1 Oimè, auditor mio, che senza focoso suspiro, lubrico pianto e
tragica querela, con l'affetto, con gli occhi e le raggioni non può rammentar
il mio ingegno, intonar la voce e dechiarar gli argumenti, quanto sia fallace il
senso, turbido il pensiero ed imperito il giudicio, che con atto di perversa,
iniqua e pregiudiciosa sentenza non vede, non considera, non definisce secondo
il debito di natura, verità di raggione e diritto di giustizia circa la pura
bontade, regia sinceritade e magnifica maestade della santa ignoranza, dotta
pecoragine e divina asinitade! Lasso! a quanto gran torto da alcuni è sì
fieramente essagitata quest'eccellenza celeste tra gli uomini viventi, contra la
quale altri con larghe narici si fan censori, altri con aperte sanne si fan
mordaci, altri con comici cachini si rendono beffeggiatori. Mentre ovunque
spreggiano, burlano e vilipendeno qualche cosa, non gli odi dir altro che:
Costui è un asino, quest'azione è asinesca, questa è una asinitade; - stante
che ciò absolutamente convegna dire dove son più maturi discorsi, più saldi
proponimenti e più trutinate sentenze. Lasso! perché con ramarico del mio
core, cordoglio del spirito ed aggravio de l'alma mi si presenta a gli occhi
questa imperita, stolta e profana moltitudine che sì falsamente pensa, sì
mordacemente parla, sì temerariamente scrive per parturir que' scelerati
discorsi de tanti monumenti che vanno per le stampe, per le librarie, per tutto,
oltre gli espressi ludibrii, dispreggi e biasimi: l'asino d'oro, le lodi de
l'asino, l'encomio de l'asino; dove non si pensa altro che con ironiche sentenze
prendere la gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? Or chi terrà il
mondo che non pensi ch'io faccia il simile? Chi potrà donar freno alle lingue
che non mi mettano nel medesimo predicamento, come colui che corre appo gli
vestigii de gli altri che circa cotal suggetto democriteggiano? Chi potrà
contenerli che non credano, affermino e confermino che io non intendo vera e
seriosamente lodar l'asino ed asinitade, ma più tosto procuro di aggionger
oglio a quella lucerna la quale è stata da gli altri accesa? Ma, o miei
protervi e temerarii giodici, o neghittosi e ribaldi calunniatori, o foschi ed
appassionati detrattori, fermate il passo, voltate gli occhi, prendete la mira;
vedete, penetrate, considerate se gli concetti semplici, le sentenze enunciative
e gli discorsi sillogistici ch'apporto in favor di questo sacro, impolluto e
santo animale, son puri, veri e demostrativi, o pur son finti, impossibili ed
apparenti. Se le vedrete in effetto fondati su le basi de fondamenti fortissimi,
se son belli, se son buoni, non le schivate, non le fuggite, non le rigettate;
ma accettatele, seguitele, abbracciatele, e non siate oltre legati dalla
consuetudine del credere, vinti dalla sufficienza del pensare e guidati dalla
vanità del dire, se altro vi mostra la luce de l'intelletto, altro la voce
della dottrina intona ed altro l'atto de l'esperienza conferma.
2 L'asino
ideale e cabalistico, che ne vien proposto nel corpo de le sacre lettere, che
credete voi che sia? Che pensate voi essere il cavallo pegaseo che vien trattato
in figura de gli poetici figmenti? De l'asino cillenico degno d'esser messo in
croceis nelle più onorate academie che v'imaginate? Or lasciando il pensier
del secondo e terzo da canto, e dando sul campo del primo, platonico parimente e
teologale, voglio che conosciate che non manca testimonio dalle divine ed umane
lettere, dettate da sacri e profani dottori, che parlano con l'ombra de scienze
e lume della fede. Saprà, dico, ch'io non mentisco colui ch'è anco
mediocremente perito in queste dottrine, quando avien ch'io dica l'asino ideale
esser principio prodottivo, formativo e perfettivo sopranaturalmente della
specie asinina; la quale quantunque nel capacissimo seno della natura si vede ed
è dall'altre specie distinta, e nelle menti seconde è messa in numero, e con
diverso concetto appresa, e non quel medesimo con cui l'altre forme s'apprendeno;
nulla di meno (quel ch'importa tutto) nella prima mente è medesima che la idea
de la specie umana, medesima che la specie de la terra, della luna, del sole,
medesima che la specie dell'intelligenze, de gli demoni, de gli dei, de gli
mondi, de l'universo; anzi è quella specie da cui non solamente gli asini, ma e
gli uomini e le stelle e gli mondi e gli mondani animali tutti han dependenza:
quella dico, nella quale non è differenza di forma e suggetto, di cosa e cosa;
ma è semplicissima ed una. Vedete, vedete dunque, d'onde derive la caggione che
senza biasimo alcuno il santo de santi or è nominato non solamente leone,
monocorno, rinoceronte, vento, tempesta, aquila, pellicano, ma e non uomo,
opprobrio de gli uomini, abiezion di plebe, pecora, agnello, verme, similitudine
di colpa, sin ad esser detto peccato e peggio. Considerate il principio della
causa, per cui gli cristiani e giudei non s'adirano, ma più tosto con glorioso
trionfo si congratulano insieme, quando con le metaforiche allusioni della santa
scrittura son figurati per titoli e definizioni asini, son appellati asini, son
definiti per asini: di sorte che, dovunque si tratta di quel benedetto animale,
per moralità di lettera, allegoria di senso ed anagogia di proposito s'intende
l'uomo giusto, l'uomo santo, l'uomo de Dio.
3 Però,
quando ne l'Exodo si fa menzione della redenzione e mutazion dell'uomo, in
compagnia di quello vien fatta la menzion de l'asino. Il primogenito dell'asino
dice, cangiarai con la pecora; il primogenito dell'uomo redimerai col prezzo.
Quando nel medesimo libro è donata legge al desiderio dell'uomo che non si
stenda alla moglie, alla servente, vedi nel medesimo numero messo il bue e
l'asino: come che non meno importe proporsi materia di peccato l'uno che l'altro
appetibile. Però quando nel libro de Giudici cantò Debora e Barac, figlio d'Abinoen,
dicendo: Udite, o regi, porgete l'orecchie, o principi, li quali montate su gli
asini nitenti e sedete in giudicio, interpretano gli santi rabini: O governatori
de la terra, li quali siete superiori a gli generosi popoli, e con la sacra
sferza le governate, castigando gli rei, premiando gli buoni e dispensando
giustamente le cose. - Quando ordina il Pentateuco che devi ridur ed addirizzar
al suo camino l'asino e bue errante del prossimo tuo, intendeno moralmente gli
dottori, che l'uomo del nostro prossimo Idio, il quale è dentro di noi ed in
noi, s'aviene che prevariche dalla via della giustizia, debba essere da noi
corretto ed avertito. Quando l'archisinagogo riprese il Signor che curava nel
sabbato, ed egli rispose che non è uomo da bene che in qualunque giorno non
vegna a cavar l'asino o bue dal pozzo dove è cascato; intendeno gli divini
scrittori che l'asino è l'uomo semplice, il bue è l'uomo che sta sul naturale,
il pozzo è il peccato mortale, quel che cava l'asino dal pozzo è la divina
grazia e ministero che redime gli suoi diletti da quell'abisso. Ecco, dunque,
qualmente il popolo redemuto, preggiato, bramato, governato, addirizzato,
avertito, corretto, liberato e finalmente predestinato, è significato per
l'asino, è nominato asino. E che gli asini son quelli per gli quali la divina
benedizione e grazia piove sopra gli uomini, di maniera che guai a color che
vegnon privi del suo asino, certamente molto ben si può veder nell'importanza
di quella maledizione che impiomba nel Deuteronomio, quando minacciò Dio
dicendo: L'asino tuo ti sia tolto d'avanti, e non ti sia reso!
4 Maladetto
il regno, sfortunata la republica, desolata la cità, desolata la casa, onde è
bandito, distolto ed allontanato l'asino! Guai al senso, conscienza ed anima
dove non è participazion d'asinità! Ed è pur trito adagio: ab asino
excidere, per significar l'esser destrutto, sfatto, spacciato. Origene
Adamanzio, accettato tra gli ortodoxi e sacri dottori, vuole che il frutto de la
predicazione de' settanta doi discepoli è significato per li settanta doi milia
asini che il popolo israleita guadagnò contra gli Moabiti: atteso che de quei
settanta doi ciascuno guadagnò mille, cioè un numero perfetto, d'anime
predestinate, traendole da le mani de Moab, cioè liberandole dalla tirannia de
Satan. Giongasi a questo che gli uomini più divoti e santi, amatori ed
exequitori dell'antiqua e nova legge, absolutamente e per particolar privilegio
son stati chiamati asini. E se non me 'l credete, andate a studiar quel ch'è
scritto sopra quell'Evangelico: L'asina ed il pulledro sciogliete, e menateli a
me. Andate a contemplar su gli discorsi che fanno gli teologi ebrei, greci e
latini sopra quel passo che è scritto nel libro de Numeri: Aperuit Dominus
os asinae, et locuta est. E vedete come concordano tanti altri luoghi delle
sacrate lettere, dove sovente è introdotto il providente Dio aprir la bocca de
diversi divini e profetici suggetti, come di quel che disse: Oh oh oh, Signor,
ch'io non so dire. E là dove dice: Aperse il Signor la sua bocca. Oltre tante
volte ch'è detto: Ego ero in ore tuo; tante volte che gli è priegato:
Signor, apri le mie labra, e la mia bocca ti lo darà. Oltre nel testamento
novo: Li muti parlano, li poveri evangelizano.
5 Tutto è
figurato per quello che il Signor aperse la bocca de l'asina, ed ella parlò.
Per l'autorità di questa, per la bocca, voce e paroli di questa è domata,
vinta e calpestrata la gonfia, superba e temeraria scienza secolare; ed è
ispianata al basso ogni altezza che ardisce di levar il capo verso il cielo:
perché Dio av'elette le cose inferme per confondere le forze del mondo; le cose
stolte ave messe in riputazione; atteso che quello, che per la sapienza non
posseva essere restituito, per la santa stoltizia ed ignoranza è stato
riparato: però è riprovata la sapienza de sapienti e la prudenza de prudenti
è rigettata. Stolti del mondo son stati quelli ch'han formata la religione, gli
ceremoni, la legge, la fede, la regola di vita; gli maggiori asini del mondo
(che son quei che, privi d'ogni altro senso e dottrina, e voti d'ogni vita e
costume civile, marciti sono nella perpetua pedanteria) son quelli che per
grazia del cielo riformano la temerata e corrotta fede, medicano le ferite de
l'impiagata religione, e togliendo gli abusi de le superstizioni, risaldano le
scissure della sua veste; non son quelli che con empia curiosità vanno, o pur
mai andâro perseguitando gli arcani della natura, computaro le vicissitudini de
le stelle. Vedete se sono o furon giamai solleciti circa le cause secrete de le
cose; se perdonano a dissipazion qualunque de regni, dispersion de popoli,
incendii, sangui, ruine ed esterminii; se curano che perisca il mondo tutto per
essi loro: purché la povera anima sia salva, purché si faccia l'edificio in
cielo, purché si ripona il tesoro in quella beata patria, niente curando della
fama e comodità e gloria di questa frale ed incerta vita, per quell'altra
certissima ed eterna. Questi son stati significati per l'allegoria de gli
antiqui sapienti (alli quali non ha voluto mancar il divino spirito di revelar
qualche cosa, almeno per farli inescusabili) in quello sentenzioso apologo de
gli dei che combattirono contra gli rubelli giganti, figli de la terra ed arditi
predatori del cielo; che con la voce de gli asini confusero, atterrirono,
spaventâro, vinsero e domorno. Il medesimo è sufficientemente espresso dove,
alzando il velo de la sacrata figura, s'affigono gli occhi all'anagogico senso
di quel divin Sansone, che con l'asinina mascella tolse la vita a mille
Filistei; perché dicono gli santi interpreti, che nella mascella de l'asina,
cioè de gli predicatori de la legge e ministri della sinagoga, e nella mascella
del pulledro de gli asini, cioè de' predicatori della nova legge e ministri de
l'ecclesia militante, delevit eos, cioè scancellò, spinse que' mille,
quel numero compito, que' tutti, secondo che è scritto: Cascarono dal tuo lato
mille, e dalla tu a destra diece milia; ed è chiamato il luogo Ramath-lechi,
cioè exaltazion de la mascella. Dalla quale per frutto di predicazione non solo
è seguita la ruina delle avversarie ed odiose potestadi, ma anco la salute de
regenerati: perché dalla medesima mascella, cioè per virtù di medesima
predicazione, son uscite e comparse quelle acqui, che promulgando la divina
sapienza, diffondeno la grazia celeste e fanno gli suoi abbeverati capaci de
vita eterna.
6 O dunque
forte, vittoriosa e trionfatrice mascella d'un asino morto, o diva, graziosa e
santa mascella d'un polledro defunto, or che deve essere della santità, grazia
e divinità, fortezza, vittoria e trionfo dell'asino tutto, intiero e vivente, -
asino, pullo e madre, - se di quest'osso e sacrosanta reliquia la gloria ed
exaltazion è tanta? E mi volto a voi, o dilettissimi ascoltatori; a voi, a voi
mi rivolto, o amici lettori de mia scrittura ed ascoltatori de mia voce; e vi
dico, e vi avertisco, e vi esorto, e vi scongiuro, che ritorniate a voi
medesimi. Datemi scampo dal vostro male, prendete partito del vostro bene,
banditevi dalla mortal magnificenza del core, ritiratevi alla povertà del
spirito, siate umili di mente, abrenunziate alla raggione, estinguete quella
focosa luce de l'intelletto che vi accende, vi bruggia e vi consuma; fuggite
que' gradi de scienza che per certo aggrandiscono i vostri dolori; abnegate ogni
senso, fatevi cattivi alla santa fede, siate quella benedetta asina, riducetevi
a quel glorioso pulledro, per li quali soli il redentor del mondo disse a gli
ministri suoi: Andate al castello ch'avete a l'incontro; cioè andate per
l'universo mondo sensibile e corporeo il quale come simulacro è opposto e
supposto al mondo intelligibile ed incorporeo. Trovarete l'asina ed il pulledro
legati: v'occorrerà il popolo ebreo e gentile, sottomesso e tiranneggiato dalla
captività di Belial.
7 Dice
ancora: Scioglietele: levateli de la cattività, per la predicazion dell'Evangelio
ed effusion de l'acqua battismale; e menatele a me, perché mi servano, perché
siano miei: perché portando il peso del mio corpo, cioè della mia santa
instituzione e legge sopra le spalli, ed essendo guidati dal freno delli miei
divini consegli, sian fatti degni e capabili d'entrar meco nella trionfante
Ierusalem, nella città celeste. Qua vedete chi son li redemuti, chi son gli
chiamati, chi son gli predestinati, chi son gli salvi: l'asina, l'asinello, gli
semplici, gli poveri d'argumento, gli pargoletti, quelli ch'han discorso de
fanciulli; quelli, quelli entrano nel regno de' cieli; quelli, per dispreggio
del mondo e de le sue pompe, calpestrano gli vestimenti, hanno bandita da sé
ogni cura del corpo, de la carne che sta avolta circa quest'anima, se l'han
messa sotto gli piedi, l'hanno gittata via a terra, per far più gloriosa- e
trionfalmente passar l'asina ed il suo caro asinello.
8 Pregate,
pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia dovenir
asini. Vogliate solamente; perché certo certo, facilissimamente vi sarà
conceduta la grazia: perché, benché naturalmente siate asini, e la disciplina
commune non sia altro che una asinitade, dovete avertire e considerar molto bene
se siate asini secondo Dio; dico, se siate quei sfortunati che rimagnono legati
avanti la porta, o pur quegli altri felici li quali entran dentro. Ricordatevi,
o fideli, che gli nostri primi parenti a quel tempo piacquero a Dio, ed erano in
sua grazia, in sua salvaguardia, contenti nel terrestre paradiso, nel quale
erano asini, cioè semplici ed ignoranti del bene e male; quando posseano esser
titillati dal desiderio di sapere bene e male, e per consequenza non ne posseano
aver notizia alcuna; quando possean credere una buggia che gli venesse detta dal
serpente; quando se gli possea donar ad intendere sin a questo: che, benché Dio
avesse detto che morrebono, ne potesse essere il contrario: in cotal
disposizione erano grati, erano accetti, fuor d'ogni dolor, cura e molestia.
Sovvegnavi ancora ch'amò Dio il popolo ebreo, quando era afflitto, servo, vile,
oppresso, ignorante, onerario, portator de còfini, somarro, che non gli possea
mancar altro che la coda ad esser asino naturale sotto il domìno de l'Egitto:
allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, sua scelta generazione. Perverso,
scelerato, reprobo, adultero fu detto quando fu sotto le discipline, le
dignitadi, le grandezze e similitudine de gli altri popoli e regni onorati
secondo il mondo. Non è chi non loda l'età de l'oro, quando gli uomini erano
asini, non sapean lavorar la terra, non sapean l'un dominar a l'altro, intender
più de l'altro, avean per tetto gli antri e le caverne, si donavano a dosso
come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie e condimenti de libidine e
gola; ogni cosa era commune, il pasto eran le poma, le castagne, le ghiande in
quella forma che son prodotte dalla madre natura. Non è chi non sappia
qualmente non solamente nella specie umana, ma ed in tutti gli geni d'animali la
madre ama più, accarezza più, mantien contento più ed ocioso, senza
sollecitudine e fatica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio minore,
come quello che non sa male e bene, ha dell'agnello, ha de la bestia, è un
asino, non sa cossì parlare, non può tanto discorrere; e come gli va crescendo
il senno e la prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando l'amore, la
cura, la pia affezione che gli vien portata da gli suoi parenti. Non è nemico
che non compatisca, abblandisca, favorisca a quella età, a quella persona che
non ha del virile, non ha del demonio, non ha de l'uomo, non ha del maschio, non
ha de l'accorto, non ha del barbuto, non ha del sodo, non ha del maturo. Però
quando si vuol mover Dio a pietà e comiserazione il suo Signore, disse quel
profeta: Ah ah ah, Domine, quia nescio loqui; dove, col ragghiare e
sentenza, mostra esser asino. Ed in un altro luogo dice: Quia puer sum.
Però quando si brama la remission della colpa, molte volte si presenta la causa
nelli divini libri, con dire: Quia stulte egimus, stulte egerunt, quia
nesciunt quid faciant, ignoramus, non intellexerunt. Quando si vuol impetrar
da lui maggior favore ed acquistar tra gli uomini maggior fede, grazia ed
autorità, si dice in un loco, che li apostoli eran stimati imbreachi; in un
altro loco, che non sapean quel che dicevano, perché non erano essi che
parlavano: ed un de più eccellenti, per mostrar quanto avesse del semplice,
disse che era stato rapito al terzo cielo, uditi arcani ineffabili, e che non
sapea s'era morto o vivo, se era in corpo o fuor di quello. Un altro disse che
vedeva gli cieli aperti, e tanti e tanti altri propositi che tegnono gli diletti
de Dio, alli quali è revelato quello che è occolto a la sapienza umana, ed è
asinità esquisita a gli occhi del discorso razionale: perché queste pazzie,
asinitadi e bestialitadi son sapienze, atti eroici ed intelligenze appresso il
nostro Dio; il qual chiama li suoi pulcini, il suo grege, le sue pecore, li suoi
parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua asina que' tali che li credeno,
l'amano, il siegueno. Non è, non è, dico, meglior specchio messo avanti gli
occhi umani che l'asinitade ed asino, il qual più esplicatamente secondo tutti
gli numeri dimostre qual esser debba colui, che faticandosi nella vigna del
Signore deve aspettar la retribuzion del danaio diurno, il gusto della beatifica
cena, il riposo che segue il corso di questa transitoria vita. Non è conformità
megliore o simile che ne amene, guide e conduca alla salute eterna più
attamente che far possa questa vera sapienza approvata dalla divina voce: come,
per il contrario, non è cosa che ne faccia più efficacemente impiombar al
centro ed al baratro tartareo, che le filosofiche e razionali contemplazioni,
quali nascono da gli sensi, crescono nella facultà discorsiva e si maturano
nell'intelletto umano. Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, che
siete uomini. E voi, che siete già asini, studiate, procurate, adattatevi a
proceder sempre da bene in meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella
dignità, la quale, non per scienze ed opre, quantunque grandi, ma per fede
s'acquista; non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi, ma per la
incredulità (come dicono, secondo l'Apostolo) si perde. Se cossì vi
disporrete, se tali sarete e talmente vi governarete, vi trovarete scritti nel
libro de la vita, impetrarete la grazia in questa militante, ed otterrete la
gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale vive e regna Dio per tutti
secoli de secoli. Cossì sia!
Sonetto de l'Asina
UN MOLTO PIO SONETTO CIRCA LA SIGNIFICAZIONE DE L'ASINA E PULLEDRO.
1 - Ite al
castello ch'avete d'avanti,
2 E
trovarete l'asina col figlio:
3 Quelli
sciogliete, e dandogli de piglio,
4 L'amenarete
a me, servi miei santi.
5 S'alcun,
per impedir misterii tanti,
6 Contra
di voi farà qualche bisbiglio,
7 Risponderete
lui con alto ciglio,
8 Ch'il
gran Signor le vuol far trionfanti.
-9 Dice
cossì la divina scrittura,
10 Per
notar la salute de' credenti
11 Al
redentor dell'umana natura.
12 Gli
fideli di Giuda e de le genti
13 Con
vita parimente sempia e pura
14 Potran
montar a que' scanni eminenti.
15 Divoti
e pazienti
16 Vegnon
a fars'il pullo con la madre
17 Contubernali
a l'angeliche squadre.
Dialogo 1
Interlocutori: Sebasto, Saulino, Coribante.
1 \ SEB.\ È il peggio che diranno che metti avanti metaffore, narri
favole, raggioni in parabola, intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti
misterii, mastichi tropologie.
2 \ SAUL.\
Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è propriamente, la metto
avanti gli occhi.
3 \ COR.\ Id
est, sine fuco, plane, candide; ma vorrei che fusse cossì, come dite, da
dovero.
4 \ SAUL.\
Cossì piacesse alli dei, che fessi tu altro che fuco con questa tua gestuazione,
toga, barba e supercilio: come, anco quanto a l'ingegno, candide, plane et
sine fuco, mostri a gli occhi nostri la idea della pedantaria.
5 \ COR.\ Hactenus haec? Tanto
che Sofia loco per loco, sedia per sedia vi condusse?
6 \ SAUL.\
Sì.
7 \ SEB.\
Occórrevi de dir altro circa la provisione di queste sedie?
8 \ SAUL.\
Non per ora, se voi non siete pronto a donarmi occasione di chiarirvi de più
punti circa esse col dimandarmi e destarmi la memoria, la quale non può avermi
suggerito la terza parte de notabili propositi degni di considerazione.
9 \ SEB.\
Io, a dir il vero, rimagno sì suspeso dal desio de saper qual cosa sia quella
ch'il gran padre de gli dei ha fatto succedere in quelle due sedie, l'una
Boreale e l'altra Australe, che m'ha parso il tempo de mill'anni per veder il
fine del vostro filo, quantunque curioso, utile e degno: perché quel proposito
tanto più mi vien a spronar il desio d'esserne fatto capace, quanto voi più
l'avete differito a farlo udire.
10 \ COR.\
Spes etenim dilata affligit animum, vel animam, ut melius dicam; haec enim
mage significat naturam passibilem.
11 \ SAUL.\
Bene. Dunque, perché non più vi tormentiate su l'aspettar della risoluzione,
sappiate che nella sedia prossima immediata e gionta al luogo dove era l'Orsa
minore, e nel quale sapete essere exaltata la Veritade, essendone tolta via
l'Orsa maggiore nella forma ch'avete inteso, per providenza del prefato
consiglio vi ha succeduto l'Asinità in abstratto: e là dove ancora vedete in
fantasia il fiume Eridano, piace a gli medesimi che vi si trove l'Asinità in
concreto, a fine che da tutte tre le celesti reggioni possiamo contemplare
l'Asinità, la quale in due facelle era come occolta nella via de' pianeti, dov'è
la coccia del Cancro.
12 \ COR.\
Procul, o procul este, profani! Questo è un sacrilegio, un profanismo,
di voler fingere (poscia che non è possibile che cossì sia in fatto) vicino a
l'onorata ed eminente sedia de la Verità essere l'idea de sì immonda e
vituperosa specie, la quale è stata da gli sapienti Egizii ne gli lor
ieroglifici presa per tipo de l'ignoranza, come ne rende testimonio Oro Apolline,
più volte replicando: qualmente gli Babiloni sacerdoti con l'asinino capo
compiuto al busto e cervice umana volsero designar un uomo imperito ed
indisciplinabile.
13 \ SEB.\
Non è necessario andar al tempo e luogo d'Egizii, se non è né fu mai
generazione, che con l'usato modo di parlare non conferme quel che dice
Coribante.
14 \ SAUL.\
Questa è la raggione, per cui ho differito al fine di raggionar circa queste
due sedie: atteso che dalla consuetudine del dire e credere m'areste creduto
parabolano, e con minor fede ed attenzione arreste perseverato ad ascoltarmi
nella descrizione della riforma de l'altre sedie celesti, se prima con prolissa
infilacciata de propositi non v'avesse resi capaci di quella verità; stante che
queste due sedie da per esse meritano almeno altretanto de considerazione,
quanto vedete aver ricchezza di tal suggetta materia. Or non avete voi unqua
udito, che la pazzia, ignoranza ed asinità di questo mondo è sapienza,
dottrina e divinità in quell'altro?
15 \ SEB.\
Cossì è stato riferito da primi e principali teologi; ma giamai è stato usato
un cossì largo modo de dire, come è il vostro.
16 \ SAUL.\
E perché giamai la cosa è stata chiarita ed esplicata cossì, come io son per
esplicarvela e chiarirvela al presente.
17 \ COR.\
Or dite, perché staremo attenti ad ascoltarvi.
18 \ SAUL.\
Perché non vi spantiate, quando udite il nome d'asino, asinità, bestialità,
ignoranza, pazzia, prima voglio proporvi avanti gli occhi della considerazione,
e rimenarvi a mente il luogo de gl'illuminati cabalisti, che con altri lumi che
di Linceo, con altri occhi che di Argo, profondorno, non dico sin al terzo
cielo, ma nel profondo abisso del sopramondano ed ensofico universo: per la
contemplazione di quelle diece Sephiroth che chiamiamo in nostra lingua membri
ed indumenti, penetrorno, veddero, concepirno quantum fas est homini loqui.
Ivi son le 3 dimensioni Ceter, Hocma, Bina, Hesed, Geburah, Tipheret, Nezah, Hod,
Iesod, Malchuth; de quali la prima da noi è detta Corona, la seconda Sapienza,
la terza Providenza, la quarta Bontà, la quinta Fortezza, la sesta Bellezza, la
settima Vittoria, la ottava Lode, la nona Stabilimento, la decima Regno. Dove
dicono rispondere diece ordini d'intelligenze; de quali il primo vien da essi
chiamato Haioth heccados, il secondo Ophanim, il terzo Aralin, il quarto
Hasmalin, il quinto Choachin, il sesto Malachim, il settimo Elohim, l'ottavo
Benelohim, il nono Maleachim, il decimo Issim; che noi nominiamo il primo
Animali santi o Serafini, il secondo Ruote formanti o Cherubini, il terzo Angeli
robusti o Troni, il quarto Effigiatori, il quinto Potestadi, il sesto Virtudi,
il settimo Principati o dei, l'ottavo Arcangeli o figli de dei, il nono Angeli o
Imbasciatori, il decimo Anime separate o Eroi. Onde nel mondo sensibile derivano
le diece sfere: 1. il primo mobile, 2. il cielo stellato o ottava sfera o
firmamento, 3. il cielo di Saturno, 4. di Giove, 5. di Marte, 6. del Sole, 7. di
Venere, 8. di Mercurio, 9. della Luna, 10. del Chaos sublunare diviso in quattro
elementi. Alli quali sono assistenti diece motori, o insite diece anime: la
prima Metattron o principe de faccie, la seconda Raziel, la terza Zaphciel, la
quarta Zadkiel, la quinta Camael, la sesta Raphael, la settima Aniel, l'ottava
Michael, la nona Gabriel, la decima Samael; sotto il quale son quattro terribili
principi, de quali il primo domina nel fuoco ed è chiamato da Iob Behemoth, il
secondo domina nell'aria ed è nomato da cabalisti e comunmente Beelzebub, cioè
principe de mosche, idest de volanti immondi, il terzo domina nell'acqui
ed è nomato da Iob Leviathan, il quarto è presidente ne la terra, la qual
spasseggia e circuisse tutta, ed è chiamato da Iob Sathan. Or contemplate qua,
che secondo la cabalistica revelazione Hocma, a cui rispondeno le forme o ruote,
nomate Cherubini, che influiscono nell'ottava sfera, dove consta la virtù
dell'intelligenza de Raziele, l'asino o asinità è simbolo della sapienza.
19 \ COR.\ Parturient montes.
20 \
SAUL.\ Alcuni thalmutisti apportano ia raggione morale di cotale influsso,
arbore, scala o dependenza, dicendo che però l'asino è simbolo della sapienza
nelli divini Sephiroth, perché a colui che vuol penetrare entro gli secreti ed
occolti ricetti di quella, sia necessariamente de mistiero d'esser sobrio e
paziente, avendo mustaccio, testa e schena d'asino; deve aver l'animo umile,
ripremuto e basso, ed il senso che non faccia differenza tra gli cardi e le
lattuche.
21 \ SEB.\
Io crederei più tosto, che gli Ebrei abbiano tolti questi misterii da gli
Egizii; li quali per cuoprir certa ignominia loro hanno voluto in tal maniera
esaltar al cielo l'asino e l'asinità.
22 \ COR.\ Declara.
23 \ SEB.\ Oco, re de Persi, essendo notato da gli Egizi, suoi nemici, per il
simulacro d'asino, ed appresso essendo lui vittorioso sopra de loro, ed
avendoseli fatti cattivi, le costrinse ad adorar l'imagine de l'asino e
sacrificargli il bove già tanto adorato da essi, con rimproverargli che a
l'asino il lor bove Opin o Apin verrebbe immolato. Questi dunque, per onorar
quel loro vituperoso culto, e cuoprir quella machia, hanno voluto fingere
raggioni sopra il culto de l'asino; il quale da quel che gli fu materia di
biasimo e burla, gli venne ad esser materia di riverenza. E cossì poi, in
materia d'adorazione, admirazione, contemplazione, onore e gloria, se l'hanno
fatto cabalistico, archetipo, sephirotico, metafisico, ideale, divino. Oltre,
essendo l'asino animal de Saturno e della Luna, e gli Ebrei di natura, ingegno e
fortuna saturnini e lunari, gente sempre vile, servile, mercenaria, solitaria,
incomunicabile ed inconversabile con l'altre generazioni, le quali bestialmente
spregiano, e da le quali per ogni raggione son degnamente dispreggiate; or
questi si trovâro nella cattività e servizio de l'Egitto, dove erano destinati
ad esser compagni a gli asini con portar le some e servire alle fabriche; e là
parte per esserno leprosi, parte perché intesero gli Egizii, che in essi
pestilanziati regnava l'impression saturnia ed asinina, per la conversazione ch'aveano
con questa razza; vogliono alcuni che le discacciassero dagli lor confini con
lasciargli l'idolo dell'asino d'oro alle mani; il quale tra tutti li dei se
mostrava più propisiabile a questa gente, cossì a tutte l'altre nemica e
ritrosa, come Saturno a tutti gli pianeti. Onde rimanendo con il proprio culto,
lasciando da canto l'altre feste egiziane, celebravano per il lor Saturno,
demostrato nell'idolo de l'asino, gli sabbati, e per la lor Luna le neomenie, di
sorte che non solamente uno, ma, ed oltre, tutti gli sephiroti possono essere
asinini ai cabalisti giudei.
24 \ SAUL.\
Voi dite molte cose autentiche, molte vicine all'autentiche, altre simili a
l'autentiche, alcune contrarie a l'autentiche ed approvate istorie. Onde dite
alcuni propositi veri e boni, ma nulla dite bene e veramente, spreggiando e
burlandovi di questa santa generazione, dalla quale è proceduta tutta quella
luce che si trova sin oggi al mondo, e che promette de donar per tanti secoli.
Cossì perseveri nel tuo pensiero ad aver l'asino ed asinità per cosa
ludibriosa; quale, qualunque sia stata appresso Persi, Greci e Latini, non fu
però cosa vile appresso gli Egizii ed Ebrei. Là onde è falsità ed impostura
questa tra l'altre, cioè che quel culto asinino e divino abbia avuto origine
dalla forza e violenza, e non più tosto ordinato dalla raggione, e tolto
principio dalla elezione.
25 \ SEB.\
Verbi gratia, forza, violenza, raggion ed elezione di Oco.
26 \ SAUL.\
Io dico divina inspirazione, natural bontade ed umana intelligenza. Ma prima che
vengamo al compimento di questa demostrazione, considerate un poco se mai
ebbero, o denno aver avuto, o tener a vile la idea ed influenza de gli asini
questi Ebrei ed altri partecipi e consorti de la lor santimonia. Il patriarca
Iacob, celebrando la natività e sangue della sua prole, e padri de le dodici
tribù con la figura de le dodici bestie, vedete se ebbe ardimento di lasciar
l'asino. Non avete notato che come fe' Ruben montone, Simone orso, Levi cavallo,
Giuda leone, Zabulon balena, Dan serpente, Gad volpe, Aser bove, Nettalim cervio,
Gioseffo pecora, Beniamin lupo, cossì fece il sesto genito Isachar asino,
insoffiandoli per testamento quella bella nuova e misteriosa profezia
nell'orecchio: Isachar, asino forte, che poggia tra gli termini, ha trovato il
riposo buono ed il fertilissimo terreno; ha sottoposte le robuste spalli al
peso, ed èssi destinato al tributario serviggio. Queste sacrate dodici
generazioni rispondeno da qua basso a gli alti dodici segni del zodiaco, che son
nel cingolo del firmamento, come vedde e dechiarò il profeta Balaam, quando dal
luogo eminente d'un colle le scòrse disposte e distinte in dodici
castramentazioni alla pianura, dicendo: - Beato e benedetto popolo d'Israele,
voi sète stelle, voi li dodici segni messi in sì bell'ordine di tanti generosi
greggi. Cossì promese il vostro Giova che moltiplicarebbe il seme del vostro
gran padre Abraamo come le stelle del cielo, cioè secondo la raggione delli
dodici segni del zodiaco, li quali venite a significar per li nomi de dodici
bestie. - Qua vedete qualmente quel profeta illuminato, dovendole benedire in
terra, andò a presentarseli montato sopra l'asino, per la voce de l'asino venne
instrutto della divina volontà, con la forza de l'asino vi pervenne, da sopra
l'asino stese le mani alle tende, e benedisse quel popolo de Dio santo e
benedetto, per far evidente che quelli asini saturnini ed altre bestie, che
hanno influsso dalle dette sephiroth, da l'asino archetipo, per mezzo de l'asino
naturale e profetico, doveano esser partecipi de tanta benedizione.
27 \ COR.\
Multa igitur asinorum genera: aureo, archetipo, indumentale, celeste,
intelligenziale, angelico, animale, profetico, umano, bestiale, gentile, etico,
civile ed economico; vel essenziale, subsistenziale, metafisico, fisico,
ipostatico, nozionale, matematico, logico e morale; vel superno, medio ed
inferno; vel intelligibile, sensibile e fantastico; vel ideale,
naturale e nozionale; vel ante multa, in multis et post multa. Or seguìte,
perché paulatim, gradatim atque pedetentim, più chiaro, alto e profondo
venite a riuscirmi.
28 \ SAUL.\
Per venir dunque a noi, non vi deve parer strano che la asinità sia messa in
sedia celeste nella distribuzione delle catedre, che sono nella parte superna di
questo mondo ed universo corporeo; atteso che esso deve esser corrispondente e
riconoscere in se stesso certa analogia al mondo superiore.
29 \ COR.\
Ita contiguus hic illi mundus, ut omnis eius virtus inde gubernetur, come
oltre promulgò il prencipe de' peripatetici nel principio del primo della
Metorologica contemplazione.
30 \ SEB.\
O che ampolle, o che parole sesquipedali son le vostre, o dottissimo ed
altritonante messer Coribante!
31 \ COR.\
Ut libet.
32 \ SEB.\
Ma permettiate che si proceda al proposito, e non ne interrompete!
33 \ COR.\ Proh!
34 \ SAUL.\ A la verità nulla cosa è più prossima e cognata che la scienza;
la quale si deve distinguere, come è distinta in sé, in due maniere: cioè in
superiore ed inferiore. La prima è sopra la creata verità, ed è l'istessa
verità increata, ed è causa del tutto; atteso che per essa le cose vere son
vere, e tutto quel che è, è veramente quel tanto che è. La seconda è verità
inferiore, la quale né fa le cose vere né è le cose vere, ma pende, è
prodotta, formata ed informata da le cose vere, ed apprende quelle non in verità,
ma in specie e similitudine: perché nella mente nostra, dove è la scienza
dell'oro, non si trova l'oro in verità, ma solamente in specie e similitudine.
Sì che è una sorte de verità, la quale è causa delle cose, e si trova sopra
tutte le cose; un'altra sorte che si trova nelle cose ed è delle cose; ed è
un'altra terza ed ultima, la quale è dopo le cose e dalle cose. La prima ha
nome di causa, la seconda ha nome di cosa, la terza ha nome di cognizione. La
verità nel primo modo è nel mondo archetipo ideale significata per un de'
sephiroth; nel secondo modo è nella prima sedia dove è il cardine del cielo a
noi supremo; nel terzo modo è nella detta sedia che prossimamente da questo
corporeo cielo influisce ne gli cervelli nostri, dove è l'ignoranza, stoltizia,
asinità, ed onde è stata discacciata l'Orsa maggiore. Come dunque la verità
reale e naturale è essaminata per la verità nozionale, e questa ha quella per
oggetto, e quella mediante la sua specie ha questa per suggetto, cossì è
bisogno che a quella abitazione questa sia vicina e congionta.
35 \ SEB.\
Voi dite bene, che secondo l'ordine della natura sono prossimi la verità e
l'ignoranza o asinità: come sono talvolta uniti l'oggetto, l'atto e la potenza.
Ma fate ora chiaro, perché più tosto volete far gionta e vicina l'ignoranza o
asinità, che la scienza o cognizione: atteso che tanto manca che l'ignoranza e
pazzia debbano esser prossime e come coabitatrici della verità, che ne denno
essere a tutta distanza lontane, perché denno esser gionte alla falsità, come
cose appartenenti ad ordine contrario.
36 \ SAUL.\
Perché la sofia creata senza l'ignoranza o pazzia, e per conseguenza senza
l'asinità che le significa ed è medesima con esse, non può apprendere la
verità; e però bisogna che sia mediatrice; perché come nell'atto mediante
concorreno gli estremi o i termini, oggetto e potenza, cossì nell'asinità
concorreno la verità e la cognizione, detta da noi sofia.
37 \ SEB.\
Dite brevemente la caggione.
38 \ SAUL.\
Perché il saper nostro è ignorare, o perché non è scienza di cosa alcuna e
non è apprensione di verità nessuna, o perché se pur a quella è qualche
entrata, non è se non per la porta che ne viene aperta da l'ignoranza, la quale
è l'istesso camino, portinaio e porta. Or se la sofia scorge la verità per
l'ignoranza, la scorge per la stoltizia consequentemente, e consequentemente per
l'asinità. Là onde chi ha tal cognizione, ha de l'asino, ed è partecipe di
quella idea.
39 \ SEB.\
Or mostrate come siano vere le vostre assumpzioni: perché voglio concedere le
illazioni tutte; perché non ho per inconveniente che chi è ignorante, per
quanto è ignorante, è stolto; e chi è stolto, per quanto è stolto, è asino:
e però ogni ignoranza è asinità.
40 \
SAUL.\ Alla contemplazion de la verità altri si promuoveno per via di dottrina
e cognizione razionale, per forza de l'intelletto agente che s'intrude
nell'animo, excitandovi il lume interiore. E questi son rari; onde dice il
poeta:
Pauci, quos ardens evexit ad aethera virtus.
Altri per via d'ignoranza vi si voltano e forzansi di pervenirvi. E di questi
alcuni sono affetti di quella che è detta ignoranza di semplice negazione: e
costoro né sanno, né presumeno di sapere; altri di quella che è detta
ignoranza di prava disposizione: e tali, quanto men sanno e sono imbibiti de
false informazioni, tanto più pensano di sapere: quali, per informarsi del
vero, richiedeno doppia fatica, cioè de dismettere l'uno abito contrario e di
apprender l'altro. Altri di quella ch'è celebrata come divina acquisizione; ed
in questa son color che né dicendo, né pensando di sapere, ed oltre essendo
creduti da altri ignorantissimi, son veramente dotti, per ridursi a quella
gloriosissima asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali, come quei
che caminano con il lume suo razionale, con cui negano col lume del senso e
della raggione ogni lume di raggione e senso; alcuni altri caminano, o per dir
meglio si fanno guidare con la lanterna della fede, cattivando l'intelletto a
colui che gli monta sopra ed a sua bella posta l'addirizza e guida. E questi
veramente son quelli che non possono essi errare, perché non caminano col
proprio fallace intendimento, ma con infallibil lume di superna intelligenza.
Questi, questi son veramente atti e predestinati per arrivare alla Ierusalem
della beatitudine e vision aperta della verità divina: perché gli sopramonta
quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia.
41 \ SEB.\
Or ecco come si distingueno le specie dell'ignoranza ed asinitade, e come vegno
a mano a mano a condescendere per concedere l'asinitade essere una virtù
necessaria e divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e per la quale il
mondo tutto è salvo.
42 \
SAUL.\ Odi a questo proposito un principio per un'altra più particular
distinzione. Quello ch'unisce l'intelletto nostro, il qual è nella sofia, alla
verità, la quale è l'oggetto intelligibile, è una specie d'ignoranza, secondo
gli cabalisti e certi mistici teologi; un'altra specie, secondo gli pirroniani,
efettici ed altri simili; un'altra, secondo teologi cristiani, tra' quali il
Tarsense la viene tanto più a magnificare, quanto a giudicio di tutt'il mondo
è passata per maggior pazzia. Per la prima specie sempre si niega; onde vien
detta ignoranza negativa, che mai ardisce affirmare. Per la seconda specie
sempre si dubita, e mai ardisce determinare o definire. Per la terza specie gli
principii tutti s'hanno per conosciuti, approvati e con certo argumento
manifesti, senza ogni demostrazione ed apparenza. La prima è denotata per
l'asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un'asina, che sta fitta tra
due vie, dal mezo de quali mai si parte, non possendosi risolvere per quale
delle due più tosto debba muovere i passi; la terza per l'asina con il suo
pulledro, che portano su la schena il redentor del mondo: dove l'asina, secondo
che gli sacri dottori insegnano, è tipo del popolo giudaico, ed il pullo del
popolo gentile, che, come figlia ecclesia, è parturito dalla madre sinagoga;
appartenendo cossì questi come quelli alla medesima generazione, procedente dal
padre de' credenti, Abraamo. Queste tre specie d'ignoranza, come tre rami, si
riducono ad un stipe, nel quale da l'archetipo influisce l'asinità, e che è
fermo e piantato su le radici delli diece sephiroth.
43 \ COR.\
O bel senso! Queste non sono retorice persuasioni, né elenchici sofismi, né
topice probabilitadi, ma apodiptice demostrazioni; per le quali l'asino non è sì
vile animale come comunmente si crede, ma di tanto più eroica e divina
condizione.
44 \ SEB.\
Non è d'uopo ch'oltre t'affatichi, o Saulino, per venir a conchiudere quel
tanto che io dimandavo che da te mi fusse definito: sì perché avete sodisfatto
a Coribante, sì anco perché da li posti mezi termini ad ogni buono intenditore
può esser facilmente sodisfatto. Ma di grazia, fatemi ora intendere le raggioni
della sapienza, che consiste nell'ignoranza ed asinitade iuxta il secondo
modo: cioè con qual raggione siano partecipi dell'asinità gli pirroniani,
efettici ed altri academici filosofi; perché non dubito della prima e terza
specie, che medesime sono altissime e remotissime da' sensi e chiarissime, di
sorte che non è occhio che non le possa conoscere.
45 \
SAUL.\ Presto verrò al proposito della vostra dimanda; ma voglio che prima
notiate il primo e terzo modo di stoltizia ed asinitade concorrere in certa
maniera in uno; e però medesimamente pendeno da principio incomprensibile ed
ineffabile, a constituir quella cognizione, ch'è disciplina delle discipline,
dottrina delle dottrine ed arte de le arti. Della quale voglio dirvi in che
maniera con poco o nullo studio e senza fatica alcuna ognun che vuole e volse,
ne ha possuto e può esser capace. Veddero e considerorno que' santi dottori e
rabini illuminati, che gli superbi e presumptuosi sapienti del mondo, quali
ebbero fiducia nel proprio ingegno, e con temeraria e gonfia presunzione hanno
avuto ardire d'alzarsi alla scienza de secreti divini e que' penetrali della
deitade, non altrimente che coloro ch'edificâro la torre di Babelle, son stati
confusi e messi in dispersione, avendosi essi medesimi serrato il passo, onde
meno fussero abili alla sapienza divina e visione della veritade eterna. Che fêro?
qual partito presero? Fermâro i passi, piegâro o dismisero le braccia,
chiusero gli occhi, bandîro ogni propria attenzione e studio, riprovâro
qualsivoglia uman pensiero, riniegâro ogni sentimento naturale: ed in fine si
tennero asini. E quei che non erano, si transformâro in questo animale: alzâro,
distesero, acuminâro, ingrossâro e magnificorno l'orecchie; e tutte le potenze
de l'anima riportorno e uniro nell'udire, con ascoltare solamente e credere:
come quello, di cui si dice: In auditu auris obedivit mihi. Là
concentrandosi e cattivandosi la vegetativa, sensitiva ed intellettiva
facultade, hanno inceppate le cinque dita in un'unghia, perché non potessero,
come l'Adamo stender le mani ad apprendere il frutto vietato dall'arbore della
scienza, per cui venessero ad essere privi de frutti de l'arbore della vita, o
come Prometeo (che è metafora di medesimo proposito), stender le mani a
suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume nella potenza razionale. Cossì
li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad
intendere non altrimente che come gli vien soffiato a l'orecchie dalle
revelazioni o de gli dei o de' vicarii loro; e per consequenza a governarsi non
secondo altra legge che di que' medesimi. Quindi non si volgono a destra o a
sinistra, se non secondo la lezione e raggione che gli dona il capestro o freno
che le tien per la gola o per la bocca, non caminano se non come son toccati.
Hanno ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incotennuti gli denti, a fin
che, per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il pasto che gli vien
posto avante, non manche d'essere accomodato al suo palato. Indi si pascono de
più grossi e materialacci appositorii, che altra qualsivoglia bestia che si
pasca sul dorso de la terra; e tutto ciò per venire a quella vilissima
bassezza, per cui fiano capaci de più magnifica exaltazione, iuxta quello:
Omnis qui se humiliat exaltabitur.
46 \ SEB.\
Ma vorrei intendere come questa bestiaccia potrà distinguere che colui che gli
monta sopra, è Dio o diavolo, è un uomo o un'altra bestia non molto maggiore o
minore, se la più certa cosa ch'egli deve avere, è che lui è un asino e vuole
essere asino, e non può far meglior vita ed aver costumi megliori che di asino,
e non deve aspettar meglior fine che di asino, né è possibile, congruo e
condigno ch'abbia altra gloria che d'asino?
47 \
SAUL.\ Fidele colui che non permette che siano tentati sopra quel che possono:
lui conosce li suoi, lui tiene e mantiene gli suoi per suoi, e non gli possono
esser tolti. O santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità! Quel
rapto, profondo e contemplativo Areopagita, scrivendo a Caio, afferma che la
ignoranza è una perfettissima scienza; come per l'equivalente volesse dire che
l'asinità è una divinità. Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino
nettare, nelli suoi Soliloquii testifica che la ignoranza più tosto che la
scienza ne conduce a Dio, e la scienza più tosto che l'ignoranza ne mette in
perdizione. In figura di ciò vuole ch'il redentor del mondo con le gambe e
piedi de gli asini fusse entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in
questa militante quello che si verifica nella trionfante cittade; come dice il
profeta salmeggiante: Non in fortitudine equi voluntatem habebit, neque in
tibiis viri beneplacitum erit ei.
48 \ COR.\ Supple tu: Sed in fortitudine et
tibiis asinae et pulli filii coniugalis.
49 \
SAUL.\ Or, per venire a mostrarvi come non è altro che l'asinità quello con
cui possiamo tendere ed avvicinarci a quell'alta specola, voglio che
comprendiate e sappiate non esser possibile al mondo meglior contemplazione che
quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e giudicio di vero; di maniera
che la somma cognizione è certa stima che non si può saper nulla e non si sa
nulla, e per consequenza di conoscersi di non posser esser altro che asino e non
esser altro che asino; allo qual scopo giunsero gli socratici, platonici,
efettici, pirroniani ed altri simili, che non ebbero l'orecchie tanto picciole,
e le labbra tanto delicate, e la coda tanto corta, che non le potessero lor
medesimi vedere.
50 \ SEB.\
Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro per confirmazion e dechiarazion
di questo: perché assai per il presente abbiamo inteso; oltre che vedi esser
tempo di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per tanto piacciavi
(se così pare anco al Coribante) di rivederci domani per la elucidazione di
questo proposito; ed io menarò meco Onorio, il quale si ricorda d'esser stato
asino, e però è a tutta divozione pitagorico; oltre che ha de grandi proprii
discorsi con gli quali forse ne potrà far capaci di qualche proposito.
51 \
SAUL.\ Sarà bene, e lo desidero; perché lui alleviarà la mia fatica.
52 \ COR.\
Ego quoque huic adstipulor sententiae, ed è gionta l'ora, in cui debbo
licenziar gli miei discepoli, a fin che propria revisant hospitia, proprios
lares. Anzi, si lubet, per sin tanto che questa materia fia compita,
quotidianamente io m'offero pronto in queste ore medesime farmi qua vosco
presente.
53 \
SAUL.\ Ed io non mancarò di far il medesimo.
54 \ SEB.\
Usciamo dunque.
Dial. 2, parte 1
Interlocutori: Sebasto, Onorio, Coribante, Saulino.
Prima parte del dialogo.
1 \ SEB.\ E tu ti ricordi d'aver portata la soma?
2 \ ONOR.\
La soma, la carga, e tirato il manganello qualche volta. Fui prima in serviggio
d'un ortolano, aggiutandolo a portar lettame dalla cittade di Tebe a l'orto
vicino le mura, ed a riportar poi cauli, lattuche, cipolle, cocumeri,
pastinache, ravanelli ed altre cose simili dall'orto alla cittade. Appresso ad
un carbonaio, che mi comprò da quello, ed il qual pochissimi giorni mi ritenne
vivo.
3 \ SEB.\
Come è possibile ch'abbi memoria di questo?
4 \ ONOR.\
Ti dirò poi. Pascendo io sopra certa precipitosa e sassosa ripa, tratto
dall'avidità d'addentar un cardo ch'era cresciuto alquanto più giù verso il
precipizio, che io senza periglio potesse stendere il collo, volsi al dispetto
d'ogni rimorso di conscienza ed instinto di raggion naturale più del dovero
rampegarvi; e caddi da l'alta rupe; onde il mio signore s'accorse d'avermi
comprato per gli corvi. Io privo de l'ergastulo corporeo dovenni vagante spirto
senza membra; e venni a considerare come io, secondo la spiritual sustanza, non
ero differente in geno, né in specie da tutti gli altri spiriti che dalla
dissoluzione de altri animali e composti corpi transmigravano; e viddi come la
Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo
dell'uomo da quel de l'asino ed il corpo de gli animali dal corpo di cose
stimate senz'anima; ma ancora nel geno della materia spirituale fa rimaner
indifferente l'anima asinina da l'umana, e l'anima che constituisce gli detti
animali, da quella che si trova in tutte le cose: come tutti gli umori sono uno
umore in sustanza, tutte le parti aeree son un aere in sustanza, tutti gli
spiriti sono dall'Anfitrite d'un spirito, ed a quello ritornan tutti. Or dopo
che qualche tempo fui trattenuto in cotal stato, ecco che
Lethaeum ad fluvium Deus evocat agmine magno,
Scilicet immemores supera ut convexa revisant,
Rursus et incipiant in corpora velle reverti.
5 Allora,
scampando io da' fortunati campi, senza sorbir de l'onde del rapido Lete, tra
quella moltitudine di cui era principal guida Mercurio, io feci finta de bevere
di quell'umore in compagnia de gli altri: ma non feci altro ch'accostarvi e
toccarvi con le labbra, a fin che venessero ingannati gli soprastanti a' quali
poté bastare di vedermi la bocca e 'l mento bagnato. Presi il camino verso
l'aria più puro per la porta Cornea, e lasciandomi a le spalli e sotto gli
piedi il profondo, venni a ritrovarmi nel Parnasio monte, il qual non è favola
che per il suo fonte Caballino sia cosa dal padre Apolline consecrata alle Muse
sue figlie. Ivi per forza ed ordine del fato tornai ad essere asino, ma senza
perdere le specie intelligibili, delle quali non rimase vedovo e casso il
spirito animale, per forza della cui virtude m'uscirno da l'uno e l'altro lato
la forma e sustanza de due ali sufficientissime ad inalzar in sino a gli astri
il mio corporeo pondo. Apparvi e fui nomato non asino già semplicemente, ma o
asino volante, o ver cavallo Pegaseo. Indi fui fatto exequitor de molti ordini
del provido Giove, servii a Bellerofonte, passai molte celebri ed onoratissime
fortune, ed alla fine fui assumpto in cielo circa gli confini d'Andromeda ed il
Cigno d'un canto, e gli Pesci ed Aquario da l'altro.
6 \ SEB.\
Di grazia, rispondetemi alquanto, prima che mi facciate intendere queste cose più
per il minuto. Dunque, per esperienza e memoria del fatto estimate vera
l'opinion de' Pitagorici, Druidi, Saduchimi ed altri simili, circa quella
continua metamfisicosi, cioè transformazione e transcorporazione de tutte
l'anime?
Spiritus eque feris humana in corpora transit,
Inque feras noster, nec tempore deperit ullo.
7 \ ONOR.\
Messer sì, cossì è certissimamente.
8 \ SEB.\
Dunque, constantemente vuoi che non sia altro in sustanza l'anima de l'uomo e
quella de le bestie? e non differiscano se non in figurazione?
9 \ ONOR.\
Quella de l'uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella de le
mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o
abbia anima: come non è corpo che non abbia o più o meno vivace- e
perfettamente communicazion di spirito in se stesso. Or cotal spirito, secondo
il fato o providenza, ordine o fortuna, viene a giongersi or ad una specie di
corpo, or ad un'altra; e secondo la raggione della diversità di complessioni e
membri, viene ad avere diversi gradi e perfezioni d'ingegno ed operazioni. Là
onde quel spirito o anima che era nell'aragna, e vi avea quell'industria e
quelli artigli e membra in tal numero, quantità e forma; medesimo, gionto alla
prolificazione umana, acquista altra intelligenza, altri instrumenti, attitudini
ed atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in fatto si trovasse che
d'un serpente il capo si formasse e stornasse in figura d'una testa umana, ed il
busto crescesse in tanta quantità quanta può contenersi nel periodo di cotal
specie, se gli allargasse la lingua, ampiassero le spalli, se gli ramificassero
le braccia e mani, ed al luogo dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi
le gambe; intenderebbe, apparirebbe, spirarebbe, parlarebbe, oprarebbe e
caminarebbe non altrimente che l'uomo; perché non sarebbe altro che uomo. Come,
per il contrario, l'uomo non sarebbe altro che serpente, se venisse a contraere,
come dentro un ceppo, le braccia e gambe, e l'ossa tutte concorressero alla
formazion d'una spina, s'incolubrasse e prendesse tutte quelle figure de membri
ed abiti de complessioni. Allora arrebe più o men vivace ingegno; in luogo di
parlar, sibilarebbe; in luogo di caminare, serperebbe; in luogo d'edificarsi
palaggio, si cavarebbe un pertuggio; e non gli converrebe la stanza, ma la buca;
e come già era sotto quelle, ora è sotto queste membra, instrumenti, potenze
ed atti: come dal medesimo artefice diversamente inebriato dalla contrazion di
materia e da diversi organi armato, appaiono exercizii de diverso ingegno e
pendeno execuzioni diverse. Quindi possete capire esser possibile che molti
animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d'intelletto che l'uomo
(come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, ehe nominò sapientissimo
tra tutte l'altre bestie de la terra); ma per penuria d'instrumenti gli viene ad
essere inferiore, come quello per ricchezza e dono de medesimi gli è tanto
superiore. E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina
entro a te stesso quel che sarrebe, se, posto che l'uomo avesse al doppio
d'ingegno che non ave, e l'intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro
che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma
de doi piedi, rimanendogli tutto l'altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove
potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini? Come potrebero
instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de
cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie,
per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per
conseguenza dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de
discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre
cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l'uomo
trionfator veramente invitto sopra l'altre specie? Tutto questo, se oculatamente
guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l'ingegno, quanto a
quello della mano, organo de gli organi.
10 \ SEB.\
Che dirai de le scimie ed orsi che, se non vuoi dir ch'hanno mano, non hanno
peggior instrumento che la mano?
11 \
ONOR.\ Non hanno tal complessione che possa esser capace di tale ingegno; perché
l'universale intelligenza in simili e molti altri animali per la grossezza o
lubricità della material complessione non può imprimere tal forza di
sentimento in cotali spiriti. Però la comparazion fatta si deve intendere nel
geno de' più ingegnosi animali.
12 \ SEB.\
Il papagallo non ha egli l'organo attissimo a proferir qualsivoglia voce
articulata? O perché è tanto duro e con tanta fatica può parlar sì poco,
senza oltre intendere quel che dice?
13 \
ONOR.\ Perché non ha apprensiva, retentiva adequabile e congenea a quella de
l'uomo, ma tal quale conviene alla sua specie; in raggion della quale non ha
bisogno ch'altri gl'insegne di volare, cercare il vitto, distinguere il
nutrimento dal veleno, generare, nidificare, mutar abitazioni, e riparar alle
ingiurie del tempo, e provedere alle necessitadi della vita non men bene, e tal
volta meglior- e più facilmente che l'uomo.
14 \ SEB.\
Questo dicono li dotti non esser per intelletto o per discorso, ma per istinto
naturale.
15 \
ONOR.\ Fatevi dire da cotesti dotti: cotal instinto naturale è senso o
intelletto? Se è senso, è interno o esterno? Or non essendo esterno, come è
manifesto, dicano secondo qual senso interno hanno le providenze, tecne, arti,
precauzioni ed ispedizioni circa l'occasioni non solamente presenti, ma ancora
future, megliormente che l'uomo..
16 \ SEB.\
Son mossi da l'intelligenza non errante.
17 \
ONOR.\ Questa, se è principio naturale e prossimo applicabile all'operazione
prossima ed individuale, non può essere universale ed estrinseco, ma
particolare ed intrinseco, e per consequenza potenza dell'anima e presidente
nella poppa di quella.
18 \ SEB.\
Non volete dunque che sia l'intelligenza universale che muove?
19 \
ONOR.\ Dico che la intelligenza efficiente universale è una de tutti; e quella
muove e fa intendere; ma, oltre, in tutti è l'intelligenza particulare, in cui
son mossi, illuminati ed intendono; e questa è moltiplicata secondo il numero
de gli individui. Come la potenza visiva è moltiplicata secondo il numero de
gli occhi, mossa ed illuminata generalmente da un fuoco, da un lume, da un sole:
cossì la potenza intellettiva è moltiplicata secondo il numero de suggetti
partecipi d'anima, alli quali tutti sopra splende un sole intellettuale. Cossì
dunque sopra tutti gli animali è un senso agente, cioè quello che fa sentir
tutti, e per cui tutti son sensitivi in atto; ed uno intelletto agente, cioè
quello che fa intender tutti, e per cui tutti sono intellettivi in atto; ed
appresso son tanti sensi e tanti particolari intelletti passivi o possibili,
quanti son suggetti: e sono secondo tanti specifici e numerali gradi di
complessioni, quante sono le specifice e numerali figure e complessioni di
corpo.
20 \ SEB.\
Dite quel che vi piace, ed intendetela come volete; ché io negli animali non
voglio usar di chiamar quello instinto raggionevole intelletto.
21 \
ONOR.\ Or se non lo puoi chiamar senso, bisogna che ne gli animali, oltre la
potenza sensitiva ed intellettiva, fingi qualch'altra potenza cognoscitiva.
22 \ SEB.\
Dirò ch'è un'efficacia de sensi interiori.
23 \
ONOR.\ Tal efficacia possiamo ancor dire che sia lo intelletto umano; onde
naturalmente discorre l'uomo, ed è in nostra libertà di nominar come ci piace
e limitar le diffinizioni e nomi a nostra posta, come fe' Averroe. Ed anco è in
mia libertà de dire che il vostro intendere non è intendere, e qualunque cosa
che facciate, pensare che non sia per intelletto, ma per instinto; poiché
l'operazioni de altri animali più degne che le vostre (come quelle dell'api e
de le formiche) non hanno nome d'intelletto ma d'instinto. O pur dirò che
l'instinto di quelle bestiole è più degno che l'intelletto vostro.
24 \ SEB.\
Lasciamo per ora de discorrere più ampiamente circa questo, e torniamo a noi.
Vuoi dunque che come d'una medesima cera o altra materia si formano diverse e
contrarie figure, cossì di medesima materia corporale si fanno tutti gli corpi,
e di medesima sustanza spirituale sono tutti gli spiriti?
25 \
ONOR.\ Cossì certo; e giongi a questo che per diverse raggioni, abitudini,
ordini, misure e numeri di corpo e spirito sono diversi temperamenti,
complessioni, si producono diversi organi ed appaiono diversi geni de cose.
26 \ SEB.\
Mi par che non è molto lontano, né abborrisce da.questo parere quel profetico
dogma, quando dice il tutto essere in mano dell'universale efficiente, come la
medesima luta in mano del medesimo figolo, che con la ruota di questa vertigine
de gli astri viene ad esser fatto e disfatto secondo le vicissitudini della
generazione e corrozione delle cose, or vase onorato, or vase contumelioso di
medesima pezza.
27 \
ONOR.\ Cossì hanno inteso e dechiarato molti de più savii tra gli rabini. Cossì
par ch'intendesse colui che disse: uomini e giumenti salverai secondo che
moltiplicarai la misericordia; cossì si fa chiaro nella metamorfose di
Nabuchodonosor. Quindi dubitorno alcuni Saduchimi del Battista, se lui fusse
Elia, non già per medesimo corpo, ma per medesimo spirito in un altro corpo. In
cotal modo di resuscitazione alcuni si prometteno l'execuzione della giustizia
divina secondo gli affetti ed atti ch'hanno exercitati in un altro corpo.
28 \ SEB.\
Di grazia, non raggioniamo più di questo, perché pur troppo mi comincia a
piacere e parermi più che verisimile la vostra opinione; ed io voglio
mantenermi in quella fede nella quale son stato instrutto da miei progenitori e
maestri. E però parliate de successi istorici, o favoleschi, o metaforici, e
lasciate star le demostrazioni ed autoritadi, le quali credo che sono più tosto
storciute da voi che da gli altri.
29 \
ONOR.\ Hai buona raggione, fratel mio. Oltre che conviene ch'io torne a compire
quel ch'avevo cominciato a dirti, se non dubiti che con ciò medesimamente non
ti vegna a sobvertere l'ingegno e perturbar la conscienza intemerata.
30 \ SEB.\
Non non, certo, questo ascolto più volentiera che mai posso aver ascoltata
favola alcuna.
31 \
ONOR.\ Se dunque non m'ascolti sotto specie di dottrina e disciplina, ascoltami
per spasso.
Dial. 2, parte 2
Seconda parte del dialogo.
1 \ SEB.\ Ma non vedete Saulino e Coribante che vegnono?
2 \ ONOR.\
E ora che doveano esser venuti. Meglio il tardi che mai, Saulino.
3 \ COR.\ Si tardus adventus, citior expeditio.
4 \
SEB.\ Col vostro tardare avete persi de bei propositi, quali desidero che siano
replicati da Onorio.
5 \ ONOR.\
Non, di grazia, perché mi rincrescerebbe; ma seguitiamo il nostro proposito,
perché quanto a quello che sarà bisogno de riportar oltre, ne raggionarremo
privatamente con essi a meglior comodità, perché ora non vorrei interrompere
il filo del mio riporto.
6 \ SAUL.\
Sì, sì; cossì sia. Andate pur seguitando.
7 \ ONOR.\
Or essendo io, come ho già detto, nella region celeste in titolo di cavallo
Pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che per la conversione alle cose
inferiori (causa di certo affetto, ch'io indi venevo ad acquistare, la qual
molto bene vien descritta dal platonico Plotino), come inebriato di nettare,
venea bandito ad esser or un filosofo, or un poeta, or un pedante, lasciando la
mia imagine in cielo; alla cui sedia a tempi a tempi delle trasmigrazioni
ritornavo, riportandovi la memoria delle specie le quali nell'abitazion
corporale avevo acquistate; e quelle medesime, come in una biblioteca, lasciavo
là quando accadeva ch'io dovesse ritornar a qualch'altra terrestre abitazione.
Delle quali specie memorabili le ultime son quelle ch'ho cominciate a imbibire a
tempo della vita de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal seme de
Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato discepolo d'Aristarco,
Platone ed altri, fui promosso col favor di mio padre, ch'era consegliero di
Filippo, ad esser pedante d'Alexandro Magno: sotto il quale, benché erudito
molto bene nelle umanistiche scienze, nelle quali ero più illustre che tutti li
miei predecessori, entrai in presunzione d'esser filosofo naturale, come è
ordinario nelli pedanti d'esser sempre temerarii e presuntuosi; e con ciò, per
esser estinta la cognizione della filosofia, morto Socrate, bandito Platone, ed
altri in altre maniere dispersi, rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e
facilmente possevi aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma
ancora de filosofo. Cossì malamente e scioccamente riportando le opinioni de
gli antiqui, e de maniera tal sconcia, che né manco gli fanciulli e le
insensate vecchie parlarebono ed intenderebono come io introduco quelli
galant'uomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come riformator di
quella disciplina della quale io non avevo notizia alcuna. Mi dissi principe de'
peripatetici: insegnai in Atene nel sottoportico Liceo: dove, secondo il lume, e
per dir il vero, secondo le tenebre che regnavano in me, intesi ed insegnai
perversamente circa la natura de li principii e sustanza delle cose, delirai più
che l'istessa delirazione circa l'essenza de l'anima, nulla possevi comprendere
per dritto circa la natura del moto e de l'universo; ed in conclusione son fatto
quello per cui la scienza naturale e divina è stinta nel bassissimo della
ruota, come in tempo de gli Caldei e Pitagorici è stata in exaltazione.
8 \ SEB.\
Ma pur ti veggiamo esser stato tanto tempo in admirazion del mondo; e tra
l'altre maraviglie è trovato un certo Arabo ch'ha detto la natura nella tua
produzione aver fatto l'ultimo sforzo, per manifestar quanto più terso, puro,
alto e verace ingegno potesse stampare; e generalmente sei detto demonio della
natura.
9 \ ONOR.\
Non sarebbono gli ignoranti, se non fusse la fede; e se non la fusse, non
sarebbono le vicissitudini delle scienze e virtudi, bestialitadi ed inerzie ed
altre succedenze de contrarie impressioni, come son de la notte ed il giorno,
del fervor de l'estade e rigor de l'inverno.
10 \ SEB.\
Or per venire a quel ch'appartiene alla notizia de l'anima (mettendo per ora gli
altri propositi da canto), ho letti e considerati que' tuoi tre libri nelli
quali parli più balbamente, che possi mai da altro balbo essere inteso; come
ben ti puoi accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e
questionarii, massime circa il dislacciar e disimbrogliar quel che ti vogli dire
in que' confusi e leggieri propositi, gli quali se pur ascondono qualche cosa,
non può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade.
11 \
ONOR.\ Non è maraviglia, fratello; atteso che non può in conto alcuno essere,
che essi loro possano apprendere il mio intelletto circa quelle cose nelle quali
io non ebbi intelletto: o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel
ch'io vi voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volesse dire. Qual
differenza credete voi essere tra costoro e quei che cercano le corna del gatto
e gambe de l'anguilla? Nulla certo. Della qual cosa precavendo ch'altri non
s'accorgesse, ed io con ciò venesse ad perdere la riputazion di protosofosso,
volsi far de maniera, che chiunque mi studiasse nella natural filosofia (nella
qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo), per inconveniente o confusion che
vi scorgesse, se non avea qualche lume d'ingegno, dovesse pensare e credere ciò
non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto quel tanto che lui, secondo
la sua capacità, posseva da gli miei sensi superficialmente comprendere. Là
onde feci che venesse publicata quella Lettera ad Alexandro, dove protestavo gli
libri fisicali esser messi in luce, come non messi in luce.
12 \ SEB.\
E per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra conscienza; ed hanno torto
questi tanti asinoni a disporsi di lamentarsi di voi nel giorno del giudicio,
come di quel che l'hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati divertiti
dal camino di qualche veritade che per altri principii e metodi arrebono possuta
racquistarsi. Tu l'hai pure insegnato quel tanto ch'a diritto doveano pensare:
che se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo averti letto, denno
pensare di non averti letto, come tu avevi cossì scritto, come non avessi
scritto: talmente quei cotali ch'insegnano la tua dottrina, non altrimente denno
essere ascoltati che un che parla come non parlasse. E finalmente né a voi deve
più essere atteso, che come ad un che raggiona e getta sentenza di quel che mai
intese.
13 \
ONOR.\ Cossì è certo, per dirti ingenuamente come l'intendo al presente. Perché
nessuno deve essere inteso più ch'egli medesimo mostra di volersi far
intendere; e non doviamo andar perseguitando con l'intelletto color che fuggono
il nostro intelletto, con quel dir che parlano certi per enigma o per metafora,
altri perché vuolen che non l'intendano gl'ignoranti, altri perché la
moltitudine non le spreggie, altri perché le margarite non sieno calpestrate da
porci; siamo dovenuti a tale ch'ogni satiro, fauno, malenconico, embreaco ed
infetto d'atra bile, in contar sogni e dir de pappolate senza construzione e
senso alcuno, ne vogliono render suspetti ed profezia grande, de recondito
misterio, de alti secreti ed arcani divini da risuscitar morti, da pietre
filosofali ed altre poltronarie da donar volta a quei ch'han poco cervello, a
farli dovenir al tutto pazzi con giocarsi il tempo, l'intelletto, la fama e la
robba, e spendere sì misera- ed ignobilmente il corso di sua vita.
14 \ SEB.\
La intese bene un certo mio amico; il quale, avendo non so se un certo libro de
profeta enigmatico o d'altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto dell'umor del
capo, con una grazia e bella leggiadria andò a gittarlo nel cesso, dicendogli:
- Fratello, tu non voi esser inteso; io non ti voglio intendere; - e soggionse
ch'andasse con cento diavoli, e lo lasciasse star con fatti suoi in pace.
15 \
ONOR.\ E quel ch'è degno di compassione e riso, è che su questi editi libelli
e trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Salvio, Ortensio melanconico,
smagrito Serafino, impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impazzito
Gregorio, abstratto Reginaldo, gonfio Bonifacio; ed il molto reverendo Don
Cocchiarone, pien d'infinita e nobil maraviglia, sen va per il largo della sua
sala, dove, rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia; e rimenando or
quinci, or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo, or
quell'altro piede, rigettando or vers'il destro, or vers'il sinistro fianco il
petto, con il texto commento sotto l'ascella, e con gesto di voler buttar quel
pulce, ch'ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo,
con erte ciglia ed occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortemente
maravigliato, conchiudendola con un grave ed emfatico suspiro, farà pervenir a
l'orecchio de circonstanti questa sentenza: Huc usque alii philosophi non
pervenerunt. Se si trova in proposito di lezion di qualche libro composto da
qualche energumeno o inspiritato, dove non è espresso e donde non si può
premere più sentimento che possa ritrovarsi in un spirito cavallino, allora per
mostrar d'aver dato sul chiodo, exclamarà: - O magnum mysterium! - Se
per avventura si trovasse un libro de...
16 \ SEB.\
Non più, di grazia, di questi propositi delli quali siamo pur troppo informati;
e torniamo al nostro proposito.
17 \ COR.\
Ita ita, sodes. Fatene intendere con qual ordine e.maniera avete
repigliata la memoria la qual perdeste nel supposito peripatetico ed altre
ipostatiche sussistenze.
18 \
ONOR.\ Credo aver detto a Sebasto, che quante volte io migravo dal corpo, prima
che m'investisse d'un altro, ritornavo a quel mio vestigio dell'asinina idea
(che per l'onor e facultà de l'ali non ha piaciuto ad alcuni, che tegnono tal
animale in opprobrio, di chiamarlo asino, ma cavallo Pegaseo): e da là, dopo
avervi descritti gli atti e le fortune ch'avevo passate, sempre fui destinato a
ritornar più tosto uomo che altra cosa, per privilegio che mi guadagnai per
aver avuto astuzia e continenza quella volta con non mandar giù per il
gorgazuolo de l'umor de l'onde letee. Oltre, per la giurisdizione di quella
piazza celeste, è avvenuto che, partendo io da corpi, mai oltre ho preso il
camino verso il plutonio regno per riveder gli campi Elisii, ma vêr l'illustre
ed augusto imperio di Giove.
19 \ COR.\
Alla stanza dell'aligero quadrupede.
20 \
ONOR.\ Sin tanto che a questi tempi, piacendo al senato de gli dei, m'ha
convenuto de transmigrar con l'altre bestie a basso, lasciando solamente
l'impression de mia virtude in alto; onde, per grazia e degno favor de gli dei,
ne vegno ornato e cinto de mia biblioteca, portando non solamente la memoria
delle specie opinabili, sofistiche, apparenti, probabili e demostrative, ma, ed
oltre, il giudicio distintivo di quelle che son vere, da l'altre che son false.
Ed oltre de quelle cose che in diversamente complessionati diversi corpi per
varie sorti de discipline ho concepute, ritegno ancora l'abito, e de molte altre
veritadi alle quali, senza ministerio de sensi, con puro occhio intellettuale
vien aperto il camino; e non mi fuggono, quantumque mi trove sotto questa pelle
e pareti rinchiuso, onde per le porte de' sensi, come per certi strettissimi
buchi, ordinariamente possiamo contemplar qualche specie di enti: sì come
altrimente ne vien lecito di veder chiaro ed aperto l'orizonte tutto de le forme
naturali, ritrovandoci fuor de la priggione.
21 \ SEB.\
Tanto che restate di tutto sì fattamente informato, che ottenete più che
l'abito di tante filosofie, di tanti suppositi filosofici, ch'avete presentati
al mondo, ottenendo oltre il giudicio superiore a quelle tenebre e quella luce
sotto le quali avete vegetato, sentito, inteso, o in atto o in potenza, abitando
or nelle terrene, or nell'inferne, or nelle stanze celesti.
22 \
ONOR.\ Vero: e da tal retentiva vegno a posser considerar, e conoscer meglio che
come in specchio, quel tanto ch'è vero dell'essenza e sustanza de l'anima.
Dial. 2, parte 3
Terza parte del dialogo.
1 \ SEB.\ Soprasediamo circa questo per ora, e venemo a sentir il
vostro parere circa la questione qual ieri fu mossa tra me e Saulino qua
presente; il quale referisce l'opinion d'alcune sette le quali vogliono non
esser scienza alcuna appo noi.
2 \ SAUL.\
Feci a certa bastanza aperto, che sotto l'eminenza de la verità non abbiam noi
cosa più eminente che l'ignoranza ed asinitade: perciò che questa è il mezzo
per cui la sofia si congionge e si domestica con essa; e non è altra virtude
che sia capace ad aver la stanza gionta muro a muro con quella. Atteso che
l'umano intelletto ha qualch'accesso a la verità; il quale accesso se non è
per la scienza e cognizione, necessariamente bisogna che sia per l'ignoranza ed
asinità.
3 \ COR.\ Nego sequelam.
4 \
SAUL.\ La consequenza è manifesta da quel che nell'intelletto razionale non è
mezzo tra l'ignoranza e scienza; perché bisogna che vi sia l'una de due,
essendo doi oppositi circa tal suggetto, come privazione ed abito.
5 \ COR.\ Quid
de assumptione, sive antecedente?
6 \ SAUL.\
Quella, come dissi, è messa avanti da tanti famosissimi filosofi e teologi.
7 \ COR.\
Debilissimo è l'argumento ab humana authoritate.
8 \ SAUL.\
Cotali asserzioni non son senza demostrativi discorsi.
9 \ SEB.\
Dunque, se tal opinione è vera, è vera per demostrazione; la demostrazione è
un sillogismo scientifico; dunque, secondo quei medesimi che negano la scienza
ed apprension di verità, viene ad esser posta l'apprension di verità e
discorso scienziale; e consequentemente sono dal suo medesimo senso e paroli
redarguiti. Giongo a questo che se non si sa verità alcuna, essi medesimi non
sanno quel che dicono, e non possono esser certi se parlano o ragghiano, se son
omini o asini.
10 \
SAUL.\ La risoluzion di questo la potrete attendere da quel che vi farò udire
appresso; perché prima fia mistiero intendere la cosa, e poi il modo e maniera
di quella.
11 \ COR.\ Bene. Modus enim rei rem
praesupponat oportet.
12 \
SEB.\ Or fatene intendere le cose con quell'ordine che vi piace.
13 \
SAUL.\ Farò. Son trovati tra le sette de filosofi alcuni nomati generalmente
academici, e più propriamente sceptici o ver efettici, li quali dubitavano
determinar di cosa veruna; bandito ogni enunciazione, non osavano affirmare o
negare, ma si faceano chiamare inquisitori, investigatori e scrutatori de le
cose.
14 \ SEB.\
Perché queste vane bestie inquirevano, investigavano e scrutavano senza
speranza di ritrovar cosa alcuna? Or questi son de quei che s'affaticano senza
proposito.
15 \ COR.\
Per far buggiarda quella vulgata sentenza: Omne agens est propter finem.
Ma edepol, mehercle, io mi.persuado che come Onorio ha dependenza da
l'influsso de l'asino Pegaseo, o pur è il Pegaseo istesso, talmente cotai
filosofi sieno stati le Belide istesse, se almeno quelle non gl'influivano nel
capo.
16 \
SAUL.\ Lasciatemi compire. Or costoro non porgean fede a quel che vedeano, né a
quel ch'udivano: perché stimavano la verità cosa confusa ed incomprensibile, e
posta nella natura e composizione d'ogni varietà, diversità e contrarietà;
ogni cosa essere una mistura, nulla costar di sé, niente esser di propria
natura e virtude, e gli oggetti presentarsi alle potenze apprensive non in
quella maniera con cui sono in se medesimi, ma secondo la relazione
ch'acquistano per le lor specie, che in certo modo partendosi da questa e quella
materia vegnono a giuntarsi e crear nuove forme ne gli nostri sensi.
17 \ SEB.\
Oh in verità costoro con non troppa fatica in pochissimo tempo possono esser
filosofi e mostrarsi più savii de gli altri.
18 \
SAUL.\ A questi succesero gli pirroni, molto più scarsi in donar fede al
proprio senso ed intelletto, che gli efettici; perché, dove quelli altri
credeno aver compresa qualche cosa ed esser fatti partecipi di qualche giudicio
per aver informazion di questa verità, cioè che cosa alcuna non può esser
compresa né determinata, questi anco di cotal giudicio se stimâro privi,
dicendo che né men possono esser certi di questo, cioè che cosa alcuna non si
possa determinare.
19 \ SEB.\
Guardate l'industria di quest'altra Academia, ch'avendo visto il modello de
l'ingegno e notato l'industria di quella che con facilità ed atto di
poltronaria volea dar de calci, per versar a terra l'altre filosofie, essa
armata di maggior pecoraggine, con giongere un poco più di sale della sua
insipidezza, vuol donar la spinta ed a quelle tutte ed a cotesta insieme, con
farsi tanto più savia de tutte generalmente, quanto con manco spesa e
lambiccamento di cervello in essa s'intogano ed addottorano. Via via, andiam più
oltre. Or che debbo far io, essendo ambizioso di formar nuova setta, e parer più
savio de tutti, e di costoro ancora che sono oltre gli tutti? Farò qua un terzo
tabernaculo, piantarò un'Academia più dotta, con stringermi alquanto la
cintura. Ma vorrò forse tanto raffrenar la voce con gli efettici, e stringere
il fiato con gli pirroni, che per me poi non exali spirito e crepi?
20 \
SAUL.\ Che volete dir per questo?
21 \ SEB.\
Questi poltroni per scampar la fatica di dar raggioni delle cose, e per non
accusar la loro inerzia, ed invidia ch'hanno all'industria altrui, volendo parer
megliori, e non bastandoli d'occultar la propria viltade, non possendoli passar
avanti né correre al pari né aver modo di far qualche cosa del suo, per non
pregiudicar alla lor vana presunzione confessando l'imbecillità del proprio
ingegno, grossezza di senso e privazion d'intelletto, e per far parer gli altri
senza lume di giudicio della propria cecitade, donano la colpa alla natura, alle
cose che mal si rapresentano, e non principalmente alla mala apprensione de gli
dogmatici; perché con questo modo di procedere sarrebono stati costretti di
porre in campo al paragone la lor buona apprensione, la quale avesse parturito
meglior fede, dopo aver generato meglior concetto ne gli animi de quel che si
delettano delle contemplazioni de cose naturali. Or dunque essi, volendo con
minor fatica ed intelletto, e manco rischio de perdere il credito, parer più
savii che gli altri, dissero, gli efettici, che nulla si può determinare, perché
nulla si conosce: onde quelli che stimano d'intendere e parlano assertivamente,
delirano più in grosso che quei che non intendeno e non parlano. Gli secondi
poi, detti pirroni, per parer essi archisapienti, dissero che né tampoco questo
si può intendere (il che si credeano intendere gli efettici): che cosa alcuna
non possa esser determinata o conosciuta. Sì che dove gli efettici intesero che
gli altri, che pensavano d'intendere, non intendevano, ora gli pirroni intesero
che gli efettici non intendevano, se gli altri, che si pensavano d'intendere,
intendessero o non. Or quel che ne resta per giongere di vantaggio alla sapienza
di costoro, è che noi sappiamo che gli pirroni non sapevano, che gli efettici
non sapevano, che gli dogmatici, che pensavano di sapere, non sapevano; e cossì,
con aggevolezza, sempre più e più vegna a prendere aumento questa nobil scala
de filosofie, sin tanto che demostrativamente si conchiuda l'ultimo grado della
somma filosofia ed ottima contemplazione essere di quei che non solamente non
affermano né niegano di sapere o ignorare, ma né manco possono affirmare né
negare; di sorte che gli asini sono li più divini animali, e l'asinitade sua
sorella è la compagna e secretaria della veritade.
22 \
SAUL.\ Se questo che dici improperativamente ed in còlera, lo dicessi da buon
senno ed assertivamente, direi che la vostra deduzione è eccellentissima ed
egregiamente divina; e che sei pervenuto a quel scopo, al quale gli tanti
dogmatici e tanti academici hanno concorso, con rimanerti di gran lunga a dietro
tanti quanti sono.
23 \ SEB.\
Vi priego (poi che siamo venuti sin a questo) che mi facciate intendere con qual
persuasione gli academici niegano la possibilità di detta apprensione.
24 \
SAUL.\ Questa vorrei che ne fusse riferita da Onorio, percioché, per esser egli
stato in ipostasi de sì molti e gran notomisti de le viscere de la natura, non
è fuor di raggione che tal volta si sia trovato academico.
25 \
ONOR.\ Anzi io son stato quel Xenofane Colofonio, che disse in tutte e de tutte
le cose non esser altro che opinione. Ma, lasciando ora que' miei proprii
pensieri da canto, dico, circa il proposito, essere raggion trita quella de'
pirroni, li quali dicevano che per apprendere la verità bisogna la dottrina; e
per mettere in effetto la dottrina, è necessario quel che insegna, quel ch'è
insegnato e la cosa la quale è per insegnarsi: cioè il mastro, il discepolo,
l'arte; ma di queste tre non è cosa che si trove in effetto; dunque non è
dottrina e non è apprension di veritade.
26 \ SEB.\
Con qual raggione dicono prima, non esser cosa de cui fia dottrina o disciplina?
27 \
ONOR.\ Con questa. Quella cosa, dicono, o devrà esser vera.o falsa. Se è
falsa, non può essere insegnata, perché del falso non può esser dottrina né
disciplina: atteso che a quel che non è, non può accader cosa alcuna, e perciò
non può accader anco d'essere insegnato. Se è vera, non può pure più che
tanto essere insegnata: perché o è cosa la quale equalmente appare a tutti, e
cossì di lei non può esser dottrina, e per consequenza non può esserne alcun
dottore, come né del bianco che sia bianco, del cavallo che sia cavallo, de
l'arbore che sia arbore; o è cosa, che altrimente ed inequalmente ad altri ed
altri appare, e cossì in sé non può aver altro che opinabilità, e sopra lei
non si può formar altro che opinione. Oltre, s'è vero quel che deve essere
insegnato e notificato, bisogna che sia insegnato per qualche causa o mezzo: la
qual causa e mezzo o bisogna che sia occolta o conosciuta. S'ella è occolta,
non può notificar altro. Se la è conosciuta è necessario che sia per causa o
mezzo; e cossì, oltre ed oltre procedendo, verremo ad accorgerci che non si
gionge al principio de scienza, se ogni scienza è per causa.
28 Oltre,
dicono, essendo che de le cose che sono, altre sieno corpi, altre incorporali,
bisogna che de cose, quai vegnono insegnate, altre appartegnano a l'uno, altre a
l'altro geno. Or il corpo non può esser insegnato, percioché non può esser
sotto giudicio di senso né d'intelletto. Non certo a giudicio di senso: stante
che, secondo tutte le dottrine e sette, il corpo consta de più dimensioni,
raggioni, differenze e circonstanze; e non solamente non è un definito
accidente per esser cosa obiettabile a un senso particolare o al commune, ma è
una composizione e congregazione de proprietadi ed individui innumerabili. E
concesso, se cossì piace, ch'il corpo sia cosa sensibile, non per questo sarà
cosa da dottrina o disciplina; perché non bisogna che vi si trove il discepolo
ed il maestro per far sapere ch'il bianco è bianco, ed il caldo è caldo. Non
può essere anco il corpo sotto il giudicio d'intelligenza, perché è assai
conceduto appresso tutti dogmatici ed academici, che l'oggetto de l'intelletto
non può esser altro che cosa incorporea. Da qua s'inferisce secondariamente che
non può essere chi insegne; né, terzo, chi possa essere insegnato; perché,
come è veduto, questo non ha che apprendere o concipere, e quello non ha che
insegnare ed imprimere.
29 Giongono
un'altra raggione. Se avien che s'insegne, o uno senz'arte insegna un altro
senz'arte: e questo non è possibile, perché non men l'uno che l'altro ha
bisogno di essere insegnato; o uno artista insegna un altro artista: e ciò
verrebe ad essere una baia, perché né l'uno né l'altro ha mestiero del
mastro; o quello che non sa insegna colui che sa: e questo verrebe ad essere
come se un cieco volesse guidare colui che vede. Se nessuno di questi modi è
possibile, rimarrà dunque che quel che sa, insegne colui che non sa: e ciò è
più inconveniente che tutto quel che si può imaginare in ciascuno de gli altri
tre modi de fingere; perché quello ch'è senz'arte, non può esser fatto
artefice quando non ha l'arte, atteso che accaderia che potesse esser artefice
quando non è artefice. (Oltre che costui è simile ad un nato sordo e cieco, il
qual mai può venire ad aver pensiero de voci e di colori. Lascio quel che si
dice nel Mennone con l'essempio del servo fugitivo, il qual, fatto presente, non
può esser conosciuto che sia lui, se non era noto prima. Onde vogliono per
ugual e medesima raggione non posser esser nova scienza o dottrina de specie
conoscibili, ma una ricordanza). Né tampoco può esser fatto artefice, quando
ha l'arte; perché allora non si può dir che si faccia o possa essere fatto
artefice, ma che sia artefice.
30 \ SEB.\
Che pare a voi, Onorio, di queste raggioni?
31 \
ONOR.\ Dico che in examinar cotai discorsi non fia mistiero d'intrattenerci.
Basta che dico esser buoni, come certe erbe son buone per certi gusti.
32 \ SEB.\
Ma vorrei saper da Saulino (che magnifica tanto l'asinitate, quanto non può
esser magnificata la scienza e speculazione, dottrina e disciplina alcuna) se
l'asinitade può aver luogo in altri che ne gli asini; come è dire, se alcuno
da quel che non era asino, possa doventar asino per dottrina e disciplina. Perché
bisogna che di questi quel che insegna o quel che è insegnato, o cossì l'uno
come l'altro, o né l'uno né l'altro, siano asini. Dicono se sarà asino quello
solo che insegna, o quel solo ch'è insegnato, o né quello né questo, o questo
e quello insieme. Perché qua col medesimo ordine si può vedere che in nessun
modo si possa inasinire. Dunque dell'asinitade non può essere apprension
alcuna, come non è de arti e de scienze.
33 \
ONOR.\ Di questo ne raggionaremo a tavola dopo cena. Andiamo dunque, ch'è ora.
34 \ COR.\
Propere eamus.
35 \ SAUL.\ Su!
Dial.
3
Interlocutori: Saulino, Alvaro.
1 \ SAUL.\ Ho pur gran pezzo spasseggiato aspettando, e m'accorgo
esser passata l'ora del cominciamento de' nostri colloquii, e costoro non son
venuti. Oh, veggio il servitor di Sebasto.
2 \ ALV.\
Ben trovato Saulino! Vegno per avisarvi da parte del mio padrone, che per una
settimana al meno non potrete convenir un'altra volta. A lui è morta la moglie,
e sta su l'apparecchi de l'execuzion del testamento, per esser libero di
quest'altro pensiero ancora. Coribante è assalito da le podagre, ed Onorio è
andato a' bagni. A dio.
3 \ SAUL.\ Va in pace. Or credo che passarà l'occasione de far molti altri
raggionamenti sopra la cabala del detto cavallo. Perché qualmente veggio,
l'ordine de l'universo vuole che, come questo cavallo divino nella celeste
regione non si mostra se non sin all'umbilico (dove quella stella che v'è
terminante, è messa in lite e questione se appartiene alla testa d'Andromeda o
pur al tronco di questo egregio bruto), cossì analogicamente accade che questo
cavallo descrittorio non possa venire a perfezione:
Cossì Fortuna va cangiando stile.
4 Ma non
per ciò noi doviamo desperarci; perché, s'avverrà che questi tornino ad
cominciar d'accoppiars'insieme un'altra volta, le rinchiuderò tutti tre dentro
del conclave, d'onde non possano uscire sin tanto ch'abbiano spacciata la
creazion d'una Cabala magna del cavallo Pegaseo. Interim, questi doi
dialogi vagliano per una Cabala parva, tironica, isagogica, microcosmica. E per
non passar ociosamente il presente tempo che mi supera da spasseggiarmi in
questo atrio, voglio leggere questo dialogo che tegno in mano.
Sonetto a l'Asino cillenico
A L'ASINO CILLENICO.
1 Oh beato quel ventr'e le mammelle,
2 Che t'ha
portato e 'n terra ti lattaro,
3 Animalaccio
divo, al mondo caro,
4 Che qua
fai residenza e tra le stelle!
5 Mai più
preman tuo dorso basti e selle,
6 E
contr'il mondo ingrato e ciel avaro
7 Ti
faccia sort'e natura riparo
8 Con sì
felice ingegno e buona pelle.
9 Mostra
la testa tua buon naturale,
10 Come le
nari quel giudicio sodo,
11 L'orecchie
lunghe un udito regale,
12 Le
dense labbra di gran gusto il modo,
13 Da far
invidia a' dei quel genitale;
14 Cervice
tal la constanza ch'io lodo.
15 Sol
lodandoti godo:
16 Ma,
lasso, cercan tue condizioni
17 Non un
sonetto, ma mille sermoni.
L'asino cillenico
Interlocutori: L'Asino, Micco Pitagorico, Mercurio.
1 \ ASINO\ Or perché derrò io abusar de l'alto, raro e pelegrino
tuo dono, o folgorante Giove? Perché tanto talento, porgiutomi da te, che con sì
particular occhio me miraste (indicante fato), sotto la nera e tenebrosa
terra d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? suffrirò più a lungo l'esser
sollecitato a dire, per non far uscir da la mia bocca quell'estraordinario
ribombo, che la largità tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio
spirito (perché si producesse fuora) ha seminato? Aprisi aprisi, dunque, con la
chiave de l'occasione l'asinin palato, sciolgasi per l'industria del supposito
la lingua, raccolgansi per mano de l'attenzione, drizzata dal braccio de
l'intenzione, i frutti de gli arbori e fiori de l'erbe, che sono nel giardino de
l'asinina memoria.
2 \ MICCO\
O portento insolito, o prodigio stupendo, o maraviglia incredibile, o miracoloso
successo! Avertano gli dii qualche sciagura! Parla l'asino? l'asino parla? O
Muse, o Apolline, o Ercule, da cotal testa esceno voci articulate? Taci, Micco,
forse t'inganni; forse sotto questa pelle qualch'uomo stassi mascherato, per
burlarsi di noi.
3 \ ASINO\
Pensa pur, Micco, ch'io non sia sofistico, ma che son naturalissimo asino che
parlo; e cossì mi ricordo aver avuti altre volte umani, come ora mi vedi aver
bestiali membri.
4 \ MICCO\
Appresso, o demonio incarnato, dimandarotti chi, quale e come sei. Per ora, e
per la prima, vorrei saper che cosa dimandi da qua? che augurio ne ameni? qual
ordine porti da gli dei? a che si terminarà questa scena? a qual fine hai messi
gli piedi a partitamente mostrarti vocale in questo nostro sottoportico?
5 \ ASINO\
Per la prima voglio che sappi, ch'io cerco d'esser membro e dechiararmi dottore
di qualche colleggio o academia, perché la mia sufficienza sia autenticata, a
fin che non siano attesi gli miei concetti, e ponderate le mie paroli, e
riputata la mia dottrina con minor fede, che...
6 \ MICCO\
O Giove! è possibile che ab aeterno abbi giamai registrato un fatto, un
successo, un caso simile a questo?
7 \ ASINO\
Lascia le maraviglie per ora; e rispondetemi presto, o tu o uno de questi altri,
che attoniti concorreno ad ascoltarmi. O togati, annulati, pileati didascali,
archididascali e de la sapienza eroi e semidei: volete, piacevi, evvi a core
d'accettar nel vostro consorzio, società, contubernio, e sotto la banda e
vessillo de la vostra communione questo asino che vedete ed udite? Perché di
voi, altri ridendo si maravigliano, altri maravigliando si ridono, altri
attoniti (che son la maggior parte) si mordeno le labbia; e nessun risponde?
8 \ MICCO\
Vedi che per stupore non parlano, e tutti con esser volti a me, mi fan segno
ch'io ti risponda; al qual, come presidente, ancora tocca di donarti
risoluzione, e da cui,.come da tutti, devi aspettar l'ispedizione.
9 \ ASINO\
Che academia è questa, che tien scritto sopra la porta: Lineam ne pertransito?
10 \
MICCO\ La è una scuola de pitagorici.
11 \
ASINO\ Potravis'entrare?
12 \
MICCO\ Per academico non senza difficili e molte condizioni.
13 \
ASINO\ Or quali son queste condizioni?
14 \
MICCO\ Son pur assai.
15 \
ASINO\ Quali, dimandai, non quante.
16 \
MICCO\ Ti risponderò al meglio, riportando le principali. Prima, che offrendosi
alcuno per essere ricevuto, avante che sia accettato, debba esser squadrato
nella disposizion del corpo, fisionomia ed ingegno, per la gran consequenza
relativa che conoscemo aver il corpo da l'anima e con l'anima.
17 \
ASINO\ Ab Iove principium, Musae, s'egli si vuol maritare.
18 \
MICCO\ Secondo, ricevuto ch'egli è, se gli dona termine di tempo (che non è
men che di doi anni), nel quale deve tacere e non gli è lecito d'ardire in
punto alcuno de dimandar, anco di cose non intese, non sol che di disputare ed
examinar propositi; ed in quel tempo si chiama acustico. Terzo, passato questo
tempo, gli è lecito di parlare, dimandare, scrivere le cose udite, ed esplicar
le proprie opinioni; ed in questo mentre si appella matematico o caldeo. Quarto,
informato de cose simili, ed ornato di que' studii, si volta alla considerazion
de l'opre del mondo e principii della natura; e qua ferma il passo, chiamandosi
fisico.
19 \
ASINO\ Non procede oltre?
20 \
MICCO\ Più che fisico non può essere: perché delle cose sopranaturali non si
possono aver raggioni, eccetto in quanto riluceno nelle cose naturali; percioché
non accade ad altro intelletto che al purgato e superiore di considerarle in sé.
21 \
ASINO\ Non si trova appo voi metafisica?
22 \
MICCO\ No; e quello che gli altri vantano per metafisica, non è altro che parte
di logica. Ma lasciamo questo che non fa al proposito. Tali, in conclusione, son
le condizioni e regole di nostra academia.
23 \
ASINO\ Queste?
24 \
MICCO\ Messer sì.
25 \
ASINO\ O scola onorata, studio egregio, setta formosa, collegio venerando,
gimnasio clarissimo, ludo invitto ed academia tra le principali principalissima!
L'asino errante, come sitibondo cervio, a voi, come a limpidissime e
freschissime acqui; l'asino umile e supplicante, a voi, benignissimi ricettatori
de peregrini, s'appresenta, bramoso d'essere nel consorzio vostro ascritto.
26 \
MICCO\ Nel consorzio nostro anh?
27 \
ASINO\ Sì, sì, signor sì, nel consorzio vostro.
28 \
MICCO\ Va' per quell'altra porta, messere, perché da questa son banditi gli
asini.
29 \
ASINO\ Dimmi, fratello, per qual porta entrasti tu?.
30 \
MICCO\ Può far il cielo che gli asini parlino, ma non già che entrino in scola
pitagorica.
31 \
ASINO\ Non esser cossì fiero, o Micco, e ricordati ch'il tuo Pitagora insegna
di non spreggiar cosa che si trove nel seno della natura. Benché io sono in
forma d'asino al presente, posso esser stato e posso esser appresso in forma di
grand'uomo; e benché tu sia un uomo, puoi esser stato e potrai esser appresso
un grand'asino, secondo che parrà ispediente al dispensator de gli abiti e
luoghi e disponitor de l'anime transmigranti.
32 \
MICCO\ Dimmi, fratello, hai intesi gli capitoli e condizioni dell'academia?
33 \
ASINO\ Molto bene.
34 \
MICCO\ Hai discorso sopra l'esser tuo, se per qualche tuo difetto ti possa
essere impedita l'entrata?
35 \
ASINO\ Assai a mio giudicio.
36 \
MICCO\ Or fatevi intendere.
37 \
ASINO\ La principal condizione che m'ha fatto dubitare, è stata la prima. È
pur vero che non ho quella indole, quelle carni mollecine, quella pelle
delicata, tersa e gentile, le quali integnono li fisionotomisti attissime alla
recepzion della dottrina; perché la durezza de quelle ripugna a l'agilità de
l'intelletto. Ma sopra tal condizione mi par che debba posser dispensar il
principe; perché non deve far rimaner fuori uno, quando molte altre
parzialitadi suppliscono a tal difetto, come la sincerità de costumi, la
prontezza de l'ingegno, l'efficacia de l'intelligenza, ed altre condizioni
compagne, sorelle e figlie di queste. Lascio che non si deve aver per
universale, che l'anime sieguano la complession del corpo; perché può esser
che qualche più efficace spiritual principio possa vencere e superar
l'oltraggio che dalla crassezza o altra indisposizion di quello gli vegna fatto.
A' qual proposito v'apporto l'essempio de Socrate, giudicato dal fisognomico
Zopiro per uomo stemprato, stupido, bardo, effeminato, namoraticcio de putti ed
inconstante; il che tutto venne conceduto dal filosofo, ma non già che l'atto
de tali inclinazioni si consumasse: stante ch'egli venia temprato dal continuo
studio della filosofia, che gli avea porto in mano il fermo temone contra l'émpito
de l'onde de naturali indisposizioni, essendo che non è cosa che per studio non
si vinca. Quanto poi all'altra parte principale fisiognomica, che consiste non
nella complession di temperamenti, ma nell'armonica proporzion de membri, vi
notifico non esser possibile de ritrovar in me defetto alcuno, quando sarà ben
giudicato. Sapete ch'il porco non deve esser bel cavallo, né l'asino bell'uomo;
ma l'asino bell'asino, il porco bel porco, l'uomo bell'uomo. Che se,
straportando il giudicio, il cavallo non par bello al porco, né il porco par
bello al cavallo; se a l'uomo non par bello l'asino, e l'uomo non s'inamora de
l'asino; né per opposito a l'asino par bello l'uomo e l'asino non s'innamora de
l'uomo. Sì che quanto a questa legge, allor che le cose sarranno examinate e
bilanciate con la raggione, l'uno concederà a l'altro secondo le proprie
affezioni, che le bellezze son diverse secondo diverse proporzionabilitadi; e
nulla è veramente ed absolutamente bello, se non uno che è l'istessa bellezza,
o il per essenza bello e non per participazione. Lascio che nella medesima umana
specie quel che si dice de le carni, si deve attendere respectu habito a
vinticinque circonstanze e glose, che l'accomodino; perché altrimente è falsa
quella fisiognomica regola de le carni molle; atteso che gli putti non son più
atti alla scienza che gli adulti, né le donne più abili che gli uomini:
eccetto se attitudine maggiore si chiamasse quella possibilità ch'è più
lontana da l'atto.
38 \
MICCO\ Sin al presente, costui mostra di saper assai assai. Séguita, messer
Asino, e fa pur gagliarde le tue raggioni quanto ti piace; perché
Ne l'onde solchi e ne l'arena semini,
E 'l vago vento speri in rete accogliere,
E le speranze fondi in cuor di femine.
se speri che da gli signori academici di questa o altra setta ti possa o debbia
esser concessa l'entrata. Ma se sei dotto, contèntati de rimanerti con la tua
dottrina solo.
39 \
ASINO\ O insensati, credete ch'io dica le mie raggioni a voi, acciò che me le
facciate valide? credete ch'io abbia fatto questo per altro fine che per
accusarvi e rendervi inexcusabili avanti a Giove? Giove con avermi fatto dotto
mi fe' dottore. Aspettavo ben io che dal bel giudicio della vostra sufficienza
venesse sputata questa sentenza: - Non è convenevole che gli asini entrino in
academia insieme con noi altri uomini. - Questo, se studioso di qualsivogli'
altra setta lo può dire, non può essere raggionevolmente detto da voi altri
pitagorici, che con questo, che negate a me l'entrata, struggete gli principii,
fondamenti e corpo della vostra filosofia. Or che differenza trovate voi tra noi
asini e voi altri uomini, non giudicando le cose dalla superficie, volto ed
apparenza? Oltre di ciò dite, giudici inetti: quanti di voi errano ne
l'academia de gli asini? quanti imparano nell'academia de gli asini? quanti
fanno profitto nell'academia de gli asini? quanti s'addottorano, marciscono e
muoiono ne l'academia de gli asini? quanti son preferiti, inalzati, magnificati,
canonizati, glorificati e deificati nell'academia de gli asini? che se non
fussero stati e non fussero asini, non so, non so come la cosa sarrebe passata e
passarebbe per essi loro. Non son tanti studii onoratissimi e splendidissimi,
dove si dona lezione di saper inasinire, per aver non solo il bene della vita
temporale, ma e de l'eterna ancora? Dite, a quante e quali facultadi ed onori
s'entra per la porta dell'asinitade? Dite, quanti son impediti, exclusi,
rigettati e messi in vituperio, per non esser partecipi dell'asinina facultade e
perfezione? Or perché non sarà lecito ch'alcuno de gli asini, o pur al meno
uno de gli asini entri nell'academia de gli uomini? Perché non debbo esser
accettato con aver la maggior parte delle voci e voti in favore in qualsivoglia
academia, essendo che, se non tutti, al meno la maggior e massima parte è
scritta e scolpita nell'academia tanto universale de noi altri? Or se siamo sì
larghi ed effusi noi asini in ricever tutti, perché dovete voi esser
tanto.restivi ad accettare un de noi altri al meno?
40 \
MICCO\ Maggior difficultà si fa in cose più degne ed importanti: e non si fa
tanto caso e non s'aprono tanto gli occhi in cose di poco momento. Però senza
ripugnanza e molto scrupolo di conscienza si ricevon tutti ne l'academia de gli
asini, e non deve esser cossì nell'academia de gli uomini.
41 \
ASINO\ Ma, o messere, sappime dire e resolvimi un poco, qual cosa delle due è
più degna, che un uomo inasinisca, o che un asino inumanisca? Ma ecco in
veritade il mio Cillenio: il conosco per il caduceo e l'ali. - Ben vegna il vago
aligero, nuncio di Giove, fido interprete della voluntà de tutti gli dei, largo
donator de le scienze, addirizzator de l'arti, continuo oracolo de matematici,
computista mirabile, elegante dicitore, bel volto, leggiadra apparenza, facondo
aspetto, personaggio grazioso, uomo tra gli uomini, tra le donne donna,
desgraziato tra' desgraziati, tra' beati beato, tra' tutti tutto; che godi con
chi gode, con chi piange piangi; però per tutto vai e stai, sei ben visto ed
accettato. Che cosa de buono apporti?
42 \
MERC.\ Perché, Asino, fai conto di chiamarti ed essere academico, io, come quel
che t'ho donati altri doni e grazie, al presente ancora con plenaria autorità
ti ordino, constituisco e confermo academico e dogmatico generale, acciò che
possi entrar ed abitar per tutto, senza ch'alcuno ti possa tener porta o dar
qualsivoglia sorte d'oltraggio o impedimento, quibuscumque in oppositum non
obstantibus. Entra, dunque, dove ti pare e piace. Né vogliamo che sii
ubligato per il capitolo del silenzio biennale che si trova nell'ordine
pitagorico, e qualsivogli' altre leggi ordinarie: perché, novis
intervenientibus causis, novae condendae sunt leges, proque ipsis condita non
intelliguntur iura: interimque ad optimi iudicium iudicis referenda est
sententia, cuius intersit iuxta necessarium atque commodum providere. Parla
dunque tra gli acustici; considera e contempla tra' matematici; discuti,
dimanda, insegna, dechiara e determina tra' fisici; trovati con tutti, discorri
con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, domina a tutti, sii
tutto.
43 \
ASINO\ Avetel'inteso?
44 \
MICCO\ Non siamo sordi.
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