PER UN' ESTÒRIA RELIGIOSA DE L'OCCITANIA /10
(tratto da http://www.occitania.it/ousitanio/old/01_01_t7.htm)
"SINE IPSO FACTUM EST NIHIL"
Il dualismo tipico del catarismo, si fondava sulla lettura del Nuovo Testamento, e più precisamente di passi dei Vangeli di Matteo e di Giacomo nei quali è ricordata in più punti la parola di Gesù, ovviamente interpretata come legittimazione evidente della contrapposizione di due principii: "un albero cattivo produce frutti cattivi, non può un albero buono produrre frutti cattivi, ne un albero cattivo produrne di buoni." Ecco di conseguenza che il principio creatore non può essere al contempo buono e cattivo, come del resto è evidente, almeno secondo l'interpretazione dualista, nella vita di tutti i giorni.
Tutto ciò è ampiamente delineato nel "Liber de duobus Principiis" ovvero nel Libro dei due principii, vero e proprio trattato cataro, attribuito a Giovanni di Lugio (1). In riferimento al Vangelo di Giovanni troviamo un'interpretazione sorprendente della frase "sine ipso factum est nihil": ove la dottrina ortodossa traduce e spiega con "nulla è stato fatto senza di Lui", l'autore cataro, coerentemente alla sua visione religiosa, preferisce senza dubbio "senza di Lui è stato fatto il nulla", ponendo così la base teorica del dualismo. Nell'ambito di questa interpretazione, il Nulla diviene uno dei termini per definire il mondo materiale, regno del male, posto così ben al di sotto di tutta la creazione spirituale, opera del Dio Buono.
Fino a pochi decenni orsono l'eresia catara era conosciuta quasi esclusivamente attraverso forme indirette, provenienti da relazioni dei suoi oppositori, tra cui atti dell'Inquisizione e note di polemisti cattolici. Uno dei pochi testi catari noti era il cosiddetto Rituale di Lione, pervenuto in appendice ad una versione occitana del Nuovo Testamento. Poi avviene una scoperta assolutamente casuale ma estremamente importante: Padre Antonio Dondaine, frate predicatore ed eminente studioso di storia religiosa, trovò inventariato nella Biblioteca Nazionale di Firenze un cosiddetto "Liber de duobus Principiis", il famoso testo che poco sopra abbiamo citato. Il manoscritto, risalente probabilmente alla fine del duecento, era stato conservato negli archivi dell'Inquisizione, era passato poi nella biblioteca dei Domenicani, e da qui molto più tardi nella biblioteca fiorentina. Dopo il ritrovamento venne dato alle stampe in versione pressoché integrale dal nostro studioso nel 1939.
Oltre al "Liber contra Manicheos", di Durando di Huesca, di cui abbiamo in precedenza parlato, altri due scritti completavano il panorama dei testi originali a nostra disposizione: un "Trattato sulla chiesa di Dio" ed un commento al Padre Nostro, entrambi contenuti in un volume della collezione valdese del Trinity College di Dublino. Molti altri scritti erano andati perduti, ricordati solamente nelle fonti medioevali; in queste vengono spesso menzionati un "Liber stellae" (libro della stella), che un polemista del duecento, Salvo Burci, volle confutare con un suo saggio dal titolo simile, "Liber supra stella". E' comunque da questi testi e soprattutto dai registri degli inquisitori che erano soliti descrivere nei minimi particolari, a volte con obbiettività, gli interrogatori degli eretici, che possiamo tuttora avere conoscenze abbastanza precise e storicamente accettabili sulle dottrina dei Catari, tralasciando ovviamente tutti quegli studi e teorie che tendono a creare un alone di mistero e di esoterismo attorno ai riti, alle leggende di tesori nascosti e mai rinvenuti, all'eredità spirituale trasmessasi fino ad oggi in sette segrete.
E' opportuno a questo punto, analizzare alcuni particolari aspetti della dottrina della cosmogenesi catara . Il Libro dei due principii dedica un intero capitolo alla confutazione del Libero Arbitrio, uno dei pilastri essenziali della dottrina cattolica; in una logica strettamente dualistica, è inimmaginabile che un Dio, principio di ogni bene, abbia potuto seminare nelle proprie creature il germe del male, ed ammettere pertanto che Dio abbia potuto lasciare ai suoi angeli, e di conseguenza agli uomini, una libera scelta fra bene e male equivale a considerarlo creatore al contempo di entrambi i principii antagonisti. Così le parole di Giovanni di Lugio descrivono la situazione: "Dio ha fatto i suoi angeli buoni e santi, come molti credono. Sapeva o non sapeva, prima che esistessero, che sarebbero diventati demoni? Se non lo sapeva ciò significherebbe che Dio è imperfetto, perché non conoscerebbe assolutamente ogni cosa, il che è impossibile agli occhi del sapiente, senza dubbio perciò egli sapeva". E, continuiamo noi, se ne era al corrente prima della loro esistenza, è evidente che questi angeli non hanno avuto nessuna possibilità di scelta, che erano in ogni caso predestinati. Secondo il mito narrato dai dualisti assoluti, gli angeli caduti dal cielo a causa delle tentazioni di Satana (Principio del Male), ben presto si accorsero di essere stati tratti in inganno con false lusinghe, la loro condizione era perennemente tormentata dal ricordo del passato stato di grazia ormai perduto. Satana vedendoli così afflitti creò pertanto i corpi, chiamati anche tuniche, e ve li rinchiuse. Gia nell'Esodo si parla di tuniche di pelle che Dio diede agli uomini, e questo tema biblico, legato all'esilio del Popolo Ebraico in Egitto, diede in un certo qual modo al catarismo un fondamento simbolico nel considerare l'esistenza sulla terra come esilio forzato dello spirito, oberato dalla presenza del corpo, in attesa di ritornare nella gloria e luce del Dio Buono. Da questa concezione della vita come esilio deriva pertanto, ed il passo è breve, la teoria forse più affascinante della metempsi-cosi o trasmigrazione delle anime. Nonostante questa dottrina sia rimasta per lungo tempo sconosciuta ai più, già la si trova, antecedente-mente ai tempi della Crociata (1209) attestata dalla parole di Alano da Lilla. In quei tempi l'inquisitore sentì dire dai catari "che l'anima dell'uomo passava in tanti corpi, quanti ne erano necessari fino a che potesse essere salvata" e lo stesso Fournier, anch'esso grande inquisitore (2), sottolinea: "quando l'anima dell'uomo esce dal corpo, a meno che sia stata di buon cristiano, entra il più presto possibile in un altro corpo, qualsiasi altro, sia esso di uomo di bestia o di uccello". A questo proposito è nota la leggenda, riportata da più fonti, del cavallo e del suo ferro. L'anima di un uomo, si narra, dopo aver lasciato il suo corpo, entrò nel corpo di un cavallo; quest'ultimo, nel corso di una galoppata su un terreno accidentato perse il ferro di uno zoccolo. Quando morì la sua anima ritornò nel corpo di un uomo che anni dopo, passando casualmente in compagnia di un altro cataro nel luogo ove il cavallo aveva perso il ferro, colpito da un improvviso ricordo, narrò al compagno la sua equina disavventura e, messosi a cercare tra i sassi, ritrovò e riconobbe senz'alcun dubbio il ferro perduto. E' opportuno qui fare una sottile distinzione terminologica, così da chiarire il diverso significato dato alle parole anima e spirito: per anima i catari intendevano quella forza vitale da cui l'uomo e gli animali traggono l'energia per vivere, diversamente lo spirito, che era l'unico a trasmigrare di corpo in corpo, era quella particella di origine divina caduta dal cielo, prigioniera della carne, anelante al ritorno nella pienezza della gioia divina. Non è chiaro comunque il numero delle reincarnazioni che lo spirito doveva sopportare prima di giungere nel corpo di un buon cristiano, e ricongiungersi quindi alla sua origine (3).
Paolo Secco
(1) Francesco Zambon (a cura di), "La cena segreta, trattati e rituali catari" Adelphi, 1997.
(2) Registro di Inquisizione di Jaques Fournier. J. Fournier, vescovo di Pamiers, futuro Papa di Avignone, divenne famoso per il dettagliatissimo registro dei processi e degli interrogatori da lui fatti come inquisitore nella zona occitana dell'Ariège attorno agli anni 1310 – 1320.
(3) Roland Poupin, "Les cathares, l'ame et la réinca-rnation" Ed. Loubatières, 2000.
a cura di Carlo Delcorno
© 1974-2005 – Carlo Delcorno
I movimenti ereticali hanno condizionato per certi aspetti la mentalità e
l'opera dei fondatori degli ordini Mendicanti; certo la nuova predicazione
cattolica fa conto delle esperienze compiute in questo campo dagli avversari.
Purtroppo non c'è rimasto quasi nulla della predicazione degli eretici: l'unica
reliquia è rappresentata dalla predica conservata dal rituale di liturgia
catara, pubblicato dal Dondaine in appendice al Liber de duobus principiis.
Possiamo farcene un'idea attraverso gli atti dell'Inquisizione (istituita nel
1233) e le testimonianze degli scrittori cattolici.
I capi delle sette ereticali sono innanzitutto geniali predicatori, capaci di
piegare il volgare a strumento di una capillare penetrazione degli ambienti
urbani. Il Tractatus de hereticis di Anselmo d'Alessandria riferisce
che Marco di Concorezzo, primo diffusore della eresia catara in Italia, creato
diacono a Napoli dal vescovo eretico, si diede a un'intensa predicazione «in
Lombardia, et postea in Marchia, et postea in Tuscia» suscitando
un'entusiastica adesione alla nuova setta. Valdo, il fondatore della setta dei Poveri
di Lione, che prese da lui il nome (Valdesi), si rivolge al popolo lionese
nella sua lingua, con una predicazione evangelica, basata sul commento del Nuovo
Testamento tradotto in volgare. L'abilità nel maneggiare la Scrittura, la
finezza della penetrazione psicologica è una caratteristica che accomuna tutti
gli eretici: lo nota con preoccupazione Gioacchino da Fiore nella Expositio
in Apocalypsim, identificando gli eretici con le locuste dell' Apocalisse
(cap. 10).
La tecnica dei missionari eretici è sostanzialmente ispirata alla primitiva
predicazione apostolica. Bernardo Gui, nel suo celebre Manuale
dell'Inquisitore, dedica un capitolo al modo di insegnare tenuto dai
Valdesi (v. TESTO
N. 1). Passata la fase della tolleranza e delle discussioni pubbliche coi
cattolici, costretti alla prudenza, gli eretici si radunano in luoghi privati.
Tema della loro predicazione, affidata ai «perfetti», è il comportamento dei
veri cristiani in base al Vangelo: essi parlano (come faranno i francescani) «delle
virtù e delle buone opere, e della fuga dai vizi»; ma poi passano ad attaccare
le istituzioni ecclesiastiche giudicate indegne del modello evangelico. I
Valdesi predicano per lo più nelle case dei «credenti», ma anche per le vie
della città o per le strade fuori dell'abitato. Altri eretici, come gli
Apostoli di Gerardo Segarelli di Parma, danno la preferenza alla predicazione
itinerante, proclamando la penitenza per i paesi, sulle piazze e dovunque si
imbattono in potenziali uditori. Al di là delle differenze dottrinali, tutti i
movimenti ereticali sono d'accordo nel proporre un tipo di predicazione del
tutto diverso da quello ex cathedra, che da secoli era affidato e
limitato al vescovo. Si tratta, per quanto si può ricavare dalle testimonianze
indirette di parte cattolica, di una predicazione adatta alla mentalità,
all'ambiente, alla lingua di gruppi in generale non troppo numerosi, basata
sulla lettura del Vangelo, tradotto in volgare, e sull'interpretazione letterale
e spontanea della Parola di Dio. Queste caratteristiche del sermone ereticale
saranno riprese nei loro valori positivi dai grandi predicatori francescani e
domenicani.
http://66.102.9.104/search?q=cache:loUHG4bq7v4J:www.recensito.net/
dettaglio_insolito.asp%3Finsolito%3D91+Liber+de+duobus+principiis&hl=it
I molteplici volti dell'eresia catara
ORIGINI DEL CATARISMO
Nel corso del tempo si sono formalizzate varie teorie sulle origini del
movimento Cataro. L’ipotesi che si è maggiormente consolidata è
quella della continuità all’interno del filone dualista, affermando
pertanto la diretta discendenza dei Catari dallo gnosticismo, passando
per novazianismo , manicheismo, paulicianesimo e bogomilismo: in
effetti, se si esaminano le tematiche principali di tali movimenti, si
trovano notevoli analogie fra di loro; rimane peraltro il fatto che, se
il legame fra Catari e bogomilismo è ormai accettato, la connessione
con pauliciani e manichei risulta invece più difficile da provare sul
piano storico. Ad ogni modo, sicuramente questi movimenti hanno
quantomeno fornito essenziale ispirazione per tutto il ‘corpus’ di
dottrine filosofiche ed etiche del Catarismo. Un’altra teoria che ha
raccolto un certo numero di fautori sostiene invece l’originalità del
pensiero cataro, pur con qualche similitudine con le sette dualiste del
passato; secondo tale teoria, il Catarismo si sarebbe sviluppato più
come reazione alla corruzione dilagante nella Chiesa, piuttosto che come
estrema evoluzione di un movimento di idee plurisecolare.
LO GNOSTICISMO
Come giustamente viene osservato nel sempre utile
libro “Italia Esoterica” , “tutta la speculazione gnostica nacque
dalla grande dicotomia che non troverà mai un responso sul perché un
Dio infinito e perfetto avesse creato un mondo imperfetto e viziato dal
peccato [...]”. ‘Gnosi’ è una parola greca che significa ‘conoscenza’.
Questa è proprio la base essenziale di tutte le religioni gnostiche che
si sono manifestate nel corso dei secoli: la conoscenza di un mito
cosmico, o meglio di una sapienza segreta attraverso la quale solamente
si ottiene la salvezza. Gnosi significa dunque ‘conoscenza
salvifica’ oppure ‘salvezza tramite conoscenza’. Le tematiche
dello gnosticismo erano molto varie a seconda dei vari movimenti che le
adottarono, ma vi sono alcuni temi principali che le accomunano: da un
Dio unico, superiore e separato dal mondo, si distaccano divinità
inferiori, gli ‘eoni’ , fino a giungere all’uomo e alla materia,
sempre caratterizzati negativamente. Altro fondamento dello gnosticismo
fu inoltre un netto dualismo tra spirito e materia, una ricorrente
concezione della costrizione dell’anima nella prigione della corporeità
e della conseguente necessità dell’anima di liberarsi da tale vincolo
per mezzo della conoscenza . I primi studi avevano identificato lo
gnosticismo come un’eresia cristiana, dato che la maggior parte delle
testimonianze sui movimenti gnostici ci sono pervenute proprio
attraverso gli autori cristiani che attaccavano la concezione gnostica
del cristianesimo; però ci si è resi conto successivamente che la
gnosi non poteva essere ridotta entro i limiti di un movimento interno
al cristianesimo e posteriore ad esso: lo gnosticismo fu infatti un
fenomeno molto più complesso ed esteso, anteriore al cristianesimo,
un’esperienza religiosa che interessò tradizioni, miti e misteri su
un’area geografica e un’estensione temporale immensa: le filosofie
ellenistiche, la religione ebraica prima e cristiana poi, le religioni
Orientali conobbero l’afflato della gnosi, che peraltro si diversificò
a seconda delle culture e religioni con cui veniva in contatto. Lo
gnosticismo dunque non è una mera ellenizzazione del cristianesimo né
una esclusiva filiazione delle religioni egizie, babilonesi ed iraniche,
e non è neppure una banale commistione di tematiche proprie di queste
religioni: “Lo gnosticismo appare ormai come un fenomeno generale
della storia delle religioni la cui larghezza oltrepassa infinitamente i
limiti ed il terreno del cristianesimo: queste non sono eresie immanenti
al cristianesimo, ma i risultati di un incontro e di un congiungimento
tra la nuova religione e uno gnosticismo che esisteva prima di essa, che
era inizialmente ad essa estraneo. Lo gnosticismo ha rivestito in alcuni
casi forme cristiane o forme che, col trascorrere del tempo, si sono
sempre più profondamente cristianizzate, al modo stesso che in altri
casi ha preso forme pagane adattandosi alle mitologie orientali, ai
culti dei misteri, alla filosofia greca, o alle scienze e alle arti
occulte. Per quanto queste forme in cui si è manifestato storicamente
lo gnosticismo siano state diverse, esso dev’essere considerato un
fenomeno specifico, una categoria o un tipo distinto del pensiero
filosofico religioso: si tratta di un atteggiamento che ha un andamento,
una struttura, leggi proprie che l’analisi [...] può ritrovare
sostanzialmente identiche e con le medesime articolazioni alla base di
tutti i diversi sistemi che noi possiamo, proprio in ragione di questo
fondamento o ‘stile’ comune, raggruppare sotto una stessa etichetta
chiamandoli sistemi gnostici” . La gnosi, se letteralmente vuol dire
‘conoscenza’, non è peraltro una conoscenza dialettica, razionale o
logicamente intelligibile, né un atto deduttivo o intuitivo della
mente, quanto bensì un’improvvisa ‘illuminazione’ che porta alla
‘conoscenza’ di ciò in cui si credeva per fede e alla salvezza
dell’uomo e di tutte le cose che, in quanto esistenti, sono
contaminate dal principio del Male. È pertanto una conoscenza salvifica
(soterica), riservata ai soli eletti, agli iniziati, a coloro cioè che
abbiano avuto il privilegio di ricevere l’ ‘illuminazione’, ossia
gli ‘pneumatikoi’, gli uomini spirituali che hanno ricevuto il
soffio divino, intrinsecamente superiori agli ‘psichici’, coloro che
hanno l’anima ma non lo spirito, e agli ‘hylici’, i materiali,
coloro che sono irrimediabilmente presi dal corpo, dalla materia e
quindi dal male. Solo tale ‘gnosi’, tale ‘illuminazione’ svela
“chi fummo, che cosa siamo diventati, dove eravamo, da che cosa siamo
riscattati, cos’è la rigenerazione” . Un’analisi particolare
merita, in relazione al Catarismo, la corrente gnostica cristiana.
Leggiamo in Adorno: “La gnosi eretica [...] esisteva prima del
Cristianesimo, si è fatta cristiana, i cristiani l’hanno respinta ma
essa pretende rimanere cristiana e passare per tale [...]. E ciò [...]
era possibile per il fatto che lo stesso Cristianesimo appariva come un
tipo di ‘gnosi’, particolarmente negli ambienti della ‘gnosi’
ebraica e dell’ebraismo ellenizzato di Alessandria” . Secondo i
movimenti dello gnosticismo cristiano, Dio aveva emanato una serie di
entità incorporee (eoni), per formare tutti insieme il Pleroma
(pienezza del divino), ma l’ultimo degli eoni, Sophia (la Saggezza),
si corruppe con la lussuria, creando il Demiurgo, malvagio creatore del
mondo materiale. Il Demiurgo veniva generalmente identificato con Yahweh,
il Dio vendicativo del Vecchio Testamento, in contrasto con il Dio Buono
del Nuovo Testamento, sottolineando così il dualismo tra il principio
del bene e quello del male. Tuttavia, avendo il Demiurgo creato il mondo
materiale e gli uomini, sua madre Sophia, all’insaputa del figlio,
aveva infuso in alcuni uomini (gli iniziati, o spirituali/pneumatici) la
scintilla spirituale divina, che poteva permettere a costoro di giungere
alla gnosi. Per poter informare gli iniziati della loro potenzialità
inespressa, cioè la scintilla divina, fu inviato sulla terra l’eone
Cristo come emissario di Dio e guida suprema. Tuttavia Cristo non si
incarnò sulla terra come Gesù, ma fece sì che questo fatto apparisse
agli uomini, e da questo fatto deriva un importante pensiero filosofico,
comune a molte correnti gnostiche, chiamato docetismo . Lo sviluppo di
questa negazione del concreto e il relativo disprezzo per il mondo
materiale portò molti gnostici a comportamenti quotidiani radicalmente
opposti: dalla sessualità più sfrenata alla castità e all’ascetismo
più rigorosi.
MANDEISMO
La comunità dei mandei è una setta di origine gnostica tuttora
presente in poche unità (circa 20.000), che vivono nello Shatt al’Arab,
alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, tra l’Iraq e l’Iran, e
nella città irachena di Nassiriya. Il loro nome deriva dalla parola
aramaica ‘manda’ (equivalente del greco ‘gnosis’) e sono detti
anche Cristiani di San Giovanni. Le origini del mandeismo sono
controverse: alcuni studiosi vedono una certa continuità con il
Cristianesimo; altri rifiutano ogni apparentamento, facendo risalire le
origini ad una gnosi precristiana e infine altri ancora propendono per
un certo sincretismo tra elementi cristiani, giudei e manichei. La loro
origine sembra, infatti, alquanto misteriosa: forse erano una setta
tradizionale della Mesopotamia, o, come detto, degli gnostici
precristiani, oppure una setta fondata da Giovanni Battista in persona
(o perlomeno dagli Esseni) o, infine, derivati dalla setta dei Nazorei,
fuggita da Gerusalemme dopo la sua distruzione nel 70 d.C. È invece
storicamente accertato che con l’arrivo dei Musulmani in Mesopotamia
nel 636 i Mandei furono inizialmente lasciati in pace, in quanto
identificati con i misteriosi Sabei, citati dal Corano, ma poi, per
poter sopravvivere, dovettero emigrare nella zona paludosa della
Mesopotamia meridionale, dove vivono oggigiorno nonostante le
persecuzioni subite durante il regime di Saddam Hussein e le guerre del
Golfo. Dai pochi dati certi si ricava, sulla scorta di quanto riferisce
Adorno, che il mandeismo si venne formando nel “I secolo d.C. nella
bassa Mesopotamia, indipendentemente dal Cristo che viene anzi respinto,
una volta conosciuto dalla setta mandea come falso profeta. A liberare
le anime Dio inviò sulla terra la ‘gnosi della vita’, personificata
nel profeta , che i Mandei vedono in Giovanni Battista: egli, appunto,
attraverso il battesimo lava, salvandole, le anime, che così si
liberano dal male. […] Entro questa atmosfera, ma in un
approfondimento estremamente intellettuale e colto di un’altra
tradizione, di una religione storicamente delineata da secoli in Persia,
lo Zoroastrismo e il Mitraismo, che viene ora sistemata e interpretata
nei termini propri della “gnosi”, si muove, nel delineare i motivi
fondamentali della sua religione, Mani, di origine persiana, formatosi
in una setta battista della bassa Babilonia, ma da essa distaccatosi fin
da giovane, e vissuto, poi, in Persia nel corso del III secolo d.C.”
MANICHEISMO
Tra i movimenti gnostici, quello che ebbe sicuramente maggior rilievo fu
quello dei manichei. Il suo fondatore, Mani, nacque, secondo la
tradizione, il 25 Aprile 216 nel villaggio di Mardinu, vicino a Seleucia
Ctesifonte sul fiume Tigri in Babilonia. Man, il cui significato in
aramaico è ‘l’illustre’, era probabilmente un titolo onorifico
piuttosto che un nome proprio. Poco dopo la nascita di Mani, il padre
abbandonò la madre e, portando il piccolo con sé, si ritirò in una
comunità religiosa di elcasaiti o, secondo altre fonti, di encratiti o
di mandei. Mani ricevette fin da giovane un insegnamento fortemente
religioso. Vissuto per un certo periodo in India (Belucistan) nel
periodo 240-242, recatosi in Persia ebbe dal sovrano Sapore I (244) il
permesso di diffondere i suoi insegnamenti. Protetto anche dal
successore di Sapore, Mani fece lunghi viaggi. Con l’ascesa al trono,
nel 274, di Bahram I, dedito allo zoroastrismo ortodosso, Mani fu
accusato di eresia e incarcerato nel 277, anno in cui morì. Secondo la
leggenda fu crocifisso dopo essere stato scorticato, e una volta morto
il suo corpo fu dato in pasto ai cani. La complessa dottrina di Mani, un
sincretismo tra Cristianesimo, Buddismo, Mazdeismo e Gnosticismo, era
basata sul principio dualista del confronto tra il Bene ed il Male, tema
caro alle sette gnostiche, soprattutto quella di Valentino , i cui
adepti confluirono, nei secoli successivi, nel Manicheismo. La
cosmogonia manichea si fondava sulla contrapposizione tra il regno del
Bene ed il regno del Male. Il primo era comandato da Dio, cioè Padre di
Grandezza, il quale si manifestava attraverso quattro persone: Tempo,
Luce, Forza e Bontà. All’infuori di Dio, esistevano i Suoi cinque
tabernacoli o eoni: Intelligenza, Ragione, Pensiero, Riflessione e
Volontà oppure, secondo altri testi, Longanimità, Conoscenza, Ragione,
Discrezione e Comprensione. Il Suo regno si espandeva in tutte le
direzioni e l’unica limitazione era il regno del Male. Quest’ultimo
era comandato dal Principe delle Tenebre, i cui eoni erano Fiato
pestilente, Vento ardente, Oscurità, Nebbia e Fuoco distruggente oppure
Pozzi avvelenati, Colonne di fumo, Profondità abissali, Paludi fetide e
Pilastri di fuoco. Il Principe, inoltre, si manifestava sotto forma di
un’incarnazione, Satana, un mostro metà pesce, metà uccello, con
quattro zampe e testa di leone. In seguito ad una catastrofe
primordiale, il regno delle Tenebre aveva invaso quello del Bene,
gettando nel panico gli eoni: il Padre aveva deciso allora di creare una
prima emanazione, la Madre di Vita, che, a sua volta, creò il Primo
Uomo (protanthropos, l’Ahura Mazda dei Mazdei ). Anche il Primo Uomo
aveva i suoi cinque elementi da opporre a quelli del Male: Aria pura,
Vento rinfrescante, Luce brillante, Acque che donano la vita e Fuoco
riscaldante, ma fu ugualmente sopraffatto dal Principe delle Tenebre.
Sconfitto, il Primo Uomo invocò il Padre, che creò la seconda
emanazione, lo Spirito di Vita, con le sue cinque personalità:
Ornamento di splendore, Re dell’onore, Luce, Re della gloria e
Supporto, i quali discesero nel reame delle tenebre e salvarono il Primo
Uomo dal suo degrado. Il Padre, allora, creò la Sua terza emanazione,
il Messaggero, che emanò a sua volta dodici vergini: Maestà, Saggezza,
Vittoria, Persuasione, Purezza, Verità, Fede, Pazienza, Rettitudine,
Bontà, Giustizia e Luce. Questo Messaggero dimorava nel Sole e le
vergini gli ruotavano intorno: una chiara allegoria dello zodiaco. Dalla
lotta tra il Messaggero e i figli delle tenebre nacquero due bambini,
Adamo ed Eva, che avevano intrappolati in sé i germi della luce. Le
potenze del Bene mandarono allora il Salvatore o il Gesù celeste (Mani
rifiutava il concetto di Gesù terreno), personificazione della Luce
cosmica, il quale risvegliò Adamo e gli fece vedere il Regno del Bene
ed assaggiare i frutti dell’albero della vita. Adamo pianse e
maledisse il suo destino: da allora, secondo Mani, l’uomo doveva
cercare di purificarsi, dominando i desideri carnali per potersi elevare
al Regno del Bene. I manichei erano divisi in pochi ‘Perfetti’,
molto assomiglianti ai monaci buddisti, e molti “Uditori” o
catecumeni. I ‘Perfetti’ non potevano avere alcuna proprietà,
mangiare carne o bere vino, avere rapporti sessuali, svolgere qualsiasi
attività lavorativa, praticare la magia o altri religioni. Erano tenuti
a rispettare i tre sigilli (signacula): il sigillo della bocca, che
proibiva parole impure e cibi impuri, come la carne o il vino (solo la
verdura e la frutta erano permessi); il sigillo delle mani, che proibiva
qualsiasi lavoro manuale, anche la raccolta della frutta; il sigillo del
seno, che proibiva i pensieri malvagi ed il matrimonio, nel senso della
procreazione. I manichei pensavano, infatti, che era male continuare la
propagazione della razza umana, perché ciò significava un continuo
imprigionamento della Luce nella materia. Gli “Uditori” erano invece
tenuti al rispetto dei dieci Comandamenti di Mani, che condannavano
l’idolatria, la menzogna, l’avarizia, l’uccisione, la
fornicazione, il furto, l’inganno, la magia, l’ipocrisia e
l’indifferenza religiosa. Inoltre essi dovevano badare al mantenimento
dei Perfetti, pregare quattro volte al giorno e digiunare in giorni ben
precisi. Potevano, comunque, sperare nella metempsicosi, la
trasmigrazione delle anime, per rinascere “Perfetti”. Gli unici
sacramenti previsti erano il battesimo e il ‘consolamentum’, o
consolazione, una specie di imposizione delle mani. Nonostante le
violente persecuzioni degli imperatori persiani e romani, il Manicheismo
si diffuse in vaste parti del mondo: ad est della Persia diversi popoli
della Cina occidentale (la regione dello Xinjiang dove si ritiene che la
setta sia sopravvissuta fino al XVII secolo), India e Tibet si
convertirono: addirittura gli Uigùri, tribù del Turkestan, adottarono,
nel 763, il Manicheismo come religione di stato fino al XV secolo. Ad
ovest e sud della Persia, il Manicheismo si diffuse in Siria, Egitto e
Nord Africa, dove l’esponente più famoso fu Fausto di Milevi, ma
soprattutto dove Sant’Agostino (353-430) aderì alla setta per ben
nove anni prima di convertirsi al Cristianesimo e combattere
successivamente, in maniera feroce, la sua antica religione; la
religione di Mani giunse peraltro fino a Roma, alla Gallia e alla
Spagna. La punta massima della diffusione del Manicheismo avvenne verso
la fine del IV secolo; in seguito la setta iniziò a declinare
lentamente anche sotto l’attacco sistematico del Cristianesimo ad
ovest e dell’Islamismo a sud ed est. Come già detto, si mantenne per
lungo tempo solo in alcune zone dell’Asia centrale. Tuttavia, sebbene
non sia ancora stata dimostrata la connessione, il Manicheismo
indubbiamente influenzò tutta una serie di eresie dualiste dei secoli
successivi, come i Pauliciani, i Bogomili e i Catari. Questi ultimi,
infatti, nel Medioevo venivano chiamati “Manichei” dai Cattolici.
Assieme al mandeismo, il manicheismo, tenuto conto anche della sua
grande diffusione, aiuta a chiarire il concetto che lo gnosticismo non
fu un’eresia cristiana, ma un atteggiamento ben determinato e di vaste
proporzioni sia temporali che geografiche, fondato sul concetto di
rivelazione, i cui esiti sono stati differenti a seconda delle
tradizioni, dei culti religiosi e degli ambienti culturali attraverso i
quali tale atteggiamento si è mosso nel corso dei secoli.
PAULICIANESIMO
Il paulicianesimo fu una setta dualistica, la cui fondazione è
tradizionalmente attribuita a Costantino di Manamali nel 655. Si diffuse
nell’Impero Bizantino tra il VII ed il IX secolo d.C. Durante il regno
di Giovanni I Zimisce (968-975), nel 970, i pauliciani vennero deportati
in massa nella Tracia, come forza d’urto contro le invasioni dei
Bulgari. All’imperatore Alessio I Comneno (1081-1118), fondatore
dell’omonima dinastia, venne attribuito il merito di aver convertito
gli ultimi adepti. Tuttavia, le deportazioni ebbero un effetto non
previsto dagli imperatori bizantini: infatti la diffusione delle
dottrine pauliciane nella penisola balcanica contribuì allo sviluppo di
altri gruppi di eretici dualisti come i bogomili e successivamente i
catari. Come comunità isolate, il paulicianesimo sopravvisse in
Armenia, fino all’invasione di questo paese da parte della Russia nel
1828. La dottrina pauliciana è poco conosciuta, poiché gli adepti
evitavano di divulgarla ai non iniziati e sovente si conformavano
esteriormente ai culti e ai dettami della Chiesa Cattolica, dalla quale
in realtà differivano non poco. Il paulicianesimo derivava
probabilmente dalla fusione sincretica di diverse dottrine eretiche, che
erano state popolari in Asia Minore nei secoli precedenti, come lo
gnosticismo, il marcionismo, il messalianismo e il manicheismo, mentre
sembra del tutto accertata l’estraneità agli insegnamenti adozionisti
di Paolo di Samosata. Dalle dottrine di Marcione i pauliciani negarono
l’importanza del Vecchio Testamento e adottarono il concetto dualista
e gnostico di due Dei, il Dio malvagio del Vecchio Testamento, creatore
del mondo e della materia, e il Dio buono del Nuovo Testamento, creatore
dello spirito e dell’anima, l’unico degno di adorazione. I
pauliciani, quindi, utilizzavano come testi sacri solo il Nuovo
Testamento, con particolare attenzione alle lettere di San Paolo ed al
Vangelo di San Luca, mentre venivano invece respinte le lettere di San
Pietro. Come altre sette gnostiche, ad esempio i manichei, anche i
pauliciani erano divisi in pochi “Perfetti”, celibi, astemi e
vegetariani, e molti “Uditori” o catecumeni. Oltretutto essi erano
anche non violenti e quindi costò loro molta fatica il dovere prendere
le armi per difendersi contro gli attacchi delle truppe bizantine. Come
i messaliani, essi consideravano inutili la mediazione della Chiesa e i
sacramenti (però qualche volta si facevano battezzare), come forme
esteriori della Chiesa, della quale combatterono anche il culto delle
immagini, diventando iconoclasti, cosa che permise loro una relativa
tranquillità nel periodo degli imperatori della dinastia isaurica,
persecutori proprio delle immagini sacre. Rispetto all’Incarnazione di
Cristo, i pauliciani la rifiutavano, seguendo l’eresia del Docetismo,
poiché credevano che il corpo di Cristo fosse del tutto immateriale,
essendo Egli un angelo.
BOGOMILISMO
Il bogomilismo, la più importante eresia della fine del I millennio,
nacque verso il 930 in Bulgaria. Esso derivò da influenze dualiste,
portate nel IX secolo dai missionari pauliciani armeni stanziati su
ordine dell’imperatore bizantino Costantino V Copronimo (718-775), a
partire dal 754, nella zona cuscinetto della Tracia, tra l’impero
bizantino ed il territorio dei bulgari. Ai pauliciani probabilmente si
unirono i manichei, sempre più perseguitati dai bizantini: essi, per
sopravvivere, si erano portati oltre i confini dell’impero: verso il
Turkestan e la Cina ad est, e verso la penisola balcanica ad ovest.
Questa influenza manichea fece sì che nel Medioevo i bogomili ed i
successivi Catari venissero genericamente denominati, per l’appunto,
“manichei” dai loro oppositori. Tradizionalmente si fa risalire la
fondazione del movimento ad un prete, o pope, di nome Bogomil, la cui
etimologia è la stessa del nome greco Teofilo, cioè “amato da Dio”
. Di lui si fa menzione in alcuni documenti, tra cui un lavoro del
vescovo Cosma, risalenti al regno di Pietro, zar dei Bulgari (927-969).
E persino quest’ultimo monarca lasciò una personale testimonianza
scritta sul nascente movimento in due sue lettere indirizzate, intorno
al 940, al Patriarca di Costantinopoli, Teofilatto, con relativa
risposta del prelato, il quale definì il bogomilismo come un’eresia
neomanichea. Nel 1014, la Bulgaria occidentale fu invasa dalle truppe
bizantine dell’imperatore Basilio II Bulgaroctono (976-1025): in tal
modo il bogomilismo poté cominciare a diffondersi anche all’interno
dell’impero, particolarmente durante il regno di Manuele I Comneno
(1143-1180), tant’è che anche lo stesso Patriarca di Costantinopoli,
Cosma Attico, fu destituito nel 1147, a causa di ‘pericolose’
amicizie nell’ambiente bogomilo. In questo periodo iniziarono, da
parte dei bizantini, le persecuzioni, fino al 1204, quando gli effetti
devastanti sullo stato bizantino provocati dalla IV Crociata permisero
un allentamento della repressione dei bogomili. Ci fu, nel frattempo,
una vasta diffusione del bogomilismo nel II° Regno Bulgaro, resosi
indipendente nel 1185. Qui, nonostante che lo zar Boris (1207-1218)
avesse convocato un concilio a Tarnovo nel 1211 per condannare il
bogomilismo, il successivo zar, Ivan Asen II (1218-1241) trattò con
tolleranza il movimento. Nel frattempo, la Chiesa bogomila si era scissa
in cinque chiese locali, denominate Chiesa di Bulgaria, Chiesa di
Romania, Chiesa di Melinguia (in Macedonia), Chiesa di Dalmazia (tutte
dualiste moderate) e Chiesa di Dragovitza (in Bosnia), l’unica che
propagandava un dualismo più radicale. In Bosnia il bogomilismo toccò
il massimo livello di diffusione e fu persino accettato come religione
di stato sotto il ban Kulin (1180-1214). I Cattolici della zona, facendo
base nei possedimenti veneziani in Dalmazia, tentarono addirittura una
crociata per abbattere lo stato bogomilo della Bosnia, ma furono
respinti. Non altrettanta fortuna ebbero i bogomili in Serbia,
perseguitati dal principe Stefano Nemanja (1168-1196) oppure in
Ungheria, dove furono sterminati nel 1200 per ordine del re Imre
(1196-1204), su sollecitazione di Papa Innocenzo III (1198-1216). Ma,
come già detto, fu la Bosnia la nazione più favorevole per il
bogomilismo: era originario di Dragovitza quel vescovo, Niceta,
responsabile, secondo alcuni, addirittura dell’introduzione del
Catarismo in Italia settentrionale ed in Francia meridionale o, più
probabilmente, dell’evoluzione in senso radicale della stessa eresia
Catara. Infine, con l’invasione dei Turchi, rispettivamente nel 1396
della Bulgaria e nel 1463 della Bosnia, il bogomilismo si estinse come
setta nelle zone balcaniche e venne riassorbito dall’Islam. La
dottrina, stabilita da Bogomil, si basava su un concetto dualista
moderato: Dio aveva due figli, Cristo e Satanael. Quest’ultimo, il
figlio ribelle, veniva dai bogomili identificato con il Demiurgo e il
Dio dell’Antico Testamento, ed era pertanto responsabile della
creazione del mondo materiale e dei corpi degli uomini, all’interno
dei quali erano stati imprigionati gli angeli (un concetto simile a
certe dottrine gnostiche o marcioniste). Satanael aveva creato Adamo ed
Eva ed avuto relazioni sessuali con quest’ultima, generando Caino.
Successivamente, sotto forma di serpente, aveva fatto sì che Eva
tentasse Adamo per generare Abele, successivamente ucciso da Caino. Per
tutto ciò, Satanael era stato punito, ma non sconfitto, da Dio Padre.
La missione, quindi, di Cristo sulla terra era di sconfiggere
definitivamente Satanael e di liberare gli angeli intrappolati nei corpi
umani. Per fare ciò, Egli aveva preso, ma solo in apparenza, una natura
umana, pur rimanendo sempre puro spirito (un concetto docetista).
Cristo, per i bogomili morto sulla croce solo in apparenza, scese agli
inferi per sconfiggere definitivamente Satanael e togliere la desinenza
divina “el” dal suo nome, diventato Satana, ed infine risalì al
cielo dal Padre. Ovviamente il Male, rappresentato dalla materia, era il
nemico da combattere e quindi i bogomili più osservanti rifiutavano i
rapporti sessuali ed il matrimonio, erano vegetariani e non bevevano
vino. Inoltre, i bogomili odiavano la croce, simbolo dell’omicidio
apparente di Cristo ed erano iconoclasti verso tutte le immagini sacre.
Essi ritenevano inutili i sacramenti, eccetto il ‘Consolament’, il
battesimo spirituale, che poteva essere dato una sola volta nella vita,
e rifiutavano le festività ecclesiastiche e la maggior parte delle
preghiere, escluso il Padre Nostro, l’unico da loro accettato e
recitato ben otto volte al giorno. Come i manichei, e successivamente i
Catari, anche i bogomili avevano un’organizzazione sociale basata sui
“perfetti”, che seguivano con estrema coerenza i dogmi della setta
ed erano impegnati nella attività missionaria. I bogomili rinnegavano
tutto l’Antico Testamento e tutti gli studi di Patristica,
concentrandosi solo sul Nuovo Testamento (con particolare riferimento
all’Apocalisse), al quale ovviamente venne data un’interpretazione
allegorica di ispirazione docetista. Svilupparono, invece, una ricca
produzione apocrifa, di cui si possono citare la ‘Interrogatio
Iohannis’ (le domande di Giovanni evangelista), il Vangelo di Nicodemo
ed il suo derivato, il Legno della Croce, e la Visione di Isaia.
Soprattutto il primo testo venne considerato la base dottrinale della
setta, ma anche del Catarismo: venne portato dalla Bulgaria in Italia da
Nazario, vescovo Cataro di Concorezzo e divenne il ‘secretum’ (libro
segreto) degli albigesi.
I MOLTEPLICI ASPETTI DELLA RELIGIONE CATARA
Subito dopo il passaggio dell’anno 1000, la Chiesa di Roma era
fortemente impegnata in questioni temporali come l’elezione dei
vescovi e la gestione dei diritti feudali che esercitava in molti
territori e si impegnava più in questioni politiche che spirituali. A
causa di ciò, sorse in tutta Europa una serie di movimenti ereticali
che criticavano aspramente la Chiesa Cattolica, giungendo addirittura a
proteste di carattere estremistico ed eversivo; tali proteste avevano
per tema fondamentale la corruzione della Chiesa e del suo clero
feudale, ricco e potente, che si era del tutto discostato dagli
insegnamenti spirituali del Vangelo. Questi primi movimenti, sorti
all’inizio dell’XI secolo nella Champagne e giunti attraverso Tolosa
(1017) e Orleans (1022) fino a Monforte, in Piemonte (1034), erano
peraltro caratterizzati da una sostanziale assenza di proposte
filosofiche e teologiche, assenza dettata dalla generale scarsa cultura
di coloro che professavano tali eresie (le cronache francesi dell’XI
secolo li definiscono “uomini rustici, idioti e spregevoli”). Solo
nel 1143, nella Renania, si hanno le prime avvisaglie di quella che
sarebbe passata alla storia col nome di “eresia Catara”: in
quell’anno Evervino di Steinfeld scrisse a Bernardo di Chiaravalle per
informarlo sulla presenza nella Renania, a Colonia, di eretici, anche
Il diavolo tenta Bernardo di Chiaravalle
donne, organizzati in uditori ed eletti, che accettavano solo il Padre Nostro come preghiera e si rifiutavano di frequentare le chiese e ricevere i sacramenti, eccetto una particolare forma di comunione. Gli eretici furono bruciati e Evervino si stupì che salissero serenamente, o addirittura con gioia, sul rogo. Di simili fatti narrò anche Ecberto di Schönau. Questo movimento ereticale, che fu di gran lunga il più importante nell’Europa medievale, differiva dai precedenti in quanto caratterizzato da un attento approfondimento filosofico e teologico, che consentì ai propri membri di discettare in più occasioni ad armi pari coi teologi Cattolici. Il movimento si diffuse principalmente in Linguadoca ed Occitania, divenendo caratteristica peculiare della cultura occitanica: poco tempo dopo i roghi di Colonia, lo stesso Bernardo accorse nella Francia meridionale, su invito del legato pontificio cardinale Alberico di Ostia, con lo scopo di intervenire contro le predicazioni di Enrico di Losanna a Tolosa, salvo poi rendersi conto dell’elevata diffusione del Catarismo nella zona. Ogni tentativo del Santo di convertire gli albigesi (come li chiamò dal nome della città di Albi) non ebbe successo e tre anni dopo, nel 1148, il concilio di Tours li condannò, stabilendo che, se scoperti, essi dovessero essere
Tours
imprigionati e i loro beni confiscati. Tuttavia queste disposizioni non parvero sortire particolare effetto, anzi proprio in Francia meridionale, nella Linguadoca e in Provenza, i Catari si consolidarono maggiormente. Questa regione, a ridosso dei Pirenei, nota anche come Occitania, era stata parte dell’ex regno dei Visigoti durante l’alto Medioevo, si era sviluppata come cuscinetto tra il regno dei Franchi a Nord e gli Arabi a sud ed era, dal punto di vista politico, linguistico, culturale e della tolleranza, profondamente diversa dal resto dell’odierna Francia. Gli occitani parlavano la lingua d’Oc, e non l’Oïl come nel resto della Francia, avevano sviluppato la lirica dei trovatori (alcuni dei quali furono Catari), tolleravano gli ebrei e i pensatori eterodossi cristiani. Il movimento Cataro ebbe peraltro un cardine importante anche nell’Italia del nord, ove si generarono i più interessanti e raffinati apporti filosofici all’eresia Catara. Nel 1165 a Lombez fu tenuto un pubblico contraddittorio tra teologi Cattolici e Catari che si risolse in un nulla di fatto. Fu in quel periodo che i Cattolici iniziarono a chiamarli Catari, sulla cui etimologia gli autori dell’epoca hanno concepito due teorie: più probabilmente dal greco ‘Kàtharoi’ cioè puri, o più folcloristicamente dal latino medioevale catus, gatto, un classico travestimento di Lucifero, al quale gli eretici, durante i loro riti (secondo i loro detrattori), baciavano le terga. Furono anche denominati pubblicani o pobliciani o populiciani, in collegamento ad un’altra eresia medioevale dualista, il paulicianesimo. Un ulteriore nome fu “bulgari”, dal paese originario della setta dei bogomili o “manichei” per un collegamento con l’eresia di Mani, o impropriamente “ariani” (o arriani) per una connessione con le tesi cristologiche di Ario. Dal mestiere abitualmente svolti da molti dei credenti furono anche chiamati tixerand, dall’antico francese per tessitori, mentre grande confusione fanno ancora alcuni autori, specialmente anglosassoni, che si ostinano a chiamarli patarini, confondendoli con il noto movimento riformista, e non certo dualista, della Pataria dell’XI secolo. È d’altronde certo che i Catari non usassero chiamarsi con questo termine, preferendo semplicemente chiamarsi “buoni Cristiani”, poiché ritenevano di essere i veri depositari della sapienza evangelica. Nel 1167 essi tennero il loro concilio a Saint-Félix de Caraman (o de Lauragais), vicino a Tolosa, al quale parteciparono il vescovo bogomilo Niceta (impropriamente definito il “papa Cataro”), e i vescovi della Chiesa di Francia, Robert d’Espernon e di Italia, Marco di Lombardia, oltre a Siccardo Cellarius di Albi e Bernardo Catalanus di Carcassonne, in rappresentanza delle altre chiese Catare francesi. La presenza di Niceta servì ad avallare la tesi che il bogomilismo di tipo assoluto, tipico della Chiesa di Dragovitza, in Bosnia, avesse influenzato in maniera decisiva la dottrina Catara, se non fin dall’inizio, almeno da questo momento in avanti. Inoltre, il movimento nella Francia meridionale fu ristrutturato in quattro chiese: Agen, Tolosa, Albi e Carcassonne. Il periodo tra il 1178 ed il 1194 vide il fallimento di diversi tentativi di avvicinamento tra Cattolici e Catari in Linguadoca, mentre nel 1194 divenne conte di Tolosa Raimondo VI (1194-1222), che era favorevole ai Catari e sul cui territorio
Raimondo VI chiede di essere riconciliato con la Chiesa
poterono svilupparsi indisturbate le diocesi Catare di Agen e Tolosa. Tuttavia anche quelle di Albi e Carcassonne non correvano particolari rischi, in quanto comunque in
Cattedrale di Albi
Fortificazioni a Carcassonne
territorio amico, essendo sotto il controllo del visconte Raymond-Roger Trencavel, nipote di Raimondo VI. La svolta si ebbe nel 1198 con la salita al trono pontificio di Papa Innocenzo III (1198-1216), ideatore di una vera e propria campagna contro i Catari. Dopo i ben miseri esiti della quarta crociata , Innocenzo III rivolse le sue attenzioni al pericolo rappresentato dai movimenti ereticali, combattendoli dapprima con la predicazione e con provvedimenti, specie nella Francia meridionale, quali esilii, confische, scomuniche e interdetti, per arrivare fino alla dichiarazione di incapacità civile con la conseguente interdizione dai pubblici uffici, dai diritti di successione e dalla facoltà di testimoniare. Innocenzo III inviò in Provenza famosi predicatori come Domenico di Guzman e Diego d’Azevedo, vescovo di Osma, per cercare di convertire i Catari; ma i dibattiti pubblici, come già precedentemente quelli del 1165, non approdarono ad alcun risultato, anzi i
Domenico di Guzman
teologi Catari, come Guilhabert de Castres, ne uscirono a testa alta. La predicazione non spense dunque i focolai Catari nel mezzogiorno francese: lo stesso Innocenzo III scriveva come si contassero in quei luoghi più discepoli di Mani che di Cristo, più di Simon Mago che di Simon Pietro. Vedendo che nemmeno la predicazione di s. Domenico di Guzman riusciva a riportare i Catari sui loro passi, nel 1209 Innocenzo III si risolse a ricorrere alla
Innocenzo III
crociata contro gli albigesi, prendendo come pretesto l’assassinio (in realtà a sfondo politico e non certo dottrinale), a Saint-Gilles nel 1208, del legato pontificio e monaco cistercense Pietro di Castelnau, al quale forse non era estraneo lo stesso Raimondo VI, scomunicato dal legato stesso nel 1207. La crociata riscosse il consenso prima della piccola nobiltà, poi anche della corona francese (Luigi VIII), e, oltre ai motivi economici e politici che la caratterizzavano, tale crociata fu anche una vera e propria guerra alla cultura occitanica. In tali circostanze si creò il tribunale dell’Inquisizione per avversare l’eresia. Il 22 luglio 1209 la prima città ad essere posta sotto assedio, Béziers, fu espugnata dai crociati, e il legato pontificio Arnaud Amaury, abate di Citeaux, interrogato su come si potesse distinguere gli abitanti Cattolici da quelli Catari, pronunciò la famigerata e tremenda frase: “Uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere i suoi”. Furono massacrate 20.000 persone e Amaury ricevette le congratulazioni dal Papa in persona. Stessa sorte toccò a Carcassonne, dove fu imprigionato e morì in carcere il visconte Raymond-Roger di Trencavel. Dal 1210 i crociati, con a capo Simon IV de Montfort, conquistarono una impressionante serie di città o cittadine Catare. Ogni signore locale di queste città lottò per la sua sopravvivenza, anche se questa significava passare per ‘faydit’, colui che era eretico o proteggeva gli eretici ed i suoi terreni venivano dati in ricompensa ai crociati. Nel 1212 intervenne nella crociata, prendendo le difese dei tolosani, anche il re d’Aragona, Pietro I (1177-1213), cognato di Raimondo, poiché molte delle terre in questione almeno formalmente facevano parte del suo regno. Fra gli Aragonesi ed i crociati la lite degenerò in guerra, ma all’assalto di Muret, con i crociati nel ruolo di assediati, Pietro fu ucciso. Il boccone più difficile per i crociati si rivelò l’assedio della capitale Tolosa del 1217-1218, dove Simon de Montfort venne ucciso da
Simon de Montfort assedia Toulouse
una pietra lanciata da una donna. Prese allora il comando della crociata l’inetto figlio di Simon, Amaury VI de Montfort, con scarso successo. La situazione politica comunque stava già cambiando tutta a favore del re di Francia, sia nel 1215, quando il futuro re di Francia Luigi VIII il Leone (1223-1226) era intervenuto personalmente nelle operazioni militari, che nel 1224 quando lo stesso, diventato sovrano, obbligò Amaury di fare dono di tutte le terre conquistate alla corona di Francia. Oltretutto l’incapacità di Amaury permise ai Catari ed ai conti di Tolosa di serrare le fila, prima della parte finale della guerra voluta da Papa Onorio III (1216-1227) e condotta da Luigi VIII in persona, e, per questo,
Onorio III
denominata Crociata reale (1226-1228). Alla fine nel 1229, Raimondo VII di Tolosa (1222-1249) spossato da una guerra che aveva totalmente stravolto il Midi, accettò una pace, mediata da Bianca di Castiglia, madre del nuovo re minorenne Luigi IX
(1226-1270), ratificata con il trattato di Meaux. Raimondo conservò parte delle sue terre, cedendo il resto alla Francia, dovette dichiarare la sua fedeltà al re, ma soprattutto negare ogni appoggio ai ‘boni homini’. Le ricche terre della Provenza furono devastate e saccheggiate e la regione fu duramente segnata da tale conflitto tanto da perdere anche la propria autonomia politica, venendo assorbita nell’orbita capetingia, e intellettuale, assistendo al tramonto della cultura occitanica. Tale crociata non fu peraltro un episodio limitato nel tempo: nel 1223 papa Gregorio IX (1227-1241) invocò nuovamente la crociata
contro l’eresia Catara. Insieme alla crociata, si diffusero nel territorio provenzale gli inquisitori domenicani e francescani, la cui attività era stata ufficializzata nel 1233 da Gregorio IX come ‘Inquisitio heretice pravitatis’. Gli inquisitori, odiati dalla popolazione locale, imperversarono sul territorio per circa 100 anni (1233-1325), in realtà facendo
Rogo di catari
uccidere meno persone di quanto si è portati a credere , ma utilizzando metodi di tortura e
Domenicani alla tortura
pressione psicologica di una sottile efferatezza. L’odio per gli inquisitori si concretizzò ad Avignonnet nel 1242, dove due di essi, Arnauad Guilhelm de Montpellier e Étienne de Narbonne, e il loro seguito furono massacrati. Questo fu il pretesto per scatenare un ultimo colpo di grazia ai Catari asserragliati nella fortezza di Montségur, il cui assedio nel 1243-1244 fu l’atto finale della guerra contro i Catari. Montségur era infatti diventata, dal 1232, l’ultimo baluardo della resistenza Catara, voluta da Guilhabert de Castres.
Montsegur
Nel maggio del 1243 la fortezza, difesa da Raimond de Péreille e dal perfetto Bernard Marty, fu posta sotto assedio da parte delle truppe del siniscalco di Carcassonne, Hugues de Arcis, ma solo nel marzo del 1244 gli assedianti espugnarono la roccaforte. Il tragico epilogo di tale assedio fu la distruzione della rocca di Montségur e l’immediato rogo dei 225 Catari che vi si erano asserragliati. L’Italia settentrionale e centrale, assieme alla Francia meridionale, fu l’area geografica dove si sviluppò maggiormente il Catarismo: secondo l’ex Cataro Raniero Sacconi, erano circa 2.500 alla metà del XIII secolo, anche se questo dato si riferiva solo ai cosiddetti “perfetti”. Si suppone quindi che il movimento, includendo credenti e simpatizzanti, fosse molto diffuso. Il primo vescovo di tutti i Catari italiani fu, come si è detto, Marco di Lombardia e il suo successore fu Giovanni Giudeo, ma in seguito il movimento si frazionò in sei chiese locali: la Chiesa di Desenzano (sul Lago di Garda), l’unica che praticava un dualismo di tipo assoluto e i cui adepti si chiamavano albanensi, dal nome del primo vescovo Albano; altri vescovi degni di nota furono Belesinanza e soprattutto il massimo teologo Cataro Giovanni di Lugio; la Chiesa di Concorezzo, vicino a Monza, fu la maggiore in Italia e i cui membri si chiamavano garattisti, dal nome del loro primo vescovo Garatto. Seguirono Nazario e Desiderio, ma con l’abiura dell’ultimo vescovo, Daniele da Giussano, la Chiesa si estinse. Vi furono inoltre la Chiesa di Bagnolo San Vito (vicino a Mantova), i cui fedeli venivano chiamati bagnolensi o coloianni, dal nome in greco del loro primo vescovo Giovanni il Bello, e che si estinse con l’abiura degli ultimi due vescovi, Albertino e Lorenzo da Brescia; la Chiesa di Vicenza o della Marca di Treviso, fondata dal primo vescovo, Nicola da Vicenza, seguito da Pietro Gallo, noto per la confutazione delle sue dottrine da parte di S. Pietro Martire da Verona, che, secondo una leggenda, fu un Cataro pentito, diventato poi un inquisitore domenicano; la Chiesa di Firenze, fondata da Pietro (Lombardo) di Firenze e di cui si ricorda il famoso condottiero ghibellino Farinata degli Uberti, cantato nell’Inferno di Dante; la Chiesa di Spoleto e Orvieto, fondata da Girardo di San Marzano e proseguita da due donne, Milita di Marte Meato e Giuditta di Firenze: tale Chiesa si estinse con l’abiura dell’ultimo vescovo, Geremia. Le ultime cinque chiese praticavano un dualismo di tipo moderato, di origine bulgara (Concorezzo) o dalla Sclavonia (le altre quattro). Il Catarismo in Italia seguì un destino diverso rispetto alle chiese sorelle in Francia, e ciò era dovuto all’appoggio che spesso le fazioni ghibelline, in chiave antipapale, accordavano loro. Il tutto perdurò fino alla battaglia di Benevento del 1266, quando la sconfitta del partito ghibellino e l’affermarsi di quello guelfo degli Angioini fece mancare i potenti appoggi goduti dai Catari fino a quel momento. Iniziò il declino ed anche in Italia venne il momento della resa dei conti finale: una “Montségur” italiana avvenne nel 1276 con l’espugnazione della rocca di Sirmione, dove si erano asserragliati i vescovi delle chiese di Desenzano e Bagnolo San Vito e numerosi perfetti italiani e occitani. Tutti furono arrestati e portati a Verona, dove 174 perfetti furono bruciati sul rogo nel 1278. Infine, verso la fine del XIII secolo, si ebbe in Francia un nuovo rifiorire delle dottrine Catare, portate dai fratelli Guglielmo e Pietro Authier, da Amelio de Perles e da Pradas Tavernier, che si erano formati presso i Catari lombardi ed erano quindi tornati per predicare in Francia: Pietro fu catturato e bruciato nel 1310 per ordine del famoso inquisitore Bernardo Gui. L’ultimo Cataro ufficialmente riconosciuto fu Guglielmo Belibasta, tradito dal Cataro rinnegato Arnaldo Sicre e bruciato nel 1321 per ordine dell’inquisitore Jacques Fournier, che sarebbe poi diventato Papa Benedetto XII (1334-1342). A partire da quella data il Catarismo cessò di esistere, almeno
Benedetto XII
esteriormente,
mentre probabilmente proseguì in forma segreta e limitata a pochi
adepti. La sistematica distruzione di tutto il materiale eretico da
parte della Chiesa Cattolica ha lasciato molte zone oscure sulla vicenda
Catara: tali incognite hanno nel corso del tempo stimolato la sete di
ricerca non solo degli storici, ma anche di molti movimenti esoterici,
specie per quel che riguarda l’insieme di leggende che legano il Santo
Graal all’eresia Catara e quelle riguardanti il tesoro della Chiesa
Catara perduto dopo la presa di Montségur. Le scuole ufficiali hanno
contribuito poco ad acclarare la verità fattuale: già nel Medioevo le
scuole teologiche e filosofiche non fanno incredibilmente alcun accenno
al Catarismo ed ai problemi scottanti da esso posti, e anche oggi nei
libri di filosofia medievale l’eresia Catara trova un posto alquanto
marginale; tutto ciò, comparato con la effettiva ingente rilevanza
storica che ebbe il fenomeno Cataro nell’Europa medievale, sottolinea
ancor di più come il Catarismo sia stato un movimento del tutto
singolare che, risultato scomodo a troppe autorità, ha subito una
feroce rappresaglia seguita da una vera e propria ‘damnatio
memoriae’ che ancor oggi fatichiamo non poco a superare. Inoltre, la
maggior parte degli studi, generati dal grande interesse suscitato dal
Catarismo a partire dal XX secolo, si è incentrata sull’analisi delle
caratteristiche storiche della vicenda Albigese, lasciando come
marginale, salvo rari casi, un’analisi prettamente filosofica e
teologica dell’eresia Catara.
Dottrinalmente i Catari erano dei dualisti cristiani, che accettavano il
Nuovo Testamento, e in questo si distinsero dai manichei, con i quali
venivano spesso accomunati dai Cattolici. Essi credevano
nell’esistenza di due principi contrapposti, il Bene ed il Male,
impersonificati rispettivamente dal Dio santo e giusto, descritto nel
Nuovo Testamento, e dal Dio nemico o Satana. Come si è detto, il
Catarismo non era un movimento unitario, ma era diviso in due filoni
principali, quello assoluto e quello moderato. Per i dualisti assoluti,
i due Dei erano sempre esistiti in una eterna lotta ed avevano creato i
loro due mondi, quello dello spirito contrapposto a quello imperfetto
della materia, il mondo nel quale noi viviamo. Per i dualisti moderati,
Satana non era un dio, ma un angelo ribelle caduto, che aveva comunque
creato il mondo materiale. Alcuni degli angeli (circa un terzo), cioè
gli spiriti, furono lusingati ad unirsi a Satana, che li intrappolò
successivamente nei corpi umani, impedendo loro di ritornare dal Dio
giusto. L’anelito continuo, quindi, dello spirito, dalla sua dolorosa
prigionia nel corpo dell’uomo, era quello di poter tornare un giorno
da Dio Padre, cosa che i Catari cercavano di fare attraverso il
‘Consolament’ durante la loro vita, perché altrimenti sarebbero
stati costretti a subire una continua metempsicosi (passaggio dello
spirito da un corpo all’altro, anche animale), fino a potersi riunire
di nuovo con Dio. La figura di Cristo solo apparentemente coincideva con
la dottrina Cattolica. In realtà non era affatto così: i Catari
credevano che Cristo fosse un angelo di Dio, chiamato Giovanni, secondo
Belibasta, che era sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. Quindi
anche i Catari aderivano al concetto docetista della mera apparenza
della nascita, sofferenza e morte di Cristo sulla terra. Automaticamente
venivano a cadere due simboli cristiani, legati alla vita terrena di
Cristo: la croce, che i Catari negavano, se non odiavano, e la
transustanziazione, la trasformazione cioè, del pane e vino in corpo e
sangue di Cristo durante l’eucaristia, che i Catari respingevano con
orrore.
Per quel che riguarda le ritualità, i Catari rifiutarono la maggior
parte delle liturgie cristiane per utilizzare le proprie. La più
importante ritualità Catara era il Consolament, una forma di rito
complesso con imposizione delle mani, fatto ad adulti, che riuniva in sé
il valore dei sacramenti cristiani del battesimo, della comunione, della
ordinazione e della estrema unzione. Benché i Catari non aborrissero
del tutto il battesimo dell’acqua conferito ai neonati, consideravano
però fondamentale la piena coscienza del ricevente per attuare il
valore salvifico del sacramento. Ecco che allora il Consolament si
riceveva solo in età adulta, dopo almeno un anno di preparazione
spirituale ed ascetica, ed era comunque la conseguenza di un lungo
periodo di apprendimento, in cui al credente venivano insegnati i veri
principi della conoscenza, la vera natura divina dell’uomo, veniva
insomma messo a parte in modo approfondito di quello che si soleva
definire "Mysterium o Secretum". Il sacramento non era
pertanto destinato a tutti, ma solamente a coloro tra i credenti che
volessero diventare Buoni Cristiani, - Perfetti, secondo la terminologia
usata dagli inquisitori - ed in ciò era assimilabile ad una sorta di
ordinazione, regolata quindi da una ritualità ben precisa. Si trattava
infatti di una cerimonia collettiva, della Chiesa di Dio, alla presenza
di un pubblico di credenti. Gli officianti erano il decano o l’anziano
della comunità o, se possibile, un Vescovo. Quando in tempi di
clandestinità non fu più possibile radunare i fedeli in gran numero,
il rito poté essere officiato anche da un solo Perfetto. Dopo la
consegna al postulante del libro del Nuovo Testamento, che gli sarebbe
servito in futuro per predicare la parola di Dio, e dopo la recitazione
del "Pater", veniva pronunciata, in forme diverse seppur
simili, una formula di voti, una serie di impegni che il nuovo Perfetto
si prendeva: non uccidere, non rubare, ma anche promesse più
particolari, quali quella di vivere in castità, di non pronunciare
giuramento e di attenersi strettamente ad una dieta vegetariana. Dopo
tutto ciò il postulante, chiesto ed ottenuto perdono per tutti i suoi
peccati, riceveva finalmente l’imposizione delle mani e del libro sul
capo, con la recitazione da parte dei presenti di una vera e propria
formula finale: "Padre nostro, ricevi il tuo servitore nella tua
giustizia, ed invia la tua grazia ed il tuo Spirito Santo su di
lui". Molti credenti aspettavano di essere in fin di vita per
chiedere il ‘Consolament’ e preferivano a quel punto lasciarsi
morire per digiuno, per non rischiare di essere esposti alle possibilità
di peccato. Questa pratica si chiamò ‘endura’ e divenne popolare
nel periodo del tardo Catarismo, quando la scarsità di Perfetti poteva
rendere impossibile una seconda cerimonia di ‘Consolament’, se fosse
stata necessaria. Tra i riti praticati dai Catari vi era poi il ‘Melhorament’,
un’elaborata forma di saluto tra Catari; l’ ‘Aparelhament’ o ‘Service’,
una confessione pubblica dei propri peccati; la ‘Caretas’, un bacio
rituale di pace; la recita del Padre Nostro, unica preghiera accettata
dal Catarismo, benché con alcune significative correzioni del testo: il
riferimento al “pane soprasostanziale” al posto del “pane
quotidiano”, inteso non come cibo materiale ma come insegnamenti di
Cristo, e l’aggiunta in fondo alla preghiera della postilla “perché
Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.
I Perfetti avevano l’obbligo di recitarlo più volte al giorno,
solitamente in serie da sei (sezena), da otto (sembla) o sedici (dobla).
I Catari avevano inoltre molte norme che regolavano la loro esistenza.
Dal punto di vista alimentare, i Perfetti Catari erano vegetariani,
abolendo dalla loro dieta carne, uova, latte e derivati, ma curiosamente
non il pesce e i crostacei, e praticavano spessissimo il digiuno a pane
e acqua, nella Quaresima, nell’Avvento, dopo la Pentecoste e tre
giorni alla settimana o come penitenza per peccati di lieve entità. Non
potevano mentire ed erano inoltre casti, condannando il matrimonio e
l’unione sessuale, che portava alla procreazione, come atto tipico del
mondo materiale creato da Satana e che perpetrava continuamente la
catena delle reincarnazioni, proprio quello che i Catari cercavano di
spezzare. Infine essi erano tenuti al precetto di non uccidere, il che
li mise spesso in forte crisi quando si trattava di difendersi durante
le crociate e le successive campagne di persecuzioni
dell’Inquisizione. Questi precetti, tuttavia, non si applicarono ai
semplici fedeli e simpatizzanti, che poterono invece prendere le armi
per difendere la propria causa. Per quanto concerne l’organizzazione
sociale, il capo della comunità o della Chiesa assumeva il titolo di
vescovo, secondo i cronisti Cattolici dell’epoca, mentre il Perfetto
destinato a succedergli veniva denominato “figlio maggiore” e quello
destinato a succedere, a sua volta, “figlio minore”. Pare invece
improprio il titolo di “Papa” Cataro, attribuito a Niceta.
A parte il Nuovo Testamento, i Catari avevano prodotto una copiosa
letteratura, per la maggior parte andata distrutta durante le
persecuzioni. Nondimeno qualcosa è giunto fino a noi, come ad esempio
il "Liber de duobus principiis",
scritto da Giovanni di Lugio, vescovo della Chiesa di Desenzano e
maggiore teologo Cataro; la ‘Interrogatio Iohannis’, un apocrifo
bogomilo portato in Italia da Nazario, vescovo della Chiesa di
Concorezzo, che si ispirava alla Genesi e agli apocrifi della Bibbia. Un
altro apocrifo bogomilo che fu adottato dal Catarismo è la ‘Visione
di Isaia’, tradotto in provenzale da Pietro Authier. Sono
sopravvissute fino ai giorni nostro anche varie versioni dei rituali
Catari, sia quello utilizzato dai francesi, denominato occitano, che
quello usato dagli italiani, chiamato latino. Vi sono inoltre gli atti
del concilio di Saint Felix de Caraman, trascritti in un testo,
denominato Carta di Niceta, scritto tra il 1223 ed il 1226, di cui ci
sono giunte delle copie del XVII secolo.
Gli studi più recenti che hanno interessato il movimento Cataro sono
stati rivolti nella direzione di evidenziare affinità tra il Catarismo
radicale e l’Origenismo: è stato in effetti mostrato che elementi
condivisi tra questi due sistemi sono la preesistenza delle anime, da
cui consegue la metempsicosi, la corporeità degli angeli, la doppia
creazione e i mondi paralleli, uno dei quali opera del principio
positivo e l’altro opera del principio negativo; entrambi i sistemi
ritengono inoltre che il corpo di resurrezione dell’uomo sia diverso
rispetto al corpo posseduto in vita, e negano l’onnipotenza e il
libero arbitrio di Dio. A ogni modo, né Origene né i suoi eredi hanno
mai ammesso l’esistenza di un altro principio, diverso da Dio, che
abbia creato il mondo terreno; l’interpretazione manicheizzante
dell’Origenismo nell’ambito del Catarismo radicale sembra dunque
essere una proposta assolutamente nuova ed originale. Resta da definire
l’origine di tale dualismo; in merito a ciò è stata avanzata
l’ipotesi che il dualismo sia frutto di un’elaborazione autonoma, da
parte dei Catari, degli scritti Agostiniani al riguardo.
Il Catarismo, per la sua vastità e per l’impatto che ebbe
sull’Europa medievale, non può essere costretto dalla denominazione
riduttiva di ‘eresia cristiana’. Infatti i Catari non volevano
affatto riformare la Chiesa Cattolica, né con essa volevano avere
qualcosa a che fare: essi ritenevano invero che la Chiesa Cattolica non
fosse la Chiesa originaria descritta dai testi neotestamentari, né di
questa l’erede legittima, né che ne possedesse la natura. A questa
conclusione i Catari giungevano partendo da una critica dei costumi nei
confronti della Chiesa dell’epoca, sempre più coinvolta negli
intrighi politici e sempre meno interessata all’aspetto che le avrebbe
dovuto competere, la fede; con una logica stringente, molto più
stringente di tutti i compromessi cui un qualunque cristiano doveva
adeguarsi, i Catari rifiutavano qualunque cosa provenisse dalla Chiesa
stessa, come le gerarchie ecclesiastiche o i sacramenti. L’influenza
della Chiesa ufficiale sulla vita politica del periodo è pressoché
inimmaginabile al giorno d’oggi; la Chiesa ed il suo ordinamento
erano, sotto certi aspetti, la società stessa: quindi delegittimare
l’ordinamento religioso significava attentare all’ordinamento
sociale. Tale delegittimazione, oltre che da motivazioni di carattere
pratico, trovava nei Catari anche giustificazioni di carattere religioso
che erano legate principalmente al modo tipico in cui erano interpretati
il Nuovo Testamento (unica sacra scrittura unanimemente accettata dai
tutti i Catari) che per certi versi capovolgeva il punto di vista dai
cristiani Cattolici. Il Catarismo fu dunque una religione alternativa al
cristianesimo Cattolico, da esso non derivava né con esso intendeva
aver niente in comune: e data l’importanza del consenso che il
Catarismo riscosse e la potenzialità deflagrante delle tesi religiose,
morali e sociali che sosteneva, si comprende come la Chiesa Cattolica,
reduce dal grave smacco dello scisma d’Oriente del 1054, temesse la
formazione di una Chiesa del tutto alternativa anche nell’Europa
occidentale. La Chiesa Catara, catalizzando in sé tutti i movimenti di
protesta contro la dissolutezza delle gerarchie ecclesiastiche, aveva
avuto un successo e una diffusione assolutamente straordinaria in Italia
e soprattutto in Occitania, e non voleva scendere a nessun compromesso
con il cristianesimo Cattolico: essa rappresentava pertanto un pericolo
reale ed imminente per il mantenimento dello status quo politico e
sociale nell’Europa occidentale; la prova di questo fatto è lampante
se si considera l’entità dello sforzo profuso da Roma insieme alle
potenze temporali Cattoliche nel compito di cancellare quella che, anche
se definita spregiativamente eresia, fu in realtà una vera e propria
Chiesa pericolosamente concorrente ed alternativa.
(a cura di Tommaso Peruzzi)
http://www.ateismodigiannigrana.it/riformatorieeresiepopolarilerivolte.htm
Ascesi,
riforme e eresie di popolo: le rivolte “pauperistiche”, dai catari e valdesi
e patarini
alla
strage degli albigesi
Ernst Troeltsch ha bene riassunto in una sola frase “l’importanza dell’ascesi nel sistema della vita medioevale”: “La civiltà internazionale ecclesiastica fu sospinta da una nuova marea di ascetismo, e di questa ascesi assunse la direzione la Chiesa teocratica universale” (Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, 1923, vol. I, tr. it.; La Nuova Italia, 2°, 1949, p.295). Il giudi-zio di Troeltsch era giustamente netto, nella svalutazione dell’ascetismo cattolico, specialmente nel Medioevo: “L’ascesi non può essere stata il vero ideale di perfezione, né quindi l’essenza e il principio del cattolicesimo medioevale, di fronte al quale tutto il resto non fosse che compromesso contrario al principio” (pp.297-98). Infatti è assai difficile intendere la contraddizione storica fondamentale, per cui “precisamente dagli Ordini religiosi e dalle loro iniziative si siano svolte le coltivazioni delle terre e la signoria terriera, l’arte, la scienza” (p.297), nei corti limiti noti. In effetto “l’ascesi è sempre rimasta soltanto un motivo accanto ad altri, mai è diventata espressione sistematicamente motivata della morale cristiana” (p.299).
Era il contraddittorio ascetismo rovesciato nel mondo, che caratterizza il monachesimo occidentale, rispetto a quelli orientali: Troeltsch lo chiamava “re-lativistico”, per non dire molto molto relativo, d’interessi mondani molto molto “ecclesiastici”, senon espressamente a servizio della teocrazia pontificia, come il “predicatore” Domenico e i suoi domenicani ecc. Basti rammentare l’ascetismo di personaggi eminentissimi come i tutti santi Girolamo, Agostino, Gregorio il Magno e poi Bernardo il sommo. Non è strano invece che nell’ultima Storia del cristianesimo collettanea italiana, diretta da Filora-mo e Menozzi, in un Medioevo (1997) trattato sinteticamente in tre soli capitoli, nel terzo affidato a G.G.Merlo “Il ‘nuovo’ monachesimo” sia immotivatamente minimizzato in poche pagine. In cui all’insegna di “Consolida-menti istituzionali e sperimentazioni religiose”, Bernardo risulta addirittura esplosivo, vero gigante del secolo XII, a servizio della sua chiesa.
“Il monachesimo, che è fuga dal mondo, va alla conquista del mondo per ricordare agli uomini la precarietà dei fallaci beni del ‘secolo’, in contrasto con la stabilità, la certezza dei beni che il Cristo promette a chi decide di seguirlo” (p.235), povero Cristo. Così Bernardo, quest’uomo spaventoso, che “sem-bra coltivare il sogno di trasformare il mondo in un chiostro”, sarebbe stato una “forza trainante del moto di conquista, con il suo vigore, con la sua intransigenza (…) E con una consapevolezza di fondo: la chiesa una, santa, cattolica e apostolica, con vertice nel papa, è l’unico potere in grado di salvare il mondo” (ivi).
Ma la realtà della potenza economico-politica monastica attraversa – come già si è visto – tutto il Medioevo, perdurando nei secoli ulteriori. Quelli che si moltiplicarono e s’imposero nei secoli dopo il mille, come nuovi organismi ecclesiastici furono i grandi “Ordini”, a cominciare da quello cluniacense, che derivava dai benedettini, ma che “è sempre stato un cenacolo nobiliare, in cui s’incontravano le aristocrazie più antiche e più recenti” (G.M.Cantarella, I monaci di Cluny, Einaudi 1997, p.201). Esso potè esprimere un papa, quel-l’Urbano II, veemente predicatore e promotore della prima crociata. L’Ordine di Bernardo, quello sempre benedettino dei cistercensi, nemico e ipercritico nei confronti della potenza e della ricchezza dei cluniacensi, presto ne divenne competitivo in Francia e fuori, pure con modalità diverse di gestione. Merlo che sembra prediligerlo scrive che essi “scelgono la gestione diretta dei propri beni fondiari: ne consegue la formazione di aziende agrarie compatte e coerenti, le cosiddette grange, dall’elevata redditività”. Così anche loro “diventano una poten-za di questo mondo, suscitando reazioni critiche assai pungenti” (p.236).
Da
parte sua R.Morghen, già allievo di Buonaiuti, occupandosi delle “origini”
dei movimenti “ereticali”, si era opposto già dal 1945, in un ampio studio
su “L’eresia del Medioevo”, riproposto poi come spesso capitolo del suo Medioevo
cristiano (Laterza 1958), alla abituale generica derivazione di questi moti
socio-religiosi dalle lontane “eresie” dualistiche manichee e gnostiche,
pure nei loro prolungamenti euro-pei (bogomili, pauliciani ecc.). Morghen, credo
con relativo fondamento per quanto è possibile, ne caratterizzava le origini
autonomamente, riconducendole al “vasto movimento per la riforma della Chiesa
piuttosto che al sorgere di un’antica gnosi”. E riteneva che ciò fosse
testimoniato “dal valore addirittura centrale attribuito da tutte le sètte al
problema ecclesiastico e dalla fiera e costante opposizione di tutti gli
eretici, dell’XI secolo come dei secoli successivi, alla Chiesa Romana,
raffigurata concordemente nella meretrice dell’Apocalissi, nella Babilonia
della prima lettera di Pietro, nella ‘Ecclesia malignantium’ o nella
‘Ecclesia diaboli’, adulteratrice della pura tradizione dell’Evangelo, in
contrapposizione all’‘Ecclesia Dei’, unica continuatrice legittima della
tradizione apostolica della Chiesa primitiva, attraverso il penoso tirocinio
della persecuzione, della povertà, della sofferenza” (p.275).
Ma
sia Morghen che Dupré Theseider, come in genere tutti gli studiosi perlopiù
cattolici di questi moti “ereticali”, ne trascurano gli essenziali
fondamenti socio-economici, che già Volpe aveva esemplarmente evidenziato nel
suo studio su Movimenti religiosi e sette
ereticali nella società medievale italiana (Vallecchi 2^ 1926; n.ed. 1961,
1972), e che A.De Stefano aveva segnalato con vigore, a conclusione del suo
libro Riformatori ed eretici del Medioevo
(Ciuni 1938), dopo avere esaminato sinteticamente gli “aspetti sociali dei
moti ereticali”. Scriveva De Stefano, nettamente ma giustamente, in linea
generale: “L’eresia ci appare come l’aspetto religioso dell’immenso
problema economico, politico e sociale che agitò gli ultimi secoli del medio
evo”; “I precetti di Gesù e gli esempi degli Apostoli servivano
all’eretico per corroborare le sue rivendicazioni sociali”. L’eretico
quindi nella tipologia realistica di De Stefano, sicuramente fondata
sull’evidenza storica della società medioevale, anche se da circostanziare in
una quantità di dati ancora in attesa di indagine, raccoglieva insieme le
connotazioni “del rivoluzionario mistico, del carbonaro, del-l’anarchico
anche”. In questo senso “era un apostolo” ma “anche un apostolo dei
nuovi bisogni sociali, e perciò sotto il velame delle proteste evangeliche si
nasconde il contenuto delle rivendicazioni economiche e politiche
dell’epoca”, non altrimenti esprimibili. Così infine, “per la loro opera
di emancipazione religiosa e di emancipazione sociale”, i moti socio-religiosi
medievali “ci appaiono come uno dei fattori più importanti della civiltà
moderna” (pp.381ss.). Può pure esservi qualche esagerazione, come hanno
notato Morghen e Dupré Theseider, che rivendicano l’univocità religiosa, ma
solo qualche eccesso di qualificazione verbale, non certo di valori sostanziali,
fondati sulla realtà sociale quantomai iniqua della “società cristiana”
medioevale.
Morghen
promosse anche convegni e tavole rotonde per la discussione sul problema delle
“origini”, riscotendo opposizioni e assensi (v. al riguardo G.Gonnet, Le
eresie e i movimenti popolari nel Basso Medioevo, G.D’Anna 1976,
pp.25ss.). Ma al solito, sostenuti da cattolici e spesso da ecclesiastici,
questi dibattiti appaiono interni a un’impostazione presupposta, che
configurava allora e configura oggi tali diffusissime agitazioni e rivolte
popolari europee unicamente mosse da inquietudini religiose, all’interno e per
la riforma della Chiesa, e perfino – come R.Manselli ieri e ancora oggi,
retoricamente – da una “irrequieta e insaziata sete del divino” (L’eresia
del male, Morano 1963). Se ne trova una rivendicazione preliminare anche nel
capitolo su “Le eresie medievali”, introdotto e curato da padre Ilarino da
Milano (nella Grande Antologia Filosofica
edita da Marzorati, vol.IV), che esordisce col subtitolo “Le eresie come
fenomeno essenzialmente religioso” (pp.598). La generale tendenza clericale e
para-ecclesiastica è insomma quella di valorizzare, pure enfaticamente, questi
maremoti di base sparsi in tutta Europa, come espressione di mirabile religiosità
popolare, una specie di generale risveglio mistico per la vita ascetica, insorto
e serpeggiante per contagio tra le plebi affamate dell’Europa cristiana,
riscattate all’ascesi dalla fame secolare.
Grundmann
giudica “pregnanti e acute frasi” quelle di destituzione anti-eretica del
milite africano, che pure confermava la necessità che esistano le eresie, come
per fare risaltare la bellezza dell’ortodossia! D’altra parte – continua
Grundmann – tutti gli eretici medioevali volevano essere “buoni cristiani”
e si rifacevano alla Scrittura devotamente, solo errando rispetto alla dogmatica
ecclesiale. Viva l’eresia! Ma allora perché l’ecclesia santa si è accanita
tanto contro gli “eretici” dalle origini, e ancora in tutto il Medioevo,
dalle torture di Gotescalco alle inquisizioni implacabili di Bernardo, su
Abelardo e su Arnaldo da Brescia, ai moti cosiddetti “ereticali”? Ma qui non
sono loro, denominati “eretici”, al centro dell’interesse per l’erudito
autore del-l’opera Religiöse
Bewegungen im Mittelalter (Movimenti religiosi nel Medioevo), del 1935, con
cui Grundmann avrebbe offerto una “grande lezione”: lo dice G.G. Merlo in
una sua esile raccolta di assai corti studi, dal titolo impegnativo Eretici
ed eresie medievali (Il Mulino 1989). Là Grundmann fra l’altro metteva
paradossalmente in diretta connessione i movimenti religiosi e la costituzione
di nuovi ordini religiosi, come se nascessero da analoghe esigenze di religiosità:
salvo il dato storico essenziale che gli ordini furono tutti istituzionalizzati
come organi ecclesiastici a servizio della chiesa, e molti nacquero con tale
finalità; i moti “ereticali”, perseguiti e massacrati, restarono quasi
sempre anti-ecclesiastici in clandestinità.
Dunque
Grundmann in questo saggio non pare interessato agli “eretizzati”, che
semmai figurano qui come dei comprimari: protagonista è la famosa frase di
Paolo, che appare e dispare e ricompare nei testi medioevali, come se la sua
trasmissione o meno avesse dato impulso alla tremenda storia della persecuzione
degli “eretici”. Lo prova il fatto che “Agostino purtroppo non ci ha
lasciato un commento alle epistole paoline” (p.49), ma ciò non gli ha
impedito di sparare una raffica di scritti contra
e adversus tutte le sette
“eretiche” del suo tempo. Si arriva a Tommaso luce scolastica, che spiega
tutto: “Eretico è colui che disprezza la disciplina
fidei imposta da Dio e segue con incorreggibile ostinatezza un proprio o
altrui errore” (cit. pp.62-63). Ecco il Padreterno cristiano a disposizione
dell’ecclesia, per comporre la “disciplina della fede” e imporla, secondo
la tradizionale e sconcia presunzione d’identità del pontefice e dei loro
intellettuali di servizio. Sicché poi lo storico congeniale Grundmann col suo
“magistero” (sempre per Merlo), possa concludere imperturbabile che
realmente l’eresia medioevale, “(dei catari, dei valdesi e delle altre
sette) sortì di fatto questo duplice effetto, cioè quello di stimolo a un
pensiero teologico più acuto e lucido fino alla scolastica superiore da una
parte, e dall’altra alla purificazione e al rinnovamento della Chiesa,
specialmente a partire da Innocenzo III, che volle consapevolmente ovviare al
crescente pericolo delle eresie con una riforma della Chiesa” (p.63).
O
benedette benefiche eresie, pròvvide di tanto bene per la loro chiesa ripulsa e
maledetta! Innocenzo III crociato e spietato eresiologo rifulge santamente come
grande riformatore, grazie alle eresie; Domenico di Guzman ne è ispirato a
fondare il suo Ordine, magnificando il suo Innocenzo III per le
“stupefacenti” concessioni a qualche gruppo eretico. Grundmann
contraddittoriamente denuncia in estremo l’incom-prensione completa, da parte
dei teologi medioevali, della natura e del carattere di quelle nuove
“eresie”, così provvidenziali per la chiesa stessa. E su questa
constatazione tipicamente erudita nella sua insignificanza storica, col ritorno
circolare puramente retorico al detto paolino, questo storico dotato di tale
magistero, come la chiesa cattolica, chiude la sua piccola oziosa maratona
scolastica.
Ha
notato bene Antonino De Stefano, in un suo capitolo di sintesi sui movimenti
detti “ereticali”, che le “grandi eresie” del IV-V secolo e dei
successivi – e non si dimentichi che “eresia” è termine punitivo,
ecclesiastico non storico – furono generalmente di tipo dotto e dottrinale,
insomma teologiche: quelle inerenti alla formazione dei dogmi. Tuttaltro
carattere ebbero quelle “popolari” europee dopo il Mille, specialmente dal
XII secolo, indotte generalmente e promosse da laici, che si ispiravano al
vangelo e all’esempio apostolico presunto della chiesa delle origini.
“L’op-posizione ereticale contro la Chiesa romana, scaturita da
un’ispirazione evangelica, si traduceva poi nella lotta contro l’opulenza
delle chiese, lo sfarzo dei prelati, l’ingordigia dei chierici. Il motivo
economico e quello religioso reciprocamente si alimentano e l’uno serve a
giustificare l’altro” (Le eresie
popolari del Medio Evo, in Questioni
di storia medioevale, Marzorati 1954, p.767). Nel vecchio studio di Volpe,
uno dei suoi migliori, su Movimenti
religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana (Vallecchi, 2^
1926; n.ed. 1961, 1972), interessato al contesto socio-economico e politico, si
parla con evidente esagerazione di “una grande rivoluzione”, da cui “uscì
la moderna civiltà”, quando “la Chiesa incombeva ancora su tutto e su tutti
e condizionava quindi ogni gesto ed ogni parola, le affermazioni e le
negazioni” (ed.orig., p.V)
Colpisce
il fatto che questi moti ebbero tale diffusione da potere asserire che “il
moto sociale e religioso della riforma ebbe un’estensione enorme; non un
angolo dell’Europa romano-germanica rimase tranquillo” (p.8). Volpe citava
cronache e libelli d’epoca: “Tutta la Cristianità è divisa… Fin dal
principio, ogni città si è scissa in due, una di Dio, l’altra del Demonio, e
da per tutto sono oppositori e difensori della causa della Chiesa”. “Non vi
è vescovado, monastero, cenobio, non un qualunque ricettacolo di vita sociale,
in cui la contesa non sia giunta e non regni l’incer-tezza nei fedeli”
(pp.8-9).
E’
opportuno e utile invece premettere alcune informazioni storiche essenziali sul
grave e sùbito “grande” momento epocale della chiesa di Cristo
nell’azione dei papi, che avendo operato per la ricostituzione dell’impero
“cristiano” di Occidente, per sostenere il loro potere politico, come si è
accennato per l’epoque carolingia,
nella successione germanica dei tre Ottoni si evolse drammaticamente. Nel senso
che i papi, crescendo in potenza e rivalità, tolleravano sempre meno la
superiorità giuridica e direi feudale del potere imperiale, che aveva diritto
di nomina formale dei vescovi, perlopiù aristocratici e feudatari, e degli
stessi pontefici, con la finzionre scenica dell’applauso popolare. Allora si
cominciò a evocare e invocare acutamente – e come sempre nei momenti di
prevalenza, anche solo temuta, del potere statale – “la libertà della
chiesa”, l’autonomia e la superiorità del potere ecclesiastico, come già
avevano fatto Leone Magno, Gelasio I e Gregorio Magno, nei confronti
dell’impero e della chiesa orientali.
E’
quasi toccante leggere oggi nell’ampia sintesi di Brezzi (La
civiltà del Medioevo europeo, vol.II, cap.V) il richiamo retrospettivo alla
“libertà cristiana”, di due superbi campioni di libertas,
come Paolo di Tarso e Agostino (pp.146ss.), col sussidio giuridico di Cicerone!
E pure edificante è il titolo che Falco metteva al cap.XI della sua Santa
romana Repubblica, “La riscossa antifeudale della Chiesa”. Gli Ottoni
tedeschi di Baviera e re di Germania e imperatori sacralizzati e incoronati a
Roma, si valsero sempre del sostegno più o meno facile di papi di loro nomina.
L’Ottone III non pago progettò una ulteriore renovatio
imperii cesaro-papista di tipo costantiniano e bizantino, d’accordo col
papa Silvestro II, da lui nominato, che mirava a ottenere un’altra
“donazione” imperiale vera o falsa. Il disegno imperiale però contrastava
nettamente con gli interessi di supremazia pontifici. Da qui lo scontro
inevitabile, impersonato da un altro “grande” papa doverosamente
santificato, Ildebrando di Soana, già segretario di due papi, fattosi eleggere
papa con procedura anomala, anzi illegittima, per acclamazione “popolare”
organizzata nella chiesa del Laterano, ai funerali del papa morto.
Gregorio
VII grandeggiò per varie imprese, dalla “grande” riforma ecclesiastica
consistente nell’inasprimento di precedenti vane disposizioni, per reprimere
il clero simoniaco e concubinario (e le repressioni furono effettive); e in
disposizioni strutturali interne, in senso accentratore. Ma specialmente
determinato fu il papa “riformatore” antifeudale, autore della riscossa, nel
Dictatus papae in cui espresse la sua
concezione della “libertà ecclesiastica”, consistente nella ri-affermazione
del-l’universalità del vescovo di Roma, ovvero pontefice cattolico, che si
traduce nel potere papale di giudicare l’universalità degli uomini, inclusi
gli imperatori di “diritto divino”, senza mai essere giudicato (“Nessuno
può condannare una decisione della Sede Apostolica”). Il biografo “laico”
P.E.Santangelo (Gregorio VII,
Garzanti 1935ss.), che riusciva perfino a eroizzare come “genio dominatore”,
un personaggio così contrastato e nefasto, elenca tutti i 27 articoli in cui lo
stesso Gregorio VII – nel 1075, due anni dopo l’elezione anzidetta –
compendiava, nel solenne latinorum ecclesiastico (gli ossessivi quoad
di attacco dei singoli articoli), la sua “gran-diosa concezione” teocratica,
che coincideva con una psicosi autocratica assoluta di onnipotenza
politico-sreligiosa (pp.184-85):
Perfino
lo storico cattolico A.Fliche, nella grande Histoire
de l’Église, vol.VIII, riconosceva che “da queste affermazioni, così
categoriche nella loro brevità, risulta che il papa è superiore
all’imperatore, ai re, a tutti i prìncipi, chiunque siano, e questa
preminenza non si limita al potere spirituale, perché comprende anche sanzioni
di ordine temporale. Fin dal 1075 Gregorio VII ebbe un concetto assai chiaro e
personalissimo [?] della supremazia romana: le potenze laiche, come quelle
ecclesiastiche, dipendono dalla Santa Sede, la quale esercita su di esse un
potere assoluto e illimitato. Questa dottrina si preciserà e si amplierà
nell’urto della lotta, ma non si deve dimenticare che è stata formulata in
termini imperativi e quasi violenti fin dal principio del pontificato” (tr.it.
SAIE 1972, pp.153-54).
E’
perciò sconcertante che i cristiani Carlyle, dedicando la parte terza del vol.II
della loro opera a Gregorio VII, sotto il titolo “Il conflitto politico fra
Papato e Impero”, traducano la questione da un violentissimo scontro di potere
politico quale era, all’accademia dei “rapporti tra potere spirituale e
potere temporale”, eludendo il documento papale, e raccontando invece le
arcinote vicende storiche del conflitto con Enrico IV ecc., sostenute da tesi
contrapposte. L’imperialismo teocratico di Gregorio non pare sia questione
(pretesa “riforma”!) di eccezionale valore, nella sua visione psichiatrica
di un mondo concepito come “regno di Dio” terreno, in quanto pascolo della
chiesa romana: un mondo feudale costituito interamente di reami vescovili, di
sovrani vassalli del papa.
Anche
il non sospetto Morghen, autore di una biografia di Gregorio
VII (UTET 1942), in un capitolo di Medioevo
cristiano, intitolato “‘Libertas Ecclesiae’ e primato romano nel
pensiero di Gregorio VII”, pure riducendo la “riforma” gregoriana quasi a
una operazione interna alla chiesa, illustra il Dictatus
papae fino alle sue ultime conseguenze politiche, consistenti
nell’assunzione totalitaria di entrambi i poteri, quello sedicente
“spirituale” e quello “temporale” (le due “spade”) nel mondo intero.
Inevitabile concludere che “la teoria del potere indiretto si era così
trasformata nella concezione del mondo ordinato ad
unum sotto la esclusiva guida della Chiesa, che direttamente e mediatamente
per mezzo dell’imperatore impone la sua volontà a tutte le potenze della
terra” (p.140). E si noti che uno dei cardini della concezione era
l’agostiniana “origine diabolica del potere umano”, a cui solo la chiesa
poteva conferire legittimità, per la sua “origine divina”: così i destini
del mondo erano nelle mani e nella testa suprema dei pontefici inventori e falsi
custodi sempre della “legge divina”.
Le
conseguenze di tutta questa aberrante “visione, che annichiliva le istituzioni
pubbliche, giustificando appieno le resistenze imperiali, poterono osservarsi già
nella violenza dei conflitti politici, in cui fu impegnato e travolto lo stesso
Gregorio; poi nella lunga e aspra lotta politica fra papato e impero fino a
Federico II ecc. L’esito di questa offensiva anti-feudale fu dunque la
creazione di un nuovo feudalesimo pontificio, con numerosi “stati vassalli
della Santa Sede” (pp.155ss.). La “lotta per le investiture”, con gli
eredi degli Ottoni, fu la conseguenza di tali pronunce e degli atti conseguenti,
giacché il papa si autorizzava a sciogliere i sudditi dall’obbedienza agli
imperatori, e perfino a deporli. Non vale ri-evocare le vicende dello scontro
con Enrico IV fino all’episodio di Canossa, l’apparente sottomissione
dell’imperatore scomunicato, che si presenta come un penitente al papa presso
la nobildonna Matilde di Canossa. Trionfo inatteso e solo scenico, una tipologia
prediletta dai pontefici, in realtà un gesto politico calcolato e audace,
redditizio per l’imperatore.
Fu
una “lotta” esemplare per ferocia e spregiudicatezza estreme, a colpi di
scomuniche e deposizioni reciproche, di papi e antipapi, di doppi imperatori:
una vergogna universale. Enrico che occupa Roma, col papa asserragliato a Castel
S.Angelo, si fa incoronare dall’antipapa Clemente III, finché Roberto il
Guiscardo costringe al ritiro Enrico, ma anche papa Gregorio col popolo in
rivolta, sconfitto fugge e muore. Co-m’è noto, le tesi teocratiche di
Gregorio, “grande” solo per questo, trionferanno nei secoli seguenti, con
altri insigni e santi papi, da Innocenzo III a Bonifacio VIII. Ancora Morghen in
altro capitolo chiarisce come Innocenzo III avrebbe perfezionato il grande
progetto di dominio del mondo: “innestando la concezione dello stato feudale
sulla base teologica del supremo potere del vicario di Cristo, Innocenzo veniva
ad additare come ideale politico supremo quel regale
sacerdotium, in cui il pontefice avrebbe rappresentato il vertice di una
gerarchia di stati vassalli dipendenti direttamente o indirettamente, per mezzo
dell’Impero, dalla Chiesa” (p.172). Era insomma il sogno-delirio di un
impero universale pontificio, con la fondazione di un supremo papo-cesarismo, il
vero definitivo avvento del “regno”, eletto e conservato dal Dio uno-trino.
Ecco il seguito e il compimento della grande “riforma gregoriana”, ecco la
“riconquista cristiana” (titolo di Fliche), in realtà “conquista”
imperiale teocratica, ecco il senso autentico della sconfinata libertas
ecclesiae!
Ma
ciò che più conta è quello che i catari combattevano, anzitutto la corrotta
chiesa cattolica e i suoi dogmi aberranti come l’eucaristia, sognando
un impossibile ritorno alle origini, “la vera chiesa
di Cristo”, la chiesa evangelica (p.84). Ragionevolmente rifiutati
erano la resurrezione dei corpi, il battesimo dei bambini e il culto
delle immagini: da qui “il carattere severamente ascetico della loro morale e
delle pratiche religiose”: una morale ascetica fatta di digiuni e
mortificazioni e di castità totale (p.87); con la scelta della povertà e dei
beni essenziali in comune. Erano avversi alle guerre e alla pena di morte, alla
uccisione degli animali, ammettevano il suicidio per fede e negavano il
giuramento. Distinguevano due livelli di rigore ascetico, quello dei perfetti più
radicale, quello dei credenti che potevano vivere nella loro fede la vita di
tutti. C’era una chiesa catara con vescovi e diaconi: la funzione religiosa
centrale dei catari era il consolamentum,
una iniziazione con la semplice imposizione delle mani sul capo.
Non
occorre ripercorrere qui le peripezie del catarismo, tranne la grave tragedia
degli albigesi: è sufficiente evocare brevemente la storia milanese della
Pataria. Già Tocco ricordava “che la Lombardia riboccava di eretici così,
che le sette vi si moltiplicavano, e la chiesa moderata di Concorrezo combatteva
la più rigida del veronese Balasinanza, e quest’ultimo non andava d’accordo
con l’altro rigorista Giovanni di Lugio” (p.111). C.Thouzellier, rifacendosi
agli studi di C.Violante e altri sulla Pataria milanese, a sua volta conferma il
carattere popolare del “movimento” e la sua ispirazione “cristocentrica”
(Hérésie et hérétiques, ed. di
Storia e Letteratura 1969, pp.204ss.), ma proprio in questo devo ripetermi, e i
fatti lo dimostrano: le guide, i conduttori sono sempre i “pochi”, che si
fanno interpreti di stati d’animo, passioni e interessi comuni. In un libro
che raccoglie “fonti di un secolo dopo, La
Pataria. Lotte religiose e sociali nella Milano dell’XI secolo, a c. di
P.Golinelli (Jaca Book 1984), si documentano i moti di rivolta che opponevano
masse popolari al clero corrotto, simoniaco e concubinario, per la predicazione
del prete Arialdo, nella “lotta contro la corruzione del clero per
l’instaurazione di una Chiesa più pura e fedele al modello evangelico”
(p.10).
In
realtà, a vedere bene, a noi i documenti non servono, ci bastano pochi dati
essenziali, riassumibili nello sconvolgimento della città, in cui tutti furono
coinvolti: “i ceti dirigenti come le forze sociali emergenti (mercanti e
artigiani), e il popolo indistintamente, divenendo segno di contraddizione e
pietra di paragone, in base alla quale si misuravano, da opposti punti di vista,
la fedeltà ai precetti evangelici e l’ubbidienza al pontefice in un contesto
di Riforma della Chiesa; o la fedeltà alla tradizione ambrosiana e la gelosa
difesa dell’autonomia della Chiesa milanese” (ivi). In questa operazione
Jaca Book, il cattolico Golinelli sembra così assorbire o compensare
un’esplicita azione oppositiva, determinata in senso anti-ecclesiastico.
Arial-do ottiene l’approvazione del papa, allora la lotta di reazione del
clero simoniaco (compravendita di cariche ecclesiastiche) si fa violenta e
colpisce anzitutto Arialdo stesso, che viene prima picchiato quasi a morte dai
chierici, e poi assassinato a cura e premura dell’arcivescovo Guido (p.18).
Questi d’altra parte era scomunicato da Roma, e lo fu ancora dopo la morte di
Arialdo, che sarà perfino santificato dalla sua chiesa. Ma le spiegazioni, per
quello che se ne può capire, non sono mai semplici in relazione al coacervo
d’interessi e di conflitti molteplici fra le varie parti concorrenti in
competizione e scontro.
La
vicenda è infine un esempio e un modello di situazioni socio-economi-che e
politico-religiose, che opponevano fra l’altro il papato romano al potente
arcivescovato milanese (sulla Pataria, ulteriori minuti dati nelle ricerche
accurate di G.Miccoli, Per la storia
della Pataria milanese”, in Chiesa
gregoriana, La Nuova Italia, 1966, pp. 101-60). Tocco, motivatamente
pessimista sugli esiti finali dei movimenti “rifor-matori”, di cui si
occupava con tanto studio, concludeva il capitolo sui patarini, notando la
contraddizione fra l’avvio di un moto di rivolta che contrastava “il fasto,
la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell’alto clero”, e
“finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di ricchezze, onori e
potestà mondana” (p.230). Ma almeno un effetto positivo i patarini lo
conseguivano, quello “di togliere in molti luoghi ai vescovi la potestà
territoriale che passò nei comuni, e così nacquero quelle repubbliche
medievali con consoli e consigli e diritti e pretensioni baronali sui minori
comuni” (p.232).
Intanto
si è nel secolo XII di Abelardo e Bernardo, quando compare sulla scena pubblica
la figura di un altro e più energico e severo semi-prete-frate ribelle, Arnaldo
da Brescia che, allievo di Abelardo a Parigi e erede dei patarini, sollevava il
popolo contro il clero mondano, anzitutto il suo vescovo. Col sottotitolo
deltutto aderente “Rifiuto della Chiesa e dei suoi dogmi”, Craveri nel suo
libro L’eresia, di cui è
impossibile e non vale seguire passo passo la lunga sequela del dissenso
religioso o protestatario medioevale, con le relative persecuzioni e condanne
anche atroci, ricorda che Arnaldo sostenne e difese Abelardo suo maestro al
concilio di Sens, essendo perciò condannato anche lui come eretico (p.110).
Volpe nello studio citato scriveva che “Arnaldo è insieme la voce dei patari
lombardi del XI sec., dei mistici che il suo fiero avversario Bernardo di
Chiaravalle commuove, della borghesia italiana che nel XII sec. getta le basi
dello Stato laico e compie le prime consapevoli ri-vendicazioni a danno
dell’enorme patrimonio e delle giurisdizioni delle Chiese” (pp.30-31).
Ma
la storia di Arnaldo, a parte lo strano precedente simpatetico del moderato
Bonghi (Arnaldo da Brescia, 1884,
Universale Economica 1949), era
stata raccontata in esteso, puntualmente, da un altro studioso citato
dell’eresia medioevale, Antonino De Stefano, in un volumetto Arnaldo
da Brescia e i suoi tempi, poi raccolto con altri studi nel libro Riformatori
ed eretici del Medioevo (Ciuni 1938). Poi a metà del 900 A. Frugoni sortiva
con una sua personale narrazione biografica di Arnaldo
da Brescia (1954), ristampata da Einaudi (1989). De Stefano ritraeva Arnaldo
su larga base documentale (cronache coeve ecc.), come chierico austero (secondo
la Cronaca di Ottone di Frisinga, non
fu proprio prete regolare ma “’lettore’
insignito del secondo grado dei sacri ordini minori”, p.10), che intese
“realizzare anzitutto in se stesso quell’ideale di perfezione evangelica,
che egli concepiva come l’essenza stessa della vita cristiana” (p.12).
Uomo
anche di larga dottrina, sembra inespressa in scritti, predicatore seducente e
uomo d’azione non meno vocazionale, grazie all’inquisizione umile di
Bernardo – come ho detto – fu già condannato con Abelardo. Tenendo scuola a
Parigi, “secondo la testimonianza di Giovanni di Salisbury, materiava
l’esposizione delle Scritture di aspra critica contro la condotta dei prelati,
i quali, assorbiti in secolari faccende, trascuravano la missione religiosa data
loro da Cristo. Egli rimproverava soprattutto ai vescovi la loro cupidigia, che
li spingeva a edificare sul sangue la Chiesa di Cristo. E sosteneva che la
Chiesa doveva vivere in povertà e che le sue ricchezze erano la causa prima
della sua degenerazione” (pp.16-17). Niente di più delittuoso per santo
Bernardo difensore istituzionale, il quale – si noti – predicava anche lui
contro la corruzione e la ricchezza dell’alto clero, perorando la “povertà”
e l’“umiltà” nella sua chiesa. Ma pure queste censure riteneva
evidentemente privilegio ecclesiastico, per cui giudicava odiosamente
intollerabili gli attentati estranei alla sacralità (autorità) della
gerarchia: oltre ai risvolti politici di una lotta aspra che opponeva l’eccle-sia
alle autonome iniziative laiche dei comuni cittadini.
Bandito
perciò da Parigi, Arnaldo passò in Svizzera, dove però “l’odio
inestinguibile” dell’umile santo lo raggiunse ugualmente, lui colpevole –
come scriveva Bernardo – di “ribellarsi apertamente al clero”, di
insorgere “contro gli stessi vescovi” e di inveire “contro tutto
l’ordine ecclesiastico” (cit. p.18). Ma trovo altre più virulente
espressioni di Bernardo, omesse da De Stefano, probabilmente tratte dalla
documentazione di A.Frugoni (A. da B.
nelle fonti del secolo XII secolo, Roma 1954), e
citate da Ereddia (I servi
dell’Anticristo, Mursia 1986, pp.117-118), che meritano di essere
riferite. Seguendo “come un’ombra Arnaldo”, Bernardo scrive fra l’altro
con eccitazione paranoide al vescovo di Costanza: “La sua bocca è piena di
velenosa maldicenza, e i suoi piedi muovono velocemente a spargere sangue; nelle
strade che percorre c’è solo rovina e desolazione, poiché non conosce la via
della pace. Egli è nemico della croce di Cristo, seminatore di discordia,
macchinatore di scismi, turbatore della pace, separatore dell’unità. I suoi
denti sono saette appuntite, la sua lingua è una spada affilata (…) Se la
Sacra Scrittura utilmente ammonisce di catturare le piccole volpi che devastano
la vigna del Signore, con molta più ragione non dovrebbe essere incatenato un
lupo grande e feroce, onde evitare che faccia irruzione nell’ovile di Cristo e
disperda il suo gregge?”.
Arnaldo
perciò è costretto a lasciare anche la Svizzera e a rifugiarsi in Boemia,
presso il card.Guido del Castello, ma santo Bernardo non lo molla, scrivendo
pure all’altro prelato e spargendo con le sue invettive diffamazione
ingiuriosa: “Arnaldo da Brescia, la cui loquela è miele, ma veleno è la sua
dottrina; al quale è il capo di colomba, ma di scorpione la coda.
Quell’Arnaldo che Brescia ha vomitato, per cui Roma inorridì, che la Francia
rigettò, che la Germania detesta e l’Italia non vuole accogliere [in virtù
dei suoi interventi inibitori!], si dice che sia in mezzo a voi. State attento,
vi prego, che servendosi del vostro prestigio non nuoccia ancora di più”. Ma
il card.Guido non dette seguito alla richiesta di allontanarlo, e così Arnaldo
rientrò con lui in Italia, e poi a Roma fu coinvolto nelle lotte politiche
della città, dove sostenne con la sua predicazione invettiva i suoi progetti di
riforma ecclesiastica, ispirata ai princìpi evangelici, al presunto modello
apostolico.
Ancora
secondo la testimonianza di Giovanni di Salisbury, suo compagno di studi,
“senza riguardi inveiva contro i cardinali dicendo che il loro collegio, a
causa della loro ambizione, avarizia, ipocrisia e a causa dei loro peccati, non
era già un tempio del Signore, ma casa di mercanti e spelonca degli scribi e
dei farisei. E il papa non era, come egli pretendeva, un uomo apostolico ed un
pastore d’anime, ma un sanguinario, un torturatore delle chiese, un oppressore
dell’innocenza, il quale attendeva solo a satollare il corpo e a riempire la
propria borsa con il danaro altrui. Egli ripeteva spesso che il papa non seguiva
né la dottrina né gli apostoli, e che quindi non meritava né rispetto né
obbedienza” (cit. pp.20-21). Quindi il fulcro della sua predicazione era la
povertà della chiesa, e non è strano che negli atti di un convegno cattolico
del 1967 su Povertà e ricchezza nella
spiritualità dei secoli XII e XIII (Accademia Tudertina 1969), a cominciare
dal saggio iniziale di R.Manselli, “Evangelismo e povertà”, di Arnaldo si
faccia quasi solo il nome (p.32), mentre si insiste per es. su Valdo, senza
citare testimonianze, forse per non dovere evocare le invettive di Arnaldo e le
persecuzioni subite dal santo Bernardo.
E’
noto infine che a Roma Arnaldo partecipò dando il suo sostegno al moto
comu-nale, ma anche Brezzi ne minimizza il ruolo, non solo nel rapido accenno in
La civiltà del Medioevo europeo (II,
p.199), ma peggio nel volume di grande spessore su Roma
e l’Impero medievale (774-1242) (Cappelli 1947, pp.328-29). Scriveva
invece De Stefano che, “protagonista di un aspro conflitto tra il laicismo e
il sacerdotalismo nella stessa Roma, Arnaldo dette voce a una corrente di
pensiero che si mantenne viva attraverso parecchi secoli, suscitando sette
pugnaci e partiti politici che a lui s’ispirarono” (p.25). Ma fu preso in
una trama più vasta di eventi incontrollabili, tra il papa assai disturbato
dalla presenza di Arnaldo, e l’imperatore Federico Barbarossa, che voleva
essere incoronato a Roma, e che aiutò il papa Adriano IV a ripristinare
l’ordine nella città, consegnandogli Arnaldo. Il quale fu condannato senza
giudizio e immediatamente giustiziato con impiccagione e rogo, quindi con la
riduzione in cenere del cadavere, perché “se ne perdesse ogni traccia”,
anzi esattamente “per-ché le reliquie non fossero oggetto di venerazione da
parte della stupida plebe”, tanto proficua al loro potere (cit. Craveri,
p.111; De Stefano, pp.25ss.; Brezzi, p. 343), che non ne facesse come
giustamente ne fece un martire.
De
Stefano svolgeva in successivi capitoli i temi politico-religiosi,
politico-ecclesia-stici e politico-imperiali, relativi alla “riforma della
Chiesa” e al “rinnovamento sociale e politico”, insomma ai massimi
problemi, implicandovi e quasi mettendovi al centro con una certa esagerazione
Arnaldo e l’arnaldismo. Ma è giudizio competente quello sintetico sul “mito
arnaldiano”, come “uno dei più importanti e, probabilmente, ai suoi giorni,
quello che più sinceramente rifletteva lo spirito del vangelo e, fra tutti i
moti religiosi a tipo popolare laico ed evangelico di quell’epoca, anche il più
vicino all’ortodossia. A queste sue qualità e al fatto, importantissimo, che
esso ebbe a svilupparsi nel cuore stesso della cristianità, nonché al
prestigio che gli conferiva la persecuzione d’imperatori e di papi, deve il
movimento arnaldiano il privilegio di essere stato in gran parte e di apparire
ancora di più ai nostri giorni l’inizia-tore e l’animatore di tutto
l’evangelismo popolare del basso medio evo” (p.109). E proprio per il suo
essere concepito, malgrado l’opposizione, come interno alla chiesa, o alpiù
come mediatore fra i due poteri, sarebbe alle origini, senonaltro ideologiche,
dello stesso valdismo e del francescanesimo.
Si
è visto come si riscontri una tendenza diffusa a spoliticizzare le rivolte
popolari, il pauperismo così illusoriamente diffuso, a contenerli nei limiti
del sentimento religioso, col richiamo unico al modello evangelico. Si
trascurano volutamente così all’origine moventi economici pressanti da
secoli, nella società cristiana feudale, e cioè l’estrema povertà delle
masse contadine, servili ecc. sfruttate alla base della piramide sociale. Il
pauperismo non era affatto “eroico”, era già vissuto senza scelta e senza
difese nella vita quotidiana, prima di esplodere o apparire come istanza
religiosa: quello che esplodeva o era convogliato come pathos religioso, era
comunque la rivolta degli sfruttati dinanzi alle ricchezze degli altri,
specialmente degli ecclesiastici che nelle chiese predicavano il “messaggio
evangelico”. Le rivolte incanalate (da chi? chi vi aveva interesse?) verso
l’ascesi e verso istanze religiose di riforma ecclesiastica, avevano spesso
reali motivazioni economiche espresse o sottintese, e quindi ai livelli
economici più depressi erano animate dalla speranza di riforme anche
socialmente incisive. La “scelta” pauperistica era tale solo da parte di chi
aveva beni a cui rinunciare, come Valdo o Francesco, non di masse già povere,
magari esaltate, eccitate dai soliti “pochi” a specchiare la propria povertà
nell’ideale modello evangelico, rendendola meritoria di compensi divini!
Perciò
discordo per es. completamente dalla interpretazione (cattolica sempre) di
R.Manselli, nella citata prolusione su “Evangelismo e povertà”, in cui
questa riduzione spiritualistica dei moti socio-religiosi è pressoché globale,
lasciando solo qualche margine a interessi e speranze terrene, come la
soppressione delle decime ecc. (p.28). Ora, considerando pure il fanatismo
ignorante, e la predicazione di guide più conscie, che possano avere convinto o
eccitato “folle” popolari laiche più o meno consistenti alla mistica
ascetica di tipo evangelico, sempre con la mira oltremondana di santità ecc.,
sembra assai difficile pensare che i più pressanti e concreti moventi
socio-economici ne siano stati soverchiati. Se ne può compiacere il teologo
Chenu (in La teologia nel secolo XII,
tr.it. Jaca Book 1986, nel cap.XI, “Il risveglio evangelico”), che vede
“monaci, preti e laici all’incrocio della vita evangelica”, e di cui fa
tesoro Manselli, storico consensuale perché con-fideale (p.23).
Gli
esempi che fornisce non possono essere che di “guide”, di eremiti e
predicatori itineranti, di riformatori lucidi, non del seguito “popolare”:
presso cui il pauperismo nasceva certamente dalla presente povertà, sublimata
in ascesi evangelica volontaria spinta fino alla volontà di martirio. Qui si
arriva a citare un papa (Pasquale II, più unico che raro), per un richiamo alla
povertà della chiesa, oltre a Bernardo ecc. Mi sembra la dica lunga che
Manselli prima di tale beatificazione dei moti medioevali, aveva studiato in
tuttaltra chiave nientemeno l’intolleranza non dei poteri nei confronti del
dissenso, ma dei moti popolari nei confronti della povera ecclesia martoriata e
dei cattolici ortodossi (“Aspetti e significato dell’intolleranza popolare
nei secoli XI-XII”, in Studi sulle
eresie del XII secolo, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1963,
pp.121-64).
Siamo
così al valdismo e al francescanesimo, i cui fondatori hanno compiuto il gesto
di disfarsi dei propri averi, e su cui il saggio di Manselli inevitabilmente
finisce in apologetica, in particolare sul “genio” del “poverello di
Assisi”, un poverello molto autorevole realmente, come si dirà. Manselli ha
ampliato questa tema, trattanto organicamente della religione popolare, in un
libello intitolato significativamente Il
soprannaturale e la religione popolare nel Medioevo (Studium 1985), dove
l’impo-stazione segnalata è sistematica. Così da fare apparire pure i
contrasti e conflitti tra religione colta e popolare, dissidi interni di una
grandiosa e unica “vita religiosa medioevale”. A cui vorrei contrapporre
studi storico-sociologici, come quelli degli storici polacchi T.Manteuffel, Nascita
dell’eresia (1964, tr.it. Sansoni 1975), e B. Ge-remek, La
pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa (tr.it.
Laterza 1986), che pure nei loro punti di vista diversi gli storici
misticizzanti dovrebbero comunque studiare.
Il
medievalista scomparso Manteuffel, il cui libello è introdotto da Geremeck, ha
visto nel pauperismo medioevale l’esemplarità appunto della “nascita
dell’eresia”, cioè “il problemi di come si diventa eretici”. Continua
Geremeck, presentando Man-teuffel: “La povertà volontaria è un tema che
permette di cogliere assai bene il modo in cui si definiscono l’ortodossia e
l’eterodossia. Manteuffel mostra la relatività dei due concetti e
l’importanza fondamentale delle ragioni pragmatiche nel giudizio della chiesa
rispetto a una dottrina. Le strutture ecclesiastiche sono pronte ad ammettere e
a fare propria ogni dottrina e ogni movimento che non la mettono in questione.
La povertà volontaria in quanto aspirazione individuale all’interno della
popolazione clericale è trattata con benevolenza, mentre quando assume la forma
di fenomeno collettivo diviene pericolosa e rischia di essere condannata in
quanto eretica” (pp.IX-X).
Manteuffel
interpreta e spiega – peraltro stando all’evidenza dei fatti, senza bisogno
di ricorrere a Marx – i movimenti pauperistici, in relazione palmare alle
trasformazioni della società medioevale, e alla sempre innominata genesi delle
autonomie comunali, in particolare alle agitazioni oppositive popolari,
esemplificate nella pataria milanese e nei suoi turbinosi eventi. La
configurazione ereticale di questi moti, che è il segno del loro naufragio, non
era davvero una scoperta storiografica, se si ripensa alla tradizione
storiografica italiana da Volpe a Violante, qui delresto citati. Lo studioso
polacco appare perfino preoccupato di ricondurre “i primi apostoli della
povertà volontaria” all’interno delle strutture ecclesiastiche, fra i
cosiddetti “riforma-tori della chiesa”, fra i canonici e monaci francesi,
con propagazioni eremitiche pure fra i “laici”. Cita principalmente
l’esempio dei cistercensi, che avranno i loro trionfi “pauperistici” nei
possedimenti terrieri e negli scambi monetari sempre crescenti, nelle ricchezze
cumulate e nella micidiale potenza politica di santo Bernardo, eresiologo e
grande capo dei “poveri cavalieri di Cristo”.
Con
la sua moderazione riconosce tutto ciò anche Manteuffel, quasi confrontandovi
predicatori itineranti come Roberto di Arbrissel (pp.35ss.), “apostoli” in
subordine sempre all’autorità ecclesiastica, condannati perciò anche loro
all’insuccesso. Seguono i modelli memorabili che diremmo “classici” di
predicazione pauperistica, Arnaldo da Brescia, Pietro Valdo, Francesco di
Assisi, coi loro confronti e scontri con l’ecclesia autoritaria, e ancora con
altrettanti fallimenti reali dell’ideologia pauperistica detta
“evangelica”, naufragante nelle pressioni e repressioni della chiesa
opulenta. Vi si innestano Gioacchino e il gioachimismo chiliastico, che
Manteuffel valuta a livello di riformatori non solo ecclesiastici ma
“sociali”, cioè non solo della chiesa ma della società, in cui operavano e
confliggevano benaltre potenti forze di trasformazione. Certo l’ideologia
della “povertà volontaria” poteva difficilmente superare la “prova della
vita”, come si esprime Manteuffel, in una società oramai complessa e
stratificata; ma la “vita” per questi religiosi cristiani illusori
“evangelici” era pursempre quella regolata, vigilata, penalizzata dalla
santa ecclesia.
Il
problema posto dallo storico polacco, “perché la chiesa li ha trattati in
maniere così diverse, condannando gli uni come eretici, canonizzando gli altri,
dopo averli circonfusi di un alone di santità” (p.123), non è un problema
storico. Infatti queste non sono che risoluzioni variabili e sempre
opportunistiche, specialmente le canonizzazioni auto-celebrative, che investono
unicamente le circostanze della politica ecclesiastica. Ripetere che la chiesa
era “benevola” (!) verso la “povertà volontaria” dei singoli, spesso
gratuitamente beatificati, e non lo era quando la “povertà volontaria”
tendeva a farsi fenomeno di massa, con una “disobbedienza” pericolosa per il
suo potere, a me pare abbia dell’ovvio, come l’insistenza sulla flessibilità
e relatività della “eresia” rispetto alla “ortodossia” come
“obbedienza”, subordinazione, acquiescenza all’autorità ecclesiastica. La
sintesi è sempre una sola, la politica di dominio che si vale dei suoi
strumenti, e della religione come instrumetum
regni.
Più
incisivo mi appare l’altro libro citato, La
pietà e la forca di Geremeck, personaggio anche politicamente impegnato,
libro nel quale, a proposito per es. di “Ethos medievale della povertà”,
estraggo una breve citazione dalla Vita
di sant’Eligio, a sostegno della tesi caritativa che “Dio avrebbe potuto
rendere ricchi tutti gli uomini, ma ha voluto i poveri affinché i ricchi
avessero l’occasione di redimere i propri peccati” (cit. p.9). Perciò anche
in séguito la crescita del “valore spirituale” della povertà, la sua
scelta volontaria dagli abbienti, non modificava affatto nella società
cristiana il giudizio sulla povertà reale, di condizione socio-economica, che
continuava a essere oggetto di disprezzo. “Le polemiche ideologiche
all’interno della Chiesa contro i movimenti dei sostenitori della povertà
volontaria, oppure contro gli ordini mendicanti, insistevano sugli aspetti
degradanti della indigenza”.
Per
il papo-cesarista Innocenzo III, anche la mendicità dei monaci “era una
condizione indegna, in netto contrasto con lo stato religioso, umiliante per
tutti coloro che la praticavano” (p.18). E’ un ottimo precedente di quella
che sarà la lunga polemica anti-pauperistica di Giovanni XXII coi frati minori,
Ockam ecc., di cui ci occuperemo. Intanto è rilevante quanto osserva Geremek,
in stridente contrasto con la magnifica “spiritualizzazione” della povertà
redentrice. Nella realtà “l’indigente è portatore di handicap sociale e
quindi è trattato esclusivamente come oggetto dell’assi-stenza. A livello
morale, la dottrina cristiana si interessa soprattutto a colui che dà
assistenza”, meritevole di compensi divini e garante sociale di pacifica
convivenza coi poveri turbolenti. “Tuttavia, sia la grande distribuzione delle
elemosine alla porta dei conventi, sia le fondazioni caritative e le donazioni
individuali hanno carattere di ostentazione, assumono la forma di spettacolo in
cui la messa in mostra della propria pietà si associa alla esteriorizzazione
del proprio prestigio sociale” (pp.14-15). Sono solo accenni ai gravi risvolti
reali che retrostanno alla “spiritualità” del pauperismo, “all’ascesi
della povertà come ideale di vita spirituale”, che sta a cuore ai cattolici
promotori del segnalato convegno tudertino del 1967, come nota mons.Piero Zerbi
conclusivamente (op.cit., pp.292ss.).
Tuttavia
il vescovo di Lione gli vieta la predicazione, che è privilegio ecclesiastico,
e Valdo con altri calano a Roma in concilio Laterano dal papa (1179); ma
inutilmen-te sicché al loro rientro riprendono la predicazione, con gesto ora
innegabilmente oppositivo, venendo perciò espulsi da Lione. Poi l’incontro
coi catari radicalizza la loro opposizione in contestazione, con proporzionale
reazione ecclesiastica, squalificati culturalmente, e condannati per eresia,
cacciati dal Signore con richiesta vescovile di arresto. Non lo scrive il
pastore valdese Tourn ma Craveri, opportunamente: “Non era solo il problema
economico della povertà a fare da sottofondo alla loro protesta, ma anche e
soprattutto il problema sociale e politico: la disparità di classe e la
percezione da parte della nascente borghesia artigianale di potersi rendere
autonoma dal feudalesimo mediante il lavoro delle proprie mani” (p.126). Tourn
invece si preoccupa di “estendere” il valdismo nella Lombardia dei patarini
e di Arnaldo, però differenziando i “Poveri lombardi” da quelli di Lione,
per l’orientamento di questi a vivere la vita comune con giustizia e
rettitudine e solidarietà, in opposizione ma senza necessità di voti e rinunce
evangeliche: ne nascono fraterni dissensi e rotture abituali fra cristiani.
Secondo
quanto riferisce Tourn, un incontro a Bergamo (1218) portò a una bella intesa,
nel senso che ciascuno dei gruppi, i “Poveri lombardi” e i “Poveri di
Lione”, seguiva la sua linea ugualmente valida (p.26). In realtà i francesi
assistiti dai loro preti erano più ortodossi, tanto è vero che alla morte di
Valdo i gruppi si lasciarono reintegrare come “Poveri cattolici”, oramai nel
secolo XIII. Basti dire che Durando loro capo era fra l’altro autore di un Liber
antihaeresis contro i catari (C.Thouzellier cit., pp.39ss.). Molti valdesi
si mescolarono ai catari, anche nella vita comunale e ne condivisero la sorte,
fino alla carneficina degli albigesi; altri continuarono a professare un
indirizzo cattolicizzante. E forse tale predisposizione originaria sarà una
costante, che garantirà il futuro della confessione valdese, la sopravvivenza
di questo “popolo-chiesa”, anche come “protestanti” perseguiti e poi
tollerati, dentro la “civiltà cattolica” che ci privilegia.
Intanto
il prete spagnolo Domenico Guzman fondava un Ordine in tutto simile, e anzi a
imitazione deliberata, dei “poveri” catari e valdesi, ma a difesa della
chiesa cattolica nell’obbedienza al papa, inteso a riassorbire i dissidenti
(su Domenico v. la cospicua e documentata biografia del domenicano H.Vicaire, Storia
di san domenico, 1956, 2^ 1982, tr.it.1983). Si consideri solo che l’idea
di adottare la “regola degli Apostoli”, concordata col pontefice, non fu sua
ma del suo vescovo Diego di Osma, che fu il primo a offrirsi di viverla e
predicarla, sconcertando i legati papali, ma poi convincendoli (op.cit.,
pp178ss.). D’altra parte gli evangelici “mendicanti” Francesco e i
francescani (di cui diremo), laici non animati da volontà oppositiva, formavano
a loro volta un Ordine che, approvato una prima volta verbatim
da Innocenzo III, fu alla fine istituzionalizzato come sostegno ecclesiastico.
Il
movimento cataro si era dunque notevolmente esteso in tutti i ceti, includendo
ex preti e nobili, e caratterizzandosi sempre più come movimento
socio-economico, mentre ascendeva al papato il “grande” teocrate e crociato
Innocenzo III. Fu lui a procurare la spaventosa crociata anti-càtara contro gli
“albigesi”, che infestò per 20 anni la civile Provenza, dove fiorirà la
cultura trobadorica. Ne ha fatto una ricostruzione precisa Christine Thouzeiler,
in uno degli studi raccolti nel libro citato Hérésie
et héretiques, “Albigense” in chiusura (pp.223-62). Innocenzo il magno
tempesta di lettere sollecitanti la crociata, prelati prìncipi baroni conti,
poi anche il re di Francia Filippo Augusto, che resiste perché impegnato contro
il re inglese. Poi l’assassinio del legato pontificio (1208) precipita la
situazione e inferocisce il già sovreccitato santo padre, che torna a fare
denunce ai vari vescovi e signori e a mettere alle strette il re. “Alla prima
emanazione di lettere per la crociata, ne segue un’altra, che assicura la
protezione apostolica a tutti i crociati, pronti a sterminare i provinciales
hereticos partigiani di un’eresia che, come l’antico serpente, corrompe
la Provinciam pene totam. Al re di
Francia incombe il dovere di nominare un capo che comandi i cavalieri desiderosi
di andare a sottomettere i provinciales
hereticos (pp.234-35).
Il
re manda i suoi vassalli, il duca di Borgogna e il conte di Nevers contro
Raimondo VI signore di Provenza, ma capo della crociata è l’abate Arnaldo,
che al papa fa il resoconto delle belle vittorie (sanguinose), la presa
(“conquista”) di cittadine che intende difendere “ripulite dagli
eretici”, e andare oltre nella “conquista”. Ma a Innocenzo ossesso pare
non basti, vuole giù altri eserciti, perfino dall’imperatore Ottone IV, e poi
torna a irradiare una valanga di lettere circolari in tutto il sud della
Francia, esprimendo “la gioia della vittoria dei crociati che, in Provinciam
pene totam hanno distrutto il cancro dell’eresia” (p.237). Quello che
disturba di continuo nello studio erudito della Thouzellier è che, narrando gli
eventi in dettaglio, sia reticente sui dati più essenziali dello sterminio, e
si attardi invece inutilmente in tutto il saggio sulla questione onomastica, se
gli “albigesi” sono o non sono così citati nei documenti ecc., se e come
poi il nome si sia esteso a tutte le sette del sud francese. Perché la crociata
diventata guerra tra Raimondo VI e i crociati, ma sempre col pretesto di
sterminio antieretico doverosamente consumato, si allarga e si prolunga con
l’assedio e la difesa di Tolosa ecc. Morti Innocenzo III, Raimondo (1222) e
anche il re, gli eredi e successori continuano questa ignobile storia di sangue,
ossessivamente voluta dal “grande papa”, intricata e confusa: ancora nel
1225 in un concilio di Bourges si decide di sferrare una nuova crociata diretta
dal re nella terra degli albigesi (p.260). “Perseguitata più tardi
dall’Inquisizione, l’eresia si nasconde sia a Albi che in Guascogna, nel
Tolosano, nel Béarn nella contea di Foix ecc., quando non si rifugi su vette
lontane, vicino alle frontiere” (p.262).
Tourn sintetizza più esplicitamente, in un capoverso, il suo giudizio storico su tali eventi, che riproduco con la forte riserva sulla pretesa “novità” di una pratica ecclesiastica antica, come la caccia più spietata alle eresie: “Per venti anni la Linguadoca fu insanguinata dalla repressione violenta che non solo cancellò la cultura più avanzata del tempo, ma introdusse nella chiesa, e di qui in tutto l’Occidente, il concetto che la dissidenza ideologica debba essere distrutta. Uno dei punti fermi del pensiero europeo è ormai che ‘l’eretico deve morire’, eretico religioso, politico, culturale, chiunque insomma non la pensi come il potere. Nella grande assemblea del IV Concilio Lateranense (1215), questa impostazione riceveva la sua sanzione ufficiale: l’eretico va distrutto con la forza, la crociata è legalizzata e non come momento marginale, ma nel quadro di una precisa visione della chiesa. Il Concilio accoglie l’impostazione centralizzata di Innocenzo III, delibera l’obbligo della confessione annuale e la struttura parrocchiale della chiesa come strumenti di controllo: il popolo perde la sua responsabilità nella vita cristiana, diventa più suddito del clero” (p.24). Ma tutto questo era una “novità” nel Medioevo teocratico? Faccio poi notare che Craveri, mai credo così reticente, elude i dati tragici della crociata antieretica, parlando invece per una intera pagina della Joie d’amour trobadorica, qui ininfluente, anche perché più tarda.
http://governolo.interfree.it/sabbase/icatari21.htm
La parola "cataro" appare per la prima volta tra il 1152 e il 1156 nei "Sermones contra Catharos" ( Sermoni contro i Catari ) di Ecberto di Schonau. Egli dice : Cathari, id est puri ( I Catari, cioè i Puri ). Alano di Lilla dà una etimologìa denigratoria :" Catharus da Catus, gatto, perchè nei loro riti segreti baciano il sedere di un gatto". I Catari invece erano soliti chiamarsi Christiani o Boni Christiani o anche Buoni Uomini. Due scritti eresiologici del XIII secolo ci parlano delle origini del movimento cataro in Italia, l’Anonimo "De heresi Catharorum" ( Sull’eresia dei Catari), scritto verso il 1210 e il "Tractatus de hereticis" ( Trattato sugli eretici) di Anselmo d’Alessandria, scritto verso il 1270.
Anselmo dice che alcuni Francesi giunti a Costantinopoli per conquistarla, verso il 1147, al tempo della seconda crociata, si sarebbero convertiti ad una eresia, formando una comunità con a capo un " vescovo dei Latini". Era un ramo del Bogomilismo importato a Costantinopoli dell’ordine di Bulgaria. I Francesi tornati a casa, si misero a predicare e a moltiplicarsi; fu nominato il vescovo di Francia e, poichè erano stati convertiti a Costantinopoli dai Bulgari, in tutta la Francia gli eretici furono detti "Bulgari". " I Catari hanno avuto origine in Bulgaria, che prima si chiamava Mesia. Pertanto Bulgari o Burgari e in gallico Boulgres, sordido e disonesto nome che ancora persevera in Francia". L’eresia si diffuse tra gli Occitani. Furono creati quattro vescovi, di Carcassonne, di Albi, di Tolosa e di Agen.
IL DOGMA
I Catari erano dualisti. Sostenevano che il Dio buono non è onnipotente, il Male conduce una grande guerra per contendergli la vittoria. Il mondo materiale non è stato creato da Dio, è interamente opera di Satana. Il mondo è diabolico, manifestazione del Male. L’uomo era considerato pure lui di origine diabolica, in quanto creatura di carne. Il Diavolo era però incapace di creare la vita. Chiese a Dio di aiutarlo e di infondere un’anima nel corpo umano fatto di creta. Dio, per bontà, immise una particella di Spirito nel corpo umano. Con vari inganni Satana riuscì a tenerla prigioniera. Adamo ed Eva furono spinti dal Demonio a quell’unione carnale che avrebbe sancito la loro immersione nella materia. Lo Spirito soffiato da Dio nel corpo, con la procreazione, si moltiplica e si suddivide all’infinito. Il mondo materiale, per i Catari, è il livello più basso della realtà, più irrimediabilmente lontano da Dio. Il Demonio è il Dio dell’Antico Testamento, Sabaoth, rozzo imitatore del Dio Buono, incapace di creare ma grande seduttore di anime, che porta prigioniere sulla Terra. Le introduce nella Materia che è loro estranea, e vivono in un’immensa sofferenza perchè separate dal Dio Buono col quale vivevano in beatitudine e a cui anelano di ritornare.
C’erano delle sètte catare che credevano nella trasmigrazione di queste anime da un corpo all’altro, in continue successioni di nascite e di morte. Ciò si ricollegava alla dottrina induista del Karma o reincarnazione. Altre sètte credevano che ogni nuova nascita facesse scendere dal cielo uno di quegli Angeli sedotti da Sabaoth, per entrare nel carcere del corpo; di qui l’orrore dei Catari per la procreazione. Ammettevano la ricompensa postuma per chi avesse condotto una vita onesta. Costui si sarebbe reincarnato in un corpo più favorevole al suo progresso spirituale. Chi trascorreva la sua vita nel crimine, si sarebbe reincarnato in un animale. Nessuna anima comunque avrebbe potuto ritornare al Dio Buono senza la discesa sulla Terra del Messia. Il Dio Buono è gioia e purezza. Egli sa che delle anime celesti si sono separate da lui e vorrebbe ricondurle in cielo. Ma Dio non può avere nessun contatto con la Materia creata dal Principe del Male. A Dio serviva un Messia, un Mediatore, ed inviò Gesù, che secondo i Catari, fu il più perfetto degli Angeli o il secondo figlio, essendo Satana il primo. Gesù scese nel mondo impuro della Materia, per pietà, verso quelle anime cui doveva insegnare il cammino del ritorno in cielo. Ma Gesù non aveva corpo, ma solo l’apparenza, non si incarnò ma si velò, egli fu una visione. I nemici di Dio credettero che Gesù avesse sofferto e fosse morto sulla croce, ma il suo corpo non era fatto di materia e dunque non poteva soffrire nè morire nè risuscitare. Aveva insegnato agli Apostoli la via della salvezza ed era risalito in cielo. La Chiesa che aveva lasciato in Terra possedeva lo Spirito Santo consolatore delle anime esiliate. Ma il Demonio era riuscito a distruggere e sostituire la chiesa di Cristo con un’altra falsa chiesa che aveva preso il nome di "cristiana". La autentica chiesa cristiana , quella che possedeva lo Spirito Santo, era quella catara. La chiesa di Roma era la Bestia, la prostituta di Babilonia e chiunque le obbedisse non era salvo. La chiesa di Satana faceva credere agli uomini che dei gesti meccanici potessero condurre alla salvezza. L’acqua del battesimo e il pane dell’ostia fatti di materia impura non potevano possedere lo Spirito Santo. La Croce non poteva essere venerata ma anzi odiata, perchè strumento di umiliazione del Cristo. Inoltre la Chiesa cattolica considerava sacre le immagini e le reliquie, frammenti d’ossa in decomposizione o pezzi di legno o di stoffa che abili truffatori facevano passare per resti di corpi di santi uomini. Chi si inchinava di fronte a tali oggetti per adorarli, diventava un idolatra. La Vergine non fu la madre di Gesù perchè non avendo mai avuto un corpo non poteva nascere; ella fu un Angelo che aveva assunto le fattezze di una donna. La Vergine era un simbolo e cioè la Chiesa che accoglie la parola di Dio. Il dualismo cataro aveva due modi di interpretare la creazione del mondo e il peccato originale : c’era un dualismo assoluto e un dualismo mitigato.
DUALISMO ASSOLUTO:
il Dio buono ha creato solo esseri spirituali, invisibili e puri, mentre il Dio malvagio ha creato la materia e il mondo visibile, causa del male fisico e morale. Il Dio malvagio si è introdotto nel mondo celeste e ha sedotto queste anime e le ha portate con sè sulla terra. Per trattenerle si è stabilito nei corpi e le ha incatenate alla sensualità. Il Dio buono ha acconsentito a ciò, alla carcerazione, perchè le anime colpevoli fossero punite del loro errore. La terra è dunque un luogo di penitenza. Le anime, in virtù della loro originale natura, devono tornare al cielo, ma esse si attardano nei loro peccati e anche nel periodo di purificazione che devono subire. E’ per abbreviare questo periodo che il Dio buono inviò sulla terra suo figlio Gesù, la sua creatura più perfetta. La forma corporea sotto la quale apparve agli uomini non fu reale, perchè lui non voleva aver nulla in comune con l’opera del principe malvagio. Anche gli atti compiuti non furono che apparenze, solo la rappresentazione simbolica della realtà. Per ottenere la liberazione dell’ anima occorreva affiliarsi alla chiesa dei Catari cioè dei puri o purificatori. Alla morte le anime non purificate entravano in altri corpi e continuavano questa migrazione prolungata fino a che non fossero entrate nella comunione dei puri. Era un dualismo radicale che non ammetteva nessun incontro tra il Dio del Bene e il Dio del Male.
DUALISMO MITIGATO:
riportava la totalità degli esseri a un solo Dio loro creatore unico, spiegava in maniera mitologica la coesistenza del Bene e del Male. Originariamente Dio aveva due figli, Satanael e Gesù; il primo, che era il primogenito, era stato investito del governo del cielo e del potere creatore. L’orgoglio lo rovinò, aspirava a detronizzare il padre e associò altri Spiriti alla rivolta. Satanael fu cacciato dal cielo, egli creò l’uomo e la donna, la sedusse e diventò padre di Caino e Abele. Dio, per pietà, aveva dato un’anima alla creatura umana e non permise che il potere di Satanael restasse illimitato. Gli tolse la facoltà creatrice ma gli lasciò il governo della Terra, con la speranza che gli uomini, grazie al principio divino costitutivo delle loro anime, sarebbero sfuggite al potere satanico. E poichè ciò tardava troppo, inviò il suo secondo figlio, Gesù, sotto l’apparenza d’un corpo umano. E’ sotto questa forma che risuscitò subito la persona di Maria, dopo essere penetrato nel suo orecchio sotto forma di un raggio di luce, fatto tollerato dalla Chiesa romana e frequente nelle antiche pitture, in quanto la luce rappresentava la Concezione. Compì la sua opera redentrice trionfando su Satanael, che perse il governo del mondo, ma conservò il potere di nuocere. Secondo questo sistema, si ammette che c’è sempre qualche relazione tra Satanael e Dio; questo punto di vista mitigato si apriva alla speranza del ritorno di tutti gli esseri spirituali, di Satanael stesso, nel vasto seno del padre di tutti. I due sistemi rifiutavano l’Antico Testamento, che cosideravano dettato dal genio del Male, Jehovah non era che una finzione di questo Dio malvagio, e la legge ebraica era il mezzo fallace di eternare il suo potere. Credevano di trovare nei profeti e nei salmi delle ispirazioni del Dio di bontà che voleva preparare la redenzione. Riconoscevano l’autorità del Nuovo Testamento, ma il libro preferito è il quarto Vangelo. Onoravano un vangelo apocrifo attribuito all’apostolo Giovanni e che doveva essere venuto dall’Oriente, come pure una Apocalisse, anch’essa orientale, intitolata "Visione d’Isaia".
Il peccato consisteva prima di tutto nell’amore delle creature materiali; la creazione visibile era opera del principe del male. Dunque tutta inclinazione sensuale, tutta bramosia di beni materiali; era condannato il possesso della ricchezza, la menzogna interessata, a meno che non si trattasse di sfuggire alla persecuzione, ingannando il grande ingannatore infernale, la guerra; era proibita l’uccisione degli animali eccetto i rettili, il consumo di latte e carne erano interdetti. Gli animali erano o potevano essere delle persone un tempo umane che non avevano finito la loro metempsicosi; era lecito nutrirsi di pesce. Tutti gli esseri nati da copulazione carnale avevano una origine impura. Anche il matrimonio era considerato illecito. Serviva solo ad aumentare il numero degli schiavi di Satana. La santità catara era possibile solo col celibato e si vedevano degli sposi separarsi di comune accordo per votarsi interamente alla purificazione delle loro anime.
GLI ORDINI CATARI
Presso i Catari quattro erano gli Ordini o gradi. Il primo si chiamava Vescovo, il secondo Figlio maggiore, il terzo Figlio minore, il quarto Diacono e poi c’erano i credenti. Si sostituivano in caso di morte o assenza. "Alla morte del vescovo, il figlio minore ordinava vescovo il figlio maggiore il quale ordinava il figlio minore in maggiore." Importante era l’imposizione delle mani che dava l’investitura o il consolamentum ai moribondi; con questo atto il vescovo conferiva la grazia e infondeva lo Spirito Santo, che però perdeva se avesse peccato con una donna. Quest’accusa fu usata spesso dai rappresentanti ufficiali delle diverse dottrine catare per annullare l’autorità spirituale di un vescovo.
FESTIVITA’ CATARE
I Catari non avevano nessuna festività. Anselmo d’Alessandria dice che i Bagnolesi non riconoscevano alcuna domenica nè celebravano ricorrenze di nessun santo. Durante l’anno avevano tre quaresime: dalla festa di San Brizio, 13 novembre, fino a Natale; dalla prima domenica di quadragesima fino alla Pasqua; dalla festa di Pentecoste fino alla ricorrenza degli Apostoli Pietro e Paolo, quest’ultima detta settimana santa.
CERIMONIA DEL CONSOLAMENTUM
E’ battesimo, cresima, sacerdozio ed estrema unzione. Il fedele doveva fare un lungo periodo di iniziazione. Restava uno o due anni in una casa di Perfetti e doveva dare prova della vocazione. Se giudicato degno, veniva presentato alla comunità. Si preparava alla consacrazione con digiuni, veglie e tante preghiere. Il giorno della cerimonia veniva introdotto nella sala comune. Poteva essere una casa privata ; in città c’erano molte case consacrate al culto, all’insegnamento e alla cura dei malati, perchè i Perfetti lasciavano tutto alla chiesa. Le pareti erano dipinte a calce, spoglie, qualche banco, un tavolo con tovaglia bianca e sopra il Vangelo. Su un altro tavolo, una brocca e una bacinella per la lavanda delle mani. Molti i ceri accesi, perchè rappresentavano le fiamme dello Spirito Santo, disceso sugli Apostoli nella Pentecoste. Il fedele era condotto ai ministri del culto, vestito con una lunga tonaca nera, simbolo del distacco dal mondo. Il Perfetto e due assistenti si lavavano le mani per poter toccare il testo sacro. Iniziava la cerimonia. L’officiante spiegava al neofita i doni della religione e gli obblighi ai quali si sottometteva. Poi recitava il Pater commentandone ogni frase, e si ripeteva insieme, " Padre Santo, Dio giusto dei buoni spiriti, tu che mai ti inganni, nè menti o dubiti, nel timore di provare la morte nel mondo del dio straniero, poichè noi non siamo del mondo nè il mondo è nostro, donaci di conoscere quel che tu conosci e di amare quel che tu ami..." futuro Perfetto doveva abiurare la fede cattolica, e prosternandosi tre volte chiedeva di essere accolto nella nuova chiesa. Doveva darsi a Dio e al Vangelo. Prometteva di non mangiare carne, uova e altri alimenti di origine animale, di astenersi da ogni commercio carnale, di non mentire nè giurare, di non rinunciare alla fede per paura della morte. Confessava pubblicamente i suoi peccati e ne chiedeva perdono. Ricevuta l’assoluzione, rinnovava l’impegno ed era pronto a ricevere lo Spirito. Il Perfetto poneva sul capo il Vangelo e insieme ai suoi assistenti imponeva le mani su di lui pregando Dio di inviargli lo Spirito Santo. In quel momento il neofita si trasformava in una creatura nuova, egli nasceva" allo Spirito". I presenti recitavano il Pater noster ad alta voce, l’officiante leggeva i primi 17 versetti del Vangelo di Giovanni : "In pricipio era il Verbo...", poi recitava ancora il Pater. Il nuovo eletto riceveva il bacio della pace dall’officiante e poi dai suoi assistenti. Egli a sua volta dava il bacio al più vicino dei fedeli che assistevano alla cerimonia e questo bacio si trasmetteva tra tutti i presenti, se era una donna, l’officiante toccava una spalla della nuova Perfetta con il Vangelo e il gomito con il gomito. D’ora in avanti il nuovo"consolato" avrebbe portato l’abito nero dei fratelli che non avrebbe più dismesso. Poi con le persecuzioni, gli uomini tenevano intorno al collo un cordone, le donne lo tenevano alla cintola, sotto gli abiti. Petrus Vallecernensis nella sua Historia Albigensium ( Storia degli Albigesi) ci tramanda il rito dei Catari di Gallia. Così lo descrive. " Nella cerimonia sacrilega il vescovo diceva: Amico, se vuoi essere dei nostri, è necessario che tu rinunci a tutta la fede che tieni nella chiesa di Roma". Rispondeva : " Rinuncio". " Dunque ricevi lo Spirito Santo dai buoni uomini". Allora gli soffiava sette volte in bocca, poi gli diceva: " Rinunci alla Croce che il sacerdote ti fece sul petto, nel battesimo, sulle spalle, sulla testa con l’olio?". Rispondeva:" Rinuncio". " Credi che quell’acqua sia stata necessaria alla tua salvezza?". " Non credo!". " Rinunci allora a quello che il sacerdote ti ha dato con il Battesimo?". Rispondeva:" Rinuncio". Allora tutti imponevano le mani, lo abbracciavano, gli mettevano addosso una veste nera e da quel momento era uno di loro. Il nuovo consolato lasciava tutti i suoi beni alla comunità e si dava alla vita errante, alla preghiera, alla predicazione, alle opere di carità. Il vescovo locale assegnava al nuovo Perfetto un compagno, scelto tra gli altri Perfetti, il socius o socia se donna. Vestiti di nero, coi capelli lunghi, con la carnagione pallida, pieni di austerità dei costumi, andavano nel mondo pronti a morire con gioia per la loro fede, e si guadagnarono una diffusa fama di bontà.
COMPOSIZIONE SOCIALE DEGLI AMBIENTI CATARI
Tra i credenti e i perfetti non si trova nessun contadino. Tra i lavoratori della città si trovano sarti, fabbri, conciatori, fabbricanti di borse, mugnai, tavernieri, osti, conciatori, pellicciai, carrettieri, venditori ambulanti. Sono in genere artigiani che hanno una bottega, pochi i lavoratori salariati. Numerosi sono i Catari che appartengono all’alta borghesia cittadina: propietari di beni immobili in campagna, di terreni e immobili in città, mercanti, imprenditori e banchieri. Molte erano le accuse agli Inquisitori di perseguire gli eretici al fine di confiscarne i beni, di cui 2/3 andavano alla Chiesa e 1/3 al Comune. Spesso le case e i castelli dove si rifugiavano i Catari appartenevano ai patrizi e al ceto gentilizio feudale della città.
IL PERFETTO
"..Andavano i Perfetti per villaggi e campagne nelle città e nei mercati fra accattoni, mercanti, operai e contadini, si insinuavano nelle case, senza che da nessun segno esteriore trasparisse esser essi agnelli e colombe nell’aspetto, nel tono della voce, nelle parole, ma volpi nel cuore a detta dei cattolici. Attaccavano discorso con uomini semplici e con donne; e dapprima parlavano loro di Dio, delle virtù, della vita e della salvazione dell’anima; poi si indugiavano molto sui vizi del clero, sulle loro ricchezze, sul giogo che facevan pesare sul popolo. Toccavano di qualche parte del culto che ingenerava abusi, come la venerazione delle immagini, o che ripugnava al senso comune, come la transustanziazione. Infine entravan di proposito nella parte metafisica e teologica della religione, demolendo i dogmi cattolici e insinuando credenze proprie; dimostrando che la loro chiesa era la vera, non quella di Roma. Se un cataro parlava con un povero diavolo maledicente la sua povertà, cominciava a compassionarlo e incolpava poi i cristiani ricchi, i prelati, i chierici che avrebbero dovuto seguir vita apostolica e sollevare gli umili, perchè nessuno fosse nella miseria, come nessuno vi era nella chiesa primitiva.....Aggiungeva che i prelati e i chierici erano fuori della fede e perseguitavano i giusti, come i sacerdoti giudei, gli Apostoli".
Il cataro rilevava la corruttela ecclesiatica, il ricordo di una chiesa migliore, la scostumatezza dei chierici, l’opulenza del clero, la negazione della chiesa cattolica e dei dogmi. I Catari trascinavano così verso la loro dottrina quanti già fermentavano di mali umori contro i chierici, e " si mettevano senza condizioni dalla parte del bene ultramondano cercando di allontanarsi il più possibile dalle cose terrene. Efficace fu l’esempio fornito dalla condotta di vita ascetica praticata dai suoi perfetti e grazie alla quale venivano guadagnati sempre nuovi seguaci".
Il Perfetto era l’anima vivente della Chiesa catara. Erano puri di costumi e obbligarono la Chiesa
cattolica a combatterli con le loro stesse armi, a predicare a piedi nudi e a vivere di elemosine. Il popolo li soprannominava " Buoni uomini", si trattava proprio di uomini buoni. Andavano a due a due a visitare castelli e villaggi in umiltà ed austerità e suscitavano ovunque venerazione. Erano ascoltati per la dolcezza e serietà dei loro discorsi, pregavano e parlavano sempre di Dio. Il prete Cosma, nel suo Trattato, dice :" Non alzano mai la voce, non dicono mai cose sconvenienti, aprono la bocca solo per pronunciare parole pie e sempre pregano pubblicamente..". I Perfetti erano stimati per le loro opere di carità. Vivevano in povertà, ma usavano le elemosine dei fedeli per darle ai bisognosi. E il popolo che ama la bontà e la compassione sincera, correva da loro che con l’esempio conquistavano i cuori. Osservavano tre Quaresime all’anno, durante le quali digiunavano tre giorni la settimana a pane e acqua, erano emaciati, pallidi, segnati dalle privazioni.
MODALITA’ DI DIFFUSIONE DEL CATARISMO
Raniero Sacconi, che fu per diciassette anni vescovo cataro e poi abiurò, così descrive la modalità di diffusione del catarismo tra la gente ad opera degli eretici: "Gli eretici accortamente si studiano come potersi introdurre nella familiarità dei nobili e gran signori, e il tentano in questo modo: offrono ai signori e alle signore da comperare gradite merci, quali sono anelli e cose simili. Smerciatene alcune, se il compratore al venditore domanda : ne avete altre, questi risponde : ne ho di più preziose di queste, pur queste vi venderei se mi faceste sicuro di non palesarmi ai chierici. Datagli sicurezza, soggiunge : ho una gemma così lucente che per essa l’uomo conosce Iddio, ne tengo un’altra che così arde che accende l’amor divino nel cuor di quello che la possiede, e così delle altre gemme segue a parlar in metafora. Dopo recita qualche verso tratto dal Vangelo, il primo di San Luca, il XIII di San Giovanni. Se si avvede che il compratore lo ascolta senza disgusto, passa a recitargli il capitolo XXIII di San Matteo :" Super cathedram Moysi sederunt Scribae et Pharisei " ( Sopra la cattedra di Mosè sedettero gli scribi e i Farisei), e il X di San Marco, nei quali è, appunto, dipinto il carattere degli Scribi e dei Farisei. Interrogato di cui parlino quelle scritture, risponde che parlano dei chierici e dei religiosi. Quindi si apre la strada a far il parallelo tra lo stato della chiesa romana e lo stato delle lor sètte così proseguendo :" I dottori della romana chiesa sono pieni di fasto nel costume e nel vestito, amano i primi posti e d’esser degli uomini chiamati maestri, noi non cerchiamo tali dottori e maestri; di più sono essi incontinenti, ciascun di noi ha la sua moglie e vive con essa castamente; sono essi ricchi ed avari ai quali vien detto:" Guai a voi o ricchi, che qui avete la vostra consolazione, noi quando abbiamo di che vivere e di che coprirci, siamo di ciò contenti", sono essi voluttuosi ai quali vien detto:" Guai a voi che divorate le case delle vedove, noi al contrario in qualunque modo campiamo la vita". Essi fan guerra, conducono armate, comandano che si uccidano i poveri, ai quali vien detto:" Chiunque prenderà in mano il ferro, perirà pel ferro"; noi, al contrario, sosteniamo da loro persecuzione per amore della giustizia; essi mangiano un pane ozioso, niente non operando; noi lavoriamo colle nostre mani, essi vogliono essere i nostri maestri e i soli sapienti; al contrario presso di noi così le donne come gli uomini insegnano, e uno scolaro di sette giorni insegna agli altri.... noi ci adoperiamo perchè sia osservata la dottrina tutta di Gesù Cristo e degli Apostoli, noi dietro all’esempio di Gesù Cristo diciamo al peccatore:" Vattene e non voler più peccare, e con l’imposizione delle mani gli rimettiamo tutti i peccati".
I CATARI IN ITALIA
Nel 1165 un gruppo di Catari francesi si stabilì a Roccavione, 10 Km da Cuneo; il loro vescovo arrivò fino a Napoli. Un notaio francese giunse a Concorezzo, 19 Km da Milano,e conquistò all’eresia il becchino Marco che abitava a Cologno Monzese, 8 Km da Concorezzo. " Post longum tempus quidam notarius de Francia venit in Lombardiam, scilicet in comitatu mediolanensi, in partibus de Concoretio, et invenit unum qui dicebatur Marcus... ( Dopo lungo tempo, un notaio dalla Francia, giunse in Lombardia, nella contea milanese, dalle parti di Concorezzo, e trovò un tale che si chiamava Marco..). Marco convinse all’eresia due suoi amici, il tessitore Giovanni Giudeo e il fabbro Giuseppe; poi a Milano si aggiunse Aldrico di Bando. Si recarono a Napoli dal suddetto vescovo che li catechizzò per un anno, conferì loro il consolamentum e ordinò Marco diacono; questi tornò a Concorezzo e cominciò la diffusione della nuova dottrina in Lombardia, nella Marca Trevisana e in Toscana. Egli aveva aderito al dualismo mitigato bulgaro, l’Ordo Bulgariae, cioè la chiesa bogomila, che era in collegamento con la chiesa di Costantinopoli e quella di Linguadoca e con i nuovi proseliti italiani. Nel 1167 arrivò in Lombardia da Costantinopoli il vescovo Papa Niketas, che professava il dualismo assoluto dell’Ordo Drugunthiae, probabilmente Dragovitza, in Macedonia. Le due confessioni portavano il loro dissidio e il loro impegno di conquista nei paesi occidentali. Il termine Papa equivale a pope, cioè prete, non alla guisa del capo supremo della chiesa cattolica. Niketas offerse il governo e la dignità vescovile al diacono Marco mediante però il rinnovo del consolamentum; Niketas continuò insieme con il nuovo vescovo dei catari italiani, l’opera di conversione al dualismo assoluto fra i Catari della Francia meridionale.
IL CONCILIO CATARO DI SAINT- FELIX DE LAURAGAIS ( O CARAMAN )- prov.TOLOSA
Nella storia del catarismo latino assume grande importanza il Concilio di Saint Felix de Lauragais, diocesi di Tolosa, radunato nel maggio 1167. Erano presenti: Roberto di Espernone, vescovo della chiesa di Francia; Marco, della chiesa di Lombardia; Siccardo Cellarius della chiesa di Albi; Bernardo Catalanus, della chiesa di Carcassonne, accompagnati dal figlio maggiore e figlio minore. C’era presente una folla enorme di fedeli della chiesa catara di Tolosa e di altre chiese. Il motivo religioso era la presenza di un uomo di chiesa cataro, venuto dalla penisola balcanica o da Bisanzio, il papa Niceta, detto nel documento, Niquinta. Questi aveva organizzato l’eresia in Italia e di lì lo avevano chiamato i tolosani che erano senza vescovo . Da lui chiesero e ottennero in gran numero il consolamentum, il rito cioè dell’imposizione delle mani. Durante questo Concilio si scontrarono due tendenze di dualismo, quella moderata e quella assoluta. Niceta era per il dualismo assoluto.
"Nel concilio generale di S. Felix de Caraman (Tolosa) del 1167 un certo Niketas venuto da Costantinopoli unificò il catarismo di tipo moderato dei paesi latini nel dualismo assoluto della chiesa o ordine di Dragowitza ( Tracia o Macedonia). Esso si mantenne nella corrente degli Albanesi ( probabilmente da un loro vescovo di nome Albano) con sede centrale Desenzano e professato dai Catari della Francia meridionale, detti Albigesi. Il primitivo dualismo mitigato o monarchico derivato dalla chiesa o ordine di Bulgaria, fu adottato dalla corrente dei Concorrezzesi; questi erano in completo dissidio coi primi a causa della diversa concezione dualistica e derivati dottrinali morali o culturali. Tale dottrina fu accettata anche dalla terza corrente dottrinale dei BAGNOLESI, questi mutuano le loro credenze dalla chiesa o ordine di Sclavonia in Bosnia, condividono il dualismo mitigato dei Concorrezzesi, ma non assumono la loro teoria traducianista circa l’origine delle anime. Le popolazioni della Tracia meridionale lo professavano fin dal 1149. Questi nel 1233 emigrarono in Lombardia e Veneto, a Verona, quando sfuggirono alla reazione cattolica".
Il fatto più importante fu l’incorporazione di tutte le comunità catare nella fede della chiesa di Dragowitsa, che sosteneva il dualismo assoluto; questo passaggio dogmatico dal primitivo dualismo mitigato fu compiuto col rinnovo del rito del consolamentum; Con esso si applicava il principio che la sua validità dipendeva anche dalla verità della dottrina professata dal vescovo o dal perfetto che lo conferiva. Niketas esortò alla concordia e alla pace; egli poteva rallegrarsi d’aver sistemato nell’unità il bogomilismo progredito e il catarismo occidentale, sotto i segni di una dottrina dualistica, che era ormai in dichiarata opposizione con la chiesa cattolica sul piano dogmatico.
LA CHIESA BULGARA " NON CI STA "
La chiesa bulgara passò alla controffensiva contro l’azione missionaria di Niketas e della chiesa di Dragowitsa; il vescovo Marco fu scosso dalle voci che contestavano la purezza dei costumi di Niketas. Testimoni ( veri o falsi?) dicevano che era stato trovato in intimità con una donna, e di conseguenza il peccato invalidava la verità della sua dottrina, la validità quindi delle sue ordinazioni. Marco, dalla Calabria tentò di recarsi in Bulgaria per ricevere l’antica ordinazione; imprigionato nel viaggio di ritorno, assai probabilmente ad Argenta, vicino a Ferrara, fece eleggere un suo successore e ordinò l’amico Giovanni Giudeo; morì fuori prigione, lasciando i seguaci nel dubbio sulla sua sorte spirituale. Una missione della corrente bulgara, venuta d’oltremare con a capo un certo Petriakos, sparse la notizia che il vescovo Simone, predecessore di Niketas, era stato colto in intimità con una donna e aveva compiuto altre cose " contra rationem", cioè contrarie alla verità catara; ne derivava l’invalidità del consolamentum e della ordinazione vescovile, conferiti a Niketas e da questi a Marco. Tale invalidità era sostenuta da un certo Nicola che aspirava ad essere vescovo della Marca Trevisana. Il gruppo toscano elesse un proprio vescovo, Pietro da Firenze. Alle divisioni esistenti tra le varie chiese non rimediò l’arbitrato del vescovo della chiesa di Francia, a cui erano ricorsi i sapientes (teologi) lombardi.
IL CONCILIO CATARO DI MOSIO, provincia di MANTOVA
Fu convocato un congresso di conciliazione a Mosio, in provincia di Mantova. A due passi da Mosio c’era l’abbazia benedettina di Acquanegra sul Chiese, di cui sappiamo essere essa tanto infetta di eresia da dover essere nominata in una Costituzione imperiale del 22 febbraio 1224, come eponimo di una sètta ereticale. La sorte cadde sul candidato del gruppo lombardo, Garatto; tutti s’impegnarono a scegliergli i compagni e a provvederlo di denaro per il viaggio in Bulgaria. Nel frattempo due testimoni sorpresero Garatto in fallo con una donna; per questa sua indegnità, la maggior parte dei catari gli rifiutò obbedienza e la comunità catara italiana si frazionò ulteriormente in sei gruppi o chiese. I sostenitori di Garatto rappresentanti il nucleo milanese originario, con Marco e la prima tradizione del catarismo, gli rimasero fedeli; però Garatto lasciò il posto a Giovanni Giudeo; Il vecchio Giovanni dovette recarsi in Bulgaria per ricevere di nuovo l’ordine e la fede primitiva. Alla sua morte gli succedette un altro collega della prima ora, il fabbro Giuseppe. Dopo la morte di questi ritornò in scena Garatto, la cui colpa non faceva ostacolo alla sua elezione, anzi egli affrontò i secessionisti pretendendo l’osservanza della precedente promessa di obbedienza, ma gli altri avevano già organizzato la loro autonomia, sia gerarchica che dottrinale. L’anonimo autore del "De heresi catharorum" ( Sull’eresia dei Catari) dice che il primitivo catarismo italiano, la "ecclesia Lombardiae" ( La chiesa di Lombardia) si frazionò in sei circoscrizioni, gerarchicamente indipendenti:
1) Chiesa di Concorezzo, ( Ordo Bulgariae, dualismo mitigato),
2) Chiesa di Desenzano, ( Ordo Drugunthiae, dualismo assoluto),
3) Chiesa di Bagnolo San Vito, ( Ordo Sclaveniae, dualismo mitigato),
4) Chiesa della Marca trevisana, ( Ordo Sclaveniae, dualismo mitigato),
5) Chiesa di Firenze, ( Ordo Drugunthiae, dualismo assoluto),
6) Chiesa della Valle Spoletana ( Ordo Drugunthiae, dualismo assoluto).
LA CHIESA CATARA DI BAGNOLO
"..Sorta anch’essa dallo scisma che divise i catari d’Italia alla fine del sec. XII, la chiesa catara di Mantova ebbe vescovo, per primo, Caloiohannes, evidentemente greco. Per la sua formazione religiosa egli si rivolse alla chiesa balcanica di Sclavenia, di cui fu in Italia il seguace. Prima sede del suo gruppo fu Mantova, donde il successore, Ottone di Bagnolo, la trasferì a Bagnolo, che diede loro il nome di Bagnolenses, mentre altrove sono chiamati Sclavini, proprio perchè seguivano l’Ordo Sclavenie".
Perchè il vescovo cataro Ottone , verso l’anno 1185, sposta la sede vescovile da Mantova a Bagnolo? Egli era originario di questo borgo e quindi conosceva bene il territorio circostante. Anche Bagnolo, come Mantova, era sul Mincio, id est lacus, che è lago. Il lago Inferiore, formato dal corso del Mincio, giungeva da Mantova fino a Bagnolo e si estendeva, a nord, fino a Formigosa, Barbasso, poi il fiume a Governolo si gettava nel Po di Lirone.
La scelta del lago, (comunità catare vivevano a Desenzano, a Lazise e a Sirmione sul lago di Garda e anche a Como, sull’omonimo lago ) è dettata da una necessità. I perfetti catari si potevano nutrire soltanto di pane, pesce e olio. Bisognava che trovassero luoghi tali da poter fornire quotidianamente e per gruppi di persone piuttosto numerosi, il pesce necessario. Inoltre la richiesta strana di questo cibo avrebbe potuto attirare le attenzioni e i sospetti dell’inquisizione. Ma gli abitanti del lago sono abituati a fare del pesce il loro alimento principale se non giornaliero. E dunque nessun sospetto per il consumo di quel cibo.
Poi la sede del vescovado doveva trovarsi in zona di facile accesso, su strade ben conosciute e frequentate. Per Mantova passava la via Romea cioè l’itinerario dei pellegrini del Nord Europa che si dirigevano in pellegrinaggio verso la capitale della cristianità. Il passaggio del Po a Bagnolo permetteva ai pellegrini di pregare subito presso il monastero di San Benedetto di Polirone ( sul Po di Lirone).
Il Po verso l’anno mille si era aperto un nuovo letto verso nord e aveva raggiunto il Lirone. Il Largione o Lirone era un modesto corso d’acqua che si diramava dall’Oglio sulla riva sinistra e scorreva nel tratto attuale del Po, da Scorzarolo a Sustinente, rendendolo un suo ramo che prese il nome di Polirone. Il corso principale del Po era molto sinuoso e a monte di Luzzara volgeva ad est, risaliva verso Suzzara che toccava a sud, "Sub-Zara", paese posto sotto il fiume Zara, e con nuove anse continuava verso Palidano, Gonzaga e Pegognaga. Presso San Benedetto riceveva le acque dello Zara, e a Sustinente quelle del Lirone; da qui il suo corso si identificava con quello attuale. Dopo aver sostato e pregato a San Benedetto, il viaggio dei pellegrini procedeva per Modena, Bologna, Firenze, Roma.
Il vescovado doveva essere anche centro di vita economica, industriale o commerciale tale da giustificare, senza dare eccessivamente nell’occhio, il continuo andirivieni di persone dalle favelle straniere, normalmente viaggianti sotto l’aspetto di mercanti. La località Forcello di Bagnolo San Vito era abitata fin dal V secolo a. C. . Numerosi i reperti trovati di ceramica orientale, a dimostrazione degli intensi scambi commerciali che sono sempre esistiti nella valle del Po anche con l’Oriente, e da lì, poi, attraverso le vie mercantili, giungerà l’eresia catara?
LA FEDE RELIGIOSA
"Le difficoltà cominciano però quando vogliamo cercare di farci un’idea precisa della fede religiosa dei Bagnolesi, che in loro non sembra aver avuto un aspetto ed un profilo così tipicamente caratteristici come le due chiese di Concorezzo e di Desenzano. Il Tractatus de Hereticis di Anselmo d’Alessandria, che pur essendo assai tardo, ( circa anno 1270), è molto ben informato, ci fa osservare che questo gruppo mancava di un’unità coerente di idee; inoltre non dovette mai avere un certo grande rilievo di pensiero religioso, se i controversisti cattolici che ricordano spessissimo i seguaci di Concorezzo e di Desenzano, considerano assai meno quelli di Bagnolo".All’epoca del Tractatus di Anselmo, i Catari bagnolesi erano divisi in tre tendenze, alcuni aderivano alle idee dei catari di Concorezzo, altri a quelle della chiesa di Desenzano, ed altri ancora tenevano una via di mezzo. Questi ultimi, precisa sempre Anselmo, accettano il dualismo moderato con il mito della creazione e formazione del mondo, ma se ne allontanano a proposito del peccato degli angeli, che è quanto dire sull’origine del male nell’universo. Ponevano infatti una distinzione tra gli angeli che avevano aderito volontariamente a Satana, anzi al dragone, e per questi non c’era possibilità alcuna di salvezza, sono i veri e propri demoni, e gli altri angeli che furono invece trascinati giù dal cielo con la violenza, questi potranno salvarsi. Anzi gli spiriti di due di essi, Adamo ed Eva, chiusi nei corpi rendono possibile la riproduzione ex traducione, di altri spiriti che dovranno ricostruire il numero di quelli che, caduti per volontaria defezione dal cielo, non potranno più tornarvi. E la riproduzione ex traducione è un fenomeno, essi osservavano, perfettamente naturale "come il corpo dal corpo e la pianta dalla pianta, sempre tuttavia per opera del diavolo". In tal modo l’astuzia diabolica, con la quale il diavolo aveva cercato di perpetuare, mediante la riproduzione, la prigionia degli angeli nei corpi, è, in realtà, servita a creare altri spiriti, ai quali si rivolge la salvezza di Cristo. Gesù veniva considerato minore del Padre, non ci vengono però date altre precisazioni, se non che egli ebbe solo apparenza di corpo umano, mentre, in realtà, ne portò uno spirituale dal cielo. Negano quindi la passione, la morte e la resurrezione di Cristo, sostenendo che tutto accadde, certo, ma solo in apparenza.
Bagnolesi : Eretici catari che costituivano in Lombardia nel secolo XIII un gruppo medio tra le due opposte correnti catare degli Albanesi e dei Concorrezesi. Il loro nome proviene da una località lombarda in cui ebbero un centro gerarchico, Bagnolo Mella ( BS) o Bagnolo Cremasco o più probabilmente Bagnolo San Vito ( MN). L’inquisitore Raniero Sacconi ( ca. 1250) computa a 200 i loro professi e dissemina i seguaci tra Mantova, Brescia, Bergamo, Milano e la Romagna, ma anche i membri della chiesa catara della Marca Trevisana, Toscana, Valle Spoletana aderivano alle dottrine Bagnolesi. Dai processi inquisitoriali risulta che, nella seconda metà del secolo XIII, gerarchi ed affiliati di questa setta operavano a Verona, Sirmione, Vicenza, Rimini, Ferrara, Bologna. I Bagnolesi son detti anche Francigenae perchè i membri della chiesa catara della antica Francia emigrati in Lombardia e a Verona, condivisero la loro posizione dottrinale; sono detti Caloiani da un loro vescovo Caloioanus.
BAGNOLENSES SEU BAJOLENSES
Cathari in omnibus ferme cum proxime superioribus consentiebant, nisi quod animas a Deo creatas ante mundi constitutionem credebant, tunc etiam peccasse. Sentiebant vero cum Nazario, Beatam Virginem Angelum fuisse, Christum ipsum non humanam sed angelicam naturam sumpsisse, corpus caeleste habuisse. ( I Catari BAGNOLENSI credevano che le anime fossero state create da Dio prima della creazione del mondo e che allora avessero peccato. Credevano anche, insieme con Nazario, (primo vescovo di Concorezzo) che la Beata Vergine fosse un angelo e che Cristo stesso non avesse assunto la natura umana ma quella angelica, che avesse avuto un corpo celeste.
"...Quanto alla Lombardia tre sette primeggiavano : Catari, Concorezesi, BAGNOLESI. I Catari venivano divisi in due parzialità : alla prima era vescovo Belasmanza veronese, all’altra Giovanni di Lugio, bergamasco. I primi dicevano eterno il mondo, i patriarchi erano ministri del demonio: un angelo aveva portato il corpo di Gesù Cristo nell’utero di Maria senza ch’ella v’avesse parte; solo in apparenza egli era nato, vissuto, morto, risorto. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono quali dal tristo principio, ma ab eterno. La creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un mondo diverso dal nostro: Dio non essere onnipotente perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto: Cristo aver potuto peccare. I Concoresi ammettono Dio aver creato gli angeli e gli elementi, ma l’angelo ribelle è divenuto demonio, formò l’uomo e questo universo visibile: Cristo fu di natura angelica. I BAGNOLESI facevano le anime create da Dio prima del mondo e allora avessero peccato; la beata Vergine esser un angelo e Cristo avere bensì assunto corpo umano per patire, ma non glorificatolo, anzi depostolo all’ascensione. A tutti costoro opponevasi la setta dei Passagini o Circoncisi; e poichè i Catari ripudiavano il Vecchio Testamento, essi pretendevano avessero validità fin le leggi penali di Mosè, poichè quelli supponevano che Cristo si fosse incarnato solo in apparenza ( Docetismo) essi lo riduceano ad uomo, siccome gli antichi Ario ed Ebione. Fra’ Ranerio Saccone che dopo essere stato 17 anni coi Catari li confutò e perseguitò, sicchè poteva averne buona conoscenza, li distingue affatto dai Valdesi, padri degli Albigesi. Sedici loro chiese annovera, delle quali sei in Lombardia: degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona e sono 500, dei Concoresi, che fra tutta la Lombardia sommeranno a 1500; dei BAGNOLESI, non più di 200, sparsi a Mantova, a Milano, nella Romagna; 100 nella chiesa della Marca, 100 in quelle di Toscana e di Spoleto; 150 della chiesa di Francia dimorano a Verona e per la Lombardia; 200 delle chiese di Tolosa e di Albi e Carcassonne; 50 di quelle di Latini e Greci a Costantinopoli; 500 delle altre di Sclavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Patarini furono detti da " pati " (soffrire) perchè ostentavano penitenza, o dal" pater" che era la loro preghiera. Infiniti nomi indicavano le varie sette: Gazari, Arnaldisti, Giuseppini, Insavattati, Leonisti, Bulgari, Circoncisi, Pubblicani, Comisti, Credenti di Milano, di Concorezzo, di BAGNOLO, Vanni, Fursci, Romulari, Carantani."
ARMANNO PONGILUPO DA FERRARA, BAGNOLENSE
Il 16 dicembre 1269 moriva in Ferrara, in odore di santità, per il popolo e di eresia per gli inquisitori, Armanno, detto Pongilupo, della sètta dei Bagnolesi. Venne sepolto nella cattedrale di Ferrara e i fedeli che andavano a pregare sulla sua tomba venivano miracolati. L’Inquisizione impiegò più di trent’anni, dal 1270 al 1288, prima di arrivare ad una sentenza di colpevolezza di eresia nei riguardi di Pongilupo. Il 22 marzo dell’anno 1301 le ossa di Pongilupo, per ordine di Bonifacio VIII, furono tolte dal sepolcro della cattedrale di Ferrara, e fu eseguita la condanna. Le ossa furono bruciate sul rogo. Il Muratori riporta "l’inquisizione sui miracoli che sono stati compiuti presso il sepolcro di Armanno Ferrarese". La prima inquisizione, per accertare la veridicità dei miracoli verificatisi sulla tomba di Pongilupo, al fine di una eventuale sua santificazione, iniziò il 21 dicembre 1269 : Gavardo di Borgonuovo giurò che la figlia Marchesina di 8 anni, dalla nascita zoppicava da tutte due le gambe. Va alla tomba di Armanno e guarisce.
28 dicembre 1269 : Adelasia, moglie di Andrioli de Pizolbano di Cornacervina giurò che da due anni soffriva agli occhi e per vedere il Santissimo si doveva alzare, con le mani, le palpebre degli occhi. E ieri il miracolo, e poi cita i testimoni.
Nel 1270 seguirono altre due Inquisizioni sui miracoli avvenuti sulla tomba del Pongilupo. Una quarta venne fatta nel 1280 a cui seguì una quinta. Gli inquisitori però sospettavano che Pongilupo fosse eretico. Cominciarono nel 1270 a interrogare persone che lo avevano conosciuto. Cominciò il processo inquisitoriale ed emerse che il Pongilupo era eretico della sètta Bagnolense . E’ da questa inquisizione che veniamo a conoscere la successione quasi completa dei vescovi Bagnolesi e i rapporti con eretici mantovani.
Leggiamo dai verbali inquisitori: "Armanno, che con altro nome è detto Pongilupo, nel 1254, disse, sotto giuramento davanti agli inquisitori, che talvolta fece la riverenza a Martino di Campitello, eretico consolato, come erano abituati a fare i credenti degli eretici" . Martino nell’anno 1238 era presente come teste nel palazzo vescovile di Mantova. In carcere a Ferrara, Armanno venne interrogato dall’inquisitore frate Aldovrandino dell’Ordine dei predicatori. " E’ un uomo malvagio perchè uccide i buoni uomini e ha fatto scempio del mio corpo", dirà poi alla sua gente, Pongilupo. E sotto tortura, il 30 marzo 1254, abiurò, ma restò sempre della fede catara bagnolese.
Albertino Sogarius, il 10 dicembre 1270 giurò che Martino di Campitello, che fu eretico, gli disse:" Io sono venuto a Ferrara per Pongilupo, che credo il migliore cristiano di questa terra".
Maestro Ferrario, l'8 agosto 1270, giurò che Pongilupo era credente degli eretici e li amava. E lo vide stare con Martino di Campitello, eretico, da tre anni in carcere. E diceva che lo stesso Martino era un buon uomo e che c'erano buoni uomini ,intendendo dei Patarini, che non avrebbero permesso che quelli lo bruciassero, nè altri. Racconta che Pongilupo gli disse che sarebbe andato con Martino, quando lo avrebbero condotto al rogo, fino alla riva del fiume, piangendo.
Manfredino notaio, che fu credente degli eretici, il 30 gennaio 1285, giurò che da 27 anni circa, più di cento volte sentì Pongilupo dire col padre dello stesso teste, che era credente di eretici, dicendo cattive cose dei ministri della chiesa, che erano uomini malvagi, e non seguivano le leggi di Dio, nè era in loro, nè nella fede della chiesa romana, la salvezza; ma erano infamatori di anime, erano lupi rapaci, che perseguitavano i buoni uomini e la chiesa di Dio, intendendo della chiesa degli eretici. Dice di aver udito ciò... al tempo in cui fu bruciato un eretico di nome Martino di Campitello. E mentre lo conducevano al rogo, udì Pongilupo dire a parecchi che ascoltavano:"Vedete, cosa sono queste azioni, bruciare questo vecchio buon uomo. La terra non deve sostenere quelli che fanno tali cose"(p134).
Tancredo che fu credente degli eretici, il 21 ottobre 1271, giurò che al tempo in cui fu bruciato un vecchio eretico, udì Pongilupo dire che era stato bruciato un santo padre. Martino di Campitello fu bruciato sul rogo in riva al fiume Po, a Ferrara, nell’anno 1265, dopo essere stato in carcere per tre anni. Non rinnegò mai la fede dei Bagnolensi.
I VESCOVI BAGNOLESI
Ecclesia de Baiolo o Baiolensium, la chiesa di Bagnolo o dei Bagnolensi si forma verso il 1190 come gruppo di Bosnia. La sede è Mantova. Le fonti danno, negli anni, questa successione di vescovi:
Circa anno 1180 : Kaloian ( Caloioanni o Giovanni il Bello). Il Vignier nel suo libro " Recueil de l’histoire de l’Eglise" pagina 268, parla di un Caloioanni, della corrente catara di Sclavonia, vescovo di Mantova. Aveva come figlio maggiore, Ottone di Bagnolo.
Circa anno 1185 all’anno 1200 : Ottone, (Orto nel "De haeresi"), di Bagnolo, ( filius maior Kaloian) sposta la sede vescovile da Mantova a Bagnolo San Vito. Come figlio maggiore aveva Aldrico " de Gilinguellis".
Circa anno ???? : Andrea ( filius minor Kaloian), testimoniato solo nel Tractatus.
Anno 1258 : Giovanni di Casaloldo.
Chiede notizie di Armanno Pongilupo ad Alberto Graziani. ( Dal processo)".. Maestro Alberto Graziani, che per lungo tempo fu credente degli eretici, il 16 luglio 1288... disse che sono circa 30 anni, essendo il teste a Mantova, che Giovanni di Casaloldo, vescovo della setta degli eretici di Bagnolo, gli chiese come facesse a conoscere Armanno detto Pongilupo. E il Vescovo chiese ciò per il fatto che lo stesso Armanno era amico suo..." Il vescovo Giovanni, dagli atti del processo, risulta essere stato arrestato e abbandonato al braccio secolare in un anno imprecisato, ma anteriore a quello della morte del Pongilupo, che lo ha visitato più volte in Ferrara nelle carceri dell’Inquisizione prima e in quelle del podestà poi, dove gli ha portato il pane fornitogli da una Jacopa ricettatrice di eretici, ossia prima del 1266.
Anno 1258 all’anno 1267 : Hamund di Casaloldo
Hamundus di Casaloldo e Giovanni di Casaloldo, secondo il Savini, non sono la stessa persona.. "Hamundus de Casalialto quem nunc habent ", dice il Trattato, (Hamundus di Casaloldo che ancora hanno), ossia verso il 1270, tempo della redazione dell’opera, e Giovanni sarebbe stato troppo vecchio.
Anno 1267 : Alberto . Figlio maggiore è Michele e figlio minore è Albertino.
( Dal processo) ".... Pongilupo ricevette l'imposizione delle mani in Verona nella casa dei Catari, che tiene il signor Borgogno per conto degli eretici, dal signor Alberto, vescovo della setta di Bagnolo e dal signor Michele che è figlio maggiore nella stessa setta, e dallo stesso Albertino, che era figlio maggiore e visitatore loro nella detta setta in Lombardia".
".. Il fatto che Pongilupo fu della setta predetta ( Bagnolense) è che la moglie dello stesso Pongilupo fu consolata da Michele, che era figlio maggiore nella stessa setta..".
Anno 1273 : Lorenzo di Brescia. Nel processo viene nominato ed è vescovo a Sirmione accanto a Francesco da Pedemonte, (paese vicino a Verona, in Valpolicella), " vescovo di Lombardia", Patriarca di tutto il catarismo occidentale, quale presidente a quanto parrebbe della Santa Sinodo internazionale riunita in Sirmione". Dal 1273 al 1276, Lorenzo fu l’ultimo vescovo bagnolese, anche lui probabilmente catturato dalle truppe di Alberto della Scala e di Pinamonte Bonacolsi, nella retata di Sirmione.
LA DOTTRINA CATARA DEI BAGNOLESI
1- Due sono i princìpi elementari: uno il Bene, l’altro il Male.
2- Il Dio Buono non creò questi corpi visibili.
3- Tutte le cose non sono subordinate soltanto ad un unico Dio.
4- Il Dio buono non è creatore di tutte le cose.
5- Il Dio buono non si adira nè si cruccia.
6- Cristo non è maggiore di tutte le cose.
7- Dio non condannerà in eterno
8- Gli uomini non vanno soltanto in pace o all’inferno
9- Cristo non ebbe le nostre pene
10- Dio non fa nè fece qualcosa di perituro
11- Cristo non si portò dietro la carne dal cielo
12- Cristo non è Dio
13- Cristo non è figlio della beata Maria
14- La beata Maria non fu moglie
15- Cristo non fu vero uomo
16- Cristo non mangia col corpo
17- Cristo non soffrì sulla croce o nella carne
18- Cristo non morì veramente
19- Cristo non risorse, poichè è vero che non morì
20- Cristo non discese agli Inferi
21- Lo Spirito Santo non viene dato nel battesimo con le mani o con l’acqua
22- Giovanni Battista fu malvagio
23- Cristo non fu uomo di carne
24- La resurrezione non è propria dei corpi
25- I bambini non possono essere salvati
26- La legge di Mosè è malvagia e pure i Profeti
27- Gli antichi padri del Vecchio Testamento non si sono salvati
29- Mosè fu malvagio
30- La salvezza non ci fu nè c’è, in nessun modo, attraverso la legge di Mosè
31- Il Dio buono non condusse fuori dall’Egitto il popolo di Israele
32 Dio, padre buono, non è nominato dagli antichi padri
33- Il dio buono non diede la circoncisione
34- Adamo non fu da Dio
35- Non ci fu niente di buono prima dell’avvento di Cristo
36- Tutte le cose visibili non sono da Dio
37- Secondo il Vecchio Testamento il nemico non è da amare
38- Gli angeli che uccisero sono agnelli di cui nel Vangelo
39- Il battesimo con l’acqua è nullo e di nessuna efficacia
40- Non si dà lo Spirito Santo senza l’imposizione delle mani
41- La cattiva vita del prelato nuoce al credente e al sacro
42- I sacerdoti non devono governare il popolo
43- E’ chiaro che nella chiesa di Dio non ci devono essere sacerdoti e diaconi malvagi
44- La chiesa non deve possedere niente se non in comune
45- Nessun uomo malvagio può essere vescovo
46- La chiesa immersa nel mondo non è pura nè qui si deve pregare
47- La chiesa non deve perseguitare gli uomini cattivi
48- La chiesa non può scomunicare
49- Nella chiesa non ci devono essere i suddiaconi nè gli accoliti
50- La chiesa non può fare Costituzioni
51- Non devono avvenire le sepolture dei morti
52- E’ insignificante l’unzione con l’olio santo
53- E’ insignificante il sacramento dell’altare
54- Le elemosine non devono essere date se non ai buoni
55- Non si deve pregare nè cantare all’infuori della preghiera domenicale
56- Il peccato non è dal libero arbitrio
57- Il peccato originale non esiste
58- L’uomo non può pentirsi dopo il peccato
59- Il peccato non può essere fatto se non quello fatto in cielo
60- E’ altra cosa l’opera del diavolo dal peccato
61- Non c’è il fuoco del Purgatorio
62- Non c’è l’Inferno
63- Il dio buono vivifica e non uccide
64- Il dio cattivo vivifica e uccide i corpi
65- Il dio che dà la grazia non si vendica dei buoni nè dei cattivi
66- Quel dio che si vendica non dà la grazia
67- Il castigo della punizione non è dal dio buono
68- Il mondo sempre fu e sempre sarà
69- Con la sola fede l’uomo non potrà essere sempre salvato
70- L’uomo non può essere salvato con il padre e con la madre
71- Non ci si deve confessare
72- Il giudizio è stato fatto
73- Il matrimonio è male
74- Tutti non possono essere salvati
75- E’ peccato mangiare carne
76- Nessuno è da evitare
77- L’usura non è proibita
78- L’uomo non deve restituire
79- Il giuramento non deve essere fatto
80- Non è lecito ad alcuno di uccidere
81- La vendetta non deve essere fatta
82- L’uomo non è da affidare alla giustizia perchè può essere convertito
83- Il diavolo è potente sulle creature
84- In patria il premio è uguale per tutti
85- L’uomo può dare lo Spirito Santo
86- Lo Spirito Santo e lo spirito Paraclito non sono uguali
87- L’anima non è dentro l’uomo
88- Non si deve radere il capo
Verso la fine del XII secolo la Chiesa cattolica si rese conto che il fenomeno eretico si era diffuso e stabilizzato in Europa. E il papa Lucio III cercò di porvi rimedio radunando un Concilio.