FISICA/MENTE

 

 

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PREMESSA PER L'ANALISI STORICA DEL RACCONTO EVANGELICO

David Donnini

SOMMARIO:

 

1 - LA STRUTTURA STRATIFICATA DEL TESTO EVANGELICO
2 - L'IMMAGINE LEGGENDARIA DELLE ORIGINI CRISTIANE
3 - L'IMMAGINE DI CRISTO NEGLI SCRITTI DEGLI STORICI ROMANI
4 - CRISTIANI DI CRISTO, CRISTIANI DI PAOLO
5 - RESURREZIONI E NASCITE VERGINALI
. . . 5-A Madri vergini
. . . 5-B Il dio che muore e risorge
6 - MIRACOLI

 


"Ai laici non è consentito il possesso né dei libri del Vecchio Testamento né di quelli del Nuovo Testamento" (Disposizione del Sinodo di Tolosa del 1229)

"...darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze, affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro, la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo..." (Regolamento ecclesiastico di Papa Giulio III [1550-1555])


1 - LA STRUTTURA STRATIFICATA DEL TESTO EVANGELICO

Normalmente si pensa che i quattro testi evangelici, presenti nel Nuovo Testamento, siano il frutto del lavoro letterario di quattro autori, detti appunto evangelisti: Matteo, un apostolo di Gesù, chiamato anche Levi; Marco, un discepolo di San Paolo, che potrebbe anche essere stato testimone oculare di Gesù; Luca, un altro discepolo di San Paolo, probabilmente non testimone oculare dei fatti narrati; Giovanni, il presunto apostolo prediletto, a cui Gesù morente avrebbe addirittura affidato la madre Maria.
In realtà, l'analisi approfondita mostra in modo inequivocabile che le cose non sono così semplici. Scaturiscono infatti altre evidenze, ad esempio il fatto che l'esame dei testi indica una struttura "a strati", paragonabile a quella degli scavi archeologici. 

La prima pagina del Papiro Bodmer 5 (sec. III), il più antico Manoscritto del Protovangelo di Giacomo (Tratto da Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di L.Moraldi, UTET, 1975)..


Cercherò di spiegarmi con un esempio, affinché anche il lettore meno versato nelle questioni storiche ed archeologiche possa comprendere facilmente. Quando il celebre Schliemann rinvenne in Anatolia i resti della presunta città di Troia, le cui disavventure Omero aveva immortalato e reso famose con le sue opere, non trovò sic et simpliciter la cittadella descritta dal poeta greco, ma un insieme di rovine risalenti a epoche estremamente diverse, distribuite su un arco di tempo di oltre un millennio. C'erano reperti vicini alla preistoria, c'erano le mura del palazzo di Priamo, c'erano segni di insediamenti posteriori, alcuni dei quali potevano essere attribuiti anche all'epoca romana imperiale. E, naturalmente, spesso ogni epoca corrispondeva ad una determinata profondità dello scavo. Ecco perché si parla di struttura stratificata dei siti archeologici.
Qualcosa di simile si può dire di certe opere letterarie, come sono, appunto, i Vangeli. Capisco che questo possa turbare l'immagine lineare, nonché cara al credente, dei testi evangelici scritti di pugno dai discepoli di Gesù o di San Paolo e, successivamente, tramandati fino a noi, grazie alla cura e alla devozione dei membri della chiesa cristiana. In realtà, questa rappresentazione dell'origine degli scritti del Nuovo Testamento ha un carattere mitologico e leggendario.
Volendo sintetizzare fin da ora una descrizione dei possibili strati della tradizione cristiana, che coesistono nel testo evangelico allo stesso modo in cui le pietre del palazzo di Priamo coesistono con quelle del teatro romano, potremmo dire sbrigativamente, e quindi in modo non del tutto esauriente, che si possono riscontrare nei Vangeli almeno le seguenti componenti stratificate:

a - tradizioni risalenti al messianismo ebraico;
b - tradizioni risalenti alle sette cosiddette giudeo-cristiane (in cui possiamo collocare la testimonianza di alcuni seguaci diretti di Gesù), che esistevano originariamente in forma orale o scritta nelle lingue semitiche (aramaico ed ebraico);
c - tradizioni orali, prodotte dall'insegnamento di San Paolo in contrasto con gli apostoli diretti di Gesù (Simone e Giacomo);
d - tradizioni scritte, prodotte da seguaci di San Paolo, che hanno operato in ambienti romani o ellenistici e che hanno scritto in greco;
e - correzioni e aggiunte effettuate nel corso dell'opera progressiva di canonizzazione da parte dei cosiddetti Padri della Chiesa;
f - ulteriori correzioni e aggiunte conseguenti alle formulazioni teologiche scaturite dal concilio di Nicea, voluto da Costantino nel quarto secolo;
g - correzioni successive effettuate nel corso delle traduzione dal greco antico alle versioni comunemente lette nelle lingue moderne (sono state ritoccate alcune frasi e sono stati aggiunti titoli di paragrafi che non esistono nelle versioni originali).

Se non si affronta la lettura del Nuovo Testamento con animo disponibile all'analisi critica, accettando l'idea che la sua genesi possa essere articolata secondo lo schema appena proposto, potremo pur sempre ricavarne grandi insegnamenti di carattere etico e spirituale ma, storicamente parlando, l'immagine che otterremo avrà un carattere leggendario e fantastico, del tutto simile a quella delle fiabe che si raccontano ai bimbi. Si tratta di una immagine piena di contraddizioni e di misteri, che sono destinati a rimanere irrisolti. Al contrario, l'attitudine critica di cui abbiamo parlato è capace di dare ampia spiegazione di alcune palesi contraddizioni di contenuto, presenti nel racconto evangelico, attraverso l'analisi delle dinamiche storiche che hanno accompagnato il processo di origine e sviluppo della tradizione cristiana.
Ce ne sono in abbondanza di contraddizioni di principio, su cui spesso si evita di indagare. Tanto per citarne due, possiamo in primo luogo menzionare il fatto che Gesù, con alcune esplicite e inequivocabili esortazioni, invita a non propagare il suo insegnamento presso i pagani, bensì dichiara che la sua funzione è strettamente riservata ai figli di Israele; salvo poi, altrove, invitare a porgere il suo insegnamento a tutti gli uomini. In secondo luogo, possiamo ricordare i numerosi inviti di Gesù alla pace, alla non violenza e al perdono incondizionato, contraddetti in altra sede da invettive rabbiose, minacce violente e promesse dei più terribili castighi. In realtà queste apparenti contraddizioni hanno le loro precise spiegazioni, derivanti appunto dall'analisi della struttura stratificata in seguito alla quale coesistono momenti diversi dello sviluppo della teologia cristiana, a partire dalla tradizione del messianismo classico degli ebrei per arrivare, secoli più tardi, alle formulazioni teologiche del concilio di Nicea.  

2 - L'IMMAGINE LEGGENDARIA DELLE ORIGINI CRISTIANE

 

Nella mentalità popolare, ma purtroppo anche in larga parte di quella colta, l'immagine comune dei primi sviluppi del cristianesimo è legata a cliché fortemente condizionati, oltre che dalla dottrina cattolica, anche da opere letterarie e cinematografiche di valore storico discutibile. Mi riferisco, per esempio, a pellicole come "Quo Vadis", "Ben Hur", "Barabba", che negli anni '50 e '60 hanno riempito le sale cinematografiche di tutto il mondo e che, tuttora, compaiono spesso nelle programmazioni dei diversi canali televisivi, specialmente nei periodi natalizio e pasquale.
Questo genere di lavori costituiscono senz'altro l'apologia di un concetto poco storico delle origini cristiane, il cui scopo è quello di mostrare una immagine di Gesù, dei suoi discepoli e dei primi cristiani, che rispetti alcuni presupposti dottrinari fondamentali. Tale immagine è stata concepita, nei modi e nei tempi che vedremo nel corso di questo lavoro, come supporto di una catechesi, non come risultato di una indagine storica. In essa Gesù deve apparire come il figlio di Dio, non deve appartenere a sette e organizzazioni che gli preesistono, né rappresentare alcuna ideologia di fattura umana (tantomeno con implicazioni politiche) e, soprattutto, egli deve essere il fondatore del cristianesimo che, ovviamente, non poteva esistere... prima di lui. I suoi seguaci (gli apostoli, San Paolo, gli evangelisti, i Padri della Chiesa...) devono apparire come gli artefici della continuità e linearità della tradizione cristiana, eredi di una derivazione autentica dai suoi insegnamenti originali. Essi avrebbero operato in tutto l'ambiente mediterraneo e molti di loro, fra cui San Pietro stesso, avrebbero propagato la dottrina a Roma, affrontando un impatto difficoltoso, e talvolta tragico, con l'autorità imperiale. La retorica vittimistica delle persecuzioni deve essere il leit motiv di questa immagine leggendaria.
Ma noi vedremo, nel successivi capitoli di questo lavoro, quante valide ragioni ci inducono a pensare che la continuità e la linearità della tradizione cristiana, di cui gli Atti degli Apostoli vogliono essere il documento garante, siano in realtà un presupposto fittizio, antistorico, che deve cedere spazio alla piena consapevolezza che ci sono importanti e significative discontinuità in questo processo. La più importante è senz'altro quella che oppone inconciliabilmente l'opera e la predicazione del fariseo Shaulo di Tarso (San Paolo) all'opera e alla predicazione degli apostoli diretti (Simone e Giacomo), ed è proprio su tale questione che si gioca tutto il senso dell'indagine storica sulla figura di Gesù Cristo.
Perché ho usato espressioni come "retorica vittimistica delle persecuzioni"? Non certo perché voglio associarmi al cinismo di chi ha commesso atti di efferata crudeltà. La verità è che molto di ciò che sappiamo sulle persecuzioni contro i cristiani è fortemente distorto nei suoi significati storici. Possiamo dire questo nel senso che l'impegno persecutorio dei romani nei confronti di coloro che avevano fede nella resurrezione di Gesù Cristo, nel fatto che egli fosse il figlio di Dio, o nella sua capacità di effettuare guarigioni miracolose, deve essere del tutto reinterpretato in senso storico. I romani non hanno mai inteso combattere questi presupposti di fede, né avrebbero mai avuto alcun motivo di ostilità contro di essi. Durante tutto il primo secolo, nella fede del cosiddetto cristianesimo (il termine è molto tardo e traduce letteralmente la parola messianismo, che è un movimento di pensiero interno all'ebraismo, senza alcuna ambizione di costituirsi come religione indipendente), i romani vedevano semplicemente una forma di fondamentalismo nazional-religioso giudaico, un estremismo politicamente pericoloso, i cui rappresentanti erano integralisti Yahwisti e patrioti ebrei fanatici. Che i romani fossero nelle condizioni di vedere nel cosiddetto cristianesimo quella fede, esplicitamente distinta dall'ebraismo, che oggi ci è nota attraverso i quattro vangeli canonici e la moderna dottrina cattolica, è una cosa tutta da dimostrare e, con grande probabilità, completamente falsa. Essi non potevano esserlo, per la semplice ragione che il cristianesimo del primo secolo non era affatto quello che esso è oggi, a duemila anni di distanza, e che è diventato, almeno in parte, solo quando ha cominciato a maturare una sua precisa distinzione dall'ebraismo.

I summenzionati film mostrano spesso l'immagine dei cristiani che, non potendo pregare insieme e praticare il loro culto religioso in luoghi visibili ai romani, onde evitare l'arresto e la condanna a morte, erano costretti a nascondersi e avevano scelto per questo dei locali sotterranei che noi conosciamo come catacombe. 

A ciò noi possiamo subito muovere due importanti obiezioni.
La prima consiste nella risaputa tolleranza che i romani hanno sempre mostrato nei confronti di tutte le religioni dei popoli sottomessi al loro potere. Del resto non avrebbe potuto essere diversamente da così: in Roma stessa erano praticati numerosi culti, ed erano centinaia le religioni dell'impero, dalle coste atlantiche dell'Africa settentrionale, ai confini della Scozia, alle pianure dell'attuale Ungheria, fino ai deserti dell'Asia minore. Quando mai i romani hanno costretto i popoli di queste terre a rinnegare i loro dei e i loro culti, per adottare invece quelli latini? Non solo ciò non è mai accaduto, ma non si vede per quale motivo avrebbe dovuto improvvisamente verificarsi, con un accanimento e una crudeltà descritti come unici, nei confronti della fede in Gesù Cristo, il profeta che avrebbe predicato l'amore fraterno e che avrebbe invitato a "dare a Cesare quel ch'è di Cesare". Tutto ciò è storicamente inattendibile
La seconda obiezione consiste nel fatto che le cosiddette catacombe non erano luoghi adibiti al culto, ma semplici cimiteri in uso tanto ai pagani quanto ai cristiani, la cui struttura architettonica era tale da rendere impossibile ciò che vediamo nei film, ovverosia i grandi assembramenti di fedeli riuniti per la pratica di un culto clandestino.

Le catacombe erano anguste, somiglianti a cunicoli, corridoi e cripte, piuttosto che a grandi sale, 

Roma, la catacomba di San Sebastiano

ed erano ordinariamente frequentate da tutto il popolo dell'urbe. Quanto segue è ciò che ha scritto il professor J. Stevenson, cattedratico di Scienze religiose all'Università di Cambridge (GB):

"Un tempo era molto diffusa l'idea che i primi cristiani celebrassero abitualmente il culto nelle catacombe, come pure che si nascondessero là nei momenti di pericolo. Tuttavia questa opinione, in linea generale, è errata. Infatti, come abbiamo già detto, non esistono nelle catacombe, costruite durante i secoli della persecuzione, vani tanto larghi da contenere molti fedeli, e in ogni caso la distanza dei luoghi di sepoltura dalla città avrebbe reso il viaggio in campagna e il ritorno, probabilmente effettuato anche di buon mattino, uno spreco di tempo e una fatica estenuante. I cristiani avranno potuto nascondersi nelle catacombe, ma non c'è nulla che lo provi" (J. Stevenson, La Civiltà delle Catacombe, Fratelli Melita Editori, 1979).

Che significa, dunque, tutto ciò? Che le persecuzioni non sarebbero mai esistite? Non è affatto questa la conclusione a cui dobbiamo arrivare e, per trovare una soluzione alle problematiche che abbiamo sollevato, dobbiamo innanzitutto sforzarci di porre la questione in termini diversi. Poiché almeno l'esistenza di episodi persecutori è un fatto storico che non può essere messo globalmente in discussione, poniamoci allora le seguenti domande:

a - in che cosa sono consistiti tali episodi persecutori?
b - contro che cosa si è scagliata realmente la dura repressione romana?
c - possiamo evidenziarne gli autentici motivi?

E' proprio da queste domande che noi entreremo nel merito della questione storica delle origini e dei primi sviluppi del cristianesimo, svelando molti degli errori che attualmente ne impediscono la comprensione.  

3 - L'IMMAGINE DI CRISTO NEGLI SCRITTI DEGLI STORICI ROMANI

Se i romani si sono impeganti tanto, specialmente in alcuni periodi particolari, a perseguitare i cristiani, sarà certamente utile analizzare come li consideravano essi stessi e che cosa hanno scritto di loro, per mano di alcuni storici famosi. In pratica, purtroppo, ciò che è uscito dalla penna degli scrittori romani, relativamente a Gesù e ai suoi seguaci, può essere riassunto in poche stringatissime righe.
Così scrisse Svetonio (65-135), riferendosi ad un fatto che risale al 49:

"...egli [l'imperatore Claudio] scacciò da Roma i Giudei che, istigati da Cristo, erano continuamente in lotta..." (Claudius XXV, 4);
e ancora, con riferimento a fatti che risalgono al 64, cioè al periodo della repressione neroniana:
"...gente che presta fede ad una nuova e malefica superstizione..." (Nero, XVI).
Così scrisse Tacito (55-120), riferendosi anch'egli all'epoca neroniana:
"...furono puniti i cristiani, un gruppo di persone dedite ad una superstizione nuova e malefica. Quel nome essi derivarono da Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Quella funesta superstizione, soffocata per breve tempo, riprendeva ora vigore diffondendosi non solo in Giudea, luogo d'origine di quel male, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le atrocità e le vergogne, trovandovi grande seguito..." (Annales XV, 44).
Così scrisse Plinio il Giovane nel 111:
"...erano soliti riunirsi alle prime luci dell'alba, ed innalzare un canto a Cristo, come se fosse un dio..." (Epistolae, 96).

Questo è tutto. Noi noteremo sostanzialmente due cose. La prima è che questo Cristo, nella prospettiva dei romani, più che un pacifico predicatore sembra un agitatore politico, "istigatore" di azioni di "lotta" che provocarono l'allontanamento da Roma (si faccia ben attenzione) dei "Giudei". Possiamo notare che Svetonio, alla fine del primo secolo, non sembra capace di distinguere i cristiani dagli ebrei; egli afferma, infatti, che "i Giudei" avevano provocato dei disordini, ispirati dal loro Messia, e per questo erano stati scacciati da Roma. 

Roma, iscrizioni fatte da ebrei, nelle catacombe.

Ancora, egli è descritto come il propagatore di una ideologia "funesta", "malefica", di un "male", persino di "atrocità". Non c'è alcuna corrispondenza con l'immagine comunemente trasmessa dai Vangeli, di un predicatore spirituale del tutto estraneo a questioni politiche e fondatore di una religione extragiudaica.
La seconda cosa che noteremo è che nessuno scrittore pagano sembra aver mai sentito parlare di "Gesù". Intendo riferirmi al nome, non alla persona storica che era stata giustiziata da Pilato. In pratica gli scrittori pagani hanno sempre fatto riferimento al titolo, "Christus", ma sembra proprio che non avessero idea di come si chiamasse colui che lo portava. Diciamo allora che nessuno degli storici latini dell'epoca ha nominato Gesù come tale. Evidentemente la loro attenzione era attratta soprattutto da quel titolo e dal suo significato, sul quale faremmo bene a porre anche noi, per un attimo, la nostra attenzione.

Per i cristiani moderni quel termine ha acquistato un significato completamente decontestualizzato dalla sua matrice originaria. "Cristo" è Gesù, il "figlio di Dio", chi altri potrebbe essere? In realtà, etimologicamente e filologicamente parlando, la parola Cristo (Christus in latino), non è altro che la traslitterazione di un vocabolo della lingua greca antica, "CristoV" (Christòs), che vuol dire "unto", con cui veniva comunemente tradotto il termine ebraico di analogo significato "Meshiha" (Messia), "Mashiah" in aramaico.
Cristo è semplicemente un titolo che significa "unto"; un titolo di grande dignità, dal momento che per gli ebrei esso era sinonimo di "re". Il re dei giudei, infatti, era un prescelto del Signore e la cerimonia della sua investitura, generalmente eseguita per mano di un grande profeta o di un sommo sacerdote, era una unzione, tale di nome come di fatto. Ogni re degli ebrei era "unto del Signore", cioè Messia, cioè Cristo. Dunque Cristo non è un titolo che compete solo a Gesù, tale era stato Davide, e poi Salomone, e poi tutti i re che sono venuti dopo.
In realtà, per comprendere adeguatamente tutto lo spessore di significato del termine, dobbiamo accennare al fatto che gli ebrei, nel periodo della dominazione romana sulla Giudea, avevano già una storia di sottomissione al potere di nazioni straniere (assiri, babilonesi, persiani e greci, prima dei romani). Nel corso di quei lunghi secoli, come ci è mostrato dalla letteratura veterotestamentaria, si sono levati numerosi profeti ad annunciare l'avvento di un liberatore messianico (un Cristo, se vogliamo usare il termine nella radice greca) il quale, ripetendo le gesta eroiche con cui l'unto Davide aveva sconfitto i nemici di Israele e aveva creato il Regno di Yahweh, avrebbe scacciato gli invasori incirconcisi, restituendo il trono ad un legittimo discendente della dinastia davidica e la carica sacerdotale ad uomini puri degni di tale ruolo. Il messianismo del primo secolo era l'attesa ebraica di questa liberazione nazional-religiosa annunciata nelle profezie, resa spasmodica dal senso di imminenza che si era sviluppato all'epoca della dominazione romana.
Già questo ci permette di comprendere efficacemente che per Svetonio, come per Tacito, come per Plinio il giovane, parlare di Cristo significava automaticamente parlare del sedicente "re dei Giudei", non di un profeta o di un semplice predicatore religioso. Del resto, dal loro punto di vista, tutti gli atti della vita dei giudei apparivano ossessivamente associati a significanze religiose, e questo era diventato così abituale nel panorama delle consuetudini ebraiche che ai romani non importava proprio niente di questa attitudine, interpretata e bollata come maniacale. Dunque, quello che contava di Cristo era soltanto il fatto politico, la sua vera o presunta ambizione regale, e noi non possiamo dimenticare che il capo d'accusa che condusse Gesù ad essere processato da Pilato e successivamente giustiziato come un ribelle è stato chiaramente scritto, come un monito destinato a travalicare i secoli, sulla croce: "Rex Iudaeorum" (re dei Giudei).

"Gesu' il Nazoreo, Re dei Giudei"

I romani usavano porre, come monito dissuasivo, una iscrizione sulla croce dei condannati a morte, col capo d'accusa. Nel caso di Cristo non ci sono dubbi, l'iscrizione, redatta in tre lingue (ebraico, greco, latino), affermava chiaramente che il condannato era stato giustiziato per avere tentato di farsi re dei Giudei.


Se dunque il Cristo era, per i romani, colui che aveva osato ambire alla corona in Gerusalemme, non certo senza un'azione che spodestasse la dinastia erodiana in carica, i "cristiani" non erano altro che i "messianisti", ovverosia quegli ebrei che avevano seguito il Cristo in questa sua ambizione e che, pertanto, non nutrivano una grande simpatia per il potere romano che aveva declassato Israele da "regno di Dio" (Malkut Yahweh) a semplice provincia di un grande impero pagano.
Eusebio di Cesarea, il grande storico dell'epoca costantiniana, ci ha lasciato seri indizi a favore della via interpretativa che abbiamo intrapreso, nel momento in cui ha scritto queste parole nella sua Historia Ecclesiastica (III 20,1-2):

"Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne (di Gesù, n.d.a.), i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide. L'evocatus li condusse davanti a Domiziano Cesare, poiché anch'egli, come Erode, temeva la venuta del Messia..."

Il brano ha una importanza fondamentale e decisiva, esso chiarisce così la natura reale dell'intento persecutorio: la ricerca degli ebrei attivisti della fede messianica, che credevano nel ritorno di un re appartenente alla dinastia di Davide.
Con ciò inizia a trovare una spiegazione plausibile anche la frase di Svetonio, il quale ha dichiarato che le vittime della epurazione voluta da Claudio furono gli "ebrei" colpevoli di aver dato luogo a disordini in nome di Cristo, cioè di quell'aspirante Messia di Israele la cui ambizione era stata presto stroncata da Pilato. In realtà, a proposito di questi ebrei scacciati da Roma, possiamo senz'altro chiamarli "cristiani", rendendoci conto del fatto che il significato con cui questa parola era utilizzata a quel tempo era diverso da quello moderno: essa non indicava affatto l'appartenenza ad una nuova religione che si era scissa dalla fede degli ebrei, perché tale religione ancora non esisteva, bensì rappresentava gli ebrei "messianisti".
Questa è, in senso storico, la chiave interpretativa della persecuzione claudiana: un'azione repressiva nei confronti dei rappresentanti di una ideologia, certamente di natura religiosa, ma che politicamente implicava la liberazione dal giogo imperiale e, oltre a provocare disordini per sé stessa, poteva anche costituire un precedente da imitare per gli altri popoli sottomessi che, fino ad allora, non avevano ancora nutrito gli stessi ardori rivoluzionari degli ebrei. C'è una sola cosa che importava realmente ai romani: salvaguardare la condizione indiscussa di sovranità del potere politico imperiale sulle province e lo stato di sottomissione dei diversi popoli a tale potere. Delle resurrezioni, delle nascite verginali delle varie incarnazioni divine, delle cerimonie di comunione sacrificale e delle preghiere collettive in onore a questo o quel dio straniero, essi se ne sono sempre tranquillamente disinteressati. A meno che questo dio, come quello delle scritture degli ebrei, non fosse un dio come Yahweh che, per bocca dei profeti, incitava il suo popolo ad una lotta santa contro la sottomissione ai non circoncisi, per la restaurazione di una dinastia regale di Messia unti dal Signore. Allora in questo caso sì, lo stato di allarme scattava, e con esso la repressione politica.

Esecuzione di ribelli mediante crocifissione. Scene di questo genere furono molto comuni nei dintorni di Gerusalemme durante la rivolta "del censimento" (7 d.C.), ma soprattutto durante l'assedio sotto cui Tito tenne la capitale della Giudea (70 d.C.). La crocifissione era la tipica condanna romana riservata ai ribelli, gli ebrei non l'hanno mai praticata. Fu utilizzata anche in seguito per giustiziare coloro che non ammettevano la loro sottomissione all'autorità imperiale.


Un'altra prova elementare di quanto stiamo dicendo la possiamo trovare nel test a cui i romani sottoponevano le persone che erano state fermate in quanto sospette di ideologia messianista (cristiana). Essi non esigevano che il soggetto inquisito rinnegasse il proprio dio, o Gesù, o le sue credenze particolari. Non si verificava una condizione simile a quella cui gli ebrei furono sottoposti quando la Giudea era governata dalle dinastie ellenistiche dei Seleucidi, ovverosia la proibizione letterale di osservare gli obblighi cultuali della religione mosaica. Niente di tutto ciò. I romani pretendevano semplicemente una dichiarazione pubblica che suonava in questi termini: "kaisar despotes", ovverosia "Cesare è il mio sovrano". Coloro che rifiutavano tale dichiarazione configuravano palesemente un reato di mancata sottomissione al potere imperiale, e con ciò venivano processati come ribelli.
Questa è la verità: né Claudio, né Nerone hanno mai effettuato alcuna persecuzione finalizzata a colpire la spiritualità, le credenze cultuali o le divinità di chicchesia.
Oggi alcuni autori si spingono coraggiosamente fino ad ammettere o sostenere l'ipotesi, di cui noi non vogliamo assumere per forza le difese, che il famoso incendio di Roma non sia stato per niente voluto da Nerone, ma proprio da quei cristiani, ebrei messianisti riottosi e nemici del potere imperiale, che già quindici anni prima avevano provocato abbastanza disordini da convincere Claudio a prendere un provvedimento grave e impopolare: allontanarli dalla capitale. Adesso, evidentemente, un semplice esilio appariva insufficiente, occorreva una repressione molto più decisa, e i combattenti di Yahweh, in quanto ribelli politici, furono arsi vivi nelle strade di Roma.  

4 - CRISTIANI DI CRISTO, CRISTIANI DI PAOLO

Dopo ciò che abbiamo detto finora, sorgono spontanee alcune importanti domande sui cristiani del primo secolo:

a - si trattava dei rappresentanti del radicalismo patriottico-religioso degli ebrei o dei seguaci di una nuova fede distinta dal messianismo yahwista?
b - i romani si sono sbagliati nell'interpretare il ruolo di Cristo e le eventuali implicazioni politiche del messaggio cristiano?

In effetti, se fosse vero che i romani hanno equivocato il senso del messaggio cristiano e che hanno usato la mano pesante nel sospetto erroneo che il Cristo e i suoi discepoli fossero gli integralisti ebrei ostili al potere imperiale, allora i cristiani potrebbero essere stati fin dal primo istante i seguaci di una nuova religione che superava, praticamente annullandoli, alcuni presupposti della fede giudaica. In realtà, è proprio la letteratura evangelica che smentisce questa tesi, innanzitutto testimoniando il fatto che non esiste alcun motivo per pensare che lo stesso Gesù Cristo avesse maturato una fede extragiudaica e intendesse fondare una religione alternativa a quella in cui era stato educato e, secondariamente, mostrando una struttura stratificata che rivela un'evoluzione di contenuti, originatisi nel messianismo classico degli ebrei (a cui Gesù probabilmente aderiva) e trasformatisi progressivamente nella nuova religione extragiudaica (a cui aderivano i redattori del vangeli, i quali non erano certo, come si vorrebbe far credere, gli apostoli).
Ora, anche se in realtà i "cristianesimi" dei primi tre secoli, fra giudeo-cristianesimo, paolinismo, gnosticismi ed altre scuole, sono innumerevoli, vorrei parlare di due cristianesimi fondamentali: uno delle origini, detto anche messianismo e ancora perfettamente inserito nella fede ebraica, e uno riformato successivamente, che vorrei definire per comodità cristianesimo paolino o neo-cristianesimo.

Già nel periodo storico degli eventi descritti dal Vangelo e negli anni immediatamente successivi, esistevano in Palestina ebrei che nutrivano verso la dissidenza messianista sentimenti controversi. Da un lato essi erano attratti dal messaggio di liberazione, dal desiderio di riscatto politico-religioso, dal patriottismo e dall'attaccamento alla tradizione religiosa; in contrasto con l'opportunismo meschino di coloro che accettavano un rapporto di compromesso e di convenienza col potere dell'invasore pagano. Dall'altro lato essi erano respinti dalla consapevolezza che l'ambizione messianica era non solo utopistica, di fronte alla potenza superiore dei romani, ma concretamente pericolosa, poiché avrebbe potuto portare, come in effetti portò nell'anno 70, a conseguenze disastrose per tutta la nazione e per tutto il popolo.  Roma, Arco di 

Roma, Arco di Tito, bassorilievo che raffigura il saccheggio del Tempio di Gerusalemme da parte delle coorti di Tito nel 70 d.C


Nella mente di questi ebrei era latente il desiderio di superare questo "blocco", che impediva loro di accettare ideali moralmente giusti ma concretamente rischiosi. Essi furono costretti a pensare qualcosa di alternativo, che promettesse una salvezza dignitosa al posto della vergognosa collusione coi dominatori, ma che d'altro canto non costasse il prezzo e i pericoli gravissimi della salvezza proposta dai messianisti tradizionali. E questo implicava senz'altro una reinterpretazione del significato globale delle profezie e dell'attesa messianica. Una renterpretazione del significato stesso della salvezza.
Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non avrebbe potuto essere un ebreo palestinese, nato e cresciuto nell'atmosfera gerosolimitana, che avesse ricevuto la sua formazione in quel panorama rigorosamente bipolare in cui l'ortodossia sadducea e le dispute farisaiche (l'ebraismo del tempio e della città) si contrapponevano all'integralismo dei puristi (l'ebraismo del deserto e delle campagne). L'uomo nuovo doveva necessariamente essere un ebreo della diaspora, un civis romanus, un benestante, uno avvezzo alla convivenza multietnica, multiculturale, multireligiosa, e con un orizzonte mentale che lo collocasse a cavallo fra l'universo ebraico e quello ellenistico. Uno che sapesse pensare qualcosa di diverso. Esattamente come il fariseo tarsiota Shaul.
Fu infatti un uomo così, che noi conosciamo come San Paolo, a fare qualcosa di concreto per uscire dalla paralisi in cui si trovavano tutti gli ebrei che non solo disapprovavano nella stessa misura la conveniente sottomissione ai romani e lo sconveniente integralismo Yahwista, ma che fossero arrivati al punto di nutrire un profondo bisogno interiore di immaginare un orizzonte al di là di questo sclerotico bipolarismo.
Nel Nuovo Testamento si racconta che Paolo si convertì sulla via di Damasco, si dice che da una condizione di cecità tornò successivamente alla visione, per poi trattenersi tre anni nel deserto, prima di fare ritorno a Gerusalemme. In questo modo è stato rappresentato senz'altro un percorso individuale che, partito da una adesione evidentemente non del tutto convinta alle posizioni reazionarie del sinedrio ebraico, è passato attraverso il confronto con le posizioni della dissidenza messianista, risoltosi anche questo nell'impossibilità di adesione e, successivamente, è sfociato nella elaborazione di una nuova concezione messianica. Diciamo "nuova" nel senso che superava quella classica Yahwista, non certo nel senso che i suoi contenuti fossero del tutto originali e esenti da derivazioni di qualche genere; anzi, l'elaborazione di Paolo consistette proprio in una colossale operazione sincretistica, che sposò la visione biblica degli ebrei con le teologie della salvazione ellenistiche ed orientali, nelle quali si parlava spesso di dei morenti e risuscitanti. E questo, a lunga scadenza, fu proprio il suo requisito vincente.
Naturalmente il libro degli Atti degli Apostoli, nel raccontare a modo suo la storia di Paolo, esegue una forzatura tendenziosa della storia. Esso è stato redatto da un seguace convinto delle idee di Paolo, il quale ha deciso di effettuare una conveniente "sanatoria" fra il giudeo-cristianesimo dei seguaci diretti di Gesù e il neo-cristianesimo di Paolo; nel tentativo, niente affatto riuscito, di ricucire la discontinuità che oppose le idee riformate di Paolo a quelle degli apostoli Simone e Giacomo; e di far credere che questo "nuovo messianismo" spoliticizzato e orientalizzato fosse il contenuto originario della predicazione di Gesù. In realtà il documento svela, con le sue incongruenze, proprio ciò che vorrebbe negare: inizia a narrare una storia della chiesa primitiva che poi non conclude, così come abbandona per la strada personaggi primari quale lo stesso Simon Pietro; dimostrando che l'intento dell'autore non era affatto quello di completare la storia della chiesa primitiva, bensì che egli vedeva in tal modo raggiunto lo scopo di insabbiare la memoria dei contrasti insanabili fra i rappresentanti dell'idea messianica primitiva e quelli dell'idea riformata. A favore di Paolo, naturalmente.  

5 - RESURREZIONI E NASCITE VERGINALI

5-A Madri vergini

Dante Alighieri, nel concepimento della suo straordinario "Inferno", ha voluto vedere sé stesso come uno dei pochi eletti che avrebbero varcato i confini dell'Ade per fare poi ritorno nel mondo dei vivi. In realtà, il sommo poeta non ha avuto un'idea originale, bensì ha sfruttato un cliché molto comune nella letteratura e nel pensiero religioso di molti popoli e di tutti i tempi. Già duemila anni prima un altro sommo poeta, il grande Omero, aveva immaginato qualcosa di simile per il suo Odisseo.
L'eroe di Itaca, il quale aveva resistito ai tranelli di Circe, e aveva rivelato una natura superiore che gli aveva impedito di trasformarsi in "suino", era stato consigliato dalla maga stessa di compiere una visita agli Inferi, per conoscere alcuni importanti segreti riguardanti il suo destino. E così, anche il figlio di Laerte aveva varcato la soglia proibita degli inferi, per poi tornare di nuovo fra i viventi.
Purtroppo, sebbene lo studio di tali opere sia comune nelle scuole superiori, a nessuno di noi sono mai state adeguatamente chiarite la derivazione e le implicazioni di queste discese temporanee nel regno dei morti. Per farlo, infatti, sarebbe necessaria una conoscenza approfondita delle concezioni religiose precristiane, ovverosia di quel complicato e ricchissimo mondo che è la spiritualità pagana. Ma questa è stata aspramente combattuta per secoli e, con ciò, un colossale patrimonio di filosofia, di religiosità, di mitologia e di cultura, che ha accompagnato la crescita morale e spirituale dell'umanità per millenni, è stato sbrigativamente liquidato dalla faccia della terra.

La maggioranza di noi, che pure abbiamo frequentato scuole in cui si studia la storia antica e classica dei popoli del bacino mediterraneo e del vicino oriente, è ingenuamente convinta che alcuni presupposti teologici della figura di Gesù Cristo, come la nascita verginale e la resurrezione, siano prerogative che riguardano solo lui. Mentre, se vogliamo essere esatti, Gesù è l'ultimo caso di una folta schiera di incarnazioni divine che possiedono quei requisiti. Se noi leggiamo attentamente il "credo" (in cui si afferma che Gesù, fra morte e resurrezione, scese agli inferi), la preghiera che fu istituita come manifesto della sistemazione teologica scaturita dal concilio di Nicea, voluto e presieduto da Costantino agli inizi del quarto secolo, e lo confrontiamo con una panoramica di alcune delle credenze religiose più diffuse dal mediterraneo al vicino oriente nei periodi immediatamente precedenti le origini del cristianesimo, saremo sorpresi nel constatare come l'immagine di Gesù Cristo riproduca alcuni dei cliché teologici più comuni, riguardanti la figura del "salvatore".

Non si tratta di una scortese ironia, ma di una genuina verità, se affermiamo che il neo-cristianesimo, che tanto ha odiato e contrastato le spiritualità pagane e gnostiche, si è sviluppato proprio attraverso una raccolta di concetti di derivazione pagana, seguita talvolta dalla censura delle religioni da cui tale prelievo era stato eseguito. Insomma possiamo parlare, in qualche caso, di un'autentica confisca teologica.
Si legga per esempio questo brano:

"...la volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru... ivi darai al mondo il figlio divino..." (E.Shurè, I grandi Iniziati, Bari, 1941).

In pratica la religione Indù contempla l'incarnazione del dio Vishnu, che decide di farsi carne sulla terra, sotto le spoglie umane di Krishna, e costui nasce da una madre vergine, Devaki, la quale è costretta a nascondersi perché il re Kansa teme la venuta, evidentemente profetizzata, del salvatore, e vuole ucciderlo; la nascita del fanciullo divino avviene fra i pastori. Ciò dimostra che la natività di Gesù, in realtà, ha radici molto vecchie in una numerosa serie di tradizioni del tutto analoghe o quasi coincidenti. Ecco alcuni casi di madri vergini che partorirono un dio:

  • Devaki, madre di Krishna;
  • Ceres, madre di Osiride;
  • Maia, madre di Sakia;
  • Celestina, madre di Zunis (successivamente crocifisso);
  • Chimalman, madre di Quexalcote;
  • Minerva, madre del Bacco greco;
  • Semele, madre del Bacco egiziano;
  • Nana, madre di Attis;
  • Prudence, madre Hercules;
  • Alcmene, madre di Alcides;
  • Shing-Mon, madre di Yu;
  • Mayence, madre di Hesus;
  • Maria, madre di Gesù…
  • Di fronte a questa incontestabile constatazione capita che molti si sentano ancora in diritto di credere che tutte queste nascite verginali siano semplici leggende, ad eccezione di una sola, quella di Gesù.


    5-B Il dio che muore e risorge

    Un discorso analogo, e probabilmente ancora più complesso, possiamo farlo per quanto riguarda la resurrezione. Il fatto è che presso innumerevoli religiosità del passato è presente la mitologia del dio che muore e risorge, che scende agli inferi (regno dei morti) per poi tornare fra i vivi.

     

  • In Egitto è il caso di Osiride, di cui abbiamo visto che condivide con Gesù anche la nascita verginale.

     

  • In Grecia e in diverse località dell'Asia occidentale, specialmente in Siria, si celebrava in primavera, all'incirca nel periodo che poi fu caratteristico della Pasqua cristiana, la morte e la resurrezione di Attis:

    "…nel giorno del sangue, si piangeva per Attis, sulla sua effigie che veniva poi sepolta… ma, al cader della notte, la mestizia dei fedeli si mutava in allegrezza. Una luce brillava subitamente nelle tenebre, si apriva il sepolcro, il dio era risorto dai morti… il mattino seguente, 25 marzo, considerato l'equinozio di primavera, la divina resurrezione veniva celebrata con esplosioni di gioia…" (J. G. Frazer, Il ramo d'oro, Newton Compton, 1992).


    Della Robbia: Resurrezione di Cristo

     

  • Le stesse cose si possono dire di Mitra, divinità persiana il cui rituale aveva avuto una straordinaria diffusione nell'impero romano, lo stesso imperatore Costantino era un fedele del culto di Mitra. Anche Mitra moriva e risuscitava e la sua nascita era omologata a quella di numerosi altri dei solari siriani ed egiziani, che venivano partoriti dalla madre vergine nella notte del 25 dicembre.

    "…sia per dottrina che per rituali, il culto di Mitra sembra presentasse molti punti di contatto non solo con la religione della madre degli dei, ma anche con quella cristiana. Punti di contatti rilevati anche dai padri della chiesa, che li definirono opera del demonio intesa ad allontanare l'animo umano dalla vera fede, mediante una falsa imitazione di essa…" (idem).

     

  • Un altro caso di evidente somiglianza teologica con Gesù è quello che riguarda il greco Dioniso; anche lui moriva e scendeva negli inferi, per poi risuscitare. Ma, questa volta, troviamo un altro sorprendente elemento di parallelismo col cristianesimo, ovverosia il rito della teofagia (il fedele che si ciba della carne e del sangue del dio):

    "…durante la festa, i suoi fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso, cibandosi della sua carne e bevendone il sangue…" (idem).

  • In realtà la morte e la resurrezione non riguardavano solamente il dio incarnato ma, spesso, appartenevano ad un rituale iniziatico che coinvolgeva gli adepti. Anche questo è un aspetto delle religiosità non cristiane che la nostra cultura occidentale ha sempre ignorato, non solo per un atteggiamento inculturale di sufficienza nei confronti delle altre confessioni ma, specialmente più indietro nel tempo, per evitare ogni possibile sospetto che il cristianesimo potesse avere qualche debito nei confronti dei riti e delle credenze di altre religioni più antiche.
    Il rito della "discesa nella morte" è forse l'elemento più importante che accomuna tutte le spiritualità iniziatiche precristiane e non poche di quelle che ancora esistono in altre aree culturali del pianeta. Infatti molte filosofie insegnano, e ancor più hanno insegnato nel passato, che l'uomo non può conoscere le verità spirituali attraverso l'utilizzo dei suoi sensi ordinari o delle facoltà della mente intellettiva. Secondo queste discipline è proprio il ritiro dall'utilizzo delle facoltà fisiche e psichiche del corpo e del cervello che consente all'uomo la conoscenza della natura di fondo del proprio essere e della causa causarum, ordinariamente nascoste dalle apparenze illusionanti dei sensi e della mente. Naturalmente questa non è la sede per affrontare una discussione teologica sui contenuti di queste credenze. A noi basta porre l'attenzione sul fatto che il cristianesimo ha sempre energicamente rifiutato queste concezioni.
    Al contrario, l'idea fondamentale delle discipline iniziatiche attribuisce grande importanza alla realizzazione di una visione interiore illuminante, anche attraverso stati di coscienza alterati che possono essere il frutto della meditazione intensa, dell'ipnosi, della trance autoindotta, persino dell'esperienza connessa con una catalessi provocata, una morte temporanea da cui l'adepto deve poi resuscitare. I conoscitori e i seguaci del buddismo non avranno alcuna difficoltà a comprendere queste mie parole, dal momento che Buddha stesso, protagonista di una illuminazione, invita i suoi fedeli a cercare questa condizione di conoscenza superiore.
    In tempi attuali abbiamo una autentica testimonianza di questo rito della discesa nella morte, sopravvissuta all'opera del tempo che cambia le culture. Mi riferisco ad una pratica straordinaria, in uso presso gli adepti dello yoga tantrico indiano, che porta il nome di kechari mudra. Essa può essere compiuta esclusivamente da iniziati esperti, poiché non solo è molto difficile, ma è estremamente pericolosa. Consiste nel realizzare una sospensione prolungata del respiro, che però non porta al decesso fisico, bensì ad una catalessi guidata in cui il metabolismo corporeo si abbassa producendo una condizione di morte apparente. La cosa è stata controllata più di una volta dai fisiologi occidentali, i quali hanno dovuto constatare le straordinarie capacità degli yogi che la praticano. Qualcuno di costoro si fa addirittura seppellire sotto un metro e più di terra. Alla fine di tutto, dopo ore o giorni, l'adepto riprende conoscenza e torna alla vita normale, proprio come un autentico resuscitato. Anche la capacità di operare miracoli di resurrezione sembra non essere una prerogativa esclusiva del presunto fondatore del cristianesimo, ma appartiene agli iniziati di tante altre religioni.
    Perché, ci possiamo domandare noi, questo desiderio di affacciarsi sull'al di là era così comune nell'universo delle spiritualità antiche? In parte abbiamo già risposto, quando abbiamo accennato brevemente all'esperienza illuminante che consiste nel superamento del limiti sensoriali e mentali della coscienza ordinaria, in parte lasceremo che siano i versi di un antico scritto indù a risponderci ulteriormente:

    "…lasciate ora che vi parli dell'eccelsa disciplina del samadhi, che mette fine a questa esistenza mortale, porta alla felicità ed elargisce quella suprema beatitudine che è il Brahman… come il sale, sciolto nell'acqua, diventa tutt'uno con essa, così l'anima e la mente diventano una cosa sola, e questo mescolarsi è conosciuto come samadhi… lo stato di equilibrio, nel quale cessa ogni attività di vita e si dissolve ogni attività della mente, è conosciuto come samadhi… superati tutti gli stati ed abbandonata ogni consapevolezza, lo yoghi rimane come morto. In verità egli è liberato…" (Swami Svatmarama, Hathayogapradipika).

    Se dunque l'India conserva ancora questi "fossili viventi", non possiamo dire che essa ne sia, o ne sia stata specialmente nel passato, l'unica depositaria. Anzi, pratiche di questo genere erano conosciute in tutte le spiritualità iniziatiche, dall'Egitto, attraverso la Palestina, la Mesopotamia e la Persia, fino all'estremo oriente. Un antico rito egiziano simulava nella sua scenografia esteriore una vera e propria cerimonia funeraria, alla maniera descritta nel racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro, con l'adepto che veniva chiuso in una cripta per poi essere estratto, ancora in condizione di trance, dopo tre giorni, affinché tornasse alla vita; anch'egli diventava così, un resuscitato.
    Abbiamo ottime ragioni per credere che nelle comunità iniziatiche ebraiche, come gli esseni (Palestina) e i terapeuti (Egitto), da cui sono derivate le concezioni note come Cabbalah, fossero comuni pratiche di questo genere. Ed è in questa chiave che deve essere letto, con ogni probabilità, lo stesso miracolo della resurrezione di Lazzaro.  

    6 - MIRACOLI

    Un modo di pensare caratteristico del nostro tempo (non certo l'unico, viste le superstizioni che ancora sopravvivono e si moltiplicano) è il razionalismo. Si tratta di una inclinazione culturale che attribuisce importanza decisiva, nell'interpretazione delle cose, ai meccanismi di causa-effetto, esaminati alla luce di serie evidenze sperimentali. Possiamo dire che, sebbene gli uomini abbiano sempre mostrato, rispetto agli animali, una tendenza di questo genere, è stata necessaria la rivoluzione galileiana per aprire la strada al razionalismo come attitudine significativamente accettata dalla cultura sociale.
    Anche se non è detto che il razionalismo sia l'atteggiamento giusto per tutte le cose, né quello che deve dominare incontrastato il pensiero e la conoscenza. Anzi, talvolta, un approccio soltanto razionalistico può essere sfavorevolmente riduttivo, quando non perfino dannoso. In questa società tecnologica, in cui la vita è regolata dalle conquiste della scienza e molte afflizioni del passato (malattie, lavori pesanti, avversità naturali…) sono state debellate con successo, si tende a privilegiare una visione razionalistica delle cose, sottovalutando altri aspetti, che spesso sono determinanti nei comportamenti dell'uomo e nelle sue espressioni.

    Infatti, leggendo opere come l'Odissea di Omero, ci si affaccia su un universo culturale che non può essere conosciuto e capito se non si compie uno sforzo per uscire da certe forme mentali tipiche del nostro tempo. Insomma, questo è proprio un esempio tipico di come l'attitudine moderna a pensare e a comunicare possa, in alcune situazioni, risultare limitativa.
    Quando noi leggiamo che i compagni di Ulisse furono trasformati in porci e che Ulisse apprese il modo di varcare da vivo la soglia dell'Ade, ci dovremmo domandare se Omero abbia semplicemente voluto descrivere scene di pura fantasia o, piuttosto, non abbia voluto creare una simbologia densa di significati. In realtà il nostro comune atteggiamento nei confronti delle invenzioni fantastiche del grande poeta greco, largamente condiviso da chi insegna lettere classiche agli studenti delle scuole medie, non è il frutto della sapienza moderna, bensì di una notevole ignoranza, di cui il nostro eccessivo razionalismo è, almeno in parte, responsabile. Grazie a Freud noi abbiamo scoperto solo nella prima metà del ventesimo secolo la straordinaria complessità della mente inconscia, e c'è voluta l'opera di uomini straordinari come Karl Gustav Jung, per capire l'importanza delle simbologie inconsce nel linguaggio e nella comunicazione. In realtà avrei dovuto dire che abbiamo "riscoperto" questi concetti, perché in passato, quando ancora il razionalismo non era un'attitudine culturale socialmente riconosciuta, i linguaggi che facevano uso di sapienti simbologie inconsce erano usati nella comunicazione di massa, nella letteratura, nella mitologia. Tant'è vero che il padre della psicanalisi decise di adottare terminologie come "complesso di Edipo", con una esplicita derivazione dalla mitologia greca; e ancora si parla di "narcisismo", con riferimento a Narciso, per riferirsi ad una eccessiva ammirazione di sé stessi; e così via. La mitologia, a volte, si svela come una forma di sapienza non razionale e molto più acuta del razionalismo o, comunque, in anticipo sui tempi; sia per i suoi contenuti che per la sua capacità di comunicazione
    In genere, i destinatari delle antiche opere mitologiche o religiose avevano modo di giungere a due possibili livelli di comprensione: o l'intendimento esauriente di tutti i contenuti che l'autore aveva voluto trasmettere poiché, evidentemente, essi possedevano le chiavi interpretative per afferrare i linguaggi, oppure un intendimento velato, ma pur sempre significativo, poiché le immagini utilizzate avevano comunque un potere evocativo attraverso la loro intensa simbologia. Non è poco, perché se la cultura dei popoli antichi era primitiva rispetto alla nostra, non altrettanto erano i significati che questo linguaggio aveva la possibilità di comunicare anche agli ignoranti.
    Raramente oggi, eccezion fatta per la comunicazione pubblicitaria, si scrive e si parla in questo modo, specialmente nel campo della cultura dotta. Se il razionalismo ci ha dato da un lato la possibilità di analizzare, nel senso scientifico, le cause dei fatti e di comunicare con grande precisione, da un lato ci ha impoveriti, perché ha determinato l'attitudine a concepire il linguaggio in una forma troppo lineare, diseducando alla utilizzazione e alla comprensione delle simbologie e dei significati celati.
    Ed è per questo che oggi, leggendo le narrazioni evangeliche, specialmente quelle relative ai miracoli, commettiamo il grave errore di oscillare fra due atteggiamenti che sono entrambi estremi e fuorvianti:

    - i fedeli indottrinati pensano che gli eventi straordinari ivi descritti siano da intendere come fatti accaduti tal quali, ovverosia che si tratti di prodigi e miracoli ma, in tal modo, si allontanano da una autentica comprensione del loro significato;

    - gli scettici pensano quasi cinicamente che gli autori abbiano lavorato un po' troppo di fantasia, abusando intenzionalmente della ingenuità popolare, creando così un altro presupposto che impedisce la comprensione del brano.

    Nessuno di questi due atteggiamenti, uno fideistico, l'altro materialistico, uno figlio dell'indottrinamento religioso, l'altro figlio dell'ostilità antireligiosa, potrà mai portare alla comprensione corretta delle narrazioni evangeliche relative ai cosiddetti miracoli. Consideriamo, per esempio, le possibili conseguenze di un atteggiamento fideistico di fronte all'episodio del fico seccato. In esso si racconta che Gesù, avendo fame, se la prese contro un fico che aveva solo foglie, anche se non era la stagione dei fichi, e per questo lo maledisse seccandolo completamente. Se così fosse potremmo solo concludere che Gesù era un isterico impaziente, ma si tratterebbe di una conclusione molto affrettata, perché il brano nasconde accuratamente ben altri significati. Ci sono altri passi nelle narrazioni evangeliche, o nello stesso Vecchio Testamento, in cui si parla simbolicamente di alberi, di fichi e di frutti. C'è un passo del quarto Vangelo in cui Gesù dichiara di sapere che Natanaele è un vero israelita, perché lo aveva visto mentre costui stava sotto un fico, al ché l'uomo risponde entusiasta concludendo che Gesù è il figlio di Dio. Apparentemente non c'è alcuna logica, sembrerebbe un dialogo tra folli, se non ammettessimo che queste espressioni nascondono precisi significati bisognosi di una chiave di lettura. Anche Buddha, se ci pensiamo bene, ebbe l'illuminazione mentre stava sotto un fico. Sembrerebbe che questo stare sotto gli alberi, parlare con loro e maledirli, siano azioni che vogliono dire qualcosa di non immediatamente chiaro.
    Ora, pensando al celebre racconto biblico della tentazione di Adamo ed Eva, ricorderemo senz'altro che il Signore aveva ordinato ai due di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza perché "…qualora ne mangiaste, si aprirebbero gli occhi vostri e diventereste come Dio, acquistando la conoscenza…" (Gn 3, 2-5). L'albero in questione è simbolo della conoscenza, mentre l'acquisizione della conoscenza è rappresentata dall'atto di mangiarne i frutti.
    Quando Gesù, rivolgendosi a quell'albero, afferma "…nessuno mangi più dei tuoi frutti in eterno…" e lo secca, non se la prende contro la fattispecie di una povera pianta incolpevole, ma denuncia l'ipocrisia di una dottrina morta, "un albero che ha solo foglie", ovverosia la falsa dottrina dei sacerdoti di Gerusalemme, gli odiati sadducei, e si augura che gli uomini imparino ad attingere da una fonte di sapienza più veritiera. La fame che egli desidera saziare, non è quella dello stomaco, ma la fame di verità spirituale [ricordiamoci, quando parleremo di altri presunti miracoli, di questo uso simbolico del concetto di fame].
    Abbiamo notato, nel testo biblico, che acquistando la conoscenza "si aprono gli occhi", infatti l'atto di "vedere" o la "visione" è un altro comunissimo simbolo di conoscenza mentre, con ovvia corrispondenza, la "cecità" è simbolo di ignoranza. Alla luce di ciò appare abbastanza chiaro che i presunti miracoli di restituzione della vista ai ciechi non debbono essere intesi come guarigioni taumaturgiche, bensì intenderemo che Gesù sarebbe stato capace di aiutare alcune persone ad emanciparsi dalla loro condizione di ignoranza spirituale (quella che gli indiani chiamano "avidya", ovverosia mancata visione) verso una corretta conoscenza delle verità superiori: "…Gesù gli disse: "Che vuoi ch'io ti faccia?". E il cieco a lui: "Rabbuni, che io veda". E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E tosto recuperò la vista e si mise a seguirlo…" (Mc X, 48-52).
    Altre volte l'immagine simbolica che rappresenta la conoscenza è offerta dall'acqua, mentre quell'anelito di conoscenza spirituale, che altrove è rappresentato dalla fame, qui è rappresentato dalla sete: "...se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "dammi da bere" tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva... " (Gv IV, 13-14). Ed oltre: "...Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna..." (idem). Questo stesso celebre colloquio con la samaritana offre una chiave ulteriore per comprendere come molti presunti miracoli di Gesù siano in realtà rappresentazioni simboliche, leggiamo infatti: "...le disse: Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui". Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù: "Hai detto bene - non ho marito - infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito"..." (Gv IV, 16-18). Anche questa volta una lettura superficiale del brano fa apparire Gesù come un veggente capace di indovinare i fatti privati della donna. La verità è che la donna simboleggia nella sua persona tutta il popolo della Samaria, e questo colloquio, nel suo complesso, rappresenta un invito, nell'imminenza della ricostruzione del regno di Yahwe, ad abbandonare l'antica rivalità fra giudei e samaritani. Le parole di Gesù stanno a ricordare che il popolo dei samaritani si era formato in origine dalla fusione di cinque tribù, ognuna delle quali adorava la sua divinità tribale ("infatti hai avuto cinque mariti"); adesso i samaritani hanno abbandonato i loro culti tribali e adorano Yahwe, il dio dei Giudei ("e quello che hai ora non è tuo marito").
    Ma torniamo al significato simbolico dell'acqua, per vedere in che modo è utilizzato in un altro celebre passo del Vangelo: "…Pietro gli disse: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque. Ed egli disse: "Vieni! ". Pietro scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore salvami! ". E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede perché hai dubitato"…" (Mt XIV, 28-31). Il fatto di "camminare sulle acque" rappresenta la padronanza della disciplina, la sicurezza del proprio cammino spirituale; colui che è padrone di sé non "affonda" quando il "vento" lo disturba. Il maestro invece, che cammina sicuro sulle acque, può salvare il suo incerto discepolo, rimproverandolo per la fragilità della sua fede.
    Un'altra immagine simbolica della conoscenza è offerta dal pane. C'è un brano del quarto Vangelo in cui la gente ricorda a Gesù che Mosè fu capace di nutrire gli ebrei, affamati nel deserto, mediante la manna, un "pane dal cielo". A questo Gesù risponde: "..."in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero... Allora gli dissero: "Signore dacci sempre questo pane". Gesù rispose: "Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede a me non avrà più sete"..." (Gv VI, 32-35). E più oltre: "...i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno..." (Gv VI, 49-51).
    Alla luce di questa simbologia persino il famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci acquista una spiegazione: "…c'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci… allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci…" (Gv VI, 9-11). Si notino le seguenti figure: il "ragazzo", i "pani", che sono "cinque", i "pesci", che sono "due".
    Gesù allude al popolo di Israele, un popolo immaturo (un ragazzo), incapace di raggiungere la giusta sapienza (di saziare la propia fame) attraverso una piena comprensione delle sue scritture sacre (i cinque pani) che sono appunto i cinque libri della Torah (nel Vecchio Testamento dei cristiani essi corrispondono a Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio). Ma oltre ai pani Gesù propone due pesci e, per comprendere cosa si intende con questa immagine, bisogna ricordare che il pesce ha sempre rappresentato la figura del Messia.


    La simbologia del pesce come rappresentazione di Cristo
    (Catacomba di San Callisto, fine II secolo)

    C'è anche un importante gioco di parole, adottato dai primi cristiani: la parola greca ICQUS, che significa appunto "pesce", è composta da lettere che nell'ordine dato sono le iniziali di IhsouV CristoV Qeou UioV Sothr (Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore). Ecco dunque il Cristo=Pesce. Ed è attraverso questo simbolo che spesso si riconoscevano i primi cristiani di Roma. Dunque l'immaturo popolo di Israele, nell'appello di Gesù, oltre a non saper fare tesoro dei suoi cinque libri sacri, non sapeva accogliere nemmeno i suoi due salvatori. Noi sappiamo infatti che, nella tradizione delle sette esseno-zelotiche, che hanno combattuto durante il periodo della dominazione romana per la restaurazione dell'antico regno di Davide, libero e indipendente, i messia attesi erano due: un messia detto "di Israele", quello politico, l'unto di Yahweh, che avrebbe dovuto occupare il trono al posto di Erode, e un messia detto "di Aronne", quello sacerdotale, che avrebbe dovuto occupare la carica di sommo sacerdote al posto del corrotto sadduceo che era stato designato dai romani. Ecco dunque il "cibo" di Israele: i cinque libri della Torah correttamente interpretati (cinque pani), e i due messia, quelli degni di tale compito (due pesci). Questo è il senso del racconto, volgarmente inteso come uno stravagante prodigio.
    Torniamo ora ad un passo che abbiamo visto poco sopra (Gv VI, 49-51), in cui si aggiunge un ulteriore simbolo: la conoscenza come vita eterna, in contrapposizione all'ignoranza come morte: "…questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoiase uno mangia di questo pane vivrà in eterno...". Si ricordino anche le celebri parole: "...lascia i morti seppellire i loro morti…" (Mt VIII, 22). Questo è senz'altro il significato più importante che deve essere chiarito nella lettura del testo evangelico, poiché esso contiene la chiave dell'origine e dello sviluppo del pensiero neo-cristiano, come religione separata dalla sua matrice giudaica. Anzi, possiamo affermare che il cristianesimo, come coscienza religiosa distinta dall'ebraismo, comincia ad esistere proprio nel momento in cui si forma l'idea della resurrezione di Cristo.
    Ora, l'interpretazione alla luce dei criteri che stiamo applicando mostra che il concetto di resurrezione, come passaggio dallo stato di morte a quello di vita, indica ciò che altrove è stato rappresentato attraverso le immagini del "guarire dalla cecità", "saziare la fame", "mangiare i frutti", "dissetarsi" , ecc… L'acquisizione della conoscenza delle verità dello spirito, la gnosi, è intesa come il raggiungimento di una condizione di "vita eterna", o di passaggio dalla condizione ordinaria, una sorta di "morte spirituale", alla condizione di "vita autentica".
    Del resto, non siamo solo noi, venti secoli dopo, ad affermare una cosa del genere; si notino a questo proposito gli scritti gnostici sul concetto di resurrezione:

    "…mentre siamo in questo mondo è necessario per noi acquistare la resurrezione, cosicché, quando ci spogliamo della carne, possiamo essere trovati nella Quiete…" (Vangelo di Filippo, I Vangeli Apocrifi, a cura di M.Craveri, Einaudi, 1969, pag. 523);

    "…se colui che è morto eredita da chi è vivo, egli non morirà; anzi il morto risorgerà…" (op. cit., pag. 509);

    "…colui che ha creduto nella verità ha trovato la vita…" (idem).

    E, addirittura, abbiamo la testimonianza della aperta polemica che contrapponeva questi giudeo-cristiani ai seguaci della riforma di Paolo:

    "…coloro che dicono che il Signore prima è morto e poi è risorto, si sbagliano, perché egli prima è risuscitato, poi è morto. Se uno non consegue prima la resurrezione non morirà, perché, come è vero che Dio vive, egli sarà già morto…" (op. cit., pag. 514);

    "…coloro che dicono che prima si muore e poi si risorge si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione, mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà nulla…" (op. cit., pag. 530).

    Ecco dunque la corretta chiave interpretativa del concetto fondamentale del cristianesimo: "ricevere la resurrezione mentre si è vivi". Ed è alla luce di questo concetto che può finalmente essere interpretato il celebre miracolo della resurrezione di Lazzaro. Sulla base anche di quanto abbiamo visto nel paragrafo precedente, parlando del rito della "discesa nella morte", possiamo sicuramente intendere il miracolo di Betania 

    Il villaggio di Betania, oggi, si chiama Al Azariyah (Casa di Lazzaro) ed è un villaggio palestinese nei territori occupati da Israele. I pellegrini lo frequentano per visitare la presunta "Tomba di Lazzaro" che, naturalmente, è solo una acchiapperella per turisti ingenui.
    Molte le chiese cattoliche, ma in realtà l'ambiente è arabo e l'aria è pervasa dal canto del Muezzin.

    come una cerimonia iniziatica svolta da Gesù a beneficio di Lazzaro, una iniziazione del tutto simile a quelle che venivano impartite in Egitto, in medio oriente, e nella stessa India.

     

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