Le due lettere che seguono furono scritte tra il 1726
ed il 1729. Voltaire era stato allontanato dalla Francia perché non gradito per
le sue satire politiche. Nel 1726 si recò in Inghilterra dove resterà per
circa 3 anni. Venne così a contatto con una società, con delle istituzioni
avanzatissime rispetto a quelle francesi. In Inghilterra vi era già stata la
rivoluzione liberale, la borghesia aveva preso il potere e amministrava il Paese
con grande efficienza che faceva bella mostra di sé soprattutto se confrontata
con la staticità della monarchia francese. Voltaire ebbe modo di conoscere
l'opera di grandi pensatori inglesi quali Bacon, Locke e Newton che saranno
ispiratori dell'Illuminismo francese. Voltaire, pur nelle contraddizioni che lo
caratterizzarono (ammirava l'Inghilterra, pur sognando non un Parlamento ma un
monarca illuminato; polemizzava violentemente con la Chiesa pur credendo ad un
principio divino; ... ), coglie l'arretratezza del pensiero dominante del suo
Paese nella filosofia di eredità medioevale di Descartes (pur difendendo il
filosofo dai suoi detrattori, ad esempio, riguardo alle sue fondamentali
scoperte in matematica). Gli argomenti che porta a sostegno delle aperture
filosofiche di Newton rispetto alla filosofia cartesiana, sono riportati nella
Lettera XIV che segue. Anche qui, ma non è il caso di sottilizzare, Voltaire
non aveva capito molto bene il pensiero di Newton (anche perché. probabilmente,
non lo lesse sull'opera originale ma su quella di suoi estimatori come Pemberton,
Fontenelle, Maupertuis) e soprattutto il fatto che la sua filosofia apriva a
problematiche epistemologiche gigantesche (ipotheses non fingo, spazio e
tempo assoluti, Dio regolatore all'interno del sistema mondo, ...). Non è
questo che si pretende da chi ci introduce in un nuovo mondo, ma solo l'averlo
fatto. In ogni caso la Lettera XV è proprio relativa alla divulgazione della
filosofia di Newton.
Sessant'anni dopo queste lettere, che aprirono ad una
intensissima fase di elaborazione politico filosofica (l'età dell'Illuminismo),
con Voltaire scomparso da circa un decennio, la Francia regalerà al mondo la
sua Rivoluzione che caccerà dal potere nobiltà e clero.
R.R.
François-Marie Arouet (Voltaire) - Lettere
inglesi
(dall'edizione
degli Editori Riuniti (1971) commentata da Paolo Alatri)
Quattordicesima
lettera
Cartesio e Newton
Un francese che arrivi a Londra trova le cose assai mutate in filosofia,
come in tutto il resto. Ha lasciato il mondo pieno; lo trova vuoto1. A Parigi, si
vede l'universo composto da vortici di materia sottile; a Londra, non si vede
nulla di tutto questo. Da noi è la pressione della Luna che causa il flusso del
mare; presso gli Inglesi è il mare che gravita verso la Luna, in modo che
quando credete che la Luna dovrebbe darci l'alta marea, questi signori ritengono
che si debba avere bassa marea: il che, disgraziatamente, non può controllarsi,
perché sarebbe stato necessario — per chiarire la cosa — esaminare la Luna
e le maree nel primo istante della creazione.
Noterete inoltre che il Sole, il quale in Francia non c'entra per nulla
in questa faccenda, vi contribuisce in Inghilterra per circa un quarto. Secondo
i vostri cartesiani tutto avviene
per un impulso assolutamente incomprensibile; secondo Newton, tutto avviene per
un attrazione di cui non si conosce meglio la causa. A Parigi, vi figurate la
Terra fatta come un melone2; a Londra, essa è appiattita ai due poli. Per un
cartesiano la luce esiste nell'aria; per un newtoniano, giunge dal Sole in sei
minuti e mezzo. La chimica francese effettua tutte le sue operazioni con acidi,
alcali e materia sottile; in Inghilterra, l'attrazione domina perfino nella
chimica.
L'essenza stessa delle cose è totalmente mutata. Non è
possibile accordarvi né sulla definizione dell'anima né su quella
della materia. Cartesio assicura che l'anima s'identifica
col pensiero, e Locke gli prova abbastanza bene il
contrario.
Cartesio assicura che l'estensione da sola costituisce
la materia; Newton vi aggiunge la solidità. Ecco dei
contrasti abbastanza stridenti.
Non nostrum inter vos tantas componere
lites3.
Questo famoso Newton, distruttore del sistema cartesiano
è morto nel mese di marzo dello scorso anno 1727. Ha
vissuto onorato dai suoi compatrioti, ed è stato sepolto
come un re che abbia fatto del bene ai propri sudditi
Qui a Londra è stato letto con avidità e tradotto l'elogio
del signor Newton che il signor di Fontenelle4
ha pronunziato all'Accademia delle Scienze. In Inghilterra
il giudizio del signor di Fontenelle era
atteso come una dichiarazione solenne della superiorità della filosofia
inglese; ma quando si è visto che egli paragonava Cartesio a Newton,
tutta la Società Reale di Londra si è sollevata.
Lungi
dall'accettare tale giudizio, si è criticato quel discorso.
Parecchi (e non sono certo i più filosofi) sono anzi
rimasti
urtati da quel paragone, soltanto perché Cartesio
era
francese.
Bisogna riconoscere che questi due grandi uomini sono
stati
molto diversi l'uno dall'altro per la loro condotta,
la
loro fortuna e la loro filosofia.
Cartesio era nato con un'immaginazione vivace e vigorosa,
che ne fece un uomo singolare nella vita privata
come
nella maniera di ragionare. Tale immaginazione si
fa
avvertire perfino nelle sue opere filosofiche, dove a ogni
passo
s'incontrano paragoni ingegnosi e brillanti. La natura
ne aveva fatto quasi un poeta, e infatti egli compose
per
la regina di Svezia un divertimento in versi che, per
rispetto
alla sua memoria, non è stato stampato.
Egli tentò per qualche tempo il mestiere della guerra,
e
poi, essendo divenuto del tutto filosofo, non credette
indegno
di sé il fare l'amore. Ebbe dalla sua amante una
figlia
di nome Francine, che morì giovane e di cui egli
rimpianse
molto la perdita. Così, provò tutto ciò che fa
parte
della natura umana.
Credette per lungo tempo che fosse necessario fuggire
gli
uomini, e
soprattutto la
sua patria,
per filosofare
in
libertà. Aveva ragione: gli uomini del suo tempo non
ne
sapevano abbastanza per illuminarlo, e non erano capaci
d'altro che di nuocergli. Lasciò la Francia perché cercava
la verità, che vi era perseguitata allora dalla meschina
filosofia
universitaria; ma non trovò un maggior raziocinio
nelle università dell'Olanda, dove si ritirò. Infatti,
mentre
in Francia si condannavano le sole proposizioni
della
sua filosofia che fossero vere, egli fu perseguitato
anche
dai pretesi filosofi d'Olanda, che non lo capivano meglio
e che, vedendo più da vicino la sua gloria, odiavano
ancora di più la sua persona. Fu costretto ad abbandonare
Utrecht; subì l'accusa di ateismo, estrema risorsa
dei
suoi calunniatori; e lui che aveva impiegato tutta la
sagacia
del proprio ingegno nel cercare nuove prove dell'esistenza
di un Dio, fu sospettato di non riconoscerne
nessuno.
Tante persecuzioni presupponevano grandissimi meriti
e
una strepitosa reputazione: egli aveva infatti gli uni e
l'altra.
La ragione riuscì tuttavia a penetrare un po' nel
mondo
attraverso le tenebre della filosofia scolastica e i
pregiudizi
della superstizione popolare. Il suo nome finì
col
diventare tanto celebre che si cercò di attirarlo in
Francia
mediante ricompense. Gli fu offerta una pensione
di
mille scudi; con tale speranza egli venne, pagò le spese
del
diploma, che allora si vendeva, non ebbe la pensione,
e
se ne ritornò a filosofare nella solitudine dell'Olanda
del
nord, al tempo in cui il grande Galileo, all'età di ottant'anni,
gemeva nelle prigioni dell'Inquisizione, per aver
dimostrato
il movimento della Terra. Morì infine a Stoccolma
d'una morte prematura, causata da un cattivo regime,
nella cerchia di alcuni dotti, suoi nemici, e tra le
mani
di un medico che lo odiava.
Completamente diversa è stata la carriera del cavaliere
Newton. Ha vissuto ottantacinque anni, sempre tranquillo,
felice e onorato, in patria.
La sua grande fortuna è stata di esser nato non solo
in
un paese libero, ma anche in un'epoca in cui le impertinenze
scolastiche erano bandite e veniva coltivata soltanto
la ragione; sicché il mondo non poteva essere che
suo
scolaro, e non suo nemico.
Singolare è il contrasto in cui si trova rispetto a Cartesio:
nel corso della sua cosi lunga esistenza non ha avuto
né
passioni né debolezze; non ha mai avvicinato una
donna,
il che mi è stato confermato dal medico e dal chirurgo
tra le cui braccia egli è morto. In questo si può
ammirare
Newton, ma non bisogna biasimare Cartesio.
Su questi due filosofi, l'opinione pubblica è, in Inghilterra,
che il primo era un sognatore, e
l'altro un
saggio.
A Londra pochissimi leggono Cartesio, le cui opere
sono
effettivamente diventate inutili; e pochissimi leggono
Newton,
perché per capirlo occorre essere molto dotti.
Ciononostante,
tutti parlano di loro: non si accorda nulla
al
francese, e si concede tutto all'inglese. Taluni ritengono
che,
se non si crede più all'orrore del vuoto, se si sa che
l'aria
è pesante, se ci si serve delle lenti d'ingrandimento,
se
ne debba esser grati a Newton. Egli è qui l'Ercole della
favola,
cui gli ignoranti attribuivano tutte le gesta degli
altri
eroi.
In una critica del discorso del signor di Fontenelle
fatta
a Londra, si è giunti a sostenere che Cartesio non
era
un grande matematico. Quelli che parlano così rinnegano
chi li ha nutriti. Dal punto in cui ha trovato la geometria
fino al punto cui l'ha portata, Cartesio ha percorso
tanto
cammino quanto quello percorso da Newton dopo
di
lui; egli è il primo che abbia trovato la maniera di
dare
le equazioni algebriche delle curve. La geometria,
grazie
a lui divenuta oggi di uso comune, era ai suoi
tempi
così oscura che nessun professore si azzardava a spiegarla,
e non vi erano altri che Schootem5 in Olanda e Fermat6
in Francia che la capissero.
Egli portò questo spirito geometrico e inventivo nella
diottrica7,
che divenne per opera sua un'arte del tutto
nuova;
e se s'ingannò in qualche cosa, è perché chi scopre
nuove
terre non può di colpo conoscerne tutte le caratteristiche:
coloro che vengono dopo di lui e rendono fertili
quelle terre hanno, nei suoi confronti, almeno l'obbligo
di attribuirgli la scoperta. Non negherò invece che tutti
gli
altri lavori di Cartesio formicolino di errori.
La geometria era una guida ch'egli stesso aveva, in
qualche
modo, formata, e che lo avrebbe sicuramente guidato
anche nel campo della fisica; tuttavia egli fini con
l'abbandonare
tale guida, per affidarsi allo spirito sistematico.
Da allora la sua filosofia non fu più che un ingegnoso
romanzo,
verosimile tutt'al più per gli ignoranti. Egli si
ingannò
sulla natura dell'anima, sulle prove dell'esistenza
di
Dio, sulla materia, sulle leggi del movimento, sulla
natura
della luce; ammise le idee innate, inventò nuovi
elementi,
creò un mondo, fece l'uomo a modo suo, e si
dice
a ragione che l'uomo di Cartesio non è in effetti se
non
l'uomo di Cartesio, lontanissimo dall'uomo reale.
Spinse i suoi errori metafisici fino a pretendere che
due
e due fanno quattro soltanto perché Dio ha voluto
così.
Ma non è troppo asserire ch'egli restava degno di
stima
anche nei suoi errori. Si ingannò, ma lo fece almeno
con
metodo e con spirito conseguente; distrusse le assurde chimere
di cui la gioventù s'infatuava da duemila anni;
insegnò
agli uomini del suo tempo a ragionare e a servirsi
contro
lui stesso delle sue armi. Se non ha pagato in buona
moneta,
è già molto che abbia screditato quella falsa.
Non credo, in verità, che si osi paragonare in nessun
modo
la sua filosofia con quella di Newton: la prima è
solo
un tentativo, la seconda un capolavoro. Ma chi ci ha
messi
sulla via della verità vale forse quanto colui che
è
salito poi sulla vetta di tale carriera.
Cartesio diede la vista ai ciechi: essi videro gli errori
dell'antichità
ed i suoi. La via ch'egli ha aperto è, dopo
di
lui, divenuta immensa. Il libretto di Rohault8 ha rappresentato
per qualche tempo una fisica completa; oggi,
tutte
le raccolte delle Accademie d'Europa non costituiscono
nemmeno un inizio di sistema: approfondendo quell'abisso,
lo si è trovato infinito. Si tratta adesso di vedere
che
cosa il signor Newton ha cavato fuori da tale abisso.
NOTE
1
- Allusione, rispettivamente, alle posizioni filosofiche di Cartesio e
di
Newton. R. Naves osserva: «Tutto l'inizio di questa lettera è scritto
in
tono scherzoso, e Voltaire fa mostra di non decidere tra Descartes
e
Newton. G. Lanson si è basato su questa presentazione per vedere
nella
lettera XIV un testo nettamente anteriore alle
tre lettere successive,
che sono nettamente newtoniane; essa è senza dubbio del 1728
(come
risulta dalla frase seguente del testo), e le lettere XV-XVII
possono
essere del 1732. Tuttavia, non bisogna vedervi una netta evoluzione
del pensiero di Voltaire: la fine
della lettera XIV prende
partito
a favore di Newton e giudica Descartes negli stessi termini che
Voltaire
riprenderà molto più tardi. Poteva essere abile non spaventare
il
lettore fin
dall'inizio e
condurlo soltanto
gradualmente alla "sana
filosofia"».
2
-
La tesi
che la
Terra fosse
uno sferoide
allungato anziché
appiattito ai due Poli era stata sostenuta dall'astronomo francese di
origine
italiana Jacques Cassini (1677-1756),
direttore dell'osservatorio di Parigi, nell'opera
La grandeur et la figure de la Terre (1718) e accolta
da altri scienziati.
3
- "Non è affar nostro appianar tra voi dispute così importanti"
VIRGILIO, Bucoliche, III, 108. Si veda, sopra, la nostra nota n. 1.
4
- Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757), letterato francese,
Segretario perpetuo dell'Accademia delle Scienze: in tale qualità compose
numerosi elogi di colleghi defunti, tra cui quello di Newton che
ebbe nel 1728 ben quattro edizioni.
5 -
Francesco von Schooten, matematico olandese del XVII secolo,
autore
di una Geometria dedicata a Descartes (Leida 1649) in cui sono
stabilite
le coordinate ottagonali, e di un'altra opera del 1656 dedicata
alla
« geometria con la riga ».
6
-
Pierre Fermat
(1601-65), matematico
francese in
relazione con
Cartesio,
sviluppò la geometria analitica deducendo dall'equazione di
una
curva (da lui chiamata « Proprietà specifica ») tutte le sue proprietà.
7 -
Parte della fisica che si occupa dell'azione dei mezzi sulla luce
che
li attraversa.
8
- Jacques Rohault (1620-1675), autore di un
Traité de physique (1671)
assai diffuso, in cui sono esposte le dottrine di Cartesio.
Quindicesima lettera
(*)
Il
sistema dell'attrazione
Le scoperte che hanno procurato al cavaliere Newton
una
reputazione così universale riguardano il sistema del
mondo,
la luce, l'infinito matematico, e infine la cronologia,
con cui egli si è divertito per riposarsi.
Vi dirò (se mi è possibile, senza verbosità) il poco
che
ho potuto captare di tutte queste idee sublimi1.
Riguardo al sistema del nostro mondo, si disputava da
molto
tempo sulla causa che fa ruotare e trattiene nelle
loro
orbite tutti i pianeti, e su quella che fa scendere tutti
i
corpi verso la superficie della Terra.
Il sistema di Cartesio, spiegato e molto mutato dopo
di
lui, pareva fornire una ragione plausibile di tali fenomeni,
e tale ragione sembrava tanto più vera in quanto
è
semplice e accessibile a tutti. Ma, in filosofia, bisogna
diffidare
di ciò che si crede di capire troppo agevolmente,
così
come delle cose che non si capiscono.
La gravità, la caduta accelerata dei corpi precipitanti
sulla
Terra, la rivoluzione dei pianeti nelle loro orbite, la
loro
rotazione intorno al proprio asse, tutto ciò non è altro
che
moto. Ora, il moto non può esser concepito che per
impulso;
dunque tutti questi corpi vengono sospinti. Ma
da
che cosa? Tutto lo spazio è pieno; è dunque riempito
da
una materia sottilissima, giacché noi non la percepiamo;
tale materia va quindi da ovest a est, poiché è da
ovest
a est che tutti i pianeti sono sospinti. Così, di supposizione
in supposizione e di verosimiglianza in verosimiglianza,
si è immaginato un vasto vortice di materia
sottile,
entro cui i pianeti vengono trascinati intorno al
Sole;
e un altro vortice particolare, che ruota dentro
quello
grande e che gira quotidianamente intorno al pianeta.
Dopo di che, si pretende che la gravità dipenda da
tale
moto quotidiano; poiché, si dice, la materia sottile
che
gira intorno al nostro piccolo vortice deve essere diciassette
volte più celere della Terra; ora, se essa si muove
diciassette
volte più celermente della Terra, deve possedere
una forza centrifuga incomparabilmente maggiore e
respingere
di conseguenza tutti i corpi verso la Terra. Ecco,
nel sistema cartesiano, la causa della gravità.
Ma prima di calcolare la forza centrifuga e la celerità
di
questa materia sottile, bisognava
assicurarsi ch'essa
esistesse,
e supposto ch'essa esista, è ancora da dimostrare
che
possa esser la causa della gravità.
Newton sembra annullare senza rimedio tutti questi
vortici,
grandi e piccoli, sia quello che
porta i pianeti
intorno
al Sole, sia quello che fa girare ogni pianeta su
se
stesso.
Anzitutto, riguardo al preteso piccolo vortice della
Terra,
è provato ch'esso deve perdere a poco a poco il
suo
moto; è provato che, se la Terra naviga dentro un
fluido,
tale fluido dev'essere della medesima densità della
Terra,
e in tal caso tutti i corpi che noi muoviamo devono
avvertire
una straordinaria resistenza, il che significa che
per
sollevare il peso di una libbra occorrerebbe una leva
della
lunghezza della Terra.
In secondo luogo, i grandi vortici sono ancor più
chimerici.
È impossibile accordarli con le regole di Keplero,
la cui verità è dimostrata. Newton dimostra che
la
rivoluzione del fluido entro cui si suppone sia portato
Giove,
non sta alla rivoluzione dei fluido della Terra come
la
rivoluzione di Giove sta a quella della Terra.
Egli dimostra che — poiché tutti i pianeti compiono
le
loro rivoluzioni in orbite ellittiche, e di conseguenza
sono
assai più lontani l'uno dall'altro nei loro afeli e
assai
più vicini nei loro perielii — la Terra, per esempio,
dovrebbe
muoversi più rapidamente quando si trova più
vicina
a Venere e a Marte, poiché il fluido che la porta
subisce
allora una sollecitazione maggiore e deve quindi
muoversi
più rapidamente; e invece, è proprio allora che
il
moto della Terra è più lento.
Egli dimostra che non vi è una materia celeste che
vada
da ovest a est, poiché le comete attraversano quegli
spazi
sia da est a ovest, sia da nord a sud.
Infine, per risolvere ancor meglio, se è possibile, ogni
difficoltà,
egli dimostra, o almeno rende assai probabile,
anche
per via di esperimenti, che il pieno è impossibile,
e
ci ripropone il vuoto, che Aristotele e Cartesio avevano
bandito
dal mondo.
Avendo rovesciato, per tutte queste ragioni e per molte
altre ancora, i vortici del cartesianismo, Newton disperava
ormai di poter mai sapere se vi sia nella natura un
principio
segreto, che di volta in volta cagioni il moto
di
tutti i corpi celesti e che dia origine alla gravità sulla
Terra. Ritiratosi nel 1666 in campagna vicino a Cambridge,
passeggiando un giorno nel suo giardino e vedendo dei
frutti
cadere da un albero, si abbandonò a una profonda
meditazione
su quella gravità di cui tutti i filosofi hanno
per
tanto tempo cercato invano la causa, e nella quale
il
volgo non
sospetta alcun
mistero. Egli
si disse: «Da
qualsiasi
altezza quei corpi cadano nel nostro emisfero, la
loro
caduta avverrà certamente secondo la progressione
scoperta
da Galileo; e gli spazi percorsi da essi saranno
pari
al quadrato dei tempi. Questo potere che fa discendere
i
corpi gravi è sempre il medesimo, senza nessuna diminuzione
sensibile, a qualsiasi profondità ci si trovi dentro
la
Terra e a qualsiasi altezza su una montagna. Perché
tale
potere non potrebbe estendersi fino alla Luna? E se
è
vero che esso arriva fin là, non è molto probabile che
tale
potere trattenga la Luna nella sua orbita e determini
il
suo moto? Ma
se la Luna
obbedisce a
tale principio,
qualunque
esso sia, non è anche ragionevole ritenere che
vi
siano soggetti anche gli altri pianeti? Se tale potere
esiste,
esso deve aumentare (il che d'altronde è provato)
in
ragione inversa al quadrato delle distanze. Non resta
dunque
che esaminare quale cammino compirebbe un corpo
grave cadendo sulla Terra da una piccola altezza, e il
cammino
percorso nel medesimo tempo da un corpo che
cadesse
dall'orbita della Luna. Per risolvere il problema,
si
tratta soltanto di avere le misure della Terra e la distanza
dalla Luna alla Terra».
Ecco come ragionò Newton. Ma allora, in Inghilterra,
non
si possedevano del nostro globo che misure false; ci
si
riferiva all'incerto
computo dei piloti, che
calcolavano
sessanta
miglia inglesi per un grado, mentre bisognava
calcolarne
quasi settanta. Poiché questo calcolo errato non
si
accordava con le conclusioni che Newton voleva trarne,
egli
le abbandonò.
Un filosofo mediocre e vanitoso avrebbe fatto quadrare
come poteva le misure della Terra col proprio sistema.
Newton preferì abbandonare il suo progetto. Ma
dopo
che il signor Picard2 ebbe misurato esattamente la
Terra,
tracciando quel meridiano che fa tanto onore alla
Francia,
Newton riprese le sue idee d'un tempo, e riuscì
nel
conteggio grazie al calcolo del signor Picard. Una cosa
che
mi è sembrata sempre mirabile è che si siano scoperte
verità
così sublimi con l'aiuto d'un quadrante e di un
po'
di aritmetica.
La circonferenza della Terra è di centoventitre milioni
e duecentoquarantanovemila seicento piedi parigini. Ciò è
sufficiente
per dedurne tutto il sistema dell'attrazione.
Si conosce la circonferenza della Terra, si conosce quella
dell'orbita della Luna, e il diametro di quest'orbita. La
rivoluzione
della Luna in quest'orbita avviene in ventisette
giorni,
sette ore e quarantatre minuti: è
dunque dimostrato
che la Luna, nel suo moto medio, percorre centosettantasettemila
novecentosessanta piedi parigini al minuto;
e
per un noto teorema, è dimostrato che la forza centrale
che
facesse cadere un corpo dall'altezza della Luna, non
lo farebbe cadere, nel primo minuto, che di quindici piedi
parigini.
Ora, se la legge secondo la quale i corpi pesano, gravitano,
si attirano in ragione inversa al quadrato delle
distanze
è vera, e se è il medesimo potere quello che
agisce
secondo tale legge in tutta la natura, è evidente
che,
la Terra essendo distante dalla Luna sessanta mezzi
diametri,
un corpo grave deve cadere sulla Terra percorrendo
quindici piedi nel primo secondo, e cinquantaquattromila
piedi nel primo minuto.
Ora, è proprio vero, in effetti, che un corpo percorre,
cadendo,
quindici piedi nel primo secondo, e cinquantaquattromila
piedi (numero che è il quadrato di sessanta
moltiplicato
per quindici) nel primo minuto; sicché i corpi
pesano
in ragione inversa al quadrato delle distanze, ed
è
il medesimo
potere che
produce il peso
sulla Terra
e
trattiene
la Luna nella propria orbita.
Essendo dunque dimostrato che la Luna gravita sulla
Terra, ch'è il centro del suo moto particolare, è dimostrato
che la Terra e la Luna gravitano sul Sole, ch'è
il
centro del loro moto annuale.
Gli altri pianeti devono essere anch'essi soggetti a
questa
legge generale, e se tale legge esiste, questi pianeti
devono seguire le leggi trovate da Keplero3. Tutte
queste
leggi, tutti questi rapporti sono in effetti seguiti
dai
pianeti con la massima esattezza; sicché il potere della
gravitazione
fa sì che tutti i pianeti gravitino, come il
nostro
globo, verso il Sole. Infine, la reazione di ogni
corpo
essendo proporzionale all'azione, è certo che la
Terra
gravita a sua volta verso la Luna, e il Sole verso
l'una
e l'altra; che ciascuno dei satelliti di Saturno gravita
verso gli altri quattro, e i quattro verso di esso,
tutti
e cinque verso Saturno, e Saturno poi verso tutti;
che
lo stesso si può dire di Giove; che tutti questi globi
sono
attirati dal Sole, attirato a sua volta da loro.
Questo potere di gravitazione agisce in proporzione
alla
materia di cui son composti i corpi: è una verità che
Newton
ha dimostrato per via sperimentale. Questa nuova
scoperta
è servita a dimostrare che il Sole, centro di tutti
i
pianeti, li attira tutti in ragione diretta delle loro masse,
combinate
con le loro distanze. Da ciò elevandosi per
gradi
a nozioni che non sembravano fatte per lo spirito
umano.
Newton ha osato calcolare quanta materia contenga
il Sole, e quanta ogni pianeta; e così ha dimostrato
che,
con le semplici leggi della meccanica, ogni globo celeste
deve trovarsi necessariamente
al posto in cui
si
trova.
Il solo principio da lui enunciato sulle leggi della
gravitazione
spiega tutte le apparenti differenziazioni che
si
notano nel
cammino dei
globi celesti.
Le variazioni
della
Luna diventano una conseguenza necessaria di tali
leggi.
Inoltre, è dimostrato con evidenza perché i nodi
della
Luna effettuano la loro rivoluzione in diciannove
anni,
e quelli della Terra nello spazio di circa ventiseimila
anni. Il flusso e il riflusso del mare è anch'esso un
effetto
assai semplice dell'attrazione. L'avvicinarsi della
Luna
quando è piena e quando è nuova, e l'allontanarsi
quando
è nei suoi quarti, combinati con l'azione del Sole,
spiega
chiaramente l'innalzarsi e abbassarsi dell'oceano.
Dopo aver spiegato con la sua sublime teoria il cammino
e le differenziazioni dei pianeti. Newton fece dipendere
il moto delle comete dalla medesima legge. Quei
fuochi
così a lungo ignoti, ch'erano il terrore del mondo
e
lo scoglio della filosofia, collocati da Aristotele al di
sotto
della Luna e rimandati da Cartesio al di sopra di
Saturno,
sono stati finalmente collocati al loro vero posto
da
Newton.
Egli ha provato che si tratta di corpi solidi, che si
muovono
nella sfera dell'azione solare, e descrivono una
ellisse
così eccentrica
e tanto
simile alla parabola che
alcune
comete debbono impiegare più di cinquecento anni
per
compiere la loro rivoluzione.
Halley4 ritiene che la cometa del 1680 sia la stessa
che
apparve al tempo di Giulio Cesare: questa soprattutto
serve
più di ogni altra a dimostrare che le comete sono
corpi
duri e opachi, giacché essa scese tanto vicina al
Sole
da non distarne che un sesto del suo disco, e dove di
conseguenza acquistare un grado di calore duemila volte
più forte di quello del ferro più rovente. Avrebbe
dovuto
esserne dissolta e consumata in poco tempo, se
non
fosse stata un corpo opaco. Cominciava allora la moda
di predire il percorso delle comete. Il celebre matematico
Jacques Bernouilli5 giunse col suo sistema a
prevedere
che la famosa cometa del 1680 sarebbe ricomparsa
il 17 maggio 1719. Quella notte nessun astronomo
d'Europa
si coricò, ma la famosa cometa non comparve.
V'è
quanto meno maggiore abilità, se non maggior sicurezza,
a darle cinquecentosessantacinque anni di tempo
per
ritornare. Un matematico inglese di nome Wilston6,
ma più
sognatore che matematico, ha affermato con tutta
serietà
che al tempo del diluvio c'era stata una cometa
che
— secondo lui — avrebbe inondato il nostro globo;
ed
ha poi avuto il torto di stupirsi che ci si sia burlati
di
lui. L'antichità pensava
press'a poco nello stile
di
Wilston:
credeva che le comete preannunziassero sempre
qualche
grande sventura sulla Terra7. Newton, invece,
congettura
ch'esse siano assai benefiche, e che i vapori
che
partono da esse non servano se non a soccorrere e a
vivificare
i pianeti, i quali s'imbevono durante il loro percorso
di tutte quelle particelle che il Sole ha staccato dalle
comete.
Tale supposizione è almeno più verosimile dell'altra.
Non è tutto. Se la forza di gravità d'attrazione agisce
in tutti i globi celesti, essa agisce senza dubbio su
tutte
le loro parti. Infatti, se i corpi si attirano in ragione
delle
loro masse, ciò non può avvenire che in ragione della
quantità
delle loro parti; e se tale potere è posto nel
tutto,
lo è senza dubbio anche nella metà, lo è nella quarta
parte, nell'ottava parte, e così all'infinito. Inoltre, se
tale
potere non esistesse ugualmente
in ogni parte, vi
sarebbe
sempre qualche parte del globo che graviterebbe
più
delle altre, il che non avviene. Dunque tale potere
esiste
realmente in tutta la materia e nelle sue più piccole
particelle.
Così, ecco che l'attrazione è là grande molla che fa
muovere
tutta la natura.
Dopo aver dimostrato l'esistenza di questo principio,
Newton
aveva previsto che ci si sarebbe ribellati alla sua semplice
enunciazione. In più d'un passo del suo libro8 egli
mette in guardia il lettore nei confronti dell'attrazione,
lo avverte di non confonderla con le proprietà occulte
attribuite ai corpi dagli antichi, e di contentarsi
di
sapere che vi è in tutti i corpi una forza centrale, la
quale
agisce da un capo all'altro dell'universo sui corpi più
vicini come in quelli più lontani, secondo le leggi
immutabili
della meccanica.
È stupefacente come, dopo le solenni proteste di questo
grande filosofo, Saurin9 e Fontenelle, anch'essi degni di
tal nome, gli abbiano rimproverato nettamente di seguire
le chimere del peripatetismo: Saurin nelle Memorie
dell'Accademia del 1709, e Fontenelle nell'elogio stesso
di
Newton.
Quasi tutti i Francesi, fossero o non fossero scienziati,
hanno
ripetuto lo stesso rimprovero. Si sente dire dovunque:
«Perché Newton non si è servito della parola
impulso,
che si capisce così bene, anziché del termine
attrazione, che è incomprensibile?». Newton
avrebbe
potuto
rispondere a questi critici:
«Anzitutto, voi non capite la parola impulso più di
quel
che non comprendiate il vocabolo attrazione, e se non
afferrate perché un corpo tenda verso il centro di un
altro,
non potete nemmeno concepire per quale virtù un
corpo
ne possa spingere un altro.
«In secondo luogo, non ho potuto ammettere l'impulso
perché bisognerebbe, per far questo, ch'io avessi
cognizione
di una materia celeste che sospinge effettivamente
i pianeti; ora, non soltanto io non conosco affatto
tale
materia, ma ho anzi dimostrato che non esiste.
«In terzo luogo, non mi servo della parola attrazione
se
non per designare un effetto da me scoperto nella
natura,
effetto sicuro e indiscutibile di un principio ignoto,
qualità inerente alla materia, di cui altri più abili di
me
troveranno, se possono, la causa».
— Che cosa ci avete dunque insegnato — si insiste
ancora
— e perché tanti calcoli per dirci ciò che voi stesso
non comprendete?
«Vi ho insegnato — potrebbe continuare Newton —
che
la meccanica delle forze centrali fa gravitare tutti i
corpi
in proporzione alla loro materia, e che solo queste
forze
centrali fanno muovere i pianeti e le comete nelle
proporzioni
determinate. Vi dimostro ch'è impossibile
vi
sia un'altra causa del peso e del moto di tutti i corpi
celesti;
infatti, poiché i corpi gravi cadono
sulla Terra
secondo
la proporzione determinata dalle forze centrali,
e
i pianeti compiono il loro percorso secondo le medesime
proporzioni, se vi fosse ancora un altro potere che
agisse
su tutti i corpi, esso ne aumenterebbe la velocità
o
ne muterebbe la direzione. Ora, nessuno di tali corpi
possiede
un solo grado di moto, di velocità, di determinazione,
che non sia dimostrato esser l'effetto delle rispettive
forze centrali: è quindi
impossibile che esista un
altro principio».
Mi sia concesso di far parlare ancora un momento
Newton.
Egli sarebbe nel suo diritto se dicesse: «Mi
trovo
in condizioni molto diverse da quelle degli antichi.
Essi,
ad esempio, vedevano l'acqua salire nelle pompe
e
dicevano: "L'acqua sale perché ha orrore del vuoto".
Ma
io mi trovo nella situazione di chi abbia notato per
primo
l'acqua salire nelle pompe e lasci ad altri la cura
di
spiegare la causa di tale fenomeno. L'anatomista che
per
primo ha detto che il braccio si muove perché i muscoli
si contraggono, ha insegnato agli uomini una verità incontestabile;
gli si dovrebbe forse esser meno obbligati
perché
non conosceva la causa della contrazione dei muscoli?
La causa dell'elasticità dell'aria è ignota; ma chi ha
scoperto tale elasticità, ha reso un grande servigio
alla fisica. La forza che io ho scoperto era più segreta,
più
universale; merito, quindi, maggior gratitudine. Ho
scoperto
una nuova proprietà della materia, uno dei segreti
del Creatore; ne ho calcolati e dimostrati gli effetti;
come
si fa a cavillare sul nome che le attribuisco? Sono
i
vortici che si devono definire una proprietà occulta,
giacché
non si è mai provata la loro esistenza. L'attrazione,
invece, è una realtà, giacché se ne dimostrano gli
effetti
e se ne calcolano le proporzioni. La causa di questa
causa è nel grembo di Dio».
Procedes huc, et non ibis amplius10.
NOTE
(*) Nel presentare questa lettera alla rivista
dell'Associazione per l'Insegnamento della Fisica (AIF), La Fisica nella
Scuola n° 4 dell'Ottobre-dicembre 1978, Elio Fabri diceva:
"Duecento anni fa moriva Francois Marie Arouet, letterato e filosofo,
universalmente conosciuto
con lo pseudonimo di Voltaire. Mentre la sua fama è soprattutto dovuta a opere
come
«
Candido » e il « Dizionario filosofico », il brano che presentiamo è tratto
dalle « Lettere inglesi
», scritte intorno al 1730.
'
Questa 15.ma lettera sul « sistema dell'attrazione », cioè sulla
gravitazione e sulla meccanica newtoniana, presenta in modo sintetico, ma non direi divulgativo, i principali
aspetti
fisico-filosofici
dell'opera di Newton. Voltaire non è uno scienziato, e non scrive per gli
scienziati:
di conseguenza il testo non è privo di qualche approssimazione
e anche di inesattezze,
sulle
quali però sarebbe pedante soffermarsi.
Il senso della lettera è duplice: da un lato essa è un esplicito
attacco al cartesianismo allora
dominante in Francia; dall'altro si presenta come una delle «Lettere», che nel
loro insieme
mirano
a propagandare gli ideali e i risultati della rivoluzione borghese — già
vittoriosa in Inghilterra
con un secolo di anticipo sul 1789 — e nello stesso tempo, mettendo a
confronto le
istituzioni
e i costumi dei due Paesi, a combattere pregiudizi e a smitizzare persone, idee
e regole
sociali.
Mi sembra assai significativo, per capire la portata storica di Newton (e
di tutta la scienza
inglese
del Sei-Settecento) osservare come secondo Voltaire il sistema newtoniano sia
parte integrante
del « nuovo ordine », e come ritenga perciò necessario diffonderne la
conoscenza nella
cultura
del suo Paese.
Venendo più da vicino al testo, vorrei solo richiamare l'attenzione del
lettore sulla concezione
niente affatto speculativa, ma molto concreta, che Voltaire ha dei rapporti fra
scienza e
filosofia:
non è con discorsi astratti o con ingegnosi schemi concettuali che si capisce
il mondo,
ma con l'aderenza ai fatti e con l'uso dello strumento matematico. Le pagine
finali, se si
pensa
che hanno 250 anni, appaiono di un'inattesa modernità epistemologica".
1
- Come è stato dimostrato dal Lanson, Voltaire, più che da una lettura
diretta dell’opera newtoniana, trae l’esposizione della sua dottrina (del
resto alquanto confusa) da H. Pemberton, A view of sir Isaac Newton’s
philosophy (1728), Fontanelle, Eloge de Newton, e Maupertuis, Discours sur les
différentes figures des astres (1732).
2 - Jean Picard (1620-82), astronomo francese, aveva effettuato nel 1669
la misurazione del grado di meridiano.
3
- Johannes Kepler (1571-1630), grande astronomo tedesco,
contemporaneo
di Galileo. Pur rimanendo fedele al sistema copernicano, eliminò
i vari cerchi rimasti per tanti secoli il fondamento dei calcoli
astronomici,
compiendo così una profonda riforma.
4
- Edmund Halley (1656-1742), astronomo inglese, autore di vari
celebri
lavori sulle comete, tra cui A synopsis of the astronomy
of
comets
(1705), in cui stabilì l'ellitticità dell'orbita.
5
- Jacques Bernoulli (1654-1705), matematico svizzero, scrisse tra
1'altro un trattato sul calcolo delle probabilità e un Examen novi
systematis
cometarum (1682).
6
- William Whiston (1667-1752), teologo e astronomo inglese,
successore
di Newton nella cattedra di matematica nell'Università di Cambridge,
autore di una Nuova teoria della Terra (1696), in cui tentava
di
spiegare con
il diluvio universale
tutti i
mutamenti del
globo
terrestre.
Nel 1714 vi aggiunse un'appendice nella quale
attribuiva il
diluvio
all'incontro della Terra con una cometa.
7
- Nei suoi celebri
Pensées diverses sur la comete (1682) Pierre Bayle
aveva combattuto la teoria che le comete fossero presagio di
disgrazie.
8
-
Philosophiae naturalis principia mathematica.
9
- Joseph Saurin (1655-1733), sacerdote e matematico.
10
- "Avanzerai fino a qui, ma non procederai oltre": GIOBBE,
XXXVIII,
11.
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