1 \ ELITR.\ Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati dal fondo di
qualche oscura torre, escono alla luce, molti degli essercitati nella volgar
filosofia ed altri paventaranno, admiraranno e, non possendo soffrire il nuovo
sole de' tuoi chiari concetti, si turbaranno.
2 \ FIL.\
Il difetto non è di luce, ma di lumi: quanto in sé sarà più bello e più
eccellente il sole, tanto sarà agli occhi de le notturne strige odioso e
discaro di vantaggio.
3 \ ELITR.\
La impresa che hai tolta, o Filoteo, è difficile, rara e singulare, mentre dal
cieco abisso vuoi cacciarne e amenarne al discoperto, tranquillo e sereno
aspetto de le stelle, che con sì bella varietade veggiamo disseminate per il
ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini soli l'aitatrice mano di tuo
piatoso zelo soccorra, non saran però meno varii gli effetti de ingrati verso
di te, che varii son gli animali che la benigna terra genera e nodrisce nel suo
materno e capace seno; se gli è vero che la specie umana, particularmente
negl'individui suoi, mostra de tutte l'altre la varietade per esser in ciascuno
più espressamente il tutto, che in quelli d'altre specie. Onde vedransi questi
che, qual'appannata talpa, non sì tosto sentiranno l'aria discorperto, che di
bel nuovo, risfossiccando la terra, tentaranno agli nativi oscuri penetrali;
quelli, qual notturni ucelli, non sì tosto arran veduta spuntar dal lucido
oriente la vermiglia ambasciatrice del sole, che dalla imbecillità degli occhi
suoi verranno invitati alla caliginosa ritretta. Gli animanti tutti, banditi
dall'aspetto de le lampadi celesti e destinati all'eterne gabbie, bolge ed antri
di Plutone, dal spaventoso ed erinnico corno d'Alecto richiamati, apriran l'ali
e drizzaranno il veloce corso alle lor stanze. Ma gli animanti nati per vedere
il sole, gionti al termine dell'odiosa notte, ringraziando la benignità del
cielo e disponendosi a ricevere nel centro del globoso cristallo degli occhi
suoi gli tanto bramosi e aspettati rai, con disusato applauso di cuore, di voce
e di mano adoraranno l'oriente; dal cui dorato balco, avendo cacciati gli focosi
destrieri il vago Titane, rotto il sonnacchioso silenzio de l'umida notte,
raggionaranno gli uomini, belaranno gli facili, inermi e semplici lanuti greggi,
gli cornuti armenti sotto la cura de' ruvidi bifolchi muggiranno. Gli cavalli di
Sileno, perché di nuovo, in favor degli smarriti dei, possano dar spavento ai
più de lor stupidi gigantoni, ragghiaranno; versandosi nel suo limoso letto,
con importun gruito ne assordiranno gli sannuti ciacchi. Le tigri, gli orsi, gli
leoni, i lupi e le fallaci golpi, cacciando da sue spelunche il capo, da le
deserte alture contemplando il piano campo de la caccia, mandaranno dal ferino
petto i lor grunniti, ricti, bruiti, fremiti, ruggiti ed orli. Ne l'aria e su le
frondi di ramose piante, gli galli, le aquile, li pavoni, le grue, le tortore, i
merli, i passari, i rosignoli, le cornacchie, le piche, gli corvi, gli cuculi e
le cicade non sarran negligenti di replicar e radoppiar gli suoi garriti
strepitosi. Dal liquido e instabile campo ancora, li bianchi cigni, le
molticolorate anitre, gli solleciti merghi, gli paludosi bruchii, le ocche
rauche, le querulose rane ne toccaranno l'orecchie col suo rumore, di sorte
ch'il caldo lume di questo sole, diffuso all'aria di questo più fortunato
emisfero, verrà accompagnato, salutato e forse molestato da tante e tali
diversitadi de voci, quanti e quali son spirti che dal profondo di proprii petti
le caccian fuori.
4 \ FIL.\
Non solo è ordinario, ma anco naturale e necessario, che ogni animale faccia la
sua voce; e non è possibile che le bestie formino regolati accenti e articulati
suoni come gli uomini, come contrarie le complessioni, diversi i gusti, varii
gli nutrimenti.
5 \ ARM.\
Di grazia, concedetemi libertà di dir la parte mia ancora; non circa la luce,
ma circa alcune circustanze, per le quali non tanto si suol consolare il senso,
quanto molestar il sentimento di chi vede e considera; perché, per vostra pace
e vostra quiete, la quale con fraterna caritade vi desio, non vorrei che di
questi vostri discorsi vegnan formate comedie, tragedie, lamenti, dialogi, o
come vogliam dire, simili a quelli che poco tempo fa, per esserno essi usciti in
campo a spasso, vi hanno forzato di starvi rinchiusi e retirati in casa.
6 \ FIL.\
Dite liberamente.
7 \ ARM.\
Io non parlarò come santo profeta, come astratto divino, come assumpto
apocaliptico, né quale angelicata asina di Balaamo; non raggionarò come
inspirato da Bacco, né gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso, o come
una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né qual
ingombrato da le unghie de' piedi sin alla cima di capegli de l'entusiasmo
apollinesco, né qual vate illuminato nell'oraculo o delfico tripode, né come
Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gli
enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell'olimpico senato; né
come un inspiritato Merlino, o come uscito dall'antro di Trofonio. Ma parlarò
per l'ordinario e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che
d'andarmi lambiccando il succhio de la grande e piccola nuca, con farmi al fine
rimanere in secco la dura e pia madre; come uomo, dico, che non ho altro
cervello ch'il mio; a cui manco gli dei dell'ultima cotta e da tinello nella
corte celestiale (quei dico che non bevono ambrosia, né gustan nettare, ma vi
si tolgon la sete col basso de le botte e vini rinversati, se non vogliono far
stima de linfe e ninfe, quei, dico, che sogliono esser più domestici, familiari
e conversabili con noi), come è dire né il dio Bacco, né quel imbreaco
cavalcator de l'asino, né Pane, né Vertunno, né Fauno, né Priapo, si degnano
cacciarmene una pagliusca di più e di vantaggio dentro, quantunque sogliano far
copia de' fatti lor sin ai cavalli.
8 \ ELITR.\
Troppo lungo proemio.
9 \ ARM.\
Pacienza, che la conclusione sarà breve. Voglio dir.brevemente, che vi farò
udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate
per lambicco, digerite dal bagno di maria, e subblimate in recipe di quinta
essenza; ma tale quali m'insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi
tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere
quella londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscaldatoio del stomaco,
ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e
che, concie in cuoio, varrebbono sicuramente a far due pive ferrarese.
10 \ ELITR.\
E questo potrebe bastare per un proemio.
11 \ ARM.\
Or su, per venire al resto, vorrei intendere da voi (lasciando un poco da canto
le voci e le lingue a proposito del lume e splendor che possa apportar la vostra
filosofia) con che voci volete che sia salutato particolarmente da noi quel
lustro di dottrina, che esce dal libro de la Cena de le ceneri? Quali
animali son quelli che hanno recitata la Cena de le ceneri? Dimando, se
sono acquatici, o aerei, o terrestri, o lunatici? E lasciando da canto gli
propositi di Smitho, Prudenzio e Frulla, desidero di sapere, se fallano coloro
che dicono, che tu fai la voce di un cane rabbioso e infuriato, oltre che
talvolta fai la simia, talvolta il lupo, talvolta la pica, talvolta il papagallo,
talvolta un animale talvolta un altro, meschiando propositi gravi e seriosi,
morali e naturali, ignobili e nobili, filosofici e comici?
12 \ FIL.\
Non vi maravigliate, fratello, perché questa non fu altro ch'una cena, dove gli
cervelli vegnono governati dagli affetti, quali gli vegnon porgiuti
dall'efficacia di sapori e fumi de le bevande e cibi. Qual dunque può essere la
cena materiale e corporale, tale conseguentemente succede la verbale e
spirituale; cossì dunque questa dialogale ha le sue parti varie e diverse, qual
varie e diverse quell'altra suole aver le sue; non altrimente questa ha le
proprie condizioni, circonstanze e mezzi, che come le proprie potrebbe aver
quella.
13 \ ARM.\
Di grazia, fate ch'io vi intenda.
14 \ FIL.\
Ivi, come è l'ordinario e il dovero, soglion trovarsi cose da insalata da
pasto, da frutti da ordinario, da cocina da speciaria, da sani da amalati, di
freddo di caldo, di crudo di cotto, di acquatico di terrestre, di domestico di
selvatico, di rosto di lesso, di maturo di acerbo, e cose da nutrimento solo e
da gusto, sustanziose e leggieri, salse e inspide, agreste e dolci, amare e
suavi. Cossì quivi, per certa conseguenza, vi sono apparse le sue contrarietadi
e diversitadi, accomodate a contrarii e diversi stomachi e gusti, a' quali può
piacere di farsi presenti al nostro tipico simposio, a fine che non sia chi si
lamente di esservi gionto invano, e a chi non piace di questo, prenda di
quell'altro.
15 \ ARM.\
È vero; ma che dirai, se oltre nel vostro convito, ne la vostra cena
appariranno cose, che non son buone né per insalata né per pasto, né per
frutti né per ordinario, né fredde né calde, né crude né cotte, né
vagliano per l'appetito né per fame, non son buone per sani né per ammalati, e
conviene che non escano da mani di cuoco né di speciale?
16 \ FIL.\
Vedrai che né in questo la nostra cena è dissimile a qualunqu'altra esser
possa. Come dunque là, nel più bel del mangiare, o ti scotta qualche troppo
caldo boccone, di maniera che bisogna cacciarlo de bel nuovo fuora, o piangendo
e lagrimando mandarlo vagheggiando per il palato sin tanto che se gli possa
donar quella maladetta spinta per il gargazzuolo al basso; overo ti si stupefà
qualche dente, o te s'intercepe la lingua che viene ad esser morduta con il
pane, o qualche lapillo te si viene a rompere e incalcinarsi tra gli denti per
farti regittar tutto il boccone, o qualche pelo o capello del cuoco ti s'inveschia
nel palato per farti presso che vomire, o te s'arresta qualche aresta di pesce
ne la canna a farti suavemente tussire, o qualche ossetto te s'attraversa ne la
gola per metterti in pericolo di suffocare; cossì nella nostra cena, per nostra
e comun disgrazia, vi si son trovate cose corrispondenti e proporzionali a
quelle. Il che tutto avviene per il peccato dell'antico protoplaste Adamo, per
cui la perversa natura umana è condannata ad aver sempre i disgusti gionti ai
gusti.
17 \ ARM.\
Pia e santamente. Or che rispondete a quel che dicono, che voi siete un rabbioso
cinico?
18 \ FIL.\
Concederò facilmente, se non tutto, parte di questo.
19 \ ARM.\
Ma sapete che non è vituperio ad un uomo tanto di ricevere oltraggi, quanto di
farne?
20 \ FIL.\
Ma basta che gli miei sieno chiamati vendette, e gli altrui sieno chiamati
offese.
21 \ ARM.\
Anco gli Dei son suggetti a ricevere ingiurie, patir infamie e comportar
biasimi: ma biasimare, infamare e ingiuriare è proprio de' vili, ignobili,
dappoco e scelerati.
22 \ FIL.\
Questo è vero; però noi non ingiuriamo, ma ributtiamo l'ingiurie, che son
fatte non tanto a noi, quanto a la filosofia spreggiata, con far di modo ch'agli
ricevuti dispiaceri non s'aggiongano degli altri.
23 \ ARM.\
Volete, dunque, parer cane che morde, a fin che non ardisca ognuno di
molestarvi?
24 \ FIL.\
Cossì è, perché desidero la quiete, e mi dispiace il dispiacere.
25 \ ARM.\
Sì, ma giudicano che procedete troppo rigorosamente.
26 \ FIL.\
A fine che non tornino un'altra volta essi, ed altri imparino di non venir a
disputar meco e con altro, trattando con simili mezzi termini queste
conclusioni.
27 \ ARM.\
La offesa fu privata, la vendetta è publica.
28 \ FIL.\
Non per questo è ingiusta; perché molti errori si commettono in privato, che
giustamente si castigano in publico.
29 \ ARM.\
Ma con ciò venite a guastare la vostra riputazione, e vi fate più biasimevole
che coloro; perché publicamente se dirà che siete impaziente, fantastico,
bizarro, capo sventato.
30 \ FIL.\
Non mi curo, pur che oltre non mi siano essi o altri molesti; e per questo
mostro il cinico bastone, acciò che mi lascino star co' fatti miei in pace; e
se non mi vogliono far carezze, non vegnano ad esercitar la loro inciviltà
sopra di me.
31 \ ARM.\
Or vi par che tocca ad un filosofo di star su la vendetta?
32 \ FIL.\
Se questi che mi molestano fussero una Xantippe, io sarei un Socrate.
33 \ ARM.\
Non sai che la longanimità e pazienza sta bene a tutti, per la quale vegnano ad
esser simili agli eroi ed eminenti Dei; che, secondo alcuni, si vendicano tardi,
e, secondo altri, né si vendicano né si adirano?
34 \ FIL.\
T'inganni pensando ch'io sia stato su la vendetta.
35 \ ARM.\
E che dunque?
36 \ FIL.\
Io son stato su la correzione, nell'esercizio della quale ancora siamo simili
agli Dei. Sai che il povero Vulcano è stato dispensato da Giove di lavorare
anco gli giorni di festa; e quella maladetta incudine non si lassa o stanca mai
a comportar le scosse di tanti e sì fieri martelli, che non sì tosto è alzato
l'uno che l'altro è chinato, per far che gli giusti folgori, con gli quali gli
delinquenti e rei si castigheno, non vegnan meno.
37 \ ARM.\
È differenza tra voi e il fabro di Giove e marito della ciprigna dea.
38 \ FIL.\
Basta che ancora non son dissimile a quelli forse nella pazienza e longanimità;
la quale in quel fatto ho essercitata, non rallentando tutto il freno al sdegno,
né toccando di più forte sprone l'ira.
39 \ ARM.\
Non tocca ad ognuno di essere correttore, massime de la moltitudine.
40 \ FIL.\
Dite ancora, massime quando quella non lo tocca.
41 \ ARM.\
Si dice che non devi esser sollecito nella patria aliena.
42 \ FIL.\
E io dico due cose: prima, che non si deve uccidere un medico straniero, perché
tenta di far quelle cure che non fanno i paesani; secondo dico, che al vero
filosofo ogni terreno è patria.
43 \ ARM.\
Ma se loro non ti accettano né per filosofo né per medico, né per paesano?
44 \ FIL.\
Non per questo mancarà ch'io sia.
45 \ ARM.\
Chi ve ne fa fede?
46 \ FIL.\
Gli numi che me vi han messo, io che me vi ritrovo, e quelli ch'hanno gli occhi,
che me vi veggono.
47 \ ARM.\
Hai pochissimi e poco noti testimoni.
48 \ FIL.\
Pochissimi e poco noti sono gli veri medici, quasi tutti sono veri amalati.
Torno a dire, che loro non hanno libertà altri di fare, altri di permettere che
sieno fatti tali trattamenti a quei che porgono onorate merci, o sieno stranieri
o non.
49 \ ARM.\
Pochi conoscono queste merci.
50 \ FIL.\
Non per questo le gemme sono men preciose e non le doviamo con tutto il nostro
forzo defendere e farle defendere, liberare e vendicare dalla conculcazione de'
piè porcini con ogni possibil rigore. E cossì mi sieno propicii gli superi,
Armesso mio, che io mai feci di simili vendette per sordido amor proprio o per
villana cura d'uomo particulare, ma per amor della mia tanto amata madre
filosofia e per zelo della lesa maestà di quella. La quale da' mentiti
familiari e figli (perché non è vil pedante, poltron dizionario, stupido
fauno, ignorante cavallo, che, o con mostrarsi carco di libri, con allungarsi la
barba o con altre maniere mettersi in prosopopeia, non voglia intitolarsi de la
fameglia) è ridutta a tale, che appresso il volgo tanto val dire un filosofo,
quanto un frappone, un disutile, pedantaccio, circulatore, saltainbanco,
ciarlatano, buono per servir per passatempo in casa e per spavantacchio d'ucelli
a la campagna.
51 \ ELITR.\
A dire il vero, la famiglia de' filosofi è stimata più vile dalla maggior
parte del mondo, che la famiglia de' cappellani; perché non tanto quelli,
assunti da ogni specie di gentaglie, hanno messo il sacerdocio in dispregio,
quanto questi, nominati da ogni geno di bestiali, hanno posto la filosofia in
vilipendio.
52 \ FIL.\
Lodiamo, dunque, nel suo geno l'antiquità, quando tali erano gli filosofi che
da quelli si promovevano ad essere legislatori, consiliarii e regi; tali erano
consiliarii e regi, che da questo essere s'inalzavano a essere sacerdoti. A
questi tempi la massima parte di sacerdoti son tali, che son spreggiati essi, e
per essi son spreggiate le leggi divine; son tali quasi tutti quei che veggiamo
filosofi, che essi son vilipesi, e per essi le scienze vegnono vilipese. Oltre
che, tra questi la moltitudine de forfanti, come di urtiche, con gli contrari
sogni suole dal suo canto ancora opprimere la rara virtù e veritade, la qual si
mostra ai rari.
53 \ ARM.\
Non trovo filosofo che s'adire sì per la spreggiata filosofia, né, o
Elitropio, scorgo alcuno sì affetto per la sua scienza, quanto questo Teofilo;
che sarebbe, se tutti gli altri filosofi fussero della medesima condizione,
voglio dire sì poco pazienti?
54 \ ELITR.\
Questi altri filosofi non hanno ritrovato tanto, non hanno tanto da guardare,
non hanno da difender tanto. Facilmente possono ancor essi tener a vile quella
filosofia che non val nulla, o altra che val poco, o quella che non conoscono;
ma colui che ha trovata la verità, che è un tesoro ascoso, acceso da la beltà
di quel volto divino, non meno doviene geloso perché la non sia defraudata,
negletta e contaminata, che possa essere un altro sordido affetto sopra l'oro,
carbuncolo e diamante, o sopra una carogna di bellezza feminile.
55 \ ARM.\
Ma ritorniamo a noi, e vengamo al quia. Dicono di voi, Teofilo, che in
quella vostra Cena tassate e ingiuriate tutta una città, tutta una
provinzia, tutto un regno.
56 \ FIL.\
Questo mai pensai, mai intesi, mai feci; e se l'avesse pensato, inteso o fatto,
io mi condannerei pessimo, e sarei apparecchiato a mille retrattazioni, a mille
revocazioni, a mille palinodie; non solamente s'io avesse ingiuriato un nobile e
antico regno, come è questo, ma qualsivoglia altro, quantunque stimato barbaro:
non solamente dico qualsivoglia città, quantunque diffamata incivile, ma e
qualsivoglia lignaggio, quantunque divolgato salvaggio, ma e qualsivoglia
fameglia, quantunque nominata inospitale: perché non può essere regno, città,
prole o casa intiera, la quale possa o si deve presupponere d'un medesimo umore,
e dove non possano essere oppositi o contrarii costumi; di sorte che quel che
piace a l'uno, non possa dispiacere all'altro.
57 \ ARM.\
Certo, quanto a me, che ho letto e riletto e ben considerato il tutto, benché
circa particolari non so perché vi trovo alquanto troppo effuso, circa il
generale vi veggo castigata ragionevole e discretamente procedere: ma il rumore
è sparso nel modo ch'io vi dico.
58 \ ELITR.\
Il rumore di questo e altro è stato sparso dalla viltà di alcuni di quei che
si senton ritoccati; li quali, desiderosi di vendetta, veggendosi insufficienti
con propria raggione, dottrina, ingegno e forza, oltre che fingono quante altre
possono falsitadi, alle quali altri che simili a loro non possono porger fede,
cercano compagnia con fare ch'il castigo particolare sia stimato ingiuria
commune.
59 \ ARM.\
Anzi credo che sieno di persone non senza giudicio e conseglio, le quali pensano
l'ingiuria universale, perché manifestate tai costumi in persone di tal
generazione.
60 \ FIL.\
Or quai costumi son questi nominati, che simili, peggiori e molti più strani in
geno, specie e numero non si trovino in luoghi delle parti e provinze più
eccellenti del mondo? Mi chiamerete forse ingiurioso e ingrato alla mia patria,
s'io dicesse che simili e più criminali costumi se ritrovano in Italia, in
Napoli, in Nola? Verrò forse per questo a digradir quella regione gradita dal
cielo e posta insieme insieme talvolta capo e destra di questo globo,
governatrice e domitrice dell'altre generazioni, e sempre da noi ed altri è
stata stimata maestra, nutrice e madre de tutte le virtudi, discipline,
umanitadi, modestie e cortesie, se si verrà ad essagerar di vantaggio quel che
di quella han cantato gli nostri medesimi poeti che non meno la fanno maestra di
tutti vizii, inganni, avarizie e crudeltadi?
61 \ ELITR.\
Questo è certo secondo gli principii della vostra filosofia; per i quali volete
che gli contrarii hanno coincidenza ne' principii e prossimi suggetti: perché
que' medesimi ingegni, che sono attissimi ad alte, virtuose e generose imprese,
se fian perversi, vanno a precipitar in vizii estremi. Oltre che là si sogliono
trovare più rari e scelti ingegni, dove per il comune sono più ignoranti e
sciocchi, e dove per il più generale son meno civili e cortesi, nel più
particulare si trovano de cortesie e urbanitadi estreme: di sorte che, in
diverse maniere, a molte generazioni pare che sia data medesima misura de
perfezioni e imperfezioni.
62 \ FIL.\
Dite il vero.
63 \ ARM.\
Con tutto ciò io, come molti altri meco, mi dolgo, Teofilo, che voi nella
nostra amorevol patria siate incorsi a tali suppositi, che vi hanno porgiuta
occasione di lamentarvi con una cinericia cena, che ad altri ed altri molti che
vi avesser fatto manifesto, quanto questo nostro paese, quantunque sia detto da'
vostri penitus toto divisus ab orbe, sia prono a tutti gli studi de buone
lettere, armi, cavalleria, umanitadi e cortesie; nelle quali, per quanto
comporta delle nostre forze il nerbo, ne forziamo di non essere inferiori a'
nostri maggiori e vinti da le altre generazioni; massime da quelle che si
stimano aver le nobilitadi, le scienze, le armi, e civilitadi come da natura.
64 \ FIL.\
Per mia fede, Armesso, che in quanto riferisci io non debbo né saprei con le
paroli, né con le raggioni, né con la conscienza contradirvi, perché con ogni
desterità di modestia e di argomenti fate la vostra causa. Però io per voi,
come per quello che non vi siete avicinato con un barbaro orgoglio, comincio a
pentirmi, e prendere a dispiacere di aver ricevuta materia da que' prefati, di
contristar voi e altri d'onestissima e umana complessione: però bramarei che
que' dialogi non fussero prodotti, e se a voi piace, mi forzarò che oltre non
vengan in luce.
65 \ ARM.\
La mia contristazione, con quella d'altri nobilissimi, tanto manca che proceda
dalla divolgazione de quei dialogi, che facilmente procurarei che fussero
tradotti in nostro idioma, a fin che servissero per una lezione a quei poco e
male accostumati, che son tra noi; che forse, quando vedessero con qual stomaco
son presi e con quai delineamenti son descritti gli suoi discortesi rancontri e
quanto quelli sono mal significativi, potrebbe essere che, se, per buona
disciplina e buono essempio che veggano negli megliori e maggiori, non si
vogliono ritrar da quel camino, almeno vegnano a cangiarsi e conformarsi a
quelli, per vergogna di esserno connumerati tra tali e quali; imparando che l'onor
de le persone e la bravura non consiste in posser e saper con que' modi esser
molesto, ma nel contrario a fatto.
66 \ ELITR.\
Molto vi mostrate discreto e accorto nella causa de la vostra patria, e non
siete verso gli altrui buoni uffici ingrato e irreconoscente, quali esser
possono molti poveri d'argumento e di consiglio. Ma Filoteo non mi par tanto
aveduto per conservar la sua riputazione e defendere la sua persona; perché,
quanto è differente la nobiltade dalla rusticitade, tanto contrarii effetti si
denno sperare e temere in un Scita villano, il quale riuscirà savio e per il
buon successo verrà celebrato, se, partendosi dalle ripe del Danubio, vada con
audace riprensione e giusta querela a tentar l'autorità e maestà del Romano
Senato; che dal colui biasimo e invettiva sappia prendere occasione di
fabricarvi sopra atto di estrema prudenza e magnanimitade, onorando il suo
rigido riprensore di statua e di colosso; che se un gentiluomo e Senator Romano
per il mal successo possa riuscir poco savio, lasciando le amene sponde del suo
Tevere, sen vada, anco con giusta querela e raggionevolissima riprensione, a
tentar gli scitici villani; che da quello prendano occasione di fabricar torri e
Babilonie d'argumenti di maggior viltade, infamia e rusticitade, con lapidarlo,
rallentando alla furia populare il freno, per far meglio sapere all'altre
generazioni quanta differenza sia di contrattare e ritrovarsi tra gli uomini e
tra color che son fatti ad imagine e similitudine di quelli.
67 \ ARM.\
Non fia mai vero, o Teofilo, che io debba o possa stimare che sia degno ch'io, o
altro che ha più sale di me, voglia prendere la causa e protezione di costoro,
che son materia de la vostra satira, come per gente e persone del paese, alla
cui difensione dall'istessa legge naturale siamo incitati; perché non confessarò
giamai, e non sarò giamai altro che nemico de chi affirmasse, che costoro sieno
parte e membri de la nostra patria, la quale non consta d'altro che di persone
cossì nobili, civili, accostumate, disciplinate, discrete, umane, raggionevoli
come altra qualsivoglia. Dove, benché vegnan contenuti questi, certo non vi si
trovano altrimente che come lordura, feccia, lettame e carogna; di tal sorte,
che non potrebono con altro modo esser chiamati parte di regno e di cittade, che
la sentina parte de la nave. E però per simili tanto manca che noi doviamo
risentirci, che, risentendoci, doveneremmo vituperosi. Da questi non escludo
gran parte di dottori e preti, de' quali quantunque alcuni per mezzo del
dottorato doventano signori, tuttavolta per il più quella autorità villanesca,
che prima non ardivano mostrare, appresso per la baldanza e presunzione, che se
gli aggiunge dalla riputazion di letterato e prete, vegnono audace e
magnanimamente a porla in campo; laonde non è maraviglia se vedete molti e
molti, che con quel dottorato e presbiterato sanno più di armento, mandra e
stalla, che quei che sono attualmente strigliacavallo, capraio e bifolco. Per
questo non arrei voluto che sì aspramente vi fuste portato verso la nostra
Universitade ancora, quasi non perdonando al generale, né avendo rispetto a
quel che è stata, sarà o potrà essere per l'avvenire, e in parte è al
presente.
68 \ FIL.\
Non vi affannate, perché, benché quella ne sia presentata per filo in questa
occasione, tutta volta non fa tale errore che simile non facciano tutte l'altre
che si stimano maggiori, e per il più sotto titolo di dottori cacciano annulati
cavalli e asini diademati. Non gli toglio però quanto da principio sia stata
bene instituita, gli begli ordini di studii, la gravità di ceremonie, la
disposizione degli esercizii, decoro degli abiti e altre molte circostanze che
fanno alla necessità e ornamento di una academia; onde, senza dubio alcuno, non
è chi non debba confessarla prima in tutta l'Europa e per conseguenza in tutto
il mondo. E non niego che, quanto alla gentilezza di spirti e acutezza de
ingegni, gli quali naturalmente l'una e l'altra parte de la Brittannia produce,
sia simile e possa esser equale a quelle tutte che son veramente
eccellentissime. Né meno è persa la memoria di quel, che, prima che le lettere
speculative si ritrovassero nell'altre parti de l'Europa, fiorirno in questo
loco; e da que' suoi principi de la metafisica, quantunque barbari di lingua e
cucullati di professione, è stato il splendor d'una nobilissima e rara parte di
filosofia (la quale a' tempi nostri è quasi estinta) diffuso a tutte l'altre
academie de le non barbare provinze. Ma quello che mi ha molestato e mi dona
insieme insieme fastidio e riso, è, che con questo che io non trovo più romani
e più attici di lingua che in questo loco, del resto (parlo del più generale)
si vantano di essere al tutto dissimili e contrarii a quei che furon prima; li
quali, poco solleciti de l'eloquenza e rigor grammaticale, erano tutti intenti
alle speculazioni, che da costoro son chiamate Sofismi. Ma io più stimo la
metafisica di quelli, nella quale hanno avanzato il lor prencipe Aristotele
(quantunque impura e insporcata con certe vane conclusioni e teoremi, che non
sono filosofici né teologali, ma da ociosi e mal impiegati ingegni), che quanto
possono apportar questi de la presente etade con tutta la lor ciceroniana
eloquenza e arte declamatoria.
69 \ ARM.\
Queste non son cose da spreggiare.
70 \ FIL.\
È vero; ma, dovendosi far elezione de l'un de' doi, io stimo più la coltura
dell'ingegno, quantunque sordida la fusse, che di quantunque disertissime paroli
e lingue.
71 \ ELITR.\
Questo proposito mi fa ricordar di fra Ventura: il quale, trattando un passo del
santo Vangelo, che dice reddite quae sunt Caesaris Caesari, apportò a
proposito tutti gli nomi de le monete che sono state a' tempi di romani, con le
loro marche e pesi, che non so da qual diavolo di annale o scartafaccio l'avesse
racolti, che furono più di cento e vinti, per farne conoscere quanto era
studioso e retentivo. A costui, finito il sermone, essendosegli accostato un uom
da bene, li disse: - Padre mio reverendo, di grazia, imprestatemi un carlino. -
A cui rispose che lui era de l'ordine mendicante.
72 \ ARM.\
A che fine dite questo?
73 \ ELITR.\
Voglio dire che quei che son molto versati circa le dizioni e nomi, e non son
solleciti delle cose, cavalcano la medesima mula con questo reverendo padre de
le mule.
74 \ ARM.\
Io credo che, oltre il studio de l'eloquenza, nella quale avanzano tutti gli
loro antiqui, e non sono inferiori agli altri moderni, ancora non sono mendichi
nella filosofica e altrimente speculative professioni; senza la perizia de le
quali non possono esser promossi a grado alcuno; perché gli Statuti de
l'università, alle quali sono astretti per giuramento, comportano che nullus
ad philosophiae et theologiae magisterium et doctoratum promoveatur, nisi
epotaverit e fonte Aristotelis.
75 \ ELITR.\
Oh, io ve dirò quel ch'han fatto per non esser pergiuri. Di tre fontane, che
sono nell'Università, all'una hanno imposto nome Fons Aristotelis,
l'altra dicono Fons Pythagorae, l'altra chiamano Fons Platonis. Da
questi tre fonti traendosi l'acqua per far la birra e la cervosa (de la qual
acqua pure non mancano di bere i buoi e gli cavalli), conseguentemente non è
persona, che, con esser dimorata meno che tre o quattro giorni in que' studii e
collegii, non vegna ad esser imbibito non solamente del fonte di Aristotele, ma
e oltre di Pitagora e Platone.
76 \ ARM.\
Oimè, che voi dite pur troppo il vero. Quindi aviene, o Teofilo, che li dottori
vanno a buon mercato come le sardelle, perché come con poca fatica si creano,
si trovano, si pescano, cossì con poco prezzo si comprano. Or dunque, tale
essendo appresso di noi il volgo di dottori in questa etade (riserbando però la
reputazione d'alcuni celebri e per l'eloquenza e per la dottrina e per la civil
cortesia, quali sono un Tobia Mattheo, un Culpepero, e altri che non so
nominare), accade che tanto manca che uno, per chiamarsi dottore, possa esser
stimato aver novo grado di nobiltade, che più tosto è suspetto di contraria
natura e condizione, se non sia particolarmente conosciuto. Quindi accade che
quei, che per linea o per altro accidente son nobili, ancor che gli s'aggiunga
la principal parte di nobiltà che è per la dottrina, si vergognano di
graduarsi e farsi chiamar dottori, bastandogli l'esser dotti. E di questi arrete
maggior numero ne le corti, che ritrovar si possano pedanti nell'Universitade.
77 \ FIL.\
Non vi lagnate, Armesso, perché in tutti i luoghi, dove son dottori e preti, si
trova l'una e l'altra semenza di quelli; dove quei che sono veramenti dotti e
veramente preti, benché promossi da bassa condizione, non può essere che non
sieno inciviliti e nobilitati, perché la scienza è uno esquisitissimo camino a
far l'animo umano eroico. Ma quegli altri tanto più si mostrano espressamente
rustici, quanto par che vogliano o col divum patero col gigante Salmoneo
altitonare, quando se la spasseggiano da purpurato satiro o fauno con quella
spaventosa e imperial prosopopeia, dopo aver determinato nella catedra regentale
a qual declinazione appartenga lo hic, et haec, et hoc nihil.
78 \ ARM.\
Or lasciamo questi propositi. Che libro è questo che tenete in mano?
79 \ FIL.\
Son certi dialogi.
80 \ ARM.\
La Cena?
81 \ FIL.\
No.
82 \ ARM.\
Che dunque?
83 \ FIL.\
Altri, ne li quali si tratta De la causa, principio e uno secondo la via
nostra.
84 \ ARM.\
Quali interlocutori? Forse abbiamo quall'altro diavolo di Frulla o Prudenzio,
che di bel nuovo ne mettano in qualche briga.
85 \ FIL.\
Non dubitate, che, tolto uno, tra gli altri tutti son suggetti quieti e
onestissimi.
86 \ ARM.\
Sì che, secondo il vostro dire, arremo pure da scardar qualche cosa in questi
dialogi ancora?
87 \ FIL.\
Non dubitate, perché più tosto sarrete grattato dove vi prore, che stuzzicato
dove vi duole.
88 \ ARM.\
Pure?
89 \ FIL.\
Qua per uno trovarete quel dotto, onesto, amorevole, ben creato e tanto fidele
amico Alessandro Dicsono, che il Nolano ama quanto gli occhi suoi; il quale è
causa che questa materia sia stata messa in campo. Lui è introdutto come
quello, che porge materia di considerazione al Teofilo. Per il secondo avete
Teofilo, che sono io; che secondo le occasioni, vegno a distinguere, definire e
dimostrare circa la suggetta materia. Per il terzo avete Gervasio, uomo che non
è de la professione; ma per passatempo vuole esser presente alle nostre
conferenze; ed è una persona che non odora né puzza e che prende per comedia
gli fatti di Poliinnio e da passo in passo gli dona campo di fargli esercitar la
pazzia. Questo sacrilego pedante avete per il quarto: uno de' rigidi censori di
filosofi, onde si afferma Momo, uno affettissimo circa il suo gregge di
scolastici, onde si noma nell'amor socratico; uno, perpetuo nemico del femineo
sesso, onde, per non esser fisico, si stima Orfeo, Museo, Titiro e Anfione.
Questo è un di quelli, che, quando ti arran fatto una bella construzione,
prodotta una elegante epistolina, scroccata una bella frase da la popina
ciceroniana, qua è risuscitato Demostene, qua vegeta Tullio, qua vive Salustio;
qua è un Argo, che vede ogni lettera, ogni sillaba, ogni dizione; qua Radamanto
umbras vocat ille silentum; qua Minoe, re di Creta, urnam movet.
Chiamano all'essamina le orazioni; fanno discussione de le frase, con dire: -
queste sanno di poeta, queste di comico, questa di oratore; questo è grave,
questo è lieve, quello è sublime, quell'altro è humile dicendi genus;
questa orazione è aspera; sarrebe leve, se fusse formata cossì; questo è uno
infante scrittore, poco studioso de la antiquità, non redolet Arpinatem,
desipit Latium. Questa voce non è tosca, non è usurpata da Boccaccio,
Petrarca e altri probati autori. Non si scrive homo, ma omo; non honore, ma
onore; non Polihimnio, ma Poliinnio. - Con questo triomfa, si contenta di sé,
gli piaceno più ch'ogn'altra cosa i fatti suoi: è un Giove, che, da l'alta
specula, remira, e considera la vita degli altri uomini suggetta a tanti errori,
calamitadi, miserie, fatiche inutili. Solo lui è felice, lui solo vive vita
celeste, quando contempla la sua divinità nel specchio d'un Spicilegio,
un Dizionario, un Calepino, un Lessico, un Cornucopia, un
Nizzolio. Con questa sufficienza dotato, mentre ciascuno è uno, lui solo è
tutto. Se avvien che rida si chiama Democrito, s'avvien che si dolga si chiama
Eraclito, se disputa si chiama Crisippo, se discorre si noma Aristotele, se fa
chimere si appella Platone, se mugge un sermoncello se intitula Demostene, se
construisce Virgilio lui è il Marone. Qua correge Achille, approva Enea,
riprende Ettore, esclama contro Pirro, si condole di Priamo, arguisce Turno,
iscusa Didone, comenda Acate; e in fine, mentre verbum verbo reddit e
infilza salvatiche sinonimie, nihil divinum a se alienum putat. E cossì
borioso smontando da la sua catedra, come colui ch'ha disposti i cieli, regolati
i senati, domati eserciti, riformati i mondi, è certo che, se non fusse
l'ingiuria del tempo, farebbe con gli effetti quello che fa con l'opinione. - O
tempora, o mores! Quanti son rari quei che intendeno la natura de'
participi, degli adverbii, delle coniunctioni! Quanto tempo è scorso, che non
s'è trovata la raggione e vera causa, per cui l'adiectivo deve concordare col
sustantivo, il relativo con l'antecedente deve coire, e con che regola ora si
pone avanti, ora addietro de l'orazione; e con che misure e quali ordini vi s'intermesceno
quelle interiezione dolentis, gaudentis, heu, oh, ahi, ah, hem, ohe, hui,
ed altri condimenti, senza i quali tutto il discorso è insipidissimo?
-90 \
ELITR.\ Dite quel che volete, intendetela come vi piace; io dico, che per la
felicità de la vita è meglio stimarsi Creso ed esser povero, che tenersi
povero ed esser Creso. Non è più convenevole alla beatitudine aver una zucca
che ti paia bella e ti contente, che una Leda, una Elena, che ti dia noia e ti
vegna in fastidio? Che dunque importa a costoro l'essere ignoranti e
ignobilmente occupati, se tanto son più felici, quanto più solamente piaceno a
se medesimi? Cossì è buona l'erba fresca a l'asino, l'orgio al cavallo, come a
te il pane di puccia e la perdice; cossì si contenta il porco de le ghiande e
il brodo, come un Giove de l'ambrosia e nettare. Volete forse toglier costoro da
quella dolce pazzia, per la qual cura appresso ti derrebono rompere il capo?
Lascio che, chi sa se è pazzia questa o quella? Disse un pirroniano: chi
conosce se il nostro stato è morte, e quello di quei che chiamiamo defunti, è
vita? Cossì chi sa se tutta la felicità e vera beatitudine consiste nelle
debite copulazioni e apposizioni de' membri dell'orazioni?
91 \ ARM.\
Cossì è disposto il mondo: noi facciamo il Democrito sopra gli pedanti e
grammatisti, gli solleciti corteggiani fanno il Democrito sopra di noi, gli poco
penserosi monachi e preti democriteggiano sopra tutti; e reciprocamente gli
pedanti si beffano di noi, noi di corteggiani, tutti degli monachi; e in
conclusione, mentre l'uno è pazzo all'altro, verremo ad esser tutti differenti
in specie e concordanti in genere et numero et casu.
92 \ FIL.\
Diverse per ciò son specie e maniere de le censure, varii sono gli gradi di
quelle, ma le più aspre, dure, orribili e spaventose son degli nostri
archididascali. Però a questi doviamo piegar le ginocchia, chinar il capo,
converter gli occhi ed alzar le mani, suspirar, lacrimar, esclamare e dimandar
mercede. A voi dunque mi rivolgo, o chi portate in mano il caduceo di Mercurio
per decidere ne le controversie, e determinate le questioni ch'accadeno tra gli
mortali e tra gli dei; a voi, Menippi, che, assisi nel globo de la luna, con gli
occhi ritorti e bassi ne mirate, avendo a schifo e sdegno i nostri gesti; a voi,
scudieri di Pallade, antesignani di Minerva, castaldi di Mercurio, magnarii di
Giove, collattanei di Apollo, manuarii d'Epimeteo, botteglieri di Bacco, agasoni
delle Evante, fustigatori de le Edonide, impulsori delle Tiade, subagitatori
delle Menadi, subornatori delle Bassaridi, equestri delle Mimallonidi,
concubinarii della ninfa Egeria, correttori de l'intusiasmo, demagoghi del
popolo errante, disciferatori di Demogorgone, Dioscori delle fluttuanti
discipline, tesorieri del Pantamorfo, e capri emissarii del sommo pontefice
Aron; a voi raccomandiamo la nostra prosa, sottomettemo le nostre muse, premisse,
subsunzioni, digressioni, parentesi, applicazioni, clausule, periodi,
costruzioni, adiettivazioni, epitetismi. O voi, suavissimi aquarioli, che con le
belle eleganzucchie ne furate l'animo, ne legate il core, ne fascinate la mente,
e mettete in prostribulo le meretricole anime nostre; riferite a buon conseglio
i nostri barbarismi, date di punta a' nostri solecismi, turate le male olide
voragini, castrate i nostri Sileni, imbracate gli nostri Nohemi, fate eunuchi di
nostri macrologi, rappezzate le nostre eclipsi, affrenate gli nostri taftologi,
moderate le nostre acrilogie, condonate a nostre escrilogie, iscusate i nostri
perissologi, perdonate a' nostri cacocefati. Torno a scongiurarvi tutti in
generale, e in particulare te, severo supercilioso e salvaticissimo maestro
Poliinnio, che dismettiate quella rabbia contumace e quell'odio tanto criminale
contra il nobilissimo sesso femenile; e non ne turbate quanto ha di bello il
mondo, e il cielo con suoi tanti occhi scorge. Ritornate, ritornate a voi, e
richiamate l'ingegno, per cui veggiate che questo vostro livore non è altro che
mania espressa e frenetico furore. Chi è più insensato e stupido, che quello
che non vede la luce? Qual pazzia può esser più abietta, che per raggion di
sesso, esser nemico all'istessa natura, come quel barbaro re di Sarza, che, per
aver imparato da voi, disse:
Natura non può far cosa perfetta
Poi che natura femina vien detta.
93 Considerate
alquanto il vero, alzate l'occhio a l'albore de la scienza del bene e il male,
vedete la contrarietà ed opposizione ch'è tra l'uno e l'altro. Mirate chi sono
i maschi, chi sono le femine. Qua scorgete per suggetto il corpo, ch'è vostro
amico, maschio, là l'anima che è vostra nemica, femina. Qua il maschio caos, là
la femina disposizione; qua il sonno, là la vigilia; qua il letargo, là la
memoria; qua l'odio, là l'amicizia; qua il timore, là la sicurtà; qua il
rigore, là la gentilezza; qua il scandalo, là la pace; qua il furore, là la
quiete; qua l'errore, là la verità; qua il difetto, là la perfezione; qua
l'inferno, là la felicità; qua Poliinnio pedante, là Poliinnia musa. E
finalmente tutti vizii, mancamenti e delitti son maschi; e tutte le virtudi,
eccellenze e bontadi son femine. Quindi la prudenza, la giustizia, la fortezza,
la temperanza, la bellezza, la maestà, la dignità, la divinità, cossì si
nominano, cossì s'imaginano, cossì si descriveno, cossì si pingono, cossì
sono. E per uscir da queste raggioni teoriche, nozionali e grammaticali,
convenienti al vostro argumento, e venire alle naturali, reali e prattiche: non
ti deve bastar questo solo essempio a ligarti la lingua, e turarti la bocca, che
ti farà confuso con quanti altri sono tuoi compagni, se ti dovesse mandare a
ritrovare un maschio megliore o simile a questa Diva Elizabetta, che regna in
Inghilterra; la quale, per esser tanto dotata, esaltata, faurita, difesa e
mantenuta da' cieli, in vano si forzaranno di desmetterla l'altrui paroli o
forze? A questa dama, dico, di cui non è chi sia più degno in tutto il regno,
non è chi sia più eroico tra' nobili, non è chi sia più dotto tra' togati,
non è chi sia più saggio tra' consulari? In comparazion de la quale, tanto per
la corporal beltade, tanto per la cognizion de lingue da volgari e dotti, tanto
per la notizia de le scienze ed arti, tanto per la prudenza nel governare, tanto
per la felicitade di grande e lunga autoritade, quanto per tutte l'altre virtudi
civili e naturali, vilissime sono le Sofonisbe, le Faustine, le Semirami, le
Didoni, le Cleopatre ed altre tutte, de quali gloriar si possano l'Italia, la
Grecia, l'Egitto e altre parti de l'Europa ed Asia per gli passati tempi?
Testimoni mi sono gli effetti e il fortunato successo, che non senza nobil
maraviglia rimira il secolo presente; quando nel dorso de l'Europa, correndo
irato il Tevere, minaccioso il Po, violento il Rodano, sanguinosa la Senna,
turbida la Garonna, rabbioso l'Ebro, furibondo il Tago, travagliata la Mosa,
inquieto il Danubio; ella col splendor degli occhi suoi, per cinque lustri e più
s'ha fatto tranquilla il grande Oceano, che col continuo reflusso e flusso lieto
e quieto accoglie nell'ampio seno il suo diletto Tamesi; il quale, fuor d'ogni
tema e noia, sicuro e gaio si spasseggia, mentre serpe e riserpe per l'erbose
sponde. Or dunque, per cominciar da capo, quali....
94 \ ARM.\
Taci, taci, Filoteo non ti forzar di gionger acqua al nostro Oceano e lume al
nostro sole: lascia di mostrarti abstratto, per non dirti peggio, disputando con
gli absenti Poliinnii. Fatene un poco copia di questi presenti dialogi, a fine
che non meniamo ocioso questo giorno e ore.
95 \ TEOF.\
Prendete, leggete.
Dialogo 2
Interlocutori: Dicsono Arelio, Teofilo, Gervasio,
Poliinnio.
1 \ DIC.\ Di grazia, maestro Poliinnio, e tu, Gervasio, non
interrompete oltre i nostri discorsi.
2 \ POL.\ Fiat.
3 \ GERV.\
Se costui, che è il magister, parla, senza dubio io non posso tacere.
4 \ DIC.\
Sì che dite, Teofilo, che ogni cosa, che non è primo principio e prima causa,
ha principio ed ha causa?
5 \ TEOF.\
Senza dubio e senza controversia alcuna.
6 \ DIC.\
Credete per questo, che chi conosce le cose causate e principiate, conosca la
causa e principio?
7 \ TEOF.\
Non facilmente la causa prossima e principio prossimo, difficilissimamente, anco
in vestigio, la causa principio primo.
8 \ DIC.\
Or come intendete che le cose, che hanno causa e principio primo e prossimo,
siano veramente conosciute, se, secondo la raggione della causa efficiente (la
quale è una di quelle che concorreno alla real cognizione de le cose), sono
occolte?
9 \ TEOF.\
Lascio che è facil cosa ordinare la dottrina demostrativa, ma il demostrare è
difficile; agevolissima cosa è ordinare le cause, circostanze e metodi di
dottrine; ma poi malamente gli nostri metodici e analitici metteno in esecuzione
i loro organi, principii di metodi ed arti de le arti.
10 \ GERV.\
Come quei che san far sì belle spade, ma non le sanno adoperare.
11 \ POL.\ Ferme.
12 \ GERV.\ Fermàti te siano gli occhi, che mai le possi aprire.
13 \ TEOF.\
Dico però che non si richiede dal filosofo naturale che ammeni tutte le cause e
principii; ma le fisiche sole, e di queste le principali e proprie. Benché
dunque, perché dependeno dal primo principio e causa, si dicano aver quella
causa e quel principio, tuttavolta non è sì necessaria relazione, che da la
cognizione de l'uno s'inferisca la cognizione de l'altro. E però non si
richiede che vengano ordinati in una medesma disciplina.
14 \ DIC.\
Come questo?
15 \ TEOF.\
Perché dalla cognizione di tutte cose dependenti non possiamo inferire altra
notizia del primo principio e causa che per modo men efficace che di vestigio,
essendo che il tutto deriva dalla sua volontà o bontà, la quale è principio
della sua operazione, da cui procede l'universale effetto. Il che medesmo si può
considerare ne le cose artificiali, in tanto che chi vede la statua, non vede il
scultore; chi vede il ritratto di Elena, non vede Apelle, ma vede lo effetto de
l'operazione che proviene da la bontà de l'ingegno d'Apelle, il che tutto è
uno effetto degli accidenti e circostanze de la sustanza di quell'uomo, il
quale, quanto al suo essere assoluto, non è conosciuto punto.
16 \ DIC.\
Tanto che conoscere l'universo, è come conoscer nulla dello essere e sustanza
del primo principio, perché è come conoscere gli accidenti degli accidenti.
17 \ TEOF.\
Cossì; ma non vorei che v'imaginaste ch'io intenda in Dio essere accidenti, o
che possa esser conosciuto come per suoi accidenti.
18 \ DIC.\
Non vi attribuisco sì duro ingegno; e so che altro è dire essere accidenti,
altro essere suoi accidenti, altro essere come suoi accidenti ogni cosa che è
estranea dalla natura divina. Nell'ultimo modo di dire credo che intendete
essere gli effetti della divina operazione; li quali, quantunque siano la
sustanza de le cose, anzi e l'istesse sustanze naturali, tuttavolta sono come
accidenti remotissimi, per farne toccare la cognizione appreensiva della divina
soprannaturale essenza.
19 \ TEOF.\
Voi dite bene.
20 \ DIC.\
Ecco dunque, che della divina sustanza, sì per essere infinita sì per essere
lontanissima da quelli effetti che sono l'ultimo termine del corso della nostra
discorsiva facultade, non possiamo conoscer nulla, se non per modo di vestigio,
come dicono i platonici, di remoto effetto, come dicono i peripatetici, di
indumenti, come dicono i cabalisti, di spalli o posteriori, come dicono i
thalmutisti, di spechio, ombra ed enigma, come dicono gli apocaliptici.
21 \ TEOF.\
Anzi di più: perché non veggiamo perfettamente questo universo di cui la
sustanza e il principale è tanto difficile ad essere compreso, avviene che
assai con minor raggione noi conosciamo il primo principio e causa per il suo
effetto, che Apelle per le sue formate statue possa esser conosciuto; perché
queste le possiamo veder tutte ed essaminar parte per parte, ma non già il
grande e infinito effetto della divina potenza. Però quella similitudine deve
essere intesa senza proporzional comparazione.
22 \ DIC.\
Cossì è, e cossì la intendo.
23 \ TEOF.\
Sarà dunque bene d'astenerci da parlar di sì alta materia.
24 \ DIC.\
Io lo consento, perché basta moralmente e teologalmente conoscere il primo
principio in quanto che i superni numi hanno revelato e gli uomini divini
dechiarato. Oltre che, non solo qualsivoglia legge e teologia, ma ancora tutte
riformate filosofie conchiudeno esser cosa da profano e turbulento spirto il
voler precipitarsi a dimandar raggione e voler definire circa quelle cose che
son sopra la sfera della nostra intelligenza.
25 \ TEOF.\
Bene. Ma non tanto son degni di riprensione costoro, quanto son degnissimi di
lode quelli che si forzano alla cognizione di questo principio e causa, per
apprendere la sua grandezza quanto fia possibile discorrendo con gli occhi di
regolati sentimenti circa questi magnifici astri e lampeggianti corpi, che son
tanti abitati mondi e grandi animali ed eccellentissimi numi, che sembrano e
sono innumerabili mondi non molto dissimili a questo che ne contiene; i quali,
essendo impossibile ch'abbiano l'essere da per sé, atteso che sono composti e
dissolubili (benché non per questo siano degni d'esserno disciolti, come è
stato ben detto nel Timeo, è necessario che conoscano principio e causa,
e consequentemente con la grandezza del suo essere, vivere ed oprare: monstrano
e predicano in uno spacio infinito, con voci innumerabili, la infinita
eccellenza e maestà del suo primo principio e causa. Lasciando dunque, come voi
dite, quella considerazione per quanto è superiore ad ogni senso e intelletto,
consideriamo del principio e causa per quanto, in vestigio, o è la natura
istessa o pur riluce ne l'ambito e grembo di quella. Voi dunque dimandatemi per
ordine, se volete ch'io per ordine vi risponda.
26 \ DIC.\
Cossì farò. Ma primamente, perché usate dir causa e principio, vorei saper se
questi son tolti da voi come nomi sinonimi?
27 \ TEOF.\
Non.
28 \ DIC.\
Or dunque, che differenza è tra l'uno e l'altro termino?
29 \ TEOF.\
Rispondo, che, quando diciamo Dio primo principio e prima causa, intendiamo una
medesma cosa con diverse raggioni; quando diciamo nella natura principii e
cause, diciamo diverse cose con sue diverse raggioni. Diciamo Dio primo
principio, in quanto tutte cose sono dopo lui, secondo certo ordine di priore e
posteriore, o secondo la natura, o secondo la durazione, o secondo la dignità.
Diciamo Dio prima causa, in quanto che le cose tutte son da lui distinte come lo
effetto da l'efficiente, la cosa prodotta dal producente. E queste due raggioni
son differenti, perché non ogni cosa, che è priore e più degna, è causa di
quello ch'è posteriore e men degno; e non ogni cosa che è causa, è priore e
più degna di quello che è causato, come è ben chiaro a chi ben discorre.
30 \ DIC.\
Or dite in proposito naturale, che differenza è tra causa e principio?
31 \ TEOF.\
Benché alle volte l'uno si usurpa per l'altro, nulladimeno, parlando
propriamente, non ogni cosa che è principio, è causa, perché il punto è
principio della linea, ma non è causa di quella; l'instante è principio
dell'operazione; il termine onde è principio del moto e non causa del moto; le
premisse son principio dell'argumentazione, non son causa di quella. Però
principio è più general termino che causa.
32 \ DIC.\
Dunque, strengendo questi doi termini a certe proprie significazioni, secondo la
consuetudine di quei che parlano più riformatamente, credo che vogliate che
principio sia quello che intrinsecamente concorre alla constituzione della cosa
e rimane nell'effetto, come dicono la materia e forma, che rimangono nel
composto, o pur gli elementi da' quali la cosa viene a comporsi e ne' quali va a
risolversi. Causa chiami quella che concorre alla produzione delle cose
esteriormente, ed ha l'essere fuor de la composizione, come è l'efficiente e il
fine, al qual è ordinata la cosa prodotta.
33 \ TEOF.\
Assai bene.
34 \ DIC.\
Or poi che siamo risoluti de la differenza di queste cose, prima desidero che
riportiate la vostra intenzione circa le cause, e poi circa gli principii. E
quanto alle cause, prima vorei saper della efficiente prima; della formale che
dite esser congionta all'efficiente; oltre, della finale, la quale se intende
motrice di questa.
35 \ TEOF.\
Assai mi piace il vostro ordine di proponere. Or, quanto alla causa effettrice,
dico l'efficiente fisico universale essere l'intelletto universale, che è la
prima e principal facultà de l'anima del mondo, la quale è forma universale di
quello.
36 \ DIC.\
Mi parete essere non tanto conforme all'opinione di Empedocle, quanto più
sicuro, più distinto e più esplicato; oltre, per quanto la soprascritta mi fa
vedere, più profondo. Però ne farete cosa grata di venire alla dechiarazion
del tutto per il minuto, cominciando dal dire che cosa sia questo intelletto
universale.
37 \ TEOF.\
L'intelletto universale è l'intima, più reale e propria facultà e parte
potenziale de l'anima del mondo. Questo è uno medesmo, che empie il tutto,
illumina l'universo e indrizza la natura a produre le sue specie come si
conviene; e cossì ha rispetto alla produzione di cose naturali, come il nostro
intelletto alla congrua produzione di specie razionali. Questo è chiamato da'
pitagorici motore ed esagitator de l'universo, come esplicò il Poeta, che
disse: totamque infusa per artus Mens agitat molem, et toto se corpore miscet.
38 Questo
è nomato da' platonici fabro del mondo. Questo fabro, dicono, procede dal mondo
superiore, il quale è a fatto uno, a questo mondo sensibile, che è diviso in
molti; ove non solamente la amicizia, ma anco la discordia, per la distanza de
le parti, vi regna. Questo intelletto, infondendo e porgendo qualche cosa del
suo nella materia, mantenendosi lui quieto e inmobile, produce il tutto. È
detto da' maghi fecondissimo de semi, o pur seminatore; perché lui è quello
che impregna la materia di tutte forme e, secondo la raggione e condizion di
quelle, la viene a figurare, formare, intessere con tanti ordini mirabili, li
quali non possono attribuirsi al caso, né ad altro principio che non sa
distinguere e ordinare. Orfeo lo chiama occhio del mondo, per ciò che il vede
entro e fuor tutte le cose naturali, a fine che tutto non solo intrinseca, ma
anco estrinsecamente venga a prodursi e mantenersi nella propria simmetria. Da
Empedocle è chiamato distintore, come quello che mai si stanca nell'esplicare
le forme confuse nel seno della materia e di suscitar la generazione de l'una
dalla corrozion de l'altra cosa. Plotino lo dice padre e progenitore, perché
questo distribuisce gli semi nel campo della natura, ed è il prossimo
dispensator de le forme. Da noi si chiama artefice interno, perché forma la
materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed esplica
il stipe; da dentro il stipe caccia i rami; da dentro i rami le formate brance;
da dentro queste ispiega le gemme; da dentro forma, figura, intesse, come di
nervi, le frondi, gli fiori, gli frutti; e da dentro, a certi tempi, richiama
gli suoi umori da le frondi e frutti alle brance, da le brance agli rami, dagli
rami al stipe, dal stipe alla radice. Similmente negli animali spiegando il suo
lavore dal seme prima, e dal centro del cuore a li membri esterni, e da quelli
al fine complicando verso il cuore l'esplicate facultadi, fa come già venesse a
ringlomerare le già distese fila. Or, se credemo non essere senza discorso e
intelletto prodotta quell'opra come morta, che noi sappiamo fengere con certo
ordine e imitazione ne la superficie della materia, quando, scorticando e
scalpellando un legno, facciamo apparir l'effige d'un cavallo; quanto credere
dobbiamo esser maggior quel intelletto artefice, che da l'intrinseco della
seminal materia risalda l'ossa, stende le cartilagini, incava le arterie,
inspira i pori, intesse le fibre, ramifica gli nervi, e con sì mirabile
magistero dispone il tutto? Quanto, dico, più grande artefice è questo, il
quale non è attaccato ad una sola parte de la materia, ma opra continuamente
tutto in tutto? Son tre sorte de intelletto; il divino che è tutto, questo
mundano che fa tutto, gli altri particolari che si fanno tutto; perché bisogna
che tra gli estremi se ritrove questo mezzo, il quale è vera causa efficiente,
non tanto estrinseca come anco intrinseca, de tutte cose naturali.
39 \ DIC.\
Vi vorei veder distinguere come lo intendete causa estrinseca e come intrinseca.
40 \ TEOF.\
Lo chiamo causa estrinseca, perché, come efficiente, non è parte de li
composti e cose produtte. È causa intrinseca, in quanto che non opra circa la
materia e fuor di quella, ma, come è stato poco fa detto. Onde è causa
estrinseca per l'esser suo distinto dalla sustanza ed essenza degli effetti, e
perché l'essere suo non è come di cose generabili e corrottibili, benché
verse circa quelle; è causa intrinseca quanto a l'atto della sua operazione.
41 \ DIC.\
Mi par ch'abbiate a bastanza parlato della causa efficiente. Or vorei intendere
che cosa è quella che volete sia la causa formale gionta all'efficiente: è
forse la raggione ideale? Perché ogni agente che opra secondo la regola
intellettuale, non procura effettuare se non secondo qualche intenzione; e
questa non è senza apprensione di qualche cosa; e questa non è altro che la
forma de la cosa che è da prodursi: e per tanto questo intelletto, che ha
facultà di produre tutte le specie e cacciarle con sì bella architettura dalla
potenza della materia a l'atto, bisogna che le preabbia tutte secondo certa
raggion formale, senza la quale l'agente non potrebe procedere alla sua
manifattura; come al statuario non è possibile d'essequir diverse statue senza
aver precogitate diverse forme prima.
42 \ TEOF.\
Eccellentemente la intendete, perché voglio che siano considerate due sorte di
forme: l'una, la quale è causa, non già efficiente, ma per la quale
l'efficiente effettua; l'altra è principio, la quale da l'efficiente è
suscitata da la materia.
43 \ DIC.\
Il scopo e la causa finale, la qual si propone l'efficiente, è la perfezion
dell'universo; la quale è che.in diverse parti della materia tutte le forme
abbiano attuale esistenza: nel qual fine tanto si deletta e si compiace
l'intelletto, che mai si stanca suscitando tutte sorte di forme da la materia,
come par che voglia ancora Empedocle.
44 \ TEOF.\
Assai bene. E giongo a questo che, sicome questo efficiente è universale
nell'universo ed è speciale e particulare nelle parti e membri di quello, cossì
la sua forma e il suo fine.
45 \ DIC.\
Or assai è detto delle cause; procediamo a raggionar de gli principii.
46 \ TEOF.\
Or, per venire a li principii constitutivi de le cose, prima raggionarò de la
forma per esser medesma in certo modo con la già detta causa efficiente; per
che l'intelletto che è una potenza de l'anima del mondo, è stato detto
efficiente prossimo di tutte cose naturali.
47 \ DIC.\
Ma come il medesmo soggetto può essere principio e causa di cose naturali? Come
può aver raggione di parte intrinseca, e non di parte estrinseca?
48 \ TEOF.\
Dico che questo non è inconveniente, considerando che l'anima è nel corpo come
nocchiero nella nave. Il qual nocchiero, in quanto vien mosso insieme con la
nave, è parte di quella; considerato in quanto che la governa e muove, non se
intende parte, ma come distinto efficiente. Cossì l'anima de l'universo, in
quanto che anima e informa, viene ad esser parte intrinseca e formale di quello;
ma, come che drizza e governa, non è parte, non ha raggione di principio, ma di
causa. Questo ne accorda l'istesso Aristotele; il qual, quantunque neghi l'anima
aver quella raggione verso il corpo, che ha il nocchiero alla nave, tuttavolta,
considerandola secondo quella potenza con la quale intende e sape, non ardisce
di nomarla atto e forma di corpo; ma, come uno efficiente, separato dalla
materia secondo l'essere, dice che quello è cosa che viene di fuora, secondo la
sua subsistenza, divisa dal composto.
49 \ DIC.\
Approvo quel che dite, perché, se l'essere separata dal corpo alla potenza
intellettiva de l'anima nostra conviene, e lo aver raggione di causa efficiente,
molto più si deve affirmare dell'anima del mondo; Perché dice Plotino,
scrivendo contra gli Gnostici, che "con maggior facilità l'anima del mondo
regge l'universo, che l'anima nostra il corpo nostro"; poscia è gran
differenza dal modo con cui quella e questa governa. Quella, non come alligata,
regge il mondo di tal sorte che la medesma non leghi ciò che prende; quella non
patisce da l'altre cose né con l'altre cose; quella senza impedimento s'inalza
alle cose superne; quella, donando la vita e perfezione al corpo, non riporta da
esso imperfezione alcuna; e però eternamente è congionta al medesmo soggetto.
Questa poi è manifesto che è di contraria condizione. Or se, secondo il vostro
principio, le perfezioni che sono nelle nature inferiori, più altamente denno
essere attribuite e conosciute nelle nature superiori, doviamo senza dubio
alcuno affirmare la distinzione che avete apportata. Questo non solo viene
affirmato ne l'anima del mondo, ma anco de ciascuna stella, essendo, come il
detto filosofo vole, che tutte hanno potenza di contemplare Idio, gli principii
di tutte le cose e la distribuzione degli ordini de l'universo; e vole che
questo non accade per modo di memoria, di discorso e considerazione, perché
ogni lor opra è opra eterna, e non è atto che gli possa esser nuovo, e però
niente fanno che non sia al tutto condecente, perfetto, con certo e prefisso
ordine, senza atto di cogitazione; come, per essempio di un perfetto scrittore e
citarista, mostra ancora Aristotele, quando, per questo che la natura non
discorre e ripensa, non vuole che si possa conchiudere che ella opra senza
intelletto e intenzion finale, perché li musici e scrittori esquisiti meno sono
attenti a quel che fanno, e non errano come gli più rozzi ed inerti, gli quali,
con più pensarvi e attendervi, fanno l'opra men perfetta e anco non senza
errore.
50 \ TEOF.\
La intendete. Or venemo al più particolare. Mi par che detraano alla divina
bontà e all'eccellenza di questo grande animale e simulacro del primo
principio, quelli che non vogliono intendere né affirmare il mondo con gli suoi
membri essere animato, come Dio avesse invidia alla sua imagine, come
l'architetto non amasse l'opra sua singulare; di cui dice Platone, che si
compiacque nell'opificio suo, per la sua similitudine che remirò in quello. E
certo che cosa può più bella di questo universo presentarsi agli occhi della
divinità? ed essendo che quello costa di sue parti, a quali di esse si deve più
attribuire che al principio formale? Lascio a meglio e più particolar discorso
mille raggioni naturali oltre questa topicale o logica.
51 \ DIC.\
Non mi curo che vi sforziate in ciò, atteso non è filosofo di qualche
riputazione, anco tra' peripatetici, che non voglia il mondo e le sue sfere
essere in qualche modo animate. Vorei ora intendere, con che modo volete da
questa forma venga ad insinuarsi alla materia de l'universo.
52 \ TEOF.\
Se gli gionge di maniera che la natura del corpo, la quale secondo sé non è
bella, per quanto è capace viene a farsi partecipe di bellezza, atteso che non
è bellezza se non consiste in qualche specie o forma, non è forma alcuna che
non sia prodotta da l'anima.
53 \ DIC.\
Mi par udir cosa molto nova: volete forse che non solo la forma de l'universo,
ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima?
54 \ TEOF.\
Sì.
55 \ DIC.\
Sono dunque tutte le cose animate?
56 \ TEOF.\
Sì.
57 \ DIC.\
Or chi vi accordarà questo?
58 \ TEOF.\
Or chi potrà riprovarlo con raggione?
59 \ DIC.\
È comune senso che non tutte le cose vivono.
60 \ TEOF.\
Il senso più comune non è il più vero.
61 \ DIC.\
Credo facilmente che questo si può difendere. Ma non bastarà a far una cosa
vera perché la si possa difendere, atteso che bisogna che si possa anco
provare.
62 \ TEOF.\
Questo non è difficile. Non son de' filosofi che dicono il mondo essere
animato?
63 \ DIC.\
Son certo molti, e quelli principalissimi.
64 \ TEOF.\
Or perché gli medesmi non diranno le parti tutte.del mondo essere animate?
65 \ DIC.\
Lo dicono certo, ma de le parti principali, e quelle che son vere parti del
mondo; atteso che non in minor raggione vogliono l'anima essere tutta in tutto
il mondo, e tutta in qualsivoglia parte di quello, che l'anima degli animali, a
noi sensibili, è tutta per tutto.
66 \ TEOF.\
Or quali pensate voi, che non siano parti del mondo vere?
67 \ DIC.\
Quelle che non son primi corpi, come dicono i peripatetici: la terra con le
acqui e altre parti, le quali, secondo il vostro dire, constituiscono l'animale
intiero: la luna, il sole, e altri corpi. Oltre questi principali animali, son
quei che non sono primere parti de l'universo, de quali altre dicono aver
l'anima vegetativa, altre la sensitiva, altre la intellettiva.
68 \ TEOF.\
Or, se l'anima per questo che è nel tutto, è anco ne le parti, perché non
volete che sia ne le parti de le parti?
69 \ DIC.\
Voglio, ma ne le parti de le parti de le cose animate.
70 \ TEOF.\
Or quali son queste cose, che non sono animate, o non son parte di cose animate?
71 \ DIC.\
Vi par che ne abbiamo poche avanti gli occhi? Tutte le cose che non hanno vita.
72 \ TEOF.\
E quali son le cose che non hanno vita, almeno principio vitale?
73 \ DIC.\
Per conchiuderla, volete voi che non sia cosa che non abbia anima, e che non
abbia principio vitale?
74 \ TEOF.\
Questo è quel ch'io voglio al fine.
75 \ POL.\
Dunque, un corpo morto ha anima? dunque, i miei calopodii, le mie pianella, le
mie botte, gli miei proni e il mio annulo e chiroteche serano animate? la mia
toga e il mio pallio sono animati?
76 \ GERV.\
Sì, messer sì, mastro Poliinnio, perché non? Credo bene che la tua toga e il
tuo mantello è bene animato, quando contiene un animal, come tu sei, dentro; le
botte e gli sproni sono animati, quando contengono gli piedi; il cappello è
animato, quando contiene il capo, il quale non è senza anima; e la stalla è
anco animata quando contiene il cavallo, la mula over la Signoria Vostra. Non la
intendete cossì, Teofilo? non vi par ch'io l'ho compresa meglio che il dominus
magister?
77 \ POL.\
Cuium pecus? come che non si trovano degli asini etiam atque etiam sottili?
hai ardir tu, apirocalo, abecedario, di volerti equiparare ad un archididascalo
e moderator di ludo minervale par mio?
78 \ GERV.\
Pax vobis, domine magister, servus servorum et scabellum pedum tuorum.
79 \ POL.\
Maledicat te Deus in secula seculorum.
80 \ DIC.\
Senza còlera: lasciatene determinar queste cose a noi.
81 \ POL.\
Prosequatur ergo sua dogmata Theophilus.
82 \ TEOF.\
Cossì farò. Dico dunque, che la tavola come tavola non è animata, né la
veste, né il cuoio come cuoio, né il vetro come vetro; ma, come cose naturali
e composte, hanno in sé la materia e la forma. Sia pur cosa quanto piccola e
minima si voglia, ha in sé parte di sustanza spirituale; la quale, se trova il
soggetto disposto, si stende ad esser pianta, ad esser animale, e riceve membri
di qualsivoglia corpo che comunmente se dice animato: perché spirto si trova in
tutte le cose, e non è minimo corpusculo che non contegna cotal porzione in sé
che non inanimi.
83 \ POL.\ Ergo, quidquid est, animal est.
84 \
TEOF.\ Non tutte le cose che hanno anima si chiamano animate.
85 \ DIC.\
Dunque, almeno, tutte le cose han vita?
86 \ TEOF.\
Concedo che tutte le cose hanno in sé anima, hanno vita, secondo la sustanza e
non secondo l'atto ed operazione conoscibile da' peripatetici tutti, e quelli
che la vita e anima definiscono secondo certe raggioni troppo grosse.
87 \ DIC.\
Voi mi scuoprite qualche modo verisimile con il quale si potrebe mantener
l'opinion d'Anaxagora; che voleva ogni cosa essere in ogni cosa, perché,
essendo il spirto o anima o forma universale in tutte le cose, da tutto si può
produr tutto.
88 \ TEOF.\
Non dico verisimile, ma vero; perché quel spirto si trova in tutte le cose, le
quali, se non sono animali, sono animate; se non sono secondo l'atto sensibili
d'animalità e vita, son però secondo il principio e certo atto primo
d'animalità e vita. E non dico di vantaggio, perché voglio supersedere circa
la proprietà di molti lapilli e gemme; le quali, rotte e recise e poste in
pezzi disordinati, hanno certe virtù di alterar il spirto ed ingenerar novi
affetti e passioni ne l'anima, non solo nel corpo. E sappiamo noi che tali
effetti non procedeno, né possono provenire da qualità puramente materiale, ma
necessariamente si riferiscono a principio simbolico vitale e animale; oltre che
il medesmo veggiamo sensibilmente ne' sterpi e radici smorte, che, purgando e
congregando gli umori, alterando gli spirti, mostrano necessariamente effetti di
vita. Lascio che non senza caggione li necromantici sperano effettuar molte cose
per le ossa de' morti; e credeno che quelle ritegnano, se non quel medesmo, un
tale però e quale atto di vita, che gli viene a proposito a effetti
estraordinarii. Altre occasioni mi faranno più a lungo discorrere circa la
mente, il spirto, l'anima, la vita che penetra tutto, è in tutto e move tutta
la materia; empie il gremio di quella, e la sopravanza più tosto che da quella
è sopravanzata, atteso che la sustanza spirituale dalla materiale non può
essere superata, ma più tosto la viene a contenere.
89 \ DIC.\
Questo mi par conforme non solo al senso di Pitagora, la cui sentenza recita il
Poeta, quando dice:
Principio caelum ac terras camposque liquentes,
Lucentemque globum lunae Titaniaque astra
Spiritus intus alit, totamque infusa per artus
Mens agitat molem, totoque se corpore miscet;
ma ancora al senso del teologo, che dice: "il spirito colma ed empie la
terra, e quello che contiene il tutto". E un altro, parlando forse del
commercio della forma con la materia e la potenza, dice che è sopravanzata da
l'atto e da.la forma.
90 \ TEOF.\
Se dunque il spirto, la anima, la vita si ritrova in tutte le cose e, secondo
certi gradi, empie tutta la materia; viene certamente ad essere il vero atto e
la vera forma de tutte le cose. L'anima, dunque, del mondo è il principio
formale constitutivo de l'universo e di ciò che in quello si contiene. Dico
che, se la vita si trova in tutte le cose, l'anima viene ad esser forma di tutte
le cose: quella per tutto è presidente alla materia e signoreggia nelli
composti, effettua la composizione e consistenzia de le parti. E però la
persistenza non meno par che si convegna a cotal forma, che a la materia. Questa
intendo essere una di tutte le cose; la qual però, secondo la diversità delle
disposizioni della materia e secondo la facultà de' principii materiali attivi
e passivi, viene a produr diverse figurazioni, ed effettuar diverse facultadi,
alle volte mostrando effetto di vita senza senso, talvolta effetto di vita e
senso senza intelletto, talvolta par ch'abbia tutte le facultadi suppresse e
reprimute o dalla imbecillità o da altra raggione de la materia. Cossì,
mutando questa forma sedie e vicissitudine, è impossibile che se annulle, perché
non è meno subsistente la sustanza spirituale che la materiale. Dunque le formi
esteriori sole si cangiano e si annullano ancora, perché non sono cose ma de le
cose, non sono sustanze, ma de le sustanze sono accidenti e circostanze.
91 \ POL.\
Non entia sed entium.
92 \ DIC.\
Certo, se de le sustanze s'annullasse qualche cosa, verrebe ad evacuarse il
mondo.
93 \ TEOF.\
Dunque abbiamo un principio intrinseco formale, eterno e subsistente,
incomparabilmente megliore di quello ch'han finto gli sofisti che versano circa
gli accidenti, ignoranti della sustanza de le cose, e che vengono a ponere le
sustanze corrottibili, perché quello chiamano massimamente, primamente e
principalmente sustanza, che resulta da la composizione; il che non è altro
ch'uno accidente, che non contiene in sé nulla stabilità e verità, e se
risolve in nulla. Dicono quello esser veramente omo che resulta dalla
composizione; quello essere veramente anima che è o perfezione ed atto di corpo
vivente, o pur cosa che resulta da certa simmetria di complessione e membri.
Onde non è maraviglia se fanno tanto e prendeno tanto spavento per la morte e
dissoluzione, come quelli a' quali è imminente la iattura de l'essere. Contra
la qual pazzia crida ad alte voci la natura, assicurandoci che non gli corpi né
l'anima deve temer la morte, perché tanto la materia quanto la forma sono
principii constantissimi:
O genus attonitum gelidae formidine mortis,
Quid Styga, quid tenebras et nomina vana timetis
Materiam vatum falsique pericula mundi?
Corpora sive rogus flamma seu tabe vetustas
Abstulerit, mala posse pati non ulla putetis:
Morte carent animae domibus habitantque receptae.
Omnia mutantur, nihil interit.
94 \ DIC.\
Conforme a questo mi par che dica il sapientissimo.stimato tra gli Ebrei
Salomone: Quid est quod est? Ipsum quod fuit. Quid
est quod fuit? Ipsum quod est. Nihil sub sole novum. - Sì che questa forma, che voi ponete, non è inesistente e
aderente a la materia secondo l'essere, non depende dal corpo e da la materia a
fine che subsista?
95 \ TEOF.\
Cossì è. E oltre ancora non determino se tutta la forma è accompagnata da la
materia, cossì come già sicuramente dico de la materia non esser parte che a
fatto sia destituita da quella, eccetto compresa logicamente, come da
Aristotele, il quale mai si stanca di dividere con la raggione quello che è
indiviso secondo la natura e verità.
96 \ DIC.\
Non volete che sia altra forma che questa eterna compagna de la materia?
97 \ TEOF.\
E più naturale ancora, che è la forma materiale, della quale raggionaremo
appresso. Per ora notate questa distinzione de la forma, che è una sorte di
forma prima, la quale informa, si estende e depende; e questa, perché informa
il tutto, è in tutto; e perché la si stende, comunica la perfezione del tutto
alle parti; e perché la dipende e non ha operazione da per sé, viene a
communicar la operazion del tutto alle parti; similmente il nome e l'essere.
Tale è la forma materiale, come quella del fuoco; perché ogni parte del fuoco
scalda, si chiama fuoco, ed è fuoco. Secondo, è un'altra sorte di forma, la
quale informa e depende, ma non si stende; e tale, perché fa perfetto e attua
il tutto, è nel tutto e in ogni parte di quello; perché non si stende, avviene
che l'atto del tutto non attribuisca a le parti; perché depende, l'operazione
del tutto comunica a le parti. E tale è l'anima vegetativa e sensitiva, perché
nulla parte de l'animale è animale, e nulladimeno ciascuna parte vive e sente.
Terzo, è un'altra sorte di forma, la quale attua e fa perfetto il tutto, ma non
si stende, né depende quanto a l'operazione. Questa perché attua e fa
perfetto, è nel tutto, e in tutto e in ogni parte; perché la non si stende, la
perfezione del tutto non attribuisce a le parti; perché non depende, non
comunica l'operazione. Tale è l'anima per quanto può esercitar la potenza
intellettiva, e si chiama intellettiva; la quale non fa parte alcuna de l'uomo
che si possa nomar uomo, né sia uomo, né si possa dir che intenda. Di queste
tre specie la prima è materiale, che non si può intendere, né può essere
senza materia; l'altre due specie (le quali in fine concorreno a uno, secondo la
sustanza ed essere, e si distingueno secondo il modo che sopra abbiamo detto)
denominiamo quel principio formale, il quale è distinto dal principio
materiale.
98 \ DIC.\
Intendo.
99 \ TEOF.\
Oltre di questo voglio che si avertisca che, benché, parlando secondo il modo
comune, diciamo che sono cinque gradi de le forme: cioè di elemento, misto,
vegetale, sensitivo e intellettivo; non lo intendiamo però secondo l'intenzion
volgare; perché questa distinzione vale secondo l'operazioni che appaiono e
procedono dagli suggetti, non secondo quella raggione de l'essere primario e
fondamentale di quella forma e vita spirituale, la quale medesma empie tutto, e
non secondo il medesmo modo.
100 \ DIC.\
Intendo. Tanto che questa forma, che voi ponete per principio, è forma
subsistente, constituisce specie perfetta, è in proprio geno, e non è parte di
specie, come quella peripatetica.
101 \ TEOF.\
Cossì è.
102 \ DIC.\
La distinzione de le forme nella materia non è secondo le accidentali
disposizioni che dependeno da la forma materiale.
103 \ TEOF.\
Vero.
104 \ DIC.\
Onde anco questa forma separata non viene essere moltiplicata secondo il numero,
perché ogni multiplicazione numerale depende da la materia.
105 \ TEOF.\
Sì.
106 \ DIC.\
Oltre, in sé invariabile, variabile poi per li soggetti e diversità di
materie. E cotal forma, benché nel soggetto faccia differir la parte dal tutto,
ella però non differisce nella parte e nel tutto; benché altra raggione li
convegna come subsistente da per sé, altra in quanto che è atto e perfezione
di qualche soggetto, ed altra poi a riguardo d'un soggetto con disposizioni d'un
modo, altra con quelle d'un altro.
107 \ TEOF.\
Cossì a punto.
108 \ DIC.\
Questa forma non la intendete accidentale, né simile alla accidentale, né come
mista alla materia, né come inerente a quella, ma inesistente, associata,
assistente.
109 \ TEOF.\
Cossì dico.
110 \ DIC.\
Oltre, questa forma è definita e determinata per la materia; perché, avendo in
sé facilità di constituir particolari di specie innumerabili, viene a
contraersi, a constituir uno individuo; e da l'altro canto, la potenza della
materia indeterminata, la quale può ricevere qualsivoglia forma, viene a
terminarsi ad una specie: tanto che l'una è causa della definizione e
determinazion de l'altra.
111 \ TEOF.\
Molto bene.
112 \ DIC.\
Dunque, in certo modo approvate il senso di Anaxagora, che chiama le forme
particolari di natura latitanti; alquanto quel di Platone, che le deduce da le
idee; alquanto quel di Empedocle, che le fa provenire da la intelligenza; in
certo modo quel di Aristotele, che le fa come uscire da la potenza de la
materia? .
113 \ TEOF.\
Sì, perché, come abbiamo detto che dove è la forma, è in certo modo tutto,
dove è l'anima, il spirto, la vita, è tutto, il formatore è l'intelletto per
le specie ideali; le forme, se non le suscita da la materia, non le va però
mendicando da fuor di quella; perché questo spirto empie il tutto.
114 \ POL.\
Velim scire quomodo forma est anima mundi ubique tota, se la è
individua. Bisogna dunque che la sia molto grande, anzi de infinita dimensione,
se dici il mondo essere infinito.
115 \ GERV.\
È ben raggione che sia grande. Come anco del Nostro Signore disse un
predicatore a Grandazzo in Sicilia; dove, in segno che quello è presente in
tutto il mondo, ordinò un crucifisso tanto grande, quanta era la chiesa, a
similitudine de Dio padre, il quale ha il cielo empireo per baldacchino, il ciel
stellato per seditoio, ed ha le gambe tanto lunghe, che giungono sino a terra,
che gli serve per scabello. A cui venne a dimandar un certo paesano, dicendogli:
- Padre mio reverendo, or quante olne di drappo bisognaranno per fargli le
calze? - E un altro disse che non bastarebono tutti i ceci, faggiuoli e fave di
Melazzo e Nicosia per empirgli la pancia. - Vedete dunque che questa anima del
mondo non sia fatta a questa foggia anch'ella.
116 \ TEOF.\
Io non saprei rispondere al tuo dubio, Gervasio, ma bene a quello di mastro
Poliinnio. Pure dirò con una similitudine, per satisfar alla dimanda di ambidoi,
perché voglio che voi ancora riportiate qualche frutto di nostri raggionamenti
e discorsi. Dovete dunque saper brevemente che l'anima del mondo e la divinità
non sono tutti presenti per tutto e per ogni parte, in modo con cui qualche cosa
materiale possa esservi, perché questo è impossibile a qualsivoglia corpo e
qualsivoglia spirto; ma con un modo, il quale non è facile a displicarvelo
altrimente se non con questo. Dovete avvertire che, se l'anima del mondo e forma
universale se dicono essere per tutto, non s'intende corporalmente e
dimensionalmente, perché tali non sono, e cossì non possono essere in parte
alcuna; ma sono tutti per tutto spiritualmente. Come, per esempio, anco rozzo,
potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta in tutta una stanza e in ogni
parte di quella, perché da per tutto se intende tutta; come queste paroli ch'io
dico, sono intese tutte da tutti, anco se fussero mille presenti; e la mia voce,
si potesse giongere a tutto il mondo, sarebe tutta per tutto. Dico dunque a voi,
mastro Poliinnio, che l'anima non è individua, come il punto; ma, in certo
modo, come la voce. E rispondo a te, Gervasio, che la divinità non è per
tutto, come il Dio di Grandazzo è in tutta la sua cappella; perché quello,
benché sia in tutta la chiesa, non è però tutto in tutta, ma ha il capo in
una parte, li piedi in un'altra, le braccia e il busto in altre ed altre parti.
Ma quella è tutta in qualsivoglia parte, come la mia voce è udita tutta da
tutte le parti di questa sala.
117 \ POL.\
Percepi optime.
118 \ GERV.\
Io l'ho pur capita la vostra voce.
119 \ DIC.\
Credo ben de la voce; ma del proposito penso che vi è entrato per un'orecchia e
uscito per l'altra.
120 \ GERV.\
Io penso che non v'è né anco entrato, perché è tardi, e l'orloggio che tegno
dentro il stomaco, ha toccata l'ora di cena.
121 \ POL.\
Hoc est, idest, ave il cervello in patinis.
122 \ DIC.\
Basta dunque. Domani conveneremo per raggionar forse circa il principio
materiale.
123 \ TEOF.\
O vi aspettarò o mi aspettarete qua.
124 Fine
del secondo dialogo.
Dialogo 3
1 \ GERV.\ È pur gionta l'ora, e costoro non son venuti. Poi che non
ho altro pensiero che mi tire, voglio prender spasso di udir raggionar costoro,
da' quali oltre che posso imparar qualche tratto di scacco di filosofia, ho pur
un bel passatempo circa que' grilli che ballano in quel cervello eteroclito di
Poliinnio pedante. Il quale, mentre dice che vuol giudicar chi dice bene, chi
discorre meglio, chi fa delle incongruità ed errori in filosofia, quando poi è
tempo de dir la sua parte, e non sapendo che porgere, viene a sfilzarti da
dentro il manico della sua ventosa pedantaria una insalatina di proverbiuzzi, di
frase per latino o greco, che non fanno mai a proposito di quel ch'altri dicono:
onde, senza troppa difficultà, non è cieco che non possa vedere quanto lui sia
pazzo per lettera, mentre degli altri son savii per volgare. Or eccolo in fede
mia, come sen viene che par che nel movere di passi ancora sappia caminar per
lettera. Ben venga il dominus magister.
2 \ POL.\
Quel magister non mi cale: poscia che in questa devia ed enorme etade,
viene attribuito non più ai miei pari che ad qualsivoglia barbitonsore, cerdone
e castrator di porci, però ne vien consultato: nolite vocari Rabi.
3 \ GERV.\
Come dunque volete ch'io vi dica? Piacevi il reverendissimo?
4 \ POL.\ Illud est presbiterale et clericum.
5 \
GERV.\ Vi vien voglia de l'illustrissimo?
6 \ POL.\ Cedant
arma togae: questo è da equestri eziandio, come da purpurati.
7 \ GERV.\
La maestà cesarea, anh?
8 \ POL.\ Quae
Caesaris Caesari.
9 \ GERV.\
Prendetevi dunque il domine, deh! , toglietevi il gravitonante, il divum
pater!... - Venemo a noi; perché siete tutti cossì tardi?
10 \ POL.\
Cossì credo che gli altri sono impliciti in qualche altro affare, come io, per
non tralasciar questo giorno senza linea, sono versato circa la contemplazion
del tipo del globo detto volgarmente il mappamondo.
11 \ GERV.\
Che avete a far col mappamondo?
12 \ POL.\
Contemplo le parti de la terra, climi, provinze e regioni; de quali tutte ho
trascorse con l'ideal raggione, molte cogli passi ancora.
13 \ GERV.\
Vorei che discorressi alquanto dentro di te medesmo; perché questo mi par che
più te importi, e di questo credo che manco ti curi.
14 \ POL.\
Absit verbo invidia; perché con questo molto più efficacemente vengo a
conoscere me medesmo.
15 \ GERV.\
E come mel persuaderai?
16 \ POL.\
Per quel che dalla contemplazione del megacosmo facilmente, necessaria
deductione facta a simili, si può pervenire alla cognizione del microcosmo,
di cui le particole alle parti di quello corrispondeno.
17 \ GERV.\
Sì che trovaremo dentro voi la Luna, il Mercurio e altri astri? la Francia, la
Spagna, l'Italia, l'Inghilterra, il Calicutto e altri paesi?
18 \ POL.\
Quidni? per quamdam analogiam.
19 \ GERV.\
Per quamdam analogiam io credo che siate un gran monarca; ma, se fuste
una donna, vi dimandarei se vi è per alloggiare un putello, o di porvi in
conserva una di quelle piante che disse Diogene.
20 \ POL.\
Ah, ah, quodanmodo facete. Ma questa petizione non quadra ad un savio ed
erudito.
21 \ GERV.\
S'io fusse erudito, e mi istimasse savio, non verrei qua ad imparar insieme con
voi.
22 \ POL.\
Voi sì, ma io non vegno per imparare, perché nunc meum est docere; mea
quoque interest eos qui docere volunt iudicare; però vegno per altro fine
che per quel che dovete voi venire, a cui conviene l'essere tirone, isagogico e
discepolo.
23 \ GERV.\
Per qual fine?
24 \ POL.\
Per giudicare dico.
25 \ GERV.\
Invero, a' pari vostri più che ad altri sta bene di far giudicio de le scienze
e dottrine; perché voi siete que' soli a' quali la liberalità de le stelle e
la munificenza del fato ha conceduto il poter trarre il succhio da le paroli.
26 \ POL.\
E consequentemente dai sensi ancora i quali sono congionti alle paroli.
27 \ GERV.\
Come al corpo l'anima.
28 \ POL.\
Le qual paroli, essendo ben comprese, fanno ben considerar ancor il senso: però
dalla cognizion de le lingue (nelle quali io, più che altro che sia in questa
città, sono exercitato e non mi stimo men dotto di qualunque sia che tegna ludo
di Minerva aperto) procede la cognizione di scienza qualsivoglia.
29 \ GERV.\
Dunque, tutti que' che intendeno la lingua italiana, comprenderanno la filosofia
del Nolano?
30 \ POL.\
Sì, ma vi bisogna anco qualch'altra prattica e giudizio.
31 \ GERV.\
Alcun tempo io pensava che questa prattica fusse il principale; perché un che
non sa greco, può intender tutto il senso d'Aristotele e conoscere molti errori
in quello, come apertamente si vede che questa idolatria, che versava circa
l'autorità di quel filosofo (quanto a le cose naturali principalmente), è a
fatto abolita appresso tutti che comprendeno i sensi che apporta questa altra
setta; ed uno che non sa né di greco, né di arabico, e forse né di latino,
come il Paracelso, può aver meglio conosciuta la natura di medicamenti e
medicina che Galeno, Avicenna e tutti che si fanno udir con la lingua romana. Le
filosofie e leggi non vanno in perdizione per penuria d'interpreti di paroli, ma
di que' che profondano ne' sentimenti.
32 \ POL.\
Cossì dunque vieni a computar un par mio nel numero della stolta moltitudine?
33 \ GERV.\
Non vogliano gli Dei, perché so che con la cognizione e studio de le lingue (il
che è una cosa rara e singulare) non sol voi, ma tutti vostri pari sete
valorosissimi circa il far giudicio delle dottrine, dopo aver crivellati i
sentimenti di color che ne si fanno in.campo.
34 \ POL.\
Perché voi dite il verissimo, facilmente posso persuadermi che non lo dite
senza raggione: per tanto, come non vi è difficile, non vi fia grave di
apportarla.
35 \ GERV.\
Dirò (referendomi pur sempre alla censura de la prudenza e letteratura vostra)
è proverbio comune che quei che son fuor del gioco, ne intendeno più che quei
che vi son dentro; come que' che sono nel spettacolo, possono meglio giudicar de
li atti, che quelli personaggi che sono in scena; e della musica può far
meglior saggio un che non è de la capella o del conserto; similmente appare nel
gioco de le carte, scacchi, scrima ed altri simili. Cossì voi altri signor
pedanti, per esser esclusi e fuor d'ogni atto di scienza e filosofia, e per non
aver, e giamai aver avuto participazione con Aristotele, Platone e altri simili,
possete meglio giudicarli e condannar con la vostra sufficienza grammatticale e
presunzion del vostro naturale, che il Nolano che si ritrova nel medesmo teatro,
nella medesma familiarità e domestichezza, tanto che facilmente le combatte
dopo aver conosciuti i loro interiori e più profondi sentimenti. Voi dico per
esser extra ogni profession di galantuomini e pelegrini ingegni, meglio le
possete giudicare.
36 \ POL.\
Io non saprei cossì di repente rispondere a questo impudentissimo. Vox
faucibus haesit.
37 \
GERV.\ Però i pari vostri sono sì presuntuosi, come non son gli altri che vi
hanno il piè dentro; e pertanto io vi assicuro, che degnamente vi usurpate
l'ufficio di approvar questo, riprovar quello, glosar quell'altro, far qua una
concordia e collazione, là una appendice.
38 \ POL.\
Questo ignorantissimo, da quel che io son perito nelle buone lettere umane, vuol
inferir che sono ignorante in filosofia.
39 \ GERV.\
Dottissimo, messer Poliimnio; io vo' dire che, se voi aveste tutte le lingue,
che son (come dicono i nostri predicatori) settantadue....,
40 \ POL.\
- cum dimidia.
41 \ GERV.\
- per questo non solamente non siegue che siate atto a far giudizio di filosofi,
ma oltre non potreste togliere di essere il più gran goffo animale che viva in
viso umano: e anco non è che impedisca che uno ch'abbia a pena una de le
lingue, ancor bastarda, sia il più sapiente e dotto di tutto il mondo. Or
considerate quel profitto ch'han fatto doi cotali, de' quali è un francese
arcipedante, c'ha fatte le Scole sopra le arte liberali e l'Animadversioni
contra Aristotele; e un altro sterco di pedanti, italiano, che ha imbrattati
tanti quinterni con le sue Discussioni peripatetiche. Facilmente ognun
vede ch'il primo molto eloquentemente mostra esser poco savio; il secondo,
semplicemente parlando, mostra aver molto del bestiale e asino. Del primo
possiamo pur dire che intese Aristotele; ma che l'intese male; e se l'avesse
inteso bene, arebbe forse avuto ingegno di far onorata guerra contra lui, come
ha fatto il giudiciosissimo Telesio consentino. Del secondo non possiamo dir che
l'abbia inteso né male né bene; ma che l'abbia letto e riletto, cucito,
scucito e conferito con mill'altri greci autori, amici e nemici di quello; e al
fine fatta una grandissima fatica, non solo senza profitto alcuno, ma etiam con
un grandissimo sprofitto, di sorte che chi vuol vedere in quanta pazzia e
presuntuosa vanità può precipitar e profondare un abito pedantesco, veda quel
sol libro, prima che se ne perda la somenza. Ma ecco presenti il Teofilo col
Dicsono.
42 \ POL.\
Adeste felices, domini: la presenzia vostra è causa che la mia
excandescenzia non venga ad exaggerar fulminee sentenze contra i vani propositi
c'ha tenuti questo garrulo frugiperda.
43 \ GERV.\
Ed a me tolta materia di giocarmi circa la maestà di questo reverendissimo
gufo.
44 \ DIC.\
Ogni cosa va bene se non v'adirate.
45 \ GERV.\
Io, quel che dico, lo dico con gioco, perché amo il signor maestro.
46 \ POL.\
Ego quoque quod irascor, non serio irascor, quia Gervasium non odi.
47 \ DIC.\
Bene: dunque, lasciatemi discorrer con Teofilo.
48 \ TEOF.\
Democrito dunque e gli epicurei, i quali, quel che non è corpo, dicono esser
nulla, per conseguenza vogliono la materia sola essere la sustanza de le cose;
ed anco quella essere la natura divina, come disse un certo arabo, chiamato
Avicebron, come mostra in un libro intitolato Fonte di vita. Questi
medesmi, insieme con cirenaici, cinici e stoici, vogliono le forme non essere
altro che certe accidentali disposizioni de la materia. E io molto tempo son
stato assai aderente a questo parere, solo per questo che ha fondamenti più
corrispondenti alla natura che quei di Aristotele; ma, dopo aver più
maturamente considerato, avendo risguardo a più cose, troviamo che è
necessario conoscere nella natura doi geni di sustanza, l'uno che è forma e
l'altro che è materia; perché è necessario che sia un atto sustanzialissimo,
nel quale è la potenza attiva di tutto, ed ancora una potenza e un soggetto nel
quale non sia minor potenza passiva di tutto: in quello è potestà di fare, in
questo è potestà di esser fatto.
49 \ DIC.\
È cosa manifesta ad ognuno che ben misura, che non è possibile che quello
sempre possa far il tutto senza che sempre sia chi può esser fatto il tutto.
Come l'anima del mondo (dico ogni forma), la quale è individua, può essere
figuratrice, senza il soggetto delle dimensioni o quantità, che è la materia?
E la materia come può essere figurata? Forse da se stessa? Appare che potremo
dire, che la materia vien figurata da se stessa, se noi vogliamo considerar
l'universo corpo formato esser materia, chiamarlo materia; come un animale, con
tutte le sue facultà, chiamaremo materia, distinguendolo, non da la forma, ma
dal solo efficiente.
50 \ TEOF.\
Nessuno vi può impedire che non vi serviate del nome di materia secondo il
vostro modo, come a molte sette ha medesmamente raggione di molte
significazioni. Ma questo modo di considerar che voi dite, so che no' potrà
star bene se non a un mecanico o medico che sta su la prattica, come a colui che
divide l'universo corpo in mercurio, sale e solfro; il che dire non tanto viene
a mostrar un divino ingegno di medico quanto potrebe mostrare un stoltissimo che
volesse chiamarsi filosofo; il cui fine non è de venir solo a quella distinzion
di principii, che fisicamente si fa per la separazione che procede dalla virtù
del fuoco, ma anco a quella distinzion de principii, alla quale non arriva
efficiente alcuno materiale, perché l'anima, inseparabile dal solfro, dal
mercurio e dal sale, è principio formale; quale non è soggetto a qualità
materiali, ma è al tutto signor della materia, non è tocco dall'opra di
chimici la cui divisione si termina alle tre dette cose, e che conoscono
un'altra specie d'anima che questa del mondo, e che noi doviamo diffinire.
51 \ DIC.\
Dite eccellentemente; e questa considerazione molto mi contenta, perché veggio
alcuni tanto poco accorti che non distingueno le cause della natura
assolutamente, secondo tutto l'ambito de lor essere, che son considerate da'
filosofi, e de quelle prese in un modo limitato e appropriato; perché il primo
modo è soverchio e vano a' medici, in quanto che son medici, il secondo è
mozzo e diminuto a' filosofi, in quanto che son filosofi.
52 \ TEOF.\
Avete toccato quel punto nel quale è lodato Paracelso, ch'ha trattata la
filosofia medicinale, e biasimato Galeno in quanto ha apportata la medicina
filosofale, per far una mistura fastidiosa e una tela tanto imbrogliata, che al
fine renda un poco exquisito medico e molto confuso filosofo. Ma questo sia
detto con qualche rispetto; perché non ho avuto ocio per esaminare tutte le
parti di quell'uomo.
53 \ GERV.\
Di grazia, Teofilo, prima fatemi questo piacere a me, che non sono tanto
prattico in filosofia: dechiaratemi che cosa intendete per questo nome materia,
e che cosa è quello che è materia nelle cose naturali.
54 \ TEOF.\
Tutti quelli che vogliono distinguere la materia e considerarla da per sé,
senza la forma, ricorreno alla similitudine de l'arte. Cossì fanno i
pitagorici, cossì i platonici, cossì i peripatetici. Vedete una specie di
arte, come del lignaiolo, la quale per tutte le sue forme e tutti suoi lavori ha
per soggetto il legno; come il ferraio il ferro, il sarto il panno. Tutte queste
arti in una propria materia fanno diversi ritratti, ordini e figure, de le quali
nessuna è propria e naturale a quella. Cossì la natura, a cui è simile
l'arte, bisogna che de le sue operazioni abbia una materia; perché non è
possibile che sia agente alcuno che, se vuol far qualche cosa, non abbia di che
farla; o se vuol oprare, non abia che oprare. È dunque una specie di soggetto,
del qual, col quale e nel quale la natura effettua la sua operazione, il suo
lavoro; e il quale è da lei formato di tante forme che ne presentano a gli
occhi della considerazione tanta varietà di specie. E sì come il legno da sé
non ha nessuna forma artificiale, ma tutte può avere per operazione del
legnaiolo; cossì la materia, di cui parliamo, da per sé e in sua natura non ha
forma alcuna naturale, ma tutte le può aver per operazione dell'agente attivo
principio di natura. Questa materia naturale non è cossì sensibile come la
materia artificiale, perché la materia della natura non ha forma alcuna
assolutamente; ma la materia dell'arte è una cosa formata già della natura,
poscia che l'arte non può oprare se non nella superficie delle cose formate da
la natura come legno, ferro, pietra, lana e cose simili; ma la natura opra dal
centro, per dir cossì, del suo soggetto o materia, che è al tutto informe. Però
molti sono i soggetti de le arti, ed uno è il soggetto della natura; perché
quelli, per essere diversamente formati dalla natura, sono differenti e varii;
questo, per non essere alcunamente formato, è al tutto indifferente, atteso che
ogni differenza e diversità procede da la forma.
55 \ GERV.\
Tanto che le cose formate della natura sono materia de l'arte, e una cosa
informe sola è materia della natura?
56 \ TEOF.\
Cossì è.
57 \ GERV.\
È possibile che sì come vedemo e conoscemo chiaramente gli soggetti de le
arti, possiamo similmente conoscere il soggetto de la natura?
58 \ TEOF.\
Assai bene, ma con diversi principii di cognizione; perché sì come non col
medesmo senso conoscemo gli colori e gli suoni, cossì non con il medesmo occhio
veggiamo il soggetto de le arti e il soggetto della natura.
59 \ GERV.\
Volete dire, che noi con gli occhi sensitivi veggiamo quello, e con l'occhio
della raggione questo.
60 \ TEOF.\
Bene.
61 \ GERV.\
Or piacciavi formar questa raggione.
62 \ TEOF.\
Volentieri. Quella relazione e riguardo che ha la forma de l'arte alla sua
materia, medesma (secondo la debita proporzione) ha la forma della natura alla
sua materia. Sì come dunque ne l'arte, variandosi in infinito (se possibil
fosse) le forme, è sempre una materia medesima che persevera sotto quelle;
come, appresso, la forma de l'arbore è una forma di tronco, poi di trave, poi
di tavola, poi di scanno, poi di scabello, poi di cascia, poi di pettine e cossì
va discorrendo, tuttavolta l'esser legno sempre persevera; non altrimente nella
natura, variandosi in infinito e succedendo l'una a l'altra le forme, è sempre
una materia medesma.
63 \ GERV.\
Come si può saldar questa similitudine?
64 \ TEOF.\
Non vedete voi che quello che era seme si fa erba, e da quello che era erba si
fa spica, da che era spica si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo
seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavero, da questo terra,
da questa pietra o altra cosa, e cossì oltre, per venire a tutte forme
naturali?
65 \ GERV.\
Facilmente il veggio.
66 \ TEOF.\
Bisogna dunque che sia una medesima cosa che da sé non è pietra, non terra,
non cadavero, non uomo, non embrione, non sangue o altro; ma che, dopo che era
sangue, si fa embrione, ricevendo l'essere embrione; dopo che era embrione,
riceva l'essere uomo, facendosi omo; come quella formata dalla natura, che è
soggetto de la arte, da quel che era arbore, è tavola, e riceve esser tavola;
da quel che era tavola, riceve l'esser porta, ed è porta.
67 \ GERV.\
Or l'ho capito molto bene. Ma questo soggetto della natura mi par che non possa
esser corpo, né di certa qualità; perché questo, che va strafugendo or sotto
una forma ed essere naturale, or sotto un'altra forma ed essere, non si dimostra
corporalmente, come il legno o pietra, che sempre si fan veder quel che sono
materialmente, o soggettivamente pongansi pure sotto qual forma si voglia.
68 \ TEOF.\
Voi dite bene.
69 \ GERV.\
Or che farò quando mi avverrà di conferir questo pensiero con qualche
pertinace, il quale non voglia credere che sia cossì una sola materia sotto
tutte le formazioni della natura, come è una sotto tutte le formazioni di
ciascuna arte? Perché questa che si vede con gli occhi, non si può negare;
quella che si vede con la raggione sola, si può negare.
70 \ TEOF.\
Mandatelo via, o non gli rispondete.
71 \ GERV.\
Ma se lui sarà importuno in dimandarne evidenza, e sarà qualche persona di
rispetto, il quale non si possa più tosto mandar via che mandarmi via, e che
abbia per ingiuria ch'io non li risponda?
72 \ TEOF.\
Che farai, se un cieco semideo, degno di qualsivoglia onor e rispetto, sarà
protervo, importuno e pertinace a voler aver cognizione e dimandar evidenza di
colori, di' pure, de le figure esteriori di cose naturali, come è dire: quale
è la forma de l'arbore? quale è la forma de monti? di stella? oltre, quale è
la forma de la statua, de la veste? e cossì di altre cose arteficiali, le quali
a quei che vedeno son tanto manifeste?
73 \ GERV.\
Io li risponderei che, se lui avesse occhi, non ne dimandarebe evidenza, ma le
potrebe veder da per lui; ma, essendo cieco, è anco impossibile che altri gli
le dimostri.
74 \ TEOF.\
Similmente potrai dire a costoro, che, se avessero intelletto, non ne
dimanderebono altra evidenza; ma la potrebono veder da per essi.
75 \ GERV.\
Di questa risposta quelli si vergognarebono, e altri la stimarebono troppa
cinica.
76 \ TEOF.\
Dunque, li direte più copertamente cossì: -Illustrissimo signor mio; - o: -
Sacrata Maestà, come alcune cose non possono essere evidenti se non con le mani
e il toccare, altre se non con l'udito, altre non, eccetto che con il gusto;
altre non, eccetto che con gli occhi: cossì questa materia di cose naturali non
può essere evidente se non con l'intelletto.
-77 \ GERV.\
Quello, forse, intendendo il tratto per non esser tanto oscuro né coperto me
dirà: - Tu sei quello che non hai intelletto: io ne ho più che quanti tuoi
pari si ritroveno.
-78 \ TEOF.\
Tu non lo crederai più che se un cieco ti dicesse, che tu sei un cieco e che
lui vede più che quanti pensano veder come tu ti pensi.
79 \ DIC.\
Assai è detto in dimostrar più evidentemente, che mai abbia udito, quel che
significa il nome materia, e quello che si deve intender materia nelle cose
naturali. Cossì il Timeo Pitagorico il quale, dalla trasmutazione dall'uno
elemento nell'altro, insegna ritrovar la materia che è occolta, e che non si può
conoscere, eccetto che con certa analogia. "Dove era la forma della
terra", dice lui, "appresso appare la forma de l'acqua", e qua
non si può dire che una forma riceva l'altra; perché un contrario non accetta
né riceve l'altro, cioè il secco non riceve l'umido o pur la siccità non
riceve la umidità, ma da una cosa terza vien scacciata la siccità e introdotta
la umidità, e quella terza cosa è soggetto dell'uno e l'altro contrario, e non
è contraria ad alcuno. Adunque, se non è da pensar che la terra sia andata in
niente, è da stimare che qualche cosa che era nella terra, è rimasta ed è ne
l'acqua: la qual cosa per la medesima raggione, quando l'acqua sarà trasmutata
in aria (per quel che la virtù del calore la viene ad estenuare in fumo o
vapore), rimarrà e sarà ne l'aria.
80 \ TEOF.\
Da questo si può conchiudere (ancor a lor dispetto) che nessuna cosa si
anichila e perde l'essere, eccetto che la forma accidentale esteriore e
materiale. Però tanto la materia quanto la forma sustanziale di che si voglia
cosa naturale, che è l'anima, sono indissolubili ed adnihilabili, perdendo
l'essere al tutto e per tutto; tali per certo non possono essere tutte le forme
sustanziali de' peripatetici e altri simili, che consisteno non in altro che in
certa complessione e ordine di accidenti; e tutto quello che sapranno nominar
fuor che la lor materia prima, non è altro che accidente, complessione, abito
di qualità, principio di definizione, quiddità. Laonde alcuni cucullati
suttili metafisici tra quelli, volendo piuttosto iscusare che accusare la
insufficienza del suo nume Aristotele, hanno trovata la umanità, la bovinità,
la olività, per forme sustanziali specifiche; questa umanità, come socreità,
questa bovinità, questa cavallinità essere la sustanza numerale; il che tutto
han fatto per donarne una forma sustanziale, la quale merite nome di sustanza,
come la materia ha nome ed essere di substanza. Ma però non han profittato
giamai nulla; perché, se gli dimandate per ordine: - In che consiste l'essere
sustanziale di Socrate? -risponderanno: - Nella socreità. Se oltre dimandate: -
Che intendete per socreità? - Risponderanno: - La propria forma sustanziale e
la propria materia di Socrate. - Or lasciamo star questa sustanza che è la
materia, e ditemi: - Che è la sustanza come forma? - Rispondeno alcuni: - La
sua anima. -Dimandate: - Che cosa è questa anima? - Se diranno una entelechia e
perfezione di corpo che può vivere, considera che questo è uno accidente. Se
diranno che è un principio di vita, senso, vegetazione e intelletto,
considerate che, benché quel principio sia qualche sustanzia fundamentalmente
considerato, come noi lo consideriamo, tuttavolta costui non lo pone avanti se
non come accidente; perché esser principio di questo o di quello non dice
raggione sustanziale e assoluta, ma una raggione accidentale e respettiva a
quello che è principiato; come non dice il mio essere e sustanza quello che
proferisce lo che io fo o posso fare; ma sì bene quel che dice lo che io sono,
come io e absolutamente considerato. Vedete dunque come trattano questa forma
sustanziale che è l'anima; la quale, se pur per sorte è stata conosciuta da
essi per sustanza, giamai però l'hanno nominata né considerata come sustanza.
Questa confusione molto più evidentemente la possete vedere, se dimandate a
costoro la forma sustanziale d'una cosa inanimata in che consista, come la forma
sustanziale del legno. Fingeranno que' che son più sottili: nella ligneità. Or
togliete via quella materia, la quale è comune al ferro, al legno e la pietra,
e dite: - Quale resta forma sustanziale del ferro? Giamai ve diranno altro che
accidenti. E questi sono tra' principii d'individuazione e danno la particularità,
perché la materia non è contraibile alla particularità se non per qualche
forma; e questa forma, per esser principio constitutivo d'una sustanza, vogliono
che sia sustanziale, ma poi non la potranno mostrare fisicamente se non
accidentale. E al fine, quando aranno fatto tutto, per quel che possono, hanno
una forma sustanziale, sì, ma non naturale, ma logica; e cossì, al fine, quale
logica intenzione viene ad esser posta principio di cose naturali.
81 \ DIC.\
Aristotile non si avvedde di questo?
82 \ TEOF.\
Credo che se ne avvedde certissimo; ma non vi pòtte rimediare; però disse che
l'ultime differenze sono innominabili ed ignote.
83 \ DIC.\
Cossì mi pare che apertamente confesse la sua ignoranza; e però giudicarei
ancor io esser meglio di abbracciar que' principii di filosofia, li quali in
questa importante dimanda non allegano ignoranza, come fa Pitagora, Empedocle e
il tuo Nolano, le opinioni de' quali ieri toccaste.
84 \ TEOF.\
Questo vuole il Nolano, che è uno intelletto che dà l'essere a ogni cosa,
chiamato da' pitagorici e il Timeo datore de le forme; una anima e principio
formale, che si fa e informa ogni cosa, chiamata da' medesmi fonte de le forme;
una materia, della quale vien fatta e formata ogni cosa, chiamata da tutti
ricetto de le forme.
85 \ DIC.\
Questa dottrina (perché par che non gli manca cosa alcuna) molto mi aggrada. E
veramente è cosa necessaria, che, come possiamo ponere un principio materiale
costante ed eterno, poniamo un similmente principio formale. Noi veggiamo che
tutte le forme naturali cessano dalla materia e novamente vegnono nella materia;
onde par realmente nessuna cosa esser costante, ferma, eterna e degna di aver
esistimazione di principio, eccetto che la materia. Oltre che le forme non hanno
l'essere senza la materia, in quella si generano e corrompono, dal seno di
quella esceno ed in quello si accogliono: però la materia la qual sempre rimane
medesima e feconda, deve aver la principal prorogativa d'esser conosciuta sol
principio substanziale, e quello che è, e che sempre rimane; e le forme tutte
insieme non intenderle, se non come che sono disposizioni varie della materia,
che sen vanno e vegnono, altre cessano e se rinnovano, onde non hanno
riputazione tutte di principio. Però si son trovati di quelli che, avendo ben
considerata la raggione delle forme naturali, come ha possuto aversi da
Aristotele ed altri simili, hanno concluso al fine che quelle non son che
accidenti e circostanze della materia; e però prerogativa di atto e di
perfezione doverse referire alla materia, e non a cose, de quali veramente
possiamo dire che esse non sono sustanza né natura, ma cose della sustanza e
della natura, la quale dicono essere la materia; che appresso quelli è un
principio necessario, eterno e divino, come a quel moro Avicebron, che la chiama
Dio che è in tutte le cose.
86 \ TEOF.\
A questo errore son stati ammenati quelli da non conoscere altra forma che
l'accidentale; e questo moro, benché dalla dottrina peripatetica, nella quale
era nutrito, avesse accettata la forma sustanziale, tuttavolta, considerandola
come cosa corrottibile, non solo mutabile circa la materia, e come quella che è
parturita e non parturisce, fondata e non fonda, è rigettata, e non rigetta, la
dispreggiò e la tenne a vile in comparazione della materia stabile, eterna,
progenitrice, madre. E certo questo avviene a quelli che non conoscono quello
che conosciamo noi.
87 \ DIC.\
Questo è stato molto ben considerato; ma è tempo che dalla digressione
ritorniamo al nostro proposito. Sappiamo ora distinguere la materia dalla forma,
tanto dalla forma accidentale (sia come la si voglia) quanto dalla sustanziale;
quel che resta a vedere è la natura e realità sua. Ma prima vorrei saper se,
per la grande unione che ha questa anima del mondo e forma universale con la
materia, si potesse patire quell'altro modo e maniera di filosofare di quei che
non separano l'atto dalla raggion della materia, e la intendono cosa divina, e
non pura e informe talmente che lei medesma non si forme e vesta.
88 \ TEOF.\
Non facilmente, perché niente assolutamente opera in se medesimo, e sempre è
qualche distinzion tra quello che è agente, e quello che è fatto, o circa il
quale è l'azione e operazione, laonde è bene nel corpo della natura
distinguere la materia da l'anima, e in questa distinguere quella raggione delle
specie. Onde diciamo in questo corpo tre cose: prima, l'intelletto universale,
indito nelle cose; secondo, l'anima vivificatrice del tutto; terzo, il soggetto.
Ma non per questo negaremo esser filosofo colui che prenda nel geno di suo
filosofare questo corpo formato o, come vogliam dire, questo animale razionale,
e comincie a prendere per primi principii in qualche modo i membri di questo
corpo, come dire aria, terra, fuoco; over eterea regione e astro; over spirito e
corpo; o pur vacuo e pieno: intendendo però il vacuo non come il prese
Aristotele; o pur in altro modo conveniente. Non mi parrà però quella
filosofia degna di essere rigettata, massime quando, sopra a qualsivoglia
fundamento che ella presuppona, o forma d'edificio che si propona, venga ad
effettuare la perfezione della scienzia speculativa e cognizione di cose
naturali, come invero è stato fatto da molti più antichi filosofi. Perché è
cosa da ambizioso e cervello presuntuoso, vano e invidioso voler persuadere ad
altri, che non sia che una sola via di investigare e venire alla cognizione
della natura; ed è cosa da pazzo e uomo senza discorso donarlo ad intendere a
se medesimo. Benché dunque la via più costante e ferma, e più contemplativa e
distinta, e il modo di considerar più alto deve sempre esser preferito, onorato
e procurato più; non per tanto è da biasimar quell'altro modo il quale non è
senza buon frutto, benché quello non sia il medesmo arbore.
89 \ DIC.\
Dunque, approvate il studio de diverse filosofie?
90 \ TEOF.\
Assai, a chi ha copia di tempo ed ingegno: ad altri approvo il studio della
megliore, se gli Dei vogliono che la addovine.
91 \ DIC.\
Son certo però che non approvate tutte le filosofie, ma le buone e le megliori.
92 \ TEOF.\
Cossì è. Come anco in diversi ordini di medicare, non riprovo quello che si fa
magicamente per applicazion di radici, appension di pietre e murmurazione
d'incanti, s'il rigor di teologi mi lascia parlar come puro naturale. Approvo
quello che si fa fisicamente e procede per apotecarie ricette, con le quali si
perseguita o fugge la còlera, il sangue, la flemma e la melancolia. Accetto
quello altro che si fa chimicamente, che abstrae le quinte essenze e, per opera
del fuoco, da tutti que' composti fa volar il mercurio, subsidere il sale e
lampeggiar o disolar il solfro. Ma però, in proposito di medicina, non voglio
determinare tra tanti buoni modi qual sia il megliore, perché l'epilettico,
sopra il quale han perso il tempo il fisico ed il chimista, se vien curato dal
mago, approvarà non senza raggione più questo che quello e quell'altro medico.
Similmente discorri per l'altre specie: de quali nessuna verrà ad essere men
buona che l'altra, se cossì l'una come le altre viene ad effettuar il fine che
si propone. Nel particolar poi è meglior questo medico che mi sanarà, che gli
altri che m'uccidano o mi tormentino.
93 \ GERV.\
Onde avviene che son tanto nemiche fra lor queste sette di medici?
94 \ TEOF.\
Dall'avarizia, dall'invidia, dall'ambizione e dall'ignoranza. Comunmente a pena
intendono il proprio metodo di medicare; tanto si manca che possano aver
raggione di quel d'altrui. Oltre che la maggior parte, non possendo alzarsi all'onor
e guadagno con proprie virtù, studia di preferirsi con abbassar gli altri,
mostrando di dispreggiar quello che non può acquistare. Ma di questi l'ottimo e
vero è quello che non è sì fisico, che non sia anco chimico e matematico. Or,
per venir al proposito, tra le specie della filosofia, quella è la meglior, che
più comoda e altamente effettua la perfezion de l'intelletto umano, ed è più
corrispondente alla verità della natura, e quanto sia possibile cooperatori di
quella o divinando (dico per ordine naturale e raggione di vicissitudine, non
per animale istinto come fanno le bestie e que' che gli son simili; non per
ispirazione di buoni o mali demoni, come fanno i profeti; non per melancolico
entusiasmo, come i poeti e altri contemplativi), o ordinando leggi e riformando
costumi, o medicando, o pur conoscendo e vivendo una vita più beata e più
divina. Eccovi dunque come non è sorte di filosofia, che sia stata ordinata da
regolato sentimento, la quale non contegna in sé qualche buona proprietà che
non è contenuta da le altre. Il simile intendo della medicina, che da tai
principii deriva, quali presupponeno non imperfetto abito di filosofia; come l'operazion
del piede o della mano, quella de l'occhio. Però è detto che non può aver
buono principio di medicina chi non ha buon termine di filosofia.
95 \ DIC.\
Molto mi piacete, e molto vi lodo; che, sì come non sète cossì plebeio come
Aristotele, non sète anco cossì ingiurioso e ambizioso come lui; il quale
l'opinioni di tutti altri filosofi con gli lor modi di filosofare volse che
fussero a fatto dispreggiate.
96 \ TEOF.\
Benché, de quanti filosofi sono, io non conosca più fondato su l'imaginazioni
e rimosso dalla natura che lui; e se pur qualche volta dice cose eccellenti, son
conosciute che non dependeno da principii suoi, e però sempre son proposizioni
tolte da altri filosofi; come ne veggiamo molte divine nel libro Della
generazione, Meteora, De animali e Piante.
97 \ DIC.\
Tornando dunque al nostro proposito: volete che della materia, senza errore e
incorrere contradizione, se possa definire diversamente?
98 \ TEOF.\
Vero, come del medesmo oggetto possono esser giodici diversi sensi, e la medesma
cosa si può insinuar diversamente. Oltre che (come è stato toccato) la
considerazione di una cosa si può prendere da diversi capi. Hanno dette molte
cose buone gli epicurei, benché non s'inalzassero sopra la qualità materiale.
Molte cose excellenti ha date a conoscere Eraclito, benché non salisse sopra
l'anima. Non manca Anassagora di far profitto nella natura, perché non
solamente entro a quella, ma fuori e sopra forse, conoscer voglia un intelletto,
il quale medesmo da Socrate, Platone, Trimegisto e nostri teologi è chiamato
Dio. Cossì nientemanco bene può promovere a scuoprir gli arcani della natura
uno che comincia dalla raggione esperimentale di semplici (chiamati da loro),
che quelli che cominciano dalla teoria razionale. E di costoro, non meno chi da
complessioni che chi da umori, e questo non più che colui che descende da'
sensibili elementi, o, più da alto, quelli assoluti, o da la materia una, di
tutti più alto e più distinto principio. Perché talvolta chi fa più lungo
camino, non farà però sì buono peregrinaggio, massime se il suo fine non è
tanto la contemplazione quanto l'operazione. Circa il modo poi di filosofare,
non men comodo sarà di esplicar le forme come da un implicato che distinguerle
come da un caos, che distribuirle come da una fonte ideale, che cacciarle in
atto come da una possibilità, che riportarle come da un seno, che
dissotterrarle alla luce come da un cieco e tenebroso abisso; perché ogni
fundamento è buono, se viene approvato per l'edificio, ogni seme è convenevole
se gli arbori e frutti sono desiderabili.
99 \ DIC.\
Or, per venire al nostro scopo, piacciavi apportar la distinta dottrina di
questo principio.
100 \ TEOF.\
Certo, questo principio, che è detto materia, può essere considerato in doi
modi: prima, come una potenza; secondo, come un soggetto. In quanto che presa
nella medesima significazione che potenza, non è cosa nella quale, in certo
modo e secondo la propria raggione, non possa ritrovarse; e gli pitagorici,
platonici, stoici e altri non meno l'han posta nel mondo intelligibile che nel
sensibile. E noi, non la intendendo appunto come quelli la intesero, ma con una
raggione più alta e più esplicata, in questo modo raggionamo della potenza
over possibilità. La potenza comunmente si distingue in attiva, per la quale il
soggetto di quella può operare; e in passiva, per la quale o può essere, o può
ricevere, o può avere, o può essere soggetto di efficiente in qualche maniera.
De la potenza attiva non raggionando al presente, dico che la potenza che
significa in modo passivo (benché non sempre sia passiva) si può considerare o
relativamente o vero assolutamente. E cossì non è cosa di cui si può dir
l'essere, della quale non si dica il posser essere. E questa sì fattamente
risponde alla potenza attiva, che l'una non è senza l'altra in modo alcuno;
onde se sempre è stata la potenza di fare, di produre, di creare, sempre è
stata la potenza di esser fatto, produto e creato; perché l'una potenza implica
l'altra; voglio dir, con esser posta, lei pone necessariamente l'altra. La qual
potenza, perché non dice imbecillità in quello di cui si dice, ma piuttosto
confirma la virtù ed efficacia, anzi al fine si trova che è tutt'uno ed a
fatto la medesma cosa con la potenza attiva, non è filosofo né teologo che
dubiti di attribuirla al primo principio sopranaturale. Perché la possibilità
assoluta per la quale le cose che sono in atto, possono essere, non è prima che
la attualità, né tampoco poi che quella. Oltre, il possere essere è con lo
essere in atto, e non precede quello; perché, se quel che può essere, facesse
se stesso, sarebe prima che fusse fatto. Or contempla il primo e ottimo
principio, il quale è tutto quel che può essere, e lui medesimo non sarebe
tutto se non potesse essere tutto; in lui dunque l'atto e la potenza son la
medesima cosa. Non è cossì nelle altre cose, le quali, quantunque sono quello
che possono essere, potrebono però non esser forse, e certamente altro, o
altrimente che quel che sono; perché nessuna altra cosa è tutto quel che può
essere. Lo uomo è quel che può essere, ma non è tutto quel che può essere.
La pietra non è tutto quello che può essere, perché non è calci, non è vase,
non è polve, non è erba. Quello che è tutto che può essere, è uno, il quale
nell'esser suo comprende ogni essere. Lui è tutto quel che è e può essere
qualsivoglia altra cosa che è e può essere. Ogni altra cosa non è cossì. Però
la potenza non è equale a l'atto, perché non è atto assoluto ma limitato;
oltre che la potenza sempre è limitata ad uno atto, perché mai ha più che uno
essere specificato e particolare; e se pur guarda ad ogni forma ed atto, questo
è per mezzo di certe disposizioni e con certa successione di uno essere dopo
l'altro. Ogni potenza dunque ed atto, che nel principio è come complicato,
unito e uno, nelle altre cose è esplicato, disperso e moltiplicato. Lo
universo, che è il grande simulacro, la grande imagine e l'unigenita natura, è
ancor esso tutto quel che può essere, per le medesime specie e membri
principali e continenza di tutta la materia, alla quale non si aggionge e dalla
quale non si manca, di tutta e unica forma; ma non già è tutto quel che può
essere per le medesime differenze, modi, proprietà ed individui. Però non è
altro che un'ombra del primo atto e prima potenza, e pertanto in esso la potenza
e l'atto non è assolutamente la medesima cosa, perché nessuna parte sua è
tutto quello che può essere. Oltre che in quel modo specifico che abbiamo
detto, l'universo è tutto quel che può essere, secondo un modo esplicato,
disperso, distinto. Il principio suo è unitamente e indifferentemente; perché
tutto è tutto e il medesmo semplicissimamente, senza differenza e distinzione.
101 \ DIC.\
Che dirai della morte, della corrozione, di vizii, di diffetti, di mostri?
Volete che questi ancora abiano luogo in quello che è il tutto, che può essere
ed è in atto tutto quello che è in potenza?
102 \ TEOF.\
Queste cose non sono atto e potenza, ma sono difetto e impotenza, che si trovano
nelle cose esplicate, perché non sono tutto quel che possono essere, e si
forzano a quello che possono essere. Laonde, non possendo essere insieme e a un
tratto tante cose, perdeno l'uno essere per aver l'altro: e qualche volta
confondeno l'uno essere con l'altro, e talor sono diminuite, manche e stroppiate
per l'incompassibilità di questo essere e di quello, e occupazion della materia
in questo e quello. Or tornando al proposito, il primo principio assoluto è
grandezza e magnitudine; ed è tal magnitudine e grandezza, che è tutto quel
che può essere. Non è grande di tal grandezza che possa essere maggiore, né
che possa esser minore, né che possa dividersi, come ogni altra grandezza che
non è tutto quel che può essere; però è grandezza massima, minima, infinita,
impartibile e d'ogni misura. Non è maggiore, per esser minima; non è minima,
per esser quella medesima massima; è oltre ogni equalità, perché è tutto
quel che ella possa essere. Questo che dico della grandezza, intendi di tutto
quel che si può dire: perché è similmente bontà che è ogni bontà che possa
essere; è bellezza che è tutto il bello che può essere; e non è altro bello
che sia tutto quello che può essere, se non questo uno. Uno è quello che è
tutto e può esser tutto assolutamente. Nelle cose naturali oltre non veggiamo
cosa alcuna che sia altro che quel che è in atto, secondo il quale è quel che
può essere, per aver una specie di attualità; tuttavia né in quest'unico
esser specifico giamai è tutto quel che può essere qualsivoglia particulare.
Ecco il sole: non è tutto quello che può essere il sole, non è per tutto dove
può essere il sole, perché, quando è oriente a la terra, non gli è
occidente, né meridiano, né di altro aspetto. Or se vogliamo mostrar il modo
con il quale Dio è sole, diremo (perché è tutto quel che può essere) che è
insieme oriente, occidente, meridiano, merinoziale e di qualsivoglia di tutti
punti de la convessitudine della terra; onde, se questo sole (o per sua
revoluzione o per quella della terra) vogliamo intendere che si muova e muta
loco, perché non è attualmente in un punto senza potenza di essere in tutti
gli altri, e però ave attitudine ad esservi; se dunque è tutto quel che può
essere e possiede tutto quello che è atto a possedere, sarà insieme per tutto
ed in tutto; è si fattamente mobilissimo e velocissimo, che è anco
stabilissimo e immobilissimo. Però tra gli divini discorsi troviamo che è
detto stabile in eterno e velocissimo che discorre da fine a fine; perché se
intende inmobile quello che in uno istante medesimo si parte dal punto di
oriente ed è ritornato al punto di oriente, oltre che non meno si vede in
oriente che in occidente e qualsivoglia altro punto del circuito suo; per il che
non è più raggione che diciamo egli partirsi e tornare, esser partito e
tornato, da quel punto a quel punto, che da qualsivoglia altro de infiniti al
medesimo. Onde verrà esser tutto e sempre in tutto il circolo ed in
qualsivoglia parte di quello; e per consequenza ogni punto individuo
dell'eclittica contiene tutto il diametro del sole. E cossì viene uno individuo
a contener il dividuo; il che non accade per la possibilità naturale, ma
sopranaturale; voglio dire quando si supponesse che il sole fosse quello che è
in atto tutto quel che può essere. La potestà sì assoluta non è solamente
quel che può essere il sole, ma quel che è ogni cosa e quel che può essere
ogni cosa: potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita di tutte le
vite, anima di tutte le anime, essere de tutto l'essere; onde altamente è detto
dal Revelatore: "Quel che è, me invia; Colui che è, dice cossì".
Però quel che altrove è contrario ed opposito, in lui è uno e medesimo, ed
ogni cosa in lui è medesima cossì discorri per le differenze di tempi e
durazioni, come per le differenze di attualità e possibilità. Però lui non è
cosa antica e non è cosa nuova; per il che ben disse il Revelatore: "primo
e novissimo".
103 \ DIC.\
Questo atto absolutissimo, che è medesimo che l'absolutissima potenza, non può
esser compreso da l'intelletto, se non per modo di negazione: non può, dico,
esser capito, né in quanto può esser tutto, né in quanto è tutto. Perché
l'intelletto, quando vuole intendere, gli fia mestiero di formar la specie
intelligibile, di assomigliarsi, di conmesurarsi ed ugualarsi a quella: ma
questo è impossibile, perché l'intelletto mai è tanto che non possa essere
maggiore; e quello per essere inmenso da tutti lati e modi non può esser più
grande. Non è dunque occhio ch'approssimar si possa o ch'abbia accesso a tanto
altissima luce e sì profondissimo abisso.
104 \ TEOF.\
La concidenzia di questo atto con l'assoluta potenza è stata molto apertamente
descritta dal spirto divino dove dice: "Tenebrae non obscurabuntur a te.
Nox sicut dies illuminabitur. Sicut
tenebrae eius, ita et lumen eius".
Conchiudendo, dunque, vedete quanta sia l'eccellenza della potenza, la quale, se
vi piace chiamarla raggione di materia, che non hanno penetrato i filosofi
volgari, la possete senza detraere alla divinità trattar più altamente, che
Platone nella sua Politica e il Timeo. Costoro, per averno troppo alzata
la raggione della materia, son stati scandalosi ad alcuni teologi. Questo è
accaduto o perché quelli non si son bene dechiarati, o perché questi non hanno
bene inteso, perché sempre prendeno il significato della materia secondo che è
soggetto di cose naturali, solamente come nodriti nelle sentenze d'Aristotele; e
non considerano che la materia è tale appresso gli altri, che è comune al
mondo intelligibile e sensibile, come essi dicono, prendendo il significato
secondo una equivocazione analoga. Però, prima che sieno condannate, denno
essere ben bene essaminate le opinioni, e cossì distinguere i linguaggi come
son distinti gli sentimenti; atteso che, benché tutti convegnano talvolta in
una raggion comune della materia, sono differenti poi nella propria. E quanto
appartiene al nostro proposito, è impossibile (tolto il nome della materia, e
sie capzioso e malvaggio ingegno quanto si voglia) che si trove teologo che mi
possa imputar impietà per quel che dico e intendo della coincidenza della
potenza e atto, prendendo assolutamente l'uno e l'altro termino. Onde vorrei
inferire che, - secondo tal proporzione quale è lecito dire, in questo
simulacro di quell'atto e di quella potenza (per essere in atto specifico tutto
quel tanto che è in specifica potenza, per tanto che l'universo, secondo tal
modo, è tutto quel che può essere), sie che si voglia quanto all'atto e
potenza numerale, - viene ad aver una potenza la quale non è absoluta
dall'atto, una anima non absoluta da l'animato, non dico il composto, ma il
semplice: onde cossì de l'universo sia un primo principio che medesmo se
intenda, non più distintamente materiale e formale, che possa inferirse dalla
similitudine del predetto, potenza absoluta e atto. Onde non fia difficile o
grave di accettar al fine che il tutto, secondo la sustanza, è uno, come forse
intese Parmenide, ignobilmente trattato da Aristotele.
105 \ DIC.\
Volete dunque che, benché descendendo per questa scala di natura, sia doppia
sustanza, altra spirituale, altra corporale, che in somma l'una e l'altra se
riduca ad uno essere e una radice.
106 \ TEOF.\
Se vi par che si possa comportar da quei che non penetrano più che tanto.
107 \ DIC.\
Facilissimamente, purché non t'inalzi sopra i termini della natura.
108 \ TEOF.\
Questo è già fatto. Se non avendo quel medesimo senso e modo di diffinire
della divinità, il qual è comune, avemo un particolare, non però contrario né
alieno da quello, ma più chiaro forse e più esplicato, secondo la raggione che
non è sopra il nostro discorso, da la quale non vi promesi di astenermi.
109 \ DIC.\
Assai è detto del principio materiale, secondo la raggione della possibilità o
potenza; piacciavi domani di apparecchiarvi alla considerazion del medesimo,
secondo la raggione dell'esser soggetto.
110 \ TEOF.\
Cossì farò.
111 \ GERV.\
A rivederci.
112 \ POL.\ Bonis avibus.
Dialogo
4
1 \
POL.\ Et os vulvae nunquam dicit: sufficit id est, scilicet, videlicet,
utpote, quod est dictu, materia (la qual viene significata per queste cose) recipiendis
formis numquam expletur. Or, poi che altro non è in questo Liceo, vel potius Antiliceo,
solus (ita, inquam, solus, ut minime omnium solus) deambulabo, et ipse mecum
confabulabor. La materia, dunque, di peripatetici dal prencipe e dell'altigrado
ingenio del gran Macedone moderatore, non minus che dal Platon divino e
altri, or chaos, or hyle, or sylva, or massa, or potenzia,
or aptitudine, or privationi admixtum, or peccati causa, or ad
maleficium ordinata, or per se non ens, or per se non scibile,
or per analogiam ad formam cognoscibile, or tabula rasa, or indepictum,
or subiectum, or substratum, or substerniculum, or campus,
or infinitum, or indeterminatum, or prope nihil, or neque
quid, neque quale, neque quantum; tandem dopo aver molto con varie e diverse
nomenclature (per definir questa natura) collimato, ab ipsis scopum ipsum
attingentibus, femina vien detta; tandem, inquam (ut una complectantur
omnia vocabula), a melius rem ipsam perpendentibus foemina dicitur. Et mehercle,
non senza non mediocre caggione a questi del Palladio regno senatori ha piaciuto
di collocare nel medesimo equilibrio queste due cose: materia e femina; poscia
che da l'esperienza fatta del rigor di quelle son stati condotti a quella rabia
e quella frenesia (or qua mi vien per filo un color retorico). Queste sono un chaos
de irrazionalità, hyle di sceleraggini, selva di ribalderie, massa
d'immundizie, aptitudine ad ogni perdizione (un altro color retorico, detto da
alcuni complexio!). Dove era in potenza, non solum remota ma etiam
propinqua, la destruzion di Troia? In una donna. Chi fu l'instrumento della
destruzion della sansonica fortezza? di quello eroe, io dico, che con quella sua
mascella d'asino che si trovava, dovenne trionfator invitto di filistei? Una
donna. Chi domò a Capua l'empito e la forza del gran capitano e nemico perpetuo
della republica romana, Annibale? Una donna! (Exclamatio!) Dimmi, o
cytaredo profeta, la caggion della tua fragilità. - Quia in peccatis
concepit me mater mea. -Come, o antico nostro protoplaste, essendo tu un
paradisico ortolano e agricoltor de l'arbore de la vita, fuste maleficiato sì,
che te con tutto il germe umano al baratro profondo della perdizion
risospingesti? Mulier, quam dedit mihi: ipsa, ipsa me decepit. - Procul
dubio, la forma non pecca e da nessuna forma proviene errore, se non per
esser congionta alla materia. Cossì la forma, significata per il maschio,
essendo posta in familiarità della materia e venuta in composizione o
copulazion con quella, con queste parole, o pur con questa sentenza risponde
alla natura naturante: Mulier, quam dedisti mihi, - idest, la
materia, la quale mi hai dato consorte, - ipsa me decepit: hoc est, lei
è caggione d'ogni mio peccato. Contempla, contempla, divino.ingegno, qualmente
gli egregii filosofanti e de le viscere della natura discreti notomisti, per
porne pienamente avante gli occhi la natura della materia, non han ritrovato più
accomodato modo che con avertirci con questa proporzione, qual significa il
stato delle cose naturali per la materia essere come l'economico, politico e
civile per il femineo sesso. Aprite, aprite gli occhi, ecc. - Oh, veggio quel
colosso di poltronaria, Gervasio, il quale interrompe della mia nervosa orazione
il filo. Dubito che son stato da lui udito; ma che importa?
2 \ GERV.\
Salve, magister doctorum optime!
3 \ POL.\ Se
non (tuo more) mi vuoi deludere tu quoque, salve!
4 \ GERV.\
Vorrei saper che è quello che andavi solo ruminando?
5 \ POL.\
Studiando nel mio museolo, in eum, qui apud Aristotelem est, locum incidi,
del primo della Fisica in calce, dove, volendo elucidare che cosa fosse
la prima materia, prende per specchio il sesso femminile; sesso, dico, ritroso,
fragile, inconstante, molle, pusillo, infame, ignobile, vile, abietto, negletto,
indegno, reprobo, sinistro, vituperoso, frigido, deforme, vacuo, vano,
indiscreto, insano, perfido, neghittoso, putido, sozzo, ingrato, trunco, mutilo,
imperfetto, incoato, insufficiente, preciso, amputato, attenuato, rugine, eruca,
zizania, peste, morbo, morte,
Messo tra noi da la natura a Dio
Per una soma e per un greve fio.
6 \ GERV.\
Io so che voi dite questo più per esercitarvi ne l'arte oratoria e dimostrar
quanto siate copioso ed eloquente, che abbiate tal sentimento che dimostrate per
le paroli. Perché è cosa ordinaria a voi, signori umanisti, che vi chiamate
professori de le buone lettere, quando vi ritrovate pieni di que' concetti che
non possete ritenere, non andate a scaricarli altrove che sopra le povere donne;
come quando qualch'altra còlera vi preme, venete ad isfogarla sopra il primo
delinquente di vostri scolari. Ma guardatevi, signori Orfei, dal furioso sdegno
de le donne tresse.
7 \ POL.\
Poliinnio son io, no' sono Orfeo.
8 \ GERV.\
Dunque, non biasimate le donne da dovero?
9 \ POL.\ Minime,
minime quidem. Io parlo da dovero, e non intendo altrimente, che come dico;
perché non fo (sophistarum more) professione di dimostrar ch'il bianco
è nero.
10 \ GERV.\
Perché dunque vi tingete la barba? .
11 \ POL.\
Ma ingenue loquor; e dico, che un uomo senza donna è simile a una de le
intelligenze; è, dico, uno eroe, un semideo, qui non duxit uxorem.
12 \ GERV.\
Ed è simile ad un'ostreca e ad un fungo ancora, ed è un tartufo.
13 \ POL.\
Onde divinamente disse il lirico poeta: Credite, Pisones, melius nil caelibe
vita.
14 E se
vuoi saperne la caggione, odi Secondo filosofo: "La femina", dice
egli, "è uno impedimento di quiete, danno.continuo, guerra cotidiana,
priggione di vita, tempesta di casa, naufragio de l'uomo". Ben lo confirmò
quel Biscaino che, fatto impaziente e messo in còlera per una orribil fortuna e
furia del mare, con un torvo e colerico viso, rivoltato all'onde: - Oh mare,
mare, disse, ch'io ti potesse maritare! - volendo inferire che la femina è la
tempesta de le tempeste. Perciò Protagora, dimandato perché avesse data ad un
suo nemico la figlia, rispose che non possea fargli peggio che dargli moglie.
Oltre, non mi farà mentire un buon uomo francese, al quale (come a tutti gli
altri che pativano pericolosissima tempesta di mare) essendo comandato da
Cicala, padron de la nave, di buttare le cose più gravi al mare, lui per la
prima vi gittò la moglie.
15 \ GERV.\
Voi non riferite per il contrario tanti altri esempi di coloro che si son
stimati fortunatissimi per le sue donne? tra' quali (per non mandarvi troppo
lontano) ecco, sotto questo medesmo tetto, il signor di Mauvissiero incorso in
una, non solamente dotata di non mediocre corporal beltade che gli avvela e
ammanta l'alma, ma oltre, che col triumvirato di molto discreto giudizio,
accorta modestia e onestissima cortesia, d'indissolubil nodo tien avvinto
l'animo del suo consorte, ed è potente a cattivarsi chiunque la conosce. Che
dirai de la generosa figlia, che a pena un lustro e un anno ha visto il sole, e
per le lingue non potrai giudicare s'ella è da Italia o da Francia o da
Inghilterra, per la mano circa gli musici istrumenti non potrai capire s'ella è
corporea o incorporea sustanza, per la matura bontà di costumi dubitarai s'ella
è discesa dal cielo o pur è sortita da la terra? Ognun vede che in quella, non
meno per la formazion di sì bel corpo è concorso il sangue de l'uno e l'altro
parente, ch'alla fabrica del spirto singulare le virtù dell'animo eroico di
que' medesimi.
16 \ POL.\
Rara avis come la Maria da Boshtel; rara avis come la Maria da
Castelnovo.
17 \ GERV.\
Quel raro che dite de le femine, medesimo si può dire de' maschi.
18 \ POL.\
In fine, per ritornare al proposito, la donna non è altro che una materia. Se
non sapete che cosa è donna, per non saper che cosa è materia, studiate
alquanto gli peripatetici che, con insegnarvi che cosa è materia, te
insegnaranno che cosa è donna.
19 \ GERV.\
Vedo bene che, per aver voi un cervello peripatetico, apprendeste poco o nulla
di quel che ieri disse il Teofilo circa l'essenza e potenza della materia.
20 \ POL.\
De l'altro sia che si vuole; io sto sul punto del biasimar l'appetito de l'una e
de l'altra, il quale è caggion d'ogni male, passione, difetto, ruina,
corrozione. Non credete che, se la materia si contentasse de la forma presente,
nulla alterazione o passione arrebe domìno sopra di noi, non moriremmo,
sarrebom incorrottibili ed eterni?
21 \ GERV.\
E se la si fosse contentata di quella forma, che avea cinquanta anni addietro,
che direste? sareste tu, Poliinnio? Se si fusse fermata sotto quella di quaranta
anni passati, sareste sì adultero.., dico, sì adulto, sì.perfetto, sì dotto?
Come dunque ti piace, che le altre forme abbiano ceduto a questa, cossì è in
volontà de la natura, che ordina l'universo, che tutte le forme cedano a tutte.
Lascio che è maggior dignità di questa nostra sustanza di farsi ogni cosa,
ricevendo tutte le forme, che, ritenendone una sola, essere parziale. Cossì, al
suo possibile, ha la similitudine di chi è tutto in tutto.
22 \ POL.\
Mi cominci a riuscir dotto, uscendo fuor del tuo ordinario naturale. Applica
ora, se puoi, a simili, apportando la dignità che si ritrova ne la
femina.
23 \ GERV.\
Farollo facilissimamente. Oh, ecco il Teofilo.
24 \ POL.\
E il Dicsone. Un'altra volta dunque. De iis hactenus.
25 \ TEOF.\
Non vedemo, che de' peripatetici, come di platonici anco, divideno la sustanza
per la differenza di corporale e incorporale? Come dunque queste differenze si
reducono alla potenza di medesimo geno, cossì bisogna che le forme sieno di due
sorte; perché alcune sono trascendenti, cioè superiori al geno, che si
chiamano principii, come entità, unità, uno, cosa, qualche cosa, e altri
simili; altre son di certo geno distinte da altro geno, come sustanzialità,
accidentalità. Quelle che sono de la prima maniera, non distingueno la materia
e non fanno altra e altra potenza di quella; ma, come termini universalissimi
che comprendono tanto le corporali, quanto le incorporali sustanze, significano
quella universalissima, comunissima e una de l'une e l'altre. Appresso,
"che cosa ne impedisce", disse Avicebron, "che, sì come, prima
che riconosciamo la materia de le forme accidentali, che è il composto,
riconoscemo la materia della forma sustanziale, che è parte di quello; cossì,
prima che conosciamo la materia che è contratta ad esser sotto le forme
corporali, vegnamo a conoscere una potenza, la quale sia distinguibile per la
forma di natura corporea e de incorporea, dissolubile e non dissolubile?".
Ancora, se tutto quel che è (cominciando da l'ente summo e supremo) ave un
certo ordine e fa una dependenza, una scala nella quale si monta da le cose
composte alle semplici, da queste alle semplicissime e assolutissime per mezzi
proporzionali e copulativi e partecipativi de la natura de l'uno e l'altro
estremo e, secondo la raggione propria, neutri, non è ordine, dove non è certa
participazione, non è participazione dove non si trova certa colligazione, non
è colligazione senza qualche partecipazione. È dunque necessario che de tutte
cose che sono sussistenti, sia uno principio di subsistenza. Giongi a questo,
che la raggione medesima non può fare che, avanti qualsivoglia cosa
distinguibile, non presuppona una cosa indistinta (parlo di quelle cose, che
sono, perché ente e non ente non intendo aver distinzione reale, ma vocale e
nominale solamente). Questa cosa indistinta è una raggione comune, a cui si
aggionge la differenza e forma distintiva. E certamente non si può negare che,
sì come ogni sensibile presuppone il soggetto della sensibilità, cossì ogni
intelligibile il soggetto della intelligibilità. Bisogna dunque che sia una
cosa che risponde alla raggione comune de l'uno e l'altro soggetto; perché ogni
essenzia necessariamente è fondata sopra qualche essere, eccetto che quella
prima, che è il medesimo con il suo essere, perché la sua potenzia è il suo
atto, perché è tutto quel che può essere, come fu detto ieri. Oltre, se la
materia (secondo gli adversari medesimi) non è corpo e precede, secondo la sua
natura, l'essere corporale, che dunque la può fare tanto aliena da le sustanze
dette incorporee? E non mancano di peripatetici che dicono: sicome nelle
corporee sustanze si trova un certo che di formale e divino, cossì nelle divine
convien che sia un che di materiale, a fine che le cose inferiori s'accomodino
alle superiori e l'ordine de l'une dipenda da l'ordine de l'altre. E li teologi,
benché alcuni di quelli siano nodriti ne l'aristotelica dottrina, non mi denno
però esser molesti in questo, se accettano esser più debitori alla lor
Scrittura che alla filosofia e natural raggione. "Non mi adorare",
disse un de' loro angeli al patriarca Jacob, "perché son tuo
fratello". Or se costui che parla com'essi intendeno, è una sostanza
intellettuale e affirma col suo dire, che quell'uomo e lui convegnano nella
realità d'un soggetto, stante qualsivoglia differenza formale, resta che li
filosofi abbiano un oraculo di questi teologi per testimonio.
26 \ DIC.\
So che questo è detto da voi con riverenza; perché sapete che non vi conviene
di mendicar raggioni da tai luoghi che son fuori de la nostra messe.
27 \ TEOF.\
Voi dite bene e vero; ma io non allego quello per raggione e confirmazione, ma
per fuggir scrupolo, quanto posso; perché non meno temo apparere, che essere
contrario alla teologia.
28 \ DIC.\
Sempre da' discreti teologi ne saranno admesse le raggioni naturali, quantunque
discorrano, pur che non determinino contra l'autorità divina, ma si
sottomettano a quella.
29 \ TEOF.\
Tali sono e saranno sempre le mie.
30 \ DIC.\
Bene, dunque seguite.
31 \ TEOF.\
Plotino ancora dice nel libro De la materia, che, "se nel mondo
intelligibile è moltitudine e pluralità di specie, è necessario che vi sia
qualche cosa comune, oltre la proprietà e differenza di ciascuna di quelle:
quello che è comune, tien luogo di materia, quello che è proprio e fa
distinzione, tien luogo di forma". Gionge che, "se questo è a
imitazion di quello, la composizion di questo è a imitazion della composizion
di quello. Oltre, quel mondo, se non ha diversità, non ha ordine; se non ha
ordine, non ha bellezza e ornamento; tutto questo è circa la materia". Per
il che il mondo superiore non solamente deve esser stimato per tutto
indivisibile, ma anco per alcune sue condizioni divisibile e distinto: la cui
divisione e distinzione non può esser capita senza qualche soggetta materia. E
benché dichi che tutta quella moltitudine conviene in uno ente impartibile e
fuor di qualsivoglia dimensione, quello dirò essere la materia, nel quale si
uniscono tante forme. Quello, prima che sia conceputo per vario e multiforme,
era in concetto uniforme, e prima che in concetto formato, era in quello
informe.
32 \ DIC.\
Benché in quel ch'avete detto con brevità, abbiate apportate molte e forte
raggioni per venire a conchiudere che una sia la materia, una la potenza per la
quale tutto quel che è, è in atto; e non con minor raggione conviene alle
sustanze incorporee che alle corporali, essendo che non altrimente quelle han
l'essere per lo possere essere, che queste per lo posser essere hanno l'essere,
e che oltre, per altre potenti raggioni (a chi potentemente le considera e
comprende) avete dimostrato; tuttavia (se non per la perfezione della dottrina,
per la chiarezza di quella) vorei che in qualch'altro modo specificaste: come ne
le cose eccellentissime, quali sono le incorporee, si trova cosa informe e
indefinita? come può ivi essere raggione di medesima materia e che, per
advenimento della forma e atto, medesimamente non si dicono corpi? come, dove
non è mutazione, generazione né corrozione alcuna, volete che sia materia, la
quale mai è stata posta per altro fine? come potremo dire la natura
intelligibile esser semplice, e dir che in quella sia materia e atto? Questo non
lo dimando per me, al quale la verità è manifesta, ma forse per altri, che
possono essere più morosi e difficili, come, per esempio, maestro Poliinnio e
Gervasio.
33 \ POL.\
Cedo.
34 \ GERV.\
Accepto, e vi ringrazio, Dicsone, perché considerate la necessità di quei che
non hanno ardire di dimandare, come comporta la civiltà de le mense
oltramontane; ove, a quei che siedono gli secondi non lice stender le dita fuor
del proprio quadretto o tondo, ma conviene aspettar che gli sia posto in mano, a
fin che non prenda boccone, che non sia pagato col suo "gran mercé".
35 \ TEOF.\
Dirò per risoluzion del tutto, che, sì come l'uomo, secondo la natura propria
de l'uomo, è differente dal leone, secondo la natura propria del leone; ma,
secondo la natura comone de l'animale, de la sustanza corporea e altre simili,
sono indifferenti e la medesima cosa; similmente, secondo la propria raggione,
è differente la materia di cose corporali dalla de cose incorporee. Tutto
dunque lo che apportate de lo esser causa costitutiva di natura corporea, de
l'esser soggetto de trasmutazioni de tutte sorti e de l'esser parte di composti,
conviene a questa materia per la raggione propria. Perché la medesima materia
(voglio dir più chiaro) il medesimo che può esser fatto o pur può essere, o
è fatto, è per mezzo de le dimensioni ed extensioni del suggetto, e quelle
qualitadi che hanno l'essere nel quanto; e questo si chiama sustanza corporale e
suppone materia corporale; o è fatto (se pur ha l'essere di novo) ed è senza
quelle dimensioni, extensione e qualità; e questo si dice sustanza incorporea,
e suppone similmente detta materia. Cossì ad una potenza attiva tanto di cose
corporali quanto di cose incorporee, over ad un essere tanto corporeo quanto
incorporeo, corrisponde una potenza passiva tanto corporea quanto incorporea, e
un posser esser tanto corporeo quanto incorporeo. Se dunque vogliamo dir
composizione tanto ne l'una quanto ne l'altra natura, la doviamo intendere in
una ed un'altra maniera; e considerar che se dice nelle cose eterne una materia
sempre sotto un atto, e che nelle cose variabili sempre contiene or uno or un
altro; in quelle la materia ha, una volta, sempre ed insieme tutto quel che può
avere, ed è tutto quel che può essere; ma questa in più volte, in tempi
diversi, e certe successioni.
36 \ DIC.\
Alcuni, quantunque concedano essere materia nelle cose incorporee, la intendono
però secondo una raggione molto diversa.
37 \ TEOF.\
Sia quantosivoglia diversità secondo la raggion propria, per la quale l'una
descende a l'esser corporale e l'altra non, l'una riceve qualità sensibili e
l'altra non, e non par che possa esser raggione comune a quella materia a cui
ripugna la quantità ed esser suggetto delle qualitadi che hanno l'essere nelle
demensioni, e la natura a cui non ripugna l'una né l'altra, anzi l'una e
l'altra è una medesima, e che (come è più volte detto) tutta la differenza
depende dalla contrazione a l'essere corporea e non essere corporea. Come
nell'essere animale ogni sensitivo è uno; ma, contraendo quel geno a certe
specie, ripugna a l'uomo l'esser leone, e a questo animale l'esser quell'altro.
E aggiungo a questo, se 'l ti piace, perché mi direste, che quello che giamai
è, deve essere stimato più tosto impossibile e contra natura che naturale; e
però, giamai trovandosi quella materia dimensionata, deve stimarsi che la
corporeità gli sia contra natura; e se questo è cossì non è verisimile che
sia una natura comune a l'una e l'altra, prima che l'una se intenda esser
contratta a l'esser corporea, aggiungo, dico, che non meno possiamo attribuir a
quella materia la necessità de tutti gli atti dimensionali che, come voi
vorreste, la impossibilità. Quella materia per esser attualmente tutto quello
che può essere, ha tutte le misure, ha tutte le specie di figure e di
dimensioni; e perché le ave tutte, non ne ha nessuna, perché quello che è
tante cose diverse, bisogna che non sia alcuna di quelle particolari. Conviene a
quello che è tutto, che escluda ogni essere particolare.
38 \ DIC.\
Vuoi dunque che la materia sia atto? Vuoi ancora che la materia nelle cose
incorporee coincida con l'atto?
39 \ TEOF.\
Come il posser essere coincide con l'essere.
40 \ DIC.\
Non differisce dunque da la forma?
41 \ TEOF.\
Niente nell'absoluta potenza ed atto absoluto. Il quale però è nell'estremo
della purità, simplicità, indivisibilità e unità, perché è assolutamente
tutto: che se avesse certe dimensioni, certo essere, certa figura, certa
proprietà, certa differenza, non sarebbe absoluto, non sarebbe tutto.
42 \ DIC.\
Ogni cosa dunque, che comprenda qualsivoglia geno, è individua?
43 \ TEOF.\
Cossì è; perché la forma, che comprende tutte le qualità, non è alcuna di
quelle; lo che ha tutte le figure, non ha alcuna di quelle; lo che ha tutto lo
essere sensibile, però non si sente. Più altamente individuo è quello che ha
tutto l'essere naturale, più altamente lo che ha tutto lo essere intellettuale,
altissimamente quello che ha tutto lo essere che può essere.
44 \ DIC.\
In similitudine di questa scala de lo essere volete che sia la scala del posser
essere? e volete che, come ascende la raggione formale, così ascenda la
raggione materiale?
45 \ TEOF.\
È vero.
46 \ DIC.\
Profonda e altamente prendete questa definizione di materia e potenza.
47 \ TEOF.\
Vero.
48 \ DIC.\
Ma questa verità non potrà esser capita da tutti, perché è pur arduo a
capire il modo con cui s'abbiano tutte le specie di dimensioni e nulla di
quelle, aver tutto l'esser formale e non aver nessuno essere forma.
49 \ TEOF.\
Intendete voi come può essere?
50 \ DIC.\
Credo che sì; perché capisco bene che l'atto per esser tutto, bisogna che non
sia qualche cosa.
51 \ POL.\
Non potest esse idem totum et aliquid; ego quoque illud capio.
52 \ TEOF.\
Dunque, potrete capir a proposito che, se volessimo ponere la dimensionabilità
per raggione della materia, tal raggione non ripugnarebe a nessuna sorte di
materia; ma che viene a differire una materia da l'altra, solo per essere
absoluta da le dimensioni ed esser contratta alle dimensioni. Con essere
absoluta, è sopra tutte e le comprende tutte; con esser contratta, viene
compresa da alcune ed è sotto alcune.
53 \ DIC.\
Ben dite che la materia secondo sé non ha certe demensioni, e però se intende
indivisibile, e riceve le dimensioni secondo la raggione de la forma che riceve.
Altre dimensioni ha sotto la forma umana, altre sotto la cavallina, altre sotto
l'olivo, altre sotto il mirto; dunque, prima che sia sotto qualsivoglia di
queste forme, ave in facultà tutte quelle dimensioni, cossì come ha potenza di
ricevere tutte quelle forme.
54 \ POL.\
Dicunt tamen propterea quod nullas habet dimensiones.
55 \ DIC.\
E noi diciamo che ideo habet nullas, ut omnes habeat.
56 \ GERV.\
Perché volete più tosto che le includa tutte, che le escluda tutte?
57 \ DIC.\
Perché non viene a ricevere le dimensioni come di fuora, ma a mandarle e
cacciarle come dal seno.
58 \ TEOF.\
Dice molto bene. Oltre che è consueto modo di parlare di peripatetici ancora,
che dicono tutto l'atto dimensionale e tutte forme uscire e venir fuori dalla
potenza de la materia. Questo intende in parte Averroe, il qual, quantunque
arabo e ignorante di lingua greca, nella dottrina peripatetica però intese più
che qualsivoglia greco che abbiamo letto; e arebbe più inteso, se non fusse
stato cossì additto al suo nume Aristotele. Dice lui che la materia ne l'essenzia
sua comprende le dimensioni interminate; volendo accennare che quelle pervegnono
a terminarsi ora con questa figura e dimensioni, ora con quella e quell'altra,
quelle e quell'altri, secondo il cangiar di forme naturali. Per il qual senso si
vede che la materia le manda come da sé e non le riceve come di fuora. Questo
in parte intese ancor Plotino, prencipe nella setta di Platone. Costui, facendo
differenza tra la materia di cose superiori e inferiori, dice che quella è
insieme tutto, ed essendo che possiede tutto, non ha in che mutarsi; ma questa,
con certa vicissitudine per le parti, si fa tutto, e a tempi e tempi si fa cosa
e cosa: però sempre sotto diversità, alterazione e moto. Cossì dunque mai è
informe quella materia, come né anco questa, benché differentemente quella e
questa; quella ne l'istante de l'eternità, questa negl'istanti del tempo;
quella insieme, questa successivamente; quella esplicatamente, questa
complicatamente; quella come molti, questa come uno; quella per ciascuno e cosa
per cosa, questa come tutto e ogni cosa.
59 \ DIC.\
Tanto che non solamente secondo gli vostri principii, ma, oltre, secondo gli
principii de l'altrui modi di filosofare, volete inferire che la materia non è
quel prope nihil, quella potenza pura, nuda, senza atto, senza virtù e
perfezione.
60 \ TEOF.\
Cossì è. La dico privata de le forme e senza quelle, non come il ghiaccio è
senza calore, il profondo è privato di luce, ma come la pregnante è senza la
sua prole, la quale la manda e la riscuote da sé; e come in questo emispero la
terra, la notte, è senza luce, la quale con il suo scuotersi è potente di
racquistare.
61 \ DIC.\
Ecco che anco in queste cose inferiori, se non a fatto, molto viene a coincidere
l'atto con la potenza.
62 \ TEOF.\
Lascio giudicar a voi.
63 \ DIC.\
E se questa potenza di sotto venesse ad esser una finalmente con quella di
sopra, che sarrebe?
64 \ TEOF.\
Giudicate voi. Possete quindi montar al concetto, non dico del summo ed ottimo
principio, escluso della nostra considerazione; ma de l'anima del mondo, come è
atto di tutto e potenza di tutto, ed è tutta in tutto; onde al fine (dato che
sieno innumerabili individui) ogni cosa è uno; e il conoscere questa unità è
il scopo e termine di tutte le filosofie e contemplazioni naturali: lasciando
ne' sua termini la più alta contemplazione, che ascende sopra la natura, la
quale a chi non crede è impossibile e nulla.
65 \ DIC.\
È vero; perché se vi monta per lume sopranaturale, non naturale.
66 \ TEOF.\
Questo non hanno quelli, che stimano ogni cosa esser corpo, o semplice, come lo
etere, o composto, come li astri e cose astrali; e non cercano la divinità fuor
de l'infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo e in quelle.
67 \ DIC.\
In questo solo mi par differente il fedele teologo dal vero filosofo.
68 \ TEOF.\
Cossì credo ancor io. Credo che abbiate compreso quel che voglio dire.
69 \ DIC.\
Assai bene, io mi penso. Di sorte che dal vostro dire inferisco che, quantunque
non lasciamo montar la materia sopra le cose naturali e fermiamo il piede su la
sua comune definizione che apporta la più volgare filosofia, trovaremo pure che
la ritegna meglior prorogativa che quella riconosca; la quale al fine non li
dona altro che la raggione de l'esser soggetto di forme e di potenza receptiva
di forme naturali senza nome, senza definizione, senza termino alcuno, perché
senza ogni attualità. Il che parve difficile ad alcuni cucullati, i quali, non
volendo accusare ma iscusar questa dottrina, dicono aver solo l'atto entitativo,
cioè differente da quello che non è semplicemente, e che non ha essere alcuno
nella natura, come qualche chimera o cosa che si finga; perché questa materia
in fine ha l'essere, e le basta questo, cossì, senza modo e dignità; la quale
depende da l'attualità che è nulla. Ma voi dimandareste raggione ad
Aristotele: - Perché vuoi tu, o principe di Peripatetici, più tosto che la
materia sia nulla per aver nullo atto, che sia tutto, per aver tutti gli atti, o
l'abbia confusi o confusissimi, come ti piace? Non sei tu quello che, sempre
parlando del novo essere delle forme nella materia o della generazione de le
cose, dici le forme procedere e sgombrare da l'interno de la materia, e mai
fuste udito dire che per opera d'efficiente vengano da l'esterno, ma che quello
le riscuota da dentro? Lascio che l'efficiente di queste cose, chiamato da te
con un comun nome Natura, lo fai pur principio interno, e non esterno, come
avviene ne le cose artificiali. Allora mi par che convegna dire che la non abbia
in sé forma e atto alcuno, quando lo viene a ricevere di fuora; allora mi par
che convegna dire che l'abbia tutte, quando si dice cacciarle tutte dal suo
seno. Non sei tu quello che, se non costretto da la raggione, spinto però dalla
consuetudine del dire, deffinendo la materia, la dici più tosto esser
"quella cosa di cui ogni specie naturale si produce", che abbi mai
detto esser "quello, in cui le cose si fanno", come converrebbe dire
quando li atti non uscissero da quella, e per conseguenza non le avesse?
-70 \ POL.\
Certe consuevit dicere Aristoteles cum suis potius formas educi de potentia
materiae quam in illam induci, emergere potius ex ipsa quam in ipsam ingeri:
ma io direi, che ha piaciuto ad Aristotele chiamar atto più tosto la
esplicazione de la forma che la implicazione.
71 \ DIC.\
E io dico che l'essere espresso, sensibile ed esplicato, non è principal
raggione de l'attualità, ma è una cosa consequente ed effetto di quella; sì
come il principal essere del legno e raggione di sua attualità non consiste ne
l'essere letto, ma ne l'essere di tal sustanza e consistenza che può esser
letto, scanno, trabe, idolo e ogni cosa di legno formata. Lascio che secondo più
alta raggione della materia naturale si fanno tutte cose naturali, che della
artificiale le arteficiali, perché l'arte della materia suscita le forme o per
suttrazione, come quando de la pietra fa la statua, o per apposizione, come
quando, giongendo pietra a pietra e legno e terra, forma la casa; ma la natura
de la sua materia fa tutto per modo di separazione, di parto, di efflussione,
come intesero i pitagorici, compreso Anassagora e Democrito, confirmorno i
sapienti di Babilonia. Ai quali sottoscrisse anco Mosè, che, descrivendo la
generazione delle cose comandata da l'efficiente universale, usa questo modo di
dire: "Produca la terra li suoi animali, producano le acqui le anime
viventi", quasi dicesse: producale la materia. Perché, secondo lui, il
principio materiale de le cose è l'acqua; onde dice, che l'intelletto
efficiente (chiamato da lui spirito) "covava sopra l'acqui": cioè, li
dava virtù procreatrice, e da quelle produceva le specie naturali, le quali
tutte poi son dette da lui, in sustanza, acqui. Onde parlando della separazione
de' corpi inferiori e superiori, dice che "la mente separò le acqui da l'acqui",
da mezzo de le quali induce esser comparuta l'arida. Tutti dunque per modo di
separazione vogliono le cose essere da la materia, e non per modo di apposizione
e recepzione. Dunque si de' più tosto dire che contiene le forme e che le
includa, che pensare, che ne sia vota e le escluda. Quella, dunque, che esplica
lo che tiene implicato, deve essere chiamata cosa divina e ottima parente,
genetrice e madre di cose naturali, anzi la natura tutta in sustanza. Non dite e
volete cossì, Teofilo?
72 \ TEOF.\
Certo.
73 \ DIC.\
Anzi molto mi maraviglio, come non hanno i nostri Peripatetici continuata la
similitudine de l'arte. La quale de molte materie che conosce e tratta, quella
giudica esser megliore e più degna, la quale è meno soggetta alla corrozione
ed è più costante alla durazione, e della quale possono esser prodotte più
cose: però giudica l'oro esser più nobile che il legno, la pietra e il ferro,
perché è meno soggetto a corrompersi; e ciò che può esser fatto di legno e
di pietra, può farsi de oro, e molte altre cose di più, maggiori e megliori
per la sua bellezza, costanza, trattabilità e nobiltà. Or che doviamo dire di
quella materia, della quale si fa l'uomo, l'oro e tutte cose naturali? Non deve
esser ella stimata più degna che la artificiale, e aver raggione di meglior
attualità? - Perché, o Aristotile, quello che è fondamento e base de
l'attualità, dico, di ciò che è in atto, e quello che tu dici esser sempre,
durare in eterno, non vorai che sia più in atto, che le tue forme, che le tue
entelechie, che vanno e vegnono, di sorte che, quando volessi cercare la
permanenza di questo principio formale ancora....
74 \ POL.\
Quia principia oportet semper manere.
75 \ DIC.\
- e non possendo ricorrere alle fantastiche idee di Platone, come tue tanto
nemiche, sarai costretto e necessitato a dire che queste forme specifiche o
hanno la sua permanente attualità nella mano de l'efficiente; e cossì non puoi
dire, perché quello è detto da te suscitatore e riscuotitore de le forme della
potenza de la materia: o hanno la sua permanente attualità nel seno de la
materia; e cossì ti fia necessario dire, perché tutte le forme che appaiono
come nella sua superficie, che tu dici individuali e in atto, tanto quelle che
furono quanto le che sono e saranno, son cose principiate, non sono principio.
(E certo cossì credo essere nella superficie della materia la forma
particolare, come lo accidente è nella superficie della sustanza composta. Onde
minor raggione di attualità deve avere la forma espressa al rispetto della
materia, come.minor raggione di attualità ha la forma accidentale in rispetto
del composto).
76 \ TEOF.\
In vero poveramente si risolve Aristotele, che dice, insieme con tutti gli
antichi filosofi, che li principii denno essere sempre permanenti; e poi quando
cercamo nella sua dottrina dove abbia la sua perpetua permanenza la forma
naturale, la quale va fluttuando nel dorso de la materia, non la trovaremo ne le
stelle fisse, perché non descendeno da alto queste particulari che veggiamo;
non ne gli sigilli ideali, separati da la materia, perché quelli per certo, se
non son mostri, son peggio che mostri, voglio dire chimere e vane fantasie. Che
dunque? Sono nel seno della materia. Che dunque? Ella è fonte de la attualità.
Volete ch'io vi dica di vantaggio e vi faccia vedere in quanta assurdità sia
incorso Aristotele? Dice lui la materia essere in potenza. Or dimandategli
quando sarà in atto. Risponderà una gran moltitudine con esso lui: quando arà
la forma. Or aggiungi e dimanda: che cosa è quella che ha l'essere di novo?
Risponderanno a lor dispetto: il composto e non la materia; perché essa è
sempre quella, non si rinova, non si muta. Come nelle cose artificiali, quando
del legno è fatta la statua, non diciamo che al legno vegna nuovo essere, perché
niente più o meno è legno ora che era prima; ma quello che riceve lo esser e
l'attualità, è lo che di nuovo si produce, il composto, dico la statua. Come
adunque a quello dite appartenere la potenza; che mai sarà in atto o arà
l'atto? Non è dunque la materia in potenza di essere o la che può essere,
perché lei sempre è medesima e inmutabile, ed è quella circa la quale e nella
quale è la mutazione, più tosto che quella che si muta. Quello che si altera,
si aumenta, si sminuisce, si muta di loco, si corrompe, sempre (secondo voi
medesimi peripatetici) è il composto, mai la materia; perché dunque dite la
materia or in potenza or in atto? Certo non è chi debba dubitare che, o per
ricevere le forme o per mandarle da sé, quanto all'essenza e sustanza sua, essa
non riceve maggior e minor attualità; e però non esser raggione, per la quale
venga detta in potenza. La quale quadra a ciò che è in continuo moto circa
quella, e non a lei che è in eterno stato ed è causa del stato più tosto;
perché, se la forma, secondo l'essere fondamentale e specifico, è di semplice
e invariabile essenza, non solo logicamente nel concetto e la raggione, ma anco
fisicamente nella natura, bisognarà che sia nella perpetua facultà de la
materia, la quale è una potenza indistinta da l'atto, come in molti modi ho
esplicato quando della potenza ho tante volte discorso.
77 \ POL.\
Quaeso, dite qualche cosa dello appetito della materia, a fin che
prendiamo qualche risoluzione per certa alterazione tra me e Gervasio.
78 \ GERV.\
Di grazia, fatelo, Teofilo, perché costui mi ha rotto il capo con la
similitudine de la femina e la materia, e che la donna non si contenta meno di
maschi che la materia di forme, e va discorrendo.
79 \ TEOF.\
Essendo che la materia non riceve cosa alcuna da la forma, perché volete che la
appetisca? Se (come abbiamo.detto) ella manda dal suo seno le forme, e per
consequenza le ha in sé, come volete che le appetisca? Non appetisce quelle
forme, che giornalmente si cangiano nel suo dorso; perché ogni cosa ordinata
appetisce quello dal che riceve perfezione. Che può dare una cosa corrottibile
ad una cosa eterna? una cosa imperfetta, come è la forma de cose sensibili, la
quale sempre è in moto, ad una cosa eterna? una cosa imperfetta, come è la
forma de cose sensibili, la quale sempre è in moto, ad un'altra tanto perfetta
che, se ben si contempla, è uno esser divino nelle cose, come forse volea dire
David de Dinanto, male inteso da alcuni che riportano la sua opinione? Non la
desidera per esser conservata da quella, perché la cosa corrottibile non
conserva la cosa eterna; oltre che è manifesto, che la materia conserva la
forma: onde tal forma più tosto deve desiderar la materia per perpetuarsi,
perché, separandosi da quella, perde l'essere lei, e non quella che ha tutto ciò
che aveva prima che lei si trovasse, e che può aver de le altre. Lascio che,
quando si dà la causa de la corrozione, non si dice che la forma fugge la
materia o che lascia la materia, ma più tosto che la materia rigetta quella
forma per prender l'altra. Lascio a proposito che non abbiamo più raggion di
dire che la materia appete le forme, che per il contrario le ha in odio (parlo
di quelle che si generano e corrompono, perché il fonte de le forme, che è in
sé, non può appetere, atteso che non si appete lo che si possiede), perché
per tal raggione, per cui se dice appetere lo che tal volta riceve o produce,
medesimamente, quando lo rigetta e toglie via, se può dir che l'abomina; anzi
più potentemente abomina che appete, atteso che eternamente rigetta quella
forma numerale che in breve tempo ritenne. Se dunque ricordarai questo, che
quante ne prende tante ne rigetta, devi equalmente farmi lecito de dire che ella
ha in fastidio, come io ti farò dire che ella ha in desio.
80 \ GERV.\
Or ecco a terra non solamente gli castelli di Poliinnio, ma ancora di altri che
di Poliinnio.
81 \ POL.\
Parcius ista viris.....
82 \ DIC.\
Abbiamo assai compreso per oggi; a rivederci domani!
83 \ TEOF.\
Dunque, adio.
84 Fine
del quarto dialogo.
Dialogo 5
1 \ TEOF.\ È dunque l'universo uno, infinito, inmobile. Una, dico,
è la possibilità assoluta, uno l'atto, una la forma o anima, una la materia o
corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve
posser essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito
e interminato, e per conseguenza inmobile. Questo non si muove localmente, perché
non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si
genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare,
atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in
cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso
che è infinito; a cui come non si può aggiongere, cossì è da cui non si può
suttrarre, per ciò che lo infinito non ha parte proporzionabili. Non è
alterabile in altra disposizione, perché non ha esterno, da cui patisca e per
cui venga in qualche affezione. Oltre che, per comprender tutte contrarietadi
nell'esser suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad
altro e novo essere, o pur ad altro e altro modo di essere, non può esser
soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, né può aver contrario o
diverso, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde. Non è materia,
perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è
forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è
uno, è universo. Non è misurabile né misura. Non si comprende, perché non è
maggior di sé. Non si è compreso, perché non è minor di sé. Non si
agguaglia, perché non è altro e altro ma uno e medesimo. Essendo medesimo e
uno, non ha essere ed essere; e perché non ha essere ed essere, non ha parte e
parte; e per ciò che non ha parte e parte, non è composto. Questo è termine
di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente
materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il
tutto indifferentemente, e però è uno, l'universo è uno.
2 In
questo certamente non è maggiore l'altezza che la lunghezza e profondità; onde
per certa similitudine si chiama, ma non è, sfera. Nella sfera, medesima cosa
è lunghezza che larghezza e profondo, perché hanno medesimo termino; ma ne
l'universo medesima cosa è larghezza, lunghezza e profondo, perché
medesimamente non hanno termine e sono infinite. Se non hanno mezzo, quadrante e
altre misure, se non vi è misura, non vi è parte proporzionale, né
assolutamente parte che differisca dal tutto. Perché, se vuoi dir parte de
l'infinito, bisogna dirla infinito; se è infinito, concorre in uno essere con
il tutto: dunque l'universo è uno, infinito, impartibile. E se ne l'infinito
non si trova differenza, come di tutto e parte, e come di altro e altro, certo
l'infinito è uno. Sotto la comprensione de l'infinito non è parte maggiore e
parte minore, perché alla proporzione de l'infinito non si accosta più una
parte quantosivoglia maggiore che un'altra quantosivoglia minore; e però ne
l'infinita durazione non differisce la ora dal giorno, il giorno da l'anno,
l'anno dal secolo, il secolo dal momento; perché non son più gli momenti e le
ore che gli secoli, e non hanno minor proporzione quelli che questi a la eternità.
Similmente ne l'immenso non è differente il palmo dal stadio, il stadio da la
parasanga; perché alla proporzione de la inmensitudine non più si accosta per
le parasanghe che per i palmi. Dunque infinite ore non son più che infiniti
secoli, e infiniti palmi non son di maggior numero che infinite parasanghe. Alla
proporzione, similitudine, unione e identità de l'infinito non più ti accosti
con essere uomo che formica, una stella che un uomo; perché a quello essere non
più ti avicini con esser sole, luna, che un uomo o una formica; e però
nell'infinito queste cose sono indifferenti. E quello che dico di queste,
intendo di tutte l'altre cose di sussistenza particulare.
3 Or, se
tutte queste cose particulari ne l'infinito non sono altro e altro, non sono
differenti, non sono specie, per necessaria consequenza non sono numero; dunque,
l'universo è ancor uno immobile. Questo, perché comprende tutto, e non patisce
altro e altro essere, e non comporta seco né in sé mutazione alcuna; per
consequenza, è tutto quello che può essere; ed in lui (come dissi l'altro
giorno) non è differente l'atto da la potenza. Se dalla potenza non è
differente l'atto, è necessario che in quello il punto, la linea, la superficie
e il corpo non differiscano: perché cossì quella linea è superficie, come la
linea, movendosi, può essere superficie; cossì quella superficie è mossa ed
è fatta corpo, come la superficie può moversi e, con il suo flusso, può farsi
corpo. È necessario dunque che il punto ne l'infinito non differisca dal corpo,
perché il punto, scorrendo da l'esser punto, si fa linea; scorrendo da l'esser
linea, si fa superficie; scorrendo da l'esser superficie, si fa corpo; il punto,
dunque, perché è in potenza ad esser corpo, non differisce da l'esser corpo
dove la potenza e l'atto è una medesima cosa.
4 Dunque,
l'individuo non è differente dal dividuo, il simplicissimo da l'infinito, il
centro da la circonferenza. Perché dunque l'infinito è tutto quello che può
essere; è inmobile; perché in lui tutto è indifferente, è uno; e perché ha
tutta la grandezza e perfezione che si possa oltre e oltre avere, è massimo ed
ottimo immenso. Se il punto non differisce dal corpo, il centro da la
circonferenza, il finito da l'infinito, il massimo dal minimo, sicuramente
possiamo affirmare che l'universo è tutto centro, o che il centro de l'universo
è per tutto, e che la circonferenza non è in parte alcuna per quanto è
differente dal centro, o pur che la circonferenza è per tutto, ma il centro non
si trova in quanto che è differente da quella. Ecco come non è impossibile, ma
necessario che l'ottimo, massimo, incompreensibile è tutto, è per tutto, è in
tutto, perché, come semplice e indivisibile, può esser tutto, essere per
tutto, essere in tutto. E cossì non è stato vanamente detto che Giove empie
tutte le cose, inabita tutte le parti de l'universo, è centro de ciò che ha
l'essere, uno in tutto e per cui uno è tutto. Il quale, essendo tutte le cose e
comprendendo tutto l'essere in sé, viene a far che ogni cosa sia in ogni cosa.
5 Ma mi
direste: perché dunque le cose si cangiano, la materia particulare si forza ad
altre forme? Vi rispondo, che non è mutazione che cerca altro essere, ma altro
modo di essere. E questa è la differenza tra l'universo e le cose de
l'universo; perché quello comprende tutto lo essere e tutti i modi di essere:
di queste ciascuna ha tutto l'essere, ma non tutti i modi di essere; e non può
attualmente aver tutte le circostanze e accidenti, perché molte forme sono
incompossibili in medesimo soggetto, o per esserno contrarie o per appartener a
specie diverse; come non può essere medesimo supposito individuale sotto
accidenti di cavallo e uomo, sotto dimensioni di una pianta e uno animale.
Oltre, quello comprende tutto lo essere totalmente, perché estra e oltre lo
infinito essere non è cosa che sia, non avendo estra né oltra; di queste poi
ciascuna comprende tutto lo essere, ma non totalmente, perché oltre ciascuna
sono infinite altre. Però intendete tutto essere in tutto, ma non totalmente e
omnimodamente in ciascuno. Però intendete come ogni cosa è una, ma non
unimodamente.
6 Però
non falla chi dice uno essere lo ente, la sustanza e l'essenzia; il quale, come
infinito e interminato, tanto secondo la sustanza quanto secondo la durazione
quanto secondo la grandezza quanto secondo il vigore, non ha raggione di
principio né di principiato; perché, concorrendo ogni cosa in unità e identità,
dico medesimo essere, viene ad avere raggione absoluta e non respettiva. Ne
l'uno infinito, inmobile, che è la sustanza, che è lo ente, se vi trova la
moltitudine, il numero, che, per essere modo e moltiformità de lo ente, la
quale viene a denominar cosa per cosa, non fa per questo che lo ente sia più
che uno, ma moltimodo e moltiforme e moltifigurato. Però, profondamente
considerando con gli filosofi naturali, lasciando i logici ne le lor fantasie,
troviamo che tutto lo che fa differenza e numero, è puro accidente, è pura
figura, è pura complessione. Ogni produzione, di qualsivoglia sorte che la sia,
è una alterazione, rimanendo la sustanza sempre medesima; perché non è che
una, uno ente divino, immortale. Questo lo ha possuto intendere Pitagora, che
non teme la morte, ma aspetta la mutazione. L'hanno possuto intendere tutti
filosofi, chiamati volgarmente fisici, che niente dicono generarsi secondo
sustanza né corrompersi, se non vogliamo nominar in questo modo la alterazione.
Questo lo ha inteso Salomone, che dice "non essere cosa nova sotto il sole,
ma quel che è fu già prima". Avete dunque come tutte le cose sono ne
l'universo, e l'universo è in tutte le cose; noi in quello, quello in noi; e
cossì tutto concorre in una perfetta unità. Ecco come non doviamo travagliarci
il spirto, ecco come cosa non è, per cui sgomentarne doviamo. Perché questa
unità è sola e stabile, e sempre rimane; questo uno è eterno; ogni volto,
ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla, anzi è nulla tutto lo
che è fuor di questo uno. Quelli filosofi hanno ritrovata la sua amica Sofia,
li quali hanno ritrovata questa unità. Medesima cosa a fatto è la sofia, la
verità, la unità. Hanno saputo tutti dire che vero, uno ed ente son la
medesima cosa, ma non tutti hanno inteso: perché altri hanno seguitato il modo
di parlare, ma non hanno compreso il modo d'intendere di veri sapienti.
Aristotele, tra gli altri, che non ritrovò l'uno, non ritrovò lo ente, e non
ritrovò il vero, perché non conobbe come uno lo ente; e benché fusse stato
libero di prendere la significazione de lo ente comune alla sustanza e
l'accidente, e oltre de distinguere le sue categorie secondo tanti geni e specie
per tante differenze, non ha lasciato però di essere non meno poco aveduto
nella verità per non profondare alla cognizione di questa unità e indifferenza
de la costante natura ed essere; e, come sofista ben secco, con maligne
esplicazioni e con leggiere persuasioni pervertere le sentenze degli antichi e
opporsi a la verità, non tanto forse per imbecillità de intelletto, quanto per
forza d'invidia e ambizione.
7 \ DIC.\
Sì che questo mondo, questo ente, vero, universo, infinito, inmenso, in ogni
sua parte è tutto, tanto che lui è lo istesso ubique. Laonde ciò che
è ne l'universo, al riguardo de l'universo (sia che si vuole a rispetto de li
altri particolari corpi), è per tutto secondo il modo della sua capacità;
perché è sopra, è sotto, infra, destro, sinistro, e secondo tutte differenze
locali, perché in tutto lo infinito son tutte queste differenze e nulla di
queste. Ogni cosa che prendemo ne l'universo, perché ha in sé quello che è
tutto per tutto, comprende in suo modo tutta l'anima del mondo (benché non
totalmente, come già abbiamo detto); la quale è tutta in qualsivoglia parte di
quello. Però, come lo atto è uno, e fa uno essere, ovunque lo sia, cossì nel
mondo non è da credere che sia pluralità di sustanza e di quello che veramente
è ente.
8 Appresso
so che avete come cosa manifesta che ciascuno di tutti questi mondi
innumerabili, che noi veggiamo ne l'universo, non sono in quello tanto come in
un luogo continente e come in uno intervallo e spacio, quanto come in uno
comprensore, conservatore, motore, efficiente; il quale cossì tutto vien
compreso da ciascuno di questi mondi, come l'anima tutta da ciascuna parte del
medesimo. Però, benché un particolare mondo si muova verso e circa l'altro,
come la terra al sole e circa il sole, nientedimeno al rispetto dell'universo
nulla si muove verso né circa quello, ma in quello.
9 Oltre,
volete che sì come l'anima (anco secondo il dir comune) è in tutta la gran
mole, a cui dà l'essere, e insieme insieme è individua, e per tanto
medesimamente è in tutto e in qualsivoglia parte intieramente; cossì la
essenza de l'universo è una nell'infinito ed in qualsivoglia cosa presa come
membro di quello, sì che a fatto il tutto e ogni parte di quello viene ad esser
uno secondo la sustanza; onde non essere inconvenientemente detto da Parmenide
uno, infinito immobile, sia che si vuole della sua intenzione, la quale è
incerta, riferita da non assai fidel relatore.
10 Dite
che quel tutto che si vede di differenza negli corpi,.quanto alle formazioni,
complessioni, figure, colori e altre proprietadi e comunitadi, non è altro che
un diverso volto di medesima sustanza; volto labile, mobile, corrottibile di uno
inmobile, perseverante ed eterno essere; in cui son tutte forme, figure e
membri, ma indistinti e come agglomerati, non altrimente che nel seme, nel quale
non è distinto il braccio da la mano, il busto dal capo, il nervo da l'osso. La
qual distinzione e sglomeramento non viene a produre altra e nuova sustanza, ma
viene a ponere in atto e compimento certe qualitadi, differenze, accidenti e
ordini circa quella sustanza. E quel che si dice del seme al riguardo de le
membra degli animali, medesimo si dice del cibo al riguardo de l'esser chilo,
sangue, flemma, carne, seme; medesimo di qualch'altra cosa, che precede l'esser
cibo o altro; medesimo di tutte cose, montando da l'infimo grado della natura
sino al supremo di quella montando da l'università fisica, conosciuta da'
filosofi, alla altezza dell'archetipa, creduta da' teologi, se ti piace; sin che
si dovenga ad una originale ed universale sustanza medesima del tutto, la quale
si chiama lo ente, fondamento di tutte specie e forme diverse; come ne l'arte
fabrile è una sustanza di legno soggetta a tutte misure e figure, che non son
legno, ma di legno, nel legno, circa il legno. Però tutto quello che fa
diversità di geni, di specie, differenze, proprietadi, tutto che consiste nella
generazione, corrozione, alterazione e cangiamento, non è ente, non è essere,
ma condizione e circostanza di ente ed essere; il quale è uno, infinito,
immobile, soggetto, materia, vita, anima, vero e buono.
11 Volete
che per essere lo ente indivisibile e semplicissimo, perché è infinito e atto
tutto in tutto e tutto in ogni parte (in modo che diciamo parte nello infinito,
non parte dello infinito), non possiamo pensar in modo alcuno che la terra sia
parte dello ente, il sole parte della sustanza, essendo quella impartibile; ma sì
bene è lecito dire sustanza della parte o pur, meglio, sustanza nella parte;
cossì, come non è lecito dire parte dell'anima esser nel braccio, parte
dell'anima esser nel capo, ma sì bene l'anima nella parte che è il capo, la
sustanza della parte o nella parte che è il braccio. Perché lo essere
porzione, parte, membro, tutto, tanto quanto, maggiore minore, come questo come
quello, di questo di quello, concordante, differente e di altre raggioni che non
significano uno assoluto, e però non si possono riferire alla sustanza, a
l'uno, a l'ente, ma per la sustanza, nell'uno e circa lo ente, come modi,
raggioni e forme; cossì, come comunmente si dice circa una sustanza essere la
quantità, la qualità, relazione, azione, passione e altri circostanti geni,
talmente ne l'uno ente summo, nel quale è indifferente l'atto dalla potenza, il
quale può essere tutto assolutamente ed è tutto quello che può essere, è
complicatamente uno, inmenso, infinito, che comprende tutto lo essere ed è
esplicatamente in questi corpi sensibili e in la distinta potenza e atto che
veggiamo in essi. Però volete che quello che è generato e genera (o sia
equivoco o univoco agente, come dicono quei che volgarmente filosofano) e quello
di che si fa la generazione, sempre sono di medesima sustanza. Per il che non vi
sonarà mal ne l'orecchio la sentenza di Eraclito, che disse tutte le cose
essere uno, il quale per la mutabilità ha in sé tutte le cose; e perché tutte
le forme sono in esso, conseguentemente tutte le diffinizioni gli convegnono; e
per tanto le contradittorie enunciazioni son vere. E quello che fa la
moltitudine ne le cose, non è lo ente, non è la cosa, ma quel che appare, che
si rapresenta al senso ed è nella superficie della cosa.
12 \ TEOF.\
Cossì è. Oltre questo, voglio che apprendiate più capi di questa
importantissima scienza e di questo fondamento solidissimo de le veritadi e
secreti di natura. Prima, dunque, voglio che notiate essere una e medesima scala
per la quale la natura descende alla produzion de le cose, e l'intelletto
ascende alla cognizion di quelle; e che l'uno e l'altra da l'unità procede
all'unità, passando per la moltitudine di mezzi. Lascio che, con il suo modo di
filosofare, gli Peripatetici e molti Platonici alla moltitudine de le cose, come
al mezzo, fanno procedere il purissimo atto da un estremo e la purissima potenza
da l'altro; come vogliono altri per certa metafora convenir le tenebre e la luce
alla constituzione de innumerabili gradi di forme, effigie, figure e colori.
Appresso i quali, che considerano dui principii e dui principi, soccorreno altri
nemici e impazienti di poliarchia, e fanno concorrere quei doi in uno, che
medesimamente è abisso e tenebra, chiarezza e luce, oscurità profonda e
impenetrabile, luce superna e inaccessibile.
13 Secondo,
considerate che l'intelletto, volendo liberarse e disciorse dall'immaginazione
alla quale è congionto, oltre che ricorre alle matematiche ed imaginabili
figure, a fin che o per quelle o per la similitudine di quelle comprenda
l'essere e la sustanza de le cose, viene ancora a riferire la moltitudine e
diversità di specie a una e medesima radice. Come Pitagora che puose gli numeri
principii specifici de le cose, intese fundamento e sustanza di tutti la unità;
Platone ed altri, che puosero le specie consistenti nelle figure, di tutti il
medesimo ceppo e radice intesero il punto come sustanza e geno universale. E
forse le superficie e figure son quelle che al fine intese Platone per il suo
Magno, e il punto e atomo è quello che intese per il suo Parvo, gemini
principii specifici de le cose; i quali poi si riducono ad uno, come ogni
dividuo a l'individuo. Que' dunque che dicono, il principio sustanziale esser
l'uno, vogliono che le sustanze son come i numeri; gli altri che intendeno il
principio sustanziale come il punto, vogliono le sustanze de cose essere come
figure; e tutti convegnono con ponere un principio individuo. Ma meglior e più
puro è il modo di Pitagora che quel di Platone, perché la unità è causa e
raggione della individuità e puntalità, ed è un principio più absoluto e
accomodabile a l'universo ente.
14 \ GERV.\
Perché Platone, che venne appresso, non fece similmente né meglio che
Pitagora?.
15 \ TEOF.\
Perché volse più tosto, dicendo peggio e con men comodo e appropriato modo,
esser stimato maestro che, dicendo megliormente e meglio, farsi riputar
discepolo. Voglio dire, che il fine de la sua filosofia era più la propria
gloria che la verità; atteso che non posso dubitar che lui sapesse molto bene
che il suo modo era appropriato più alle cose corporali e corporalmente
considerate, e quell'altro non meno accomodato e appropriabile a queste, che a
tutte l'altre che la raggione, l'imaginazione, l'intelletto, l'una e l'altra
natura sapesse fabricare. Ogniuno confessarà, che non era occolto a Platone che
la unità e numeri necessariamente essaminano e donano raggione di punto e
figure, e non sono essaminati e non prendeno raggione da figure e punti
necessariamente, come la sustanza dimensionata e corporea depende
dall'incorporea e individua; oltre che questa è absoluta da quella, perché la
raggione di numeri si trova senza quella de misura, ma quella non può essere
absoluta da questa, perché la raggione di misure non si trova senza quella di
numeri. Però la aritmetrica similitudine e proporzione è più accomodata che
la geometrica, per guidarne per mezzo de la moltitudine alla contemplazione e
apprensione di quel principio indivisibile; che, per essere unica e radical
sustanza di tutte cose, non è possibile, ch'abbia un certo e determinato nome,
e tal dizione che significhe più tosto positiva che privativamente: e però è
stato detto da altri punto, da altri unità, da altri infinito, e secondo varie
raggioni simili a queste.
16 Aggiungi
a quel che è detto che, quando l'intelletto vuol comprendere l'essenzia d'una
cosa, va simplificando quanto può: voglio dire, dalla composizione e
moltitudine se ritira, rigittando gli accidenti corrottibili, le dimensioni, i
segni, le figure a quello che sottogiace a queste cose. Cossì la lunga
scrittura e prolissa orazione non intendemo, se non per contrazione ad una
semplice intenzione. L'intelletto in questo dimostra apertamente come ne l'unità
consista la sustanza de le cose, la quale va cercando o in verità o in
similitudine. Credi, che sarebbe consummatissimo e perfettissimo geometra quello
che potesse contraere ad una intenzione sola tutte le intenzioni disperse ne'
principii di Euclide; perfettissimo logico chi tutte le intenzioni contraesse ad
una. Quindi è il grado delle intelligenze; perché le inferiori non possono
intendere molte cose, se non con molte specie, similitudini e forme; le
superiori intendeno megliormente con poche; le altissime con pochissime
perfettamente. La prima intelligenza in una idea perfettissimamente comprende il
tutto; la divina mente e la unità assoluta, senza specie alcuna, è ella
medesimo lo che intende e lo ch'è inteso. Cossì dunque, montando noi alla
perfetta cognizione, andiamo complicando la moltitudine; come, descendendosi
alla produzione de le cose, si va esplicando la unità. Il descenso è da uno
ente ad infiniti individui e specie innumerabili, lo ascenso è da questi a
quello.
17 Per
conchiudere dunque questa seconda considerazione, dico che, quando aspiriamo e
ne forziamo al principio e sustanza de le cose, facciamo progresso verso la
indivisibilità; e giamai credemo esser gionti al primo ente e universal
sustanza sin che non siamo arrivati a quell'uno individuo in cui tutto si
comprende; tra tanto non più credemo comprendere di sustanza e di essenza, che
sappiamo comprendere di indivisibilità. Quindi i Peripatetici e Platonici
infiniti individui riducono ad una individua raggione di molte specie;
innumerabili specie comprendono sotto determinati geni, quali Archita primo
volse che fussero diece; determinati geni ad uno ente, una cosa; la qual cosa ed
ente è compresa da costoro come un nome e dizione ed una logica intenzione, e
in fine una vanità. Perché, trattando fisicamente poi, non conosceno uno
principio di realità ed essere di tutto quel che è, come una intenzione e nome
comune a tutto quel che si dice e si comprende. Il che certo è accaduto per
imbecillità di intelletto.
18 Terzo,
devi sapere che, essendo la sustanza ed essere distinto ed assoluto da la
quantità, e per conseguenza la misura e numero non è sustanza ma circa la
sustanza, non ente ma cosa di ente, aviene che necessariamente doviamo dire la
sustanza essenzialmente essere senza numero e senza misura, e però una e
individua in tutte le cose particolari; le quali hanno la sua particularità dal
numero, cioè da cose che sono circa la sustanza. Onde chi apprende Poliinnio
come Poliinnio, non apprende sustanza particolare, ma sustanza nel particolare e
nelle differenze, che son circa quella; la quale per esse viene a ponere questo
uomo in numero e moltitudine sotto una specie. Qua, come certi accidenti umani
fanno moltiplicazione di questi chiamati individui dell'umanità, cossì certi
accidenti animali fanno moltiplicazione di queste specie dell'animalità.
Parimenti certi accidenti vitali fanno moltiplicazione di questo animato e
vivente. Non altrimente certi accidenti corporei fanno moltiplicazione di
corporeità. Similmente certi accidenti di sussistenza fanno moltiplicazione di
sustanza. In tal maniera certi accidenti di essere fanno moltiplicazione di
entità, verità, unità, ente, vero, uno.
19 Quarto,
prendi i segni e le verificazioni per le quali conchiuder vogliamo gli contrarii
concorrere in uno, onde non fia difficile al fine inferire che le cose tutte
sono uno, come ogni numero, tanto pare quanto ìmpare, tanto finito quanto
infinito, se riduce all'unità; la quale iterata con il finito pone il numero, e
con l'infinito nega il numero. I segni le prenderai dalla matematica, le
verificazioni da le altre facultadi morali e speculative. Or, quanto a' segni,
ditemi: che cosa è più dissimile alla linea retta, che il circolo? che cosa è
più contrario al retto che il curvo? Pure nel principio e minimo concordano,
atteso che (come divinamente notò il Cusano, inventor di più bei secreti di
geometria) qual differenza trovarai tu tra il minimo arco e la minima corda?
Oltre, nel massimo, che differenza trovarai tra il circolo infinito e la linea
retta? Non vedete come il circolo, quanto è più grande, tanto più con il suo
arco si va approssimando alla rettitudine? Chi è sì cieco, che non veda
qualmente l'arco BB, per esser più grande che l'arco AA, e l'arco CC più
grande che l'arco BB, e l'arco DD più che gli altri tre, riguardano ad esser
parte di maggior circolo; e con questo più e più avicinarsi alla rettitudine
della linea infinita del circolo infinito, significata per IK? Quivi certamente
bisogna dire e credere che, sì come quella linea che è più grande, secondo la
raggione di maggior grandezza, è anco più retta; similmente la massima di
tutte deve essere in superlativo più di tutte retta; tanto che al fine la linea
retta infinita vegna ad esser circolo infinito. Ecco dunque come non solamente
il massimo e il minimo convegnono in uno essere, come altre volte abbiamo
dimostrato, ma ancora nel massimo e nel minimo vegnono ad essere uno e
indifferente gli contrari.
20 Oltre,
se ti piace comparare le specie finite al triangolo, perché dal primo finito e
primo terminato tutte le cose finite se intendeno, per certa analogia,
participare a finitudine e la terminazione (come in tutti geni li predicati
analogi tutti prendeno il grado e ordine dal primo e massimo di quel geno), per
tanto che il triangolo è la prima figura, la quale non si può risolvere in
altra specie di figura più semplice (come, per il contrario, il quatrangolo se
risolve in triangoli), e però è primo fondamento d'ogni cosa terminata e
figurata: trovarai che il triangolo, come non si risolve in altra figura,
similmente non può procedere in triangoli di quai gli tre angoli sieno maggiori
o minori, benché sieno varii e diversi, di varie e diverse figure, quanto alla
magnitudine maggiore e minore, minima e massima. Però se poni un triangolo
infinito (non dico realmente e assolutamente, perché l'infinito non ha figura;
ma infinito dico per supposizione, e per quanto angolo dà luogo a quello che
vogliamo dimostrare) quello non arà angolo maggiore che il triangolo minimo
finito, non solo che li mezzani e altro massimo.
21 Lasciando
stare la comparazione de figure e figure, dico di triangoli e triangoli; e
prendendo angoli e angoli, tutti, quantunque grandi e piccioli, sono equali,
come in questo quadro appare. Il quale per il diametro è diviso in tanti
triangoli: dove si vede che non solamente sono uguali li angoli retti di tre
quadrati A, B, C, ma anco tutti gli acuti che risultano per divisione di detto
diametro, che constituisce tanti al doppio triangoli, tutti di equali angoli.
Quindi per similitudine molto espressa si vede come la una infinita sustanza può
essere in tutte le cose tutta, benché in altri finita in altri infinitamente,
in questi con minore in quelli con maggiore misura.
22 Giongi
a questo (per veder oltre che in questo uno e infinito li contrarii concordano)
che lo angolo acuto e ottuso sono dui contrarii, i quali non vedi qualmente
nascono da uno individuo e medesimo principio, cioè da una inclinazione che fa
la linea perpendicolare M, che si congionge alla linea iacente BD, nel punto C?
Questa, su quel punto, con una semplice inclinazione verso il punto D, dopo che
faceva indifferentemente angulo retto e retto, viene a far tanto maggior
differenza di angolo acuto e ottuso, quanto più s'avicina al punto C; al quale
essendo gionta e unita, fa l'indifferenza d'acuto e ottuso, similmente
annullandosi l'uno e l'altro, perché sono uno nella potenza di medesima linea.
Quella come ha possuto unirsi e farsi indifferente con la linea BD, cossì può
disunirsi e farsi differente da quella, suscitando da medesimo, uno e individuo
principio i contrariissimi angoli, che sono il massimo acuto e massimo ottuso
sin al minimo acuto e ottuso minimo, ed oltre all'indifferenza di retto e quella
concordanza che consiste nel contatto della perpendicolare e iacente.
23 Quanto
alle verificazioni poi, chi non sa primamente circa le qualitadi attive prime
della natura corporea, che il principio del calore è indivisibile, e però
separato da ogni calore, perché il principio non deve essere cosa alcuna de le
principiate? Se è cossì, chi deve dubitare di affirmare che il principio non
è caldo né freddo, ma uno medesimo del caldo e del freddo? Onde aviene che un
contrario è principio de l'altro, e che però le trasmutazioni son circolari,
se non per essere un soggetto, un principio, un termine e una continuazione e un
concorso de l'uno e l'altro? Il minimo caldo e il minimo freddo non son tutto
uno? Dal termine del massimo calore non si prende il principio del moto verso il
freddo? Quindi è aperto che non solo ocorreno talvolta i dui massimi nella
resistenza e li dui minimi nella concordanza, ma etiam il massimo e il
minimo per la vicissitudine di trasmutazione; onde non senza caggione
nell'ottima disposizione sogliono temere i medici; nel supremo grado della
felicità son più timidi gli providi. Chi non vede uno essere il principio
della corrozione e generazione? L'ultimo del corrotto non è principio del
generato? Non diciamo insieme: tolto quello, posto questo? era quello, è
questo? Certo (se ben misuramo) veggiamo che la corrozione non è altro che una
generazione, e la generazione non è altro che una corrozione; l'amore è un
odio, l'odio è un amore, al fine. L'odio del contrario è amore del
conveniente; l'amor di questo è l'odio di quello. In sustanza dunque e radice,
è una medesima cosa amore e odio, amicizia e lite. Da onde più comodamente
cerca l'antidoto il medico, che dal veleno? Chi porge meglior teriaca, che la
vipera? Ne' massimi veneni ottime medicine. Una potenza non è di dui contrarii
oggetti? Or onde credi che ciò sia, se non da quel, che cossì uno è il
principio de l'essere come uno è il principio di concepere l'uno e l'altro
oggetto; e che cossì li contrarii son circa un soggetto come sono appresi da
uno e medesimo senso? Lascio che l'orbicolare posa nel piano, il concavo s'acqueta
e risiede nel convesso, l'iracondo vive gionto al paziente, al superbissimo
massimamente piace l'umile, a l'avaro il liberale.
24 In
conclusione, chi vuol sapere massimi secreti di natura, riguardi e contemple
circa gli minimi e massimi de gli contrarii e oppositi. Profonda magia è saper
trar il contrario dopo aver trovato il punto de l'unione. A questo tendeva con
il pensiero il povero Aristotele, ponendo la privazione (a cui è congionta
certa disposizione) come progenitrice, parente e madre della forma; ma non vi
poté aggiungere. Non ha possuto arrivarvi, perché, fermando il piè nel geno
de l'opposizione, rimase inceppato di maniera che, non descendendo alla specie
de la contrarietà, non giunse, né fissò gli occhi al scopo; dal quale errò a
tutta passata, dicendo i contrarii non posser attualmente convenire in soggetto
medesimo.
25 \ POL.\
Alta, rara e singularmente avete determinato del tutto, del massimo, de l'ente,
del principio, de l'uno. Ma vi vorei veder distinguere de l'unità, perché
trovo un Vae soli! Oltre che, sento grande angoscia per quel, che nel mio
marsupio e crumena non vi alloggia più che un vedovo solido.
26 \ TEOF.\
Quella unità è tutto, la quale non è esplicata, non è sotto distribuzione e
distinzione di numero, e tal singularità che tu intendereste forse; ma che è
complicante e comprendente.
27 \ POL.\
Exemplum? perché, a dire il vero, intendo, ma non capio.
28 \ TEOF.\
Come il denario è una unità similmente, ma complicante, il centenario non meno
è unità, ma più complicante; il millenario non è unità meno che l'altre, ma
molto più complicante. Questo che ne l'aritmetrica vi propono, devi più alta e
semplicemente intenderlo ne le cose tutte. Il sommo bene, il sommo appetibile,
la somma perfezione, la somma beatitudine consiste nell'unità che complica il
tutto. Noi ne delettamo nel colore; ma non in uno esplicato qualunque sia, ma
massime in uno che complica tutti colori. Ne delettamo nella voce, non in una
singulare, ma in una complicante che resulta da l'armonia di molte. Ne delettamo
in uno sensibile, ma massime in quello che comprende in sé tutti sensibili; in
uno cognoscibile che comprende ogni cognoscibile; in uno apprensibile che
abbraccia tutto che si può comprendere; in uno ente che complette tutto,
massime in quello uno che è il tutto istesso. Come tu, Poliinnio, ti
delettareste più ne l'unità di una gemma tanto preziosa, che contravalesse a
tutto l'oro del mondo, che nella moltitudine di migliaia delle migliaia di tai
soldi di quali ne hai uno in borsa.
29 \ POL.\ Optime.
30 \ GERV.\ Eccomi dotto; perché come chi non intende uno, non intende nulla,
cossì chi intende veramente uno, intende tutto; e chi più s'avicina
all'intelligenza dell'uno, s'approssima più all'apprension di tutto.
31 \ DIC.\
Cossì io, se ho ben compreso, mi parto molto arrichito dalla contemplazione del
Teofilo, fidel relatore della nolana filosofia.
32 \ TEOF.\
Lodati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima,
unissima, altissima e absolutissima causa, principio e uno.
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