FISICA/MENTE

 

CRISTIANESIMO E STRUTTURE DI POTERE. LA SFIDA MANCATA DEL CONCILIO



DOC-1680. ROMA-ADISTA. "La principale sfida che la cultura contemporanea lancia alla Chiesa dopo il Vaticano II": così definisce il teologo della Liberazione belga-brasiliano José Comblin la questione del potere. Una questione che lo stesso Concilio evitò di affrontare, limitandosi a moltiplicare le esortazioni morali e lasciando invariata "la relazione tra la ricerca del potere e la definizione del clero prevalsa per 15 secoli". "L'attuale relazione di potere – scrive Comblin – è ancora la relazione definita nella cristianità medievale: le forme sono cambiate, ma la sostanza è rimasta la stessa". Solo che si tratta di una sostanza che nulla ha a che vedere con l'insegnamento di Gesù, il quale "venne a distruggere la struttura di potere che c'era nel suo popolo e a costruire una nuova struttura di relazioni", senza armi, senza minacce, senza castighi, senza alcuna forma di coercizione. Che ne è, allora, di quell'insegnamento? Che ne è di quel modo assolutamente nuovo di esercitare l'autorità, sotto il segno della debolezza? Come si spiega la concentrazione di potere nelle mani del clero, fino al potere assoluto del papa? E, infine, quali dovrebbero essere i nuovi orientamenti in relazione al potere nella Chiesa di oggi? A queste domande tenta di rispondere l'articolo "Chiesa e potere" di Comblin, diffuso da "Noi siamo Chiesa" del Cile e qui di seguito riprodotto, in ampi stralci, in una nostra traduzione dallo spagnolo.


 

CHIESA E POTERE
 di José Comblin

Da ADISTA Documenti 2, del 29 dicembre 2005 - 19:38:45

Diventa sempre più chiaro che la questione fondamentale per i cristiani, oggi, è la questione del potere. La questione del potere è la principale novità, la principale sfida che la cultura contemporanea lancia alla Chiesa dopo il Vaticano II. Il Concilio non affrontò la questione. Cercò di evitarla, perché in quel tempo la questione del potere non era ancora un tema dominante della cultura occidentale. (…)
La gerarchia cerca di allontanare la questione pensando che sia irrilevante, ma la sua rilevanza diventa sempre più evidente. Il clero, formato per maneggiare concetti edificanti, rifiuta l'idea che un qualcosa possa essere motivato da questioni di potere nella Chiesa. Si presume che tutto si faccia per amore. Anche la condanna delle eresie si fa per amore. È un servizio alla Chiesa. Ancora di più: è inevitabile.
L'attuale relazione di potere è ancora la relazione definita nella cristianità medievale. Le forme sono cambiate, ma la sostanza è rimasta la stessa.
Nell'ecclesiologia tradizionale (…), la parola potere ha sempre e solo un significato positivo. Il potere è uno dei principali attributi di Dio, forse l'attributo più importante, perlomeno nella devozione cattolica. Nella liturgia si aggiunge sempre l'aggettivo onnipotente nell'invocazione a Dio. Dio è l'onnipotente. Il potere di Dio è puramente positivo. È creatore e salvatore. È quello che produce tutto ciò che esiste e guida la creazione, operando attraverso i mezzi di salvezza.
Ora, il potere di Dio opera per mezzo di poteri umani. Dio non opera senza la mediazione degli uomini. Questi mediatori rivestiti di una partecipazione al potere di Dio per realizzare le opere di Dio costituiscono la gerarchia della Chiesa. Il potere della gerarchia è anch'esso puramente positivo, perché è lo stesso potere di Dio (…). Dio ha scelto alcuni uomini come salvatori dell'umanità. I laici si salvano per l'intervento della gerarchia. Senza la gerarchia non sono nulla. Tutto ricevono e nulla producono.
Questo potere soprannaturale della gerarchia ha il suo punto culminante nell'eucaristia. Come il papa ha ricordato recentemente, il sacerdote ordinato pronuncia le parole della consacrazione come se fosse Cristo stesso. Cristo parla per bocca di lui e produce per suo tramite il miracolo della transustanziazione, il più grande miracolo che si possa immaginare. Il ministro ordinato ha la stessa forza di Dio quando celebra l'eucaristia. I laici mirano, ammirano, adorano, e ricevono Dio dalle mani del sacerdote. (…)
Esercitare il potere divino è il servizio che il ministro ordinato offre alla Chiesa. Non può esserci nessuna opposizione tra potere e servizio. Il potere è il maggiore servizio.
È evidente che questa identificazione tra potere e servizio non viene dal Nuovo Testamento. Essa procede dall'ideo-logia imperiale. In questa ideologia, ogni potere è positivo perché ogni potere è un servizio alla società. "Dominare per servire" è la definizione di tutti i colonialismi, fino alla guerra in Iraq, che è il maggiore servizio prestato al popolo iracheno. (…)
Ora, i membri della gerarchia non possono essere puri rappresentanti del potere di Dio. Nell'esercitare il loro potere, non comunicano semplicemente il messaggio di Dio, ma anche un'intera teologia. (…) Creano un certo orientamento della Chiesa, non creano la Chiesa che è prodotto dello Spirito Santo, attraverso la mediazione di tutti i cristiani, ciascuno con il proprio carisma. Se l'orientamento dato dal clero non viene corretto e migliorato dal popolo cristiano, esso si trasforma in dominazione. Allora, il potere diventa dominazione, come in tutte le istituzioni umane. Per questo esiste sempre un problema politico nella Chiesa, il problema che i membri del clero sono esseri umani e non puri depositari del potere di Dio. Il loro potere non è, come il potere di Dio, pura forza creatrice, non è puro dono di vita. È anche imposizione, arbitrarietà, dominazione dell'uomo sull'uomo. Non solo per vizi personali, ma per strutture di peccato.
La concezione medievale del potere nella Chiesa e il conseguente abisso tra il clero e il popolo sono in crisi da due secoli, per quanto la gerarchia abbia negato la crisi fino al Vaticano II e molti la neghino ancora oggi.
Bene, questa relazione è in crisi da tempo, e la crisi si è accentuata sempre più nel XX secolo. Milioni di persone abbandonano la Chiesa cattolica e la causa fondamentale, cosciente o incosciente, è la questione del potere. Con l'attuale papa, non si può neppure sollevare la questione perché il suo potere è assoluto più del potere di qualunque altro papa del passato, incluso Pio XII. La gerarchia nega il problema perché sente che sarebbe il primo oggetto di contestazione. Tuttavia, è chiaro che la nuova società urbana, alfabetizzata e sviluppata culturalmente, non accetta più il tipo di relazione di potere nato nel Medioevo. (…)
Non si può negare che la Chiesa, come qualunque gruppo umano, necessiti di un'organizzazione di potere, ma non eternamente di un'organizzazione nata in una determinata epoca storica in virtù di una situazione storica limitata nel tempo. Nessuno ignora che l'autorità sia necessaria. Ma l'attuale sistema di autorità fa sì che milioni di cattolici, proprio quelli che appartengono alla nuova cultura urbana, si allontanino dalla Chiesa, o semplicemente perdano anche inconsapevolmente il senso di appartenenza ad essa.
È necessario vedere ed esaminare criticamente il sistema di potere che esiste nella Chiesa, retto da un diritto canonico sempre relativo. È necessario vedere chiaramente la differenza tra ciò che è permanente nella Chiesa e ciò che la storia ha fatto nei secoli successivi. Al contrario, saremmo prigionieri della storia, prigionieri di un passato morto.

L'ecclesiologia del Nuovo Testamento e il potere
(…) Non è necessaria un'esegesi minuziosa per vedere che Gesù introduce un nuovo modo di esercitare l'autorità, una nuova relazione di potere. Per secoli si sono lette le sue parole come consigli morali, come raccomandazioni rivolte a tutti i capi perché fossero migliori nei loro comportamenti. Ma Gesù non è venuto per fare esortazioni morali, bensì per cambiare le strutture del popolo di Dio. (…) Gesù venne a distruggere la struttura di potere che c'era nel suo popolo e a costruire una nuova struttura di relazioni all'interno di questo popolo.
Per secoli si interpretarono le parole di Cristo nel senso che il discepolo di Gesù doveva esercitare le stesse strutture di potere di sempre con uno spirito nuovo, in maniera diversa. Il risultato è stato quello di esercitare l'autorità come sempre, ma con buoni sentimenti. La Chiesa è caduta nella stessa deformazione che colpisce le società civili o il popolo di Israele, ossia quella di commettere l'ingiustizia con buoni sentimenti. Ha dato alla distruzione delle persone un senso edificante. Così l'Inquisizione e tutte le imitazioni dell'In-quisizione. Tutto si giustifica per il bene della persona perseguitata, torturata o uccisa. Il cristiano agirebbe come tutti e aggiungerebbe solo buoni sentimenti e senso religioso: tutto per il bene di Dio e della sua Chiesa.
Gesù non viene a cambiare solamente la soggettività, bensì la stessa struttura delle relazioni sociali. Il suo esempio mostra la struttura di autorità che deve prevalere.
Gesù non usa alcuna forma di coercizione per imporre la sua volontà. Non ha armi, non può minacciare, non vuole castigare (Lc 9,51-56). Non ha mezzi di difesa contro i suoi avversari neppure al momento dell'arresto, della condanna o dell'esecuzione. Non ha la capacità di esercitare la più piccola violenza. Non solo non pratica la violenza, ma non ha i mezzi per praticarla neppure se volesse (…)
Questo è il senso del paragone con i bambini (Mt 18,1-4). I bambini non hanno potere per imporre la propria volontà. In quel tempo non esisteva ancora il potere di ricatto che esercitano oggi i bambini delle famiglie ricche. Il bambino è l'essere debole. Gesù ha scelto la debolezza.
Gesù non definisce leggi né impone la sua autorità per mezzo di leggi. Le leggi sono fatte per imporre una volontà superiore a una persona che non vorrebbe eseguirla e che lo fa solo per paura del castigo. La legge governa per mezzo della paura del castigo. La legge è basata sulla paura.
(…) L'autorità di Gesù è basata sull'amore che suscita. Non ha bisogno di definire leggi perché le persone lo seguono volontariamente e con convinzione. (…) L'autorità di Gesù si manifesta nella ricerca della pecorella smarrita, nel condono dei debiti. Invece di imporre il castigo, si propone il perdono. Questo nella società sarebbe considerato anarchia, disordine e disintegrazione sociale. Tuttavia non risulta che sia così. Tutti sanno che i piccoli pagano i propri debiti. Solo le grandi imprese non pagano. Il problema è l'esistenza delle grandi imprese, che non obbediscono alla legge ma piuttosto cambiano la legge, a proprio favore.
Gesù vuole che tra i discepoli le relazioni di potere siano diverse (Mt 20-28). La differenza non è solo nella soggettività, ma nelle stesse strutture di potere. In caso contrario non cambierebbe nulla. Poiché in tutte le società vi sono prìncipi buoni che rendono più tollerabili le relazioni di potere senza cambiare le strutture, lasciando così la porta aperta perché un successore venga ad esercitare un potere rigoroso.
Quando Gesù dice: "Non vi fate chiamare ‘Rabbi', perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno in terra ‘Padre', perché uno solo è il vostro Padre che è nei Cieli. Neppure fatevi chiamare ‘Maestro', perché uno solo è il vostro maestro: il Cristo" (Mt 23, 8-10), le autorità della Chiesa che vogliono questi titoli dicono che è una questione senza importanza, o che Gesù parla così per dare un esempio di umiltà, ma che non vuole definire un modo di essere. Sopprimono semplicemente l'istru-zione di Gesù. Tuttavia, nella cultura di Gesù i nomi sono molto importanti perché rappresentano la realtà. Chi ha il titolo di dottore crede di avere un'autorità superiore che gli permette di imporre le sue idee ad altri. Con la questione del nome, Gesù voleva cambiare le strutture.
Il problema delle strutture è chiaro nella Chiesa di oggi. Vi sono vescovi più umani, parroci più umani - cristiani - che non puntano sul potere, che consultano o prendono in considerazione le opinioni degli altri, che governano con pazienza e tolleranza, che aprono uno spazio per la libertà e la responsabilità dei laici. Ma, in ogni momento, può venire un altro che voglia l'applicazione rigorosa della legge canonica che gli attribuisce poteri esclusivi. Le strutture dell'attuale codice attribuiscono all'autorità un potere assoluto, senza diritto di difesa, un potere esclusivo senza partecipazione. Qualunque vescovo o parroco può distruggere tutta la libertà creata dal predecessore. I casi non sono pochi in America Latina. Gli autori di tali distruzioni possono invocare la legge che attri-buisce loro un potere assoluto, dittatoriale.
Lo stesso Gesù denuncia la forma in cui gli scribi e i farisei esercitano l'autorità. "Legano carichi pesanti e li gettano sulle spalle della gente, ma essi neppure con il dito vogliono muoverli" (Mt 23,4).
Poiché le parole di Gesù non definiscono giuridicamente le relazioni che egli voleva stabilire tra i suoi discepoli, nel corso della storia è stato possibile considerare le sue parole come puri simboli o espressioni letterarie senza contenuto giuridico. Di fatto, in 20 secoli molte delle antiche relazioni di dominazione nelle società umane sono entrate nella Chiesa. Le relazioni di potere che esistono oggi non procedono dalla volontà di Gesù, ma dalla penetrazione di strutture di dominazione proprie delle culture nelle quali la Chiesa si stabilì.

La Chiesa e il potere nella cristianità
(…) La nostra questione è la seguente: come si è potuta legittimare questa crescita della concentrazione di potere nelle mani del clero e poi nelle mani del papa?
Vi sono state tre grandi motivazioni: la difesa dell'orto-dossia della fede, la difesa dei sacramenti e la difesa dell'unità della Chiesa.
In primo luogo, si è invocata la necessità di difendere l'ortodossia. Per questo era necessario concentrare l'autorità nel clero e nel papa che soli potevano difendere l'autenticità della fede. Apparvero innumerevoli eresie e per difendere la fede contro le eresie era necessario un potere forte: il potere di condannare fino alla morte, in molti casi. Si montò tutto un sistema che incorporava questo potere del clero e del papa. L'Inquisizione ne è stata la manifestazione storica più visibile e più temuta.
La concentrazione di potere è andata aumentando ancora oggi con i documenti del cardinal Ratzinger. Secondo questi documenti sono apparse eresie totali che negano tutto il contenuto della fede: così la teologia della liberazione e così la teologia delle religioni.
L'esperienza storica mostra che dopo alcuni secoli diventa sempre più evidente come tali eresie non fossero tanto distanti dall'ortodossia. L'accordo tra cattolici e luterani rispetto alla dottrina della giustificazione è un buon esempio. Le eresie potevano esprimere in un'altra maniera la dottrina della fede. Non sarà che dottrine enunciate in forma diversa sono state trattate come eresie per la necessità di avere eresie? Senza eresie, il potere del magistero non si manifesta e non ha opportunità di crescere. Le eresie sono necessarie per giustificare e aumentare il potere del magistero. (…)
D'altra parte, la maggior parte delle eresie medievali sono una contestazione di ciò che conferisce tanto potere al papa e al clero. (…). L'eresia è una contestazione del potere. E la difesa contro le eresie non sarà la difesa del potere del clero? Dietro tante condanne - che più tardi si rivelano relative, storiche, congiunturali - non ci sarà una difesa del potere del clero che si sente minacciato quando perde il controllo delle parole e non permette che le stesse cose vengano dette con altre parole? (…)
La seconda motivazione del potere del clero è la difesa dei sacramenti. Anche qui le eresie attaccano i sacramenti, il sistema completo dei sette sacramenti. Perché condannano questo sistema? Non sarà perché i sacramenti sono il fondamento del potere clericale? Per via che solo i sacerdoti possono amministrare i sacramenti, i laici non possono salvarsi senza passare per le mani del clero, ossia senza sottomettersi a tutte le condizioni imposte dal clero. (…) Per i sacerdoti i sacramenti sono la loro vita, la maniera con cui si relazionano al popolo e la loro ragione d'essere. Essi stanno lì per celebrare i sacramenti. (…)
In terzo luogo esiste il potere di governo. (…) Il principio di Leone XIII è prevalso dal momento in cui la Chiesa si è svincolata dalle monarchie: in materia politica bisogna sempre cercare alleanza e appoggio tra coloro che più favoriscono la Chiesa, cioè il clero e il papa. (…)
Il clero non ha accettato facilmente la rovina della cristianità che ha significato per esso una perdita di potere e una sconfitta politica, economica, culturale. Dopo aver dominato per 15 secoli, è ora esposto a tutte le critiche che sono rimaste clandestine per 15 secoli. Poiché l'accusa rivolta al clero di aver voluto dominare la società nel nome di Gesù Cristo si ripete instancabilmente negli ultimi secoli. Naturalmente il clero non accetterà mai questa accusa, perché sente che le sue intenzioni sono diverse. Il clero invoca le sue buone intenzioni invece di contemplare i fatti e le strutture. Nelle sue intenzioni, si tratta di difendere il popolo cristiano contro il potere economico (degli altri), il potere politico (degli altri) e contro le minacce di corruzione che emanano da una cultura non controllata dal clero. (…)
Si è ripetuta sempre più l'accusa che il clero voleva dominare le coscienze. Che volesse dominare la società era ancora sopportabile. Ma il dominio sul pensiero, la coscienza morale, i valori, questo era insopportabile e ha generato una reazione terribile. Perché si sapeva che il controllo delle coscienze era accettazione dell'ordine stabilito, della società stabilita. Il controllo delle coscienze aveva come scopo la sottomissione dei cattolici alla società stabilita, la società della cristianità. Era essenzialmente conservatore e molti laici così lo sentivano. Invece di essere fermento di libertà, la Chiesa era il principale ostacolo alla libertà. Il clero appariva come classe legata al mantenimento dei poteri costituiti.
La cristianità non esiste più come totalità. Sussiste in frammenti della società, i frammenti più conservatori che mantengono un piccolo mondo in cui si pratica la fedeltà ai comportamenti tradizionali della società rurale medievale. Il clero si preoccupa ancora di mantenere e rafforzare quello che resta del potere della Chiesa. Mantiene con gli stessi mezzi il suo potere sulla frazione della popolazione che gli rimane fedele.

Il Vaticano II
Il Vaticano II ha ricevuto durante le sue assemblee molte denunce di clericalismo, burocraticismo, ecc. Non ha potuto nascondere le critiche rivolte per 15 secoli e mai accolte. Da lì è emersa una teologia rinnovata del popolo di Dio e del ruolo della Chiesa nel mondo. Tuttavia, quando si tratta di definire il ruolo dei vescovi e del clero, tanto nella Lumen Gentium quanto nei documenti dedicati esplicitamente al clero, la dottrina è quella tradizionale e non tiene conto dei problemi sollevati. Si moltiplicano le esortazioni morali, ma nulla cambia nelle strutture. Non si tocca il problema del potere e la relazione tra la ricerca del potere e la definizione del clero prevalsa per 15 secoli. Si torna alla dottrina conservatrice tradizionale. In questa tutti i problemi sociali si riducono a problemi morali. Se i sacerdoti avessero più virtù, non ci sarebbero problemi. In realtà, se avessero più virtù non sopporterebbero l'attuale struttura. È impossibile immaginare un clero fatto di santi. Il comportamento della media dipende dalle strutture. Se queste sono strutture di dominazione che non concedono al popolo cristiano alcuna partecipazione al potere, l'esortazione morale sarà inutile. Si convertiranno quelli che non hanno bisogno di conversione e quelli che ne hanno bisogno non si renderanno conto della dominazione che esercitano.
I testi del Vaticano II non entrano nel problema maggiore che nella mente di molti vescovi invece era il più grande problema del secolo: il problema del clero. (…) Neppure si è toccata la questione della relazione tra il clero e il potere politico. In realtà molti pensavano che il partito democristiano avrebbe risolto tutti i problemi, restituendo alla Chiesa una posizione privilegiata e impedendo un cambiamento delle leggi che fosse sfavorevole al clero, ossia che significasse una riduzione del potere del clero nella società, tanto nei codici, come nella cultura, nell'educazione, nei servizi sanitari. Contavano sull'appoggio di partiti politici cattolici per evitare che la Chiesa dovesse rinunciare totalmente al suo potere nella società. Il mondo cambia, ma la struttura storica della cristianità si mantiene almeno come illusione nella mente del clero. (...)

Idealismo e realismo
Giovanni Paolo II ha avuto tra le sue priorità la restaurazione del potere sociale del clero. Ha creduto che uno dei mezzi più efficaci sarebbe stata la restaurazione della disciplina tradizionale, il che avrebbe ristabilito l'autostima del clero. (…)
Il papa prende come punto di appoggio i movimenti sacerdotali come l'Opus Dei, i Legionari di Cristo, Sodalitium e altri. Tutti sono integristi nella dottrina, rigoristi nella morale, inflessibili nella disciplina. Sono l'incarnazione della legge totale. Il loro motore è l'ideologia clericale, così come è stata definita dopo il Concilio di Trento. Questi movimenti devono dare l'esempio alla massa dei sacerdoti. Sarebbero le guide del clero. Il papa ha concesso loro il ruolo che ebbero i gesuiti nella Chiesa tridentina.
Questi movimenti sono affascinati dal potere. Manifestano una volontà ferrea di accumulare ricchezza materiale, prestigio sociale, potere politico, potere culturale. Fondano istituzioni potenti destinate all'evangelizzazione. Non si rendono conto dello spettacolo che offrono alla società, uno spettacolo di sètte religiose alla conquista del potere. Non vedono che accadrà loro quello che avvenne ai gesuiti nel XVIII secolo. Stringono alleanze con i potenti, con le istituzioni dominanti della società occidentale. Ignorano assolutamente la voce che si alza dal mondo degli oppressi. Ignorano questo mondo perché il loro mondo è quello dei dominatori.
Il questo momento in America Latina questi movimenti sacerdotali stanno di fatto conquistando grandi poteri in tutti i settori, soprattutto nell'economia e nella politica. Operano per mezzo di élite laicali totalmente subordinate. Creano un laicato fanatico totalmente sprovvisto di spirito critico e di libera iniziativa. (…) Come nella cristianità, credono di evangelizzare con il potere, per mezzo del potere e aumentando il proprio potere. Credono che il loro potere convincerà i cristiani e li sottometterà al loro dominio. Non vedono che il mondo è cambiato e che i laici di oggi non sono tutti come i laici di altri tempi (…)
Quali sarebbero i nuovi orientamenti in relazione al potere nella Chiesa di oggi?
1. In primo luogo c'è bisogno di riconoscere il potere dei laici, basato sui carismi e i doni spirituali ricevuti, le responsabilità evangelizzatrici assunte ecc.
2. In tutte le istanze, dal Concilio ecumenico ai consigli parrocchiali, i laici devono avere potere deliberativo e decidere con il clero tutto ciò che non si riferisca alla dottrina definita una volta per tutte.
3. I laici devono avere parte attiva alle elezioni a tutti i livelli, dall'elezione del papa a quella dei parroci.
4. I laici devono avere potere deliberativo in ciò che riguarda la liturgia, la catechesi e l'organizzazione della Chiesa.
5. Il principio base è che il potere non può essere concentrato in una sola persona.
6. La base di tutta la riforma del sistema di potere è rendere tutto pubblico. Il processo decisionale deve essere aperto e i documenti necessari devono essere a disposizione di tutti. Non può esserci segreto nelle nomine, né nelle decisioni pratiche assunte da una sola autorità.
7. È necessario creare un'istanza giuridica indipendente a cui le persone che si sentono vittime di un'ingiustizia possano ricorrere. Attualmente, un laico non può difendersi di fronte al clero o ai religiosi; le religiose non possono difendersi di fronte al clero; i sacerdoti non possono difendersi di fronte al vescovo; e i vescovi non possono difendersi di fronte al papa.
Il principio base è che il potere appartiene a tutti i cristiani per quanto in gradi diversi e che la struttura deve riconoscere questa situazione.
Il secondo principio è che nessun essere umano rappresenta semplicemente il potere di Dio e che pertanto può essere corretto in tutto ciò che non è potere di Dio, ma affermazione di se stesso. Per questo deve esserci una correzione fraterna che deve essere pubblica.
Il potere di Dio crea, costruisce, edifica, accresce, conferisce maggiore libertà. Tutti i poteri ecclesiastici che non operano in questo senso non sono potere di Dio e devono essere contenuti, limitati, corretti strutturalmente. Le strutture devono togliere opportunità di abusi di potere. Poiché nella Chiesa vi sono abusi di potere come in qualunque società e per ridurli è necessario che vi siano norme che equilibrano i poteri di tutti.


STEFANO ULLIANA

un breve postscriptum

 a

potere e religione nella tradizione occidentale

 

Questo breve postscriptum intende approfondire e mettere in piena e completa luce la struttura dominante all’interno del concetto e della prassi del potere occidentale, collegandosi e riprendendo le argomentazioni già presentate in Potere e religione nella tradizione occidentale.

 

Nel breve saggio, immediatamente precedente, di José Comblin Chiesa e poterewww.adistaonline.it – l’autore non mette mai in discussione ciò che, solamente, gli permetterebbe di raggiungere quella palingenesi universale delle strutture ecclesiastiche capace di garantire e giustificare l’auspicata e perseguita autenticità del messaggio spirituale cristiano: la sussistenza – all’interno delle comunità ecclesiastiche – della struttura di potere. Semplicemente e puramente la presenza del concetto e della prassi, ordinata e gerarchica, del potere e della sua apparenza strutturata.

Autorità e potere non vengono rovesciati e dissolti dal concetto della relazione e dalla prassi che essa è capace di liberare: l’eguale libertà nell’amore e per l’amore – il Dio stesso dei cristiani – trova ancora una sorta di ripiegamento entro strutture di significato e di senso – la presenza necessaria di una dottrina decisa dai teologi – che ne coartano subito il vero valore. Così la sua proposta di una sorta di regolamentata repubblica della vita comunitaria dei fedeli rischia non solo di mancare il proprio obiettivo – il rovesciamento all’interno della Chiesa della logica reale di un potere tradizionalmente medievale – ma pure di rovesciarsi in una inconsaputa dittatura delle decisioni prese comunitariamente.  

Ortodossia della fede, difesa dei sacramenti, salvaguardia dell’unità della Chiesa non vengono infatti colti nel loro momento genetico - si potrebbe dire, nel loro “peccato d’origine” – quanto piuttosto delineati e ricomposti quale sorta di organismo malato, che debba essere riformato con un’adeguata ed opportuna – ma limitata – dose di democratizzazione. Il moderatismo conservatore dell’autore del breve saggio non riesce a proporre una decisa e radicale critica dell’esistente e delle sue cause negative ed alienanti.

Non sottolinea, infatti, la presenza di un originario movimento dialettico – in stile platonico – per il quale alla discesa e penetrazione della realtà (il luogo teoretico occupato dalla determinazione imperiale) corrisponde l’ascesa della realtà stessa all’orizzonte della giustificazione e comprensione (il luogo razionale preso e conquistato dalla Chiesa madre). Non rende consapevoli del fatto d’immagine che tale fusione – fra l’Impero romano e la Chiesa cristiana del IV e V secolo – lascia sì alla Chiesa stessa l’apparenza totale ed intiera del rivestimento reale, ma soprattutto consente alla medesima di ergersi quale principio d’unità della fede e nella fede stessa, autoimponendosi e dimostrandosi quale caposaldo e modello della comunità ordinata. È in questo trapasso della logica neoplatonico-aristotelica del mondo (pensiero) unico – così terribilmente vicino all’odierna globalizzazione – alla logica della creazione positiva ed ordinata del mondo cristiano che avviene il “naturale e necessario” rigetto, esclusione o negazione violenta, di quell’apertura di relazione che lo stesso spirito e la stessa lettera del cristianesimo avevano posto quale premessa di salvezza universale, quale “buon messaggio” per tutti gli uomini, indipendentemente dalle civiltà o culture. Qui nasce l’impossibilità dell’eresia: con il capovolgimento del possibile – la libertà che rende tutti amorosamente eguali – in impossibile. Ciò che deve essere negato con la “buona dottrina” o, nel caso ciò non si realizzi con la spontanea “conversione” dell’errante, con la sua punizione (sino alla morte). È in questo modo – vero e proprio modo regio per l’intera e successiva civiltà istituzionale e politica (oltre che religiosa) occidentale – che la conservazione necessaria della relazione irradicata nella comunità attua il sacro ed il suo potere, positivo o coercitivo. Aperto e dispiegato dalla superiore immaginata divinità, perseguito e conseguito, ortodossamente diffuso e distribuito dalla collettività realizzata dei soggetti religiosi (clero), il sacro portato attraverso i sacramenti consente proprio che il potere stesso di Dio – qui sommo simulacro e scimmia del divino autentico – si somministri attraverso una presunta mediazione universale, che curi e si preoccupi, attraverso l’ordine e la gerarchia, della “salvezza” dell’intero creato (dei soggetti naturali, come di quelli razionali).    

In questo modo, però, potere ed ordine istituzionale garantiscono solamente la violenza del sacro: una violenza che viene esercitata prima contro la verità stessa (l’apertura universale), poi contro la vita medesima (che prorompe da quella), contro la sua libertà e contro quell’amore che possiamo riconoscere in essa, con pari dignità ed eguaglianza. È questa violenza che attua il fondamento originario, essenziale e necessario, della civilizzazione occidentale: di quella separazione fra umano e naturale che, progressivamente, nella storia intera dell’Occidente (a partire dal mito fondativo di Gilgameš), riprende se stessa con potenza ogni volta aumentata, con alienazione ogni volta moltiplicata. Potenza ed alienazione che definiscono la grandezza e la qualità della civiltà occidentale, sino al limite ultimo e definitivo – e come tale destinato a scomparire – stabilito dalla fase terminale odierna della globalizzazione.

Qui potenza ed alienazione lasciano la natura quale involucro esterno della tecnicizzazione ordinata e totale dell’intero essere, stabilendo un’esistenza immodificabile. Immagine immediata di questa edificazione ideologica compare nelle arti architettoniche, dove il naturale viene semplicemente espulso a costituire il puro e semplice orizzonte esterno (la cornice) dell’opera umana, dell’opera interamente fattasi uomo. L’arcaismo così ritrovato funge poi da punto e principio d’ordine riconosciuto: ordine astratto e separato da ogni movimento e rivoluzione, esso pietrifica a sé la vita collettiva, garantendo gerarchia sociale e dispiegamento del potere. Riflesso ulteriore ed ancora immediato di questo ritorno dell’arcaico sta nell’apparenza aerodinamica dello strumento centrale della modernità: l’essere in automovimento, la macchina. Essa – come se fosse un’estrema sineddoche, con una simbologia veramente ed effettivamente sacrale – concentra in se stessa, come particolare, l’universale della civiltà occidentale: l’essere movimento autocentrato. Così essa costituisce il simbolo ultimo e definitivo, nella serie dei simboli della civiltà occidentale, della trasmissione del sacro stesso: dal corpo naturale a quello trascendente, sino ora a quello completamente immanente e tecnologizzato. Proteso ad assumere in sé tutto il naturale, esso costituisce e comprende l’orizzonte di senso e di significato di tutte le ricerche teoretiche, pratiche e poetiche – per usare una distinzione fra le scienze cara alla tradizione - occidentali. Dalla fisico-chimica che prorompe dalla teoria del Big bang, alla sociologia delle religioni e dei poteri che si costituiscono come fondamento della vita civile, il concetto e la prassi della sovranità vengono di nuovo occupati dall’Uno necessario e d’ordine, con il suo consueto e tradizionale corredo, rappresentato dal pensiero ipotetico-deduttivo. Linearità e determinismo, nella razionale gerarchizzazione delle dimensioni, riprendono di nuovo quel posto centrale nella metodologia della ricerca che era stato insidiato dalle crepe comparse per effetto dell’apertura del multiverso, nelle scienze fisiche e sociologiche dell’inizio e della fine del ‘900. 

Tramite questo concetto, allora, si riapre la questione dell’essere e tutto sembra ritornare, finalmente, in movimento. 

 

 

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