FISICA/MENTE

 

 

ADISTA n° 81, 25 novembre 2005

 

CONCORDATO: I PRO E I CONTRO DELLA PROPOSTA DI REVISIONE



33088. ROMA-ADISTA. Sull'opportunità di rimettere mano al Concordato (v. notizia precedente), Adista ha chiesto l'opinione di Sergio Rostagno, docente emerito alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma (recentemente ha pubblicato il saggio: Laicità, Riforma, etica, in Libera chiesa in libero Stato?, a cura di Elena Bein, Claudiana, Torino) e di Marcello Vigli, membro delle Comunità di Base di Roma, promotore del movimento anticoncordatario "Carta ‘89" e, più recentemente, di "Società laica e plurale". Di seguito, i loro contributi (quello di Vigli, in forma più ampia, è stato pubblicato su www.italialaica.it).

 

ROSTAGNO: OGGI L'ANOMALIA È LA POLITICA, NON IL CONCORDATO

            Il Concordato mi sembra il mezzo più semplice per regolare il rapporto tra lo Stato democratico di recente formazione e la persistenza in esso o accanto ad esso delle Chiese (o religioni) sotto forma di comunità costituite con regole proprie e indipendenti. L'anomalia non è dunque il Concordato. L'anomalia è invece oggi in Italia il comportamento delle istituzioni democratiche (e uomini che le rappresentano). Abbiamo visto usare in uno spot televisivo cattolico (agosto 2005) l'immagine del presidente Ciampi. Questo è intollerabile. È intollerabile che i giornalisti quando parlano di Chiesa cattolica diventino cortigiani e usino come unica forma di comunicazione la sviolinata adulatoria, persino nel tono di voce caramelloso.
Il problema non è il Concordato. Quel che accade oggi in Italia e altrove è il tentativo di trasformare il confronto tra vari valori nell'imposizione di un valore assoluto. Per citare Max Weber (Oggettività della conoscenza nelle scienze sociali), non si tratta più di confrontare la vita empirica con valori ideali (che sarebbe legittimo), ma si tratta di giudizi di valore, che vengono assunti nel concetto di cristianesimo. Nel primo caso la vita laica e le Chiese possono concorrere nel vedere chi fa meglio; nel secondo si trasformano invece determinati giudizi in valori religiosi, che il mondo laico è detto non conoscere, se non nella forma data loro dalla Chiesa o dalla re-ligione prevalente. Questo è il fatto inaccettabile. In tal modo si ristabilirebbe una pienezza di potere della religione, che invece nello Stato democratico è stata tolta. Rispetto a questo, la proposta anticoncordataria appare dilatoria ed evasiva. È coltivando la sensibilità religiosa e non opponendosi ad essa che si aiuta lo Stato, si aiutano i cittadini e infine le Chiese stesse a vedere più chiaro nei problemi.

 

VIGLI: PUNTARE AL CONCORDATO MIRANDO AI PRIVILEGI

            Finalmente il dibattito politico sulla laicità esce dal limbo delle pur doverose denunce, delle analisi puntuali e delle proteste più o meno corrette, per affrontare il nodo centrale: il regime concordatario. Si deve essere grati all'onorevole Boselli di aver reintrodotto nell'agenda politica l'abrogazio-ne del Concordato, pur se a nessuno sfugge il carattere strumentale della proposta evidente nell'assenza di un'adeguata autocritica sulle responsabilità del partito socialista e di Bettino Craxi in particolare e sulle opportunistiche ritirate dei radicali nella lotta ingaggiata a suo tempo con la creazione della Liac (Lega italiana anticoncordataria).
C'è però un criterio per vagliare il reale valore della scelta dell'obiettivo dell'abrogazione del Concordato che, se non consensuale, richiede una revisione costituzionale che abolisca l'articolo 7. Nel 1969 e nel 1972 con due successive proposte l'hanno tentata senza successo il cattolico ex-aclista senatore Mario Albani e il socialista Lelio Basso. Non sono certo aumentate le possibilità di ottenerla oggi. Per diventare credibile quindi la proposta deve inserirsi in una linea strategica che, senza rinunciare all'obiettivo, preveda interventi legislativi e amministrativi, che non esigono né abrogazione né revisione consensuale, per smantellare privilegi e concessioni. Ciò vuol dire, l'immediata reintroduzione dell'Ici a carico degli enti ecclesiastici con fini di lucro, nel caso venga abolita con la prossima finanziaria; l'abolizione dell'attribuzione ai soggetti destinatari delle opzioni espresse della quota dell'otto per mille restata senza destinazione; la restituzione alla fiscalità generale ordinaria delle quote destinate dai contribuenti allo stato attualmente lasciate alla discrezionalità dei Presidenti del Consiglio; l'abolizione del ruolo speciale per i docenti di religione cattolica; l'abrogazione della legge sulla parità scolastica e, nel frattempo, la sua rigida attuazione in merito ai finanziamenti e al controllo dei requisiti e delle condizioni richiesti alle scuole per essere considerate paritarie. Inoltre, il rilancio da parte del Ministro dell'Istruzione dell'effettiva facoltatività dell'Insegna-mento della religione cattolica; un drastico riequilibrio dei tempi concessi alle organizzazioni religiose e culturali nel servizio pubblico radiotelevisivo; evitare che i funerali di Stato diventino funerali religiosi ed eliminare il crocefisso dai pubblici uffici e dalle scuole. Da questi o da analoghi interventi non deriverebbero limitazioni alle autentiche espressioni religiose, ma solo un ridimensionamento del potere clericale, che nessuno potrebbe in buona fede chiamare "guerra di religione".


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