Signor di Mauvissiero, Concressalto e di Ionvilla, Cavallier de
l'ordine del Re Cristianissimo, Conseglier del suo privato Conseglio, Capitano
di 50 uomini d'arme ed Ambasciator alla Serenissima Regina d'Inghilterra.
2 Se io,
illustrissimo Cavalliero, contrattasse l'aratro, pascesse un gregge, coltivasse
un orto, rassettasse un vestimento, nessuno mi guardarebbe, pochi m'osservarebono,
da rari sarei ripreso e facilmente potrei piacere a tutti. Ma per essere
delineatore del campo de la natura, sollecito circa la pastura de l'alma, vago
de la coltura de l'ingegno e dedalo circa gli abiti de l'intelletto, ecco che
chi adocchiato me minaccia, chi osservato m'assale, chi giunto mi morde, chi
compreso mi vora; non è uno, non son pochi, son molti, son quasi tutti. Se
volete intendere onde sia questo, vi dico che la caggione è l'universitade che
mi dispiace, il volgo ch'odio, la moltitudine che non mi contenta, una che
m'innamora: quella per cui son libero in suggezione, contento in pena, ricco ne
la necessitade e vivo ne la morte; quella per cui non invidio a quei che son
servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri ne le ricchezze e morti
ne la vita, perché nel corpo han la catena che le stringe, nel spirto l'inferno
che le deprime, ne l'alma l'errore che le ammala, ne la mente il letargo che le
uccide; non essendo magnanimità che le delibere, non longanimità che le inalze,
non splendor che le illustre, non scienza che le avvive. Indi accade che non
ritrao, come lasso, il piede da l'arduo camino; né, come desidioso, dismetto le
braccia da l'opra che si presenta; né, qual disperato, volgo le spalli al
nemico che mi contrasta; né, come abbagliato, diverto gli occhi dal divino
oggetto; mentre, per il più, mi sento riputato sofista, più studioso d'apparir
sottile che di esser verace; ambizioso, che più studia di suscitar nova e falsa
setta che di confirmar l'antica e vera; ucellatore, che va procacciando splendor
di gloria con porre avanti le tenebre d'errori; spirto inquieto, che subverte
gli edificii de buone discipline e si fa fondator di machine di perversitade.
Cossì, Signor, gli santi numi disperdano da me que' tutti che ingiustamente
m'odiano, cossì mi sia propicio sempre il mio Dio, cossì favorevoli mi sieno
tutti governatori del nostro mondo, cossì gli astri mi faccian tale il seme al
campo ed il campo al seme ch'appaia al mondo utile e glorioso frutto del mio
lavoro con risvegliar il spirto ed aprir il sentimento a quei che son privi di
lume: come io certissimamente non fingo e, se erro, non credo veramente errare
e, parlando e scrivendo, non disputo per amor de la vittoria per se stessa
(perché ogni riputazione e vittoria stimo nemica a Dio, vilissima e senza punto
di onore, dove non è la verità), ma per amor della vera sapienza e studio
della vera contemplazione m'affatico, mi crucio, mi tormento. Questo
manifestaranno gli argumenti demostrativi, che pendeno da vivaci raggioni, che
derivano da regolato senso, che viene informato da non false specie che, come
veraci ambasciatrici, si spiccano da gli suggetti de la natura, facendosi
presenti a quei che le cercano, aperte a quei che le rimirano, chiare a chi le
apprende, certe a chi le comprende. Or ecco, vi porgo la mia contemplazione
circa l'infinito, universo e mondi innumerabili.
3 Argomento
del primo dialogo. Avete
dunque nel primo dialogo prima, che l'inconstanza del senso mostra che quello
non è principio di certezza e non fa quella se non per certa comparazione e
conferenza d'un sensibile a l'altro ed un senso a l'altro; e s'inferisce come la
verità sia in diversi soggetti.
4 Secondo,
si comincia a dimostrar l'infinitudine de l'universo, e si porta il primo
argumento tolto da quel, che non si sa finire il mondo da quei che con l'opra de
la fantasia vogliono fabricargli le muraglia. Terzo, da che è inconveniente
dire che il mondo sia finito e che sia in se stesso, perché questo conviene al
solo immenso, si prende il secondo argumento. Appresso si prende il terzo
argumento dall'inconveniente ed impossibile imaginazione del mondo come sia in
nessun loco, perché ad ogni modo seguitarrebe che non abbia essere, atteso che
ogni cosa, o corporale o incorporal che sia, o corporale- o incorporalmente, è
il loco. Il quarto argumento si toglie da una demostrazione o questione molto
urgente che fanno gli epicurei:
Nimirum si iam finitum constituatur
omne quod est spacium, si quis procurrat ad oras
Ultimus extremas iaciatque volatile telum,
Invalidis utrum contortum viribus ire
Quo fuerit missum mavis longeque volare,
An prohibere aliquid censes obstareque posse?
Nam sive est aliquid quod prohibeat officiatque,
Quominu' quo missum est veniat finique locet se,
Sive foras fertur, non est ea fini profecto.
5 Quinto,
da che la definizion del loco che poneva Aristotele non conviene al primo,
massimo e comunissimo loco, e che non val prendere la superficie prossima ed
immediata al contenuto, ed altre levitadi che fanno il loco cosa matematica e
non fisica; lascio che tra la superficie del continente e contenuto che si muove
entro quella, sempre è necessario spacio tramezante a cui conviene più tosto
esser loco; e se vogliamo del spacio prendere la sola superficie, bisogna che si
vada cercando in infinito un loco finito. Sesto, da che non si può fuggir il
vacuo ponendo il mondo finito, se vacuo è quello nel quale è niente.
6 Settimo,
da che, sicome questo spacio nel quale è questo mondo, se questo mondo non vi
si trovasse, se intenderebbe vacuo; cossì dove non è questo mondo, se
v'intende vacuo. Citra il mondo, dunque, è indifferente questo spacio da
quello: dunque, l'attitudine ch'ha questo, ha quello; dunque, ha l'atto, perché
nessuna attitudine è eterna senz'atto; e però eviternamente ha l'atto gionto;
anzi essalei è atto, perché nell'eterno non è differente l'essere e posser
essere.
7 Ottavo,
da quel che nessun senso nega l'infinito, atteso che non lo possiamo negare per
questo, che non lo comprendiamo col senso; ma da quel, che il senso viene
compreso da quello e la raggione viene a confirmarlo lo doviamo ponere. Anzi se
oltre ben consideriamo, il senso lo pone infinito; perché sempre veggiamo cosa
compresa da cosa, e mai sentiamo, né con esterno né con interno senso, cosa
non compresa da altra o simile.
Ante oculos etenim rem res finire videtur:
Aer dissepit colleis atque aera montes,
Terra mare et contra mare terras terminat omneis:
Omne quidem vero nihil est quod finiat extra.
Usque adeo passim patet ingens copia rebus,
Finibus exemptis, in cunctas undique parteis.
8 Per
quel dunque, che veggiamo, più tosto doviamo argumentar infinito, perché non
ne occorre cosa che non sia terminata ad altro e nessuna esperimentiamo che sia
terminata da se stessa. Nono, da che non si può negare il spacio infinito se
non con la voce, come fanno gli pertinaci, avendo considerato che il resto del
spacio, dove non è mondo e che si chiama vacuo o si finge etiam niente,
non si può intendere senza attitudine a contenere non minor di questa che
contiene. Decimo, da quel che, sicome è bene che sia questo mondo, non è men
bene che sia ciascuno de infiniti altri. Undecimo, da che la bontà di questo
mondo non è comunicabile ad altro mondo che esser possa, come il mio essere non
è comunicabile al di questo e quello. Duodecimo, da che non è raggione né
senso che, come si pone un infinito individuo, semplicissimo e complicante, non
permetta che sia un infinito corporeo ed esplicato. Terzodecimo, da che questo
spacio del mondo che a noi par tanto grande, non è parte e non è tutto a
riguardo dell'infinito, e non può esser suggetto de infinita operazione, ed a
quella è un non ente quello che dalla nostra imbecillità si può comprendere,
e si risponde a certa instanza, che noi non ponemo l'infinito per la dignità
del spacio, ma per la dignità de le nature; perché per la raggione, da la
quale è questo, deve essere ogni altro che può essere, la cui potenza non è
attuata per l'essere di questo, come la potenza de l'essere di Elpino non è
attuata per l'atto dell'essere di Fracastorio. Quartodecimo da che, se la
potenza infinita attiva attua l'esser corporale e dimensionale, questo deve
necessariamente essere infinito; altrimente si deroga alla natura e dignitade di
chi può fare e di chi può essere fatto. Quintodecimo, da quel, che questo
universo conceputo volgarmente non si può dir che comprende la perfezion di
tutte cose altrimente che come io comprendo la perfezione di tutti gli miei
membri e ciascun globo tutto quello che è in esso: come è dire, ognuno è
ricco a cui non manca nulla di quel ch'ha. Sestodecimo, da quel, che in ogni
modo l'efficiente infinito sarrebe deficiente senza l'effetto e non possiamo
capir che tale effetto solo sia lui medesimo. Al che si aggiunge che per questo,
se fusse o se è, niente si toglie di quel che deve essere in quello che è
veramente effetto, dove gli teologi nominano azione ad extra e
transeunte, oltre la immanente; perché cossì conviene che sia infinita l'una
come l'altra.
9 Decimo
settimo, da quel, che, dicendo il mondo interminato, nel modo nostro séguita
quiete nell'intelletto, e dal contrario sempre innumerabilmente difficultadi ed
inconvenienti. Oltre, si replica quel ch'è detto nel secondo e terzo. Decimo
ottavo, da quel che, se il mondo è sferico, è figurato, è terminato, e quel
termine che è oltre questo terminato e figurato (ancor che ti piaccia chiamarlo
niente), è anco figurato di sorte che il suo concavo è gionto al di costui
convesso; perché onde comincia quel tuo niente è una concavità indifferente
almeno dalla convessitudinale superficie di questo mondo. Decimo nono,
s'aggiunge a quel che è stato detto nel secondo. Ventesimo, si replica quello
che è stato detto nel decimo.
10 Nella
seconda parte di questo dialogo, quello ch'è dimostrato per la potenza passiva
de l'universo, si mostra per l'attiva potenza de l'efficiente, con più raggioni:
de le quali la prima si toglie da quel, che la divina efficacia non deve essere
ociosa; e tanto più ponendo effetto extra la propria sustanza (se pur cosa gli
può esser extra), e che non meno è ociosa ed invidiosa producendo effetto
finito che producendo nulla. La seconda da la prattica, perché per il contrario
si toglie la raggione della bontade e grandezza divina, e da questo non séguita
inconveniente alcuno contra qualsivoglia legge e sustanza di teologia. La terza
è conversiva con la duodecima de la prima parte; e si apporta la differenza tra
il tutto infinito e totalmente infinito. La quarta, da che non meno per non
volere che per non possere la omnipotenza vien biasimata d'aver fatto il mondo
finito e di essere agente infinito circa suggetto finito. La quinta induce che,
se non fa il mondo infinito, non lo può fare; e se non ha potenza di farlo
infinito, non può aver vigore di conservarlo in infinito; e che, se lui secondo
una raggione è finito, viene ad essere finito secondo tutte le raggioni, perché
in lui ogni modo è cosa, e ogni cosa e modo è uno e medesimo con l'altra e
l'altro. La sesta è conversiva de la decima de la prima parte. E s'apporta la
causa per la quale gli teologi defendeno il contrario non senza espediente
raggione, e de l'amicizia tra questi dotti e gli dotti filosofi.
11 La
settima, dal proponere la raggione che distingue la potenza attiva da l'azioni
diverse, e sciorre tale argumento. Oltre, si mostra la potenza infinita
intensiva-ed estensivamente più altamente che la comunità di teologi abbia
giamai fatto. La ottava, da onde si mostra che il moto di mondi infiniti non è
da motore estrinseco ma da la propria anima, e come con tutto ciò sia un motore
infinito. La nona, da che si mostra come il moto infinito intensivamente si
verifica in ciascun de' mondi. Al che si deve aggiongere che da quel, che un
mobile insieme insieme si muove ed è mosso, séguita che si possa vedere in
ogni punto del circolo che fa col proprio centro; ed altre volte.sciorremo
questa obiezione, quando sarà lecito d'apportar la dottrina più diffusa.
12 Argomento
del secondo dialogo. Séguita
la medesima conclusione il secondo dialogo. Ove, primo, apporta quattro raggioni,
de quali la prima si prende da quel, che tutti gli attributi de la divinità
sono come ciascuno. La seconda, da che la nostra imaginazione non deve posser
stendersi più che la divina azione. La terza, da l'indifferenza de l'intelletto
ed azion divina, e da che non meno intende infinito che finito. La quarta, da
che, se la qualità corporale ha potenza infinita attiva, la qualità, dico,
sensibile a noi, or che sarà di tutta che è in tutta la potenza attiva e
passiva absoluta? Secondo, mostra da che cosa corporea non può esser finita da
cosa incorporea, ma o da vacuo o da pieno; ed in ogni modo estra il mondo è
spacio, il quale al fine non è altro che materia e l'istessa potenza passiva,
dove la non invida ed ociosa potenza attiva deve farsi in atto. E si mostra la
vanità dell'argomento d'Aristotele dalla incompossibilità delle dimensioni.
Terzo, se insegna la differenza che è tra il mondo e l'universo, perché chi
dice l'universo infinito uno, necessariamente distingue tra questi dui nomi.
Quarto, si apportano le raggioni contrarie, per le quali si stima l'universo
finito: dove Elpino referisce le sentenze tutte di Aristotele, e Filoteo le va
essaminando. Quelle sono tolte altre dalla natura di corpi semplici, altre da la
natura di corpi composti; e si mostra la vanità di sei argumenti presi dalla
definizione de gli moti che non possono essere in infinito, e da altre simili
proposizioni, le quali son senza proposito e supposito, come si vede per le
nostre raggioni. Le quali più naturalmente faran vedere la raggione de le
differenze e termino di moto, e, per quanto comporta l'occasione e loco,
mostrano la più reale cognizione dell'appulso grave e lieve; perché per esse
mostramo come il corpo infinito non è grave né lieve, e come il corpo finito
riceve differenze tali, e come non. Ed indi si fa aperta la vanità de gli
argomenti di Aristotele, il quale, argumentando contra quei che poneno il mondo
infinito, suppone il mezzo e la circonferenza, e vuole che nel finito o infinito
la terra ottegna il centro. In conclusione, non è proposito grande o picciolo
che abbia amenato questo filosofo per destruggere l'infinità del mondo, tanto
dal primo libro Del cielo e mondo quanto dal terzo De la fisica
ascoltazione, circa il quale non si discorra assai più che a bastanza.
13 Argomento
del terzo dialogo. Nel
terzo dialogo primieramente si niega quella vil fantasia della figura, de le
sfere e diversità di cieli; e s'affirma uno essere il cielo, che è uno spacio
generale ch'abbraccia gl'infiniti mondi; benché non neghiamo più, anzi
infiniti cieli, prendendo questa voce secondo altra significazione; per ciò che
come questa terra ha il suo cielo, che è la sua regione nella quale si muove e
per la quale discorre, cossì ciascuna di tutte l'altre innumerabili. Si
manifesta onde sia accaduta la imaginazione di tali e tanti mobili deferenti e
talmente figurati che abbiano due superficie esterne ed una cava interna; ed
altre ricette e medicine che dànno nausea ed orrore agli medesimi che le
ordinano e le esequiscono, e a que' miseri che se le inghiottiscono.
14 Secondo,
si avertisce che il moto generale e quello de gli detti eccentrici e quanti
possono riferirse al detto firmamento, tutti sono fantastici: che realmente
pendeno da un moto che fa la terra con il suo centro per l'ecliptica e quattro
altre differenze di moto che fa circa il centro de la propria mole. Onde resta,
che il moto proprio di ciascuna stella si prende da la differenza che si può
verificare suggettivamente in essa come mobile da per sé per il campo spacioso.
La qual considerazione ne fa intendere, che tutte le raggioni del mobile e moto
infinito son vane e fondate su l'ignoranza del moto di questo nostro globo.
Terzo, si propone come non è stella che non si muova come questa ed altre che,
per essere a noi vicine, ne fanno conoscere sensibilmente le differenze locali
di moti loro; ma che altrimente se muoveno gli soli che son corpi dove predomina
il foco, altrimente le terre ne le quali l'acqua è predominante; e quindi si
manifesta onde proceda il lume che diffondeno le stelle, de quali altre luceno
da per sé altre per altro.
15 Quarto,
in qual maniera corpi distantissimi dal sole possano equalmente come gli più
vicini partecipar il caldo; e si riprova la sentenza attribuita ad Epicuro, come
che vuole un sole esser bastante all'infinito universo; e s'apporta la vera
differenza tra quei astri che scintillano e quei che non. Quinto s'essamina la
sentenza del Cusano circa la materia ed abitabilità di mondi e circa la raggion
del lume. Sesto, come di corpi, benché altri sieno per sé lucidi e caldi, non
per questo il sole luce al sole e la terra luce alla medesima terra ed acqua
alla medesima acqua; ma sempre il lume procede dall'apposito astro, come
sensibilmente veggiamo tutto il mar lucente da luoghi eminenti, come da monti;
ed essendo noi nel mare, e quando siamo ne l'istesso campo, non veggiamo
risplendere se non quanto a certa poca dimensione il lume del sole e della luna
ne si oppone. Settimo, si discorre circa la vanità delle quinte essenze: e si
dechiara che tutti corpi sensibili non sono altri e non costano d'altri prossimi
e primi principii che questi, che non sono altrimente mobili tanto per retto
quanto per circulare. Dove tutto si tratta con raggioni più accomodate al senso
commune, mentre Fracastorio s'accomoda all'ingegno di Burchio; e si manifesta
apertamente che non è accidente che si trova qua che non si presuppona là,
come non è cosa che si vede di là da qua, la quale, se ben consideriamo, non
si veda di qua da là; e conseguentemente, che quel bell'ordine e scala di
natura è un gentil sogno ed una baia da vecchie ribambite. Ottavo, che,
quantunque sia vera la distinzione de gli elementi, non è in nessun modo
sensibile o intelligibile tal ordine di elementi quale volgarmente si pone; e
secondo il medesimo Aristotele, gli quattro elementi sono equalmente parti o
membri di questo globo, se non vogliamo dire che l'acqua eccede; onde degnamente
gli astri son chiamati or acqua or fuoco tanto da veri naturali filosofi quanto
da profeti divini e poeti; li quali, quanto a questo, non favoleggiano né
metaforicheggiano, ma lasciano favoleggiare ed impuerire quest'altri sofossi.
Cossì li mondi se intendeno essere questi corpi eterogenei, questi animali,
questi grandi globi, dove non è la terra grave più che gli altri elementi, e
le particelle tutte si muoveno e cangiano di loco e disposizione non altrimente
che il sangue ed altri umori e spiriti e parte minime, che fluiscono,
refluiscono, influiscono ed effluiscono in noi ed altri piccioli animali. A
questo proposito s'amena la comparazione, per la quale si trova che la terra,
per l'appulso al centro de la sua mole, non si trova più grave che altro corpo
semplice che a tal composizion concorre; e che la terra da per sé non è grave
né ascende né discende; e che l'acqua è quella che fa l'unione, densità,
spessitudine e gravità.
16 Nono,
da che è visto il famoso ordine de gli elementi vano, s'inferisce la raggione
di questi corpi sensibili composti che, come tanti animali e mondi, sono nel
spacioso campo che è l'aria o cielo o vacuo. Ove son tutti que' mondi che non
meno contegnono animali ed abitatori che questo contener possa, atteso che non
hanno minor virtù né altra natura. Decimo, dopo che è veduto come sogliano
disputar gli pertinacemente additti ed ignoranti di prava disposizione, si fa
oltre manifesto in che modo per il più delle volte sogliono conchiudere le
disputazioni; benché altri sieno tanto circonspetti che, senza guastarsi punto,
con un ghigno, con un risetto, con certa modesta malignità, quel che non
vagliono aver provato con raggioni né lor medesimi possono donarsi ad
intendere, con queste artecciuole di cortesi dispreggi, la ignoranza in ogni
altro modo aperta vogliono non solo cuoprire, ma rigettarla al dorso dell'antigonista;
perché non vegnono a disputar per trovare o cercar la verità, ma per la
vittoria e parer più dotti e strenui defensori del contrario. E simili denno
essere fuggiti da chi non ha buona corazza di pazienza.
17 Argumento
del quarto dialogo. Nel
seguente dialogo prima si replica quel ch'altre volte è detto, come sono
infiniti gli mondi, come ciascun di quelli si muova e come sia formato. Secondo,
nel modo con cui, nel secondo dialogo, si sciolsero le raggioni contra
l'infinita mole o grandezza de l'universo, dopo che nel primo con molte raggioni
fu determinato l'inmenso effetto dell'inmenso vigore e potenza; al presente,
dopo che nel terzo dialogo è determinata l'infinita moltitudine de mondi, si
scioglieno le molte raggioni d'Aristotele contro quella, benché altro
significato abbia questa voce mondo appresso Aristotele, altro appresso
Democrito, Epicuro ed altri.
18 Quello
dal moto naturale e violento, e raggioni de l'uno e l'altro che son formate da
lui, vuole che l'una terra si derrebe muovere a l'altra; e con risolvere queste
persuasioni prima, si poneno fondamenti di non poca importanza per veder gli
veri principii della natural filosofia. Secondo, si dechiara che, quantunque la
superficie d'una terra fusse contigua a l'altra, non averrebe che le parti de
l'una si potessero muovere a l'altra, intendendo de le parti eterogenee o
dissimilari, non de gli atomi e corpi semplici; onde si prende lezione di meglio
considerare circa la natura del grave e lieve. Terzo, per qual caggione questi
gran corpi sieno stati disposti da la natura a tanta distanza, e non sieno più
vicini gli uni e gli altri, di sorte che da l'uno si potesse far progresso a
l'altro; e quindi, da chi profondamente vede, si prende raggione per cui non
debbano esser mondi come nella circonferenza dell'etere, o vicini al vacuo tale
in cui non sia potenza, virtù ed operazione; perché da un lato non potrebono
prender vita e lume. Quarto, come la distanza locale muta la natura del corpo, e
come non; ed onde sia che, posta una pietra equidistante da due terre, o si
starebbe ferma, o determinarebbe di moversi più tosto a l'una che a l'altra.
Quinto, quanto s'inganni Aristotele per quel che in corpi, quantunque distanti,
intende appulso di gravità o levità de l'uno all'altro; ed onde proceda
l'appetito di conservarsi nell'esser presente, quantunque ignobile, ne le cose:
il quale appetito è causa della fuga e persecuzione. Sesto, che il moto retto
non conviene né può esser naturale a la terra o altri corpi principali, ma a
le parti di questi corpi che a essi da ogni differenza di loco, se non son molto
discoste, si muoveno. Settimo, da le comete si prende argomento che non è vero
che il grave, quantunque lontano, abbia appulso o moto al suo continente. La
qual raggione corre non per gli veri fisici principii, ma dalle supposizioni
della filosofia d'Aristotele, che le forma e compone da le parti che sono vapori
ed exalazioni de la terra. Ottavo, a proposito d'un altro argomento, si mostra
come gli corpi semplici, che sono di medesima specie in altri mondi
innumerabili, medesimamente si muovano; e qualmente la diversità numerale pone
diversità de luoghi, e ciascuna parte abbia il suo mezzo e si referisca al
mezzo commune del tutto; il quale mezzo non deve essere cercato nell'universo.
Nono, si determina che gli corpi e parti di quelli non hanno determinato su e giù,
se non in quanto che il luogo della conversazione è qua o là. Decimo, come il
moto sia infinito, e qual mobile tenda in infinito ed a composizioni
innumerabili, e che non perciò séguita gravità o levità con velocità
infinita; e che il moto de le parti prossime, in quanto che serbino il loro
essere, non può essere infinito; e che l'appulso de parti al suo continente non
può essere se non infra la regione di quello.
19 Argomento
del quinto dialogo. Nel
principio del quinto dialogo si presenta un dotato di più felice ingegno; il
qual, quantunque nodrito in contraria dottrina, per aver potenza di giudicar
sopra quello ch'ave udito e visto, può far differenza tra una ed un'altra
disciplina, e facilmente si rimette e corregge. Si dice chi sieno quei a' quali
Aristotele pare un miracolo di natura, atteso che coloro che malamente l'intendeno
e hanno l'ingegno basso, magnificamente senteno di lui. Perché doviamo
compatire a simili, e fuggir la lor disputazione, per ciò che con essi non vi
è altro che da perdere.
20 Qua
Albertino, nuovo interlocutore, apporta dodici argumenti, ne li quali consiste
tutta la persuasione contraria alla pluralità e moltitudine di mondi. Il primo
si prende da quel, che estra il mondo non s'intende loco né tempo né vacuo né
corpo semplice, né composto. Il secondo, da l'unità del motore. Il terzo, da
luoghi de corpi mobili. Il quarto, dalla distanza de gli orizonti dal mezzo. Il
quinto, dalla contiguità de più mondi orbiculari. Il sesto, da spacii
triangulari che causano con il suo contatto. Il settimo, dall'infinito in atto,
che non è, e da un determinato numero, che non è più raggionevole che
l'altro. Da la qual raggione noi possiamo non solo equalmente, ma e di gran
vantaggio inferire, che per ciò il numero non deve essere determinato, ma
infinito. L'ottavo, dalla determinazione di cose naturali e dalla potenza
passiva de le cose, la quale alla divina efficacia ed attiva potenza non
risponde. Ma qua è da considerare che è cosa inconvenientissima, che il primo
ed altissimo sia simile ad uno ch'ha virtù di citarizare e, per difetto ci
citara, non citareggia; e sia uno che può fare, ma non fa, perché quella cosa
che può fare, non può esser fatta da lui. Il che pone una più che aperta
contradizione, la quale non può essere non conosciuta, eccetto che da quei che
conoscono niente. Il nono dalla bontà civile che consiste nella conversazione.
Il decimo, da quel, che per la contiguità d'un mondo con l'altro séguita, che
il moto de l'uno impedisca il moto de l'altro. L'undecimo, da quel, che, se
questo mondo è compìto e perfetto, non è dovero che altro o altri se gli
aggiunga o aggiungano.
21 Questi
son que' dubii e motivi, nella soluzion delli quali consiste tanta dottrina,
quanta sola basta a scuoprir gl'intimi e radicali errori de la filosofia volgare
ed il pondo e momento de la nostra. Ecco qua la raggione, per cui non doviam
temere che cosa alcuna diffluisca, che particolar veruno o si disperda o
veramente inanisca o si diffonda in vacuo che lo dismembre in adni[c]hilazione.
Ecco la raggion della mutazion vicissitudinale del tutto, per cui cosa non è di
male da cui non s'esca, cosa non è di buono a cui non s'incorra, mentre per
l'infinito campo, per la perpetua mutazione, tutta la sustanza persevera
medesima ed una. Dalla qual contemplazione, se vi sarremo attenti, avverrà che
nullo strano accidente ne dismetta per doglia o timore, e nessuna fortuna per
piacere o speranza ne estoglia: onde aremo la via vera alla vera moralità,
saremo magnanimi, spreggiatori di quel che fanciulleschi pensieri stimano; e
verremo certamente più grandi che que' dei che il cieco volgo adora, perché
dovenerremo veri contemplatori dell'istoria de la natura, la quale è scritta in
noi medesimi, e regolati executori delle divine leggi, che nel centro del nostro
core son inscolpite. Conosceremo che non è altro volare da qua al cielo che dal
cielo qua, non altro ascendere da qua là che da là qua, né è altro
descendere da l'uno a l'altro termine. Noi non siamo più circonferenziali a
essi che essi a noi; loro non sono più centro a noi che noi a loro; non
altrimente calcamo la stella e siamo compresi noi dal cielo, che essi loro.
22 Eccone,
dunque, fuor d'invidia; eccone liberi da vana ansia e stolta cura di bramar
lontano quel tanto bene che possedemo vicino e gionto. Eccone più liberi dal
maggior timore che loro caschino sopra di noi, che messi in speranza che noi
caschiamo sopra di loro; perché cossì infinito aria sustiene questo globo come
quelli, cossì questo animale libero per il suo spacio discorre ed ottiene la
sua reggione come ciascuno di quegli altri per il suo. Il che considerato e
compreso che arremo, oh a quanto più considerare e comprendere ne diportaremo!
Onde per mezzo di questa scienza otteneremo certo quel bene, che per l'altre
vanamente si cerca.
23 Questa
è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica
l'intelletto e riduce l'uomo alla vera beatitudine che può aver come uomo, e
consistente in questa e tale composizione; perché lo libera dalla sollecita
cura di piaceri e cieco sentimento di dolori, lo fa godere dell'esser presente,
e non più temere che sperare del futuro; perché la providenza o fato o sorte,
che dispone della vicissitudine del nostro essere particolare, non vuole né
permette che più sappiamo dell'uno che ignoriamo dell'altro, alla prima vista e
primo rancontro rendendoci dubii e perplessi. Ma mentre consideramo più
profondamente l'essere e sustanza di quello in cui siamo inmutabili, trovaremo
non esser morte, non solo per noi, ma né per veruna sustanza; mentre nulla
sustanzialmente si sminuisce, ma tutto, per infinito spacio discorrendo, cangia
il volto. E perché tutti soggiacemo ad ottimo efficiente, non doviamo credere,
stimare e sperare altro, eccetto che come tutto è da buono; cossì tutto è
buono, per buono ed a buono; da bene, per bene, a bene. Del che il contrario non
appare se non a chi non apprende altro che l'esser presente, come la beltade
dell'edificio non è manifesta a chi scorge una minima parte di quello, come un
sasso, un cemento affisso, un mezzo parete; ma massime a colui che può vedere
l'intiero e che ha facultà di far conferenza di parti a parti. Non temiamo che
quello che è accumulato in questo mondo, per la veemenza di qualche spirito
errante o per il sdegno di qualche fulmineo Giove, si disperga fuor di questa
tomba o cupola del cielo, o si scuota ed emuisca come in polvere fuor di questo
manto stellifero; e la natura de le cose non altrimente possa venire ad inanirsi
in sustanza, che alla apparenza di nostri occhi quell'aria ch'era compreso entro
la concavitade di una bolla, va in casso; perché ne è noto un mondo, in cui
sempre cosa succede a cosa senza che sia ultimo profondo, da onde, come da la
mano del fabro, irreparabilmente emuiscano in nulla. Non sono fini, termini,
margini, muraglia che ne defrodino e suttragano la infinita copia de le cose.
Indi feconda è la terra ed il suo mare; indi perpetuo è il vampo del sole,
sumministrandosi eternamente esca a gli voraci fuochi ed umori a gli attenuati
mari; perché dall'infinito sempre nova copia di materia sottonasce. Di maniera
che megliormente intese Democrito ed Epicuro che vogliono tutto per infinito
rinovarsi e restituirsi, che chi si forza di salvare eterno la costanza de
l'universo, perché medesimo numero a medesimo numero sempre succeda e medesime
parti di materia con le medesime sempre si convertano. Or provedete, signori
astrologi, con li vostri pedissequi fisici, per que' vostri cerchi che vi
discriveno le fantasiate nove sfere mobili; con le quali venete ad
impriggionarvi il cervello di sorte che me vi presentate non altrimente che come
tanti papagalli in gabbia, mentre raminghi vi veggio ir saltellando, versando e
girando entro quelli. Conoscemo che sì grande imperatore non ha sedia sì
angusta, sì misero solio, sì arto tribunale, sì poco numerosa corte, sì
picciolo ed imbecille simulacro, che un fantasma parturisca, un sogno fracasse,
una mania ripare, una chimera disperda, una sciagura sminuisca, un misfatto ne
toglia, un pensiero ne restituisca; che con un soffio si colme e con un sorso si
svode; ma è un grandissimo ritratto, mirabile imagine, figura eccelsa, vestigio
altissimo, infinito ripresentante di ripresentato infinito, e spettacolo
conveniente all'eccellenza ed eminenza di chi non può esser capito, compreso,
appreso. Cossì si magnifica l'eccellenza de Dio, si manifesta la grandezza de
l'imperio suo: non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili: non in una
terra, un mondo, ma in diececento mila, dico in infiniti. Di sorte che non è
vana questa potenza d'intelletto, che sempre vuole e puote aggiungere spacio a
spacio, mole a mole, unitade ad unitade, numero a numero, per quella scienza che
ne discioglie da le catene di uno angustissimo, e ne promove alla libertà d'un
augustissimo imperio, che ne toglie dall'opinata povertà ed angustia alle
innumerevoli ricchezze di tanto spacio, di sì dignissimo campo, di tanti
coltissimi mondi; e non fa che circolo d'orizonte, mentito da l'occhio in terra
e finto da la fantasia nell'etere spacioso, ne possa impriggionare il spirto
sotto la custodia d'un Plutone e la mercé d'un Giove. Siamo exempti da la cura
d'un tanto ricco possessore e poi tanto parco, sordido ed avaro elargitore, e
dalla nutritura di sì feconda e tuttipregnante e poi sì meschina e misera
parturiscente natura.
24 Altri
molti sono i degni ed onorati frutti che da questi arbori si raccoglieno, altre
le messe preciose e desiderabili che da questo seme sparso riportar si possono.
Le quali, per non più importunamente sollecitar la cieca invidia de gli nostri
adversarii, non ameniamo a mente, ma lasciamo comprendere dal giudizio di quei
che possono comprendere e giudicare. Li quali, da per se medesimi, potranno
facilmente a questi posti fondamenti sopraedificar l'intiero edificio de la
nostra filosofia; gii cui membri, se cossì piacerà a chi ne governa e muove, e
se l'incominciata impresa non ne verrà interrotta, ridurremo alla tanto bramata
perfezione, a fine che quello, che è seminato ne gli dialogi De la causa,
principio ed uno, per altri germoglie, per altri cresca, per altri si
mature, per altri, mediante una rara mietitura, ne addite e, per quanto è
possibile, ne contente; mentre (avendolo sgombrato de le veccie, de gli lolii e
de le raccolte zizanie) di frumento meglior che possa produr terreno de la
nostra coltura, verremo ad colmar il magazzino de studiosi ingegni.
25 Tra
tanto, benché son certo che non è bisogno de lo raccomandarvi, non lasciarò
pure, per far parte del debito mio, di procurar che vi sia veramente
raccomandato quello che non intrattenete tra vostri familiari come uomo di cui
avete bisogno, ma come persona che ha bisogno di voi per tante e tante caggioni
che vedete; considerando che, per aver appresso di voi tanti che vi serveno, non
siete differente da plebei, borsieri e mercanti; ma, per aver alcunamente degno
che da voi sia promosso, difeso ed aggiutato, sète, come sempre vi siete
mostrato e fuste, conforme a' principi magnanimi, eroi e Dei, li quali hanno
ordinati pari vostri per la difesa de gli loro amici. E vi ricordo quel che so
che non bisogna ricordarvi: che non potrete al fine esser tanto stimato dal
mondo e gratificato da Dio, per essere amato e rispettato da principi
quantosivoglia grandi de la terra, quanto per amare, difendere e conservare un
di simili. Perché non è cosa che quelli che con la fortuna vi son superiori,
possono fare a voi che molti di lor superate con la virtude, che possa durare più
che gli vostri pareti e tapezzarie; ma tal cosa voi possete fare ad altri, che
facilmente vegna scritta nel libro dell'eternitade, o sia quello che si vede in
terra o sia quell'altro che si crede in cielo: atteso che quanto che ricevete da
altri, è testimonio de l'altrui virtute, ma il tanto che fate ad altro, è
segno ed indizio espresso de la vostra. Vale.
Sonetto 1
1 Mio passar solitario, a quelle parti,
2 A quai
drizzaste già l'alto pensiero,
3 Poggia
infinito, poi che fia mestiero
4 A
l'oggetto agguagliar l'industrie e l'arti.
5 Rinasci
là; là su vogli' allevarti
6 Gli tuoi
vaghi pulcini, omai ch'il fiero
7 Destin
av'ispedito il corso intiero
8 Contra
l'impresa, onde solea ritrarti.
9 Vanne da
me, che più nobil ricetto
10 Bramo
ti godi; e arrai per guida un dio,
11 Che da
chi nulla vede è cieco detto.
12 Il ciel
ti scampi, e ti sia sempre pio
13 Ogni
nume di questo ampio architetto;
14 E non
tornar a me, se non sei mio.
Sonetto 2
1 Uscito de priggione angusta e nera,
2 Ove
tant'anni error stretto m'avinse,
3 Qua
lascio la catena, che mi cinse
4 La man
di mia nemica invid'e fera.
5 Presentarmi
a la notte fosca sera
6 Oltre
non mi potrà, perché chi vinse
7 Il gran
Piton, e del suo sangue tinse
8 L'acqui
del mar, ha spinta mia Megera.
9 A te mi
volgo e assorgo, alma mia voce:
10 Ti
ringrazio, mio sol, mia diva luce;
11 Ti
consacro il mio cor, eccelsa mano,
12 Che
m'avocaste da quel graffio atroce,
13 Ch'a
meglior stanze a me ti festi duce,
14 Ch'il
cor attrito mi rendeste sano.
Sonetto 3
1 E chi mi impenna, e chi mi scalda il core?
2 Chi non
mi fa temer fortuna o morte?
3 Chi le
catene ruppe e quelle porte,
4 Onde
rari son sciolti ed escon fore?
5 L'etadi,
gli anni, i mesi, i giorni e l'ore
6 Figlie
ed armi del tempo, e quella corte
7 A cui né
ferro, né diamante è forte,
8 Assicurato
m'han dal suo furore.
9 Quindi
l'ali sicure a l'aria porgo;
10 Né
temo intoppo di cristallo o vetro,
11 Ma
fendo i cieli e a l'infinito m'ergo.
12 E
mentre dal mio globo a gli altri sorgo,
13 E per
l'eterio campo oltre penetro:
14 Quel
ch'altri lungi vede, lascio al tergo.
Dialogo 1
Interlocutori: Elpino, Filoteo, Fracastorio, Burchio.
1 \ ELP.\ Come è possibile che l'universo sia infinito?
2 \ FIL.\
Come è possibile che l'universo sia finito?
3 \ ELP.\
Volete voi che si possa dimostrar questa infinitudine?
4 \ FIL.\
Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?
5 \ ELP.\
Che dilatazione è questa?
6 \ FIL.\
Che margine è questa?
7 \ FRAC.\
Ad rem, ad rem, si iuvat; troppo a lungo ne avete tenuto suspesi.
8 \ BUR.\
Venite presto a qualche raggione, Filoteo, perché io mi prenderò spasso de
ascoltar questa favola o fantasia.
9 \ FRAC.\
Modestius, Burchio: che dirai, se la verità ti convincesse al fine?
10 \ BUR.\
Questo ancor che sia vero, io non lo voglio credere; perché questo infinito non
è possibile che possa esser capito dal mio capo, né digerito dal mio stomaco;
benché, per dirla, pure vorrei che fusse cossì come dice Filoteo, perché se,
per mala sorte, avenesse che io cascasse da questo mondo, sempre trovarei di
paese.
11 \ ELP.\
Certo, o Filoteo, se noi vogliamo far il senso giudice o pur donargli quella
prima che gli conviene per quel che ogni notizia prende origine da lui,
trovaremo forse che non è facile di trovar mezzo per conchiudere quel che tu
dici, più tosto che il contrario. Or, piacendovi, cominciate a farmi intendere.
12 \ FIL.\
Non è senso che vegga l'infinito, non è senso da cui si richieda questa
conchiusione; perché l'infinito non può essere oggetto del senso; e però chi
dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse
veder con gli occhi la sustanza e l'essenza; e chi negasse per questo la cosa,
perché non è sensibile o visibile, verebe a negar la propria sustanza ed
essere. Però deve esser modo circa il dimandar testimonio del senso; a cui non
doniamo luogo in altro che in cose sensibili, anco non senza suspizione, se non
entra in giudizio gionto alla raggione. A l'intelletto conviene giudicare e
render raggione de le cose absenti e divise per distanza di tempo ed intervallo
di luoghi. Ed in questo assai ne basta ed assai sufficiente testimonio abbiamo
dal senso per quel, che non è potente a contradirne e che oltre fa evidente e
confessa la sua imbecillità ed insufficienza per l'apparenza de la finitudine
che caggiona per il suo orizonte, in formar della quale ancora si vede quanto
sia incostante. Or, come abbiamo per esperienza, che ne inganna nella superficie
di questo globo in cui ne ritroviamo, molto maggiormente doviamo averlo suspetto
quanto a quel termine che nella stellifera concavità ne fa comprendere.
13 \ ELP.\
A che dunque ne serveno gli sensi? Dite.
14 \ FIL.\
Ad eccitar la raggione solamente, ad accusare, ad indicare e testificare in
parte, non a testificare in tutto, né meno a giudicare, né a condannare. Perché
giamai, quantunque perfetti, son senza qualche perturbazione. Onde la verità,
come da un debile principio, è da gli sensi in picciola parte, ma non è nelli
sensi.
15 \ ELP.\
Dove dunque?
16 \ FIL.\
Ne l'oggetto sensibile come in un specchio, nella raggione per modo di
argumentazione e discorso, nell'intelletto per modo di principio o di
conclusione, nella mente in propria e viva forma.
17 \ ELP.\
Su dunque, fate vostre raggioni.
18 \ FIL.\
Cossì farò. Se il mondo è finito ed estra il mondo è nulla, vi dimando: ove
è il mondo? ove è l'universo? Risponde Aristotele: è in se stesso. Il
convesso del primo cielo è loco universale; e quello, come primo continente,
non è in altro continente, perché il loco non è altro che superficie ed
estremità di corpo continente; onde chi non ha corpo continente, non ha loco. -
Or che vuoi dir tu, Aristotele, per questo, che "il luogo è in se
stesso?", che mi conchiuderai per "cosa estra il mondo?". Se tu
dici che non v'è nulla; il cielo, il mondo, certo, non sarà in parte alcuna;
-19 \
FRAC.\ Nullibi ergo erit mundis. Omne erit in nihilo.
20 \ FIL.\
- il mondo sarà qualcosa che non si trova. Se dici (come certo mi par che vogli
dir qualche cosa, per fuggir il vacuo ed il niente) che estra il mondo è uno
ente intellettuale e divino, di sorte che Dio venga ad esser luogo di tutte le
cose, tu medesimo sarai molto impacciato per farne intendere come una cosa
incorporea, intelligibile e senza dimensione possa esser luogo di cosa
dimensionata. Che se dici quello comprendere come una forma ed al modo con cui
l'anima comprende il corpo, non rispondi alla questione dell'estra ed alla
dimanda di ciò che si trova oltre e fuor de l'universo. E se tu vuoi escusare
con dire, che dove è nulla e dove non è cosa alcuna, non è anco luogo, non è
oltre, né extra, per questo non mi contentarai; perché queste sono paroli ed
iscuse che non possono entrare in pensiero. Perché è a fatto impossibile che
con qualche senso o fantasia (anco se si ritrovassero altri sensi ed altre
fantasie) possi farmi affirmare, con vera intenzione, che si trove tal
superficie, tal margine, tal estremità, extra la quale non sia o corpo o vacuo:
anco essendovi Dio, perché la divinità non è per impire il vacuo, e per
conseguenza non è in raggione di quella, in modo alcuno, di terminare il corpo;
perché tutto lo che se dice terminare, o è forma esteriore, o è corpo
continente. Ed in tutti i modi che lo volessi dire, sareste stimato
pregiudicatore alla dignità della natura divina ed universale.
21 \ BUR.\
Certo, credo che bisognarebe dire a costui che, se uno stendesse la mano oltre
quel convesso, che quella non verrebe essere in loco, e non sarebe in parte
alcuna, e per consequenza non arebe l'essere.
22 \ FIL.\
Giongo a questo qualmente non è ingegno che non concepa questo dire
peripatetico come una implicata contradizione. Aristotele ha definito il loco,
non come corpo continente, non come certo spacio, ma come una superficie di
continente corpo; e poi il primo e principal e massimo luogo è quello a cui
meno ed a fatto niente conviene tal diffinizione. Quello è la superficie
convessa del primo cielo, la quale è superficie di corpo; e di tal corpo, il
quale contiene solamente, e non è contenuto. Or a far che quella superficie sia
luogo, non si richieda che sia di corpo contenuto, ma che sia di corpo
continente. Se è superficie di corpo continente, e non è gionta e continuata a
corpo contenuto, è un luogo senza locato; atteso che al primo cielo non
conviene esser luogo, se non per la sua su[per]ficie concava, la qual tocca la
convessa del secondo. Ecco, dunque, come quella definizione è vana e confusa ed
interemptiva di se stessa. Alla qual confusione si viene per aver
quell'inconveniente, che vuol che estra il cielo sia posto nulla.
23 \ ELP.\
Diranno i peripatetici che il primo cielo è corpo continente per la superficie
concava, e non per la convessa; e, secondo quella, è luogo.
24 \
FRAC.\ Ed io soggiongo che dunque si trova superficie di corpo continente la
quale non è loco.
25 \ FIL.\
In somma, per venir direttamente al proposito, mi par cosa ridicola il dire che
estra il cielo sia nulla, e che il cielo sia in se stesso, e locato per
accidente, e loco per accidente, idest per le sue parti. Ed intendasi
quel che si voglia per il suo per accidente; che non può fuggir che non faccia
de uno doi; perché sempre è altro ed altro quel che è continente e quel che
è contenuto; e talmente altro ed altro che, secondo lui medesimo, il continente
è incorporeo ed il contenuto è corpo; il continente è inmobile, il contenuto
è mobile; il continente matematico, il contenuto fisico. Or sia che si voglia
di quella superficie, constantemente dimandarò: che cosa è oltre quella? Se si
risponde che è nulla, questo dirò io esser vacuo, essere inane; e tal vacuo e
tal inane che non ha modo, né termine alcuno olteriore; terminato però
citeriormente. E questo è più difficile ad imaginare, che il pensar l'universo
essere infinito ed immenso. Perché non possiamo fuggire il vacuo, se vogliamo
ponere l'universo finito. Veggiamo adesso, se conviene che sia tal spacio in cui
sia nulla. In questo spacio infinito si trova questo universo (o sia per caso o
per necessità o per providenza, per ora non me ne impaccio). Dimando se questo
spacio che contiene il mondo, ha maggiore aptitudine di contenere un mondo, che
altro spacio che sia oltre.
26 \
FRAC.\ Certo mi par che non; perché dove è nulla, non è differenza alcuna;
dove non è differenza, non è altra ed altra aptitudine: e forse manco è
attitudine alcuna dove non è cosa alcuna.
27 \ ELP.\
Né tampoco inepzia alcuna. E delle due più tosto quella che questa.
28 \ FIL.\
Voi dite bene. Cossì dico io che, come il vacuo ed inane (che si pone
necessariamente con questo peripatetico dire) non ha aptitudine alcuna a
ricevere, assai meno la deve avere a ributtare il mondo. Ma di queste due
attitudini noi ne veggiamo una in atto, e l'altra non la possiamo vedere a
fatto, se non con l'occhio della raggione. Come dunque in questo spacio, equale
alla grandezza del mondo (il quale da platonici è detto materia), è questo
mondo, cossì un altro può essere in quel spacio ed in innumerabili spacii
oltre questo equali a questo.
29 \
FRAC.\ Certo, più sicuramente possiamo giudicar in similitudine di quel che
veggiamo e conoscemo, che in modo contrario di quel che veggiamo e conoscemo.
Onde, perché per il nostro vedere ed esperimentare l'universo non si finisce, né
termina a vacuo ed inane e di quello non è nuova alcuna, raggionevolmente
doviamo conchiuder cossì; perché, quando tutte l'altre raggioni fussero equali,
noi veggiamo che l'esperimento è contrario al vacuo e non al pieno. Con dir
questo, saremo sempre iscusati; ma con dir altrimente, non facilmente fugiremo
mille accusazioni ed inconvenienti. Seguitate, Filoteo.
30 \ FIL.\
Dunque, dal canto del spacio infinito, conosciamo certo che è attitudine alla
recepzione di corpo, e non sappiamo altrimente. Tutta volta mi bastarà avere
che non ripugna a quella; almeno per questa caggione, che dove è nulla, nulla
oltraggia. Resta ora vedere se è cosa conveniente che tutto il spacio sia
pieno, o non. E qua, se noi consideriamo tanto in quello che può essere quanto
in quello che può fare, trovaremo sempre non sol raggionevole, ma ancora
necessario, che sia. Questo acciò sia manifesto, vi dimando se è bene che
questo mondo sia.
31 \ ELP.\
Molto bene.
32 \ FIL.\
Dunque è bene che questo spacio, che è equale alla dimension del mondo (il
quale voglio chiamar vacuo, simile ed indifferente al spacio, che tu direste
esser niente oltre la convessitudine del primo cielo), sia talmente ripieno. \ &R ELP.\ Cossì è.
33 \
FIL.\ Oltre, te dimando: credi tu che sicome in questo spacio si trova questa
machina, detta mondo, che la medesima arebe possuto o potrebe essere in altro
spacio di questo inane?
34 \ ELP.\
Dirò de sì, benché non veggio come nel niente e vacuo possiamo dire
differenza di altro ed altro.
35 \
FRAC.\ Io son certo che vedi, ma non ardisci di affirmare, perché ti accorgi
dove ti vuol menare.
36 \ ELP.\
Affirmatelo pur sicuramente; perché è necessario dire ed intendere che questo
mondo è in un spacio; il quale, se il mondo non fusse, sarebe indifferente da
quello che è oltre il primo vostro mobile.
37 \
FRAC.\ Seguitate.
38 \ FIL.\
Dunque, sicome può ed ha possuto ed è necessariamente perfetto questo spacio
per la continenza di questo corpo universale, come dici; niente meno può ed ha
possuto esser perfetto tutto l'altro spacio.
39 \ ELP.\
Il concedo; che per questo? Può essere, può avere: dunque è? dunque ha?
40 \ FIL.\
Io farò che, se vuoi ingenuamente confessare, che tu dica che può essere e che
deve essere e che è. Perché come sarebe male che questo spacio non fusse
pieno, cioè che questo mondo non fusse; non meno, per la indifferenza, è male
che tutto il spacio non sia pieno; e per consequenza l'universo sarà di
dimensione infinita e gli mondi saranno innumerabili.
41 \ ELP.\
La causa perché denno essere tanti, e non basta uno?
42 \ FIL.\
Perché, se è male che questo mondo non sia o che questo pieno non si ritrove,
è al riguardo di questo spacio o di altro spacio equale a questo?
43 \ ELP.\
Io dico che è male al riguardo di quel che è in questo spacio, che
indifferentemente si potrebe ritrovare in altro spacio equale a questo.
44 \ FIL.\
Questo, se ben consideri, viene tutto ad uno; perché la bontà di questo essere
corporeo che è in questo spacio o potrebe essere in altro equale a questo,
rende raggione e riguarda a quella bontà conveniente e perfezione che può
essere in tale e tanto spacio, quanto è questo, o altro equale a questo, e non
ad quella che può essere in innumerabili altri spacii, simili a questo. Tanto
più che, se è raggione che sia un buono finito, un perfetto terminato;
improporzionalmente è raggione che sia un buono infinito; perché, dove il
finito bene è per convenienza e raggione, l'infinito è per absoluta necessità.
45 \ ELP.\
L'infinito buono certamente è, ma è incorporeo.
46 \ FIL.\
In questo siamo concordanti, quanto a l'infinito incorporeo. Ma che cosa fa che
non sia convenientissimo il buono, ente, corporeo infinito? O che repugna che
l'infinito, implicato nel simplicissimo ed individuo primo principio, non venga
esplicato più tosto in questo suo simulacro infinito ed interminato,
capacissimo de innumerabili mondi, che venga esplicato in sì anguste margini,
di sorte che par vituperio il non pensare che questo corpo, che a noi par vasto
e grandissimo, al riguardo della divina presenza non sia che un punto, anzi un
nulla?
47 \ ELP.\
Come la grandezza de Dio non consiste nella dimensione corporale in modo alcuno
(lascio che non li aggionge nulla il mondo), cossì la grandezza del suo
simulacro non doviamo pensare che consista nella maggiore e minore mole di
dimensioni.
48 \ FIL.\
Assai bene dite, ma non rispondete al nervo della raggione; perché io non
richiedo il spacio infinito, e la natura non ha spacio infinito, per la dignità
della dimensione o della mole corporea, ma per la dignità delle nature e specie
corporee; perché incomparabilmente meglio in innumerabili individui si presenta
l'eccellenza infinita, che in quelli che sono numerabili e finiti. Però,
bisogna che di un inaccesso volto divino sia un infinito simulacro, nel quale,
come infiniti membri, poi si trovino mondi innumerabili, quali sono gli altri.
Però, per la raggione de innumerabili gradi di perfezione, che denno esplicare
la eccellenza divina incorporea per modo corporeo, denno essere innumerabili
individui, che son questi grandi animali (de quali uno è questa terra, diva
madre che ne ha parturiti ed alimenta e che oltre non ne riprenderà), per la
continenza di questi innumerabili si richiede un spacio infinito. Nientemeno
dunque è bene che siano, come possono essere, innumerabili mondi simili a
questo, come ha possuto e può essere ed è bene che sia questo.
49 \ ELP.\
Diremo che questo mondo finito, con questi finiti astri, comprende la perfezione
de tutte cose.
50 \ FIL.\
Possete dirlo, ma non già provarlo; perché il mondo che è in questo spacio
finito, comprende la perfezione di tutte quelle cose finite che son in questo
spacio; ma non già dell'infinite che possono essere in altri spacii
innumerabili.
51 \
FRAC.\ Di grazia, fermiamoci, e non facciamo come i sofisti li quali disputano
per vencere, e mentre rimirano alla lor palma, impediscono che essi ed altri non
comprendano il vero. Or io credo che non sia perfidioso tanto pertinace, che
voglia oltre calunniare, che per la raggion del spacio che può infinitamente
comprendere, e per la raggione della bontà individuale e numerale de infiniti
mondi che possono essere compresi niente meno che questo uno che noi conosciamo,
hanno ciascuno di essi raggione di convenientemente essere. Perché infinito
spacio ha infinita attitudine, ed in quella infinita attitudine si loda infinito
atto di existenza; per cui l'efficiente infinito non è stimato deficiente, e
per cui l'attitudine non è vana. Contentati dunque, Elpino, di ascoltar altre
raggioni, se altre occorreno a Filoteo.
52 \ ELP.\
Io veggio bene, a dire il vero, che dire il mondo, come dite voi l'universo,
interminato non porta seco inconveniente alcuno, e ne viene a liberar da
innumerabili angustie nelle quali siamo avilupati dal contrario dire. Conosco
particolarmente che ne bisogna con i peripatetici tal volta dir cosa che nella
nostra intenzione non tiene fondamento alcuno: come, dopo aver negato il vacuo,
tanto fuori quanto dentro l'universo, vogliamo pur rispondere alla questione che
cerca dove sia l'universo; e dire quello essere ne le sue parti, per tema di
dire che lo non sia in loco alcuno; come è dire nullibi, nusquam.
Ma non si può togliere che in quel modo è bisogno di dire le parti ritrovarsi
in qualche loco, e l'universo non essere in loco alcuno né in spacio; il qual
dire, come ognun vede, non può essere fondato sopra intenzione alcuna, ma
significa espressamente una pertinace fuga, per non confessar la verità con
ponere il mondo ed universo infinito, o con ponere il spacio infinito; da le
quali ambe posizioni séguita gemina confusione a chi le tiene. Affermo dunque
che, se il tutto è un corpo, e corpo sferico, e per consequenza figurato e
terminato, bisogna che sia terminato in spacio infinito; nel quale, se vogliamo
dire che sia nulla, è necessario concedere che sia il vero vacuo: il quale, se
è, non ha minor raggione in tutto che in questa parte che qua veggiamo capace
di questo mondo; se non è, deve essere il pieno, e consequentemente l'universo
infinito. E non meno insipidamente siegue il mondo essere alicubi, avendo
detto che estra quello è nulla, e che vi è nelle sue parti, che se uno dicesse
Elpino essere alicubi, perché la sua mano è nel suo braccio, l'occhio
nel suo volto, il piè nella gamba, il capo nel suo busto. Ma, per venire alla
conclusione e per non portarmi da sofista fissando il piè su l'apparente
difficoltadi, e spendere il tempo in ciancie, affermo quel che non posso negare:
cioè, che nel spacio infinito o potrebono essere infiniti mondi simili a
questo, o che questo universo stendesse la sua capacità e comprensione di molti
corpi, come son questi, nomati astri; ed ancora che (o simili o dissimili che
sieno questi mondi) non con minor raggione sarebe bene a l'uno l'essere che a
l'altro; perché l'essere de l'altro non ha minor raggione che l'essere de
l'uno, e l'essere di molti non minor che de l'uno e l'altro, e l'essere de
infiniti che di molti. Là onde, come sarebe male la abolizione ed il non essere
di questo mondo, cossì non sarebe buono il non essere de innumerabili altri.
53 \
FRAC.\ Vi esplicate molto bene, e mostrate di comprender bene le raggioni e non
esser sofista, perché accettate quel che non si può negare.
54 \ ELP.\
Pure vorei udire quel che resta di raggione del principio e causa efficiente
eterna: se a quella convegna questo effetto di tal sorte infinito, e se per
tanto in fatto tale effetto sia.
55 \ FIL.\
Questo è quel che io dovevo aggiongere. Perché, dopo aver detto l'universo
dover essere infinito per la capacità ed attitudine del spacio infinito, e per
la possibilità e convenienza dell'essere di innumerabili mondi, come questo;
resta ora provarlo e dalle circostanze dell'efficiente che deve averlo produtto
tale, o, per parlar meglio, produrlo sempre tale, e dalla condizione del modo
nostro de intendere. Possiamo più facilmente argumentare che infinito spacio
sia simile a questo che veggiamo, che argumentare che sia tale quale non lo
veggiamo né per essempio né per similitudine né per proporzione né anco per
imaginazione alcuna la quale al fine non destrugga se medesima. Ora, per
cominciarla: perché vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia
ociosa? perché vogliamo che la divina bontà la quale si può communicare alle
cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed
astrengersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è
niente? perché volete quel centro della divinità, che può infinitamente in
una sfera (se cossì si potesse dire) infinita amplificarse, come invidioso,
rimaner più tosto sterile che farsi comunicabile, padre fecondo, ornato e
bello? voler più tosto comunicarsi diminutamente e, per dir meglio, non
comunicarsi, che secondo la raggione della gloriosa potenza ed esser suo? perché
deve esser frustrata la capacità infinita, defraudata la possibilità de
infiniti mondi che possono essere, pregiudicata la eccellenza della divina
imagine che deverebe più risplendere in uno specchio incontratto e secondo il
suo modo di essere infinito, immenso? perché doviamo affirmar questo che,
posto, mena seco tanti inconvenienti e, senza faurir leggi, religioni, fede o
moralità in modo alcuno, destrugge tanti principii di filosofia? Come vuoi tu
che Dio, e quanto alla potenza e quanto a l'operazione e quanto a l'effetto (che
in lui son medesima cosa), sia determinato, e come termino della convessitudine
di una sfera, più tosto che, come dir si può, termino interminato di cosa
interminata? Termino, dico, senza termine, per esser differente la infinità
dell'uno da l'infinità dell'altro: perché lui è tutto l'infinito
complicatamente e totalmente, ma l'universo è tutto in tutto (se pur in modo
alcuno si può dir totalità, dove non è parte né fine) explicatamente, e non
totalmente; per il che l'uno ha raggion di termine, l'altro ha raggion di
terminato, non per differenza di finito ed infinito, ma perché l'uno è
infinito e l'altro è finiente secondo la raggione del totale e totalmente
essere in tutto quello che, benché sia tutto infinito, non è però totalmente
infinito; perché questo ripugna alla infinità dimensionale.
56 \ ELP.\
Io vorrei meglio intender questo. Però mi farete piacere di esplicarvi alquanto
per quel che dite essere tutto in tutto totalmente, e tutto in tutto l'infinito
e totalmente infinito.
57 \ FIL.\
Io dico l'universo tutto infinito, perché non ha margine, termino, né
superficie; dico l'universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna
parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che
contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude
ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale
è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello.
58 \ ELP.\
Io intendo. Or seguite il vostro proposito.
59 \ FIL.\
Per tutte le raggioni, dunque, per le quali se dice esser conveniente, buono,
necessario questo mondo compreso come finito, deve dirse esserno convenienti e
buoni tutti gli altri innumerabili; a li quali, per medesima raggione, l'omnipotenza
non invidia l'essere; e senza li quali quella, o per non volere o per non
possere, verrebe ad esser biasimata per lasciar un vacuo o, se non vuoi dir
vacuo, un spacio infinito; per cui non solamente verrebe suttratta infinita
perfezione dello ente, ma anco infinita maestà attuale allo efficiente nelle
cose fatte se son fatte, o dependenti se sono eterne. Qual raggione vuole che
vogliamo credere, che l'agente che può fare un buono infinito, lo fa finito? E
se lo fa finito, perché doviamo noi credere che possa farlo infinito, essendo
in lui il possere ed il fare tutto uno? Perché è inmutabile, non ha
contingenzia nella operazione, né nella efficacia, ma da determinata e certa
efficacia depende determinato e certo effetto inmutabilmente; onde non può
essere altro che quello che è; non può esser tale quale non è; non può
posser altro che quel che può; non può voler altro che quel che vuole; e
necessariamente non può far altro che quel che fa; atteso che l'aver potenza
distinta da l'atto conviene solamente a cose mutabili.
60 \
FRAC.\ Certo, non è soggetto di possibilità o di potenza quello che giamai fu,
non è e giamai sarà; e veramente, se il primo efficiente non può voler altro
che quel che vuole, non può far altro che quel che fa. E non veggo come alcuni
intendano quel che dicono della potenza attiva infinita, a cui non corrisponda
potenza passiva infinita, e che quello faccia uno e finito che può far
innumerabili ne l'infinito ed inmenso, essendo l'azion sua necessaria, perché
procede da tal volontà quale, per essere inmutabilissima, anzi la immutabilità
istessa, è ancora la istessa necessità; onde sono a fatto medesima cosa libertà,
volontà, necessità, ed oltre il fare col volere, possere ed essere.
61 \ FIL.\
Voi consentite, e dite molto bene. Adunque, bisogna dir una de due: o che
l'efficiente, possendo dependere da lui l'effetto infinito, sia riconosciuto
come causa e principio d'uno inmenso universo che contiene mondi innumerabili; e
da questo non siegue inconveniente alcuno, anzi tutti convenienti, e secondo la
scienza e secondo le leggi e fede; o che, dependendo da lui un finito universo,
con questi mondi (che son gli astri) di numero determinato, sia conosciuto di
potenza attiva finita e determinata, come l'atto è finito e determinato; perché
quale è l'atto, tale è la volontà, tale è la potenza.
62 \
FRAC.\ Io completto ed ordino un paio di sillogismi in questa maniera. Il primo
efficiente, se volesse far altro che quel che vuol fare, potrebe far altro che
quel che fa; ma non può voler far altro che quel che vuol fare; dunque non può
far altro che quel che fa. Dunque, chi dice l'effetto finito, pone l'operazione
e la potenza finita. Oltre (che viene al medesimo): il primo efficiente non può
far se non quel che vuol fare; non vuol fare se non quel che fa; dunque, non può
fare se non quel che fa. Dunque, chi nega l'effetto infinito, nega la potenza
infinita.
63 \ FIL.\
Questi, se non son semplici, sono demostrativi sillogismi. Tutta volta lodo che
alcuni degni teologi non le admettano; perché, providamente considerando, sanno
che gli rozzi popoli ed ignoranti con questa necessità vegnono a non posser
concipere come possa star la elezione e dignità e meriti di giusticia; onde,
confidati o desperati sotto certo fato, sono necessariamente sceleratissimi.
Come talvolta certi corrottori di leggi, fede e religione, volendo parer savii,
hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scelerati che non
eran prima, dispreggiatori del ben fare ed assicuratissimi ad ogni vizio e
ribaldaria, per le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il
contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso e detrae alla grandezza ed
eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile
conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser
male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che
non son capaci de intenderlo senza iattura di costumi.
64 \
FRAC.\ Vero. Non si è trovato giamai filosofo, dotto ed uomo da bene che, sotto
specie o pretesto alcuno, da tal proposizione avesse voluto tirar la necessità
delli effetti umani e destruggere l'elezione. Come, tra gli altri, Platone ed
Aristotele, con ponere la necessità ed immutabilità in Dio, non poneno meno la
libertà morale e facultà della nostra elezione; perché sanno bene e possono
capire, come siano compossibili questa necessità e questa libertà. Però
alcuni di veri padri e pastori di popoli toglieno forse questo dire ed altro
simile per non donare comodità, a scelerati e seduttori nemici della civilità
e profitto generale, di tirar le noiose conclusioni abusando della semplicità
ed ignoranza di quei che difficilmente possono capire il vero e prontissimamente
sono inclinati al male. E facilmente condonaranno a noi di usar le vere
proposizioni, dalle quali non vogliamo inferir altro che la verità della natura
e dell'eccellenza de l'autor di quella; e le quali non son proposte da noi al
volgo, ma a sapienti soli che possono aver accesso all'intelligenza di nostri
discorsi. Da questo principio depende che gli non men dotti che religiosi
teologi giamai han pregiudicato alla libertà de filosofi; e gli veri, civili e
bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni; perché gli uni e
gli altri sanno che la fede si richiede per l'instituzione di rozzi popoli che
denno esser governati, e la demostrazione per gli contemplativi che sanno
governar sé ed altri.
65 \ ELP.\
Quanto a questa protestazione è detto assai. Ritornate ora al proposito.
66 \ FIL.\
Per venir, dunque, ad inferir quel che vogliamo, dico che, se nel primo
efficiente è potenza infinita, è ancora operazion da la quale depende
l'universo di grandezza infinita e mondi di numero infinito.
67 \ ELP.\
Quel che dite, contiene in sé gran persuasione, se non contiene la verità. Ma
questo che mi par molto verisimile, io lo affermarò per vero, se mi potrete
risolvere di uno importantissimo argomento per il quale è stato ridutto
Aristotele a negar la divina potenza infinita intensivamente, benché la
concedesse estensivamente. Dove la raggione della negazione sua era che, essendo
in Dio cosa medesima potenza e atto, possendo cossì movere infinitamente,
moverebbe infinitamente con vigore infinito; il che se fusse vero, verrebe il
cielo mosso in istante; perché, se il motor più forte muove più velocemente,
il fortissimo muove velocissimamente, l'infinitamente forte muove
istantaneamente. La raggione della affirmazione era, che lui eternamente e
regolatamente muove il primo mobile, secondo quella raggione e misura con la
quale il muove. Vedi dunque per che raggione li attribuisce infinità estensiva
- ma non infinità absoluta - ed intensivamente ancora. Per il che voglio
conchiudere che, sicome la sua potenza motiva infinita è contratta all'atto di
moto secondo velocità finita, cossì la medesima potenza di far l'inmenso ed
innumerabili è limitata dalla sua voluntà al finito e numerabili. Quasi il
medesimo vogliono alcuni teologi, i quali, oltre che concedeno la infinità
estensiva con la quale successivamente perpetua il moto dell'universo,
richiedeno ancora la infinità intensiva con la quale può far mondi
innumerabili, muovere mondi innumerabili, e ciascuno di quelli e tutti quelli
insieme muovere in uno istante: tutta volta, cossì ha temprato con la sua
voluntà la quantità della moltitudine di mondi innumerabili, come la qualità
del moto intensissimo. Dove, come questo moto, che procede pure da potenza
infinita, nulla obstante, è conosciuto finito, cossì facilmente il numero di
corpi mondani potrà esser creduto determinato.
68 \ FIL.\
L'argumento in vero è di maggior persuasione ed apparenza che altro possa
essere; circa il quale è detto già a bastanza per quel, che si vuole che la
volontà divina sia regolatrice, modificatrice e terminatrice della divina
potenza. Onde seguitano innumerabili inconvenienti, secondo la filosofia al
meno; lascio i principii teologali, i quali con tutto ciò non admetteranno che
la divina potenza sia più che la divina volontà o bontà, e generalmente che
uno attributo secondo maggior raggione convegna alla divinità che un altro.
69 \ ELP.\
Or perché dunque hanno quel modo di dire, se non hanno questo modo di
intendere?
70 \ FIL.\
Per penuria di termini ed efficaci resoluzioni.
71 \ ELP.\
Or dunque voi, che avete particular principii, con gli quali affermate l'uno,
cioè che la potenza divina è infinita intensiva ed estensivamente; e che
l'atto non è distinto dalla potenza, e che per questo l'universo è infinito e
gli mondi sono innumerabili; e non negate l'altro, che in fatto ciascuno de li
astri o orbi, come ti piace dire, vien mosso in tempo e non in instante;
mostrate con quai termini e con che risoluzione venete a salvar la vostra, o
togliere l'altrui persuasioni, per le quali giudicano, in conclusione, il
contrario di quel che giudicate voi.
72 \ FIL.\
Per la risoluzion di quel che cercate, dovete avertire prima che, essendo
l'universo infinito ed immobile, non bisogna cercare il motor di quello. Secondo
che, essendo infiniti gli mondi contenuti in quello, quali sono le terre, li
fuochi ed altre specie di corpi chiamati astri, tutti se muoveno dal principio
interno, che è la propria anima, come in altro loco abbiamo provato; e però è
vano andar investigando il lor motore estrinseco. Terzo che questi corpi mondani
si muoveno nella eterea regione non affissi o inchiodati in corpo alcuno più
che questa terra, che è un di quelli, è affissa; la qual però proviamo che
dall'interno animale instinto circuisce il proprio centro, in più maniere, e il
sole. Preposti cotali avertimenti secondo gli nostri principii, non siamo
forzati a dimostrar moto attivo né passivo di vertù infinita intensivamente;
perché il mobile ed il motore è infinito, e l'anima movente ed il corpo moto
concorreno in un finito soggetto; in ciascuno, dico, di detti mondani astri.
Tanto, che il primo principio non è quello che muove; ma, quieto ed immobile, dà
il posser muoversi a infiniti ed innumerabili mondi, grandi e piccoli animali
posti nell'amplissima reggione de l'universo, de quali ciascuno, secondo la
condizione della propria virtù, ha la raggione di mobilità, motività ed altri
accidenti.
73 \ ELP.\
Voi siete fortificato molto, ma non già per questo gittate la machina delle
contrarie opinioni. Le quali tutte hanno per famoso e come presupposto, che l'Optimo
Massimo muove il tutto. Tu dici che dona il muoversi al tutto che si muove; e
però il moto accade secondo la virtù del prossimo motore. Certo, mi pare più
tosto raggionevole di vantaggio che meno conveniente questo tuo dire che il
comune determinare; tutta volta, - per quel che solete dire circa l'anima del
mondo e circa l'essenza divina, che è tutta in tutto, empie tutto ed è più
intrinseca alle cose che la essenzia propria de quelle, perché è la essenzia
de le essenzie, vita de le vite, anima de le anime, - però non meno mi par che
possiamo dire lui movere il tutto, che dare al tutto il muoversi. Onde il dubio
già fatto par che anco stia su li suoi piedi.
74 \ FIL.\
Ed in questo facilmente posso satisfarvi. Dico, dunque, che nelle cose è da
contemplare, se cossì volete doi principii attivi di moto: l'uno finito secondo
la raggione del finito soggetto, e questo muove in tempo; l'altro infinito
secondo la raggione dell'anima del mondo, overo della divinità, che è come
anima de l'anima, la quale è tutta in tutto e fa esser l'anima tutta in tutto;
e questo muove in istante. La terra dunque ha dui moti. Cossì tutti gli corpi
che si muoveno, hanno dui principii di moto; de quali il principio infinito è
quello che insieme insieme muove ed ha mosso; onde, secondo quella raggione, il
corpo mobile non meno è stabilissimo che mobilissimo. Come appare nella
presente figura, che voglio significhe la terra; che è mossa in instante in
quanto che ha motore di virtù infinita. Quella, movendosi con il centro da A in
E, e tornando da E in A, e questo essendo in uno instante, insieme insieme e in
A ed in E ed in tutti gli luoghi tramezzanti; e però insieme insieme è partita
e ritornata; e questo essendo sempre cossì, aviene che sempre sia stabilissima.
Similmente, quanto al suo moto circa il centro, dove è il suo oriente I, il
mezzo giorno V, l'occidente K, il merinozio O; ciascuno di questi punti
circuisce per virtù di polso infinito; e però ciascuno di quelli insieme
insieme è partito ed è ritornato; per consequenza è fisso sempre, ed è dove
era. Tanto che, in conclusione, questi corpi essere mossi da virtù infinita è
medesimo che non esser mossi; perché movere in instante e non movere è tutto
medesimo ed uno. Rimane, dunque, l'altro principio attivo del moto, il quale è
dalla virtù intrinseca, e per conseguenza è in tempo e certa successione; e
questo moto è distinto dalla quiete. Ecco, dunque, come possiamo dire Dio
muovere il tutto; e come doviamo intendere, che dà il muoversi al tutto che si
muove.
75 \ ELP.\
Or che tanto alta ed efficacemente mi hai tolta e risoluta questa difficoltà,
io cedo a fatto al vostro giudizio, e spero oltre sempre da voi ricevere simili
resoluzioni; perché, benché in poco sin ora io v'abbia pratticato e tentato,
ho pur ricevuto e conceputo assai; e spero di gran vantaggio più; perché,
benché a pieno non vegga l'animo vostro, dal raggio che diffonde scorgo che
dentro si rinchiude o un sole oppure un luminar maggiore. E da oggi in poi, non
con speranza di superar la vostra sufficienza, ma con dissegno di porgere
occasione a vostre elucidazioni, ritornarò a proporvi, se vi dignarete di farvi
ritrovar per tanti giorni alla medesima ora in questo loco, quanti bastaranno ad
udir ed intender tanto che mi quiete a fatto la mente.
76 \ FIL.\
Cossì farò.
77 \
FRAC.\ Sarai gratissimo, e vi saremo attentissimi auditori.
78 \ BUR.\
Ed io, quantunque poco intendente, se non intenderò li sentimenti, ascoltarò
le paroli; se non ascoltarò le paroli, udirò la voce. Adio!
Dialogo 2
1 \ FIL.\ Perché il primo principio è simplicissimo, però, se
secondo uno attributo fusse finito, sarebe finito secondo tutti gli attributi; o
pure, secondo certa raggione intrinseca essendo finito e secondo certa infinito,
necessariamente in lui si intenderebe essere composizione. Se, dunque, lui è
operatore de l'universo, certo è operatore infinito e riguarda effetto
infinito; effetto dico, in quanto che tutto ha dependenza da lui. Oltre, sicome
la nostra imaginazione è potente di procedere in infinito, imaginando sempre
grandezza dimensionale oltra grandezza e numero oltra numero, secondo certa
successione e, come se dice, in potenzia, cossì si deve intendere che Dio
attualmente intende infinita dimensione ed infinito numero. E da questo
intendere séguita la possibilità con la convenienza ed opportunità, che
ponemo essere: dove, come la potenza attiva è infinita, cossì, per necessaria
conseguenza, il soggetto di tal potenza è infinito; perché, come altre volte
abiamo dimostrato, il posser fare pone il posser esser fatto, il dimensionativo
pone il dimensionabile, il dimensionante pone il dimensionato. Giongi a questo
che, come realmente si trovano corpi dimensionati finiti, cossì l'intelletto
primo intende corpo e dimensione. Se lo intende, non meno lo intende infinito;
se lo intende infinito ed il corpo è inteso infinito, necessariamente tal
specie intelligibile è; e per esser produtta da tale intelletto, quale è il
divino, è realissima; e talmente reale, che ha più necessario essere che
quello che attualmente è avanti gli nostri occhi sensitivi. Quando, se ben
consideri, aviene che, come veramente è uno individuo infinito simplicissimo,
cossì sia uno amplissimo dimensionale infinito, il quale sia in quello, e nel
quale sia quello, al modo con cui lui è nel tutto, ed il tutto è in lui.
Appresso, se per la qualità corporale veggiamo che un corpo ha potenza di
aumentarsi in infinito; come si vede nel fuoco, il quale, come ognun concede, si
amplificarebe in infinito, se si gli avicinasse materia ed esca; qual raggion
vuole, che il fuoco, che può essere infinito e può esser per conseguenza fatto
infinito, non possa attualmente trovarsi infinito? Certo non so, come possiamo
fengere nella materia essere qualche cosa in potenza passiva che non sia in
potenza attiva nell'efficiente, e per conseguenza in atto, anzi l'istesso atto.
Certo, il dire che lo infinito è in potenza ed in certa successione e non in
atto necessariamente apporta seco che la potenza attiva possa ponere questo in
atto successivo e non in atto compito; perché l'infinito non può esser
compito. Onde seguitarebe ancora che la prima causa non ha potenza attiva
semplice, absoluta ed una; ma una potenza attiva a cui risponde la possibilità
infinita successiva, ed un'altra a cui responde la possibilità indistinta da
l'atto. Lascio che, essendo terminato il mondo, e non essendo modo di imaginare
come una cosa corporea venga circonferenzialmente a finirsi ad una cosa
incorporea, sarebe questo mondo in potenza e facultà di svanirsi ed annullarsi:
perché, per quanto comprendemo, tutt'i corpi sono dissolubili. Lascio, dico,
che non sarebe raggion che tolga che tal volta l'inane infinito, benché non si
possa capire di potenza attiva, debba assorbire questo mondo come un nulla.
Lascio che il luogo, spacio ed inane ha similitudine con la materia, se pur non
è la materia istessa; come forse non senza caggione tal volta par che voglia
Platone e tutti quelli che definiscono il luogo come certo spacio. Ora, se la
materia ha il suo appetito, il quale non deve essere in vano, perché tale
appetito è della natura e procede da l'ordine della prima natura, bisogna che
il loco, il spacio, l'inane abbiano cotale appetito. Lascio che, come è stato
di sopra accennato, nessun di questi che dice il mondo terminato, dopo aver
affirmato il termine, sa in modo alcuno fingere come quello sia; ed insieme
insieme alcun di questi, negando il vacuo ed inane con le proposte e paroli, con
l'esecuzione poi ed effetto viene a ponerlo necessariamente. Se è vacuo ed
inane, è certo capace di ricevere; e questo non si può in modo alcuno negare,
atteso che - per tal raggione medesima, per la quale è stimato impossibile che
nel spacio dove è questo mondo, insieme insieme si trove contenuto un altro
mondo - deve esser detto possibile che nel spacio fuor di questo mondo, o in
quel niente, se cossì dir vuole Aristotele quello che non vuol dir vacuo, possa
essere contenuto. La raggione, per la quale lui dice dui corpi non possere
essere insieme, è l'incompossibilità delle dimensioni di uno ed un altro
corpo: resta, dunque, per quanto richiede tal raggione, che dove non sono le
dimensioni de l'uno, possono essere le dimensioni de l'altro. Se questa potenza
vi è, dunque il spacio in certo modo è materia; se è materia, ha l'aptitudine;
se ha l'aptitudine, per qual raggione doviamo negargli l'atto?
2 \ ELP.\
Molto bene. Ma di grazia, procediate in altro; fatemi intendere come differenza
fate tra il mondo e l'universo.
3 \ FIL.\
La differenza è molto divolgata fuor della scola peripatetica. Gli stoici fanno
differenza tra il mondo e l'universo, perché il mondo è tutto quello che è
pieno e costa di corpo solido; l'universo è non solamente il mondo, ma oltre il
vacuo, inane e spacio extra di quello: e però dicono il mondo essere finito, ma
l'universo infinito. Epicuro similmente il tutto ed universo chiama una
mescuglia di corpi ed inane; ed in questo dice consistere la natura del mondo,
il quale è infinito: e nella capacità dell'inane e vacuo e, oltre, nella
moltitudine di corpi che sono in quello. Noi non diciamo vacuo alcuno, come
quello che sia semplicemente nulla; ma secondo quella raggione, con la quale ciò
che non è corpo che resista sensibilmente, tutto suole esser chiamato, se ha
dimensione, vacuo: atteso che comunmente non apprendeno l'esser corpo, se non
con la proprietà di resistenza; onde dicono che, sicome non è carne quello che
non è vulnerabile, cossì non è corpo quello che non resiste. In questo modo
diciamo esser un infinito, cioè una eterea regione inmensa, nella quale sono
innumerabili ed infiniti corpi, come la terra, la luna ed il sole; li quali da
noi son chiamati mondi composti di pieno e vacuo: perché questo spirito, questo
aria, questo etere non solamente è circa questi corpi, ma ancora penetra dentro
tutti, e viene insito in ogni cosa. Diciamo ancora vacuo secondo quella raggione,
per la quale rispondemo alla questione che dimandasse dove è l'etere infinito e
gli mondi; e noi rispondessimo: in un spacio infinito, in un certo seno nel
quale ed è e s'intende il tutto, ed il quale non si può intendere né essere
in altro.
4 Or qua
Aristotele, confusamente prendendo il vacuo secondo queste due significazioni ed
un'altra terza, che lui fenge e lui medesimo non sa nominare né diffinire, si
va dibattendo per togliere il vacuo: e pensa con il medesimo modo di argumentare
destruggere a fatto tutte le opinioni del vacuo. Le quali però non tocca, più
che se, per aver tolto il nome di qualche cosa, alcuno pensasse di aver tolta la
cosa; perché destrugge, se pur destrugge, il vacuo secondo quella raggione la
quale forse non è stata presa da alcuno: atteso che gli antichi e noi prendiamo
il vacuo per quello in cui può esser corpo e che può contener qualche cosa ed
in cui sono gli atomi e gli corpi; e lui solo diffinisce il vacuo per quello che
è nulla, in cui è nulla e non può esser nulla. Laonde, prendendo il vacuo per
nome ed intenzione secondo la quale nessuno lo intese, vien a far castelli in
aria e destruggere il suo vacuo e non quello di tutti gli altri che han parlato
di vacuo e si son serviti di questo nome vacuo. Non altrimenti fa questo sofista
in tutti gli altri propositi, come del moto, infinito, materia, forma,
demostrazione, ente; dove sempre edifica sopra la fede della sua definizion
propria e nome preso secondo nova significazione. Onde ciascun che non è a
fatto privo di giudizio, può facilmente accorgersi quanto quest'uomo sia
superficiale circa la considerazion della natura de le cose, e quanto sia
attaccato alle sue non concedute, né degne d'esserno concedute, supposizioni,
più vane nella sua natural filosofia che giamai si possano fingere nella
matematica. E vedete che di questa vanità tanto si gloriò e si compiacque che,
in proposito della considerazion di cose naturali, ambisce tanto di esser
stimato raziocinale o, come vogliam dire logico, che, per modo d'improperio,
quelli che son stati più solleciti della natura, realità e verità, le chiama
fisici. Or, per venire a noi, atteso che nel suo libro Del vacuo né
diretta né indirettamente dice cosa che possa degnamente militare contra la
nostra intenzione, lo lasciamo star cossì, rimettendolo forse a più ociosa
occasione. Dunque, se ti piace, Elpino, forma ed ordina quelle raggioni, per le
quali l'infinito corpo non viene admesso da gli nostri adversarii, ed appresso
quelle, per le quali non possono comprendere essere mondi innumerabili.
5 \ ELP.\
Cossì farò. Io referirò le sentenze d'Aristotele per ordine, e voi direte
circa quelle ciò che vi occorre. "È da considerare", dice egli,
"se si trova corpo infinito, come alcuni antichi filosofi dicono, o pur
questo sia una cosa impossibile; ed appresso è da vedere se sia uno over più
mondi. La risoluzion de le quali questioni è importantissima: perché l'una e
l'altra parte della contradizione son di tanto momento, che son principio di due
sorte di filosofare molto diverso e contrario: come, per essempio, veggiamo, che
da quel primo error di coloro che hanno poste le parti individue, hanno chiuso
il camino di tal sorte, che vegnono ad errare in gran parte della matematica.
Snodaremo dunque proposito di gran momento per le passate, presenti e future
difficultadi; perché, quantunque poco di trasgressione che si fa nel principio,
viene per diecemila volte a farsi maggiore nel progresso; come, per
similitudine, nell'errore che si fa nel principio di qualche camino, il quale
tanto più si va aumentando e crescendo, quanto maggior progresso si fa
allontanandosi dal principio, di sorte che al fine si viene ad giongere a
termine contrario a quello che era proposto. E la raggion di questo è, che gli
principii son piccioli in grandezza e grandissimi in efficacia. Questa è la
raggione della determinazione di questo dubio".
6 \ FIL.\
Tutto lo che dice è necessarissimo, e non meno degno di esser detto da gli
altri che da lui; perché, sicome lui crede, che da questo principio mal inteso
gli aversarii sono trascorsi in grandi errori, cossì, a l'apposito, noi credemo
e veggiamo aperto, che dal contrario di questo principio lui ha pervertita tutta
la considerazion naturale.
7 \ ELP.\
Soggionge: "Bisogna dunque, che veggiamo, se è possibile, che sia corpo
semplice di grandezza infinita; il che primeramente deve esser mostrato
impossibile in quel primo corpo, che si muove circularmente; appresso, negli
altri corpi; perché, essendo ogni corpo o semplice o composto, questo, che è
composto, siegue la disposizion di quello che è semplice. Se, dunque, gli corpi
semplici non sono infiniti né di numero né di grandezza, necessariamente non
potrà esser tale corpo composto".
8 \ FIL.\
Promette molto bene; perché, se lui provarà, che il corpo il quale è chiamato
continente e primo, sia continente, primo e finito, sarà anco soverchio e vano
di provarlo appresso di corpi contenuti.
9 \ ELP.\
Or prova che il corpo rotondo non è infinito. "Se il corpo rotondo è
infinito, le linee, che si partono dal mezzo, saranno infinite, e la distanza
d'un semidiametro da l'altro (gli quali, quanto più si discostano dal centro,
tanto maggior distanza acquistano) sarà infinita; perché dalla addizione delle
linee secondo la longitudine è necessario che siegua maggior distanza; e però,
se le linee sono infinite, la distanza ancora sarà infinita. Or è cosa
impossibile, che il mobile possa trascorrere distanza infinita: e nel moto
circolare è bisogno, che una linea semidiametrale del mobile venga al luogo
dell'altro ed altro semidiametro".
10 \ FIL.\
Questa raggione è buona, ma non è a proposito contra l'intenzione de gli
aversarii. Perché giamai s'è ritrovato sì rozzo e d'ingegno sì grosso, che
abbia posto il mondo.infinito e magnitudine infinita, e quella mobile. E mostra
lui medesimo essersi dismenticato di quel che riferisce nella sua Fisica:
che quei che hanno posto uno ente ed uno principio infinito, hanno posto
similmente inmobile; e né lui ancora, né altro per lui, potrà nominar mai
alcun filosofo o pur uomo ordinario che abbia detto magnitudine infinita mobile.
Ma costui, come sofista, prende una parte della sua argumentazione dalla
conclusione dell'aversario, supponendo il proprio principio, che l'universo è
mobile, anzi che si muove, e che è di figura sferica. Or vedete, se de quante
raggioni produce questo mendico, se ne ritrove pur una che argumente contra
l'intenzione di quei, che dicono uno infinito, inmobile, infigurato,
spaciosissimo continente de innumerabili mobili, che son gli mondi, che son
chiamati astri da altri, e da altri sfere; vedete un poco in questa ed altre
raggioni, se mena presuppositi conceduti da alcuno.
11 \ ELP.\
Certo, tutte le sei raggioni sono fondate sopra quel presupposito, cioè che l'aversario
dica, che l'universo sia infinito, e che gli admetta, che quello infinito sia
mobile: il che certo è una sciocchezza, anzi una irrazionalità, se pur per
sorte non vogliamo far concorrere in uno l'infinito moto e l'infinita quiete,
come mi verificaste ieri in proposito di mondi particolari.
12 \ FIL.\
Questo non voglio dire in proposito de l'universo, al quale, per raggion veruna,
gli deve essere attribuito il moto; perché questo non può, né deve convenire,
né richiedersi a l'infinito; e giamai, come è detto, si trovò chi lo
imaginasse. Ma questo filosofo, come quello che avea caristia di terreno,
edifica tai castelli in aria.
13 \ ELP.\
Certo, desiderarei un argumento, che impugnasse questo che dite; perché cinque
altre raggioni, che apporta questo filosofo, tutte fanno il medesimo camino, e
vanno con gli medesimi piedi. Però mi par cosa soverchia di apportarle. Or,
dopo che ebbe prodotte queste, che versano circa il moto mondano e circolare,
procede a proponer quelle, che son fondate sopra il moto retto; e dice parimente
"essere impossibile, che qualche cosa sia mobile di infinito moto verso il
mezzo, o al basso, oltre verso ad alto dal mezzo"; ed il prova prima dal
canto di moti proprii di tai corpi, e questo sì quanto a gli corpi estremi, sì
quanto agli tramezzanti. "Il moto ad alto", dice egli, "ed il
moto al basso son contrarii: ed il luogo de l'un moto è contrario al luogo de
l'altro moto. De gli contrarii ancora, se l'uno è determinato, bisogna che sia
determinato ancor l'altro; ed il tramezzante, che è partecipe de l'uno e
l'altro determinato, convien che sia tale ancor lui; perché non da
qualsivoglia, ma da certa parte bisogna che si parta quello che deve passar
oltre il mezzo, perché è un certo termine, onde cominciano, ed è un altro
termine, ove si finisceno i limiti del mezzo. Essendo dunque determinato il
mezzo, bisogna che sieno determinati gli estremi; e se gli estremi son
determinati, bisogna che sia determinato il mezzo; e se gli luoghi son
determinati, bisogna che gli corpi collocati sieno tali ancora, perché
altrimente il moto sarà infinito. Oltre, quanto alla gravità e levità, il
corpo, che va verso alto, può devenire a questo, che sia in tal luogo: perché
nessuna inclinazion naturale è in vano. Dunque, non essendo spacio del mondo
infinito, non è luogo, né corpo infinito. Quanto al peso ancora, non è grave
e leve infinito; dunque, non è corpo infinito: come è necessario, che, se il
corpo grave è infinito, la sua gravità sia infinita. E questo non si può
fuggire; perché, se tu volessi dire, che il corpo infinito ha gravità
infinita, seguitarebono tre inconvenienti. Primo, che medesima sarebe la gravità
o levità di corpo finito ed infinito; perché al corpo finito grave, per quanto
è sopraavanzato dal corpo infinito, io farrò addizione e suttrazione di altro
ed altro tanto, fin che possa aggiungere a quella medesima quantità di gravità
e levità. Secondo, che la gravità della grandezza finita potrebe esser
maggiore che quella de l'infinita; perché con tal raggione, per la quale gli può
essere equale, gli può ancora essere superiore, con aggiungere quanto ti piace
più di corpo grave, o suttrarre di questo, o pur aggiongere di corpo lieve.
Terzo, che la gravità della grandezza finita ed infinita sarebbe equale; e
perché quella proporzione, che ha la gravità alla gravità, la medesima ha la
velocità alla velocità, seguitarebe similmente, che la medesima velocità e
tardità si potrebero trovare in corpo finito ed infinito. Quarto, che la
velocità del corpo finito potrebe esser maggiore di quella de l'infinito.
Quinto, che potrebe essere equale; o pur, sicome il grave eccede il grave, cossì
la velocità excede la velocità: trovandosi gravità infinita, sarà necessario
che si muova per alcun spacio in manco tempo, che la gravità finita; o vero non
si muova, perché la velocità e tardità séguita la grandezza del corpo. Onde,
non essendo proporzione tra il finito ed infinito, bisognarà al fine, che il
grave infinito non si muova; perché, s'egli si muove, non si muove tanto
velocemente, che non si trove gravità finita, che nel medesimo tempo, per il
medesimo spacio, faccia il medesimo progresso".
14 \ FIL.\
È impossibile di trovare un altro che, sotto titolo di filosofo, fengesse più
vane supposizioni e si fabricasse sì stolte posizioni al contrario, per dar
luogo a tanta levità quanta si vede nelle raggioni di costui. Or, per quanto
appartiene a quel che dice de' luoghi proprii di corpi e del determinato alto,
basso ed infra, vorei sapere contra qual posizione argumente costui. Perché
tutti quelli che poneno corpo e grandezza infinita, non poneno mezzo né estremo
in quella. Perché chi dice l'inane, il vacuo, l'etere infinito, non gli
attribuisce gravità, né levità, né moto, né regione superiore, né
inferiore, né mezzana; e ponendo poi quelli in cotal spacio infiniti corpi,
come è questa terra, quella e quell'altra terra, questo sole, quello e
quell'altro sole, tutti fanno gli lor circuiti dentro questo spacio infinito per
spacii finiti e determinati o pur circa gli proprii centri. Cossì noi che siamo
in terra, diciamo la terra essere al mezzo, e tutti gli filosofi moderni ed
antichi, sieno di qualsivoglia setta, diranno questa essere in mezzo senza
pregiudicare a' suoi principii; come noi diciamo al riguardo dell'orizonte
magiore di questa eterea regione che ne sta in circa, terminata da quello
equidistante circolo, al riguardo di cui noi siamo come al centro. Come niente
manco coloro che sono nella luna, s'intendeno aver circa questa terra, il sole
ed altre ed altre stelle, che sono circa il mezzo ed il termine de gli proprii
semidiametri del proprio orizonte; cossì non è più centro la terra che
qualsivoglia altro corpo mondano, e non son più certi determinati poli alla
terra che la terra sia un certo e determinato polo a qualch'altro punto
dell'etere e spacio mondano; e similmente de tutti gli altri corpi; li quali
medesimi, per diversi riguardi, tutti sono e centri e punti di circunferenza e
poli e zenithi ed altre differenze. La terra, dunque, non è absolutamente in
mezzo de l'universo, ma al riguardo di questa nostra reggione.
15 Procede,
dunque, questo disputante con petizione di principio e presupposizione di quello
che deve provare. Prende, dico, per principio l'equivalente all'opposito della
contraria posizione; presupponendo mezzo ed estremo contra quelli che, dicendo
il mondo infinito, insieme insieme negano questo estremo e mezzo necessariamente
e per consequenza il moto ad alto e supremo luogo, ed al basso ed infimo.
Vederno dunque gli antichi, e veggiamo ancor noi, che qualche cosa viene alla
terra ove siamo, e qualche cosa par che si parta della terra o pur dal luogo
dove siamo. Dove, se diciamo e vogliam dir che il moto di tal cose è ad alto ed
al basso, se intende in certa regione, in certi rispetti; di sorte che, se
qualche cosa, allontanandosi da noi, procede verso la luna, come noi diciamo che
quella ascende, color che sono nella luna nostri anticefi, diranno che descende.
Que' moti, dunque, che sono nell'universo, non hanno differenza alcuna di su, di
giù, di qua, di là al rispetto dell'infinito universo, ma di finiti mondi che
sono in quello, o presi secondo le amplitudini di innumerabili orizonti mondani
o secondo il numero di innumerabili astri; dove ancora la medesima cosa, secondo
il medesimo moto, al riguardo de diversi, si dice andar da alto e da basso.
Determinati corpi, dunque, non hanno moto infinito, ma finito e determinato
circa gli proprii termini. Ma de l'indeterminato ed infinito non è finito né
infinito moto, e non è differenza di loco né di tempo.
16 Quanto
poi all'argomento che fa dalla gravità e levità, diciamo che questo è un de'
più bei frutti che potesse produrre l'arbore della stolida ignoranza. Perché
gravità, come dimostraremo nel luogo di questa considerazione, non si trova in
corpo alcuno intiero e naturalmente disposto e collocato; e però non sono
differenze che denno distinguere la natura di luoghi e raggion di moto. Oltre
che mostraremo, che grave e lieve viene ad esser detta medesima cosa secondo il
medesimo appulso e moto al riguardo di diversi mezzi; come anco al rispetto di
diversi, medesima cosa se dice essere alta e bassa, muoversi su e giù. E questo
dico quanto a gli corpi particulari e mondi particulari; de quali nessuno è
grave o lieve: e ne gli quali le parti, allontanandosi e diffondendosi da
quelli, si chiamano lievi; e ritornando a gli medesimi, si chiamano gravi; come
le particole de la terra o di cose terrestri verso la circonferenza de l'etere
se dicono salire, e verso il suo tutto se dicono descendere. Ma quanto
all'universo e corpo infinito, chi si ritrovò giamai che dicesse grave o lieve?
o pur chi puose tai principii e delirò talmente che per conseguenza possa
inferirse dal suo dire, che l'infinito sia grave o lieve? debbia ascendere,
montare o poggiare? Noi mostraremo come de infiniti corpi che sono, nessuno è
grave, né lieve. Perché queste qualitadi accadeno alle parti per quanto
tendeno al suo tutto e luogo della sua conservazione, e però non hanno riguardo
all'universo, ma agli proprii mondi continenti ed intieri; come ne la terra,
volendo le parti del fuoco liberarsi e poggiar verso il sole, menano sempre seco
qualche porzione de l'arida e de l'acqua a cui son congionte; le quali,
essendono moltiplicate sopra o in alto, cossì con proprio e naturalissimo
appulso ritornano al suo luogo. Oltre e per conseguenza rinforzate, che gli gran
corpi sieno gravi o lievi non è possibile, essendo l'universo infinito; e per
tanto non hanno raggione di lontananza o propinquità dalla o alla circonferenza
o centro; indi non è più grave la terra nel suo luogo, che il sole nel suo,
Saturno nel suo, la tramontana nel suo. Potremo però dire che, come sono le
parti della terra che ritornano alla terra per la loro gravità, - ché cossì
vogliamo dire l'appulso de le parti al tutto, e del peregrino al proprio loco, -
cossì sono le parti de li altri corpi, come possono esser infinite altre terre
o di simile condizione, infiniti altri soli o fuochi o di simile natura. Tutti
si moveno dalli luoghi circonferenziali al proprio continente, come al mezzo:
onde seguitarebe che sieno infiniti corpi gravi secondo il numero. Non però
verrà ad essere gravità infinita, come in un soggetto ed intensivamente, ma
come in innumerabili soggetti ed estensivamente. E questo è quello che séguita
dal dire di tutti gli antichi e nostro; e contra questo non ebbe argumento
alcuno questo disputante. Quel, dunque, che lui dice dell'impossibilità
dell'infinito grave, è tanto vero ed aperto che è vergogna a farne menzione;
ed in modo alcuno non appartiene a destruggere l'altrui e confirmar la propria
filosofia; ma son propositi tutti e paroli gittati al vento.
17 \ ELP.\
La vanità di costui nelle predette raggioni è più che manifesta, di sorte che
non bastarebbe tutta l'arte persuasiva di escusarla. Or udite le raggioni che
soggionge per conchiudere universalmente che non sia corpo infinito.
"Or", dice lui, "essendo manifesto a quelli che rimirano alle
cose particolari, che non è corpo infinito, resta di vedere al generale, se sia
questo possibile. Perché potrebe alcuno dire che, sicome il mondo è cossì
disposto circa di noi, cossì non sia impossibile che sieno altri più cieli.
Ma, prima che vengamo a questo, raggioniamo generalmente dell'infinito. È
dunque necessario, che ogni corpo o sia infinito; e questo o sia tutto di parte
similari, o di parte dissimilari; e queste o costano di specie finite, o pur di
specie infinite. Non è possibile, che coste de infinite specie, se vogliamo
presupponere quel ch'abbiamo detto, cioè che sieno più mondi simili a questo;
perché, sicome è disposto questo mondo circa noi, cossì sia disposto circa
altri, e sieno altri cieli. Perché, se son determinati gli primi moti, che sono
circa il mezzo, bisogna che sieno determinati li moti secondi; e per tanto, come
già distinguemo cinque sorte di corpi, de quali dui son semplicemente gravi o
lievi, e dui mediocremente gravi o lievi, ed uno né grave, né lieve, ma agile
circa il centro, cossì deve essere ne gli altri mondi. Non è dunque possibile,
che coste d'infinite specie. Non è ancora possibile che coste di specie
finite". E primieramente prova, che non costa di specie finite dissimilari,
per quattro raggioni, de quali la prima è, che "ciascuna di queste parti
infinite sarà acqua o fuoco, e per consequenza cosa grave o lieve. E questo è
stato dimostrato impossibile, quando si è visto, che non è gravità, né levità
infinita".
18 \ FIL.\
Noi abbiamo assai detto, quando rispondevamo a quello.
19 \ ELP.\
Io lo so. Soggionge la seconda raggione, dicendo, che "bisogna che di
queste specie ciascuna sia infinita, e per consequenza il luoco di ciascuna deve
essere infinito: onde seguitarà che il moto di ciascuna sia infinito; il che è
impossibile. Perché non può essere, che un corpo che va giù, corra per
infinito al basso; il che è manifesto da quel che si trova in tutt'i moti e
trasmutazioni. Come nella generazione non si cerca di fare quel che non può
esser fatto, cossì nel moto locale non si cerca il luogo, ove non si possa
giunger mai; e quello che non è possibile che sia in Egitto, è impossibile che
si muova in verso Egitto; perché la natura nessuna cosa opra in vano.
Impossibile è, dunque, che cosa si muova verso là dove non può
pervenire".
20 \ FIL.\
A questo si è risposto assai; e diciamo che son terre infinite, son soli
infiniti, è etere infinito; o secondo il dir di Democrito ed Epicuro, è pieno
e vacuo infinito; l'uno insito ne l'altro. E son diverse specie finite, le une
comprese da le altre, e le une ordinate a le altre. Le quali specie diverse
tutte se hanno come concorrenti a fare un intiero universo infinito, e come
ancora infinite parti de l'infinito, in quanto che da infinite terre simili a
questa proviene in atto terra infinita, non come un solo continuo, ma come un
compreso dalla innumerabile moltitudine di quelle. Similmente se intende de le
altre specie di corpi, sieno quattro o sieno due o sieno tre o quante si voglia
(non determino al presente); le quali, come che sono parte (in modo che si
possono dir parte) de l'infinito, bisogna che sieno infinite, secondo la mole
che resulta da tal moltitudine. Or qui non bisogna che il grave vada in infinito
al basso. Ma come questo grave va al suo prossimo e connatural corpo, cossì
quello al suo, quell'altro al suo. Ha questa terra le parti che appartengono a
lei; ha quella terra le parti sue appartenenti a sé. Cossì ha quel sole le sue
parti che si diffondeno da lui e cercano di ritornare a lui; ed altri corpi
similmente riaccoglieno naturalmente le sue parti. Onde, sì come le margini e
le distanze de gli uni corpi a gli altri corpi son finite, cossì gli moti son
finiti; e sicome nessuno si parte da Grecia per andare in infinito, ma per andar
in Italia o in Egitto, cossì, quando parte di terra o di sole si move, non si
propone infinito, ma finito e termine. Tutta volta, essendo l'universo infinito
e gli corpi suoi tutti trasmutabili, tutti per conseguenza diffondeno sempre da
sé e sempre in sé accoglieno, mandano del proprio fuora e accogliono dentro
del peregrino. Non stimo che sia cosa assorda ed inconveniente, anzi
convenientissima e naturale, che sieno transmutazion finite possibili ad
accadere ad un soggetto; e però de particole de la terra vagar l'eterea regione
e occorrere per l'inmenso spacio ora ad un corpo ora ad un altro, non meno che
veggiamo le medesime particole cangiarsi di luogo, di disposizione e di forma,
essendono ancora appresso di noi. Onde questa terra, se è eterna ed è
perpetua, non è tale per la consistenza di sue medesime parti e di medesimi
suoi individui, ma per la vicissitudine de altri che diffonde, ed altri che gli
succedeno in luogo di quelli; in modo che, di medesima anima ed intelligenza, il
corpo sempre si va a parte a parte cangiando e rinovando. Come appare anco ne
gli animali, li quali non si continuano altrimente se non con gli nutrimenti che
riceveno, ed escrementi che sempre mandano; onde chi ben considera saprà che
giovani non abbiamo la medesima carne che avevamo fanciulli, e vecchi non
abbiamo quella medesima che quando eravamo giovani; perché siamo in continua
trasmutazione, la qual porta seco che in noi continuamente influiscano nuovi
atomi e da noi se dipartano li già altre volte accolti. Come circa il sperma,
giongendosi atomi ad atomi per la virtù dell'intelletto generale ed anima
(mediante la fabrica in cui, come materia, concorreno), se viene a formare e
crescere il corpo, quando l'influsso de gli atomi è maggior che l'efflusso, e
poi il medesimo corpo è in certa consistenza quando l'efflusso è equale a
l'influsso, ed al fine va in declinazione, essendo l'efflusso maggior che
l'influsso. Non dico l'efflusso ed influsso assolutamente, ma l'efflusso del
conveniente e natio e l'influsso del peregrino e sconveniente; il quale non può
esser vinto dal debilitato principio per l'efflusso; il quale è pur continuo
del vitale come del non vitale. Per venir, dunque, al punto, dico che per cotal
vicissitudine non è inconveniente, ma raggionevolissimo dire, che le parti ed
atomi abbiano corso e moto infinito per le infinite vicissitudini e
transmutazioni tanto di forme quanto di luoghi. Inconveniente sarebbe se, come a
prosimo termine prescritto di transmutazion locale, over di alterazione, si
trovasse cosa che tendesse in infinito. Il che non può essere, atteso che, non
sì tosto una cosa è mossa da uno che si trove in un altro luogo, è spogliata
di una che non sia investita di un'altra disposizione, e lasciato uno che non
abbia preso un altro essere; il quale necessariamente séguita dalla
alterazione; la quale necessariamente séguita dalla mutazion locale. Tanto che
il soggetto prossimo e formato non può muoversi se non finitamente, perché
facilmente accoglie un'altra forma se muta loco. Il soggetto primo e formabile
se muove infinitamente, e secondo il spacio e secondo il numero delle
figurazioni; mentre le parti della materia s'intrudeno ed extrudeno da questo in
quello e in quell'altro loco, parte e tutto.
21 \ ELP.\
Io intendo molto bene. Soggionge per terza raggione, che, "se si dicesse
l'infinito discreto e disgionto, onde debbano essere individui e particolari
fuochi infiniti, e ciascun di quelli poi essere finito, nientemanco accaderà,
che quel fuoco, che resulta da tutti gl'individui, debba essere infinito".
22 \ FIL.\
Questo ho già conceduto; e per sapersi questo, lui non dovea forzarsi contra di
ciò da che non séguita inconveniente alcuno. Perché, se il corpo vien
disgiunto o diviso in parte localmente distinte, de le quali l'una pondere
cento, l'altra mille, l'altra diece, seguitarà che il tutto pondere mille cento
e diece. Ma ciò sarà secondo più pesi discreti, e non secondo un peso
continuo. Or noi e gli antichi non abbiamo per inconveniente che in parti
discrete se ritrove peso infinito; perché da quelle resulta un peso
logicamente, o pur aritmetrica o geometricamente, che vera e naturalmente non
fanno un peso, come non fanno una mole infinita, ma fanno infinite mole e pesi
finiti. Il che dire, imaginare ed essere, non è il medesimo, ma molto diverso.
Perché da questo non séguita che sia un corpo infinito di una specie, ma una
specie di corpo in infiniti finiti; né è però un pondo infinito, infiniti
pondi finiti, atteso che questa infinitudine non è come di continuo, ma come di
discreti; li quali sono in un continuo infinito, che è il spacio, il loco e
dimensione capace di quelli tutti. Non è dunque inconveniente che sieno
infiniti discreti gravi, quali non fanno un grave; come infinite acqui le quali
non fanno un'acqua infinita, infinite parti di terra che non fanno una terra
infinita: di sorte che sono infiniti corpi in moltitudine, li quali fisicamente
non componeno un corpo infinito di grandezza. E questo fa grandissima
differenza; come proporzionalmente si vede nel tratto della nave, la quale viene
tratta da diece uniti, e non sarà mai tirata da migliaia de migliaia disuniti e
per ciascuno.
23 \ ELP.\
Con questo ed altro dire mille volte avete risoluto lo che pone per quarta
ragione; la qual dice che, "se s'intende corpo infinito, è necessario che
sia inteso infinito secondo tutte le dimensioni; onde da nessuna parte può
essere qualche cosa extra di quello: dunque non è possibile che in corpo
infinito sieno più dissimili, de quali ciascuno sia infinito".
24 \ FIL.\
Tutto questo è vero e non contradice a noi, che abbiamo tante volte detto che
sono più dissimili finiti in uno infinito, ed abbiamo considerato come questo
sia. Forse proporzionalmente, come se alcun dicesse esser più continui insieme,
come per essempio e similitudine in un liquido luto, dove sempre ed in ogni
parte l'acqua è continuata a l'acqua, e la terra a la terra; dove, per la
insensibilità del concorso de le minime parti di terra e minime parti d'acqua,
non si diranno discreti né più continui, ma uno continuo, il quale non è
acqua, non è terra, ma è luta. Dove indifferentemente ad un altro può piacere
di dire, che non propriamente l'acqua è continuata a l'acqua, e la terra a la
terra, ma l'acqua a la terra, e la terra a l'acqua; e può similmente venire un
terzo, che, negando l'uno e l'altro modo di dire, dica il luto esser continuato
al luto. E secondo queste raggioni può esser preso l'universo infinito come un
continuo, nel quale non faccia più discrezione l'etere interposto tra sì gran
corpi, che far possa nella luta quello aria che è traposto ed interposto tra le
parti de l'acqua e de l'arida, essendo differenza solo per la pocagine de le
parti, e minorità ed insensibilità che è nella luta, e la grandezza,
maggiorità e sensibilità delle parti che sono nell'universo: sì che gli
contrarii e gli diversi mobili concorreno nella constituzione di uno continuo
immobile, nel quale gli contrarii concorreno alla constituzion d'uno, ed
appartengono ad uno ordine, e finalmente sono uno. Inconveniente certo ed
impossibile sarrebe ponere dui infiniti distinti l'uno da l'altro; atteso non
sarebe modo de imaginare come, dove finisce l'uno, cominci l'altro, onde ambi
doi venessero ad aver termine l'uno per l'altro. Ed è oltre difficilissimo
trovar dui corpi finiti in uno estremo, ed infiniti ne l'altro.
25 \ ELP.\
Pone due altre raggioni, per provar che non sia infinito di simili parte.
"La prima è, perché bisognarebe, che a quello convenesse una di queste
specie di moto locale; e però o sarebe una gravità, o levità infinita, overo
una circulazione infinita; il che tutto, quanto sia impossibile, abbiamo
demostrato".
26 \ FIL.\
E noi ancora abbiamo chiarito quanto questi discorsi e raggioni sieno vani; e
che l'infinito in tutto non si muove, e che non è grave né lieve, tanto esso
quanto ogni altro corpo nel suo luogo naturale: né pure le parti separate,
quando saranno allontanate oltre certi gradi dal proprio loco. Il corpo dunque
infinito, secondo noi, non è mobile, né in potenza né in atto; e non è grave
né lieve in potenza né in atto; tanto manca ch'aver possa gravità o levità
infinita secondo gli principii nostri e di altri contra gli quali costui edifica
sì belle castella.
27 \ ELP.\
La seconda raggione per questo è similmente vana; perché vanamente dimanda,
"se si muove l'infinito naturale o violentemente", a chi mai disse che
lo si mova, tanto in potenzia quanto in atto. Appresso prova che non sia corpo
infinito per le raggioni tolte dal moto in generale; dopo che ha proceduto per
raggion tolta dal moto in comune. Dice dunque, che il corpo infinito non può
aver azione nel corpo finito, né tampoco patir da quello; ed apporta tre
proposizioni. Prima che "l'infinito non patisce dal finito"; perché
ogni moto, e per conseguenza ogni passione, è in tempo; e se è cossì, potrà
avenire che un corpo di minor grandezza potrà aver proporzionale passione a
quella; però, sicome è proporzione del paziente finito all'agente finito, verrà
ad esser simile del paziente finito allo agente infinito. Questo si vede, si
poniamo per corpo infinito A, per corpo finito B; e perché ogni moto è in
tempo, sia il tempo G, nel qual tempo A o muove o è mosso. Prendiamo appresso
un corpo di minor grandezza, il quale è B; e sia la linea D agente circa un
altro corpo (il qual corpo sia H) compitamente, nel medesimo tempo G. Da questo
veramente si vedrà, che sarà proporzione di D agente minore a B agente
maggiore, sicome è proporzione del paziente finito H alla parte finita A, la
qual parte sia AZ. Or quando muteremo la proporzione del primo agente al terzo
paziente, come è proporzione del secondo agente al quarto paziente, cioè sarà
proporzione di D ad H, come è la proporzione di B ad AZ; B veramente, nel
medesimo tempo G, sarà agente perfetto in cosa finita e cosa infinita, cioè in
AZ parte de l'infinito ed A infinito. Questo è impossibile; dunque il corpo
infinito non può essere agente né paziente, perché doi pazienti equali
patiscono equalmente nel medesimo tempo dal medesimo agente, ed il paziente
minore patisce dal medesimo agente in tempo minore, il maggiore paziente in
maggior tempo. Oltre, quando sono agenti diversi in tempo equale e si complisce
la lor azione, verrà ad essere proporzione dell'agente all'agente, come è
proporzione del paziente al paziente. Oltre, ogni agente opra nel paziente in
tempo finito (parlo di quello agente, che viene a fine della sua azione, non di
quello, di cui il moto è continuo, come può esser solo il moto della
translazione), perché è impossibile che sia azione finita in tempo infinito.
Ecco dunque primieramente manifesto, come il finito non può aver azion compita
nell'infinito. [...]
28 Secondo,
si mostra medesimamente, che "l'infinito non può essere agente in cosa
finita". Sia l'agente infinito A, ed il paziente finito B, e ponemo, che A
infinito è agente in B finito, in tempo G. Appresso sia il corpo finito D
agente nella parte di B, cioè BZ, in medesimo tempo G. Certamente sarà
proporzione del paziente BZ a tutto B paziente, come è proporzione di D agente
all'altro agente finito H; ed essendo mutata proporzione, di D agente a BZ
paziente, sicome la proporzione di H agente a tutto B. Per conseguenza B sarà
mosso da H in medesimo tempo, in cui BZ vien mosso da D, cioè in tempo G, nel
qual tempo B è mosso da l'infinito agente A; il che è impossibile. La quale
impossibilità séguita da quel ch'abbiamo detto: cioè che, si cosa infinita
opra in tempo finito, bisogna che l'azione non sia in tempo, perché tra il
finito e l'infinito non è proporzione. Dunque, ponendo noi doi agenti diversi,
li quali abbiano medesima azione in medesimo paziente, necessariamente l'azion
di quello sarà in doi tempi diversi, e sarà proporzion di tempo a tempo: come
di agente ad agente. Ma, se ponemo doi agenti, de quali l'uno è infinito,
l'altro finito aver medesima azione in un medesimo paziente, sarà necessario
dire l'un di doi, o che l'azion de l'infinito sia in uno istante, over che
l'azione dell'agente finito sia in tempo infinito. L'uno e l'altro è
impossibile. [...]
29 Terzo,
si fa manifesto, come il "corpo infinito non può oprare in corpo
infinito". Perché, come è stato detto nella.Fisica ascoltazione,
è impossibile che l'azione o passione sia senza compimento. Essendo dunque
dimostrato, che mai può esser compita l'azion dell'infinito in uno infinito, si
potrà conchiudere che tra essi non può essere azione. Poniamo dunque doi
infiniti, de quali l'uno sia B, il quale sia paziente da A in tempo finito G,
perché l'azion finita necessariamente è in tempo finito. Poniamo appresso che
la parte del paziente BD patisce da A; certo sarà manifesto che la passion di
questo viene ad essere in tempo minore che il tempo G; e sia questa parte
significata per Z. Sarà dunque proporzione del tempo Z al tempo G, sicome è
proporzione di BD, parte del paziente infinito, alla parte maggiore
dell'infinito, cioè a B; e questa parte sia significata per BDH, la quale è
paziente da A nel tempo infinito G; e nel medesimo tempo già da quello è stato
paziente tutto l'infinito B; il che è falso, perché è impossibile che sieno
doi pazienti, de quali l'uno sia infinito e l'altro finito, che patiscano da
medesimo agente, per medesima azione, nel medesimo tempo sia pur finito, o, come
abbiamo posto, infinito l'efficiente. [...]
30 \ FIL.\
Tutto quel che dice Aristotele, voglio che sia ben detto quando sarà bene
applicato e quando concluderà a proposito; ma, come abbiamo detto, non è
filosofo ch'abbia parlato de l'infinito, dal cui modo di ponere ne possano
seguitare cotali inconvenienti. Tuttavia, non per rispondere a quel che dice,
perché non è contrario a noi, ma solo per contemplare l'importanza de le sue
sentenze, essaminiamo il suo modo di raggionare. Prima, dunque, nel suo
supponere, procede per non naturali fondamenti, volendo prendere questa e quella
parte de l'infinito; essendo che l'infinito non può aver parte; se non vogliamo
dir pure che quella parte è infinita, essendo che implica contradizione, che ne
l'infinito sia parte maggiore e parte minore e parte che abbia maggiore e minore
proporzione a quello; essendo che all'infinito non più ti avicini per il
centinaio che per il ternario, perché non meno de infiniti ternarii che
d'infiniti centenarii costa il numero infinito. La dimensione infinita non è
meno de infiniti piedi che de infinite miglia: però, quando vogliamo dir le
parti dell'infinita dimensione, non diciamo cento miglia, mille parasanghe;
perché queste nientemanco posson esser dette parti del finito, e veramente son
parti del finito solamente al cui tutto hanno proporzione, e non possono essere,
e non denno esser stimate parti de quello a cui non hanno proporzione. Cossì
mille anni non sono parte dell'eternità, perché non hanno proporzione al
tutto; ma sì bene son parti di qualche misura di tempo, come di diece mille
anni, di cento mila secoli.
31 \ ELP.\
Or, dunque, fatemi intendere: quali direte che son le parti dell'infinita
durazione?
32 \ FIL.\
Le parti proporzionali della durazione, le quali hanno proporzione nella
durazione e tempo, ma non già l'infinita durazione e tempo infinito; perché in
quello il tempo massimo, cioè la grandissima parte proporzionale della
durazione, viene ad essere equivalente alla minima, atteso che non son più
gl'infiniti secoli che le infinite ore: dico che ne l'infinita durazione, che è
l'eternità, non sono più le ore che gli secoli; di sorte che ogni cosa che si
dice parte de l'infinito, in quanto che è parte de l'infinito, è infinita cossì
nell'infinita durazione come ne l'infinita mole. Da questa dottrina possete
considerare quanto sia circonspetto Aristotele nelle sue supposizioni, quando
prende le parti finite de lo infinito; e quanta sia la forza delle raggioni di
alcuni teologi, quando dalla eternità del tempo vogliono inferir lo
inconveniente di tanti infiniti maggiori l'uno de l'altro, quante possono esser
specie di numeri. Da questa dottrina, dico, avete modo di estricarvi da
innumerabili labirinti.
33 \ ELP.\
Particolarmente di quello, che fa al proposito nostro de gl'infiniti passi ed
infinite miglia, che verrebono a fare un infinito minore ed un altro infinito
maggiore nell'inmensitudine de l'universo. Or seguitate.
34 \ FIL.\
Secondo, nel suo inferire non procede demostrativamente Aristotele. Perché da
quel, che l'universo è infinito e che in esso (non dico di esso, perché altro
è dir parti nell'infinito, altro dell'infinito) sieno infinite parti, che hanno
tutte azione e passione, e per conseguenza trasmutazione intra de loro, vuole
inferire o che l'infinito abbia azione o passione nel finito o dal finito, over
che l'infinito abbia azione ne l'infinito, e questo patisca e sia trasmutato da
quello. Questa illazione diciamo noi che non vale fisicamente, benché
logicamente sia vera: atteso che quantunque, computando con la raggione,
ritroviamo infinite parti che sono attive, ed infinite che sono passive, e
queste sieno prese come un contrario e quelle come un altro contrario; nella
natura poi, - per esserno queste parti disgionte e separate, e con particulari
termini divise, come veggiamo, - non ne forzano né inclinano a dire, che
l'infinito sia agente o paziente, ma che nell'infinito parte finite innumerabili
hanno azione e passione. Concedesi dunque, non che l'infinito sia mobile ed
alterabile, ma che in esso sieno infiniti mobili ed alterabili; non che il
finito patisca da infinito, secondo fisica e naturale infinità, ma secondo
quella che procede di una logica e razionale aggregazione che tutti gravi
computa in un grave, benché tutti gravi non sieno un grave. Stante dunque
l'infinito e tutto inmobile, inalterabile, incorrottibile, in quello possono
essere, e vi son moti ed alterazioni innumerabili e infiniti, perfetti e
compiti. Giongi a quel ch'è detto che, dato che sieno doi corpi infiniti da un
lato, che da l'altro lato vegnano a terminarsi l'un l'altro, non seguitarà da
questo quel che Aristotele pensa che necessariamente séguita, cioè, che
l'azione e passione sarebono infinite; atteso che, se di questi doi corpi l'uno
è agente in l'altro, non sarà agente secondo tutta la sua dimensione e
grandezza: perché non è vicino, prossimo, gionto e continuato a l'altro
secondo tutta quella, e secondo tutte le parti di quella. Perché poniamo caso,
che sieno doi infiniti corpi A e B, gli quali sono continuati o congionti
insieme nella linea o superficie FG. Certo, non verranno ad oprar l'uno contra
l'altro secondo tutta la virtù; perché non sono propinqui l'uno a l'altro
secondo tutte le parti, essendo che la continuazione non possa essere se non in
qualche termine finito. E dico di vantaggio che, benché supponiamo quella
superficie o linea essere infinita, non seguitarà per questo che gli corpi,
continuati in quella, caggionino azione e passione infinita; perché non sono
intense, ma estense, come le parti sono estense. Onde aviene che in nessuna
parte l'infinito opra secondo tutta la sua virtù, ma estensivamente secondo
parte e parte, discreta e separatamente. [...]
35 Come
per essempio, le parti di doi corpi contrarii, che possono alterarsi, sono le
vicine, come A ed 1, B e 2, C e 3, D e 4; e cossì discorrendo in infinito. Dove
mai potrai verificare azione intensivamente infinita, perché di que' doi corpi
le parti non si possono alterare oltre certa e determinata distanza; e però M e
10, N e 20, O e 30, P e 40 non hanno attitudine ad alterarsi. Ecco dunque come,
posti doi corpi infiniti, non seguitarebe azione infinita. Dico ancora di
vantaggio che, quantunque si suppona e conceda che questi doi corpi infiniti
potessero aver azione l'un contra l'altro intensivamente, e secondo tutta la
loro virtù riferirse l'uno a l'altro, per questo non seguitarebe affetto
d'azione né passione alcuna; perché non meno l'uno è valente ripugnando e
risistendo, che l'altro possa essere impugnando ed insistendo, e però non
seguitarrebe alterazione alcuna. Ecco dunque, come da doi infiniti contraposti o
séguita alterazione finita o séguita nulla a fatto.
36 \ ELP.\
Or che direte al supposito de l'un corpo contrario finito e l'altro infinito,
come se la terra fusse un corpo freddo ed il cielo fusse il fuoco, e tutti gli
astri fuochi ed il cielo inmenso e gli astri innumerabili? Volete che per questo
séguite quel che induce Aristotele, che il finito sarebbe assorbito da
l'infinito?
37 \ FIL.\
Certo non, come si può rapportar da quel ch'abbiamo detto. Perché, essendo la
virtù corporale distesa per dimensione di corpo infinito, non verrebe ad essere
efficiente contra il finito con vigore e virtù infinita, ma con quello che può
diffondere dalle parti finite e secondo certa distanza rimosse; atteso che è
impossibile che opre secondo tutte le parti, ma secondo le prossime solamente.
Come si vede nella precedente demostrazione: dove presupponiamo A e B doi corpi
infiniti; li quali non sono atti a transmutar l'un l'altro, se non per le parti,
che sono della distanza tra 10, 20, 30, 40, ed M, N, O, P; e per tanto nulla
importa per far maggior e più vigorosa azione, quantunque il corpo B corra e
cresca in infinito, ed il corpo A rimagna finito. Ecco dunque come da doi
contrarii contraposti sempre séguita azione finita ed alterazione finita, non
meno supponendo di ambidoi infinito l'uno e l'altro finito, che supponendo
infinito l'uno e l'altro.
38 \ ELP.\
Mi avete molto satisfatto, di sorte che mi par cosa soverchia d'apportar
quell'altre raggioni salvaticine con le quali vuol dimostrar che estra il cielo
non sia corpo infinito, come quella che dice: "ogni corpo che è in loco,
è sensibile: ma estra il cielo non è corpo sensibile; dunque non vi è
loco". O pur cossì: "ogni corpo sensibile è in loco; extra il cielo
non è loco; dunque, non vi è corpo. Anzi manco vi è extra, perché extra
significa differenza di loco e di loco sensibile, e non spirituale ed
intelligibile corpo, come alcuno potrebe dire: se è sensibile, è finito".
39 \ FIL.\
Io credo ed intendo che oltre ed oltre quella margine imaginata del cielo sempre
sia eterea regione, e corpi mondani, astri, terre, soli; e tutti sensibili
absolutamente secondo sé ed a quelli che vi sono o dentro o da presso, benché
non sieno sensibili a noi per la lor lontananza e distanza. Ed in questo mentre
considerate qual fondamento prende costui, che da quel, che non abbiamo corpo
sensibile oltre l'imaginata circonferenza, vuole che non sia corpo alcuno: e però
lui, si fermò a non credere altro corpo, che l'ottava sfera, oltre la quale gli
astrologi di suoi tempi non aveano compreso altro cielo. E per ciò che la
vertigine apparente del mondo circa la terra referirno sempre ad un primo mobile
sopra tutti gli altri, puosero fondamenti tali, che senza fine sempre oltre sono
andati giongendo sfera a sfera, ed hanno trovate l'altre senza stelle, e per
consequenza senza corpi sensibili. In tanto che le astrologice supposizioni e
fantasie condannano questa sentenza, viene assai più condannata da quei che
meglio intendeno, qualmente gli corpi che si dicono appartenere all'ottavo
cielo, non meno hanno distinzion tra essi di maggiore e minor distanza dalla
superficie della terra, che gli altri sette, perché la raggione della loro
equidistanza depende solo dal falsissimo supposito della fission de la terra;
contra il quale crida tutta la natura, e proclama ogni raggione, e sentenzia
ogni regolato e ben informato intelletto al fine. Pur, sia come si vuole, è
detto, contra ogni raggione, che ivi finisca e si termine l'universo, dove l'attatto
del nostro senso si conchiude; perché la sensibilità è causa da far inferir
che gli corpi sono, ma la negazion di quella, la quale può esser per difetto
della potenza sensitiva e non dell'ogetto sensibile, non è sufficiente né per
lieve suspizione che gli corpi non sieno. Perché, se la verità dependesse da
simil sensibilità, sarebbono tali gli corpi che appaiono tanto propinqui ed
aderenti l'uno all'altro. Ma noi giudichiamo che tal stella par minore nel
firmamento, ed è detta della quarta e quinta grandezza, che sarà molto
maggiore di quella che è detta della seconda e prima; nel giudizio della quale
se inganna il senso, che non è potente a conoscere la raggione della distanza
maggiore; e noi da questo, che abbiamo conosciuto il moto della terra, sappiamo
che quei mondi non hanno tale equidistanza da questo, e che non sono come in uno
deferente.
40 \ ELP.\
Volete dire, che non sono come impiastrati in una medesima cupola: cosa indegna
che gli fanciulli la possono imaginare, che forse crederebono che, se non
fussero attaccati alla tribuna e lamina celeste con buona colla, over inchiodati
con tenacissimi chiodi, caderebono sopra di noi non altrimente che gli grandini
dell'aria vicino. Volete dire che quelle altre tante terre ed altri tanti
spaciosissimi corpi tegnono le loro regioni e sue distanze nell'etereo campo,
non altrimente che questa terra che con la sua rivoluzione fa apparir che tutti
insieme, come concatenati, si svolgano circa lei. Volete dire che non bisogna
accettare corpo spirituale extra l'ottava o nona sfera, ma che questo medesimo
aere, come è circa la terra, la luna, il sole, continente di quelli, cossì si
va amplificando in infinito alla continenza di altri infiniti astri e grandi
animali; e questo aere viene ad essere loco comune ed universale; e che tiene
infinito spacioso seno, non altrimente continente in tutto l'universo infinito
che in questo spacio sensibile a noi per tante e sì numerose lampe. Volete che
non sia l'aria e questo corpo continente che si muova circularmente, o che
rapisca gli astri, come la terra e la luna ed altri; ma che quelli si muovano
dalla propria anima per gli suoi spacii, avendono tutti que' proprii moti, che
sono oltre quel mondano, che per il moto della terra appare, ed oltre altri, che
appaiono comuni a tutti gli astri, come attaccati ad un mobil corpo, i quali
tutti hanno apparenza per le diverse differenze di moto di questo astro in cui
siamo, e di cui il moto è insensibile a noi. Volete per consequenza, che l'aria
e le parti che si prendeno nell'eterea regione, non hanno moto se non di
restrizione ed amplificazione, il quale bisogna che sia per il progresso di
questi solidi corpi per quello; mentre gli uni s'aggirano circa gli altri, e
mentre fa di mestiero che questo spiritual corpo empia il tutto.
41 \ FIL.\
Vero. Oltre dico, che questo infinito ed inmenso è uno animale, benché non
abia determinata figura e senso che si referisca a cose esteriori: perché lui
ha tutta l'anima in sé, e tutto lo animato comprende, ed è tutto quello. Oltre
dico non seguitar inconveniente alcuno, come di doi infiniti; perché, il mondo
essendo animato corpo, in esso è infinita virtù motrice ed infinito soggetto
di mobilità, nel modo che abbiamo detto, discretamente: perché il tutto
continuo è immobile, tanto di moto circulare, il quale è circa il mezzo,
quanto di moto retto, che è dal mezzo o al mezzo; essendo che non abbia mezzo né
estremo. Diciamo oltre, che moto di grave e leve non solo è conveniente a
l'infinito corpo; ma né manco a corpo intiero e perfetto che sia in quello, né
a parte di alcun di questi la quale è nel suo loco e gode la sua natural
disposizione. E ritorno a dire che nulla è grave o lieve assoluta ma
rispettivamente: dico al riguardo del loco, verso al quale le parti diffuse e
disperse si ritirano e congregano. E questo baste aver considerato oggi, quanto
a l'infinita mole de l'universo; e domani vi aspettarò per quel che volete
intendere quanto a gl'infiniti mondi che sono in quello.
42 \ ELP.\
Io, benché per questa dottrina mi creda esser fatto capace di quell'altra,
tutta volta, per la speranza di udir altre cose particolari e degne, ritornarò.
43 \
FRAC.\ Ed io verrò ad esser auditore solamente.
44 \ BUR.\
Ed io; che come, a poco a poco, più e più mi vo accostando all'intendervi,
cossì a mano a mano vegno a stimar verisimile, e forse vero, quel che dite.
Dialogo 3
1 \ FIL.\ Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il
continente universale, l'eterea regione per la quale il tutto discorre e si
muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si
veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L'universo immenso ed
infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.
2 \ ELP.\
Tanto che non son sfere di superficie concava e convessa, non sono gli orbi
deferenti; ma tutto è un campo, tutto è un ricetto generale.
3 \ FIL.\
Cossì è.
4 \ ELP.\
Quello dunque che ha fatto imaginar diversi cieli, son stati gli diversi moti
astrali, con questo, che si vedeva un cielo colmo di stelle svoltarsi circa la
terra, senza che di que' lumi in modo alcuno si vedesse l'uno allontanarsi da
l'altro, ma, serbando sempre la medesima distanza e relazione, insieme con certo
ordine, si versavano circa la terra non altrimente che una ruota, in cui sono
inchiodati specchi innumerabili, si rivolge circa il proprio asse. Là onde è
stimato evidentissimo, come al senso de gli occhi, che a que' luminosi corpi non
si conviene moto proprio, come essi discorrer possano, qual ucelli per l'aria;
ma per la revoluzion de gli orbi, ne' quali sono affissi, fatta dal divino polso
di qualche intelligenza.
5 \ FIL.\
Così comunmente si crede; ma questa imaginazione -compreso che sarà il moto di
questo astro mondano in cui siamo, che, senza essere affisso ad orbe alcuno, per
il generale e spacioso campo essagitato dall'intrinseco principio, propria anima
e natura, discorre circa il sole e si versa circa il proprio centro - averrà
che sia tolta: e s'aprirà la porta de l'intelligenza de gli principii veri di
cose naturali ed a gran passi potremo discorrere per il camino della verità. La
quale, ascosa sotto il velame di tante sordide e bestiale imaginazioni, sino al
presente è stata occolta per l'ingiuria del tempo e vicissitudine de le cose
dopo che al giorno de gli antichi sapienti succese la caliginosa notte di
temerari sofisti.
Non sta, si svolge e gira
Quanto nel ciel e sott'il ciel si mira.
Ogni cosa discorre, or alto or basso,
Benché sie 'n lungo o 'n breve,
O sia grave o sia leve;
E forse tutto va al medesmo passo
Ed al medesmo punto.
Tanto il tutto discorre sin ch'è giunto.
Tanto gira sozzopra l'acqua il buglio,
Ch'una medesma parte
Or di su in giù or di giù in su si parte
Ed il medesmo garbuglio
Medesme tutte sorti a tutti imparte.
6 \ ELP.\
Certo non è dubio alcuno che quella fantasia de gli stelliferi, fiammiferi, de
gli assi, de gli deferenti,.del serviggio de gli epicicli e di altre chimere
assai, non è caggionata da altro principio che da l'imaginarsi, come appare,
questa terra essere nel mezzo e centro de l'universo e che, essendo lei sola
inmobile e fissa, il tutto vegna a svoltargliesi circa.
7 \ FIL.\
Questo medesimo appare a quei, che sono ne la luna e ne gli altri astri che sono
in questo medesimo spacio, che sono o terre o soli.
8 \ ELP.\
Supposto dunque per ora, che la terra con il suo moto caggiona questa apparenza
del moto diurno e mondano, e con le diverse differenze di cotal moto caggiona
que' tutti che si veggono medesimi convenire a stelle innumerabili, noi
rimarremo a dire che la luna (che è un'altra terra) si muova da per lei per
l'aria circa il sole. Medesimamente Venere, Mercurio e gli altri, che son pure
altre terre, fanno i lor discorsi circa il medesimo padre de vita.
9 \ FIL.\
Cossì è.
10 \ ELP.\
Moti proprii di ciascuno son quei che si veggono, oltre questo moto detto
mondano, e proprii de le chiamate fisse (de quali l'uno e l'altro si denno
referire alla terra); e cotai moti sono di più che di tante differenze, che
quanti son corpi; di sorte che mai si vedranno doi astri convenire in uno e
medesimo ordine e misura di moto, se si vedrà moto in quelli tutti, quali non
mostrano variazione alcuna per la gran distanza che hanno da noi. Quelli
quantunque facciano lor giri circa il fuoco solare e circa i proprii centri si
convertano per la participazione del vital calore, le differenze de loro
approssimarsi e lontanarsi non possono essere da noi comprese.
11 \ FIL.\
Cossì è.
12 \ ELP.\
Sono dunque soli innumerabili, sono terre infinite, che similmente circuiscono
quei soli; come veggiamo questi sette circuire questo sole a noi vicino
13 \ FIL.\
Cossì è.
14 \ ELP.\
Come dunque circa altri lumi, che sieno gli soli, non veggiamo discorrere altri
lumi, che sieno le terre, ma oltre questi non possiamo comprendere moto alcuno,
e tutti gli altri mondani corpi (eccetto ancor quei che son detti comete) si
veggono sempre in medesima disposizione e distanza?
15 \ FIL.\
La raggione è, perché noi veggiamo gli soli, che son gli più grandi, anzi
grandissimi corpi, ma non veggiamo le terre, le quali, per esserno corpi molto
minori, sono invisibili; come non è contra raggione, che sieno di altre terre
ancora che versano circa questo sole, e non sono a noi manifeste o per
lontananza maggiore o per quantità minore, o per non aver molta superficie
d'acqua, o pur per non aver detta superficie rivolta a noi ed opposta al sole,
per la quale, come un cristallino spechio, concependo i luminosi raggi, si rende
visibile. Là onde non è maraviglia, né cosa contro natura, che molte volte
udiamo il sole essere alcunamente eclissato, senza che tra lui e la nostra vista
si venesse ad interporre la luna. Oltre di visibili possono essere anco
innumerabili acquosi lumi (cioè terre, de le quali le acqui son parte) che
circuiscano il sole; ma la differenza del loro circuito è insensibile per la
distanza grande; onde in quel tardissimo moto, che si comprende in quelli che
sono visibili sopra o oltre Saturno, non si vede differenza del moto de gli uni
e moto de gli altri, né tampoco regola nel moto di tutti circa il mezzo, o
poniamo mezzo la terra, o si pona mezzo il sole.
16 \ ELP.\
Come volevi dunque, che tutti, quantunque distantissimi dal mezzo, cioè dal
sole, potessero raggionevolmente participare il vital calore da quello?
17 \ FIL.\
Da questo, che quanto più sono lontani, fanno tanto maggior circolo; quanto più
gran circolo fanno, tanto più tardi si muoveno circa il sole; quanto più si
muoveno tardi, tanto più resisteno a gli caldi ed infocati raggi di quello.
18 \ ELP.\
Volevate dunque che que' corpi, benché fussero tanto discosti dal sole, possono
però participar tanto calor che baste; perché, voltandosi più velocemente
circa il proprio centro e più tardi circa il sole, possono non solamente
participar altre tanto calore, ma ancor di vantaggio, se bisognasse; atteso che,
per il moto più veloce circa il proprio centro, la medesima parte del convesso
de la terra che non fu tanto scaldata, più presto torni a ristorarsi; per il
moto più tardo circa il mezzo focoso e star più saldo all'impression di
quello, vegna a ricevere più vigorosi gli fiammiferi raggi?
19 \ FIL.\
Cossì è.
20 \ ELP.\
Dunque volete che, se gli astri che sono oltre Saturno, come appaiono, sono
veramente immobili, verranno ad essere gli innumerabili soli o fuochi più e
meno a noi sensibili, circa gli quali discorreno le propinque terre a noi
insensibili? .
21 \ FIL.\
Cossì bisognarebbe dire, atteso che tutte le terre son degne di aver la
medesima raggione e tutti gli soli la medesima.
22 \ ELP.\
Volete per questo che tutti quelli sieno soli?
23 \ FIL.\
Non, perché non so se tutti o la maggior parte sieno inmobili, o se di quelli
alcuni si gireno circa gli altri, perché non è chi l'abbia osservato, ed oltre
non è facile ad osservare; come non facilmente si vede il moto e progresso di
una cosa lontana, la quale a gran tratto non facilmente si vede cangiata di
loco, sicome accade nel veder le navi poste in alto mare. Ma, sia come si vuole,
essendo l'universo infinito, bisogna al fine che sieno più soli; perché è
impossibile che il calore e lume di uno particolare possa diffondersi per
l'immenso, come poté imaginarsi Epicuro, se è vero quel che altri riferiscono.
Per tanto si richiede anco, che sieno soli innumerabili ancora, de quali molti
sono a noi visibili in specie di picciol corpo; ma tale parrà minor astro che
sarà molto maggior di quello che ne pare massimo.
24 \ ELP.\
Tutto questo deve almeno esser giudicato possibile e conveniente.
25 \ FIL.\
Circa quelli possono versarsi terre di più grande e più picciola mole che
questa.
26 \ ELP.\
Come conoscerò la differenza? come, dico, distinguerò gli fuochi da le terre?.
27 \ FIL.\
Da quel, che gli fuochi sono fissi e le terre mobili, da che gli fuochi
scintillano e le terre non; de quali segni il secondo è più sensibile che il
primo.
28 \ ELP.\
Dicono che l'apparenza del scintillare procede dalla distanza da noi.
29 \ FIL.\
Se ciò fusse, il sole non scintillarebbe più di tutti, e gli astri minori che
son più lontani, scintillarebono più che gli maggiori che son più vicini.
30 \ ELP.\
Volete che gli mondi ignei sieno cossì abitati come gli aquei?
31 \ FIL.\
Niente peggio e niente manco.
32 \ ELP.\
Ma che animali possono vivere nel fuoco?
33 \ FIL.\
Non vogliate credere, che quelli sieno corpi de parti similari, perché non
sarebono mondi, ma masse vacue, vane e sterili. Però è conveniente e naturale
ch'abbiano la diversità de le parti, come questa ed altre terre hanno la
diversità di proprii membri; benché questi sieno sensibili come acqui
illustrate, e quelli come luminose fiamme.
34 \ ELP.\
Credete che, quanto alla consistenza e solidità, la materia prossima del sole
sia pur quella che è materia prossima de la terra? (Perché so, che non
dubitate essere una la materia primiera del tutto).
35 \ FIL.\
Cossì è certo. Lo intese il Timeo, lo confermò Platone, tutti veri filosofi
l'han conosciuto, pochi l'hanno esplicato, nessuno a' tempi nostri s'è
ritrovato che l'abbia inteso, anzi molti con mille modi vanno turbando
l'intelligenza; il che è avenuto per la corrozion de l'abito e difetto di
principii.
36 \ ELP.\
A questo modo d'intendere se non è pervenuta, pur pare che s'accoste la Dotta
ignoranza del Cusano, quando, parlando de le condizioni de la terra, dice
questa sentenza: "Non dovete stimare che da la oscurità e negro colore
possiamo argumentare che il corpo terreno sia vile e più de gli altri ignobile;
perché, se noi fussimo abitatori del sole, non vedremmo cotal chiarezza che in
quello veggiamo da questa regione circumferenziale a lui. Oltre ch'al presente,
se noi ben bene fissaremo l'occhio in quello, scuopriremo ch'ha verso il suo
mezzo quasi una terra, o pur come un umido ed uno nuvoloso corpo che, come da un
cerchio circumferenziale, diffonde il chiaro e radiante lume. Onde non meno egli
che la terra viene ad esser composto di proprii elementi".
37 \ FIL.\
Sin qua dice divinamente; ma seguitate apportando quel che soggionge.
38 \ ELP.\
Per quel che soggionge, si può dar ad intendere che questa terra sia un altro
sole, e che tutti gli astri sieno medesimamente soli. Dice cossì:
"S'alcuno fusse oltre la region del fuoco, verrebe questa terra ad apparire
una lucida stella nella circumferenza della sua regione per mezzo del fuoco; non
altrimente che a noi che siamo nella circumferenza della region del sole, appare
lucidissimo il sole; e la luna non appare similmente lucida, perché forse circa
la circumferenza di quella noi siamo verso le parti più mezzane, o, come dice
lui, centrali, cioè nella region umida ed acquosa di quella; e per tanto, benché
abbia il proprio lume, nulla di meno non appare; e solo veggiamo quello che
nella superficie aquea vien caggionato dalla reflession del lume solare".
39 \ FIL.\
Ha molto conosciuto e visto questo galantuomo ed è veramente uno de
particularissimi ingegni ch'abbiano spirato sotto questo aria; ma, quanto a l'apprension
de la verità, ha fatto qual nuotatore da tempestosi flutti ormesso alto or
basso; perché non vedea il lume continuo, aperto e chiaro, e non nuotava come
in piano e tranquillo ma interrottamente e con certi intervalli. La raggion di
questo è che lui non avea evacuati tutti gli falsi principii de quali era
imbibito dalla commune dottrina onde era partito; di sorte che, forse per
industria, gli vien molto a proposito la intitulazion fatta al suo libro Della
dotta ignoranza, o Della ignorante dottrina.
40 \ ELP.\
Quale è quel principio che lui non ha evacuato, e dovea evacuarsi?
41 \ FIL.\
Che l'elemento del foco sia come l'aria attrito dal moto del cielo e che il foco
sia un corpo sottilissimo, contra quella realità e verità che ne si fa
manifesta per quel che ad altri propositi e ne gli discorsi proprii consideramo:
dove si conchiude esser necessario che sia cossì un principio materiale, solido
e consistente del caldo come del freddo corpo; e che l'eterea regione non può
esser di fuoco né fuoco, ma infocata ed accesa dal vicino solido e spesso
corpo, quale è il sole. Tanto che, dove naturalmente possiamo parlare, non è
mestiero di far ricorso alle matematiche fantasie. Veggiamo la terra aver le
parti tutte, le quali da per sé non sono lucide; veggiamo che alcune possono
lucere per altro, come la sua acqua, il suo aria vaporoso, che accoglieno il
calore e lume del sole e possono trasfondere l'uno e l'altro alle circostante
regioni. Per tanto è necessario, che sia un primo corpo al quale convegna
insieme essere per sé lucido e per sé caldo; e tale non può essere, se non è
constante, spesso e denso; perché il corpo raro e tenue non può essere
suggetto di lume né di calore, come altre volte si dimostra da noi al suo
proposito. Bisogna dunque al fine che li doi fondamenti de le due contrarie
prime qualitadi attive sieno similmente constanti, e che il sole, secondo quelle
parti che in lui son lucide e calde, sia come una pietra o un solidissimo
infocato metallo; non dirò metallo liquabile, quale il piombo, il bronzo,
l'oro, l'argento; ma qual metallo illiquabile, non già ferro che è infocato,
ma qual ferro che è foco istesso; e che, come questo astro in cui siamo, per sé
è freddo ed oscuro, niente partecipe di calore e lume, se non quanto è
scaldato dal sole, cossì quello è da per sé caldo e luminoso, niente
partecipe di freddezza ed opacità, se non quanto è rinfrescato da circonstanti
corpi ed ha in sé parti d'acqua, come la terra ha parti di foco. E però, come
in questo corpo freddissimo, e primo freddo ed opaco, sono animali che vivono
per il caldo e lume del sole, cossì in quello caldissimo e lucente son quei che
vegetano per la refrigirazione di circostanti freddi: e sicome questo corpo è
per certa participazione caldo nelle sue parti dissimilari, talmente quello è
secondo certa participazione freddo nelle sue.
42 \ ELP.\
Or che dite del lume?
43 \ FIL.\
Dico che il sole non luce al sole, la terra non luce a la terra, nessuno corpo
luce in sé, ma ogni luminoso luce nel spacio circa lui. Però, quantunque la
terra sia un corpo luminoso per gli raggi del sole nella superficie cristallina,
il suo lume non è sensibile a noi, né a color che si trovano in tal
superficie, ma a quei che sono all'opposito di quella. Come oltre, dato che
tutta la superficie del mare la notte sia illustrata dal splendor de la luna, a
quelli però che vanno per il mare, non appare se non in quanto a certo spacio
che è a l'opposito verso la luna; ai quali se fusse dato di alzarsi più e più
verso l'aria, sopra il mare, sempre più e più gli verrebe a crescere la
dimension del lume e vedere più spacio di luminoso campo. Quindi
facilissimamente si può tirare qualmente quei che sono ne gli astri luminosi o
pure illuminati, non hanno sensibile il lume del suo astro, ma quello de
circostanti; come nel medesimo loco comune un loco particulare prende lume dal
differente loco particulare.
44 \ ELP.\
Dunque, volete dire ch'a gli animanti solari non fa giorno il sole, ma altra
circostante stella?
45 \ FIL.\
Cossì è. Non lo capite?
46 \ ELP.\
Chi non lo capirebbe? Anzi per questo considerare vegno a capir altre cose
assai, per conseguenza. Son dunque due sorte di corpi luminosi: ignei, e questi
son luminosi primariamente; ed acquei over cristallini, e questi sono
secondariamente lucidi.
47 \ FIL.\
Cossì è.
48 \ ELP.\
Dunque, la raggione del lume non si deve referire ad altro principio?
49 \ FIL.\
Come può essere altrimente, non conoscendosi da noi altro fondamento di lume?
Perché vogliamo appoggiarci a vane fantasie, dove la esperienza istessa ne
ammaestra?
50 \ ELP.\
È vero che non doviamo pensare que' corpi aver lume per certo inconstante
accidente, come le putredini di legni, le scaglie e viscose grume di pesci, o
qual fragilissimo dorso di nitedole e mosche nottiluche, de la raggione del cui
lume altre volte ne raggionaremo.
51 \ FIL.\
Come vi parrà.
52 \ ELP.\
Cossì dunque non altrimente s'ingannano quelli che dicono gli circostanti
luminosi corpi essere certe quinte essenze, certe divine corporee sustanze di
natura al contrario di queste che sono appresso di noi, ed appresso le quali noi
siamo; che quei che dicessero il medesimo di una candela o di un cristallo
lucente visto da lontano.
53 \ FIL.\
Certo.
54 \
FRAC.\ In vero questo è conforme ad ogni senso, raggione ed intelletto.
55 \ BUR.\
Non già al mio, che giudica facilmente questo vostro parere una dolce
sofisticaria.
56 \ FIL.\
Rispondi a costui tu, Fracastorio, perché io ed Elpino, che abbiamo discorso
molto, vi staremo ad udire.
57 \
FRAC.\ Dolce mio Burchio, io per me ti pono in luogo.d'Aristotele, ed io voglio
essere in luogo di uno idiota e rustico che confessa saper nulla, presuppone di
aver inteso niente, e di quello che dice ed intende il Filoteo, e di quello che
intende Aristotele e tutto il mondo ancora. Credo alla moltitudine, credo al
nome della fama e maestà de l'autorità peripatetica, admiro insieme con una
innumerabile moltitudine la divinità di questo demonio de la natura; ma per ciò
ne vegno a te per essere informato de la verità, e liberarmi dalla persuasione
di questo che tu chiami sofista. Or vi dimando per qual caggione voi dite essere
grandissima o pur grande, o pur quanto e qualsivoglia differenza tra que' corpi
celesti e questi che sono appresso di noi?
58 \ BUR.\
Quelli son divini, questi sono materialacci.
59 \
FRAC.\ Come mi farrete vedere e credere che quelli sieno più divini?
60 \ BUR.\
Perché quelli sono impassibili, inalterabili, incorrottibili ed eterni, e
questi al contrario; quelli mobili di moto circulare e perfettissimo, questi di
moto retto.
61 \
FRAC.\ Vorrei sapere se, dopo ch'arrete ben considerato, giurareste questo corpo
unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di
medesimo composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto
che il moto di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza
rimossi, e questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato
gli antichi e moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne
fa manifesto in mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non
per certa comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che
non sappia che l'acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l'acqui
entro una corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei
entrare in dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare
che, s'io fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere
nel centro del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a
svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il
proprio centro. Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.
62 Quanto
a quel che dici del moto retto, certo cossì non veggiamo questo corpo muoversi
per linea retta, come anco non veggiamo gli altri. La terra, se ella si muove,
si muove circularmente, come gli altri astri, qualmente Egesia, Platone e tutti
savi dicono, e conceder deve Aristotele ed ogni altro. E della terra quello che
noi veggiamo montare e descendere, non è tutto il globo, ma certe particelle di
quello; le quali non si allontanano oltre quella regione che è computata tra le
parti e membri di questo globo: nel quale, come in uno animale, è lo efflusso
ed influsso de parti e certa vicissitudine e certa commutazione e rinovazione.
Il che tutto, se medesimamente è ne gli altri astri, non si richiede che sia
medesimamente sensibile a noi; perché queste elevazioni di vapori ed exalazioni,
successi di venti, piogge, nevi, tuonitrui, sterilitadi, fertilitadi,
inundazioni, nascere, morire, se sono ne gli altri astri, non possono similmente
essere a noi sensibili. Ma solamente quelli sono a noi sensibili per il splendor
continuo che dalla superficie di foco, o di acqua, o nuvolosa mandano per il
spacio grande. Come parimente questo astro è sensibile a quei che sono ne gli
altri per il splendor che diffonde dalla faccia di mari (e talvolta dal volto
affetto di nuvolosi corpi, per il che nella luna per medesima raggione le parti
opache paiono meno opache), la qual faccia non vien cangiata se non per
grandissimo intervallo di etadi e secoli, per il corso de quali gli mari si
cangiano in continenti e gli continenti in mari. Questo dunque e quei corpi son
sensibili per il lume che diffondeno. Il lume che di questa terra si diffonde a
gli altri astri, è né più né meno perpetuo ed inalterabile, che quello di
astri simili: e cossì come il moto retto ed alterazione di quelle particelle è
insensibile a noi, a loro è insensibile ogni altro moto ed alterazione che
ritrovar si possa in questo corpo. E sì come della luna da questa terra, ch'è
un'altra luna, appaiono diverse parti altre più altre men luminose, cossì
della terra da quella luna, ch'è un'altra terra, appaiono diverse parti per la
varietà e differenza de spacii di sua superficie. E come, se la luna fusse più
lontana, il diametro de le parti opache mancando, andarebono le parti lucide ad
unirse e strengersi in una sensibilità di corpo più picciolo e tutto quanto
lucido; similmente apparirebe la terra, se fusse più lontana dalla luna. Onde
possiamo stimare che de stelle innumerabili sono altre tante lune, altre tanti
globi terrestri, altre tanti mondi simili a questo; circa gli quali par che
questa terra si volte, come quelli appaiono rivolgersi ed aggirarsi circa questa
terra. Perché, dunque, vogliamo affirmar essere differenza tra questo e que'
corpi, se veggiamo ogni convenienza? perché vogliamo negare esser convenienza,
se non è raggione né senso che ne induca a dubitar di quella?
63 \ BUR.\
Cossì, dunque, avete per provato che quei corpi non differiscano da questo?
64 \
FRAC.\ Assai bene, perché ciò che di questo può vedersi da là, di quelli può
vedersi da qua; ciò che di quelli può vedersi da qua, di questo si vede da là,
come dire, corpo picciolo questo e quelli, luminoso in parte da distanza minore
questo e quelli, luminoso in tutto da distanza maggiore, e più picciolo, questo
e quelli.
65 \ BUR.\
Ove è dunque quel bell'ordine, quella bella scala della natura, per cui si
ascende dal corpo più denso e crasso, quale è la terra, al men crasso, quale
è l'acqua, al suttile, quale è il vapore, al più suttile, quale è l'aria
puro, al suttilissimo, quale è il fuoco, al divino, quale è il corpo celeste?
dall'oscuro al men oscuro, al chiaro, al più chiaro, al chiarissimo? dal
tenebroso al lucidissimo, dall'alterabile e corrottibile al libero d'ogni
alterazione e corrozione? dal gravissimo al grave, da questo al lieve, dal lieve
al levissimo, indi a quel che non è né grave né lieve? dal mobile al mezzo,
al mobile dal mezzo, indi al mobile circa il mezzo? ..
66 \
FRAC.\ Volete saper ove sia questo ordine? Ove son gli sogni, le fantasie, le
chimere, le pazzie. Perché, quanto al moto, tutto quello che naturalmente si
muove, ha delazion circulare o circa il proprio o circa l'altrui mezzo; dico
circolare, non semplice e geometricamente considerando il circolo e circulazione,
ma secondo quella regola che veggiamo fisicamente mutarsi di loco gli corpi
naturali. Moto retto non è proprio né naturale a corpo alcuno principale;
perché non si vede se non nelle parti che sono quasi escrementi che hanno
efflusso da corpi mondani, o pur, altronde, hanno influsso alle congenee sfere e
continenti. Qualmente veggiamo de l'acqui che, in forma di vapore assottigliate
dal caldo, montano in alto; ed in propria forma inspessate dal freddo, ritornano
al basso; nel modo che diremo nel proprio loco, quando consideraremo del moto.
Quanto alla disposizione di quattro corpi, che dicono terra, acqua, aria, foco,
vorei sapere qual natura, qual'arte, qual senso la fa, la verifica, la dimostra.
67 \ BUR.\
Dunque, negate la famosa distinzione de gli elementi?
68 \
FRAC.\ Non nego la distinzione, perché lascio ognuno distinguere come gli piace
ne le cose naturali; ma niego questo ordine, questa disposizione: cioè che la
terra sia circondata e contenuta da l'acqua, l'acqua da l'aria, l'aria dal foco,
il foco dal cielo. Perché dico uno essere il continente e comprensor di tutti
corpi e machine grandi che veggiamo come disseminate e sparse in questo
amplissimo campo: ove ciascuno di cotai corpi, astri, mondi, eterni lumi è
composto di ciò che si chiama terra, acqua, aria, fuoco. Ed in essi, se ne la
sustanza della composizione predomina il fuoco, vien denominato il corpo che si
chiama sole e lucido per sé; se vi predomina l'acqua, vien denominato il corpo
che si chiama tellure, luna, o di simil condizione, che risplende per altro,
come è stato detto. In questi, dunque, astri o mondi, come le vogliam dire, non
altrimente si intendeno ordinate queste parti dissimilari secondo varie e
diverse complessioni di pietre, stagni, fiumi, fonti, mari, arene, metalli,
caverne, monti, piani ed altre simili specie di corpi composti, de siti e
figure, che ne gli animali son le parti dette eterogenee, secondo diverse e
varie complessioni di ossa, di intestini, di vene, di arterie, di carne, di
nervi, di pulmone, di membri di una e di un'altra figura, presentando gli suoi
monti, le sue valli, gli suoi recessi, le sue acqui, gli suoi spiriti, gli suoi
fuochi, con accidenti proporzionali a tutte meteoriche impressioni; quai sono
gli catarri, le erisipile, gli calculi, le vertigini, le febri ed altre
innumerabili disposizioni ed abiti che rispondeno alle nebbie, piogge, nevi,
caumi, accensioni, alle saette, tuoni, terremoti e venti, a fervide ed algose
tempeste. Se, dunque, altrimente la terra ed altri monti sono animali che questi
comunmente stimati, son certo animali con maggior e più eccellente raggione.
Però, come Aristotele o altro potrà provare l'aria essere più circa la terra
che entro la terra, se di questa non è parte alcuna nella quale quello non
abbia luogo e penetrazione, secondo il modo che forse volser dir gli antichi il
vacuo per tutto comprendere di fuora e penetrare entro il pieno? Ove possete voi
imaginare la terra aver spessitudine, densità e consistenza senza l'acqua ch'accopie
ed unisca le parti? Come possete intendere verso il mezzo la terra esser più
grave, senza che crediate, che ivi le sue parti non son più spesse e dense, la
cui spessitudine è impossibile senza l'acqua che sola è potente ad agglutinare
parte a parte? Chi non vede che da per tutto della terra escono isole e monti
sopra l'acqua; e non solo sopra l'acqua, ma oltre sopra l'aria vaporoso e
tempestoso, rinchiuso tra gli alti monti, e computato tra' membri de la terra, a
far un corpo perfettamente sferico; onde è aperto che l'acqui non meno son
dentro le viscere di quella che gli umori e sangue entro le nostre? . Chi non
sa, che nelle profonde caverne e concavitadi de la terra son le congregazioni
principali de l'acqua? E se dici che la è tumida sopra i lidi, rispondo, che
questi non son le parti superiori de la terra, perché tutto ch'è intra gli
altissimi monti, s'intende nella sua concavità. Oltre, che il simile si vede
nelle goccie impolverate, pendenti e consistenti sopra il piano: perché
l'intima anima, che comprende ed è in tutte le cose, per la prima fa questa
operazione: che, secondo la capacità del suggetto, unisce quanto può le parti.
E non è, perché l'acqua sia o possa essere naturalmente sopra o circa la
terra, più che l'umido di nostra sustanza sia sopra o circa il nostro corpo.
Lascio che le congregazioni de l'acqui nel mezzo essere più eminenti si vede da
tutti canti de lidi e da tutti luoghi ove si trovano tali congregazioni. E
certo, se le parti de l'arida cossì potessero da per sé unirsi, farrebono il
simile, come apertamente vegnono inglobate in sferico quando sono per beneficio
de l'acqua agglutinate insieme: perché tutta la unione e spessitudine di parti
che si trova nell'aria, procede da l'acqua. Essendono dunque l'acqui entro le
viscere de la terra, e non essendo parte alcuna di quella, che ha unione di
parti e spessitudine, che non comprenda più parti de l'acqua che de l'arida
(perché dove è il spessissimo, ivi massime è composizione e domìno di cotal
soggetto, ch'ha virtù de le parti coerenti), chi sarà che per questo non
voglia affirmar più tosto che l'acqua è base de la terra, che la terra de
l'acqua? che sopra questa è fondata quella, non quella sopra questa? Lascio che
l'altitudine de l'acqua sopra la faccia de la terra che noi abitiamo, detta il
mare, non può essere e non è tanta, che sia degna di compararsi alla mole di
questa sfera; e non è veramente circa, come gl'insensati credeno, ma dentro
quella. Come, forzato dalla verità o pure dalla consuetudine del dire di
antichi filosofi, confessò Aristotele nel primo della sua Meteora,
quando confessò che le due regioni infime de l'aria turbulento ed inquieto sono
intercette e comprese da gli alti monti, e sono come parti e membri di quella;
la quale vien circondata e compresa da aria sempre tranquillo, sereno e chiaro a
l'aspetto de le stelle; onde, abbassando gli occhi, si vede l'università di
venti, nubi, nebbie e tempeste, flussi e reflussi che procedeno dalla vita e
spiramento di questo grande animale e nume, che chiamiamo Terra, nomorno Cerere,
figurorno per Iside, intitulorno Proserpina e Diana, la quale è la medesima
chiamata Lucina in cielo; intendendo questa non esser di natura differente da
quella. Ecco quanto si manca, che questo buon Omero, quando non dorme, dica
l'acqua aver natural seggio sopra o circa la terra, dove né venti né piogge né
caliginose impressioni si ritrovano. E se maggiormente avesse considerato ed
atteso, arrebe visto che anco nel mezzo di questo corpo (se ivi è il centro
della gravità) è più luogo di acqua che di arida: perché le parti della
terra non son gravi, senza che molta acqua vegna in composizion con quelle; e
senza l'acqua non hanno attitudine da l'appulso e proprio pondo per descender da
l'aria a ritrovar la sfera del proprio continente. Dunque, qual regolato senso,
qual verità di natura distingue ed ordina queste parti di maniera tale, quale
dal cieco e sordido volgo è conceputa, approvata da quei che parlano senza
considerare, predicata da chi molto dice e poco pensa? Chi crederà oltre non
esser proposito di veritade (ma s'è prodotta da uomo senza autorità, cosa da
riso; s'è riferita da persona stimata e divolgata illustre, cosa da esser
referita a misterio o parabola ed interpretata per metafora; s'è apportata da
uomo, ch'ha più senso ed intelletto che autorità, numerata tra gli occolti
paradossi) la sentenza di Platone appresa dal Timeo, da Pitagora ed altri, che
dechiara noi abitare nel concavo ed oscuro de la terra, ed aver quella raggione
a gli animali, che son sopra la terra, che hanno gli pesci a noi; perché, come
questi viveno in un umido più spesso e crasso del nostro, cossì noi viviamo in
un più vaporoso aria che color che son in più pura e più tranquilla regione;
e sì come l'Oceano a l'aria impuro è acqua, cossì il caliginoso nostro è
tale a quell'altro veramente puro? da tal senso e dire, lo che voglio inferire,
è questo: che il mare, i fonti, i fiumi, i monti, le pietre e l'aria in essi
contenuto, e compreso in essi sin alla mezzana regione, come la dicono, non sono
altro che parti e membri dissimilari d'un medesimo corpo, d'una massa medesima,
molto proporzionali alle parti e membri che noi volgarmente conoscemo per
composti animali: di cui il termine, convessitudine ed ultima superficie è
terminata da gli estremi margini de monti ed aria tempestoso; di sorte che
l'Oceano e gli fiumi rimagnono nel profondo de la terra non meno che l'epate,
stimato fonte del sangue, e le ramificate vene son contenute e distese per li più
particulari.
69 \ BUR.\
Dunque, la terra non è corpo gravissimo, e però nel mezzo, appresso la quale
più grave e più vicina è l'acqua, che la circonda, la quale è più grave che
l'aria?
70 \
FRAC.\ Se tu giudichi il grave dalla maggior attitudine di penetrar le parti e
farsi al mezzo ed al centro, dirò l'aria essere gravissimo e l'aria esser
levissimo tra tutti questi chiamati elementi. Perché, sicome ogni parte della
terra, se si gli dà spacio, descende sino al mezzo, cossì le parti de l'aria
più subito correranno al mezzo che parte d'altro qualsivoglia corpo; perché a
l'aria tocca essere il primo a succedere al spacio, proibire il vacuo ed empire.
Non cossì subito succedeno al loco le parti de la terra, le quali per ordinario
non si muoveno se non penetrando l'aria; perché a far che l'aria penetre, non
si richiede terra né acqua né fuoco; né alcuni di questi lo prevegnono, né
vincono, per esser più pronti, atti ed ispediti ad impir gli angoli del corpo
continente. Oltre, se la terra, che è corpo solido, si parte, l'aria sarà
quello che occuparà il suo loco: non cossì è atta la terra ad occupar il loco
de l'aria che si parte. Dunque, essendo proprio a l'aria il muoversi a penetrar
ogni sito e recesso, non è corpo più lieve de l'aria, non è corpo più greve
che l'aria.
71 \ BUR.\
Or che dirai de l'acqua?
72 \
FRAC.\ De l'acqua ho detto, e torno a dire, che quella è più grave che la
terra, perché più potentemente veggiamo l'umor descendere e penetrar l'arida
sino al mezzo, che l'arida penetrar l'acqua: ed oltre, l'arida, presa a fatto
senza composizion d'acqua, verrà a sopranatare a l'acqua ed essere senza
attitudine di penetrarvi dentro; e non descende, se prima non è imbibita
d'acqua e condensata in una massa e spesso corpo, per mezzo della quale
spessitudine e densità acquista potenza di farsi dentro e sotto l'acqua. La
quale acqua, per l'opposito, non descenderà mai per merito della terra, ma
perché si aggrega, condensa e radoppia il numero de le parti sue per farsi
imbibire ed ammassar l'arida: perché veggiamo che più acqua assai capisce un
vase pieno di cenere veramente secca, che un altro vase uguale in cui sia nulla.
L'arida dunque, come arida, soprasiede e sopranata a l'acqua.
73 \ BUR.\
Dechiaratevi meglio.
74 \
FRAC.\ Torno a dire che, se dalla terra si rimovesse tutta l'acqua, di sorte che
la rimanesse pura arida, bisognarebe necessariamente che il rimanente fusse un
corpo inconstante, raro, dissoluto e facile ad esser disperso per l'aria, anzi
in forma di corpi innumerabili discontinuati; perché quel che fa uno continuo,
è l'aria; quello che fa per la coerenzia uno continuo, è l'acqua, sia che si
voglia del continuato, coerente e solido, che ora è l'uno, ora è l'altro, ora
è il composto de l'uno e l'altro. Ove, se la gravità non procede da altro che
dalla coerenza e spessitudine de le parti, e quelle della terra non hanno
coerenza insieme se non per l'acqua, - di cui le parti, come quelle de l'aria,
per sé si uniscono e la quale ha più virtù che altro, se non ha virtù
singulare, a far che le parti de altri corpi s'uniscano insieme, - averrà che
l'acqua, al riguardo d'altri corpi che per essa dovegnon grevi, e per cui altri
acquista l'esser ponderoso, è primieramente grave. Però non doveano esser
stimati pazzi, ma molto più savii color che dissero la terra esser fondata
sopra l'acqui.
75 \ BUR.\
Noi diciamo che nel mezzo si deve sempre intendere la terra, come han conchiuso
tanti dottissimi personaggi.
76 \
FRAC.\ E confirmano gli pazzi.
77 \ BUR.\
Che dite de pazzi?.
78 \
FRAC.\ Dico questo dire non esser confirmato da senso né da raggione.
79 \ BUR.\
Non veggiamo gli mari aver flusso e reflusso e gli fiumi far il suo corso sopra
la faccia de la terra?
80 \
FRAC.\ Non veggiamo gli fonti, che son principio de' fiumi, che fan gli stagni e
mari, sortir da le viscere de la terra, e non uscir fuor de le viscere de la
terra, se pur avete compreso quel che poco fa ho più volte detto?
81 \ BUR.\
Veggiamo l'acqui prima descender da l'aria che per l'acqui vegnano formati i
fonti.
82 \
FRAC.\ Sappiamo che l'acqua - se pur descende da altro aria che quello ch'è
parte ed appartenente a' membri de la terra - prima originale, principale, e
totalmente è nella terra; che appresso derivativa, secondaria e particolarmente
sia ne l'aria.
83 \ BUR.\
So che stai sopra questo, che la vera extima superficie del convesso della terra
non si prende dalla faccia del mare, ma dell'aria uguale a gli altissimi monti.
84 \
FRAC.\ Cossì ave affirmato e confirmato ancora il vostro principe Aristotele.
85 \ BUR.\
Questo nostro prencipe è senza comparazione più celebrato e degno e seguitato
che il vostro, il quale ancora non è conosciuto né visto. Però piaccia
quantosivoglia a voi il vostro, a me non dispiace il mio.
86 \
FRAC.\ Benché vi lasce morir di fame e freddo, vi pasca di vento e mande
discalzo ed ignudo.
87 \ FIL.\
Di grazia, non vi fermiate su questi propositi disutili e vani.
88 \
FRAC.\ Cossì farremo. Che dite dunque, o Burchio, a questo ch'avete udito?
89 \ BUR.\
Dico che, sia che si vuole, all'ultimo bisogna veder quello ch'è in mezzo di
questa mole, di questo tuo astro, di questo tuo animale. Perché, se vi è la
terra pura, il modo con cui costoro hanno ordinati gli elementi, non è vano.
90 \
FRAC.\ Ho detto e dimostrato, che più raggionevolmente vi è l'aria o l'acqua,
che l'arida: la qual pure non vi sarà senza esser composta con più parti
d'acqua, che al fine vegnano ad essergli fondamento; perché veggiamo più
potentemente le particelle de l'acqua penetrar la terra, che le particole di
questa penetrar quella. E più, dunque, verisimile, anzi necessario, che nelle
viscere della terra sia l'acqua, che nelle viscere de l'acqua sia la terra.
91 \ BUR.\
Che dici de l'acqua che sopranata e discorre sopra la terra?
92 \
FRAC.\ Non è chi non possa vedere che questo è per beneficio ed opra
dell'acqua medesima: la quale, avendo inspessata e fissata la terra, constipando
le parti di quella, fa che l'acqua oltre non vegna assorbita; la quale
altrimente penetrarebe sin al profondo de l'arida sustanza, come veggiamo per
isperienza universale. Bisogna, dunque, che in mezzo de la terra sia l'acqua, a
fin che quel mezzo abbia fermezza, la qual non deve rapportarsi alla terra
prima, ma a l'acqua: perché questa fa unite e congionte le parti di quella, e
per consequenza questa più tosto opra la densità nella terra, che per il
contrario la terra sia caggione della coerenza delle parti de l'acqua e faccia
dense quelle. Se, dunque, nel mezzo non vuoi che sia composto di terra ed acqua,
è più verisimile e conforme ad ogni raggione ed esperienza, che vi sia più
tosto l'acqua che la terra. E se vi è corpo spesso, è maggiore raggione che in
esso predomine l'acqua che l'arida, perché l'acqua è quello che fa la
spessitudine nelle parti de la terra; la quale per il caldo si dissolve (non
cossì dico della spessitudine ch'è nel foco primo, la quale è dissolubile dal
suo contrario): che, quanto è più spessa e greve, conosce tanto più
partecipazion d'acqua. Onde le cose che sono appresso noi spessissime, non
solamente son stimate aver più partecipazion d'acqua, ma oltre si trovano esser
acqua istessa in sustanza, come appare nella resoluzion di più grevi e spessi
corpi che sono gli liquabili metalli. Ed in vero in ogni corpo solido, che ha
parti coerenti, se v'intende l'acqua la qual gionge e copula le parti,
cominciando da minimi della natura; di sorte che l'arida, a fatto disciolta da
l'acqua, non è altro che vaghi e dispersi atomi. Però son più consistenti le
parti de l'acqua senza la terra, perché le parti de l'arida nullamente
consisteno senza l'acqua. Se, dunque, il mezzano loco è destinato a chi con
maggiore appulso e più velocità vi corre, prima conviene a l'aria il quale
empie il tutto, secondo a l'acqua, terzo a la terra. Se si destina al primo
grave, al più denso e spesso, prima conviene a l'acqua, secondo a l'aria, terzo
a l'arida. Se prenderemo l'arida gionto all'acqua, prima conviene a la terra,
secondo a l'acqua, terzo a l'aria. Tanto che, secondo più raggioni e diverse,
conviene a diversi primieramente il mezzo; secondo la verità e natura, l'uno
elemento non è senza altro e non è membro de la terra, dico di questo grande
animale, ove non sieno tutti quattro o almeno tre di essi.
93 \ BUR.\
Or venite presto alla conclusione.
94 \
FRAC.\ Quello che voglio conchiudere è questo: che il famoso e volgare ordine
de gli elementi e corpi mondani è un sogno ed una vanissima fantasia, perché né
per natura si verifica, né per raggione si prova ed argumenta, né per
convenienza deve, né per potenza puote esser di tal maniera. Resta, dunque, da
sapere ch'è un infinito campo e spacio continente, il qual comprende e penetra
il tutto. In quello sono infiniti corpi simili a questo, de quali l'uno non è
più in mezzo de l'universo che l'altro, perché questo è infinito, e però
senza centro e senza margine; benché queste cose convegnano a ciascuno di
questi mondi, che sono in esso con quel modo ch'altre volte ho detto, e
particolarmente quando abbiamo dimostrato essere certi, determinati e definiti
mezzi, quai sono i soli, i fuochi, circa gli quali discorreno tutti gli pianeti,
le terre, le acqui, qualmente veggiamo circa questo a noi vicino marciar questi
sette erranti; e come quando abbiamo parimente dimostrato che ciascuno di questi
astri o questi mondi, voltandosi circa il proprio centro, caggiona apparenza di
un solido e continuo mondo che rapisce tanti quanti si veggono ed essere possono
astri, e verse circa lui, come centro dell'universo. Di maniera che non è un
sol mondo, una sola terra, un solo sole; ma tanti son mondi, quante veggiamo
circa di noi lampade luminose, le quali non sono più né meno in un cielo ed un
loco ed un comprendente, che questo mondo, in cui siamo noi, è in un
comprendente, luogo e cielo. Sì che il cielo, l'aria infinito, immenso, benché
sia parte de l'universo infinito, non è però mondo, né parte di mondi; ma
seno, ricetto e campo in cui quelli sono, si muoveno, viveno, vegetano e poneno
in effetto gli atti de le loro vicissitudini, producono, pascono, ripascono e
mantieneno gli loro abitatori ed animali, e con certe disposizioni ed ordini
amministrano alla natura superiore, cangiando il volto di uno ente in
innumerabili suggetti. Sì che ciascuno di questi mondi è un mezzo, verso il
quale ciascuna de le sue parti concorre e ove si puosa ogni cosa congenea; come
le parti di questo astro, da certa distanza e da ogni lato e circonstante
regione, si rapportano al suo continente. Onde, non avendo parte, che talmente
effluisca dal gran corpo che non refluisca di nuovo in quello, aviene che sia
eterno, benché sia dissolubile: quantunque la necessità di tale eternità
certo sia dall'estrinseco mantenitore e providente, non da l'intrinseca e
propria sufficienza, se non m'inganno. Ma di questo con più particular raggione
altre volte vi farò intendere.
95 \ BUR.\
Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?
96 \
FRAC.\ Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente peggio: perché è
impossibile ch'un razionale ed alquanto svegliato ingegno possa imaginarsi, che
sieno privi di simili e megliori abitanti mondi innumerabili, che si mostrano o
cossì o più magnifici di questo; i quali o son soli, o a' quali il sole non
meno diffonde gli divinissimi e fecondi raggi che non meno argumentano felice il
proprio soggetto e fonte, che rendeno fortunati i circostanti partecipi di tal
virtù diffusa. Son quenque infiniti gl'innumerabili e principali membri de
l'universo, di medesimo volto, faccia, prorogativa, virtù ed effetto.
97 \ BUR.\
Non volete che tra altri ed altri vi sia differenza alcuna?
98 \
FRAC.\ Avete più volte udito che quelli son per sé lucidi e caldi, nella
composizion di quali predomina il fuoco; gli altri risplendeno per altrui
participazione, che son per sé freddi ed oscuri; nella composizion de quali
l'acqua predomina. Dalla qual diversità e contrarietà depende l'ordine, la
simmetria, la complessione, la pace, la concordia, la composizione, la vita. Di
sorte che gli mondi son composti di contrarii; e gli uni contrarii, come le
terre, acqui, vivono e vegetano per gli altri contrarii, come gli soli e fuochi.
Il che, credo, intese quel sapiente che disse Dio far pace ne gli contrarii
sublimi, e quell'altro che intese il tutto essere consistente per lite di
concordi ed amor di litiganti.
99 \ BUR.\
Con questo vostro dire volete ponere sotto sopra il mondo.
100 \
FRAC.\ Ti par che farrebe male un che volesse mettere.sotto sopra il mondo
rinversato?
101 \
BUR.\ Volete far vane tante fatiche, studii, sudori di fisici auditi, de cieli e
mondi, ove s'han lambiccato il cervello tanti gran commentatori, parafrasti,
glosatori, compendiarii, summisti, scoliatori, traslatatori, questionarii,
teoremisti? ove han poste le sue basi e gittati i suoi fondamenti i dottori
profondi, suttili, aurati, magni, inespugnabili, irrefragabili, angelici,
serafici, cherubici e divini?
102 \
FRAC.\ Adde gli frangipetri, sassifragi, gli cornupeti e calcipotenti, Adde
gli profundivedi, palladii, olimpici, firmamentici, celesti empirici,
altitonanti.
103 \
BUR.\ Le deveremo tutti a vostra instanza mandarle in un cesso? Certo, sarà ben
governato il mondo, se saranno tolte via e dispreggiate le speculazioni di tanti
e sì degni filosofi!
104 \
FRAC.\ Non è cosa giusta che togliamo a gli asini le sue lattuche, e voler che
il gusto di questi sia simile al nostro. La varietà d'ingegni ed intelletti non
è minor che di spirti e stomachi.
105 \
BUR.\ Volete che Platone sia uno ignorante, Aristotele sia un asino, e quei che
l'hanno seguitati, sieno insensati, stupidi e fanatici?
106 \
FRAC.\ Figlol mio, non dico, che questi sieno gli pulledri e quelli gli asini,
questi le monine e quelli i scimioni, come voi volete ch'io dica; ma, come vi
dissi da principio, le stimo eroi de la terra; ma che non voglio credergli senza
causa, né admettergli quelle proposizioni, de le quali le contradittorie, come
possete aver compreso, se non siete a fatto cieco e sordo, sono tanto
espressamente vere.
107 \
BUR.\ Or chi ne sarà giudice?
108 \
FRAC.\ Ogni regolato senso e svegliato giudizio, ogni persona discreta e men
pertinace, quando si conoscerà convitto ed impotente a defendere le raggioni di
quelli e resistere a le nostre.
109 \
BUR.\ Quando io non le saprò defendere, sarà per difetto della mia
insufficienza, non della lor dottrina; quando voi, impugnandole, saprete
conchiudere, non sarà per la verità della dottrina, ma per le vostre
sofistiche importunitadi.
110 \
FRAC.\ Io, se mi conoscesse ignorante de le cause, mi astenerei da donar de le
sentenze. S'io fusse talmente affetto come voi, mi stimarei dotto per fede e non
per scienza.
111 \
BUR.\ Se tu fussi meglio affetto, conoscereste che sei un asino presuntuoso,
sofista, perturbator delle buone lettere, carnefice de gl'ingegni, amator delle
novitadi, nemico de la verità, suspetto d'eresia.
112 \
FIL.\ Sin ora costui ha mostrato d'aver poca dottrina, ora ne vuol far conoscere
che ha poca discrezione e non è dotato di civilità.
113 \
ELP.\ Ha buona voce, e disputa più gargliardamente che se fusse un frate di
zoccoli. Burchio mio caro, io lodo molto la constanza della tua fede. Da
principio dicesti che, ancor che questo fusse vero, non lo volevi credere.
114 \
BUR.\ Sì, più tosto voglio ignorar con molti illustri e.dotti, che saper con
pochi sofisti, quali stimo sieno questi amici.
115 \
FRAC.\ Malamente saprai far differenza tra dotti e sofisti, se vogliamo credere
a quel che dici. Non sono illustri e dotti quei che ignorano; quei che sanno,
non sono sofisti.
116 \
BUR.\ Io so che intendete quel che voglio dire.
117 \
ELP.\ Assai sarrebe se noi potessimo intendere quel che dite, perché voi
medesimo arrete gran fatica per intender quel che volete dire.
118 \
BUR.\ Andate, andate, più dotti ch'Aristotele; via, via, più divini che
Platone, più profondi ch'Averroe, più giudiciosi de sì gran numero de
filosofi e teologi di tante etadi e tante nazioni, che l'hanno commentati,
admirati e messi in cielo. Andate voi, che non so chi siete e d'onde uscite, e
volete presumere di opporvi al torrente di tanti gran dottori!
119 \
FRAC.\ Questa sarrebe la meglior di quante n'avete fatte, se fusse una raggione.
120 \
BUR.\ Tu sareste più dotto ch'Aristotele, se non fussi una bestia, un
poveraccio, mendico, miserabile, nodrito di pane di miglio, morto di fame,
generato da un sarto, nato d'una lavandaria, nipote a Cecco ciabattino, figol di
Momo, postiglion de le puttane, fratel di Lazaro che fa le scarpe a gli asini.
Rimanete con cento diavoli ancor voi, che non siete molto megliori che lui!
121 \
ELP.\ Di grazia, magnifico signore, non vi prendiate più fastidio di venire a
ritrovarne, e aspettate che noi vengamo a voi.
122 \
FRAC.\ Voler con più raggioni mostrar la veritade a simili, è come se con più
sorte di sapone e di lescìa più volte se lavasse il capo a l'asino; ove non se
profitta più lavando cento che una volta, in mille che in un modo, ove è tutto
uno l'aver lavato e non l'avere.
123 \
FIL.\ Anzi, quel capo sempre sarà stimato più sordido in fine del lavare che
nel principio ed avanti: perché con aggiongervi più e più d'acqua e di
profumi, si vegnono più e più a commovere i fumi di quel capo, e viene a
sentirsi quel puzzo che non si senteva altrimente; il quale sarà tanto più
fastidioso, quanto da liquori più aromatichi vien risvegliato. - Noi abbiamo
molto detto oggi; mi rallegro molto della capacità di Fracastorio e del maturo
vostro giudizio, Elpino. Or, poi ch'avemo discorso circa l'essere, il numero e
qualità de gl'infiniti mondi, è bene che domani veggiamo, se vi son raggioni
contrarie, e quali sieno quelle.
124 \
ELP.\ Cossì sia.
125 \
FRAC.\ Adio.
Dialogo 4
1 \ FIL.\ Non son dunque infiniti gli mondi di sorte con cui è
imaginato il composto di questa terra circondato da tante sfere, de quali altre
contegnano un astro, altre astri innumerabili: atteso che il spacio è tale per
quale possano discorrere tanti astri; ciascuno di questi è tale, che può da
per se stesso e da principio intrinseco muoversi alla comunicazion di cose
convenienti; ognuno di essi è tanto ch'è sufficiente, capace e degno d'esser
stimato un mondo; non è di loro chi non abbia efficace principio e modo di
continuar e serbar la perpetua generazione e vita d'innumerabili ed eccellenti
individui. Conosciuto che sarà che l'apparenza del moto mondano è caggionata
dal vero moto diurno della terra (il quale similmente si trova in astri simili)
non sarà raggione che ne costringa a stimar l'equidistanza de le stelle, che il
volgo intende in una ottava sfera come inchiodate e fisse; e non sarà
persuasione che ne impedisca di maniera, che non conosciamo che de la distanza
di quelle innumerabili sieno differenze innumerabili di lunghezza di
semidiametro. Comprenderemo, che non son disposti gli orbi e sfere
nell'universo, come vegnano a comprendersi l'un l'altro, sempre oltre ed oltre
essendo contenuto il minore dal maggiore, per esempio, gli squogli in ciascuna
cipolla; ma che per l'etereo campo il caldo ed il freddo, diffuso da' corpi
principalmente tali, vegnano talmente a contemperarsi secondo diversi gradi
insieme, che si fanno prossimo principio di tante forme e specie di ente.
2 \ ELP.\
Su, di grazia, vengasi presto alla risoluzion delle raggioni di contrarii, e
massime d'Aristotele, le quali son più celebrate e più famose, stimate della
sciocca moltitudine con le perfette demostrazioni. Ed a fin che non paia che si
lasce cosa a dietro, io referirò tutte le raggioni e sentenze di questo povero
sofista, e voi una per una le considerarete.
3 \ FIL.\
Cossì si faccia.
4 \ ELP.\
È da vedere, dice egli nel primo libro del suo Cielo e mondo, se estra
questo mondo sia un altro.
5 \ FIL.\
Circa cotal questione sapete, che differentemente prende egli il nome del mondo
e noi; perché noi giongemo mondo a mondo, come astro ad astro in questo
spaciosissimo etereo seno, come è condecente anco ch'abbiano inteso tutti
quelli sapienti ch'hanno stimati mondi innumerabili ed infiniti. Lui prende il
nome del mondo per un aggregato di questi disposti elementi e fantastici orbi
sino al convesso del primo mobile, che, di perfetta rotonda figura formato, con
rapidissimo tratto tutto rivolge, rivolgendosi egli, circa il centro, verso il
qual noi siamo. Però sarà un vano e fanciullesco trattenimento, se vogliamo
raggion per raggione aver riguardo a cotal fantasia; ma sarà bene ed espediente
de resolvere le sue raggioni per quanto possono esser contrarie al nostro senso,
e non aver riguardo a ciò che non ne fa guerra..
6 \ FRAC.\
Che diremo a color che ne rimproperasseno che noi disputiamo su l'equivoco?
7 \ FIL.\
Diremo due cose: e che il difetto di ciò è da colui ch'ha preso il mondo
secondo impropria significazione, formandosi un fantastico universo corporeo; e
che le nostre risposte non meno son valide supponendo il significato del mondo
secondo la imaginazione de gli aversarii che secondo la verità. Perché, dove
s'intendeno gli punti della circumferenza ultima di questo mondo, di cui il
mezzo è questa terra, si possono intendere gli punti di altre terre
innumerabili che sono oltre quella imaginata circumferenza; essendo che vi sieno
realmente, benché non secondo la condizione imaginata da costoro; la qual, sia
come si vuole, non gionge o toglie punto a quel che fa al proposito della
quantità de l'universo e numero de mondi.
8 \ FRAC.\
Voi dite bene; séguita, Elpino.
9 \ ELP.\
"Ogni corpo", dice, "o si muove o si sta: e questo moto e stato o
è naturale, o è violento. Oltre, ogni corpo, dove non sta per violenza, ma
naturalmente, là non si muove per violenza, ma per natura; e dove non si muove
violentemente, ivi naturalmente risiede: di sorte che tutto ciò che
violentemente è mosso verso sopra, naturalmente si muove verso al basso, e per
contra. Da questo s'inferisce, che non son più mondi, quando consideraremo che,
se la terra, la quale è fuor di questo mondo, si muove al mezzo di questo mondo
violentemente, la terra, la quale è in questo mondo, si moverà al mezzo di
quello naturalmente; e se il suo moto dal mezzo di questo mondo al mezzo di
quello è violento, il suo moto dal mezzo di quel mondo a questo sarà naturale.
La causa di ciò è che, se son più terre, bisogna dire, che la potenza de
l'una sia simile alla potenza de l'altra; come oltre, la potenza di quel fuoco
sarà simile alla potenza di questo. Altrimente le parti di que' mondi saran
simili alle parti di questo in nome solo, e non in essere; e, per consequenza,
quel mondo non sarà, ma si chiamarà mondo, come questo. Oltre, tutti gli corpi
che son d'una natura ed una specie, hanno un moto; perché ogni corpo
naturalmente si muove in qualche maniera. Se, dunque, ivi son terre, come è
questa, e sono di medesima specie con questa, arranno certo medesimo moto; come,
per contra, se è medesimo moto, sono medesimi elementi. Essendo cossì,
necessariamente la terra di quel mondo si moverrà alla terra di questo, il
fuoco di quello al fuoco di questo. Onde séguite oltre, che la terra non meno
naturalmente si muove ad alto che al basso, ed il fuoco non meno al basso ch'a
l'alto. Or, essendono tale cose impossibili, deve essere una terra, un centro,
un mezzo, un orizonte, un mondo".
10 \ FIL.\
Contra questo diciamo, che in quel modo con cui in questo universal spacio
infinito la nostra terra versa circa questa regione ed occupa questa parte, nel
medesimo gli altri astri occupano le sue parti e versano circa le sue regioni ne
l'immenso campo. Ove, come questa terra costa di suoi membri, ha le sue
alterazioni ed ha flusso e reflusso nelle sue parti (come accader veggiamo ne
gli animali, umori e parti, le quali sono in continua alterazione e moto), cossì
gli altri astri costano di suoi similmente affetti membri. E sicome questo,
naturalmente si movendo secondo tutta la machina, non ha moto se non simile al
circulare, con cui se svolge circa il proprio centro e discorre intorno al sole;
cossì necessariamente quelli altri corpi che sono di medesima natura. E non
altrimente le parti sole di quelli, che per alcuni accidenti sono allontanate
dal suo loco (le quali però non denno esser stimate parti principali o membri),
naturalmente con proprio appulso vi ritornano, che parti de l'arida ed acqua,
che per azion del sole e de la terra s'erano in forma d'exalazione e vapore
allontanate verso membri e regioni superiori di questo corpo, avendono
riacquistata la propria forma, vi ritornano. E cossì quelle parti oltre certo
termine non si discostano dal suo continente come queste; come sarà manifesto
quando vedremo la materia de le comete non appartenere a questo globo. Cossì
dunque, come le parti di un animale, benché sieno di medesima specie con le
parti di un altro animale, nulla di meno, perché appartengono a diversi
individui, giamai quelle di questi (parlo de le principali e lontane) hanno
inclinazione al loco di quelle de gli altri: come non sarà mai la mia mano
conveniente al tuo braccio, la tua testa al mio busto. Posti cotai fondamenti,
diciamo veramente essere similitudine tra tutti gli astri, tra tutti gli mondi,
e medesima raggione aver questa e le altre terre. Però non séguita che dove è
questo mondo debbano essere tutti gli altri, dove è situata questa debbano
essere situate l'altre; ma si può bene inferire che, sicome questa consiste nel
suo luogo, tutte l'altre consistano nel suo: come non è bene che questa si
muova al luogo dell'altre, non è bene che l'altre si muovano al luogo di
questa: come questa è differente in materia ed altre circostanze individuali da
quelle, quelle sieno differenti da questa. Cossì le parti di questo fuoco si
muovono a questo fuoco come le parti di quello a quello; cossì le parti di
questa terra a questa tutta, come le parti di quella terra a quella tutta. Cossì
le parti di quella terra che chiamiamo luna, con le sue acqui, contra natura e
violentemente si moverebono a questa, come si moverebono le parti di questa a
quella. Quella naturalmente versa nel suo loco, ed ottiene la sua regione che è
ivi; questa è naturalmente nella sua regione quivi; e cossì se riferiscono le
parti sue a quella terra, come le sue a questa; cossì intendi de le parti di
quelle acqui e di que' fochi. Il giù e loco inferiore di questa terra non è
alcun punto della regione eterea fuori ed extra di lei (come accade alle parti
fatte fuori della propria sfera, se questo aviene), ma è nel centro de la sua
mole o rotundità o gravità. Cossì il giù di quella terra non è alcun luogo
extra di quella, ma è il suo proprio mezzo, il proprio suo centro. Il su di
questa terra è tutto quel ch'è nella sua circumferenza ed estra la sua
circumferenza; però cossì violentemente le parti di quella si muoveno extra la
sua circumferenza e naturalmente s'accoglieno verso il suo centro, come le parti
di questa violentemente si diparteno e naturalmente tornano verso il proprio
mezzo. Ecco come si prende la vera similitudine tra.queste e quell'altre terre.
11 \ ELP.\
Molto ben dite che, sicome è cosa inconveniente ed impossibile che l'uno di
questi animali si muova e dimore dove è l'altro, e non abbia la propria
sussistenza individuale con il proprio loco e circostanze; cossì è
inconvenientissimo che le parti di questo abbiano inclinazione e moto attuale al
luogo de le parti di quello.
12 \ FIL.\
Intendete bene de le parti che son veramente parti. Perché, quanto appartiene
alli primi corpi indivisibili, de quali originalmente è composto il tutto, è
da credere che per l'immenso spacio hanno certa vicissitudine, con cui altrove
influiscano ed affluiscano altronde. E questi, se pur per providenza divina,
secondo l'atto, non costituiscano nuovi corpi e dissolvano gli antichi, almeno
hanno tal facultà. Perché veramente gli corpi mondani sono dissolubili; ma può
essere che o da virtù intrinseca o estrinseca sieno eternamente persistenti
medesimi, per aver tale tanto influsso, quale e quanto hanno efflusso di atomi;
e cossì perseverino medesimi in numero, come noi, che nella sustanza corporale
similmente, giorno per giorno, ora per ora, momento per momento, ne rinuoviamo
per l'attrazione e digestione che facciamo da tutte le parti del corpo.
13 \ ELP.\
Di questo ne parlaremo altre volte. Quanto al presente, mi satisfate molto
ancora per quel ch'avete notato, che cossì ogni altra terra s'intenderebe
violentemente montare a questa, se si movesse a questo loco, come questa
violentemente montarebbe se a qualsivoglia di quelle si movesse. Perché, come
da ogni parte di questa terra verso la circonferenza o ultima superficie, e
verso l'orizonte emisferico dell'etere andando, si procede come in alto; cossì
da ogni parte della superfice de altre terre verso questa se intende ascenso:
atteso che cossì questa terra è circonferenziale a quelle come quelle a
questa. Approvo che, benché quelle terre sieno di medesima natura con questa,
non per ciò séguite che si referiscano al medesimo centro a fatto; perché
cossì il centro d'un'altra terra non è centro di questa e la circonferenza sua
non è circonferenza di costei, come l'anima mia non è vostra; la gravità mia
e di mie parti non è corpo e gravità vostra; benché tutti cotai corpi,
gravitadi ed anime univocamente si dicano, e sieno di medesima specie.
14 \ FIL.\
Bene. Ma non per questo vorrei che v'imaginaste che, se le parti di quella terra
appropinquassero a questa terra, non sarebbe possibile che medesimamente
avessero appulso a questo continente, come se le parti di questa s'avicinassero
a quella; benché ordinariamente il simile non veggiamo accadere ne gli animali
e diversi individui de le specie di questi corpi, se non quanto l'uno si
nutrisce ed aumenta per l'altro e l'uno si trasmuta ne l'altro.
15 \ ELP.\
Sta bene. Ma che dirrai, se tutta quella sfera fusse tanto vicina a questa
quanto accade che da lei s'allontanino le sue parti che hanno attitudine di
rivenire al suo continente?
16 \ FIL.\
Posto che le parti notabili de la terra si facciano fuori de la circonferenza de
la terra, circa la quale è.detto esser l'aria puro e terso, facilmente concedo
che da quel loco possano rivenir cotai parti come naturalmente al suo loco; ma
non già venir tutta un'altra sfera, né naturalmente descendere le parti di
quella, ma più tosto violentemente ascendere; come le parti di questa non
naturalmente descenderebono a quella, ma per violenza ascenderebono. Perché a
tutti gli mondi l'estrinseco della sua circonferenza è il su, e l'intrinseco
centro è il giù, e la raggione del mezzo a cui le loro parti naturalmente
tendeno, non si toglie da fuori, ma da dentro di quelli; come hanno ignorato
coloro, che fingendo certa margine e vanamente definendo l'universo, hanno
stimato medesimo il mezzo e centro del mondo e di questa terra. Del che il
contrario è conchiuso, famoso e concesso appresso gli matematici di nostri
tempi; che hanno trovato che dall'imaginata circonferenza del mondo non è
equidistante il centro de la terra. Lascio gli altri più savi, che, avendo
capito il moto de la terra, hanno trovato, non solamente per raggioni proprie
alla lor arte, ma etiam per qualche raggion naturale, che del mondo ed
universo che col senso de gli occhi possiamo comprendere, più raggionevolmente,
e senza incorrere inconvenienti, e con formar teoria più accomodata e giusta,
applicabile al moto più regolare de gli detti erroni circa il mezzo, doviamo
intendere la terra essere tanto lontana dal mezzo quanto il sole. Onde
facilmente con gli loro principii medesimi han modo di scuoprir a poco a poco la
vanità di quel che si dice della gravità di questo corpo, e differenza di
questo loco da gli altri, dell'equidistanza di mondi innumerabili, che veggiamo
da questo oltre gli detti pianeti, del rapidissimo moto più tosto di tutti quei
circa quest'uno, che della versione di quest'uno a l'aspetto di que' tutti; e
potranno dovenir suspetti almeno sopra altri sollennissimi inconvenienti che son
suppositi nella volgar filosofia. Or, per venire al proposito onde siamo
partiti, torno a dire che né tutto l'uno né parte de l'uno sarrebe atto a
muoversi verso il mezzo de l'altro, quantunque un altro astro fusse vicinissimo
a questo, di sorte che il spacio o punto della circonferenza di quello si
toccasse col punto o spacio della circonferenza di questo.
17 \ ELP.\
Di questo il contrario ha disposto la provida natura, perché, se ciò fusse, un
corpo contrario destruggerebe l'altro; il freddo e umido s'ucciderebono col
caldo e secco: de quali, però a certa e conveniente distanza disposti, l'uno
vive e vegeta per l'altro. Oltre, un corpo simile impedirebe l'altro dalla
comunicazione e partecipazione del conveniente che dona al dissimile e dal
dissimile riceve; come ne dechiarano tal volta non mediocri danni ch'alla
fragilità nostra apportano le interposizioni di un'altra terra, che chiamiamo
luna, tra questa e il sole. Or che sarrebe se la fusse più vicina alla terra, e
più notabilmente a lungo ne privasse di quel caldo e vital lume?
18 \ FIL.\
Dite bene. Seguitate ora il proposito d'Aristotele.
19 \ ELP.\
Apporta appresso una finta risposta; la quale dice, che per questa raggione un
corpo non si muove a l'altro,.perché quanto è rimosso da l'altro per distanza
locale, tanto viene ad essere di natura diverso. E contra questo dice lui, che
la distanza maggiore e minore non è potente a far che la natura sia altra ed
altra.
20 \ FIL.\
Questo, inteso come si deve intendere, è verissimo. Ma noi abbiamo altro modo
di rispondere, ed apportiamo altra raggione, per cui una terra non si muova a
l'altra, o vicina o lontana che la sia.
21 \ ELP.\
La ho intesa. Ma pur mi par oltre vero quello che è da credere che volesser dir
gli antichi, che un corpo per maggior lontananza acquista minor attitudine (che
loro chiamorno proprietà e natura per il lor frequente modo di parlare); perché
le parti, alle quali è soggetto molto aria, son meno potenti a dividere il
mezzo e venire al basso.
22 \ FIL.\
È certo ed assai esperimentato nelle parti de la terra, che, da certo termine
del loro recesso e lontananza, ritornar sogliono al suo continente; a cui tanto
più s'affrettano quanto più s'avicinano. Ma noi parliamo ora delle parti
d'un'altra terra.
23 \ ELP.\
Or, essendo simile terra a terra, parte a parte, che credi, se fussero vicine?
non sarrebe ugual potenza tanto alle parti de l'altra di andar a l'una e l'altra
terra, e per consequenza ascendere e descendere?
24 \ FIL.\
Posto uno inconveniente (se è inconveniente), che impedisce che se ne pona un
altro consequente? Ma, lasciando questo, dico che le parti, essendo in equal
raggione e distanza di diverse terre, o rimagnono, o se determinano un loco a
cui vadano, a rispetto di quello si diranno descendere, ed ascendere a rispetto
de l'altro da cui s'allontanano.
25 \ ELP.\
Pure chi sa che le parti di un corpo principale si muovano ad un altro corpo
principale, benché simile in specie? Perché appare che le parti e membri di un
uomo non possono quadrare e convenire ad un altr'uomo.
26 \ FIL.\
È vero principale e primariamente; ma accessoria e secondariamente accade il
contrario. Perché abbiamo visto per esperienza che della carne d'un altro
s'attacca al loco ove era un naso di costui; e ne confidiamo di far succedere
l'orecchio d'un altro ove era l'orecchio di costui, facilissimamente.
27 \ ELP.\
Questa chirugia non dev'esser volgare.
28 \ FIL.\
Non sia.
29 \ ELP.\
Torno al punto di voler sapere: se accadesse che una pietra fusse in mezzo a
l'aria in punto equidistante da due terre, in che modo doviamo credere che
rimanesse fissa? ed in che modo si determinarebbe ad andar più presto all'uno
ch'all'altro continente?
30 \ FIL.\
Dico che la pietra, per la sua figura, non riguardando più l'uno che l'altro, e
l'uno e l'altro avendo equal relazione alla pietra, ed essendo a punto
medesimamente affetti a quella, dal dubio della resoluzione ed equal raggione a
doi termini oppositi accaderebe che si rimagna, non potendosi risolvere d'andar
più tosto a l'uno ch'a l'altro, de quali questo non rapisce più che quello, ed
essa non ha maggior appulso a questo che a quello. Ma, se l'uno gli è più
congeneo e connaturale, e gli è più o simile o atto a conservarla, se
determinarà per il più corto camino rettamente di rapportarsi a quello. Perché
lo principal principio motivo non è la propria sfera e proprio continente, ma
l'appetito di conservarsi: come veggiamo la fiamma serpere per terra, ed
inchinarsi, e ramenarsi al basso per andare al più vicino loco in cui inescare
e nodrirsi possa; e lasciarà d'andar verso il sole, al quale, senza discrime
d'intiepidirse per il camino, non se inària.
31 \ ELP.\
Che dici di quel che soggionge Aristotele, che le parti e congenei corpi,
quantunque distanti sieno, si muoveno pure al suo tutto e suo consimile?
32 \ FIL.\
Chi non vede, ch'è contra ogni raggione e senso, considerato quel ch'abbiamo
poco fa detto? Certo, le parti fuor del proprio globo si muoveranno al propinquo
simile, ancor che quello non sia il suo primario e principal continente; e
talvolta a altro, che lo conserve e nodrisca, benché non simile in specie;
perché il principio intrinseco impulsivo non procede dalla relazione ch'abbia a
loco determinato, certo punto e propria sfera, ma da l'appulso naturale di
cercar ove meglio e più prontamente ha da mantenersi e conservarsi nell'esser
presente; il quale, quantunque ignobil sia, tutte le cose naturalmente
desiderano. Come massime desiderano vivere quegli uomini, e massime temeno il
morire coloro che non han lume di filosofia vera, e non apprendeno altro essere
ch'il presente, e pensano che non possa succedere altro che appartenga a essi.
Perché non son pervenuti ad intendere che il principio vitale non consiste ne
gli accidenti che resultano dalla composizione, ma in individua ed indissolubile
sustanza, nella quale, se non è perturbazione, non conviene desiderio di
conservarsi, né timore di sperdersi; ma questo è conveniente a gli composti,
cioè secondo raggione simmetrica, complessionale, accidentale. Perché né la
spiritual sustanza, che s'intende unire, né la materiale, che s'intende unita,
possono esser suggette ad alterazione alcuna o passione, e per consequenza non
cercano di conservarsi, e però a tai sustanze non convien moto alcuno, ma a le
composte. Tal dottrina sarà compresa, quando si saprà ch'esser grave o lieve
non conviene a' mondi, né a parte di quelli; perché queste differenze non sono
naturalmente, ma positiva e rispettivamente. Oltre, da quel ch'abbiamo altre
volte considerato, cioè che l'universo non ha margine, non ha estremo, ma è
inmenso ed infinito, aviene che a gli corpi principali a riguardo di qualche
mezzo o estremo, non possono determinarsi a moversi rettamente, perché da
tutt'i canti fuor della sua circumferenza hanno ugual e medesimo rispetto: però
non hanno altro moto retto che di proprie parti, non a riguardo d'altro mezzo e
centro che del proprio intiero, continente e perfetto. Ma di questo considerarò
al suo proposito e loco. Venendo dunque al punto, dico: che, secondo gli suoi
medesimi principii, non potrà verificar questo filosofo che corpo, quantunque
lontano, abbia attitudine di rivenire al suo continente o simile, se lui intende
le comete di materia terrestre; e tal materia, quale in forma di exalazione è
montata in alto all'incentiva region del foco; le quali parti sono inetti a
descendere al basso; ma, rapite dal vigor del primo mobile, circuiscono la
terra, e pure non sono di quinta essenza, ma corpi terrestri gravissimi, spessi
e densi. Come chiaro si argumenta da l'apparenza in sì lungo intervallo e lunga
esistenza che fanno al grave e vigoroso incendio del foco: che tal volta
perseverano oltre un mese a bruggiare, come per quarantacinque giorni continui
a' tempi nostri n'è vista una. Or, se per la distanza non si destrugge la
raggion de la gravità, per che caggione tal corpo non solo non viene al basso,
né si sta fermo, ma oltre circuisce la terra? Se dice che non circuisce per sé,
ma per essere rapito; insisterò oltre, che cossì anco ciascuno di suoi cieli
ed astri (li quali non vuol che sieno gravi, né lievi, né di simil materia)
son rapiti. Lascio che il moto di questi corpi par proprio a essi, perché non
è mai conforme al diurno, né a quei d'altri astri.
33 La
raggione è ottima per convencer costoro da suoi medesimi principii. Perché
della verità della natura di comete ne parleremo, facendo propria
considerazione di quelle, dove mostraremo e che tali accensioni non son dalla
sfera del foco, perché verrebono da ogni parti accese, atteso che secondo tutta
la circunferenza o superficie de la sua mole sono contenute nell'aria attrito
dal caldo, come essi dicono, o pur sfera del fuoco: ma sempre vedemo
l'accensione essere da una parte; conchiuderemo le dette comete esser specie di
astro, come bene dissero ed intesero gli antichi; ed essere tale astro che, col
proprio moto avicinandosi ed allontanandosi verso e da questo astro per raggione
di accesso e recesso, prima par che cresca, come si accendesse, e poi manca,
come s'estinguesse: e non si muove circa la terra; ma il suo moto proprio è
quello, che è oltre il diurno proprio alla terra, la quale, rivolgendosi con il
proprio dorso, viene a fare orienti ed occidenti tutti que' lumi che sono fuor
della sua circonferenza. E non è possibile che quel corpo terrestre e sì
grande possa da sì liquido aere e sottil corpo che non resiste al tutto, esser
rapito, e mantenuto, contra sua natura, sospeso; il cui moto, se fusse vero,
sarrebe solamente conforme a quel del primo mobile, dal quale è rapito, e non
imitarebe il moto di pianeti; onde ora è giudicato di natura di Mercurio, ora
della luna, ora di Saturno, or de gli altri. Ma, e di questo altre volte, a suo
proposito, si parlarà. Basta ora averne detto sin tanto che baste per argumento
contra costui, che dalla propinquità e lontananza non vuole che s'inferisca
maggior e minor facultà del moto, che lui chiama proprio e naturale, contra la
verità. La quale non permette possa dirse proprio e naturale ad un suggetto in
tal disposizione, nella quale mai gli può convenire; e però, se le parti da
oltre certa distanza mai se muoveno al continente, non si deve dire che tal moto
sia naturale a quelle.
34 \ ELP.\
Ben conosce chi ben considera che costui avea principii tutti contrarii alli
principii veri della natura. Replica appresso che, "se il moto di corpi
semplice è naturale a essi, averrà che gli corpi semplici, che sono in molti
mondi, e sono di medesima specie, si muovano o al medesimo mezzo o al medesimo
estremo".
35 \ FIL.\
Questo è quello che lui non potrà giamai provare, cioè che si debbano muovere
al medesimo loro particulare ed individuale. Perché da quel, che gli corpi son
di medesima specie, s'inferisce che a quelli si convegna luogo di medesima
specie e mezzo de medesima specie, ch'è il centro proprio; e non si deve né può
inferire che richiedano loco medesimo di numero.
36 \ ELP.\
È stato lui alcunamente presago di questa risposta; e però da tutto il suo
vano sforzo caccia questo, che vuol provare la differenza numerale non esser
causa della diversità de luoghi.
37 \ FIL.\
Generalmente veggiamo tutto il contrario. Pur dite, come il prova?
38 \ ELP.\
Dice che, se la diversità numerale di corpi dovesse esser caggione della
diversità di luoghi, bisognarebbe che delle parti di questa terra diverse in
numero e gravità ciascuna nel medesimo mondo avesse il proprio mezzo. Il che è
impossibile ed inconveniente, atteso che secondo il numero de gl'individui de
parti de la terra sarrebe il numero de mezzi.
39 \ FIL.\
Or considerate, che mendica persuasione è questa. Considerate, se per tanto vi
potrete mover punto dalla opinion contraria, o più tosto confirmarvi in quella.
Chi dubita che non sia inconveniente dire uno essere il mezzo di tutta la mole,
e del corpo ed animale intiero, a cui e verso cui si referiscono, accoglieno, e
per cui si uniscano ed hanno base tutte le parti; e posserno essere
positivamente innumerabili mezzi, secondo che della innumerabile moltitudine de
le parti, in ciascuna possiamo cercare o prendere o supponere il mezzo?
Nell'uomo uno è semplicemente il mezzo, che si dice il core; e poi molti sono
altri mezzi, secondo la moltitudine de le parti, de quali il core ha il suo
mezzo, il pulmone il suo, l'epate il suo, il capo, il braccio, la mano, il
piede, questo osso, questa vena, questo articolo e queste particelle che
constituiscono cotai membri ed hanno particular e determinato sito, tanto nel
primo e generale, ch'è tutto individuo, quanto nel prossimo e particular, ch'è
tutto questo o quell'altro membro de l'individuo.
40 \ ELP.\
Considerate che lui si può intendere, che non voglie dir semplicemente, perché
ciascuna parte abbia il mezzo; ma che abbia il mezzo a cui si muova.
41 \ FIL.\
Al fine tutto va ad uno: perché nell'animale non si richiede che tutte le parti
vadano al mezzo e centro; perché questo è impossibile ed inconveniente, ma che
si referiscano a quello per la unione de le parti e constituzion del tutto.
Perché la vita e consistenza delle cose dividue non si vede in altro che nella
debita unione de le parti, le quali sempre s'intendeno aver quel termine che
medesimo si prende per mezzo e centro. Però, per la constituzion del tutto
intiero, le parti si riferiscono ad un sol mezzo; per la constituzion di ciascun
membro, le particole di ciascuno si referiscono al mezzo particular di ciascuno,
a fin che l'epate consista per l'union de le sue parti: cossì il pulmone, il
capo, l'orecchio, l'occhio ed altri. Ecco, dunque, come non solamente non è
inconveniente, ma naturalissimo, e che sieno molti mezzi secondo la raggione di
molte parti e particole de le parti, se gli piace; perché di questi d'uno è
constituito, sussistente e consistente per la consistenza, sussistenza e
constituzione de l'altri. Certo, si sdegna l'intelletto su le considerazioni
sopra frascarie tali, quali apporta questo filosofo.
42 \ ELP.\
Questo si deve patire per la riputazione, ch'ha guadagnato costui, più per non
esser inteso che per altro. Ma pur, di grazia, considerate un poco quanto questo
galantuomo si compiacque in questo argumentaccio. Vedete che, quasi trionfando,
soggionge queste paroli: "Se, dunque, il contradicente non potrà
contradire a questi sermoni e raggioni, necessariamente è uno mezzo ed uno
orizonte".
43 \ FIL.\
Dice molto bene. Seguitate.
44 \ ELP.\
Appresso prova, che gli moti semplici son finiti e determinati; perché quel che
disse, che il mondo è uno e gli moti semplici hanno proprio loco, era fondato
sopra di questo. Dice dunque cossì: "Ogni mobile si muove da un certo
termine ad un certo termine: e sempre è differenza specifica tra il termino
onde, ed il termino ove, essendo ogni mutazion finita; tali sono morbo e sanità,
picciolezza grandezza, qua llà; perché quel che si sana, non tende ove si
voglia, ma alla sanità. Non son dunque il moto della terra e del foco in
infinito, ma a certi termini diversi da que' luoghi, da quai si muoveno; perché
il moto ad alto non è moto al basso: e questi doi luoghi son gli orizonti de
moti. Ecco, come è determinato il moto retto. Non meno determinato è il moto
circulare; perché da certo a certo termine, da contrario a contrario, è ancor
quello, se vogliamo considerar la diversità del moto, la quale è nel diametro
del circolo; perché il moto di tutto il circolo a fatto non ha contrario (perché
non si termina ad altro punto che a quello da cui cominciò), ma nelle parti
della revoluzione, quando questa è presa da uno estremo del diametro all'altro
opposito".
45 \ FIL.\
Questo, che il moto è determinato e finito secondo tali raggioni, non è chi lo
neghi o ne dubiti; ma è falso che sia semplicemente determinato alto e
determinato basso, come altre volte abbiamo detto e provato. Perché,
indifferentemente, ogni cosa si muove o qua o là, ovunque sia il luogo della
sua conservazione. E diciamo (ancor supponendo gli principii d'Aristotele ed
altri simili) che, se infra la terra fusse altro corpo, le parti della terra
violentemente vi rimarrebono, ed indi naturalmente montarebono. E non negarà
Aristotele, che, se le parti del fuoco fussero sopra la sua sfera (come, per
esempio, ove intendeno il cielo o cupola di Mercurio), descenderebono
naturalmente. Vedete dunque, quanto bene naturalmente determinino su e giù,
grave e lieve, dopo ch'arrete considerato che tutti corpi, ovunque sieno e
dovunque si muovano, ritegnono e cercano al possibile il loco della
conservazione. Tuttavia, quantunque sia vero che ogni cosa si muove per gli suoi
mezzi, da' suoi ed a' suoi termini, ed ogni moto, o circulare o retto, è
determinato da opposito in opposito; da questo non séguita che l'universo sia
finito di grandezza, né che il mondo sia uno; e non si distrugge che sia
infinito il moto semplicemente di qualsivoglia atto particolare, per cui quel
spirto, come vogliam dire, che fa ed incorre a questa composizione, unione e
vivificazione, può essere e sarà sempre in altre ed altre infinite. Può
dunque stare, che ogni moto sia finito (parlando del moto presente, non absoluta
e semplicemente di ciascun particulare, ed in tutto) e che infiniti mondi sieno:
atteso che, come ciascuno de gl'infiniti mondi è finito ed ha regione finita,
cossì a ciascuno di quei convegnono prescritti termini del moto suo e de sue
parti.
46 \ ELP.\
Voi dite bene; e con questo, senza che séguite inconveniente alcuno contra di
noi, né cosa che sia in favor di quelle che lui vuol provare, è apportato quel
"segno", che lui soggionge a mostrar, "che il moto non sia in
infinito, perché la terra ed il fuoco quanto più s'accostano alla sua sfera,
tanto più velocemente si muoveno; e però, se il moto fusse in infinito, la
velocità, levità e gravità verrebe ad essere in infinito".
47 \ FIL.\
Buon pro gli faccia.
48 \
FRAC.\ Sì. Ma questo mi par il gioco de le bagattelle; perché, se gli atomi
hanno moto infinito per la succession locale che a tempi a tempi fanno, or
avendo efflusso da questo, or influsso in quello, or giungendosi a questa, or a
quella composizione, or concorrendo in questa, or in quella figurazione per il
spacio inmenso dell'universo; verranno per certo ad avere infinito moto locale,
discorrere per infinito spacio e concorrere ad infinite alternazioni. Per questo
non séguita ch'abbiano infinita gravità, levità o velocità.
49 \ FIL.\
Lasciamo da parte il moto delle prime parti ed elementi, e consideriamo
solamente de le parti prossime e determinate a certa specie di ente, cioè di
sustanza: come de le parti de la terra, che son pur terra. Di queste veramente
si dice, che in quei mondi che sono, ed in quelle regioni dove versano, in
quella forma che ottegnono, non si muoveno se non da certo a certo termine. E da
questo non più séguita questa conclusione: dunque l'universo è finito ed il
mondo è uno, - che quest'altra: dunque le scimie nascono senza coda, dunque i
gufi veggono la notte senza occhiali, dunque i pipistrelli fanno lana. Oltre, di
queste parti intendendo, giamai si potrà far tale illazione: l'universo è
infinito, son terre infinite; dunque puotrà una parte di terra continuamente
muoversi in infinito, e deve aver ad una terra infinitamente distante appulso
infinito e gravità infinita. E questo per due caggioni: de quali l'una è, che
non si può dar questo transito, perché, constando l'universo di corpi e
principii contrarii non potrebbe tal parte molto discorrere per l'eterea
regione, che non venesse ad esser vinta dal contrario e dovenir a tale che non
più si muova quella terra; perché quella sustanza non è più terra, avendo,
per vittoria del contrario, cangiato complessione e volto. L'altra, che
generalmente veggiamo che tanto manca, che mai da distanza infinita possa esser
impeto di gravità o levità, come dicono, che tal appulso de parti non può
essere se non infra la regione del proprio continente; le quali, se fussero
estra quella, non più vi si muoverebono, che gli fluidi umori (quali ne
l'animale si muoveno da parti esterne all'interne, superiori ed inferiori,
secondo tutte differenze, montando e bassando, rimovendosi da questa a quella e
da quella a questa parte), messi fuori del proprio continente ancor contigui a
quello, perdeno tal forza ed appulso naturale. Vale dunque per tanto spacio tal
relazione, quanto vien misurato per il semediametro dal centro di tal particular
regione alla sua circonferenza, dove circa questa è la minima gravità, e circa
quello la massima; e nel mezzo, secondo gli gradi della propinquità circa l'uno
o l'altra, la viene ad esser maggior e minore; come appare nella presente
demostrazione, in cui A significa il centro de la regione, dove, parlando
comunmente, la pietra non è grave né lieve; B significa la circonferenza della
regione, dove parimente non sarà grave né lieve, e rimarrà quieta (onde
appare ancora la coincidenza del massimo e minimo, quale è dimostrata in fine
del libro De principio, causa ed uno); 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9,
significano le differenze di spaci tramezanti:
B 9 né grave, né lieve.
8 minimo grave, levissimo.
7 assai men grave, assai più lieve.
6 meno grave, più lieve.
5 grave, lieve.
4 più grave, men lieve.
3 assai più grave, assai men lieve.
2 gravissimo, minimo lieve.
A 1 né grave, né lieve.
50 Or
vedete oltre quanto manca ch'una terra debba muoversi a l'altra, che anco le
parti di ciascuna, messe fuor della propria circonferenza, non hanno tale
appulso.
51 \ ELP.\
Volete che sia determinata questa circonferenza?
52 \ FIL.\
Sì, quanto alla massima gravità, che potesse esser nella massima parte; o se
pur ti piace (perché tutto il globo non è grave né lieve), in tutta la terra.
Ma quanto alle differenze mezzane de gravi e lievi, che dico si denno prendere
tanto diverse differenze, quanto diversi possono essere gli pondi di diverse
parti che son comprese tra il massimo e minimo grave.
53 \ ELP.\
Discretamente, dunque, si deve intendere questa scala.
54 \ FIL.\
Ogniuno ch'ha ingegno, potrà da per sé intendere il come. Or quanto alle
referite raggioni d'Aristotele, assai è detto. Veggiamo adesso, se oltre nelle
seguenti apporta qualche cosa.
55 \ ELP.\
Di grazia contentatevi che di questo ne parliamo nel seguente giorno; perché
sono aspettato dall'Albertino, che è disposto di venir qua a ritrovarvi domani.
Dal qual credo, che potrete udir tutte le più gagliarde raggioni che per
l'opinion contraria possono apportarsi, per esser egli assai prattico nella
commune filosofia.
56 \ FIL.\
Sia con vostra commodità.
Dialogo 5
Albertino, nuovo interlocutore.
1 \ ALB.\ Vorrei sapere che fantasma, che inaudito mostro, che uomo
eteroclito, che cervello estraordinario è questo; quai novelle costui di nuovo
porta al mondo; o pur che cose absolete e vecchie vegnono a rinuovarsi, che
amputate radici vegnono a repullular in questa nostra etade.
2 \ ELP.\
Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che rivegnono, son
veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che, dopo lunga notte,
spunta all'orizonte ed emisfero della nostra cognizione ed a poco a poco
s'avicina al meridiano della nostra intelligenza.
3 \ ALB.\
S'io non conoscesse Elpino, so che direi.
4 \ ELP.\
Dite pur quel che vi piace; ché, se voi avete ingegno, come io credo averlo,
gli consentirete come io gli consento; se l'avete megliore, gli consentirete più
tosto e meglio, come credo che sarà. Atteso che quelli a' quali è difficile la
volgar filosofia ed ordinaria scienza, e sono ancor discepoli e mal versati in
quella (ancor che non si stimino tali, per quel che sovente esser suole), non
sarà facile che si convertano al nostro parere; perché in cotali può più la
fede universale, ed in essi massime la fama de gli autori che gli son stati
messi per le mani, trionfa; per il che admirano la riputazion di espositori e
commentatori di quelli. Ma gli altri a' quali la detta filosofia è aperta e che
son gionti a quel termine, onde non son più occupati a spendere il rimanente
della lor vita ad intendere quel ch'altri dica, ma hanno proprio lume ed occhi
de l'intelletto vero agente, penetrano ogni ricetto, e qual'Argi, con gli occhi
de diverse cognizioni, la possono contemplar per mille porte ignuda; potranno,
facendosi più appresso, distinguere tra quel che si crede e s'ha per concesso e
vero, per mirar da lontano per forza di consuetudine e senso generale, e quel
che veramente è, e deve aversi per certo, come constante nella verità e
sustanza de le cose. Malamente, dico, potranno approvar questa filosofia color
che o non hanno buona felicità d'ingegno naturale, o pur non sono esperti,
almeno mediocremente, in diverse facultadi, e non son potenti sì fattamente
nell'atto reflesso de l'intelletto che sappiano far differenza da quello ch'è
fondato su la fede, a ciò che è stabilito su l'evidenza di veri principii;
perché tal cosa comunmente s'ha per principio che, ben considerata, si trovarà
conclusione impossibile e contra natura. Lascio quelli sordidi e mercenarii
ingegni che, poco e niente solleciti circa la verità, si contentano saper
secondo che comunmente è stimato il sapere; amici poco di vera sapienza,
bramosi di fama e riputazion di quella; vaghi d'apparire, poco curiosi d'essere.
Malamente, dico, potrà eligere tra diverse opinioni e talvolta contradittorie
sentenze chi non ha sodo e retto giudizio circa quelle. Difficilmente varrà
giudicare chi non è potente a far comparazione tra queste e quelle, l'una e
l'altra. A gran pena potrà comparar le diverse insieme chi non capisce la
differenza che le distingue. Assai malagevole è comprendere in che differiscano
e come siano altre queste da quelle, essendo occolta la sustanza di ciascuna e
l'essere. Questo non potrà giamai essere evidente, se non è aperto per le sue
cause e principii ne gli quali ha fondamento. Dopo, dunque, che arrete mirato
con l'occhio de l'intelletto e considerato col regolato senso gli fondamenti,
principii e cause, dove son piantate queste diverse e contrarie filosofie,
veduto qual sia la natura, sustanza e proprietà di ciascuna, contrapesato con
la lance intellettuale e visto qual differenza sia tra l'une e l'altre, fatta
comparazion tra queste e quelle e rettamente giudicato, senza esitar punto
farete elezion di consentire al vero.
5 \ ALB.\
Contra le opinioni vane e stolte esser sollecito è cosa da vano e stolto, dice
il principe Aristotele.
6 \ ELP.\
Assai ben detto. Ma, se ben guardate, questa sentenza e conseglio verrà a
pratticarsi contra le sue opinioni medesime, quando saranno apertamente stolte e
vane. Chi vuol perfettamente giudicare, come ho detto, deve saper spogliarsi
dalla consuetudine di credere; deve l'una e l'altra contradittoria esistimare
equalmente possibile, e dismettere a fatto quella affezione di cui è imbibito
da natività: tanto quella che ne presenta alla conversazion generale, quanto
l'altra per cui mediante la filosofia rinascemo, morendo al volgo, tra gli
studiosi stimati sapienti dalla moltitudine ed in un tempo. Voglio dire, quando
accade controversia tra questi ed altri stimati savii da altre moltitudini ed
altri tempi, se vogliamo rettamente giudicare, doviamo richiamare a mente quel
che dice il medesimo Aristotele, che, per aver riguardo a poche cose, talvolta
facilmente gittamo sentenze; ed oltre, che l'opinione talvolta per forza di
consuetudine sì fattamente s'impadronisce del nostro consentimento che tal cosa
ne par necessaria, ch'è impossibile; tal cosa scorgemo ed apprendiamo per
impossibile, ch'è verissima e necessaria. E se questo accade nelle cose per sé
manifeste, che deve essere in quelle che son dubie ed hanno dependenza da ben
posti principii e saldati fondamenti?
7 \ ALB.\
È opinione del commentatore Averroe ed altri molti, che non si può sapere quel
tanto ch'ha ignorato Aristotele.
8 \ ELP.\
Questo con tal moltitudine era situato con l'ingegno sì al basso, ed erano in sì
spesse tenebre, che il più alto e più chiaro che vedevano, gli era Aristotele.
Però se costui ed altri, quando si lascian cascar simil sentenza, volessero più
castigatamente parlare, direbono Aristotele esser un Dio, secondo il lor parere;
onde non tanto vegnano a magnificar Aristotele, quanto ad esplicar la propria
dapoccagine; perché non altrimente questo è secondo il lor parere, che,
secondo il parer della scimia, le più belle creature del mondo son gli sui
figli ed il più vago maschio de la terra è il suo scimione.
9 \ ALB.\ Parturient montes...
10 \
ELP.\ Vedrete che non è sorgio quel che nasce.
11 \ ALB.\
Molti hanno balestrato e machinato contra.Aristotele; ma son cascati i castegli,
son spuntate le frecce e gli son rotti gli archi.
12 \ ELP.\
Che fia, se una vanità guerreggia contra l'altra? L'una è potente contra
tutte; non per questo perde l'esser vanità; ed al fine non potrà esser
discoperta e vinta dal vero?
13 \ ALB.\
Dico che è impossibile di contradir demostrativamente ad Aristotele.
14 \ ELP.\
Questo è un troppo precipitoso dire.
15 \ ALB.\
Io non lo dico, se non dopo aver veduto bene ed assai meglio considerato quanto
dice Aristotele. Ed in quello tanto manca ch'io vi trove errore alcuno, che
niente vi scorgo che non sappia de divinità; e credo che altro non si possa
accorgere di quel ch'io non ho possuto accorgermi.
16 \ ELP.\
Dunque misurate il stomaco e cervello altrui secondo il vostro, e credette non
esser possibile ad altri quel ch'è impossibile a voi. Sono al mondo alcuni
tanto infortunati ed infelici che, oltre che son privi d'ogni bene, hanno per
decreto del fato per compagna eterna tale Erinni ed infernal furia, che li fa
volontariamente con l'atro velo di corrosiva invidia appannarsi gli occhi per
non veder la sua nudità, povertà e miseria, e l'altrui ornamenti, ricchezze e
felicitadi: voglion più tosto in sporca e superba penuria intisichire, e sotto
il lettame di pertinace ignoranza star sepolti, ch'esser veduti conversi a nuova
disciplina, parendogli di confessar d'esser stato sin allora ignorante ed aver
un tal per guida.
17 \ ALB.\
Volete dunque, verbi gratia, che mi faccia discepolo di costui? io che
son dottore approvato da mille academie, e che ho essercitata publica profession
de filosofie nelle prime academie del mondo, vegna ora a rinegar Aristotele e mi
faccia insegnar filosofia da simili?
18 \ ELP.\
Io per me, non come dottore, ma come indotto, vorrei essere insegnato; non come
quello che dovrei essere, ma come quello che non sono, vorrei imparare;
accettarei per maestro non sol costui, ma qualsivogli' altro che gli dei hanno
ordinato che mi sia, perché gli fanno intendere quel ch'io non intendo.
19 \ ALB.\
Dunque mi volete far ripuerascere?
20 \ ELP.\
Anzi dispuerascere.
21 \ ALB.\
Gran mercé alla vostra cortesia, poi che pretendete d'avanzarmi e pormi in
exaltazione con farmi auditore di questo travagliato, ch'ogniun sa quanto sia
odiato nell'academie quando è aversario delle dottrine comuni, lodato da pochi,
approvato da nessuno, perseguitato da tutti.
22 \ ELP.\
Da tutti sì, ma tali e quali; da pochi sì, ma ottimi ed eroi. Aversario de
dottrine comuni, non per esser dottrine o per esser comuni, ma perché false.
Dall'academie odiato, perché, dov'è dissimilitudine, non è amore;
travagliato, perché la moltitudine è contraria a chi si fa fuor di quella; e
chi si pone in alto, si fa versaglio a molti. E per descrivervi l'animo suo,
quanto al fatto del trattar cose speculative, vi dico che non è tanto curioso
d'insegnare, quanto d'intendere; e che lui udirà meglior nova e prenderà
maggior piacere, quando sentirà che vogliate insegnarlo (pur ch'abbia speranza
de l'effetto), che se gli diceste che volete essere insegnato da lui; perché il
suo desio consiste più in imparare che in insegnare, e si stima più atto a
quello ch'a questo. Ma, eccolo a punto insieme con Fracastorio.
23 \ ALB.\
Siate il molto ben venuto, Filoteo.
24 \ FIL.\
E voi il ben trovato.
25 \ ALB.\
S'a la foresta fieno e paglia rumino
Col bue, monton, becco, asino e cavallo,
Or, per far meglior vita, senza fallo,
Qua me ne vegno a farmi catecumino.
26 \
FRAC.\ Siate il ben venuto.
27 \ ALB.\
Tanto sin al presente ho fatta stima de le vostre posizioni, che le ho credute
indegne di essere udite, non che di risposta.
28 \ FIL.\
Similmente giudicavo ne' miei primi anni, quando ero occupato in Aristotele,
sino a certo termine. Ora, dopo ch'ho più visto e considerato e con più maturo
discorso debbo posser far giudizio de le cose, potrà essere ch'io abbia
desimparato e perso il cervello. Or, perché questa è una infirmità la quale
nessun meno la sente che l'amalato istesso, io più tosto mosso da una
suspizione, promosso dalla dottrina all'ignoranza, molto son contento d'essere
incorso in un medico tale, il qual è stimato sufficiente da tutti di liberarmi
da tal mania.
29 \ ALB.\
Nol può far la natura, io far nol posso,
S'il male è penetrato in sin a l'osso.
30 \
FRAC.\ Di grazia, signor, toccategli prima il polso e vedete l'urina; perché
appresso, se non possiamo effettuar la cura, staremo sul giudizio.
31 \ ALB.\
La forma di toccar il polso è di veder come potrete risolvere ed estricar da
alcuni argomenti, ch'or ora vi farò udire, quali necessariamente conchiudeno la
impossibilità di più mondi; tanto manca, che gli mondi sieno infiniti.
32 \ FIL.\
Non vi sarò poco ubligato quando m'arrete insegnato questo; e quantunque il
vostro intento non riesca, vi sarò pur debitore per quel, che mi verrete a
confirmar nel mio parere. Perché, certo, vi stimo tale che per voi mi potrò
accorgere di tutta la forza del contrario; e come quello che siete espertissimo
nelle ordinarie scienze, facilmente vi potrete avedere del vigor de' fondamenti
ed edificii di quelle, per la differenza ch'hanno da nostri principii. Or perché
non accada interrozione di raggionamenti, e ciascuno a bel agio possa esplicarsi
tutto, piacciavi di apportar tutte quelle raggioni che stimate più salde e
principali e che vi paiono demostrativamente conchiudere.
33 \ ALB.\
Cossì farò. Prima, dunque, da quel, che estra questo mondo non s'intende
essere loco né tempo, perché se dice un primo cielo e primo corpo, il quale è
distantissimo da noi e primo mobile; onde abbiamo per consuetudine di chiamar
cielo quello che è sommo orizonte del mondo, dove sono tutte le cose immobili,
fisse e quiete, che son le intelligenze motrici de gli orbi. Ancora, dividendo
il mondo in corpo celeste ed elementare, si pone questo terminato e contenuto,
quello terminante e continente: ed è tal ordine de l'universo che, montando da
corpo più crasso a più sottile quello che è sopra il convesso del fuoco, in
cui sono affissi il sole, la luna ed altre stelle, è una quinta essenza; a cui
conviene e che non vada in infinito, perché sarrebe impossibile di giongere al
primo mobile; e che non si repliche l'occorso d'altri elementi, sì perché
questi verrebono ad essere circonferenziali, sì anco perché il corpo
incorrottibile e divino verrebe contenuto e compreso da gli corrottibili. Il che
è inconveniente: perché a quello ch'è divino, conviene la raggion di forma ed
atto, e per conseguenza di comprendente, figurante, terminante; non modo di
terminata, compresa e figurata materia. Appresso, argomento cossì con
Aristotele: "se fuor di questo cielo è corpo alcuno, o sarà corpo
semplice, o sarà corpo composto"; ed in qualsivoglia modo che tu dica,
dimando oltre, o vi è come in loco naturale, o come in loco accidentale e
violento. Mostramo che ivi non è corpo semplice; perché non è possibile che
corpo sferico si cange di loco; perché, come è impossibile che muti il centro,
cossì non è possibile che cange il sito: atteso che non può esser se non per
violenza estra il proprio sito; e violenza non può essere in lui, tanto attiva-
quanto passivamente. Similmente non è possibile che fuor del cielo sia corpo
semplice mobile di moto retto: o sia grave o sia lieve, non vi potrà essere
naturalmente, atteso che gli luoghi di questi corpi semplici sono altri dai
luoghi, che si dicono fuor del mondo. Né potrete dir che vi sia per accidente;
perché averrebe, che altri corpi vi sieno per natura. Or, essendo provato, che
non sono corpi semplici oltre quei che vegnano alla composizion di questo mondo,
che son mobili secondo tre specie di moto locale, è consequente che fuor del
mondo non sia altro corpo semplice. Se cossì è, è anco impossibile, che vi
sia composto alcuno; perché questo di quelli si fa ed in quelli si risolve.
Cossì è cosa manifesta che non son molti mondi, perché il cielo è unico,
perfetto e compito, a cui non è, né può essere altro simile. Indi
s'inferisce, che fuor di questo corpo non può essere loco né pieno né vacuo,
né tempo. Non vi è loco; perché, se questo sarà pieno, contenerà corpo o
semplice o composto: e noi abbiamo detto che fuor del cielo non v'è corpo né
semplice né composto. Se sarà vacuo, allora, secondo la raggion del vacuo (che
si definisce spacio, in cui può esser corpo), vi potrà essere; e noi abbiamo
mostrato che fuor del cielo non può esser corpo. Non vi è tempo; perché il
tempo è numero di moto; il moto non è se non di corpo; però dove non è
corpo, non è moto, non v'è numero, né misura di moto; dove non è questa, non
è tempo. Poi abbiam provato, che fuor del mondo non è corpo, e per consequenza
per noi è dimostrato non esservi moto, né tempo. Se cossì è, non vi è
temporeo né mobile: e per consequenza, il mondo è uno.
34 Secondo,
principalmente dall'unità del motore s'inferisce l'unità del mondo. È cosa
concessa, che il moto circulare è veramente uno, uniforme, senza principio e
fine. S'è uno, è uno effetto, il quale non può essere da altro che da una
causa. Se, dunque, è uno il cielo primo, sotto il quale son tutti gl'inferiori,
che conspirano tutti in un ordine, bisogna che sia unico il governante e motore.
Questo essendo inmateriale, non è moltiplicabile di numero per la materia. Se
il motore è uno, e da un motore non è se non un moto, ed un moto (o sia
complesso o incomplesso) non è se non in un mobile, o semplice o composto,
rimane che l'universo mobile è uno. Dunque, non son più mondi.
35 Terzo,
principalmente da luoghi de corpi mobili si conchiude ch'il mondo è uno. Tre
sono le specie di corpi mobili: grave in generale, lieve in generale e neutro;
cioè terra ed acqua, aria e fuoco, e cielo. Cossì gli luoghi de mobili son
tre: infimo e mezzo, dove va il corpo gravissimo; supremo massime discosto da
quello; e mezzano tra l'infimo e il supremo. Il primo è grave, il secondo è né
grave né lieve, il terzo è lieve. Il primo appartiene al centro, il secondo
alla circonferenza, il terzo al spacio ch'è tra questa e quello. È, dunque, un
luogo inferiore a cui si muoveno tutti gli gravi, sieno in qualsivoglia mondo;
è un superiore a cui si referiscono tutti i lievi da qualsivoglia mondo;
dunque, è un luogo in cui si verse il cielo, di qualunque mondo il sia. Or se
è un loco, è un mondo, non son più mondi.
36 Quarto,
dico che sieno più mezzi ai quali si muovano gli gravi de diversi mondi, sieno
più orizonti a gli quali si muova il lieve; e questi luoghi de diversi mondi
non differiscano in specie, ma solamente di numero. Averrà allora che il mezzo
dal mezzo sarà più distante ch'il mezzo da l'orizonte; ma il mezzo e mezzo
convegnono in specie; il mezzo ed orizonte son contrarii. Dunque, sarà più
distanza locale tra quei che convegnono in specie che tra gli contrarii. Questo
è contra la natura di tali oppositi; perché quando si dice che gli contrarii
primi son massimamente discosti, questo massime s'intende per distanza locale,
la qual deve essere ne gli contrarii sensibili. Vedete, dunque, che séguita
supponendosi, che sieno più mondi. Per tanto tale ipotesi non è solamente
falsa, ma ancora impossibile.
37 Quinto,
se son più mondi simili in specie, deveranno essere o equali o pur (ché tutto
viene ad uno, per quanto appartiene al proposito) proporzionali in quantità; se
cossì è, non potranno più che sei mondi essere contigui a questo: perché,
senza penetrazion di corpi, cossì non più che sei sfere possono essere
contigue a una, come non più che sei circoli equali, senza intersezione de
linee, possono toccare un altro. Essendo cossì, accaderà che più orizonti in
tanti punti (ne li quali sei mondi esteriori toccano questo nostro mondo o
altro) saranno circa un sol mezzo. Ma, essendo che la virtù de doi primi
contrarii deve essere uguale e da questo modo di ponere ne séguite inequalità,
verrete a far gli elementi superiori più potenti che gl'inferiori, farrete
quelli vittoriosi sopra questi e verrete a dissolvere questa mole..
38 Sesto,
essendo che gli circoli de mondi non si toccano se non in punto, bisogna
necessariamente che rimagna spacio tra il convesso del circolo di una sfera e
l'altra; nel qual spacio o vi è qualcosa che empia, o niente. Se vi è qualche
cosa, certo non può essere di natura d'elemento distante dal convesso de la
circonferenza, perché, come si vede, cotal spacio è triangulare, terminato da
tre linee arcuali che son parti della circonferenza di tre mondi; e però il
mezzo viene ad esser più lontano dalle parti più vicine a gli angoli, e
lontanissimo da quelli, come apertissimo si vede. Bisogna, dunque, fingere novi
elementi e novo mondo, per empir quel spacio, diversi dalla natura di questi
elementi e mondo. Over è necessario di ponere il vacuo, il quale supponemo
impossibile.
39 Settimo,
se son più mondi, o son finiti o son infiniti. Se sono infiniti, dunque si
trova l'infinito in atto: il che con molte raggioni è stimato impossibile. Se
sono finiti, bisogna che sieno in qualche determinato numero: e sopra di questo
andaremo investigando perché son tanti, e non son più né meno; perché non ve
n'è ancor un altro, che vi fa questo o quell'altro di più; se son pari o
impari; perché più tosto de l'una che de l'altra differenza; o pur perché
tutta quella materia che è divisa in più mondi, non s'è agglobata in un
mondo, essendo che la unità è meglior che moltitudine, trovandosi l'altre cose
pari; perché la materia è divisa in quattro o sei o diece terre, non è più
tosto globo grande, perfetto e singulare. Come, dunque, de il possibile ed
impossibile si trova il numero finito più presto che infinito, cossì tra il
conveniente e disconveniente, è più raggionevole e secondo la natura l'unità
che la moltitudine o pluralità.
40 Settimo,
in tutte le cose veggiamo la natura fermarsi in compendio; perché, come non è
difettuosa in cose necessarie, cossì non abonda in cose soverchie. Possendo
dunque essa ponere in effetto il tutto per quell'opre che son in questo mondo,
non è raggione ancor che si voglia fengere che sieno altri.
41 Ottavo,
se fussero mondi infiniti o più che uno, massime sarebbono per questo, che Dio
può farle o pur da Dio possono dependere. Ma quantunque questo sia verissimo
per tanto non séguita che sieno: perché, oltre la potenza attiva di Dio, se
richiede la potenza passiva de le cose. Perché dalla absoluta potenza divina
non dipende quel tanto che può esser fatto nella natura; atteso che non ogni
potenza attiva si converte in passiva, ma quella sola la quale ha paziente
proporzionato, cioè soggetto tale, che possa ricevere tutto l'atto
dell'efficiente. Ed in cotal modo non ha corrispondenza cosa alcuna causata alla
prima causa. Per quanto, dunque, appartiene alla natura del mondo, non possono
essere più che uno, benché Dio ne possa far più che uno.
42 Nono,
è cosa fuor di raggione la pluralità di mondi, perché in quelli non sarrebe
bontà civile, la quale consiste nella civile conversazione; e non arrebono
fatto bene gli dei creatori de diversi mondi di non far che gli cittadini
di.quelli avessero reciproco commercio.
43 Decimo,
con la pluralità di mondi viene a caggionarsi impedimento nel lavoro di ciascun
motore o dio; perché essendo necessario che le sfere si toccano in punto, averrà
che l'uno non si potrà muovere contra de l'altro, e sarà cosa difficile che il
mondo sia governato da gli dei per il moto.
44 Undecimo,
da uno non può provenire pluralità d'individui se non per tal atto per cui la
natura si moltiplica per division della materia; e questo non è altro atto che
di generazione. Questo dice Aristotele con tutt'i peripatetici. Non si fa
moltitudine d'individui sotto una specie, se non per l'atto della generazione.
Ma quelli che dicono più mondi di medesima materia e forma in specie, non
dicono che l'uno si converte nell'altro né si genere dell'altro.
45 Duodecimo,
al perfetto non si fa addizione. Se dunque questo mondo è perfetto, certamente
non richiede ch'altro se gli aggionga. Il mondo è perfetto prima come specie di
continuo che non si termina ad altra specie di continuo; perché il punto
indivisibile matematicamente corre in linea, che è una specie di continuo; la
linea in superficie, che è la seconda specie di continuo; la superficie in
corpo, che è la terza specie di continuo. Il corpo non migra o discorre in
altra specie di continuo; ma, se è parte dell'universo, si termina ad altro
corpo; se è universo, è perfetto e non si termina se non da se medesimo.
Dunque, il mondo ed universo è uno, se deve essere perfetto. - Queste sono le
dodici raggioni, le quali voglio per ora aver prodotte. Se voi mi satisfarrete
in queste, voglio tenermi satisfatto in tutte.
46 \ FIL.\
Bisogna, Albertin mio, che uno che si propone a defendere una conclusione,
prima, se non è al tutto pazzo, abbia essaminate le contrarie raggioni; come
sciocco sarrebe un soldato che prendesse assunto de difendere una rocca, senza
aver considerato le circonstanze e luoghi onde quella può essere assalita. Le
raggioni che voi apportate (se pur son raggioni), sono assai communi e repetite
più volte da molti. Alle quali tutte sarà efficacissimamente risposto, solo
con aver considerato il fondamento di quelle da un canto, e dall'altro il modo
della nostra asserzione. L'uno e l'altro vi sarà chiaro per l'ordine che terrò
nel rispondere; il quale consisterà in breve paroli, perché, se altro bisognarà
dire ed esplicare, io vi lasciarò al pensiero di Elpino, il quale vi replicarà
quello che ha udito da me.
47 \ ALB.\
Fate prima che io mi accorga che ciò possa essere con qualche frutto e non
senza satisfazione d'un che desidera sapere; ché certo non mi rincrescerà
d'udir prima voi, e poi lui.
48 \ FIL.\
A gli uomini savii e giudiciosi, tra' quali vi connumero, basta sol mostrare il
loco della considerazione; perché da per essi medesimi poi profondano sul
giudicio de gli mezzi per quali si discende all'una e l'altra contradittoria o
contraria posizione. Quanto al primo dubio, dunque, diciamo, che tutta quella
machina va per terra, posto che non sono quelle distinzioni di orbi e cieli, e
che gli astri in questo spacio inmenso etereo si muoveno da principio intrinseco
e circa il proprio centro e circa qualch'altro mezzo. Non è primo mobile che
rapisca realmente tanti corpi circa questo mezzo; ma più presto questo uno
globo causa l'apparenza di cotal rapto. E le raggioni di questo ve le dirà
Elpino.
49 \ ALB.\
Le udirò volentiera.
50 \ FIL.\
Quando udirete e concepirete che quel dire è contra natura, e questo è secondo
ogni raggione, senso e natural verificazione, non direte oltre essere una
margine, uno ultimo del corpo e moto dell'universo; e che non è che una vana
fantasia l'esistimare che sia tal primo mobile, tal cielo supremo e continente,
più tosto che un seno generale, in cui non altrimente subsidano gli altri mondi
che questo globo terrestre in questo spacio, dove vien circondato da questo
aria, senza che sia inchiodato ed affisso in qualch'altro corpo ed abbia altra
base ch'il proprio centro. E se si vedrà che questo non si può provare d'altra
condizione e natura, per non mostrar altri accidenti da quei che mostrano gli
astri circonstanti, non deve esser stimato più tosto lui in mezzo dell'universo
che ciascuno di quelli, e lui più tosto apparir esser circuito da quelli che
quelli da lui; onde al fine, conchiudendosi tale indifferenza di natura, si
conchiuda la vanità de gli orbi deferenti, la virtù dell'anima motrice e
natura interna essagitatrice di questi globi, la indifferenza de l'ampio spacio
dell'universo, la irrazionalità della margine e figura esterna di quello.
51 \ ALB.\
Cose in vero che non repugnano alla natura, possono aver maggior convenienza; ma
son de difficilissima prova e richiedeno grandissimo ingegno per estricarse dal
contrario senso e raggioni.
52 \ FIL.\
Trovato che sarà il capo, facilissimamente si sbrogliarà tutto l'intrico.
Perché la difficultà procede da un modo e da uno inconveniente supposto: e
questo è la gravità della terra, la immobilità di quella, la posizione del
primo mobile con altri sette, otto o nove o più, nelli quali sono piantati,
ingravati, inpiastrati, inchiodati, annodati, incollati, sculpiti o depinti gli
astri; e non residenti in uno medesimo spacio con questo astro che è la terra
nominata da noi, la quale udirete non essere di regione, di figura, di natura più
né meno elementare che tutti gli altri, meno mobile da principio intrinseco che
ciascuno di quegli altri animanti divini.
53 \ ALB.\
Certo, entrato che mi sarà nel capo questo pensiero, facilmente succederanno
gli altri tutti che voi mi proponete: arrete insieme insieme tolte le radici
d'una e piantate quelle d'una altra filosofia.
54 \ FIL.\
Cossì dispreggiarete per raggione oltre prendere quel senso comune, con cui
volgarmente si dice un sommo orizonte, altissimo e nobilissimo, confine alle
sustanze divine inmobili e motrici di questi finti orbi; ma confessarete almeno
essere equalmente credibile, che cossì come questa terra è un animale mobile e
convertibile da principio intrinseco, sieno quelli altri tutti medesimamente, e
non mobili secondo il moto e delazione d'un corpo, che non ha tenacità né
resistenza alcuna, più raro e più sottile che esser possa questo aria in cui
spiriamo. Considerarete questo dire consistere in pura fantasia e non potersi
demostrare al senso; ed il nostro essere secondo ogni regolato senso e ben
fondata raggione. Affirmarete non essere più verisimile che le sfere imaginate
di concava e convessa superficie sieno mosse e seco amenino le stelle, che vero
e conforme al nostro intelletto e convenienza naturale che, senza temere di
cascare infinito al basso o montare ad alto (atteso che nell'immenso spacio non
è differenza di alto, basso, destro, sinistro, avanti ed addietro), gli uni
circa e verso gli altri facciano gli lor circoli, per la raggione della lor vita
e consistenza nel modo che udirete nel suo loco. Vedrete come estra questa
imaginata circonferenza di cielo possa essere corpo semplice o composto, mobile
di moto retto; perché, come di moto retto si muoveno le parti di questo globo,
cossì possono muoversi le parti de gli altri e niente meno; perché non è
fatto e composto d'altro questo che gli altri circa questo e circa gli altri;
non appare meno questo aggirarsi circa gli altri che gli altri circa questo.
55 \ ALB.\
Ora più che mai mi accorgo che picciolissimo errore nel principio causa massima
differenza e discrime de errore in fine; uno e semplice inconveniente a poco a
poco se moltiplica ramificandosi in infiniti altri, come da picciola radice
machine grandi e rami innumerabili. Per mia vita, Filoteo, io son molto bramoso
che questo che mi proponi, da te mi vegna provato, e da quel che lo stimo degno
e verisimile, mi sia aperto come vero.
56 \ FIL.\
Farrò quanto mi permetterà l'occasion del tempo, rimettendo molte cose al
vostro giudizio, le quali sin ora non per incapacità, ma per inadvertenza vi
sono state occolte.
57 \ ALB.\
Dite pur per modo d'articolo e di conclusione il tutto, perché so che prima che
voi entraste in questo parere, avete possuto molto bene essaminare le forze del
contrario; essendo che son certo, che non meno a voi che a me sono aperti gli
secreti della filosofia commune. Seguitate.
58 \ FIL.\
Non bisogna dunque cercare, se estra il cielo sia loco, vacuo o tempo; perché
uno è il loco generale, uno il spacio inmenso che chiamar possiamo liberamente
vacuo; in cui sono innumerabili ed infiniti globi, come vi è questo in cui
vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito, perché non è
raggione, convenienza, possibilità, senso o natura che debba finirlo: in esso
sono infiniti mondi simili a questo, e non differenti in geno da questo; perché
non è raggione né difetto di facultà naturale, dico tanto potenza passiva
quanto attiva, per la quale, come in questo spacio circa noi ne sono,
medesimamente non ne sieno in tutto l'altro spacio che di natura non è
differente ed altro da questo.
59 \ ALB.\
Se quel ch'avete prima detto, è vero (come sin ora non è men verisimile che 'l
suo contradittorio), questo è necessario.
60 \ FIL.\
Estra, dunque, l'imaginata circonferenza e convesso del mondo è tempo, perché
vi è la misura e raggione di moto, perché vi sono de simili corpi mobili. E
questo sia parte supposto, parte proposto circa quello ch'avete detto come per
prima raggione dell'unità del mondo.
61 Quanto
a quello che secondariamente dicevate, vi dico che veramente è un primo e
prencipe motore, ma non talmente primo e prencipe che, per certa scala, per il
secondo, terzo ed altri da quello si possa discendere, numerando, al mezzano ed
ultimo: atteso che tali motori non sono, né possono essere; perché dove è
numero infinito, ivi non è grado né ordine numerale, benché sia in grado ed
ordine secondo la raggione e dignità o de diverse specie e geni, o de diverse
gradi in medesimo geno e medesima specie. Sono dunque, infiniti motori, cossì
come sono anime infinite di queste infinite sfere, le quali, perché sono forme
ed atti intrinseci, in rispetto de quali tutti è un prencipe da cui tutti
dipendono, è un primo il quale dona la virtù della motività a gli spirti,
anime, dei, numi, motori, e dona la mobilità alla materia, al corpo,
all'animato, alla natura inferiore, al mobile. Son, dunque, infiniti mobili e
motori, li quali tutti se riducono a un principio passivo ed un principio
attivo, come ogni numero se reduce all'unità; e l'infinito numero e l'unità
coincideno, ed il summo agente e potente fare il tutto con il possibile esser
fatto il tutto coincideno in uno, come è mostrato nel fine del libro Della
causa, principio ed uno. In numero dunque e moltitudine è infinito mobile
ed infinito movente; ma nell'unità e singularità è infinito immobile motore,
infinito immobile universo; e questo infinito numero e magnitudine e quella
infinita unità e semplicità coincideno in uno semplicissimo ed individuo
principio, vero, ente. Cossì non è un primo mobile, al quale con certo ordine
succeda il secondo, in sino l'ultimo, o pur in infinito; ma tutti gli mobili
sono equalmente prossimi e lontani al primo e dal primo ed universal motore.
Come, logicamente parlando, tutte le specie hanno equal raggione al medesimo
geno, tutti gli individui alla medesima specie; cossì da un motore universale
infinito, in un spacio infinito, è un moto universale infinito da cui dependono
infiniti mobili e infiniti motori, de quali ciascuno è finito di mole ed
efficacia.
62 Quanto
al terzo argumento, dico che nell'etereo campo non è qualche determinato punto,
a cui, come al mezzo, si muovano le cose gravi, e da cui, come verso la
circonferenza, se discostano le cose lievi; perché nell'universo non è mezzo né
circonferenza, ma, se vuoi, in tutto è mezzo ed in ogni punto si può prendere
parte di qualche circonferenza a rispetto di qualche altro mezzo o centro. Or
quanto a noi, respettivamente si dice grave quello che dalla circonferenza di
questo globo si muove verso il mezzo; lieve quello che secondo il contrario modo
verso il contrario sito; e vedremo che niente è grave, che medesimo non sia
lieve; perché tutte le parti de la terra successivamente si cangiano di sito,
luogo e temperamento, mentre per longo corso di secoli non è parte centrale che
non si faccia circonferenziale, né parte circonferenziale che non si faccia del
centro o verso quello. Vedremo che gravità e levità non è altro che appulso
de le parti de corpi al proprio continente e conservante, ovunque il sia; però
non sono differenze situali che tirano a sé tali parti, né che le mandano da sé,
ma è il desio di conservarsi, il quale spenge ogni cosa come principio
intrinseco, e, se non gli obsta impedimento alcuno, la perduce ove meglio fugga
il contrario e s'aggionga al conveniente. Cossì, dunque, non meno dalla
circonferenza della luna ed altri mondi, simili a questo in specie o in geno,
verso il mezzo del globo vanno ad unirsi le parti come per forza di gravità; e
verso la circonferenza se diportano le parti assottigliate come per forza di
levità. E non è perché fuggano la circonferenza o si appiglino alla
circonferenza; perché, se questo fusse, quanto più a quella s'avicinano, più
velocemente e rapidamente vi correrebono; e quanto più da quella s'allontanano,
più fortemente si aventarebono al contrario sito. Del che il contrario
veggiamo, atteso che, se mosse saranno oltre la region terrestre, rimarranno
librate ne l'aria e non montaranno in alto né descenderanno al basso sin tanto
che o acquistano per apposizion di parti o per inspessazione dal freddo gravità
maggiore, per cui dividendo l'aria sottoposto rivegnano al suo continente, over
dissolute dal caldo e attenuate, si dispergano in atomi.
63 \ ALB.\
O quanto mi sederà nell'animo questo, quando più pianamente m'arrete fatto
vedere la indifferenza de gli astri da questo globo terrestre!
64 \ FIL.\
Questo facilmente vi potrà replicare Elpino nel modo con cui l'ha possuto udire
da me. E lui vi farà più distintamente udire come grave e lieve non è corpo
alcuno a rispetto della region dell'universo, ma delle parti a rispetto del suo
tutto, proprio continente o conservante. Perché quelli, per desiderio di
conservarsi nell'esser presente, si moveno ad ogni differenza locale, si
astrengeno insieme, come fanno i mari e gocce, e se disgregano, come fanno
tutt'i liquori della faccia del sole o altri fuochi. Perché ogni moto naturale,
che è da principio instrinseco, non è se non per fuggir il disconveniente e
contrario e seguitare l'amico e conveniente. Però niente si muove dal suo loco,
se non discacciato dal contrario; niente nel suo loco è grave né lieve; ma la
terra, sullevata all'aria, mentre si forza al suo loco, è grave e si sente
grave. Cossì l'acqua, suspesa a l'aria, è grave; non è grave nel proprio
loco. Però a gli sommersi tutta l'acqua non è grave, e picciolo vase pieno
d'acqua sopra l'aria, fuor della superficie dell'arida, aggrava. Il capo al
proprio busto non è grave, ma il capo d'un altro sarà grave, se ne sarà
sopraposto; la raggion del che è il non essere nel suo loco naturale. Se,
dunque, gravità e levità è appulso al loco conservante e fuga dal contrario,
niente, naturalmente constituito, è lieve: e niente ha gravità o levità molto
discosto dal proprio conservante, e molto rimosso dal contrario, sin che non
senta l'utile dell'uno e la noia dell'altro; ma se, sentendo la noia dell'uno,
despera ed è perplesso ed irresoluto del contrario, a quello viene ad esser
vinto.
65 \ ALB.\
Promettete, ed in gran parte ponete in effetto, gran cose.
66 \ FIL.\
Per non recitar due volte il medesimo, commetto ad Elpino, che vi dica il
restante.
67 \ ALB.\
Mi par intender tutto, perché un dubio eccita l'altro, una verità dimostra
l'altra: ed io comincio ad intendere più che non posso esplicare; e sin ora
molte cose avevo per certe, che comincio a tenerle per dubie. Onde mi sento a
poco a poco facile a potervi consentire.
68 \ FIL.\
Quando m'arrete pienamente inteso, pienamente mi consentirete. Ma, per ora,
ritenete questo; o almeno non siate risoluto, come vi mostravate, nel contrario
parere, come eravate prima che vi si ponesse in controversia. Perché a poco a
poco e per diverse occasioni verremo ad esplicar pienamente tutto che può fare
al proposito; il qual depende da più principii e cause, perché, come un errore
s'aggionge a l'altro, cossì a una discoperta verità succede l'altra.
69 Circa
il quarto argumento, diceamo che, quantunque sieno tanti mezzi, quanti sono
individui, di globi, di sfere, di mondi, non per questo séguita che le parti di
ciascuno si referiscano ad altro mezzo che al proprio, né s'allontanino verso
altra circonferenza che della propria regione. Cossì le parti di questa terra
non remirano altro centro né vanno ad unirsi ad altro globo che questo, come li
umori e parti de gli animali hanno flusso e reflusso nel proprio supposito, e
non hanno appartenenza ad altro distinto di numero.
70 Quanto
a quello che apportate per inconveniente, cioè che il mezzo che conviene in
specie con l'altro mezzo, verrà ad essere più distante da quello che il mezzo
e la circonferenza, che sono contrarii naturalmente, e però sono e denno essere
massime discosti; vi rispondo, prima, che li contrarii non denno essere massime
discosti, ma tanto che l'uno possa aver azione nell'altro e possa esser paziente
dall'altro: come veggiamo esser disposto il sole a noi prossimo in rispetto de
le sue terre che son circa quello; atteso che l'ordine della natura apporta
questo, che l'uno contrario sussista, viva e si nutrisca per l'altro, mentre
l'uno viene affetto, alterato, vinto e si converte nell'altro.
71 Oltre,
poco fa abbiamo discorso con Elpino della disposizione di quattro elementi, li
quali tutti concorreno alla composizione di ciascun globo, come parti de quali
l'una è insita dentro l'altra e l'una è mista con l'altra; e non sono distinti
e diversi, come contenuto e continente, perché, ovunque è l'arida, vi è
l'acqua, l'aria ed il fuoco, o aperto o latente; e che la distinzione, che
facciamo di globi, de quali altri sono fuochi, come il sole, altri sono acqui,
come la luna e terra, procede non da questo, che costano di semplice elemento,
ma da quel, che quello.predomina in tale composizione.
72 Oltre
è falsissimo, che li contrarii massime sieno discosti; perché in tutte le cose
questi vegnono naturalmente congionti ed uniti; e l'universo, tanto secondo le
parti principali, quanto secondo le altre conseguenti, non consiste se non per
tal congionzione ed unione; atteso che non è parte di terra che non abbia in sé
unitissima l'acqua, senza la quale non ha densità, unione d'atomi e solidità.
Oltre, qual corpo terrestre è tanto spesso che non abbia gli suoi insensibili
pori, li quali, se non vi fussero, non sarrebono tai corpi divisibili e
penetrabili dal foco o dal calor di quello, che pur è cosa sensibile che si
parte da tal sustanza? Ove, dunque, è parte di questo tuo corpo freddo e secco,
che non abbia gionto di quest'altro tuo corpo umido e caldo? Non è dunque
naturale, ma logica questa distinzione d'elementi; e se il sole è nella sua
regione lontano dalla regione della terra, non è però da lui più lontano
l'aria, l'arida ed acqua, che da questo corpo: perché cossì quello è corpo
composto, come questo, benché di quattro detti elementi altro predomine in
quello, altro in questo. Oltre, se vogliamo che la natura sia conforme a questa
logica che vuole la massima distanza deverse a gli contrarii, bisognarà che tra
il tuo foco, che è lieve, e la terra, che è grave, sia interposto il tuo
cielo, il quale non è grave né lieve. O, se pur ti vuoi strengere, con dir che
intendi questo ordine nelli chiamati elementi, sarà de bisogno pure che
altrimente le venghi ad ordinare. Voglio dire che tocca a l'acqua di essere nel
centro e luogo del gravissimo, se il foco è nella circonferenza e luogo del
levissimo nella regione elementare; perché l'acqua, che è fredda ed umida,
contraria al foco secondo ambedue le qualitadi, deve essere massime lontana dal
freddo e secco elemento; e l'aria, che dite caldo ed umido, devrebbe essere
lontanissimo dalla fredda e secca terra. Vedete, dunque, quanto è inconstante
questa peripatetica proposizione, o la essaminate secondo la verità della
natura, o la misurate secondo gli proprii principii e fondamenti?
73 \ ALB.\
Lo vedo, e molto apertamente.
74 \ FIL.\
Vedete ancora, che non è contra raggione la nostra filosofia, che reduce ad un
principio e referisce ad un fine e fa concidere insieme gli contrarii, di sorte
che è un soggetto primo dell'uno e l'altro; dalla qual coincidenza stimiamo
ch'al fine è divinamente detto e considerato che li contrarii son ne gli
contrarii, onde non sia difficile di pervenire a tanto che si sappia come ogni
cosa è di ogni cosa: quel che non poté capire Aristotele ed altri sofisti.
75 \ ALB.\
Volentieri vi ascolto. So che tante cose e sì diverse conclusioni non si
possono insieme e con una occasione provare; ma da quel, che mi scuoprite
inconvenienti le cose che io stimava necessarie, in tutte l'altre, che con
medesima e simil raggione stimo necessarie, dovegno suspetto. Però con silenzio
ed attenzion mi apparecchio ad ascoltar i fondamenti, principii e discorsi
vostri.
76 \ ELP.\
Vedrete che non è secol d'oro quello ch'ha apportato.Aristotele alla filosofia.
Per ora, espediscansi gli dubii da voi proposti.
77 \ ALB.\
Io non sono molto curioso circa quelli altri, perché bramo d'intendere quella
dottrina di principii da quali questi ed altri dubii iuxta la filosofia
vostra si risolveno.
78 \ FIL.\
Di quelli ne raggionaremo poi. Quanto al quinto argomento, dovete avvertire che,
se noi imaginiamo gli molti ed infiniti mondi, secondo quella raggione di
composizione che solete voi imaginare, quasi che - oltre un composto di quattro
elementi, secondo l'ordine volgarmente riferito; ed otto, nove o diece altri
cieli, fatti d'un'altra materia e di diversa natura, che le contegnano, e con
rapido moto circulare se gli raggireno intorno; ed oltre cotal mondo cossì
ordinato e sferico - ne intendiamo altri ed altri similmente sferici e parimente
mobili; allora noi deremmo donar raggione e fengere in qual modo l'uno verrebe
continuato o contiguo all'altro; allora andremmo fantasticando in quanti punti
circonferenziali possa esser tocco dalla circonferenza di circonstanti mondi;
allora vedreste che, quantunque fussero più orizonti circa un mondo, non
sarebono però d'un mondo, ma arrebe quella relazione quest'uno a questo mezzo,
ch'ha ciascuno al suo; perché là hanno la influenza, dove e circa dove si
raggirano e versano. Come, se più animali fussero ristretti insieme e contigui
l'uno a l'altro, non per questo seguitarebe che gli membri de l'uno potessero
appartenere a gli membri dell'altro, di sorte che ad uno ed a ciascun d'essi
potessero appartener più capi o busti. Ma noi, per la grazia de dei, siamo
liberi da questo impaccio di mendicare tale iscusazione; perché, il loco di
tanti cieli e di tanti mobili rapidi e renitenti, retti ed obliqui, orientali ed
occidentali, su d'asse del mondo ed asse del zodiaco, in tanta e quanta, in
molta e poca declinazione, abbiamo un sol cielo, un sol spacio, per il quale e
questo astro in cui siamo, e tutti gli altri fanno gli proprii giri e discorsi.
Questi sono gl'infiniti mondi, cioè gli astri innumerabili; quello è
l'infinito spacio, cioè il cielo continente e pervagato da quelli. Tolta è la
fantasia della general conversion di tutti circa questo mezzo da quel, che
conoscemo aperto la conversion di questo che, versandosi circa il proprio
centro, s'espedisce alla vista de lumi circonstanti in ore vinti e quattro. Onde
viene a fatto tolta quella continenza de gli orbi deferenti gli lor astri
affissi circa la nostra regione; ma rimane attribuito a ciascuno sol quel
proprio moto, che chiamiamo epiciclico, con le sue differenze da gli altri
mobili astri; mentre non da altro motore che dalla propria anima essagitati,
cossì come questo circa il proprio centro e circa l'elemento del fuoco, a
lunghi secoli se non eternamente, discorreno.
79 Ecco,
dunque, quali son gli mondi, e quale è il cielo. Il cielo è quale lo veggiamo
circa questo globo, il quale non meno che gli altri è astro luminoso ed
eccellente. Gli mondi son quali con lucida e risplendente faccia ne si mostrano
distinti, ed a certi intervalli seposti gli uni da gli altri; dove in nessuna
parte l'uno è più vicino a l'altro che esser possa la luna a questa terra,
queste terre a questo sole: a fin che l'un contrario non destrugga ma alimente
l'altro, ed un simile non impedisca ma doni spacio a l'altro. Cossì, a raggione
a raggione, a misura a misura, a tempi a tempi, questo freddissimo globo, or da
questo or da quel verso, ora con questa ora con quella faccia si scalda al sole;
e con certa vicissitudine or cede, or si fa cedere alla vicina terra, che
chiamiamo luna, facendosi or l'una or l'altra o più lontana dal sole, o più
vicina a quello: per il che antictona terra è chiamata dal Timeo ed altri
pitagorici. Or questi sono gli mondi abitati e colti tutti da gli animali suoi,
oltre che essi son gli principalissimi e più divini animali dell'universo; e
ciascun d'essi non è meno composto di quattro elementi che questo in cui ne
ritroviamo; benché in altri predomine una qualità attiva, in altri altra; onde
altri son sensibili per l'acqui, altri son sensibili per il foco. Oltre gli quai
quattro elementi che vegnono in composizion di questi, è una eterea regione,
come abbiam detto, immensa, nella qual si muove, vive e vegeta il tutto. Questo
è l'etere che contiene e penetra ogni cosa; il quale, in quanto che si trova
dentro la composizione (in quanto, dico, si fa parte del composto), è
comunmente nomato aria, quale è questo vaporoso circa l'acqui ed entro il
terrestre continente, rinchiuso tra gli altissimi monti, capace di spesse nubi e
tempestosi Austri ed Aquiloni. In quanto poi che è puro, e non si fa parte di
composto, ma luogo e continente per cui quello si muove e discorre, si noma
propriamente etere, che dal corso prende denominazione. Questo benché in
sustanza sia medesimo con quello che viene essagitato entro le viscere de la
terra, porta nulla di meno altra appellazione; come oltre, si chiama aria quello
circostante a noi; ma, come in certo modo fia parte di noi o pur concorrente
nella nostra composizione, ritrovato nel pulmone, nelle arterie ed altre
cavitadi e pori, si chiama spirto. Il medesimo circa il freddo corpo si fa
concreto in vapore, e circa il caldissimo astro viene attenuato, come in fiamma;
la qual non è sensibile, se non gionta a corpo spesso, che vegna acceso
dall'ardor intenso di quella. Di sorte che l'etere, quanto a sé e propria
natura, non conosce determinata qualità, ma tutte porgiute da vicini corpi
riceve, e le medesime col suo moto alla lunghezza dell'orizonte dell'efficacia
di tai principii attivi transporta. Or eccovi mostrato quali son gli mondi e
quale è il cielo; onde non solo potrai essere risoluto quanto al presente
dubio, ma e quanto ad altri innumerabili; ed aver però principio a molte vere
fisiche conclusioni. E se sin ora parrà qualche proposizione supposta e non
provata, quella per il presente lascio alla vostra discrezione; la quale, se è
senza perturbazione, prima che vegna a discuoprirla verissima, la stimarà molto
più probabile che la contraria.
80 \ ALB.\
Dimmi, Teofilo, ch'io ti ascolto.
81 \ FIL.\
Cossì abbiamo risoluto ancora il sesto argumento, il quale, per il contatto di
mondi in punto, dimanda che cosa ritrovarsi possa in que' spacii triangulari,
che non sia di natura di cielo né di elementi. Perché noi abbiamo un cielo,
nel quale hanno gli lor spacii, regioni e distanze competenti gli mondi; e che
si diffonde per tutto, penetra il tutto ed è continente, contiguo e continuo al
tutto, e che non lascia vacuo alcuno; eccetto se quello medesimo, come in sito e
luogo in cui tutto si muove, e spacio in cui tutto discorre, ti piacesse chiamar
vacuo, come molti chiamorno; o pur primo suggetto, che s'intenda in esso vacuo,
per non gli far aver in parte alcuna loco, se ti piacesse privativa- e
logicamente porlo come cosa distinta per raggione, e non per natura e
sussistenza, da lo ente e corpo. Di sorte che niente se intende essere che non
sia in loco o finito o infinito, o corporea- o incorporeamente, o secondo tutto
o secondo le parti; il qual loco infine non sia altro che spacio; il qual spacio
non sia altro che vacuo, il quale, se vogliamo intendere come una cosa
persistente, diciamo essere l'etereo campo che contiene gli mondi; se vogliamo
concipere come cosa consistente, diciamo essere il spacio in cui è l'etereo
campo e mondi, e che non si può intendere essere in altro. Ecco come non
abbiamo necessità di fengere nuovi elementi e mondi al contrario di coloro che
per levissima occasione cominciorno a nominare orbi deferenti, materie divine,
parti più rare e dense di natura celeste, quinte essenze ed altre fantasie e
nomi privi d'ogni suggetto e veritade.
82 Al
settimo argomento diciamo uno essere l'universo infinito, come un continuo e
composto di eteree regioni e mondi; infiniti essere gli mondi, che in diverse
regioni di quello per medesima raggione si denno intendere ed essere che questo
in cui abitiamo noi, questo spacio e regione intende ed è: come ne gli prossimi
giorni ho raggionato con Elpino, approvando e confirmando quello che disse
Democrito, Epicuro ed altri molti, che con gli occhi più aperti han contemplata
la natura, e non si sono presentati sordi alle importune voci di quella.
Desine quapropter, novitate exterritus ipsa,
Expuere ex animo rationem: sed magis acri
Iudicio perpende, et si tibi vera videtur,
Dede manus; aut si falsa est, accingere contra.
Quaerit enim rationem animus, cum summa loci sit
Infinita foris haec extra moenia mundi;
Quid sit ibi porro, quo prospicere usque velit mens,
Atque animi tractus liber quo pervolet ipse.
Principio nobis in cunctas undique partes,
Et latere ex utroque, infra supraque per omne,
Nulla est finis, uti docui, res ipsaque per se
Vociferatur, et elucet natura profundi.
83 Crida
contro l'ottavo argumento, che vuole la natura fermarsi in un compendio; perché,
benché esperimentiamo in ciascuno ne' mondi grandi e piccioli, non si vede però
in tutti; perché l'occhio del nostro senso, senza veder fine, è vinto dal
spacio inmenso che si presenta; e viene confuso e superato dal numero de le
stelle che sempre oltre ed oltre si va moltiplicando; di sorte che lascia
indeterminato il senso e costrenge la raggione di sempre giongere spacio a
spacio, regione a regione, mondo a mondo.
Nullo iam pacto verisimile esse putandumst,
Undique cum vorsum spacium vacet infinitum,
Seminaque innumero numero, summaque profunda
Multimodis volitent aeterno percita motu,
Hunc unum terrarum orbem, caelumque creatum.
Quare etiam atque etiam tales fateare necesse est,
Esse alios alibi congressus materiei:
Qualis hic est avido complexu quem tenet aether.
84 Mormora
contro il nono argumento, che suppone e non prova che alla potenza infinita
attiva non risponda infinita potenza passiva e non possa esser soggetto infinita
materia e farsi campo spacio infinito; e per consequenza non possa
proporzionarsi l'atto e l'azione a l'agente, e l'agente possa comunicar tutto
l'atto, senza che esser possa tutto l'atto comunicato (che non può imaginarsi
più aperta contradizione di questa). È dunque assai ben detto:
Praeterea cum materies est multa parata,
Cum locus est praesto, nec res nec causa moratur
Ulla, geri debent nimirum et confieri res.
Nunc ex seminibus si tanta est copia quantam
Enumerare aetas animantum non queat omnis,
Visque eadem et natura manet, quae semina rerum
Coniicere in loca quaeque queat, simili ratione
Atque huc sunt coniecta: necesse est confiteare
Esse alios aliis terrarum in partibus orbes,
Et varias hominum genteis, et secla ferarum.
85 Diciamo
a l'altro argumento, che non bisogna questo buono, civile e tal conmercio de
diversi mondi, più che tutti gli uomini sieno un uomo, tutti gli animali sieno
un animale. Lascio che per esperienza veggiamo essere per il meglio de gli
animanti di questo mondo, che la natura per mari e monti abbia distinte le
generazioni; a le quali essendo per umano artificio accaduto il commercio, non
gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che tolta, atteso che per la
communicazione più tosto si radoppiano i vizii che prender possano aumento le
virtudi. Però ben lamenta il Tragico:
Bene dissepti foedera mundi
Traxit in unum Thessala pinus
Iussitque pati verbera pontum,
Partemque metus fieri nostri
Mare sepostum.
86 Al
decimo si risponde come al quinto; perché cossì ciascuno de mondi nell'etereo
campo ottiene il suo spacio, che l'uno non si tocca o urta con l'altro; ma
discorreno e son situati con distanza tale per cui l'un contrario non si
destrugga, ma si fomente per l'altro.
87 All'undecimo,
che vuole la natura moltiplicata per decisione e division della materia non
ponersi in tale atto se non per via di generazione, mentre l'uno individuo come
parente produce l'altro come figlio; diciamo che questo non è universalmente
vero, perché da una massa per opra del sole efficiente si producono molti e
diversi vasi di varie forme.e figure innumerabili. Lascio che, se fia l'interito
e rinovazion di qualche mondo, la produzione de gli animali, tanto perfetti
quanto imperfetti, senza atto di generazione nel principio viene effettuata
dalla forza e virtù della natura.
88 Al
duodecimo ed ultimo, che da quel, che questo o un altro mondo è perfetto, vuol
che non si richiedano altri mondi, dico che certo non si richiedeno per la
perfezione e sussistenza di quel mondo; ma per la propria sussistenza e
perfezion dell'universo è necessario che sieno infiniti. Dalla perfezion dunque
di questo o quelli non séguita, che quelli o questo sieno manco perfetti: perché
cossì questo come quelli, e quelli come questo, constano de le sue parti, e
sono, per gli suoi membri, intieri.
89 \ ALB.\
Non sarà, o Filoteo, voce di plebe, indignazion di volgari, murmurazion di
sciocchi, dispreggio di tai satrapi, stoltizia d'insensati, sciocchezza di scìoli,
informazion di mentitori, querele di maligni e detrazion d'invidiosi, che mi
defraudino la tua nobil vista e mi ritardino dalla tua divina conversazione.
Persevera, mio Filoteo, persevera; non dismetter l'animo e non ti far addietro
per quel, che con molte machine ed artificii il grande e grave senato della
stolta ignoranza minaccia e tenta distruggere la tua divina impresa ed alto
lavoro. Ed assicurati ch'al fine tutti vedranno quel ch'io veggo; e conosceranno
che cossì ad ognuno è facile di lodarti, come a tutti è difficile
l'insegnarti. Tutti, se non sono perversi a fatto, cossì da buona conscienza
riportaranno favorevole sentenza di te, come dal domestico magistero dell'animo
ciascuno al fine viene instrutto; perché gli beni de la mente non altronde che
dall'istessa mente nostra riportiamo. E perché ne gli l'animi di tutti è una
certa natural santità che, assisa nell'alto tribunal de l'intelletto, essercita
il giudicio del bene e male, de la luce e tenebre, avverrà che da le proprie
cogitazioni di ciascuno sieno in tua causa suscitati fidelissimi ed intieri
testimoni e defensori. Talmente, se non te si faranno amici, ma vorranno
neghittosamente in defensione de la turbida ignoranza ed approvati sofisti
perseverar ostinati adversarii tuoi, sentiranno in se stessi il boia e manigoldo
tuo vendicatore; che, quanto più l'occoltaranno entro il profondo pensiero,
tanto più le tormente. Cossì il verme infernale, tolto da la rigida chioma de
le Eumenidi, veggendo casso il proprio dissegno contra di te, sdegnoso si
converterà alla mano o al petto del suo iniquo attore e gli darà tal morte,
qual può chi sparge il stigio veleno, ove di tal angue gli aguzzati denti han
morso.
90 Séguita
a farne conoscere che cosa sia veramente il cielo, che sieno veramente gli
pianeti ed astri tutti; come sono distinti gli uni da gli altri gl'infiniti
mondi; come non è impossibile, ma necessario, un infinito spacio; come convegna
tal infinito effetto all'infinita causa; qual sia la vera sustanza, materia,
atto ed efficiente del tutto; qualmente de medesimi principii ed elementi ogni
cosa sensibile e composta vien formata. Convinci la cognizion dell'universo
infinito. Straccia le superficie concave e convesse, che terminano entro e fuori
tanti elementi e cieli. Fanne ridicoli gli orbi deferenti e stelle fisse. Rompi
e gitta per terra col bombo e turbine de vivaci raggioni queste stimate dal
cieco volgo le adamantine muraglia di primo mobile ed ultimo convesso. Struggasi
l'esser unico e propriamente centro a questa terra. Togli via di quella quinta
essenza l'ignobil fede. Donane la scienza di pare composizione di questo astro
nostro e mondo con quella di quanti altri astri e mondi possiamo vedere. Pasca e
ripasca parimente con le sue successioni ed ordini ciascuno de gl'infiniti
grandi e spaciosi mondi altri infiniti minori. Cassa gli estrinseci motori
insieme con le margini di questi cieli. Aprine la porta per la qual veggiamo
l'indifferenza di questo astro da gli altri. Mostra la consistenza de gli altri
mondi nell'etere, tal quale è di questo. Fa' chiaro il moto di tutti provenir
dall'anima interiore, a fine che con il lume di tal contemplazione con più
sicuri passi procediamo alla cognizion della natura.
91 \ FIL.\
Che vuol dire, o Elpino, che il dottor Burchio né sì tosto, né mai ha possuto
consentirne?
92 \ ELP.\
È proprio di non addormentato ingegno da poco vedere ed udire posser
considerare e comprender molto.
93 \ ALB.\
Benché sin ora non mi sia dato di veder tutto il corpo del lucido pianeta,
posso pur scorgere pe' raggi che diffonde per gli stretti forami de chiuse
fenestre dell'intelletto mio, che questo non è splendor d'artificiosa e
sofistica lucerna, non di luna o di altra stella minore. Però a maggior
apprension per l'avenire m'apparecchio.
94 \ FIL.\
Gratissima sarà la vostra familiarità.
95 \ ELP.\
Or andiamo a cena.
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