FISICA/MENTE

 

Luigi Cascioli sta portando avanti una battaglia contro la Chiesa, nella persona di Don Enrico Righi. Cascioli ha portato Don Enrico in Tribunale con l'accusa di propagandare il falso sulla persona di Gesù che non sarebbe mai esistita. La cosa è complessa e Luigi Cascioli ha scritto un libro in proposito: La favola di Cristo. Chiunque volesse saperne di più e comprare il suo libro può farlo andando al suo sito http://www.luigicascioli.eu


 

Gestazione della Vergine Maria

 INVITO ALLA MEDITAZIONE

Se è vero, secondo quanto ci viene assicurato dal vangelo di Luca, che la Vergine Maria è stata fecondata dallo Spirito Santo (annunciazione) sotto Erode il Grande, morto nell'anno 4 a.C.,e ha partorito durante il censimento indetto da Quirinio nell'anno 6 dopo C., la gestazione risulta essere durata di 11 anni.
 Gli eventuali dubbi che potrebbero sorgere da questa considerazione ci pensa la Chiesa ha toglierli dicendoci: <<Luca, avendo come scopo quello di offrire una documentazione di fondo della fede cristiana, si preparò alla stesura del vangelo con accurata indagine sui fatti usufruendo inoltre anche del contributo della Madonna che ebbe occasione di conoscere personalmente allorché entrò a far parte della prima comunità cristiana che si formò a Gerusalemme dopo la crocifissione di Gesù>>.(Da "La Sacra Bibbia" ediz. CEI).
 Lasciando ciascuno alle proprie conclusioni, affettuosamente saluto.
 

Luigi Cascioli.
 


Confutazione del passo di Tacito che Don Enrico Righi ha portato come prova dell'esistenza storica di Gesù Cristo.


                                                   

Il passo riportato sugli “Annali” che la Chiesa cita come una delle maggiori prove dimostranti l’esistenza storica di Gesù è il seguente: <<Tuttavia, non i rimedi escogitati, né la generosità del principe (Nerone), né le cerimonie religiose per propiziarsi gli dei potevano soffocare l’infame diceria che l’incendio fosse stato ordinato. Nerone allora, per troncare quelle voci, fece passare per colpevoli e sottopose a raffinatissimi tormenti coloro che il volgo chiamava Cristiani e odiava per le loro azioni nefande. Cristo, il fondatore della setta dal quale avevano preso il nome, era stato giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio. Ma la rovinosa superstizione, repressa per il momento, dilagava di nuovo non solo per la Giudea, luogo d’origine del male, ma anche per Roma, dove confluivano e trovavano seguito tutte le atrocità e le vergogne del mondo. Dapprima pertanto si processarono coloro che erano confessi: poi, in base alle loro denunzie, moltissimi vennero convinti non tanto di avere appiccato il fuoco, quanto di odiare il genere umano. I condannati a morte furono anche oggetto della scherno più atroce. Alcuni, coperti con pelli di fiere, erano dilaniati dal morso dei cani; altri crocifissi o arsi vivi, per rischiarare come fiaccole la notte, dopo il tramonto del sole. Per un tale spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini e dava giochi al Circo, mischiandosi alla folla in costume d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò costoro, sebbene colpevoli e meritevoli dei castighi più gravi, suscitavano pietà, come gente sacrificata non al pubblico bene, ma alla crudeltà di uno solo>>. (Ann. capitolo XV- XLIV).

 Sin da una prima lettura dei capitoli riguardanti l’incendio si rimarcano subito delle incoerenze che ci portano a sospettare l’intromissione di una seconda mano nella stesura originale di Tacito, prima fra queste quella riguardante la descrizione di un Nerone la cui figura ci viene presentata sotto due aspetti completamente contrastanti, quella di un pazzo criminale che cinicamente canta sullo sterminio di Roma e quella di un imperatore che, dopo aver sostenuto il popolo nella maniera più premurosa e paterna, si dedica alla ricostruzione della città con il massimo della solerzia e assennatezza: <<Nerone che si trovava ad Anzio quando scoppiò l’incendio, per soccorrere il popolo atterrito, ritornato a Roma, aprì il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e perfino i suoi giardini. Fece innalzare costruzioni improvvisate per dare ricovero alla gente mancante di tutto: da Ostia fece venire le cose più necessarie e ridusse a tre sesterzi il prezzo del frumento... eseguì la ricostruzione di Roma, alla quale partecipò in parte a sue spese, con tanta saggezza e sollecitudine come mai era stato fatto dagli altri imperatori sotto i quali erano scoppiati gl’incendi precedenti. (cap.XLIII).
Due figure così opposte quelle che risultano di Nerone nei capitoli riguardanti l’incendio da portarci istintivamente a chiederci se non siano il prodotto di due penne differenti, quella realista e obbiettiva di uno storico come Tacito che coerentemente riconferma un imperatore che ama il suo popolo e la sua città come nei capitoli precedenti lo aveva già presentato, e quella di un qualcuno che si è prefisso lo scopo di farlo passare per un cinico criminale per poter rendere credibile una persecuzione che soltanto un atto di pazzia avrebbe potuto giustificare.
   Che i capitoli riguardanti l’incendio abbiano subito una manomissione ci viene inoltre confermato, oltre che dalle incoerenze che si trovano nei fatti riportati, anche dalla forma letteraria usata per esporli, una forma tortuosa e cincischiante così differente da quella schematica e concisa caratteristica di Tacito da far dire a Las Vergnas, uno dei maggiori esegeti del secolo scorso: <<Non possiamo provare che della perplessità su come Tacito, dallo stile rapido e folgorante, possa tanto sonnecchiare ed invischiarsi sul racconto di questo incendio>>.

                                                Riepilogo storico

  Fatta questa premessa di carattere generale per esprimere quei primi dubbi che ci portano a sospettare sull’autenticità del passo in questione, è utile fare un riepilogo storico per poter dimostrare nella maniera più inconfutabile la falsità della testimonianza che la Chiesa trae dagli “Annali” di Tacito per sostenere la storicità di Cristo.

Nella rivolta dei Maccabei (167 a.C), in seguito all’alleanza dei Giudei con i Samaritani, si formò quella setta ebraica che, con il nome di Esseni (ex Asidei), proseguì nella lotta contro l’invasione straniera nell’attesa di un liberatore la cui figura risultò formata dall’unione dei due concetti che ognuna di esse aveva separatamente attribuito al proprio Messia, quello del guerriero davidico giudeo e quello del sacerdote spiritualista samaritano.
 
 Le due correnti rimasero unite fino a quando, in seguito alla sconfitta dell’esercito rivoluzionario (+70) non si separarono di nuovo per continuare ciascuna la propria lotta contro Roma, capitale del paganesimo, secondo il programma che gli veniva dal proprio Messia, quella zelota d’origine giudaica il programma  guerriero, quella  d’origine asidea il programma spirituale.
Mentre i rivoluzionari giudaici ripresero a combattere in Palestina nell’attesa dell’eroe prescelto da Dio fra gli uomini che li avrebbe portati alla vittoria finale contro Roma, gli spiritualisti, sparsi in tutto il Medio Oriente in comunità in apparenza pacifiste, rimasero a sollecitare l’avvento del loro Messia celeste fino a quando, agli inizi del secondo secolo, una certa corrente filosofica essena d’origine egiziana (gnosi) non pose fine a questa attesa dichiarando che, contrariamente a quanto essi avevano creduto fino ad allora, egli si era in realtà già realizzato svolgendo la sua missione di predicatore sulla terra ma in una maniera così discreta da non essere rimarcato.
  Un capovolgimento totale nella religiosità essena spiritualista che, inaccettabile per la sua stravaganza dalla ragione e dal buon senso, fu fatta passare come verità storica attraverso l’interpretazione delle profezie e con tanta sicurezza da trarre da esse anche la data in cui era disceso dal cielo, data che fecero ricadere “nell’anno quindicesimo del regno di Tiberio, procuratore Ponzio Pilato”, come risulta dal Vangelo gnostico di Marcione (140-144) che fu usato poi dai Padri della Chiesa per costruire nella seconda metà del II secolo i vangeli canonici.
 Con questo messia gnostico che secondo i filosofi di Alessandria (terapeuti) aveva preso dell’uomo soltanto le apparenze, gli esseni spiritualisti proseguirono concordi fino a quando una parte di essi  non decise, intorno all’anno 150, di dargli un corpo per potersi mettere alla pari con le religioni pagane che si presentavano con  Soteres che avevano svolto la missione di predicatori da veri uomini. Infatti, la Gnosi, a causa della complessità dei suoi concetti teologici tendenti a sostenere un Messia che, posto come era tra la materia e lo spirito, risultava alla fine di una natura così imbrogliata  e confusa da non poter essere considerata né carne  né pesce, stava perdendo sempre più terreno di fronte al paganesimo che con le sue divinità incarnate risultava più realista e comprensibile alle masse.
La trasformazione del Cristo spirituale gnostico, comportando l’istituzione dell’eucaristia, determinò la separazione tra gli esseni di origine ebraica, che mai avrebbero potuto accettare di mangiare il proprio Dio, e gli esseni di origine pagana che, provenendo dal  Culto dei Misteri, erano già preparati a questa forma di teofagia.
La comunità nella quale si concepì la figura di questo messia incarnato fu quella di Roma. Fu in essa che si sviluppò, a partire dal 150, la nuova religione di Santa Madre Chiesa i cui seguaci, pur avendo assunto il nome di cristiani, non hanno avuto mai nulla a che vedere con i cristiani esseni  del primo secolo che erano vissuti nell’attesa di un Cristo (logos) che doveva ancora venire.
 Come conseguenza, Roma, per sostenere l’invenzione di questo Messia incarnato del quale nessuno aveva mai sentito parlare, fu costretta a costruirsi  tutta una falsa documentazione che andò a costituire quelli che furono dalla Chiesa dichiarati “testi canonici”, quali i quattro vangeli, gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo di Tarso.
Intromessisi attraverso uno sconvolgimento dei fatti nelle vicende del primo secolo, favoriti come erano dal fatto di avere lo stesso appellativo di cristiani, come il cuculo che pone l’uovo nel nido degli altri uccelli, i fautori di questa nuova religione si costruirono una storia appropriandosi delle comunità essene, nonché dei loro seguaci, quali Stefano, Simone (Pietro),Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore che, uccisi dai romani quali rivoluzionari, fecero passare per propri martiri.
 Mistificata così la storia attraverso la trasformazione degli esseni in propri seguaci, Roma decise di appropriarsi anche della direzione dell’ideologia religiosa che, nonostante tutte le contraffazioni operate per far sparire ogni traccia essena, risultava appartenere comunque al mondo filosofico orientale che l’aveva originata, con particolare riferimento alla  comunità di Gerusalemme  che si era fatta risultare come la culla nella quale si era formata e sviluppata. (Vedi Atti degli Apostoli).
 Ma su quale presupposto la comunità di Roma poteva arrogarsi il diritto di sostituirsi a Gerusalemme quale leader del nuovo cristianesimo?
  E ancora una volta, ricorrendo ad una falsa rappresentazione dei fatti, la soluzione fu trovata  trasferendo Pietro a Roma in maniera che facendovelo morire si fosse potuta costruire sulla sua tomba tutta l’impalcatura del cristianesimo nel rispetto di ciò che lo stesso Gesù aveva detto in quella frase che fu appositamente inserita dai falsari nel vangelo di Matteo: << Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa>>.(Mt.16,16).
 Fu verso la fine del 200 che cominciarono ad uscire i primi scritti nei quali si diceva che Pietro, secondo la tradizione, era morto a Roma. La sua morte ebbe diverse versioni: In una prima si disse che era stato crocifisso  per ordine di Nerone perché aveva provocato la morte di Simone il Mago facendolo sfracellare al suolo mentre, in una sfida di magia, costui stava dimostrando i suoi poteri sovrannaturali in un’esibizione di volo. Ma poiché questa morte non aveva il presupposto perché fosse  dichiarato martire, gliene fu attribuita una seconda che, fatta dipendere dalla sua testimonianza al cristianesimo, ebbe a sua volta due diverse finali: nella prima, perché fosse rispettata la morte predettagli da Gesù  (Gv. 21-18), si raccontò che era stato trascinato al patibolo piangente e con le mani tese in avanti, nella seconda, avendo ritenuto che non era dignitoso per il capo della Chiesa mostrarsi vile davanti alla morte, fu sostenuto invece  che aveva affrontato il supplizio sorridente dopo aver assistito imperturbabile alla morte di sua moglie.
 Soltanto verso la fine del VI secolo, cioè dopo che era stata inventata la croce latina, fu coniata quella che diventerà la crocifissione definitiva, che tutt’oggi viene sostenuta, nella quale si dice che Pietro chiese di essere crocifisso con la testa all’ingiù perché non si riteneva degno di essere appeso come  il suo Maestro. (Il ridicolo di tale posizione viene messo in evidenza dai films e dai quadri che la riproducono).
  In verità, il motivo per cui la Chiesa appese Pietro alla croce con la testa in basso e le zampe all’aria fu determinato esclusivamente dal fatto che due crocifissi uguali,  oltre che a generare una confusione nello svolgimento dei riti, avrebbero  potuto nuocere alla figura di Cristo.

                                           Lo scisma d’Occidente


 Questo primato sul cristianesimo, basato esclusivamente sulla tradizione, Roma riuscì a imporlo fino a quando, agli inizi del XV secolo, non cominciarono le contestazioni in seguito alla decisione che prese Urbano VI (1378) di riportare il trono di Pietro da Avignone a Roma, decisione che portò i cardinali francesi a porsi domande sulle origini del papato per poter giustificare l’elezione di un antipapa che realizzarono nella persona di Clemente VII.
 Fu così che in un continuo succedersi di papi e antipapi che si arrogavano il diritto di  poter scegliere ciascuno la propria sede (vedi concili di Pisa, di Costanza, di Basilea, di Ferrara e di Firenze), la discussione sulla legalità del trono di Pietro andò avanti finché l’antipapa Felice V dei Savoia non vi pose termine abdicando nel 1449 in favore del papa Nicolò V vescovo di Roma.
 L’argomento base su cui facevano leva i contestatori non era tanto la mancanza di una documentazione che confermasse la venuta di Pietro a Roma (tutte le strade vi ci portano), quanto quella crocifissione che, attribuitagli quale seguace del cristianesimo, non poteva essere storicamente accettata dal momento che i romani, tolleranti come erano sempre stati verso ogni culto, mai avevano eseguito condanne per questioni religiose.
  Fu per controbattere questa motivazione che era alla base della contestazione che un certo Poggio Bracciolini, segretario del papa Martino V dei Colonna, rimasto famoso per innumerevoli altre falsificazioni, pensò di dare alla crocifissione di Pietro un movente che non fosse di natura religiosa, tirando fuori nel 1429 il passo di Tacito in questione dicendo che gli era stato consegnato, sotto forma di un manoscritto dell’XI secolo, da un frate venuto in pellegrinaggio a Roma, un frate anonimo che come dal nulla era venuto nel nulla era ritornato.
 Lo scopo che il Bracciolini si propose di raggiungere con questo documento non fu tanto quello di dimostrare l’esistenza dei cristiani al tempo di Nerone, cosa questa che nel XV secolo non poteva porre  problemi alla Chiesa per via  dell’inquisizione che imponeva a crederlo, quanto quello di far dipendere la crocifissione di Pietro non da una causa  religiosa, che storicamente non poteva essere accettata, ma da una persecuzione ordinata da Nerone contro i cristiani per aver commesso un reato comune quale quello di avere incendiato Roma.

                                            Falsità del documento
 
Che il passo riportato sugli “Annali”, dal quale la Chiesa trae una delle testimonianze per sostenere la figura storica di Gesù, sia un falso ci viene confermato da un’infinità di prove oltre a quella storica per la quale risulta indiscutibile che Pietro non può essere morto a Roma nel 64 se fu giustiziato nel 46 insieme a suo fratello Giacomo sotto il procuratore Cuspio Fado secondo quanto ci viene testimoniato da Giuseppe Flavio: <<Sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro, Giacomo e Simone (Pietro), figli di Giuda il Galileo, furono sottoposti a processo e crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani mentre Quirino faceva il censimento in Giudea>>. (Gius. Fl. Ant. Giud. XX-122).
 
 1) Che Pietro non si trovasse a Roma sotto l’imperatore Nerone ci viene confermato dagli stessi Atti degli Apostoli dal momento che non ne fanno nessuna menzione allorché parlano della venuta di Paolo presso la comunità cristiana di Roma e del suo soggiorno che, secondo la Chiesa, si protrae fino all’anno 67. Un silenzio che assume un significato determinante per dimostrare quanto tutto ciò che si riferisce a Pietro sia tutta un’invenzione cominciando dall’attribuzione della carica di vescovo della comunità di Roma.

2) Prima del 1429, data in cui Bracciolini tirò fuori il documento del frate pellegrino, nessuno aveva mai parlato di questa persecuzione contro i cristiani. L’avevano ignorata Plinio il Vecchio, Giuseppe Flavio, Marziale, Plinio il Giovane, Svetonio, Cassio Dione e gli stessi padri della Chiesa, quali Clemente, Ireneo, Eusebio, Origene, Agostino e Ambrogio, che l’avrebbero ben volentieri citata  per controbattere coloro che negavano l’esistenza dei cristani a Roma nel I secolo.
 Il silenzio di Svetonio risulta poi particolarmente significativo se consideriamo che quando scrisse la “Vita dei 12 Cesari”  egli conosceva gli Annali di Tacito usciti cinque o sei anni prima.
 Il fatto che non abbia riportato la persecuzione, quando per lui sarebbe stato un ulteriore ottimo motivo per denigrare Nerone, verso il quale si era dimostrato sempre ostile, dimostra nella maniera più indiscutibile che il passo in questione non esisteva negli “Annali” nella sua edizione originale del 115.

3) Se il passo in questione fosse stato scritto veramente da Tacito, secondo quanto sostiene la Chiesa,  come si spiega che egli non fa nessuna menzione della persecuzione dei cristiani nel suo libro “Historia”, scritto soltanto tre anni prima degli Annali, e nulla dice del “Cristo giustiziato” nel capitolo dedicato a Pilato?
 Un silenzio questo di Tacito nel suo libro Historia che risulta eccezionalmente grave per la Chiesa perché, oltre che a confermare la falsità del documento, dimostra nella maniera più decisa che mai ci fu un processo contro Cristo sotto Pilato per il semplice motivo che se ci fosse veramente stato, coinvolgendo tutta Gerusalemme con la crocifissione e tutto il Medio Oriente con i suoi terremoti e oscuramenti di sole, avrebbe rappresentato un avvenimento tutt’altro che insignificante per essere taciuto.

 4) Come si può poi credere che Tacito abbia potuto scrivere che il fondatore  dei “cristiani” sia stato il Cristo giustiziato da Pilato nel trentatré quando lui stesso nel libro “Historia”, scritto precedentemente agli “Annali”, sostiene che i seguaci di questa setta erano stati già espulsi da Roma, quali apportatori di disordini, due volte da Cesare Augusto e una terza dal suo successore Tiberio nell’anno 19? (Emilio Bossi - “Gesù Cristo non è mai esistito” - Cap. III - pag.36).

 5) Come si può, poi, non considerare come un’ulteriore prova della falsificazione la contraddizione che ci viene da un Tacito nell’esprimere la pietà che i romani provavano per le sofferenze inflitte a questi cristiani, quando lui in tutti gli altri scritti riferentesi agli spettacoli del Circo (Annali III-27- Germ. 33) dice che le atrocità che venivano in essi operate contro i condannati a morte erano motivo di divertimento per il popolo romano?
  Chi altri può aver cercato di suscitare della commozione verso questi cristiani se non una mano interessata a suscitare sentimenti di pietà perché fossero venerati come santi martiri?

                                                Sulpicio Severo


 Ma dove aveva preso Poggio Bracciolini gli estremi per costruire questo falso documento che lui sosteneva di aver ricevuto da un frate pellegrino?
 La persecuzione ordinata da Nerone contro i cristiani per avere incendiato Roma fu riportata per la prima volta da un certo Sulpicio Severo (IV sec) nel suo libro “Historia Sacra” (II-29).  Questo libro, ritirato dalla circolazione in seguito ad un processo che lo aveva dichiarato una raccolta di assurde invenzioni, fu ricopiato da Bracciolini in maniera così fedele da riprodurne letteralmente alcuni passi con  le stesse parole, come quello riguardante i cristiani che venivano bruciati per rischiarare  di notte le strade di Roma: <<Ut cum deficisse dies, in usum nocturni luminis urerentur>>.(Come cominciava a far sera, venivano usati come illuminazione notturna).
Soltanto un rimbecillito dal fanatismo religioso avrebbe potuto concepire l’idea di trasformare questa combustione umana in una fonte d’illuminazione da essere usata anche da Nerone per rischiarare i suoi giardini, come viene riportato nel passo in discussione.
  <<Anche se questa condanna veniva usata presso i Romani per punire gl’incendiari, non risulta comunque in nesuna parte che si usasse come illuminazione>>, rimarca Renan e Las Vergnas, ridendoci sopra, commenta: <<Questo sistema usato per illuminare è davvero bizzarro. Io immagino che un cristiano che brucia, anche se cosparso di cera, possa friggere, carbonizzare, appestare  ma non rischiarare. Molto fumo e poca luce. Per averne una conferma si potrebbe provare con due o tre frati cappuccini>>.
 Per dimostrare la demenza di Poggio Bracciolini e di quanti hanno creduto e continuano a credere a questa assurdità, basterebbe considerare la reazione che potrebbe avere il nostro vicino di casa se gli si cuocessero sotto la finestra quattro braciole alla griglia, almeno che costui non sia quel Dio della Bibbia a cui  certi fetori risultano particolarmente graditi. (Lev. 17-6).
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 La confutazione riguardante la testimonianza di Plinio il Giovane che don Enrico Righi ha messo nella sua lettera al terzo posto, dopo quelle di Giuseppe Flavio e Tacito, sarà presto divulgata  attraverso il sito www.luigicascioli.it e la mia mailing list che invito tutti a rendere il più numerosa possibile attraverso l’invio di nuove e-mail rappresentando l’unico mezzo disponibile  per sopperire al boicottaggio che riceviamo dai  mass media con il loro silenzio.
   

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