle multinazionali e dei grandi affari per la mole di denaro che si mette in circuito); dall'altra abbiamo i verdi con il cappello di paglia e la spiga in bocca, newagisti irrazionali con i quali parlare di nucleare e di Lucifero è la stessa cosa. Occorre uscire da questa tenaglia ed essere laici. Discutere a viso aperto delle cose, di tutto ciò che comporta di bene di male per il presente ed il futuro e poi SCEGLIERE coscientemente e non imbrogliati come sempre da false informazioni o da paure irrazionali.

In questo sito ho parlato diffusamente di alcune questioni energetiche. Ho trattato degli elementi base di fisica nucleare finalizzati alla comprensione dei principi di funzionamento dei reattori nucleari sia a fissione (quelli che ci interessano per ora più da vicino) che a fusione. Ho anche trattato di alcuni incidenti nucleari. Tento ora di mettere insieme quella rassegna che annunciavo di ciò che c'è sul mercato dei progetti, delle realizzazioni e di tutto ciò che ritengo utile alla comprensione del problema. Ho fatto un'ampia e lunga indagine su internet sia in siti italiani che stranieri (principalmente Francia ed USA). Ho trovato moltissimo materiale che, insieme, somma a circa 10 mila pagine. Il mio compito è quello di creare una mappa di tale materiale per renderne agevole la lettura. Naturalmente non sarà necessario leggere tutto per capire ma si potranno scegliere i capitoli ad interesse individuale. La gran parte del materiale è in formato PDF il che permetterà di aprire le pagine solo se il titolo dell'argomento rientra in ciò che vogliamo sapere. In linea del tutto generale vi sarà un capitolo che discute dell'opportunità o meno di alcune scelte energetiche. Qui parleranno alcuni politici, i capoccioni degli enti di ricerca ed alcuni tecnici del settore nucleare. Vi saranno poi (poche) informazioni su energie alternative ai combustibili fossili e al nucleare (questa parte la amplierò successivamente) con costi, disponibilità ed ogni altro quadro comparativo. Seguirò con una ampia rassegna del nucleare di III generazione già in costruzione in Francia e in Finlandia, con cenni a quello di IV che si pensa sarà operativo tra una quindicina d'anni (circa 2020) e già in costruzione negli USA (sembra abbia, tra l'altro, il grande vantaggio che da questi reattori sia impossibile la proliferazione nucleare cioè materiale per bombe).

 

CAPITOLO 1 - GENERALITA' - IL SEMINARIO DEL GOVERNO BERLUSCONI (20/10/05)

Il 20 ottobre 2005 è la data in cui ufficialmente il governo Berlusconi porta a termine il dibattito sull'energia in un seminario alla Sala del Mappamondo della Camera riguardante appunto la questione energetica ed il rilancio del nucleare. Inizio con il riportare gli interventi che si sono susseguiti come introduzione di carattere generale al dibattito. Il seminario è aperto da una relazione di Bruno Tabacci, Presidente della Commissione Attività produttive, commercio e turismo e coordinatore delle attività del Comitato Vast, per il governo. Seguono: 

Fabio Pistella, Presidente CNR
Luigi Paganetto, Commissario straordinario ENEA
Fulvio Conti, Amministratore delegato ENEL
Giancarlo Bolognini, Amministratore delegato SOGIN
Renato Angelo Ricci, Presidente Associazione nucleare italiana
Roberto Vacca, Futurologo

Alessandro Clerici, Presidente onorario WEC e del gruppo internazionale di lavoro "The future of nuclear in Europe"

Guido Possa, Vice Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca

 


RELAZIONE TABACCI

1. Introduzione

Desidero innanzitutto ringraziare i relatori e tutte le persone qui convenute che, accogliendo l'invito del Comitato dell'Ufficio di Presidenza della Camera per la valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche (VAST), sono presenti al seminario odierno.

Ringrazio particolarmente il Vice Ministro per l'Università e la ricerca on. Guido Possa, per avere accettato il nostro invito a partecipare all'iniziativa.

Quello di oggi è il nono appuntamento seminariale organizzato dal Comitato Vast sui temi delle scelte scientifiche e tecnologiche, che, come di consueto, si propone di porre i temi relativi alla scienza e allo sviluppo tecnologico al centro del quadro di riferimento del Parlamento. Attraverso indagini conoscitive, audizioni o Seminari del tipo di quello odierno, si vuole promuovere il rapporto con gli esperti e gli esponenti del mondo imprenditoriale ed istituzionale, per far sì che l'informazione tecnica possa divenire un passaggio essenziale del processo decisionale all'interno degli organi e delle procedure parlamentari.

Oggetto del presente Seminario è un tema rilevante nell'odierno dibattito economico e politico: le prospettive dell'energia nucleare in Italia.
I temi dell'energia sono costantemente all'attenzione del Parlamento.
La X Commissione Attività produttive della Camera, che ho l'onore di presiedere, ha svolto dal 2001 una Indagine conoscitiva sulla situazione e sulle prospettive del settore dell'energia, approvando un Documento conclusivo il 18 aprile 2002.

Nella parte di analisi di quel documento si è evidenziato con chiarezza, per quanto riguarda il il fabbisogno energetico nazionale, la mancata corrispondenza tra offerta disponibile e domanda di energia. Al fabbisogno di energia elettrica registrato nel 2001, pari a 52 mila MW, si è potuto sopperire solo attraverso 6 mila MW di importazione dall'estero, in un contesto in cui il tasso di incremento dei consumi annui è pari al 3 per cento. Il blackout della notte del 28 settembre 2003 ha reso evidenti anche all'opinione pubblica le implicazioni di una situazione di tale genere.

Alla dipendenza dall'estero in termini di capacità di generazione si aggiunge la dipendenza in termini di acquisizione dei combustibili primari, che in Italia è pari all'80 per cento, a fronte di una media europea del 40 per cento. L'incremento del prezzo del barile di greggio (e del prezzo del gas naturale che a quello è agganciato) è quindi particolarmente negativo per l'Italia e per la sua capacità di competere sui mercati internazionali. In sintesi sono due le questioni che si pongono: in primo luogo definire il mix delle fonti di approvvigionamento energetico che attualmente ci vedono fortemente svantaggiati; in secondo luogo considerare i benefici che l'utilizzazione dell'euro ha determinato nel settore energetico, in quanto se non fossimo stati agganciati alla moneta europea il prezzo del barile del petrolio sarebbe stato del tutto insostenibile per il nostro paese.

Sin dalle crisi petrolifere del 1973 e del 1979, i paesi più industrializzati hanno saputo realizzare politiche di diversificazione nell'energia, ricorrendo, al carbone, all'energia nucleare e alle altre fonti rinnovabili. L'Italia ha affiancato al petrolio il gas naturale, mentre il nucleare, settore nel quale noi vantavamo un'eccellenza scientifica, tecnologica ed industriale, dopo il referendum sul nucleare del 1987, è stato abbandonato.

In ossequio alla moratoria quinquennale decisa dal Governo d'allora all'esito del referendum, furono chiuse le centrali di Caorso e di Trino Vercellese e fu interrotta la costruzione di quella di Montalto di Castro, con una dispersione delle ingenti risorse finanziari impegnate in tali progetti. Ricordo al proposito che a cavallo dal 1981 e il 1982 l'allora Ministro dell'industria Marcora si spese in prima persona per il nucleare, pur essendo un tema controverso e delicato nella percezione dell'opinione pubblica. Rammento personalmente come in caso di necessità Marcora mostrasse un taccuino in cui erano indicati i dati dei vantaggi, in termini di risparmio sui costi, che l'utilizzazione della centrale di Caorso poteva determinare sulla bolletta energetica italiana.

Le decisioni sul nucleare della fine degli anni `80 hanno comportato la dispersione di un grande patrimonio di know-how scientifico, organizzativo ed umano per le aziende operanti in un settore evoluto ad elevata specializzazione ed innovazione tecnologica, compromettendo sostanzialmente un intero settore di politica industriale.

Alla rinunzia alla tecnologia nucleare in Italia ha fatto da contraltare la scelta, in Europa e nel mondo, di continuare sulla strada del nucleare. Da dati di provenienza ONU-Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) del 2003 si evince che il 17% dell'energia elettrica mondiale è prodotta dal nucleare, ad opera di più di 440 reattori attivi. Almeno 90 di questi dispongono di una tecnologia identica a quella utilizzata nella centrale di Caorso. La potenza nucleare in funzione nel mondo che al momento del disastro di Chernobyl era di 250 mila MWe, nel 2003 era salita a circa 360 mila MWe. Dal nucleare proviene il 7% di tutta l'energia prodotta nel mondo.

In Europa tale rapporto è pari al 35% del totale dell'energia elettrica prodotta: in Europa l'energia nucleare è dunque la prima fonte di produzione elettrica, seguita dal carbone. In Francia il 78% dell'energia elettrica è prodotta tramite nucleare e come è noto noi siamo tributari della Francia per l'importazione di energia. In Germania il 40% dell'energia è prodotta per via nucleare; in Giappone il 33%, negli Stati Uniti il 20%.

In conseguenza delle decisioni degli anni '80 la produzione di energia in Italia è rimasta perciò fortemente dipendente dall'estero, con una elevata dipendenza del costo di produzione dal prezzo dei combustibili fossili - petrolio e gas naturale - e l'importazione di energia elettrica dall'estero per soddisfare il fabbisogno energetico. L'Italia è l'unico grande paese europeo ad essere strutturalmente dipendente dalle importazioni, nel senso che queste ultime risultano indispensabili a coprire il fabbisogno nazionale. Il secondo paese per importazione è la Spagna con una percentuale, peraltro, molto più bassa di quella italiana.

Al netto delle vicende concernenti la liberalizzazione del mercato dell'energia se l'Italia non interverrà sulla struttura delle fonti di produzione, si determineranno conseguenze negative per quanto riguarda il costo dell'energia pagato dai consumatori.

Questa situazione produce ricadute sui costi della produzione di energia, sia sui consumatori, in termini di aggravio dei costi al consumo, che sul comparto produttivo che utilizza l'energia, in termini di ridotta competitività per accrescimento dei costi di produzione, che tende ad aumentare in uno scenario ove il costo del petroli è in forte rialzo, e il cui costo non è prevedibile possa diminuire visto che anche eventi accidentali come un uragano in America ne determinano il rialzo. Nel corso dell'indagine sull'energia della X Commissione della Camera dati forniti dalla Confindustria hanno mostrato con chiarezza che il costo dell'energia è in Italia notevolmente superiore rispetto a quello che si registra negli altri paesi europei, stimando il costo di produzione ex fabrica in Italia nel 2001 intorno alle 110 lire per chilowattora, contro una media europea di 60 lire circa. Ciò indebolisce la competitività delle imprese, per le quali l'energia elettrica costituisce un fattore di costo significativo.

L'ampio ricorso ai combustibili fossili comporta peraltro rilevanti problemi di compatibilità ambientale, tali da rendere molto più costosi per l'Italia gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dal protocollo di Kyoto. Altre considerazioni meritano le considerazioni strategiche circa l'allocazione geopolitica delle scorte petrolifere e le previsioni circa il loro progressivo esaurimento nei prossimi decenni.

Le prospettive mondiali richiedono per il futuro quantità crescenti di energia. Nel World Energy Outlook 2004, elaborato dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) e dall'OCSE, si sottolinea come il consumo di energia sia in crescita esponenziale, con una stima di un incremento del 60% sino al 2030, anche per l'avvento sulla scena mondiale di due grandi potenze produttive come la Cina e l'India, al quale corrisponde un incremento del livello di emissioni di anidride carbonica, per l'uso crescente di combustibili fossili. Di qui la necessità di utilizzare in maniera crescente combustibili più puliti.

Non vi è dubbio che il nucleare non sia l'unica risorsa energetica alternativa a quella dei combustibili fossili. Va detto peraltro che le fonti rinnovabili garantiscono attualmente la copertura per circa il 17% del fabbisogno di energia elettrica, in massima parte derivante dalle fonti rinnovabili tradizionali (idroelettricità, geotermia) mentre limitato è l'apporto delle fonti rinnovabili innovative (solare termico, fotovoltaico, eolico, biomasse, biocombustibli, combustibile derivato dai rifiuti). Vorrei far notare che l'utilizzo in Italia di tali fonti è stato distorto dal fatto che tra le fonti rinnovabili sono state contabilizzate anche le fonti assimilate. Di fatto si sono considerate nell'ambito delle fonti rinnovabili anche fonti che tali non sono, per quanto assimilate ad esse.

Lo sfruttamento dell'energia nucleare comporta in tutti i Paesi un rilevante impegno di gestione, per i connessi aspetti tecnologici ed organizzativi. Le esperienze del passato (Chernobyl) e la conoscenza dei problemi di obsolescenza tecnologica degli impianti dell'Europa dell'Est sono temi di grande rilevanza che un grande Paese deve affrontare in maniera matura, senza approcci ideologici, ma trovando negli strumenti organizzativi a disposizione e nella funzionalità che un sistema di governance democratica deve garantire, per ottenere il consenso dell'opinione pubblica.

Il sistema politico deve farsi carico di queste tematiche e porsi il problema del futuro, impostando le scelte di pianificazione che richiedono prospettive di lungo termine e la dotazione di capacità di amministrazione pubblica per la regolazione e il controllo tecnico del settore.

Nella parte propositiva della citata Relazione conclusiva dell'Indagine sull'energia scrivevamo nel 2002, come Commissione Attività produttive della Camera - e rivendico al proposito di aver riaperto in tale sede istituzionale la questione del nucleare in Italia - che "una riflessione specifica è da dedicare al nucleare, una fonte energetica che l'Europa sta utilizzando consistentemente e dalla quale nei fatti non si può prevedere scelga di uscire nel breve medio termine. L'Italia continua a sottrarsi alla regola pratica che vede tutti gli altri paesi dell'Unione avvalersi, per il 70 per cento della produzione di energia elettrica, del mix carbone più nucleare (il peso relativo cambia da paese a paese, ma la somma è sostanzialmente costante). Né si può tacere che l'apertura dei mercati è, in condizioni di asimmetria ed eterogeneità, un percorso che rischia di divenire a senso unico. I progressi della ricerca in materia di energia nucleare andranno quindi attentamente seguiti e valutati. Da approfondire è inoltre il divario dei costi di produzione, nettamente a favore dell'energia nucleare. Un'attenta analisi, da promuovere anche a livello comunitario, dovrà, in particolare, essere svolta con riferimento ai diversi fattori di costo (oneri per la sicurezza, smaltimento dei rifiuti radioattivi, accantonamenti per decommissioning ecc.), anche al fine di verificare se la formazione del prezzo dell'energia nucleare avvenga secondo logiche di mercato" ...

E ancora: "Un paese come l'Italia, fortemente dipendente nei suoi approvvigionamenti energetici e attivo sul mercato mondiale con una funzione sostanzialmente trasformatrice non può che avvantaggiarsi dall'integrazione su scala mondiale, oltre che continentale, del sistema di approvvigionamento delle fonti e di trasporto e trasformazione dell'energia" .................. "Particolarmente efficaci nella direzione dell'integrazione sono gli interventi concertati con i Paesi in via di sviluppo per l'applicazione del protocollo di Kyoto: un esempio può essere la realizzazione di centrali elettriche ad alto rendimento in paesi emergenti con tecnologie italiane e risorse finanziarie in parte italiane prevedendo una forma di project financing che restituisca nel tempo i capitali, attraverso i proventi della vendita dell'energia elettrica prodotta. Potrebbe rientrare in questo schema un impegno in compartecipazione di operatori italiani nella produzione di energia elettrica da nucleare in altri paesi europei, nel pieno rispetto delle regole che presiedono al funzionamento dei diversi mercati. Questo al fine di superare la situazione attuale che ci vede mercato di sbocco quasi garantito per i paesi come la Francia che si sono costruiti attraverso il nucleare una rendita di posizione con vantaggi economici diretti e indiretti (difesa della competitività del loro sistema industriale) e di sicurezza di approvvigionamenti che sarebbe bene poter condividere."

A seguito di queste indicazioni e delle conseguenti decisioni che Parlamento e Governo hanno adottato l'Enel ha potuto avviare proficue collaborazioni con i paesi dell'Europa dell'Est con particolare riferimento all'acquisizione della Società di energia elettrica nella Slovacchia, che opera anche nel settore nucleare.

Rimandando a queste valutazioni chiudo pertanto il mio intervento, sollecitando ora il contributo dei relatori.


RELAZIONE PISTELLA (CNR)

Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Il Presidente di uno dei nostri maggiori enti di ricerca, il CNR, riesce a dire solo questo ? molto meno che il politico Tabacci ? Davvero penosa la sua relazione che, di fatto, non dice nulla. Il personaggio riesce solo a fare ragionamenti tautologici e ormai scontati del tipo: "occorre fare il nucleare perché siamo circondati da centrali nucleari". L'affermazione poi che l'economia all'idrogeno si può sostenere solo con il nucleare è gravissima e non è sostenuta da uno straccio di argomentazione. E' che Pistella si trova alla Presidenza del CNR per caso, non avendone le competenze. Si vede che Pistella risulta sistemato in quel luogo grazie alla lanzichenecca Moratti. 


RELAZIONE PAGANETTO (ENEA)

Nucleare e domanda mondiale di energia

Stupisce che un dirigente Enea non sappia o non voglia citare il fatto che all'origine della vicenda dei rerattori nucleari italiani, le diverse filiere in progetto, vi furono interessi USA che liquidarono Felice Ippolito dalla Presidenza dell'allora CNEN. Nel complesso la  relazione, pur muovendosi in un ambito tecnocratico, è realistica e condivisibile. Si ridicolizzano le cose dette da Pistella e si discutono quelle dette da Tabacci. Infatti l'abbandono del nucleare nel 1987 non ha bloccato la partecipazione delle nostre imprese a gare d'appalto all'estero ed inoltre il costo del nucleare, che non potrà mai essere pensato a breve termine, è dello stesso ordine di quello del gas o addirittura superiore. Il riferimento al nucleare viene fatto solo a quello di IV generazione che ancora non è operativa e realisticamente non lo sarà fino al 2025/2030. Questo tempo deve essere utilizzato per la preparazione di scienziati con competenze adeguate alla nuova sfida.


RELAZIONE CONTI (ENEL)

Concordo pienamente con il contenuto della relazione introduttiva del presidente Tabacci e sostengo l'appello del professor Pistella in tema di energia e liberalizzazione.
Condivido altresì la conclusione del professor Paganetto, laddove afferma che per ragionare in tema di energia occorre basarsi sui costi.
Come tutti sapete, in Italia la scelta è stata quella di basare la produzione di energia elettrica prevalentemente sul petrolio.
Il 70 per cento dell'energia prodotta in Italia proviene da oli combustibili e gas e quest'ultimo è indicizzato al prezzo del petrolio, con la conseguenza che un suo aumento comporta automaticamente un aumento del costo dell'energia.
Nonostante ciò, a supporto dell'ipotesi avanzata dal professor Pistella, posso dire che, come dimostrano le statistiche di Eurostat, dal 1996 al 2004 il costo dell'energia in Italia con riferimento alla tariffa media, è aumentata in termini nominali solo del 3 per cento, a fronte di beni che hanno subito aumenti del 70-100 per cento, per esempio nei comparti dei servizi e alimentare. Un aumento del 3 per cento in termini nominali significa in termini reali una diminuzione del 15 per cento, nello stesso periodo in cui i prezzi delle materie prime sono aumentati in maniera sensibile, in alcuni casi addirittura di 6 volte. Il miracolo di un costo dell'energia contenuto è potuto avvenire perché le dimensioni di scala dell'operatore hanno consentito economie di costo che sono state trasferite al sistema.
A questo proposito devo sottolineare che la liberalizzazione del mercato è un falso mito per due ragioni. Un mito errato, innanzitutto, è quello che porta a presumere che il numero dei concorrenti faccia diminuire i costi.
I costi diminuiscono in fabbrica e se si bruciano gas e olio combustibile questo non avviene per il fatto che gli operatori in gioco siano uno o dieci. Inoltre, farsi concorrenza con lo stesso tipo di impianto a ciclo combinato a gas comprando quest'ultimo tutti dalla stessa fonte non realizza concorrenza ma si risolve in una presa in giro. Bisogna smetterla di parlare di liberalizzazione. Le dimensioni di scala sono un fattore importante.
Questa è un'industria ad alta intensità di capitale, non è, per così dire, un business "per signorine", per deboli di cuore né per misure assistenziali. È un business che richiede il reinvestimento di flussi di cassa.
ENEL ha fatto e continua a fare la sua parte; quello che chiede è stabilità delle norme, certezza del diritto e continuità amministrativa.
Il nucleare, di fatto, non esiste. L'ENEL non può pensare di fare il nucleare in Italia. Se pensiamo che in Italia non si riesce a completare nemmeno una pala eolica in cima ad una montagna, immaginiamo cosa potrebbe comportare l'ottenere il permesso per realizzare un impianto nucleare! Mi rendo conto, naturalmente, che il dibattito sulla materia è necessario, anche perché in prospettiva dovremo in qualche modo fare dei passi avanti, considerato quello che fanno gli altri paesi. Il resto dell'Europa produce energia elettrica per il 30 per cento basata sul nucleare.

Bruno Tabacci, Presidente. Naturalmente quando lei afferma che negli altri paesi si produce energia nucleare perché si chiede alla società di farsi carico del problema, mentre in Italia non si riesce ad installare neppure una pala eolica non è certo un titolo di merito!

Fulvio Conti, Amministratore delegato ENEL SpA.
Potrei citare mille esempi di strabismo industriale: tutti sappiamo che il nostro è un paese che soffre di asfissia industriale. Ci facciamo del male da soli: basti pensare che un impianto a biomasse può venire bloccato perché, a causa della combustione di segatura e noccioli d'oliva, c'è il pericolo che nel fiume che corre 15 chilometri a valle un qualche pesce non possa riprodursi.
In tema di nucleare, l'Europa e il mondo si muovono. Sono oltre 440 gli impianti nucleari attivi, ai quali si aggiungeranno i nuovi commissionati.
Ho il piacere, l'onore e l'orgoglio di dire, come già anticipato dal presidente Tabacci, che ENEL, non potendosi muovere in Italia in questa direzione, lo sta facendo all'estero.
Mi riferisco innanzitutto alla possibilità di partecipare, come stiamo concordando di fare con i colleghi francesi di EDF, ad un piano di sviluppo del nucleare di nuova generazione chiamato European Pressurized Water Reactor (EPR), che dovrebbe avere notevoli vantaggi dal punto di vista della gestione, anche dei residui di reazione, e dare al contempo maggiori garanzie di affidabilità.
In secondo luogo, ci stiamo muovendo per l'acquisizione della maggioranza di controllo e quindi della gestione della società Slovanské Elektrarné, nostra omologa in Slovacchia, nella quale si registra un mix bilanciato di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, idroelettrico, da carbone e da nucleare. Per quest'ultimo esistono buoni impianti di tecnologia russa del tipo ad acqua leggera pressurizzata, cioè la tecnologia PWR che è la più diffusa in Occidente e nel mondo in generale. In particolare, gli impianti che saranno acquisiti da Enel con Slovenske Elektrarne appartengono alla seconda generazione, sono di concezione cecoslovacca e sono stati giudicati ampiamente soddisfacenti in termini di sicurezza dall'Agenzia delle nazioni Unite per l'Energia Atomica (IAEA) e considerati accettabili dall'Unione europea (un cumulo di sciocchezze che mostrano la malafede di certi relatori. L'Enel non lo dice ma ha acquistato otto reattori tipo Chernobyl, con Fini che, su consiglio di Attila Matteoli, ha partecipato all'evento. Inoltre, quel pacchetto energetico era sul mercato e l’offerta economica italiana è decisamente sbagliata - il 22% in più di quella della CEZ ceca e il 53% in più di quella di Inter RAO russa - tenuto conto della vecchiezza degli impianti e, soprattutto, dei problemi legati alle otto centrali nucleari di Bohunice e Mochovice. Delle quattro unità di Bohunice, le prime due devono essere chiuse nel 2006 e nel 2008 - secondo decisioni UE ed IAEA approvate dallo stesso governo slovacco - perché inadeguate dal punto di vista della sicurezza e l'Enel si dovrà fare carico della sistemazione delle scorie poiché in Slovacchia non esiste alcun sito. Ecco il grande affare. Ma perché l'IAEA giudica ampiamente soddisfacenti in termini di sicurezza i reattori acquistati ? Perché questo ente affermava prima ci Chernobyl che anche Chernobyl era ampiamente soddisfacente in termini di sicurezza. Ecco, quando in premessa chiedevo che si aprisse un dibattito franco, chiaro, spassionato, non ideologico, fuori dai denti, ... chiedevo che queati venditori di tappeti la smettessero di inquinare le acque perché questo è il solo modo per non aprire nessun dibattito e dare ragione alla new age che incombe. ndr). 

Lo sviluppo in questo campo ci consente di acquisire e sviluppare competenze nucleari specifiche all'interno dell'ENEL che dovrebbero aiutarci a sbarcare sul fronte del nucleare in modo economicamente valido utilizzando al tempo stesso tali esperienze per ulteriori espansioni (quali esperienze ? quelle di reattori della filiera russa ? ma scherziamo ? ndr).
Nel frattempo, non restiamo in attesa che le decisioni di politica industriale ci riportino o meno al nucleare, dal momento che abbiamo un'occasione storica per colmare il gap rispetto ai costi del resto d'Europa. Un gap che comunque si è assottigliato, dal momento che, se si escludono le componenti accessorie della tariffa elettrica, gli oneri di sistema e le tassazioni, il divario di costo in questo momento si aggira intorno al 20 per cento.
Possiamo recuperare tale divario solo se siamo posti in grado di fare ciò che ci è consentito.
Una volta vendute le cosiddette Genco (generation company), sarebbe un omicidio dell'ENEL abbassare ulteriormente le dimensioni di scala della società quando tutto il resto del mondo va nella direzione opposta. Basta varcare il confine per vedere che in Francia mantengono una dimensione di scala importante per i fabbisogni energetici del loro sistema, in Spagna si consolidano gli operatori e in Germania esistono 3 operatori, non 25: ci sarà pure una ragione perché questo avviene! (La ragione risiede nell'errata privatizzazione operata dal centrosinistra, con lo spezzatino irragionevole dell'ente elettrico - che senso ha avuto, ad esempio, separare le centrali dalle linee di trasmissione ? - Più in particolare le lagnanze del relatore sono perfettamente in linea con la cattiva coscienza degli imprenditori italiani: prima si pretende la privatizzazione affermando che i monopoli bloccano la crescita del Paese. A seguito di ciò lo Stato privatizza - male - e, da questo punto, si vorrebbe il monopolio privato che sostituisce quello che era pubblico. Un ritorno cioè al 1963, a prima della nazionalizzazione dell'energia elettrica, nazionalizzazione che, tra l'altro, è costata all'Italia un'enormità, oltre che in termini economici, in termini di destabilizzazione democratica ed in tentativi di golpe. ndr). 
Per preservare questa capacità innovativa, oltre alle dimensioni di scala dobbiamo operare in direzione dell'ammodernamento del nostro parco di produzione, che passa attraverso il completamento, peraltro ormai definitivo, del programma di conversione degli impianti da olio combustibile denso a ciclo combinato a gas. Abbiamo 5 mila megawatt di capacità; nonostante i vari "dimagrimenti" gli sforzi compiuti ci vedono sempre al primo posto in Italia, sia pure molto vicini al secondo e terzo, in termini di capacità a ciclo combinato gas.
Dobbiamo inoltre poter proseguire in maniera decisa sul fronte del carbone pulito. Tutti i paesi hanno una quota significativa di produzione di energia elettrica a carbone. Dobbiamo spingerci ancora di più in questa direzione: attualmente stiamo procedendo con un nuovo impianto a Civitavecchia e stiamo aspettando gli esiti di una richiesta di autorizzazione a Porto Torres, che speriamo di poter ottenere quanto prima.
A questo proposito sottolineo come sia necessaria la certezza delle regole. Non è possibile che un impianto venga autorizzato a tutti gli effetti dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni e successivamente venga rimesso in discussione a seguito dell'alternanza democratica di un'amministrazione locale. La certezza del diritto deve essere assolutamente garantita.
Un'ultima considerazione riguarda il Trattato di Kyoto.
Gli impianti a ciclo combinato a gas e a carbone ad elevata efficienza su cui Enel sta investendo ci consentono, nel complesso, di ridurre fortemente le emissioni rispetto al 1990. Il Protocollo di Kyoto rappresenta al tempo stesso un'opportunità, perché spinge il sistema, in particolare quello europeo, a migliorare e ammodernare i propri impianti, e una condanna dal momento che l'Europa rispetto al resto del mondo e l'Italia rispetto all'Europa si sono autoimposte obiettivi molto più onerosi. Ciò comporta che l'Italia, nonostante livelli di efficienza che la pongono all'avanguardia, debba sostenere uno sforzo di riduzione delle emissioni pari ad almeno un quinto del totale europeo, mentre altri paesi membri dell'Unione già si trovano al di sotto dei livelli di emissione consentiti da Kyoto, con evidenti squilibri di costo e di competitività; e questa non è la sola asimmetria dal momento che noi italiani, che registriamo nel prodotto interno lordo una minore intensità di energia per unità di prodotto, paghiamo per i tedeschi, che hanno un'intensità di utilizzo maggiore.
Un'ulteriore asimmetria si registra poi all'interno del paese, visto che lasciamo che il trasporto inquini e ce la prendiamo con l'industria elettrica.
Si tratta di un'ulteriore follia che va corretta e sanata non soltanto perché l'Europa deve essere promotrice di nuove iniziative ma perché ciò non può avvenire in modo totalmente slegato dal concetto di economicità.
Spero, in conclusione, di essere stato abbastanza provocatorio.


RELAZIONE BOLOGNINI (SOGIN)

Prospettive dell'energia nucleare in Italia

 L'Enea dice che non sono disponibili né nucleare pulito né carbone pulito e la Sogin dice di si ? ecco un altro clamoroso esempio della cialtroneria e del vu cumprà tra i manager dell'industria energetica italiana.


RELAZIONE RICCI (ASSOCIAZIONE NUCLEARE ITALIANA):

Prospettive dell'energia nucleare in Italia


RELAZIONE VACCA (FUTUROLOGO):

Come sappiamo l'Italia dipende per la produzione della propria energia dal petrolio per il 50 per cento a fronte di una media mondiale del 40 per cento.
Fra qualche decennio le proiezioni prevedono che questo dato scenda al 42 per cento, attestandosi allo stesso livello del gas, la cui quota percentuale sta salendo, mentre l'8 per cento della produzione avverrà per mezzo del carbone e un altro 8 per cento attraverso altre fonti (nel nostro paese, prevalentemente idroelettrico e geotermico). Il dato relativo al petrolio, in considerazione del fatto che i consumi stanno crescendo, comporta un fabbisogno di 90 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.
Per questo condivido quanto affermato dal professor Bolognini in merito alla necessità di intervenire con urgenza. Si può addirittura trattare di ore. Sappiamo infatti che la situazione internazionale non è propriamente tranquilla e, in caso di tagli nell'approvvigionamento di petrolio, ci troveremmo davvero in guai seri.
La situazione è critica, e non si tratta di semplici sensazioni.
Il nodo di fondo della questione è di tipo culturale.
In Italia il nucleare non si può fare come non si possono fare tante altre cose. Non si può fare quasi niente perché la gente non capisce neppure quali siano i problemi che ha di fronte. Quando si parla di nucleare si pensa ad una tecnologia di 20 o 30 anni fa e il fatto che siano stati fatti enormi passi avanti non sfiora neppure l'opinione pubblica. Di queste cose, semplicemente, non si parla.
Si è parlato del referendum del 1987.
In base ai suoi esiti oggi il Parlamento potrebbe decidere di costruire una centrale nucleare nel comune di Roma senza dover pagare alcun risarcimento. Se fosse effettuato un sondaggio fra persone cosiddette colte, nessuno saprebbe rispondere in merito al contenuto dei quesiti referendari. Tutti pensano che si sia votato per esprimere la propria posizione a favore o contro il nucleare, ma è falso e questa non è la sola falsità che ci stiamo portando dietro.
Il professor Ricci ha parlato dei reattori a sicurezza intrinseca. È importante parlarne perché in quello nucleare come in tanti altri campi (basti citare il tema dell'elettrosmog o quello degli organismi geneticamente modificati) la gente esprime paure basate sul nulla.
Quella che occorre, dunque, è innanzitutto un'opera di profondo rinnovamento culturale.
In Finlandia il reattore la cui costruzione è stata avviata un mese fa è il quinto in quel Paese, per una popolazione pari ad un totale di poco più di 5 milioni di abitanti. Ciò significa che se in Italia avessimo fatto altrettanto, staremmo per impiantare il nostro 57° reattore (Vacca sa almeno quanto me che il suo discorso è paradossale perché non parla della superficie dei due Paesi che è un dato dal quale non si può prescindere. La Finlandia ha una superficie di circa il 15% maggiore di quella italiana e su tale superficie ci sono solo 5 milioni di abitanti mentre in Italia sulla superficie minore vi sono 57 milioni di abitanti. E' certo possibile costruire centrali per numero di abitanti ma le conseguenze le conosce meglio un futurologo di quanto possa conoscerle io ... ndr).
Ciò è legato a quella che chiamo la ricetta finlandese. In Finlandia, a seguito del crollo dell'Unione sovietica, il blocco di metà delle esportazioni ha prodotto dal 1990 al 2000 una crescita del prodotto interno lordo di una media del 5 per cento l'anno. In Italia il Pil era allora all'1,27 per cento, ora è pari a zero, mentre la Finlandia ora ha un Pil del 2,1 per cento. Questo è potuto avvenire perché negli anni ottanta in Finlandia sono stati fondati 32 politecnici, integrati fra loro e con il sistema pubblico e industriale.
In Italia l'industria non ha mai dato vita ad alcun politecnico, mentre il Massachusetts institute of technology esiste da un secolo e mezzo.
Per fare la battuta paradossale di cui parlava il professor Ricci, dirò che la situazione in Italia è grave non soltanto perché non si fa il nucleare e non se ne parla. Dovremmo in realtà dichiarare guerra alla Finlandia. Così la perdiamo e un governatore finlandese può iniziare a fare le cose seriamente!
Ciò detto, non esiste naturalmente una soluzione rapida.
Bisogna ripartire da zero e cercare di creare un'opinione pubblica informata che sappia di cosa si sta parlando.
Va detto, senza dubbio, che su questo versante l'industria italiana è nettamente latitante.
Nel nostro Paese abbiamo i politecnici di Milano, Torino, Salerno e così via ma le grandi imprese non si sono mai occupate di questo aspetto della questione.
Sarebbe invece necessario riuscire a comunicare in termini semplici la realtà delle cose. Se pensiamo che abbiamo ministeri che continuano ad ignorare il sistema internazionale e scrivono "mld" per indicare miliardi e "mil" per indicare milioni, dobbiamo renderci conto che quando questo genere di errori interessano l'energia e ci troviamo di fronte al fatto che nessuno ha idea di quale sia la differenza tra un chilowatt e un chilowattora e che se si parla di rischi in termini di leggende metropolitane, la situazione diventa ben più grave.
La situazione è insostenibile, e purtroppo non soltanto per quanto riguarda l'energia.
Secondo i dati dell'European Innovation Scoreboard, che prendono in considerazione i livelli e la velocità di crescita dell'innovazione, Finlandia e paesi nordici si trovano molto in alto nel grafico, seguiti, un po' più in basso, da Francia, Germania e Gran Bretagna; molto più in basso, con scarsa innovazione ma crescita molto rapida i collocano Ungheria, Portogallo, Grecia e Spagna e solo nel punto corrispondente ad innovazione e crescita al di sotto della metà della media si trova stabilmente l'Italia.
Nel 2003 il nostro Paese era insieme alla Bulgaria, che però ha poi cominciato a crescere; accanto all'Italia ritroviamo ora Austria e Repubblica Ceca, ma questo non è certo un dato confortante. Questo diagramma, come mi è capitato di scrivere su qualche giornale, andrebbe scolpito a lettere di fuoco nella mente di tutti i nostri uomini politici e industriali.
Fra le 150 industrie che investano maggiormente in ricerca e sviluppo ritroviamo solo 3 imprese italiane: Fiat, Ifi e Finmeccanica, dal momento che St-Microelectronics è franco-italiana ma, avendo sede in Olanda, figura nella lista come olandese. Qualche volta penso che ci vorrebbe in Italia per dittatore Pasquale Pistorio, dal momento che St-Microelectronics - Finmeccanica poco meno - investe in ricerca e sviluppo il 16 per cento del fatturato.
Quanto al protocollo di Kyoto - per essere ancora più deciso del professor Ricci - dirò che si tratta di una stupidaggine dove con pochi dati si scambiano le cause con gli effetti e si afferma che occorre fare attenzione perché le attività umane stanno scaldando il pianeta. Fatto che, peraltro, come dimostrano tanti dati, non è neppure vero.
Fino a qualche anno fa gli investimenti in ricerca e sviluppo del nostro Paese erano al di sotto dell'1 per cento del Pil e negli ultimi anni il dato è calato ulteriormente: un fatto inammissibile.
Anche in questo caso, però, se è giusto fustigare i governi che investono poco in ricerca e sviluppo dobbiamo constatare che l'industria fa anche peggio.
Si tratta di verità forse dure ma che vanno dette senza paura affinché si possa dar vita ad un drastico cambiamento di rotta.

(Niente da dire. In Italia l'Industria non fa ricerca e lo Stato investe quasi nulla nei suoi Enti di ricerca. A questo si deve aggiungere il sistema scolastico ed universitario che, dopo le riforme Berlinguer-Zecchino, precipita verso abissi di ignoranza. Quindi abbiamo una popolazione disinformata, fideista, propensa ad accettare per buona ogni cosa che venga da fonti note anche se squalificate. Questo resta un Paese cattolico di non credenti, e cioè di ignoranti totali. Ma nessuno ne prende atto per intervenire strutturalmente sulla scuola e sull'università. Il sistema inerziale va per la maggiore. Occorre ricordare che se per costruire una scuola di pensiero possono servire anche 100/150 anni, per distruggerla bastano pochi giorni. Se continuiamo con il sistema inerziale siamo condannati ad occupare gli ultimi posti in ogni attività culturale e conoscitiva in Europa e quindi nel mondo. ndr).

A questa relazione, Roberto Vacca ha aggiunto un testo scritto:

- Roberto Vacca: Prospettive dell'energia nucleare in Italia


RELAZIONE CLERICI  World Energy Council (WEC):

Ringrazio il Presidente Tabacci per averti consentito di svolgere un breve intervento. Mi limiterò a fare alcuni commenti relativi alla situazione del settore nel nostro Paese.
Come è stato già evidenziato, qualunque fonte di energia non va né idolatrata né demonizzata. Dobbiamo essere aperti a tutto, tenendo conto dei lunghi tempi di ritorno di ricerca e investimenti nel settore.
Vorrei tuttavia sottolineare un dato un po' sottaciuto, vale a dire il costo delle esternalità.
Nella valutazione di costi del KW la Finlandia ha posto una penalizzazione di 16 euro al megawattora per il carbone e di circa 8 euro per il ciclo combinato.
Nel 2004 in Italia il 50 per cento dell'energia elettrica è prodotta con il gas e il 45 per cento, in parti uguali, da impianti idroelettrici, a carbone e a petrolio. Si consideri che oggi il costo del gas è di 270 euro per mille metri cubi e che per il ciclo combinato, con il 57 per cento di efficienza, un investitore (che, come ben sa Fulvio Conti, deve avere un ritorno dell'investimento) non può vendere il kilowattora a meno di circa 70 euro al megawattora.
Per i costi del nucleare, da quanto è emerso nei lavori del gruppo del WEC, esiste una diversità enorme tra la valutazione: mille dollari al KW in Cina e duemila euro al KW per l'Enel.
Al di là di questa differenza, se si parte dallo stesso valore di 2 mila euro al KW installato, in Francia e Finlandia, si assume uno stesso valore di utilizzazione all'anno (8 mila) e si considerano 40 anni di durata dell'investimento, un ragionamento analogo a quello condotto dall'EDF prima di quotarsi in borsa o dai finlandesi, con un discount rate del 5 per cento all'anno, vi può essere un onere di capitale sul costo del KW (su un valore di 2 mila euro) pari a 14 euro al megawattora. Ebbene, nessun investitore italiano quotato in borsa, se non vuole uscirne, può fare un investimento con un internal rate of return inferiore al 10 per cento (in alcuni casi anche del 13 per cento).
Tenendo conto di questo dato i 14 euro citati diventano un minimo di 42. Ciò significa che tra i costi dobbiamo quindi tenere conto della realtà industriale nella quale ci si trova.
Per quanto riguarda i tempi per l'eventuale entrata in produzione di una nuova centrale nucleare, vorrei ricordare che in Finlandia se è vero che per la mera costruzione dell'impianto occorrono 5 anni, si devono tuttavia considerare altri tempi per la definizione complessiva della procedura. Ricordo che il Governo finlandese ha definito fin dal 1997 l'Energy strategy report; nel 1998 ha dato alla TVO l'incarico di avviare studi di fattibilità per le tipologie dei reattori da installare; dopo una serie di analisi nel 2002 l'opzione tecnica proposta dalla TVO è stata approvata dal Parlamento finlandese (con 107 voti contro 92). La gara per la costruzione della nuova centrale è stata aperta nel 2002 e le offerte sono state chiuse nel marzo 2003; l'ordine definitivo è intervenuto nel dicembre dello stesso anno. La centrale entrerà pertanto in servizio nel 2009, dopo i 5 anni necessari per la costruzione.
Il riscontro di tale esperienza estera prova che si decidesse oggi in Italia di tornare al nucleare, non dobbiamo prendere in giro l'opinione pubblica e noi stessi pensando che la prima centrale nucleare possa entrare in servizio prima di 12 anni  (Clerici non lo dice ma dimostra che il rappresentante della Sogin ha detto delle sciocchezze e si è messo a vendere tappeti anche lui. Io posso solo aggiungere che in Italia vi è una complicazione legislativa relativamente alle varie entità che debbono rilasciare licenze, alle gare di appalto come ho già detto, alla corruzione dilagante come accennato. ndr).
Si pone poi l'enorme problema di convincere l'opinione pubblica.
Posto che in Italia non si riesce neppure a fare una linea di media tensione, lo sforzo maggiore, come sottolineato dal professor Vacca è quello di intervenire sull'opinione pubblica.
Resto a disposizione per fornire tutti i dati relativi ai cambiamenti in corso, ma occorre rendersi conto che non sarà possibile fare nulla senza risolvere il nodo di fondo, ovvero capire come possa inserirsi una politica energetica in un libero mercato.


RELAZIONE POSSA (MIUR):

Ringrazio il presidente Tabacci e il Comitato Vast per aver dato vita alla riflessione odierna. Desidero innanzitutto esprimere un vivo apprezzamento per la qualità degli interventi degli autorevoli relatori, che hanno consentito di mettere a fuoco le principali complesse problematiche relative alle prospettive dell'energia nucleare in Italia.
Per affrontare questo tema occorre avere ben chiaro lo scenario che realisticamente si prospetta per i prossimi decenni relativamente alle fonti di energia utilizzabili per la produzione di energia elettrica.
Al riguardo non c'è dubbio che l'energia nucleare vada considerata una risorsa formidabile per l'umanità. Per il suo sfruttamento sono ormai disponibili alcune tecnologie (prima di tutto quella dei reattori ad acqua pressurizzata, ma anche quella dei reattori ad acqua bollente), che hanno raggiunto livelli di sicurezza e affidabilità pienamente accettabili e vanno considerate assolutamente mature. Siamo peraltro solo nella fase iniziale dell'utilizzazione dell'energia nucleare: la messa a punto di tecnologie per reattori veloci di potenza e per il trattamento dei combustibili irraggiati (onde recuperare e riciclare il plutonio prodotto) consentirà la fissione anche dell'uranio 238 (moltiplicando di quasi cento volte i valori raggiunti oggi per l'energia estratta dall'uranio esistente in natura!) e consentirà altresì l'utilizzazione come combustibile del torio, un elemento tre volte più diffuso dell'uranio sulla superficie del nostro pianeta. Prototipi di reattori nucleari di potenza basati su queste tecnologie sono allo studio da molti anni (Caspita! quante cose da fare ! E tutte mature ? Come no!  ndr). Ultimamente l'India ha dato un forte impulso a queste linee di sviluppo tecnologico (in particolare relativamente al torio, di cui l'India è ricca) e ha anche iniziato la costruzione di un reattore nucleare di potenza per la produzione diretta di idrogeno.
Domandiamoci ora quali altre fonti energetiche in alternativa all'energia nucleare e ai combustibili fossili saranno prevedibilmente a disposizione dell'umanità nei prossimi decenni per la produzione di energia elettrica, una commodity fondamentale per la nostra società.
Poc'anzi il professor Ricci ha definito wishful thinking la tecnologia della produzione di energia elettrica basata sulla fusione nucleare. Personalmente sono ancora più negativo: allo stato attuale delle conoscenze non sappiamo affatto se e fra quanti decenni questa tecnologia sarà disponibile; non vi possiamo perciò fare alcun conto. Per quanto riguarda le energie rinnovabili come il solare termico e il fotovoltaico, i cospicui investimenti in ricerca e sviluppo fatti nel recente passato, pur conseguendo notevoli miglioramenti, non sono riusciti a diminuire più di tanto i costi, che permangono elevati e poco suscettibili di ulteriori diminuzioni. Anche l'energia eolica presenta rilevanti limiti di applicazione, sia per i costi, sia per la sempre minore accettazione sociale, sia per i ridotti ambiti geografici di convenienza.
L'energia nucleare costituisce quindi nei prossimi decenni l'unica reale importante alternativa al carbone e ai combustibili fossili. Con due grandi pregi: richiede pochissimo territorio e non inquina l'atmosfera con gas serra.
Concordo pienamente su quanto è stato detto sul trattato di Kyoto. Mi ha fatto molto piacere che in un ambiente autorevole come questo si esprimano in proposito posizioni così nette. Al riguardo desidero qui segnalare quanto sostiene un grande climatologo, il professor Lindzen del MIT, (che tra l'altro è stato chiamato ad illustrare le sue tesi qualche mese fa presso il Parlamento inglese), secondo il quale allo stato delle nostre conoscenze non risulta scientificamente dimostrato che vi sia una relazione causale tra il progressivo e continuo aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera, osservato in questi ultimi duecento anni e il riscaldamento del pianeta, osservato in particolare in questi ultimi decenni (quel climatologo è uno degli scienziati assoldati da Bush per poter continuare a portare avanti la sua nefasta politica energetica. Naturalmente nel governo Berlusconi vi era chi apprezzava. ndr).
Vorrei rispondere ad un'osservazione che viene dall'auditorio circa l'eventuale rapporto causale tra il riscaldamento del pianeta e gli eventi ciclonici del tipo di quelli verificatisi a New Orleans. La formazione dei cicloni è legata alla temperatura superficiale dell'acqua nell'Atlantico settentrionale alle latitudini di 10-20 gradi. Ovviamente questa temperatura aumenta con il riscaldamento dell'atmosfera terrestre e di conseguenza aumenta anche l'evaporazione di acqua dall'oceano. Ad avviso del prof. Lindzen - e le sue argomentazioni mi paiono convincenti - tali indubbi aumenti non è detto affatto che siano dovuti all'aumento della CO2. Il meccanismo base che porta alla formazione dei cicloni è ben noto. Alle basse latitudini dell'Atlantico settentrionale una eventuale bassa pressione richiama da un lato enormi volumi di aria calda ad alta umidità da Sud (che spostandosi verso latitudini crescenti tendono a muoversi anche verso Est perché dotate di maggior velocità di rotazione per effetto del moto rotatorio della Terra) e dall'altro enormi volumi di aria fredda da Nord (che spostandosi verso latitudini decrescenti tendono a rimanere indietro rispetto al moto rotatorio della Terra, cioè a muoversi anche verso Ovest). Si genera così una vorticosa circolazione in senso ciclonico (antiorario), con venti fortissimi e con piogge violentissime (determinate dallo scontro delle correnti calde e umide con le correnti fredde), elementi entrambi distruttivi sulle coste eventualmente investite dal ciclone. La bassa pressione che ha generato il ciclone, tende ad automantenersi sia per effetto centrifugo, sia per effetto della condensazione di enormi quantità d'acqua (Questa digressione non ha alcun senso! ndr).
Torniamo all'energia nucleare. Come abbiamo visto, questa fonte energetica primaria è di straordinaria importanza. Purtroppo l'Italia vi ha rinunciato, unico tra i Paesi avanzati, a seguito del referendum antinucleare del novembre 1987.
Al riguardo, cosa è possibile fare oggi nel nostro Paese? Gli interventi hanno ben evidenziato le grandi difficoltà che sussistono per una reintroduzione del nucleare.
E' opportuno innanzitutto precisare che quando consideriamo le prospettive dell'energia nucleare per l'Italia, pensiamo all'installazione non certo di una sola centrale - sarebbe assurdo - ma di un minimo di 10 mila megawatt elettrici, (ottenuti, ad esempio, con una rete di 10 centrali da mille megawatt l'una). Stiamo perciò considerando un imponente investimento infrastrutturale del nostro Paese da portare a conclusione nell'arco di decenni.
È assolutamente impensabile che un investimento di tale gigantesca portata possa essere effettuato in piena autonomia decisionale e responsabilità realizzativa da singoli operatori di mercato, sia pure di gran peso. Non è un caso che in Finlandia la decisione finale favorevole all'installazione di una centrale nucleare da 1600 megawatt sia stata presa dal Parlamento, come ci ha ricordato pochi minuti fa l'ingegner Clerici. In effetti, la decisione circa l'installazione di una centrale nucleare è di tale impatto sulla società da non poter essere lasciata all'operatore di mercato e alle sue analisi dei costi, ma da dover essere considerata di competenza del massimo livello politico. Ciò è stato vero in tutti i Paesi che hanno adottato il nucleare (con l'eccezione degli Stati Uniti, dove probabilmente il motivo del relativamente modesto sviluppo del nucleare è stato il suo eccessivo affidamento al mercato). Nel Paese che maggiormente ha puntato sull'energia nucleare, la Francia, la decisione di passare massicciamente al nucleare venne assunta nel 1973 dopo il primo choc petrolifero dal Governo presieduto da Giscard D'Estaing. L'implementazione della decisione fu curata magistralmente dall'EdF (che rispettò puntualmente l'impegnativo programma di investimenti nucleari convenuto, riuscendo per anni e anni ad avviare ogni anno la realizzazione di quattro nuove centrali da mille megawatt).
Decisioni di questo calibro, che investono in pieno la società in tanti suoi aspetti e interessi e che richiedono perciò un'ampia condivisione da parte dell'opinione pubblica (condivisione di cui l'ingegnere Vacca ha ribadito così bene, poco fa, l'assoluta necessità), non possono essere lasciate al mercato, ma sono da assumere, lo ripeto, al più alto livello politico. Affermare che scelte di questo tipo siano da lasciare al mercato, rappresenta un modo pilatesco per non far nulla. L'evidente market failure è dovuta, oltre che alle dimensioni finanziarie e industriali del nucleare, al fatto che vari suoi importanti benefici, quali la non immissione nell'atmosfera di gas serra, la cospicua creazione di posti di lavoro e la molto minore dipendenza energetica dall'estero, sono apprezzati soprattutto a livello politico.
Ma il potere politico, per poter davvero assumere decisioni di tale rilievo, deve essere sufficientemente forte. Un forte potere politico centrale è sempre stato associato alla decisione sul nucleare, come mostra l'esperienza di tutti i Paesi in cui il nucleare si è sviluppato (salvo gli Stati Uniti, come abbiamo detto). In Francia è stata la tradizione colbertista (con le sue caratteristiche del nazionalismo e di un potere politico altamente centralizzato) a consentire di assumere sul nucleare imponenti decisioni e a far sì che tali decisioni venissero effettivamente implementate su un lungo arco di anni, senza che l'alternanza dei governi perturbasse il programma di azioni a suo tempo concordato.
Nel nostro Paese non ci stiamo muovendo in questa direzione. Proprio oggi alla Camera abbiamo appena approvato un disegno di legge costituzionale, che confermando e rafforzando le competenze e i poteri a livello regionale, finisce per indebolire ulteriormente il potere centrale.
Un'ultima considerazione. Una delle condizioni necessarie per portare a buon fine investimenti così giganteschi, è quella di avere una ragionevole coesione nazionale nei comportamenti dei vari soggetti istituzionali che hanno competenza nel rilascio di permessi relativi alla costruzione e all'esercizio di centrali nucleari e che hanno titolo per intervenire nel caso di controversie. Purtroppo nel nostro Paese non possiamo attenderci tale ragionevole coerenza. Basti pensare al caso ricordato poco fa dal presidente dell'Enel dott. Fulvio Conti, relativo ad una centrale termoelettrica di Civitavecchia. E' bastato il cambiamento di una amministrazione comunale per sovvertire una decisione già assunta relativa alla localizzazione di un impianto di produzione tradizionale. Nella sostanza il nostro sistema di potere è ormai troppo frammentato e non tutte le istituzioni che hanno competenza di intervento hanno adeguata sensibilità su cosa significhi il blocco di investimenti di enormi entità.
In altri termini, l'opportunità dell'energia nucleare, che gli altri Paesi stanno da tempo felicemente cogliendo, non può essere sviluppata in Italia anche a causa dell'eccessiva riduzione del potere centrale nel nostro sistema politico. La frammentazione del potere è ormai tale da rendere impossibile l'assunzione di scelte così significative.
Concordo pertanto con la drastica e provocatoria conclusione del Presidente Conti: inutile parlare del nucleare se la scelta deve essere fatta a livello aziendale.
A fronte di questa situazione condivido pienamente la posizione espressa nel suo intervento dall'ingegner Bolognini, che ha voluto spronarci a scelte coraggiose: in fin dei conti, il futuro è davanti a noi e ci appartiene, il nucleare rappresenta per il nostro Paese una grande opportunità, ad esso non vi sono alternative valide. E non dimentichiamo che l'impatto di un eventuale passaggio al nucleare sulla struttura industriale del nostro Paese sarebbe estremamente positivo, con notevolissimi effetti di upgrading della qualità non solo delle produzioni nucleari, ma di tutte le produzioni.
La tecnologia matura di cui stiamo parlando è infatti relativamente semplice, ma i componenti dell'impianto nucleare devono essere prodotti con livelli di qualità di assoluta eccellenza. L'adozione prescritta per le realizzazioni nucleari delle regole della quality assurance non mancherebbe di avere con il tempo effetti profondi sull'elevazione della qualità di tutta la nostra produzione industriale, migliorandone certamente la competitività. Con la rinuncia al nucleare perdiamo anche questa opportunità.


Ho pubblicato per intero gli interventi di questo seminario perché rappresentano il succo di ogni dibattito energetico che si sviluppa in Italia da moltissimi anni. Si parte con buone intenzioni parlando di problemi energetici e poi si arriva alla SOLA fattibilità del nucleare. Avevo avvertito in proposito nella premessa: se si vuole fare un dibattito serio sull'energia e tutto ciò che gira intorno a questo enorme problema, occorre mettere in campo tutto. Non si possono fare le furbate del dare titoli generali per poi terminare con conclusioni particolari. Ciò è solo possibile se, dopo aver affrontato in dettaglio tutto il resto, si avesse costanza che la sola cosa possibile a breve è quella con la quale concludiamo.

Per altri versi questo seminario ha messo in evidenza, accennando ad esse, tutte le problematiche che occorre affrontare e che puntualmente discuterò nel seguito del lavoro.


 

CAPITOLO 2 - GENERALITA' - ALCUNI INTERVENTI DI CARATTERE GENERALE SULLA QUESTIONE ENERGETICA

 

Inizio con il Consorzio InterUniversitario per la Ricerca Tecnologica sull'Energia Nucleare - CIRTEN che fa un'ampia e parziale disamina di tutti i benefici dell'energia nucleare. E' da notare che gli argomenti si ripetono uguali.

http://www.cirten.it/Energia.php

01 Marzo 2003 
IL FABBISOGNO DI ENERGIA

Consorzio InterUniversitario per la Ricerca Tecnologica sull'Energia Nucleare - CIRTEN

 

IL FABBISOGNO DI ENERGIA

LA SITUAZIONE A LIVELLO MONDIALE

LA RICHIESTA DI ENERGIA

La richiesta mondiale di energia è stata nel ‘93 di 8,3 miliardi di tep. Nel ventennio ‘73-’93 è cresciuta in media dell’1,9% all’anno, con una forte differenziazione fra le diverse aree geopolitiche (0,9% nel’area OCSE, 1,1% nel Centro Europa ed ex-URSS, 5,1% nel resto del mondo).

Con riferimento alla popolazione mondiale attuale di 5,5 miliardi di individui, il consumo medio pro-capite di energia è di 1,5 tep all’anno, con valori molto più alti per i paesi industrializzati.

Il consumo medio pro-capite dell’Italia (circa 3 tep/anno) si colloca ai gradini più bassi della classifica dei paesi più industrializzati, ed è pertanto destinato a crescere con il progredire dello sviluppo economico e sociale.

LA PENETRAZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA

La quota parte del fabbisogno mondiale di energia coperto dall’energia elettrica (penetrazione elettrica) è oggi pari al 37%.

Le previsioni indicano che la penetrazione elettrica a livello mondiale è destinata a salire al 40% per l’anno 2010. Con un valore del 34%, l’Italia si trova oggi al livello più basso fra i paesi più industrializzati.

IL CONTRIBUTO DELL’ENERGIA NUCLEARE

I 432 impianti nucleari in esercizio nel mondo, dotati di una potenza complessiva di 340 mila MW hanno prodotto nel ‘93 2.100 miliardi di kWh, pari al 18% dell’energia elettrica complessivamente prodotta nel mondo (12 mila miliardi di kWh).

Nell’Unione Europea la quota elettronucleare sale al 36% (Francia 80%, Germania 29%, Regno Unito 26%).

TUTTI I PAESI INDUSTRIALIZZATI AFFIDANO ALL’ENERGIA NUCLEARE UN RUOLO FONDAMENTALE NELLA COPERTURA DEL FABBISOGNO DI ENERGIA ELETTRICA, CHE SI CONFERMA IN CONTINUA, FORTE CRESCITA


01 Marzo 2003 
ENERGIA - L’ESPERIENZA ITALIANA IN CAMPO NUCLEARE
CIRTEN

L’ESPERIENZA ITALIANA IN CAMPO NUCLEARE

DAGLI ANNI SESSANTA AL REFERENDUM DELL’87

L'ESPERIENZA PROGETTUALE, COSTRUTTIVA E OPERATIVA

La prima reazione nucleare a catena avviene nel 1942, ad opera del fisico italiano Enrico Fermi. Segue lo sviluppo dei primi reattori per la produzione di energia elettrica.

A metà degli anni Sessanta l’Italia occupa la terza posizione nel mondo dopo USA e Regno Unito nella produzione di energia elettronucleare, grazie alla realizzazione delle centrali di Latina (1964), Garigliano (1964) e Trino Vercellese (1965), per una potenza complessiva di 560 MW.

Nel 1981 entra in funzione anche la centrale di Caorso (860 MW), interamente realizzata dall’industria italiana, che in cinque anni produce circa 30 miliardi di kWh.

UNA MORATORIA TEMPORANEA

Dopo l’incidente di Chernobyl del 1986, ed in seguito al referendum popolare del 1987, il Governo italiano decide una moratoria di cinque anni per la costruzione di nuovi impianti nucleari; impone inoltre la sospensione della costruzione delle nuove centrali di Trino Vercellese 2 ed Alto Lazio, la chiusura della centrale di Latina e la sospensione dall’esercizio delle centrali di Trino Vercellese e Caorso, la cui chiusura definitiva è deliberata dal CIPE il 26 luglio 1990.

GLI IMPIANTI DELLA NUOVA GENERAZIONE

LA PARTECIPAZIONE Al PROGRAMMI INTERNAZIONALI

Allo scopo di mantenere vive specifiche competenze nel campo della progettazione e dell’esercizio degli impianti nucleari l’ENEL, l’ENEA, l’ANPA, l’Industria e le Università italiane partecipano in sede internazionale alle seguenti attività:

iniziative dell’UE per il miglioramento della sicurezza delle centrali nucleari dell’Est Europa;

programma dei reattori ad acqua leggera di media taglia di tipo passivo (progetti Westinghouse AP600 e GeneraI Electric SBWR);

programma EUR per la definizione dei requisiti tecnici europei;

sviluppo del progetto dell’impianto passivo europeo EPP; collaborazione con gli altri esercenti mondiali tramite l’associazione dell’ENEL alla WANO (World Association of Nuclear Operators).

LE ATTIVITA’ PROGETTUALI E SPERIMENTALI IN ITALIA

Tra le molteplici attività in corso in Italia si segnalano in particolare:

l’adattamento del progetto AP600 ai requisiti italiani ad opera dell’ENEL e del Consorzio industriale GENESI (Ansaldo-FIAT), in collaborazione con CISE ed ISMES; lo studio e la progettazione di sistemi innovativi basati su meccanismi di attuazione a sicurezza intrinseca o passiva; lo studio di nuovi sistemi ibridi acceleratore-reattore capaci di ridurre la produzione di scorie radioattive a lunga vita; le prove integrate dei sistemi di sicurezza dell’AP600 e quelle del sistema di raffreddamento passivo del contenitore dell’SBWR, svolte presso la SIET da ENEL, Ansaldo, ENEA e Westinghouse/GeneraI Electric; la sperimentazione del funzionamento di un circuito innovativo di depressurizzazione automatica presso l’ENEA Casaccia; le prove sperimentali di macchine robotizzate presso le centrali nucleari dismesse; la sperimentazione di sistemi automatici e passivi di spegnimento del reattore.

IL MANTENIMENTO DI PROGRAMMI DI RICERCA NAZIONALI E LA PARTECIPAZIONE A QUELLI INTERNAZIONALI CONSENTE DI NON DISPERDERE E DI AGGIORNARE LE CONOSCENZE ACQUISITE DAGLI ANNI SESSANTA AD OGGI  


10 Marzo 2003
CONCLUSIONI: LA NECESSITA’ DI RIAPRIRE L’OPZIONE NUCLEARE    
CIRTEN

CONCLUSIONI

LA NECESSITA’ DI RIAPRIRE L’OPZIONE NUCLEARE

In seguito alle decisioni assunte sull’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl, l’Italia è oggi l’unico paese industrializzato ad avere rinunciato alla produzione di energia elettronucleare.

Le conseguenze sono gravi: ulteriore aumento della già elevata dipendenza dall’estero, in particolare ricorrendo all’importazione diretta di energia elettrica di fonte nucleare; forte dipendenza dagli idrocarburi (l’Italia importa più olio combustibile per uso termoelettrico di tutti gli altri paesi europei messi assieme); scarsa diversificazione delle fonti energetiche, gran parte delle quali sono importate da aree ad elevata instabilità politica.

Anche sul piano della salvaguardia ambientale, la rinuncia all’energia nucleare rende molto difficile il mantenimento degli impegni internazionali assunti in tema di riduzione dell’emissione di anidride carbonica in atmosfera.

Il basso consumo pro-capite e la bassa penetrazione dell’energia elettrica che si registrano oggi in Italia lasciano prevedere per il futuro ulteriori aumenti del fabbisogno elettrico del paese. E’ opportuno che questa crescita sia coperta - come avviene in tutti i paesi industrializzati - ricorrendo ad un mix bilanciato di tutte le fonti energetiche economicamente utilizzabili, senza preclusioni verso l’energia nucleare.

Nel periodo della moratoria nucleare, nonostante crescenti difficoltà, l’ENEL, l’ENEA, l’ANPA, l’Industria e le Università hanno mantenuto aggiornato in campo nucleare un gruppo di tecnici altamente qualificati, impegnandoli in un programma di collaborazioni internazionale e rendendo così possibile, in caso di ripensamento, un pronto rientro dell’Italia nel gruppo dei paesi che utilizzano l’energia nucleare.

Il sistema energetico italiano ha bisogno di una decisione politica che i tempi hanno reso ormai necessaria ed improcrastinabile


01 Marzo 2003
ENERGIA - LA SICUREZZA DEGLI IMPIANTI FUTURI
CIRTEN

LA SICUREZZA DEGLI IMPIANTI FUTURI

NUOVI OBIETTIVI PER UN ULTERIORE AUMENTO DELLA SICUREZZA

Dopo oltre quarant’anni di esperienza operativa, le centrali nucleari progettate e costruite nei paesi occidentali hanno dimostrato nei fatti la capacità di operare in condizioni sicure, con standard di gran lunga superiori a quelli dell’Europa dell’Est.

Il continuo progredire della tecnologia nucleare ha consentito di stabilire per i nuovi impianti criteri di sicurezza ancora più stringenti. In particolare, le nuove centrali saranno realizzate in modo da non richiedere l’evacuazione della popolazione e da non contaminare il territorio circostante l’impianto per qualsivoglia, pur grave, incidente concepibile.

Si vuole inoltre che la sicurezza degli impianti sia garantita anche in caso di assenza prolungata dell’operatore, ovvero sopportandone eventuali interventi erronei, ed infine che essa non dipenda dalla disponibilità di fonti esterne di energia elettrica.

UN MODO NUOVO PER GARANTIRE LA SICUREZZA

Allo scopo di soddisfare i nuovi obiettivi di sicurezza negli impianti della nuova generazione:

sono stati considerati gli incidenti severi, quali la fusione del nocciolo, nel progetto del sistema di contenimento e della cavità sottostante il reattore;

sono stati introdotti sistemi passivi di raffreddamento del reattore e del sistema di contenimento che sfruttano, per il loro funzionamento, leggi fisiche fondamentali, quali la gravità e la circolazione naturale, e che quindi intervengono automaticamente senza richiedere alcuna alimentazione elettrica esterna;

è stata migliorata l’interfaccia uomo-macchina per rendere più agevole la sorveglianza ed il controllo dell’impianto, la comprensione dei sintomi incidentali e l’accurata definizione delle procedure di emergenza, facilitando così gli interventi di recupero;

è stato ottimizzato il progetto del nocciolo al fine di aumentare i margini di sicurezza.

LA SICUREZZA DELLE CENTRALI NUCLEARI DELLA NUOVA GENERAZIONE SARA' TALE DA NON RICHIEDERE L'EVACUAZIONE DELLA POPOLAZIONE PER QUALSIASI PUR GRAVE INCIDENTE CONCEPIBILE  


01 Marzo 2003 
ENERGIA - I BENEFICI PER L’AMBIENTE
CIRTEN

I BENEFICI PER L’AMBIENTE

L’IMPATTO AMBIENTALE DEL NUCLEARE

L’energia nucleare e le energie rinnovabili sono le uniche fonti energetiche che non rilasciano nell’ambiente gas nocivi, quali gli ossidi di zolfo (SO2) e di azoto (NOx), responsabili delle piogge acide, e l’anidride carbonica (CO2), causa principale dell’effetto serra, la cui emissione è inevitabile per tutti i combustibili fossili.

1.000 MW nucleari installati in sostituzione di una centrale a gas corrispondono, in termini di minor rilascio di CO2 e di minor consumo di ossigeno, al rimboschimento di circa 10 mila kmq di terreno.

Le fonti rinnovabili, peraltro - fatta eccezione per quella idroelettrica, le cui potenzialità sono in Italia già sfruttate al massimo - al momento non sono in grado di coprire che una minima frazione del fabbisogno energetico dei paesi industrializzati.

IL NUCLEARE COMBATTE L’EFFETTO SERRA

Per combattere l’effetto serra ed il conseguente cambiamento del clima della Terra, in occasione delle conferenze ONU di Rio de Janeiro (1992) e di Berlino (1995) sono stati concordati, a livello internazionale, interventi volti a limitare i rilasci di CO2.

Se tutte le centrali nucleari europee oggi in esercizio fossero chiuse da qui al 2020, le emissioni di CO2 del settore elettrico raddoppierebbero rispetto al valore attuale, passando da 2,1 a 4,2 miliardi di tonnellate/anno.

Attualmente l’Italia rilascia in atmosfera 450 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Senza interventi correttivi, ben difficilmente saremo in grado di rispettare gli impegni assunti per stabilizzare le emissioni al valore del 1990 (420 milioni di tonnellate/anno), ed arriveremo anzi a produrre nel 2000 circa 490 milioni di tonnellate/anno.

IL TRASPORTO DEL COMBUSTIBILE

Una centrale nucleare da 1.000 MW richiede 30 tonnellate di uranio all’anno, equivalenti alla capacità di un solo carro ferroviario. L’alimentazione di una centrale termoelettrica di pari potenza richiederebbe invece 15 petroliere da 100 mila tonnellate oppure 40 mila carri ferroviari per il trasporto di 2,5 milioni di tonnellate di carbone.

I RIFIUTI RADIOATTIVI

Una centrale nucleare da 1.000 MW produce 100 metri cubi di rifiuti solidi all’anno, contro i 10 mila metri cubi di una centrale ad olio combustibile ed i 250 mila metri cubi di una centrale a carbone.

I rifiuti solidi a bassa e media radioattività (97% del totale), che decadono in poche decine di anni, vengono conservati - compattati e inseriti in idonei contenitori - presso la stessa centrale entro depositi di capienza sufficiente per l’intera vita dell’impianto, in vista del successivo trasferimento in appositi centri di raccolta nazionali.

Il combustibile esaurito - dal quale, in caso di riprocessamento, derivano i rifiuti ad alta radioattività - può essere conservato tal quale per decine di anni in un deposito nazionale, in attesa di uno smaltimento geologico definitivo, di un eventuale riprocessamento od, ancora, di una trasmutazione in prodotti radioattivi a vita medio-breve.

IL RICORSO ALL'ENERGIA NUCLEARE, ANCHE SE DA SOLO NON E' SUFFICIENTE, E' UNA MISURA INDISPENSABILE PER RISPETTARE GLI IMPEGNI INTERNAZIONALI ASSUNTI PER LA SALVAGUARDIA AMBIENTALE  


01 Marzo 2003
ENERGIA - I VANTAGGI DELL’ENERGIA NUCLEARE
CIRTEN

I VANTAGGI DELL’ENERGIA NUCLEARE

LA COMPETITIVITÀ ECONOMICA

IL COSTO DEL KWH NUCLEARE

L’uso dell’energia nucleare comporta un beneficio immediato per la bilancia dei pagamenti in termini di minore esborso in valuta pregiata per l’approvvigionamento di combustibili.

L’acquisto di combustibile nucleare comporta un risparmio di 20 lire per ogni kWh prodotto rispetto al carbone (prezzi ‘92), ed un risparmio ancora maggiore rispetto all’olio combustibile e al gas. Per ogni 1000 MW nucleari installati si risparmierebbero dunque circa 130 miliardi di lire all’anno.

Inoltre, data la diversa composizione del costo del kWh, se il prezzo dei vari combustibili quadruplicasse, il costo del kWh prodotto da una centrale a gas triplicherebbe, mentre quello di origine nucleare aumenterebbe solo del 15%.

LE PROIEZIONI FUTURE

Gli studi effettuati dall’OCSE dimostrano che, assumendo un tasso di interesse reale del 5%, il kWh nucleare risulta nel 2000 ampiamente competitivo rispetto al carbone ed al gas (ad eccezione degli USA occidentali, che hanno grandi riserve di carbone a basso costo, e del Regno Unito, per le ingenti disponibilità di gas del Mare del Nord).

In nessuno dei paesi industrializzati è oggi prevista la costruzione di impianti ad olio combustibile.

La competitività rispetto al carbone ed al gas è anche uno dei requisiti fondamentali alla base della progettazione degli impianti nucleari di tipo avanzato, destinati ad entrare in funzione nel primo decennio degli anni Duemila.

LA RICADUTA TECNOLOGICA E OCCUPAZIONALE

LA TECNOLOGIA

La tecnologia nucleare, al pari di altre tecnologie avanzate, comporta l’utilizzo di nuovi materiali ed apparecchiature che possono trovare vantaggiosa applicazione in altri settori.

Un esempio è dato dall’applicazione di alcune tecnologie nucleari nell’industria alimentare ed in medicina, a scopo terapeutico e diagnostico.

Grazie allo sviluppo dell’energia nucleare sono maturati progressi significativi in altri campi della scienza applicata, quali la tecnologia dei materiali, le analisi di rischio, la sismologia, la qualificazione ambientale, i sistemi informatizzati e robotizzati, la garanzia di qualità, ecc.

I VANTAGGI PER L’OCCUPAZIONE

L’industria nucleare contribuisce in modo significativo alla creazione di posti di lavoro, in particolare per quelli ad elevata qualificazione. Nell’Europa Occidentale i posti di lavoro creati dall’industria nucleare sono 450 mila, di cui oltre 160 mila in Francia.

Alcune stime condotte per la specifica situazione italiana mostrano che se si fosse realizzato il programma nucleare previsto dal PEN 1985 (12 impianti) si sarebbero creati 20 mila posti stabili di lavoro aggiuntivi, con una punta di 35 mila durante la fase di costruzione.

OLTRE A COSTITUIRE UNA SORTA DI "ASSICURAZIONE" CONTRO IMPROVVISI FUTURI AUMENTI DEL PREZZO DEGLI IDROCARBURI, L'ENERGIA NUCLEARE APPORTA INGENTI BENEFICI IN TERMINI ECONOMICI, TECNOLOGICI ED OCCUPAZIONALI  

01 Marzo 2003 
ENERGIA - LE PROIEZIONI PER IL FUTURO
CIRTEN

LE PROIEZIONI PER IL FUTURO

LA RICHIESTA DI ENERGIA A LIVELLO MONDIALE

La crescita della domanda mondiale di energia è concentrata soprattutto nei paesi in via di sviluppo, a causa del forte incremento della popolazione e del consumo pro-capite. Questa crescita porterà ad un consumo globale di 11,5 miliardi di tep nel 2010 e a 14 miliardi di tep (70% di incremento rispetto al livello attuale) a metà del prossimo secolo, quando la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi di individui.

LE PREVISIONI PER L’ITALIA

Il prevedibile aumento del consumo pro-capite e della penetrazione elettrica determineranno in Italia un forte incremento della richiesta di energia elettrica negli anni futuri.

Le proiezioni attuali danno per il 2000 un consumo di circa 300 miliardi di kWh e per il 2010 di circa 400 miliardi di kWh (60% di incremento rispetto al 1994).

Il fabbisogno di 225 miliardi di kWh al 2000, previsto nei documenti presentati da parte ambientalista in occasione della Conferenza sull’Energia del febbraio ‘87, è stato raggiunto e superato con oltre 10 anni di anticipo.

LE RISERVE DI ENERGIA E LA LORO DISPONIBILITA’

Il fabbisogno energetico mondiale previsto da oggi alla metà del prossimo secolo (500 miliardi di tep) corrisponde circa al doppio di tutte le riserve di idrocarburi attualmente accertate.

Il progressivo esaurimento dei combustibili fossili determinerà una crescente instabilità dei mercati energetici, con effetti potenzialmente dirompenti sull’economia dei paesi industrializzati.

Mentre le riserve di uranio sono distribuite in massima parte in aree geopolitiche affidabili (USA, Canada ed Australia), oltre i due terzi delle riserve di idrocarburi sono concentrati in aree ad elevata instabilità politica, come ad esempio il Medio Oriente.

LE PROIEZIONI SULLA PRODUZIONE NUCLEARE

Le stime al 2010 indicano un incremento del contributo del nucleare alla produzione mondiale di energia elettrica di circa 600 miliardi di kWh rispetto al valore del 1994 (2.100 miliardi di kWh).

Mentre nei paesi occidentali si registra attualmente un momento di stasi nella costruzione di nuovi impianti, in attesa della finalizzazione di nuovi progetti avanzati, un forte impulso allo sviluppo dell’energia nucleare interessa invece i paesi dell’Est europeo (70 impianti già in esercizio e 21 in costruzione) e l’Estremo Oriente (68 impianti in esercizio, 11 in costruzione e 26 in progetto).

L’INCREMENTO DELLA DOMANDA DI ENERGIA ELETTRICA, IL PROGRESSIVO ESAURIMENTO DEGLI IDROCARBURI E LE INSTABILITA’ DEL MERCATO ENERGETICO CONSIGLIANO DI AFFIDARE AL NUCLEARE UNA QUOTA CONSISTENTE DEL FABBISOGNO ELETTRICO NAZIONALE

 


01 Marzo 2003 - 04:18
ENERGIA - L’ANOMALIA DELLA SITUAZIONE ITALIANA
CIRTEN

L’ANOMALIA DELLA SITUAZIONE ITALIANA

LA COPERTURA DEL FABBISOGNO ELETTRICO

La domanda nazionale di energia elettrica ha raggiunto nel 1994 i 254 miliardi di kWh, con un aumento del 2,9% rispetto al ‘93 e del 34% nell’ultimo decennio. Così come la penetrazione elettrica, anche il consumo pro-capite di energia elettrica è in Italia il più basso del mondo industrializzato.

Oltre che per la più bassa penetrazione elettrica e il più basso consumo pro-capite, l’Italia si distingue fra i paesi industrializzati per altri due aspetti di fondamentale importanza: l’elevatissima dipendenza dall’estero e la scarsa diversificazione delle fonti. Una situazione che non trova riscontro in nessun altro paese industrializzato.

LA DIPENDENZA DALL’ESTERO

Il settore elettrico italiano dipende dall’estero per l’80%. di gran lunga il valore più elevato fra i paesi industrializzati. Dopo la crisi energetica del 1973, infatti tutti i paesi hanno attuato strategie finalizzate alla riduzione della loro dipendenza dall’estero, riuscendo in alcuni casi ad azzerarla o addirittura a divenire paesi esportatori (è il caso della Francia).

Al contrario, la dipendenza dall’estero del settore elettrico italiano è in continua crescita.

LA DIVERSIFICAZIONE DELLE FONTI

Le politiche energetiche attuate dai paesi industrializzati per la produzione di energia elettrica mirano all’uso prioritario del carbone di provenienza nazionale (se disponibile) e a diversificare la copertura del fabbisogno residuo affidando in ogni caso il primo posto all’energia nucleare.

L’Italia è il solo paese che continua ad utilizzare l’olio combustibile per produrre oltre il 40% dell’energia elettrica, importando a tal fine più olio combustibile di tutti gli altri paesi europei messi assieme.

Per la copertura del fabbisogno residuo, avendo rinunciato alla produzione elettronucleare, l’Italia ricorre ad una consistente importazione di energia elettrica di origine nucleare dall’estero. La sola diversificazione operata è consistita in una crescita del consumo di gas naturale.

IL RICORSO ALL'ENERGIA NUCLEARE DAREBBE UN CONTRIBUTO SIGNIFICATIVO ALLA RIDUZIONE DELLA DIPENDENZA DALL’ESTERO, ALLA RIDUZIONE DELL’IMPORTAZIONE DI IDROCARBURI ED ALLA DIVERSIFICAZIONE DEL SETTORE ELETTRICO

 

____________________________

E' d'interesse notare che le conclusioni che trae il CIRTEN (Consorzio istituito nel 1994 con atto ufficiale sottoscritto dai Rettori dei Politecnici di Milano e Torino e delle Università di Padova, Palermo, Pisa e Roma-la Sapienza, Atenei in cui sono in atto Corsi di Laurea o insegnamenti in Ingegneria Nucleare) mostrano il suo essere schierato con la parte più reazionaria del Paese e questo fatto la dice lunga sulle sirene nucleari che, in passato, sono sempre state della parte più avanzata della società italiana (ricordo una cosa che non si dice mai nelle polemiche artificiose sulla necessità di riprendere il nucleare: fu il governo Craxi e cioè quello amico di Berlusconi che fece campagna contro il nucleare nel referendum del 1987. I verdi allora esistevano solo come piccola entità extraparlamentare):

"L’ENEA sotto la presidenza Rubbia ed un consiglio direttivo imposto dalla sinistra, valuta che per produrre il 30% dell’energia consumata attraverso energia solare occorre installare circa 50 km2 di specchi. Ripetendo il calcolo, tenendo conto dei tempi di manutenzione e dei fattori climatici, la superficie necessaria risulterebbe 100-150 km2. Nulla è noto circa i costi e circa la possibilità di creare nel territorio nazionale un deserto dell’estensione quotata."

Si può quindi capire che con queste premesse il governo Berlusconi abbia cacciato Rubbia dall'ENEA, affossando i suoi progetti di ricerca per affidarsi a squallidi burocrati qualcuno dei quali addirittura leghista. Ora Rubbia è consulente del massimo ente spagnolo per l'energia, ente dal quale tra poco dovremo comprare i brevetti.


Passo ora ad altri aspetti della questione energetica:

 

L'autotrazione: Petrolio, alternative a confronto  

Tecnologie e combustibili: quale futuro

di Giovanni Battista Zorzoli

http://lanuovaecologia.it 



Secondo il “World Energy Outlook 2004” dell’AIE, nel 2030 la domanda mondiale di petrolio salirà a 121 milioni di barili al giorno, contro 82-83 mbg nel 2004. I due terzi dell’aumento saranno destinati a soddisfare la domanda nel settore del trasporto. Si tratta di previsioni discutibili, a partire dalla disponibilità di una così elevata produzione petrolifera. È certa, invece, la tendenza del greggio a essere utilizzato in misura crescente per il trasporto: nel 1980, a livello mondiale, la percentuale era del 36%; nel 1990 del 41,5%; nel 2000 del 46,5% e prima del 2010 si supererà il 50%. In USA siamo già a una domanda per il trasporto pari a circa l’80% del petrolio utilizzato; in Italia agli inizi degli anni ’70 eravamo intorno al 15%, oggi siamo sopra il 60%. Che il trend continuerà lo confermano le previsioni sulle vetture in circolazione: in India nel 2010 36 volte quelle del 1990, in Cina 91 volte, nell’insieme del mondo non sviluppato tre volte; nei paesi OCSE solo + 12-15%, ma si tratta, in valore assoluto, di un incremento notevole. Nel 2030 le auto in circolazione nel mondo dovrebbero superare il miliardo contro i 400 milioni circa di oggi. Se l’offerta di petrolio non riuscisse a soddisfare la domanda prevista dall’AIE è ragionevole prevedere una crescita accelerata della percentuale di petrolio destinata ai trasporti, essendo l’unico settore dove, con alcune eccezioni come ad esempio la trazione elettrica, il consumo di prodotti petroliferi dovrebbe in larga misura rimanere un consumo obbligato. Non a caso l’ENI ha sviluppato il processo EST che trasforma integralmente il petrolio in prodotti leggeri per il trasporto. In tutti gli altri settori, infatti, è cresciuta la disponibilità di tecnologie alternative a quelle basate su prodotti petroliferi e il loro utilizzo è divenuto più agevole e conveniente. La generazione elettrica, che intorno al 2030 dovrebbe assorbire il 50% delle fonti primarie, già oggi brucia poco, e in misura decrescente, i derivati del petrolio. Notevoli incrementi sta avendo anche l’efficienza in tutti gli utilizzi dell’energia elettrica, mentre a livello europeo è in corso di avvio un’iniziativa per l’efficienza nell’edilizia, destinata a generalizzare i risultati già conseguiti da alcuni Paesi in un settore dove non sono le tecnologie appropriate a mancare. Inoltre l’uso combinato della solarizzazione attiva e passiva e il crescente ricorso al gas per il riscaldamento contribuiranno ulteriormente a contenere l’utilizzo dei prodotti petroliferi. Nel settore industriale dopo le crisi petrolifere degli anni ‘70 non solo è cresciuta l’efficienza energetica, ma è anche diminuito il contributo percentuale del petrolio (perfino nella petrolchimica, grazie alla migliorata efficienza dei processi).

Campi di utilizzo
Oltre alla disponibilità di adeguate tecnologie nell’industria, nel domestico, nel terziario, queste nella maggior parte dei casi possono essere applicate: – senza che il destinatario debba cambiare stile di vita o modalità d’utilizzo di un determinato servizio, in quanto il problema è stato risolto a monte (migliore efficienza delle apparecchiature e/o diversa fonte di energia); – in modo che una normale pratica di manutenzione garantisca la costanza nel tempo dell’efficienza complessiva in termini energetici e ambientali. Viceversa nei trasporti su strada non è di solito possibile garantire entrambe le condizioni. La maggior parte delle soluzioni innovative non possono infatti essere introdotte senza che le modalità di utilizzo della vettura vengano sensibilmente modificate. Per restare ai casi più semplici e di immediata comprensione, fare il pieno con un’auto a metano in termini di modalità e di tempi è operazione diversa da quella usuale a benzina o a gasolio; guidare un’auto elettrica non è esattamente la stessa cosa che guidarne una tradizionale, le prestazioni sono diverse ed esistono differenze sostanziali nelle modalità di refueling. Si tratta di ostacoli importanti, perché cambiare le abitudini delle persone non è mai facile. In più è difficile che milioni di singoli individui rispettino tutti i criteri ottimali di manutenzione e di gestione del veicolo. Oltre a ciò, nel trasporto, vi è il problema della disponibilità di tecnologie innovative e della loro effettiva efficacia. È ad esempio evidente che mediante innovazioni incrementali si possono introdurre già oggi sul mercato veicoli più efficienti di quelli attuali e con analoghe misure migliorarne ulteriormente il rendimento complessivo in futuro. Secondo il rapporto 2001 sui trasporti dell’AIE sarebbe possibile ridurre del 30% il consumo medio di carburante dei veicoli nel 2020 e del 40% nel 2030. Tuttavia se non si riesce a incidere sull’attuale assetto della mobilità e sulla Weltanschaaung dei cittadini, non è detto che ne discenda un sostanzioso effetto sul consumo di prodotti petroliferi, in quanto: – il conseguente minore costo per chilometro favorisce l’aumento della percorrenza annua; – siamo in presenza di una crescita della cilindrata media delle vetture, di cui il fenomeno americano dei SUV rappresenta solo la punta dell’iceberg; – le prestazioni dei veicoli in termini di efficienza corrispondono solo di rado a quelle di targa e decrescono rapidamente in caso di congestioni, tipiche delle aree urbane (ma non solo), fenomeno destinato a pesare sempre di più in futuro, visto che secondo un recente Rapporto dell’ONU (Urban Society) nel 2030 il 60% della popolazione mondiale (poco meno di 5 miliardi!) vivrà in metropoli di dimensioni smisurate. Lo conferma l’analisi dell’esperienza pregressa contenuta nel rapporto dell’AIE: “Although the technical efficiency of light-duty vehicles has improved steadily over the last 20 years, consumer preferences for larger, heavier, and more powerful models have offset most of the efficiency gains, yielding little change in fuel economy”.

Possibilità di soluzione
Un’alternativa radicale sarebbe quella offerta dai veicoli elettrici, con il duplice vantaggio di ricorrere a fonti energetiche tendenzialmente diverse dai prodotti petroliferi e di farlo, nel caso di cicli combinati, con efficienze energetiche e ambientali superiori a quelle del migliore veicolo diesel e, con elettricità generata da fonti rinnovabili, senza alcun impatto ambientale. Purtroppo non si dispone di batterie a densità sufficientemente elevata in termini sia di peso, sia di volume da garantire prestazioni competitive, e la speranza di innovazioni radicali nel prossimo futuro cozza contro l’evidenza di una tecnologia nota da due secoli, costantemente studiata per migliorarne le prestazioni, senza mai pervenire a breakthrough significativi. Non a caso le aziende automobilistiche considerano oggi il veicolo elettrico solo per mercati di nicchia, mentre per uno sbocco su più larga scala stanno puntando sui veicoli ibridi, che richiedono batterie di dimensioni e peso più contenuti. La soluzione più efficiente utilizza il motore elettrico per il carico stazionario e il motore endotermico per la domanda di picco e la ricarica della batteria: in tal modo, tenendo conto dei recuperi durante le frenate, il consumo di combustibile per km è circa i due terzi di quello di un veicolo tradizionale ad alta efficienza, disponibile nel 2010. Si tratta però di una soluzione molto costosa, in larga misura perché richiede una batteria di capacità troppo elevata. Per questo motivo le case automobilistiche si sono orientate verso soluzioni con batterie più piccole, a scapito però dell’efficienza: il consumo specifico è infatti sull’86% di quello di un veicolo tradizionale disponibile nel 2010. Passando a esaminare le potenzialità dei combustibili alternativi a benzina e a gasolio, quelli oggi ritenuti più promettenti sono:
– gas naturale compresso;
– benzina e gasolio da sintesi di gas naturale;
– metanolo o etanolo da biomasse;
– biodiesel, da piante contenenti oli vegetali;
– idrogeno per elettrolisi o per reforming di combustibili fossili o biomasse.

In Italia i primi autobus a metano sono stati introdotti più di venti anni fa, ma oggi meno dello 0,6% dei consumi di gas è destinato all’autotrazione. Nei primi nove mesi del 2004 l’impiego del gas è addirittura diminuito rispetto allo stesso periodo del 2003 (-1,2%). La causa principale, oltre al peso e all’ingombro della bombola, è la difficoltà incontrata nello sviluppo della rete di distribuzione, che potrebbe essere superata con la conversione del gas in benzina e gasolio: questa soluzione, tecnicamente fattibile con varianti del processo Fischer- Tropsch, ha però un’efficienza troppo bassa, in quanto una buona metà dell’energia presente nel gas è assorbita dal processo di conversione.

Scelte di mutamento
A ogni modo il gas naturale rappresenterebbe solo una scelta di transizione, non risolvendo i problemi connessi all’effetto serra, nel caso della conversione in liquidi addirittura peggiorandoli per le perdite energetiche durante il processo di trasformazione. L’alternativa strategica su cui vi è oggi maggiore impegno è quella dell’idrogeno. Tuttavia per l’autotrazione questa soluzione incontrerà innanzi tutto difficoltà nello sviluppo della rete di distribuzione, per motivi tecnologici e di sicurezza, inesistenti nel caso del metano. Per quanto concerne la disponibilità di tecnologie appropriate, valgono le considerazioni analoghe a quelle espresse per il veicolo elettrico. La prima cella a combustibile venne realizzata nel 1839, non si è mai smesso di studiarla (molto attiva è stata in particolare la NASA) eppure ancora oggi i problemi di costo e di affidabilità sono ben lungi dall’essere risolti (in particolare per quelle PEM, le più probabili candidate per l’autotrazione). L’idrogeno è un prodotto di largo utilizzo industriale (45 milioni di tonnellate all’anno), ma malgrado ciò molto caro e soprattutto ricavato oggi per il 96% da reforming di combustibili fossili e solo per il 4% da elettrolisi, che è competitiva esclusivamente quando si dispone di energia elettrica molto a buon mercato: la via per produrre idrogeno a valenza commerciale da fonti rinnovabili è quindi molto lunga. Inoltre tutte le previsioni concordano nel pronosticare la penetrazione dell’idrogeno prima nell’alimentazione dei cellulari e dei PC, poi nella generazione di energia elettrica distribuita, infine nel trasporto. Non inganni l’attuale presentazione di veicoli a idrogeno da parte di aziende automobilistiche: alimentare un motore endotermico tradizionale con idrogeno ha un’efficienza energetica e ambientale troppo bassa. L’unica alternativa già matura a benzina e gasolio, con prospettive di costi accettabili, sono i biocombustibili che secondo gli obiettivi posti dall’UE dovrebbero coprire il 6% della domanda per autotrazione nel 2010 e il 20% nel 2020. Il biodiesel può sostituire integralmente il gasolio, mentre etanolo e metanolo da biomasse, se miscelati con carburanti tradizionali in percentuali inferiori al 20%, possono essere utilizzati da veicoli con motori tradizionali. D’altra parte l’obiettivo di sostituire con biocombustibili il 15% della domanda mondiale di carburanti tradizionali prevista per il 2030 dall’AIE, appare difficilmente raggiungibile, come conferma la tabella 1, riferita ai biocombustibili derivanti dalle biomasse a maggiore resa per unità di superficie. Le soluzioni puramente tecnologiche non consentono dunque di prevedere realisticamente un risparmio di carburanti tradizionali superiore al 20% della domanda prevista dall’AIE per il 2030 (che già include miglioramenti nell’efficienza dei veicoli tradizionali). L’obiettivo della mobilità sostenibile non può, quindi, prescindere da un significativo processo di trasformazione dei modi di trasporto e da un’adeguata politica sia d’incentivazione, sia fiscale, cui partecipino anche gli Stati Uniti, che per i trasporti assorbono un quinto della domanda mondiale di greggio. Il fatto che negli anni ’90, con il prezzo del barile sotto i 20 dollari e al governo la coppia Clinton-Gore, non si sia tentato di aumentare se pure in misura ridotta il prelievo fiscale sulla benzina, la dice lunga sulla difficoltà di modificare l’american way of life, soprattutto dopo la riconferma alla presidenza di George W. Bush, il quale ha ripetutamente dichiarato che gli standard di vita degli americani «non sono negoziabili».

E' anche d'interesse riportare alcuni  tra gli interventi di un convegno dell'associazione Galileo 2001 tenutosi presso i locali del CNR di Roma il 9 marzo 2005: I COSTI DELLE SCELTE DISINFORMATE: IL PARADOSSO DELL’ENERGIA NUCLEARE IN ITALIA.   

Solo alcuni interventi, quelli che aggiungono qualcosa di significativo a quanto abbiamo letto negli interventi precedenti (altri interventi pervenuti agli atti sono stati di Giorgio Salvini, Guido Possa, Giorgio La Malfa, Giancarlo Bolognini, Carlo Bernardini, Franco Battaglia).

0 - Renato Angelo Ricci (presidente Associazione Galileo 2001)

INTRODUZIONE

 

1 - Ugo Spezia (Segretario generale Associazione Italia Nucleare) 

La crisi del sistema energetico italiano

 

Alla relazione, Spezia, accompagnava la proiezione delle seguenti diapositive:

 










































 

 

2 - Maurizio Cumo (Docente di Impianti Nucleari alla Sapienza di Roma)

Panorama della situazione energetica mondiale (PDF)

 

 

3 - Georges Vendryes (Direttore onorario al Commissariat à l'Energie Atomique o CEA francese) 

Verso un rilancio dell’energia nucleare

 

 

4 - Paolo Fornaciari (Presidente del Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare)

Il costo della rinuncia al nucleare

 

 

5 - Guido Fano (Fisico Università di Bologna)

L'Italia ed il nucleare

 

 

6 - Marco Del Lucchese (Responsabile Divisione Disattivazione Centrali SOGIN)

La gestione del nucleare pregresso

 

 

7 - Giorgio Trenta (Presidente Associazione di Radioprotezione Medica)

Energia nucleare e salute

 

 

8 - Giovanni Carboni (Fisico Università Roma 2)

Media ed energia nucleare

 


Altri interventi meritano di essere conosciuti perché aggiungono elementi o esasperano quelli già visti. Quest'ultimo è il caso di Renato Angelo Ricci, davvero instancabile.

Per chi suona la campana nucleare

RENATO ANGELO RICCI

(pubblicato su L'Avanti, 22 maggio 2005)

Dunque ci siamo. L’avevamo ipotizzato piú di dieci anni fa. La schizofrenia ambientalista appare in crisi. Di fronte all’allarme (a mio parere comunque esagerato) della catastrofe climatica (la peste), la sciagura dell’energia nucleare non sarebbe più vista come il colera. Tutt’al più una influenza controllabile ma provvidenziale come antidoto all’effetto serra.
I corifei del catastrofismo a tutti i costi e i trombettieri dell’apocalisse che preannunciano la “morte del pianeta”, ovviamente per colpa dell’uomo “faber” oltre che “sapiens”ora si convertono fra le grida e i pianti scomposti degli ultimi “dinosauri” antinucleari imperterriti nel predicare disgrazie ad ogni passo e nell’illudersi ed illudere nell’avvento di panacee miracolistiche quali le energie alternative che, seppure auspicabili e incentivabili se intese in un contesto tecnico-scientifico corretto, non hanno dimensioni tali da confrontarsi, in una indispensabile economia di scala, con i vituperati ma ritenuti indispensabili combustibili fossili.
Ha cominciato l’inglese James Lovelock, il guru ambientalista ideologo di “Gaia”, l’estate scorsa; continuano ora ambientalisti americani di grido quali Stewart Brand, Fredd Krupp, Jonathan Lash e Gustave Speth. Aspettiamo gli italiani.
E pensare che fino a poco tempo fa i “dinosauri” restii all’estinzione, eravamo noi, ossia quella schiera di scienziati, tecnici, ricercatori che, dal 1987 (anno dello sciagurato referendum surretiziamente interpretato come affossatore dell’energia nucleare in Italia per colpa di un’equivoca mentalità referendaria, di una irresponsabile strategia politica e di una farneticante campagna mass-mediatica) si sono battuti e hanno affrontato battaglie difficilissime, perfino denigrazioni ed emarginazioni, sostenendo sempre la necessità di una piú razionale valutazione, tecnicamente e scientificamente corretta, dei costi che la messa ai margini o addirittura l’abbandono della produzione di energia nucleare da fissione avrebbe comportato.
In occasione della famigerata Çonferenza Nazionale sull’Energia, tenutasi all’EUR, a Roma, nel 1987 prima del referendum, fu presentata una Dichiarazione (sottoscritta da 900 fisici italiani) redatta, nel corso di un Convegno Nazionale di poco precedente,da un Panel composto, insieme con il sottoscritto, allora Presidente della Società Italiana di Fisica, da Edoardo Amaldi, Fernando Amman, Nicola Cabibbo, Carlo Castagnoli, Donato Palumbo, Carlo Rubbia, Giorgio Salvini, Claudio Villi. Eccone alcuni passi:
L’aspetto dominante dell’attuale fase di sviluppo delle comunità umane è la crescente domanda di energia e l’aumento del suo consumo pro-capite. È quindi il valore assoluto di tale fabbisogno che conterà nei prossimi decenni, accentuato peraltro dall’espansione sociale e demografica dei Paesi in via di sviluppo i quali hanno già compiuto o si accingono a compiere radicali mutamenti di struttura al fine di trasformare la loro esistenza in un sistema di vita piú complesso ed avanzato…. Ciò significa che il problema energia ha dimensioni planetarie ed i conseguenti aspetti scientifici, economici, sociali, culturali e politici non possono essere affrontati con pregiudizi, improvvisazioni e schematismi ideologici fuori della portata storica di tale problema…. Nessun sistema socio-economico è in grado di svilupparsi… se la collettività non è in grado di trarre l’energia di cui ha bisogno da fonti diversificate e sempre più avanzate. Ciò richiede l’utilizzo ottimale non soltanto delle risorse naturali ma anche delle grandi scoperte scientifiche e delle innovazioni tecnologiche. Da ciò discende che la rinuncia volontaria di una fonte energetica quale la fissione nucleare, tuttora in fase di espansione e di perfezionamento anche per ciò che riguarda il rischio ambientale e sanitario, costituirebbe una decisione non corrispondente allo sviluppo storico delle risorse energetiche dell’umanità…”.
Aggiungerò che nelle valutazioni che io presentai alla Conferenza nazionale a nome della Società Italiana di Fisica si preventiva un fabbisogno energetico per l’Italia di 187-190 Mtep per il 2000, a fronte di previsioni al risparmio (145 Mtep) dei Verdi. Siamo in effetti arrivati a 185 Mtep e già nel 1990 eravamo a 163.
In questo quadro è utile ricordare che l’Italia “non nucleare”' è debitrice per circa il 17-18% di energia elettrica proveniente da centrali nucleari francesi, svizzere e slovene e che oggi l’ENEL ha (finalmente) ripreso una politica nucleare acquistando buona parte degli impianti nucleari slovacchi, cosí come l’accordo EDF-Edison permetterà all’Italia di entrare nel gioco del reattore europeo avanzato EPR, di cui due prototipi verranno realizzati rispettivamente in Finlandia e in Francia. Si potrebbe dire “era ora!''', così come si potrebbe auspicare che il nostro Paese si ponga il problema di partecipare alle grandi iniziative internazionali come il Generation IV International Forum(GIF) che ha il fine di sviluppare i sistemi nucleari di futura generazione che assicureranno un ancor più elevato livello di sicurezza, la massima riduzione di residui radioattivi, un maggior sfruttamento delle risorse minerarie di materiali fissili e fertili, capacità di produrre idrogeno con processi termochimici di scissione dell’acqua senza passare attraverso l’energia elettrica.

Né andranno dimenticati i progetti italiani di reattori innovativi quali il MARS dell’Università di Roma e l’IRIS del Politecnico di Milano e dell’Ansaldo.
Ovviamente il ripensamento all’opzione nucleare nel nostro Paese non può fermarsi qui e un discorso più serio sulla capacità e possibilità di una produzione nazionale di energia elettronucleare va comunque ripreso.
Del resto, fatto importante, sono i cittadini comuni, la “gente” come spesso si usa dire per assumere atteggiamenti pontificali in nome della stessa, ad esprimere opinioni sempre più ragionevoli sull’opportunità di riesaminare tale opzione. Si vedano i vari sondaggi riportati sempre più frequentemente dai mass-media oggi in fase di “ripensamento senile”.
Personalmente, avendo sempre sostenuto che l’opzione nucleare debba far parte di un mix energetico ragionevole e sostenibile e sia in ogni caso necessaria non solo per calmierare l’uso e l’abuso dei combustibili fossili e contribuire alla diminuzione degli effetti ambientali ad essi dovuti, non mi iscrivo(e con me molti altri scienziati e tecnici avveduti e intellettualmente onesti) alla “società dei catastrofisti climatici “ (il riscaldamento globale dovuto all’effetto serra antropico è ancora tutto da dimostrare).
Ma è certo che l’opzione nucleare si giustifica in ogni caso per due motivi: in primo luogo la razionalizzazione dell’uso di risorse naturali preziose e l’adeguamento dei loro prezzi di mercato; in secondo luogo la necessità di mantenere e sviluppare un patrimonio tecnico e scientifico debitore alla fisica e all’ingegneria nucleare che, anche nel nostro Paese, hanno creato conoscenze e competenze di prim’ordine che solo una dissennata campagna ideologica e oscurantista ha messo pericolosamente in forse con costi socio-culturali difficili da ammortizzare.
È ora che si dia più credito alle competenze e alle risorse tecnico-scientifiche che tuttora esistono e che possono veramente “dare una mano“ per definire i problemi, coordinare le analisi e offrire possibili e realistiche soluzioni senza pretese miracolistiche ma anche senza furberie demagogiche.
È ora anche che i corifei dell’irrazionalità e delle paure infondate, così come i furbi dell’ultima ora siano fatti o si facciano da parte.
E lascino parlare e lavorare quelli che “poco sanno” ma “sanno”.


Un'altro accorato appello per il nucleare proviene dal CIDIS (Centro Internazionale per la Documentazione e l'Informazione Scientifica che mette insieme il FIEN - Forum Italiano dell'Energia Nucleare - , il CIRTEN - Consorzio Interuniversitario per la Ricerca Tecnologica Nucleare - , l'ANDIN - Associazione Nazionale di Ingegneria Nucleare e Sicurezza Impiantistica - e l SNI - Società Nucleare Italiana) il che mostra, al di là di una seria discussione scientifica, quante lobbies si muovono dietro al nucleare: 

CIDIS: Ritornare al nucleare come e perché


Un breve ma importante intervento è quello di Paolo Scaroni, Presidente dell'ENEL che ci racconta i porblemi del nucleare:

Paolo Scaroni (Presidente ENEL): Gli aspetti controversi del nucleare


Aspetti economici del nucleare sono affrontati dal Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL):

CNEL - Politica ed economia dell'energia in Italia e nel mondo


Altri aspetti economici sono affrontati nella rivista "Termotecnica" del luglio/agosto 2005:

Francesco Oriolo - Sistemi nucleari di nuova generazione e mercati energetici liberalizzati


Un intervento di estremo interesse per uno dei pochissimi industriali italiani che con la sua azienda fa ricerca di punta ed agisce sul risparmio energetico in modo eccellente è quello di Pasquale Pistorio (Vice Presidente di Confindustria e Presidente di STMicroelecronics):

Risparmiare l’energia conviene

Pasquale Pistorio


L’efficienza energetica e le fonti alternative contribuiscono al successo delle imprese Pasquale Pistorio, Vice Presidente di Confindustria e Presidente di STMicroelecronics, ha molto da dire in fatto di energia. La multinazionale dell’elettronica è, infatti, all’avanguardia sul fronte del risparmio energetico da anni e oggi raccoglie i frutti di questa politica.

Pubblichiamo di seguito il suo intervento alla Conferenza Nazionale dell’Energia tenutasi a Roma, nella sala delle Conferenze de La Margherita, il 12 ottobre 2004.


Rispettare l’ambiente e risparmiare nell’uso dell’energia in rapporto alla produzione, aumenta la competitività delle aziende e i loro utili. Questo è uno dei nostri punti cardine. La principale emergenza ambientale è quella legata al settore dell’energia e riguarda sia il mondo delle imprese, sia la società. In realtà non si tratta di un’emergenza improvvisa, ma annunciata già da alcuni decenni. I fenomeni disastrosi che colpiscono sempre con maggiore frequenza il Pianeta, infatti, non sono nuovi. Lo scioglimento dei ghiacci polari, la desertificazione, i fenomeni meteorologici estremi, come quelli recenti dei Caraibi, i 500mila morti l’anno dovuti all’inquinamento da trasporto in Asia e la nube tossica sulla Cina, sono solo alcuni degli effetti di ciò che stiamo facendo al Pianeta: un furto legalizzato verso le generazioni future.

Futuro nel barile
La nostra generazione sta rubando risorse a coloro che abiteranno il pianeta in futuro. Oggi questo fenomeno è diventato un’emergenza, all’attenzione di tutti, perché il prezzo del barile ha sfondato il tetto dei 50 dollari. Come imprenditore ciò mi preoccupa, a causa delle ripercussioni economiche, ma come persona saluto con piacere questo fatto. Il prezzo alto dell’energia, infatti, può innescare un processo virtuoso per liberare il mondo dal dominio dei combustibili fossili. Le risorse fossili, e in particolare il petrolio, rappresentano un pericolo per tre ragioni: i disastri ecologici, come il riscaldamento globale, l’instabilità politica, come le guerre e la disparità tra sud e nord del mondo nell’utilizzo di queste risorse. Non bisogna sottovalutare anche un altro aspetto. Utilizzare il petrolio, risorsa non infinita, per produrre energia è un anacronismo che rasenta la stupidità. Il petrolio, infatti, è un bene troppo prezioso per essere bruciato: potrebbe avere un destino più nobile, come quello di essere impiegato solo ed esclusivamente nell’industria chimica. Eppure i dati ci dimostrano il contrario. Il 79% del fabbisogno energetico mondiale deriva dai combustibili fossili e la situazione si aggrava sia per l’Europa (83%), sia per l’Italia (93%). Il nostro paese, inoltre, importa il 70% del suo fabbisogno energetico e il costo dell’energia è considerevolmente più alto rispetto alle altre nazioni. L’Italia coniuga, in una spirale perversa che terrorizza le imprese, il problema ecologico con quello della competitività. In questo quadro gli obiettivi da raggiungere sono tre. Il primo è quello di rendere più competitivo il costo dell’energia. È il sistema delle aziende che lo chiede, specialmente le piccole e medie imprese, per le quali l’eccessivo costo dell’energia è un elemento penalizzante. Il secondo è l’uscita dalla dipendenza dal petrolio e più in generale dai combustibili fossili, perché è in discussione anche la nostra indipendenza economica. E il terzo è rappresentato dal fatto che abbiamo il dovere di consegnare alle generazioni future un mondo migliore. Non sono obiettivi impossibili e sono convinto sia meno costoso raggiungerli anziché ignorarli, perché la soluzione differita nel tempo di questi problemi costerebbe molto di più. Come Confindustria le nostre proposte sono: insistere sulla linea della politica di liberalizzazione, puntare sul risparmio e sull’efficienza energetica e confinare il petrolio tra i ricordi del passato. Per quest’ultimo punto sarà necessario ancora qualche decennio, spostandosi sulle rinnovabili, ma già oggi si intravedono le possibilità. Come STMicroelectronics è dal 1993 che abbiamo adottato una politica ambientale aggressiva mettendo la sostenibilità alla base dei nostri pilastri energetici.

I risultati
Questo atteggiamento, oggi, da’ i suoi frutti. E sono frutti concreti, tangibili, anche sotto il profilo industriale. Rispetto al 1994, nostro anno di riferimento, oggi spendiamo tra i 30 e i 40 milioni di dollari l’anno (34 nel 2003) in progetti legati all’ambiente, risparmiandone circa 140 (dato 2003) con un utile netto di 100 milioni. Di questa somma 80 milioni di dollari sono derivati da azioni rivolte al risparmio energetico. Questi dati sono il risultato di una pianificazione nella quale ci siamo posti l’obiettivo di risparmiare il 5% del contenuto energetico, per unità di prodotto ogni anno. Sono convinto che questo modello si può applicare al Paese e che se si ottenessero performance di questo tipo gli obiettivi del Protocollo di Kyoto non solo sarebbero raggiunti ma si potrebbero persino superare. Nel nostro stabilimento di Catania stiamo realizzando una centrale che fornirà i 30 MW necessari con un’efficienza dell’80%, attraverso il recupero del calore per il condizionamento di tutti gli ambienti. Se esistessero degli incentivi per indirizzare le aziende verso la cogenerazione si potrebbe pensare a una sua diffusione anche in altre realtà industriali. Un incremento della diffusione di queste tecnologie potrebbe portare a una riduzione del numero delle nuove centrali. Si tratta di un approccio che anche altre aziende stanno adottando, come sull’innovazione di prodotto. La Toyota, per esempio, sta crescendo anche perché sta fabbricando automobili che consumano meno e sfruttano tecnologie alternative in grado di reggere sul mercato. Sul fronte dell’innovazione tecnologica le metodologie sono mature. La vera innovazione, oggi, risiede nella trasformazione delle scoperte in pratiche industriali sicure, competitive ed efficienti. Si tratta di un discorso che abbraccia tutte le rinnovabili, dall’eolico al fotovoltaico. Questa è la strada da imboccare per il futuro. Non è proponibile, infatti, un ritorno al nucleare la cui tecnologia è e rimarrà insostenibile, fino a quando non sarà risolto il problema delle scorie. Per l’Italia la riproposizione del nucleare, che rappresenta il passato, è un’opzione impraticabile sia per questioni economiche, sia per problemi psicologici.

Gli ingredienti
Ricerca e innovazione sono gli ingredienti per la ricetta contro un possibile declino. Un paese avanzato, infatti, non può competere sulla struttura dei costi con le nazioni emergenti. Deve spostare prodotti e servizi su una fascia di più alto valore aggiunto. Si tratta di una lezione che molte imprese hanno imparato e ora deve essere applicata ai sistemi-paese. Non è sufficiente che siano stanziati dei capitali per “promuovere l’innovazione”: se si creano, in un Paese, le condizioni per fare ricerca e innovazione allora non si assiste al fenomeno della delocalizzazione delle imprese. Tra le condizioni che il quadro politico deve garantire ci sono quelle della certezza del diritto, l’orizzonte temporale e la collaborazione tra pubblico e privato. La certezza del diritto è necessaria per evitare sia i fenomeni di distorsione, sia quelli di ingolfamento burocratico. L’orizzonte temporale delle azioni deve essere di medio periodo, almeno dieci anni (non si va da nessuna parte quando ci si trova di fronte a leggi come la Tecnotremonti che ha come orizzonte un anno). La collaborazione tra pubblico e privato può trovare un terreno fertile proprio sul fronte dell’energia, perché il nostro Paese possiede un knowhow enorme, nelle università e nei centri di ricerca, che potrebbe essere sfruttato con grande profitto dal mondo delle imprese. Incrementare la ricerca e applicare questo incremento al settore dell’energia. Questa secondo noi è la soluzione. Un aumento della spesa del settore pubblico in ricerca dello 0,1% del PIL avrebbe come effetto un trascinamento del 0,2% da parte del settore privato, cosa che porterebbe la percentuale complessiva dal 1,1% al 1,4% in un anno. L’ulteriore effetto di trascinamento potrebbe portarci al 2% complessivo entro il 2010 allineandoci finalmente all’Europa. Se queste risorse venissero utilizzate nel settore energetico in generale e in quello delle rinnovabili in particolare, riusciremmo a tramutare quello che oggi è uno svantaggio del Paese, in un punto di forza, facendo dell’Italia un paese più innovativo, che apre i mercati e crea ricchezza. Le competenze per fare ciò esistono, il problema è avere un quadro politico che recepisca la necessità e l’urgenza di investire in innovazione nel settore energetico.


Ed ora passiamo alle posizioni di certo ambientalismo, che tende sempre di più al newagismo, iniziando da un articolo di Marcello Cini (Rivista de il manifesto n° 26 del marzo 2002) che imposta la questione in modo ampio, trattando dei rapporti tra ambientalismo e scienza:

Ambientalismo e scienza

AMICI O NEMICI?
Marcello Cini  

1.Negli ultimi trent’anni, con la nascita e lo sviluppo dei movimenti ambientalisti, è andata diffondendosi e consolidandosi nell’opinione pubblica dei paesi industrializzati la coscienza dei pericoli derivanti dalla incontrollata distruzione dell’ecosistema terrestre e della sua biodiversità, dalla vorace dilapidazione delle risorse, dall’incosciente accumulo di rifiuti nell’aria, nell’acqua e nella terra, che minacciano il livello di benessere e la qualità della vita raggiunti dalla civiltà negli ultimi tre secoli. Esempi ormai ben noti di questi pericoli vanno dall’effetto serra, con i mutamenti climatici che ne derivano, all’enorme potenziale distruttivo costituito dalle testate delle armi nucleari accumulate e dalle scorie radioattive delle centrali che nessuno sa come smaltire, dal diffondersi di nuove epidemie prodotte da agenti patogeni di origine sconosciuta ai possibili effetti dannosi dell’immissione nella biosfera di nuovi organismi transgenici incontrollabili.
Lo shock dell’11 settembre ha poi portato alla scoperta dell’estrema fragilità delle società ipertecnologiche e alla messa in evidenza che le radici di questa aberrante e catastrofica forma di attacco al potere economico e militare dell’Occidente affondano nel terreno della crescente esclusione della maggior parte del genere umano dal godimento dei frutti della ricchezza prodotta dal suo meccanismo di sviluppo, una esclusione resa più frustrante e disperata in quanto accompagnata dalla spoliazione delle ricchezze naturali del Sud del mondo da parte del Nord e dalla dissoluzione della trama che, fornendo identità culturale e motivazioni ideali ai suoi membri, teneva insieme il tessuto sociale delle società precapitalistiche. Si comincia dunque a percepire che la nascita dei movimenti di protesta, la consapevolezza dell’accentuarsi delle disuguaglianze fra ricchi e poveri, il moltiplicarsi di reazioni incontrollate di panico ai rischi e ai disastri imprevisti che colpiscono nuovi soggetti, costituiscono una obiettiva minaccia per la stabilità di questa società e colpiscono gli enormi interessi che ne sono coinvolti.
Per reagire a questa minaccia i poteri forti hanno bisogno di una nuova strategia. Fino ad ora, infatti, riconoscendo la fondatezza delle preoccupazioni espresse dal variegato fronte dell’ambientalismo e la legittimità delle sue denuncie, i centri del potere economico avevano risposto con una infusione di ottimismo, assicurando che gli strumenti scientifici e tecnologici per risolvere i problemi sollevati erano disponibili o facilmente realizzabili, e investendo capitali nelle industrie del risanamento ambientale e delle nuove tecnologie per l’utilizzazione delle fonti rinnovabili di energia e del risparmio energetico. Ma con il dilagare del pessimismo, la vecchia strategia non funziona più. Occorre dunque da un lato delegittimare l’ambientalismo, affermando l’infondatezza scientifica delle sue analisi, e dall’altro combatterlo sul terreno morale in nome di un’ideologia forte, trasformandolo in nemico. L’ambientalismo viene fatto diventare, in ques’ottica, un’ideologia fondamentalista, con tutto il carico di associazione simbolica con il Male che questo aggettivo comporta, e antiscientifica.
La nuova strategia mira in sostanza a conquistare il mondo della scienza e a integrarlo nel sistema di potere dominante, proponendo ad esso un ruolo di primo piano all’interno di un modello di sviluppo che bandisce i problemi ambientali dalla sua agenda, dichiarandoli privi di fondamento fattuale e fonte di pericolose instabilità economiche e sociali. Negli Stati Uniti questo cambiamento di strategia inizia nei primi anni ‘90, e si traduce dieci anni dopo nell’adozione da parte di Bush di una serie di misure – la denuncia degli accordi di Kyoto, la ripresa delle perforazioni petrolifere in Alaska, il rifiuto di ratificare gli accordi sulla difesa della biodiversità, e altre ancora – contro l’ambiente1.
2. In Italia la svolta acquista una clamorosa visibilità perché coincide con l’avvento al potere della destra, e con il salto sul carro del vincitore anche di esponenti autorevoli del mondo scientifico. Ho già avuto modo di polemizzare sul «manifesto» con gli autori di ben quattro interventi comparsi sul numero di giugno de «Le Scienze» che attaccano violentemente l’ambientalismo e la sua ideologia definita oscurantista, irrazionale e antiscientifica. Non è un caso che due degli autori, il fisico Renato Ricci e il chimico fisico Franco Battaglia, siano stati immediatamente ricompensati dal nuovo ministro dell’ambiente Matteoli con la nomina rispettivamente a commissario e a presidente del comitato scientifico dell’Agenzia per la Protezione Ambientale. E non è nemmeno un caso che uno dei primi atti del nuovo commissario sia stato quello di ordinare ai suoi funzionari di mandare al macero tutte le copie dei rapporti del World Watch Institute che l’Agenzia aveva contribuito a pubblicare nella passata gestione. Bruciare i libri è una vecchia abitudine della destra.
Una seconda iniziativa del nuovo corso si intitola Manifesto per un nuovo ambientalismo umanista, liberale e cristiano, per una vita buona, promosso, oltre che da da alcuni personaggi recentemente convertiti alla destra, anche, purtroppo, da uno scienziato prestigioso come Edoardo Boncinelli. In questo documento si dichiara che l’ambientalismo ha la colpa, tra le molte altre, di negare il fatto che l’uomo sia stato «creato ‘a immagine e somiglianza’ del suo Creatore». È un’affermazione singolare, per scienziati che insegnano come la nostra specie derivi dai primati che 4 o 5 milioni di anni fa scesero dagli alberi della foresta tropicale africana adottando la posizione eretta. A maggior ragione non si capisce come possano sottoscrivere l’affermazione che «negando questa verità, [che l’uomo sia creato a immagine e somiglianza del suo Creatore, n.d.r.] l’ambientalismo riduce la fede a un pastone di superstizioni animistiche, la morale a una serie di prescrizioni biologiche». Ma non era proprio di questo che il vescovo Wilberforce accusava Darwin? La prossima mossa non sarà per caso quella di riconoscere che i creazionisti americani hanno ragione a chiedere che la versione biblica venga insegnata come teoria scientifica insieme all’evoluzionismo darwiniano?
L’impianto teorico del Manifesto per una vita buona inizia con la costruzione di un nemico di comodo da poter demonizzare. La colpa principale del «fanatismo ambientalista» sarebbe infatti quella di farsi portatore di una «ideologia della paura» e di un «continuo e ansiogeno allarmismo». Il suo errore concettuale principale sarebbe quello di «pensare alle risorse come a un’entità determinata» e di immaginare che «il rapporto uomo-natura sia arrivato all’ultimo stadio della sua evoluzione» di modo che «non ci sarebbe che una sola alternativa: o arrendersi, rinunciando a progettare nuove avventure umane, o morire». Di qui nascerebbe «l’opinione che parte rilevante delle applicazioni della scienza andrebbe sospesa finché non vi sia la certezza assoluta che essa non comporti ‘alcun rischio’».
La tecnica adottata è semplice. È facile contrapporre a questi ambientalisti con l’anello al naso l’ottimismo di chi ha fiducia nella «fantasia creatrice e innovatrice dell’uomo e nella sua capacità di farsi carico in prima persona della responsabilità di governare il proprio ambiente». Ma che altro hanno fatto gli ambientalisti (quelli veri, gli unici che meritano questo nome, che da trent’anni si battono per salvare il pianeta dalla distruzione da parte degli amici degli estensori del Manifesto per una vita buona) se non indagare lo stato del pianeta con gli strumenti della razionalità scientifica, arrivando in questo modo a denunciare, per esempio, che non si può violare il secondo principio della termodinamica e dunque che la carrying capacity dell’ecosistema terrestre ha un limite che nessuna ‘iniziativa di individui ingegnosi’ potrà superare? E non è razionale denunciare che nessuna ricerca potrà inventare un modo di smaltire le scorie radioattive con vita media di migliaia di anni che si accumulano nei depositi senza che un giorno o l’altro i nostri pronipoti se le ritrovino nell’acqua da bere? O ancora che nell’ultimo secolo la percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera è passata da 300 a 360 parti per milione, con un tasso di crescita cento volte superiore a quello degli ultimi 20.000 anni nel corso dei quali la concentrazione era variata da 180 a 300 ppm, e dunque che se non si fa qualcosa subito per invertire la tendenza si andrà presto incontro a mutamenti climatici catastrofici di origine antropica, che già si intravedono?
4. Dopo questa premessa gli autori del Manifesto vengono al sodo. Mentre «il fondamentalismo ecologista sogna un ambiente statalizzato dall’alfa all’omega», essi sono convinti che «il dramma dell’inquinamento risieda nell’assenza del riconoscimento di diritti di proprietà sulle risorse ambientali». Questo programma si realizza restituendo «alle istituzioni più vicine ai cittadini le responsabilità per la tutela del territorio». Dunque, niente più «parchi nazionali costruiti a tavolino» ma «federalismo ecologico, che vada a rinsaldare quel rapporto unico e speciale che c’è tra una persona e la terra in cui nasce». Essi chiedono dunque che «i cittadini siano gli unici ad avere diritti sui luoghi in cui sono nati, cresciuti, vissuti» – e credono «che la negazione e l’esproprio di questi diritti corrisponde a un ordine illiberale». Detto più semplicemente, possiamo sintetizzare tutto questo con la parola d’ordine «Dieci, cento, mille Fuenti!». Che altro infatti significa lasciare libero ogni cittadino di trarre il maggior beneficio possibile dal suo pezzo di terra, dal suo scorcio panoramico, dal suo accesso al mare?
Oltre a ‘privatizzare l’ambiente’ la ‘nuova ecologia umanista’ enuncia altri due punti chiave. Il primo suona così: «Fondare le politiche pubbliche per l’ambiente sulla logica del calcolo costi-benefici». Sembra ragionevole. Non si può infatti non essere d’accordo sul principio: «Non è razionale ridurre i rischi arrivando al punto che le risorse necessarie per farlo potrebbero essere più efficacemente utilizzate per migliorare in altro modo la qualità della vita umana o dell’ambiente».
Il problema è tuttavia che sono in genere pochi, ricchi e potenti coloro che godono dei benefici, mentre sono molti, poveri e privi di potere quelli che devono sopportare i costi. Questo è vero sia su scala mondiale che su quella locale. I paesi industrializzati, ad esempio, godono dei benefici derivanti dall’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica, ma gli effetti, sia pure difficilmente quantificabili, delle instabilità climatiche derivanti dall’effetto serra devastano con gli uragani i paesi poveri della fascia tropicale come il Bangla Desh o il Nicaragua, e con la desertificazione quelli dell’Africa settentrionale o dell’Asia centrale. Un discorso analogo si potrebbe fare, ad esempio, per i costi pagati dai cittadini, in termini di danni alla salute e di rischi per incidenti derivanti dall’incentivazione alle industrie che producono beni inquinanti o insufficientemente sicuri, come quelle chimiche o quelle automobilistiche. Come si fanno i conti e soprattutto chi li fa?
Il secondo principio dice: «Promuovere le biotecnologie agroalimentari come applicazioni irrinunciabili per produzioni di qualità, per la conservazione della biodiversità in agricoltura e per lo sviluppo socioeconomico dei Paesi più poveri e delle aree con condizioni climatiche sfavorevoli».
Questo è un altro punto centrale di tutta l’operazione e ne rivela i mandanti. In questa frase si mescolano infatti le due più spudorate bugie messe in circolazione dalle multinazionali dell’agroalimentare. Che le sementi transgeniche della Monsanto o della Novartis contribuiscano alla conservazione della biodiversità è la versione moderna della favola del lupo e dell’agnello. Queste industrie, e le altre due o tre che si spartiscono il 95% del mercato mondiale, rappresentano in realtà il pericolo maggiore per la salvaguardia della biodiversità delle piante alimentari. Ancorando l’uso delle sementi all’utilizzazione dei diserbanti e dei pesticidi da loro stesse prodotte, esse stanno infatti mettendo fuori mercato la stragrande maggioranza delle varietà naturali, che, una volta scomparse, non potranno mai più essere recuperate. Con la brevettazione, poi il mercato sarà irreversibilmente dominato da un numero di varietà diverse che si può contare sulle dita.
La seconda bugia è che le biotecnologie agroalimentari siano l’irrinunciabile strumento per promuovere lo sviluppo socioeconomico dei paesi più poveri. Che la fame nel mondo non provenga da una carenza di cibo è oggi una verità largamente riconosciuta: l’Occidente si dibatte con gli ‘esuberi’ e l’Unione Europea paga chi si astiene dal produrre. La Deutsche Bank, nel suo rapporto 1999 dice: «Gli Ogm vogliono aumentare la produzione in un mondo che sta annegando nella sovrapproduzione dei cereali». Ancora una volta dunque, i poveri vengono presi in giro. La fame nel mondo non verrà alleviata: essa dipende solo dal fatto che coloro che la patiscono non hanno i soldi per comprare il cibo necessario alla loro sopravvivenza, perché i ricchi non solo non comprano i loro prodotti a prezzi sufficientemente elevati, ma saccheggiano e distruggono le risorse naturali di biodiversità che costituiscono la ricchezza delle regioni tropicali più povere del pianeta.
6. Una terza manifestazione della nuova strategia, più seria ma forse per questo anche più grave, viene direttamente da alcuni esponenti della comunità scientifica. Si tratta del Manifesto dell’Associazione Galileo 2001. Tra i fondatori figurano Renato Angelo Ricci, e Franco Battaglia, che già conosciamo. Tra i trenta firmatari figurano anche alcuni nomi assai noti del mondo della scienza ‘pura’ – e tra loro ci sono anche persone delle quali ho profonda stima come uomini e come scienziati – ma coloro che si occupano professionalmente di problemi connessi alla salute sono soltanto sette o otto, e quattro sono quelli in qualche modo legati a discipline tecnologiche. Sui temi che hanno un diretto impatto sulla vita della gente, dunque, molti parlano, diciamo così, per sentito dire. L’attacco all’ambientalismo è anche qui diretto.
«Un fantasma si aggira da tempo nel Paese, – leggiamo – un fantasma che sparge allarmi ed evoca catastrofi, terrorizza le persone, addita la scienza e la tecnologia astrattamente intese come nemiche dell’Uomo e della Natura e induce ad atteggiamenti antiscientifici facendo leva su ingiustificate paure che oscurano le vie della ragione. Questo fantasma si chiama oscurantismo. Si manifesta in varie forme, tra cui le più pericolose per contenuto regressivo ed irrazionale sono il fondamentalismo ambientalista e l’opposizione al progresso tecnico-scientifico».
I capi d’accusa comprendono temi già noti, ma anche, come vedremo, qualcuno nuovo che appare francamente singolare. Tra i primi figurano, al solito:
- il timore di cambiamenti climatici che, da milioni di anni caratteristici del pianeta Terra, sono oggi imputati quasi esclusivamente alle attività antropiche; - le limitazioni alla ricerca biotecnologica che impediscono ai nostri ricercatori di cooperare al raggiungimento di conquiste scientifiche che potrebbero tra l’altro combattere gravi patologie e contribuire ad alleviare i problemi di alimentazione dell’umanità; - il terrorismo sui rischi sanitari dei campi elettromagnetici, che vuole imporre limiti precauzionali ingiustificati, enormemente più bassi di quelli accreditati dalla comunità scientifica internazionale e adottati in tutti i paesi industriali; - la preclusione dogmatica dell’energia nucleare, che penalizza il Paese non solo sul piano economico e dello sviluppo, ma anche nel raggiungimento di obiettivi di razionalizzazione e compatibilità ambientale nel sistema energetico.
Dei primi due abbiamo già parlato diffusamente. Stupisce soltanto, in un Gotha scientifico così autorevole, la ripetizione acritica di stereotipi pubblicitari diffusi dalle multinazionali interessate, come se si trattasse di verità indiscusse. Per quanto riguarda il terzo è anzitutto il caso di avvertire gli estensori del documento che dovrebbero andarci piano, di questi tempi, nell’accusare qualcuno di terrorismo. Si dovrebbero vergognare di usare questo termine per attaccare coloro che non condividono il loro ottimismo programmatico, quando di terroristi veri, oltre a quei fanatici disperati che si fanno saltare per aria con le loro vittime innocenti, ce ne sono già altri in giro che pochi osano nominare.
Venendo poi al merito della questione, può anche darsi che sia stato prematuro imporre limiti che potrebbero essere troppo stringenti per questo tipo di emissioni, ma non va dimenticato che gli effetti biologici dei campi estremamente deboli sono ancora tutt’altro che definitivamente chiariti, e che solo oggi si comincia a scoprire che la struttura dell’acqua, componente fondamentale ed essenziale di ogni organismo vivente, mostra una complessità assolutamente imprevista. È comunque vero che esistono per il momento problemi più urgenti e gravi, che richiedono l’investimento prioritario di risorse imponenti, ma si tratta proprio di quelli, come i primi due, che, guarda caso, i nostri galileiani considerano inesistenti o irrilevanti.
Per quanto riguarda infine la quarta accusa si tratta invece di una stanca ripetizione di speranze deluse, vecchie di cinquant’anni – tant’è vero che in nessun paese del mondo industrializzato si costruiscono nuove centrali nucleari – che ignora completamente il vero duplice drammatico problema irrisolto (che è il nucleo dell’opposizione degli ambientalisti all’uso dell’energia nucleare) dello smaltimento delle scorie delle centrali e della distruzione delle testate nucleari militari.
7. Tre accuse sollevano invece a dir poco un certo stupore. La prima è di fomentare «la ricerca e l’esaltazione acritica di pratiche mediche miracolistiche che sono ritenute affidabili solo perché ‘alternative’ alla medicina scientifica». È un’accusa ridicola. Magari, vien da dire, avessero tanto potere. Perché invece non si discute seriamente di questo problema? Sono convinto, per esempio, che i nostri esagitati galileiani non sanno che l’Istituto Superiore di Sanità ha organizzato tre anni fa un Convegno sulle ‘Medicine non convenzionali’ nel quale sono state pacatamente presentate e discusse pratiche come l’agopuntura, la fitoterapia e persino (orrore!) l’omeopatia.
Certo, nessun ambientalista serio negherebbe gli enormi progressi compiuti dalla medicina ‘convenzionale’ negli ultimi decenni del XX secolo e che hanno contribuito notevolmente a uno spettacolare aumento della durata della vita nei paesi ricchi (in quelli poveri si muore ancora a quarant’anni). Non va dimenticato tuttavia che le ragioni che portano un crescente numero di persone a cercare sollievo ai propri malesseri (somatici, psichici o psicosomatici) al di fuori della medicina ufficiale non sono effetto di un malvagio complotto: non sarebbe il caso che i medici facessero anche un pizzico di autocritica? Non sarà che il modo in cui l’istituzione medica tratta i pazienti – come una officina di riparazione di auto alle quali basta cambiare il pezzo che si è rotto – non è precisamente ciò di cui un malato, che non è un’auto, ha bisogno per guarire, se è possibile, o per affrontare serenamente un male incurabile?
Antonio Damasio, neurofisiologo di fama mondiale, ad esempio, scrive a questo proposito nel suo libro L’Errore di Cartesio che «l’idea di una mente distaccata dal corpo [ha] foggiato il peculiare modo in cui la medicina occidentale affronta lo studio e il trattamento della malattia». E aggiunge: «Una visione distorta dell’organismo umano, insieme con l’esigenza di specializzazioni sempre più spinte, contribuisce ad aggravare l’inadeguatezza della medicina, piuttosto che a ridurla».
La seconda accusa – di volere «il permanere di una condizione di emergenza nel trattamento e nello smaltimento dei rifiuti di ogni tipo» – è invece scandalosa. Chi, se non il movimento ambientalista, si è battuto per anni contro le discariche di veleni che hanno devastato città e campagne del nostro paese, uccidendo centinaia se non migliaia di persone, dall’Acna di Cengio alla Montedison di Porto Marghera, dal Petrolchimico di Brindisi a quello di Augusta? Chi, se non Legambiente impegna ogni giorno migliaia e migliaia dei suoi soci a denunciare discariche abusive, inquinamenti di acque dolci e marine, depuratori mancanti o inoperanti? Chi, se non gli attivisti delle associazioni ecologiste, sono i protagonisti della battaglia per chiudere al traffico automobilistico privato quei centri storici che stanno diventando ogni giorno di più camere a gas, combattendo contro l’ottusa ignoranza di automobilisti col sedere incollato alla macchina, la gretta cecità di commercianti spaventati dal dilagare della grande distribuzione e gli enormi interessi delle industrie automobilistiche e petrolifere?
La lettura delle relazioni della Commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti, presieduta per due legislature dal deputato verde Massimo Scalia, è agghiacciante. Al Nord sono le industrie, gli allevamenti intensivi, le amministrazioni locali che scaricano indisturbati rifiuti tossici, rifiuti urbani non riciclati, schifezze di ogni genere. Al Sud sono mafia, camorra e ndrangheta che gestiscono il lucroso traffico di rifiuti di tutti i generi. Tutta colpa degli ambientalisti? Altro che «soluzioni tecnologiche adottate da decenni in tutti i paesi industriali avanzati»: ma dove vivono i miei illustri colleghi?
La terza accusa infine – di «opporsi sistematicamente ad ogni tentativo di dotare il Paese di infrastrutture vitali per la continuità dello sviluppo e per il miglioramento della qualità della vita della popolazione» – è, a dir poco, assai ambigua e generica. Andiamo a vedere nel concreto, caso per caso, di quali grandi infrastrutture si tratta, e di chi e come le dovrebbe fare. Se gli estensori del documento sono, ad esempio, per il ponte sullo stretto di Messina, si documentino meglio: se ne analizzassero il progetto con lo spirito critico che usano nel loro lavoro di scienziati si convincerebbero che si tratta di un’opera faraonica, la cui realizzazione richiederebbe il superamento di ostacoli geologici, climatici ed economici forse insormontabili, e sarebbe soprattutto uno spreco spropositato di denaro, che potrebbe essere molto più utilmente investito a risolvere gli enormi problemi strutturali delle due regioni interessate. Se invece si tratta dei cantieri delle imprese di proprietà del ministro Lunardi, non si parla di scienza, ma di lucrosi affari privati.
8. Vorrei concludere con alcune osservazioni che in qualche modo vanno incontro alle preoccupazioni di quegli scienziati di tutto rispetto e persone in buona fede, alcuni dei quali sono oltretutto ben lontani dal simpatizzare per l’ideologia e gli interessi della destra che oggi governa il nostro paese, che hanno firmato questi documenti.
La prima cosa che vorrei dire loro è che il movimento ambientalista, o per lo meno una parte fondamentale di esso, riconosce l’esigenza di dare alla ricerca scientifica un ruolo determinante per affrontare razionalmente ed efficacemente i grandi problemi ecologici che incombono sul nostro futuro. Non siamo luddisti, e pensiamo che la conoscenza del mondo fondata su criteri riconosciuti di razionalità e su regole metodologiche che garantiscano un giudizio oggettivamente fondato della sua validità, sia un patrimonio dell’umanità da difendere e da accrescere. Siamo tuttavia convinti, non per pregiudizio ideologico, ma sulla base di fatti incontrovertibili, che il contesto sociale ed economico in cui la crescita di questa conoscenza avviene oggi è profondamente mutato negli ultimi decenni del secolo appena finito rispetto ai tre secoli precedenti.
Gli elementi che caratterizzano questo mutamento sono, a mio giudizio, essenzialmente tre. Il primo è l’intrecciarsi sempre più stretto dei due momenti in cui tradizionalmente l’intervento umano nei confronti della natura si articolava: quello della conoscenza disinteressata (scienza) attraverso la scoperta dei suoi elementi costitutivi e delle sue leggi e quello della utilizzazione pratica di queste scoperte attraverso l’invenzione (tecnologia). Il secondo elemento è la graduale interpenetrazione tra la sfera propria di queste due attività umane che si occupano di ‘fatti’ e la sfera dei valori che stanno alla base delle norme (etiche e giuridiche) intese a regolare le finalità e i comportamenti degli individui nei loro rapporti privati e nelle loro azioni sociali. Il terzo infine è la crescente invasione di queste sfere, e la loro conseguente subordinazione alle ‘leggi del mercato’, da parte degli interessi economici. Non si possono dunque più usare le vecchie categorie per distinguere le attività dei diversi soggetti che contribuiscono al processo di crescita della conoscenza, e le loro responsabilità relative. Occorre, secondo noi, introdurre almeno due nuove distinzioni.
La prima è quella che deve essere fatta fra ricerca pubblica e ricerca privata, e di conseguenza fra scienziati controllori e scienziati controllati. Diversi sono infatti i diritti e i doveri che spettano agli uni e agli altri. Possiamo infatti ben dire che c’è una differenza fondamentale fra i ricercatori dipendenti o i consulenti di imprese private legati al segreto industriale e gli operatori degli enti pubblici di ricerca che dovrebbero rispondere dei loro programmi alla collettività che li finanzia, o per lo meno concordare con i suoi rappresentanti le scale di priorità da rispettare. Chi può negare che i primi hanno come dovere contrattuale quello di massimizzare i dividendi dei propri azionisti e i secondi, come minimo, dovrebbero attenersi alle norme deontologiche mertoniane dell’universalismo e del comunitarismo?
L’unico controllo efficace di questi ultimi sui primi sarebbe quello di istituire albi professionali separati per chi partecipa allo sviluppo di innovazioni destinate ad essere immesse sul mercato, e chi deve non solo identificare e valutare gli eventuali danni già prodotti o che potrebbero insorgere in futuro, ma anche investigare e prefigurare i diversi scenari (e i relativi gradi di incertezza) che dalla loro diffusione potrebbero a breve, o a lungo termine derivare. Ognuno è libero di stare da una parte o dall’altra, ma deve dirlo.
La seconda discriminante riguarda il brevetto. Fino alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1980, che ha concesso il primo brevetto su di un batterio geneticamente modificato, la materia vivente non poteva essere brevettata. Non solo. Si potevano brevettare solo le invenzioni (il risultato dell’ingegno), non le scoperte (ciò che esiste in natura). Nemmeno gli elementi transuranici (come il plutonio) che pure non esistono stabili in natura, sono mai stati brevettati, in quanto sono comunque trasformazioni artificialmente indotte in elementi naturali. A maggior ragione la regola dovrebbe valere per gli organismi geneticamente modificati, dato che si tratta sempre di modificazioni artificiali di organismi naturali. Si è trattato dunque semplicemente di un colpo di mano che ha permesso a un piccolo numero di privati di appropriarsi di beni comuni. È, d’altronde, quello che il capitalismo ha fatto fin dalla sua nascita.
Gli estensori di questi documenti, tutti favorevoli alla brevettabilità di ogni risultato che anche indirettamente potrebbe un giorno condurre a un prodotto da immettere sul mercato, sostengono anche che la scienza, per raggiungere una conoscenza oggettiva, deve essere disinteressata e libera da ogni condizionamento. A rigor di logica, dunque, se fossero coerenti con la loro definizione di scienza, dovrebbero aderire alla campagna degli ambientalisti per l’abolizione della brevettabilità degli organismi viventi. Non sembra infatti esserci altro modo per liberare la ricerca disinteressata, motivata dalla curiosità di capire come è fatto il mondo – un ideale che gli scienziati, a mio giudizio giustamente, rivendicano come proprio diritto-dovere – dai lacci che la costringono a seguire strade tracciate con il fine di produrre qualcosa che possa immediatamente trasformarsi in profitto.


note:
1  Esso è documentato in dettaglio, per esempio, nel libro La sesta estinzione del noto antropologo e conservazionista Richard Leakey.


Altri ambientalisti sollevano invece dei problemi e, di fronte agli scenari futuri, sono disponibili a rivedere le loro posizioni:

Le eresie ambientali che incendiano gli Usa

Oltreoceano ci si accapiglia sul modello di sviluppo. L'altra faccia dello scontro tra Legambiente e Italia Nostra
Il caso Brand Polemiche sulla stampa americana per le tesi del «revisionista ambientalista», Stewart Brand. Meglio il nucleare dell'eolico

Dal Massachusettes Institute of Technology uno si aspetterebbe un certo rigore: fatti, cifre, razionalità. E' dunque con una certa sorpresa che ci si imbatte in «Eresie ambientali», un articolo pubblicato nel numero di maggio della sua Technology Review il quale, fin dal titolo, mette in chiaro la sua intenzione primaria: far parlare di sé, facendo rumore. E l'obiettivo è stato raggiunto, dato che quell'articolo venne subito raccolto e amplificato dal New York Times, dal Washington Post e a ruota da molti altri quotidiani. Il pezzo in questione è stato così raccontato: anche gli ambientalisti, o almeno alcuni di loro, sono ormai favorevoli al nucleare. Ma è vero? Intanto Stewart Brand, l'autore "eretico", non ha affatto quel curriculum di ambientalista. E' semmai un noto e valido esponente del pensiero tecno-utopista californiano, secondo il quale per ogni problema c'è sempre una soluzione, basta attingere alle più avanzate tecnologie: «il miglior modo per controllare una tecnologia discutibile è abbracciarla». Ovviamente anche i tecnologi hanno diritto di parlare di ambiente e magari porteranno idee buone, ma da loro ci si aspetterebbero idee non approssimative. Invece l'articolo di Brand è ricco di sgradevoli banalità e di conoscenze approssimative presentate come certezze, ovvero quanto di pi+ antiscientifico si possa dare: 1. la crescita eccessiva di popolazione non è un problema, anzi sta frenando. E il motivo della frenata è l'urbanizzazione spinta che tutti i paesi conoscono. Dunque i verdi non si dovrebbero troppo preoccupare delle megalopoli e forse persino accoglierle con favore.

Gli Ogm sono da sviluppare perché risolveranno fame e carestie, basterebbe soltanto che le tecnologie siano "Open" come il software e non in mano alle multinazionali. Sfugge all'autore il piccolo particolare che gli Ogm sono primariamente sviluppati per assicurare un monopolio permanente alle suddette, grazie al meccanismo per cui le sementi ingegnerizzate si devono comprare ogni anno, in tal modo si intende rovesciare la geniale pratica inventata 10 mila anni fa dai primi agricoltori, quella di tenere per la semina successiva una parte del raccolto. Né sembra curarsi, l'autore, del fatto che le monoculture dilaganti sono ad altissimo rischio, dato che eliminano la diversità biologica, prezioso patrimonio cui fare ricorso quando emerga una malattia nuova o un cambiamento nell'habitat.

Infine il nucleare, che è ottimo per combattere l'effetto serra, dato che non emette CO2 nell'atmosfera. Quanto allo smaltimento delle scorie, questo sarebbe «un problema superabile» (ma come egli non dice, aspettiamo ansiosi, così ci buttiamo nel business anche noi). A favore di un ritorno all'energia nucleare, per la quale si è pronunciato anche il presidente americano Bush, ci sono due fatti oggettivi, il riscaldamento globale (e il relativo protocollo di Kyoto che mira a ridurlo) e le incognite geologiche e geopolitiche sulla disponibilità di petrolio. L'ideale in verità sarebbe una fonte energetica a) non inquinante b) poco costosa c) non pericolosa d) non utilizzabile dai terroristi (stati o gruppi), ma proprio qui casca il nucleare, come tutti ben sanno, anche i suoi interessati quanto ipocriti profeti. Esso infatti soddisfa (e solo in parte) il primo requisito, dato che nell'aria non emette gas serra (ma produce scorie pressocché immortali). Invece i costi economici sono, e saranno, elevatissimi, se la contabilità viene fatta sull'intero ciclo di vita di una centrale e non già, truffaldinamente, sui soli costi di esercizio. Quanto alla sua sicurezza, essa è certamente migliorata negli ultimi anni, ma i cosiddetti reattori intrinsecamente sicuri non saranno disponibili prima di vent'anni.
Le tecnologie che si candidano per la IV generazione sono almeno sei, ma solo due, a detta degli esperti, appaiono vincenti; in sigla vengono chiamate Scwr e Vhtr. In tutti i casi il trucco per ottenere rese migliori e dunque costi più bassi del kilowattore, è di operare a alte temperature, dai 500 ai 1000 gradi, per ottenere una migliore conversione del calore in elettricità. La prima tecnologia (Supercritical Water Cooled Reactor) usa l'acqua come raffreddante, ma ad altissime pressioni, di modo che non evapori. La seconda tecnologia, Very Hight Temperature Reactor, viene attualmente provata in un reattore giapponese dove il raffreddante è l'elio e sono già state raggiunte temperature di 950 gradi. Tra i vantaggi ipotizzabili derivanti da queste tecniche c'è la possibilità di produrre anche idrogeno, staccandolo dalle molecole d'acqua con un processo termochimico. E proprio all'idrogeno molti guardano come al "carburante" del futuro per i mezzi di trasporto. In ogni caso, e al di là di ogni altra considerazione, i più ottimisti contano di avere dei prototipi provati non prima dell'anno 2030 e comunque uno studio del Mit ha messo seriamente in dubbio che dal nuovo nucleare possano derivare prezzi dell'energia competitivi con il carbone e il gas. Questo è il vero problema che mina la fiducia nella IV generazione. E non abbiamo parlato delle scorie né della minaccia terrorista.

La conclusione è che anche il Mit, nella sua rivista, pubblica della spazzatura e dunque anche al famoso politecnico di Boston si dovrebbe applicare il recente monito di Gianni Riotta: «Se non aiutiamo ciascuno a trovare il suo filo razionale nel labirinto globale dei media dove il Minotauro dell'ignoranza si nutre di rumore di fondo, i lettori reagiscono d'istinto, al volo. Smettendo di comprare i giornali» (Corriere della Sera (18 Maggio 2005). Più interessante semmai è la discussione che si è aperta nei mesi scorsi tra ambientalisti veri, dopo la vittoria di Bush alle presidenziali. Anche in questo caso il tono è acceso: «La morte dell'ambientalismo». In questo caso si tratta di una critica dura, ma per così dire da sinistra. I due Michael Shellenberger e Ted Nordhaus, sostengono che i movimenti ambientali americani hanno passato gli ultimi 15 anni a fare lobbying con il governo e con le comunità locali, ma senza ottenere risultati davvero significativi di fronte a una crisi dell'ambiente che ha caratteri globali.

Aggiungono allora che per conquistare i cuori e i voti degli americani occorre al movimento verde un'ambiziosa strategia, anche utopica. Dello stesso tono un altro intervento: «L'ambientalismo è morto?». L'autore è Adam Werbach, già presidente di una delle più storiche associazioni ambientali americane, il Sierra Club. Disse dunque Werbach nel dicembre scorso, a San Francisco: «Non voglio più definirmi un ambientalista ... l'ambientalismo è in gran parte morto perché non è stato capace di offrire una visione convincente e irresistibile (compelling) del futuro dell'America». La tesi è che il movimento verde deve "semplicemente" presentarsi come liberal e progressivo. Come è facile intendere, anche la recente polemica tra Italia Nostra e Legambiente è parente di questa discussione. Una discussione seria è, anche in Italia, la questione utopica, ovvero dell'orizzonte cui guardare. Tutte cose di cui a un ex ambientalista come Francesco Rutelli così come ai verdi politicanti non glie ne può importare di meno. Ma queste sono le miserie italiche, quelle che ci fanno sognare California.


 

Il finto revival del nucleare

Il ritorno dell'energia nucleare non è credibile. Sia dal punto di vista ambientale sia sotto al profilo economico

di Gianni Silvestrini

da QualEnergia.it del luglio 2005

La ricorrenza di Chernobyl impone una riflessione sul futuro dell’energia nucleare. L’incidente di 20 anni fa e la liberalizzazione dei mercati elettrici hanno praticamente bloccato lo sviluppo di questa filiera tecnologica. “Too cheap to meter”, troppo a buon mercato per doverla misurare ai contatori, sostenevano negli anni Sessanta gli entustiasti fautori del nucleare. La realtà è stata molto diversa. I costi elevati e la diffusa opposizione dell’opinione pubblica ne hanno affossato le prospettive.
Secondo il Dipartimento dell’energia americano nei prossimi 20 anni la quota di elettricità prodotta dalle centrali nucleari dovrebbe ridursi dal 16 al 12% su scala mondiale. Semplicemente per rimpiazzare le centrali esistenti andrebbe costruito un reattore ogni due mesi, molto al di sopra delle attuali previsioni.
Adesso però sembra che il vento stia cambiando. Se nel gennaio 2005 su Google la combinazione “nuclear power revival” forniva 41.600 riferimenti, adesso si è passati a 2.080.000.
Gli alti prezzi del petrolio, ma sopratutto l’emergenza climatica, hanno fatto riemergere le potenti lobbies atomiche. In Gran Bretagna, il paese dove più apertamente si parla di una ripresa del nucleare, entro la fine di luglio il governo deciderà se riprendere in considerazione un’opzione che sembrava seppellita dal disastro economico della British Energy, la società che gestisce gli impianti atomici inglesi. E’ comunque significativo il fatto che lo scorso 16 aprile il Parlamento inglese abbia reso pubblico un documento molto critico rispetto a questa ipotesi e favorevole al ricorso all’efficienza energetica, al gas e alle rinnovabili
Sulla scena mondiale, Bush e Putin spingono molto per il rilancio del nucleare. Ne parlava anche Berlusconi...
Ma quali sono le reali prospettive?
Se negli scorsi 20 anni le centrali a gas a ciclo combinato hanno surclassato economicamente il nucleare, guardando ai prossimi 20 su può pensare che saranno le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e la cogenerazione a contendere lo spazio al revival atomico. Se negli ultimi 10 anni la potenza eolica installata su scala mondiale è stata doppia rispetto al nuovo nucleare, entro il 2010 il nuovo eolico sarà 10 volte maggiore in termini di potenza rispetto al nucleare.
Vedremo se la campagna capitanata dagli Usa, che per favorire il rilancio della tecnologia hanno introdotto per le nuove centrali un incentivo di 1,8 centesimi di dollaro al kWh prodotto, riuscirà a evitare che il nucleare venga ricordato come il più grande disastro industriale della storia dell’umanità.


Per maggiori informazioni
www.publications.parliament.uk/pa/cm200506/cmselect/cmenvaud/584/58403.htm


Altri elementi sono portati dai verdi del Veneto:

NUCLEARE: NO DEI VERDI DEL VENETO

http://www.verdiveneto.it/article.php3?id_article=1527

La continua ascesa del prezzo del petrolio, l'instabilità politica delle aree di produzione, l'uso del gas come nuovo strumento di politica estera della Russia e infine il Protocollo di Kyoto, hanno determinato il rilancio della discussione sul nucleare. Secondo alcuni la scelta nucleare determinerebbe i seguenti vantaggi: autonomia energetica, sicurezza, soluzione del problema scorie ed infine risparmio economico. L'autonomia energetica dipendende dalla disponibilità della sostanza fissile, cioè l'uranio, che in Italia manca. Al mondo le riserve d'uranio si trovano in Canada, Russia, Nigeria, Namibia, Stati Uniti e Australia. Pertanto la nostra energia dipenderà sempre dall'importazione da altri Paesi. L'attuale tecnologia dei reattori nucleari, utilizza uranio 235 arrichito, che rappresenta lo 0,71% dell'uranio presente sulla terra, che ammonta come riserve "provate" a 3,6 milioni di tonnellate a 80 dollari al kg. Esistono stime di "risorse non scoperte" stimate su prove indirette ed estrapolazioni geologiche che ammonterebbero a 9,6 milioni di tonnellate con un costo pari a 130$ per kg. Pertanto la risorsa uranio 235 con l'attuale processo di fissione ci darebbe un'autonomia, se utilizzata nei 430 reattori che esistono al mondo (17% energia elettrica e 4% energia primaria) di circa 60 anni. L'uranio è quindi una risorsa non rinnovabile e a termine. L'uso dell'uranio comporta un ciclo di lavorazione: conversione in materiale fissile, riduzione in barre e trasporto. Esiste la possibilità di usare l'uranio 238 che non è fissile ed opera nei cosiddetti reattori autofertilizzanti che presentano però il non piccolo problema della produzione di plutonio che, oltre ad essere tossico, è l'ingrediente fondamentale per la bomba nucleare (esistono al mondo 1000 tonnellate di plutonio di cui circa 250 t sono "weapon-grade", cioè adatto a fare bombe. Il tempo di dimezzamento della radioattività è di 24.000 anni). Iran e Corea docet! Come noto il reattore di questa specie, il Superphenix francese è stato spento nel 1998. Per quanto riguarda le tecnologie nuove e cioè i reattori a sicurezza intrinseca, che utililizzano sistemi passivi per l'autospegnimento di commercializzati non ne conosco. Grandi speranze erano state accese dai reattori a gas ad alta temperatura, il raffreddamento a gas e al posto delle barre d'uranio le centinaia di migliaia di sfere di grafite che a loro volta racchiudono sfere da un millimetro d'ossido d'uranio. Il progetto è iniziato nel 1959 con il reattore DRAGON (progetto internazionale), poi il Fort Saint Vrain il primo tentativo di commercializzazione e poi spento nel 1984 dal Public Service del Colorado e ancora l'AVR situato a Juelich e spento dopo 21 anni e ancora con il THTR-300 che è stato definitivamente spento nel 1989 dopo 16.410 ore di funzionamento. Il nuovo progetto francese non prevede la cosiddetta "sicurezza intrinseca" o passiva che doveva essere la sicurezza del dopo Chernobyl. Il progetto del reattore europeo EPR ad acqua pressurizzata costa 5 mld d'euro per una potenza di 1,4 miliardi di watt. I reattori di quarta generazione si basano sui criteri di: sostenibilità, sicurezza e affidabilità, economia e non proliferazione.I sistemi di IV^ generazione sono stati divisi in due categorie: sistemi con concetti evolutivi applicati sui reattori esistenti e sistemi innovativi che si fondono su tecnologie che saranno pronte nel 2030. I reattori della generazione IV^ sono quelli ad acqua leggera, a gas, veloce a sodio con combustibile avanzato e reattore a piombo. I concetti innovativi richiedono programmi di R&S lunghi e impegnativi che non sono stati ancora definiti nelle loro caratteristiche fondamentali. Italiano infine è il progetto e la sperimentazione del reattore a sicurezza intrinseca MARS e del quale non si ha più memoria. Relativamente alle scorie se ne producono 8000 tonnellate l'anno dai 430 reattori e raggiungeranno le 200.000 tonnellate al 2020, data di fine vita della presente generazione. Nell'unico gran sito quello dello Yucca Mountain, ritenuto geologicamente stabile e molto lontano dalle zone abitate, gli U.S.A. collocheranno 70.000 tonnellate di rifiuti radioattivi. Dove sarà in un'Italia notoriamente sismica (limite di scontro tra la placca eurasiatica e quell'africana) il sito "sicuro"? Sulla sicurezza acquisita basta citare che nel 2003 la Tokyo Electric Power Company ha dovuto fermare temporaneamente i 17 impianti nucleari in seguito alla scoperta che le ispezioni erano state falsificate. Il 9 agosto sono avvenuti tre incidenti nucleari in Giappone. Fuoriuscita di radioattività anche a Yongkwang in Corea del Sud dove la KHNP ha dovuto bloccare l'impianto. Sui costi rimando allo studio interdisciplinare del MIT "The future of nuclear power: an interdisciplinary MIT Study, Cambridge" e al rapporto 2 Energie nuclèaire: le nouveau dèbat mondial, Parigi 2004. Infine, cioè nel gennaio 2005, la Corte dei Conti francese ha scoperto che a fronte di 13 mld d'euro dichiarati da EdF per lo smantellamento delle centrali nucleari e le scorie, esistevano effettivamente accantonati 2,3 mld d'euro. Esisteva un progetto dell'Enea TRADE di Rubbia sulla trasmutazione (trasformazione delle scorie radioattive da vita lunga a vita breve) ma ha avuto pochi finanziamenti e "poca fortuna" perché l'attuale Governo ha cacciato Rubbia che ora lavora con il Governo spagnolo. Credo che le cose che dovremmo fare sarebbero le seguenti: modifica radicale della riforma Bersani(diteci perchè pur essendo aumentata la potenza elettrica di 5266 MW i prezzi non ne hanno risentito? La riforma si fondava sull'assunto che una maggiore offerta con costi inferiori a quello dell'incombente fosse la condizione per far scendere il prezzo. Così non è stato.), rilancio di un gran piano di risparmio energetico a parità d'usi finali, aumento dell'efficienza energetica, uso massiccio di rinnovabili e potentissimi aiuti alla ricerca sia l'unica scelta ragionevolmente praticabile per il nostro Paese prima che sia tardi. Personalmente sono anche d'accordo nel fare i gassificatori in siti opportuni. Le fusioni ed acquisizioni in tutto il mondo sono la risposta a chi credeva di liberalizzare il mercato dell'energia spuntando prezzi migliori perché così era scritto sui libri! Nel Paese del liberismo, gli U.S.A., il Congresso ha impedito alla China National Offshore Oil Corp. di acquisire l'Unocal. In Spagna Gas Natural ha lanciato un takeover su Endesa che farà nascere un gigante energetico. La francese Suez ha acquistato il più grande gruppo belga che è l'Electrabel. La Edf in partnership con l'AEM di Milano, ha acquisito il controllo dell'unico gruppo privato italiano la Edison (...con 6,8 mld d'euro). Nel giro di tre anni questo aggregato Edf-Edison-Aem controllerà almeno un terzo della potenza elettrica italiana. Sommando questo effetto alle importazioni d'elettricità dalla Francia e al dimagrimento ulteriore d'Enel si arriva alla conclusione che Edf sarà il primo gruppo elettrico operante in Italia. Infine una nota sulla crisi delle forniture russe di gas. I segnali erano stati molti e chiari sul mutato atteggiamento del Cremino, nella partita strategica delle risorse di gas. L'arresto dell'A.D. della Yucos nel 2003 che stava trattando la fusione con Chevron Texas ed Exxon Mobil era un segnale inquivocabile. La tassa da 1 mld di dollari per la licenza d'esplorazione del giacimento di Sakhalin 3 annullando in tal modo il risultato di un'asta vinta dall'Exxon Mobil per il diritto d'esplorazione era un altro segnale abbastanza inequivocabile del mutato clima verso l'occidente e l'uso delle risorse energetiche. Segnali inutili per chi avrebbe dovuto leggerli, alla luce di quello che oggi sta succedendo nei rapporti con la Russia.

Erasmo Venosi
Coordinatore Energia Federazione Nazionale Verdi


E passati agli antinucleari non possono mancare alcune prese di posizione di due storici verdi, che hanno avuto responsabilità nel passato governo di centrosinistra (con pochi se non nulli risultati, a mio giudizio), Gianni Mattioli e Massimo Scalia:

Il mondo al buio

UN REFERENDUM VINTO E PERDUTO
Gianni Mattioli, Massimo Scalia  
Rivista de il manifesto n° 42, settembre 2003

Dopo la vittoria nel referendum sul nucleare, che fine hanno fatto il risparmio energetico e le fonti rinnovabili? Come mai sole e vento hanno preso piede in tutti i grandi paesi europei, anche quelli meno fortunati per il clima e l'Italia è il fanalino di coda? Proviamo a ripercorrere gli ultimi 15 anni per capire che cosa è successo; ed è giocoforza risalire alla vicenda nucleare, perché in essa sono i germi dei ritardi e alcuni elementi utili per provare a dare una risposta.
Solo in Italia, la paziente tela tessuta per oltre un decennio dal movimento antinucleare era riuscita a creare quell'alleanza culturale e sociale che aveva portato i duecentomila di Roma a sfilare il 10 maggio del 1986: Cento, mille centrali nucleari sotto il culo dei parlamentari. In Francia, qualche giorno dopo, la stampa chiedeva scusa per aver taciuto l'esplosione del reattore di Cernobyl, le cui prime notizie erano trapelate il 26 aprile. Da noi, il ministro della Sanità, Costante Degan, emanava le norme per risparmiare dosi di radioattività ai soggetti più a rischio: controlli nelle scuole, niente latte ai piccoli, via le verdure a foglie larghe, anche se Felice Ippolito se ne cibava avidamente davanti ai telespettatori. Quelle furono le uniche misure sanitarie prese in un paese della Cee: il fatto è che i dirigenti e gli esperti del movimento erano legati strettamente a tecnici, ricercatori delle Università e delle istituzioni e avevano acquisito credibilità in anni di dibattiti e conflitti all'insegna delle ?scelte energetiche' (ricordate? nella Flm vinceva la mozione antinucleare, che perdeva al Congresso nazionale del Pci con un voto di stretta misura ? 440 favorevoli, 457 contrari e 59 astenuti ?, dopo aver prevalso nei Congressi di Federazione).
Si trattava non soltanto di battere il nucleare, ma di presentare una proposta articolata nelle soluzioni tecniche, economiche e ambientali e scandita nei tempi: elementi cardinali erano l'uso efficiente dell'energia e le fonti di energia rinnovabile. Man mano che tecnologia e capacità di gestione, propri di una società avanzata, consentivano di ridurre gli sprechi, si doveva fare largo all'energia solare, eolica, mini-idraulica, da biomasse, per sostituire usi impropri e impadronirsi di tecnologie risolutive per il lungo periodo. E questa transizione doveva essere accompagnata da una sempre più massiccia sostituzione del petrolio col metano, di gran lunga il meno inquinante dei combustibili fossili.
Il movimento aveva lavorato bene e trasversalmente: emarginati i non molti che sostenevano che prima del verbo antinucleare andasse somministrato un catechismo marx-leninista, in ogni iniziativa raccoglieva gente ?vera' ? dagli agrari, che aprivano coi trattori molte manifestazioni, al farmacista, alla casalinga, agli studenti ?, incurante che qualche raffinato naso di sinistra vedesse nel suo non essere ?complessivo' un imperdonabile limite e, nelle sue frequentazioni, una deprecabile ambiguità. Quel lavoro fece breccia in tutti i partiti, che, capovolgendo le posizioni ufficiali, si piegarono al ?Sì' che determinò la vittoria referendaria.
Ma qui cominciano i dolori: il referendum del novembre '87 non chiuse la partita nucleare.
L'esito referendario fu respinto dal governo, che si trincerò dietro un'interpretazione letterale della volontà popolare ? l'abrogazione di una norma, non del nucleare ? e propose «un limitato presidio nucleare»: chiusura delle tre vecchie centrali, che erano entrate in esercizio nei primi anni sessanta, e di altri impianti, sospensione e rinuncia al reattore da 2.000 Mw del Piemonte (Trino 2); ma ipotesi di procedere con i 2.000 Mw di Montalto di Castro (il cui avanzamento dei lavori aveva superato l'80%) e di rimettere in esercizio, dopo le necessarie verifiche, Caorso, che con i suoi 880 Mw era la centrale più grande, tra quelle in funzione.
Attorno a questa piattaforma il ministro dell'Industria Alfredo Battaglia raccoglie le truppe di tutti gli ?orfani' del nucleare: politici di tutti i partiti, che continuano a vedere nel nucleare il prometeico fuoco del progresso, i tecnici dell'Enea, rancorosi per aver passato una trentina d'anni a tradurre dall'americano e con realizzazioni zero, gli ingegneri dell'Enel, per nulla pentiti di aver cercato, compatti ?blue team' in giacche blu, di spiegare ai contadini di Montalto o di Trino che il nucleare fa bene. E poi, in un mondo scientifico nel quale, salvo rarissime eccezioni, il nucleare non è stato oggetto di ricerca, ma, al più, di gratitudine per la rendita di posizione lasciata dai ?ragazzi di via Panisperna', insorgono le acide vestali del senso di responsabilità contro le scelte ?emotive' del popolo e contro gli ambientalisti, che, ?al soldo dei petrolieri', rimestano nel torbido.
Inizia allora una ignorata guerra, che, durata quasi tre anni, è la prima responsabile non solo, banalmente, dei ritardi sulle opzioni energetiche alternative, ma di una funesta subcultura ?resistenziale', che si vendica del ?mancato nucleare' sulle fonti rinnovabili e su ogni progetto di innovazione tecnologica nel settore energetico.
Il primo scontro è proprio su Montalto di Castro. Ripartono le manifestazioni: davanti ai cancelli, da cui si vede l'enorme struttura che dovrà ospitare la caldaia del reattore, tornano le donne di Montalto. Il gruppo dei Verdi, il primo eletto nel Parlamento italiano, fa di questa battaglia il coerente prosieguo della battaglia referendaria. Digiuni, conferenze, iniziative. Sei, sette volte, in poche settimane, viene bloccato l'accesso alla centrale, in una situazione che diventa sempre più insostenibile: bisogna spendere tutta la ?toga' parlamentare per evitare conflitti con i cinquemila operai e tecnici del cantiere (per i quali, poi, i deputati Verdi otterranno, nel confronto col governo, ammortizzatori sociali particolarmente robusti). Nel frattempo Battaglia ottiene dalla Commissione Spaventa e dalla missione Iea la conferma: costoso e inaffidabile convertire Montalto da nucleare a tradizionale (neve al sole le critiche avanzate, anche sulla base della documentazione delle tre conversioni già operate negli Usa, nell'usuale e generoso spazio de «il manifesto»). Ma, proprio sul nucleare, cade il governo Goria. Nell'aprile '88, nel dibattito sulla fiducia alla Camera, il presidente incaricato De Mita risponde ai Verdi: «Montalto sarà convertita».
La ?vendetta' di Battaglia non si fa attendere: «No ai 2.000 Mw nucleari? Benissimo, siano, con decreto legge, 3.300 i megawatt termoelettrici per la Maremma». E così è stato.
Parte a questo punto l'offensiva Enel sui danni da ?mancato nucleare': tutti i contratti sciolti, gli impegni non mantenuti vanno risarciti. Per la sola Caorso, che, sospesa dall'ottobre '86, potrebbe riaprire solo adempiendo le onerose modifiche chieste dall'ente di controllo (la Disp di Enea), l'Enel chiede oltre 1.300 miliardi di lire. Perché non ha potuto vendere Kwh che, così com'era, non avrebbe potuto produrre? L'Autorità per l'energia elettrica convaliderà in seguito i conti dei funzionari del ministero dell'Industria, autorizzando un prelievo sul Kwh, cioè su noi utenti, fino al raggiungimento della cifra riconosciuta all'Enel e alle altre imprese: circa 17 mila miliardi! Anche ammettendo che gran parte di quella cifra fosse per davvero un risarcimento dovuto, restavano sempre alcune migliaia di miliardi, che un atteggiamento più rigoroso e meno compiacente dell'Authority ? quale peraltro le fu richiesto ? avrebbe potuto indirizzare all'uso efficiente dell'energia e per la realizzazione su scala significativa delle fonti rinnovabili. Ecco allora, per la seconda parte degli anni '90, un motivo non trascurabile a non far decollare sole e vento: i soldi prelevati al contribuente hanno arricchito Enel e varie altre imprese.
Con morti e feriti la guerra inizia la sua fase di stanca verso una resa del ?partito degli orfani': il 12 giugno '90 la Camera approva la chiusura definitiva di Caorso e la sua messa in sicurezza passiva insieme a tutti gli altri impianti nucleari. Nell'agosto successivo il Cipe emette la delibera, che chiude definitivamente il nucleare in Italia.
In alto i calici, allora; e non soltanto perché la guerra è finita. Si sta vincendo alla grande! Nel gennaio del '91 vengono pubblicate in «Gazzetta Ufficiale» le due leggi, la 10 e la 9, che riguardano, rispettivamente, l'uso efficiente dell'energia, con tutto il Titolo II dedicato in particolare agli edifici, e la promozione delle fonti energetiche rinnovabili, soprattutto nel comparto elettrico. Novelli apprendisti stregoni della legge finanziaria, Mattioli e Scalia ? la autocitazione è dovuta ? ottengono per gli investimenti previsti dalle due leggi e per le coerenti attribuzioni ad Enea, 2.600 miliardi per il triennio 91-93. È fatta.
Qui termina la storia. Barney, autoritratto probabile dello scomparso Richler, si pone, con angosciata leggerezza, quella domanda che, ahinoi, ci riguarda così da presso: «Chi è che, mentre non me ne accorgevo, mi ha appioppato questi ultimi trent'anni?» Alla stessa stregua ci chiediamo, ancora increduli: «Che fine hanno fatto quei soldi? C'era tutto, perché le fonti rinnovabili non sono partite?» Una parte delle risposte è stata già data. Ma il problema, forse centrale, è: non c'era tutto. Non c'erano la sensibilità, la cultura e la capacità amministrativa, sia a livello centrale che periferico, per attuare questa grande trasformazione; al contrario, superficialità e disinformata sfiducia erano gli sfilacciati paraventi di incompetenze tecniche e inadeguatezze gestionali. Non c'era, nel già depresso panorama della grande industria, la voglia di investire nel nuovo; molte pigrizie e molte ottusità ? sono gli anni, ad esempio, in cui trionfa la gestione Romiti e inizia, implacabile, il declino della Fiat ? e nessuna voglia di innovazione tecnologica. Senza convinzione, e perciò senza incisività l'iniziativa di Enea, che lasciava scoperti i pochi assessori regionali che tentavano di far seguire alle parole dei Piani energetici regionali (previsti dalla Legge 10) i fatti di qualche significativa realizzazione. E questa brillava per assenza anche nell'altro compito istituzionale ? il trasferimento dell'informazione e del know how tecnologico alle piccole imprese ?, senza il quale è impossibile attingere quel livello di capillarità necessario per attivare una politica di uso efficiente dell'energia. Non c'erano informazione e ?sportelli': chi avesse voluto farsi montare un umile pannello solare per integrare i suoi consumi d'acqua calda, e magari usufruire dei benefici di legge, non avrebbe saputo, né potuto, rivolgersi a chicchessia.
In questo contesto non fu difficile da parte dei governi prima ?spalmare' gli appostamenti della finanziaria '91-?93 su un quinquennio, a far fronte a quel po' di cogenerazione che pure si è fatta, e poi cancellarne gran parte. Né mancò, anche da parte dell'Enel, un'azione sistematica di ?killeraggio', lamentata dalle sempre più sparute aziende operanti nel settore: quando un contadino in un podere isolato, o un qualunque utente lontano dalla distribuzione, era pronto a firmare per un piccolo generatore di elettricità eolico o solare, ecco presentarsi l'uomo Enel disposto a concedere l'allaccio alla rete, in precedenza negato, e pure a un prezzo più ragionevole.
Nel '96 arriva il governo dell'Ulivo, le cui tesi sull'energia ci erano molto familiari; ma tesi, appunto, restano: a speranze promettenti seguì presto la fermata. La realizzazione più significativa poteva essere la carbon tax ? la più pesante delle poche introdotte in Europa ?, ma gli sforzi di bilancio per raggiungere l'euro furono pagati proprio da uso efficiente e fonti rinnovabili: i non trascurabili proventi della sua prima applicazione, oltre 2.000 miliardi, furono, infatti, dedicati soprattutto alla riduzione degli oneri sul costo del lavoro. Né, d'altra parte, si seppe o si volle cogliere l'opportunità dello straordinario 'volano' rappresentato, per una campagna di solarizzazione, dagli 850.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica. Il decreto legislativo Bersani sulla promozione delle fonti rinnovabili nella produzione di elettricità andava già nella direzione della direttiva europea di settore (approvata poi nel settembre 2001) e introduceva i ?certificati verdi' e la Finanziaria '98, che introduceva, su impulso dei Verdi, la detrazione Irpef per la ristrutturazione delle abitazioni, si applicava anche agli interventi energetici.
Ma vano si mostrò ogni tentativo di fare dell'innovazione energetica una politica portante dei governi dell'Ulivo, potenziando, ad esempio, gli incentivi per gli interventi energetici e trovando gli stanziamenti per attuare il famoso Titolo II della Legge 10, per attuare risparmio energetico negli edifici, almeno a partire da quelli pubblici Ma questo è uno dei punti centrali di questa riflessione, forse il punto centrale. Si tratta dell'atteggiamento sconcertante della sinistra, politici ed economisti, nei confronti della problematica dell'energia e, più in generale, della sostenibilità. È per noi tuttora incredibile il vuoto di attenzione, la mancanza di collegamento che si opera tra l'esecrazione della politica di spoliazione delle risorse perpetrata dai paesi avanzati e l'assenza di attenzione a modelli energetici alternativi: è incredibile la mancanza di collegamenti tra la condanna della ?guerra preventiva' combattuta da Bush per il petrolio iracheno e l'attenzione al pannello solare o al vettore idrogeno.
Se l'Ulivo non aveva brillato, oggi ci troviamo però di fronte alla deprimente politica del governo Berlusconi. Si tratta di due provvedimenti (per non parlare della famigerata Ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri in materia di scorie nucleari del 7 marzo scorso).
Col primo, il decreto 'sbloccacentrali', in nome di un liberismo pezzente, si è tentato di dare licenza alle imprese costruttrici di centrali a turbogas e altro di far affari al di fuori di ogni programmazione e di ogni effettiva esigenza: 100.000 megawatt richiesti dalle aziende, circa ventimila già autorizzati, rispetto a una punta della domanda di 51.980 Mw nel 2002 e di un parco elettrico esistente di oltre 70.000 Mw. Un provvedimento così grossolano e miope da essere stato respinto dalla Regione Lazio, governata dalla CdL, che nel gennaio di quest'anno ha approvato all'unanimità, oltretutto in materia costituzionalmente concorrente, la sua sospensione.
L'altro, il Ddl Marzano sull'energia in itinere, disegna un programma che definire low profile è ottimistico. Dovrebbe essere proprio uno strumento del genere a individuare una strategia, gli obiettivi e gli investimenti per politiche energetiche innovative, di grande rilevanza tecnologico-industriale e occupazionale. Al contrario, tra le altre cose, il Ddl riduce la quota prevista dal decreto Bersani, assimilando all'energia elettrica da fonti rinnovabili quella ottenuta dalla combustione dei rifiuti e dei mangimi, e dalla combustione del gas ricavato dal ?tar', cioè dalla morchia che residua nei processi di raffinazione del petrolio. Quest'ultima estensione, che rinnovava il regime di favore che i petrolieri avevano già ottenuto con lo scandaloso Cip 6 del '92, è stata bocciata il 17 luglio alla Camera; ma qualcuno la ripresenterà senz'altro al Senato.
Questa è dunque la storia che porta il nostro paese ad essere fanalino di coda per un'alternativa al petrolio. Tutto è perduto, allora? No, e non per inguaribile ottimismo, ma perché molte cose stanno cambiando nel pianeta energia e perché l'ignavia del governo della CdL potrebbe, almeno in questo settore, essere surrogata dal felice attivismo di alcune Regioni e grandi Comuni. Certo, poi, se dietro quelle bandiere di pace rimaste pervicacemente appese ai davanzali, l'opposizione all'odiosa guerra di Bush spingerà a riflettere concretamente sulla nostra parte quotidiana di spoliazione, forse su qualche tetto comparirà anche qualche pannello solare.


Febbre nucleare  

URANIO
I miti dell’energia atomica sono duri a morire. Così come i luoghi comuni di chi la vorrebbe rilanciare   

di Gianni Mattioli e Massimo Scalia

http://www.lanuovaecologia.it/energia/politiche/4375.php 



Periodicamente, si riapre in Italia il dibattito sulla scelta nucleare. Due le occasioni, negli ultimi anni, e il bazar mediatico si è scatenato: fu il black out del 2003 e sono state, qualche settimana fa, le parole in libertà di Berlusconi. Si svolge allora una vera celebrazione religiosa dove, al posto dell’Int roito, del Kyrie, del Gloria, c’è l’elenco rituale delle enunciazioni, gravemente scandite scuotendo la testa, ma con crescente passione: quello sciagurato referendum dell’emotività, ora paghiamo l’energia più cara, siamo l’unico Paese avanzato che ha rinunciato al nucleare , e comunque importiamo energia nuc leare e abbiamo centrali nucleari a un passo. A questa sagra di affermazioni, perentorie quanto immotivate, tv e giornali riservano spazio e grandi titoli e, per una sorta di poor conditio, si chiama – non sempre – qualche “antinucleare storico” perché abbia qualche riga. Anche lui, poverino, ripeterà qualche risposta rituale – che le imprese elettriche Usa non ordinano reattori dal ’78 perché stimano il kWh nucleare troppo caro, che ai ritmi attuali di utilizzazione di uranio c o m m e rciabile ce n’è per qualche decina di anni al più – rassegnato però al dialogo tra sordi, perché si sa che è un dialogo fittizio: dopo qualche giorno, il dibattito rovente tace, perché tra l’occasione che gli ha dato vita e la Questione nucleare non c’era alcun rapporto vero, funzionale. Il black out? L’Italia ha una potenza installata netta pari a 77.000 MW, contro un picco record di domanda che è stato pari a 53.000 MW, ma è certo conveniente il dumping del nucleare di importazione, rispetto ai costi da sostenere per tener pronta una riserva per l’emergenza. Ma qualcuno davvero vuol sostenere che, contro il rischio black out, conviene mettersi a costruire reattori e relativi impianti per il ciclo del combustibile nucleare? Qualcuno vuol sostenere che sono maturate oggi caratteristiche nuove di ingegneria che diano nel contempo garanzie di sicurezza e condizioni di economicità? Nulla di tutto questo.

Nuove discussioni
Nell’illusione che sia utile, facciamo il punto sulla situazione e lo facciamo assumendo un interlocutore diverso da quanti si sono scatenati al seguito della passione per l’atomo espressa dal pre s idente del Consiglio. Ci riferiamo all’editoriale di “Aspenia”, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia che, qualche settimana prima delle fatuità di Berlusconi, ha dedicato alla questione nucleare il suo fascicolo di gennaio, quando cioè si era nel pieno del dibattito sulla possibile “bomba iraniana”. Il fascicolo è dunque dedicato alla questione della proliferazione nucleare, con importanti contributi internazionali, e tuttavia i direttori della rivista – Marta Dassù e Lucia Annunziata – svolgono il loro editoriale intorno a quello che indicano come “incrocio pericoloso”: «Per ragioni di sicurezza, dovremmo cerc a re di limit are drasticamente, visti i rischi post 11 settembre, la proliferazione nucleare; per ragioni energetiche e ambientali, dovremmo invece favorire un revival del nucleare». Seguono affermazioni che rappresentano convinzioni diffuse, anche tra chi – come Dassù e Annunziata – esclude poi che l’Italia debba torn a re al nucleare. Passiamo dunque in rassegna queste affermazioni, accompagnandole con qualche commento.

«La realtà è che di energia nucleare non possiamo fare a meno»
Abbiamo sott’occhio il dato fornito dall’Andin, l’associazione che riunisce gli ingegneri italiani esperti di energia nucleare, un’associazione che ha come scopo la promozione del nucleare. Da questo dato emerge che la disponibilità dell’Uranio235 commerciabil e, al ritmo di utilizzazione degli impianti attuali, che coprono appena il 7% del consumo mondiale di energia (e il 17% dei consumi di energia elettrica) è dell ’ o rdine dei sessanta anni, che si ridurrebbero evidentemente a poche decine, appena volessimo far assumere all’energia nucleare ruoli dello stesso ordine di importanza degli idrocarburi. Certo, si potrebbe passare all’uso dell’Uranio238, molto più abbondante in natura, ma per ciò si dovrebbe passare attraverso la produzione di Plutonio, secondo la linea intrapresa dai francesi con i reattori veloci. Si tratta di una tecnologia ad alto rischio (proliferazione nucleare e salute: un milionesimo di grammo la dose letale per inalazione). Finita la motivazione della force de frappe, la Francia ha abbandonato questa filiera.

«L’Italia, si sa, è l’unica tra le grandi potenze industriali ad avere rinunciato alle centrali nucleari»
È dal 1978 (ben prima di Chernobyl) che le imprese elettriche Usa, che sono private, hanno smesso di ordinare nuovi impianti nucleari, perché giudicano proibitivi i costi per la sicurezza e per mitigare i rilasci di radioattività in condizioni di funzionamento normale degli impianti. Da oltre 15 anni ciò vale anche per l’Europa, con la sola eccezione di un re a t t o re ordinato dalla Finlandia (ma lo Stato si è assunto l’onere della chiusura del ciclo del combustibile). Anche la Francia, finito il ruolo prioritario della force de frappe, non ha ordinato nuovi impianti e non ha rinnovato neppure gli impianti di riprocessamento del combustibile. Non appare dunque vitale, brillante, un settore industriale - quello elettromeccanico-nucleare - che da 15 anni non riceve più nuove ordinazioni. Ogni anno ormai il parco nucleare cresce a un ritmo inferiore a quello della capacità aggiuntiva di produzione di elettricità e ciò fa d i re all’Agenzia internazionale per l’energia atomica: «Le proiezioni mostrano che questo andamento è atteso per il prossimo futuro, nel qual caso la quota di energia elettro n u c l e a re prodotta andrebbe in declino nel prossimo decennio». A ben vedere, dunque, l’Italia si limitò a fare quel che facevano gli altri: chiuse Caorso (che era già ferma perché doveva essere adeguata alle nuove pre s c r izioni internazionali seguite all’incidente di Three Miles Island) e interruppe la costruzione della centrale di Montalto, p e rché sarebbe stato insensato dotarsi poi degli impianti relativi al ciclo del combustibile per il servizio di una sola centrale.

«Le imprese italiane resteranno emarginate se non parteciperanno allo sviluppo di nuove capacità tecniche»
Oggi il problema non è tanto di imprese, ma di ricerca. Per iniziativa americana, nove Paesi (USA, Canada, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Brasile, Argentina, Sudafrica, Corea del Sud) uniti nel consorzio “Generation IV”, indirizzano la ricerca su reattori raff re ddati a gas, ad acqua e su reattori “a spett ro veloce”, nei quali il raff reddamento a metallo liquido permette, come nell’originaria idea dei reattori veloci, l’impiego dei neutroni veloci per cre a re nuovo combustibile o per distruggere le scorie a lunga vita. Si tratta di progetti con piccole e grandi innovazioni, interessanti dal punto di vista ingegneristico, che verosimilmente, se sottoposti alla metodologia “Rasmussen” di calcolo della pro b abilità di incidente, dare b b e ro un risultato migliore dei reattori attuali, ma non f o rniscono garanzie risolutive a fro n t e dell’incidente grave, tuttora non elimin abile. Ciò spiega il fatto che, in ogni caso, si dovranno attendere ancora alcuni anni p e rché da questi progetti si passi alla realizzazione di prototipi, mentre lo sviluppo industriale dei progetti è previsto non prima del 2030. Idee interessanti per la sicurezza sono state avanzate, in part i c o l a re, da Carlo R u b b i a, che propone un intelligente sistema per l’arresto immediato della criticità del re a t t o re, ma risolve solo parzialmente il problema dello smaltimento rapido del calore, che rappresentò il rischio più grave nell’incidente di Thre e Miles Island. Nel progetto di reattore, avanzato da Rubbia – su cui attualmente esiste un gruppo di lavoro in sede europea - è interessante la possibilità di ridurre la gravità del problema delle scorie, sia riducendone la quantità, sia trasformando materiali radioattivi a lunga vita in materiali a vita più breve. Si tratta di linee di lavoro su cui è tuttora aperta la valutazione sul grado di efficacia che potranno conseguire .

«Livelli attuali molto costosi delle energie rinnovabili»
È questo il punto più paradossale per effettuare valutazioni affidabili, poiché per le altre fonti energetiche utilizzate per la produzione di elettricità è possibile assegnare il relativo costo del kWh: e n e rgia elettrica prodotta con carbone: 0,07 euro/kWh, con olio combustibile: 0,05 euro kWh, con gas naturale: 0,04 - 0,06 e/kWh, con impianti miniidro: 0,04 euro/kWh, da fonte eolica: 0,03 - 0,05/kWh. Ma questa valutazione non è oggi possibile per l’energia elettrica prodotta dalla fonte nucleare . La risposta al problema dipende, infatti, dal grado di intervento dello Stato nella chiusura del ciclo del combustibile nucleare che, come è noto, ha rilevanti lati di natura militare (ad esempio, il plutonio prodotto) oppure presenta aspetti per i quali addirittura non si può parlare di tecnologie mature e commerciali, come nel caso della sistemazione delle scorie o dello smantellamento del reattore. In conclusione, dunque, se nella composizione del costo del kWh nucleare non entrano tutte queste componenti, esso potrà anche risultare meno costoso, ma non c’è dubbio che si tratta di un p rezzo politico dell’energia. In queste condizioni, è priva di significato ogni ulteriore analisi del costo del kWh nucleare. Quanti invece hanno avanzato pro i ezioni di costo al 2010 e al 2025 del kWh nucleare (per es. Eia/Doe: Annual Energy Outlook 2004 and Projections to 2025; Mit: 2003; ed altri), che tengono conto di tutti gli elementi sopra citati e anche delle caratteristiche dei reattori di nuova concezione, pervengono comunque a stime dell’ordine dei 0,06-0,07 euro/kWh, da confrontare con i costi delle altre fonti esposti sopra. Dunque l’energia elettrica prodotta mediante la fonte nucleare appare, anche in prospettiva, decisamente la più costosa.

«Il nucleare è l’unica energia teoricamente pulita - scorie permettendo - assieme al solare e all’eolica»
Prescindiamo allora dal problema delle scorie e ricordiamo la “filosofia” del funzionamento di routine degli impianti nucleari. La dose limite di radiazioni indicata dalla Commissione Internazionale per la protezione dalle radiazioni (Icrp) per il personale addetto agli impianti e per la popolazione non significa dose al di sotto della quale non vi è rischio e neppure dose minima assicurata dalla migliore tecnologia disponibile perché ciò sarebbe troppo costoso. Dose limite – più elevata per i lavoratori, minore per la popolazione – significa quel livello di radiazioni cui sono associati effetti somatici (tumori, leucemie, ecc.) o genetici, che vengono considerati accettabili per l’ individuo e per la collettività in vista dei benefici economici derivanti da siffatte attività con radiazioni. La Icrp forniva anche la valutazione degli effetti sanitari gravi statisticamente prevedibili in corrispondenza di questa dose: nel caso dei lavoratori p rofessionalmente esposti, una diecina di morti all’anno per tumore su 10.000 lavoratori.

«Il confine tra nucleare militare e civile è diventato, con gli sviluppi tecnologici dell’ultimo decennio, meno ostico da varcare»
È questa, in definitiva, l’unica affermazione condivisibile dell’editoriale di Aspenia, con lo scenario di precarietà e di insicurezza che essa trasmette: lo scenario del fallimento del Trattato di non - proliferazione è dinanzi ai nostri occhi, insieme con le responsabilità della comunità internazionale, a partire dai Paesi del “club atomico”, nel non essere stati capaci di costruire le condizioni perché crescesse l’autorevolezza e la forza di un sistema di governo mondiale delle controversie, come delle risorse del Pianeta. Ma non è di questo che ci stiamo occupando. Certo, lo scenario che è dinanzi a noi è agghiacciante: eppure, fin dal 1980, la Conferenza I.N.F.C.E., promossa dalle Nazioni Unite e fortemente voluta dal presidente Carter, aveva concluso i suoi lavori con la valutazione che: «Qualsiasi ciclo di combustibile nucleare è intrinsecamente proliferante ». Se il Presidente americano si attendeva che la conferenza si concludesse salvando la tecnologia amercana e mettendo invece al bando la tecnologia francese dei reattori veloci al plutonio (e forse anche i reattori canadesi all’acqua pesante), il responso conclusivo suonava come un monito drammatico sul vaso di Pandora che era stato scoperchiato. È dunque saggio, oggi, pur di fronte al guasto operato, insistere per il rilancio del ricorso al nucleare – per salvare il pianeta dall’effetto serra! – e adottare la linea di scegliere Stati “politicamente buoni”, cui trasmettere le conoscenze nucleari e Stati “canaglia” cui tentar di impedire, magari con una guerra preventiva, di entrare nel club? Se non altro, perché la condizione di “politicamente buoni” è soggetta a cambiamento, ma soprattutto perché il rischio di proliferazione non è questione necessariamente statuale. Più saggio appare stoppare una tecnologia che, oltre agli altri problemi, esaspera in modo incontrollabile le tensioni mondiali, e lavorare alla prospettiva, certo difficile e al limite dell’improbabile, di migliorare le condizioni della convivenza nel Pianeta.

Informazione
Il riferimento alla convivenza ci consente di concludere queste note passando dal confronto astratto con le tematiche suggerite da Aspenia alla constatazione, più c o n c reta, della gestione del back end del ciclo del combustibile nucleare nel nostro Paese, anche in rapporto all’obbligo di informazione alle popolazioni, pre v i s t o dalle direttive UE, e al coinvolgimento delle istituzioni elettive. Che si trattasse del combustibile nucleare custodito a Saluggia o del deposito nazionale per le scorie radioattive, la linea del Governo, utilizzando un’improbabile “ e m e rgenza sicurezza” causata da possibili attacchi del terrorismo agli impianti nucleari, ha tentato di imporre, attraverso l’istituzione di un Commissario straordinario, delle scelte, che, nella più totale assenza di informazione, coniugavano a rroganza di sapore militaresco con una risibile inattendibilità tecnica. Il famigerato decreto Scanzano prevedeva, ad esempio, in quel sito un deposito definitivo per le scorie di seconda e terza categoria. A parte il fatto che nessuna indagine sul campo era stata condotta per una qualificazione tecnica del sito, scelto invece per decreto senza nessun accordo con gli Enti elettivi territoriali, in nessuna parte del mondo nessun Governo si sogna di emanare atti per un deposito definitivo per le scorie di terza categoria. Esse, infatti, sono quelle non solo più pericolose, ma con tempi di dimezzamento che vanno dalle decine di migliaia ai milioni di anni, quando non miliardi come nel caso dell’U238. Come trattare queste scorie è a tutt’oggi, a oltre cent’anni dalla scoperta della radioattività (Becquerel, 1896), un problema affidato alla ricerca scientifica, che anzi ha dato luogo a quella che ormai si chiama Megascience. L’idea di fondo di prod u rre un’incinerazione dei frammenti di fissione - la quasi totalità della terza categoria - tramite il “bombardamento” con neutroni prodotti per “spallazione” dalle part icelle eiettate contro il bersaglio da un acceleratore (Accelerator driven system) o con un laser ad alta densità di potenza ha dato vita, negli ultimi 15 anni, a colossali progetti nella UE, negli Usa e in Giappone dal costo di molti milioni di euro e con prospettive non ancora risolutive. Il bombardamento, infatti, spezza alcuni frammenti di fissione riducendoli a radionuclidi con tempi di dimezzamento di giorni o di pochi anni, ma altri li trasmuta in radionuclidi con tempi assai lunghi (ad esempio, il Cs133 non è radioattivo e, bombardato, diventa Cs135, radioattivo con un tempo di dimezzamento di 2,3 milioni di anni). Questi dati confermano la fatuità della pretesa di alcuni economisti di voler assegnare un costo al kWh nucleare. Venendo infine ai più modesti programmi per la chiusura in Italia del ciclo del combustibile, la Sogin prevede, per il solo triennio 2005 - 2007, un costo di 674 milioni di e, meritando il rilievo dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che ha denunciato un significativo aumento dei costi preventivati (54% in più) a fronte di un allungamento dei tempi.

L’atomo bipolare  

di Gianni Mattioli e Massimo Scalia

http://www.lanuovaecologia.it/energia/politiche/4599.php 



Una tentazione sempre presente. In Italia c’è chi spera su un ripensamento del Regno Unito
Basta dunque che il domenicale inglese “Observer” pubblichi indiscrezioni su un rapporto della direttrice del gruppo energia del Ministero dell’industria, Joan Mac Naughton, per riscatenare in Italia (non in GB!) qualche giorno di acceso dibattito sul nucleare. Anche questa volta nessun solenne pronunciamento scientifico - non si tratta della Royal Academy - ma una solerte funzionaria ministeriale che confidenzialmente fa presente al neo ministro Alan Johnson, del neo governo Blair, la situazione preoccupante del settore. Fallimento del programma relativo alle fonti rinnovabili che prevedeva per il 2020 un contributo del 20% ai consumi di elettricità e che, invece, si assesterà a un livello molto inferiore. Per contro, 10 dei 12 reattori nucleari, che dovevano durare almeno fino al 2010 e che danno oggi un contributo del 20%, mostrano oggi guasti rilevanti, tanto da far ritenere probabile la loro chiusura in breve tempo. Ma soprattutto una perdita finanziaria, per la società elettrica British Energy che li gestisce, dell’ordine dei 150 milioni di sterline all’anno, motivata dal costo di produzione del kWh nucleare decisamente superiore al costo del kWh a gas.

In queste condizioni, a fronte degli impegni assunti dalla Gran Bretagna per Kyoto e soprattutto per esorcizzare il rischio black-out, Mac Naughton suggerisce al Ministro di affrettarsi a lanciare un nuovo programma di costruzioni nucleari: la realizzazione di numerosi reattori porterà a economie di scala, anche se - commenta la funzionaria - ci sono problemi per il finanziamento, c’è il problema delle scorie, e c’è il problema di convincere l’opinione pubblica.

Mentre è difficile individuare in un rapporto di questo genere - al quale tuttavia alcuni media italiani hanno dato grande risalto - un qualche possibile fondamento per la costruzione di una strategia di sicurezza energetica e di affrancamento dalla dipendenza dell’approvvigionamento, vale la pena di sottolineare l’insistita irrilevanza delle fonti rinnovabili, assunta come presupposto.
Stupisce che su questi elementi si pensi di poter fondare per l’Italia la riapertura (l’ennesima) di una riflessione sul nucleare: “Un patto bipartisan sul nucleare” -propongono invece, a fronte del rapporto Mac Naughton, esponenti del governo Berlusconi e Pierluigi Bersani, dopo aver espresso il suo disagio sull’ “infilarci a costi stratosferici” nel nucleare, esprime educatamente la sua disponibilità a discuterne in sedi comuni. Ci piacerebbe che il patto bipartisan fosse stabilito per affrontare risolutamente la questione delle fonti rinnovabili.

Per un Paese con grande disponibilità di sole, di vento, di aste fluviali, entrare finalmente in queste produzioni, aprire un settore di grande qualificazione per l’industria manifatturiera, appare oggi di gran lunga prioritario a fronte di una prospettiva nucleare improbabile, su cui altri (gli Usa) portano avanti blande prospettive di innovazione, scandite su tempi assai lunghi. Ma non è questa la sede per l’ennesimo lamento.
Vogliamo piuttosto riflettere su questo rituale che, in Italia, come in Gran Bretagna, accompagna sempre le celebrazioni delle meravigliose prospettive nucleari: e cioè l’affermazione della impraticabilità di strategie che riservino alle fonti rinnovabili quote consistenti di contributi. Ma poiché, oggi, realisticamente, non si tratta di rilancio del nucleare, deprimere questa prospettiva, scoraggiarne il decollo, rendere disattento a essa l’occhio della politica economica, perché si dà per scontato che non si tratta di realistiche potenzialità, questo rende un importante servigio alla colossale struttura che serve la circolazione e l’uso del petrolio.

Una tale struttura ha un’enorme inerzia al cambiamento; richiederà, come già richiede, anche la guerra. Questa struttura è in mano ai giganti dell’energia che hanno pronte, e da tempo, altre strategie; la resistenza “sul campo” che essa dispiega, che essi dispiegano con l’aiuto dei poveri “untorelli” antisolari, serve a poter scegliere - un occhio alla curva di Hubbert - il momento migliore per operare lo switch dal petrolio ad altre soluzioni.
È da questo ricorrente luogo comune sul contributo marginale delle fonti rinnovabili, ripetuto tanto da sembrare vero, che deriva l’impenetrabilità dei policy maker nostrani a questa prospettiva; e la necessità, quindi, di un confronto scientifico-culturale pieno di impegno.

Il nucleare del desiderio  

di Gianni Mattioli e Massimo Scalia

http://www.lanuovaecologia.it/energia/politiche/4607.php 

Un articolo pubblicato da una prestigiosa rivista innesca polemiche(*). Ma i conti non tornano



Caro Bellone,


siamo stupiti che una rivista come “le Scienze” abbia potuto pubblicare, nel suo numero di giugno, un articolo con tanti errori e affermazioni lontane dal vero come quello, “Energia: quale futuro?”, di Ugo Spezia. Poiché il Direttore non può, ovviamente, controllare tutto, supponiamo che quelle “sviste”, anche se macroscopiche, siano sfuggite a un referee frettoloso. Ci assumiamo noi l’onere, per le più vistose.

«L’energia elettrica prodotta in Italia costa il doppio di quella prodotta in Francia e il triplo di quella prodotta in Svezia»
L’energia elettrica costa certo di più da noi, ma quando si quantifica - e l’autore ha scelto oltre tutto casi limite - non si può sbagliare così tanto. Il Bollettino Eurostat ci informa infatti che al consumatore finale italiano l’energia elettrica costa il 58,2 % (usi industriali) e il 59,1% (usi domestici) in più che al suo collega francese; l’ 82,5% (usi industriali) e il 70,2% (usi domestici) in più che al suo collega svedese.

«Il sistema politico non fece proprie le indicazioni unanimi che venivano dal sistema tecnico- scientifico, ma quelle derivate dalle analisi ideologiche degli ambientalisti. - e prosegue- Nella palestra del dopo Chernobyl si esercitarono un po’ tutti. Anche autorevoli uomini di scienza giunsero a dichiarare che all’energia nucleare da fissione, tutto sommato, si poteva rinunciare tranquillamente: rappresentava una fonte marginale».
Allora, quale unanimità? E, se non andiamo errati, qui l’autore allude non all’ultimo venuto tra gli scienziati, ma a un premio Nobel!

«La potenza nucleare in funzione nel mondo…dal momento del disastro di Chernobyl alla fine del 2003 …ha visto una crescita del 44,6%...: tutto è fuorché un’uscita di scena».
Non la pensava così la sconfortata stima dell’Aiea che, nel suo rapporto annuale, rilevava: «L’entrata in linea di sei nuovi reattori nel 2000 rappresenta solo il 3% circa della capacità aggiuntiva globale di produzione di elettricità nel 2000. Le proiezioni mostrano che questo andamento è atteso anche per il prossimo futuro, nel qual caso la quota di energia elettronucleare prodotta andrebbe in declino nel prossimo decennio».

«Grazie al basso costo del combustibile, l’energia nucleare è economicamente vantaggiosa».
Il costo del kWh prodotto per via nucleare è di 0,053 ? secondo le fonti ufficiali francesi (Eurostat); 0,061 secondo le previsioni al 2010 del DoE degli Stati Uniti. Il costo del kWh eolico attuale è di 0,05 ?; quello del mini-idro è di 0,04 ?; il geotermico è a 0,05, il gas sta a 0,06 come è agevole trovare in letteratura (e, a meno di qualche % , coincidono con le valutazioni che il Cirps de “La Sapienza” ha avanzato nel progetto di prefattibilità del Polo della mobilità sostenibile di Arese). A parte le non trascurabili questioni di accettabilità sociale (i pochi che strillano oggi contro il vento sono una misera frazione di coloro che osteggerebbero un impianto nucleare sul loro territorio).

«La risposta che i maggiori paesi industriali stanno dando al nuovo shock dei prezzi del petrolio è un’accelerazione dei programmi nucleari».
Dove? Dal sito Aiea si apprende che lo sviluppo industriale dei progetti di nuovi impianti, ampiamente descritti nell’articolo di Lake et al. indicato dall’Autore per approfondire, che dovrebbero portare gli Usa al superamento dello stallo di nuovi ordinativi che ormai permane dal 1978, è previsto non prima del 2030. È difficile sostenere che sia vitale un settore produttivo che ormai da oltre 25 anni non vede nuove commesse, nonostante le allettanti proposte avanzate alle imprese dall’amministrazione Bush. Quanto alla Francia, fortemente ridimensionate le motivazioni della “Force de frappe”, non vi è traccia di innovazione tecnologica, anzi la filiera originale francese dei “reattori veloci” - che puntava a utilizzare l’uranio 238, ben più abbondante in natura dell’uranio 235 - risulta congelata.
L’Autore attribuisce a fonti del Ministero delle Attività Produttive la stima di circa 99mila miliardi di lire (51,1 miliardi di euro) come impegno complessivo sostenuto dallo Stato nel periodo1981-2002 per l’incentivazione delle fonti rinnovabili, prevalentemente attraverso il provvedimento Cip6/92. Ignora che questo scandaloso regalo fatto ai petrolieri - il Cip 6/92, appunto - ha avuto una ricaduta del tutto marginale sulle Fer, che infatti non si sono fatte, mentre è servito a remunerare il Tar (la morchia delle raffinerie, gassificata e quindi assimilabile) e tante altre cose che nulla avevano a che fare con le Fer, ma che per legge furono dichiarate: assimilabili.

(*) NDR - Si tratta di le Scienze, come si dice più oltre, il cui direttore è Enrico Bellone, un vero scientista neopositivista, nemico dichiarato di ogni possibile remora o preoccupazione nei riguardi di ciò che fa la scienza. Nell'articolo citato sono riportate le posizioni di Ugo Spezia, Segretario Generale dell'Associazione Italia Nucleare, che ripetono quelle che ho già riportato (La crisi del sistema energetico italiano) a margine del convegno di Galileo 2001.


Sul rilancio del nucleare annunciato da Bush e seguito a ruota da Berlusconi, ecco le obiezioni di Mattioli e Scalia:

- Gianni Mattioli, Massimo Scalia (Fisici Università La Sapienza di Roma)

Rilancio del nucleare ? Ma quando ?


Un contributo del solo Mattioli con una vasta panoramica energetica mondiale si trova in:

- Gianni Mattioli 

L’ Energia come questione centrale nello scenario del pianeta


NOTE

(1) Più in dettaglio, nel mondo, ad agosto 2005, erano in operazione 440  reattori nucleari,  per una potenza di 368.000 MWe (pari a circa 6 volte l'intera potenza elettrica installata in Italia), e con una produzione nel 2004 di  2.619 miliardi di kWh (circa 10 volte la produzione annuale di  energia elettrica in Italia), pari a circa il 16% della produzione elettrica mondiale. Tale percentuale si eleva al 25% se si considerano i soli Paesi OCSE e a ben il 35% per l.Unione Europea. Inoltre, sono in costruzione 25 nuovi reattori per una potenza di 19.000 MWe, in ordinazione o pianificati 39 reattori per 41.000 MWe, e proposti ulteriori 73 reattori per 58.000 MWe. Un ultimo dato significativo riguarda l'aumento della produzione elettronucleare nel mondo che, nonostante la stasi di nuovi ordini nel mondo occidentale, fra il 1990 ed il 2004 è stato di ben il 38%, principalmente dovuto alla realizzazione di nuovi impianti in Estremo Oriente ed al miglioramento della gestione e del  funzionamento  degli  impianti  esistenti.  In  effetti,  nello  stesso  periodo  temporale  la  capacità nucleare installata è aumentata da 327.600 a 366.300 MWe ed il fattore di disponibilità medio globale è passato dal 71,6 al 83,3% (Fonte: IAEA’s Power Reactor Information System ).

(2) http://www.enea.it/com/web/pubblicazioni/REA_05/Analisi_05.pdf 

(3) Ibidem.

(4) In Italia abbiamo numerosi esempi di disastri ambientali con nessuno che abbia mai pagato gli scempi sulle persone e sul territorio. Priolo, Manfredonia, Cengio, Seveso, Vajont, Marghera, ... sono drammaticamente lì a mostrare quanto dico.

Una nota particolare la merita anche la legislazione sugli appalti. In Italia sono possibili i subappalti senza limiti di sorta. Se solo si pensa alla centrale nucleare che si stava costruendo a Montalto di Castro e che lì si era al diciottesimo subappalto ci si rende conto del pericolo insito in tale pratica. Ad ogni passaggio del lavoro commissionato una fetta di denaro se ne va. Chi materialmente fa il lavoro ha margini irrisori e tende a risparmiare, oltreché sui lavoratori, sui materiali. E se questa pratica è diffusa dovunque non può esserlo in costruzioni nucleari.

(5) Le notizie relative alle disponibilità sono sempre discutibilissime e mai soggette ad un controllo pubblico. Dispongono di tali notizie le sole multinazionali del settore che non hanno alcun interesse a farle conoscere.

(6) Il timido protocollo di Kyoto rappresentava comunque una minima di presa di coscienza del problema. Naturalmente gli USA sono stati i primi a boicottare quanto lì deciso. Lo slogan onnipresente in quel Paese è ed è sempre stato: "Gli americano non vogliono rinunciare al loro stile di vita" anche se consumano da soli un quarto dell'energia mondiale. Ed è stata l'amministrazione Bush a mettere in discussione ogni risultanza relativa all'aumento di temperatura media del pianeta. Il petroliere texano ha detto che occorreva approfondire gli studi (sic!) in contemporanea (come accadeva da noi) al taglio dei fondi per le ricerche pubbliche (restando così solo quelle private delle multinazionali che, con pseudoscienziati ossequienti, hanno tutto l'interesse a smentire i cambiamenti climatici). 


Segue ...


 

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