FISICA/MENTE

 

Dopo circa 40 anni viene ripubblicato un libro, L’Ape e l’Architetto (Feltrinelli) che, a suo tempo, fu un grande successo che mise in moto una miriade di dibattiti e che aiutò molti di noi fisici (e non solo) a crescere. Il contribuito principale a questo lavoro, insieme a quelli di  Marcello Cini, Jona Lasinio e Michelangelo De Maria, fu di Giovanni Ciccotti che, in questa nuova edizione, ha fatto, insieme a De Maria, una nuova ed aggiornata introduzione di grande interesse. Si può condividere o meno la nuova analisi sviluppata, con il rigore che ha sempre distinto Ciccotti e De Maria, ma occorre convenire che è un serio tentativo di ripensare un passato che ci ha portato ad oggi.

Propongo qui di seguito la nuova introduzione.

 

Roberto Renzetti

 

Ciò che è vivo e ciò che è morto de L’Ape e l’Architetto: trentacinque anni dopo

G. Ciccotti, M. De Maria




1.- Introduzione.

L’occasione di ripubblicare, dopo quasi quarant’anni, L’Ape e l’Architetto spinge a ritrovare il clima di speranze che hanno caratterizzato i primi anni del dopo-sessantotto e a tentare di farne un esame critico. Questo non solo sul piano della critica della scienza che è stato l’oggetto specifico del libro, ma anche su quello più generale del significato di quella trasformazione sociale che, nel bene e nel male, è stato il sessantotto. Mai visto fallimento, o meglio, discrasia, più totale fra quello che, nella coscienza degli attori del movimento, doveva essere il suo portato, cioè una profonda trasformazione sociale in senso fondamentalmente socialista, e quello che è stato, una radicale trasformazione dei costumi, passati dal chiuso e ottuso perbenismo (tipico della ricostruzione post-bellica in Europa e ancora di più negli USA, impegnati in uno stato di guerra quasi continuo in nome della difesa, fondamentalmente imperialista, dell’American freedom, insidiata dal comunismo) a un’apertura all’informalità talvolta benefica, ma spesso anche abusata. Valgano per descrivere la situazione (e la valutazione da darne) due esempi simbolici: con il ’68 nel giro di mesi, se non di settimane, sono scomparsi a Londra i cappelli e gli ombrelli degli impiegati della city, specie di divisa obbligatoria per i malcapitati; nel corso degli anni lotte sindacali mal gestite hanno esteso in Italia (negli altri paesi non è stato granché diverso) la corruzione dei primari delle strutture pubbliche della sanità giù giù fino a quella del più anonimo dei portantini, con un vero tracollo della qualità dei servizi erogati… In quel gran calderone fuori controllo che è stato il ’68 ogni persona intellettualmente o socialmente impegnata ha cercato di darsi ragione delle sue scelte di vita e ne è venuta fuori una generazione d’idealisti libertari e frustrati, di politicanti furbacchioni, corruttibili, corrotti e di poche idee, seguaci più del machiavellismo che di Machiavelli, e, com’è ovvio, di cittadini seri e dabbene ma, ohimè, non più disposti a pensare e ad agire politicamente: il “tutto politica” di quegli anni aveva generato i suoi giusti anticorpi. Tuttavia, come spesso accade, la cura troppo radicale aveva gettato il bambino con l’acqua sporca! Ora le “malefatte” della leadership sessantottina e delle generazioni successive, che si sono accomodate al peggio di quei valori, hanno portato a un enorme ginepraio da cui nessuno sa come uscire: né i politici, figure mediocrissime e per lo più squalificate, né i professionisti, spesso chiusi nei loro giochi di potere senza grandi ideali, né il resto della società, che non riesce ad esprimersi o è malamente rappresentato da sindacati privi di senso etico oltre che, generalmente, di strategia. Tutto fa pensare che il treno sia impazzito e che la crisi non sarà risolta da dentro (dalla coscienza della necessità, come avrebbe detto Hegel), ma da qualche grande evento largamente insospettato. Intanto ci godiamo questa situazione di leader carismatici e completamente fasulli (i vari Berlusconi, le alte autorità ecclesiastiche, …) e la ripresa di tutte le forme più buie d’irrazionalismo (la ripresa religiosa, il mistico tentativo verde di rendere amica la Natura, e chi più ne ha più ne metta…).
È naturale che, in questo clima di crisi e d’incertezza, si sia tentati di riscoprire, attraverso le riflessioni di chi ha vissuto altri periodi di crisi, qualche idea positiva e aggregante che possa aiutarci a uscire dall’impasse usando l’intelligenza. Siamo così tornati, almeno per quanto riguarda la Scienza, la cui immagine è oggi devastata da infinite sovrastrutture ideologiche, veicolate dai più strani canali, incluso quello pubblicitario, all’Ape e l’Architetto. La questione è: può esserne utile una rilettura?
Premettiamo un’osservazione necessaria anche se non piacevole: L’Ape è un libro, specie oggi, quasi illeggibile. È scritto in stile dottrinario ed è infarcito di citazioni marxiane (la distinzione oggi fa sorridere perché a pochi importa più di Marx e di marxismo, ma all’epoca la discriminante era immensa…). Per di più gli autori non erano filosofi professionisti, ma fisici (provati tali o a inizio carriera, ma pur sempre fisici di professione, con letture storiche e filosofiche anche se, nel campo in cui si cimentavano, puri dilettanti ma non, si badi bene, “epistemologi della domenica” come qualche sprovveduto umanista ha voluto definirci) poco avvezzi allo stile umanistico e anime abbastanza semplici da non occuparsi troppo di eleganze formali.
Il fatto che il libro sia pieno di citazioni della tradizione marxian/marxista (Marx, Gramsci, Bucharin, …) non deve stupire, è puro segno dei tempi e merita, per chi non c’era, una spiegazione. Il resto è sciatteria di scienziati, illetterati per i “letterati”, e non merita ulteriori spiegazioni.
Il ’68 segna una profonda discontinuità nella cultura del dopo seconda guerra mondiale che in Italia si manifesta più facilmente che altrove, data l’esiguità delle forze culturali in campo e il deciso provincialismo dovuto alla povertà del periodo della ricostruzione.
Prima del ’68 o si era di cultura cattolica o si era marxisti. La compresenza delle due scelte, propria di ogni eclettismo, esisteva, ma era in qualche modo irrilevante; la “misteriosa” convergenza delle due, prodotta dall’influsso esercitato, per esempio, dalle argomentazioni tipiche della Scuola di Barbiana sulle menti laico-comuniste, è un tipico prodotto della confusione sessantottina… Terze vie esistevano in personaggi di alta cultura, ma erano talmente minoritarie da non far primavera. In particolare il concetto di stato laico era, di fatto, universalmente assente. Difficile quindi pensare fuori da quegli schemi. Per cominciare a pensare liberamente non si poteva che partire da lì. La libertà fin troppo anarchica della cultura del dopo ’68 (dovuta in parte anche alla storica debolezza delle tradizioni accademiche che avrebbero dovuto e potuto fissare degli standard) è il risultato di quell’”averci fatto i conti” solo parzialmente (si bien que mal, dicono in Francia). Nel giro di pochi anni, il linguaggio molto parrocchiale, prima abituale, è scomparso, lasciando spazio a una ricerca molto più libera del “vero” che, però, non sembra essere veramente fiorita. Anche da qui i problemi d’oggi.
I due parrocchialismi di cui sopra (inutile dire che il marxismo marxiano sembrava pura acqua di fonte comparato alle teorizzazioni stantie, chiuse e provinciali della cultura cattolica ufficiale) non erano in grado, né come teoria della società ma neppure come ideologia, di interpretare e guidare lo sviluppo del sociale. Perciò ognuno è stato costretto a trovare la sua strada e questo, insieme ai dogmatismi più disperanti e caduchi (difficile dire quanti studi sul “feticismo” in Marx siano apparsi in quegli anni…), ha aperto la via a interpretazioni più soddisfacenti della realtà. Tuttavia, quell’ “itinerarium in mente dei” non poteva che partire dall’analisi dei principi primi che si erano scelti fino ad allora. Per noi dell’Ape questi non potevano essere che quelli trovabili nel Marx originale, visto che il marxismo aveva già cominciato a mostrare con il suo dogmatismo anche le sue debolezze teoriche. Guardata retrospettivamente però, questa via stretta non nasconde l’attualità e verità del problema in questione: validità e utilità della conoscenza, in specie di quella scientifica; speranza nella possibilità e capacità umana di trasformare la società secondo fini umani e non bestiali; possibilità di costruire un’etica non di comodo, umanamente fondata (cioè non mistificata, com’è tipico della religione) e abbastanza universale da essere convincente e, in qualche modo, limite, luce e guida all’azione. Per far tutto questo non bastava certo l’Ape, ma l’idea era di creare i presupposti per un tale lavoro, di scrivere i prolegomeni per la costruzione di una “scienza” integrata di questo tipo. In questo senso l’Ape ha posto le basi per un problema ancora, forse oggi ancora di più, attuale e vale sicuramente la pena di rileggerla e ripensarla. Al suo apparire il libro ha avuto un grande successo, ma più polemico che costruttivo, pieno com’era di fraintendimenti, e non ha generato nulla di concreto. Forse anche per questo merita di essere ripreso in mano. Vediamo più in dettaglio quel che è seguito alla pubblicazione dell’Ape in presenza di una struttura accademica inadeguata com’è stata ed è quella italiana.
Dalle sedi accademico-umanistiche (Lucio Colletti, Paolo Rossi, …) e da quelle dell’ortodossia politica (l’Istituto Gramsci nella persona del suo direttore di allora Valentino Gerratana, …) il libro è stato condannato al giudizio di dio senza neanche leggerlo. Ciò ha scatenato la curiosità e probabilmente è stato alla base del successo di un testo così ostico da leggere. Allo stesso tempo, una liquidazione così brutale non ne ha aiutato affatto la comprensione, ma ha solo creato schieramenti. In quelle settimane di durissime polemiche ricordiamo che solo una recensione sembrava coglierne compiutamente lo spirito: era scritta da un fisico di Milano (Antonello Sparzani) e appariva sul Quotidiano dei Lavoratori, il giornale tutto politico di Avanguardia Operaia.
Dalle più “progressiste” sedi accademico-sociologiche il libro veniva subito salutato come messianico: a noi autori venivano mandati studenti per far tesi SUL libro, ma non per SVILUPPARE le idee utili che eventualmente vi fossero contenute. Un vuoto d’idee mostruoso che poi l’hoax di Sokal ha messo magistralmente in evidenza.
Infine, la reazione dell’accademia scientifica è stata di simpatia, ma niente di più: nel dopo ’68, tutte le facoltà “progressiste” si sono dotate di gruppi di storia della scienza e d’iniziativa didattica ma, in puro stile italico, ben poco è stato fatto per rendere competitive e di punta queste posizioni, e l’entusiasmo è presto decaduto…
Invece, la politica ha presto dimenticato la complessità del messaggio e si è mossa in modi divergenti. La sinistra storica, perdendo ogni interesse nella questione; la sinistra nata dal ’68, sviluppando ed esaltando gli impulsi antirazionalistici che avevano avuto libero corso attraverso tutto il ’68. I temi piuttosto agitati ed emotivi dell’ecologia hanno preso il posto della discussione iniziata nell’Ape sul ruolo, le possibilità e i limiti del sapere scientifico e tecnologico in una società democratica.
In queste condizioni, non particolarmente promettenti, pensiamo che sia giusto cercare di individuare ciò che è ancora vivo e ciò che è morto nel libro del ’76.
Cominceremo dalle questioni di validità del sapere scientifico per passare poi al tema della non-neutralità della scienza e al problema del controllo democratico sullo sviluppo del sapere. Faremo invece solo un breve cenno al tentativo di riflessione politico, economico e sociologico sulla società e sulla scienza nella società capitalistica. Questo, secondo noi, si è rivelato meno stimolante. Non solo non ha portato a sviluppi, ma è risultato molto superficialmente descrittivo e pochissimo normativo, lasciando fondamentalmente intoccate le questioni che intendevamo se non risolvere, almeno far maturare.


2.- La questione epistemologica della non-neutralità della scienza.

A.- Com’è nata.

 
La prima questione che sembra opportuno porre se si mette mano all’Ape è: da dove viene il suo problema centrale, cioè quello della non-neutralità della scienza? Poi, di che problema esattamente si tratta? Infine, la soluzione che se n’è data nel libro è ancora valida e ha ancora interesse?

Poco prima del ’68, diciamo intorno al ’66, quando, come vedremo, comincia la nostra storia, il nostro gruppo, piuttosto composito e, per la verità, ancora non consapevole di essere un gruppo, si componeva di un fisico già affermato (MC), di un altro, vicino ad aver compiuto la prima più importante parte della sua carriera (GJL) e di due apprendisti stregoni (GC & MDM). Eravamo tutti e quattro, chi più chi meno, sotto le bandiere del marxismo. Più correttamente, eravamo tutti e quattro di cultura laica e radicale e guardavamo con interesse ai processi politici e sociali avendo in mente una prospettiva genericamente socialista (al tempo si sarebbe detta social-comunista). Il più anziano fra noi, che era anche un po’ la stella polare di noi più giovani, aveva una solida formazione scientifico-ingegneresca, piuttosto agnostica in filosofia, tranquillamente positivistica e poco problematica sui fondamenti e sul valore intrinseco della scienza.
Invece, viveva il suo impegno ideologico con radicalità ed esprimeva già una forte critica sull’(ab)uso capitalistico della scienza. In quegli anni, il secondo in anzianità era quello che si suole definire un uomo di cultura: aveva interessi scientifici e filosofici piuttosto estesi e, di formazione fra cattolica ed ebrea, civettava pure con la religione.
Era, all’epoca, tutto fuorché un radicale. Noi più giovani vivevamo invece una strana contraddizione: come apprendisti stregoni avevamo una grande fiducia nella scienza, non per nulla avevamo scelto di diventare fisici, ma avevamo anche, a causa dei tempi, molti dubbi sulla solidità dei fondamenti della scienza e un gran desiderio di vederci chiaro. Perciò, oltre alla formazione scientifica e alla politica, avevamo un occhio attento alla discussione filosofica, marxista e non.
Sono questi gli anni in cui fra neopositivismo, convenzionalismo, operazionismo da una parte, e materialismo storico, dialettico, strutturalista dall’altra, la cultura (italiana, francese e, in parte, tedesca; quella anglosassone è stata molto meno toccata dal revival del marxismo) sembra cercare basi solide per il sapere, incluso quello più affidabile costituito dalle scienze esatte e naturali. I problemi filosofici di fondamento cominciano a mescolarsi con quelli, di origine politica, del carattere ideologico, ovvero, in versione marxista, di classe, del sapere (rimanendo tuttavia sul vago quando questo sapere diventava quello delle scienze esatte). Con ciò la questione del valore oggettivo della conoscenza scientifica (all’epoca nota come la questione della non-neutralità della scienza) diventa meno marginale e conquista il centro dell’attenzione.

Sono gli anni in cui si passa con continuità dal discorso colto in politica, che include giudizi periferici sul valore del sapere scientifico, alla riscoperta dei padri critici della scienza (Poincarè, Bachelard, Bernard, …) e ai moderni storici della scienza ed epistemologi (Koyrè, Farrington, P. Rossi, Kuhn, Lakatos…). Ciò senza dimenticare il discorso politico sulla programmazione dello sviluppo sociale che tipicamente comporta un giudizio sulla natura della scienza (Lisenko rimanendo un magnifico esempio di come corto-circuiti mentali sostenuti dal potere politico possano produrre rovine…).
A questo punto la situazione era abbastanza chiara e, per noi giovani, la contraddizione che confusamente avevamo sentito si rendeva manifesta e poteva essere formulata con chiarezza: sono le scienze esatte e naturali una forma a-ideologica di validità a-storica (a parte l’evidente e banale accrescimento delle conoscenze e la possibilità di fare errori che poi lo sviluppo storico può eventualmente correggere) o partecipano, come tutte le conoscenze sociali, dell’ideologia, sia essa quella dominante o di alternativa, come suggerito da Marx ? Nei circoli più estremi del ’68 si propendeva per questa seconda alternativa. A noi, invece, pareva che la questione meritasse un’analisi più attenta e dettagliata e una risposta più convincente.

B.- Come può essere definita.

Ci siamo perciò serviti di analisi storiche accurate, abbiamo fatto molto uso di distinzioni aristoteliche, ma pochissimo della dialettica (soprattutto di quella marxista che, siamo felicissimi di dichiararlo apertis verbis, non abbiamo ancora capito cosa sia; in particolare ci sfugge totalmente ciò che richiama anche vagamente l’Hegel della filosofia della natura) e siamo arrivati a conclusioni che consideriamo ancora valide e che ci sembra utile riassumere qui, in modo giustificabile (si badi bene, non abbiamo detto dimostrabile) ma evidentemente apodittico:

i.- Non ci sono evidenze per entità dotate di esistenza trascendenti il mondo sensibile. Anche il pensiero, la cosa più impalpabile che si conosca, ha una base materiale, da quel che possiamo capire, diremmo elettrochimica;

ii.- È l’uomo, animale simbolico per eccellenza, che crea queste entità, delle quali può eventualmente, con evidente abuso di potere, decretare l’esistenza. Insieme con queste l’uomo può definire delle congetture e creare dei sistemi di pensieri che possono aiutarlo nell’azione (sopravvivere e, di più, estendere la sua “zona d’influenza”) e nella costruzione del suo habitat. Questi “sistemi di pensieri” che includono anche la logica, sono per forza di cose congetturali e convenzionali, ciò non togliendo nulla alla loro eventuale validità che, appunto, diventa il problema: come distinguere fra pensieri/conoscenze validi e pure fantasie.


iii.- Tutti i sistemi di pensiero hanno in comune di essere “ideologici” (entità simboliche di ragione) ma non per questo sono tutti falsi o, viceversa, tutti veri/validi. Nell’Ape ci siamo avvalsi di un argomento tipicamente aristotelico per chiarire il punto: genericamente parlando ogni sistema di pensieri è ideologico, ma il genere ideologia include moltissime “specie” quali religione, mito, scienza, ecc., che hanno tutto il diritto di essere diversissime fra loro. Il fatto di essere specie di un genere, tuttavia, introduce un vincolo essenziale, quello di non poter essere in contraddizione con le caratteristiche proprie del genere. Lo avevamo illustrato nell’Ape con il concetto di mammifero: un monotremo, una mucca, un uomo, sono tutti mammiferi, tuttavia le differenze specifiche sono tali che a stento si riconosce la parentela… In particolare spetta alle scienze il vanto di essere le “ideologie” più garantite, verificate, stabili che si possa immaginare, mentre le altre forme note (religione, mito, ideologie politiche…) sembrano rilevare più massicciamente dalla fantasia e dalla libera capacità simbolica dell’uomo che dal confronto intersoggettivo più universale possibile. Di qui il concetto di legge di natura con validità ben più forte del concetto giuridico di legge.

iv.- Il fatto che anche le scienze esatte siano “ideologiche”, tuttavia, ci ha permesso di capire perché, oltre la banalità della loro crescita temporale, le scienze tutte, comprese quelle esatte, abbiano un’evoluzione non banale e, quindi, un carattere di storicità analogo a (nell’Ape avevamo usato l’espressione “coerente con”) quello delle società entro cui si sono sviluppate. Qui ancora siamo sostanzialmente d’accordo con le tesi di allora, anche se sviluppi ulteriori (per esempio la scoperta della “modernità” della scienza alessandrina ben lontana dalla scienza aristotelica) e lo sfumare del concetto di classe tipico del marxismo ci hanno spinto a precisare meglio il concetto.
Vediamo di che si è trattato e di che si tratta con qualche esempio per poi enunciare il problema in generale.


C.- Com’è stata risolta nell’Ape? A che punto siamo?

Com’è stato sapientemente dimostrato da storici della scienza professionisti, la Fisica di Aristotele non è sbagliata. In essa troviamo perfettamente descritti/predetti, qualche volta in circostanziate approssimazioni, comportamenti fisici a noi ben noti e considerati successi scientifici significativi. Tuttavia, per com’è costruita, quella fisica non intende andar oltre la natura, com’è invece tipico della fisica moderna, ma semplicemente descriverla correttamente e determinare limiti “naturali” di comportamento (descrivere l’essere in quanto essere, è il “motto” di Aristotele). Fra questi, importantissimo, il fatto che le macchine (da lui chiamati automi) non possono esistere, perché, se esistessero, farebbero da sole il lavoro normalmente destinato agli schiavi e, quindi, non ci sarebbe bisogno di loro. Ma gli schiavi, argomenta Aristotele, sono per natura e, perciò, le macchine non possono esistere! Inutile sottolineare che, invece, proprio nello spirito di costruire macchine è nata quella che chiamiamo scienza moderna, anche se quella scienza era già nata, almeno in nuce, in epoca alessandrina.
In un secondo esempio, Aristotele enuncia nella sua Fisica la legge corretta che i gravi cadono nei fluidi con velocità inversamente proporzionali alla resistenza del mezzo (noi oggi diciamo con velocità limite perché abbiamo il concetto di velocità istantanea e la legge è valida solo per la velocità che si raggiunge asintoticamente). Poi ne deriva subito la conclusione che il vuoto non esiste. Infatti, dice Aristotele, siccome nel vuoto la velocità (limite) dovrebbe essere infinita, cioè dovrebbe spostare il grave di uno spazio infinito in un tempo finito, mentre sappiamo che l’universo è finito, il vuoto non c’è.
Infine, e come riportato on purpose da Kuhn nel suo fondamentale libro sulla “Struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), è nota la soddisfazione di Aristotele nel costatare che, dopo un certo tempo, un pendolo si ferma in basso (luogo “naturale” dei gravi secondo Aristotele), mentre per Galileo quella è una mostruosità (l’energia si dovrebbe conservare e il pendolo dovrebbe continuare ad andare su e giù indefinitamente) che richiede spiegazione: c’è accordo sul fatto ma contrasto sulle ragioni.
In tutti questi casi, il fatto caratteristico è che Aristotele lavora in modo perfettamente ragionevole dal punto di vista scientifico, ma include nei suoi ragionamenti degli elementi per così dire più marcatamente “ideologici”, legati come sono al tempo in cui vive, coerenti alle caratteristiche strutturali della società in cui vive, mentre i “moderni” lavorano nello stesso modo ma, partendo da una concezione del mondo più aperta e attiva, hanno più libertà e arrivano a formulazioni più universali. Come non notare, infatti, la “coerenza” fra le due fisiche e le società in cui sono nate: fondata su guerre e schiavi quella antica, su borghesia e sviluppo quella moderna. Non scienza borghese e scienza proletaria, dunque, ma legittimità e, anzi, necessità della discussione interna ed esterna alla scienza, immersa nel suo mondo, sul modo più soddisfacente di crescere e su come farlo. La natura e le “intricacy” di questa discussione sono poi un capitolo a sé, più che degno di studio. Per esempio, Bacone aveva perfettamente capito l’inadeguatezza della scienza aristotelica a raggiungere gli obiettivi di trasformazione e controllo della natura che si prefiggeva, pur essendo incapace di contribuire qualunque cosa di duraturo alla scienza moderna, cosicché niente si era mosso nel vecchio impianto aristotelico, anche se la pressione sugli scienziati per cambiare punto di vista era stata forte. Viceversa, Galileo ha contribuito enormemente al cambiamento, ma senza essere veramente consapevole, in qualche modo contro quel che suggerisce Brecht, di tutto ciò che stava contribuendo con la sua creatività scientifica al cambiamento di paradigma (come direbbe Kuhn) e alla società.
Non che un approccio “moderno” non fosse possibile anche nell’antichità (come i “moderni” scienziati alessandrini sembrano aver provato), ma non è senza significato che una proposta “incoerente” sia stata dapprima vinta militarmente e politicamente dai Romani e poi dimenticata, visto che i Romani, pur apprezzando gli eventuali risultati tecnologici, non riuscivano a capirne l’origine, essendo nulli in matematica e in ragionamento scientifico in senso moderno.
Quanto sopra per dire che nella questione della “non-neutralità” della scienza non è in discussione la validità del sapere scientifico (che, nel limite del possibile, è garantita e riverificabile in qualunque momento storico). A differenza delle forme simboliche più elementari (mito, religione, ideologie politiche, ecc.) fortemente radicate nella soggettività, le scienze esatte posseggono un grado elevato di oggettività che si manifesta sia nello spazio che nel tempo. Logica e matematica, provenendo dal nostro “senso interno”, sono le più universali (se accetti i principi e le regole, tutto segue necessariamente); le scienze naturali, descrittive, sono le meno “neutre”, ma tutte hanno uno standard di oggettività irraggiungibile dalle altre forme simboliche.
Quel che è in discussione, invece, è la natura della crescita della conoscenza che sembra procedere molto di più per tentativi nei quali la scelta della “coerenza”, senza essere determinante, ha certamente un peso. Qui intervengono i concetti di piano/progetto e di pianificazione di scelte consapevoli, oltre che quello tutto moderno di “sistema della ricerca”, ma stiamo già aprendo un nuovo problema e andando oltre quel che c’è nell’Ape se non come invito esplicito ad affrontare il problema. Fin qui siamo ancora con l’Ape toto corde. Tuttavia, scendendo nel dettaglio di questa posizione, credo che qualche precisazione ulteriore ci avrebbe salvato da possibili malinterpretazioni sociologizzanti che non hanno giovato alla corretta comprensione del libro.
Dopo Koyré, che ci aveva fatto capire la natura rivoluzionaria del passaggio dalla scienza antica classica (lo diciamo per tener fuori dall’antichità gli scienziati alessandrini) a quella moderna, avevamo incontrato Kuhn e la sua idea della crescita della conoscenza mediante rotture rivoluzionarie. Di nuovo, questo concetto kuhniano non ha nulla a che fare con la validità delle teorie scientifiche che soccombono, ma con il modo in cui nascono le nuove teorie: non più semplici sviluppi “paradigmatici” ma nuovi concetti e nuove concezioni del mondo. La pluralità delle rivoluzioni individuate da Kuhn, che andava ben al di là della semplice contrapposizione scienza antica/scienza moderna, ci aveva convinto che la “coerenza” con lo sviluppo sociale potesse (e dovesse) essere ricercata anche in queste trasformazioni concettuali per così dire “minori” (almeno se confrontate con l’ampiezza dell’opposizione fra antico e moderno).
Non che questo sia illegittimo o insensato, ma il terreno è scivoloso e bisogna ben guardarsi dalle facili banalità. Sostenuti dalla periodizzazione della storia di origine marxiana (in qualche senso teleologica perché prevedeva, almeno implicitamente, la fine della storia) che considerava fondamentali le quattro grandi strutture sociali - la schiavistica, l’aristocratico/borghese, la borghese e la proletaria - abbiamo sostenuto con forza nell’Ape questa ricerca della coerenza fra sviluppo delle concettualizzazioni e sviluppo sociale. Nei capitoli storici abbiamo anche trovato qualche corrispondenza interessante. Tuttavia ora siamo convinti che il concetto di “coerenza” ha molto senso nelle grandi trasformazioni e lo perde man mano che si va verso le micro-rivoluzioni (la cosa, peraltro, è anche vera per le rivoluzioni scientifiche di Kuhn). Viceversa, se non si guarda tanto ai concetti scientifici individualmente presi, ma all’insieme dei concetti e metodi del sistema della ricerca, allora la coerenza diventa un concetto forte che apre, studiandone in dettaglio i meccanismi, un’importante possibilità d’intervento politico guidato insieme da razionalità e finalità. Questo è l’ambito nel quale ci piacerebbe veder lavorare. I facili sociologismi li lasciamo volentieri a chi ha tempo da perdere.
Vorremmo finire queste rapide osservazioni con una battuta. Abbiamo cominciato a cimentarci con i problemi del libro, spinti dalla congerie del ’68, essendo (neo) kantiani in epistemologia e in etica (la “ragion pratica”), ma marxiani in teoria della storia e in politica (scienza e pratica dei fini, rispettivamente). Dopo circa quarant’anni, una volta scoperta in Kant la scienza dei fini nella sua “critica del giudizio”, possiamo dire che, pur avendo rispetto e interesse per il lavoro di Marx, siamo (neo) kantiani e basta.

3.- Attualità del contributo dell’Ape all’analisi sociologica della scienza.

In un libro non accademico e di battaglia ideologica com’è l’Ape non va cercata una struttura sistematica. Tuttavia è chiaro, anche a un lettore superficiale, che il libro presenta due problematiche maggiori: quella più propriamente legata alla comprensione del valore della scienza in sé e nella società (la natura progettuale della scienza e la povertà dello scientismo) che comprende i capitoli 1, 3, 4 e l’appendice 6; quella più politica e intesa a dare una definizione sociologica della scienza che comprende i capitoli 2, 5 e tutte le rimanenti appendici. A nostro avviso, questa seconda parte è risultata assai più caduca. I suoi concetti chiave sono due: che nel capitalismo moderno la scienza, in quanto informazione, è merce e che la sua funzione essenziale (quella per la quale non se ne fa a meno, un po’ come gli antichi Romani…) è quella di circuito di prova dell’innovazione tecnologica, bene, materiale e non, da immettere nel circuito commerciale della società capitalistica in sviluppo. Qui saremo brevi, perché gli anni trascorsi hanno contribuito molto a chiarirci le idee. Benché, considerati in astratto, i due concetti chiave descritti sopra non siano sbagliati, alla prova dei fatti non si sono dimostrati utili né in politica, né in teoria. In politica, perché si tratta di concetti descrittivi e non normativi che non aiutano a definire una prassi funzionale a fini progressivi; in teoria, perché non sono serviti a metter ordine in una materia di grande importanza com’è quella della funzione sociale della scienza. Rimangono giusto un utile documento della faticosa ricerca della verità nel tormentato clima che è stato il dopo ’68.

4.- Conclusioni.

In questi anni la scienza ha largamente dimostrato la sua validità e vivacità, oltre che una grandissima capacità di innovazione tecnologica. La nostra generazione ben poteva ridere dei nostri genitori che non avevano conosciuto in giovinezza il telefono o l’aereo o la radio, per non parlare della televisione, ma, talvolta, neppure l’elettricità nelle case.
Noi, che eravamo a nostro agio in tutto ciò, non avevamo la minima idea non solo del GPS, ma neppure del fax (già oggi completamente superato), della possibilità della telefonia cellulare o della consultazione delle basi dati in internet. In meno di una generazione, internet e l’informazione online hanno sostituito in gran parte l’informazione cartacea (libri, riviste, ecc.). Il concetto stesso di enciclopedia alla Diderot è morto e sepolto. In questa situazione, la scienza e il sistema della ricerca dovrebbero essere sempre più al centro dell’attenzione. Questo accade nel mondo ma non in Italia, dove alle speranze più ambiziose è succeduto uno stato di melanconica rassegnazione della sinistra, spesso guidata da superficiali, quando non false, idealità. In questo troviamo la battaglia di Sokal uno splendido esempio di resistenza ben fatta.
In questo contesto, i temi dell’Ape, con i precisi limiti che abbiamo discusso sopra, hanno una verità e un’attualità insospettata e sono assolutamente ancora interessanti, importanti e degni di essere (ri)scoperti e utilizzati come motivazione strutturata a ricerche da farsi. Rimane solo il rimpianto di quarant’anni un po’ persi. In particolare lo studio dell’evoluzione delle idee scientifiche sotto il particolare profilo della loro logica interna e della coerenza o meno con la società circostante, e la ricerca delle finalità implicite nello sviluppo del sistema della ricerca, sono i due temi centrali dell’Ape che aspettano ancora il loro Newton. Ciò è tanto più importante in quanto la scienza, per essere elemento di progresso civile, deve dapprima diventare cultura e, quindi, esser compresa nei suoi significati oltre la cerchia dei suoi "sapienti" praticanti. Poi, valutata dai più, può diventare elemento politico utile, potenzialmente progressivo, dello sviluppo umano. Al momento, così com’è, serve soltanto a chi se ne appropria e la usa per sé, senza riguardo all’interesse generale e senza tener conto delle sue possibili controindicazioni d’uso. In altre parole, l’idea della scienza per la scienza non può che generare nei più o rassegnata accettazione dei suoi eventuali benefici, o sospetto e paura nei confronti di quest’attività esoterica stregonescamente/religiosamente potente, quale che sia il godimento intellettuale associato a questo sapere bello, divertente e motivante per chi se ne occupi creativamente. Possa questa ristampa aiutarci ad andare nella giusta direzione.

Un’ultima doverosa osservazione che poi è un ringraziamento. Per uno di noi, GC, la maturazione su questi temi negli ultimi trent’anni è frutto dei continui “litigi” culturali e ideologici, ma sempre costruttivi, con sua moglie, Nicoletta Bosisio. In particolare durante il lavoro su questo testo. In un primo tempo volevamo associarla a queste note, ma, avendo lei declinato l’invito in quanto non autore de L’Ape e l’Architetto, GC considera suo dovere, oltre che piacere, riconoscere il suo debito intellettuale e l’importante contributo da lei dato alle idee espresse in queste pagine. Insieme, invece, ci piace ricordare che abbiamo sottoposto il testo a vari amici da cui abbiamo avuto utili
suggerimenti che speriamo di aver capito e ben utilizzato. Trattasi di Gianni Battimelli, Arianna Borrelli, Marco Lippi e Anna Tramontano che ci fa piacere qui ringraziare.



UPDATE
9 gennaio 2011


Torna alla pagina principale