FISICA/MENTE

UNA REPLICA A EMANUELE SEVERINO

di Piegiorgio Odifreddi

da Repubblica del 23 aprile 2005

 

            In genere gli scienziati sono affetti da una sorta di spirito di superiorità che non li fa intervenire nelle umane vicende. Naturalmente sbagliano. I pocchi che lo fanno, soprattutto con la lucidità di Piergiorgio Odifreddi, un logico matematico dell'Università di Torino, meritano ogni attenzione. Soprattutto quando usano, dappertutto, prendere il toro per le corna. Odifreddi lo ha fatto con la religione, con Zichichi, con ogni convenzione. Questa volta, ne sentivamo la mancanza, interviene in una polemica contro i filosofi che, in Italia, non danno bella mostra di sé. 

            Sull'atteggiamento di superiorità di certi filosofi, ebbi modo di discutere in modo defatigante, oltre un anno fa, con due sedicenti filosofi (anonimi) in un dibattito sul forum di Utopia. Affermavano di occuparsi principalmente di filosofia della scienza. Io affermavo che per fare ciò occorre conoscere la scienza. Loro affermavano di aver letto i libri divulgativi di Paul Davies e simili. Io affermavo che con Paul Davies (pur bravo divulgatore) si conosce la divulgazione di concetti complessi e la cosa può andare bene per un cittadino non certo per un filosofo che vuole indagare alcune cose che la scienza studia a fondo. Niente da fare. Loro affermavano che andava bene così ponendosi in una posizione aprioristica che corrispondeva al fideismo. Iniziata la conversazione loro facevano affermazioni sulla scienza del tipo Asimov, o Clarke o consimili. Non riuscivano a capire che DENTRO la scienza vi è riflessione su di essa. Erano comunque inesorabili con ogni mia affermazione. Quando ho cominciato a parlare di filosofia ed il termine non era proprio quello che loro ritenevano dovesse essere usato, mi malmenavano metaforicamente. Da quel punto però ho richiesto almeno la conoscenza delle equazioni differenziali alle derivate parziali (secondo ordine). Altrimenti, fine della discussione. Per esemplificare: come è possibile capire che l'applicazione di tali equazioni, per loro definizione richiedenti la continuità delle funzioni su cui operano, alla discontinuità dell materia possa dare risultati ? Insomma, è veramente offensivo che si parli di e sulla scienza senza conoscerla e, peggio, che si faccia filosofia senza conoscere la scienza. In proposito, leggiamo le belle cose che scrive Odifreddi.

 


            Narra Michel de Montaigne, nei suoi memorabili Saggi (II, XII) : «Un antico, al quale si rimproverava di professare la filosofia prendendola in giro, rispose che quello era filosofare veramente». E ripete Blaise Pascal, nei suoi altrettanto memorabili Pensieri: «Beffarsi della filosofia è filosofare davvero». Prendo dunque come un complimento il fatto che, nella sua replica (la Repubblica, 19 aprile 2005) alla mia introduzione a L'ABC della relatività di Bertrand Russell (la Repubblica, 2 aprile), Emanuele Severino dica più volte che io ho parlato di filosofia scherzando, con freddure e barzellette.
            La provvidenziale uscita in libreria di La scienza negata. Il caso italiano (Codice Edizioni, pagg. 120, euro 15), l'ultimo libro di Enrico Bellone, direttore SET della prestigiosa rivista Le Scienze, che dedica un intero capitolo a Severino,mi permette però di ampliare il discorso ai rapporti fra scienza e filosofia che nell'ultimo decennio hanno visto momenti di tensione in seguito all'ormai storica «beffa Sokal»
            Per chi non conoscesse i fatti, o li avesse dimenticati, nella primavera del l996 il fisico Alan Sokal mandò alla rivista Social Text un lungo articolo intitolato Trasgredire le frontiere: verso un'ermeneutica trasformativa della gravità quantistica, che fu prontamente pubblicato benché fosse infarcito di assurdità messevi a bella posta, mascherate in «filosofese». La conclusione che Sokal e altri trassero dalla vicenda fu che, poiché certa filosofia non si distingue dalla sua parodia, non è una cosa seria.
            Alla sua beffa Sokal fece seguire Imposture intellettuali (Garzanti, 1999): un libro scritto a quattro mani con Jean Bricmont, che mostrava con dovizia di citazioni come il pantheon della filosofia postmoderna francese fosse colpevole di «manifesta ciarlataneria». Ci furono reazioni e dibattiti ovunque, ma poiché gli esempi del libro erano tutti tratti dalla Francia, l'episodio poté essere facilmente rimosso in Italia. Gli anelli mancanti della catena deduttiva sono ora forniti dal libro di Bellone: il quale, benché questo sia solo un suo scopo secondario, fornisce un'impressionante serie di istruttive citazioni, anche nostrane.
            Lo scopo primario è invece la documentazione del proliferare delle immagini negative della scienza e della razionalità, che hanno da un lato generato timori infondati riguardanti i supposti pericoli derivanti dalla natura stessa della conoscenza scientifica,
e dall'altro lato hanno coagulato le simpatie popolari su tali timori. Si tratta, cioè, di alcune tematiche predilette da certi intellettuali italiani, "conservatori o progressisti, così come da autorevoli rappresentanti della fede cattolica, primo fra tutti il nuovo papa Benedetto XVI, che ne ha parlato esplicitamente nella sua ultima omelia da cardinale, e del quale il libro analizza alcuni recenti pronunciamenti sulle «patologie distruttive della ragione», dal nucleare alla genetica.
            Naturalmente l'attacco concentrico alla ragione e alla scienza trova in Italia un terreno particolarmente fertile, visti i dati delle misure effettuate nel 1999 dall'associazione Long Life Learning [Treellle, n.d.r] presieduta da Umberto Agnelli, riportati da Bellone: due milioni di italiani sono analfabeti nel senso classico del termine, quindici milioni sono semianalfabeti e altri quindici milioni sono a rischio, nel senso
che si trovano «ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessario in una società complessa come la nostra». Detto altrimenti, il 66% della popolazione ha «un'insufficiente competenza alfabetica e aritmetica», e i dati Istat aggiungono che i due terzi della popolazione italiana non legge mai ne un libro né un quotidiano.
            Questi sono i dati di oggi, ma Bellone nota come il tema della «scienza negata» sia in Italia una costante culturale (si fa per dire) che risale per lo meno al Rinascimento, e come i suoi effetti siano deleteri: a parte il proliferare dell'industria dei miracoli sacri e profani, che porta ogni anno sei milioni di persone in pellegrinaggio da Padre Pio e
altrettante in visita negli studi di guaritori e maghi, secondo le stime fornite dal World Economic Forum siamo al terzo posto nel mondo per la diffusione dei telefoni cellulari, ma al quarantacinquesimo per le capacità di sviluppo e innovazione, dietro la Tunisia e la Giordania.
            E' precisamente in questo contesto di società ascientifica e di cultura antiscientifica che, nella mia introduzione a Russell, citavo alla rinfusa fìlosofì «da Heidegger e Croce a Deleuze e Severino»: manco a farlo apposta, tutti oggetto dell'attenzione di Bellone. Del primo egli ricorda l'arguto motto che «il pensiero comincia dove la scienza finisce». Del secondo, l'affermazione che «le scienze naturali e le discipline matematiche hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità». Del terzo, alcune farneticazioni a proposito della nozione di  «(in)—differen-t/z-iazione». Quanto a Severino, nel suo intervento su questo giornale egli cita Russell a (s)proposito del fatto che «la relatività getta ben poca luce su controversie secolari come quelle tra il realismo e l'idealismo». Ma che bella scoperta ! La cosa è evidente, e significa soltanto che una teoria che tratta dello spazio e del tempo potrà forse avere conseguenze sulle controversie secolari a proposito dello spazio e del tempo, ma certo non su altre: e, infatti, era appunto della filosofia del tempo che parlavo, quando dicevo che, se essa non tiene conto della relatività, rischia di essere soltanto letteratura fantastica. Ma come potrebbe capire il concetto un filosofo che da cinquant'anni canta monomaniacalmente un unico mantra, quello della follia dell'Occidente, e pretende di usarlo universalmente per
l'interpretazione di qualunque avvenimento, dallo tsunami alla morte del papa (Corriere della Sera, 29 dicembre 2004 e 4 aprile 2005)?
            Un'altra scoperta di Severino sarebbe che la scienza ha bisogno della filosofia per chiarire il senso delle categorie fìlosofiche da cui procede e su cui si fonda. Ora, io non pretendo che un grande filosofo si scomodi a seguire uno dei miei corsi per sapere cosa penso, benché io mi sia scomodato a seguire uno dei suoi per sapere cosa pensa lui. Basterebbe però che guardasse la copertina dei miei ultimi due libri (Il diavolo in cattedra e Le menzogne di Ulisse), senza neppure aprirli, per notare nel sottotitolo di uno il nome di Aristotele, e nell'altro quello di Parmenide: figurarsi se non so che, per parafrasare
Kant, «senza la filosofia la scienza è cieca».
            Ma Severino, e con lui buona parte dei continentali odierni, sembra dimenticarsi dell'altra metà della metafora: che «senza la scienza la filosofia è vuota». E, soprattutto, che una filosofia che pretenda di «chiarire il senso» di cose dette in una lingua che neppure capisce, rischia di cessare di essere, un «amore per il sapere», per diventare invece un «sapere amatoriale». Non era così, naturalmente, per i filosofi del passato,
che incautamente Severino cerca di tirare dalla sua parte: Cartesio era un fior di matematico, Kant ha tratto le sue categorie dalla meccanica newtoniana, e persino Nietzsche ha studiato la teoria ergodica per diversi anni, per poter elaborare una dimostrazione fisico-matematica (perfettamente corretta, sotto le sue ipotesi) della teoria
dell'Eterno Ritorno. E non è così neppure per molti filosofi del presente, da Saul Kripke a Hilary Putnam, che hanno dato profondi contributi alla logica matematica, oltre che alla filosofia.
            E' invece così non soltanto per Severino ma per tutti coloro che parlano continuamente di «tecnica» confondendo fra loro, a seconda dei casi, cose diversissime quali la matematica, le scienze e la tecnologia, ma anche per una vasta schiera di filosofi nostrani, da Massimo Cacciari a Giovanni Reale, ai quali si addice perfettamente il giudizio di Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, riportato da Bellone nel suo libro: «I filosofi, muovendosi in mezzo al concetto di infinito senza l'esperienza e le precauzioni dei matematici, sono come navi immerse nella nebbia in un mare pieno di scogli pericolosi, e ciononostante felicemente ignari del pericolo».
            E ciò che Born dice dell'infinito vale, allo stesso modo, oltre che per i già citati concetti di spazio e tempo, anche per quelli di mondo, vita, corpo e coscienza da un lato, o di (in)determininatezza, (in)completezza e (in)decidibilità, e più in generale ordine e caos, dall'altro. Gli scienziati non sono certo contrari alla filosofia, ma sono contrari a certa filosofia: quella che non conosce che se stessa e che troppo spesso finisce in Gloria come tutti i salmi.

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