FISICA/MENTE

 

 

A proposito di Fede e scienza
Intervista al card. Poupard

di Massimo De Angelis 

(apparsa su Liberal)

Si puo' mangiare la mela di Darwin

 

Il pontefice si e' di recente pronunciato con parole nuove sulle tesi di Darwin riguardanti l'evoluzione della vita. Perche' questa scelta e qual e' a sua avviso la portata di questa novita' per quel che riguarda i rapporti tra fede cattolica e scienza?

A dire il vero, il pontefice non si e' riferito direttamente alle tesi di Darwin, ma alla teoria dell'evoluzione. Inoltre, come si sa, dalla teoria di Darwin sono nate molte teorie 'figlie'. Oggi, come scrive il santo Padre, piu' che della teoria dell'evoluzione conviene parlare delle teorie dell'evoluzione. C'e' anche da precisare - come sottolineano molti biologi - che la lotta per la vita, la selezione naturale, le mutazioni e il caso, offrono spiegazioni dell'evoluzione che sono soltanto parziali.

D'altra parte, nelle parole del Papa c'e' una novita': le teorie dell'evoluzione vengono considerate piu' che una mera ipotesi. Questa novita', in realta', non e' un cambiamento della tradizionale dottrina cattolica, ma risulta dal fatto di prendere in considerazione gli sviluppi scientifici degli ultimi decenni. Inoltre, non e' la prima volta che Giovanni Paolo II parla di questo argomento. Piu' concretamente, il 26 aprile 1985, il Papa ricevette in udienza i partecipanti a un simposio internazionale su Fede cristiana e teoria dell'evoluzione, e rivolse loro un discorso nel quale affermava, tra l'altro, che l'evoluzione presuppone la creazione, precisando che la fede ha qualcosa da dire di fronte ai tentativi di ricondurre tutti i fenomeni spirituali inclusa la morale e la religione al modello-base della evoluzione.

Infine, il messaggio del Papa alla Pontificia accademia delle scienze colpisce per il tono di apertura e di serenita' caratteristico di tutto il suo pontificato. E' l'atteggiamento proprio del cristiano di fronte alle scoperte scientifiche: non paura, ma un grande interesse per conoscere sempre meglio le meraviglie del creato. Omnia veritas a Deo: ogni verita' viene da Dio.

Specie negli Usa, la controversia tra creazionisti ed evoluzionisti e' da lungo tempo in corso ed e' centrale non solo dal punto di vista scientifico ma anche per le sue implicazioni etiche. Come la considera? Che cosa puo' produrre nella controversia la nuova posizione assunta dal pontefice?

Dal punto di vista cattolico, non c'e' contraddizione tra creazione ed evoluzione. L'eventuale processo evoluzionistico della vita non toglie nulla alla realta' della creazione divina. Per quanto riguarda la controversia tra evoluzionisti e creazionisti, vorrei sottolineare un solo punto: la confusione nata dal mescolare nell'insegnamento delle teorie evoluzionistiche considerazioni non scientifiche, come per esempio un materialismo senza alcuna base scientifica. Questo era tipico del marxismo, con le sue pretese 'scientifiche', che erano pure illazioni ingiustificate; direi che e' ormai tempo di voltare pagina.

Sono in molti a sostenere che la moderna cosmologia e la genetica contemporanea distruggono ogni possibile umanismo, confutano l'intera visione dell'universo su cui si e' fondata la teologia cattolica e per questa via conducono all'ateismo. Come risponde a tali tesi?

Direi che sarebbe piuttosto difficile, sia per la cosmologia che per la genetica, distruggere l'umanesimo. Infatti, ambedue sono scienze possibili soltanto se esiste l'uomo, e per di piu' un uomo sufficientemente intelligente per poter fare scienza. La scienza e' grande, certo, ma non puo' spiegare tutto, e non puo' spiegare tutto sull'uomo. Percio', direi senz'altro che la vera scienza non puo' condurre all'ateismo. Questo assolutizzare la scienza, secondo me, sembra piuttosto tradire la scienza stessa e rovinare quindi l'uomo. Da parte sua, la teologia cattolica non trova il suo fondamento in una visione del mondo che possa essere confutata dalla scienza, bensi' nella Rivelazione di Dio nella quale crede con fede salda. La fede vede al di la' delle scienze.

Quel che e' in ogni caso chiaro e' che le scienze modificano la visione teologica del mondo. In che termini e' giusto porre il rapporto tra queste due forme di conoscenza? In altri termini, la scienza e' forse produttrice indiretta di verita' teologica e in che senso e con quali limiti?

Per rispondere al suo quesito, direi che le scienze modificano la visione scientifica del mondo, non la visione teologica. Infatti, la scienza puo' produrre solo verita' scientifiche. Cosi' arricchisce la nostra conoscenza del mondo, mentre la filosofia e la teologia la prendono in grande considerazione. Pero', chi dice scienza dice pieno rispetto della propria epistemologia. Cercare nella scienza le risposte a problemi teologici e' uno sbaglio epistemologico che non va certo a beneficio della stessa scienza e del rigore che le e' proprio.

E' vero: il progresso delle scienze ha modificato l'immaginario religioso cristiano, purificandolo anche da elementi sbagliati, e questo e' un grande e bel servizio della scienza; pero', le scienze sperimentali possono dare una risposta parziale e non esauriente al problema della verita' dell'uomo considerato in tutte le sue dimensioni. Ecco il motivo delle precisazioni del Papa riguardo alla spiritualita' dell'anima e alla sua creazione immediata da parte di Dio.

Accreditare l'ipotesi darwiniana non ha forse riflessi sulla dottrina del peccato originale? Come si deve concepire la caduta?

Come abbiamo gia' detto, il Papa non ha parlato di Darwin e non ha accreditato l'ipotesi darwiniana. Quest'ultima mira a spiegare l'evoluzione per mezzo della selezione naturale. Nel nostro secolo, la visione di Darwin e' stata aggiornata includendo gli sviluppi della genetica. Comunque, si tratta di un'ipotesi discutibile, perche' i meccanismi veri dell'evoluzione rimangono tuttora molto misteriosi. Percio', l'indubitabile valorizzazione da parte del Papa di queste teorie dell'evoluzione non deve far dimenticare un altro aspetto messo in rilievo :le teorie dell'evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verita' dell'uomo. (...) Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico.

Per quanto riguarda la dottrina del peccato originale, vorrei tornare alla distinzione epistemologica fondamentale. Il peccato originale e' un dogma di fede e non appartiene all'ambito scientifico. Per dirla con il mio Pascal: c'est d'un autre ordre - e' di un altro ordine -, mystere sans lequel tout est mystere, - mistero senza il quale tutto e' mistero.

Riferisco la precedente domanda in particolare alla dottrina della caduta propria dell'Ortodossia, secondo cui la caduta e' precisamente "caduta nei sensi, che aggiunge all'essere umano la vita animale" (cfr. Paul Evdokimov). Accreditando Darwin si sostiene che e' Dio ad aggiungere lo spirito alla vita animale. Non si tratta di una prospettiva opposta? Come chiarire la questione che potrebbe celare equivoci paradossali?

Quello che lei mi propone e' un bel paradosso! Vorrei dire semplicemente che Dio non aggiunge lo spirito a una vita animale. Parlare di un'eventuale origine del corpo umano dalla materia viva preesistente non vuol dire, mi pare, che Dio abbia aggiunto lo spirito umano a una scimmia. Lo spirito non si aggiunge al corpo. E il corpo umano e' specificamente umano, non e' quello di un animale. Anche la vita umana, della quale l'anima e' il principio, e' specificamente umana. Percio', solo la creazione immediata da parte di Dio puo' spiegare l'apparizione dell'uomo. Questo - perche' no? - e' potuto avvenire nel contesto di un grande disegno evolutivo, con una materia viva in evoluzione, secondo i piani divini, fino ad arrivare alla creazione dell'uomo. In questa luce, che senso ha domandarsi se e' lo spirito che si aggiunge alla vita animale o se e' la vita animale che si aggiunge allo spirit umano?

E' tradizionale il confronto teologico, in ambito cristiano, tra chi accentua la separatezza tra anima e corpo (secondo l'influsso platonico) nell'uomo e chi considera invece l'uomo singolo. Nota e' poi la sistemazione tomista di tale problema. L'accettazione dell'ipotesi darwiniana non riapre la questione e non favorisce le ipotesi teologiche di una maggiore separazione?

Non mi pare che l'accettazione dell'ipotesi evoluzionistica favorisca ipotesi teologiche circa una maggiore separazione tra anima e corpo, perche', nello studio dell'anima spirituale, sono la filosofia e la teologia a illuminarci, non la scienza biologica. Per quanto riguarda la soluzione concreta del problema, la tradizione cattolica insiste molto sull'unita' della persona umana, come essere insieme corporeo e spirituale. Si ricordi la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: l'uomo e' unita' di anima e di corpo, corpore et anima unus. Dall'altra parte, cio' non toglie che l'anima si possa anche separare dal corpo senza perire. Questo, infatti, e' cio' che accade nel momento della morte, finche' l'anima non si unira' di nuovo al corpo nel momento della risurrezione. Unita' e separabilita' dell'anima e del corpo sono due aspetti paradossali del problema che vengono conciliati in una sana antropologia.

Nel Vecchio Testamento si legge che Dio ha reso l'uomo signore di tutte le cose create. Tenendo conto di Darwin come puo' interpretarsi cio'? E' possibile che l'esser l'uomo frutto dell'evoluzione biologica conduca a una visione piu' ecologica del rapporto uomo/natura?

Senz'altro, il rapporto dell'uomo con la natura puo' essere illuminato dalla visione evoluzionistica della vita e dell'universo. I recenti sviluppi delle scienze suscitano nel credente una grande ammirazione di fronte alla grandiosita' del disegno di Dio, che non cessa mai di stupirci.

Darwin viene da molti considerato padre della moderna scienza biogenetica. E oggi e' questo uno dei fronti caldi nel rapporto scienza/fede. Quali sono i rischi, secondo lei, dell'intervento dell'uomo sulla genetica? La Chiesa deve rifiutare questo tipo di attivita' o proporre una sua limitazione? E una limitazione fissata da chi e alla luce di quali principi?

Se mi consente, direi innanzi tutto che il padre della genetica, piu' che Darwin, e' Mendel, il quale non solo e' stato uno scienziato geniale per aver scoperto le leggi dell'eredita', ma anche un uomo di fede e abate di vita esemplare. Per quanto riguarda i limiti dell'intervento dell'uomo sulla genetica, questi dipendono dalla dignita' dell'uomo come persona creata a immagine di Dio. Quando la Chiesa ricorda tali limiti non fa altro che difendere la dignita' della persona e il suo diritto inalienabile a non essere manipolata.

La scienza biologica e la biotecnologia sono un campo di serrato confronto e di contrasto tra credenti e non credenti, Chiesa e donne. Come deve realizzarsi oggi su questo terreno il dialogo? Individuando cio' su cui si e' d'accordo e accantonando il resto o discutendo, con spirito di costruttiva discordia, tutto cio' su cui vi e' disaccordo?

Come si realizza il dialogo? Secondo me, ricercando umilmente la verita'. E' la verita' che unisce tutti gli uomini. occorre ascoltare con umilta' i pareri degli altri, per discernere quello che contengono di vero. E per i credenti, questo discernimento ragionevole viene fatto anche e soprattutto alla luce della Rivelazione.

A proposito di questo dialogo darei, come esempio significativo, la rilettura del conflitto tra la nuova astronomia e la Sacra scrittura, intrapresa per iniziativa del santo Padre Giovanni Paolo II. Come si sa, e' giunta a termine il 31 ottobre 1992 con la relazione, che ho avuto l'onore di fare, sui lavori della Pontificia commissione di studi sulla controversia tolemaicocopernicana nei secoli XVI e XVII, e con le conclusioni del Papa, come potra' leggere nel mio recente libro La nuova immagine del mondo. Il dialogo tra scienza e fede dopo Galileo, edito quest'anno dalla Piemme.


Scienza e Fede

Ragioni di un dialogo possibile  

Per tre giorni in Vaticano (23-25 maggio), teologi e scienziati hanno discusso il delicato e nuovo rapporto tra fede e scienza in occasione del Giubileo. I lavori erano divisi in quattro sessioni: filosofia, teologia e scienza; scienze naturali; scienze dell'uomo e della vita; scienze sociali. Tra i numerosi esperti intervenuti sono da segnalare il cardinale Paul Poupard, Peter Hodgson, Edward Nelson, Elio Sgreccia, Adriano Bompiani, John Rogers Searle, Edmond Malinvaud e Bruno Forte della cui relazione pubblichiamo un breve estratto.  

La concezione del rapporto fra teologia e scienza è mutata profondamente negli ultimi secoli: alla teologia - "regina scientiarum" nell'enciclopedia del sapere medioevale - la ragione moderna ha preteso di sostituire se stessa quale unica protagonista e vertice assoluto della conoscenza. Ecco perché nell'epoca iniziata dall'Illuminismo il rapporto fra teologia e scienza è stato concepito spesso esclusivamente come un conflitto. La crisi delle pretese della razionalità moderna - quale si esprime nella cosiddetta "dialettica dell'Illuminismo" - investe questo modo di concepire il rapporto fra scienza e teologia: da una parte, si avverte l'insufficienza di ogni "scientismo", di quell'ideologia della scienza, cioè, che è stata smentita nelle sue presunzioni deterministiche assolute dalla stessa evoluzione delle teorie scientifiche; dall'altra, appare non meno ideologico e insostenibile un uso teologico strumentale della scienza.
Teologia e scienza si scoprono così entrambe poste in questione: è forse però questa nuova povertà che consente anche un nuovo dialogo. Teologia e scienza più umili e consapevoli del loro servizio a tutto l'uomo in ogni uomo, possono ora incontrarsi sul piano della responsabilità etica. Nel tramonto degli idoli, legati ai grandi miti dell'ideologia, esse si trovano a confrontarsi non come due mondi chiusi che si sfidano, ma come due forme del pensare e dell'agire umano, chiamate entrambe a misurarsi sull'altro per cui esistono. In realtà, il "disincanto del mondo" compiuto dalla rivelazione biblica si esprime correttamente non nel rapporto esclusivo uomo-natura, interpretato nella forma dello sfruttamento e del dominio, ma nella relazione articolata fra l'universo creaturale, la più alta delle creature e l'unico Creatore e Signore del cielo e della terra.
Sul piano etico questa relazione impegna l'uomo a render conto al Dio vivente della maniera in cui si rapporterà alla natura, che l'Eterno ha affidato alle sue cure, e tanto più del modo in cui si relazionerà all'altro uomo, come lui immagine di Dio, e all'ambiente umano, storicamente prodotto ed espresso nell'insieme dei beni culturali ambientali. Dove il dualismo greco dell'Uno e del molteplice vede l'esteriorità della creatura rispetto al Creatore, la fede biblica vede l'interiorità del mondo, il suo essere raccolto nell'eterno dinamismo della vita divina, pur senza in alcun modo confondersi con essa. L'incarnazione del Verbo è la riprova che tra Dio e il mondo esiste una infinita vicinanza nell'infinita differenza: il Verbo incarnato rivela e rispetta l'autonomia del mondo, proprio mentre ne manifesta la destinazione ultima e la dimora presente, il suo essere in Dio, totalmente dipendente da Dio e destinato a Lui. La creazione si offre alla fede cristiana al tempo stesso come la kenosi e lo splendore della Trinità, la forma della Sua libera e gratuita autocomunicazione nella dialettica di nascondimento e di manifestazione. In nessuna creatura il gioco di kenosi e di splendore della Trinità è più manifesto che nell'uomo: si potrebbe dire che l'essere a immagine e somiglianza di Dio ne fa il luogo dove appare lo "splendore della kenosí" proprio nella "kenosi dello splendore".
Una lettura trinitaria dell'antropocentrismo biblico non ne nega la rilevanza, ma lo caratterizza come antropocentrismo relazionale: non come despota, ma come custode e amico l'uomo è posto nel creato, sì che la sua relazione col mondo sia all'insegna non del dominio, ma della comunione. In analogia con la vita relazionale della Trinità, l'uomo è fatto per amare: come ha ricevuto in dono la propria vita e se stesso, così egli si realizza autenticamente solo se stabilisce con gli altri esseri umani e con tutte le creature una relazione d'amore, proporzionata a ciascuno e rispettosa del dono da ciascuno ricevuto.
Alla luce di questi principi, nessun intervento sull'ambiente naturale o umano potrà ritenersi moralmente accettabile, se comporterà in qualunque forma o misura una violazione della qualità della vita umana e della unicità e irripetibile dignità di ogni essere personale (come nel caso di interventi sull'ambiente naturale o umano a scopo meramente distruttivo - come è in situazioni belliche - o radicalmente alterativo degli equilibri vitali esistenti come è in interventi forzatamente imposti a partire da programmazioni nazionalistiche non attente all'elemento umano, storico-culturale e spirituale. Viceversa, lì dove la qualità dell'ambiente vitale dev'essere personale sarà rispettata o promossa, gli interventi ispirati dalla scienza e dalla tecnica potranno risultare moralmente accettabili.
Il criterio di fondazione di questo giudizio etico sta nel rispetto del valore assoluto della qualità della vita, determinata non solo in base a parametri naturali, ma anche a eredità storico-culturali, e perciò nell'apertura all'orizzonte ultimo, su cui si fonda la dignità del penultimo, e che fa che la fede cristiana riconosce rivelato nella verità semplice e grande dell'uomo donato a se stesso da Dio e perciò responsabile di sé, dei suoi simili e dell'ambiente vitale naturale e umano davanti all'Eterno. Dove c'è autonomia assoluta del protagonismo storico, lì ogni manipolazione e alienazione risulterà possibile. Dove invece è riconosciuta e accolta un'eteronomia fondatrice, lì anche le forme più avanzate di ricerca scientifica e di possibilità di intervento umano rivolto alla trasformazione dell'ambiente, inteso nell'insieme dei beni naturali e culturali che lo costituiscono, rispetteranno la centralità e il valore assoluto della persona umana e promuoveranno una cultura della vita e della sua qualità per tutti e per ciascuno.
Affermare l'eteronomia fondatrice vuol dire pertanto che il protagonista dell'intervento ambientale non dovrà mai ergersi a misura del tutto e di tutti, dovrà anzi misurarsi costantemente sulla logica derivante da un'etica della solidarietà e della responsabilità, che solo è capace di servire tutto l'uomo in ogni uomo. La posta in gioco è la dignità stessa dell'essere umano e la qualità della vita per tutti. In questa lotta vince chi si lascia vincere: solo dove l'esistenza della persona è riconosciuta come dono da accogliere e rispettare, inviolabile nella sua sacralità, fondata eteronomamente nella trascendenza, l'attività umana conosce dei limiti e delle misure di ordine deontologico e sfugge ai frutti dell'alienazione.
La qualità etica dell'agire umano non sta nelle possibilità della scienza e nelle sue pretese di assolutezza, ma nel suo essere consapevole dei propri rischi e delle proprie capacità in campo etico e sociale, per inserirsi ordinatamente in un progetto di umanità solidale e di responsabilità morale nei confronti di ogni essere umano, specialmente del debole e dell'indifeso. Il Dio della fede etico-cristiana non è il concorrente dell'uomo, ma il suo ultimo garante e salvatore: anche nel campo del rapporto fra teologia e scienza. In questa luce il grande Giubileo dell'Incarnazione - che fa memoria dell'avvento del Figlio di Dio nella nostra carne per la riconciliazione degli uomini con Dio, fra di loro e con l'intero creato - diventa una singolare occasione per stabilire un nuovo patto di solidarietà fra teologia, etica e scienza, al servizio di tutto l'uomo in ogni uomo, per la giustizia, la pace e la salvaguardia di tutto il creato.

L'appello del Papa agli studenti dell'Università Cattolica. "Proseguire nell'impegno per superare in modo naturale l'infertilità umana"


"Tenere insieme fede e scienza: un'avventura entusiasmante"


CITTA' DEL VATICANO -
Le università cattoliche debbono "fare scienza nell'orizzonte di una razionalità vera, diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio". E' l'invito di Benedetto XVI, che in occasione dell'apertura dell'anno accademico dell'università Cattolica ha detto che "nel 2000" è "un'avventura entusiasmante" quella di "coniugare fede e scienza".
Il Papa è arrivato al Policlinico Gemelli di Roma accolto da una folla di giovani che lo ha lungamente applaudito all'ingresso nell'auditorium.

Il Papa ha spiegato che "è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l'esperimento. Le questioni fondamentali dell'uomo, come vivere e come morire, appaiono così escluse dall'ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività". "Di conseguenza - ha aggiunto Ratzinger - scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all'università, la questione del vero e del bene, per essere sostituita dalla questione della fattibilità. Ecco allora la grande sfida delle Università cattoliche: fare scienza nell'orizzonte di una razionalità diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio.

Benedetto XVI ha poi detto di avere particolarmente "a cuore" l'Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile. "L'istituto - ha aggiunto - nato per rispondere all'appello lanciato da Paolo VI nell'enciclica Humanae vitae, si propone di dare una base scientifica sicura sia alla regolazione naturale della fertilità umana che all'impegno di superare in modo naturale l'eventuale infertilità".
25 novembre 2005 )

E, qui di seguito, esemplifico su cosa intendono i farisei delle gerarchiesui rapporti tra fede e scienza.


ERMANNO PAVESI, Cristianità n. 56 (1979)

 

"Le scienze naturali non conoscono l'evoluzione"

 

Un destino quasi comune caratterizza la diffusione delle teorie scientifiche: tranne poche eccezioni, esse sono state accolte, per lo più, con indifferenza, tra critiche e incomprensioni. Una di queste eccezioni, forse la più problematica, è rappresentata dalla teoria dell'evoluzione di Charles Darwin.

Darwin ha incontrato senz'altro anche numerosi critici, ma il favore e il fanatisimo con cui le sue teorie sono state accettate, diffuse e difese fin dall'inizio da vasti ambienti scientifici, hanno, per lo meno, dello straordinario. Un giudizio sulla scientificità delle "dimostrazioni" dell'evoluzionismo lo lascio a un convinto evoluzionista quale Giuseppe Montalenti, quando cerca di spiegare le cause dello scetticismo verso la teoria dell'evoluzione: "Un primo ordine di cause è inerente alla difficoltà stessa del problema, alla impossibilità pratica di raccogliere prove assolutamente esaurienti e decisive, di costruire alberi genealogici completi e privi di lacune. Torneremo a discutere criticamente questo argomento: per ora basti riconoscerne l'esistenza e ricordare come, di fronte al facile ottimismo di chi pretendeva di spacciare lunghi e complessi alberi genealogici come verità scientificamente dimostrata, fu facile impresa ai critici dimostrarne l'inconsistenza. Dimostrare cioè che molte, troppe difficoltà venivano superate con voli di fantasia, anziché con seria documentazione scientifica" (1). E il giudizio di Montalenti non è meno severo nei confronti di uno dei primi sostenitori del darwinismo in Germania, il famoso Haeckel: "infiammato di polemico ardore e inspirato da una fede cieca nella validità delle dottrine scientifiche unita ad una fantasia da romanziere, s'illuse di poter tracciare le più ardite e complete genealogie, dalla "monera" all'uomo, superando le lacune e le difficoltà con arditi voli, inventando addirittura nuovi organismi, come appunto le "momere", là dove non esistevano le forme che gli avrebbero fatto comodo" (2).

Con il passare degli anni il fanatismo degli evoluzionisti non è diminuito: di generazione in generazione le vecchie "dimostrazioni dell'evoluzionismo" sono state riconosciute come voli di fantasia e sostituite da nuove "dimostrazioni", senza che la fede nella assoluta validità dell'evoluzionismo ne venisse minimamente scalfita. Si deve anche sottolineare il disagio degli scienziati evoluzionisti a riconoscere che altri uomini di scienza mettano in dubbio la validità scientifica dell'evoluzione. Montalenti relega questi episodi nel passato: "Sul finire del secolo scorso e nei primi decenni del presente, si registra infatti un cambiamento di tono nei riguardi dell'evoluzionismo: molti biologi si esprimono in termini piuttosto scettici sul valore della teoria e delle "prove" su cui essa si fonda" (3). Ma questa fase di "sfiducia e di stanchezza" è per Montalenti ormai superata: la scienza moderna non avrebbe più dubbi al riguardo. Un atteggiamento critico nei confronti dell'evoluzionismo è per lui un "pregiudizio", alimentato da ambienti estranei al mondo della scienza: "I sentimentalismi antievoluzionistici, la repugnanza per la genealogia animalesca dell'uomo e la preferenza per la sua derivazione da esseri spiritualmente superiori, le concezioni religiose che postulano l'esistenza di un'anima immortale, le filosofie a base idealistica, che sostituiscono ad un monismo materialistico un monismo spiritualistico, o per lo meno dichiarano la totale predominanza dello spirito sulla materia, si coalizzarono contro il materialismo, il positivismo, il naturalismo, e, nella specie, contro la dottrina evoluzionistica. [...]

"Così, da una parte le difficoltà intrinseche nel problema [...], e dall'altra l'ostilità dichiarata della filosofia tradizionalistica e del risorgente idealismo, crearono un'atmosfera di scetticismo, dalla quale ancor oggi molti ambienti sono inquinati" (4). La tesi di Montalenti può essere così sintetizzata: la scienza dà per scontata l'evoluzione; se ci sono state defezioni in ambiente scientifico, queste risalgono al passato; se ci sono ancora oggi ambienti scettici nei confronti dell'evoluzione, si tratta di "inquinamento" tradizionalistico o idealistico. Questa interpretazione è accettata dalla intellighentsia scientifica. A tutti i livelli: accademico, scolastico e divulgativo, si incontra un atteggiamento analogo. Ma viene completamente taciuto che ancora oggi, e oggi forse più che in passato, qualificati scienziati di varie discipline sono convinti proprio del contrario, e cioè che le teorie evoluzioniste non solo non sono dimostrate, ma spesso contraddicono le nostre conoscenze scientifiche. Solo l'ostracismo a livello accademico, la ossequiente accondiscendenza verso i potenti della scienza da parte della fascia intermedia della divulgazione scientifica e il "silenzio stampa" hanno creato il mito dell'evoluzionismo.

Questa cortina di silenzio, quasi perfetta, non può impedire, almeno nei paesi occidentali, che qualificate voci si levino a smascherare l'inganno. Tra i più attivi demitizzatori dell'evoluzionismo deve essere annoverato A. Ernst Wilder Smith. La sua qualificazione come uomo di scienza e di cultura è al di sopra di ogni discussione. Come docente universitario ha avuto cattedre di farmacologia in numerose università europee, asiatiche e americane. Per la sua alta qualificazione gli sono stati affidati anche importanti incarichi al di fuori dell'ambiente accademico: per dieci anni ha diretto il settore ricerche di una industria farmaceutica svizzera ed è stato consigliere delle truppe americane della NATO in Europa per il problema della droga.

La teoria dell'evoluzione è una teoria estremamente complessa che deve spiegare tutta una serie di fenomeni, dalla comparsa della vita sulla terra fino all'uomo. Wilder Smith ha affrontato in numerosi libri e pubblicazioni molti di questi problemi, ma le dimensioni di un articolo consentono appena di accennare a qualcuna delle argomentazioni portate dall'autore contro la teoria dell'evoluzione.

 

Origine della vita

"La vita è [...] oggi costituita da un sistema binario in cui l'informazione è contenuta negli acidi nucleici che la trasmettono alle proteine; queste a loro volta esplicano tutte le funzioni in seno all'organismo, compresa quella di ricostruire, al momento della riproduzione, gli acidi nucleici rispettando la loro struttura" (5).

L'informazione per la vita è contenuta in acidi nucleici che per la teoria dell'evoluzione si sarebbero formati per puro caso. Wilder Smith critica questa ipotesi basandosi sulle moderne teorie dell'informazione. Le sue argomentazioni sono spesso complicate e presuppongono conoscenze specifiche. Alcuni esempi, però, sono significativi e facili da comprendere.

Battendo a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere è possibile che a un certo punto venga scritta una parola che abbia un senso, per esempio "pani". A questo punto si potrebbe andare in visibilio per il fatto che il caso ha creato informazione. Ma se all'esperimento fossero presenti stranieri che non conoscono l'italiano, questi rimarrebbero perplessi, perché per loro la parola "pani" non significa assolutamente nulla. Però, se vi fosse un polacco, anche questo potrebbe essere stupefatto dall'esperimento, giacché "pani" in polacco significa "signora". Questo esempio mostra chiaramente come la trasmissione di una informazione necessiti di un codice e di una convenzione preesistenti. La successione degli acidi nucleici fornisce il substrato all'informazione, così come la successione delle lettere fornisce il substrato alla parola, però il significato della parola dipende da un codice, e a seconda del codice una sequenza può non avere alcun significato oppure averne anche di differenti.

Inoltre, è necessaria anche l'esistenza di un sistema capace di leggere, interpretare ed eventualmente mettere in pratica le informazioni codificate nella sequenza degli acidi nucleici, cioè "una relazione fra acidi nucleici e la formazione di proteine specifiche. Purtroppo a questo punto non è facile trovare una soluzione al problema" (6), come è costretto ad ammettere un convinto evoluzionista.

Un postulato dell'evoluzione è costituito dalla mutazione: cioè, da errori di trascrizione del patrimonio genetico delle cellule si avrebbe, in alcuni casi, la formazione di esseri viventi, che meglio si adattano all'ambiente di quelli originari. Anche questa concezione contraddice - secondo Wilder Smith - le attuali teorie dell'informazione, secondo cui da un errore della trasmissione di una informazione scaturirebbe un aumento dell'informazione.

È come ammettere che, facendo copiare infinite volte lo schema di una radio, venga commessa una serie di errori. Le radio costruite in base a questi schemi "mutati" sarebbero in alcuni casi addirittura migliori di quelle costruite secondo lo schema originale e avrebbero maggiore successo sul mercato (selezione). Da una serie di errori di copiatura (mutazioni) e dalla situazione di mercato (selezione) si svilupperebbero radio sempre più complesse, e, ovviamente dopo un congruo numero di sbagli, ne uscirebbe addirittura un televisore!

 

Proteine utilizzabili per strutture viventi non si possono formare per caso

Le proteine sono grosse molecole formate da lunghe catene di aminoacidi. Queste catene non sono casuali, ma la sequenza degli aminoacidi, la lunghezza e la forma sono del tutto specifiche e conferiscono individualità a ogni essere o specie vivente.

Secondo la teoria evoluzionista, sulla terra si sarebbero formati per caso aminoacidi, che si sarebbero accumulati in soluzione nell'oceano, e dalla sintesi casuale di più aminoacidi si sarebbero formate le prime proteine.

Aminoacidi si possono formare spontaneamente in natura in particolari condizioni e si può senz'altro ammettere che si siano formati sulla terra prima della comparsa di esseri viventi. Però, qui sorge una difficoltà: gli aminoacidi hanno strutture tridimensionali, che hanno come centro un atomo di carbonio. Di ogni aminoacido esistono due forme simmetriche che, in base a particolari caratteristiche, vengono definite destro o levogire. Queste forme simmetriche hanno, in parte, le stesse caratteristiche; però, in certe reazioni o strutture, è utilizzabile solo l'una o l'altra forma. Gli aminoacidi che si formano spontaneamente sono per il 50% destrogiri e per il 50% levogiri, mentre le catene proteiche degli esseri viventi utilizzano esclusivamente forme levogire. Questo fatto costituisce una grande difficoltà per la teoria dell'evoluzione: le proteine sono costituite da decine e centinaia di aminoacidi, ed è sufficiente l'inserimento di un solo aminoacido destrogiro per rendere la catena proteica inutilizzabile per la vita! Come si può pretendere che, in una soluzione contenente in pari quantità forme destro e levogire, si formino per sintesi casuale

catene di soli aminoacidi levogiri? Gli evoluzionisti hanno finora cercato invano di dare una risposta soddisfacente a questo quesito. Per quanto riguarda, poi, la sintesi delle catene proteiche, vi è un'altra difficoltà. Le reazioni chimiche non avvengono a caso, ma sono soggette a una serie di leggi: una di queste è la legge di azione di massa. Se dalla reazione A+B si originano le sostanze C e D, la reazione può andare anche in senso inverso, cioè da C+D si possono formare A e B. La direzione della reazione, o il suo equilibrio, dipende da una serie di fattori. Nel caso della sintesi di due aminoacidi si ha la produzione di una molecola di acqua: se dal sistema ove avviene la reazione si toglie acqua, la reazione di sintesi viene facilitata; se

invece nel sistema è presente molta acqua, gli aminoacidi tenderanno a rimanere in soluzione. Ma dove vi è più acqua che nell'oceano? Eppure gli evoluzionisti ammettono che la sintesi delle grosse molecole proteiche sia avvenuta proprio nell'oceano, nonostante la legge di azione di massa. E Wilder Smith può affermare che "quasi l'ultimo posto su questo pianeta, dove le proteine della vita si potrebbero formare spontaneamente da aminoacidi è proprio l'oceano. Eppure quasi tutti i manuali di biologia insegnano questo errore, per giustificare la teoria dell'evoluzione e la biogenesi spontanea. Si deve conoscere molto male la chimica organica, o ignorarla di proposito, per non prendere in considerazione i fatti accennati" (7).

 

Vi sono organi e organismi che non possono essere assolutamente considerati come risultato di una evoluzione

Mutazioni e selezioni sarebbero alla base dell'evoluzione. Però in natura si trovano in continuazione ostacoli insormontabili. Wilder Smith porta come esempio l'allattamento dei mammiferi acquatici: l'allattamento nell'acqua comporta una situazione completamente differente da quella sulla terra. Nell'acqua è necessario succhiare o ricevere il latte senza aspirare acqua! Ci troviamo in questo caso di fronte a una situazione chiara: gli organi o sono fin dall'inizio perfettamente adatti allo scopo, e allora l'allattamento può avvenire anche nell'acqua, o non lo sono, ma ciò significa la morte dell'individuo. In questo caso, come in numerosi altri, il modello di una lenta evoluzione, di una lenta trasformazione, è completamente inadeguato.

Un altro esempio è costituito dagli organismi termofili, cioè quegli organismi che vivono tra i 60° e i 100° C. Gli organismi termofili trovano le migliori condizioni di vita, di sviluppo e di riproduzione a temperature che per altri organismi sono letali, cioè a temperature che denaturano le proteine di altri organismi. L'evoluzione non può spiegare la comparsa di tali organismi. La termofilia non dipende da un solo gene, ma da più geni, in quanto sono numerose le strutture proteiche che devono essere adatte a temperature superiori a quelle dei cosiddetti mesofili, per cui non è possibile ammettere la comparsa di tale carattere con la mutazione di un solo gene. Inoltre, non è neanche possibile una lenta evoluzione di organismi sempre più resistenti al calore, in quanto questi organismi possono svilupparsi solamente a temperature elevate. Anche nel caso degli organismi termofili ci troviamo di fronte a organismi perfettamente adattati a condizioni di vita molto particolari, per i quali è impossibile ammettere l'esistenza di forme intermedie. Anche in campo evoluzionista viene riconosciuta una tale difficoltà: "Aumentare quindi nell'evoluzione la temperatura cui può vivere un organismo vuol dire aumentare la resistenza al calore di tutte le proteine contemporaneamente, perché aumentare la stabilità alla temperatura di una singola specie molecolare è perfettamente inutile. In teoria servono quindi numerosissime mutazioni contemporanee, il che è praticamente impossibile" (8). Questo ordine di difficoltà è stato ben sintetizzato da Morpurgo: "Come ha fatto il processo di selezione naturale a portare alla formazione di una funzione che nel suo stato finale è utile o indispensabile, ma nei suoi stati intermedi è inutile o dannosa" (9)?

 

Datazione

L'evoluzione per mutazione e selezione, considerata anche dal punto di vista statistico, è talmente inverosimile che i teorici dell'evoluzione si sono visti costretti a dilatare quasi all'infinito la dimensione tempo, ammettendo periodi sempre più lunghi per lo sviluppo della vita sulla terra, come se con questo espediente si potesse rendere possibile l'impossibile!

Per molto tempo gli evoluzionisti si sono serviti, per la datazione di rocce e di fossili, di un metodo assolutamente inattendibile: assegnata, in modo del tutto arbitrario, una determinata età a un certo fossile, questo consentiva di datare le rocce che lo contenevano; a sua volta l'età delle rocce, stabilita con il metodo accennato, serviva a determinare l'età di altri fossili. Lo stesso Montalenti ammette la scarsa scientificità di questo metodo: "Nel determinare l'età delle rocce ci si dibatté per lungo tempo in un circolo vizioso" (10).

Particolarmente adatti per questo metodo sembravano essere i fossili di animali estinti o ritenuti tali. Questo è stato il caso della latimeria, una specie di pesce ritenuto estinto circa 300 milioni di anni fa. Nella datazione delle rocce, tutte quelle contenenti latimerie fossili venivano considerate vecchie per lo meno di 300 milioni di anni. Recentemente, però, sono stati pescati, al largo delle coste del Madagascar, esemplari viventi di latimeria. Perciò, tutte le datazioni effettuate sulla base di fossili di latimeria sono prive di valore.

Ma esistono altri esempi che non solo mettono in dubbio la validità di questo metodo, ma fanno vacillare addirittura tutta la teoria dell'evoluzione. Secondo gli alberi genealogici costruiti dagli evoluzionisti, i dinosauri si sarebbero estinti da almeno 70 milioni di anni, mentre i primi uomini sarebbero comparsi al più presto un paio di milioni di anni fa. Tra l'estinzione dei dinosauri e la comparsa dell'uomo vi sarebbe, quindi, un intervallo di circa 70 milioni di anni, per cui dovrebbe essere stato impossibile che un uomo e un dinosauro si siano mai incontrati.

Qualche anno fa è stata fatta una interessante scoperta nel letto di un fiume del Texas, il Paluxy River: in una formazione di gesso si trovano impronte, estremamente nitide, di brontosauro e di uomo. L'unica spiegazione possibile è che il brontosauro e l'essere umano, che hanno lasciato quelle impronte, siano stati contemporanei. Infatti, se il gesso si fosse solidificato dopo avere ricevuto le impronte di brontosauro e fosse diventato di nuovo molle dopo 70 milioni di anni, le impronte di brontosauro sarebbero andate perdute (11). Quello del Paluxy River è senz'altro uno dei più significativi, ma non è l'unico esempio di tale genere. Non sono rari i ritrovamenti di tracce umane in strati geologici che dovrebbero risalire a periodi molto anteriori alla comparsa dell'uomo sulla terra. Ma la scienza ufficiale ignora tali ritrovamenti.

Per sopperire ai limiti della datazione con i fossili, si è utilizzata la tecnica degli isotopi radioattivi e soprattutto del C14, isotopo radioattivo del carbonio. Nell'aria è presente una certa quantità di C14, che entra nell'organismo tramite la respirazione e viene utilizzato per costruire i tessuti. Dopo la morte, con la cessazione della respirazione, cessa anche l'assunzione di nuovo C14, mentre quello presente nei tessuti si trasforma in carbonio non radioattivo con una velocità conosciuta. Conoscendo la concentrazione di C14 nei tessuti al momento della morte di un organismo e potendo misurare quanto ne è ancora presente, è possibile calcolare con una certa approssimazione l'età del fossile. Wilder Smith mette in dubbio la validità dei risultati ottenuti con questa tecnica, che presuppone la costanza del C14 nell'aria e quindi nei tessuti. Secondo Wilder Smith questo è falso. Il C14 si forma dal bombardamento di atomi di azoto da parte di raggi cosmici. La intensità di tale bombardamento, e quindi la concentrazione del C14, dipende dal campo magnetico terrestre: quanto maggiore è il campo magnetico, tanto minore è la quantità di raggi cosmici che riescono a penetrare nell'atmosfera. È da poco più di un secolo che gli scienziati sono in grado di misurare il campo magnetico terrestre, e in questo periodo il campo magnetico è considerevolmente diminuito. Ciò ha notevoli conseguenze: se in passato il campo magnetico terrestre era superiore all'attuale, allora la concentrazione di C14 nell'aria era inferiore e, di conseguenza, la quantità di isotopo presente negli organismi viventi, per cui già al momento della morte la concentrazione era inferiore a quella ammessa oggi.

Perciò la bassa concentrazione di C14 nei fossili non può essere considerata solo come dipendente dalla considerevole età, poiché dipende anche dalla minore concentrazione di C14 presente nei tessuti già al momento della morte!

Questi fatti hanno un'altra ripercussione sulla teoria della evoluzione, se si tiene presente il ruolo svolto dalle radiazioni cosmiche nell'accelerare le mutazioni geniche. "In tempi primitivi, con una scarsa irradiazione cosmica, saranno avvenute meno mutazioni che non in tempi di più intensa irradiazione. Se, dunque, le mutazioni sono la vera fonte dell'evoluzione darwiniana (come viene sostenuto quasi unanimemente) allora questo tipo di evoluzione sarà stato meno veloce con un forte campo magnetico terrestre [...] l'evoluzione dovrebbe essere avvenuta molto più lentamente in tempi preistorici con una debole irradiazione cosmica rispetto a oggi con una elevata irradiazione e frequenti mutazioni" (12).

Ma neanche enormi periodi di tempo riescono a spiegare alcuni fenomeni: se l'evoluzione fosse avvenuta come gli evoluzionisti si immaginano, si dovrebbero trovare molti fossili di forme intermedie e dovrebbe essere possibile dimostrare la comparsa successiva degli animali più complessi nei vari strati. I ritrovamenti fossili dimostrano spesso il contrario. "In breve tempo compaiono praticamente tutti i grandi gruppi di animali oggi viventi, sia pure con forme diverse dalle attuali" (13). Le grandi trasformazioni che hanno portato alla formazione dei grandi gruppi animali oggi esistenti sarebbero avvenute in breve tempo e non sono documentate da fossili, mentre i ritrovamenti fossili dimostrerebbero piuttosto una considerevole stabilità delle specie nel corso delle "decine e centinaia di milioni di anni"!

Come ho accennato all'inizio, mi sono dovuto limitare a riportare solo alcune delle obiezioni che Wilder Smith muove all'evoluzione. Il problema è molto complesso, la teoria dell'evoluzione fa acqua da tutte le parti e autorevoli esponenti della scienza ne sono pienamente convinti. Purtroppo, la disinformazione ufficiale ha creato una cortina di silenzio attorno a questi scienziati, facendo credere che la "scienza" dia per scontata l'evoluzione stessa. Ma, come dice il titolo dell'ultimo libro di Wilder Smith, "le scienze naturali non conoscono l'evoluzione".

Ermanno Pavesi

 

***

(1) GIUSEPPE MONTALENTI, L'evoluzione, Einaudi, Torino 1975, p. 94.

(2) Ibid., p. 79.

(3) Ibid., p. 94.

(4) Ibid., pp. 96-97.

(5) GIORGIO MORPURGO, Capire l'evoluzione. Argomenti di genetica e biologia molecolare, Boringhieri, Torino 1975, pp. 18-19.

(6) Ibid., p. 23.

(7) A. ERNEST WILDER SMITH, Die Naturwissenshaften kennen keine Evolution. Experimentelle und theoretische Einwände gegen die Evolutionstheorie, Schwabe & Co. AG Verlag, Basilea-Stoccarda 1978, p. 24.

(8) G. MORPURGO, op. cit., p. 144.

(9) Ibid., p. 50.

(10) G. MONTALENTI, op. cit., p. 116.

(11) Cfr. A. E. WILDER SMITH, op. cit., p. 98.

(12) Ibid., p. 108.

(13) G. MONTALENTI, op. cit., p. 122.


Giovanni Paolo II. Ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze. L'origine della vita e l'evoluzione. Il Magistero della Chiesa

Sua Santità Giovanni Paolo II

Ai Membri della Pontificia Accademia delle Scienze riuniti in Assemblea Plenaria

22 Ottobre 1996

 

La verità non può contraddire la verità

È con grande piacere che rivolgo un cordiale saluto a lei, Signor Presidente, e a voi tutti che costituite la Pontificia Accademia delle Scienze, in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Formulo in particolare i miei voti ai nuovi Accademici, venuti a prendere parte ai vostri lavori per la prima volta.

Desidero anche ricordare gli Accademici defunti durante l'anno trascorso, che affido al Maestro della vita.

1. Nel celebrare il sessantesimo anniversario della rifondazione dell'Accademia, sono lieto di ricordare le intenzioni del mio predecessore Pio XI, che volte circondarsi di un gruppo scelto di studiosi affinché informassero la Santa Sede in tutta libertà degli sviluppi della ricerca scientifica e l'aiutassero anche nelle sue riflessioni.
A quanti egli amava chiamare il Senatus scientificus della Chiesa domandò di servire la verità. È lo stesso invito che io vi rinnovo oggi, con la certezza che noi tutti potremo trarre profitto dalla "fecondità di un dialogo fiducioso fra la Chiesa e la scienza" (Discorso all'Accademia delle Scienze, 28 ottobre 1986, n.1).

2. Sono lieto del primo tema che avete scelto, quello dell'origine della vita e dell'evoluzione, un tema fondamentale che interessa vivamente la Chiesa, in quanto la Rivelazione contiene, da parte sua, insegnamenti concernenti la natura e le origini dell'uomo. In che modo s'incontrano le conclusioni alle quali sono giunte le diverse discipline scientifiche e quelle contenute nel messaggio della Rivelazione? Se, a prima vista, può sembrare che vi siano apposizioni, in quale direzione bisogna muoversi per risolverle? Noi sappiamo in effetti che la verità non può contraddire la verità (cfr. Leone XIII, Enciclica Providentissimus Deus).
Inoltre, per chiarire meglio la verità storica, le vostre ricerche sui rapporti della Chiesa con la scienza fra il XVI e il XVIII secolo rivestono grande importanza.
Nel corso di questa sessione plenaria, voi conducete una "riflessione sulla scienza agli albori del terzo millennio" e iniziate individuando i principali problemi generati dalle scienze, che hanno un'incidenza sul futuro dell'umanità.
Attraverso il vostro cammino, voi costellate le vie di soluzioni che saranno benefiche per tutta la comunità umana. Nell'ambito della natura inanimata e animata, l'evoluzione della scienza e delle sue applicazioni fa sorgere interrogativi nuovi. La Chiesa potrà comprenderne ancora meglio l'importanza se ne conoscerà gli aspetti essenziali. In tal modo, conformemente alla sua missione specifica, essa potrà offrire criteri per discernere i comportamenti morali ai quali l'uomo è chiamato in vista della sua salvezza integrale.

3. Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell'origine della vita e dell'evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell'ambito della propria competenza.
Citerò qui due interventi.
Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l'evoluzione e la dottrina della fede sull'uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi (cfr. AAS 42, 1950, pp. 575-576).
Da parte mia, nel ricevere il 32 ottobre 1992 i partecipanti all'Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l'occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l'attenzione sulla necessità, per l'interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l'esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura (cfr. AAS 85, 1993, pp. 764-772; Discorso alla Pontificia Commissione Biblica, 23 aprile 1993, che annunciava il documento su l'interpretazione della Bibbia nella Chiesa; AAS 86, 1994, pp. 232-243).

4. Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a quell'epoca e anche delle esigenze proprie della teologia, l'Enciclica Humani generis considerava la dottrina dell' "evoluzionismo" un'ipotesi seria, degna di una ricerca e di una riflessione approfondite al pari dell'ipotesi opposta. Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e come se ci si potesse astrarre completamente dalla Rivelazione riguardo alle questioni da essa sollevate.
Enunciava anche la condizione necessaria affinché questa opinione fosse compatibile con la fede cristiana, punto sul quale ritornerò.
Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all'attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria.
Qual è l'importanza di una simile teoria? Affrontare questa questione, significa entrare nel campo dell'epistemologia. Una teoria è un'elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell'osservazione, ma ad essi affine.
Grazie ad essa, un insieme di dati e di fatti indipendenti fra loro possono essere collegati e interpretati in una spiegazione unitiva. La teoria dimostra la sua validità nella misura in cui è suscettibile di verifica; è costantemente valutata a livello dei fatti; laddove non viene più dimostrata dai fatti, manifesta i suoi limiti e la sua inadeguatezza. Deve allora essere ripensata.
Inoltre, l'elaborazione di una teoria come quella dell'evoluzione, pur obbedendo all'esigenza di omogeneità rispetto ai dati dell'osservazione, prende in prestito alcune nozioni dalla filosofia della natura.
A dire il vero, più che della teoria dell'evoluzione, conviene parlare delle teorie dell'evoluzione. Questa pluralità deriva da un lato dalla diversità delle spiegazione che sono state proposte sul meccanismo dell'evoluzione e dall'altro dalle diverse filosofie alle quali si fa riferimento. Esistono pertanto letture materialiste e riduttive e letture spiritualistiche. Il giudizio è qui di competenza propria della filosofia e, ancora oltre, della teologia.

5. Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell'evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell'uomo, del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 28-29). La Costituzione conciliare Gaudium et spes ha magnificamente esposto questa dottrina, che è uno degli assi del pensiero cristiano. Essa ha ricordato che l'uomo è "la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso" (n. 24). In altri termini, l'individuo umano non deve essere subordinato come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società; egli ha valore per se stesso. È una persona.
Grazie alla sua intelligenza e alla sua volontà, è capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà e di dono di sé con i suoi simili.
San Tommaso osserva che la somiglianza dell'uomo con Dio risiede soprattutto nella sua intelligenza speculativa, in quanto il suo rapporto con l'oggetto della sua conoscenza è simile al rapporto che Dio intrattiene con la sua opera (Summa theologica, I-II, q. 3, a. 5, ad 1).
L'uomo è inoltre chiamato a entrare in un rapporto di conoscenza e di amore con Dio stesso, rapporto che avrà il suo pieno sviluppo al di là del tempo, nell'eternità. Nel mistero di Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità e tutta la grandezza di questa vocazione (cfr. Gaudium et spes, n. 22).
È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale dignità. Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l'anima spirituale è immediatamente creata da Dio ("animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet", Enciclica Humani generis, AAS 42, 1950, p.575).
Di conseguenza, le teorie dell'evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell'uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona.

6. Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell'osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano. L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza estetica e religiosa, sono però di competenza dell'analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore.

7. Nel concludere, desidero ricordare una verità evangelica che potrebbe illuminare con una luce superiore l'orizzonte delle vostre ricerche sulle origini e sullo sviluppo della materia vivente. La Bibbia, in effetti, contiene uno straordinario messaggio di vita. Caratterizzando le forme più alte dell'esistenza, essa ci offre infatti una visione di saggezza sulla vita. Questa visione mi ha guidato nell'Enciclica che ho dedicato al rispetto della vita umana e che ho intitolato precisamente Evangelium vitae.
É significativo il fatto che, nel Vangelo di San Giovanni, la vita designi la luce divina che Cristo ci trasmette. Noi siamo chiamati ad entrare nella vita eterna, ossia nell'eternità della beatitudine divina.
Per metterci in guardia contro le grandi tentazioni che ci assediano, nostro Signore cita le parole del Deuteronomio: "l'uomo non vive soltanto di pane, ma... vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (8, 3; Mt 4, 4).
La vita è uno dei più bei titoli che la Bibbia ha riconosciuto a Dio. Egli è il Dio vivente.

Di tutto cuore invoco su voi tutti e su quanti vi sono vicini l'abbondanza delle benedizioni divine.

GIOVANNI PAOLO PP. II


 

CARD. GIUSEPPE SIRI, "Fede" e' il complesso della Rivelazione Divina, che parla anche dell'origine dell'uomo, per dire cio' che ha fatto Dio. L'evoluzione e' una teoria sull'origine dell'uomo. Ma e' solo una teoria 
[Tratto da: http://www.alleanzacattolica.org/indici/mag_episcopale/sirig95.htm ]

La cultura di massa - che in gran parte contagia anche i suoi operatori - accredita la tesi della universale evoluzione della materia, della quale l'uomo sarebbe soltanto una fase o uno stadio di transizione. Sulla base di questa discutibile e discussa ipotesi, tale cultura predispone ad accettare interventi "evolutivi" sull'uomo stesso, previsti dalla sociobiologia e dalla ingegneria genetica. La natura ipotetica, non scientifica ma ideologica, dell'evoluzionismo e la sua funzionalità rispetto al progetto totalitario del comunismo è denunciata - accompagnata da una ferma riproposizione della dottrina cattolica sull'argomento - nella prolusione tenuta dal cardinale Giuseppe Siri ai corsi teologici del Didascaleion, il 31 gennaio 1983, che riportiamo dal settimanale cattolico, anno IX, n. 7, 20-2-1983.


Cristianità n. 95 (1983)

 

Fede ed evoluzione

 

Il tema che debbo trattare equivale ad una spassosissima commedia umana. Giudicherete voi.

Mettiamo subito chiari i termini. Qui "Fede" significa il complesso della Rivelazione Divina fatta agli uomini da Dio, perfezionata e completata in Cristo. Questa Rivelazione parla anche dell'origine del mondo e delle specie viventi nonché dell'uomo. Ma ne parla solo per dire quel che ha fatto Dio.

La evoluzione è una teoria sull'origine del mondo, ma soprattutto sulla origine e mutazione delle specie viventi, compreso l'uomo. È una teoria, solo una teoria; le "Teorie sole" sono ipotesi e le ipotesi concludono niente, possono variare secondo che si vuole, entrando in tal modo nel campo puramente soggettivo, anche nel fantastico. Questo debbo però dimostrarlo a proposito del soggetto in argomento.

Evidentemente la Fede parte da un dato certo storicamente. Per vincere sulla Fede la teoria evoluzionistica dovrebbe partire ugualmente da un dato storicamente certo: è infatti anch'essa, come ipotesi, presentata come un "fatto". Paragoniamo ora per un momento il fatto certo con la ipotesi. Il fatto certo asserisce che tutto ha origine per creazione ossia per deduzione dal nulla da parte di Dio. La teoria evoluzionistica vorrebbe dire nella sua redazione più assoluta che Dio non c'entra e che la materia si è evoluta da sé producendo tutto quello che geologia, cimiteri, musei conservano e non solo questi, ma l'intero genere umano. Evidentemente questa teoria cruda non si accorda col dato rivelato ossia colla Fede. La Fede afferma con certezza che tutto è stato creato e che Dio è direttamente intervenuto nella creazione dell'uomo. Per sé non esclude la possibilità di mutazioni nelle specie inferiori all'uomo, dimostrare le quali tocca alla scienza e pertanto agli uomini saputi di scienza. Poste così le relative affermazioni, si tratta di vedere che valgono le ipotesi dette scientifiche.

Si vuole onorare Darwin, ma non è lui l'inventore del sistema ipotizzato. Di questo è stato iniziatore Lamarck nel 1800 in aprile col suo discorso alla inaugurazione del Museo di Storia naturale di Parigi. Questi non fu un evoluzionista assoluto colla sua teoria della "evoluzione ascendente ed evoluzione adattiva"; fece un tentativo di sintesi e i tentativi non sono tesi dimostrate. Darwin riprese il retaggio di Lamarck. Nel saggio sull'origine delle specie (1889) non si dimostra ateo, anzi fa un inno al Creatore in chiusura del libro, per quanto la scoperta delle sue Notes segrete (1937) dimostri che era già diventato materialista. Si apprese dalle Notes che era in sostanza diventato un discepolo di Comte.

Concludendo fu ipotizzato un evoluzionismo che si appoggiava su fatti stimolanti la ricerca, ma non ancora probanti. I contorni rimanevano incerti.

A questo punto viene la domanda: l'evoluzionismo nella sua accezione assoluta (esclusione di Dio Creatore e di intervento diretto di Dio nella origine dell'uomo) o nella sua accezione relativa (ammessi i due punti sopra esclusi) ha avuto una dimostrazione scientifica, o è rimasto allo stato di ipotesi (che potrebbe essere anche fantasia?). Occorre qui dare gli elementi per una prudente risposta.

1. Anzitutto va sottolineato lo scopo: dare una sintesi della vita sul nostro pianeta, giustificando i diversi stadi e le diverse forme nonché la loro eventuale elasticità. È possibile una sintesi della vita? Si sa che la volontà delle sintesi dominò la cultura, che può definirsi illuministica, dell'ottocento: Hegel avrebbe abbracciato questa via (sulle orme di costui e sotto un punto vista più ristretto, anche Marx lo seguì, più tardi Spencer con i rispettivi seguaci). Non meraviglia una tale voglia. Ma è giustificata nelle sue pretese quando la umana cognizione della realtà non conosce altro che i corrispettivi dei cinque sensi ed oltre può inoltrarsi soltanto colla intelligenza, ma fino ad un certo punto, che è poi quello dei principi universali? Lascio la risposta a chi ascolta, pregando di ricordarsi che occorre non perdere mai il senso dei limiti.

Non si dimentichi che questa sintesi ha evitato il punto più importante, quello di partenza, ossia l'origine delle cose, del mondo. Evasione troppo grave, tanto più se si prendono in esame i modi tenebrosi e oscillanti coi quali si cerca di nascondere la evasione stessa.

2. In secondo luogo non si può dimenticare che la trasformazione di una specie è un fatto, per noi preterito ossia storico (nessuno ha assistito). E i fatti storici vanno documentati con testimoni pertinenti e concreti. Non possono sostenersi inventando dei princìpi gratuiti e con interpretazioni arbitrarie della fisiologia della materia che ha i suoi cicli, finora mantenuti nel quadro delle leggi immutabili quando esiste la parità delle condizioni. La distribuzione dei milioni d'anni appare piuttosto facilona, se non addirittura allegra ad una mentalità seriamente scientifica.

3. I tentativi di prova sono generalmente partiti da una mentalità materialista negatrice di Dio, dell'anima, della eternità e capace solo di condannare l'insaziabile spirito intelligente e conscio di sé alla tenebrosa avventura del "nulla". Qui abbiamo veramente l'anima della avventura evoluzionistica.

Essa fa più avventura filosofica che scientifica, anche se il primo inventore della ipotesi evoluzionista non la pensava così. Ci pensarono gli altri. Questo è in via teorica il punto supremo della distruttrice critica che si possa muovere all'evoluzionismo di qualunque specie. È facile inventare filosofie, è difficile provare dei fatti con altrettanti fatti.

4. Si è tentata per la documentazione la via scientifica. C'erano due vie principali, non escludendo apporti secondari da altre discipline. Quella biologica e quella paleontologica. La prima cominciò con una disavventura quando Haeckel nei mari di Giava credette aver trovato la dimostrazione della generazione spontanea nel "bathybius haechelii" del quale si seppe poi che era un semplice precipitato senza vita alcuna. La seconda mise insieme una grande quantità di ossa trovate qua e là, non dovendosi dimenticare qui l'altra disavventura dell'uomo sinensis degli anni trenta, che non era né uomo, né sinensis ossia cinese.

Tutte queste ossa (nelle quali il grande naturalista Cuvier non volle mai riconoscere dei dati favorevoli all'evoluzionismo), supposto che con esse e con oneste illazioni si possa arrivare a costruire lo scheletro di un vertebrato di poco dissimile dall'"homo sapiens", dimostreranno che nella scala degli esseri esiste un numero di più, ma non è affatto dimostrato che, essendoci un A, A sia diventato B. Che si deve dimostrare è il passaggio, nessuna grande rassomiglianza autorizza ad affermare la trasformazione. Qui si tratta di logica. Qui abbiamo l'altro grande punto critico dell'evoluzionismo, che ha fondato la sua dimostrazione sedicente scientifica proprio su questo salto di natura illogica. La logica va applicata egualmente in tutte le scienze in modo che un non qualificato in una determinata scienza, non può aprire bocca nelle affermazioni che la riguardano, ma può accorgersi, se è istruito in logica, quando una determinata premessa è o non è in grado di generare quella conseguenza o conclusione. La prima regola di qualunque ragionamento resta sempre: "Latius hos quam praemissae conclusio non vult".

La via biologica è stata tentata cercando di ottenere artificialmente delle variazioni attraverso trattamenti particolari e persino vessatori di laboratorio; ma a parte che i discendenti sono ritornati alla perfetta normalità, è divertente pensare o sognare che in epoche anteriori all'uomo la terra fosse piena di laboratori per ottenere le trasformazioni care alla ipotesi evoluzionistica. Le mutazioni ottenute artificialmente possono provare la possibilità delle mutazioni alle debite condizioni, ma non provano affatto le trasformazioni spontanee. È sempre questione di logica. E qui non appartiene a me, non affatto scienziato, il parlare di quelle ragioni che tanto in istologia, quanto in genetica possono addursi a rilevare lo stacco netto tra l'uomo e gli animali.

Quello che emerge chiaramente è nei fautori dell'evoluzionismo il voler spiegare materialisticamente i fatti spirituali di intelligenza e di libertà e che sono nell'uomo: il dissidio attesta sulle due posizioni: negazione dell'anima umana e affermazione della sua spiritualità, o, se si vuole, Dio e non-dio. Forse è vera la affermazione che la questione sta qui.

Posso fare una conclusione?

Nel 1959 fu celebrato l'anno Darwiniano. Nelle due università, più di tutte impegnate alla celebrazione, Oxford e Cambridge, fu posta la domanda se l'ipotesi Darwiniana era diventata tesi ossia se era dimostrata. Al termine venne pubblicato dalle due Università un volume colla risposta. Essa era: no!

Alcuni anni or sono il direttore della Facoltà di lettere e scienze umane della Università di Montpellier pubblicò un notevole volume dal titolo L'uomo e l'invisibile. Anche qui la risposta era: no! Negli ultimi anni comparve un volume di Sermonti che con un collega dà, direi sonoramente, la risposta: no!

Preferisco dare la risposta di competenti scienziati piuttosto che con le mie parole. L'11 aprile dello scorso anno uno dei più illustri scienziati francesi trattò l'argomento in una celebre conferenza tenuta a Nótre Dame di Parigi. Pose la stessa mia domanda. Concluse la lunga argomentazione, riportata per intero su l'Homme Nouveau (numero del 19 dicembre 1982). Ecco le sue parole "qui io vi debbo un parere, carico di conseguenze che i teorici non fanno punto volentieri: noi ne sappiamo niente!".

A questo punto occorre tirare le fila. La Rivelazione cristiana è precisa su due punti: la creazione di tutto da parte di Dio e il Suo diretto intervento nella creazione dell'uomo. Salvi questi due punti non è contro la Fede chi volesse sostenere un evoluzionismo mitigato. Ma la scienza lo sostiene? Nessuno può provare seriamente che i dati a nostra disposizione lo sostengano con certezza. Resta una ipotesi.

E tuttavia si tratta di una ipotesi delicata. Infatti ha avuto per sé uno schieramento ottocentesco, sotto la spinta positivistica emergente in quel secolo.

È l'anima materialistica di quello schieramento che deve mettere in guardia. Il concetto materialista spoglia l'uomo di tutto. Senza anima l'uomo non ha né intelligenza, né diritto, né libertà e può essere trattato logicamente come si trattano gli animali. Il che è avvenuto in modo completo e fino alle ultime conseguenze in qualche parte del mondo e sta avvenendo in forma attenuata, per la prudenza che incute un grande Paese civile, sotto i nostri occhi. Si guarda ben oltre l'evoluzionismo.

Il quale ha una caratteristica: viene dato per provato e documentato, mentre non lo è. Perché questo?

Si tratta di una delle tessere colle quali si tenta comporre la fallace fisionomia di un secolo che sta morendo e di un altro secolo che si vorrebbe fin dagli avamposti accaparrare. L'uomo con ascendenza scimmiesca è di più facile conquista. Forse qui c'è il sugo di tutto il discorso.

+ card. Giuseppe Siri
arcivescovo di Genova


FEDE ED EVOLUZIONE

  di GIULIO DANTE GUERRA

Viene esaminata una questione che potrebbe fare crollare la intera costruzione di qualunque dottrina evoluzionistica, darwiniana o no: quella relativa alla origine della vita 
[Tratto da: http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/guerragd97.htm ]

La celebrazione, nello scorso anno 1982, del centenario della morte di Charles Darwin si è risolto in massima parte, a livello di mass media, in un mucchio di carta stampata, in cui il cosiddetto "padre dell'evoluzionismo" è stato trionfalmente commemorato in tutti i modi possibili, più o meno scientifici - e forse meno che più -, ma in cui è stata praticamente passata sotto silenzio una questione, tra l'altro prudentemente esclusa dallo stesso Darwin, che, se non risolta, potrebbe fare crollare, per mancanza di fondamenta, la intera costruzione di qualunque dottrina evoluzionistica, darwiniana o no: quella relativa alla origine della vita (1).

 

La "generazione spontanea" e la moderna "abiogenesi"

La teoria secondo cui la vita sarebbe sorta casualmente dalla materia inorganica non è, in fondo, che la versione moderna di una credenza vecchia quanto la osservazione superficiale della natura, la "generazione spontanea": quella, per intenderci, in base alla quale gli antichi credevano che le anguille nascessero dalla melma dei fiumi, le zanzare dai miasmi delle paludi, le mosche dalla carne putrefatta, e altre favolette simili (2). La loro inconsistenza fu sperimentalmente dimostrata da Francesco Redi nel 1668 per gli insetti, dall'abate Lazzaro Spallanzani nel 1748 per i protozoi e da Louis Pasteur nel 1861 per i batteri. Tutti e tre gli scienziati dovettero faticare molto per fare accettare le loro scoperte; ma, mentre Redi dovette lottare solo contro i pregiudizi di sedicenti "conservatori", Spallanzani e più ancora Pasteur si trovarono di fronte la opposizione dei "progressisti", che della generazione spontanea facevano il supporto "scientifico" di una filosofia materialistica: "La genesi spontanea non è più un 'ipotesi, ma una necessità filosofica. Soltanto essa è razionale, soltanto essa ci sbarazza per sempre delle puerili cosmogonie e fa rientrare nelle quinte quel deus ex machina esteriore e del tutto artificiale che secoli di ignoranza hanno a lungo adorato" (3).

È chiaro che, partendo da un simile preconcetto, non si poteva fare a meno di cercare il modo di riaffermare quello che la esperienza scientifica aveva negato. E il modo è stato trovato, e contrabbandato per "prova scientifica", ricorrendo a due accorgimenti: primo, la sostituzione del vecchio e screditato termine "generazione spontanea" con espressioni altisonanti, coniate pour épater le bourgeois, quali "abiogenesi", "fase prebiotica della evoluzione", "evoluzione chimica", e simili; secondo, la retrodatazione della presunta "abiogenesi" a lontanissime ere geologiche, in condizioni ambientali non verificate né verificabili, ma "ricostruibili in laboratorio", in cui - si afferma - sarebbe potuto avvenire quello che oggi è impossibile.

Fra le numerose "teorie abiogenetiche" oggi disponibili la più accreditata rimane quella delineata una cinquantina di anni fa, dal biologo sovietico Aleksandr Ivanovic Oparin (4). Questa teoria (o, meglio, ipotesi) postula la esistenza - necessaria per l'"abiogenesi" - di un'atmosfera primitiva a carattere fortemente riducente, composta di idrogeno, vapore acqueo, metano, azoto e ammoniaca. In tale atmosfera le radiazioni ultraviolette solari e le scariche elettriche dei fulmini avrebbero provocato la sintesi di composti organici, tra cui amminoacidi, purine e pirimidine. Tali composti, disperdendosi negli oceani, avrebbero formato il cosiddetto "brodo prebiotico", nel quale, per reazioni chimiche successive, si sarebbero formate, sempre casualmente, le prime biomolecole - soprattutto proteine – e, infine, i primi organismi viventi.

Quando, all'inizio degli anni Cinquanta, la ipotesi di Oparin fu ripresa dall'americano Harold Clayton Urey in base alle sue teorie sulla formazione del sistema solare (5), si andarono subito a cercare le tanto agognate "conferme sperimentali": e Stanley L. Miller ritenne di averle trovate allorché, facendo passare scariche elettriche attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca, vapore acqueo e idrogeno, ottenne una miscela di composti organici da cui isolò, tra l'altro, alcuni amminoacidi (6).

I risultati di Miller, successivamente confermati ed estesi, sia pure con qualche lieve modifica per quanto riguarda la composizione dell'"atmosfera primordiale", da esperimenti successivi (7), diedero un grande impulso alla "ipotesi abiogenetica": gli amminoacidi sono i componenti fondamentali delle proteine di cui sono costituiti i tessuti biologici; altri composti organici identificati da Miller nella sua miscela di prodotti (8) si ritrovano, in gran parte, tra i prodotti del metabolismo di organismi viventi. Altri amminoacidi (9) e supposti "precursori prebiotici" di altri costituenti fondamentali della cellula, quali gli acidi nucleici (10), sono sintetizzabili in condizioni che, secondo gli autori, ricordano da vicino quelle dell'ipotetico "brodo prebiotico".

 

Le difficoltà della "teoria abiogenetica"

Tutto bene, allora? Nessun dubbio? Sembrerebbe, a prima vista, proprio così, dato che le discussioni tra gli "addetti ai lavori" hanno come oggetto non già l'"abiogenesi" in sé, che si dà per scontata, ma, caso mai, il meccanismo con cui si sarebbe verificata. Così, alcuni preferiscono, alle scariche elettriche, la irradiazione con luce ultravioletta di una "atmosfera" di metano, azoto e vapore acqueo, allo scopo di produrre altri composti organici, presentati anch'essi come possibili "elementi prebiotici" (11); ma non mettono in discussione il "fatto" dell'"abiogenesi".

E, invece, proprio tale preteso "fatto" è da mettere in discussione: se, infatti, i lavori riportati nelle memorie scientifiche sopra citate hanno in sé e per sé, come metodi per la sintesi di alcuni composti chimici, una loro indubbia validità scientifica, non ne hanno invece nessuna come "prove sperimentali dell'abiogenesi". Una affermazione così netta può, a prima vista, stupire; tuttavia essa è deducibile già da una attenta lettura degli stessi scritti di alcuni abiogenisti, nei quali la "importanza prebiotica" dei risultati riportati è spesso discussa in poche righe, a conclusione di un normalissimo articolo di chimica organica (12); e, ancora, dalla "fuga nella fantascienza" di altri, che presentano, come "prova dell'abiogenesi", la fotosintesi di composti organici in miscele gassose riproducenti l'atmosfera di Giove (13). Tuttavia, dato che i risultati di simili esperimenti vengono quotidianamente sbandierati come "prove" non solo in scritti "divulgativi" (14), ma anche in rispettabili testi universitari (15), sarà bene esaminarli un poco più approfonditamente.

In tutti gli esperimenti sopra riportati si otteneva, al termine della scarica o della irradiazione, una grande varietà di composti, da cui i supposti "elementi prebiotici" andavano estratti e purificati con procedure spesso assai sofisticate. Anche le rese erano bassissime: nel celebre esperimento di Miller esse andavano dal 10,3 al 7,3% dei prodotti organici totali per gli amminoacidi e dal 16,5 al 7,1% per gli acidi e ossiacidi organici (16). Ma vi è di più: negli esperimenti di "sintesi prebiotica" sono stati ottenuti anche parecchi amminoacidi che non si ritrovano nelle proteine, talvolta con rese più alte che quelli proteici; "la presenza di glicina, alanina, valina, isoleucina e leucina nelle proteine, ma l'assenza di acido alfa-ammino-n-butirrico, norvalina, alloisoleucina e norleucina, non può essere spiegata sulla base delle rese ottenute da questo tipo di sintesi" (17). Inoltre, la proporzione tra i vari amminoacidi nelle proteine è quasi inversa che tra i prodotti di sintesi; per risolvere questa difficoltà, Miller è costretto a supporre una ulteriore "condizione necessaria", cioè una precipitazione frazionata di amminoacidi per evaporazione in qualche laguna, con formazione di polipeptidi nella fase solida: e tutto questo a conclusione di una serie di esperimenti in cui la resa totale in amminoacidi "utili" e no, era in media l'1,90% (18). Analoghe critiche potrebbero essere mosse alle varie sintesi di "precursori prebiotici" degli acidi nucleici.

Tutte queste teorie, come si è già visto, presuppongono la presenza, sulla terra, di una atmosfera riducente all'epoca della "evoluzione prebiotica" e "protobiotica". Orbene, le teorie più recenti sulla formazione della terra e della sua atmosfera escludono proprio questa ipotesi fondamentale, affermando che all'epoca della comparsa dei primi viventi la terra aveva un'atmosfera neutra o debolmente ossidante, non molto diversa dall'attuale, salvo, forse, per la mancanza di ossigeno (19).

Un tentativo di ovviare a questo inconveniente, che rischia di mandare all'aria tutta la "teoria abiogenetica", è stato fatto in America da Allen J. Bard e dai suoi collaboratori. Costoro, dopo avere scoperto che, irradiando con luce ultravioletta una soluzione acquosa di ammoniaca satura di metano in presenza di biossido di titanio platinato - cioè ricoperto di platino finemente suddiviso -, si ottiene una miscela di amminoacidi (20), superano la obiezione relativa alla composizione dell'atmosfera primordiale osservando che il biossido di titanio catalizza la riduzione dell'azoto ad ammoniaca e dell'anidride carbonica a metano, formaldeide e metanolo, sia pure con basse rese (21). Peccato che, per la formazione di amminoacidi sia indispensabile l'uso del biossido di titanio platinato, un catalizzatore sintetico, inesistente in natura. Infatti, sia il biossido di titanio non platinato, sia l'ossido ferrico, sia il minerale ilmenite - ossido misto di titanio e ferro - non producono amminoacidi nelle condizioni di reazione (22). Siamo, come si può vedere, ancora al punto di partenza.

 

Dalle molecole organiche alle biomolecole: ulteriori difficoltà

Passando poi alla seconda fase della "evoluzione chimica" quella in cui le "molecole prebiotiche" avrebbero reagito tra di loro per formare polisaccaridi, polipeptidi - e poi proteine - e polinucleotidi - e poi acidi nucleici -, che unendosi insieme avrebbero formato i primi organismi, le difficoltà salgono alle stelle. Qui il "caso" invocato dagli abiogenisti si rivela molto, molto intelligente.

La prima difficoltà è data dalla attività ottica delle sostanze di origine biologica, dovuta alla dissimmetria sterica delle molecole (23). Gran parte delle molecole organiche sono dissimmetriche, ossia prive di piani di simmetria, così che possono esistere in due forme distinte, dette enantiomeri, che differiscono tra di loro per essere l'una la immagine speculare dell'altra così come la mano destra differisce dalla sinistra, donde il nome di molecole chirali - dal greco chéir, mano. La possibilità di distinguere tra di loro i due enantiomeri è data, appunto, dalla loro attività ottica: se la soluzione di un enantiomero, attraversata da un raggio di luce polarizzata, ne ruota il piano di polarizzazione, per esempio, verso destra, una soluzione uguale dell'enantiomero opposto lo ruoterà, a parità di condizioni sperimentali, di un uguale angolo verso sinistra (24). La miscela di eguali quantità dei due enantiomeri si chiama racemo e, ovviamente, non ruota il piano della luce polarizzata. Orbene, tutte le molecole chirali che fanno parte degli organismi biologici sono enantiomeri puri, e tutti della stessa configurazione cioè "tipo mano destra" o "tipo mano sinistra" -, a seconda della classe di molecole a cui appartengono. Così, tutti gli amminoacidi che entrano a fare parte delle proteine sono otticamente attivi - meno la glicina, che è simmetrica - e tutti hanno la stessa configurazione sterica, quella "tipo mano sinistra". Invece, tutte le sintesi di amminoacidi compiute dagli abiogenisti dànno luogo a miscele racemiche, dato che, per obbedienza al presupposto di partenza, sono compiute su reagenti non chirali, senza impiegare catalizzatori otticamente attivi. Addirittura, l'assenza di enantiomeri puri tra i prodotti è stata addotta come prova che gli amminoacidi non erano dovuti a contaminazione da parte di microorganismi (25). Ora, è difficile capire perché da reazioni casuali tra amminoacidi statisticamente distribuiti tra le due forme si sarebbero formati polipeptidi enantiomericamente puri; lo stesso dicasi per i "precursori prebiotici" dei polisaccaridi e degli acidi nucleici.

Ma non basta. Nelle proteine, non solo la configurazione sterica, ma anche la sequenza degli amminoacidi è tutt'altro che casuale, come pure la sequenza delle basi puriniche e pirimidiniche negli acidi nucleici: entrambe sono strettamente ordinate alle funzioni biologiche della macromolecola all'interno dell'organismo; tra le sequenze di basi negli acidi nucleici e le sequenze di amminoacidi nelle proteine esiste una correlazione valida per tutto il mondo biologico - il codice genetico, basato sulla corrispondenza fra terne di basi e amminoacidi -, così che la struttura dei primi determina quella delle seconde. Polipeptidi statistici sono stati ottenuti da Fox riscaldando a 170°C una miscela di amminoacidi posti su un pezzo di roccia vulcanica (26), e dalla équipe romena di Simionescu - insieme con polisaccaridi a struttura non ordinata, pseudo-lipidi e impurezze varie - mediante esperimenti simili a quelli di Miller, ma condotti sotto vuoto alle temperature "siberiane" di -40°C e -60°C, anziché a pressione e a temperatura ambiente (27). I prodotti ottenuti, posti in soluzioni acquose, si aggregano in microsfere, talvolta delimitate da una membrana polisaccaridica, chiamate dagli autori modelli di "protocellule" (28), ma che con le cellule autentiche non hanno proprio niente a che vedere: sono prive di attività metaboliche e riproduttive, in altre parole non vivono.

 

La vita trascende la fisica e la chimica

Tutte le precedenti obiezioni alla "teoria abiogenetica" sono riconducibili a un semplice principio, ovvio per ogni mente sgombra da preconcetti: l'ordine non può nascere spontaneamente dal caos. Un organismo vivente è molto di più che un aggregato di molecole e di macromolecole organiche: è una forma organizzatrice, che costruisce e ordina queste molecole secondo un progetto strutturale, - è un sistema cibernetico dotato di un grado di informazione superiore a quello delle singole parti che lo compongono. "Quando dico che la vita trascende la fisica e la chimica, intendo dire che la biologia non può spiegare la vita, quale vi presenta oggi, in termini di semplice azione di leggi fisiche e chimiche" (29).

Prendiamo come esempio il codice genetico, a cui ho già accennato, e che consiste nella corrispondenza fra terne di basi nella struttura del DNA, o acido desossiribonucleico, e amminoacidi delle proteine. È un codice universale e, dal punto di vista chimico, arbitrario, sulla cui origine "invece che di "problema", si dovrebbe parlare ai enigma. Il codice non ha senso se non è tradotto. Il meccanismo traduttore della cellula moderna comporta almeno cinquanta costituenti macromolecolari, anch'essi codificati nel DNA. Il codice genetico può dunque essere tradotto solo dai prodotti stessi della traduzione. È questa l'espressione moderna dell'omne vivum ex ovo. Ma quando e come questo anello si è chiuso su se stesso? È molto difficile anche solo immaginarlo" (30) dice Monod, che qui, nel suo campo specifico, è rigoroso, salvo poi pretendere, poco dopo, di spiegare tutto con il solito binomio caso-necessità (31).

La pretesa degli abiogenisti, che i vari componenti della cellula, formatisi spontaneamente nel "brodo prebiotico", secondo Fox, o nelle tempeste delle regioni polari, secondo Simionescu, si siano casualmente aggregati "inventando" il codice genetico "non appartiene neanche alla fantascienza, ma al delirio intellettuale" (32).

Allo scopo di rompere il circolo vizioso dell'uovo-DNA e della gallina-proteine, è stata recentemente proposta una nuova teoria sulla origine della vita, la "teoria ribotipica", che fa originare la cellula dalle ribonucleoproteine attraverso un meccanismo a catena di "quasi-replicazione" (33). Una analisi della teoria esula dagli scopi dei presente articolo, e, soprattutto, dalla mia competenza specifica di chimico, rientrando piuttosto nel campo della genetica molecolare e della microbiologia; essa, tuttavia, dà per scontata la "evoluzione chimica", ossia la formazione spontanea di acido ribonucleico - RNA, diverso dal DNA - e di proteine (34). Ma, come si è visto precedentemente, tale "evoluzione chimica" è tutt'altro che scontata.

In ogni caso, il "messaggio" contenuto nella struttura degli acidi nucleici costituisce uno "schema" ben preciso che non può essere riducibile a una sequenza statistica di nucleotidi. "Dobbiamo rifiutarci di considerare lo schema attraverso il quale il DNA diffonde informazione come parte delle sue proprietà chimiche. Il suo schema funzionale deve essere riconosciuto come una condizione al contorno posta all'interno della molecola del DNA" (35).

"Infine, una parola sul modo in cui le condizioni al contorno che controllano i processi fisico-chimici in un organismo possano aver avuto origine a partire da materia inanimata. Il problema è se la categoria logica delle mutazioni casuali includa o no la formazione di nuovi principi non definibili in termini di fisica e di chimica. Sembra molto improbabile che possa includerla" (36).

 

Conclusione

A questo punto qualcuno mi potrà obiettare: "E con tutti questi ragionamenti, che cosa credi di avere ottenuto? Forse di avere "dimostrato scientificamente" la esistenza di Dio?". No di sicuro. Tanto più che scientificamente in senso stretto non si può dimostrare proprio niente, nemmeno che la terra gira intorno al sole, visto che, per affermare ciò, occorre fare uso di un concetto, quello di "moto assoluto", che non è scientifico, ma filosofico.

Spero solo di avere mostrato la inconsistenza, anche scientifica, di quelle teorie che pretendono di spiegare col "caso" la esistenza di quella bellissima armonia che è l'insieme delle creature viventi, e di avere fornito così nuovi argomenti sperimentali a sostegno della quinta via di San Tommaso, quella che giunge a Dio a partire dall'ordine del creato (37). E concludo innalzando al Creatore il canto dei tre fanciulli in Babilonia: "Benedite mostri marini / e quanto si muove nell'acqua, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli. / Benedite, uccelli tutti dell'aria, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli. / Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, / lodatelo ed esalatelo nei secoli. / Benedite, figli dell'uomo, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli" (38).

Giulio Guerra

*** 

(1) Per una critica all'evoluzionismo da un punto di vista biologico e paleontologico, cfr. Giuseppe Sermonti e Roberto Fondi, Dopo Darwin, Rusconi, Milano 1980. Per una critica di carattere filosofico-teologico, cfr. mons. Pier Carlo Landucci, Miti e realtà, La Roccia, Roma l968; e IDEM, La verità sull'evoluzione e l'origine dell'uomo, La Roccia, Roma s.d. Il presente articolo si limiterà a un esame del problema della origine della vita da un punto di vista soprattutto chimico.

(2) Tuttavia gli antichi, più logici dei loro epigoni moderni, invocavano, per giustificare una così palese violazione del principio di causa ed effetto, l'intervento di misteriose "influenze astrali", che avrebbero vivificato la materia inerte.

(3) Pierre Larousse, Grand Dictionnaire Universel du XIXe Siècle, voce Génération, cit. in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 23. Per le implicazioni morali e sociali di una simile visione del mondo, cfr. anche Luciano Benassi, Mistificazioni evoluzionistiche e matematica, in Cristianità, anno XI, n. 95, marzo 1983.

(4) Cfr. Aleksandr Ivanovic Oparin, The Origin of Life, tr. inglese, Mac Millan, Londra 1936.

(5) Cfr. Harold Clayton Urey, The Planets, Yale University Press, New Haven 1952; e Stanley L. Miller e H. C. Urey, Organic Compound Synthesis on the Primitive Earth, in Science, vol. 130, n. 3370, 31-7-1959, pp. 245-251.

(6) Cfr. S. L. Miller, Production of Some Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, in Journal of the American Chemical Society, vol. 77, 5-5-1955, pp. 2351-2361.

(7) Cfr. Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, in Origins of Life, vol. 5, 1974, pp. 139-151.

(8) Cfr. IDEM, Production of Some Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2358.

(9) Cfr. Nadav Friedmann e S. L. Miller, Synthesis of Valine and Isoleucine in Primitive Earth Conditions, in Nature, vol. 221, n. 5186, 22-3-1969, pp. 1152-1153.

(10) Cfr. Gordon Schlesinger e S. L. Miller, Equilibrium and Kinetics of Gliconitrile Formation in Aqueous Solution, in Journal of the American Chemical Society, vol. 95, n. 11, 30-5-1973, pp. 3729-3735.

(11) Cfr. J. P. Ferris e C. T. Chen, Chemical Evolution. XXVI. Photochemistry of Methane, Nitrogen, and Water Mixtures as a Model for the Atmosphere in the Primitive Earth, in Journal of the American Chemical Society, vol. 97, n. 11, 28-5-1975, pp. 2962-2967.

(12) Cfr., per esempio, G. Schlesinger e S. L. Miller, art. cit., p. 3735.

(13) Cfr. J. P. Ferris e C. T. Chen, Photosynthesis of organic compounds in the atmosphere of Jupiter, in Nature, vol. 258, n. 5536, 18-12-1975, pp. 587-588. Si tratta - lo riferisco a titolo di cronaca - di un lavoro finanziato addirittura dalla NASA.

(14) Cfr. Jacques Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, tr. it., 7a ed., Mondadori, Milano 1974, p. 137. Sul carattere né scientifico né filosofico, ma ideologico del saggio di Monod, nonché sul suo "pressappochismo" scientifico, cfr. anche il mio De libello a Jacobo Monod de alea et necessitate conscripto thomistica censura, in AA.VV., Atti dell'VIII Congresso Tomistico Internazionale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982, vol. V, pp. 359-364.

(15) Cfr., per esempio, Robert Thornton Morrison e Robert Neilson Boyd, Chimica Organica, tr. it., 1a ed., C.E.A., Milano 1965, cap. 2, § 2.4, p. 34.

(16) Cfr. S. L. Miller, Production of Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2358. Calcolando le rese sui reagenti, anziché sui prodotti, esse si riducono alla metà o a un quinto, a seconda degli esperimenti.

(17) Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, cit., p. 145.

(18) Cfr. ibid., p. 144.

(19) Cfr. R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 164-167.

(20) Cfr. Wendell W. Dunn, Yosihiro Aikawa e Allen J. Bard, Heterogeneous Photosynthetic Production of Amino Acids at Pt/TiO2 Suspensions by Near Ultraviolet Light, in Journal of the American Chemical Society, vol. 103, n. 23, 1981, pp. 6893-6897. Al posto del metano si possono usare anche metanolo ed etanolo.

(21) Cfr. ibid., p. 6897.

(22) Cfr. ibid., p. 6895.

(23) Per ovvie ragioni di comprensibilità, mi limiterò a una spiegazione piuttosto elementare e semplificata, anche se non errata. Per una trattazione sistematica cfr., per esempio, Giulio Natta e Mario Farina, Stereochimica, molecole in 3D, Mondadori, Milano 1968.

(24) Questo non significa però che tutti gli enantiomeri "a forma di mano destra" ruotino il piano della luce polarizzata verso destra e tutti quelli "a forma di mano sinistra" verso sinistra, come sembra dire J. Monod (op. cit., p. 58, nota). Un simile "strafalcione", decisamente "da bocciatura", non stupisce in Monod, visto il già notato "pressappochismo" e l'autentico disprezzo dell'intelligenza del lettore di cui è pieno il suo libro. Dispiace, invece, lo stesso errore da parte di uno studioso serio come Fondi (in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 173). Mi auguro che venga corretto in una seconda edizione del libro.

(25) Cfr. S. L. Miller, Production of Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2359; e Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, cit., pp. 144-145.

(26) Cfr. G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 175.

(27) Cfr. Cristofor I. Simionescu, Ferencz Dénes e Ioan Negulescu, Abiotic Synthesis and the Properties of Some Protobiocopolymers, in Journal of Polymer Science, Polymer Symposia, n. 64, 1978, pp. 281-304.

(28) Cfr. ibid., pp. 296-299.

(29) Michael Polanyi, Life Transcending Physics and Chemistry, in Chemical and Engineering News, 21-8-1967, pp. 64-65.

(30) J. Monod, op. cit., p. 139.

(31) Cfr. ibid., pp. 140-142.

(32) R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 185. Sulla improbabilità matematica di simili eventi, cfr. L. Benassi, art. cit.

(33) Cfr. Marcello Barbieri, La Teoria Ribotipica sull'Origine della Vita, in Rivista di Biologia, vol. 75, n. 4, inverno 1982, pp. 515-561.

(34) Cfr. ibid., p. 522.

(35) M. Polanyi, art. cit., p. 62.

(36) ibid., p. 64.

(37) Cfr. san Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, q. 2, a. 3.

(38) Dan. 3, 79-82.

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