"Lettera Internazionale"
Vol.61, terzo trimestre, 1999.
Il
computer, macchina dei sogni della Fisica Teorica
Giovanni
Ciccotti(*)
Professore
Ordinario di Struttura della Materia.
Dipartimento
di Fisica, Università degli Studi La Sapienza di Roma.
1.-
Lo scopo della Fisica Teorica.
La
scienza moderna è nata, almeno in linea di principio, il giorno in cui l’umanità
ha deciso di liberarsi dell’idea aristotelica dei limiti che l’esser secondo
natura imporrebbe al nostro operare. Per esempio è ben noto agli storici
della scienza l’argomento di Aristotele per escludere la possibilità di
macchine automatiche (“automi”, appunto): se tali macchine esistessero non
ci sarebbe più bisogno della schiavitù, ma la schiavitù è per natura
e quindi gli automi non possono esistere. L’idea metodologica che una cosa non
necessaria, anzi, addirittura contraddittoria con un’altra cosa, non possa
esistere è interessante e, in altri contesti, anche utile. Qui, però,
serve a definire delle impossibilità di principio false e nefaste per lo
sviluppo umano. Il primo e più lucido vate della scienza moderna è Francesco Bacone che, pur non avendo contribuito
alcunché di duraturo al
sapere moderno, ha intuito con grande chiarezza ciò che la scienza poteva
fare per l’umanità (renderli padroni della natura) e a che condizione:
sottomettendosi alle sue “leggi”. La questione diventa ovviamente un po’
più ingarbugliata se tentiamo di definire che cosa sarebbero queste leggi,
come si faccia a scoprirle/inventarle e quali ne sono i limiti di validità.
Qui Bacone diventa totalmente inutile ma qualche buona idea la possiamo ricavare
da Galileo e, più in generale, dal concetto di scienza della natura
formalizzata o, se si preferisce, matematizzata. Contrariamente ad un’opinione
molto diffusa, anche fra i fisici, l’originalità di Galileo non sta tanto
nell’insistenza sull’esperienza, per “sensata” che sia, ma nell’idea
che, fatto il massimo possibile di “sensate esperienze”, sia necessario
formulare l’insieme dei fenomeni in studio in termini matematici, cosicché
sia possibile derivare, mediante il calcolo, il più gran numero di
comportamenti possibili del sistema in esame dal minimo numero di principi. La
fiducia che noi possiamo riporre nella matematica ci garantisce che, se una
conseguenza è prevista male dal nostro modello, non ci sono molti colpevoli
da cercare, ma è il modello ad essere inadeguato, il che significa che dobbiamo cambiare qualcosa nel modello, da parametri
semplici, su su, fino ai principi generali, ma con un procedimento relativamente
lineare e largamente sotto il nostro controllo. E’ la matematica che gioca qui
il ruolo di protagonista. Vale la pena, perciò, di cercar di capire come
questo accade e perché la matematica semplifichi così tanto la ricerca
dell’errore e, laddove applicabile (su questo torneremo fra poco), dia tanta
sicurezza. Di nuovo è Galileo che ci aiuta con una descrizione della
situazione veramente divertente ed intelligente. Dio, dice Galileo, conosce
tutta la matematica possibile ed immaginabile mentre noi, poveri umani, non ne
conosciamo che qualche pezzettino. Tuttavia, aggiunge Galileo, quel poco che ne
conosciamo lo conosciamo tanto bene quanto Lui e la ragione semplicissima è che la matematica
è “verità” allo stato puro - divina, appunto -. In
termini più moderni ed un po’ meno teologici noi diremmo che la matematica,
essendo un nostro prodotto e non un prodotto della natura a noi esterna non ha i
margini di incertezza che spettano a ciò che non è prodotto direttamente
da noi. Riassumendo, i termini del problema sembrano chiari: se ci riesce di
riassumere e rappresentare una larga famiglia di fenomeni con poche equazioni,
allora quell’insieme di fenomeni è totalmente sotto il nostro controllo e
possiamo considerarci, baconianamente, suoi padroni, cioè possiamo usare la
nostra conoscenza per produrre situazioni altre da quelle “naturali” e,
comunque, a nostro vantaggio. La questione perciò si sposta e diventa: quando
è possibile riassumere e rappresentare la più larga famiglia di fenomeni
conoscibili -cioè l’universo- con poche equazioni? Nelle scienze esatte
sono trecento anni che si cerca di dire: SEMPRE. In quelle umane o, comunque,
man mano che ci si sposta dalle scienze esatte: MAI, o quasi mai, o, in caso di
ottimismo spinto, qualche volta. Ora la verità è meno banale di così e
vale la pena di discuterla con qualche dettaglio. E’ dai tempi di Newton che
la meccanica teorica si è guadagnata
il rispetto dei meccanici “pratici” ed ha dato la sensazione che l’ideale
baconiano era a portata di mano. Grazie al riduzionismo (ipotesi atomica e suoi
derivati: le realtà complicate non sono che manifestazioni di atomi e
movimento) e alla generalizzazione della meccanica classica in quantistica (ed
eventualmente relativistica), anche la chimica ha timidamente preso la stessa
direzione, però né la biologia né, tanto meno, le scienze sociali hanno
seguito l’andazzo. Perché? E’ questo un fatto necessario, legato
essenzialmente all’incapacità umana a dominare in grande, o una pura
accidentalità dovuta a qualche limitazione storica del nostro sviluppo? A
guardare le cose da vicino la prima ipotesi sembra immotivatamente pessimistica,
fondata com’è su una presunta incapacità umana, mentre la seconda sembra
molto più convincente e, almeno per quanto riguarda le tecnologie chimiche e
la biologia sembrano esserci indizi di una profonda trasformazione di queste
discipline che tendono sempre di più ad assomigliare alla migliore fisica
(teorica). Nessuna ipotesi è dimostrabile fino in fondo in questo campo,
tuttavia gli sviluppi recenti tendono ad accreditare l’idea che, tra non
molto, il chimico ed il biologico saranno altrettanto controllabili che il
meccanico. In altre parole il sogno della fisica teorica di ricostruire il mondo
sembra sempre più vicino in ambiti fino a ieri insospettabili come la chimica
dei materiali o la biologia. La cosa migliore da fare è, allora, accettare
l’ipotesi ottimistica e cercar di capire che cosa ha innescato questo processo
e quali sono le limitazioni della teoria che stiamo cominciando a superare.
L’idea che tenterò di mostrare nelle pagine che seguono è che
l’ingrediente mancante allo sviluppo della fisica teorica in senso baconiano
negli ultimi trecento anni è stato semplicemente la potenza di calcolo e che
oggi, dotati di una teoria aperta, (certo più raffinata di quella di Newton
ma fondamentalmente omogenea a questa) e di una crescente potenza di calcolo noi
possiamo sperare di realizzare il sogno di Bacone: conoscere così bene la
natura da poter pensare di sottometterla all’ homo sapiens.
2.-
Lo sviluppo della Fisica Teorica ed il calcolo.
Circa
trecento anni fa, grazie al lavoro culminato nella sintesi newtoniana, l’idea
della scienza come potere sul mondo è stata totalmente realizzata nella
meccanica classica che ha rappresentato così il modello più compiuto di
sapere completo. Si trattasse di balistica o di astronomia o di meccanica
pratica, il sentimento di avere in mano lo strumento teorico capace di farci
risolvere ogni difficoltà è stato dato per ben fondato. Le cose tuttavia
sono rimaste ben diverse se si usciva dall’ambito dei fenomeni puramente
meccanici. Tant’è vero che, all’inizio dell’800, Auguste Comte ha
sentito il bisogno di classificare le scienze non in modo unitario ma definendo
per ciascuna il proprio criterio e modo di scientificità: la termologia e
l’ottica presentandosi come distinti dalla meccanica, così come, a più
forte ragione, la chimica o le scienze della vita. Il recupero dei fenomeni
acustici, elettromagnetici ed ottici, entro il dominio della meccanica (delle
particelle o dei continui -teoria classica dei campi- che fosse) ha richiesto
circa un secolo ma, in un certo senso, è stata meno faticosa del recupero
dell’unità fra la meccanica e la termodinamica che, realizzata alla fine
del secolo scorso, ha richiesto l’uso -concettualmente nuovo e sorprendente-
dei metodi statistici per capire il comportamento macroscopico di sistemi
peraltro squisitamente meccanici. E’ a partire da quel momento che
l’ambizione unificatrice della fisica ha smesso di essere una chimera
ragionevole ma provabile solo in ambiti ristretti per diventare una concreta
possibilità teorica e applicativa. E’ vero che, per arrivare a tanto, le
leggi della meccanica hanno dovuto nel frattempo essere riviste (la relatività e, soprattutto, la meccanica quantistica stanno
lì a
ricordarcelo), però la revisione è stata meno profonda di quanto spesso ci
sia stato raccontato e non ha tanto riguardato l’intero edificio della
spiegazione scientifica dell’universo, quanto la consistenza interna di alcuni
presupposti. La vera importante aggiunta all’ideale meccanicistico di Galilei
e Newton è stata realizzata da Boltzmann che ha utilizzato sistematicamente
in meccanica i metodi statistici per ottenere una spiegazione unitaria dei
sistemi macroscopici (fra questi c’è l’universo...) da quelli meccanici
microscopici (gli atomi...). Per far ciò un’intera nuova disciplina
matematica è stata introdotta e formalizzata: la teoria della probabilità,
la cui assiomatizzazione è stata data da Kolmogorov nel 1933, praticamente
insieme al completamento della costruzione della nuova meccanica da parte di
Schroedinger, Pauli e Dirac, per non citare che qualcuno fra i nomi più noti.
A questo punto le capacità esplicative e predittive della teoria fisica sono
estremamente ampliate e, contrariamente a quanto accadeva all’inizio
dell’800, coinvolgono non solo tutti i fenomeni cosiddetti fisici (meccanici,
termici, elettromagnetici, etc), ma anche i fenomeni più semplici della
Chimica e, almeno come virtualità, i fenomeni di base della vita. Benché
tecnicamente la situazione sia quella qui presentata all’inizio degli anni
trenta di questo secolo, dal punto di vista generale che questo stesse accadendo
era stato chiarissimo ai grandi scienziati di fine ottocento, primo fra tutti
Henry Poincarè, le cui pagine sul futuro della fisica, scritte all’inizio
del secolo, sono ancora stupefacenti per la loro lucidità, chiarezza ed
attualità. C’e’ però un “ma” a tanta soddisfazione e non è certo un “ma” minore. Per capirlo conviene usare la distinzione fra la
capacità predittiva virtuale e quella reale della teoria fisica. La prima è enorme ma ovviamente non soddisfacente; la seconda
è, tutto considerato,
minima. La differenza è tutta nella mancanza di capacità e potenza di
calcolo come cercherò di mostrare in quel che segue. E non è certo
faccenda da poco perché capire ciò comporta anche rendersi conto di un
importante cambiamento epistemologico: progresso scientifico non è più, in
quest’ottica, aggiunta di nuove leggi scientifiche alle preesistenti ma
derivazione di tutte le conseguenze dalle leggi conosciute e, solo nell’eventualità
di una loro deficienza, aggiornamento delle medesime. Con ciò lo sforzo (ed
il valore) della ricerca non è più concentrato sull’attività creativa
del legislatore ma sulla capacità di ricostruire razionalmente un ambito
fenomenico mediante derivazione algoritmica da leggi semplici e generali. Di qui
l’importanza che ha acquistato il concetto di modello (ormai talvolta confuso
con teoria) nella moderna ricerca scientifica. Un grande fisico teorico, Dirac,
sembra aver completamente mancato il punto quando ha sostenuto che il compito
della fisica teorica è trovare le leggi, il resto essendo chimica, perché, così facendo, ha praticamente distrutto il concetto moderno, baconiano, di
scienza. Ma torniamo a noi e cerchiamo di mostrare l’impatto della capacità
e potenza di calcolo nello sviluppo della scienza e nel sogno baconiano che le
corrisponde. Procederò con due esempi estremi che permetteranno di situare
esattamente ciò di cui stiamo parlando: il coraggioso libro di Schroedinger
su “cos’è la vita” ed il commento di Von Neuman alla fine degli anni
quaranta sul problema delle predizioni meteorologiche. Cercherò poi di
illustrare ulteriormente il punto acquisito confrontando la presentazione della
meccanica in un vecchio ma ancora ottimo e molto utilizzato libro di meccanica,
“I principi variazionali della meccanica” di Cornelius Lanczos, con quella
di un qualunque testo moderno.
In
un libro scritto nei primi anni quaranta ed ancora molto famoso, Erwin
Schroedinger, giustamente fiero del contributo apportato dalla meccanica
quantistica allo sviluppo della nostra conoscenza, decide di affrontare la
questione dell’importanza della (nuova) fisica per la comprensione dei
fenomeni della vita. Il libro è ancora oggi estremamente interessante, eppure
è totalmente datato. Il problema di Schroedinger in effetti non è quello
di spiegare in dettaglio (più preciso sarebbe dire, calcolare) i fenomeni
della vita che vuole discutere ma dimostrare che essi non sono incompatibili con
le leggi note della fisica ché, anzi, quest’ultima è addirittura in
grado di farci intuire qualche nota regolarità (legge, nel senso di Comte,...)
biologica senza bisogno di altro! In altre parole un sicuro passo indietro
rispetto alla realizzazione newtoniana del programma baconiano...
Una
storia tutta diversa è quella di Von Neumann, uno dei padri fondatori non
solo della fisica computazionale, ma addirittura del computer. Von Neumann aveva
scoperto e curato alcune instabilità nella soluzione numerica delle equazioni
differenziali alle derivate parziali ed aveva deciso di applicare i suoi
algoritmi alle equazioni che presiedono alla predizione del tempo. Gli algoritmi
erano per l’epoca (e, a dire il vero, lo sono tuttora) “computer
intensive” e perciò il calcolo doveva essere fatto dal computer. Fatte
tutte le verifiche il calcolo fu lanciato ed il calcolatore mise due giorni di
tempo di calcolo per “predire” il tempo due ore dopo la condizione
attuale... Era chiaro che o si trovavano algoritmi più veloci o aumentava la
velocità di calcolo o la capacità di predizione virtuale sarebbe rimasta
di nessun interesse pratico, con buona pace di Dirac. Sappiamo tutti come si è evoluta la situazione, tant’è che oggi possiamo produrre in un paio di
ore una predizione valida 48 ore e si continua a migliorare.
Ho
già detto che l’esempio di Von Neumann non rappresenta la situazione tipica
ma un caso estremo, molto importante ma estremo. La prima differenza fra il
poter calcolare (per davvero, in modo computer intensive, non in modo
artigianale) e no, risiede nella possibilità di vedere le conseguenze di
equazioni -cosiddette non lineari- i cui comportamenti qualitativi ci sono del
tutto estranei, in quanto non abbiamo nessuna indicazione analitica, esatta, su
come debbano comportarsi. Il primo impatto della capacità di calcolo numerico
introdotta dai calcolatori nella teoria è stato proprio qui: nella possibilità di studiare il comportamento di sistemi la cui evoluzione segue
leggi che si sanno sì scrivere, ma non calcolare, cioè, risolvere. E’
questo il caso tipico della fisica, anzi, meglio, già della meccanica ed è qui che la
possibilità di calcolare massivamente ha prodotto un enorme
spartiacque. La cosa più facile per caratterizzare lo spartiacque è di
riferirsi al libro di Lanczos e di confrontarlo con un qualunque libro moderno
sulla meccanica. Il primo consiste in una presentazione elegante, intelligente e
profonda dei principi della meccanica classica quali si sono venuti elaborando
nei secoli. E’ libro utile e completo e ci dice molte cose sui vari modi
possibili diversi ma equivalenti per formulare (e, quindi, alla fine risolvere)
un problema meccanico. Lanczos però non ci dice quasi nulla su come risolvere
un problema una volta che sia stato formulato correttamente. Per lui la
meccanica formula non risolve. Risolvere è al tempo stesso banale e troppo
difficile. Comunque è compito della matematica e, se ci crediamo, possiamo
invocare il matematico infinitamente abile di Laplace e, se non, possiamo
limitarci ai pochi, pochissimi, problemi per i quali la soluzione si sappia
scrivere. Il resto deve seguire lungo linee simili anche se noi non sappiamo
come trovarlo. Questo non e’ solo Lanczos, e’ un qualunque libro di
meccanica della sua generazione. Oggi, invece, lo scopo di un libro di meccanica
è quello di imparare a CLASSIFICARE le soluzioni, la discussione approfondita
dei comportamenti possibili del sistema, la sua stabilità o, viceversa,
instabilità e con quali criteri ottenere indizi sul comportamento di un dato
sistema meccanico. Qui il numerico è componente essenziale ed ogni astuzia
per riuscire a risolvere completamente il problema è benvenuta. L’idea può venire dallo studio qualitativo delle equazioni differenziali (che
reggono il comportamento meccanico) o dall’aver ottenuto una grande evidenza
numerica: non importa il come, si è molto tolleranti sui metodi, ma il
risultato deve essere non la FORMULAZIONE del problema, ma la sua SOLUZIONE.
Ovviamente non c’è soluzione senza formulazione esatta, ma è importante
capire che l’accento si è spostato e quel che più conta ora non è trovare una nuova formulazione che permetta di capire meglio un particolare
problema ma di essere capaci di affrontarlo di bruta forza (come si suole dire,
cioè, calcolando massivamente) per estrarne tutti i comportamenti e quindi,
alla fine, predirne effettualmente, non virtualmente il comportamento sotto date
condizioni. Siamo arrivati alla fine delle nostre considerazioni generali sulla
situazione attuale: le leggi della fisica, finché non vengano provate
inadeguate, sono vere ed universalmente tali. Si applicano e valgono sempre non
virtualmente ma effettualmente. Il mondo è fatto di spazio, tempo (cioè
moto) e materia (cioè inerzia al moto - massa - ed interazioni). Le sue leggi
di evoluzione ci sono note. si tratta di risolverle calcolando (o trovando la
maniera, l’algoritmo, per poterlo fare). Dopodiché se abbiamo già la
potenza di calcolo sufficiente, il problema non è più un limite al nostro
potere ma un’ulteriore occasione di comando sulla natura ottenuta
sottomettendosi alle sue leggi (la famosa formula baconiana); altrimenti si
tratta di procedere da più parti - inventando nuovi e più potenti
marchingegni di calcolo, nuovi algoritmi e nuovi approcci, ulteriori
schematizzazioni del problema che ne permettano una soluzione passo a passo- per
arrivare infine a controllarlo. E’ questa la parte più interessante del
procedimento che stiamo tentando di descrivere ed è su di lei che ci
concentreremo nell’ultima parte del nostro discorso.
3.-
Le simulazioni ed il sogno di infinita potenza della Scienza.
Il successo del programma che ho cercato di illustrare
fin qui si basa su una caratteristica della fisica (ma sarebbe forse più
appropriato dire del mondo, cioè dell’oggetto che vogliamo conoscere) che
semplifica enormemente la soluzione del problema riduzionista che ci siamo
posti: ricostruire matematicamente il mondo partendo dagli elementi ultimi e più semplici (prima della teoria atomica avrei detto gli atomi, ma con
accezione filosofica del termine, perché i nostri atomi non sono ultimi in
nessun senso, il loro posto essendo stato preso dalle particelle elementari). Il
punto è che man mano che l’oggetto che vogliamo spiegare diventa più
complesso i suoi “atomi” diventano strutture più grandi, pur mantenendo,
almeno per il problema in studio, il carattere di semplicità che, appunto,
contraddistingue gli atomi. Cerchiamo di spiegarci meglio.
La chimica si costruisce partendo dagli atomi per formare
dapprima le molecole e, via via, i complessi molecolari e la materia in stato
aggregato. L’aver scoperto che l’atomo non è semplice ma è fatto di
elettroni e nucleo e che quest’ultimo non è affatto elementare ma può
essere rotto a piacere in frammenti che di nuovo si guardano bene dall’essere
elementari, non ha cambiato granché la situazione della chimica, anzi ha più
o meno lasciato le cose come stanno, nel senso che l’essenziale della chimica
proviene dall’interazione elettromagnetica fra nuclei ed elettroni presi come
entità stabili mentre la loro complessità, benché vera, non è messa
in questione a meno che non si voglia esplicitamente andarla a vedere. Solo in
questo caso intervengono le altre interazioni fondamentali e tutto
l’armamentario concettuale della fisica delle particelle elementari (che poi,
a ben guardare, è esattamente lo stesso di quello che si usa per trattare le
interazioni fra nuclei ed elettroni, salvo per le approssimazioni
semplificatrici utilizzabili a bassa energia -quando il nucleo è un oggetto
stabile- e non ad alta energia, quando il nucleo viene rotto). Perciò noi
siamo autorizzati a risolvere un problema alla volta e mai a tenere tutti i
livelli di complessità simultaneamente accesi. Così, per fare un esempio,
per risolvere il problema di determinare stabilità e proprietà degli atomi è necessario considerare almeno il nucleo e gli elettroni; tuttavia
è sufficiente limitarsi a considerarli come punti materiali con massa, carica e
momento magnetico ma, altrimenti, privi di struttura interna anche se sappiamo
che questo non è sicuramente vero sotto qualunque condizione. Sappiamo però che, se siamo in condizioni di rompere il nucleo, allora i nuclei e gli
elettroni insieme non faranno atomi ma solo una miscela anonima e ininteressante
di elettroni e nuclei (o loro frammenti). Similmente, se vogliamo costruire le
molecole, non abbiamo bisogno di considerare insieme tutti i nuclei e tutti gli
elettroni ma basta considerare dei punti materiali pesanti (costituiti dai
nuclei e dagli elettroni a loro più legati), peraltro fermi, ed altri, leggeri, costituiti dagli elettroni
residui, i due insiemi di oggetti risultando peraltro “elementari” per
quanto attiene al problema che vogliamo risolvere. Infine, se vogliamo mettere
insieme molte molecole e costruire il comportamento di un aggregato molecolare (cioè
un pezzo di materia ordinaria), basta considerare i tipi di molecole in gioco
come punti materiali o insieme di punti materiali interagenti fra loro secondo
leggi date. Come si è capito il gioco può continuare all’infinito. Ciò che importa sapere
è che le leggi che reggono questi oggetti
“elementari” sono sempre le stesse (la famosa mela che cadendo in testa a
Newton gli fece capire l’attrazione universale e cioè la possibilità
della luna di cadere sulla terra...), solo spostate da una scala
spazio-temporale ad un’altra. Questa situazione non era ignota negli anni
trenta e cioè prima che ci fosse la possibilità di calcolare seriamente.
Sono le sue potenzialità che sono state sfruttate su larga scala solo dopo
che si e’ riusciti a risolvere il problema di saper fare calcoli su grande
scala. Prima quel che si poteva fare era inventare modelli matematici
semplicissimi ma che contenessero informazioni essenziali su qualcuno dei
livelli di complessità della materia; ora quel che si fa è, non solo
risolvere modelli ben più realistici, ma, soprattutto, calcolare
sistematicamente l’informazione essenziale che dal livello inferiore passa al
superiore (cioè, la forma dell’interazione fra le molecole, schematizzate
come insieme di punti materiali). In questo modo non si fa più quella che fra
i fisici si chiama, con qualche sufficienza, fenomenologia ma vera teoria
predittiva o, come anche si usa dire, con appropriato uso nobilitante del
latino, ab-initio. Un interessante sottoprodotto culturale di questa situazione
ma sul quale non vorrei dilungarmi è l’affermarsi, tipica dei nostri tempi,
di una modellistica matematica sfrenata per qualunque tipo di fenomeni, anche in
ambiti non ancora realmente matematizzabili (come le scienze sociali o la
spiegazione della storia, quelle che qualcuno con felice metafora ha chiamato le
“dottrine informi”) con la conseguenza che spesso si chiamano scientifici
giochi matematici di scarsissimo valore. Ma torniamo al nostro tema principale.
Il successo di questo programma è stato negli ultimi cinquant’anni
esplosivo ed ha avuto effetti non solo nella predizione ab-initio di fenomeni
già noti ma nella scoperta di nuovi fenomeni attraverso la gestione via via più sapiente di apparati sperimentali sempre
più performanti: basti
pensare che si riescono a “vedere” sperimentalmente strutture spaziali
dell’ordine delle dimensioni dell’atomo. Come risultato abbiamo imparato a
predire strutture di molecole non più solo di qualche atomo ma di migliaia di
atomi e le proprietà fisiche di materiali naturali o sintetici della complessità molecolare dei polimeri e, poco a poco, ci stiamo rendendo conto
che il biologico è di complessità non superiore e che possiamo sperare già nella nostra generazione di dimostrare conclusivamente e non virtualmente
che anche la vita è costruibile (non semplicemente comprensibile!) con
materia e movimento, cioè con gli strumenti abituali della fisica. Non si
tratta però della fisica di Comte ma di una fisica che non è più solo
la disciplina che si occupa dei fenomeni fisici (come recitano, con simpatico
circolo vizioso, parecchi testi di scuola di fisica) ma quella che ha permeato
di sé la chimica e la biologia, talché è sempre piuù difficile
definire un fisico in quanto la fisica, trovandosi dovunque, finirà per non
essere più caratterizzabile come disciplina accanto ad altre. Con buona pace
della medicina, pratica empirica per eccellenza, incubo dei fisici da sempre...
Checché se ne pensi, il bionico è meno fantascienza e più premonizione
di quello che si sta realizzando sotto gli occhi di tutti.
Ringraziamento.
Quest’articolo e’ stato
scritto in una calda estate romana. Senza i consigli, i suggerimenti
migliorativi e la solidarietà di mia moglie Nicoletta (Bosisio) non sarebbe mai
stato terminato.
(*) Fisico di grande levatura nazionale ed
internazionale e caro amico di tempi fantastici. R.R.
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