La Fisica:
scienza
e linguaggio
Carlo Bernardini
"... oggetto della ricerca non è quindi più
la natura in sé,
ma la natura subordinata al modo umano di porre il
problema"
Werner
Heisenberg, Natura e Fisica Moderna
Garzanti,1985
1
– La
realtà come “condizione iniziale”.
2
– La
generalizzabilità.
La distinzione
(e conseguente separazione) tra l’universo
delle condizioni iniziali e l’universo
degli eventi è un’idea di enorme valore scientifico. Senza di essa, la
fisica come oggi la intendiamo non sarebbe mai nata. Di fatto, oggi – con il
senno di poi - con universo degli
eventi intendiamo quello che Eugene. P. Wigner[1]
chiama l’universo delle leggi, cioè
l’universo dei modelli astratti (“formule” corrispondenti a “leggi”)
di tutti i possibili fenomeni osservabili. Uno dei passi più formidabili della
fisica è stato quello che, dagli inizi del ‘900, la ha portata a scoprire, al
di là delle “leggi”, le cosiddette “superleggi” legate alle proprietà
di simmetria dell’universo a cui le leggi appartengono. Ma stiamo correndo
troppo.
Nell’antichità,
gli scienziati si facevano ad alta voce
domande molto semplici mentre altre le lasciavano nella mente o nei dialoghi
appena sussurrati. La concorrenza delle “spiegazioni mitologiche”, come le
chiama il biologo François Jacob[2]
era troppo forte, perché le spiegazioni mitologiche sono risposte complete ed
esaustive (es.: “perché il mondo è fatto così?”, “perché Dio così lo
ha creato”; ecc.) mentre le “spiegazioni scientifiche” sono sempre
parziali e cariche di dubbi e provvisorietà. Naturalmente, questa
provvisorietà ha i suoi vantaggi, le sue conseguenze benefiche: la spiegazione
scientifica, in quanto scaturita dall’analisi di “casi particolari”, è
“generalizzabile”, quella mitologica no perché è già onnivalente e
completa “per costruzione”. Per intenderci, la comprensione del moto di
caduta dei sassi vicino alla superficie terrestre (G:Galilei) – per esempio -
avrà come generalizzazione la comprensione e la prevedibilità, almeno entro
limiti eccellenti, del moto degli astri (J. Kepler, I.Newton, A. Einstein).
Dunque, l’osservazione di fenomeni e di relazioni di causa ed effetto in
ambiti particolari dell’universo delle condizioni iniziali non è affatto un’attività
trascurabile se combinata con l’intuito generalizzatore del pensiero che,
così, diventa “motore scientifico della conoscenza”. Evidentemente, l’osservazione
passiva, tramutandosi in osservazione attiva allorché si esegue un
predeterminato esperimento, sta alla base di ogni scienza della natura. Questo
dovrebbe essere così “ovvio” da potersi considerare come un assioma
fondante di ogni “filosofia della natura”; in questo senso, la pretesa di
alcune filosofie di altro genere, di produrre nella mente una rappresentazione
dell’universo che prescinda dall’osservazione, appare come uno scomposto
delirio di onnipotenza.
3
– Nascita della
geometria.
E’ naturale
che, così come con la parola “osservazione” ci si
riferisce principalmente a ciò che è percepibile con gli occhi (nessuno
penserebbe istintivamente a osservazioni olfattive o uditive o tattili)
altrettanto naturale è che l’attenzione degli antichi sia stata attratta
prima di tutto dalla geometria. La geometria si presenta perciò come primo
esempio di "laboratorio linguistico" per l'elaborazione di linguaggi
scientifici". Oggi la geometria è vista come un ramo astratto della
matematica, ma in realtà si tratta di una scienza con evidenti radici nell’esperienza
umana. La geometria è comunque un buon campo per esercitarsi a riconoscere il
processo di generalizzazione dei concetti e del loro uso: basti pensare alla
gerarchia delle nozioni di lunghezza-area-volume e alla possibilità che offrono
di introdurre convenzioni sulle unità di misura e di utilizzare i concetti di
similitudine e scala. La geometria contemporanea supera addirittura il numero 3
delle dimensioni spaziali comunemente osservate e costruisce concetti in un
numero qualsivoglia di dimensioni, ormai con sforzo relativamente ridotto anche
se al profano resta difficile pensarci con la sola immaginazione. La geometria
è comunque un trampolino per la formazione della mente infantile che, da lì,
impara a procedere con razionalità quantitativamente esplicitata. Mostriamo qua
subito in un riquadro (R1) come un risultato colossale, il “teorema di
Pitagora”, possa discendere senza sforzo da una chiara “manipolazione”
delle nozioni di base della geometria opportunamente formalizzate. Questo
riquadro è anche l’occasione per mostrare come la formalizzazione sia una
necessità imprescindibile per illustrare certe proposizioni generali. In essa,
cerchiamo di mostrare come proposizioni, che indubbiamente possono essere
enunciate nel linguaggio comune, acquistano una potenza sintetica di
straordinaria efficacia quando siano tradotte in formule, sebbene ancora
semplicissime. Ovviamente, l’evoluzione delle strutture formali verso problemi
di crescente astrazione si distacca rapidamente dall’esprimibilità nel
linguaggio quotidiano e, perciò, dal senso comune. E’ un preludio alla
descrizione della scienza come “superamento del senso comune”: in queste
sempici considerazioni è però racchiuso il germe del dramma didattico su cui
conviene meditare.
R1
- Il teorema di Pitagora per fisici.[3]
Che cos’ è una superficie piana chiusa? E’ lo spazio che sta dentro una
linea chiusa tracciata su un piano: un pavimento, un tavolo. Un piano limitato
è un elemento di ciò che chiamiamo uno “spazio piatto”. Prendiamo un
esempio semplice: un piano di forma rettangolare, con quattro lati saldati in
quattro vertici perpendicolarmente l’uno all’altro adiacente. I lati opposti
sono a due a due di uguale lunghezza; se tutti e quattro sono uguali, il
rettangolo diventa un quadrato. Ora, prendiamo (è una nostra scelta
particolare, ma nessuno ci vieta di farla) un quadratino più piccolo, anche
molto più piccolo del piano rettangolare che stiamo usando; una specie di “mattonella
ideale”, la mattonella “unitaria”. Se vogliamo fare un pavimento completo
con quei mattoni sul nostro piano, quanti ce ne serviranno? (Naturalmente, non
è detto che si possa ricoprire il piano con mattonelle intere: ma questo è
banalmente comprensibile e rimediabile). Chiedere quanti, significa scegliere
una unità di misura dello spazio piano,
Prendete una
superficie piana, chiusa, di forma qualsiasi; scegliete due punti come vi pare,
sul perimetro, diciamo (vedi figura 1) A e B. Disegnate una linea (AB, nel
seguito) che vada da A a B, di forma serpeggiante o no, dentro il perimetro (per
non complicarsi la percezione della figura: ma non cambia nulla, dopo ve ne
renderete conto da soli). Misurate la lunghezza della linea AB: basta
sovrapporre uno spago, poi tenderlo e misurarlo con il righello. Diciamo che la
lunghezza AB è L. Adesso viene il bello: immaginiamo di fare un ingrandimento
omogeneo della figura (con le fotocopiatrici di oggi è semplicemente
possibile): tutte le dimensioni del piano si espandono ugualmente. Naturalmente,
se rimpicciolissimo sarebbe lo stesso. E’ evidente che la lunghezza L di AB si
allunga, diciamo cambia per un fattore numerico di ingrandimento che chiameremo
k: L ® kL. L diventa
k-volte L. Che cosa succederà all’area di quella superficie piana ingrandita,
cioè al numero di mattoni unitari in essa collocabili? Dovrebbe essere
banalmente comprensibile, come nell’esempio del rettangolo, che l’area
aumenta di k5k volte o, come si abbrevia convenientemente, k2 volte
(non a caso questa notazione si chiama “quadrato”, in onore dell’area
della più semplice figura piana, appunto il quadrato). Gli scettici possono
sempre scomporre la figura, per complicata che sia, in quadratini; e farsi un’idea
di ciò che succede all’area dei quadratini sotto ingrandimento. Il modo di
cambiare delle aree con il fattore di ingrandimento k è perciò diverso da
quello delle lunghezze: indipendentemente dalla forma della figura piana e della linea AB scelta in
essa, l’area cambia come k2 e le lunghezze come k. Il risultato
importante, che discende dalla sola definizione di area, sta in quella parola
“indipendentemente”. Ora lo riformuliamo meglio, premettendo alcune parole
chiave:
1 – al posto di “ingrandire” e “rimpicciolire” useremo
il verbo “scalare” che contiene entrambe le possibilità. Il fattore k si
chiama “fattore di scala” e può essere maggiore di 1 (k>1) per l’ingrandimento,
minore di 1 (k<1) per il rimpicciolimento.
2 – se si scala una figura piana, se ne ottiene un’altra che
si chiamerà “simile” perché le somiglia riconoscibilmente: la “similitudine”
delle figure piane è il semplice risultato dell’applicazione di un unico
fattore di scala, in tutte le direzioni del piano.
3 – La linea AB che abbiamo tracciato e su cui misuriamo il
fattore di scala può essere scelta a piacere: generalmente, si sceglie una
linea caratterizzante delle proprietà di simmetria della
figura, come il raggio del cerchio, il lato del quadrato, la base o l’ipotenusa
di un triangolo, ecc.
Allora, il risultato sopra illustrato si può riassumere così:
<<L’area di una qualsiasi superficie piana si può
rappresentare come il prodotto di un numero, f, che dipende dalla forma ma non
dalla scala della figura (il “fattore di forma”) per il quadrato della
lunghezza di una qualsiasi linea caratterizzante: area = fL2.
Naturalmente, al variare della scelta della linea caratterizzante (ma non della
sua lunghezza L) varia il valore
numerico del fattore di forma f>>.
Si possono fare semplici esercizi, come quello di scrivere l’area del
quadrato in funzione della lunghezza della diagonale, o quella del cerchio in
funzione della circonferenza, e così via; serve a prendere pratica di come
cambia f da una scelta all’altra. Detto questo, prendiamo un triangolo
rettangolo (cf. fig. 2). AB è l’ipotenusa, AC e BC i
Dal vertice C opposto all’ipotenusa, tiriamo il segmento CH
perpendicolare all’ipotenusa: otteniamo due triangoli, rettangoli per
costruzione di CH; la somma delle aree di ACH e BCH è uguale (guardare per
credere) all’area di ABC. Ma ora, AC e BC sono ipotenuse dei due triangoli ACH
e BCH, così che, se f è il “fattore di forma” associato a qualsiasi
ipotenusa di triangolo rettangolo simile a ABC, se ACH e BCH sono simili ad
ABC segue che, essendo AC e BC ipotenuse dei due triangoli ACH e BCH:
f (AB)2 = f(AC)2 + f(BC)2
(D)
ovvero, dividendo per f, cioè eliminando il fattore di forma
uguale per ogni triangolo simile: <<il quadrato (della lunghezza) dell’ipotenusa
è uguale alla somma dei quadrati (delle lunghezze) dei cateti>>. Che ABC,
ACH e BCH siano simili è banale constatarlo, sia misurando i lati e constatando
che il fattore di scala è lo stesso per tutti e tre i lati di ciascun triangolo
rispetto ai corrispondenti lati di ABC; sia constatando che gli angoli al
vertice dei tre sono uguali a due a due (se si adagiano ACH e BCH dentro ABC
dopo averli ritagliati e sovrapposti in modo che i tre angoli retti combacino,
gli originarii lati AB, BC e AC diventano segmenti paralleli). Dunque il teorema
di Pitagora (D) è una semplice e utile conseguenza della definizione di “area”.
4 – Dalla
geometria alla fisica.
La
geometria è una scienza-prototipo tra le scienze sperimentali. Solo in un
secondo momento, con la moltitudine di geometrie “inventate” dopo l’euclidea,
diventa un vero ramo della matematica pura, non contaminata dagli usi pratici
legati all’idea di “misura”. E’ possibile generalizzare il modo di
affrontare questi problemi di figure geometriche ben caratterizzate, come i
triangoli rettangoli, alle metodologie con cui scovare le proprietà generali di
fenomeni fisici, per esempio il moto dei corpi o le proprietà dei gas o le
manifestazioni dell’elettricità e del magnetismo?
Sì,
è possibile: il processo richiede di “idealizzare” la rappresentazione
della realtà osservata in modo che gli elementi dell’evento in considerazione
si staglino schematicamente sullo sfondo delle condizioni iniziali che lo “indicizzano”
(ci vorrebbe un buon equivalente dell’inglese “to label”) nell’universo.
Questa modalità non è diversa da altre di uso comune se non per il deliberato
intento di schematizzare le peculiarità salienti dell’evento stesso,
riportandole in un linguaggio che si libera per quanto possibile delle
connotazioni, per così dire, “geografiche” e dunque convenzionali,
spazio-temporali. Per fare un esempio terra-terra, se incontriamo una persona
che ci restituisce inopinatamente 1000 euro che le avevamo prestato, poco
importa che l’incontro avvenga alle 11.30 del mattino a via del Cavallo Vapore
o alle 17.15 del pomeriggio in piazza del Kilowattora. Più significativa, nella
differenza tra l’analisi di eventi naturali e la registrazione di eventi
mondani, è la schematizzazione dei primi, che ne permette la rielaborazione
formalizzata e qualche generalizzazione al riparo dall’intrusione delle “opinioni
personali”. Questo va sottolineato perché rappresenta da un lato, quando è
rispettato, un pregio, per così dire “automatizzato”, del linguaggio
scientifico; dall’altro, fornisce uno strumento di controllo esplicito delle
proposizioni con regole razionalmente collaudate come quelle della matematica.
Un
buon esempio – e magistrale – ce lo dà Galilei. La caduta dei gravi
appartiene alla classe degli eventi semplici da analizzare. Una successione di
misure sulla corrispondenza quota-tempo nella caduta libera di un oggetto
pesante, se tradotta nel linguaggio della geometria (fig. 3) come fece Galilei,
mostra che la velocità di caduta aumenta progressivamente, in modo
proporzionale, con il tempo. Sicché il rapporto velocità- tempo, detto “accelerazione”,
non cambia durante la caduta e il moto può essere classificato come “uniformemente
accelerato”. Questo è alla portata di tutti, assai più che non la sua
conseguenza, oggetto di elaborazione matematica, che consiste nel fatto che la
successione delle quote procede con una legge quadratica, nel tempo, di aumento
della separazione verso il basso dalla quota iniziale.

Fig.
3 Il disegno originale di Galilei: i segmenti orizzontali nel triangolo a destra
mostrano come cresce la velocità al passare del tempo per intervalli uguali (da
D a C).
E
però la fig.3 mostra come la schematizzazione geometrizzante di Galilei
raffigura tutto ciò in modo inequivocabile. Tuttavia, il vero capolavoro dell’analisi
galilaeana dell’evento è in parte occulto: Galilei sapeva benissimo che una
foglia o una piuma non cadono come un sasso, ma aveva deciso, guidato dall’intuizione
o “naso” che dir si voglia, di semplificare l’universo delle condizioni
iniziali immaginando che, in esso, l’aria non ci fosse.
Le semplificazioni sono probabilmente un passo più in là del senso
comune: non di rado sono opinabili, ma questa, di Galilei, sembra fondata;
comunque è in buona misura verificabile, anche senza fare esperienze nel vuoto.
Effettivamente, questa semplificazione procede come un’operazione di “limite”
che consente di sperimentare nonostante l’aria. Si tratta di capire con “sensate
esperienze” che, all’aumentare del peso del grave, l’effetto di resistenza
alla caduta prodotto dall’aria diventa sempre più trascurabile. Sicché si
arriva a ipotizzare che nel vuoto, quando l’aria non c’è, piuma e sasso
cadano allo stesso modo, con accelerazione costante. E qui spunta, inattesa, la
“scoperta” folgorante, quella che mostra la natura di “superamento del
senso comune” della fisica: l’accelerazione di caduta, nel vuoto, di
qualsiasi grave, è indipendente dal suo peso! Sembra una affermazione che fa a
pugni con ciò che ci immaginiamo senza sperimentare: ci immaginiamo che ciò
che più pesa cada più rapidamente in basso perché il peso lo “tira” di
più. L’accelerazione, detta di gravità, alla superficie della Terra, dove
siamo circondati dalle abituali condizioni iniziali umane, è unica: chiamiamola
dunque g una volta per tutte e per
tutti. Quanto vale? 9,8 m/s2, il che vuole dire che la velocità di
caduta aumenta, in ogni secondo, dall’inizio fino all’impatto al suolo,
cioè finché il corpo cade, di 9,8 m/s (sarebbero circa 35,3 km/h:
l’uso dell’auto determina dimestichezza con queste unità anziché i metri e
i secondi; molti purtroppo sono ancora così analfabeti da non saper “convertire”
m/s in km/h). In ogni caso, nel ‘600,
quando non c’erano le riviste di auto e moto a esemplificare con la velocità
raggiunta in un secondo con partenza da fermo (virtù della “sgommata”!), la
nozione di accelerazione era assai ostica. Si osservi che oggi abbiamo notazioni
che semplificano moltissimo l’identificazione e l’uso di questi concetti; ma
a quel tempo…
5
– Il mondo è bello perché è vario.
La matematica
e la geometria (che ne è parte fondante) toccano concezioni astratte di grande
difficoltà logica. Però hanno il vantaggio di lavorare su “oggetti”
mentali non molto assortiti: numeri decontestualizzati, variabili e parametri
rigorosamente anonimi, figure che al più ricordano remoti antenati qualificati
come lunghezze misurabili e loro derivati. E’ come vivere in un Club esclusivo
dove si giocano partite raffinatissime e si discute di strategie di gioco e, per
regolamento, nient’altro.. Un fisico, come gli altri “naturalsti”, non si
è imposto alcun limite sulla varietà di oggetti di interesse. Semmai, va molto
al di là dei pur ottimi scienziati che sono presi soprattutto dalla
preoccupazione di inventariare la realtà (zoologi, botanici, geologi, astronomi
classici). I fisici smontano i fenomeni per vedere come funzionano; nel fare
questo, sono specialisti nel costruire simulacri della realtà, modelli, che in
un certo “spazio mentale” sembrano riprodurre gli eventi spazzando via il
superfluo e puntando il dito sull’essenziale. Che poi sarebbe, appunto, “la
Fisica”. Per fare questo, non esitano a saccheggiare il Club dei matematici,
trasformando la refurtiva in un modo che quelli considerano così volgare da non
volerla più indietro. Gli oggetti matematici più disparati acquistano nuove
etichette che agli ex proprietari[4] sembrano ributtanti:
diventano densità di massa, campo elettrostatico, temperatura critica,
integrale d’azione e tante altre cose che ai matematici sembrano prese in un
negozio di impianti igienici ed elettrodomestici.
Il fatto è
che la realtà ha una misteriosa molteplicità di “qualità essenziali”,
oltre le lunghezze (e i tempi); qualità che si possono combinare in modo da
generarne infinite altre, a piacere (ma non è detto che poi servano tutte, che
abbiano un senso: anzi, la fisica ha il suo bel da fare a trovare quelle che
servono veramente). Ci sono le masse, le forze, i campi, le temperature, le
cariche elettriche, i dipoli magnetici, i momenti angolari, le costanti
universali, le funzioni termodinamiche, e decine e decine di altre nozioni
complesse. E’ vero che non è da queste che si parte, ma anche l’apparentemente
semplice obiettivo di costruire un “sistema scientifico di spiegazione”
basato non sulla sola nozione di lunghezza, come in geometria, ma su masse,
lunghezze e tempi, è una sfida formidabile: se dalle lunghezze nascevano aree,
volumi, ipervolumi, qui, come abbiamo già elencato, nasce una varietà enorme
di parole/strumenti.
L’esser
massa di una massa avrebbe fatto la felicità dei filosofi medievali: è una “quidditas”,
una “essenza” come nessuna altra pensata nel passato lo è mai stata. Così
per le altre varie grandezze. E’
di queste essenze che ai matematici non importa nulla; anzi, le considerano un
fastidioso fardello. E’ per questo che la fisica ha dovuto sviluppare una “matematica
delle dimensioni”, in cui si generalizza il concetto di similitudine in modo
assai originale. Questa matematica delle dimensioni è strettamente simbolica e
molto “linguistica”, in questo senso: constatato che tutte le proposizioni o
asserzioni utili che rappresentano leggi fisiche sono del tipo A = B, dove A è
qualcosa e B qualcos’altro (entità, sino a quel momento storico, non ritenute
equivalenti, comunque distinte) la matematica delle dimensioni introduce e
verifica una regola del gioco, un vero e proprio “principio semantico”. A e
B devo avere la stessa natura, devono essere grandezze “omogenee”. Se A è
una lunghezza, B non può essere un tempo o una massa, e nemmeno un’area o un
volume; e così via. Viene istituito un “principio di omogeneità” che
presiede alla correttezza del linguaggio, il che è una novità assoluta:
perché non di correttezza grammaticale o sintattica si tratta, ma di
correttezza di senso.
Si può dire
in parole povere su che cosa esercita la sua “sorveglianza” questo principio
di omogeneità? Esso garantisce che le nostre scelte umane, arbitrarie, non si
mescolino con i fatti naturali. Se una legge di natura è vera, lo è
indipendentemente dal fatto che scegliamo un certo campione di lunghezze, un
certo di tempi, un certo di masse, per misurare le grandezze che figurano in
quella legge Questa scelta si chiama “la scelta del sistema di unità di
misura”: non è unica e lascia la doppia libertà di cambiare il campione per
un fattore di scala oppure di cambiare la natura della grandezza campione,
purché il numero di quelle “indipendenti”, cioè non riconducibili l’una
all’altra, sia sempre lo stesso (3, nel caso della fisica attuale). Per
esempio, lunghezze, tempi e masse possono essere sostituite da velocità,
frequenze e densità; ma non da densità, masse e volumi (perché una densità
è massa/volume). La superiorità dei numeri senza attributi dimensionali
rispunta sotto questo rigoroso aspetto “disumanizzante”, cioè depurato da
arbitri umani per innocui che siano: una buona legge deve essere traducibile in
una relazione tra puri numeri, cioè numeri che non cambiano sotto
trasformazioni di scala (vedi
Riquadro R1) o (che è circa lo stesso) di unità di misura.
R
2 – Nuove similitudini
Torniamo
al problema della caduta dei gravi e alle scoperte di Galilei (§ 4). Dunque,
Galilei dice che per qualsiasi corpo che cade nel vuoto ci apettiamo che tutto
sia regolato da un solo parametro, g,
una accelerazione. Questo g è
una velocità diviso un tempo; la velocità, a sua volta, è una lunghezza
(distanza) diviso un tempo. Sicché, per ottenere una
lunghezza (la quota di caduta h)
dal tempo di caduta t e da
g non si può fare altra
combinazione che gt2. Ma gt2
non è h: non abbiamo modo di
indovinare, per questa via, il fattore numerico f
mancante
(del tipo dei fattori di forma, di cui in R 1 la definizione per la geometria).
Allora, ciò che si può dire è che
h =fgt2
(H
)
il
che permetterebbe di ricavare f da
misure (anche una sola!) di h, t e g ,
ma indipendente dalle unità, purchè sempre nello stesso (qualsivoglia) sistema
per le tre grandezze (p.es.: metri per h,
secondi per t e quindi m/s2 per g).
Ma la (H ) si
può usare in altro modo: supponiamo di voler confrontare i tempi di caduta t1 e t2 da due quote diverse h1 e h2.
Allora, basta verificare dalla (H
) che, se f
non dipende da nulla, è un puro numero, allora
h1/h2 =(t1/t2)2
(H ) (H )
In
tal caso, la legge di caduta, indipendente a vista dalla scelta di unità di
misura, si ripropone come legge di “similitudine”. Nella forma (H ) (H )
permette di scegliere una delle due misure di caduta come “campione”
e rapportare l’altra a quel campione.
Ma
non tutto, in fisica, si esaurisce nell’applicazione del principio di
omogeneità ai risultati delle misure. Le situazioni possono essere più
complicate e richiedere formulazioni basate su “congetture” di altra natura.
C’è un linguaggio soggiacente alle congetture?
6
– Il
linguaggio delle congetture.
L’interpretazione
dei dati dell’esperienza conduce a una modalità di analisi che si chiama,
espressivamente,“fenomenologia”. Nella ricostruzione fenomenologica, i dati
vengono elaborati in forma diagrammatica in modo da suggerire certe relazioni al
loro interno. Queste relazioni hanno nome di “dipendenze funzionali” e
la loro presentazione utilizza la stessa efficacia visuale che fa capire
gli oggetti geometrici nel piano. Abbondano gli espedienti che aiutano l’occhio:
carta logaritmica, semilogaritmica, quadratica, polare, eccetera. Una volta
identificata questa dipendenza funzionale, si cerca di darne una rilettura che
riconduca la fenomenologia a “principi primi”: questo richiede una grande
esperienza. In Italia, abbiamo avuto in Enrico Fermi un grande fenomenologo,
dalla cui opera scientifica possiamo imparare le enormi difficoltà concettuali
della fenomenologia. Per fare un esempio non banale, supponiamo di mescolare due
sostanze gassose e di osservare che la comparsa di un certo composto, che si
può evidenziare in qualche modo con il passare del tempo, corrisponde a
quantità crescenti tanto più rapidamente quanto più grandi sono le densità
(o le pressioni) dei due gas mescolati. Ebbene, se la velocità di reazione
cresce con il prodotto delle pressioni (densità), questo corrisponde a
ipotizzare un meccanismo di “urti binari”, urti in cui una molecola del
primo gas incontra una molecola del secondo e reagisce con essa formando una
molecola di composto. Se l’urto fosse ternario e una molecola del primo gas
dovesse incontrarne due del secondo per fare il composto, la velocità di
reazione andrebbe con la densità del primo e il quadrato della densità del
secondo; e così via.Questa modalità
di intuizione non sipresenta in
genere come conoscenza resa in
forma proposizionale esplicita.
Ma poi, ci
sono modalità più vicine alla “creazione artistica”, alla pittura o all’evocazione
poetica. Albert Einstein, Werner Heisenberg, Erwin Schroedinger, Paul
Dirac, Niels Bohr, Richard Feynman, e, tra i nostri, Ettore Majorana,
Bruno Pontecorvo, Bruno Touschek (e tanti altri, come si dice per mettersi al
riparo da possibili gaffes bio-bibliografiche) hanno avuto intuizioni fuori del
senso comune, fuori dalla percezione diretta della realtà. Essi “creano” un’immagine
mentale che non può essere formulata direttamente nel linguaggio comune ma
corrisponde a strutture formali elaborate direttamente nel cervello senza
evidenti osservazioni pregresse. Il dualismo onda-corpuscolo delle particelle
subatomiche, la rappresentazione di forze con lo scambio di mediatori, i campi
come portatori di segnali nel vuoto, i quark, le oscillazioni dei neutrini, che
qui suonano forse come un elenco di “parole in libertà”, sono in realtà
ingredienti della realtà resi accessibili attraverso il supporto linguistico
creato per essi dagli specialisti. La loro motivazione principale è che sono
“possibili”, una classe di entità più vasta del reale, nella quale si
pesca come in un enorme magazzino di universi alternativi. Da qualche anno a
questa parte, la fisica ha acquistato una spregiudicatezza intollerabile per le
epistemologie classiche: il metodo scientifico non ha più la funzione di
guidare la ricerca ma spesso si trova nella condizione di accreditarla. E’ qui
che la matematica rientra, sottraendosi alla clausura a cui i matematici la
vorrebbero condannare e si dimostra – loro malgrado – unica lingua possibile
per superare quella del senso comune. Devo insistere sul fatto che la
fenomenologia ha bisogno di strumenti linguistici assai meno esotici di quanto
non lo sia la creazione teorica, ma i confini tra le due non sono così netti.
Questo forse meriterebbe una analisi approfondita: probabilmente, questa analisi
aiuterebbe a riconciliare epistemologia e fisica in modi auspicati tanti anni fa
dal circolo di Vienna e, particolarmente, da Richard von Mises[5].
Ma qui mi fermo, sperando di riprendere il discorso su questi ultimi aspetti
più problematici.
[1] R.M.F.Houtappel, H.van Dam, E.P.Wigner, The Conceptual Basis and Use of Geometric Invariance Principles, Rev. of Mod. Physics, 37,1965, p. 595
[2] F.Jacob, Il gioco dei possibili, Mondadori, 1980
[3]
Vedi, p.es. in R.V.Gamkrelidze (ed.), Geometry
I, in “Encyclopaedia of Mathematical Sciences”, vol.28, Springer
Verlag, 1991: D.V.Alekseevski, A.M.Vinogradov, V.V.Lychagin, “Basic Ideas
and Concepts of Differential Geometry”, §3, “On the History of
Geometry”
[4]
Godfrey Harold Hardy, A mathematician
Apology, Cambridge U.P., 1967
[5] R. von Mises, Manuale di critica scientifica e filosofica, Longanesi, 1950