TOTILA

 

di Anna Bozzetto

 

 

La vicenda di Totila re dei Goti è un esempio di come la Storia può essere manipolata e distorta da fonti faziose, creatrici di durature quanto immeritate leggende nere. Prima di esaminare le accuse che papa Gregorio Magno e, sulla sua falsariga, tutta la schiera anonima degli agiografi medievali hanno rivolto a questo personaggio, occorre introdurre il contesto in cui egli agì: la guerra gotica.

Nell'anno 535 Giustiniano iniziò questo conflitto usando come pretesto l’assassinio della regina Amalasunta, figlia di Teodorico e filobizantina, per mano del cugino Teodato. Lo scopo dell'imperatore era riconquistare l'Italia per sottrarla al governo dei Goti i quali, da reggenti di un regno vassallo, erano diventati nemici da annientare per il fatto di essere seguaci del cristianesimo ariano, tacciato di eresia. La motivazione di voler debellare i Goti perché eretici e, come tali, nemici dell’ortodossia cattolica è infatti riportata nell'alleanza proposta da Giustiniano ai Franchi per combatterli: «sarebbe giusto che anche voi vi uniste a noi nel sostenere questa guerra, che siamo ugualmente impegnati a condurre non solo per la nostra fede ortodossa che ripudia l'eresia ariana, ma anche per l'odio che entrambi nutriamo per i Goti1Per Giustiniano, che si presentò come il prescelto da Dio per unificare Oriente e Occidente sotto il suo dominio e sotto l'unica fede cattolica, ogni minoranza religiosa doveva essere combattuta2. E come scrive Alberto Peruffo, «tutte le guerre intraprese (da Giustiniano) ebbero un carattere di guerra religiosa contro i nemici della fede.»3

La guerra contro i Goti ebbe il beneplacito del patriziato romano, i cui membri mal tolleravano un dominio di barbari eretici anche se Teodorico prima e Amalasunta poi avevano mantenuto intatte le loro prerogative e i loro privilegi.

Nel 540, dopo ripetute sconfitte militari, il re dei Goti Vitige si arrese a Belisario, il Generalissimo di Giustiniano finendo prigioniero a Costantinopoli. I Goti organizzarono la resistenza all'impero bizantino nominando loro re Ildebado. Dopo l'assassinio di Ildebado, la corona venne offerta a suo nipote Totila (figlio di un suo fratello di cui è ignoto il nome). Il giovane condottiero, che si trovava a capo della guarnigione di Treviso, accettò col patto dell'eliminazione di Erarico, un re-fantoccio che stava per consegnare a Giustiniano l'intero regno d'Italia in cambio di vantaggi personali.

Le fonti principali su Totila e sul quasi ventennale conflitto tra Goti e Bizantini per il dominio dell'Italia sono i Dialoghi di papa Gregorio Magno, scritti oltre 40 anni dopo la morte del re goto, e “La Guerra Gotica” del contemporaneo Procopio di Cesarea.

Nell'opera di Procopio, Totila è un nemico magnanimo anche se capace di punire con rigore .

Nei Dialoghi è invece un feroce tiranno e un empio persecutore di pii religiosi, autori di straordinari miracoli.

Secondo la testimonianza di Procopio, Totila agisce con un'etica militare piuttosto sorprendente per la sua epoca. Concede la libertà ai prigionieri nemici dopo le sue vittorie a Faenza e nel Mugello e dopo la conquista di Rossano4. Proibisce all'esercito di far violenza alle aristocratiche romane rifugiate a Cuma5. Presa Napoli, fa distribuire viveri alla popolazione affamata e permette al contingente bizantino di ritirarsi verso Roma dopo averlo persino rifornito di provviste6. Mette a morte un soldato goto reo di aver fatto violenza a un'adolescente partenopea.7 Non permette ai soldati di danneggiare le campagne e di nuocere ai contadini.8 Durante la sua prima conquista di Roma, ascolta la supplica del diacono Pelagio e ferma le violenze sui civili. In questa occasione proibisce anche ai Goti di linciare la vedova di Boezio, accusata di aver finanziato l'esercito bizantino e di aver distrutto delle effigi di Teodorico.9

Il re dei Goti punisce anche con mano forte: fa giustiziare Calazar, comandante della guarnigione di Rossano e fa mutilare il chierico Valentino. In Sicilia colpisce duramente il patriziato saccheggiandone i latifondi per impadronirsi del grano e del bestiame. Ma i motivi di questi castighi sono riconducibili al suo concetto d'onore: il chierico ha mentito in interrogatorio,10 Calazar ha finto di trattare la resa e l'aristocrazia siciliana ha accolto come liberatori i Bizantini, a dispetto dei privilegi accordati alle sue terre, sottratte da Teodorico all'obbligo di spartizione con i Goti.11

Il peggior fatto di sangue narrato da Procopio, ovvero il massacro dei cittadini di Tivoli, non è attribuito a un ordine di Totila ma alla scorreria di un contingente di Goti a cui i soldati locali, in lite con i Bizantini, hanno aperto le porte della città.12

Ma Totila s'inimica l'aristocrazia senatoria privandola dei latifondi, da lui concessi ai coloni che versano il canone ai Goti invece che ai proprietari romani. Con questo esproprio vuole punire gli aristocratici per le loro posizioni filobizantine. E non priva i patrizi solo delle terre, ma anche degli schiavi promettendo a questi la libertà se si arruolano nell'esercito goto. Sono questi gli elementi chiave per capire l'avversione verso Totila che Gregorio Magno deve aver respirato e covato sin dall'infanzia.

Innanzitutto, Gregorio Magno proveniva dall'aristocrazia senatoria. E l'aristocrazia senatoria, alleata politica dei Bizantini, fu impoverita dalle espropriazioni di Totila. Quindi, non può non aver influenzato Gregorio Magno il rancore del suo ceto di appartenenza verso il re dei Goti.

Inoltre, nella mentalità di Gregorio Magno era una scelleratezza contro natura e contro l'ordine prestabilito da Dio rendere gli schiavi uomini liberi come aveva fatto Totila. Gregorio Magno, infatti, diede una giustificazione religiosa alla schiavitù come “conseguenza del peccato”: secondo lui, per “una misteriosa disposizione” divina alcuni individui si trovavano relegati più in basso di altri. Pertanto, questi individui dovevano rassegnarsi a vivere in schiavitù e a essere dominati per non contravvenire a tale “misteriosa disposizione”. E Gregorio stesso mandò il suo notaio Bonifacio in Sardegna ad acquistare per suo conto gli schiavi più robusti e non esitò a far torturare gli schiavi fuggiti da un convento romano.13

Per di più, per Gregorio Magno Totila era un eretico da demonizzare in quanto seguace del cristianesimo ariano. E, come sostiene De Lubac, nel chiamare Totila “perfidus rex”, Gregorio Magno usa “perfidus” come sinonimo di eretico14. Nella dottrina di questo papa, l'eretico non può che avere una “perfida mens”, non può che essere il nemico per eccellenza, il seguace del Male. C'è un'identificazione automatica tra perversione morale e rifiuto del credo cattolico: «Per Gregorio, un eretico non poteva affatto essere mansueto: già di per sé l'eresia comporta l'opposto, la divisione dei cuori, la rovina delle anime, il servizio diabolico, l'abiura, la ribellione, la superbia: “perché la dimora degli eretici è l'arroganza in persona...la dimora degli empi è l'arroganza...»15

L'intento perseguito da Gregorio Magno con la stesura dei Dialoghi era poi quello di farsi portabandiera del cattolicesimo presso i Longobardi, anch'essi eretici ariani, divenuti nel frattempo padroni dell'Italia. Voleva spingerli a convertirsi al cattolicesimo con una raccolta di "pie leggende" e “sorprendenti miracoli” volti a impressionare i loro animi superstiziosi come scrisse la medievista Gina Fasoli: «Il papa manda perciò alla regina dei Longobardi i suoi Dialoghi, che con il loro candido raccontare pie leggende e sorprendenti miracoli erano particolarmente adatti ad impressionare e commuovere l’animo di individui emotivi e superstiziosi come erano in massima parte i Longobardi.»16 Ed ecco che il Totila dei Dialoghi, simbolo della malvagità e del male, vuole mettere goliardicamente alla prova San Benedetto andando all’abbazia vestito da scudiero. Ma il monaco, dotato della veggenza, lo riconosce, gli rimprovera il molto male commesso e gli profetizza la morte al decimo anno di regno. Totila si prostra con la faccia a terra, in preda a un sacro terrore (Dialoghi 2,14). Il racconto riecheggia la profezia di morte rivolta al re d’Israele Saul dal fantasma del profeta Samuele (Samuele 28,3-20) seguendo uno schema narrativo molto simile. In entrambi i racconti abbiamo un re empio e un uomo di Dio che gli rimprovera i misfatti e gli fa una profezia di morte. E in entrambi i casi il re si prostra pentito e terrorizzato ma incorre comunque nella sconfitta e nella morte.

Gregorio Magno scrive che dopo aver sperimentato le doti profetiche di Benedetto e dopo aver supplicato il santo abate di pregare per la sua anima, Totila si è ravveduto e ha mitigato la sua crudeltà. Ma si dimentica immediatamente di quanto ha raccontato (o molto più verosimilmente inventato) ed elenca altre nefandezze del re goto successive al prodigioso incontro. A leggerle pare proprio che Totila si sia incrudelito piuttosto che ravveduto. Gregorio Magno calca la mano, riprendendo vecchi e inflazionati schemi agiografici dell’età romano-imperiale come quello del martire dato in pasto alla belva che si ammansisce miracolosamente. Così, Totila getta a un orso il vescovo Cerbonio, ma davanti al prelato la bestia inferocita diventa subito mansueta (Dialoghi 3,11). E in un lampo di gratuita ferocia, il re dei Goti ordina a un generale di scorticare vivo e decapitare il vescovo di Perugia Ercolano, la cui testa e la cui pelle ricrescono prodigiosamente sul cadavere rimasto intatto per quaranta giorni (Dialoghi 3,13).  Con altrettanto sadismo, fa legare sotto il sole cocente il vescovo Fulgenzio, ma un temporale si abbatte sull’esercito e bagna tutto e tutti eccetto il religioso e il cerchio entro cui è stato legato (Dialoghi 3,12).

La lista potrebbe continuare fino a tediare qualsiasi lettore.

È strano il feroce martirio di Ercolano (un personaggio la cui unica prova di esistenza è il racconto con connotati noir-fantastici contenuto dei Dialoghi), così come sono strane tutte le terribili persecuzioni ai danni di vescovi cattolici prodigiosamente rintuzzate da interventi divini. Perché? Perché solo Gregorio Magno ne parla a profusione. Nel Liber Pontificalis, che pure è una fonte cattolica, Totila non è un persecutore di religiosi. Anzi, vi si legge che egli abitò con i Romani (cattolici) come un padre con i figli (Vita Vigili, 7, 107: “Totila habitavit cum romanis quasi pater cum filiis”). Per di più, Procopio di Cesarea ci dice che Totila non mise mai piede a Perugia e che la città fu espugnata dai suoi generali. Tutto questo rende i Dialoghi una fonte sospetta, in odore di mistificazione. Fece bene lo storico Gustavo Vinay a trattarli come un’opera esclusivamente letteraria e dottrinale rinunciando ad avvalersene come fonte storica. E ancor meglio fece Gina Fasoli a definirli una raccolta di “pie leggende” indirizzate a un pubblico superstizioso da convertire. Anche per lo storico della Chiesa H.J. Vogt i santi di Gregorio Magno (eccezion fatta per San Benedetto) sono degli sconosciuti, pertanto «l'utilizzazione dei Dialoghi come fonte storiografica dovrebbe essere assai cauta.»17  La religiosità che emerge dai Dialoghi è magico - superstiziosa e caricaturale. L'opera è colma di sconcertanti miracoli punitivi operati dal santo di turno (sconosciuto a tutte le fonti tranne che a Gregorio Magno) contro gli eretici goti o longobardi ma anche contro fanciulli disobbedienti ai preti e persino contro poveri animali. Grottesco è poi il racconto in cui un chierico ordina al diavolo di pulirgli le scarpe e questo entra nel corpo di un servo. L'intento di questa raccolta di superstizioni è quello d'intimorire il popolo inculcando paura e soggezione verso Dio e i suoi vescovi (cattolici). Come è possibile prendere i Dialoghi per fonte storica che narra fatti realmente accaduti come hanno fatto alcuni libri di Storia parlando di Totila? Il fatto che un evento storico come la guerra gotica sia sullo sfondo dei Dialoghi, non implica che i racconti fantasiosi di Gregorio Magno siano anch'essi eventi storici. Anche nella Divina Commedia i beati e i dannati sono per lo più personaggi storici, ma chi si sognerebbe di affermare che i loro incontri con Dante in uno dei tre luoghi ultraterreni siano eventi storicamente accaduti?

Sul modello dei Dialoghi le agiografie medievali (scritte svariati secoli dopo) presentano Totila come un crudele persecutore. Il Totila in esse rappresentato non ha alcuna consistenza storica, è un mero espediente letterario del narratore per dare un nome al carnefice del martire. Come nel caso di San Lauriano che, decapitato dai sicari di Totila, li rincorre con la testa recisa in mano, pregandoli di portarla a Siviglia dal loro re. Peccato che Totila non visse in Spagna né mai vi regnò.

Purtroppo, è il Totila dei Dialoghi, un personaggio tanto diabolico quanto immaginario, quello che abbiamo conosciuto sui banchi di scuola.

Procopio di Cesarea, pur essendo a servizio dei Bizantini, commentò con tristi parole la tragica morte di questo re goto nella battaglia di Busta Gallorum (battaglia che si concluse con la vittoria del generale bizantino Narsete). Scrisse che quella morte non coronò i suoi meriti e fu dovuta all’ingiustizia del destino18. Neppure oggi sono riconosciuti i meriti di Totila per essere stato tra i pochi condottieri dell’antichità e del Medioevo ad adottare un’etica militare verso la popolazione e i prigionieri. Sulla falsariga delle fonti bizantine asservite al vincitore, come l'anonimo scrivano dell'Auctarium, si definisce Totila un tiranno e una disgrazia per l’Italia e lo si accusa di aver prolungato di dieci anni la guerra e le sue devastazioni. Nessuno gli riconosce il coraggio di aver combattuto per libertà dei Goti, un popolo che Giustiniano aveva deciso di annientare e di cancellare dall’impero come disse l’imperatore stesso agli ambasciatori di Totila  giunti a Costantinopoli per chiedere la pace19.

E i Bizantini, che sgozzarono i Napoletani persino nelle chiese in cui si erano rifugiati,20 che compirono saccheggi e deportazioni nel Piceno sotto la guida di Giovanni il Sanguinario,21 che depredavano gli italiani e li uccidevano senza alcun motivo,22 che massacrarono tutti i prigionieri goti23 (contrariamente all’umanità con cui Totila trattava i nemici fatti prigionieri), sono ancora faziosamente presentati come i liberatori dell’Italia dalla barbarie dei Goti e del loro sovrano. 

All'ingiustizia della morte di Totila, lamentata dal contemporaneo Procopio, si è aggiunta l'ingiustizia della Storia. Tanto può fare una memoria storica manipolata e distorta.

 

 

 

 

NOTE

 

1 Procopio di Cesarea, Le guerre: persiana, vandalica, gotica a cura di Craveri M., F.M. Pontani, Torino, Einaudi, 1977 p. 357

2 Per le persecuzioni compiute da Giustiniano ai danni di pagani, Ebrei ed eretici si veda Franco Cardini, Cristiani perseguitati e persecutori, Salerno Editrice 2011, p.146-149

3 Alberto Peruffo, Storia militare degli Ostrogoti da Teodorico a Totila, Chillemi 2012, p.19

4 Procopio di Cesarea, op.cit., p.548-549, p.616

5 Procopio di Cesarea, op.cit., p.549

6 Procopio di Cesarea, op.cit., p.553-554

7 Procopio di Cesarea, op.cit., p.554-556

8 Procopio di Cesarea, op.cit., p.566: “Come in ogni altra parte d’Italia (Totila) anche qui non fece alcuna violenza ai contadini».

9 Procopio di Cesarea, op.cit., p.590-591

10 Si veda Laura Carnevale, Totila come perfidus rex tra storia e agiografia, Vetera Christianorum 40, 2003, 43-69, p.48: «Anche se la fonte non consente di conoscere l’oggetto della menzogna, la reazione del re goto mostra come essa dovesse apparirgli molto grave e soprattutto disdicevole per un vescovo».

11 Liccardo Salvatore, Declino e caduta del senato. Precedenti, successi ed effetti collaterali della politica di Giustiniano in Italia, Atti del Convegno Venezia e Bisanzio, incontro e scontro tra Oriente e Occidente in Porphyra, giugno 2012, n. XVII p.53

12 Si veda Laura Carnevale,op.cit.,p.50: «la responsabilità del massacro risulta genericamente attribuita alla collettività dei Goti».

13 Karlheinz Deschner, Storia criminale del Cristianesimo, Volume IV Alto Medioevo a cura di Carlo Pauer Modesti, p.122, 128 Edizioni Ariele, Milano

14 Si veda Henri De Lubac, Esegesi medievale, i quattro sensi della scrittura, vol.3, sez. V, Milano, Editoriale Jaca Book, 1996 p.217.

15 Karlheinz Deschner, ibidem, p.120-121

16 Gina Fasoli, I Longobardi in Italia, Bologna 1965 pp. 93-94

17 Karlheinz Deschner, ibidem, p.148

18 Procopio di Cesarea, op.cit., p.755

19 Procopio di Cesarea, op.cit., p.730

20 Procopio di Cesarea, op.cit., p.374

21 Procopio di Cesarea, op.cit., pag. 460

22 Procopio di Cesarea, op. cit., p. 556

23 Procopio di Cesarea, op. cit., p. 754