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Giordano Bruno
De gli eroici furori
Argomento
ARGOMENTO DEL NOLANO SOPRA GLI EROICI FURORI: SCRITTO AL MOLTO ILLUSTRE
SIGNOR FILIPPO SIDNEO. 1
2 Che tragicomedia? che atto, dico, degno
più di compassione e riso può esserne ripresentato in questo teatro del
mondo, in questa scena delle nostre conscienze, che di tali e tanto numerosi
suppositi fatti penserosi, contemplativi, constanti, fermi, fideli, amanti,
coltori, adoratori e servi di cosa senza fede, priva d'ogni costanza,
destituta d'ogni ingegno, vacua d'ogni merito, senza riconoscenza e
gratitudine alcuna, dove non può capir più senso, intelletto e bontade, che
trovarsi possa in una statua o imagine depinta al muro? e dove è più
superbia, arroganza, protervia, orgoglio, ira, sdegno, falsitade, libidine,
avarizia, ingratitudine ed altri crimi exiziali, che avessero possuto uscir
veneni ed instrumenti di morte dal vascello di Pandora, per aver pur troppo
largo ricetto dentro il cervello di mostro tale? Ecco vergato in carte,
rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi ed intonato a gli orecchi un
rumore, un strepito, un fracasso d'insegne, d'imprese, de motti, d'epistole,
de sonetti, d'epigrammi, de libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi,
de vite consumate, con strida ch'assordiscon gli astri, lamenti che fanno
ribombar gli antri infernali, doglie che fanno stupefar l'anime viventi,
suspiri da far exinanire e compatir gli dei, per quegli occhi, per quelle
guance, per quel busto, per quel bianco, per quel vermiglio, per quella
lingua, per quel dente, per quel labro, quel crine, quella veste, quel manto,
quel guanto, quella scarpetta, quella pianella, quella parsimonia, quel
risetto, quel sdegnosetto, quella vedova fenestra, quell'eclissato sole, quel
martello, quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo,
quella carogna, quella febre quartana, quella estrema ingiuria e torto di
natura, che con una superficie, un'ombra, un fantasma, un sogno, un Circeo
incantesimo ordinato al serviggio della generazione, ne inganna in specie di
bellezza. La quale insieme insieme viene e passa, nasce e muore, fiorisce e
marcisce; ed è bella cossì un pochettino a l'esterno, che nel suo intrinseco
vera- e stabilmente è contenuto un navilio, una bottega, una dogana, un
mercato de quante sporcarie, tossichi e veneni abbia possuti produrre la
nostra madrigna natura: la quale dopo aver riscosso quel seme di cui la si
serva, ne viene sovente a pagar d'un lezzo, d'un pentimento, d'una tristizia,
d'una fiacchezza, d'un dolor di capo, d'una lassitudine, d'altri ed altri
malanni che son manifesti a tutto il mondo, a fin che amaramente dolga, dove
suavemente proriva.
3 Ma che fo io? che penso? Son forse nemico
della generazione? Ho forse in odio il sole? Rincrescemi forse il mio ed
altrui essere messo al mondo? Voglio forse ridur gli uomini a non raccôrre
quel più dolce pomo che può produr l'orto del nostro terrestre paradiso? Son
forse io per impedir l'instituto santo della natura? Debbo tentare di
suttrarmi io o altro dal dolce amato giogo che n'ha messo al collo la divina
providenza? Ho forse da persuader a me e ad altri, che gli nostri predecessori
sieno nati per noi, e noi non siamo nati per gli nostri successori? Non
voglia, non voglia Dio che questo giamai abbia possuto cadermi nel pensiero!
Anzi aggiongo che per quanti regni e beatitudini mi s'abbiano possuti proporre
e nominare, mai fui tanto savio o buono che mi potesse venir voglia de
castrarmi o dovenir eunuco. Anzi mi vergognarei, se cossì come mi trovo in
apparenza, volesse cedere pur un pelo a qualsivoglia che mangia degnamente il
pane per servire alla natura e Dio benedetto. E se alla buona volontà
soccorrer possano o soccorrano gl'instrumenti e gli lavori, lo lascio
considerar solo a chi ne può far giudicio e donar sentenza. Io non credo
d'esser legato; perché son certo che non bastarebbono tutte le stringhe e
tutti gli lacci che abbian saputo e sappian mai intessere ed annodare quanti
fûro e sono stringari e lacciaiuoli, (non so se posso dir) se fusse con essi
la morte istessa, che volessero maleficiarmi. Né credo d'esser freddo, se a
refrigerar il mio caldo non penso che bastarebbono le nevi del monte Caucaso o
Rifeo. Or vedete dunque se è la raggione o qualche difetto che mi fa parlare.
4 Che dunque voglio dire? che voglio
conchiudere? che voglio determinare? Quel che voglio conchiudere e dire, o
Cavalliero illustre, è che quel ch'è di Cesare, sia donato a Cesare, e quel
ch'è de Dio, sia renduto a Dio. Voglio dire che a le donne, benché talvolta
non bastino gli onori ed ossequi divini, non perciò se gli denno onori ed
ossequii divini. Voglio che le donne siano cossì onorate ed amate, come denno
essere amate ed onorate le donne: per tal causa dico, e per tanto, per quanto
si deve a quel poco, a quel tempo e quella occasione, se non hanno altra
virtù che naturale, cioè di quella bellezza, di quel splendore, di quel
serviggio, senza il quale denno esser stimate più vanamente nate al mondo che
un morboso fungo, qual con pregiudicio de meglior piante occupa la terra; e
più noiosamente che qualsivoglia napello o vipera che caccia il capo fuor di
quella. Voglio dire che tutte le cose de l'universo, perché possano aver
fermezza e consistenza, hanno gli suoi pondi, numeri, ordini e misure, a fin
che siano dispensate e governate con ogni giustizia e raggione. Là onde
Sileno, Bacco, Pomona, Vertunno, il dio di Lampsaco ed altri simili che son
dei da tinello, da cervosa forte e vino rinversato, come non siedeno in cielo
a bever nettare e gustar ambrosia nella mensa di Giove, Saturno, Pallade, Febo
ed altri simili; cossì gli lor fani, tempii, sacrificii e culti denno essere
differenti da quelli de costoro.
5 Voglio finalmente dire, che questi Furori
eroici ottegnono suggetto ed oggetto eroico, e però non ponno più cadere in
stima d'amori volgari e naturaleschi, che veder si possano delfini su gli
alberi de le selve, e porci cinghiali sotto gli marini scogli. Però per
liberare tutti da tal suspizione, avevo pensato prima di donar a questo libro
un titolo simile a quello di Salomone, il quale sotto la scorza d'amori ed
affetti ordinarii contiene similmente divini ed eroici furori, come
interpretano gli mistici e cabalisti dottori; volevo, per dirla, chiamarlo
Cantica. Ma per più caggioni mi sono astenuto al fine: de le quali ne voglio
referir due sole. L'una per il timor ch'ho conceputo dal rigoroso supercilio
de certi farisei, che cossì mi stimarebono profano per usurpar in mio
naturale e fisico discorso titoli sacri e sopranaturali, come essi,
sceleratissimi e ministri d'ogni ribaldaria, si usurpano più altamente, che
dir si possa, gli titoli de sacri, de santi, de divini oratori, de figli de
Dio, de sacerdoti, de regi; stante che stiamo aspettando quel giudicio divino
che farà manifesta la lor maligna ignoranza ed altrui dottrina, la nostra
simplice libertà e l'altrui maliciose regole, censure ed instituzioni.
L'altra per la grande dissimilitudine che si vede fra il volto di questa opra
e quella, quantunque medesimo misterio e sustanza d'anima sia compreso sotto
l'ombra dell'una e l'altra: stante che là nessuno dubita che il primo
instituto del sapiente fusse più tosto di figurar cose divine che di
presentar altro: perché ivi le figure sono aperta- e manifestamente figure,
ed il senso metaforico è conosciuto di sorte che non può esser negato per
metaforico: dove odi quelli occhi di colombe, quel collo di torre, quella
lingua di latte, quella fragranzia d'incenso, que' denti che paiono greggi de
pecore che descendono dal lavatoio, que' capelli che sembrano le capre che
vegnono giù da la montagna di Galaad; ma in questo poema non si scorge volto,
che cossì al vivo ti spinga a cercar latente ed occolto sentimento; atteso
che per l'ordinario modo di parlare e de similitudini più accomodate a gli
sensi communi, che ordinariamente fanno gli accorti amanti, e soglion mettere
in versi e rime gli usati poeti, son simili ai sentimenti de coloro che
parlarono a Citereida, o Licori, a Dori, a Cintia, a Lesbia, a Corinna, a
Laura ed altre simili. Onde facilmente ognuno potrebbe esser persuaso che la
fondamentale e prima intenzion mia sia stata addirizzata da ordinario amore,
che m'abbia dettati concetti tali; il quale appresso, per forza de sdegno,
s'abbia improntate l'ali e dovenuto eroico; come è possibile di convertir
qualsivoglia fola, romanzo, sogno e profetico enigma, e transferirle, in
virtù di metafora e pretesto d'allegoria, a significar tutto quello che piace
a chi più comodamente è atto a stiracchiar gli sentimenti, e far cossì
tutto di tutto, come tutto essere in tutto disse il profondo Anaxagora. Ma
pensi chi vuol quel che gli pare e piace, ch'alfine, o voglia o non, per
giustizia la deve ognuno intendere e definire come l'intendo e definisco io,
non io come l'intende e definisce lui: perché come gli furori di quel
sapiente Ebreo hanno gli proprii modi, ordini e titolo che nessuno ha possuto
intendere e potrebbe meglio dechiarar che lui, se fusse presente; cossì
questi Cantici hanno il proprio titolo, ordine e modo che nessun può meglio
dechiarar ed intendere che io medesimo, quando non sono absente.
6 D'una cosa voglio che sia certo il mondo:
che quello, per il che io mi essagito in questo proemiale argomento, dove
singularmente parlo a voi, eccellente Signore, e ne gli Dialogi formati sopra
gli seguenti articoli, sonetti e stanze, è ch'io voglio ch'ognun sappia,
ch'io mi stimarei molto vituperoso e bestialaccio, se con molto pensiero,
studio e fatica mi fusse mai delettato o delettasse de imitar, come dicono, un
Orfeo circa il culto d'una donna in vita, e dopo morte, se possibil fia,
ricovrarla da l'inferno: se a pena la stimarei degna, senza arrossir il volto,
d'amarla sul naturale di quell'istante del fiore della sua beltade e facultà
di far figlioli alla natura e Dio. Tanto manca, che vorrei parer simile a
certi poeti e versificanti in far trionfo d'una perpetua perseveranza di tale
amore, come d'una cossì pertinace pazzia, la qual sicuramente può competere
con tutte l'altre specie che possano far residenza in un cervello umano:
tanto, dico, son lontano da quella vanissima, vilissima e vituperosissima
gloria, che non posso credere ch'un uomo, che si trova un granello di senso e
spirito, possa spendere più amore in cosa simile che io abbia speso al
passato e possa spendere al presente. E per mia fede, se io voglio adattarmi a
defendere per nobile l'ingegno di quel tosco poeta, che si mostrò tanto
spasimare alle rive di Sorga per una di Valclusa, e non voglio dire che sia
stato un pazzo da catene, donarommi a credere, e forzarommi di persuader ad
altri, che lui per non aver ingegno atto a cose megliori, volse studiosamente
nodrir quella melancolia, per celebrar non meno il proprio ingegno su quella
matassa, con esplicar gli affetti d'un ostinato amor volgare, animale e
bestiale, ch'abbiano fatto gli altri ch'han parlato delle lodi della mosca,
del scarafone, de l'asino, de Sileno, de Priapo, scimie de quali son coloro
ch'han poetato a' nostri tempi delle lodi de gli orinali, de la piva, della
fava, del letto, delle bugie, del disonore, del forno, del martello, della
caristia, de la peste; le quali non meno forse sen denno gir altere e superbe
per la celebre bocca de canzonieri suoi, che debbano e possano le prefate ed
altre dame per gli suoi.
7 Or (perché non si faccia errore) qua non
voglio che sia tassata la dignità di quelle che son state e sono degnamente
lodate e lodabili: non quelle che possono essere e sono particolarmente in
questo paese Britannico, a cui doviamo la fideltà ed amore ospitale: perché
dove si biasimasse tutto l'orbe, non si biasima questo, che in tal proposito
non è orbe, né parte d'orbe, ma diviso da quello in tutto, come sapete: dove
si raggionasse de tutto il sesso femenile, non si deve né può intendere de
alcune vostre, che non denno esser stimate parte di quel sesso; perché non
son femine, non son donne, ma, in similitudine di quelle, son nimfe, son dive,
son di sustanza celeste, tra le quali è lecito di contemplar quell'unica
Diana, che in questo numero e proposito non voglio nominare. Comprendasi,
dunque, il geno ordinario. E di quello ancora indegna- ed ingiustamente
perseguitarei le persone: perciò che a nessuna particulare deve essere
improperato l'imbecillità e condizion del sesso, come né il difetto e vizio
di complessione; atteso che, se in ciò è fallo ed errore, deve essere
attribuito per la specie alla natura, e non per particolare a gl'individui.
Certamente quello che circa tai supposti abomino, è quel studioso e
disordinato amor venereo che sogliono alcuni spendervi de maniera che se gli
fanno servi con l'ingegno, e vi vegnono a cattivar le potenze ed atti più
nobili de l'anima intellettiva. Il qual intento essendo considerato, non sarà
donna casta ed onesta che voglia per nostro naturale e veridico discorso
contristarsi e farmisi più tosto irata, che sottoscrivendomi amarmi di
vantaggio, vituperando passivamente quell'amor nelle donne verso gli uomini,
che io attivamente riprovo ne gli uomini verso le donne. Tal dunque essendo il
mio animo, ingegno, parere e determinazione, mi protesto che il mio primo e
principale, mezzano ed accessorio, ultimo e finale intento in questa tessitura
fu ed è d'apportare contemplazion divina, e metter avanti a gli occhi ed
orecchie altrui furori non de volgari, ma eroici amori, ispiegati in due
parti; de le quali ciascuna è divisa in cinque dialogi.
8 Argomento de' cinque dialogi de la prima
parte. Nel Primo dialogo della prima
parte son cinque articoli, dove per ordine: nel primo si mostrano le cause e
principii motivi intrinseci sotto nome e figura del monte e del fiume e de
muse, che si dechiarano presenti, non perché chiamate, invocate e cercate, ma
più tosto come quelle che più volte importunamente si sono offerte: onde
vegna significato che la divina luce è sempre presente; s'offre sempre,
sempre chiama e batte a le porte de nostri sensi ed altre potenze cognoscitive
ed apprensive: come pure è significato nella Cantica di Salomone dove si
dice: En ipse stat post parietem nostrum, respiciens per cancellos, et
prospiciens per fenestras. La qual spesso per varie occasioni ed
impedimenti avvien che rimangna esclusa fuori e trattenuta. Nel secondo
articolo si mostra quali sieno que' suggetti, oggetti, affetti, instrumenti ed
effetti per li quali erto stassi.
11 Il nono con una rebecchina:
Quant'occolto si rend'e aperto stassi,
O non nieghi, o confermi che prevagli
L'incomparabil fine a gli travagli
Campestri e montanari
De stagni, fiumi, mari,
De rupi, fossi, spine, sterpi, sassi.
12 Dopo che ciascuno in questa forma,
singularmente sonando il suo instrumento, ebbe cantata la sua sestina, tutti,
insieme ballando in ruota e sonando in lode de l'unica Ninfa con un suavissimo
concento, cantarono una canzona, la quale non so se bene mi verrà a la
memoria.
13 \ GIULIA\ Non mancar, ti priego, sorella,
di farmi udire quel tanto che ti potrà sovvenire.
14 \ LAOD.\
Canzone de gl'illuminati.
- Non oltre invidio, o Giove, al firmamento,
Dice il padre Ocean col ciglio altero,
Se tanto son contento
Per quel che godo nel proprio impero. -
- Che superbia è la tua? Giove risponde;
A le ricchezze tue che cosa è gionta?
O dio de le insan'onde,
Perché il tuo folle ardir tanto surmonta? -
- Hai, disse il dio de l'acqui, in tuo potere
Il fiammeggiante ciel, dov'è l'ardente
Zona, in cui l'eminente
Coro de tuoi pianeti puoi vedere.
Tra quelli tutt'il mondo admira il sole,
Qual ti so dir che tanto non risplende,
Quanto lei che mi rende
Più glorioso dio de la gran mole.
Ed io comprendo nel mio vasto seno,
Tra gli altri, quel paese ove il felice
Tamesi veder lice
Ch'ha di più vaghe ninfe il coro ameno;
Tra quelle ottegno tal fra tutte belle,
Per far del mar più che del ciel amante
Te, Giove altitonante,
Cui tanto il sol non splende tra le stelle.
-Giove responde: - O dio d'ondosi mari,
Ch'altro si trove più di me beato,
Non lo permetta il fato;
Ma miei tesori e tuoi corrano al pari.
Vagl'il sol tra tue ninfe per costei;
E per vigor de leggi sempiterne,
De le dimore alterne,
Costei vaglia per sol tra gli astri miei.
15 Credo averla riportata intieramente tutta.
16 \ GIULIA\ Il puoi conoscere, perché non
vi manca sentenza che possa appartener alla perfezion del proposito; né rima
che si richieda per compimento de le stanze. Or io, se per grazia del cielo
ottenni d'esser bella, maggior grazia e favor credo che mi sia gionto; perché
qualunque fusse la mia beltade, è stata in qualche maniera principio per far
discuoprir quell'unica e divina. Ringrazio gli dei, perché in quel tempo che
io fui sì verde, che le amorose fiamme non si posseano accendere nel petto
mio, mediante la mia tanto restia quanto semplice ed innocente crudeltade, han
preso mezzo per concedere incomparabilmente grazie maggiori a' miei amanti,
che altrimente avessero possute ottenere per quantunque grande mia benignitade.
17 \ LAOD.\ Quanto a gli animi di quelli
amanti, io ti assicuro ancora che, come non sono ingrati alla sua maga Circe,
fosca cecitade, calamitosi pensieri ed aspri travagli per mezzo de quali son
gionti a tanto bene; cossì non potranno di te esser poco ben riconoscenti.
18 \ GIULIA\ Cossì desidero e
spero.
INDIETRO s'introduce, si mostra
e prende il possesso nell'anima questa divina luce, perché la inalze e la
converta in Dio. Nel terzo il proponimento, definizione e determinazione che
fa l'anima ben informata circa l'uno, perfetto ed ultimo fine. Nel quarto la
guerra civile che séguita e si discuopre contra il spirito dopo tal
proponimento; onde disse la Cantica: Noli mirari, quia nigra sum:
decoloravit enim me sol, quia fratres mei pugnaverunt contra me, quam
posuerunt custodem in vineis. Là sono esplicati solamente come quattro
antesignani l'Affetto, l'Appulso fatale, la Specie del bene ed il Rimorso, che
son seguitati da tante coorte militari de tante, contrarie, varie e diverse
potenze con gli lor ministri, mezzi ed organi che sono in questo composto. Nel
quinto s'ispiega una naturale contemplazione in cui si mostra che ogni
contrarietà si riduce a l'amicizia o per vittoria de l'uno de' contrarii o
per armonia e contemperamento o per qualch'altra raggione di vicissitudine,
ogni lite alla concordia, ogni diversità a l'unità: la qual dottrina è
stata da noi distesa ne gli discorsi d'altri dialogi.
9 Nel Secondo dialogo viene più
esplicatamente descritto l'ordine ed atto della milizia che si ritrova nella
sustanza di questa composizione del furioso; ed ivi: nel primo articolo si
mostrano tre sorte di contrarietà: la prima d'un affetto ed atto contra
l'altro, come dove son le speranze fredde e gli desiderii caldi; la seconda de
medesimi affetti ed atti in se stessi, non solo in diversi, ma ed in medesimi
tempi; come quando ciascuno non si contenta di sé, ma attende ad altro, ed
insieme insieme ama ed odia; la terza tra la potenza che séguita ed aspira, e
l'oggetto che fugge e si suttrae. Nel secondo articolo si manifesta la
contrarietà ch'è come di doi contrarii appulsi in generale; alli quali si
rapportano tutte le particolari e subalternate contrarietadi, mentre come a
doi luoghi e sedie contrarie si monta o scende: anzi il composto tutto per la
diversità de le inclinazioni che son nelle diverse parti, e varietà de
disposizioni che accade nelle medesime, viene insieme insieme a salire ed
abbassare, a farsi avanti ed adietro, ad allontanarsi da sé e tenersi
ristretto in sé. Nel terzo articolo si discorre circa la conseguenza da tal
contrarietade.
10 Nel Terzo dialogo si fa aperto quanta
forza abbia la volontade in questa milizia, come quella a cui sola appartiene
ordinare, cominciare, exeguire e compire; cui vien intonato nella Cantica: Surge,
propera, columba mea, et veni: iam enim hiems transiit, imber abiit, flores
apparuerunt in terra nostra; tempus putationis advenit. Questa sumministra
forza ad altri in molte maniere, ed a se medesima specialmente, quando si
reflette in se stessa e si radoppia; allor che vuol volere, e gli piace che
voglia quel che vuole; o si ritratta, allor che non vuol quel che vuole, e gli
dispiace che voglia quel che vuole: cossì in tutto e per tutto approva quel
ch'è bene e quel tanto che la natural legge e giustizia gli definisce: e mai
affatto approva quel che è altrimente. E questo è quanto si esplica nel
primo e secondo articolo. Nel terzo si vede il gemino frutto di tal efficacia,
secondo che (per consequenza de l'affetto che le attira e rapisce) le cose
alte si fanno basse, e le basse dovegnono alte; come per forza de vertiginoso
appulso e vicissitudini successo dicono che la fiamma s'inspessa in aere,
vapore ed acqua, e l'acqua s'assottiglia in vapore, aere e fiamma.
11 In sette articoli del Quarto dialogo si
contempla l'impeto e vigor de l'intelletto, che rapisce l'affetto seco, ed il
progresso de pensieri del furioso composto, e delle passioni de l'anima che si
trova al governo di questa republica cossì turbulenta. Là non è oscuro chi
sia il cacciatore, l'ucellatore, la fiera, gli cagnuoli, gli pulcini, la tana,
il nido, la rocca, la preda, il compimento de tante fatiche, la pace, riposo e
bramato fine de sì travaglioso conflitto.
12 Nel Quinto dialogo si descrive il stato
del furioso in questo mentre, ed è mostro l'ordine, raggione e condizion de
studii e fortune. Nel primo articolo per quanto appartiene a perseguitar
l'oggetto che si fa scarso di sé; nel secondo quanto al continuo e non
remittente concorso de gli affetti; nel terzo quanto a gli alti e caldi,
benché vani proponimenti; nel quarto quanto al volontario volere; nel quinto
quanto a gli pronti e forti ripari e soccorsi. Ne gli seguenti si mostra
variamente la condizion di sua fortuna, studio e stato, con la raggione e
convenienza di quelli, per le antitesi, similitudini e comparazioni espresse
in ciascuno di essi articoli.
13 Argomento de' cinque dialogi della
seconda parte. Nel Primo dialogo della
seconda parte s'adduce un seminario delle maniere e raggioni del stato
dell'eroico furioso. Ove nel primo sonetto vien descritto il stato di quello
sotto la ruota del tempo; nel secondo viene ad iscusarsi dalla stima
d'ignobile occupazione ed indegna iattura della angustia e brevità del tempo;
nel terzo accusa l'impotenza de suoi studi, gli quali, quantunque all'interno
sieno illustrati dall'eccellenza de l'oggetto, questo per l'incontro viene ad
essere offoscato ed annuvolato da quelli; nel quarto è il compianto del
sforzo senza profitto delle facultadi de l'anima, mentre cerca risorgere con
l'imparità de le potenze a quel stato che pretende e mira; nel quinto vien
rammentata la contrarietà e domestico conflitto che si trova in un suggetto,
onde non possa intieramente appigliarsi ad un termine o fine; nel sesto vien
espresso l'affetto aspirante; nel settimo vien messa in considerazione la mala
corrispondenza che si trova tra colui ch'aspira, e quello a cui s'aspira;
nell'ottavo è messa avanti gli occhi la distrazion dell'anima, conseguente
della contrarietà de cose esterne ed interne tra loro, e de le cose interne
in se stesse, e de le cose esterne in se medesime; nel nono è ispiegata l'etate
ed il tempo del corso de la vita ordinarii all'atto de l'alta e profonda
contemplazione: per quel che non vi conturba il flusso o reflusso della
complessione vegetante, ma l'anima si trova in condizione stazionaria e come
quieta; nel decimo l'ordine e maniera in cui l'eroico amore talor ne assale,
fere e sveglia; nell'undecimo la moltitudine delle specie ed idee particolari
che mostrano l'eccellenza della marca dell'unico fonte di quelle, mediante le
quali vien incitato l'affetto verso alto; nel duodecimo s'esprime la condizion
del studio umano verso le divine imprese, perché molto si presume prima che
vi s'entri, e nell'entrare istesso: ma quando poi s'ingolfa e vassi più verso
il profondo, viene ad essere smorzato il fervido spirito di presunzione,
vegnono relassati i nervi, dismessi gli ordegni, inviliti gli pensieri,
svaniti tutti dissegni, e riman l'animo confuso, vinto ed exinanito. Al qual
proposito fu detto dal sapiente: qui scrutator est maiestatis, opprimetur a
gloria. Nell'ultimo è più manifestamente espresso quello che nel
duodecimo è mostrato in similitudine e figura.
14 Nel Secondo dialogo è in un sonetto ed un
discorso dialogale sopra di quello specificato il primo motivo che domò il
forte, ramollò il duro ed il rese sotto l'amoroso imperio di Cupidine
superiore, con celebrar tal vigilanza, studio, elezione e scopo.
15 Nel Terzo dialogo in quattro proposte e
quattro risposte del core a gli occhi, e de gli occhi al core, è dechiarato
l'essere e modo delle potenze cognoscitive ed appetitive. Là si manifesta
qualmente la volontà è risvegliata, addirizzata, mossa e condotta dalla
cognizione; e reciprocamente la cognizione è suscitata, formata e ravvivata
dalla volontade, procedendo or l'una da l'altra, or l'altra da l'una. Là si
fa dubio, se l'intelletto o generalmente la potenza conoscitiva, o pur l'atto
della cognizione sia maggior de la volontà o generalmente della potenza
appetitiva, o pur de l'affetto: se non si può amare più che intendere, e
tutto quello ch'in certo modo si desidera, in certo modo ancora si conosce, e
per il roverso; onde è consueto di chiamar l'appetito cognizione, perché
veggiamo che gli peripatetici, nella dottrina de quali siamo allievati e
nodriti in gioventù, sin a l'appetito in potenza ed atto naturale chiamano
cognizione; onde tutti effetti, fini e mezzi, principii, cause ed elementi
distingueno in prima-, media- ed ultimamente noti secondo la natura, nella
quale fanno in conclusione concorrere l'appetito e la cognizione. Là si
propone infinita la potenza della materia ed il soccorso dell'atto che non fa
essere la potenza vana. Laonde cossì non è terminato l'atto della volontà
circa il bene, come è infinito ed interminabile l'atto della cognizione circa
il vero: onde ente, vero e buono son presi per medesimo significante circa
medesima cosa significata.
16 Nel Quarto dialogo son figurate ed
alcunamente ispiegate le nove raggioni della inabilità, improporzionalità e
difetto dell'umano sguardo e potenza apprensiva de cose divine. Dove nel primo
cieco, che è da natività, è notata la raggione ch'è per la natura che ne
umilia ed abbassa. Nel secondo, cieco per il tossico della gelosia, è notata
quella ch'è per l'irascibile e concupiscibile che ne diverte e desvia. Nel
terzo, cieco per repentino apparimento d'intensa luce, si mostra quella che
procede dalla chiarezza de l'oggetto che ne abbaglia. Nel quarto, allievato e
nodrito a lungo a l'aspetto del sole, quella che da troppo alta contemplazione
de l'unità che ne fura alla moltitudine. Nel quinto, che sempre mai ha gli
occhi colmi de spesse lacrime, è designata.l'improporzionalità de mezzi tra
la potenza ed oggetto che ne impedisce. Nel sesto, che per molto lacrimar ave
svanito l'umor organico visivo, è figurato il mancamento de la vera pastura
intellettuale che ne indebolisce. Nel settimo, cui gli occhi sono inceneriti
da l'ardor del core, è notato l'ardente affetto che disperge, attenua e
divora tal volta la potenza discretiva. Nell'ottavo, orbo per la ferita d'una
punta di strale, quello che proviene dall'istesso atto dell'unione della
specie de l'oggetto; la qual vince, altera e corrompe la potenza apprensiva,
che è suppressa dal peso e cade sotto l'impeto de la presenza di quello; onde
non senza raggion talvolta la sua vista è figurata per l'aspetto di folgore
penetrativo. Nel nono, che per esser mutolo non può ispiegar la causa della
sua cecitade, vien significata la raggion de le raggioni, la quale è l'occolto
giudicio divino che a gli uomini ha donato questo studio e pensiero
d'investigare, de sorte che non possa mai gionger più alto che alla
cognizione della sua cecità ed ignoranza, e stimar più degno il silenzio
ch'il parlare. Dal che non vien iscusata né favorita l'ordinaria ignoranza;
perché è doppiamente cieco chi non vede la sua cecità: e questa è la
differenza tra gli profettivamente studiosi e gli ociosi insipienti: che
questi son sepolti nel letargo della privazion del giudicio di suo non vedere,
e quelli sono accorti, svegliati e prudenti giudici della sua cecità, e però
son nell'inquisizione e nelle porte de l'acquisizione della luce, delle quali
son lungamente banditi gli altri.
17 Argomento ed allegoria del quinto
dialogo. Nel Quinto dialogo, perché vi
sono introdotte due donne, alle quali (secondo la consuetudine del mio paese)
non sta bene di commentare, argumentare, desciferare, saper molto ed esser
dottoresse, per usurparsi ufficio d'insegnare e donar instituzione, regola e
dottrina a gli uomini, ma ben de divinar e profetar qualche volta che si
trovano il spirito in corpo; però gli ha bastato de farsi solamente
recitatrici della figura, lasciando a qualche maschio ingegno il pensiero e
negocio di chiarir la cosa significata. Al quale (per alleviar overamente
tôrgli la fatica) fo intendere, qualmente questi nove ciechi, come in forma
d'ufficio e cause esterne, cossì con molte altre differenze suggettive
correno con altra significazione, che gli nove del dialogo precedente; atteso
che, secondo la volgare imaginazione delle nove sfere, mostrano il numero,
ordine e diversità de tutte le cose che sono subsistenti infra unità
absoluta, nelle quali e sopra le quali tutte sono ordinate le proprie
intelligenze che, secondo certa similitudine analogale, dependono dalla prima
ed unica. Queste da cabalisti, da caldei, da maghi, da platonici e da
cristiani teologi son distinte in nove ordini per la perfezione del numero che
domina nell'università de le cose ed in certa maniera formaliza il tutto; e
però con semplice raggione fanno che si significhe la divinità, e secondo la
reflessione e quadratura in se stesso, il numero e la sustanza de tutte le
cose dependenti. Tutti gli contemplatori più illustri, o sieno filosofi, o
siano teologi, o parlino per raggione e proprio lume, o parlino per fede e
lume superiore, intendeno in queste intelligenze il circolo di ascenso e
descenso. Quindi dicono gli platonici, che per certa conversione accade che
quelle, che son sopra il fato, si facciano sotto il fato del tempo e
mutazione, e da qua montano altre al luogo di quelle. Medesima conversione è
significata dal pitagorico poeta, dove dice: Has omnes, ubi mille rotam
volvere per annos Lethaeum ad fluvium deus evocat agmine magno, Rursus ut
incipiant in corpora velle reverti.
18 Questo, dicono alcuni, è significato dove
è detto in revelazione che il drago starà avvinto nelle catene per mille
anni, e passati quelli, sarà disciolto. A cotal significazione voglion che
mirino molti altri luoghi, dove il millenario ora è espresso, ora è
significato per uno anno, ora per una etade, ora per un cubito, ora per una ed
un'altra maniera. Oltre che certo il millenario istesso non si prende secondo
le revoluzioni definite da gli anni del sole, ma secondo le diverse raggioni
delle diverse misure ed ordini con li quali son dispensate diverse cose:
perché cossì son differenti gli anni de gli astri, come le specie de
particolari non son medesime. Or quanto al fatto della revoluzione, è
divolgato appresso gli cristiani teologi, che da ciascuno de' nove ordini de
spiriti sieno trabalzate le moltitudini de legioni a queste basse ed oscure
regioni; e che per non esser quelle sedie vacanti, vuole la divina providenza
che di queste anime, che vivono in corpi umani, siano assumpte a quella
eminenza. Ma tra' filosofi Plotino solo ho visto dire espressamente, come
tutti teologi grandi, che cotal revoluzione non è de tutti, né sempre, ma
una volta. E tra teologi Origene solamente, come tutti filosofi grandi, dopo
gli Saduchini ed altri molti riprovati, ave ardito de dire che la revoluzione
è vicissitudinale e sempiterna; e che tutto quel medesimo che ascende, ha da
ricalar a basso; come si vede in tutti gli elementi e cose che sono nella
superficie, grembo e ventre de la natura. Ed io per mia fede dico e confermo
per convenientissimo, con gli teologi e color che versano su le leggi ed
instituzioni de popoli, quel senso loro: come non manco d'affirmare ed
accettar questo senso di quei che parlano secondo la raggion naturale tra'
pochi, buoni e sapienti. L'opinion de' quali degnamente è stata riprovata,
per esser divolgata a gli occhi della moltitudine; la quale se a gran pena
può essere refrenata da vizii e spronata ad atti virtuosi per la fede de pene
sempiterne, che sarrebe se la si persuadesse qualche più leggiera condizione
in premiar gli eroici ed umani gesti, e castigare gli delitti e sceleragini?
Ma per venire alla conclusione di questo mio progresso, dico che da qua si
prende la raggione e discorso della cecità e luce di questi nove, or vedenti,
or ciechi, or illuminati; quali son rivali ora nell'ombre e vestigii della
divina beltade, or sono al tutto orbi, ora nella più aperta luce
pacificamente si godeno. Allor che sono nella prima condizione, son ridutti
alla stanza di Circe, la qual significa la omniparente materia. Ed è detta
figlia del sole, perché da quel padre de le forme ha l'eredità e possesso di
tutte quelle le quali, con l'aspersion de le acqui, cioè con l'atto della
generazione, per forza d'incanto, cioè d'occolta armonica raggione, cangia il
tutto, facendo dovenir ciechi quelli che vedeno. Perché la generazione e
corrozione è causa d'oblio e cecità, come esplicano gli antichi con la
figura de le anime che si bagnano ed inebriano di Lete.
19 Quindi dove gli ciechi si lamentano,
dicendo: Figlia e madre di tenebre ed orrore, è significata la conturbazion e
contristazion de l'anima che ha perse l'ali, la quale se gli mitiga allor che
è messa in speranza di ricovrarle. Dove Circe dice: Prendete un altro mio
vase fatale, è significato che seco portano il decreto e destino del suo
cangiamento; il qual però è detto essergli porgiuto dalla medesima Circe;
perché un contrario è originalmente nell'altro, quantunque non vi sia
effettualmente: onde disse lei, che sua medesima mano non vale aprirlo, ma
commetterlo. Significa ancora che son due sorte d'acqui: inferiori, sotto il
firmamento che acciecano; e superiori, sopra il firmamento che illuminano:
quelle che sono significate da pitagorici e platonici nel descenso da un
tropico ed ascenso da un altro. Là dove dice: Per largo e per profondo
peregrinate il mondo, cercate tutti gli numerosi regni, significa che non è
progresso immediato da una forma contraria a l'altra, né regresso immediato
da una forma a la medesima; però bisogna trascorrere, se non tutte le forme
che sono nella ruota delle specie naturali, certamente molte e molte di
quelle. Là s'intendeno illuminati da la vista de l'oggetto, in cui concorre
il ternario delle perfezioni, che sono beltà, sapienza e verità, per l'aspersion
de l'acqui, che negli sacri libri son dette acqui di sapienza, fiumi d'acqua
di vita eterna. Queste non si trovano nel continente del mondo, ma penitus
toto divisim ab orbe, nel seno dell'Oceano, dell'Anfitrite, della
divinità, dove è quel fiume che apparve revelato procedente dalla sedia
divina, che ave altro flusso che ordinario naturale. Ivi son le Ninfe, cioè
le beate e divine intelligenze che assisteno ed amministrano alla prima
intelligenza, la quale è come la Diana tra le nimfe de gli deserti. Quella
sola tra tutte l'altre è per la triplicata virtude potente ad aprir ogni
sigillo, a sciorre ogni nodo, a discuoprir ogni secreto, e disserrar
qualsivoglia cosa rinchiusa. Quella con la sua sola presenza e gemino
splendore del bene e vero, di bontà e bellezza appaga le volontadi e
gl'intelletti tutti, aspergendoli con l'acqui salutifere di ripurgazione. Qua
è conseguente il canto e suono, dove son nove intelligenze, nove muse,
secondo l'ordine de nove sfere; dove prima si contempla l'armonia di ciascuna,
che è continuata con l'armonia de l'altra; perché il fine ed ultimo della
superiore è principio e capo dell'inferiore, perché non sia mezzo e vacuo
tra l'una ed altra: e l'ultimo de l'ultima, per via de circolazione, concorre
con il principio della prima. Perché medesimo è più chiaro e più occolto,
principio e fine, altissima luce e profondissimo abisso, infinita potenza ed
infinito atto, secondo le raggioni e modi esplicati da noi in altri luoghi.
Appresso si contempla l'armonia e consonanza de tutte le sfere, intelligenze,
muse ed instrumenti insieme; dove il cielo, il moto de' mondi, l'opre della
natura, il discorso de gl'intelletti, la contemplazion della mente, il decreto
della divina providenza, tutti d'accordo celebrano l'alta e magnifica
vicissitudine che agguaglia l'acqui inferiori alle superiori, cangia la notte
col giorno, ed il giorno con la notte, a fin che la divinità sia in tutto,
nel modo con cui tutto è capace di tutto, e l'infinita bontà infinitamente
si communiche secondo tutta la capacità de le cose.
20 Questi son que' discorsi, gli quali a
nessuno son parsi più convenevoli ad essere addirizzati e raccomandati, che a
voi, Signor eccellente, a fin ch'io non vegna a fare, come penso aver fatto
alcuna volta per poca advertenza, e molti altri fanno quasi per ordinario,
come colui che presenta la lira ad un sordo ed il specchio ad un cieco. A voi
dunque si presentano, perché l'Italiano raggioni con chi l'intende; gli versi
sien sotto la censura e protezion d'un poeta; la filosofia si mostre ignuda ad
un sì terso ingegno come il vostro; le cose eroiche siano addirizzate ad un
eroico e generoso animo, di qual vi mostrate dotato; gli officii s'offrano ad
un suggetto sì grato, e gli ossequi ad un signor talmente degno, qualmente vi
siete manifestato per sempre. E nel mio particolare vi scorgo quello che con
maggior magnanimità m'avete prevenuto ne gli officii, che alcuni altri con
riconoscenza m'abbiano seguitato. Vale.
Avvertimento
1 Iscusazione ISCUSAZION DEL NOLANO ALLE PIÙ VIRTUOSE E LEGGIADRE DAME. 1 Parte 1, dial.1 Interlocutori: Tansillo, Cicada.
1 Parte 1, dial.2
1 Parte 1, dial.3
1 Parte 1, dial.4
1 Parte 1, dial.5 1 Parte 2, dial.1 Interlocutori: Cesarino, Maricondo.
1 Parte 2, dial.2
1 Parte 2, dial.3 Interlocutori: Liberio, Laodonio. 1 Parte 2, dial.4 Interlocutori: Severino, Minutolo.
1 Parte 2, dial.5 Interlocutori: Laodomia, Giulia. 1
Onde di me si diche:
Costui or ch'av'affissi gli occhi al sole,
Che fu rival d'Endimion, si duole.
2 A quello che comincia: Se dagli eroi,
giongete in fine:
Ciel, terra, orco s'opponi;
S'ella mi splend'e accende ed èmmi a lato,
Farammi illustre, potente e beato.
3 A quello che comincia: Avida di trovar,
giongete al fine:
Lasso, que' giorni lieti
Troncommi l'efficacia d'un instante,
Che fêmmi a lungo infortunato amante.
2 Non voi ha nostro spirto in schifo, e
sdegna,
3 Né per mettervi giù suo stil s'ingegna,
4 Se non convien che femine v'appelle.
5 Né computar, né eccettuar da quelle
6 Son certo che voi dive mi convegna,
7 Se l'influsso commun in voi non regna,
8 E siete in terra quel ch'in ciel le stelle.
9 De voi, o Dame, la beltà sovrana
10 Nostro rigor né morder può, né vuole,
11 Che non fa mira a specie soprumana.
12 Lungi arsenico tal quindi s'invole,
13 Dove si scorge l'unica Diana,
14 Qual'è tra voi quel che tra gli astri il
sole.
15 L'ingegno, le parole
16 E 'l mio (qualunque sia) vergar di carte
17 Faranvi ossequios'il studio e l'arte.
2 \ CIC.\ Cominciate pur a leggerli.
3 \ TANS.\ Muse, che tante volte ributtai,
Importune correte a' miei dolori,
Per consolarmi sole ne' miei guai
Con tai versi, tai rime e tai furori,
Con quali ad altri vi mostraste mai,
Che de mirti si vantan ed allori;
Or sia appo voi mia aura, àncora e porto,
Se non mi lice altrov'ir a diporto.
O monte, o dive, o fonte
Ov'abito, converso e mi nodrisco;
Dove quieto imparo ed imbellisco;
Alzo, avvivo, orno il cor, il spirto e fronte,
Morte, cipressi, inferni
Cangiate in vita, in lauri, in astri eterni.
4 È da credere che più volte e per più
caggioni le ributtasse, tra le quali possono esser queste. Prima, perché,
come deve il sacerdote de le muse, non ha possut'esser ocioso; perché l'ocio
non può trovarsi là dove si combatte contra gli ministri e servi de
l'invidia, ignoranza e malignitade. Secondo, per non assistergli degni
protectori e defensori che l'assicurassero, iuxta quello:
Non mancaranno, o Flacco, gli Maroni,
Se penuria non è de Mecenati.
5 Appresso, per trovarsi ubligato alla
contemplazion e studi de filosofia, li quali, se non son più maturi, denno
però, come parenti de le Muse, esser predecessori a quelle. Oltre, perché,
traendolo da un canto la tragica Melpomene con più materia che vena, e la
comica Talia con più vena che materia da l'altro, accadeva che l'una
suffurandolo a l'altra, lui rimanesse in mezzo più tosto neutrale e
sfacendato, che comunmente negocioso. Finalmente, per l'autorità de censori
che, ritenendolo da cose più degne ed alte, alle quali era naturalmente
inchinato, cattivavano il suo ingegno, perché da libero sotto la virtù; o
rendesser cattivo sott'una vilissima e stolta ipocrisia; al fine, nel maggior
fervor de fastidi nelli quali incorse, è avvenuto che non avend'altronde da
consolarsi, accettasse l'invito di costoro, che son dette inebriarlo de tai
furori, versi e rime, con quali non si mostrâro ad altri; perché in
quest'opra più riluce d'invenzione che d'imitazione.
6 \ CIC.\ Dite: che intende per quei che si
vantano de mirti ed allori?
7 \ TANS.\ Si vantano e possono vantarsi de
mirto quei che cantano d'amori; alli quali, se nobilmente si portano, tocca la
corona di tal pianta consecrata a Venere, dalla quale riconoscono il furore.
Possono vantarsi d'allori quei che degnamente cantano cose eroiche,
instituendo gli animi eroici per la filosofia speculativa e morale, overamente
celebrandoli e mettendoli per specchio exemplare a gli gesti politici e
civili.
8 \ CIC.\ Dunque, son più specie de poeti e
de corone?
9 \ TANS.\ Non solamente quante son le muse,
ma e di gran numero di vantaggio: perché, quantunque sieno certi geni, non
possono però esser determinate certe specie e modi d'ingegni umani.
10 \ CIC.\ Son certi regolisti de poesia che
a gran pena passano per poeta Omero, riponendo Vergilio, Ovidio, Marziale,
Exiodo, Lucrezio, ed altri molti in numero de versificatori, examinandoli per
le regole de la Poetica d'Aristotele.
11 \ TANS.\ Sappi certo, fratel mio, che
questi son vere bestie; perché non considerano quelle regole principalmente
servir per pittura dell'omerica poesia o altra simile in particolare, e son
per mostrar tal volta un poeta eroico tal qual fu Omero, e non per instistuir
altri che potrebbero essere, con altre vene, arti e furori, equali, simili e
maggiori de diversi geni.
12 \ CIC.\ Sì che, come Omero nel suo geno
non fu poeta che pendesse da regole, ma è causa delle regole che serveno a
coloro che son più atti ad imitare che ad inventare; e son state raccolte da
colui che non era poeta di sorte alcuna, ma che seppe raccogliere le regole di
quell'una sorte, cioè dell'omerica poesia, in serviggio di qualch'uno che
volesse doventar non un altro poeta, ma un come Omero, non di propria musa, ma
scimia de la musa altrui.
-13 \ TANS.\ Conchiudi bene, che la poesia
non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole
derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie de vere regole, quanti
son geni e specie de veri poeti.
14 \ CIC.\ Or come dunque saranno conosciuti
gli veramente poeti?
15 \ TANS.\ Dal cantar de versi; con questo
che cantando o vegnano a delettare, o vegnano a giovare, o a giovare e
delettare insieme.
16 \ CIC.\ A chi dunque servono le regole
d'Aristotele?
17 \ TANS.\ A chi non potesse, come Omero,
Exiodo, Orfeo ed altri, poetare senza le regole d'Aristotele; e che per non
aver propria musa, vuolesse far l'amore con quella d'Omero.
18 \ CIC.\ Dunque, han torto certi pedantacci
de tempi nostri, che excludeno dal numero de poeti alcuni, o perché non
apportino favole e metafore conformi, o perché non hanno principii de libri e
canti conformi a quei d'Omero e Vergilio, o perché non osservano la
consuetudine di far l'invocazione, o perché intesseno una istoria o favola
con l'altra, o perché finiscono gli canti epilogando di quel ch'è detto, e
proponendo per quel ch'è da dire; e per mille altre maniere d'examine, per
censure e regole in virtù di quel testo. Onde par che vogliano conchiudere
ch'essi loro a un proposito (se gli venesse de fantasia) sarrebono gli veri
poeti, ed arrivarebbono là, dove questi si forzano: e poi in fatto non son
altro che vermi, che non san far cosa di buono, ma son nati solamente per
rodere, insporcare e stercorar gli altrui studi e fatiche; e non possendosi
render celebri per propria virtude ed ingegno, cercano di mettersi avanti o a
dritto o a torto, per altrui vizio ed errore.
19 \ TANS.\ Or per non tornar là donde
l'affezione n'ha fatto al quanto a lungo digredire, dico che sono e possono
essere tante sorte de poeti, quante possono essere e sono maniere de
sentimenti ed invenzioni umane, alli quali son possibili d'adattarsi ghirlande
non solo da tutti geni e specie de piante, ma ed oltre d'altri geni e specie
di materie. Però corone a' poeti non si fanno solamente de mirti e lauri, ma
anco de pampino per versi fescennini, d'edera per baccanali, d'oliva per
sacrifici e leggi, di pioppa, olmo e spighe per l'agricoltura, de cipresso per
funerali, e d'altre innumerabili per altre tante occasioni; e, se vi piacesse,
anco di quella materia che mostrò un galant'uomo, quando disse: O fra
Porro, poeta da scazzate,
Ch'a Milano t'affibbi la ghirlanda
Di boldoni, busecche e cervellate.
20 \ CIC.\ Or dunque, sicuramente costui per
diverse vene che mostra in diversi propositi e sensi, potrà infrascarsi de
rami de diverse piante, e potrà degnamente parlar con le muse, perché sia
appo loro sua aura con cui si conforte, àncora in cui si sustegna, e porto al
qual si retire nel tempo de fatiche, exagitazioni e tempeste. Onde dice: O
monte Parnaso dove abito, Muse con le quali converso, fonte eliconio o altro
dove mi nodrisco, monte che mi doni quieto alloggiamento, Muse che m'inspirate
profonda dottrina, fonte che mi fai ripolito e terso, monte dove ascendendo
inalzo il core, Muse con le quali versando avvivo il spirito, fonte sotto li
cui arbori poggiando adorno la fronte, cangiate la mia morte in vita, gli miei
cipressi in lauri e gli miei inferni in cieli: cioè destinatemi immortale,
fatemi poeta, rendetemi illustre, mentre canto di morte, cipressi ed inferni.
21 \ TANS.\ Bene; perché a color che son
favoriti dal cielo, gli più gran mali si converteno in beni tanto maggiori:
perché le necessitadi parturiscono le fatiche e studi, e questi per il più
de le volte la gloria d'immortal splendore.
22 \ CIC.\ E la morte d'un secolo fa vivo in
tutti gli altri. Séguita.
23 \ TANS.\ Dice appresso:
In luogo e forma di Parnaso ho 'l core,
Dove per scampo mio convien ch'io monte,
Son mie muse i pensier ch'a tutte l'ore
Mi fan presenti le bellezze conte;
Onde sovente versan gli occhi fore
Lacrime molte, ho l'Eliconio fonte:
Per tai montagne, per tai ninfe ed acqui,
Com'ha piaciuto al ciel poeta nacqui.
Or non alcun de reggi,
Non favorevol man d'imperatore,
Non sommo sacerdote e gran pastore
Mi dien tai grazie, onori e privileggi;
Ma di lauro m'infronde
Mio cor, gli miei pensieri e le mie onde.
24 Qua dechiara prima qual sia il suo monte,
dicendo esser l'alto affetto del suo core; secondo, quai sieno le sue muse,
dicendo esser le bellezze e prorogative del suo oggetto; terzo, quai sieno gli
fonti, e questi dice esser le lacrime. In quel monte s'accende l'affetto, da
quelle bellezze si concepe il furore, e da quelle lacrime il furioso affetto
si dimostra. Cossì se stima di non posser essere meno illustremente coronato
per via del suo core, pensieri e lacrime, che altri per man de regi,
imperadori e papi.
25 \ CIC.\ Dechiarami quel ch'intende per
ciò che dice: il core in forma di Parnaso.
26 \ TANS.\ Perché cossì il cuor umano ha
doi capi, che vanno a terminarsi a una radice, e spiritualmente da uno affetto
del core procede l'odio ed amore di doi contrarii, come ave sotto due teste
una base il monte Parnaso.
27 \ CIC.\ A l'altro.
28 \ TANS.\ Dice:
Chiama per suon di tromba il capitano
Tutti gli suoi guerrier sott'un'insegna;
Dove s'avvien che per alcun in vano
Udir si faccia, perché pronto vegna,
Qual nemico l'uccide, o a qual insano
Gli dona bando dal suo campo e 'l sdegna:
Cossì l'alma i dissegni non accolti
Sott'un stendardo o gli vuol morti, o tolti.
Un oggetto riguardo;
Chi la mente m'ingombra, è un sol viso.
Ad una beltà sola io resto affiso,
Chi sì m'ha punto il cor, è un sol dardo,
Per un sol fuoco m'ardo,
E non conosco più ch'un paradiso.
29 Questo capitano è la voluntade umana, che
siede in poppa de l'anima, con un picciol temone de la raggione governando gli
affetti d'alcune potenze interiori contra l'onde degli émpiti naturali. Egli
con il suono de la tromba, cioè della determinata elezione, chiama tutti gli
guerrieri, cioè provoca tutte le potenze (le quali s'appellano guerriere per
esserno in continua ripugnanza e contrasto), o pur gli effetti di quelle, che
sono gli contrarii pensieri, de quali altri verso l'una, altri verso l'altra
parte inchinano; e cerca constituirgli tutti sott'un'insegna d'un determinato
fine. Dove s'accade ch'alcun d'essi vegna chiamato in vano a farsi prontamente
vedere ossequioso (massime quei che procedeno dalle potenze naturali, quali o
nullamente o poco ubediscono alla raggione), al meno, forzandosi d'impedir gli
loro atti e dannar quei che non possono essere impediti, viene a mostrarsi
come uccidesse quelli e donasse bando a questi, procedendo contra gli altri
con la spada de l'ira, ed altri con la sferza del sdegno.
30 Qua un oggetto riguarda, a cui è volto
con l'intenzione; per un viso, con cui s'appaga, ingombra la mente; in una
sola beltade si diletta e compiace, e dicesi restarvi affiso, perché l'opra
d'intelligenza non è operazion di moto, ma di quiete. E da là solamente
concepe quel dardo che l'uccide, cioè che gli constituisce l'ultimo fine di
perfezione. Arde per un sol fuoco, cioè dolcemente si consuma in uno amore.
31 \ CIC.\ Perché l'amore è significato per
il fuoco?
32 \ TANS.\ Lascio molte altre caggioni,
bastiti per ora questa: perché cossì la cosa amata l'amore converte ne
l'amante, come il fuoco, tra tutti gli elementi attivissimo, è potente a
convertere tutti quell'altri semplici e composti in se stesso.
33 \ CIC.\ Or séguita.
34 \ TANS.\ Conosce un paradiso, cioè un
fine principale; perché paradiso comunmente significa il fine, il qual si
distingue in quello ch'è absoluto, in verità ed essenza, e l'altro ch'è in
similitudine, ombra e participazione. Del primo modo non può essere più che
uno, come non è più che uno l'ultimo ed il primo bene; del secondo modo sono
infiniti.
Amor, sorte, l'oggetto e gelosia
M'appaga, affanna, contenta e sconsola.
Il putto irrazional, la cieca e ria,
L'alta bellezza, la mia morte sola,
Mi mostra il paradiso, il toglie via, Ogni ben mi presenta, me l'invola;
Tanto ch'il cor, la mente, il spirto, l'alma
Ha gioia, ha noia, ha refrigerio, ha salma.
Chi mi torrà di guerra?
Chi mi farà fruir mio ben in pace?
Chi quel ch'annoia e quel che sì mi piace,
........................................
Farà lungi disgionti,
Per gradir le mie fiamme e gli miei fonti?
35 Mostra la caggion ed origine onde si
concepe il furore e nasce l'entusiasmo, per solcar il campo de le muse,
spargendo il seme de suoi pensieri, aspirando a l'amorosa messe, scorgendo in
sé il fervor de gli affetti in vece del sole, e l'umor de gli occhi in luogo
de le piogge. Mette quattro cose avanti: l'amore, la sorte, l'oggetto, la
gelosia. Dove l'amore non è un basso, ignobile ed indegno motore, ma un
eroico signor e duce de lui; la sorte non è altro che la disposizion fatale
ed ordine d'accidenti, alli quali è suggetto per il suo destino; l'oggetto è
la cosa amabile ed il correlativo de l'amante; la gelosia è chiaro che sia un
zelo de l'amante circa la cosa amata, il quale non bisogna donarlo a intendere
a chi ha gustato amore, ed in vano ne forzaremo dechiararlo ad altri. L'amore
appaga, perché a chi ama, piace l'amare; e colui che veramente ama, non
vorrebbe non amare. Onde non voglio lasciar de referire quel che ne mostrai in
questo mio sonetto:
Cara, suave ed onorata piaga
Del più bel dardo, che mai scelse Amore,
Alto, leggiadro e precioso ardore,
Che gir fai l'alma di sempr'arder vaga;
Qual forza d'erba e virtù d'arte maga
Ti torrà mai dal centro del mio core;
Se chi vi porge ognor fresco vigore,
Quanto più mi tormenta, più m'appaga?
Dolce mio duol, novo nel mondo e raro,
Quando del peso tuo girò mai scarco,
S'il rimedio m'è noia, e 'l mal diletto?
Occhi, del mio signor facelle ed arco,
Doppiate fiamme a l'alma e strali al petto,
Poich'il languir m'è dolce e l'ardor caro.
36 La sorte affanna per non felici e non
bramati successi, o perché faccia stimar il suggetto men degno de la fruizion
de l'oggetto, e men proporzionato a la dignità di quello; o perché non
faccia reciproca correlazione; o per altre caggioni ed impedimenti che
s'attraversano. L'oggetto contenta il suggetto, che non si pasce d'altro,
altro non cerca, non s'occupa in altro e per quello bandisce ogni altro
pensiero. La gelosia sconsola, perché, quantunque sia figlia dell'amore da
cui deriva, compagna di quello con cui va sempre insieme, segno del medesimo,
perché quello s'intende per necessaria consequenza dove lei si dimostra (come
sen può far esperienza nelle generazioni intiere, che per freddezza di
regione e tardezza d'ingegno meno apprendono, poco amano e niente hanno di
gelosia), tutta volta con la sua figliolanza, compagnia e significazione vien
a perturbar ed attossicare tutto quel che si trova di bello e buono
nell'amore. Là onde dissi in un altro mio sonetto:
O d'invidia ed amor figlia sì ria,
Che le gioie del padre volgi in pene,
Caut'Argo al male, e cieca talpa al bene,
Ministra di tormento, Gelosia,
Tisifone infernal fetid'Arpia,
Che l'altrui dolce rapi ed avvelene;
Austro crudel, per cui languir conviene
Il più bel fior de la speranza mia;
Fiera da te medesma disamata,
Augel di duol, non d'altro mai, presago,
Pena, ch'entri nel cor per mille porte:
Se si potesse a te chiuder l'entrata,
Tant'il regno d'amor saria più vago,
Quant'il mondo senz'odio e senza morte.
37 Giongi a quel ch'è detto, che la Gelosia
non sol tal volta è la morte e ruina de l'amante, ma per le spesse volte
uccide l'istesso amore, massime quando parturisce il sdegno: percioché viene
ad essere talmente dal suo figlio affetta, che spinge l'amore e mette in
dispreggio l'oggetto, anzi non lo fa più essere oggetto.
38 \ CIC.\ Dechiara ora l'altre particole che
siegueno, cioè perché l'amore si dice putto irrazionale?
39 \ TANS.\ Dirò tutto. Putto irrazionale si
dice l'amore, non perché egli per sé sia tale; ma per ciò, che per il più
fa tali suggetti, ed è in suggetti tali: atteso che, in qualunque è più
intellettuale e speculativo, inalza più l'ingegno e più purifica
l'intelletto, facendolo svegliato, studioso e circonspetto, promovendolo ad
un'animositate eroica ed emulazion di virtudi e grandezza per il desìo di
piacere e farsi degno della cosa amata; in altri poi (che son la massima
parte) s'intende pazzo e stolto, perché le fa uscir de proprii sentimenti, e
le precipita a far delle extravaganze, perché ritrova il spirito, anima e
corpo mal complessionati ed inetti a considerar e distinguere quel che gli è
decente, da quel che le rende più sconci, facendoli suggetti di dispreggio,
riso e vituperio.
40 \ CIC.\ Dicono volgarmente e per
proverbio, che l'amor fa dovenir gli vecchi pazzi, e gli giovani savii.
41 \ TANS.\ Questo inconveniente non accade a
tutti vecchi, né quel conveniente a tutti giovani; ma è vero de quelli ben
complessionati, e de mal complessionati quest'altri. E con questo è certo,
che chi è avezzo nella gioventù d'amar circonspettamente, amarà vecchio
senza straviare. Ma il spasso e riso è di quelli alli quali nella matura
etade l'amor mette l'alfabeto in mano.
42 \ CIC.\ Ditemi adesso, perché cieca e ria
se dice la sorte o fato?
43 \ TANS.\ Cieca e ria si dice la sorte
ancora, non per sé, perché è l'istesso ordine de numeri e misure de
l'universo; ma per raggion de suggetti si dice ed è cieca, perché le rende
ciechi al suo riguardo, per esser ella incertissima. E detta similmente ria,
perché nullo de mortali è che in qualche maniera lamentandosi e querelandosi
di lei, non la incolpe. Onde disse il pugliese poeta:
Che vuol dir, Mecenate, che nessuno
Al mondo appar contento de la sorte,
Che gli ha porgiuta la raggion o cielo?
44 Cossì chiama l'oggetto alta bellezza,
perché a lui è unico e più eminente ed efficace per tirarlo a sé; e però
lo stima più degno, più nobile; e però sel sente predominante e superiore;
come lui gli vien fatto suddito e cattivo. La mia morte sola dice de la
gelosia; perché come l'amore non ha più stretta compagna che costei, cossì
anco non ha senso di maggior nemica; come nessuna cosa è più nemica al ferro
che la ruggine, che nasce da lui medesimo.
45 \ CIC.\ Or poi ch'hai cominciato a far
cossì, séguita a mostrar parte per parte quel che resta.
46 \ TANS.\ Cossì farò. Dice a presso de
l'amore: Mi mostra il paradiso; onde fa veder che l'amore non è cieco in sé,
e per sé non rende ciechi alcuni amanti, ma per l'ignobili disposizioni del
suggetto; qualmente avviene che gli ucelli notturni dovegnon ciechi per la
presenza del sole. Quanto a sé, dunque, l'amore illustra, chiarisce, apre
l'intelletto e fa penetrar il tutto e suscita miracolosi effetti.
47 \ CIC.\ Molto mi par che questo il Nolano
lo dimostre in un altro suo sonetto:
Amor, per cui tant'alto il ver discerno,
Ch'apre le porte di diamante nere,
Per gli occhi entra il mio nume, e per vedere
Nasce, vive, si nutre, ha regno eterno;
Fa scorger quanto ha 'l ciel, terra ed inferno,
Fa presenti d'absenti effiggie vere,
Repiglia forze, e col trar dritto, fere,
E impiaga sempr'il cor, scuopre l'interno.
O dunque, volgo vile, al vero attendi,
Porgi l'orecchio al mio dir non fallace,
Apri, apri, se puoi, gli occhi, insano e bieco:
Fanciullo il credi, perché poco intendi;
Perché ratto ti cangi, ei par fugace;
Per esser orbo tu, lo chiami cieco.
48 Mostra dunque il paradiso amore, per far
intendere, capire ed effettuar cose altissime; o perché fa grandi, almeno in
apparenza le cose amate. Il toglie via, dice de la sorte; perché questa
sovente, a mal grado de l'amante, non concede quel tanto che l'amor dimostra,
e quel che vede e brama, gli è lontano ed adversario. Ogni ben mi presenta,
dice de l'oggetto; perché questo che vien dimostrato da l'indice de l'amore,
gli par la cosa unica, principale ed il tutto. Me l'invola, dice della
Gelosia, non già per non farlo presente, togliendolo d'avanti gli occhi; ma
in far ch'il bene non sia bene, ma un angoscioso male; il dolce non sia dolce,
ma un angoscioso languire. Tanto ch'il cor, cioè la volontà, ha gioia nel
suo volere per forza d'amore, qualunque sia il successo. La mente, cioè la
parte intellettuale, ha noia, per l'apprension de la sorte, qual non
aggradisce l'amante. Il spirito, cioè l'affetto naturale, ha refrigerio, per
esser rapito da quell'oggetto che dà gioia al core, e potrebbe aggradir la
mente. L'alma, cioè la sustanza passibile e sensitiva, ha salma, cioè si
trova oppressa dal grave peso de la gelosia, che la tormenta.
49 Appresso la considerazion del stato suo,
soggionge il lacrimoso lamento, e dice: Chi mi torrà di guerra, e metterammi
in pace; o chi disunirà quel che m'annoia e danna da quel che sì mi piace ed
apremi le porte del cielo, perché gradite sieno le fervide fiamme del mio
core, e fortunati i fonti de gli occhi miei? Appresso, continuando il suo
proposito, soggionge:
Premi, oimè, gli altri, o mia nemica sorte
Vatten via, Gelosia, dal mondo fore:
Potran ben soli con sua diva corte
Far tutto nobil faccia e vago amore.
Lui mi tolga de vita, lei de morte,
Lei me l'impenne, lui brugge il mio core,
Lui me l'ancide, lei ravvive l'alma,
Lei mio sustegno, lui mia grieve salma.
Ma che dich'io d'amore?
Se lui e lei son un suggetto o forma,
Se con medesmo imperio ed una norma
Fanno un vestigio al centro del mio core?
Non son doi dunque; è una
Che fa gioconda e triste mia fortuna.
50 Quattro principii ed estremi de due
contrarietadi vuol ridurre a doi principii ed una contrarietade. Dice dunque:
Premi, oimè, gli altri; cioè basti a te, o mia sorte, d'avermi sin a tanto
oppresso, e (perché non puoi essere senza il tuo essercizio) volta altrove il
tuo sdegno. E vatten via fuori del mondo, tu, Gelosia; perché uno di que' doi
altri che rimagnono, potrà supplire alle vostre vicende ed offici: se pur tu,
mia sorte, non sei altro ch'il mio Amore, e tu, Gelosia, non sei estranea
dalla sustanza del medesimo. Reste dunque lui per privarmi de vita, per
bruggiarmi, per donarmi la morte, e per salma de le mie ossa: con questo che
lei mi tolga di morte, mi impenne, mi avvive e mi sustente. Appresso, doi
principii ed una contrarietade riduce ad un principio ed una efficacia,
dicendo: ma che dich'io d'Amore? Se questa faccia, questo oggetto è l'imperio
suo, e non par altro che l'imperio de l'amore; la norma de l'amore è la sua
medesima norma; l'impression d'amore ch'appare nella sustanza del cor mio, non
è certo altra impression che la sua: perché dunque dopo aver detto nobil
faccia, replico dicendo vago amore?
Gelate ho spene e gli desir cuocenti:
A un tempo triemo, agghiaccio, ardo e sfavillo,
Son muto, e colmo il ciel de strida ardenti:
Dal cor scintillo, e dagli occhi acqua stillo;
E vivo e muoio e fo riso e lamenti:
Son vive l'acqui, e l'incendio non more,
Ché a gli occhi ho Teti, ed ho Vulcan al core,
Altr'amo, odio me stesso;
Ma s'io m'impiumo, altri si cangia in sasso;
Poggi'altr'al cielo, s'io mi ripogno al basso;
Sempre altri fugge, s'io seguir non cesso;
S'io chiamo, non risponde;
E quant'io cerco più, più mi s'asconde.
2 A proposito di questo voglio seguitar quel
che poco avanti ti dicevo, che non bisogna affatigarsi per provare quel che
tanto manifestamente si vede: cioè che nessuna cosa è pura e schetta (onde
diceano alcuni, nessuna cosa composta esser vero ente; come l'oro composto non
è vero oro, il vino composto non è puro vero e mero vino); appresso, tutte
le cose constano de contrarii; da onde avviene, che gli successi de li nostri
affetti per la composizione ch'è nelle cose, non hanno mai delettazion alcuna
senza qualch'amaro; anzi dico e noto di più, che se non fusse l'amaro nelle
cose, non sarrebe la delettazione, atteso che la fatica fa che troviamo
delettazione nel riposo; la separazione è causa che troviamo piacere nella
congiunzione; e generalmente essaminando, si trovarà sempre che un contrario
è caggione che l'altro contrario sia bramato e piaccia.
3 \ CIC.\ Non è dunque delettazione senza
contrarietà?
4 \ TANS.\ Certo non, come senza contrarietà
non è dolore; qualmente manifesta quel pitagorico Poeta, quando dice: Hinc
metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, nec auras Respiciunt, clausae tenebris
et carcere caeco.
5 Ecco dunque quel che caggiona la
composizion de le cose. Quindi aviene che nessuno s'appaga del stato suo,
eccetto qualch'insensato e stolto, e tanto più quanto più si ritrova nel
maggior grado del fosco intervallo de la sua pazzia: allora ha poca o nulla
apprension del suo male, gode l'esser presente senza temer del futuro, gioisce
di quel ch'è, e per quello in che si trova, e non ha rimorso o cura di quel
ch'è o può essere, ed in fine non ha senso della contrarietade, la quale è
figurata per l'arbore della scienza del bene e del male.
6 \ CIC.\ Da qua si vede che l'ignoranza è
madre della felicità e beatitudine sensuale; e questa medesima è l'orto del
paradiso de gli animali; come si fa chiaro nelli dialogi de la Cabala del
cavallo Pegaseo e per quel che dice il sapiente Salomone: chi aumenta
sapienza, aumenta dolore.
7 \ TANS.\ Da qua avviene che l'amore eroico
è un tormento, perché non gode del presente, come il brutale amore; ma e del
futuro e de l'absente, e del contrario sente l'ambizione, emulazione, suspetto
e timore. Indi dicendo una sera dopo cena un certo de nostri vicini: - Giamai
fui tanto allegro quanto sono adesso; - gli rispose Gioan Bruno, padre del
Nolano: - Mai fuste più pazzo che adesso.
-8 \ CIC.\ Volete dunque, che colui che è
triste, sia savio, e quell'altro ch'è più triste, sia più savio?
9 \ TANS.\ Non, anzi intendo in questi essere
un'altra specie di pazzia, ed oltre peggiore.
10 \ CIC.\ Chi dunque sarà savio, se pazzo
è colui ch'è contento, e pazzo è colui ch'è triste?
11 \ TANS.\ Quel che non è contento, né
triste.
12 \ CIC.\ Chi? quel che dorme? quel ch'è
privo di sentimento? quel ch'è morto?
13 \ TANS.\ No; ma quel ch'è vivo, vegghia
ed intende; il quale considerando il male ed il bene, stimando l'uno e l'altro
come cosa variabile e consistente in moto, mutazione e vicissitudine (di sorte
ch'il fine d'un contrario è principio de l'altro, e l'estremo de l'uno è
cominciamento de l'altro), non si dismette, né si gonfia di spirito, vien
continente nell'inclinazioni e temperato nelle voluptadi; stante ch'a lui il
piacere non è piacere, per aver come presente il suo fine. Parimente la pena
non gli è pena, perché con la forza della considerazione ha presente il
termine di quella. Cossì il sapiente ha tutte le cose mutabili come cose che
non sono, ed afferma quelle non esser altro che vanità ed un niente; perché
il tempo a l'eternità ha proporzione come il punto a la linea.
14 \ CIC.\ Sì che mai possiamo tener
proposito d'esser contenti o mal contenti, senza tener proposito de la nostra
pazzia, la qual espressamente confessiamo; là onde nessun che ne raggiona, e
per consequenza nessun che n'è participe, sarà savio; ed infine tutti gli
omini saran pazzi.
15 \ TANS.\ Non tendo ad inferir questo;
perché dirò massime savio colui che potesse veramente dire talvolta il
contrario di quel che quell'altro: - Giamai fui men allegro che adesso; -
over: - Giamai fui men triste che ora. -
16 \ CIC.\ Come? non fai due contrarie
qualitadi dove son doi affetti contrarii? perché, dico, intendi come due
virtudi, e non come un vizio ed una virtude l'esser minimamente allegro e
l'esser minimamente triste?
17 \ TANS.\ Perché ambi doi li contrarii in
eccesso (cioè per quanto vanno a dar su quel più) son vizii, perché passano
la linea; e gli medesimi in quanto vanno a dar sul meno, vegnono ad esser
virtude, perché si contegnono e rinchiudono intra gli termini.
18 \ CIC.\ Come l'esser men contento e
l'esser men triste non son una virtù ed un vizio, ma son due virtudi?
19 \ TANS.\ Anzi dico che son una e medesima
virtude; perché il vizio è là dove è la contrarietade; la contrarietade è
massime là dove è l'estremo; la contrarietà maggiore è la più vicina
all'estremo; la minima o nulla è nel mezzo, dove gli contrarii convegnono e
son uno ed indifferente: come tra il freddissimo e caldissimo è il più caldo
ed il più freddo, e nel mezzo puntuale è quello che puoi dire o caldo e
freddo, o né caldo né freddo, senza contrarietade. In cotal modo chi è
minimamente contento e minimamente allegro, è nel grado della indifferenza,
si trova nella casa della temperanza, e là dove consiste la virtude e
condizion d'un animo forte, che non vien piegato da l'Austro né da
l'Aquilone.
20 Ecco dunque, per venir al proposito, come
questo furor eroico, che si chiarisce nella presente parte, è differente
dagli altri furori più bassi, non come virtù dal vizio, ma come un vizio
ch'è in un suggetto più divino o divinamente, da un vizio ch'è in un
suggetto più ferino o ferinamente: di maniera che la differenza è secondo
gli suggetti e modi differenti, e non secondo la forma de l'esser vizio.
21 \ CIC.\ Molto ben posso, da quel ch'avete
detto, conchiudere la condizion di questo eroico furore che dice: gelate ho
spene, e li desir cuocenti; perché non è nella temperanza della mediocrità,
ma nell'eccesso delle contrarietadi; ha l'anima discordevole, se triema nelle
gelate speranze, arde negli cuocenti desiri; è per l'avidità stridolo,
mutolo per il timore; sfavilla dal core per cura d'altrui, e per compassion di
sé versa lacrime da gli occhi; muore ne l'altrui risa, vive ne' proprii
lamenti; e (come colui che non è più suo) altri ama, odia se stesso: perché
la materia, come dicono gli fisici, con quella misura ch'ama la forma absente,
odia la presente. E cossì conclude nell'ottava la guerra ch'ha l'anima in se
stessa; e poi quando dice ne la sestina, ma s'io m'impiumo, altri si cangia in
sasso, e quel che séguita, mostra le sue passioni per la guerra ch'essercita
con li contrarii esterni.
22 Mi ricordo aver letto in Iamblico, dove
tratta degli Egizii misterii, questa sentenza: Impius animam dissidentem
habet: unde nec secum ipse convenire potest neque cum aliis.
23 \ TANS.\ Or odi un altro sonetto di senso
consequente al detto:
Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
In viva morte morta vita vivo!
A mor m'ha morto (ahi lasso!) di tal morte,
Che son di vita insieme e morte privo.
Voto di spene, d'inferno a le porte,
E colmo di desio al ciel arrivo:
Talché suggetto a doi contrarii eterno,
Bandito son dal ciel e da l'inferno.
Non han mie pene triegua,
Perché in mezzo di due scorrenti ruote,
De quai qua l'una, là l'altra mi scuote,
Qual Ixion convien mi fugga e siegua,
Perché al dubbio discorso
Dan lezion contraria il sprone e 'l morso.
24 Mostra qualmente patisca quel disquarto e
distrazione in se medesimo: mentre l'affetto, lasciando il mezzo e meta de la
temperanza, tende a l'uno e l'altro estremo; e talmente si trasporta alto o a
destra, che anco si trasporta a basso ed a sinistra..
25 \ CIC.\ Come con questo che non è proprio
de l'uno né de l'altro estremo, non viene ad essere in stato o termine di
virtude?
26 \ TANS.\ Allora è in stato di virtude,
quando si tiene al mezzo, declinando da l'uno e l'altro contrario: ma quando
tende a gli estremi, inchinando a l'uno e l'altro di quelli, tanto gli manca
de esser virtude, che è doppio vizio; il qual consiste in questo, che la cosa
recede dalla sua natura, la perfezion della quale consiste nell'unità; e là
dove convegnono gli contrarii, consta la composizione e consiste la virtude.
Ecco dunque come è morto vivente, o vivo moriente; là onde dice: In viva
morte morta vita vivo. Non è morto, perché vive ne l'oggetto; non è vivo,
perché è morto in se stesso; privo di morte, perché parturisce pensieri in
quello; privo di vita, perché non vegeta o sente in se medesimo. Appresso, è
bassissimo per la considerazion de l'alto intelligibile e la compresa
imbecillità della potenza. È altissimo per l'aspirazione dell'eroico desio
che trapassa di gran lunga gli suoi termini; ed è altissimo per l'appetito
intellettuale, che non ha modo e fine di gionger numero a numero; è
bassissimo per la violenza fattagli dal contrario sensuale che verso l'inferno
impiomba. Onde trovandosi talmente poggiar e descendere, sente ne l'alma il
più gran dissidio che sentir si possa; e confuso rimane per la ribellion del
senso, che lo sprona là d'onde la raggion l'affrena, e per il contrario. Il
medesimo affatto si dimostra nella seguente sentenza, dove la raggione in nome
de Filenio dimanda, ed il furioso risponde in nome di Pastore, che alla cura
del gregge o armento de suoi pensieri si travaglia, quai pasce in ossequio e
serviggio de la sua ninfa, ch'è l'affezione di quell'oggetto alla cui
osservanza è fatto cattivo. \ F.\ Pastor! \ P.\ Che vuoi? \ F.\ Che fai? \
P.\ Doglio.
\ F.\ Perché?
\ P.\ Perché non m'ha per suo vita, né morte.
\ F.\ Chi fallo? \ P.\ Amor \ F.\ Quel rio? \ P.\ Quel rio. \ F.\
Dov'è?
\ P.\ Nel centro del mio cor se tien sì forte.
\ F.\ Che fa? \ P.\ Fere. \ F.\ Chi? \ P.\ Me. \ F.\ Te? \ P.\ Sì.
\ F.\ Con che?
\ P.\ Con gli occhi, de l'inferno e del ciel porte.
\ F.\ Speri? \ P.\ Spero. \ F.\ Mercé? \ P.\ Mercé. \ F.\ Da chi?
\ P.\ Da chi sì mi martora nott'e dì.
\ F.\ Hanne? \ P.\ Non so. \ F.\ Sei folle.
\ P.\ Che, se cotal follia a l'alma piace?
\ F.\ Promette? \ P.\ No. \ F.\ Niega? \ P.\ Né meno. \ F.\ Tace?
\ P.\ Sì, perché ardir tant'onestà mi tolle.
\ F.\ Vaneggi. \ P.\ In che? \ F.\ Nei stenti.
\ P.\ Temo il suo sdegno, più che miei tormenti.
27 Qua dice che spasma: lamentasi dell'amore,
non già perché ami (atteso che a nessuno veramente amante dispiace l'amare),
ma perché infelicemente ami, mentre escono que' strali che son gli raggi di
quei lumi, che medesimi, secondo che son protervi e ritrosi, overamente
benigni e graziosi, vegnono ad esser porte che guidano al cielo, overamente a
l'inferno. Con questo vien mantenuto in speranza di futura ed incerta mercé,
ed in effetto di presente e certo martìre. E quantunque molto apertamente
vegga la sua follia, non per tanto avvien che in punto alcuno si correga, o
che almen possa conciperne dispiacere; perché tanto ne manca, che più tosto
in essa si compiace, come mostra dove dice:
Mai fia che dell'amor io mi lamente,
Senza del qual non vogli'esser felice.
28 Appresso, mostra un'altra specie di
furore, parturita da qualche lume di raggione, la qual suscita il timore e
supprime la già detta, a fin che non proceda a fatto, che possa inasprir o
sdegnar la cosa amata. Dice dunque la speranza esser fondata sul futuro, senza
che cosa alcuna se gli prometta o nieghe: perché lui tace e non dimanda, per
tema d'offender l'onestade. Non ardisce esplicarsi e proporsi, onde fia o con
ripudio escluso, overamente con promessa accettato: perché nel suo pensiero
più contrapesa quel che potrebbe esser di male in un caso, che bene in un
altro. Mostrasi dunque disposto di suffrir più presto per sempre il proprio
tormento, che di poter aprir la porta a l'occasione, per la quale la cosa
amata si turbe e contriste.
29 \ CIC.\ Con questo dimostra l'amor suo
esser veramente eroico, perché si propone per più principal fine la grazia
del spirito e la inclinazion de l'affetto, che la bellezza del corpo, in cui
non si termina quell'amor ch'ha del divino.
30 \ TANS.\ Sai bene che come il rapto
platonico è di tre specie, de quali l'uno tende alla vita contemplativa o
speculativa, l'altro a l'attiva morale, l'altro a l'ociosa e voluptuaria;
cossì son tre specie d'amori, de quali l'uno dall'aspetto della forma
corporale s'inalza alla considerazione della spirituale e divina; l'altro
solamente persevera nella delettazion del vedere e conversare; l'altro dal
vedere va a precipitarsi nella concupiscenza del toccare. Di questi tre modi
si componeno altri, secondo che o il primo s'accompagna col secondo, o che
s'accompagna col terzo, o che concorreno tutti tre modi insieme; de li quali
ciascuno e tutti oltre si moltiplicano in altri, secondo gli affetti de
furiosi che tendeno o più verso l'obietto spirituale, o più verso l'obietto
corporale, o equalmente verso l'uno e l'altro. Onde avviene che di quei che si
ritrovano in questa milizia e son compresi nelle reti d'amore, altri tendeno a
fin del gusto che si prende dal raccôrre le poma da l'arbore de la corporal
bellezza, senz'il qual ottento (o speranza al meno) stimano degno di riso e
vano ogni amoroso studio; ed in cotal modo corrono tutti quei che son di
barbaro ingegno, che non possono né cercano magnificarsi, amando cose degne,
aspirando a cose illustri, e, più alto, a cose divine accomodando gli suoi
studi e gesti, a i quali non è chi possa più ricca- e comodamente suppeditar
l'ali, che l'eroico amore; altri si fanno avanti a fin del frutto della
delettazione che prendeno da l'aspetto della bellezza e grazia del spirito che
risplende e riluce nella leggiadria del corpo; e de tali alcuni, benché amino
il corpo e bramino assai d'esser uniti a quello, della cui lontananza si
lagnano e disunion s'attristano, tutta volta temeno che, presumendo in questo,
non vegnan privi di quell'affabilità, conversazione, amicizia ed accordo, che
gli è più principale: essendo che dal tentare non più può aver sicurezza
di successo grato, che gran tema di cader da quella grazia, qual, come cosa
tanto gloriosa e degna, gli versa avanti gli occhi del pensiero.
31 \ CIC.\ È cosa degna, o Tansillo, per
molte virtudi e perfezioni, che quindi derivano nell'umano ingegno, cercar,
accettar, nodrire e conservar un simile amore; ma si deve ancora aver gran
cura di non abbattersi ad ubligarsi ad un oggetto indegno e basso, a fin che
non vegna a farsi partecipe della bassezza ed indignità del medesimo, in
proposito de quali intendo il conseglio del poeta ferrarese:
Chi mette il piè su l'amorosa pania,
Cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ali.
32 \ TANS.\ A dir il vero, l'oggetto ch'oltre
la bellezza del corpo non av'altro splendore, non è degno d'esser amato ad
altro fine che di far, come dicono, la razza: e mi par cosa da porco o da
cavallo di tormentarvisi su; ed io, per me, mai fui più fascinato da cosa
simile, che potesse al presente esser fascinato da qualche statua o pittura,
dalle quali mi pare indifferente. Sarebbe dunque un vituperio grande ad un
animo generoso, se d'un sporco vile, bardo ed ignobile ingegno (quantunque
sotto eccellente figura venesse ricuoperto) dica: Temo il suo sdegno più
ch'il mio tormento.
2 \ CIC.\ Di questi doi geni quali stimi
megliori?
3 \ TANS.\ Gli primi hanno più dignità,
potestà ed efficacia in sé, perché hanno la divinità; gli secondi son essi
più degni, più potenti ed efficaci, e son divini. Gli primi son degni come
l'asino che porta li sacramenti; gli secondi come una cosa sacra. Nelli primi
si considera e vede in effetto la divinità; e quella s'admira, adora ed
obedisce; ne gli secondi si considera e vede l'eccellenza della propria
umanitade.
4 Or venemo al proposito. Questi furori de
quali noi raggioniamo, e che veggiamo messi in execuzione in queste sentenze,
non son oblio, ma una memoria; non son negligenze di se stesso, ma amori e
brame del bello e buono con cui si procure farsi perfetto con trasformarsi ed
assomigliarsi a quello. Non è un raptamento sotto le leggi d'un fato indegno,
con gli lacci de ferine affezioni; ma un impeto razionale che siegue l'apprension
intellettuale del buono e bello che conosce, a cui vorrebbe conformandosi
parimente piacere; di sorte che della nobiltà e luce di quello viene ad
accendersi ed investirsi de qualitade e condizione per cui appaia illustre e
degno. Doviene un dio dal contatto intellettuale di quel nume oggetto; e
d'altro non ha pensiero che de cose divine, e mostrasi insensibile ed
impassibile in quelle cose che comunmente massime senteno, e da le quali più
vegnon altri tormentati; niente teme, e per amor della divinitade spreggia gli
altri piaceri, e non fa pensiero alcuno de la vita. Non è furor d'atra bile
che fuor di conseglio, raggione ed atti di prudenza lo faccia vagare guidato
dal caso e rapito dalla disordinata tempesta; come quei, ch'avendo prevaricato
da certa legge de la divina Adrastia vegnono condannati sotto la carnificina
de le Furie, acciò sieno essagitati da una dissonanza tanto corporale per
sedizioni, ruine e morbi, quanto spirituale per la iattura dell'armonia delle
potenze cognoscitive ed appetitive. Ma è un calor acceso dal sole
intelligenziale ne l'anima e impeto divino che gl'impronta l'ali; onde più e
più avvicinandosi al sole intelligenziale, rigettando la ruggine de le umane
cure, dovien un oro probato e puro, ha sentimento della divina ed interna
armonia, concorda gli suoi pensieri e gesti con la simmetria della legge
insita in tutte le cose. Non come inebriato da le tazze di Circe va cespitando
ed urtando or in questo, or in quell'altro fosso, or a questo or a quell'altro
scoglio; o come un Proteo vago or in questa, or in quell'altra faccia
cangiandosi, giamai ritrova loco, modo, né materia di fermarsi e stabilirsi.
Ma senza distemprar l'armonia vince e supera gli orrendi mostri; e per tanto
che vegna a dechinare, facilmente ritorna al sesto con quelli intimi instinti,
che come nove muse saltano e cantano circa il splendor dell'universale
Apolline; e sotto l'imagini sensibili e cose materiali va comprendendo divini
ordini e consegli. È vero che tal volta avendo per fida scorta l'amore, ch'è
gemino, e perché tal volta per occorrenti impedimenti si vede defraudato dal
suo sforzo, allora come insano e furioso mette in precipizio l'amor di quello
che non può comprendere; onde confuso da l'abisso della divinità tal volta
dismette le mani, e poi ritorna pure a forzarsi con la voluntade verso là
dove non può arrivare con l'intelletto. È vero pure che ordinariamente va
spasseggiando, ed ora più in una, or più in un'altra forma del gemino Cupido
si trasporta; perché la lezion principale che gli dona Amore, è che in ombra
contemple (quando non puote in specchio) la divina beltade; e come gli proci
di Penelope s'intrattegna con le fante, quando non gli lice conversar con la
padrona. Or dunque, per conchiudere, possete da quel ch'è detto, comprendere
qual sia questo furioso di cui l'imagine ne vien messa avanti, quando si dice:
Se la farfalla al suo splendor ameno
Vola, non sa ch'è fiamma al fin discara;
Se, quand'il cervio per sete vien meno,
Al rio va, non sa della freccia amara;
S'il lioncorno corre al casto seno,
Non vede il laccio che se gli prepara.
I' al lume, al fonte, al grembo del mio bene,
Veggio le fiamme, i strali e le catene.
S'è dolce il mio languire,
Perché quell'alta face sì m'appaga,
Perché l'arco divin sì dolce impiaga,
Perché in quel nodo è avvolto il mio desire,
Mi fien eterni impacci
Fiamme al cor, strali al petto, a l'alma lacci.
5 Dove dimostra l'amor suo non esser come de
la farfalla, del cervio e del lioncorno, che fuggirebono s'avesser giudizio
del fuoco, della saetta e de gli lacci, e che non han senso d'altro che del
piacere; ma vien guidato da un sensatissimo e pur troppo oculato furore, che
gli fa amare più quel fuoco che altro refrigerio, più quella piaga che altra
sanità, più que' legami che altra libertade. Perché questo male non è
absolutamente male; ma per certo rispetto al bene secondo l'opinione, e falso,
quale il vecchio Saturno ha per condimento nel devorar che fa de proprii
figli. Perché questo male absolutamente ne l'occhio de l'eternitade è
compreso o per bene, o per guida che ne conduce a quello; atteso che questo
fuoco è l'ardente desio de le cose divine, questa saetta è l'impression del
raggio della beltade della superna luce, questi lacci son le specie del vero
che uniscono la nostra mente alla prima verità, e le specie del bene che ne
fanno uniti e gionti al primo e sommo bene. A quel senso io m'accostai, quando
dissi:
D'un sì bel fuoco e d'un sì nobil laccio
Beltà m'accende, ed onestà m'annoda,
Ch'in fiamm'e servitù convien ch'io goda.
Fugga la libertade e tema il ghiaccio.
L'incendio è tal ch'io m'ardo e non mi sfaccio,
E 'l nodo è tal ch'il mondo meco il loda,
Né mi gela timor, né duol mi snoda;
Ma tranquillo è l'ardor, dolce l'impaccio.
Scorgo tant'alto il lume che m'infiamma,
E 'l laccio ordito di sì ricco stame,
Che nascendo il pensier, more il desio.
Poiché mi splend'al cor sì bella fiamma,
E mi stringe il voler sì bel legame,
Sia serva l'ombra, ed arda il cener mio.
6 Tutti gli amori (se sono eroici e non son
puri animali, che chiamano naturali e cattivi alla generazione, come
instrumenti de la natura in certo modo) hanno per oggetto la divinità,
tendeno alla divina bellezza, la quale prima si comunica all'anime e risplende
in quelle; e da quelle poi o, per dir meglio, per quelle poi si comunica alli
corpi; onde è che l'affetto ben formato ama gli corpi o la corporal bellezza,
per quel che è indice della bellezza del spirito. Anzi quello che n'innamora
del corpo è una certa spiritualità che veggiamo in esso, la qual si chiama
bellezza; la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o minori, non nelli
determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza de membri e
colori. Questa mostra certa sensibile affinità col spirito a gli sensi più
acuti e penetrativi; onde séguita che tali più facilmente ed intensamente
s'innamorano; ed anco più facilmente si disamorano, e più intensamente si
sdegnano, con quella facilità ed intensione, che potrebbe essere nel
cangiamento del spirito brutto, che in qualche gesto ed espressa intenzione si
faccia aperto; di sorte che tal bruttezza trascorre da l'anima al corpo, a
farlo non apparir oltre come gli apparia bello. La beltà dunque del corpo ha
forza d'accendere, ma non già di legare e far che l'amante non possa fuggire,
se la grazia, che si richiede nel spirito, non soccorre, come la onestà, la
gratitudine, la cortesia, l'accortezza. Però dissi bello quel fuoco che
m'accese, perché ancor fu nobile il laccio che m'annodava.
7 \ CIC.\ Non creder sempre cossì, Tansillo;
perché qualche volta, quantunque discuopriamo vizioso il spirito, non
lasciamo però di rimaner accesi ed allacciati; di maniera che, quantunque la
raggion veda il male ed indignità di tale amore, non ha però efficacia
d'alienar il disordinato appetito. Nella qual disposizion credo che fusse il
Nolano, quando disse:
Oimè, che son constretto dal furore
D'appigliarmi al mio male,
Ch'apparir fammi un sommo ben Amore.
Lasso, a l'alma non cale,
Ch'a contrarii consigli unqua ritenti;
E del fero tiranno,
Che mi nodrisce in stenti,
E poté pormi da me stesso in bando,
Più che di libertade i' son contento.
Spiego le vele al vento,
Che mi suttraga a l'odioso bene,
E tempestoso al dolce danno amene.
8 \ TANS.\ Questo accade, quando l'uno e
l'altro spirto è vizioso e son tinti come di medesimo inchiostro, atteso che
dalla conformità si suscita, accende e si confirma l'amore. Cossì gli
viziosi facilmente concordano in atti di medesimo vizio. E non voglio lasciar
de dire ancora quel che per esperienza conosco: che quantunque in un animo
abbia discuoperti vizii molto abominati da me, com'è dire una sporca
avarizia, una vilissima ingordiggia sul danaio, irreconoscenza di ricevuti
favori e cortesie, un amor di persone al tutto vili (de quali vizii
quest'ultimo massime dispiace, perché toglie la speranza a l'amante, che per
esser egli, o farsi, più degno, possa da lei esser più accettato); tutta
volta non mancava ch'io ardesse per la beltà corporale. Ma che? io l'amavo
senza buona volontà, essendo che non per questo m'arrei più contristato che
allegrato delle sue disgrazie ed infortunii.
9 \ CIC.\ Però è molto propria ed a
proposito quella distinzion che fanno intra l'amare e voler bene.
10 \ TANS.\ È vero; perché a molti vogliamo
bene, cioè desideramo che siano savii e giusti, ma non le amiamo, perché
sono iniqui ed ignoranti; molti amiamo, perché son belli, ma non gli vogliamo
bene, perché non meritano. E tra l'altre cose che stima l'amante quello non
meritare, la prima è d'essere amato; e però benché non possa astenersi
d'amare, niente di meno gli ne rincresce e mostra il suo rincrescimento, come
costui che diceva: Oimè, ch'io son costretto dal furore D'appigliarmi al mio
male. In contraria disposizione fu, o per altro oggetto corporale in
similitudine, o per suggetto divino in verità, quando disse:
Bench'a tanti martir mi fai suggetto.
Pur ti ringrazio, e assai ti deggio, Amore,
Che con sì nobil piaga apriste il petto,
E tal impadroniste del mio core,
Per cui fia ver, ch'un divo e viv'oggetto,
De Dio più bella imago 'n terra adore;
Pensi chi vuol ch'il mio destin sia rio,
Ch'uccid'in speme e fa viv'in desio.
Pascomi in alta impresa;
E bench'il fin bramato non consegua,
E 'n tanto studio l'alma si dilegua,
Basta che sia sì nobilment'accesa;
Basta ch'alto mi tolsi,
E da l'ignobil numero mi sciolsi.
11 L'amor suo qua è a fatto eroico e divino;
e per tale voglio intenderlo, benché per esso si dica suggetto a tanti
martìri; perché ogni amante, ch'è disunito e separato da la cosa amata
(alla quale com'è congionto con l'affetto, vorrebe essere con l'effetto), si
trova in cordoglio e pena, si crucia e si tormenta: non già perché ami,
atteso che degnissima- e nobilissimamente sente impiegato l'amore; ma perché
è privo di quella fruizione la quale ottenerebbe se fusse gionto a quel
termine al qual tende. Non dole per il desio che l'avviva, ma per la
difficultà del studio ch'il martora. Stiminlo dunque altri a sua posta
infelice per questa apparenza de rio destino, come che l'abbia condannato a
cotai pene; perché egli non lasciarà per tanto de riconoscer l'obligo ch'ave
ad Amore, e rendergli grazie, perché gli abbia presentato avanti gli occhi de
la mente una specie intelligibile, nella quale in questa terrena vita,
rinchiuso in questa priggione de la carne, ed avvinto da questi nervi, e
confirmato da queste ossa, li sia lecito di contemplar più altamente la
divinitade, che se altra specie e similitudine di quella si fusse offerta.
12 \ CIC.\ Il divo dunque e vivo oggetto,
ch'ei dice, è la specie intelligibile più alta che egli s'abbia possuto
formar della divinità; e non è qualche corporal bellezza che gli adombrasse
il pensiero, come appare in superficie del senso?
13 \ TANS.\ Vero, perché nessuna cosa
sensibile, né specie di quella, può inalzarsi a tanta dignitade.
14 \ CIC.\ Come dunque fa menzione di quella
specie per oggetto, se, come mi pare, il vero oggetto è la divinità istessa?
15 \ TANS.\ La è oggetto finale, ultimo e
perfettissimo, non già in questo stato dove non possemo veder Dio se non come
in ombra e specchio; e però non ne può esser oggetto se non in qualche
similitudine; non tale qual possa esser abstratta ed acquistata da bellezza ed
eccellenza corporea per virtù del senso; ma qual può esser formata nella
mente per virtù de l'intelletto. Nel qual stato ritrovandosi, viene a perder
l'amore ed affezion d'ogni altra cosa tanto sensibile quanto intelligibile;
perché questa congionta a quel lume dovien lume essa ancora, e per
consequenza si fa un Dio: perché contrae la divinità in sé, essendo ella in
Dio per la intenzione con cui penetra nella divinità (per quanto si può), ed
essendo Dio in ella, per quanto dopo aver penetrato viene a conciperla e (per
quanto si può) a ricettarla e comprenderla nel suo concetto. Or di queste
specie e similitudini si pasce l'intelletto umano da questo mondo inferiore,
sin tanto che non gli sia lecito de mirar con più puri occhi la bellezza
della divinitade. Come accade a colui che è gionto a qualch'edificio
eccellentissimo ed ornatissimo, mentre va considerando cosa per cosa in
quello, si aggrada, si contenta, si pasce d'una nobil maraviglia; ma se
avverrà poi che vegga il signor di quelle imagini, di bellezza
incomparabilmente maggiore, lasciata ogni cura e pensiero di esse, tutto è
volto ed intento a considerar quell'uno. Ecco dunque come è differenza in
questo stato dove veggiamo la divina bellezza in specie intelligibili tolte da
gli effetti, opre, magisteri, ombre e similitudini di quella; ed in
quell'altro stato dove sia lecito di vederla in propria presenza.
16 Dice appresso: Pascomi d'alt'impresa,
perché (come notano gli pitagorici) cossì l'anima si versa e muove circa
Dio, come il corpo circa l'anima.
17 \ CIC.\ Dunque, il corpo non è luogo de
l'anima?
18 \ TANS.\ Non; perché l'anima non è nel
corpo localmente, ma come forma intrinseca e formatore estrinseco; come quella
che fa gli membri, e figura il composto da dentro e da fuori. Il corpo dunque
è ne l'anima, l'anima nella mente, la mente o è Dio, o è in Dio, come disse
Plotino: cossì come per essenza è in Dio che è la sua vita, similmente per
l'operazione intellettuale e la voluntà conseguente dopo tale operazione, si
referisce alla sua luce e beatifico oggetto. Degnamente dunque questo affetto
de l'eroico furore si pasce de sì alta impresa. Né per questo che l'obietto
è infinito, in atto simplicissimo, e la nostra potenza intellettiva non può
apprendere l'infinito se non in discorso, o in certa maniera de discorso,
com'è dire in certa raggione potenziale o aptitudinale, è come colui che
s'amena a la consecuzion de l'immenso onde vegna a constituirse un fine dove
non è fine.
19 \ CIC.\ Degnamente, perché l'ultimo fine
non deve aver fine, atteso che sarebe ultimo. È dunque infinito in
intenzione, in perfezione, in essenza ed in qualsivoglia altra maniera d'esser
fine.
20 \ TANS.\ Dici il vero. Or in questa vita
tal pastura è di maniera tale, che più accende, che possa appagar il desìo,
come ben mostra quel divino poeta, che disse: Bramando è lassa l'alma a Dio
vivente; ed in altro luogo: Attenuati sunt oculi mei suspicientes in
excelsum. Però dice: E bench'il fin bramato non consegua, E 'n tanto
studio l'alma si dilegua, Basta che sia sì nobilmente accesa: vuol dire,
ch'in tanto l'anima si consola e riceve tutta la gloria che può ricevere in
cotal stato, e che sia partecipe di quell'ultimo furor de l'uomo, in quanto
uomo di questa condizione, nella qual si trova adesso, e come ne veggiamo.
21 \ CIC.\ Mi par che gli peripatetici (come
esplicò Averroe) vogliano intender questo, quando dicono la somma felicità
de l'uomo consistere nella perfezione per le scienze.speculative.
22 \ TANS.\ È vero, e dicono molto bene;
perché noi in questo stato nel qual ne ritroviamo, non possiamo desiderar né
ottener maggior perfezione che quella in cui siamo quando il nostro intelletto
mediante qualche nobil specie intelligibile s'unisce o alle sustanze separate,
come dicono costoro, o a la divina mente, come è modo de dir de platonici.
Lascio per ora di raggionar de l'anima, o uomo in altro stato e modo di essere
che possa trovarsi o credersi.
23 \ CIC.\ Ma che perfezione o satisfazione
può trovar l'uomo in quella cognizione la quale non è perfetta?
24 \ TANS.\ Non sarà mai perfetta per quanto
l'altissimo oggetto possa esser capito, ma per quanto l'intelletto nostro
possa capire: basta che in questo ed altro stato gli sia presente la divina
bellezza per quanto s'estende l'orizonte della vista sua.
25 \ CIC.\ Ma de gli uomini non tutti possono
giongere a quello dove può arrivar uno o doi.
26 \ TANS.\ Basta che tutti corrano; assai è
ch'ognun faccia il suo possibile; perché l'eroico ingegno si contenta più
tosto di cascar o mancar degnamente e nell'alte imprese, dove mostre la
dignità del suo ingegno, che riuscir a perfezione in cose men nobili e basse.
27 \ CIC.\ Certo che meglio è una degna ed
eroica morte, che un indegno e vil trionfo.
28 \ TANS.\ A cotal proposito feci questo
sonetto:
Poi che spiegat'ho l'ali al bel desio,
Quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
Più le veloci penne al vento porgo,
E spreggio il mondo, e vers'il ciel m'invio.
Né del figliuol di Dedalo il fin rio
Fa che giù pieghi, anzi via più risorgo.
Ch'i' cadrò morto a terra, ben m'accorgo,
Ma qual vita pareggia al morir mio?
La voce del mio cor per l'aria sento:
- Ove mi porti, temerario? China,
Che raro è senza duol tropp'ardimento.
-Non temer, respond'io, l'alta ruina.
Fendi sicur le nubi, e muor contento,
S'il ciel sì illustre morte ne destina.
29 \ CIC.\ Io intendo quel che dice: basta
ch'alto mi tolsi; ma non quando dice: e da l'ignobil numero mi sciolsi, s'egli
non intende d'esser uscito fuor de l'antro platonico, rimosso dalla condizion
della sciocca ed ignobilissima moltitudine; essendo che quei che profittano in
questa contemplazione, non possono esser molti e numerosi.
30 \ TANS.\ Intendi molto bene. Oltre, per l'ignobil
numero può intendere il corpo e sensual cognizione, dalla quale bisogna
alzarsi e disciôrsi chi vuol unirsi alla natura di contrario geno.
31 \ CIC.\ Dicono gli platonici due sorte de
nodi con gli quali l'anima è legata al corpo. L'uno è certo atto vivifico
che da l'anima come un raggio scende nel corpo; l'altro è certa qualità
vitale che da quell'atto risulta nel corpo. Or questo numero nobilissimo
movente, ch'è l'anima, come.intendete che sia disciolto da l'ignobil numero,
ch'è il corpo?
32 \ TANS.\ Certo non s'intendeva secondo
alcun modo di questi; ma secondo quel modo con cui le potenze che non son
comprese e cattivate nel grembo de la materia, e qualche volta come sopite ed
inebriate si trovano quasi ancora esse occupate nella formazion della materia
e vivificazion del corpo; talor come risvegliate e ricordate di se stesse,
riconoscendo il suo principio e geno, si voltano alle cose superiori, si
forzano al mondo intelligibile, come al natio soggiorno; quali tal volta da
là, per la conversione alle cose inferiori, si son trabalsate sotto il fato e
termini della generazione. Questi doi appolsi son figurati nelle due specie de
metamorfosi espresse nel presente articolo che dice:
Quel dio che scuote il folgore sonoro,
Asterie vedde furtivo aquilone,
Mnemosine pastor, Danae oro,
Alcmena pesce, Antiopa caprone;
Fu di Cadmo a le suore bianco toro,
A Leda cigno, a Dolide dragone:
Io per l'altezza de l'oggetto mio
Da suggetto più vil dovegno un dio.
Fu cavallo Saturno,
Nettun delfin, e vitello si tenne
Ibi, e pastor Mercurio dovenne,
Un'uva Bacco, Apollo un corvo furno;
Ed io, mercé d'amore,
Mi cangio in dio da cosa inferiore.
33 Nella natura è una revoluzione ed un
circolo per cui, per l'altrui perfezione e soccorso, le cose superiori
s'inchinano all'inferiori, e per propria eccellenza e felicitade le cose
inferiori s'inalzano alle superiori. Però vogliono i pitagorici e platonici
esser donato a l'anima, ch'a certi tempi non solo per spontanea voluntà, la
qual le rivolta alla comprension de le nature; ma ed anco della necessità
d'una legge interna scritta e registrata dal decreto fatale vanno a trovar la
propria sorte giustamente determinata. E dicono che l'anime non tanto per
certa determinazione e proprio volere, come ribelle, declinano dalla
divinità, quanto per certo ordine per cui vegnono affette verso la materia:
onde, non come per libera intenzione, ma come per certa occolta conseguenza
vegnono a cadere. E questa è l'inclinazion ch'hanno alla generazione, come a
certo minor bene. (Minor bene dico, per quanto appartiene a quella natura
particolare; non già per quanto appartiene alla natura universale, dove
niente accade senza ottimo fine che dispone il tutto secondo la giustizia).
Nella qual generazione ritrovandosi (per la conversione che
vicissitudinalmente succede) de nuovo ritornano a gli abiti superiori.
34 \ CIC.\ Sì che vogliono costoro che
l'anime sieno spinte dalla necessità del fato, e non hanno proprio consiglio
che le guide a fatto?
35 \ TANS.\ Necessità, fato, natura,
consiglio, voluntà nelle.cose giustamente e senza errore ordinate, tutti
concorreno in uno. Oltre che, come riferisce Plotino, vogliono alcuni che
certe anime possono fuggir quel proprio male, le quali prima che se gli
confirme l'abito corporale, conoscendo il periglio, rifuggono alla mente.
Perché la mente l'inalza alle cose sublimi, come l'imaginazion l'abbassa alle
cose inferiori; la mente le mantiene nel stato ed identità come
l'imaginazione nel moto e diversità; la mente sempre intende uno, come
l'imaginazione sempre vassi fingendo varie imagini. In mezzo è la facultà
razionale la quale è composta de tutto, come quella in cui concorre l'uno con
la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto col stato, l'inferiore col
superiore.
36 Or questa conversione e vicissitudine è
figurata nella ruota delle metamorfosi, dove siede l'uomo nella parte
eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende
dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende de la destra. Questa
conversione si mostra dove Giove, secondo la diversità de affetti e maniere
di quelli verso le cose inferiori, s'investisce de diverse figure, dovenendo
in forma de bestie; e cossì gli altri dei transmigrano in forme basse ed
aliene. E per il contrario, per sentimento della propria nobiltà, ripigliano
la propria e divina forma: come il furioso eroico, inalzandosi per la
conceputa specie della divina beltà e bontade, con l'ali de l'intelletto e
voluntade intellettiva s'inalza alla divinitade, lasciando la forma de
suggetto più basso. E però disse: Da suggetto più vil dovegno un Dio, Mi
cangio in Dio da cosa inferiore.
Alle selve i mastini e i veltri slaccia
Il giovan Atteon, quand'il destino
Gli drizz'il dubio ed incauto camino,
Di boscareccie fiere appo la traccia.
Ecco tra l'acqui il più bel busto e faccia,
Che veder poss'il mortal e divino,
In ostro ed alabastro ed oro fino
Vedde; e 'l gran cacciator dovenne caccia.
Il cervio ch'a' più folti
Luoghi drizzav'i passi più leggieri,
Ratto vorâro i suoi gran cani e molti.
I' allargo i miei pensieri
Ad alta preda, ed essi a me rivolti
Morte mi dàn con morsi crudi e fieri.
2 Atteone significa l'intelletto intento alla
caccia della divina sapienza, all'apprension della beltà divina. Costui
slaccia i mastini ed i veltri. De quai questi son più veloci, quelli più
forti. Perché l'operazion de l'intelletto precede l'operazion della
voluntade; ma questa è più vigorosa ed efficace che quella; atteso che a
l'intelletto umano è più amabile che comprensibile la bontade e bellezza
divina, oltre che l'amore è quello che muove e spinge l'intelletto acciò che
lo preceda, come lanterna. Alle selve, luoghi inculti e solitarii, visitati e
perlustrati da pochissimi, e però dove non son impresse l'orme de molti
uomini. Il giovane poco esperto e prattico, come quello di cui la vita è
breve ed instabile il furore, nel dubio camino de l'incerta ed ancipite
raggione ed affetto designato nel carattere di Pitagora, dove si vede più
spinoso, inculto e deserto il destro ed arduo camino, e per dove costui
slaccia i veltri e mastini appo la traccia di boscareccie fiere, che sono le
specie intelligibili de' concetti ideali; che sono occolte, perseguitate da
pochi, visitate da rarissimi, e che non s'offreno a tutti quelli che le
cercano. Ecco tra l'acqui, cioè nel specchio de le similitudini, nell'opre
dove riluce l'efficacia della bontade e splendor divino: le quali opre vegnon
significate per il suggetto de l'acqui superiori ed inferiori, che son sotto e
sopra il firmamento; vede il più bel busto e faccia, cioè potenza ed
operazion esterna che veder si possa per abito ed atto di contemplazione ed
applicazion di mente mortal o divina, d'uomo o dio alcuno.
3 \ CIC.\ Credo che non faccia comparazione,
e pona come in medesimo geno la divina ed umana apprensione quanto al modo di
comprendere il quale è diversissimo, ma quanto al.suggetto che è medesimo.
4 \ TANS.\ Cossì è. Dice in ostro alabastro
ed oro, perché quello che in figura nella corporal bellezza è vermiglio,
bianco e biondo, nella divinità significa l'ostro della divina vigorosa
potenza, l'oro della divina sapienza, l'alabastro della beltade divina, nella
contemplazion della quale gli pitagorici, Caldei, platonici ed altri, al
meglior modo che possono, s'ingegnano d'inalzarsi. Vedde il gran cacciator:
comprese, quanto è possibile e dovenne caccia: andava per predare e rimase
preda questo cacciator per l'operazion de l'intelletto con cui converte le
cose apprese in sé.
5 \ CIC.\ Intendo, perché forma le specie
intelligibili a suo modo e le proporziona alla sua capacità, perché son
ricevute a modo de chi le riceve.
6 \ TANS.\ E questa caccia per l'operazion
della voluntade, per atto della quale lui si converte nell'oggetto.
7 \ CIC.\ Intendo, perché lo amore
transforma e converte nella cosa amata.
8 \ TANS.\ Sai bene che l'intelletto apprende
le cose intelligibilmente, idest secondo il suo modo; e la voluntà
perseguita le cose naturalmente, cioè secondo la raggione con la quale sono
in sé. Cossì Atteone con que' pensieri, quei cani che cercavano estra di sé
il bene, la sapienza, la beltade, la fiera boscareccia, ed in quel modo che
giunse alla presenza di quella, rapito fuor di sé da tanta bellezza, dovenne
preda, veddesi convertito in quel che cercava; e s'accorse che de gli suoi
cani, de gli suoi pensieri egli medesimo venea ad essere la bramata preda,
perché già avendola contratta in sé, non era necessario di cercare fuor di
sé la divinità.
9 \ CIC.\ Però ben si dice il regno de Dio
esser in noi, e la divinitade abitar in noi per forza del riformato intelletto
e voluntade.
10 \ TANS.\ Cossì è. Ecco dunque come
l'Atteone, messo in preda de suoi cani, perseguitato da proprii pensieri,
corre e drizza i novi passi; è rinovato a procedere divinamente e più
leggiermente, cioè con maggior facilità e con una più efficace lena, a'
luoghi più folti, alli deserti, alla reggion de cose incomprensibili; da quel
ch'era un uom volgare e commune, dovien raro ed eroico, ha costumi e concetti
rari, e fa estraordinaria vita. Qua gli dàn morte i suoi gran cani e molti:
qua finisce la sua vita secondo il mondo pazzo, sensuale, cieco e fantastico,
e comincia a vivere intellettualmente; vive vita de dei, pascesi d'ambrosia e
inebriasi di nettare. - Appresso sotto forma d'un'altra similitudine descrive
la maniera con cui s'arma alla ottenzion de l'oggetto, e dice:
Mio passar solitario, a quella parte
Che adombr'e ingombra tutt'il mio pensiero,
Tosto t'annida ivi ogni tuo mestiero
Rafferma, ivi l'industria spendi e l'arte.
Rinasci là, là su vogli allevarte
Gli tuoi vaghi pulcini omai ch'il fiero
Destin av'espedit'il cors'intiero.
Contro l'impresa, onde solea ritrarte.
Va', più nobil ricetto
Bramo ti godi, e arai per guida un dio
Che da chi nulla vede, è cieco detto.
Va', ti sia sempre pio
Ogni nume di quest'ampio architetto,
E non tornar a me se non sei mio.
11 Il progresso sopra significato per il
cacciator che agita gli suoi cani, vien qua ad esser figurato per un cuor
alato che è inviato da la gabbia, in cui si stava ocioso e quieto, ad
annidarsi alto, ad allievar gli pulcini, suoi pensieri, essendo venuto il
tempo in cui cessano gli impedimenti che da fuori mille occasioni, e da dentro
la natural imbecillità subministravano. Licenzialo dunque, per fargli più
magnifica condizione, applicandolo a più alto proposito ed intento, or che
son più fermamente impiumate quelle potenze de l'anima significate anco da
platonici per le due ali. E gli commette per guida quel dio che dal cieco
volgo è stimato insano e cieco, cioè l'Amore; il qual per mercé e favor del
cielo è potente di trasformarlo come in quell'altra natura alla quale aspira
o quel stato dal quale va peregrinando bandito. Onde disse: E non tornar a me
che non sei mio, di sorte che non con indignità possa io dire con
quell'altro:
Lasciato m'hai, cuor mio,
E lume d'occhi miei, non sei più meco.
12 Appresso descrive la morte de l'anima, che
da cabalisti è chiamata morte di bacio, figurata nella Cantica di Salomone,
dove l'amica dice:
Che mi bacie col bacio de sua bocca,
Perché col suo ferire
Un troppo crudo amor mi fa languire;
da altri è chiamata sonno, dove dice il Salmista:
S'avverrà, ch'io dia sonno a gli occhi miei,
E le palpebre mie dormitaransi,
Arrò 'n colui pacifico riposo.
13 Dice, dunque, cossì l'alma, come languida
per esser morta in sé, e viva ne l'oggetto:
Abbiate cura, o furiosi, al core;
Ché tropp'il mio, da me fatto lontano,
Condotto in crud'e dispietata mano,
Lieto soggiorn'ove si spasma e muore.
Co i pensier mel richiamo a tutte l'ore;
Ed ei rubello, qual girfalco insano,
Non più conosce quell'amica mano,
Onde, per non tornar, è uscito fore.
Bella fera, ch'in pene
Tante contenti, il cor, spirto, alma annodi
Con tue punte, tuoi vampi e tue catene,
De sguardi, accenti e modi;
Quel che languisc'ed arde, e non riviene,
Chi fia che saldi, refrigere e snodi?
14 Ivi l'anima dolente non già per vera
discontentezza, ma con affetto di certo amoroso martìre parla come drizzando
il suo sermone a gli similmente appassionati: come se non a felice suo grado
abbia donato congedo al core, che corre.dove non può arrivare, si stende dove
non può giongere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere; e con
ciò perché in vano s'allontane da lei, mai sempre più e più va
accendendosi verso l'infinito.
15 \ CIC.\ Onde procede, o Tansillo, che
l'animo in tal progresso s'appaga del suo tormento? onde procede quel sprone
ch'il stimola sempre oltre quel che possiede?
16 \ TANS.\ Da questo, che ti dirò adesso.
Essendo l'intelletto divenuto all'apprension d'una certa e definita forma
intelligibile, e la volontà all'affezione commensurata a tale apprensione,
l'intelletto non si ferma là; perché dal proprio lume è promosso a pensare
a quello che contiene in sé ogni geno de intelligibile ed appetibile, sin che
vegna ad apprendere con l'intelletto l'eminenza del fonte de l'idee, oceano
d'ogni verità e bontade. Indi aviene che qualunque specie gli vegna
presentata e da lei vegna compresa, da questo che è presentata e compresa,
giudica che sopra essa è altra maggiore e maggiore, con ciò sempre
ritrovandosi in discorso e moto in certa maniera. Perché sempre vede che quel
tutto che possiede, è cosa misurata, e però non può essere bastante per
sé, non buono da per sé, non bello da per sé; perché non è l'universo,
non è l'ente absoluto, ma contratto ad esser questa natura, ad esser questa
specie, questa forma rapresentata a l'intelletto e presente a l'animo. Sempre
dunque dal bello compreso, e per conseguenza misurato, e conseguentemente
bello per participazione, fa progresso verso quello che è veramente bello,
che non ha margine e circonscrizione alcuna.
17 \ CIC.\ Questa prosecuzione mi par vana.
18 \ TANS.\ Anzi non, atteso che non è cosa
naturale né conveniente che l'infinito sia compreso, né esso può donarsi
finito, percioché non sarrebe infinito; ma è conveniente e naturale che
l'infinito, per essere infinito, sia infinitamente perseguitato, in quel modo
di persecuzione il quale non ha raggion di moto fisico, ma di certo moto
metafisico; ed il quale non è da imperfetto al perfetto, ma va circuendo per
gli gradi della perfezione, per giongere a quel centro infinito, il quale non
è formato né forma.
19 \ CIC.\ Vorrei sapere come circuendo si
può arrivare al centro?
20 \ TANS.\ Non posso saperlo.
21 \ CIC.\ Perché lo dici?
22 \ TANS.\ Perché posso dirlo e lasciarvel
considerare.
23 \ CIC.\ Se non volete dire che quel che
perséguita l'infinito, è come colui che discorrendo per la circonferenza
cerca il centro, io non so quel che vogliate dire.
24 \ TANS.\ Altro.
25 \ CIC.\ Or se non vuoi dechiararti, io non
voglio intenderti. Ma dimmi, se ti piace: che intende per quel che dice il
core esser condotto in cruda e dispietata mano?
26 \ TANS.\ Intende una similitudine o
metafora tolta da quel, che comunmente si dice crudele chi non si lascia
fruire o non pienamente fruire, e che è più in desio che in possessione;
onde per quel che possiede alcuno, non al tutto lieto soggiorna, perché
brama, si spasma e muore.
27 \ CIC.\ Quali son quei pensieri che il
richiamano a dietro, per ritrarlo da sì generosa impresa?
28 \ TANS.\ Gli affetti sensitivi ed altri
naturali che guardano al regimento del corpo.
29 \ CIC.\ Che hanno a far quelli di questo
che in modo alcuno non può aggiutargli, né favorirgli?
30 \ TANS.\ Non hanno a far di lui, ma de
l'anima; la quale, essendo troppo intenta ad una opra o studio, dovien remissa
e poco sollecita ne l'altra.
31 \ CIC.\ Perché lo chiama qual insano?
32 \ TANS.\ Perché soprasape.
33 \ CIC.\ Sogliono esser chiamati insani
quei che men sanno.
34 \ TANS.\ Anzi insani son chiamati quelli
che non sanno secondo l'ordinario, o che tendano più basso per aver men
senso, o che tendano più alto per aver più intelletto.
35 \ CIC.\ M'accorgo che dici il vero. Or
dimmi appresso: quai sono le punte, gli vampi e le catene?
36 \ TANS.\ Punte son quelle nuove che
stimulano e risvegliano l'affetto perché attenda; vampi son gli raggi della
bellezza presente che accende quel che gli attende; catene son le parti e
circonstanze che tegnono fissi gli occhi de l'attenzione ed uniti insieme gli
oggetti e le potenze.
37 \ CIC.\ Che son gli sguardi, accenti e
modi?
38 \ TANS.\ Sguardi son le raggioni con le
quali l'oggetto (come ne mirasse) ci si fa presente; accenti son le raggioni
con le quali ci inspira ed informa; modi son le circonstanze con le quali ci
piace sempre ed aggrada. Di sorte ch'il cor che dolcemente languisce,
suavemente arde e constantemente nell'opra persevera, teme che la sua ferita
si salde, ch'il suo incendio si smorze e che si sciolga il suo laccio.
39 \ CIC.\ Or recita quel che séguita.
40 \ TANS.\ Alti, profondi e desti miei
pensieri,
Ch'uscir volete da materne fasce
De l'afflitt'alma, e siete acconci arcieri
Per tirar al versaglio onde vi nasce
L'alto concetto; in questi erti sentieri
Scontrarvi a cruda fiera il ciel non lasce.
Sovvengav'il tornar, e richiamate
Il cor ch'in man di dea selvaggia late.
Armatevi d'amore
Di domestiche fiamme, ed il vedere
Reprimete sì forte, che straniere
Non vi rendan, compagni del mio core.
Al men portate nuova
Di quel ch'a lui diletta e giova.
41 Qua descrive la natural sollecitudine de
l'anima attenta circa la generazione per l'amicizia ch'ha contratta con la
materia. Ispedisce gli armati pensieri che, sollecitati e spinti dalla querela
della natura inferiore, son inviati a richiamar il core. L'anima l'instruisce
come si debbano portare, perché invaghiti ed attratti da l'oggetto non
facilmente vegnano anch'essi sedotti a rimaner cattivi e compagni del core.
Dice dunque che s'armino d'amore: di quello amore che accende con domestiche
fiamme, cioè quello che è amico de la generazione alla quale son ubligati, e
nella cui legazione, ministerio e milizia si ritrovano. Appresso li dà ordine
che reprimano il vedere chiudendo gli occhi, perché non mirino altra beltade
o bontade che quella qual gli è presente, amica e madre. E conchiude al fine
che se per altro ufficio non vogliono farsi rivedere, rivegnano al manco per
donargli saggio delle raggioni e stato del suo core.
42 \ CIC.\ Prima che procediate ad altro,
vorrei intender da voi, che è quello che intende l'anima quando dice a gli
pensieri: il vedere reprimete sì forte?
43 \ TANS.\ Ti dirò. Ogni amore procede dal
vedere: l'amore intelligibile dal vedere intelligibilmente; il sensibile dal
vedere sensibilmente. Or questo vedere ha due significazioni: perché o
significa la potenza visiva, cioè la vista, che è l'intelletto, overamente
senso; o significa l'atto di quella potenza, cioè quell'applicazione che fa
l'occhio o l'intelletto a l'oggetto materiale o intellettuale. Quando dunque
si consegliano gli pensieri di reprimere il vedere, non s'intende del primo
modo, ma del secondo; perché questo è il padre della seguente affezione de
l'appetito sensitivo o intellettivo.
44 \ CIC.\ Questo è quello ch'io volevo udir
da voi. Or se l'atto della potenza visiva è causa del male o bene che procede
dal vedere, onde avviene che amiamo e desideramo di vedere? Ed onde avviene
che nelle cose divine abbiamo più amore che notizia?
45 \ TANS.\ Desideriamo il vedere, perché in
qualche modo veggiamo la bontà del vedere, perché siamo informati che per
l'atto del vedere le cose belle s'offreno: però desideramo quell'atto perché
desideriamo le cose belle.
46 \ CIC.\ Desideriamo il bello e buono; ma
il vedere non è bello, né buono, anzi più tosto quello è paragone o luce
per cui veggiamo non solamente il bello e buono, ma anco il rio e brutto.
Però mi pare ch'il vedere tanto può esser bello o buono, quanto la vista
può esser bianco o nero: se dunque la vista (la quale è atto) non è bello
né buono, come può cadere in desiderio?
47 \ TANS.\ Se non per sé, certamente per
altro è desiderata, essendo che l'apprension di quell'altro senza lei non si
faccia.
48 \ CIC.\ Che dirai, se quell'altro non è
in notizia di senso, né d'intelletto? Come, dico, può esser desiderato
almanco d'esser visto, se di esso non è notizia alcuna, se verso quello né
l'intelletto, né il senso ha esercitato atto alcuno, anzi è in dubio se sia
intelligibile o sensibile, se sia cosa corporea o incorporea, se sia uno o doi
o più, d'una o d'un'altra maniera?
49 \ TANS.\ Rispondo che nel senso e
l'intelletto è un appetito ed appulso al sensibile in generale; perché
l'intelletto vuol intender tutto il vero, perché s'apprenda poi tutto quello
che è bello o buono intelligibile: la potenza sensitiva vuol informarsi de
tutto il sensibile, perché s'apprenda poi quanto è buono o bello sensibile.
Indi aviene che non meno desideramo vedere le cose ignote e mai viste, che le
cose conosciute e viste. E da questo non séguita ch'il desiderio non proceda
da la cognizione, e che qualche cosa desideriamo che non è conosciuta; ma
dico che sta pur rato e fermo che non desideriamo cose incognite. Perché se
sono occolte quanto all'esser particulare, non sono occolte quanto a l'esser
generale; come in tutta la potenza visiva si trova tutto il visibile in
attitudine, nella intellettiva tutto l'intelligibile. Però come ne
l'attitudine è l'inclinazione a l'atto, aviene che l'una e l'altra potenza è
inchinata a l'atto in universale, come a cosa naturalmente appresa per buona.
Non parlava dunque a sordi o ciechi l'anima, quando consultava con suoi
pensieri de reprimere il vedere, il quale quantunque non sia causa prossima
del volere è però causa prima e principale.
50 \ CIC.\ Che intendete per questo
ultimamente detto?
51 \ TANS.\ Intendo che non è la figura o la
specie sensibilmente o intelligibilmente representata, la quale per sé muove;
perché mentre alcuno sta mirando la figura manifesta a gli occhi, non viene
ancora ad amare; ma da quello instante che l'animo concipe in se stesso quella
figurata non più visibile ma cogitabile, non più dividua ma individua, non
più sotto specie di cosa, ma sotto specie di buono o bello, allora subito
nasce l'amore. Or questo è quel vedere dal quale l'anima vorrebbe divertir
gli occhi de suoi pensieri. Qua la vista suole promuovere l'affetto ad amar
più che non è quel che vede; perché, come poco fa ho detto, sempre
considera (per la notizia universale che tiene del bello e buono) che, oltre
li gradi della compresa specie de buono e bello, sono altri ed altri in
infinito.
52 \ CIC.\ Onde procede che dopo che siamo
informati de la specie del bello la quale è conceputa nell'animo, pure
desideriamo di pascere la vista esteriore?
53 \ TANS.\ Da quel che l'animo vorrebbe
sempre amare quel che ama, vuol sempre vedere quel che vede. Però vuole che
quella specie, che gli è stata parturita dal vedere, non vegna ad attenuarsi,
snervarsi e perdersi. Vuol dunque sempre oltre ed oltre vedere, perché quello
che potrebe oscurarsi nell'affetto interiore, vegna spesso illustrato
dall'aspetto esteriore; il quale come è principio de l'essere, bisogna che
sia principio del conservare. Proporzionalmente accade ne l'atto de
l'intendere e considerare; perché come la vista si referisce alle cose
visibili, cossì l'intelletto alle cose intelligibili. Credo dunque
ch'intendiate a che fine ed in che modo l'anima intenda quando dice: reprimete
il vedere.
54 \ CIC.\ Intendo molto bene. Or seguitate a
riportar quel ch'avvenne di questi pensieri.
55 \ TANS.\ Séguita la querela de la madre
contra gli detti figli li quali, per aver contra l'ordinazion sua aperti gli
occhi, ed affissigli al splendor de l'oggetto, erano rimasi in compagnia del
core. Dice dunque:
E voi ancor, a me figli crudeli,
Per più inasprir mia doglia, mi lasciaste,
E perché senza fin più mi quereli,
Ogni mia spene con voi n'amenaste.
A che il senso riman, o avari cieli?
A che queste potenze tronche e guaste,
Se non per farmi materia ed essempio
De sì grave martir, sì lungo scempio?
Deh, per Dio, cari figli,
Lasciate pur mio fuoco alato in preda,
E fate ch'io di voi alcun riveda
Tornato a me da que' tenaci artigli.
-Lassa, nessun riviene
Per tardo refrigerio de mie pene.
56 Eccomi misera, priva del core, abandonata
da gli pensieri, lasciata da la speranza, la qual tutta avevo fissa in essi.
Altro non mi rimane che il senso della mia povertà, infelicità e miseria. E
perché non son oltre lasciata da questo? perché non mi soccorre la morte,
ora che son priva de la vita? A che mi trovo le potenze naturali prive de gli
atti suoi? Come potrò io sol pascermi di specie intelligibili, come di pane
intellettuale, se la sustanza di questo supposito è composta? Come potrò io
trattenirmi nella domestichezza di queste amiche e care membra, che m'ho
intessute in circa, contemprandole con la simmetria de le qualitadi
elementari, se mi abandonano gli miei pensieri tutti ed affetti, intenti verso
la cura del pane immateriale e divino? Su, su, o miei fugaci pensieri, o mio
rubelle cuore: viva il senso di cose sensibili e l'intelletto de cose
intelligibili. Soccorrasi al corpo con la materia e suggetto corporeo, e
l'intelletto con gli suoi oggetti s'appaghe; a fin che conste questa
composizione, non si dissolva questa machina, dove per mezzo del spirito
l'anima è unita al corpo. Come, misera, per opra domestica più tosto che per
esterna violenza, ho da veder quest'orribil divorzio ne le mie parti e membra?
Perché l'intelletto s'impaccia di donar legge al senso e privarlo de suoi
cibi? e questo, per il contrario, resiste a quello, volendo vivere secondo gli
proprii e non secondo l'altrui statuti? Perché questi e non quelli possono
mantenerlo e bearlo, percioché deve essere attento alla sua comoditade e
vita, non a l'altrui. Non è armonia e concordia dove è unità, dove un
essere vuol assorbir tutto l'essere; ma dove è ordine ed analogia di cose
diverse; dove ogni cosa serva la sua natura. Pascasi dunque il senso secondo
la sua legge de cose sensibili, la carne serva alla legge de la carne, il
spirito alla legge del spirito, la raggione a la legge de la raggione: non si
confondano, non si conturbino. Basta che uno non guaste o pregiudiche alla
legge de l'altro, se non è giusto che il senso oltragge alla legge della
raggione. È pur cosa vituperosa che quella tirannegge su la legge di questo,
massime dove l'intelletto è più peregrino e straniero, ed il senso è più
domestico e come in propria patria.
57 Ecco dunque, o miei pensieri, come di voi
altri son ubligati di rimanere alla cura di casa, ed altri possono andar a
procacciare altrove. Questa è legge di natura, questa per conseguenza è
legge dell'autore e principio della natura. Peccate dunque, or che tutti,
sedotti dalla vaghezza de l'intelletto, lasciate al periglio de la morte
l'altra parte di me. Onde vi è nato questo malencolico e perverso umore di
rompere le certe e naturali leggi de la vita vera che sta nelle vostre mani,
per una incerta e che non è se non in ombra oltre gli limiti del fantastico
pensiero? Vi par cosa naturale che non vivano animale- ed umanamente, ma
divina-, se elli non sono dei ma uomini ed animali?
58 È legge del fato e della natura che ogni
cosa s'adopre secondo la condizion de l'esser suo. Perché, dunque, mentre
perseguitate il nettare avaro de gli dei, perdete il vostro presente e
proprio, affligendovi forse sotto la vana speranza de l'altrui? Credete che
non si debba sdegnar la natura di donarvi l'altro bene, se quello che
presentaneamente v'offre, tanto stoltamente dispreggiate?
Sdegnarà il ciel dar il secondo bene
A chi 'l primiero don caro non tiene.
59 Con queste e simili raggioni l'anima,
prendendo la causa de la parte più inferna, cerca de richiamar gli pensieri
alla cura del corpo. Ma quelli, benché al tardi, vegnono a mostrarsegli non
già di quella forma con cui si partîro, ma sol per dechiarargli la sua
ribellione, e forzarla tutta a seguitarli. Là onde in questa forma si lagna
la dolente:
Ahi, cani d'Atteon, o fiere ingrate,
Che drizzai al ricetto de mia diva,
E voti di speranza mi tornate,
Anzi venendo a la materna riva,
Tropp'infelice fio mi riportate:
Mi sbranate, e volete ch'i' non viva.
Lasciami, vita, ch'al mio sol rimonte,
Fatta gemino rio senz'il mio fonte!
Quando il mio pondo greve
Converrà che natura mi disciolga?
Quand'avverrà ch'anch'io da qua mi tolga,
E ratto l'alt'oggetto mi sulleve?
E insieme col mio core
E i communi pulcini ivi dimore?
60 Vogliono gli platonici, che l'anima,
quanto alla parte superiore, sempre consista ne l'intelletto, dove ha raggione
d'intelligenza più che de anima; atteso che anima è nomata per quanto
vivifica il corpo e lo sustenta. Cossì qua la medesima essenza che nodrisce e
mantiene li pensieri in alto, insieme col magnificato cuore se induce dalla
parte inferiore contristarsi e richiamar quelli come ribelli.
61 \ CIC.\ Sì che non sono due essenze
contrarie, ma una suggetta a doi termini di contrarietade?
62 \ TANS.\ Cossì è a punto. Come il raggio
del sole il quale quindi tocca la terra ed è gionto a cose inferiori ed
oscure, che illustra, vivifica ed accende; indi è gionto a l'elemento del
fuoco, cioè a la stella da cui procede, ha principio, è diffuso ed in cui ha
propria ed originale sussistenza; cossì l'anima che è nell'orizonte della
natura corporea ed incorporea, ha con che s'inalze alle cose superiori ed
inchine a cose inferiori. E ciò puoi vedere non accadere per raggion ed
ordine di moto locale, ma solamente per appulso d'una e d'un'altra potenza o
facultade. Come quando il senso monta all'imaginazione, l'imaginazione alla
raggione, la raggione a l'intelletto, l'intelletto a la mente, allora l'anima
tutta si converte in Dio ed abita il mondo intelligibile. Onde per il
contrario descende per conversion al mondo sensibile per via de l'intelletto,
raggione, imaginazione, senso, vegetazione.
63 \ CIC.\ È vero ch'ho inteso che per
trovarsi l'anima nell'ultimo grado de cose divine, meritamente descende nel
corpo mortale, e da questo risale di nuovo alli divini gradi; e che son tre
gradi d'intelligenze: perché son altre nelle quali l'intellettuale supera
l'animale, quali dicono essere l'intelligenze celesti; altre nelle quali
l'animale supera l'intellettuale, quali son l'intelligenze umane; altre sono
nelle quali l'uno e l'altro si portano ugualmente, come quelle de demoni o
eroi.
64 \ TANS.\ Nell'apprender dunque che fa la
mente, non può desiderare se non quanto gli è vicino, prossimo, noto e
familiare. Cossì il porco non può desiderar esser uomo, né quelle cose che
son convenienti all'appetito umano. Ama più d'isvoltarsi per la luta che per
un letto de bissino; ama d'unirsi ad una scrofa, non a la più bella donna che
produca la natura: perché l'affetto séguita la raggion della specie. E tra
gli uomini si può vedere il simile, secondo che altri son più simili a una
specie de bruti animali, altri ad un'altra: questi hanno del quadrupede,
quelli del volatile, e forse hanno qualche vicinanza (la qual non voglio dire)
per cui si son trovati quei che sono affetti a certe sorte di bestie. Or a la
mente (che trovasi oppressa dalla material congionzione de l'anima) se fia
lecito di alzarsi alla contemplazione d'un altro stato in cui l'anima può
arrivare, potrà certo far differenza da questo a quello, e per il futuro
spreggiar il presente. Come se una bestia avesse senso della differenza che è
tra le sue condizioni e quelle de l'uomo, e l'ignobiltà del stato suo dalla
nobiltà del stato umano, al quale non stimasse impossibile di poter
pervenire; amarebbe più la morte che li donasse quel camino ed ispedizione,
che la vita, quale l'intrattiene in quell'esser presente. Qua dunque, quando
l'anima si lagna dicendo: O cani d'Atteon, viene introdotta come cosa che
consta di potenze inferiori solamente, e da cui la mente è ribellata con aver
menato seco il core, cioè gl'intieri affetti con tutto l'exercito de
pensieri: là onde per apprension del stato presente ed ignoranza d'ogni altro
stato, il quale non più lo stima essere, che da lei possa esser conosciuto,
si lamenta de pensieri, li quali al tardi convertendosi a lei vegnono per
tirarla su più tosto che a farsi ricettar da lei. E qua per la distrazione
che patisce dal commune amore della materia e di cose intelligibili, si sente
lacerare e sbranare di sorte che bisogna al fine di cedere a l'appulso più
vigoroso e forte. Qua se per virtù di contemplazione ascende o è rapita
sopra l'orizonte de gli affetti naturali, onde con più puro occhio apprenda
la differenza de l'una e l'altra vita, allora vinta da gli alti pensieri, come
morta al corpo, aspira ad alto; e benché viva nel corpo, vi vegeta come
morta, e vi è presente in atto de animazione, ed absente in atto
d'operazioni; non perché non vi operi mentre il corpo è vivo, ma perché
l'operazioni del composto sono rimesse, fiacche e come dispenserate.
65 \ CIC.\ Cossì un certo Teologo (che si
disse rapito sin al terzo cielo), invaghito da la vista di quello, disse che
desiderava la dissoluzione dal suo corpo.
66 \ TANS.\ In questo modo, dove prima si
lamentava del core e querelavasi de pensieri, ora desidera d'alzarsi con
quelli in alto, e mostra il rincrescimento suo per la communicazione e
familiarità contratta con la materia corporale, e dice: Lasciami vita
corporale, e non m'impacciar ch'io rimonti al mio più natio albergo, al mio
sole: lasciami ormai che più non verse pianto da gli occhi miei, o perché
mal posso soccorrerli, o perché rimagno divisa dal mio bene; lasciami, ché
non è decente, né possibile che questi doi rivi scorrano senza il suo fonte,
cioè senza il core: non bisogna, dico, che io faccia doi fiumi de lacrime qua
basso, se il mio core, il quale è fonte de tai fiumi, se n'è volato ad alto
con le sue ninfe, che son gli miei pensieri. Cossì a poco a poco, da quel
disamore e rincrescimento procede a l'odio de cose inferiori; come quasi
dimostra dicendo: Quand'il mio pondo greve converrà che natura mi disciolga?
e quel che seguita appresso.
67 \ CIC.\ Intendo molto bene questo, e
quello che per questo volete inferire a proposito della principale intenzione:
cioè che son gli gradi de gli amori, affezioni e furori, secondo gli gradi di
maggior o minore lume di cognizione ed intelligenza.
68 \ TANS.\ Intendi bene. Da qua devi
apprendere quella dottrina che comunmente, tolta da' pitagorici e platonici
vuole che l'anima fa gli doi progressi d'ascenso e descenso per la cura ch'ha
di sé e de la materia; per quel ch'è mossa dal proprio appetito del bene, e
per quel ch'è spinta da la providenza del fato.
69 \ CIC.\ Ma di grazia, dimmi brevemente
quel che intendi de l'anima del mondo, se ella ancora non può ascendere né
descendere?
70 \ TANS.\ Se tu dimandi del mondo secondo
la volgar significazione, cioè in quanto significa l'universo, dico che
quello, per essere infinito e senza dimensione o misura, viene a essere
inmobile ed inanimato ed informe, quantunque sia luogo de mondi infiniti
mobili in esso, ed abbia spacio infinito, dove son tanti animali grandi, che
son chiamati astri. Se dimandi secondo la significazione che tiene appresso
gli veri filosofi, cioè in quanto significa ogni globo, ogni astro, come è
questa terra, il corpo del sole, luna ed altri, dico che tal anima non ascende
né descende, ma si volta in circolo. Cossì essendo composta de potenze
superiori ed inferiori, con le superiori versa circa la divinitade, con
l'inferiori circa la mole la qual vien da essa vivificata e mantenuta intra
gli tropici della generazione e corrozione de le cose viventi in essi mondi,
servando la propria vita eternamente: perché l'atto della divina providenza
sempre con misura ed ordine medesimo, con divino calore e lume le conserva
nell'ordinario e medesimo essere.
71 \ CIC.\ Mi basta aver udito questo a tal
proposito.
72 \ TANS.\ Come dunque accade che queste
anime particolari diversamente, secondo diversi gradi d'ascenso e descenso,
vegnono affette quanto a gli abiti ed inclinazioni, cossì vegnono a mostrar
diverse maniere ed ordini de furori, amori e sensi; non solamente nella scala
de la natura, secondo gli ordini de diverse vite che prende l'anima in diversi
corpi, come vogliono espressamente gli pitagorici, Saduchimi ed altri, ed
implicitamente Platone ed alcuni che più profondano in esso; ma ancora nella
scala de gli affetti umani, la quale è cossì numerosa de gradi, come la
scala della natura; atteso che l'uomo in tutte le sue potenze mostra tutte le
specie de lo ente.
73 \ CIC.\ Però da le affezioni si possono
conoscer gli animi, se vanno alto o basso, o se vegnono da alto o da basso, se
procedeno ad esser bestie o pur ad essere divini, secondo lo essere specifico,
come intesero gli pitagorici; o secondo la similitudine de gli affetti
solamente, come comunmente si crede: non dovendo la anima umana posser essere
anima di bruto, come ben disse Plotino, ed altri platonici secondo la sentenza
del suo principe.
74 \ TANS.\ Bene. Or per venire al proposito,
da furor animale questa anima descritta è promossa a furor eroico, se la
dice: Quando averrà ch'a l'alto oggetto mi sulleve, ed ivi dimore in
compagnia del mio core e miei e suoi pulcini? Questo medesimo proposito
continova quando dice:
Destin, quando sarà ch'io monte monte,
Qual per bearm'a l'alte porte porte,
Che fan quelle bellezze conte, conte,
E 'l tenace dolor conforte forte
Chi fe' le membra me disgionte, gionte,
Né lascia mie potenze smorte morte?
Mio spirto più ch'il suo rivale vale;
S'ove l'error non più l'assale, sale.
Se dove attende, tende,
E là 've l'alto oggett'ascende, ascende:
E se quel ben ch'un sol comprende, prende,
Per cui convien che tante emende mende,
Esser falice lice,
Come chi sol tutto predice dice.
75 O destino, o fato, o divina inmutabile
providenza, quando sarà, ch'io monte a quel monte, cioè ch'io vegna a tanta
altezza di mente, che mi faccia toccar transportandomi quegli alti aditi e
penetrali, che mi fanno evidenti e come comprese e numerate quelle conte,
cioè rare bellezze? Quando sarà, che forte ed efficacemente conforte il mio
dolore (sciogliendomi da gli strettissimi lacci de le cure, nelle quali mi
trovo) colui che fe' gionte ed unite le mie membra, ch'erano disunite e
sgionte: cioè l'amore che ha unito insieme queste corporee parti, ch'erano
divise quanto un contrario è diviso da l'altro, e che ancora queste potenze
intellettuali, quali ne gli atti suoi son smorte, non le lascia a fatto morte,
facendole alquanto respirando aspirar in alto? Quando, dico, mi confortarà a
pieno, donando a queste libero ed ispedito il volo, per cui possa la mia
sustanza tutta annidarsi là dove, forzandomi, convien ch'io emende tutte le
mende mie? dove pervenendo il mio spirito, vale più ch'il rivale; perché non
v'è oltraggio che li resista, non è contrarietà ch'il vinca, non v'è error
che l'assaglia. Oh se tende ed arriva là dove forzandosi attende; ed ascende
e perviene a quell'altezza, dove ascende, vuol star montato, alto ed elevato
il suo oggetto; se fia che prenda quel bene che non può esser compreso da
altro che da uno, cioè da se stesso (atteso che ogni altro l'ave in misura
della propria capacità; e quel solo in tutta pienezza): allora avverrammi
l'esser felice in quel modo che dice chi tutto predice, cioè dice quella
altezza nella quale il dire tutto e far tutto è la medesima cosa; in quel
modo che dice o fa chi tutto predice, cioè chi è de tutte cose efficiente e
principio, di cui il dir e preordinare è il vero fare e principiare. Ecco
come per la scala de cose superiori ed inferiori procede l'affetto de l'amore,
come l'intelletto o sentimento procede da questi oggetti intelligibili o
conoscibili a quelli; o da quelli a questi.
76 \ CIC.\ Cossì vogliono la più gran parte
de sapienti la natura compiacersi in questa vicissitudinale circolazione che
si vede ne la vertigine de la sua ruota.
2 \ TANS.\ Vedi come portano l'insegne de gli
suoi affetti o fortune. Lasciamo di considerar su gli lor nomi ed abiti; basta
che stiamo su la significazion de l'imprese ed intelligenza de la scrittura,
tanto quella che è messa per forma del corpo de la imagine, quanto l'altra
ch'è messa per il più de le volte a dechiarazion de l'impresa.
3 \ CIC.\ Cossì farremo. Or ecco qua il
primo che porta un scudo distinto in quattro colori, dove nel cimiero è
depinta la fiamma sotto la testa di bronzo, da gli forami della quale esce a
gran forza un fumoso vento, e vi è scritto in circa: At regna senserunt
tria.
4 \ TANS.\ Per dichiarazion di questo direi
che per essere ivi il fuoco che, per quel che si vede, scalda il globo, dentro
il quale è l'acqua, avviene che questo umido elemento, essendo rarefatto ed
attenuato per la virtù del calore, e per consequenza risoluto in vapore,
richieda molto maggior spacio per esser contenuto. Là onde se non trova
facile exito, va con grandissima forza, strepito e ruina a crepare il vase. Ma
se vi è loco o facile exito donde possa evaporare, indi esce con violenza
minore a poco a poco; e secondo la misura con cui l'acqua se risolve in
vapore, soffiando svapora in aria. Qua vien significato il cor del furioso,
dove, come in esca ben disposta attaccato l'amoroso foco, accade che della
sustanza vitale altro sfaville in fuoco, altro si veda in forma de lacrimoso
pianto boglier nel petto, altro per l'exito di ventosi suspiri accender
l'aria.
5 E però dice: At regna senserunt tria.
Dove quello At ha virtù di supponere differenza o diversità o
contrarietà; quasi dicesse che l'altro è che potrebbe aver senso del
medesimo, e non l'ave. Il che è molto bene esplicato ne le rime seguenti
sotto la figura:
Dal mio gemino lume io, poca terra,
Soglio non parco umor porgere al mare;
Da quel che dentr'il petto mi si serra,
Spirto non scarso accolgon l'aure avare;
E 'l vampo che dal cor mi si disserra,
Si può senza scemars'al ciel alzare:
Con lacrime, suspiri ed ardor mio
A l'acqua, a l'aria, al fuoco rendo il fio.
Accogli' acqua, aria, foco
Qualche parte di me; ma la mia dea
Si dimostra cotant'iniqua e rea,
Che né mio pianto appo lei trova loco,
Né la mia voce ascolta,
Né pietos'al mi' ardor unqua si volta.
6 Qua la suggetta materia significata per la
terra è la sustanza del furioso; versa dal gemino lume, cioè da gli occhi,
copiose lacrime che fluiscono al mare; manda dal petto la grandezza e
moltitudine de suspiri a l'aria capacissimo: ed il vampo del suo core non come
picciola favilla o debil fiamma nel camino de l'aria s'intepidisce, infuma e
trasmigra in altro essere, ma come potente e vigoroso (più tosto acquistando
de l'altrui che perdendo del proprio) gionge alla congenea sfera.
7 \ CIC.\ Ho ben compreso il tutto. A
l'altro.
8 \ TANS.\ Appresso è designato un che ha
nel suo scudo, parimente destinto in quattro colori, il cimiero, dove è un
sole che distende gli raggi nel dorso de la terra; e vi è una nota, che dice:
Idem semper ubique totum.
9 \ CIC.\ Vedo che non può esser facile
l'interpretazione.
10 \ TANS.\ Tanto il senso è più
eccellente, quanto è men volgare: il qual vedrete essere solo, unico e non
stiracchiato. Dovete considerare che il sole, benché al rispetto de diverse
regioni de la terra per ciascuna sia diverso, a tempi a tempi, a loco a loco,
a parte a parte; al riguardo però del globo tutto, come medesimo, sempre ed
in cadaun loco fa tutto; atteso che, in qualunque punto de l'eclittica ch'egli
si trove, viene a far l'inverno, l'estade, l'autunno e la primavera; e
l'universal globo de la terra a ricevere in sé le dette quattro tempeste.
Perché mai è caldo a una parte che non sia freddo a l'altra; come quando fia
a noi nel tropico del Cancro caldissimo, è freddissimo al tropico del
Capricorno; di sorte che è a medesima raggione l'inverno a quella parte, con
cui a questa è l'estade, ed a quelli che son nel mezzo, è temperato, secondo
la disposizion vernale o autumnale. Cossì la terra sempre sente le piogge, li
venti, gli calori, gli freddi; anzi non sarebbe umida qua, se non disseccasse
in un'altra parte, e non la scalderebe da questo lato il sole, se non avesse
lasciato d'iscaldarla da quell'altro.
11 \ CIC.\ Prima che finisci ad conchiudere,
io intendo quel che volete dire. Intendeva egli che, come il sole sempre dona
tutte le impressioni a la terra, e questa sempre le riceve intiere e tutte,
cossì l'oggetto del furioso col suo splendore attivamente lo fa suggetto
passivo de lacrime, che son l'acqui; de ardori, che son gl'incendii; e de
suspiri, quai son certi vapori, che son mezzi che parteno dal fuoco e vanno a
l'acqui, o partono da l'acqui e vanno al fuoco.
12 \ TANS.\ Assai bene s'esplica appresso:
Quando declin'il sol al Capricorno,
Fan più ricco le piogge ogni torrente;
Se va per l'equinozio o fa ritorno,
Ogni postiglion d'Eolo più si sente;
E scalda più col più prolisso giorno,
Nel tempo che rimonta al Cancro ardente
Non van miei pianti, suspiri ed ardori
Con tai freddi, temperie e calori.
Sempre equalmente in pianto,
Quantunqu' intensi sien suspiri e fiamme.
E benché troppo m'inacqui ed infiamme,
Mai avvien ch'io suspire men che tanto:
Infinito mi scaldo,
Equalmente ai suspiri e pianger
saldo.
13 \ CIC.\ Questo non tanto dechiara il senso
de la divisa, come il precedente discorso faceva, quanto più tosto dice la
consequenza di quello, o l'accompagna.
14 \ TANS.\ Dite megliore, che la figura è
latente ne la prima parte, ed il motto è molto esplicato ne la seconda; come
l'uno e l'altro è molto propriamente significato nel tipo del sole e de la
terra.
15 \ CIC.\ Passamo al terzo.
16 \ TANS.\ Il terzo nel scudo porta un
fanciullo ignudo disteso sul verde prato, e che appoggia la testa sullevata
sul braccio, con gli occhi rivoltati verso il cielo a certi edificii de
stanze, torri, giardini ed orti che son sopra le nuvole; e vi è un castello
di cui la materia è fuoco; ed in mezzo è la nota che dice: Mutuo
fulcimur.
17 \ CIC.\ Che vuol dir questo?
18 \ TANS.\ Intendi quel furioso significato
per il fanciullo ignudo, come semplice, puro ed esposto a tutti gli accidenti
di natura e di fortuna, qualmente con la forza del pensiero edifica castegli
in aria; e tra l'altre cose una torre di cui l'architettore è l'amore, la
materia l'amoroso foco, ed il fabricatore egli medesimo, che dice: Mutuo
fulcimur: cioè io vi edifico e vi sustegno là con il pensiero, e voi mi
sustenete qua con la speranza: voi non sareste in essere se non fusse
l'imaginazione ed il pensiero con cui vi formo e sustegno; ed io non sarrei in
vita, se non fusse il refrigerio e conforto che per vostro mezzo ricevo.
19 \ CIC.\ È vero che non è cosa tanto vana
e tanto chimerica fantasia, che non sia più reale, e vera medicina d'un
furioso cuore, che qualsivoglia erba, pietra, oglio o altra specie che produca
la natura.
20 \ TANS.\ Più possono far gli maghi per
mezzo della fede, che gli medici per via de la verità: e ne gli più gravi
morbi più vegnono giovati gl'infermi con credere quel tanto che quelli
dicono, che con intendere quel tanto che questi facciono. Or legansi le rime.
Sopra de nubi, a l'eminente loco,
Quando tal volta vaneggiando avvampo,
Per di mio spirto refrigerio e scampo,
Tal formo a l'aria castel de mio foco:
S'il mio destin fatale china un poco,
A fin ch'intenda l'alta grazia il vampo,
In cui mi muoio, e non si sdegne o adire,
O felice mia pena e mio morire!
Quella de fiamme e lacci
Tuoi, o garzon, che gli uomini e gli divi
Fan suspirar, e soglion far cattivi,
L'ardor non sente, né prova gl'impacci;
Ma può 'ntrodurti, o Amore,
Man di pietà, se mostri il mio dolore.
21 \ CIC.\ Mostra che quel che lo pasce in
fantasia, e gli fomenta il spirito, è che (essendo lui tanto privo d'ardire
d'esplicarsi a far conoscere la sua pena, quanto profondamente suggetto a tal
martìre), se avvenesse ch'il fato rigido e rubelle chinasse un poco (perché
voglia il.destino al fin rasserenargli il volto), con far che senza sdegno o
ira de l'alto oggetto gli venesse manifesto, non stima egli gioia tanto
felice, né vita tanto beata, quanto per tal successo lui stime felice la sua
pena, e beato il suo morire.
22 \ TANS.\ E con questo viene a dechiarar a
l'Amore che la raggion per cui possa aver adito in quel petto, non è
quell'ordinaria de le armi con le quali suol cattivar uomini e dei; ma
solamente con fargli aperto il cuor focoso ed il travagliato spirito de lui; a
la vista del quale fia necessario che la compassion possa aprirgli il passo ed
introdurlo a quella difficil stanza.
23 \ CIC.\ Che significa qua quella mosca che
vola fiamma e sta quasi quasi per bruggiarsi? e che vuol dir quel motto: Hostis
non hostis?
24 \ TANS.\ Non è molto difficile la
significazione de la farfalla, che sedotta dalla vaghezza del splendore,
innocente ed amica, va ad incorrere nelle mortifere fiamme: onde hostis sta
scritto per l'effetto del fuoco; non hostis per l'affetto de la mosca. Hostis,
la mosca, passivamente; non hostis, attivamente. Hostis, la
fiamma, per l'ardore; non hostis, per il splendore.
25 \ CIC.\ Or che è quel che sta scritto
nella tabella?
26 \ TANS.\
Mai fia che de l'amor io mi lamente,
Senza del qual non voglio esser felice;
Sia pur ver che per lui penoso stente,
Non vo' non voler quel che sì me lice.
Sia chiar o fosco il ciel, fredd'o ardente,
Sempr'un sarò ver l'unica fenice.
Mal può disfar altro destin o sorte
Quel nodo che non può sciorre la morte.
Al cor, al spirto, a l'alma
Non è piacer, o libertade, o vita,
Qual tanto arrida, giove e sia gradita,
Qual più sia dolce, graziosa ed alma,
Ch'il stento, giogo e morte,
Ch'ho per natura, voluntade e sorte.
27 Qua nella figura mostra la similitudine
che ha il furioso con la farfalla affetta verso la sua luce; ne gli carmi poi
mostra più differenza e dissimilitudine che altro: essendo che comunmente si
crede che se quella mosca prevedesse la sua ruina, non tanto ora séguita la
luce, quanto allora la fuggirebbe, stimando male di perder l'esser proprio,
risolvendosi in quel fuoco nemico. Ma a costui non men piace svanir nelle
fiamme de l'amoroso ardore, che essere abstratto a contemplar la beltà di
quel raro splendore, sotto il qual per inclinazion di natura, per elezion di
voluntade e disposizion del fato stenta, serve e muore, più gaio, più
risoluto e più gagliardo, che sotto qualsivogli'altro piacer che s'offra al
core, libertà che si conceda al spirito, e vita che si ritrove ne l'alma.
28 \ CIC.\ Dimmi, perché dice: Sempre un
sarò?
29 \ TANS.\ Perché gli par degno d'apportar
raggione della sua constanza, atteso che il sapiente non si muta con la
luna,.il stolto si muta come la luna. Cossì questo è unico con la fenice
unica.
30 \ CIC.\ Bene; ma che significa quella
frasca di palma, circa la quale è il motto: Caesar adest?
31 \ TANS.\ Senza molto discorrere, tutto
potrassi intendere per quel che è scritto nella tavola:
Trionfator invitto di Farsaglia,
Essendo quasi estinti i tuoi guerrieri,
Al vederti, fortissimi 'n battaglia
Sorser, e vinser suoi nemici altieri.
Tal il mio ben, ch'al ben del ciel s'agguaglia,
Fatto a la vista de gli miei pensieri,
Ch'eran da l'alma disdegnosa spenti,
Le fa tornar più che l'amor possenti.
La sua sola presenza,
O memoria di lei, sì le ravviva,
Che con imperio e potestade diva
Dóman ogni contraria violenza.
La mi governa in pace;
Né fa cessar quel laccio e quella face.
32 Tal volta le potenze de l'anima inferiori,
come un gagliardo e nemico essercito, che si trova nel proprio paese,
prattico, esperto ed accomodato, insorge contra il peregrino adversario che
dal monte de la intelligenza scende a frenar gli popoli de le valli e palustri
pianure; dove dal rigor della presenza de nemici e difficultà de precipitosi
fossi vansi perdendo, e perderiansi a fatto, se non fusse certa conversione al
splendor de la specie intelligibile, mediante l'atto della contemplazione,
mentre da gli gradi inferiori si converte a gli gradi superiori.
33 \ CIC.\ Che gradi son questi?
34 \ TANS.\ Li gradi della contemplazione son
come li gradi della luce, la quale nullamente è nelle tenebre; alcunamente è
ne l'ombra; megliormente è ne gli colori secondo gli suoi ordini da l'un
contrario, ch'è il nero, a l'altro, che è il bianco; più efficacemente è
nel splendor diffuso sugli corpi tersi e trasparenti, come nel specchio o
nella luna; più vivamente ne gli raggi sparsi dal sole; altissima e
principalissimamente nel sole istesso. Or essendo cossì ordinate le potenze
apprensive ed affettive, de le quali sempre la prossima conseguente ave
affinità con la prossima antecedente, e per la conversione a quella che la
sulleva, viene a rinforzarsi contra l'inferior che la deprime (come la
raggione, per la conversione a l'intelletto, non è sedotta o vinta dalla
notizia o apprensione e affetto sensitivo, ma più tosto, secondo la legge di
quello, viene a domar e correger questo): accade che quando l'appetito
razionale contrasta con la concupiscenza sensuale, se a quello per atto di
conversione si presente a gli occhi la luce intelligenziale, viene a repigliar
la smarrita virtude, rinforzar i nervi, spaventa e mette in rotta gli nemici.
35 \ CIC.\ In che maniera intendete che si
faccia cotal conversione?
36 \ TANS.\ Con tre preparazioni che nota il
contemplativo Plotino nel libro Della bellezza intelligibile; de le quali.la
prima è proporsi de conformarsi d'una similitudine divina, divertendo la
vista da cose che sono infra la propria perfezione, e commune alle specie
uguali ed inferiori; secondo è l'applicarsi con tutta l'intenzione ed
attenzione alle specie superiori; terzo il cattivar tutta la voluntade ed
affetto a Dio. Perché da qua avverrà che senza dubio gl'influisca la
divinità la qual da per tutto è presente e pronta ad ingerirsi a chi se gli
volta con l'atto de l'intelletto, ed aperto se gli espone con l'affetto de la
voluntade.
37 \ CIC.\ Non è dunque corporal bellezza
quella che invaghisce costui?
38 \ TANS.\ Non certo; perché la non è vera
né constante bellezza, e però non può caggionar vero né constante amore.
39 La bellezza che si vede ne gli corpi, è
una cosa accidentale ed umbratile, e come l'altre che sono assorbite, alterate
e guaste per la mutazione del suggetto, il quale sovente da bello si fa
brutto, senza che alterazion veruna si faccia ne l'anima. La raggion dunque
apprende il più vero bello per conversione a quello che fa la beltade nel
corpo, e viene a formarlo bello; e questa è l'anima che l'ha talmente
fabricato e infigurato. Appresso l'intelletto s'inalza più, ed apprende bene
che l'anima è incomparabilmente bella sopra la bellezza che possa esser ne
gli corpi; ma non si persuade che sia bella da per sé e primitivamente:
atteso che non accaderebbe quella differenza che si vede nel geno de le anime;
onde altre son savie, amabili e belle; altre stolte, odiose e brutte. Bisogna
dunque alzarsi a quello intelletto superiore il quale da per sé è bello e da
per sé è buono. Questo è quell'unico e supremo capitano, qual solo, messo
alla presenza de gli occhi de militanti pensieri, le illustra, incoraggia,
rinforza e rende vittoriosi sul dispreggio d'ogni altra bellezza e ripudio di
qualsivogli'altro bene. Questa dunque è la presenza che fa superar ogni
difficultà e vincere ogni violenza.
40 \ CIC.\ Intendo tutto. Ma che vuol dire:
La mi governa in pace, Né fa cessar quel laccio e quella face?
41 \ TANS.\ Intende e prova, che qualsivoglia
sorta d'amore quanto ha maggior imperio e più certo domìno, tanto fa sentir
più stretti i lacci, più fermo il giogo e più ardenti le fiamme. Al
contrario de gli ordinarii prencipi e tiranni, che usano maggior strettezza e
forza, dove veggono aver minore imperio.
42 \ CIC.\ Passa oltre.
43 \ TANS.\ Appresso veggio descritta la
fantasia d'una fenice volante, alla quale è volto un fanciullo che bruggia in
mezzo le fiamme, e vi è il motto: Fata obstant. Ma perché s'intenda
meglior, leggasi la tavoletta:
Unico augel del sol, vaga Fenice,
Ch'appareggi col mondo gli anni tui,
Quai colmi ne l'Arabia felice,
Tu sei chi fuste, io son quel che non fui.
Io per caldo d'amor muoio infelice;
Ma te ravviv'il sol co' raggi sui.
Tu bruggi 'n un, ed io in ogni loco;
Io da Cupido, hai tu da Febo il foco.
Hai termini prefissi
Di lunga vita, e io ho breve fine,
Che pronto s'offre per mille ruine;
Né so quel che vivrò, né quel che vissi:
Me cieco fato adduce,
Tu certo torni a riveder tua luce.
44 Dal senso de gli versi si vede che nella
figura si disegna l'antitesi de la sorte de la fenice e del furioso, e che il
motto: Fata obstant, non è per significar che gli fati siano contrarii
o al fanciullo, o a la Fenice, o a l'uno e l'altro; ma che non son medesimi,
ma diversi ed oppositi gli decreti fatali de l'uno e gli fatali decreti de
l'altro. Perché la fenice è quel che fu, essendoché la medesima materia per
il fuoco si rinova ad esser corpo di fenice, e medesimo spirito ed anima viene
ad informarla; il furioso è quel che non fu, perché il suggetto che è
d'uomo, prima fu di qualch'altra specie secondo innumerabili differenze. Di
sorte che si sa quel che fu la fenice, e si sa quel che sarà: ma questo
suggetto non può tornar se non per molti ed incerti mezzi ad investirsi de
medesima o simil forma naturale. Appresso, la fenice al cospetto del sole
cangia la morte con la vita; e questo nel cospetto d'amore muta la vita con la
morte. Oltre, quella su l'aromatico altare accende il foco; e questo il trova
e mena seco, ovunque va. Quella ancora ha certi termini di lunga vita; ma
costui per infinite differenze di tempo ed innumerabili caggioni de
circonstanze ha di breve vita termini incerti. Quella s'accende con certezza,
questo con dubio de riveder il sole.
45 \ CIC.\ Che cosa credete voi che possa
figurar questo?
46 \ TANS.\ La differenza ch'è tra
l'intelletto inferiore, che chiamano intelletto di potenza o possibile o
passibile, il quale è incerto, moltivario e moltiforme; e l'intelletto
superiore, forse quale è quel che da peripatetici è detto infima de
l'intelligenze, e che immediatamente influisce sopra tutti gl'individui
dell'umana specie, e dicesi intelletto agente ed attuante. Questo intelletto
unico specifico umano che ha influenza in tutti li individui, è come la luna
la quale non prende altra specie che quella unica, la qual sempre se rinova
per la conversion che fa al sole, che è la prima ed universale intelligenza:
ma l'intelletto umano individuale e numeroso viene, come gli occhi, a voltarsi
ad innumerabili e diversissimi oggetti; onde, secondo infiniti gradi, che son
secondo tutte le forme naturali, viene informato. Là onde accade che sia
furioso, vago ed incerto questo intelletto particulare, come quello universale
è quieto, stabile e certo, cossì secondo l'appetito, come secondo
l'apprensione. O pur quindi (come da per te stesso puoi facilmente
desciferare) vien significata la natura dell'apprensione ed appetito vario,
vago, inconstante ed incerto del senso, e del concetto ed appetito definito,
fermo e stabile de l'intelligenza; la differenza de l'amor sensuale che non ha
certezza né discrezion de oggetti, da l'amor intellettivo il qual ha mira ad
un certo e solo, a cui si volta, da cui è illuminato nel concetto, onde è
acceso ne l'affetto, s'infiamma, s'illustra ed è mantenuto nell'unità,
identità e stato.
47 \ CIC.\ Ma che vuol significare
quell'imagine del sole con un circolo dentro, ed un altro da fuori, con il
motto Circuit?
48 \ TANS.\ La significazione di questo son
certo che mai arrei compresa, se non fusse che l'ho intesa dal medesimo
figuratore. Or è da sapere che quel Circuit si referisce al moto del
sole che fa per quel circolo, il quale gli vien descritto dentro e fuori; a
significare che quel moto insieme insieme si fa ed è fatto; onde per
consequenza il sole viene sempre ad ritrovarsi in tutti gli punti di quello:
perché s'egli si muove in uno instante, séguita che insieme si muove ed è
mosso, e che è per tutta la circonferenza del circolo equalmente, e che in
esso convegna in uno il moto e la quiete.
49 \ CIC.\ Questo ho compreso nelli dialogi
De l'infinito, universo e mondi innumerabili, e dove si dechiara come la
divina sapienza è mobilissima (come disse Salomone) e che la medesima sia
stabilissima, come è detto ed inteso da tutti quelli che intendono. Or
séguita a farmi comprendere il proposito.
50 \ TANS.\ Vuol dire che il suo sole non è
come questo, che (come comunmente si crede) circuisce la terra col moto diurno
in vintiquattro ore, e col moto planetare in dodeci mesi; laonde fa distinti
gli quattro tempi de l'anno, secondo che a termini di quello si trova in
quattro punti cardinali del Zodiaco; ma è tale, che, per essere la eternità
istessa e conseguentemente una possessione insieme tutta e compita, insieme
insieme comprende l'inverno, la primavera, l'estade, l'autunno, insieme
insieme il giorno e la notte: perché è tutto per tutti ed in tutti gli punti
e luoghi.
51 \ CIC.\ Or applicate quel che dite alla
figura.
52 \ TANS.\ Qua, perché non è possibile
designar il sol tutto in tutti gli punti del circolo, vi son delineati doi
circoli: l'un che 'l comprenda, per significar che si muove per quello:
l'altro che sia da lui compreso, per mostrar che è mosso per quello.
53 \ CIC.\ Ma questa demostrazione non è
troppo aperta e propria.
54 \ TANS.\ Basta che sia la più aperta e
propria che lui abbia possuta fare. Se voi la possete far megliore, vi si dà
autorità di toglier quella e mettervi quell'altra; perché questa è stata
messa solo a fin che l'anima non fusse senza corpo.
55 \ CIC.\ Che dite di quel Circuit?
56 \ TANS.\ Quel motto, secondo tutta la sua
significazione, significa la cosa quanto può essere significata: atteso che
significa, che volta e che è voltato; cioè, il moto presente e perfetto.
57 \ CIC.\ Eccellentemente. E però quei
circoli li quali malamente significano la circonstanza del moto e quiete tale,
possiamo dire che son messi a significar la sola circulazione. E cossì vegno
contento del suggetto e de la forma de l'impresa eroica. Or legansi le rime.
58 \ TANS.\
Sol, che dal Tauro fai temprati lumi,
E dal Leon tutto maturi e scaldi,
E quando dal pungente Scorpio allumi,
De l'ardente vigor non poco faldi;
Poscia dal fier Deucalion consumi
Tutto col freddo, e i corp'umidi saldi:
De primavera, estade, autunno, inverno
Mi scald', accend', ard', avvamp'in eterno.
Ho sì caldo il desio,
Che facilmente a remirar m'accendo
Quell'alt'oggetto, per cui tant'ardendo
Fo sfavillar a gli astri il vampo mio.
Non han momento gli anni,
Che vegga variar miei sordi affanni.
59 Qua nota che gli quattro tempi de l'anno
son significati non per quattro segni mobili che son Ariete, Cancro, Libra e
Capricorno, ma per gli quattro che chiamano fissi, cioè Tauro, Leone,
Scorpione ed Aquario, per significare la perfezione, stato e fervor di quelle
tempeste. Nota appresso, che in virtù di quelle apostrofi, che son nel verso
ottavo, possete leggere mi scaldo, accendo, ardo, avampo; over, scaldi,
accendi, ardi, avampi; over, scalda, accende, arde, avvampa. Hai oltre da
considerare che questi non son quattro sinonimi, ma quattro termini diversi
che significano tanti gradi de gli effetti del fuoco. Il qual prima scalda,
secondo accende, terzo bruggia, quarto infiamma o invampa quel ch'ha scaldato,
acceso e bruggiato. E cossì son denotate nel furioso il desio, l'attenzione,
il studio, l'affezione, le quali in nessun momento sente variare.
60 \ CIC.\ Perché le mette sotto titolo
d'affanni?
61 \ TANS.\ Perché l'oggetto, ch'è la
divina luce, in questa vita è più in laborioso voto che in quieta fruizione;
perché la nostra mente verso quella è come gli occhi de gli uccelli notturni
al sole.
62 \ CIC.\ Passa, perché ora da quel ch'è
detto, posso comprender tutto.
63 \ TANS.\ Nel cimiero seguente vi sta
depinta una luna piena col motto: Talis mihi semper et astro. Vuol dir
che a l'astro, cioè al sole, ed a lui sempre è tale, come si mostra qua
piena e lucida nella circonferenza intiera del circolo: il che acciò che
meglio forse intendi, voglio farti udire quel ch'è scritto nella tavoletta.
Luna inconstante, luna varia, quale
Con corna or vote e talor piene svalli,
Or l'orbe tuo bianco, or fosco risale,
Or Bora e de' Rifei monti le valli
Fai lustre, or torni per tue trite scale
A chiarir l'Austro e di Libia le spalli.
La luna mia, per mia continua pena,
Mai sempre è ferma, ed è mai sempre piena.
È tale la mia stella,
Che sempre mi si toglie e mai si rende,
Che sempre tanto bruggia e tanto splende,
Sempre tanto crudele e tanto bella;
Questa mia nobil face
Sempre sì mi martora, e sì mi piace.
64 Mi par che voglia dire che la sua
intelligenza particulare alla intelligenza universale è sempre tale; cioè da
quella viene eternamente illuminata in tutto l'emisfero: benché alle potenze
inferiori e secondo gl'influssi de gli atti suoi or viene oscura, or più e
meno lucida. O forse vuol significare che l'intelletto suo speculativo (il
quale è sempre in atto invariabilmente) è sempre volto ed affetto verso
l'intelligenza umana significata per la luna. Perché come questa è detta
infima de tutti gli astri ed è più vicina a noi, cossì l'intelligenza
illuminatrice de tutti noi (in questo stato) è l'ultima in ordine de l'altre
intelligenze, come nota Averroe ed altri più sottili peripatetici. Quella a
l'intelletto in potenza or tramonta, per quanto non è in atto alcuno, or come
svallasse, cioè sorgesse dal basso de l'occolto emispero, si mostra or vacua,
or piena, secondo che dona più o meno lume d'intelligenza; or ha l'orbe
oscuro, or bianco, perché talvolta mostra per ombra, similitudine e vestigio,
tal volta più e più apertamente; or declina a l'Austro, or monta a Borea,
cioè or ne si va più e più allontanando, or più e più s'avvicina. Ma
l'intelletto in atto con sua continua pena (percioché questo non è per
natura e condizione umana in cui si trova cossì travaglioso, combattuto,
invitato, sollecitato, distratto e come lacerato dalle potenze inferiori)
sempre vede il suo oggetto fermo, fisso e constante, e sempre pieno e nel
medesimo splendor di bellezza. Cossì sempre se gli toglie per quanto non se
gli concede, sempre se gli rende per quanto se gli concede. Sempre tanto lo
bruggia ne l'affetto, come sempre tanto gli splende nel pensiero; sempre è
tanto crudele in suttrarsi per quel che si suttrae, come sempre è tanto bello
in comunicarsi per quel che gli se presenta. Sempre lo martora, percioch'è
diviso per differenza locale da lui, come sempre gli piace, percioché gli è
congionto con l'affetto.
65 \ CIC.\ Or applicate l'intelligenza al
motto.
66 \ TANS.\ Dice dunque: Talis mihi semper;
cioè, per la mia continua applicazione secondo l'intelletto, memoria e
volontade (perché non voglio altro ramentare, intendere, né desiderare)
sempre mi è tale e, per quanto posso capirla, al tutto presente, e non m'è
divisa per distrazion de pensiero, né me si fa più oscura per difetto
d'attenzione, perché non è pensiero che mi divertisca da quella luce, e non
è necessità di natura qual m'oblighi perché meno attenda. Talis mihi
semper dal canto suo, perché la è invariabile in sustanza, in virtù, in
bellezza ed in effetto verso quelle cose che sono constanti ed invariabili
verso lei. Dice appresso: ut astro, perché al rispetto del sole
illuminator de quella sempre è ugualmente luminosa, essendo che sempre
ugualmente gli è volta, e quello sempre parimente.diffonde gli suoi raggi:
come fisicamente questa luna che veggiamo con gli occhi, quantunque verso la
terra or appaia tenebrosa, or lucente, or più or meno illustrata ed
illustrante, sempre però dal sole vien lei ugualmente illuminata; perché
sempre piglia gli raggi di quello al meno nel dorso del suo emispero intiero.
Come anco questa terra sempre è illuminata nell'emisfero equalmente;
quantunque da l'acquosa superficie cossì inequalmente a volte a volte mande
il suo splendore alla luna (quai, come molti altri astri innumerabili,
stimiamo un'altra terra), come aviene che quella mande a lei, atteso la
vicissitudine ch'hanno insieme de ritrovarsi or l'una or l'altra più vicina
al sole.
67 \ CIC.\ Come questa intelligenza è
significata per la luna che luce per l'emisfero?
68 \ TANS.\ Tutte l'intelligenze son
significate per la luna, in quanto che son partecipi d'atto e di potenza, per
quanto, dico, che hanno la luce materialmente, e secondo participazione,
ricevendola da altro; dico, non essendo luci per sé e per sua natura, ma per
risguardo del sole ch'è la prima intelligenza, la quale è pura ed absoluta
luce, come anco è puro ed absoluto atto.
69 \ CIC.\ Tutte dunque le cose che hanno
dependenza e che non sono il primo atto e causa, sono composte come di luce e
tenebra, come di materia e forma, di potenza ed atto?
70 \ TANS.\ Cossì è. Oltre, l'anima nostra,
secondo tutta la sustanza, è significata per la luna la quale splende per
l'emispero delle potenze superiori, onde è volta alla luce del mondo
intelligibile; ed è oscura per le potenze inferiori, onde è occupata al
governo della materia.
71 \ CIC.\ E mi par, che a quel ch'ora è
detto abbia certa consequenza e simbolo l'impresa ch'io veggio nel seguente
scudo, dov'è una ruvida e ramosa quercia piantata, contra la quale è un
vento che soffia, ed ha circonscritto il motto: Ut robori robur. Ed
appresso è affissa la tavola che dice:
Annosa quercia, che gli rami spandi
A l'aria, e fermi le radici 'n terra;
Né terra smossa, né gli spirti grandi,
Che da l'aspro Aquilon il ciel disserra,
Né quanto fia ch'il vern'orrido mandi,
Dal luogo ove stai salda, mai ti sferra; Mostri della mia fé ritratto vero,
Qual smossa mai strani accidenti fêro.
Tu medesmo terreno
Mai sempre abbracci, fai colto e comprendi,
E di lui per le viscere distendi
Radici grate al generoso seno:
I' ad un sol oggetto
Ho fisso il spirto, il senso e l'intelletto.
72 \ TANS.\ Il motto è aperto, per cui si
vanta il furioso d'aver forza e robustezza, come la rovere; e come
quell'altro, essere sempre uno al riguardo da l'unica fenice; e come il
prossimo precedente conformarsi a quella luna che sempre tanto splende, e
tanto è bella; o pur non assomigliarsi a questa antictona tra la nostra terra
ed il sole, in quanto ch'è varia a' nostri occhi, ma in quanto sempre riceve
ugual porzion del splendor solare in se stessa; e per ciò cossì rimaner
constante e fermo contra gli Aquiloni e tempestosi inverni per la fermezza
ch'ha nel suo astro in cui è piantato con l'affetto ed intenzione, come la
detta radicosa pianta tiene intessute le sue radici con le vene de la terra.
73 \ CIC.\ Più stimo io l'essere in
tranquillità e fuor di molestia che trovarsi in una sì forte toleranza.
74 \ TANS.\ È sentenza d'epicurei la qual,
se sarà bene intesa, non sarà giudicata tanto profana quanto la stimano gli
ignoranti; atteso che non toglie che quel ch'io ho detto sia virtù, né
pregiudica alla perfezione della constanza, ma più tosto aggionge a quella
perfezione che intendeno gli volgari: perché lui non stima vera e compita
virtù di fortezza e constanza quella che sente e comporta gl'incommodi, ma
quella che non sentendoli le porta; non stima compìto amor divino ed eroico
quello che sente il sprone, freno o rimorso o pena per altro amore, ma quello
ch'a fatto non ha senso de gli altri affetti; onde talmente è gionto ad un
piacere che non è potente dispiacere alcuno a distorlo o far cespitare in
punto. E questo è toccar la somma beatitudine in questo stato, l'aver la
voluptà e non aver senso di dolore.
75 \ CIC.\ La volgare opinione non crede
questo senso d'Epicuro.
76 \ TANS.\ Perché non leggono gli suoi
libri, né quelli che senza invidia apportano le sue sentenze, al contrario di
color che leggono il corso de sua vita ed il termine de la sua morte; dove con
queste paroli dettò il principio del suo testamento: Essendo ne l'ultimo e
medesimo felicissimo giorno de nostra vita, abbiamo ordinato questo con mente
quieta, sana e tranquilla; perché quantunque grandissimo dolor de pietra ne
tormentasse da un canto, quel tormento tutto venea assorbito dal piacere de le
nostre invenzioni e la considerazion del fine. Ed è cosa manifesta, che non
ponea felicità più che dolore nel mangiare, bere, posare e generare, ma in
non sentir fame, né sete, né fatica, né libidine. Da qua considera qual sia
secondo noi la perfezion de la constanza: non già in questo che l'arbore non
si fracasse, rompa o pieghe; ma in questo che né manco si muova: alla cui
similitudine costui tien fisso il spirto, senso ed intelletto, là dove non ha
sentimento di tempestosi insulti.
77 \ CIC.\ Volete dunque che sia cosa
desiderabile il comportar de tormenti, perché è cosa da forte?
78 \ TANS.\ Questo che dite comportare è
parte di constanza e non è la virtude intiera; ma questo che dico fortemente
comportare ed Epicuro disse non sentire. La qual privazion di senso è
caggionata da quel che tutto è stato absorto dalla cura della virtude, vero
bene e felicitade. Qualmente Regolo non ebbe senso de l'arca, Lucrezia del
pugnale, Socrate del veleno, Anaxarco de la pila, Scevola del fuoco, Cocle de
la voragine, ed altri virtuosi d'altre cose che massime tormentano e dànno
orrore a persone ordinarie e.vili.
79 \ CIC.\ Or passate oltre.
80 \ TANS.\ Guarda, in quest'altro ch'ha la
fantasia di quella incudine e martello, circa la quale è il motto: Ab Aetna.
Ma prima che la consideriamo, leggemo la stanza. Qua s'introduce di Vulcano la
prosopopea:
Or non al monte mio siciliano
Torn'ove tempri i folgori di Giove;
Qua mi rimagno scabroso Vulcano,
Qua più superbo gigante si smuove,
Che contra il ciel s'infiamm'e stizza in vano,
Tentando nuovi studii e varie prove;
Qua trovo meglior fabri e Mongibello,
Meglior fucina, incudine e martello,
Dov'un petto ha suspiri,
Che quai mantici avvivan la fornace,
U' l'alm'a tante scosse sottogiace
Di que' sì lunghi scempii e gran martiri;
E manda quel concento
Che fa volgar sì aspro e rio tormento.
81 Qua si mostrano le pene ed incomodi che
son ne l'amore, massime nell'amor volgare, il quale non è altro che la fucina
di Vulcano, quel fabro che forma i folgori de Giove che tormentano l'anime
delinquenti. Perché il disordinato amore ha in sé il principio della sua
pena; atteso che Dio è vicino, è nosco, è dentro di noi. Si trova in noi
certa sacrata mente ed intelligenza, cui subministra un proprio affetto che ha
il suo vendicatore, che col rimorso di certa sinderesi al meno, come con certo
rigido martello, flagella il spirito prevaricante. Quella osserva le nostre
azioni ed affetti, e come è trattata da noi, fa che noi vengamo trattati da
lei. In tutti gli amanti: dico, è questo fabro Vulcano, come non è uomo che
non abbia Dio in sé, non è amante che non abbia questo dio. In tutti è Dio
certissimamente; ma qual dio sia in ciascuno, non si sa cossì facilmente; e
se pur si può examinare e distinguere, altro non potrei credere che possa
chiarirlo che l'amore; come quello che spinge gli remi, gonfia la vela e
modera questo composto, onde vegna bene o malamente affetto.
82 Dico bene o malamente affetto quanto a
quel che mette in execuzione per l'azioni morali e contemplazione; perché del
resto tutti gli amanti comunmente senteno qualch'incomodo: essendoché come le
cose son miste, non essendo bene alcuno sotto concetto ed affetto a cui non
sia gionto o opposto il male, come né alcun vero a cui non sia apposto e
gionto il falso; cossì non è amore senza timore, zelo, gelosia, rancore ed
altre passioni che procedeno dal contrario che ne perturba, se l'altro
contrario ne appaga. Talmente venendo l'anima in pensiero di ricovrar la
bellezza naturale, studia purgarsi, sanarsi, riformarsi: e però adopra il
fuoco; perché essendo come oro trameschiato a la terra ed informe, con certo
rigor vuol liberarsi da impurità; il che s'effettua quando l'intelletto, vero
fabro di Giove, vi mette le mani, essercitandovi gli atti dell'intellettive
potenze..
83 \ CIC.\ A questo mi par che si riferisca
quel che si trova nel Convito di Platone, dove dice, che l'Amore da la madre
Penìa ha ereditato l'esser arido, magro, pallido, discalzo, summisso, senza
letto e senza tetto. Per le quali circonstanze vien significato il tormento
ch'ha l'anima travagliata da gli contrarii affetti.
84 \ TANS.\ Cossì è; perché il spirito
affetto di tal furore viene da profondi pensieri distratto, martellato da cure
urgenti, scaldato da ferventi desii, insoffiato da spesse occasioni. Onde
trovandosi l'anima suspesa, necessariamente viene ad essere men diligente ed
operosa al governo del corpo per gli atti della potenza vegetativa. Quindi il
corpo è macilento, mal nodrito, estenuato, ha difetto de sangue, copia di
malancolici umori, li quali se non saranno instrumenti de l'anima disciplinata
o pure d'un spirito chiaro e lucido, menano ad insania, stoltizia e furor
brutale; o al meno a certa poca cura di sé e dispreggio de l'esser proprio,
il qual vien significato da Platone per gli piedi discalzi. Va summisso
l'amore e vola come rependo per la terra, quando è attaccato a cose basse;
vola alto, quando vien intento a più generose imprese. In conclusione ed a
proposito, qualunque sia l'amore, sempre è travagliato e tormentato di sorte
che non possa mancar d'esser materia nelle focine di Vulcano; perché l'anima
essendo cosa divina, e naturalmente non serva, ma signora della materia
corporale, viene a conturbarsi ancor in quel che voluntariamente serve al
corpo, dove non trova cosa che la contente; e quantunque fissa nella cosa
amata, sempre gli aviene, che altre tanto vegna ad essagitarsi e fluttuar in
mezzo gli soffii de le speranze, timori, dubii, zeli, conscienze, rimorsi,
ostinazioni, pentimenti ed altri manigoldi che son gli mantici, gli carboni,
l'incudini, gli martelli, le tenaglie ed altri stormenti che si ritrovano
nella bottega di questo sordido e sporco consorte di Venere.
85 \ CIC.\ Or assai è stato detto a questo
proposito. Piacciavi di veder che cosa séguita appresso.
86 \ TANS.\ Qua è un pomo d'oro
ricchissimamente, con diverse preciosissime specie, smaltato; ed ha il motto
in circa che dice: Pulchriori detur.
87 \ CIC.\ L'allusione al fatto delle tre dee
che si sottoposero al giudicio de Paride, è molto volgare. Ma leggansi le
rime che più specificatamente ne facciano capaci de l'intenzione del furioso
presente.
88 \ TANS.\
Venere, dea del terzo ciel, e madre
Del cieco arciero, domator d'ognuno;
L'altra, ch'ha 'l capo giovial per padre,
E di Giove la moglie altera, Giuno,
Il troiano pastor chiaman, che squadre
De chi de lor più bella è l'aureo muno.
Se la mia diva al paragon s'appone,
Non di Venere, Pallade, o Giunone.
Per belle membra è vaga
La cipria dea, Minerva per l'ingegno,
E la Saturnia piace con quel degno.
Splendor d'altezza, ch'il Tonante appaga;
Ma quest'ha quanto aggrade
Di bel, d'intelligenza e maestade.
89 Ecco qualmente fa comparazione dal suo
oggetto il quale contiene tutte le circonstanze, condizioni e specie di
bellezza come in un suggetto, ad altri che non ne mostrano più che una per
ciascuno; e tutte poi per diversi suppositi: come avvenne nel geno solo della
corporal bellezza di cui le condizioni tutte non le poté approvare Apelle in
una ma in più vergini. Or qua dove son tre geni di beltade, benché avvegna
che tutti si troveno in ciascuna de le tre dee, perché a Venere non manca
sapienza e maestade, in Giunone non è difetto di vaghezza e sapienza, ed in
Pallade è pur notata la maestà con la vaghezza: tutta volta aviene che l'una
condizione supera le altre, onde quella viene ad esser stimata come
proprietà, e l'altre come accidenti communi, atteso che di que' tre doni
l'uno predomina in una, e viene ad mostrarla ed intitularla sovrana de
l'altre. E la caggion di cotal differenza è lo aver queste raggioni non per
essenza e primitivamente, ma per participazione e derivativamente. Come in
tutte le cose dependenti sono le perfezioni secondo gli gradi de maggiore e
minore, più e meno.
90 Ma nella simplicità della divina essenza
è tutto totalmente, e non secondo misura: e però non è più sapienza che
bellezza e maestade, non è più bontà che fortezza; ma tutti gli attributi
sono non solamente uguali, ma ancora medesimi ed una istessa cosa. Come nella
sfera tutte le dimensioni sono non solamente uguali (essendo tanta la
lunghezza quanta è la profondità e larghezza) ma anco medesime, atteso che
quel che chiami profondo, medesimo puoi chiamar lungo e largo della sfera.
Cossì è nell'altezza de la sapienza divina, la quale è medesimo che la
profondità de la potenza e latitudine de la bontade. Tutte queste perfezioni
sono uguali, perché sono infinite. Percioché necessariamente l'una è
secondo la grandezza de l'altra, atteso che, dove queste cose son finite,
avviene che sia più savio che bello e buono, più buono e bello che savio,
più savio e buono che potente, e più potente che buono e savio. Ma dove è
infinita sapienza, non può essere se non infinita potenza; perché altrimente
non potrebbe saper infinitamente. Dove è infinita bontà, bisogna infinita
sapienza; perché altrimente non saprebbe essere infinitamente buono. Dove è
infinita potenza, bisogna che sia infinita bontà e sapienza, perché tanto
ben si possa sapere e si sappia possere. Or dunque vedi come l'oggetto di
questo furioso, quasi inebriato di bevanda de dei, sia più alto
incomparabilmente che gli altri diversi da quello: come, voglio dire, la
specie intelligibile della divina essenza comprende la perfezione de tutte
l'altre specie altissimamente, di sorte che, secondo il grado che può esser
partecipe di quella forma, potrà intender tutto e far tutto, ed esser cossì
amico d'una che vegna ad aver a dispreggio e tedio ogni altra bellezza. Però
a quella si deve esser consecrato il sferico pomo, come chi è tutto in tutto;
non a Venere bella che da Minerva è superata in sapienza e da Giunone in
maestà; non a Pallade di cui Venere è più bella e l'altra più magnifica;
non a Giunone che non è la dea dell'intelligenza ed amore ancora.
91 \ CIC.\ Certo come son gli gradi delle
nature ed essenze, cossì proporzionalmente son gli gradi delle specie
intelligibili e magnificenze de gli amorosi affetti e furori.
92 \ CIC.\ Il seguente porta una testa, ch'ha
quattro faccia che soffiano verso gli quattro angoli del cielo; e son quattro
venti in un suggetto, alli quali soprastanno due stelle, ed in mezzo il motto
che dice: Novae ortae Aeoliae. Vorrei sapere che cosa vegna
significata.
93 \ TANS.\ Mi pare ch'il senso di questa
divisa è conseguente di quello de la prossima superiore. Perché come là è
predicata una infinita bellezza per oggetto, qua vien protestata una tanta
aspirazione, studio, affetto e desio. Percioch'io credo che questi venti son
messi a significar gli suspiri; il che conosceremo, se verremo a leggere la
stanza:
Figli d'Astreo Titan e de l'Aurora,
Che conturbate il ciel, il mar e terra,
Quai spinti fuste dal Litigio fuora,
Perché facessi a' dei superba guerra:
Non più a l'Eolie spelunche dimora
Fate, ov'imperio mio vi frena e serra:
Ma rinchiusi vi siet'entr'a quel petto,
Ch'i' veggo a tanto sospirar costretto.
Voi, socii turbulenti
De le tempeste d'un ed altro mare,
Altro non è che vagli' asserenare,
Che que' omicidi lumi ed innocenti:
Quegli aperti ed ascosi
Vi renderan tranquilli ed orgogliosi.
94 Aperto si vede ch'è introdotto Eolo
parlar a i venti, quali non più dice esser da lui moderati ne l'Eolie
caverne, ma da due stelle nel petto di questo furioso. Qua le due stelle non
significano gli doi occhi che son ne la bella fronte; ma le due specie
apprensibili della divina bellezza e bontade di quell'infinito splendore, che
talmente influiscono nel desio intellettuale e razionale, che lo fanno venire
ad aspirar infinitamente, secondo il modo con cui infinitamente grande, bello
e buono apprende quell'eccellente lume. Perché l'amore, mentre sarà finito,
appagato e fisso a certa misura, non sarà circa le specie della divina
bellezza, ma altra formata; ma, mentre verrà sempre oltre ed oltre aspirando,
potrassi dire che versa circa l'infinito.
95 \ CIC.\ Come comodamente l'aspirare è
significato per il spirare? che simbolo hanno i venti col desiderio?
96 \ TANS.\ Chi de noi in questo stato
aspira, quello suspira, quello medesimo spira. E però la veemenza
dell'aspirare è notata per quell'ieroglifico del forte spirare.
97 \ CIC.\ Ma è differenza tra il suspirare
e spirare.
98 \ TANS.\ Però non vien significato l'uno
per l'altro, come.medesimo per il medesimo; ma come simile per il simile.
99 \ CIC.\ Seguitate dunque il vostro
proposito.
100 \ TANS.\ L'infinita aspirazion dunque
mostrata per gli suspiri, e significata per gli venti, è sotto il governo non
d'Eolo nell'Eolie, ma di detti doi lumi; li quali non solo innocente-, ma e
benignissimamente uccidono il furioso, facendolo per il studioso affetto
morire al riguardo d'ogni altra cosa: con ciò che quelli, che, chiusi e
ascosi lo rendono tempestoso, aperti, lo renderan tranquillo; atteso che nella
staggione che di nuvoloso velo adombra gli occhi de l'umana mente in questo
corpo, aviene che l'alma con tal studio vegna più tosto turbata e
travagliata, come, essendo quello stracciato e spinto, doverrà tant'altamente
quieta, quanto baste ad appagar la condizion di sua natura.
101 \ CIC.\ Come l'intelletto nostro finito
può seguitar l'oggetto infinito?
102 \ TANS.\ Con l'infinita potenza ch'egli
ha.
103 \ CIC.\ Questa è vana, se mai sarrà in
effetto.
104 \ TANS.\ Sarrebe vana, se fusse circa
atto finito, dove l'infinita potenza sarrebe privativa; ma non già circa
l'atto infinito, dove l'infinita potenza è positiva perfezione.
105 \ CIC.\ Se l'intelletto umano è una
natura ed atto finito, come e perché ha potenza infinita?
106 \ TANS.\ Perché è eterno, ed acciò
sempre si dilette e non abbia fine né misura la sua felicità; e perché,
come è finito in sé, cossì sia infinito nell'oggetto.
107 \ CIC.\ Che differenza è tra la
infinità de l'oggetto ed infinità della potenza?
108 \ TANS.\ Questa è finitamente infinita,
quello infinitamente infinito. Ma torniamo a noi. Dice, dunque, là il motto: Novae
partae Aeoliae, perché par si possa credere che tutti gli venti (che son
negli antri voraginosi d'Eolo) sieno convertiti in suspiri, se vogliamo
numerar quelli che procedeno da l'affetto che senza fine aspira al sommo bene
ed infinita beltade.
109 \ CIC.\ Veggiamo appresso la
significazione di quella face ardente, circa la quale è scritto: Ad vitam,
non ad horam.
110 \ TANS.\ La perseveranza in tal amore ed
ardente desio del vero bene, in cui arde in questo stato temporale il furioso.
Questo credo che mostra la seguente tavola:
Partesi da la stanza il contadino,
Quando il sen d'Oriente il giorno sgombra;
E quand'il sol ne fere più vicino,
Stanco e cotto da caldo siede a l'ombra:
Lavora poi e s'affatica insino
Ch'atra caligo l'emisfer ingombra;
Indi si posa. Io sto a continue botte
Mattina, mezo giorno, sera e notte.
Questi focosi rai,
Ch'escon da que' doi archi del mio sole,
De l'alma mia (com'il mio destin vuole)
Da l'orizonte non si parton mai,
Bruggiand'a tutte l'ore
Dal suo meridian l'afflitto core.
111 \ CIC.\ Questa tavola più vera- che
propriamente esplica il senso de la figura.
112 \ TANS.\ Non ho d'affaticarmi a farvi
veder queste proprietadi, dove il vedere non merita altro che più attenta
considerazione. Gli rai del sole son le raggioni con le quali la divina
beltade e bontade si manifesta a noi. E son focosi, perché non possono essere
appresi da l'intelletto, senza che conseguentemente scaldeno l'affetto. Doi
archi del sole son le due specie di revelazione che gli scolastici teologi
chiamano matutina e vespertina; onde l'intelligenza illuminatrice di noi, come
aere mediante, ne adduce quella specie o in virtù che la admira in se stessa,
o in efficacia che la contempla ne gli effetti. L'orizonte de l'alma in questo
luogo è la parte delle potenze superiori, dove a l'apprensione gagliarda de
l'intelletto soccorre il vigoroso appulso de l'affetto, significato per il
core, che bruggiando a tutte l'ore s'afflige; perché tutti gli frutti d'amore
che possiamo raccôrre in questo stato, non son sì dolci che non siano più
gionti a certa afflizione: quella almeno che procede da l'apprension di non
piena fruizione. Come specialmente accade ne gli frutti de l'amor naturale, la
condizion de gli quali non saprei meglio esprimere, che come fe' il poeta
Epicureo:
Ex hominis vero facie pulchroque colore
Nil datur in corpus praeter simulacra fruendum
Tenuia, quae vento spes captat saepe misella.
Ut bibere in somnis sitiens cum quaerit, et humor
Non datur, ardorem in membris qui stinguere possit;
Sed laticum simulacra petit frustraque laborat
In medioque sitit torrenti flumine potans:
Sic in amore Venus simulacris ludit amantis,
Nec satiare queunt spectando corpora coram,
Nec manibus quicquam teneris abradere membris
Possunt, errantes incerti corpore toto.
Denique cum membris conlatis flore fruuntur
Aetatis; dum iam praesagit gaudia corpus,
Atque in eo est Venus, ut muliebria conserat arva,
Adfigunt avide corpus iunguntque salivas
Oris et inspirant pressantes dentibus ora,
Nequicquam, quoniam nihil inde abradere possunt,
Nec penetrare et abire in corpus corpore toto.
113 Similmente giudica nel geno del gusto che
qua possiamo aver de cose divine: mentre a quelle ne forziamo penetrare ed
unirci, troviamo aver più afflizione nel desio che piacer nel concetto. E per
questo può aver detto quel savio Ebreo, che chi aggionge scienza, aggionge
dolore; perché dalla maggior apprensione nasce maggior e più alto desio, e
da questo séguita maggior dispetto e doglia per la privazione della cosa
desiderata. Là onde l'Epicureo che seguita la più tranquilla vita, disse in
proposito de l'amor volgare:
Sed fugitare decet simulacra et pabula amoris
Abstergere sibi atque alio convertere mentem,
Nec servare sibi curam certumque dolorem:
Ulcus enim virescit et inveterascit alendo,
Inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit.
Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem,
Sed potius quae sunt sine paena commoda sumit.
114 \ CIC. \ Che intende per il meridiano del
core?
115 \ TANS.\ La parte o region più alta e
più eminente de la volontà, dove più illustre-, forte-, efficace- e
rettamente è riscaldata. Intende che tale affetto non è come in principio
che si muova, né come in fine che si quiete, ma come al mezzo dove
s'infervora.
116 \ CIC.\ Ma che significa quel strale
infocato che ha le fiamme in luogo di ferrigna punta, circa il quale è avolto
un laccio ed ha il motto: Amor instat ut instans? Dite che ne
intendete?
117 \ TANS.\ Mi par che voglia dire che
l'amor mai lo lascia, e che eterno parimente l'affliga.
118 \ CIC.\ Vedo bene laccio, strale e fuoco;
intendo quel che sta scritto: Amor instat; ma quel che séguita, non
posso capirlo, cioè che l'amor come istante o insistente, inste: che ha
medesima penuria di proposito, che se uno dicesse: questa impresa costui la ha
finta come finta, la porta come la porta, la intendo come la intendo, la vale
come la vale, la stimo come un che la stima.
119 \ TANS.\ Più facilmente determina e
condanna chi manco considera. Quello instans non significa
adiettivamente dal verbo instare; ma è nome sustantivo preso per
l'instante del tempo.
120 \ CIC.\ Or che vuol dir che l'amor insta
come l'instante?
121 \ TANS.\ Che vuol dire Aristotele nel suo
libro Del tempo, quando dice che l'eternità è uno instante, e che in tutto
il tempo non è che uno instante?
122 \ CIC.\ Come questo può essere, se non
è tanto minimo tempo che non abbia più instanti? Vuol egli forse che in uno
instante sia il diluvio, la guerra di Troia e noi che siamo adesso? Vorrei
sapere come questo instante se divide in tanti secoli ed anni? e se per
medesima proporzione non possiamo dire che la linea sia un punto?
123 \ TANS.\ Sì come il tempo è uno, ma è
in diversi suggetti temporali, cossì l'instante è uno in diverse e tutte le
parti del tempo. Come io son medesimo che fui, sono e sarò; io medesimo son
qua in casa, nel tempio, nel campo e per tutto dove sono.
124 \ CIC.\ Perché volete che l'instante sia
tutto il tempo?
125 \ TANS.\ Perché se non fusse l'instante,
non sarrebe il tempo: però il tempo in essenza e sustanza non è altro che
instante. E questo baste, se l'intendi (perché non ho da pedanteggiar sul
quarto de la Fisica). Onde comprendi che voglia dire, che l'amor gli assista
non meno che il tempo tutto; perché questo instans non significa punto
del tempo.
126 \ CIC.\ Bisogna che questa significazione
sia specificata in qualche maniera, se non vogliamo far che sia il motto
vicioso in equivocazione, onde possiamo liberamente intendere ch'egli voglia
dire, che l'amor suo sia d'uno instante, idest d'un atomo di tempo e
d'un niente: o che voglia dire che sia, come voi interpretate, sempre.
127 \ TANS.\ Certo se vi fussero inplicati
questi doi sensi contrarii, il motto sarrebe una baia. Ma non è cossì, se
ben consideri; atteso che in uno instante, che è atomo o punto, che l'amore
inste o insista, non può essere; ma bisogna necessariamente intendere
l'instante in altra significazione. E per uscir di scuola, leggasi la stanza:
Un tempo sparge, ed un tempo raccoglie;
Un edifica, un strugge; un piange, un ride:
Un tempo ha triste, un tempo ha liete voglie;
Un s'affatica, un posa; un stassi, un side:
Un tempo porge, un tempo si ritoglie;
Un muove, un ferma; un fa vivo, un occide;
In tutti gli anni, mesi, giorni ed ore
M'attende, fere, accend'e lega amore.
Continuo mi disperge,
Sempre mi strugg'e mi ritien in pianto,
È mio triste languir ogn'or pur tanto,
In ogni tempo mi travaglia ed erge,
Tropp'in rubbarmi è forte,
Mai non mi scuote, mai non mi dà morte.
128 \ CIC.\ Assai bene ho compreso il senso;
e confesso che tutte le cose accordano molto bene. Però mi par tempo di
procedere a l'altro.
129 \ TANS.\ Qua vedi un serpe ch'a la neve
languisce dove l'avea gittato un zappatore, ed un fanciullo ignudo acceso in
mezzo al fuoco, con certe altre minute e circonstanze, con il motto che dice: Idem,
itidem, non idem. Questo mi par più presto enigma che altro; però non mi
confido d'esplicarlo a fatto: pur crederei che voglia significar medesimo fato
molesto, che medesimamente tormenta l'uno e l'altro (cioè intentissimamente,
senza misericordia, a morte), con diversi instrumenti o contrarii principii,
mostrandosi medesimo freddo e caldo. Ma questo mi par che richieda più lunga
e distinta considerazione.
130 \ CIC.\ Un'altra volta! Leggete la rima:
131 \ TANS.\
Languida serpe, a quell'umor sì denso
Ti ritorci, contrai, sullevi, inondi;
E per temprar il tuo dolor intenso,
Al freddo or questa or quella parte ascondi:
S'il ghiaccio avesse per udirti senso,
Tu voce che propona o che rispondi,
Credo ch'areste efficace argumento
Per renderlo piatoso al tuo tormento.
Io ne l'eterno foco
Mi dibatto, mi struggo, scaldo, avvampo,
E al ghiaccio de mia diva per mio scampo
Né amor di me, né pietà trova loco,
Lasso! perché non sente
Quant'è il rigor de la mia fiamma ardente.
Angue, cerchi fuggir, sei impotente;
Ritenti a la tua buca, ell'è disciolta;
Proprie forze richiami, elle son spente;
Attendi al sol, l'asconde nebbia folta;
Mercé chiedi al villan, odia 'l tuo dente;
Fortuna invochi, non t'ode la stolta:
Fuga, luogo, vigor, astro, uom o sorte
Non è per darti scampo da la morte.
Tu addensi, io liquefaccio;
Io miro al rigor tuo, tu a l'ardor mio;
Tu brami questo mal, io quel desio;
Né io posso te, né tu me tôr d'impaccio.
Or chiariti a bastanza
Del fato rio, lasciamo ogni speranza.
132 \ CIC.\ Andiamone, perché per il camino
vedremo di snodar questo intrico, se si può.
133 \ TANS.\ Bene.
2 \ MAR.\ Sappi, fratel mio, che questa
successione ed ordine de le cose è verissima e certissima: ma al nostro
riguardo sempre, in qualsivoglia stato ordinario, il presente più ne afflige
che il passato, ed ambi doi insieme manco possono appagarne che il futuro, il
quale è sempre in aspettazione e speranza, come ben puoi veder designato in
questa figura la quale è tolta dall'antiquità de gli Egizii, che fêrno
cotal statua che sopra un busto simile a tutti tre puosero tre teste, l'una di
lupo che remirava a dietro, l'altra di leone che avea la faccia volta in
mezzo, e la terza di cane che guardava innanzi; per significare che le cose
passate affligono col pensiero, ma non tanto quanto le cose presenti che in
effetto ne tormentano, ma sempre per l'avenire ne prometteno meglio. Però là
è il lupo che urla, qua il leon che rugge, appresso il cane che applaude.
3 \ CES.\ Che contiene quel motto ch'è sopra
scritto?
4 \ MAR.\ Vedi che sopra il lupo è Iam,
sopra il leone Modo, sopra il cane Praeterea, che son dizioni
che significano le tre parti del tempo.
5 \ CES.\ Or leggete quel ch'è nella tavola.
6 \ MAR.\ Cossì farò.
Un alan, un leon, un can appare
A l'auror, al dì chiaro, al vespr'oscuro.
Quel che spesi, ritegno e mi procuro,
Per quanto mi si dié, si dà, può dare.
Per quel che feci, faccio ed ho da fare
Al passato, al presente ed al futuro,
Mi pento, mi tormento, m'assicuro,
Nel perso, nel soffrir, nell'aspettare.
Con l'agro, con l'amaro, con il dolce
L'esperienza, i frutti, la speranza
Mi minacciò, m'amigono, mi molce.
L'età che vissi, che vivo, ch'avanza
Mi fa tremante, mi scuote, mi folce,
In absenza, presenza e lontananza.
Assai, troppo, a bastanza
Quel di già, quel di ora, quel d'appresso
M'hanno in timor, martir e spene messo.
7 \ CES.\ Questa a punto è la testa d'un
furioso amante; quantunque sia de quasi tutti gli mortali, in qualunque
maniera e modo siano malamente affetti; perché non doviamo, né possiamo dire
che questo quadre a tutti stati in generale, ma a quelli che furono e sono
travagliosi: atteso che ad un ch'ha cercato un regno ed ora il possiede,
conviene il timor di perderlo; ad un ch'ha lavorato per acquistar gli frutti
de l'amore, come è la particular grazia de la cosa amata, conviene il morso
della gelosia e suspizione. E quanto a gli stati del mondo, quando ne
ritroviamo nelle tenebre e male, possiamo sicuramente profetizar la luce e
prosperitade; quando siamo nella felicità e disciplina, senza dubio possiamo
aspettar il successo de l'ignoranze e travagli: come avvenne a Mercurio
Trimigisto che per veder l'Egitto in tanto splendor de scienze e divinazioni,
per le quali egli stimava consorti de gli demoni e dei, e per conseguenza
religiosissimi, fece quel profetico lamento ad Asclepio, dicendo che doveano
succedere le tenebre de nove religioni e culti, e de cose presenti non dover
rimaner altro che favole e materia di condannazione. Cossì gli Ebrei, quando
erano schiavi nell'Egitto e banditi nelli deserti, erano confortati da lor
profeti con l'aspettazione de libertà ed acquisto di patria; quando furono in
stato di domìno e tranquillità, erano minacciati de dispersione e
cattività; oggi che non è male né vituperio a cui non siano suggetti, non
è bene né onore che non si promettano. Similmente accade a tutte l'altre
generazioni e stati: li quali se durano e non sono annichilati a fatto, per
forza della vicissitudine delle cose, è necessario dal male vegnano al bene,
dal bene al male, dalla bassezza a l'altezza, da l'altezza alla bassezza, da
le oscuritadi al splendore, dal splendor alle oscuritadi. Perché questo
comporta l'ordine naturale; oltre il qual ordine, se si ritrova altro che lo
guaste o corregga, io lo credo, e non ho da disputarne, perché non raggiono
con altro spirito che naturale.
8 \ MAR.\ Sappiamo che non fate il teologo ma
filosofo, e che trattate filosofia non teologia.
9 \ CES.\ Cossì è. Ma veggiamo quel che
séguita.
10 \ CES.\ Veggio appresso un fumante
turribolo che è sustenuto da un braccio; ed il motto che dice: Illius aram;
ed appresso l'articolo seguente:
Or chi quell'aura de mia nobil brama
D'un ossequio divin credrà men degna
s'in diverse tabelle ornata vegna
Da voti miei nel tempio de la fama?
Perch'altra impresa eroica mi richiama,
Chi pensarà giamai che men convegna
Ch'al suo culto cattivo mi ritegna.
Quella ch'il ciel onora tanto ed ama?
Lasciatemi, lasciate, altri desiri,
Importuni pensier, datemi pace.
Perché volete voi ch'io mi ritiri
Da l'aspetto del sol che sì mi piace?
Dite di me piatosi: - Perché miri
Quel che per remirar sì ti disface?
Perché di quella face
Sei vago sì? - Perché mi fa contento,
Più ch'ogn'altro piacer, questo tormento.
11 \ MAR. \ A proposito di questo io ti
dicevo che, quantunque un rimagna fisso su una corporal bellezza e culto
esterno, può onorevolmente e degnamente trattenirsi; purché dalla bellezza
materiale, la quale è un raggio e splendor della forma ed atto spirituale, di
cui è vestigio ed ombra, vegna ad inalzarsi alla considerazion e culto della
divina bellezza, luce e maestade; di maniera che da queste cose visibili vegna
a magnificar il core verso quelle che son tanto più eccellenti in sé e grate
a l'animo ripurgato, quanto son più rimosse da la materia e senso. Oimè,
dirà, se una bellezza umbratile, fosca, corrente, depinta nella superficie de
la materia corporale, tanto mi piace e tanto mi commuove l'affetto, m'imprime
nel spirito non so che riverenza di maestade, mi si cattiva e tanto dolcemente
mi lega e mi s'attira, ch'io non trovo cosa che mi vegna messa avanti da gli
sensi che tanto m'appaghe; che sarà di quello che sustanzialmente,
originalmente, primitivamente è bello? che sarà de l'anima mia,
dell'intelletto divino, della regola de la natura? Conviene dunque, che la
contemplazione di questo vestigio di luce mi amene mediante la ripurgazion de
l'animo mio all'imitazione, conformità e participazione di quella più degna
ed alta, in cui mi transforme ed a cui mi unisca; perché son certo che la
natura che mi ha messa questa bellezza avanti gli occhi, e mi ha dotato di
senso interiore, per cui posso argumentar bellezza più profonda ed
incomparabilmente maggiore, voglia ch'io da qua basso vegna promosso a
l'altezza ed eminenza di specie più eccellenti. Né credo che il mio vero
nume, come me si mostra in vestigio ed imagine, voglia sdegnarsi che in
imagine e vestigio vegna ad onorarlo, a sacrificargli, con questo ch'il mio
core ed affetto sempre sia ordinato, e rimirare più alto; atteso che chi può
esser quello che possa onorarlo in essenza e propria sustanza, se in tal
maniera non può comprenderlo?
12 \ CES.\ Molto ben dimostri come a gli
uomini di eroico spirito tutte le cose si converteno in bene, e si sanno
servire della cattività in frutto di maggior libertade, e l'esser vinto una
volta convertiscono in occasione di maggior vittoria. Ben sai che l'amor di
bellezza corporale a color che son ben disposti, non solamente non apporta
ritardamento da imprese maggiori, ma più tosto viene ad improntargli l'ali
per venire a quelle; allor che la necessità de l'amore è convertita in
virtuoso studio, per cui l'amante si forza di venire a termine nel quale sia
degno della cosa amata, e forse di cosa maggiore, megliore e più bella
ancora; onde sia o che vegna contento d'aver guadagnato quel che brama, o
sodisfatto dalla sua propria bellezza, per cui degnamente possa spregiar
l'altrui che viene ad esser da lui vinta e superata: onde o si ferma quieto, o
si volta ad aspirare ad oggetti più eccellenti e magnifichi. E cossì sempre
verrà tentando il spirito eroico, sin tanto che non si vede inalzato al
desiderio della divina bellezza in se stessa, senza similitudine, figura,
imagine e specie, se sia possibile; e più, se sa arrivare a tanto.
13 \ MAR.\ Vedi dunque, Cesarino, come ha
raggione questo furioso di risentirsi contra coloro che lo riprendono come
cattivo de bassa bellezza a cui sparga voti e appenda tabelle; di maniera che
quindi non viene rubelle dalle voci che lo richiamano a più alte imprese:
essendo che, come queste basse cose derivano da quelle ed hanno dependenza,
cossì da queste si può aver accesso a quelle come per proprii gradi. Queste,
se non son Dio, son cose divine, sono imagini sue vive: nelle quali non si
sente offeso, se si vede adorare; perché abbiamo ordine del superno spirito
che dice: Adorate scabellum pedum eius. Ed altrove disse un divino
imbasciatore: Adorabimus ubi steterunt pedes eius.
14 \ CES.\ Dio, la divina bellezza e
splendore riluce ed è in tutte le cose; però non mi pare errore d'admirarlo
in tutte le cose, secondo il modo che si comunica a quelle. Errore sarà
certo, se noi donaremo ad altri l'onor che tocca a lui solo. Ma che vuol dir
quando dice: Lasciatemi, lasciate, altri desiri?
15 \ MAR.\ Bandisce da sé gli pensieri, che
gli appresentano altri oggetti che non hanno forza di commoverlo tanto, e che
gli vogliono involar l'aspetto del sole, il qual può presentarsegli da questa
fenestra più che da l'altre.
16 \ CES.\ Come, importunato da pensieri, si
sta constante a remirar quel splendor che lo disface, e non lo fa di maniera
contento che ancora non vegna fortemente a tormentarlo?
17 \ MAR.\ Perché tutti gli nostri conforti
in questo stato di controversia non sono senza gli suoi disconforti cossì
grandi come magnifici son gli conforti. Come più grande è il timore d'un re
che consiste su la perdita d'un regno, che di un mendico che consiste sul
periglio di perdere dieci danaii; è più urgente la cura d'un prencipe sopra
una republica, che d'un rustico sopra un grege de porci; come gli piaceri e
delicie di quelli forse son più grandi che le delicie di questi. Però
l'amare ed aspirar più alto mena seco maggior gloria e maestà con maggior
cura, pensiero e doglia: intendo in questo stato dove l'un contrario sempre è
congionto a l'altro, trovandosi la massima contrarietade sempre nel medesimo
geno, e per consequenza circa medesimo suggetto, quantunque gli contrarii non
possano essere insieme. E cossì proporzionalmente nell'amor di Cupido
superiore, come dechiarò l'Epicureo poeta nel cupidinesco volgare e animale,
quando disse:
Fluctuat incertis erroribus ardor amantum,
Nec constat quid primum oculis manibusque fruantur:
Quod petiere, premunt arte, faciuntque dolorem
Corporis, et dentes inlidunt saepe labellis
Osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas.
Et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum,
Quodcunque est, rabies, unde illa haec germina surgunt.
Sed leviter paenas frangit Venus inter amorem,
Blandaque refraenat morsus admixta voluptas;
Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,
Restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.
18 Ecco dunque con quali condimenti il
magistero ed arte della natura fa che un si strugga sul piacer di quel che lo
disface, e vegna contento in mezzo del tormento, e tormentato in mezzo de
tutte le contentezze; atteso che nulla si fa absolutamente da un pacifico
principio, ma tutto da contrarii principii per vittoria e domìno d'una parte
della contrarietade; e non è piacere di generazione da un canto senza
dispiacere di corrozione da l'altro; e dove queste cose che si generano e
corrompono, sono congionte e come in medesimo suggetto composto, si trova il
senso di delettazione e tristizia insieme. Di sorte che vegna nominata più
presto delettazione che tristizia, se aviene che la sia predominante, e con
maggior forza possa sollecitare il senso.
19 \ CES.\ Or consideriamo sopra questa
imagine seguente, ch'è d'una fenice che arde al sole, e con il suo fumo va
quasi a oscurar il splendor di quello, dal cui calore vien infiammata; ed evvi
la nota che dice: Neque simile, nec par.
20 \ MAR.\ Leggasi l'articolo prima:
Questa fenice ch'al bel sol s'accende,
E a dramma a dramma consumando vassi,
Mentre di splendor cint'ardendo stassi,
Contrario fio al suo pianeta rende;
Perché quel che da lei al ciel ascende,
Tepido fumo ed atra nebbia fassi,
Ond'i raggi a' nostri occhi occolti lassi
E quello avvele, per cui arde e splende.
Tal il mio spirto (ch'il divin splendore
Accende e illustra) mentre va spiegando
Quel che tanto riluce nel pensiero,
Manda da l'alto suo concetto fore
Rima, ch'il vago sol vad'oscurando,
Mentre mi struggo e liquefaccio intiero.
Oimè! questo adro e nero
Nuvol di foco infosca col suo stile
Quel ch'aggrandir vorrebbe, e 'l rend'umile.
21 \ CES.\ Dice dunque costui che, come
questa fenice, venendo dal splendor del sole accesa ed abituata di luce e di
fiamma, vien ella poi ad inviar al cielo quel fumo che oscura quello che l'ha
resa lucente; cossì egli, infiammato ed illuminato furioso, per quel che fa
in lode di tanto illustre suggetto che gli ave acceso il core e gli splende
nel pensiero, viene più tosto ad oscurarlo, che ritribuirgli luce per luce,
procedendo quel fumo, effetto di fiamme in cui si risolve la sustanza di lui.
22 \ MAR.\ Io senza che metta in bilancio e
comparazione gli studi di costui, torno a dire quel che ti dicevo l'altr'ieri,
che la lode è uno de gli più gran sacrificii.che possa far un affetto umano
ad un oggetto. E per lasciar da parte il proposito del divino, ditemi: chi
conoscerebbe Achille, Ulisse e tanti altri greci e troiani capitani; chi
arrebe notizia de tanti grandi soldati, sapienti ed eroi de la terra, se non
fussero stati messi alle stelle e deificati per il sacrificio de laude, che
nell'altare del cor de illustri poeti ed altri recitatori ave acceso il fuoco,
con questo che comunmente montasse al cielo il sacrificatore, la vittima ed il
canonizato divo, per mano e voto di legitimo e degno sacerdote?
23 \ CES.\ Ben dici di degno e legitimo
sacerdote; perché degli apposticci n'è pieno oggi il mondo, li quali, come
sono per ordinario indegni essi loro, cossì vegnono sempre a celebrar altri
indegni, di sorte che asini asinos fricant. Ma la providenza vuole che,
in luogo d'andar gli uni e gli altri al cielo, sen vanno giontamente alle
tenebre de l'Orco; onde fia vana e la gloria di quel che celebra, e di quel
ch'è celebrato; perché l'uno ha intessuta una statua di paglia, o insculpito
un tronco di legno, o messo in getto un pezzo di calcina, e l'altro, idolo
d'infamia e vituperio, non sa che non gli bisogna aspettar gli denti de l'evo
e la falce di Saturno per esser messo giù; stante che dal suo encomico
medesimo vien sepolto vivo all'ora all'ora propria che vien lodato, salutato,
nominato, presentato. Come per il contrario è accaduto alla prudenza di quel
tanto celebrato Mecenate, il quale, se non avesse avuto altro splendore che de
l'animo inchinato alla protezione e favor delle Muse, sol per questo meritò
che gl'ingegni de tanti illustri poeti gli dovenessero ossequiosi a metterlo
nel numero de più famosi eroi che abbiano calpestrato il dorso de la terra.
Gli propri studii ed il proprio splendore l'han reso chiaro e nobilissimo, e
non l'esser nato d'atavi regi, non l'esser gran secretario e consegliero
d'Augusto. Quello, dico, che l'ha fatto illustrissimo, è l'aversi fatto degno
dell'execuzion della promessa di quel poeta che disse:
Fortunati ambo, si quid mea carmina possunt,
Nulla dies unquam memori vos eximet aevo,
Dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum
Accolet, imperiumque pater Romanus habebit.
24 \ MAR.\ Mi sovviene di quel che dice
Seneca in certa epistola dove referisce le paroli d'Epicuro ad un suo amico,
che son queste: Se amor di gloria ti tocca il petto, più noto e chiaro ti
renderanno le mie lettere che tutte quest'altre cose che tu onori, e dalle
quali sei onorato, e per le quali ti puoi vantare. Similmente arria possuto
dire Omero, se si gli fusse presentato avanti Achille o Ulisse, Vergilio a
Enea ed alla sua progenia; perciò che, come ben suggionse quel filosofo
morale, è più conosciuto Domenea per le lettere di Epicuro, che tutti gli
megistani satrapi e regi, dalli quali pendeva il titolo di Domenea e la
memoria de gli quali venia suppressa dall'alte tenebre de l'oblio. Non vive
Attico per essere genero d'Agrippa e progenero de Tiberio, ma per l'epistole
de Tullio; Druso, pronepote di Cesare, non si trovarebbe nel numero de' nomi
tanto grandi, se non vi l'avesse inserito Cicerone. Oh che ne sopraviene al
capo una profonda altezza di tempo, sopra la quale non molti ingegni
rizzaranno il capo. Or per venire al proposito di questo furioso, il quale,
vedendo una fenice accesa al sole, si rammenta del proprio studio, e duolsi
che come quella, per luce ed incendio che riceve, gli rimanda oscuro e tepido
fumo di lode all'olocausto della sua liquefatta sustanza. Qualmente giamai
possiamo non sol raggionare, ma e né men pensare di cose divine che non
vengamo a detraergli più tosto che aggiongergli di gloria, di sorte che la
maggior cosa che farsi possa al riguardo di quelle, è che l'uomo in presenza
de gli altri uomini vegna più tosto a magnificar se stesso per il studio ed
ardire, che donar splendore ed altro per qualche compita e perfetta azione.
Atteso che cotale non può aspettarsi dove si fa progresso all'infinito, dove
l'unità ed infinità son la medesima cosa; e non possono essere perseguitate
da l'altro numero, perché non è unità, né da altra unità, perché non è
numero, né da altro numero ed unità perché non sono medesimo absoluto ed
infinito. Là onde ben disse un teologo che, essendo che il fonte della luce
non solamente gli nostri intelletti, ma ancora gli divini di gran lunga
sopraavanza, è cosa conveniente che non con discorsi e paroli, ma con
silenzio vegna ad esser celebrata.
25 \ CES.\ Non già col silenzio de gli
animali bruti ed altri che sono ad imagine e similitudine d'uomini, ma di
quelli, il silenzio de quali è più illustre che tutti gli cridi, rumori e
strepiti di costoro che possano esser uditi.
26 \ MAR.\ Ma procediamo oltre a vedere quel
che significa il resto.
27 \ CES.\ Dite se avete prima considerato e
visto quel che voglia dir questo fuoco in forma di core con quattro ali, de le
quali due hanno gli occhi, dove tutto il composto è cinto de luminosi raggi,
ed hassi incirca scritta la questione: Nitimur in cassum?
28 \ MAR.\ Mi ricordo ben che significa il
stato de la mente, core, spirito ed occhi del furioso; ma leggiamo l'articolo:
Questa mente ch'aspira al splendor santo,
Tant'alti studi disvelar non ponno;
Il cor, che recrear que' pensier vonno,
Da guai non può ritrarsi più che tanto;
Il spirto che devria posarsi alquanto
D'un momento al piacer, non si fa donno;
Gli occhi ch'esser derrian chiusi dal sonno,
Tutta la notte son aperti al pianto.
Oimè, miei lumi, con qual studio ed arte
Tranquillar posso i travagliati sensi?
Spirto mio, in qual tempo ed in quai parti
Mitigarò gli tuoi dolori intensi?
E tu, mio cor, come potrò appagarti
Di quel ch'al grave tuo suffrir compensi?
Quand'i debiti censi
Daratti l'alma, o travagliata mente,
Col cor, col spirto e con gli occhi dolente?
29 Perché la mente aspira al splendor
divino, fugge il consorzio de la turba, si ritira dalla commune opinione: non
solo, dico, e tanto s'allontana dalla multitudine di suggetti, quanto dalla
communità de studii, opinioni e sentenze; atteso che per contraer vizii ed
ignoranze tanto è maggior periglio, quanto è maggior il popolo a cui
s'aggionge. Nelli publici spettacoli, disse il filosofo morale, mediante il
piacere più facilmente gli vizii s'ingeriscono. Se aspira al splendor alto,
ritiresi quanto può all'unità, contraasi quanto è possibile in se stesso,
di sorte che non sia simile a molti, perché son molti; e non sia nemico de
molti, perché son dissimili, se possibil sia serbar l'uno e l'altro bene;
altrimente s'appiglie a quel che gli par megliore.
30 Conversa con quelli gli quali o lui possa
far megliori, o da gli quali lui possa esser fatto megliore, per splendor che
possa donar a quelli, o da quelli possa ricever lui. Contentesi più d'uno
idoneo che de l'inetta moltitudine. Né stimarà d'aver acquistato poco,
quando è dovenuto a tale che sia savio per sé, sovvenendogli quel che dice
Democrito: Unus mihi pro populo est, et populus pro uno; e che disse
Epicuro ad un consorte de suoi studii, scrivendo: Haec tibi, non multis;
satis enim magnum alter alteri theatrum sumus.
31 La mente dunque ch'aspira alto, per la
prima lascia la cura della moltitudine, considerando che quella luce spreggia
la fatica, e non si trova se non dove è l'intelligenza; e non dove è ogni
intelligenza, ma quella che è tra le poche, principali e prime la prima,
principale ed una.
32 \ CES.\ Come intendi che la mente aspira
alto? verbi grazia, con guardar sempre alle stelle? al cielo empireo? sopra il
cristallino?
33 \ MAR.\ Non certo, ma procedendo al
profondo della mente, per cui non fia mistiero massime aprir gli occhi al
cielo, alzar alto le mani, menar i passi al tempio, intonar l'orecchie de
simulacri, onde più si vegna exaudito; ma venir al più intimo di sé,
considerando che Dio è vicino, con sé e dentro di sé più ch'egli medesimo
esser non si possa; come quello ch'è anima de le anime, vita de le vite,
essenza de le essenze: atteso poi che quello che vedi alto o basso, o incirca
(come ti piace dire) degli astri, son corpi, son fatture simili a questo globo
in cui siamo noi, e nelli quali non più né meno è la divinità presente che
in questo nostro, o in noi medesimi. Ecco dunque come bisogna fare
primeramente de ritrarsi dalla moltitudine in se stesso. Appresso deve dovenir
a tale che non stime ma spreggie ogni fatica, di sorte che quanto più gli
affetti e vizii combattono da dentro, e gli viziosi nemici contrastano di
fuori, tanto più deve respirar e risorgere, e con uno spirito (se possibil
fia) superar questo clivoso monte. Qua non bisognano altre armi e scudi che la
grandezza d'un animo invitto e toleranza de spirito che mantiene l'equalità e
tenor della vita, che procede dalla scienza, ed è regolato da l'arte di
specolar le cose alte e basse, divine ed umane, dove consiste quel sommo bene.
Per cui disse un filosofo morale, che scrisse a Lucilio: non bisogna tranar le
Scille, le Cariddi, penetrar gli deserti de Candavia ed Apennini, o lasciarsi
a dietro le Sirti; perché il camino è tanto sicuro e giocondo quanto la
natura medesima abbia possuto ordinare. Non è, dice egli, l'oro ed argento
che faccia simile a Dio, perché non fa tesori simili; non gli vestimenti,
perché Dio è nudo; non la ostentazione e fama, perché si mostra a
pochissimi, e forse che nessuno lo conosce, e certo molti, e più che molti
hanno mala opinion de lui; non tante e tante altre condizioni de cose che noi
ordinariamente admiriamo, perché non queste cose delle quali si desidera la
copia, ne rendeno talmente ricchi, ma il dispreggio di quelle.
34 \ CES.\ Bene: ma dimmi appresso, in qual
maniera costui Tranquillarà gli sensi, mitigarà gli dolori del spirito,
appagarà il core e darà gli proprii censi a la mente, di sorte che con
questo suo aspirare e studii non debba dire: Nitimur in cassum?
35 \ MAR.\ Talmente trovandosi presente al
corpo che con la meglior parte di sé sia da quello absente, farsi come con
indissolubil sacramento congionto ed alligato alle cose divine, di sorte che
non senta amor né odio di cose mortali, considerando d'esser maggiore che
esser debba servo e schiavo del suo corpo; al quale non deve altrimente
riguardare che come carcere che tien rinchiusa la sua libertade, vischio che
tiene impaniate le sue penne, catena che tien strette le sue mani, ceppi che
han fissi gli suoi piedi, velo che gli tien abbagliata la vista. Ma con ciò
non sia servo, cattivo, inveschiato, incatenato, discioperato, saldo e cieco;
perché il corpo non gli può più tiranneggiare ch'egli medesimo si lasce:
atteso che cossì il spirito proporzionalmente gli è preposto, come il mondo
corporeo e materia è suggetta alla divinitade ed a la natura. Cossì farassi
forte contra la fortuna, magnanimo contra l'ingiurie, intrepido contra la
povertà, morbi e persecuzioni.
36 \ CES.\ Bene instituito è il furioso
eroico!
37 \ CES.\ Appresso veggasi quel che
séguita. Ecco la ruota del tempo affissa, che si muove circa il centro
proprio, e vi è il motto: Manens moveor. Che intendete per quella?
38 \ MAR.\ Questo vuol dire, che si muove in
circolo; dove il moto concorre con la quiete, atteso che nel moto orbiculare
sopra il proprio asse e circa il proprio mezzo si comprende la quiete e
fermezza secondo il moto retto; over quiete del tutto e moto, secondo le
parti; e da le parti che si muoveno in circolo, si apprendeno due differenze
di lazione, in quanto che successivamente altre parti montano alla sommità,
altre dalla sommità descendeno al basso; altre ottegnono le differenze
medianti, altre tegnono l'estremo dell'alto e del fondo. E questo tutto mi par
che comodamente viene a significar quel tanto che s'esplica nel seguente
articolo:
Quel ch'il mio cor aperto e ascoso tiene,
Beltà m'imprime ed onestà mi cassa,
Zelo ritiemmi, altra cura mi passa
Per là d'ond'ogni studio a l'alma viene:
Quando penso suttrarmi da le pene,
Speme sustienmi, altrui rigor mi lassa;
Amor m'inalza, e riverenz'abbassa,
.Allor ch'aspiro a l'alt'e sommo bene.
Alto pensier, pia voglia, studio intenso
De l'ingegno, del cor, de le fatiche,
A l'oggetto inmortal, divin, inmenso
Fate ch'aggionga, m'appiglie e nodriche;
Né più la mente, la raggion, il senso
In altro attenda, discorra, s'intriche;
Onde di me si diche:
Costui or ch'av'affissi gli occhi al sole,
Che fu rival d'Endimion, si duole.
39 Cossì come il continuo moto d'una parte
suppone e mena seco il moto del tutto, di maniera che dal ributtar le parti
anteriori sia conseguente il tirar de le parti posteriori; cossì il motivo de
le parti superiori resulta necessariamente nell'inferiori, e dal poggiar d'una
potenza opposita séguita l'abbassar de l'altra opposita. Quindi viene il cor
(che significa tutti l'affetti in generale) ad essere ascoso ed aperto,
ritenuto dal zelo, sullevato da magnifico pensiero, rinforzato da la speranza,
indebolito dal timore. Ed in questo stato e condizione si vederà sempre che
trovarassi sotto il fato della generazione.
40 \ CES.\ Tutto va bene. Vengamo a quel che
séguita. Veggio una nave inchinata su l'onde; ed ha le sarte attaccate a lido
ed ha il motto: Fluctuat in portu. Argumentate quel che può
significare; e se ne siete risoluto, esplicate.
41 \ MAR.\ E la figura ed il motto ha certa
parentela col precedente motto e figura, come si può facilmente comprendere,
se alquanto si considera. Ma leggiamo l'articolo:
Se da gli eroi, da gli dei, da le genti
Assicurato son che non desperi;
Né tema, né dolor, né impedimenti
De la morte, del corpo, de piaceri
Fia ch'oltre apprendi, che soffrisca e senti;
E perché chiari vegga i miei sentieri,
Faccian dubio, dolor, tristezza spenti
Speranza, gioia e gli diletti intieri.
Ma se mirasse, facesse, ascoltasse
Miei pensier, miei desii e mie raggioni,
Chi le rende sì 'ncerti, ardenti e casse,
Sì graditi concetti, atti, sermoni,
Non sa, non fa, non ha qualunque stassi
De l'orto, vita e morte a le maggioni.
Ciel, terr', orco s'opponi;
S'ella mi splend'e accend'ed èmmi a lato,
Farammi illustre, potente e beato.
42 Da quel che ne gli precedenti discorsi
abbiamo considerato e detto si può comprendere il sentimento di ciò, massime
dove si è dimostrato che il senso di cose basse è attenuato ed annullato
dove le potenze superiori sono gagliardamente intente ad oggetto più
magnifico ed eroico. È tanta la virtù della contemplazione (come nota
Iamblico) che accade tal volta non solo che l'anima ripose da gli atti
inferiori, ma, ed oltre, lascie il corpo a fatto. Il che non voglio intendere
altrimente che in tante maniere, quali sono esplicate nel libro De' trenta
sigilli, dove son prodotti tanti modi di contrazione; de quali alcune
vituperosa-, altre eroicamente fanno che non s'apprenda tema di morte, non si
soffrisca dolor di corpo, non si sentano impedimenti di piaceri; onde la
speranza, la gioia e gli diletti del spirto superiore siano di tal sorte
intenti, che faccian spente le passioni tutte che possano aver origine da
dubbio, dolore e tristezza alcuna.
43 \ CES.\ Ma che cosa è quella da cui
richiede che mire a que' pensieri ch'ha resi cossì incerti, compisca gli suoi
desii che fa sì ardenti, ed ascolte le sue raggioni che rende sì casse?
44 \ MAR.\ Intende l'oggetto il quale allora
il mira, quando esso se gli fa presente; atteso che veder la divinità è
l'esser visto da quella, come vedere il sole concorre con l'esser visto dal
sole. Parimente essere ascoltato dalla divinità è a punto ascoltar quella,
ed esser favorito da quella è il medesimo esporsegli: dalla quale una
medesima ed immobile procedeno pensieri incerti e certi, desii ardenti ed
appagati, e raggioni exaudite e casse, secondo che degna o indegnamente l'uomo
se gli presenta con l'intelletto, affetto ed azioni. Come il medesimo
nocchiero vien detto caggione della summersione o salute della nave, per
quanto che o è a quella presente, overo da quella trovasi absente; eccetto
che il nocchiero per suo diffetto o compimento ruina e salva la nave; ma la
divina potenza che è tutta in tutto, non si porge o suttrae se non per altrui
conversione o aversione.
45 \ MAR.\ Con questa dunque mi par ch'abbia
gran concatenazione e conseguenza la figura seguente, dove son due stelle in
forma de doi occhi radianti con il suo motto che dice: Mors et vita.
46 \ CES.\ Leggete dunque l'articolo.
47 \ MAR.\ Cossì farò:
Per man d'amor scritto veder potreste
Nel volto mio l'istoria de mie pene;
Ma tu (perché il tuo orgoglio non si affrene,
Ed io infelice eternamente reste)
A le palpebre belle a me moleste
Asconder fai le luci tant'amene,
Ond'il turbato ciel non s'asserene,
Né caggian le nemiche ombre funeste.
Per la bellezza tua, per l'amor mio,
Ch'a quella, benché tanta, è forse uguale,
Rendite a la pietà, diva, per Dio.
Non prolongar il troppo intenso male,
Ch'è del mio tanto amar indegno fio;
Non sia tanto rigor con splendor tale.
Se, ch'io viva, ti cale,
Del grazioso sguardo apri le porte;
Mirami, o bella, se vuoi darmi morte.
48 Qua il volto in cui riluce l'istoria de
sue pene, è l'anima, in quanto che è esposta alla recepzion de doni
superiori, al riguardo de quali è in potenza ed attitudine, senza compimento
di perfezione ed atto, il qual aspetta la ruggiada divina. Onde ben fu detto: Anima
mea sicut terra sine aqua tibi. Ed altrove: Os meum aperui et attraxi
spiritum, quia mandata tua desiderabam. Appresso, l'orgoglio che non
s'affrena, è detto per metafora e similitudine (come de Dio tal volta si dice
gelosia, ira, sonno); e quello significa la difficultà con la quale egli fa
copia di far vedere al meno le sue spalli, che è il farsi conoscere mediante
le cose posteriori ed effetti. Cossì copre le luci con le palpebre, non
asserena il turbato cielo de la mente umana, per toglier via l'ombra de gli
enigmi e similitudini.
49 Oltre (perché non crede che tutto quel
che non è, non possa essere) priega la divina luce che - per la sua bellezza
la quale non deve essere a tutti occolta, almeno secondo la capacità de chi
la mira, e per il suo amore che forse a tanta bellezza è uguale (uguale
intende de la beltade, in quanto che la se gli può far comprensibile), - che
si renda alla pietà, cioè che faccia come quelli che son piatosi, quali da
ritrosi e schivi si fanno graziosi ed affabili; e che non prolonghe il male
che avviene da quella privazione, e non permetta che il suo splendor per cui
è desiderata, appaia maggiore che il suo amore con cui si communiche: stante
che tutte le perfezioni in lei non solamente sono uguali, ma ancor medesime.
50 Al fine la ripriega che non oltre
l'attriste con la privazione; perché potrà ucciderlo con la luce de suoi
sguardi, e con que' medesimi donargli la vita: e però non lo lasce a la morte
con ciò che le amene luci siano ascose da le palpebre.
51 \ CES.\ Vuol dire quella morte de amanti
che procede da somma gioia, chiamata da cabalisti mors osculi? la qual
medesima è vita eterna, che l'uomo può aver in disposizione in questo tempo
ed in effetto nell'eternità?
52 \ MAR.\ Cossì è.
53 \ CES.\ Ma è tempo di procedere a
considerar il seguente dissegno simile a questi prossimi avanti rapportati,
con li quali ha certa conseguenza. Vi è un'aquila che con due ali s'appiglia
al cielo; ma non so come e quanto vien ritardata dal pondo d'una pietra che
tien legata a un piede. Ed evvi il motto: Scinditur incertum. E certo
significa la moltitudine, numero e volgo delle potenze de l'anima; alla
significazion della quale è preso quel verso:
Scinditur incertum studia in contraria vulgus.
54 Il quale volgo tutto generalmente è
diviso in due fazioni (quantunque, subordinate a queste, non mancano de
l'altre); de le quali altre invitano a l'alto dell'intelligenza e splendore di
giustizia, altre allettano, incitano e forzano in certa maniera al basso, alle
sporcizie delle voluttadi e compiacimenti de voglie naturali. Onde dice
l'articolo:
Bene far voglio, e non mi vien permesso;
Meco il mio sol non è, bench'io sia seco,
Che per esser con lui, non son più meco,
Ma da me lungi, quanto a lui più presso.
Per goder una volta, piango spesso;
Cercando gioia, afflizion mi reco;
Perché veggio tropp'alto, son sì cieco;
Per acquistar mio ben, perdo me stesso.
Per amaro diletto e dolce pena
Impiombo al centro, e vers'il ciel m'appiglio;
Necessità mi tien, bontà mi mena;
Sorte m'affonda, m'inalza il consiglio;
Desio mi sprona, ed il timor m'affrena;
Cura m'accende, e fa tardo il periglio.
Qual diritto o divertiglio
Mi darà pace, e mi torrà de lite,
S'avvien ch'un sì mi scacce, e l'altro invite?
55 L'ascenso procede nell'anima dalla
facultà ed appulso ch'è nell'ali, che son l'intelletto ed intellettiva
volontade, per le quali essa naturalmente si referisce ed ha la sua mira a
Dio, come a sommo bene e primo vero, come all'absoluta bontà e bellezza;
cossì come ogni cosa naturalmente ha impeto verso il suo principio
regressivamente, e progressivamente verso il suo fine e perfezione, come ben
disse Empedocle. Da la cui sentenza mi par che si possa inferire quel che
disse il Nolano in questa ottava:
Convien ch'il sol, donde parte, raggiri,
E al suo principio i discorrenti lumi;
E 'l ch'è di terra, a terra si retiri,
E al mar corran dal mar partiti fiumi,
Ed ond'han spirto e nascon i desiri
Aspiren, come a venerandi numi.
Cossì dalla mia diva ogni pensiero
Nato, che torne a mia diva è mistiero.
56 La potenza intellettiva mai si quieta, mai
s'appaga in verità compresa, se non sempre oltre ed oltre procede alla
verità incomprensibile. Cossì la volontà che séguita l'apprensione,
veggiamo che mai s'appaga per cosa finita. Onde per consequenza non si
referisce l'essenza de l'anima ad altro termine che al fonte della sua
sustanza ed entità. Per le potenze poi naturali, per le quali è convertita
al favore e governo della materia, viene a referirse ed aver appulso, a
giovare ed a comunicar de la sua perfezione a cose inferiori per la
similitudine che ha con la divinità, che per la sua bontade si comunica o
infinitamente producendo, idest communicando l'essere a l'universo
infinito e mondi innumerabili in quello; o finitamente, producendo solo questo
universo suggetto alli nostri occhi e comun raggione. Essendo dunque che nella
essenza unica de l'anima se ritrovano questi doi geni de potenze, secondo che
è ordinata ed al proprio e l'altrui bene, accade che si depinga con un paio
d'ali, mediante le quali è potente verso l'oggetto delle prime ed immateriali
potenze; e con un greve sasso, per cui è atta ed efficace verso gli oggetti
delle seconde e materiali potenze. Là onde procede che l'affetto intiero del
furioso sia ancipite, diviso, travaglioso e messo in facilità de inchinare
più al basso, che di forzarsi ad alto: atteso che l'anima si trova nel paese
basso e nemico, ed ottiene la regione lontana dal suo albergo più naturale,
dove le sue forze son più sceme..
57 \ CES.\ Credi che a questa difficultà si
possa riparare?
58 \ MAR.\ Molto bene; ma il principio è
durissimo, e secondo che si fa più e più fruttifero progresso di
contemplazione, si doviene a maggiore e maggior facilità. Come avviene a chi
vola in alto che, quanto più s'estoglie da la terra, vien ad aver più aria
sotto che lo sustenta, e consequentemente meno vien fastidito dalla gravità;
anzi, tanto può volar alto, che, senza fatica de divider l'aria, non può
tornar al basso, quantunque giudicasi che più facil sia divider l'aria
profondo verso la terra, che alto verso l'altre stelle.
59 \ CES.\ Tanto che col progresso in questo
geno s'acquista sempre maggiore e maggiore facilità di montare in alto?
60 \ MAR.\ Cossì è; onde ben disse il
Tansillo:
Quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
Più le veloci penne al vento porgo,
E spreggio il mondo, e verso il ciel m'invio.
61 Come ogni parte de corpi e detti elementi
quanto più s'avvicina al suo luogo naturale, tanto con maggior impeto e forza
va, sin tanto che al fine (o voglia o non) bisogna che vi pervegna. Qualmente
dunque veggiamo nelle parti de corpi a gli proprii corpi, cossì doviamo
giudicare de le cose intellettive verso gli proprii oggetti, come proprii
luoghi, patrie e fini. Da qua facilmente possete comprendere il senso intiero
significato per la figura, per il motto e per gli carmi.
62 \ CES.\ Di sorte che quanto vi
s'aggiongesse, tanto mi parrebe soverchio.
63 \ CES.\ Vedasi ora quel che vien
presentato per quelle due saette radianti sopra una targa, circa la quale è
scritto Vicit instans.
64 \ MAR.\ La guerra continua tra l'anima del
furioso; la qual gran tempo per la maggiore familiarità che avea con la
materia, era più dura ed inetta ad esser penetrata da gli raggi del splendor
della divina intelligenza e spezie della divina bontade; per il qual spacio
dice ch'il cor smaltato de diamante, cioè l'affetto duro ed inetto ad esser
riscaldato e penetrato, ha fatto riparo a gli colpi d'amore che aportavano gli
assalti da parti innumerabili. Vuol dire, non ha sentito impiagarsi da quelle
piaghe de vita eterna de le quali parla la Cantica quando dice: Vulnerasti
cor meum, o dilecta, vulnerasti cor meum. Le quali piaghe non son di
ferro, o d'altra materia, per vigor e forza de nervi; ma son freccie de Diana
o di Febo: cioè o della dea de gli deserti della contemplazione de la
Veritade, cioè della Diana, che è l'ordine di seconde intelligenze che
riportano il splendor ricevuto dalla prima, per comunicarlo a gli altri che
son privi de più aperta visione; o pur del nume più principale, Apollo, che
con il proprio e non improntato splendore manda le sue saette, cioè gli suoi
raggi, da parti innumerabili, tali e tante che son tutte le specie delle cose;
le quali son indicatrici della divina bontà, intelligenza, beltade e
sapienza, secondo diversi ordini dall'apprension dovenir furiosi amanti,
percioché l'adamantino suggetto non ripercuota dalla sua superficie il lume
impresso, ma, rammollato e domato dal calore e lume, vegna a farsi tutto in
sustanza luminoso, tutto luce, con ciò che vegna penetrato entro l'affetto e
concetto. Questo non è subito nel principio della generazione, quando l'anima
di fresco esce ad essere inebriata di Lete ed imbibita de l'onde de l'oblio e
confusione; onde il spirito vien più cattivato al corpo e messo in essercizio
della vegetazione, ed a poco a poco si va digerendo per esser atto a gli atti
della sensitiva facultade, sin tanto che per la razionale e discorsiva vegna a
più pura intellettiva, onde può introdursi a la mente e non più sentirsi
annubilata per le fumositadi di quell'umore che per l'exercizio di
contemplazione non s'è putrefatto nel stomaco, ma è maturamente digesto.
65 Nella qual disposizione il presente
furioso mostra aver durato sei lustri, nel discorso de quali non era venuto a
quella purità di concetto, che potesse farsi capace abitazione delle specie
peregrine, che offrendosi a tutte ugualmente batteno sempre alla porta de
l'intelligenza. Al fine l'amore che da diverse parti ed in diverse volte
l'avea assaltato come in vano (qualmente il sole in vano se dice lucere e
scaldare a quelli che son nelle viscere de la terra ed opaco profondo), per
essersi accampato in quelle luci sante, cioè per aver mostrato per due specie
intelligibili la divina bellezza, la quale con la raggione di verità gli
legò l'intelletto e con la raggione di bontà scaldogli l'affetto, vennero
superati gli studi materiali e sensitivi che altre volte soleano come
trionfare, rimanendo (a mal grado de l'eccellenza de l'anima) intatti; perché
quelle luci che facea presente l'intelletto agente illuminatore e sole
d'intelligenza, ebbero facile entrata per le sue luci: quella della verità
per la porta de la potenza intellettiva; quella della bontà per la porta
della potenza appetitiva al core, cioè alla sustanza del generale affetto.
Questo fu quel doppio strale che venne come da man de guerriero irato; cioè
più pronto, più efficace, più ardito, che per tanto tempo innanzi s'era
dimostrato come più debole o negligente. Allora quando primieramente fu sì
scaldato ed illuminato nel concetto, fu quello vittorioso punto e momento, per
cui è detto: Vicit instans. Indi possete intendere il senso della
proposta figura, motto ed articolo che dice:
Forte a' colpi d'Amor feci riparo
Quando assalti da parti varie e tante
Sofferse il cor smaltato di diamante;
Ond'i miei studi de' suoi trionfâro.
Al fin (come gli cieli destinâro)
Un dì accampossi in quelle luci sante,
Che per le mie, sole tra tutte quante,
Facil entrata al cor mio ritrovâro.
Indi mi s'avventò quel doppio strale,
Che da man di guerriero irato venne,
Qual sei lustri assalir mi seppe male.
Notò quel luogo, e forte vi si tenne,
Piantò 'l trofeo di me là d'onde vale
Tener ristrette mie fugaci penne.
Indi con più sollenne.
Apparecchio, mai cessano ferire
Mio cor del mio dolce nemico l'ire.
66 Singular instante fu il termine del
cominciamento e perfezione della vittoria; singulari gemine specie furon
quelle, che sole tra tutte quante trovâro facile entrata; atteso che quelle
contegnono in sé l'efficacia e virtù de tutte l'altre; atteso che qual forma
megliore e più eccellente può presentarsi che di quella bellezza, bontà e
verità, la quale è il fonte d'ogni altra verità, bontà, beltade? Notò
quel luogo, prese possessione de l'affetto, rimarcollo, impressevi il
carattere di sé; e forte vi si tenne, e se l'ha confirmato, stabilito,
sancito di sorte che non possa più perderlo: percioché è impossibile che
uno possa voltarsi ad amar altra cosa, quando una volta ha compreso nel
concetto la bellezza divina; ed è impossibile che possa far di non amarla,
come è impossibile che nell'appetito cada altro che bene o specie di bene. E
però massimamente deve convenire l'appetenzia del sommo bene. Cossì
ristrette son le penne che soleano esser fugaci, concorrendo giù col pondo
della materia. Cossì da là mai cessano ferire, sollecitando l'affetto e
risvegliando il pensiero le dolci ire, che son gli efficaci assalti del
grazioso nemico, già tanto tempo ritenuto escluso, straniero e peregrino. È
ora unico ed intiero possessore e disponitor de l'anima; perché ella non
vuole, né vuol volere altro; né gli piace, né vuol che gli piaccia altro,
onde sovente dica: Dolci ire, guerra dolce, dolci dardi, Dolci mie piaghe,
miei dolci dolori.
67 \ CES.\ Non mi par che rimagna cosa da
considerar oltre in proposito di questo. Veggiamo ora questa faretra ed arco
d'amore, come mostrano le faville che sono in circa, ed il nodo del laccio che
pende, con il motto che è: Subito, clam.
68 \ MAR.\ Assai mi ricordo d'averlo veduto
espresso ne l'articolo. Però leggiamolo prima:
Avida di trovar bramato pasto,
L'aquila vers'il ciel ispiega l'ali,
Facend'accorti tutti gli animali,
Ch'al terzo volo s'apparecchia al guasto.
E del fiero leon ruggito vasto
Fa da l'alta spelunca orror mortali,
Onde le belve, presentendo i mali,
Fuggon a gli antri il famelico impasto.
E 'l ceto, quando assalir vuol l'armento
Muto di Proteo da gli antri di Teti,
Pria fa sentir quel spruzzo violento.
Aquile in ciel, leoni in terra e i ceti
Signor' in mar, non vanno a tradimento:
Ma gli assalti d'amor vegnon secreti.
Lasso, que' giorni lieti
Troncommi l'efficacia d'un instante,
Che fêmmi a lungo infortunato amante.
69 Tre sono le regioni de gli animanti
composti de più elementi: la terra, l'acqua, l'aria. Tre son gli geni de
quelli: fiere, pesci ed ucelli. In tre specie sono gli princìpi conceduti e
definiti dalla natura: ne l'aria l'aquila, ne la terra il leone, ne l'acqua il
ceto: de quali ciascuno, come dimostra più forza ed imperio che gli altri,
viene anco a far aperto atto di magnanimità, o simile alla magnanimità.
Percioché è osservato che il leone, prima che esca a la caccia, manda un
ruggito forte che fa rintonar tutta la selva, come de l'erinnico cacciatore
nota il poetico detto:
At saeva e speculis tempus dea nacta nocendi,
Ardua tecta petit, stabuli et de culmine summo
Pastorale canit signum, cornuque recurvo
Tartaream intendit vocem, qua protinus omne
Contremuit nemus, et silvae intonuere profundae.
70 De l'aquila ancora si sa che, volendo
procedere alla sua venazione, prima s'alza per dritto dal nido per linea
perpendicolare in alto, e quasi per l'ordinario la terza volta si balza da
alto con maggior impeto e prestezza che se volasse per linea piana; onde dal
tempo in cui cerca il vantaggio della velocità del volo, prende anco
comodità di specular da lungi la preda, della quale o despera o si risolve
dopo fatte tre remirate.
71 \ CES.\ Potremmo conietturare per qual
caggione, se alla prima si presentasse a gli occhi la preda, non viene subito
a lanciarsegli sopra?
72 \ MAR.\ Non certo. Ma forse che ella sin
tanto distingue, se si gli possa presentar megliore, o più comoda preda.
Oltre non credo che ciò sia sempre, ma per il più ordinario. Or venemo a
noi. Del ceto o balena è cosa aperta, che per essere un machinoso animale,
non può divider l'acqui se non con far che la sua presenza sia presentita dal
ributto de l'onde, senza questo, che si trovano assai specie di questo pesce
che con il moto e respirar che fanno, egurgitano una ventosa tempesta di
spruzzo acquoso. Da tutte dunque le tre specie de princìpi animali hanno
facultà di prender tempo di scampo gli animali inferiori; di sorte che non
procedeno come subdoli e traditori. Ma l'Amor che è più forte e più grande,
e che ha domino supremo in cielo, in terra ed in mare, e che per similitudine
di questi forse derrebe mostrar tanto più eccellente magnanimità, quanto ha
più forza, niente di manco assalta e fere a l'improvisto e subito.
Labitur totas furor in medullas,
Igne furtivo populante venas,
Nec habet latam data plaga frontem;
Sed vorat tectas penitus medullas,
Virginum ignoto ferit igne pectus.
73 Come vedete, questo tragico poeta lo
chiama furtivo fuoco, ignote fiamme; Salomone lo chiama acqui furtive, Samuele
lo nomò sibilo d'aura sottile. Li quali tre significano con qual dolcezza,
lenità ed astuzia in mare, in terra, in cielo viene costui a come
tiranneggiar l'universo.
74 \ CES.\ Non è più grande imperio, non è
tirannide peggiore, non è meglior domìno, non è potestà più necessaria,
non è cosa più dolce e suave, non si trova cibo che sia più austero ed
amaro, non si vede nume più violento, non è dio più piacevole, non agente
più traditore e finto, non autor più regale e fidele; e, per finirla, mi par
che l'amor sia tutto e faccia tutto; e de lui si possa dir tutto e tutto possa
attribuirsi a lui.
75 \ MAR.\ Voi dite molto bene. L'amor dunque
(come quello che opra massime per la vista, la quale è spiritualissimo de
tutti gli sensi, perché subito monta sin alli appresi margini del mondo, e
senza dilazion di tempo si porge a tutto l'orizonte della visibilità) viene
ad esser presto, furtivo, improvisto e subito. Oltre è da considerare quel
che dicono gli antichi, che l'amor precede tutti gli altri dei; però non fia
mestiero de fingere che Saturno gli mostre il camino, se non con seguitarlo.
Appresso, che bisogna cercar se l'amore appaia e facciasi prevedere di fuori,
se il suo allogiamento è l'anima medesima, il suo letto è l'istesso core, e
consiste nella medesima composizione de nostra sustanza, nel medesimo appulso
de nostre potenze. Finalmente, ogni cosa naturalmente appete il bello e buono,
e però non vi bisogna argumentare e discorrere perché l'affetto si informe e
conferme; ma subito ed in uno instante l'appetito s'aggionge a l'appetibile,
come la vista al visibile.
76 \ CES.\ Veggiamo appresso che voglia dir
quella ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova plaga loco?
Dechiarate che luogo cerca questa per ferire.
77 \ MAR.\ Non bisogna far altro che leggere
l'articolo, che dice cossì:
Che la bogliente Puglia o Libia mieta
Tante spiche ed areste tante a i venti
Commetta, e mande tanti rai lucenti
Da sua circonferenza il gran pianeta,
Quanti a gravi dolor quest'alma lieta
(Che sì triste si gode in dolci stenti)
Accoglie da due stelle strali ardenti,
Ogni senso e raggion creder mi vieta.
Che tenti più, dolce nemico, Amore?
Qual studio a me ferir oltre ti muove,
Or ch'una piaga è fatto tutto il core?
Poiché né tu, né l'altro ha un punto, dove,
Per stampar cosa nuova, o punga, o fore,
Volta, volta sicur or l'arco altrove.
Non perder qua tue prove,
Perché, o bel dio, se non in vano, a torto
Oltre tenti amazzar colui ch'è morto.
78 Tutto questo senso è metaforico come gli
altri, e può esser inteso per il sentimento di quelli. Qua la moltitudine de
strali che hanno ferito e feriscono il core, significa gl'innumerabili
individui e specie de cose, nelle quali riluce il splendor della divina
beltade, secondo gli gradi di quelle, ed onde ne scalda l'affetto del proposto
e appreso bene. De quali l'un e l'altro, per le raggioni de potenzia ed atto,
de possibilità ed effetto, e cruciano e consolano, e donano senso di dolce e
fanno sentir l'amaro. Ma dove l'affetto intiero è tutto convertito a Dio,
cioè all'idea de le idee, dal lume de cose intelligibili la mente viene
exaltata alla unità superessenziale, è tutta amore, tutta una, non viene ad
sentirsi sollecitata da diversi oggetti che la distraano, ma è una sola
piaga, nella quale concorre tutto l'affetto, e che viene ad essere la sua
medesima affezione. Allora non è amore o appetito di cosa particolare che
possa sollecitare, né almeno farsi innanzi a la voluntade; perché non è
cosa più retta ch'il dritto, non è cosa più bella che la bellezza, non è
più buono che la bontà, non si trova più grande che la grandezza, né cosa
più lucida che quella luce, la quale con la sua presenza oscura e cassa gli
lumi tutti.
79 \ CES.\ Al perfetto, se è perfetto, non
è cosa che si possa aggiongere: però la volontà non è capace d'altro
appetito, quando fiagli presente quello ch'è del perfetto, sommo e massimo.
Intendere dunque posso la conclusione, dove dice a l'amore: Non perder qua tue
prove; perché, se non in vano, a torto (si dice per certa similitudine e
metafora) tenti amazzar colui ch'è morto; cioè quello che non ha più vita
né senso circa altri oggetti, onde da quelli possa esser punto o forato; a
che oltre viene ad essere esposto ad altre specie? E questo lamento accade a
colui che, avendo gusto de l'ottima unità, vorrebe essere al tutto exempto ed
abstratto dalla moltitudine.
80 \ MAR.\ Intendete molto bene.
81 \ CES.\ Or ecco appresso un fanciullo
dentro un battello che sta ad ora ad ora per essere assorbito da l'onde
tempestose, che languido e lasso ha abandonati gli remi. Ed evvi circa lo
motto: Fronti nulla fides. Non è dubio che questo significhe che lui
dal sereno aspetto de l'acqui fu invitato a solcar il mare infido; il quale a
l'improviso avendo inturbidato il volto, per estremo e mortal spavento, e per
impotenza di romper l'impeto, gli ha fatto dismetter il capo, braccia e la
speranza. Ma veggiamo il resto:
Gentil garzone, che dal lido scioglieste
La pargoletta barca, e al remo frale,
Vago del mar, l'indotta man porgeste,
Or sei repente accorto del tuo male.
Vedi del traditor l'onde funeste
La prora tua, ch'o troppo scende o sale;
Né l'alma, vinta da cure moleste,
Contra gli obliqui e gonfii flutti vale.
Cedi gli remi al tuo fiero nemico,
E con minor pensier la morte aspetti,
Che per non la veder gli occhi ti chiudi.
Se non è presto alcun soccorso amico,
Sentirai certo or or gli ultimi effetti
De tuoi sì rozzi e curiosi studi.
Son gli miei fati crudi
Simili a' tuoi, perché, vago d'Amore,
Sento il rigor del più gran traditore.
82 In qual maniera e perché l'amore sia
traditore e frodulento, l'abbiamo poco avanti veduto. Ma perché veggio il
seguente senza imagine e motto, credo che abbia conseguenza con il presente:
però continuamo leggendolo:
Lasciato il porto per prova e per poco,
Feriando da studi più maturi,.
Ero messo a mirar quasi per gioco,
Quando viddi repente i fati duri.
Quei sì m'han fatto violento il foco,
Ch'in van ritento a i lidi più sicuri,
In van per scampo man piatosa invoco,
Perché al nemico mio ratto mi furi.
Impotente a suttrarmi, roco e lasso,
Io cedo al mio destino, e non più tento
Di far vani ripari a la mia morte.
Facciami pur d'ogni altra vita casso,
E non più tarde l'ultimo tormento,
Che m'ha prescritto la mia fera sorte.
Tipo di mio mal forte
È quel che si commese per trastullo
Al sen nemico, improvido fanciullo.
83 Qua non mi confido de intendere o
determinar tutto quel che significa il furioso. Pure è molto espressa una
strana condizione d'un animo dismesso dall'apprension della difficultà de
l'opra, grandezza de la fatica, vastità del lavoro, da un canto; e da un
altro, l'ignoranza, privazion de l'arte, debolezza de nervi e periglio di
morte. Non ha consiglio atto al negocio; non si sa d'onde e dove debba
voltarsi, non si mostra luogo di fuga o di rifugio; essendo che da ogni parte
minacciano l'onde de l'impeto spaventoso e mortale. Ignoranti portum nullus
suus ventus est. Vede colui, che molto e pur troppo s'è commesso a cose
fortuite, s'aver edificato la perturbazione, il carcere, la ruina, la
summersione. Vede come la fortuna si gioca di noi; la qual ciò che ne mette
con gentilezza in mano, o lo fa rompere facendolo versar da le mani istesse, o
fa che da l'altrui violenza ne sia tolto, e fa che ne suffoche ed avvelene, o
ne sollecita con la suspizione, timore e gelosia, a gran danno e ruina del
possessore. Fortunae an ulla putatis dona carere dolis? Or, perché la
fortezza che non può far esperienza di sé, è cassa; la magnanimità che non
può prevalere, è nulla, ed è vano il studio senza frutto; vede gli effetti
del timore del male, il quale è peggio ch'il male istesso. Peior est morte
timor ipse mortis. Già col timore patisce tutto quel che teme de patire,
orror ne le membra, imbecillità ne gli nervi, tremor del corpo, anxia del
spirito; e si fa presente quel che non gli è sopragionto ancora, ed è certo
peggiore che sopragiongere gli possa. Che cosa più stolta che dolere per cosa
futura, absente e la qual presente non si sente?
84 \ CES.\ Queste son considerazioni su la
superficie e l'istoriale de la figura. Ma il proposito del furioso eroico
penso che verse circa l'imbecillità de l'ingegno umano, il quale, attento a
la divina impresa, in un subito talvolta si trova ingolfato nell'abisso della
eccellenza incomprensibile; onde il senso ed imaginazione vien confusa ed
assorbita, che non sapendo passar avanti, né tornar a dietro, né dove
voltarsi, svanisce e perde l'esser suo; non altrimente che una stilla d'acqua
che svanisce nel mare, o un picciol spirito che s'attenua perdendo la propria
sustanza nell'aere spacioso ed inmenso.
85 \ MAR.\ Bene, ma andiamone discorrendo
verso la stanza, perché è notte.
2 \ CES.\ Priegovi, leggiamo presto
l'articolo, perché con più ordine, proprietà e brevità possiamo considerar
il senso, se pur in quello non si trova altro.
3 \ MAR.\ Dice cossì:
Chi fêmmi ad altro amor la mente desta,
Chi fêmmi ogni altra diva e vile e vana,
In cui beltade e la bontà sovrana
Unicamente più si manifesta
Quell'è ch'io viddi uscir da la foresta,
Cacciatrice di me, la mia Diana,
Tra belle ninfe su l'aura Campana,
Per cui dissi ad Amor: - Mi rendo a questa.
-Ed egli a me: - O fortunato amante!
O dal tuo fato gradito consorte!
Ché colei sola che tra tante e tante,
Quai ha nel grembo la vita e la morte,
Più adorna il mondo con le grazie sante,
Ottenesti per studio e per sorte;
Ne l'amorosa corte
Sì altamente felice cattivo,
Che non invidii a sciolto altr'uomo o divo.
4 Vedi quanto sia contento sotto tal giogo,
tal coniugio, tal soma che l'ha cattivato a quella che vedde uscir da la
foresta, dal deserto, da la selva; cioè da parti rimosse dalla moltitudine,
dalla conversazione, dal volgo, le quali son lustrate da pochi. Diana,
splendor di specie intelligibili, è cacciatrice di sé, perché con la sua
bellezza e grazia l'ha ferito prima e se l'ha legato poi; e tienlo sotto il
suo imperio più contento che mai altrimente avesse potuto essere. Questa dice
tra belle ninfe, cioè tra la moltitudine d'altre specie, forme ed idee; e su
l'aura Campana, cioè quello ingegno e spirito che si mostrò a Nola, che
giace al piano de l'orizonte Campano. A quella si rese, quella più ch'altra
gli venne lodata da l'amore, che per lei vuol che si tegna tanto fortunato,
come quella che, tra tutte quante si fanno presenti ed absenti da gli occhi de
mortali, più altamente adorna il mondo, fa l'uomo glorioso e bello. Quindi
dice aver sì desta la mente ad eccellente amore, che apprende ogni altra
diva, cioè cura ed osservanza d'ogni altra specie, vile e vana.
5 Or in questo che dice aver desta la mente
ad amor alto, ne porge essempio de magnificar tanto alto il core per gli
pensieri, studii ed opre, quanto più possibil fia, e non intrattenerci a cose
basse e messe sotto la nostra facultade, come accade a coloro che o per
avarizia, o per negligenza, o pur altra dapocagine rimagnono in questo breve
spacio de vita attaccati a cose indegne.
6 \ CES.\ Bisogna che siano arteggiani,
meccanici, agricoltori, servidori, pedoni, ignobili, vili, poveri, pedanti ed
altri simili: perché altrimente non potrebono essere filosofi, contemplativi,
coltori degli animi, padroni, capitani, nobili, illustri, ricchi, sapienti ed
altri che siano eroici simili a gli dei. Però a che doviamo forzarci di
corrompere il stato della natura il quale ha distinto l'universo in cose
maggiori e minori, superiori ed inferiori, illustri ed oscure, degne ed
indegne, non solo fuor di noi, ma ed ancora dentro di noi, nella nostra
sustanza medesima, sin a quella parte di sustanza che s'afferma inmateriale;
come delle intelligenze altre son suggette, altre preminenti, altre serveno ed
ubediscono, altre comandano e governano? Però io crederei che questo non deve
esser messo per essempio, a fin che, li sudditi volendo essere superiori, e
gl'ignobili uguali a gli nobili, non vegna a pervertirsi e confondersi
l'ordine delle cose, che al fine succeda certa neutralità e bestiale
equalità, quale si ritrova in certe deserte ed inculte republiche. Non vedete
oltre in quanta iattura siano venute le scienze per questa caggione, che gli
pedanti hanno voluto essere filosofi, trattar cose naturali, intromettersi a
determinar di cose divine? Chi non vede quanto male è accaduto ed accade per
averno simili fatte ad alti amori le menti deste? Chi ha buon senso, e non
vede del profitto che fe' Aristotele, che era maestro de lettere umane ad
Alessandro, quando applicò alto il suo spirito a contrastare e muover guerra
a la dottrina pitagorica e quella de' filosofi naturali, volendo con il suo
raciocinio logicale ponere diffinizioni, nozioni, certe quinte entitadi ed
altri parti ed aborsi de fantastica cogitazione per principii e sustanza di
cose, studioso più della fede del volgo e sciocca moltitudine, che viene più
incaminata e guidata con sofismi ed apparenze che si trovano nella superficie
delle cose, che della verità che è occolta nella sustanza di quelle ed è la
sustanza medesima loro? Fece egli la mente desta non a farsi contemplatore, ma
giudice e sentenziatore di cose che non aveva studiate mai, né bene intese.
Cossì a' tempi nostri quel tanto di buono ch'egli apporta, e singulare di
raggione inventiva, indicativa e di metafisica, per ministerio d'altri pedanti
che lavorano col medesimo sursum corda, vegnono instituite nove
dialettiche e modi di formar la raggione tanto più vili di quello
d'Aristotele, quanto forse la filosofia d'Aristotele è incomparabilmente più
vile di quella de gli antichi. Il che è pure avvenuto da quel che certi
grammatisti, dopo che sono invecchiati nelle culine de fanciulli e notomie de
frasi e de vocaboli, han voluto destar la mente a far nuove logiche e
metafisiche, giudicando e sentenziando quelle che mai studiorno ed ora non
intendono. Là onde cossì questi, col favore della ignorante moltitudine (al
cui ingegno son più conformi), potranno cossì ben donar il crollo alle
umanitadi e raziocinii d'Aristotele, come questo fu carnefice delle altrui
divine filosofie. Vedi dunque a che suol promovere questo consiglio, se tutti
aspireno al splendor santo, ed abbiano altre imprese vili e vane.
7 \ MAR.\
Ride, si sapis, o puella, ride,
Pelignus, puto, dixerat poeta;
Sed non dixerat omnibus puellis;
Et si dixerit omnibus puellis,
Non dixit tibi. Tu puella non es.
8 Cossì il sursum corda non è
intonato a tutti, ma a quelli ch'hanno l'ali. Veggiamo bene che mai la
pedantaria è stata più in exaltazione per governare il mondo, che a' tempi
nostri; la quale fa tanti camini de vere specie intelligibili ed oggetti de
l'unica veritade infallibile, quanti possano essere individui pedanti. Però a
questo tempo massime denno esser isvegliati gli ben nati spiriti, armati dalla
verità ed illustrati dalla divina intelligenza, di prender l'armi contra la
fosca ignoranza, montando su l'alta rocca ed eminente torre della
contemplazione. A costoro conviene d'aver ogni altra impresa per vile e vana.
9 Questi non denno in cose leggieri e vane
spendere il tempo la cui velocità è infinita; essendo che sì mirabilmente
precipitoso scorra il presente, e con la medesima prestezza s'accoste il
futuro. Quel che abbiamo vissuto è nulla, quel che viviamo è un punto, quel
ch'abbiamo a vivere non è ancora un punto, ma può essere un punto, il quale
insieme sarà e sarà stato. E tra tanto questo s'intesse la memoria di
genealogie, quello attende a desciferar scritture, quell'altro sta occupato a
moltiplicar sofismi da fanciulli. Vedrai, verbi grazia, un volume pieno di:
Cor est fons vitae,
Nix est alba;
Ergo cornix est fons vitae alba.
10 Quell'altro garrisce, se il nome fu prima
o il verbo; l'altro, se il mare o gli fonti; l'altro vuol rinovare gli
vocaboli absoleti che, per esserno venuti una volta in uso e proposito d'un
scrittore antico, ora de nuovo le vuol far montar a gli astri; l'altro sta su
la falsa e vera ortografia; altri ed altri sono sopra altre ed altre simili
frascarie; le quali molto più degnamente son spreggiate che intese. Qua
diggiunano, qua ismagriscono, qua intisichiscono, qua arrugano la pelle, qua
allungano la barba, qua marciscono, qua poneno l'àncora del sommo bene. Con
questo spreggiano la fortuna, con questo fan riparo e poneno il scudo contra
le lanciate del fato. Con tali e simili vilissimi pensieri credeno montar a
gli astri, esser pari a gli dei, e comprendere il bello e buono che promette
la filosofia.
11 \ CES.\ È gran cosa certo che il tempo,
che non può bastarci manco alle cose necessarie, quantunque
diligentissimamente guardato, viene per la maggior parte ad esser speso in
cose superflue, anzi cose vili e vergognose.
12 Non è da ridere di quello che fa lodabile
Archimede o altro appresso alcuni, che a tempo che la cittade andava
sottosopra, tutto era in ruina, era acceso il fuoco ne la sua stanza, gli
nemici gli erano dentro la camera a le spalli, nella discrezion ed arbitrio de
quali consisteva de fargli perdere l'arte, il cervello e la vita; e lui tra
tanto avea perso il senso e proposito di salvar la vita, per averlo lasciato a
dietro a perseguitar forse la proporzione de la curva a la retta, del diametro
al circolo o altre simili matesi, tanto degne per giovanetti quanto indegne
d'uno che, se posseva, devrebbe essere invecchiato ed attento a cose più
degne d'esser messe per fine de l'umano studio.
13 \ MAR.\ In proposito di questo, mi piace
quello che voi medesimo poco avanti dicesti, che bisogna ch'il mondo sia pieno
de tutte sorte de persone, e che il numero degl'imperfetti, brutti, poveri,
indegni e scelerati sia maggiore; ed in conclusione, non debba essere
altrimente che come è. La età lunga e vechiaia d'Archimede, Euclide, di
Prisciano, di Donato ed altri, che da la morte son stati trovati occupati
sopra li numeri, le linee, le dizioni, le concordanze, scritture, dialecti,
sillogismi formali, metodi, modi de scienze, organi ed altre isagogie, è
stata ordinata al servizio della gioventù e de' fanciulli, gli quali
apprender possano e ricevere gli frutti della matura età di quelli, come
conviene che siano mangiati da questi nella lor verde etade; a fin che più
adulti vegnano senza impedimento atti e pronti a cose maggiori.
14 \ CES.\ Io non son fuor del proposito che
poco avanti ho mosso; essendo in proposito di quei che fanno studio d'involar
la fama e luogo de gli antichi con far nove opre o peggiori, o non megliori de
le già fatte, e spendeno la vita su le considerazioni da mettere avanti la
lana di capra o l'ombra de l'asino; ed altri che in tutto il tempo de la vita
studiano di farsi esquisiti in que' studii che convegnono alla fanciullezza, e
per la massima parte il fanno senza proprio ed altrui profitto.
15 \ MAR.\ Or assai è detto circa quelli che
non possono né debbono ardire d'aver ad alto amor la mente desta. Venemo ora
a considerare della volontaria cattività e dell'ameno giogo sotto l'imperio
de la detta Diana: quel giogo, dico, senza il quale l'anima è impotente de
rimontar a quella altezza, da la qual cadìo, percioché la rende più
leggiera ed agile; e gli lacci la fanno più ispedita e sciolta.
16 \ CES.\ Discorrete dunque.
17 \ MAR.\ Per cominciar, continuar e
conchiudere con ordine, considero che tutto quel che vive, in quel modo che
vive, conviene che in qualche maniera si nodrisca, si pasca. Però a la natura
intellettuale non quadra altra pastura che intellettuale, come al corpo non
altra che corporale: atteso che il nodrimento non si prende per altro fine,
eccetto perché vada in sustanza de chi si nodrisce. Come dunque il corpo non
si trasmuta in spirito, né il spirito si trasmuta in corpo (perché ogni
trasmutazione si fa quando la materia che era sotto la forma de uno, viene ad
essere sotto la forma de l'altro), cossì il spirito ed il corpo non hanno
materia commune, di sorte che quello ch'era soggetto a uno, possa dovenire ad
essere soggetto de l'altro.
18 \ CES.\ Certo se l'anima se nodrisse de
corpo, si portarebe meglio dove è la fecondità della materia (come
argumenta.Iamblico); di sorte che, quando ne si fa presente un corpo grasso e
grosso, potremmo credere che sia vase d'un animo gagliardo, fermo, pronto,
eroico, e dire: O anima grassa, o fecondo spirito, o bello ingegno, o divina
intelligenza, o mente illustre, o benedetta ipostasi da far un convito a gli
leoni, over un banchetto a i dogs. Cossì un vecchio, come appare
marcido, debole e diminuito de forze, debba esser stimato de poco sale,
discorso e raggione. Ma seguitate.
19 \ MAR.\ Or l'esca de la mente bisogna dire
che sia quella sola che sempre da lei è bramata, cercata, abbracciata e
volentieri più ch'altra cosa gustata; per cui s'empie, s'appaga, ha prò e
dovien megliore: cioè la verità alla quale in ogni tempo, in ogni etade ed
in qualsivoglia stato che si trove l'uomo, sempre aspira, e per cui suol
spreggiar qualsivoglia fatica, tentar ogni studio, non far caso del corpo ed
aver in odio questa vita. Perché la verità è cosa incorporea; perché
nessuna, o sia fisica, o sia metafisica, o sia matematica, si trova nel corpo;
perché vedete che l'eterna essenza umana non è ne gl'individui li quali
nascono e muoiono. È la unità specifica, disse Platone, non la moltitudine
numerale che comporta la sustanza de le cose. Però chiamò l'idea uno e
molti, stabile e mobile; perché, come specie incorrottibile, è cosa
intelligibile ed una; e come si communica alla materia ed è sotto il moto e
generazione, è cosa sensibile e molti. In questo secondo modo ha più de non
ente che di ente: atteso che sempre è altro ed altro, e corre eterno per la
privazione. Nel primo modo è ente e vero. Vedete appresso che gli matematici
hanno per conceduto che le vere figure non si trovano ne gli corpi naturali,
né vi possono essere per forza di natura, né di arte. Sapete ancora che la
verità de sustanze sopranaturali è sopra la materia.
20 Conchiudesi dunque, che a chi cerca il
vero, bisogna montar sopra la raggione de cose corporee. Oltre di ciò è da
considerare che tutto quel che si pasce, ha certa mente e memoria naturale del
suo cibo, e sempre (massime quando fia più necessario) ha presente la
similitudine e specie di quello, tanto più altamente, quanto è più alto e
glorioso chi ambisce, e quello che si cerca. Da questo, che ogni cosa ha
innata la intelligenza de quelle cose che appartegnono alla conservazione de
l'individuo e specie, ed oltre alla perfezion sua finale, depende la industria
di cercare il suo pasto per qualche specie di venazione.
21 Conviene, dunque, che l'anima umana abbia
il lume, l'ingegno e gl'instrumenti atti alla sua caccia. Qua soccorre la
contemplazione, qua viene in uso la logica, attissimo organo alla venazione
della verità, per distinguere, trovare e giudicare. Quindi si va lustrando la
selva de le cose naturali, dove son tanti oggetti sotto l'ombra e manto; e
come in spessa, densa e deserta solitudine la verità suol aver gli antri e
cavernosi ricetti, fatti intessuti de spine, conchiusi de boscose, ruvide e
frondose piante, dove con le raggioni più degne ed eccellenti maggiormente
s'asconde, s'avvela e si profonda con diligenza maggiore; come noi sogliamo
gli tesori più grandi celare con maggior diligenza e cura, accioché dalla
moltitudine e varietà de cacciatori (de quali altri son più exquisiti ed
exercitati, altri meno) non vegna senza gran fatica discuoperta. Qua andò
Pitagora cercandola per le sue orme e vestigii impressi nelle cose naturali,
che son gli numeri li quali mostrano il suo progresso, raggioni, modi ed
operazioni in certo modo; perché in numero de moltitudine, numero de misure e
numero de momento o pondo la verità e l'essere si trova in tutte le cose. Qua
andò Anaxagora ed Empedocle che, considerando che la omnipotente ed
omniparente divinità empie il tutto, non trovavano cosa tanto minima che non
volessero che sotto quella fusse occolta secondo tutte le raggioni, benché
procedessero sempre ver là dove era predominante ed espressa secondo raggion
più magnifica ed alta. Qua gli Caldei la cercavano per via di suttrazione,
non sapendo che cosa di quella affirmare; e procedevano senza cani de
demostrazioni e sillogismi; ma solamente si forzâro di profondare rimovendo,
zappando, isboscando per forza di negazione de tutte specie e predicati
comprensibili e secreti. Qua Platone andava como isvoltando, spastinando e
piantando ripari; perché le specie labili e fugaci rimanessero come nella
rete, e trattenute da le siepe de le definizioni, considerando le cose
superiori essere participativamente, e secondo similitudine speculare nelle
cose inferiori, e queste in quelle secondo maggior dignità ed eccellenza; e
la verità essere ne l'une e l'altre secondo certa analogia, ordine e scala,
nella quale sempre l'infimo de l'ordine superiore conviene con il supremo de
l'ordine inferiore. E cossì si dava progresso da l'infimo della natura al
supremo, come dal male al bene, dalle tenebre alla luce, dalla pura potenza al
puro atto, per gli mezzi. Qua Aristotele si vanta pure da le orme e vestigii
impressi di posser pervenire alla desiderata preda, mentre da gli effetti vuol
amenarsi a le cause; benché egli per il più (massime che tutti gli altri
ch'hanno occupato il studio a questa venazione) abbia smarrito il camino per
non saper a pena distinguere de le pedate.
22 Qua alcuni teologi, nodriti in alcune de
le sette, cercano la verità della natura in tutte le forme naturali
specifiche, nelle quali considerano l'essenza eterna e specifico sustantifico
perpetuator della sempiterna generazione e vicissitudine de le cose, che son
chiamate dei conditori e fabricatori, sopra gli quali soprasiede la forma de
le forme, il fonte de la luce, verità de le veritadi, dio de gli dei, per cui
tutto è pieno de divinità, verità, entità, bontà. Questa verità è
cercata come cosa inaccessibile, come oggetto inobiettabile, non sol che
incomprensibile. Però a nessun pare possibile de vedere il sole, l'universale
Apolline e luce absoluta per specie suprema ed eccellentissima; ma sì bene la
sua ombra, la sua Diana, il mondo, l'universo, la natura che è nelle cose, la
luce che è nell'opacità della materia, cioè quella in quanto splende nelle
tenebre. De molti dunque, che per dette vie ed altre assai discorreno in
questa deserta selva, pochissimi son quelli che s'abbattono al fonte de Diana.
Molti rimagnono contenti de caccia de fiere salvatiche e meno illustri, e la
massima parte non trova da comprendere avendo tese le reti al vento, e
trovandosi le mani piene di mosche. Rarissimi, dico, son gli Atteoni alli
quali sia dato dal destino di posser contemplar la Diana ignuda, e dovenir a
tale che dalla bella disposizione del corpo della natura invaghiti in tanto, e
scorti da que' doi lumi del gemino splendor de divina bontà e bellezza,
vegnano trasformati in cervio, per quanto non siano più cacciatori ma caccia.
Perché il fine ultimo e finale di questa venazione è de venire allo acquisto
di quella fugace e selvaggia preda, per cui il predator dovegna preda, il
cacciator doventi caccia; perché in tutte le altre specie di venaggione che
si fa de cose particolari, il cacciatore viene a cattivare a sé l'altre cose,
assorbendo quelle con la bocca de l'intelligenza propria; ma in quella divina
ed universale viene talmente ad apprendere che resta necessariamente ancora
compreso, assorbito, unito. Onde da volgare, ordinario, civile e populare
doviene salvatico come cervio ed incola del deserto; vive divamente sotto
quella procerità di selva, vive nelle stanze non artificiose di cavernosi
monti, dove admira gli capi de gli gran fiumi, dove vegeta intatto e puro da
ordinarie cupiditadi, dove più liberamente conversa la divinità, alla quale
aspirando tanti uomini che in terra hanno volsuto gustar vita celeste, dissero
con una voce: Ecce elongavi fugiens, et mansi in solitudine. Cossì gli
cani, pensieri de cose divine, vòrano questo Atteone, facendolo morto al
volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de perturbati sensi, libero dal
carnal carcere della materia; onde non più vegga come per forami e per
fenestre la sua Diana, ma avendo gittate le muraglie a terra, è tutto occhio
a l'aspetto de tutto l'orizonte. Di sorte che tutto guarda come uno, non vede
più per distinzioni e numeri, che secondo la diversità de sensi, come de
diverse rime fanno veder ed apprendere in confusione. Vede l'Anfitrite, il
fonte de tutti numeri, de tutte specie, de tutte raggioni, che è la monade,
vera essenza de l'essere de tutti; e se non la vede in sua essenza, in
absoluta luce, la vede nella sua genitura che gli è simile, che è la sua
imagine: perché dalla monade che è la divinitade, procede questa monade che
è la natura, l'universo, il mondo; dove si contempla e specchia, come il sole
nella luna, mediante la quale ne illumina trovandosi egli nell'emisfero delle
sustanze intellettuali. Questa è la Diana, quello uno che è l'istesso ente,
quello ente che è l'istesso vero, quello vero che è la natura comprensibile,
in cui influisce il sole ed il splendor della natura superiore, secondo che la
unità è destinta nella generata e generante, o producente e prodotta. Cossì
da voi medesimo potrete conchiudere il modo, la dignità ed il successo più
degno del cacciatore e de la caccia. Onde il furioso si vanta d'esser preda
della Diana, a cui si rese, per cui si stima gradito consorte, e più felice
cattivo e suggiogato, che invidiar possa ad altro uomo che non ne può aver
ch'altre tanto, o ad altro divo che ne ave in tal specie quale è impossibile
d'essere ottenuta da natura inferiore, e per consequenza non è conveniente
d'essere desiata, né meno può cadere in appetito.
23 \ CES.\ Ho ben compreso quanto avete
detto, e m'avete più che mediocremente satisfatto. Or è tempo di ritornar a
casa.
24 \ MAR.\ Bene.
2 \ LAOD.\ Dite, se vi ricordate, le raggioni
e le paroli.
3 \ LIB.\ Cominciò il dialogo il core, il
qual, facendosi udir dal petto, proruppe in questi accenti:
Prima proposta del core a gli occhi.
Come, occhi miei, sì forte mi tormenta
Quel che da voi deriva ardente foco,
Ch'al mio mortal suggetto mai allenta
Di serbar tal incendio, ch'ho per poco
L'umor dell'Oceàn e di più lenta
Artica stella il più gelato loco,
Perché ivi in punto si reprima il vampo,
O al men mi si prometta ombra di scampo?
Voi mi fêste cattivo
D'una man che mi tiene, e non mi vuole;
Per voi son entro al corpo, e fuor col sole;
Son principio de vita, e non son vivo;
Non so quel che mi sia,
Ch'appartegno a quest'alma, e non è mia.
4 \ LAOD.\ Veramente l'intendere, il vedere,
il conoscere è quello che accende il desio, e per consequenza, per ministerio
de gli occhi, vien infiammato il core: e quanto a quelli fia presente più
alto e degno oggetto, tanto più forte è il foco e più vivaci son le fiamme.
Or qual esser deve quella specie per cui tanto si sente acceso il core, che
non spera che temprar possa il suo ardore tanto più fredda quanto più lenta
stella che sia conchiusa nell'artico cerchio, né rallentar il vampo l'umor
intiero de l'Oceano? Quanta deve essere l'eccellenza di quello oggetto che
l'ha reso nemico de l'esser suo, rubello a l'alma propria, e contento di tal
ribellione e nemicicia, quantunque sia cattivo d'una man che 'l dispreggia e
non lo vuole? Ma fatemi udire se gli occhi risposero e che cosa dissero.
5 \ LIB.\ Quelli, per il contrario, si
lagnavano del core, come quello che era principio e caggione per cui
versassero tante lacrime. Però a l'incontro gli proposero in questo tenore:
Prima proposta de gli occhi al core.
Come da te sorgon tant'acqui, o core,
Da quante mai Nereidi alzar la fronte
Ch'ogni giorno al bel sol rinasce e muore?
A par de l'Anfitrite il doppio fonte
Versar può sì gran fiumi al mondo fore,
Che puoi dir che l'umor tanto surmonte,
Che gli fia picciol rio chi Egitto inonda,
Scorrend'al mar per sette doppia sponda.
Dié natura doi lumi
A questo picciol mondo per governo;
Tu, perversor di quell'ordin eterno,
Le convertiste in sempiterni fiumi.
E questo il ciel non cura,
Ché il natìo passa, e 'l violento dura.
6 \ LAOD.\ Certo ch'il cor acceso e compunto
fa sorger lacrime da gli occhi, onde, come quelli accendeno le fiamme in
questo, quest'altro viene a rigar quelli d'umore. Ma mi maraviglio de sì
forte exaggerazione, per cui dicono che le Nereidi non alzano tanto bagnata
fronte a l'oriente sole, quanta possa appareggiar queste acqui. Ed oltre
agguagliansi all'Oceano, non perché versino, ma perché versar possano questi
doi fonti fiumi tali e tanti, che, computato a loro, il Nilo apparirebbe una
picciola lava distinta in sette canali.
7 \ LIB.\ Non ti maravigliar della forte
exaggerazione e di quella potenza priva de l'atto; perché tutto intenderete
dopo intesa la conchiusione de raggionamenti loro. Or odi come prima il core
risponde alla proposta de gli occhi.
8 \ LAOD.\ Priegovi, fatemi intendere.
9 \ LIB.\
Prima risposta del core a gli occhi.
Occhi, s'in me fiamma immortal s'alluma,
Ed altro non son io che fuoco ardente,
Se quel ch'a me s'avvicina s'infuma,
E veggio per mio incendio il ciel fervente;
Come il gran vampo mio non vi consuma,
Ma l'effetto contrario in voi si sente?
Come vi bagno, e più tosto non cuoco,
Se non umor, ma è mia sustanza fuoco?
Credete, ciechi voi,
Che da sì ardente incendio derivi
El doppio varco, e que' doi fonti vivi
Da Vulcan abbian gli elementi suoi,
Come tal volt'acquista
Forza un contrario, se l'altro resista?
10 Vede, come non possea persuadersi il core
di posser da contraria causa e principio procedere forza di contrario effetto,
sin a questo che non vuol affirmare il modo possibile, quando per via
d'antiperistasi, che significa il vigor che acquista il contrario da quel che,
fuggendo l'altro, viene ad unirsi, inspessarsi, inglobarsi e concentrarsi
verso l'individuo della sua virtude, la qual, quanto più s'allontana dalle
dimensioni, tanto si rende efficace di vantaggio.
11 \ LAOD.\ Dite ora come gli occhi risposero
al core.
12 \ LIB.\ Prima risposta de gli occhi al
core.
Ahi, cor, tua passion sì ti confonde,
Ch'hai smarrito il sentier di tutt'il vero.
Quanto si vede in noi, quanto s'asconde,
E semenza de' mari; onde l'intero
Nettun potrà ricovrar non altronde,
Se per sorte perdesse il grand'impero;
Come da noi deriva fiamma ardente,
Che siam del mare il gemino parente?
Sei sì privo di senso,
Che per noi credi la fiamma trapasse,
E tant'umide porte a dietro lasse,
Per far sentir a te l'ardor immenso?
Come splendor per vetri,
Crederai forse che per noi penétri?
13 Qua non voglio filosofare circa la
coincidenza de contrarii, de la quale ho studiato nel libro De principio ed
uno; e voglio supponere quello che comunmente si suppone, che gli contrarii
nel medesimo geno son distantissimi, onde vegna più facilmente appreso il
sentimento di questa risposta, dove gli occhi si dicono semi o fonti, nella
virtual potenza de quali è il mare; di sorte che, se Nettuno perdesse tutte
l'acqui, le potrebbe richiamar in atto dalla potenza loro, dove sono come in
principio agente e materiale. Però non metteno urgente necessità, quando
dicono non posser essere che la fiamma per la lor stanza e cortile trapasse al
core con lasciarsi tant'acqui a dietro, per due caggioni: prima perché tal
impedimento in atto non può essere, se non posti in atto tali oltraggiosi
ripari; secondo perché, per quanto l'acqui sono attualmente ne gli occhi,
possono donar via al calore come alla luce; essendo che l'esperienza dimostra
che senza scaldar il specchio viene il luminoso raggio ad accendere per via di
reflessione qualche materia che gli vegna opposta; e per un vetro, cristallo,
o altro vase pieno d'acqua, passa il raggio ad accendere una cosa sottoposta
senza che scalde il spesso corpo tramezzante: come è verisimile ed anco vero
che caggione secche ed aduste impressioni nelle concavitadi del profondo mare.
Talmente per certa similitudine, se non per raggioni di medesimo geno, si può
considerare come sia possibile che per il senso lubrico ed oscuro de gli occhi
possa esser scaldato ed acceso di quella luce l'affetto, la quale secondo
medesima raggione non può essere nel mezzo. Come la luce del sole, secondo
altra raggione, è nell'aria tramezzante, altra nel senso vicino ed altra nel
senso commune ed altra ne l'intelletto, quantunque da un modo proceda l'altro
modo di essere.
14 \ LAOD.\ Sonvi altri discorsi?
15 \ LIB.\ Sì; perché l'uno e l'altro
tentano di saper con qual modo quello contegna tante fiamme, e quelli tante
acqui. Fa, dunque, il core la seconda proposta:
Seconda proposta del core.
S'al mar spumoso fan concorso i fiumi,
E da fiumi del mar il cieco varco
Vien impregnato: ond'è che da voi, lumi,
Non è doppio torrente al mondo scarco,
Che cresca il regno a gli marini numi,
Scemando ad altri il glorioso incarco?
Perché non fia che si vegga quel giorno,
Ch'a i monti fa Deucalion ritorno?
Dove gli rivi sparsi?
Dove il torrente che mia fiamma smorze,
O per ciò non posser, più la
rinforze? Goccia non scende a terra ad inglobarsi,
Per cui fia ch'io non pensi
Che sia cossì, come mostrano i sensi?
16 Dimanda: qual potenza è questa che non si
pone in atto? Se tante son l'acqui, perché Nettuno non viene a tiranneggiar
su l'imperio de gli altri elementi? Ove son gli inondanti rivi? Ove chi dia
refrigerio al fuoco ardente? Dove è una stilla onde io possa affirmar de gli
occhi quel tanto che niegano i sensi? - Ma gli occhi di pari fanno un'altra
dimanda:
Seconda proposta de gli occhi al core.
Se la materia convertita in foco
Acquista il moto di lieve elemento,
E se ne sale a l'eminente loco,
Onde avvien che, veloce più che vento,
Tu ch'incendio d'amor senti non poco,
Non ti fai gionto al sole in un momento?
Perché soggiorni peregrino al basso,
Non t'aprendo per noi e l'aria il passo?
Favilla non si scorge
Uscir a l'aria aperto da quel busto,
Né corpo appar incenerit'o adusto,
Né lacrimoso fumo ad alto sorge:
Tutt'è nel proprio intiero,
Né di fiamma è raggion, senso o pensiero.
17 \ LAOD.\ Non ha più né meno efficacia
questa che quell'altra proposta. Ma vengasi presto alle risposte, se vi sono.
18 \ LIB.\ Vi son certamente e piene di
succhio. Udite:
Seconda risposta del core a gli occhi.
Sciocco è colui che sol per quanto appare
Al senso ed oltre a la raggion non crede:
Il fuoco mio non puote alto volare,
E l'infinito incendio non si vede,
Perché de gli occhi han sopraposto il mare,
E un infinito l'altro non eccede:
La natura non vuol ch'il tutto pera,
Se basta tanto fuoco a tanta sfera.
Ditemi, occhi, per Dio,
Qual mai partito prenderemo noi,
Onde far possa aperto o io, o voi,
Per scampo suo, de l'alma il fato rio,
Se l'un e l'altro ascoso
Mai potrà fargli il bel nume piatoso?
19 \ LAOD.\ Se non è vero, è molto ben
trovato: se non è cossì, è molto bene iscusato l'uno per l'altro; se,
stante che dove son due forze, de quali l'una non è maggior de l'altra,
bisogna che cesse l'operazion di questa e quella, essendo che tanto questa
può resistere quanto quella insistere; non meno quella ripugna che possa
oppugnar questa: se dunque è infinito il mare ed inmensa la forza de le
lacrime che sono ne gli occhi, non faranno giamai ch'apparir possa favillando
o isvampando l'impeto del fuoco ascoso nel petto; né quelli mandar potranno
il gemino torrente al mare, se con altretanto di vigore gli fa riparo il core.
Però accade che il bel nume per apparenza di lacrima che stille da gli occhi,
o favilla che si spicche dal petto, non possa esser invitato ad esser piatoso
a l'alma afflitta.
20 \ LIB.\ Or notate la conseguente risposta
de gli occhi:
Seconda risposta de gli occhi al core.
Ahi, per versar a l'elemento ondoso,
L'émpito de noi fonti al tutt'è casso;
Ché contraria potenza il tien ascoso,
Acciò non mande a rotilon per basso.
L'infinito vigor del cor focoso
A i pur tropp'alti niega il passo;
Quindi gemino varco al mar non corre,
Ch'il coperto terren natura aborre.
Or dinne, afflitto core,
Che puoi opporti a noi con altre tanto
Vigor: chi fia giamai che porte il vanto
D'esser precon di sì 'nfelice amore,
S'il tuo e nostro male
Quant'è più grande, men mostrarsi vale?
21 Per essere infinito l'un e l'altro male,
come doi ugualmente vigorosi contrarii si ritegnono, si supprimeno; e non
potrebbe esser cossì, se l'uno e l'altro fusse finito, atteso che non si dà
equalità puntuale nelle cose naturali, né ancora sarebbe cossì, se l'uno
fusse finito e l'altro infinito; ma certo questo assorbirebbe quello, ed
avverrebe che si mostrarebbono ambi doi o al men l'uno per l'altro. Sotto
queste sentenze, la filosofia naturale ed etica che vi sta occolta, lascio
cercarla, considerarla e comprenderla a chi vuole e puote. Sol questo non
voglio lasciare, che non senza raggione l'affezion del core è detta infinito
mare dall'apprension de gli occhi. Perché essendo infinito l'oggetto de la
mente, ed a l'intelletto non essendo definito oggetto proposto, non può
essere la volontade appagata de finito bene; ma se oltre a quello si ritrova
altro, il brama, il cerca, perché (come è detto commune) il summo della
specie inferiore è infimo e principio della specie superiore, o si prendano
gli gradi secondo le forme le quali non possiamo stimar che siano infinite, o
secondo gli modi e raggioni di quelle, nella qual maniera, per essere infinito
il sommo bene, infinitamente credemo che si comunica secondo la condizione
delle cose alle quali si diffonde. Però non è specie definita a l'universo
(parlo secondo la figura e mole), non è specie definita a l'intelletto, non
è definita la specie de l'affetto.
22 \ LAOD.\ Dunque queste due potenze de
l'anima mai sono, né essere possono perfette per l'oggetto, se infinitamente
si referiscono a quello.
23 \ LIB.\ Cossì sarrebe se questo infinito
fusse per privazion negativa o negazion privativa de fine, come è per più
positiva affirmazione de fine infinito ed interminato.
24 \ LAOD.\ Volete dir dunque due specie
d'infinità: l'una privativa, la qual può essere verso qualche cosa che è
potenza, come infinite son le tenebre, il fine delle quali è posizione di
luce; l'altra perfettiva, la quale è circa l'atto e perfezione, come infinita
è la luce, il fine della quale sarebbe privazione e tenebre. In questo dunque
che l'intelletto concepe la luce, il bene, il bello, per quanto s'estende
l'orizonte della sua capacità, e l'anima che beve del nettare divino e de la
fonte de vita eterna, per quanto comporta il vase proprio; si vede che la luce
è oltre la circunferenza del suo orizonte, dove può andar sempre più e più
penetrando; ed il nettare e fonte d'acqua viva è infinitamente fecondo, onde
possa sempre oltre ed oltre inebriarsi.
25 \ LIB.\ Da qua non séguita imperfezione
nell'oggetto né poca satisfazione nella potenza; ma che la potenza sia
compresa da l'oggetto e beatificamente assorbita da quello. Qua gli occhi
imprimeno nel core, cioè nell'intelligenza, suscitano nella volontà un
infinito tormento di suave amore; dove non è pena, perché non s'abbia quel
che si desidera, ma è felicità, perché sempre vi si trova quel che si
cerca: ed in tanto non vi è sazietà, per quanto sempre s'abbia appetito, e
per consequenza gusto; acciò non sia come nelli cibi del corpo, il quale con
la sazietà perde il gusto, e non ha felicità prima che guste, né dopo ch'ha
gustato, ma nel gustar solamente; dove se passa certo termine e fine, viene ad
aver fastidio e nausea.
26 Vedi, dunque, in certa similitudine
qualmente il sommo bene deve essere infinito, e l'appulso de l'affetto verso e
circa quello esser deggia anco infinito, acciò non vegna talvolta a non esser
bene: come il cibo che è buono al corpo, se non ha modo, viene ad essere
veleno. Ecco come l'umor de l'Oceano non estingue quel vampo, ed il rigor de
l'Artico cerchio non tempra quell'ardore. Cossì è cattivo d'una mano che il
tiene e non lo vuole: il tiene, perché l'ha per suo; non lo vuole, perché
(come lo fuggesse) tanto più se gli fa alto quanto più ascende a quella,
quanto più la séguita tanto più se gli mostra lontana per raggion de
eminentissima eccellenza, secondo quel detto: Accedet homo ad cor altum, et
exaltabitur Deus.
27 Cotal felicità d'affetto comincia da
questa vita, ed in questo stato ha il suo modo d'essere. Onde può dire il
core d'essere entro con il corpo, e fuori col sole, in quanto che l'anima con
la gemina facultade mette in execuzione doi uffici: l'uno de vivificare ed
attuare il corpo animabile, l'altro de contemplare le cose superiori; perché
cossì lei è in potenza receptiva da sopra, come è verso sotto al corpo in
potenza attiva. Il corpo è come morto e cosa privativa a l'anima la quale è
sua vita e perfezione; e l'anima è come morta e cosa privativa alla superiore
illuminatrice intelligenza da cui l'intelletto è reso in abito e formato in
atto. Quindi si dice il core essere prencipe di vita, e non esser vivo; si
dice appartenere a l'alma animante, e quella non appartenergli: perché è
infocato da l'amor divino, è convertito finalmente in fuoco, che può
accendere quello che si gli avicina; atteso che avendo contratta in sé la
divinitade, è fatto divo; e conseguentemente con la sua specie può innamorar
altri: come nella luna può essere admirato e magnificato il splendor del
sole. Per quel poi ch'appartiene al considerar de gli occhi, sapete che nel
presente discorso hanno doi ufficii: l'uno de imprimere nel core, l'altro de
ricevere l'impressione dal core; come anco questo ha doi ufficii: l'uno de
ricevere l'impressioni da gli occhi, l'altro di imprimere in quelli. Gli occhi
apprendono le specie e le proponeno al core, il core le brama ed il suo
bramare presenta a gli occhi: quelli concepeno la luce, la diffondeno ed
accendeno il fuoco in questo; questo, scaldato ed acceso, invia il suo amore a
quelli, perché lo digeriscano. Cossì primieramente la cognizione muove
l'affetto, ed appresso l'affetto muove la cognizione. Gli occhi, quando
moveno, sono asciutti, perché fanno ufficio di specchio e di ripresentatore;
quando poi son mossi, son turbati ed alterati; perché fanno ufficio de
studioso executore: atteso che con l'intelletto speculativo prima si vede il
bello e buono, poi la voluntà l'appetisce, ed appresso l'intelletto
industrioso lo procura, séguita e cerca. Gli occhi lacrimosi significano la
difficultà de la separazione della cosa bramata dal bramante, la quale acciò
non sazie, non fastidisca, si porge come per studio infinito, il quale sempre
ha e sempre cerca: atteso che la felicità de' dei è descritta per il bevere
non per l'aver bevuto il nettare, per il gustare non per aver gustato
l'ambrosia, con aver continuo affetto al cibo ed alla bevanda, e non con esser
satolli e senza desio de quelli. Indi, hanno la sazietà come in moto ed
apprensione, non come in quiete e comprensione; non son satolli senza
appetito, né sono appetenti senza essere in certa maniera satolli.
28 \ LAOD.\ Esuries satiata, satietas
esuriens.
29 \ LIB.\ Cossì a punto.
30 \ LAOD.\ Da qua posso intendere come senza
biasimo, ma con gran verità ed intelletto è stato detto, che il divino amore
piange con gemiti inenarrabili, perché con questo che ha tutto, ama tutto, e
con questo che ama tutto, ha tutto.
31 \ LIB.\ Ma vi bisognano molte glose, se
volessimo intendere de l'amor divino che è la istessa deità; e facilmente
s'intende de l'amor divino per quanto si trova ne gli effetti e nella
subalternata natura; non dico quello che dalla divinità si diffonde alle
cose, ma quello delle cose che aspira alla divinità.
32 \ LAOD.\ Or di questo ed altro
raggionaremo a più aggio appresso. Andiamone.
2 \ MIN.\ . Cominciate dal primo.
3 \ SEV.\ Il primo di questi, benché per
natura sia cieco, nulladimeno per amore si lamenta, dicendo a gli altri che
non può persuadersi la natura esser stata più discortese a essi che a lui;
stante che, quantunque non veggono, hanno però provato il vedere, e sono
esperti della dignità del senso e de l'eccellenza del sensibile, onde son
dovenuti orbi: ma egli è venuto come talpa al mondo a esser visto e non
vedere, a bramar quello che mai vedde.
4 \ MIN.\ . Si son trovati molti innamorati
per sola fama.
5 \ SEV.\ Essi, dice egli, aver pur questa
felicità de ritener quella imagine divina nel conspetto de la mente, de
maniera che, quantunque ciechi, hanno pure in fantasia quel che lui non puote
avere. Poi nella sestina si volta alla sua guida, pregandola che lo mene in
qualche precipizio, a fin che non sia oltre orrido spettacolo del sdegno di
natura. Dice dunque:
Parla il primo cieco.
Felici che talvolta visto avete,
Voi per la persa luce ora dolenti
Compagni che doi lumi conoscete.
Questi accesi non fûro, né son spenti;
Però più grieve mal che non credete
È il mio, e degno de più gran lamenti:
Perché, che fusse torva la natura
Più a voi ch'a me, non è chi m'assicura.
Al precipizio, o duce,
Conducime, se vuoi darmi contento,
Perché trove rimedio il mio tormento,
Ch'ad esser visto, e non veder la luce,
Qual talpa uscivi al mondo,
E per esser di terra inutil pondo.
6 Appresso séguita l'altro, che, morsicato
dal serpe de la gelosia, è venuto infetto nell'organo visuale. Va senza
guida, se pur non ha la gelosia per scorta. Priega alcun de circonstanti, che
se non è rimedio del suo male, faccia per pietà che non oltre aver possa
senso del suo male, facendo cossì lui occolto a se medesimo, come se gli è
fatta occolta la sua luce, con sepelir lui col proprio male. Dice Parla il
secondo cieco.
Da la tremenda chioma ha svelto Aletto
L'infernal verme, che col fiero morso
Hammi sì crudament'il spirto infetto,
Ch'a tôrmi il senso principal è corso,
Privando de sua guida l'intelletto;
Ch'in vano l'alma chiede altrui soccorso,
Sì cespitar mi fa per ogni via.
Quel rabido rancor di gelosia.
Se non magico incanto,
Né sacra pianta, né virtù de pietra,
Né soccorso divin scampo m'impetra,
Un di voi sia, per Dio, piatoso in tanto,
Che a me mi faccia occolto:
Con far meco il mio mal tosto sepolto.
7 Succede l'altro, il qual dice esser
dovenuto cieco per essere repentinamente promosso dalle tenebre a veder una
gran luce; atteso che essendo avezzo de mirar bellezze ordinarie, venne subito
a presentarsegli avanti gli occhi una beltà celeste, un divo sole: onde non
altrimente si gli è stemprata la vista e smorzatosegli il lume gemino che
splende in prora a l'alma (perché gli occhi son come doi fanali che guidano
la nave), ch'accader suole a un allievato nelle oscuritadi Cimmerie, se subito
immediatamente affiga gli occhi al sole. E nella sestina priega che gli sia
donato libero passagio a l'inferno, perché non altro che tenebre convegnono
ad un supposito tenebroso. Dice dunque cossì: Parla il terzo cieco.
S'appaia il gran pianeta di repente
A un uom nodrito in tenebre profonde,
O sott'il ciel de la Cimmeria gente,
Onde lungi suoi rai il sol diffonde;
Gli spenge il lume gemino splendente
In prora a l'alma, e nemico s'asconde.
Cossì stemprate fur mie luci avezze
A mirar ordinarie bellezze,
Fatemi a l'orco andare;
Perché morto discorro tra le genti?
Perché ceppo infernal tra voi viventi
Misto men vo? Perché l'aure discare
Sorbisco, in tante pene
Messo per aver visto il sommo bene?
8 Fassi innanzi il quarto cieco per simile,
ma non già per medesima caggione orbo, con cui si mostra il primo. Perché,
come quello per repentino sguardo della luce, cossì questo con spesso e
frequente remirare, o pur per avervi troppo fissati gli occhi, ha perso il
senso de tutte l'altre luci, e non si dice cieco per consequenza al risguardo
di quella unica che l'ha occecato. E dice il simile del senso de la vista a
quello ch'aviene al senso dell'udito; essendo che coloro che han fatte
l'orecchie a gran strepiti e rumori, non odeno gli strepiti minori, come è
cosa famosa de gli popoli Cataduppici, che son là d'onde il gran fiume Nilo
da una altissima montagna scende precipitoso alla pianura.
9 \ MIN.\ Cossì tutti color ch'hanno avezzo
il corpo, l'animo a cose più difficili e grandi, non sogliono sentir fastidio
dalle difficultadi minori. E costui non deve esser discontento della sua
cecità.
10 \ SEV.\ Non certo. Ma si dice volontario
orbo, a cui piace che ogni altra cosa gli sia ascosa, come l'attedia col
divertirlo da mirar quello che vuol unicamente mirare.
11 Ed in questo mentre priega gli viandanti
che si degnino de non farlo capitar male per qualche mal rancontro, mentre
va.sì attento e cattivato ad un oggetto principale.
12 \ MIN.\ Riferite le sue paroli.
13 \ SEV.\
Parla il quarto cieco.
Precipitoso d'alto al gran profondo
Il Nil d'ogni altro suon il senso ha spento
De' Cataduppi al popolo ingiocondo.
Cossì stand'io col spirto intiero attento
Alla più viva luce ch'abbia il mondo,
Tutti i minor splendori unqua non sento:
Or mentr'ella gli splende, l'altre cose
Sien pur a l'orbo volontario ascose.
Priegovi, da le scosse
Di qualche sasso, o fiera irrazionale,
Fatemi accorto, e se si scende o sale;
Perché non caggian queste misere osse
In luogo cavo e basso,
Mentre privo de guida meno il passo.
14 Al cieco che séguita per il molto
lacrimare accade che siano talmente appannati gli occhi, che non si può
stendere il raggio visuale a compararsi le specie visibili, e principalmente
per riveder quel lume ch'a suo malgrado, per raggion di tante doglie, una
volta vedde. Oltre che si stima la sua cecità non esser più disposizionale,
ma abituale, ed al tutto privativa; perché il fuoco luminoso che accende
l'alma nella pupilla, troppo gran tempo e molto gagliardamente è stato
riprimuto ed oppresso dal contrario umore; de maniera che, quantunque cessasse
il lacrimare, non si persuade che per ciò conseguisca il bramato vedere. Ed
udirete quel che dice appresso alle brigate, perché lo facessero
oltrepassare:
Parla il quinto cieco.
Occhi miei, d'acqui sempre mai pregnanti,
Quando fia che del raggio visuale
La scintilla se spicche fuor de tanti
E sì densi ripari, e vegna tale,
Che possa riveder que' lumi santi,
Che fur principio del mio dolce male?
Lasso! credo che sia al tutto estinta,
Sì a lungo dal contrario oppressa e vinta.
Fate passar il cieco,
E voltate vostr'occhi a questi fonti,
Che vincon gli altri tutti uniti e gionti;
E s'è chi ardisce disputarne meco,
È chi certo lo rende
Ch'un de' miei occhi un Ocean comprende.
15 Il sesto orbo è cieco, perché per il
soverchio pianto ha mandate tante lacrime che non gli è rimasto umore, fin al
ghiacio ed umor per cui come per mezzo diafano il raggio visuale era
transmesso e s'intromettea la luce esterna e specie visibile, di sorte che
talmente fu compunto il core che tutta l'umida sustanza (il cui ufficio è de
tener unite ancora le parti diverse varie e contrarie) è digerita; ed egli è
rimasta l'amorosa affezione senza l'effetto de le lacrime, perché l'organo è
stemprato per la vittoria degli altri elementi, ed è rimasto consequentemente
senza vedere e senza constanza de le parti del corpo insieme. Poi propone a
gli circonstanti quel che intenderete:
Parla il sesto cieco.
Occhi non occhi; fonti, non più fonti,
Avete sparso già l'intiero umore,
Che tenne il corpo, il spirto e l'alma gionti.
E tu, visual ghiaccio, che di fore
Facevi tanti oggetti a l'alma conti,
Sei digerito dal piagato core:
Cossì ver l'infernale ombroso speco
Vo menando i miei passi, arido cieco.
Deh, non mi siate scarsi
A farmi pronto andar, di me piatosi,
Che tanti fiumi, a i giorni tenebrosi,
Sol de mio pianto m'appagando, ho sparsi:
Or ch'ogni umor è casso,
Verso il profondo oblio datemi il passo.
16 Sopragionge il seguente che ha perduta la
vista da l'intenso vampo che procedendo dal core è andato prima a consumar
gli occhi, ed appresso a leccar tutto il rimanente umore de la sustanza de
l'amante, de maniera che tutto incinerito e messo in fiamma non è più lui;
perché dal fuoco, la cui virtù è de dissolvere gli corpi tutti ne gli loro
atomi, è convertito in polve non compaginabile, se per virtù de l'acqua sola
gli atomi d'altri se inspessano e congiongono a far un subsistente composto.
Con tutto ciò non è privo del senso de l'intensissime fiamme. Però nella
sestina con questo vuol farsi dar largo da passare; ché, se qualch'uno
venesse tocco da le fiamme sue, dovenerebbe a tale che non arrebe più senso
delle fiamme infernali come di cosa calda, che come di fredda neve. Dice
dunque:
Parla il settimo cieco.
La beltà che per gli occhi scórse al core,
Formò nel petto mio l'alta fornace
Ch'assorbì prima il visuale umore,
Sgorgand'in alt'il suo vampo tenace;
E poi vorando ogni altro mio liquore,
Per metter l'elemento secco in pace,
M'ha reso non compaginabil polve,
Chi ne gli atomi suoi tutto dissolve,
Se d'infinito male
Avete orror, datemi piazza, o gente;
Guardatevi dal mio foco cuocente;
Che se contagion di quel v'assale,
Crederete che inverno Sia ritrovars'al fuoco de l'inferno.
17 Succede l'ottavo, la cecità del quale
vien caggionata dalla saetta che Amore gli ha fatto penetrare da gli occhi al
core. Onde si lagna non solamente come cieco, ma, ed oltre, come ferito ed
arso tanto altamente quanto non crede ch'altro esser possa. Il cui senso è
facilmente espresso in questa sentenza: Parla l'ottavo cieco.
Assalto vil, ria pugna, iniqua palma,
Punt'acuta, esca edace, forte nervo,
Aspra ferita, empio ardor, cruda salma,
Stral, fuoco e laccio di quel dio protervo,
Che punse gli occhi, arse il cor, legò l'alma
E fêmmi a un punto cieco, amante e servo,
Tal che orbo de mia piaga, incendio e nodo
Ho 'l senso in ogni tempo, loco e modo.
Uomini, eroi e dei,
Che siete in terra, o appresso Dite o Giove,
Dite, vi priego, quando, come e dove
Provaste, udiste o vedeste unqua omei
Medesmi o tali o tanti
Tra oppressi, tra dannati, tra gli amanti?
18 Viene al fine l'ultimo, il quale è ancor
muto: perché non possendo (per non aver ardire) dir quello che massime
vorrebe senza offendere o provocar sdegno, è privo di parlar di
qualsivogli'altra cosa. Però non parla lui, ma la sua guida produce la
raggione circa la quale, per esser facile, non discorro, ma solamente apporto
la sentenza.
Parla la guida del nono cieco.
Fortunati voi altri ciechi amanti,
Che la caggion del vostro mal spiegate:
Esser possete, per merto de pianti,
Graditi d'accoglienze caste e grate;
Di quel ch'io guido, qual tra tutti quanti
Più altamente spasma, il vampo late,
Muto forse per falta d'ardimento
Di far chiaro a sua diva il suo tormento.
Aprite, aprite il passo,
Siate benigni a questo vacuo volto
De tristi impedimenti, o popol folto,
Mentre ch'il busto travagliato e lasso
Va picchiando le porte
Di men penosa e più profonda morte.
19 Qua son significate nove caggioni per le
quali accade che l'umana mente sia cieca verso il divino oggetto, perché non
possa fissar gli occhi a quello. De le quali:
20 La prima, allegorizata per il primo cieco,
è la natura della propria specie, che per quanto comporta il grado in cui si
trova, in quello aspira per certo più alto che apprender possa.
21 \ MIN.\ Perché nessun desiderio naturale
è vano, possiamo certificarci de stato più eccellente che conviene a l'anima
fuor di questo corpo in cui gli fia possibile d'unirsi o avvicinarsi più
altamente al suo oggetto.
22 \ SEV.\ Dici molto bene che nessuna
potenza ed appulso naturale è senza gran raggione, anzi è l'istessa regola
di natura la quale ordina le cose. Per tanto è cosa verissima e certissima a'
ben disposti ingegni, che l'animo umano (qualunque si mostre mentre è nel
corpo) per quel medesimo che fa apparire in questo stato, fa espresso il suo
esser peregrino in questa regione; perché aspira alla verità e bene
universale, e non si contenta di quello che viene a proposito e profitto della
sua specie.
23 La seconda, figurata per il secondo cieco,
procede da.qualche perturbata affezione, come in proposito de l'amore è la
gelosia, la quale è come tarlo che ha medesimo suggetto nemico e padre, cioè
che rode il panno o legno di cui è generato.
24 \ MIN.\ Questa non mi par ch'abbia luogo
nell'amor eroico.
25 \ SEV.\ Vero, secondo medesima raggione
che vedesi nell'amor volgare; ma io intendo secondo altra raggione
proporzionale a quella la quale accade in color che amano la verità e bontà;
e si mostra quando s'adirano tanto contra quelli che la vogliono adulterare,
guastare, corrompere o che in altro modo indegnamente vogliono trattarla, come
son trovati di quelli che si son ridutti sino alla morte, alle pene ed esser
ignominiosamente trattati da gli popoli ignoranti e sette volgari.
26 \ MIN.\ Certo, nessuno ama veramente il
vero e buono che non sia iracondo contra la moltitudine: come nessuno
volgarmente ama che non sia geloso e timido per la cosa amata.
27 \ SEV.\ E con questo vien ad esser cieco
in molte cose veramente; ed affatto affatto, secondo l'opinion commune, è
stolto e pazzo.
28 \ MIN.\ Ho notato un luogo che dice esser
stolti e pazzi tutti quelli che hanno senso fuor ed estravagante dal senso
universale de gli altri uomini. Ma cotal estravaganza è di due maniere,
secondo che si va estra o con ascender più alto che tutti e la maggior parte
sagliano o salir possano: e questi son gli inspirati de divino furore; o con
descendere più basso dove si trovano coloro che hanno difetto di senso e di
raggione più che aver possano gli molti, gli più e gli ordinarii; ed in
cotal specie di pazzia, insensazione e cecità non si trovarà eroico geloso.
29 \ SEV.\ Quantunque gli vegna detto che le
molte lettere lo fanno pazzo, non gli si può dire ingiuria da dovero.
30 La terza, figurata nel terzo cieco,
procede da che la divina verità, secondo raggione sopranaturale detta
metafisica, mostrandosi a que' pochi alli quali si mostra, non proviene con
misura di moto e tempo, come accade nelle scienze fisiche (cioè quelle che
s'acquistano per lume naturale, le quali, discorrendo da una cosa nota secondo
il senso o la raggione, procedeno alla notizia d'altra cosa ignota; il qual
discorso è chiamato argumentazione); ma subito e repentinamente, secondo il
modo che conviene a tale efficiente. Onde disse un divino: Attenuati sunt
oculi mei suspicientes in excelsum. Onde non è richiesto van discorso di
tempo, fatica de studio ed atto d'inquisizione per averla, ma cossì
prestamente s'ingerisce, come proporzionalmente il lume solare senza dimora si
fa presente a chi se gli volta e se gli apre.
31 \ MIN.\ Volete dunque che gli studiosi e
filosofi non siano più atti a questa luce che gli quantunque ignoranti?
32 \ SEV.\ In certo modo non ed in certo modo
sì. Non è differenza quando la divina mente per sua providenza viene a
comunicarsi senza disposizione del suggetto, voglio dire quando si communica,
perché ella cerca ed eligge il suggetto; ma è gran differenza quando aspetta
e vuol esser cercata e poi, secondo il suo beneplacito, vuol farsi ritrovare.
In questo modo non appare a tutti, né può apparir ad altri che a color che
la cercano. Onde è detto: Qui quaerunt me invenient me; ed in altro
loco: Qui sitit, veniat et bibat.
33 \ MIN.\ Non si può negare che
l'apprensione del secondo modo si faccia in tempo.
34 \ SEV.\ Voi non distinguete tra la
disposizione alla divina luce e la apprensione di quella. Certo non niego che
al disporsi bisogna tempo, discorso, studio e fatica, ma, come diciamo che la
alterazione si fa in tempo e la generazione in instante, e come veggiamo che
con tempo s'aprono le fenestre ed il sole entra in un momento, cossì accade
proporzionalmente al proposito.
35 La quarta, significata nel seguente, non
è veramente indegna, come quella che proviene dalla consuetudine di credere a
false opinioni del volgo il quale è molto rimosso dalle opinioni de filosofi,
o pur deriva dal studio de filosofie volgari le quali son dalla moltitudine
tanto più stimate vere quanto più accostano al senso commune. E questa
consuetudine è uno de grandissimi e fortissimi inconvenienti che trovar si
possano: perché (come exemplificò Alcazele ed Averroe) similmente accade a
essi, che come a color che da puerizia e gioventù sono consueti a mangiar
veneno, quai son dovenuti a tale, che se gli è convertito in suave e proprio
nutrimento, e per il contrario abominano le cose veramente buone e dolci
secondo la comun natura. Ma è dignissima, perché è fondata sopra la
consuetudine de mirar la vera luce (la qual consuetudine non può venir in uso
alla moltitudine, come è detto). Questa cecità è eroica, ed è tale, per
quale degnamente contentare si possa il presente furioso cieco, il qual tanto
manca che si cure di quella, che viene veramente a spreggiare ogni altro
vedere, e da la comunità non vorrebe impetrar altro che libero passagio e
progresso di contemplazione, come per ordinario suole patir insidie e se gli
sogliono opporre intoppi mortali.
36 La quinta, significata nel quinto, procede
dalla improporzionalità delli mezzi de nostra cognizione al cognoscibile;
essendo che, per contemplar le cose divine, bisogna aprir gli occhi per mezzo
de figure, similitudini ed altre raggioni che gli peripatetici comprendono
sotto il nome de fantasmi, o per mezzo de l'essere procedere alla speculazion
de l'essenza, per via de gli effetti alla notizia della causa; gli quali mezzi
tanto manca che vagliano per l'assecuzion di cotal fine, che più tosto è da
credere che siano impedimenti, se creder vogliamo che la più alta e profonda
cognizion de cose divine sia per negazione e non per affirmazione, conoscendo
che la divina beltà e bontà non sia quello che può cader e cade sotto il
nostro concetto, ma quello che è oltre ed oltre incomprensibile; massime in
questo stato detto speculator de fantasmi dal filosofo, e dal teologo vision
per similitudine speculare ed enigma; perché veggiamo non gli effetti
veramente e le vere specie de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre,
vestigii e simulacri de quelle, come color che son dentro l'antro ed hanno da
natività le spalli volte da l'entrata della luce, e la faccia opposta al
fondo; dove non vedeno quel che è veramente, ma le ombre de ciò che fuor de
l'antro sustanzialmente si trova.
37 Però per la aperta visione la quale ha
persa, e conosce aver persa, un spirito simile o meglior di quel di Platone
piange, desiderando l'exito da l'antro, onde non per reflessione, ma per
immediata conversazione possa riveder sua luce.
38 \ MIN.\ Parmi che questo cieco non versa
circa la difficultà che procede dalla vista reflessiva, ma da quella che è
caggionata dal mezzo tra la potenza visiva e l'oggetto.
39 \ SEV.\ Questi doi modi, quantunque siano
distinti nella cognizion sensitiva o vision oculare, tutta volta però
concorreno in una nella cognizione razionale o intellettiva.
40 \ MIN.\ Parmi aver inteso e letto che in
ogni visione si richiede il mezzo over intermedio tra la potenza ed oggetto.
Perché, come per mezzo della luce diffusa ne l'aere e la similitudine della
cosa che in certa maniera procede da quel che è visto a quel che vede, si
mette in effetto l'atto del vedere; cossì nella regione intellettuale dove
splende il sole dell'intelletto agente mediante la specie intelligibile
formata e come procedente da l'oggetto, viene a comprendere de la divinità
l'intelletto nostro o altro inferiore a quella. Perché come l'occhio nostro
(quando veggiamo) non riceve la luce del foco ed oro in sustanza, ma in
similitudine; cossì l'intelletto, in qualunque stato che si trove, non riceve
sustanzialmente la divinità onde sieno sustanzialmente tanti dei quante sono
intelligenze, ma in similitudine; per cui non formalmente son dei, ma
denominativamente divini, rimanendo la divinità e divina bellezza una ed
exaltata sopra le cose tutte.
41 \ SEV.\ Voi dite bene; ma per vostro dire
bene non è mistiero ch'io mi ritratte, perché non ho detto il contrario; ma
bisogna che io dechiare ed expliche. Però prima dechiaro che la visione
immediata, detta da noi ed intesa, non toglie quella sorte di mezzo che è la
specie intelligibile, né quella che è la luce; ma quella che è
proporzionale alla spessezza e densità del diafano, o pur corpo al tutto
opaco tramezzante; come aviene a colui che vede per mezzo de le acqui più e
meno turbide, o aria nimboso e nebbioso; il quale s'intenderebbe veder come
senza mezzo, quando gli venesse concesso de mirar per l'aria puro, lucido e
terso. Il che tutto avete come esplicato dove si dice: Spicche fuor di tanti e
sì densi ripari. Ma ritorniamo al nostro principale.
42 La sesta, significata nel sequente, non è
altrimente caggionata che dalla inbecillità ed insubsistenza del corpo, il
quale è in continuo moto, mutazione ed alterazione; e le operazioni del quale
bisogna che seguiteno la condizione della sua facultà, la quale è
consequente dalla condizione della natura ed essere. Come volete voi che la
immobilità, la sussistenza, la entità, la verità sia compresa da quello che
è sempre altro ed altro, e sempre fa ed è fatto altri-ed altrimente? Che
verità, che ritratto può star depinto ed impresso dove le pupille de gli
occhi si dispergono in acqui, l'acqui in vapore, il vapore in fiamma, la
fiamma in aura, e questa in altro ed altro, senza fine discorrendo il suggetto
del senso e cognizione per la ruota delle mutazioni in infinito?
43 \ MIN.\ Il moto è alterità, quel che si
muove sempre è altro ed altro, quel che è tale sempre altri- ed altrimente
si porta ed opra, perché il concetto ed affetto séguita la raggione e
condizione del suggetto. E quello che altro ed altro, altri- ed altrimente
mira, bisogna necessariamente che sia a fatto cieco al riguardo di quella
bellezza che è sempre una ed unicamente, ed è l'istessa unità ed entità,
identità.
44 \ SEV.\ Cossì è.
45 La settima, contenuta allegoricamente nel
sentimento del settimo cieco, deriva dal fuoco dell'affezione, onde alcuni si
fanno impotenti ed inabili ad apprendere il vero, con far che l'affetto
precorra a l'intelletto. Questi son coloro che prima hanno l'amare che
l'intendere: onde gli avviene che tutte le cose gli appaiano secondo il colore
della sua affezione; stante che chi vuole apprendere il vero per via di
contemplazione, deve essere ripurgatissimo nel pensiero.
46 \ MIN.\ In verità si vede che sì come è
diversità de contemplatori ed inquisitori per quel che altri (secondo gli
abiti de loro prime e fondamentali discipline) procedeno per via de numeri,
altri per via de figure, altri per via de ordini o disordini, altri per via di
composizione e divisione, altri per via di separazione e congregazione, altri
per via de inquisizion e dubitazione, altri per via de discorso e definizione,
altri per via de interpretazioni e desciferazion de voci, vocaboli e dialecti:
onde altri son filosofi matematici, altri metafisici, altri logici, altri
grammatici: cossì è diversità de contemplatori che con diverse affezioni si
metteno ad studiare ed applicar l'intenzione alle sentenze scritte; onde si
doviene sin a questo che medesima luce di verità espressa di un medesimo
libro per medesime paroli viene a servire al proposito di sette tanto
numerose, diverse e contrarie.
47 \ SEV.\ Per questo è da dire che gli
affetti molto sono potenti per impedir l'apprension del vero, quantunque gli
pazienti non se ne possano accorgere; qualmente aviene ad un stupido ammalato
che non dice il suo gusto amaricato, ma il cibo amaro.
48 Or tal specie de cecità è notata per
costui, gli occhi del quale son alterati e privi dal suo naturale, per quel
che dal core è stato inviato ed impresso, potente non solo ad alterar il
senso, ma, ed oltre, l'altre tutte facultadi de l'alma, come la presente
figura dimostra.
49 Al significato per l'ottavo, cossì
l'eccellente intelligibile oggetto ave occecato l'intelletto, come
l'eccellente sopraposto sensibile a costui ha corrotto il senso. Cossì
avviene a chi vede Giove in maestà, che perde la vita e per consequenza perde
il senso. Cossì avviene che chi alto guarda, tal volta vegna oppresso da la
maestà. Oltre quando viene a penetrar la specie divina, la passa come strale.
Onde dicono gli teologi il verbo divino essere più penetrativo che qual si
voglia punta di spada o di coltello. Indi deriva la formazione ed impressione
del proprio vestigio, sopra il quale altro non è che possa essere impresso o
sigillato; là onde essendo tal forma ivi confirmata, e non possendo succedere
la peregrina e nova senza che questa ceda, consequentemente può dire che non
ha più facultà di prendere altro, se ha chi la riempie o la disgrega per la
necessaria improporzionalitade.
50 La nona caggione è notata per il nono che
è cieco per inconfidenza, per la deiezion de spirito, la quale è
administrata e caggionata pure da grande amore, perché con lo ardire teme de
offendere. Onde disse la Cantica: Averte oculos tuos a me, quia ipsi me
avolare fecere. E cossì supprime gli occhi da non vedere quel che massime
desidera e gode di vedere; come raffrena la lingua da non parlare con chi
massime brama di parlare, per tema che difetto di sguardo o difettosa parola
non lo avvilisca, o per qualche modo non lo metta in disgrazia. E questo suol
procedere da l'apprensione de l'excellenza de l'oggetto sopra de la sua
facultà potenziale: onde gli più profondi e divini teologi dicono che più
si onora ed ama Dio per silenzio che per parola, come si vede più per chiuder
gli occhi alle specie representate che per aprirli: onde è tanto celebre la
teologia negativa de Pitagora e Dionisio sopra quella demostrativa de
Aristotele e scolastici dottori.
51 \ MIN.\ Andiamone raggionando per il
camino.
52 \ SEV.\ Come ti piace.
Di que', madonne, che col chiuso vase
Si fan presenti, ed han trafitt'il core,
Non per commesso da natura errore,
Ma d'una cruda sorte
Ch'in sì vivace morte
Le tien astretti, ogn'un cieco rimase.
Siam nove spirti che molti anni, erranti,
Per brama di saper, molti paesi
Abbiam discorsi, e fummo un dì surpresi
D'un rigid'accidente,
Per cui, se siete attente
Direte: O degni, ed o infelici amanti!
Un'empia Circe, che si don'il vanto
D'aver questo bel sol progenitore,
Ne accolse dopo vario e lungo errore;
E un certo vase aperse,
De le acqui insperse
Noi tutti, ed a quel far giunse l'incanto.
Noi aspettand'il fine di tal opra,
Eravam con silenzio muto attenti,
Sin al punto che disse: - O voi dolenti,
Itene ciechi in tutto;
Raccogliete quel frutto,
Che trovan troppo attenti al che gli è sopra, -
- Figlia e madre di tenebre ed orrore,
(Disse ogn'un, fatto cieco di repente),
Dunque ti piacque cossì fieramente
Trattar miseri amanti,
Che ti si fêro avanti,
Facili forse a consecrart'il core?
-Ma poi ch'a i lassi fu sedato alquanto
Quel subito furor, ch'il novo caso
Porse, ciascun più accolto in sé rimaso,
Mentre ira al dolor cede,
Voltossi alla mercede,
Con tali accenti accompagnand'il pianto:
- Or dunque, s'a voi piace, o nobil maga,
Che zel di gloria forse il cor ti punga,
O liquor di pietà il lenisca ed unga,
Farti piatosa a noi
Co' medicami tuoi,
Saldand'al nostro cuor l'impressa piaga;
Se la man bella è di soccorrer vaga,
Deh, non sia tanto la dimora lunga,
Che di noi triste alcun a morte giunga
Pria che per gesti tuoi
Possiam unqua dir noi:
Tanto ne tormentò, ma più ne appaga.
-E lei soggiunse: - O curiosi ingegni,
Prendete un altro mio vase fatale,
Che mia mano medesma aprir non vale;
Per largo e per profondo
Peregrinate il mondo,
Cercate tutti i numerosi regni:
Perché vuol il destin che discuoperto
Mai vegna, se non quando alta saggezza
E nobil castità giunte a bellezza
V'applicaran le mani;
D'altri i studi son vani
Per far questo liquor al ciel aperto.
Allor, s'avvien ch'aspergan le man belle
Chiunque a lor per remedio s'avicina,
Provar potrete la virtù divina
Ch'a mirabil contento
Cangiando il rio tormento,
Vedrete due più vaghe al mondo stelle.
Tra tanto alcun di voi non si contriste,
Quantunque a lungo in tenebre profonde
Quant'è sul firmamento se gli asconde;
Perché cotanto bene
Per quantunque gran pene
Mai degnamente avverrà che s'acquiste.
Per quell'a cui cecità vi conduce,
Dovete aver a vil ogni altro avere
E stimar tutti strazii un gran piacere;
Ché sperando mirare
Tai grazie uniche o rare,
Ben potrete spreggiar ogni altra luce.
-Lassi! è troppo gran tempo che raminghe
Per tutt'il terren globo nostre membra
Son ite, sì ch'al fine a tutti sembra
Che la fiera sagace
Di speranza fallace
Il petto n'ingombrò con sue lusinghe.
Miseri! ormai siam (bench'al tardi) avisti,
Ch'a quella maga, per più nostro male,
Tenerci a bada eternamente cale;
Certo perché lei crede
Che donna non si vede
Sott'il manto del ciel con tanti acquisti,
Or benché sappiam vana ogni speranza,
Cedemo al destin nostro e siam contenti
Di non ritrarci da penosi stenti,
E mai fermando i passi
(Benché trepidi e lassi),
Languir tutta la vita che n'avanza.
Leggiadre Ninfe, ch'a l'erbose sponde
Del Tamesi gentil fate soggiorno,
Deh, per Dio, non abiate, o belle, a scorno
Tentar voi anco in vano
Con vostra bianca mano
Di scuoprir quel ch'il nostro vase asconde.
Chi sa? forse che in queste spiagge, dove
Con le Nereidi sue questo torrente
Si vede che cossì rapidamente
Da basso in su rimonte,
Riserpendo al suo fonte,
Ha destinat'il ciel ch'ella si trove.
2 Prese una de le Ninfe il vaso in mano, e
senza altro tentare, offrillo ad una per una, di sorte che non si trovò chi
ardisse provar prima; ma tutte de commun consentimento, dopo averlo solamente
remirato, il riferivano e proponevano per rispetto e riverenza ad una sola; la
quale finalmente non tanto per far pericolo di sua gloria, quanto per pietà e
desìo di tentar il soccorso di questi infelici, mentre dubbia lo contrattava,
- come spontaneamente, s'aperse da se stesso. Che volete ch'io vi referisca
quanto fusse e quale l'applauso de le Ninfe? Come possete credere ch'io possa
esprimere l'estrema allegrezza de nove ciechi, quando udîro del vase aperto,
si sentîro aspergere dell'acqui bramate, aprîro gli occhi e veddero gli doi
soli, e trovarono aver doppia felicitade: l'una della ricovrata già persa
luce, l'altra della nuovamente discuoperta, che sola possea mostrargli
l'imagine del sommo bene in terra? Come, dico, volete ch'io possa esprimere
quella allegrezza e tripudio de voci, di spirto e di corpo, che lor medesimi,
tutti insieme, non posseano esplicare? Fu per un pezzo il veder tanti furiosi
debaccanti, in senso di color che credono sognare, ed in vista di quelli che
non credeno quello che apertamente veggono; sin tanto che tranquillato essendo
alquanto l'impeto del furore, se misero in ordine di ruota, dove
3 il primo cantava e sonava la citara in
questo tenore:
O rupi, o fossi, o spine, o sterpi, o sassi,
O monti, o piani, o valli, o fiumi, o mari,
Quanto vi discuoprite grati e cari;
Ché mercé vostra e merto
N'ha fatto il ciel aperto!
O fortunatamente spesi passi!
4 Il secondo con la mandòra sua sonò e
cantò:
O fortunatamente spesi passi,
O diva Circe, o gloriosi affanni;
O quanti n'affligeste mesi ed anni,
Tante grazie divine,
Se tal è nostro fine
Dopo che tanto travagliati e lassi!
5 Il terzo con la lira sonò e cantò:
Dopo che tanto travagliati e lassi,
Se tal porto han prescritto le tempeste,
Non fia ch'altro da far oltre ne reste
Che ringraziar il cielo,
Ch'oppose a gli occhi il velo,
Per cui presente al fin tal luce fassi.
6 Il quarto con la viola cantò:
Per cui presente al fin tal luce fassi,
Cecità degna più ch'altro vedere,
Cure suavi più ch'altro piacere;
Ch'a la più degna luce
Vi siete fatta duce;
Con far men degni oggetti a l'alma cassi.
7 Il quinto con un timpano d'Ispagna
cantò:
Con far men degni oggetti a l'alma cassi,
Con condir di speranza alto pensiero,
Fu chi ne spinse a l'unico sentiero,
Per cui a noi si scuopra
Di Dio la più bell'opra.
Cossì fato benigno a mostrar vassi.
8 Il sesto con un lauto cantò:
Cossì fato benigno a mostrar vassi;
Perché non vuol ch'il ben succeda al bene,
O presagio di pene sien le pene:
Ma svoltando la ruota,
Or inalze, ora scuota;
Com'a vicenda, il dì e la notte dassi.
9 Il settimo con l'arpa d'Ibernia:
Come a vicenda, il dì e la notte dassi,
Mentre il gran manto de faci notturne
Scolora il carro de fiamme diurne:
Talmente chi governa
Con legge sempiterna
Supprime gli eminenti e inalza i bassi.
10 L'ottavo con la viola ad arco:
Supprime gli eminenti e inalza i bassi
Chi l'infinite machini sustenta,
E con veloce, mediocre e lenta
Vertigine dispensa
In questa mole immensa
Quant'occolto si rende e ap