FISICA/MENTE

 

 

BIGOTTI E REAZIONARI NEGLI USA. DESTRA E SINISTRA SEGUONO IN ITALIA.


Da il manifesto 

La lunga marcia a destra di dio
MARCO D'ERAMO


 
Da banda di bigotti ultrareazionari, la destra conservatrice è diventata egemonica, nel senso gramsciano, nella società americana. Il segnale più chiaro di questa vera e propria controrivoluzione è la contrizione in cui sono piombati i leader del partito democratico per non essere stati abbastanza religiosi, abbastanza «all'ascolto dell'anima profonda dell'America» nella campagna elettorale.
E poiché gli Stati uniti sono egemonici [erano …] sul resto del mondo, non mancherà molto prima che la sinistra italiana si strappi i capelli per non aver fatto abbastanza pellegrinaggi al santuario di Padre Pio e per non aver regalato abbastanza detrazioni fiscali ai miliardari
…..
Come è successo che in 40 anni quello che appariva all'opinione pubblica Usa un insopportabile estremismo reazionario sia diventato senso comune della maggioranza dei votanti, se non dei cittadini? Nel 1964 scriveva John Kenneth Galbraith che «quasi tutti si definiscono liberal». Quaranta anni dopo la parola liberal è diventata addirittura un'ingiuria e si dice che John Kerry ha perso perché troppo liberal . Oggi la discussione non è tra «più stato» o «meno stato», ma fra «meno stato» e «niente stato». Sta diventando senso comune che la sanità debba essere privatizzata, che le pensioni siano private e che privata sia la scuola. Ora, questa «rivoluzione conservatrice» (così fu chiamata quella che maturò nella repubblica di Weimar negli anni `20 del '900) non è avvenuta per caso, ma è stata concepita a tavolino, come una strategia bellica decisa dallo stato maggiore.
Nel 1970 il giudice della Corte suprema Lewis Powell scrisse alla Camera nazionale di Commercio un memorandum profetico, in cui sosteneva che a causa della guerra del Vietnam i migliori studenti statunitensi stavano diventando anticapitalisti e che bisognava fare qualcosa per contrare questa tendenza. Powell proponeva che i ricchi conservatori finanziassero, dentro e fuori le università, istituti in cui intellettuali potessero scrivere libri da una prospettiva conservatrice. Il suo appello fu raccolto da un pugno di famiglie ricchissime e di fondazioni che decisero di finanziare a lungo termine la promozione, a livello di élite e di massa, di una cultura e di un pensiero ultraliberista e tradizionalista. A differenza delle grande famiglie capitalistiche italiane che finanziano squadre di calcio come Juventus e Milan, negli Usa in 30 anni un nucleo di capitalisti ha sborsato miliardi di dollari per, direbbe Antonio Gramsci, «conquistare l'egemonia».
Sono otto le famiglie che hanno plasmato l'odierna cultura politica americana: la famiglia Bradley, quella Mellon Scaife, gli Smith Richardson, i Coors, gli Olin, i McKenna, gli Earhart e i Koch.
La più ricca delle fondazioni (nel 2001 disponeva di 584 milioni di dollari) è la Lynde e Harry Bradley (i due fratelli fondatori dell'omonima compagnia di componentistica elettrica industriale), fondata nel 1943, ma divenuta potentissima solo nel 1985 perché i Bradley vi versarono buona parte dei proventi ricavati dalla vendita dell'azienda di famiglia alla Rockwell. Seconda in ordine di ricchezza viene la fondazione della famiglia Smith Richardson (494 milioni di dollari) quella del Vix Vaporub. Segue la famiglia Mellon Scaife le cui quattro fondazioni (Scaife Family, Sarah Scaife, Carthage, e Allegheny) ammontavano nel 2001 a 478,4 milioni di dollari: i Mellon sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell'Alcoa (alluminio), potenti nell'uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è «nientemeno che l'arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore». Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gringrich (che negli anni `90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gringrich stesso definisce Scaife come una delle persone «che hanno davvero creato il moderno conservatorismo».
Dal 1873 la famiglia Coors produce in Colorado quella che secondo l'attore Paul Newman è «la migliore birra americana» (sia consentito dissentire), ma dalle sue casse scorre anche un fiume di denaro che da 30 anni irriga l'estrema destra: la Fondazione Aldolf Coors fu fondata nel 1975 e nel 1993 fu affiancata dalla fondazione Castle Rock (una marca della Coors, assets per 50 milioni di dollari). Ecco come suonava il necrologio di Joe Coors: «Fu la sua fede in principi conservatori di stato limitato e di libertà economica che lo portò, a partire dagli anni `60, a sostenere un politico californiano di nome Ronald Reagan. Per tutti gli anni `70 Reagan visitò spesso la casa di Joe, finendo per discutere per lo più in cucina (kitchen). Quando Reagan fu eletto, Joe divenne membro del suo Kitchen Cabinet. Il suo contributo più importante fu nell'area della difesa strategica missilistica (le cosiddette 'guerre stellari', ndr ). Come Reagan, Joe Coors conosceva da tempo il fisico nucleare Edward Teller [l’amico dello screditato Zichichi] che sottolineava la vulnerabilità americana in caso di attacco nucleare. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca, Joe fece parte di un piccolo gruppo riunito da Teller che si chiamava High Frontier (alta frontiera)».
Altra grande fondazione è la John M. Olin, dal nome dell'industria di famiglia, che è cresciuta moltissimo nelgi ultimi 20 anni e ora ha risorse per 71 milioni di dollari. Il direttore esecutivo della Olin Foundation, James Piereson ha detto: «Noi abbiamo investito al vertice della società, nei think tanks di Washington e nelle migliori università per avere il massimo impatto possibile perché questi sono i posti più influenti». La famiglia Olin cerca di dissuadere gli altri capitalisti americani dal finanziare le università liberal, perché così «finanziano la propria distruzione». «Perché il padronato dovrebbe finanziare intellettuali di sinistra e istituzioni che sposano proprio le cause contrarie a quelle in cui crediamo?»
I fratelli Dave e Charles Koch sono altre due stelle di prima grandezza nel firmamento reazionario: possiedono le Industrie Koch, un'azienda petrolifera, di gas naturale e di gestione del territorio che è la seconda più grande compagnia americana a proprietà familiare. A differenza delle altre fondazioni che finanziano un largo arco di iniziative su una varietà di temi, le tre fondazioni della famiglia (Charles G. Koch, David H. Koch and Claude R. Lambe Charitable Foundations, assets per 68 milioni di dollari) si concentrano esclusivamente sulla promozione del libero mercato. «Il mio scopo principale, disse David Koch, è minimizzare il ruolo dello stato e massimizzare il ruolo dell'economia privata e della libertà personale».
Ma oltre a queste grandi famiglie ci sono numerosi altri mecenati delle cause reazionarie, come la fondazione J. M (25 milioni di dollari), il Rockwell International Corporation Trust e il Ford Motor. E altri industriali e banchieri hanno contribuito alle cause della destra religiosa: per esempio la famiglia DeVos, cofondatori del circuito di distribuzione Amway (che fattura più di 5 miliardi di dollari l'anno), regalò nel 1994 2,5 milioni di dollari ai repubblicani per costruire uno studio televisivo per produrre un programma di partito, e in genere finanzia tutta una serie di fondazioni e istituti dell'estrema destra: la Free Congress Foundation, la Federalist Society for Law and Public Policy Studies, il National Legal Center, e il Council for National Policy.
In Michigan, Tom Monaghan, fondatore e amministratore delegato della Domino's Pizza ha versato lauti contributi a gruppi antiabortisti come Operation Rescue e il Committee to End State-Funded Abortions in Michigan. Nel 1987 creò la Domino's Foundatio per finanziare organizzazioni cattoliche di estrema. Monaghan è anche fondatore di Legatus, un gruppo di dirigenti d'impresa cattolici.
A Washington, la stampa ha definito Robert Krieble come «il nonno che dà le caramelle alla destra». I seminari che organizza sono trasmessi in tutto il paese via satellite e gli oratori includono Paul Weyrich, presidente della Free Congress Association, Tanya Metaska, lobbista per l'associazione dei costruttori di armi, la National Rifle Association e R. Marc Nuttle, vicepresidente per le questioni politiche della National Federation of Independent Business, Inc., che nel 188 fu manager di campagna elettorale per l'ultraconservatore Pat Robertson.
Il ritratto che ne emerge è quello di un padronato che crede fermamente nella lotta di classe e che ha una forte coscienza di classe. Solo negli anni `90 queste fondazioni hanno profuso più di un miliardo di dollari nella macchina da guerra ideologica dell'estrema destra e dei conservatori cristiani: come si sa le vie del signore sono infinite.
Il modo in cui è stata spesa questa montagna di denaro è il tema della prossima puntata di quest'inchiesta, ma per capire il modo di procedere delle fondazioni ecco, come assaggio, un esempio minuscolo della Bradley: tra le altre iniziative finanziate, la fondazione ha lanciato una casa editrice conservatrice, Encounter Books, diretta da Peter Collier e ha finanziato cosiddetti «esperti in razzismo», in realtà fomentatori di idee razziste come Dinesh D'Souza (autore di The End of Racism) e Charles Murray che in The Bell Curve sostiene che l'intelligenza dipende dalla razza.

In Losing Ground Murray argomenta la necessità di abolire tutti i programmi sociali. Murray scriveva questi libri lavorando nel centro di ricerca conservatore Manhattan Institute a cui la fondazione Bradley versò in quegli anni più di un milione di dollari. A Murray andarono dal 1986 al 1989 90.000 dollari l'anno della Bradley. Ma la posizione di Losing Ground era così estrema che perfino il Manhattan Institute gli chiese di dimettersi. La fondazione Bradley però appoggiò Murray e gli aumentò la borsa di studio a 163.000 dollari. Tutti i dettagli, per quanto piccoli vengono considerati nevralgici per le fondazioni conservatrici: quando il giudice nero di estrema destra Clarence Thomas fu candidato dai repubblicani a entrare nella Corte suprema e Anita Hill lo accusò di molestie sessuali, la fondazione Bradley finanziò con 11.850 dollari David Brook perché scrivesse un libro, The Real Anita Hill: The Untold Story in cui screditava la versione della donna. Anche così si conquista l'egemonia.]


 
 
I serbatoi d'odio fanno il pieno
Milioni di dollari per finanziare le fondazioni che hanno costruito la supremazia reazionaria negli Usa: la lunga marcia americana alla destra di dio. Seconda puntata


 
[Nel 1964 il 62% degli americani riteneva che lo stato facesse le cose giuste. Trenta anni dopo, nel 1994, questa percentuale si era ridotta al 19%. Ormai è diventato senso comune (e non solo negli Stati uniti) che «pubblico» è sinonimo di inefficienza e che solo «privato» è efficiente, che lo stato costituisce il problema, non la soluzione, che il contratto sociale è lettera morta e che il libero mercato è la risposta a tutto.
Questo gigantesco ripensamento collettivo dimostra lo straordinario successo che ha avuto la macchina da guerra repubblicana, che nel giro di 30 anni è riuscita a divenire dominante nel mercato delle idee politiche grazie a ingenti capitali, un'abile confezione della merce (messaggi chiari e semplici), una martellante campagna pubblicitaria e una capillare rete di vendita.

Il venture capital iniziale è stato fornito da grandi famiglie miliardarie, seppure di provincia (vedi la prima puntata di quest'inchiesta, pubblicata il 5 novembre): Lynde e Harry Bradley di Milwaukee (Wisconsin), Richard Mellon Scaife di Pittsburgh, gli Smith Richardson in North Carolina, Joseph Coors a Denver (Colorado), i fratelli David e Charles Koch a Wichita (Kansas). Insieme ad altri capitalisti, dai primi anni `70 queste famiglie hanno infuso circa 3 miliardi di dollari nell'apparato educativo e mass-mediatico americano, hanno finanziato borse di studio, corsi universitari, inviti a professori stranieri, libri, giornali, settimanali, canali televisivi, stazioni radio, film. Per esempio, da queste fondazioni nel 2001 la George Mason University ha ricevuto 7 milioni di dollari, Harvard 6 milioni, Yale 4, Stanford 3, l'University of Chicago 5 milioni, l'Intercollegiate Studies Institute 5,8 (una parte delle cifre che compaiono in quest'inchiesta provengono da un curioso studio compiuto da un consulente democratico, Robert Stein, che nel 2004 ha mostrato in giro negli Stati Uniti una serie di 52 diapositive che descrivono la «macchina da guerra della propaganda repubblicana»: Stein le diapositive se le tiene strette e non ha risposto a una richiesta d'intervista, ma alcune sono state pubblicate a settembre in un lungo articolo dedicato di Harper's, e altre sue cifre erano state riprese ad agosto dal Magazine domenicale del New York Times).
Nel 1971 la Camera di Commercio degli Stati uniti aveva fatto circolare il manifesto Confidential Memorandum: Attack on the American Free Enterprise System in cui l'avvocato, e in seguito giudice della Corte suprema, Lewis Powell scriveva: «La sopravvivenza di quel che chiamiamo il sistema della libera impresa sta nell'organizzazione, nella pianificazione e messa in pratica a lungo termine, nella coerenza di azione per un numero indefinito di anni, in una dimensione finanziaria conseguibile solo attraverso uno sforzo comune, e nel potere politico conseguibile solo attraverso un'azione unitaria e organizzazioni nazionali».
Erano passati solo due anni e Joseph Coors iniziava a mettere in pratica la dottrina Powell: nel 1973 infatti con soli 250.000 dollari finanziò il varo della Heritage Foundation, alla cui testa pose Paul Weyrich. Negli anni successivi le risorse della Heritage Foundation ammontarono a 900.000 dollari, grazie a una donazione di Richard Mellon Scaife, tanto che nel 1981 l'Heritage consegnò a Reagan il suo Mandate for Leadership noto come dottrina Reagan. e poi il suo bilancio è continuato a crescere ininterrottamente: 1,7 milioni di dollari nel 1981, 14,6 milioni di dollari nel 1988, 33 milioni di dollari nel 2001. Tra i finanziatori della Heritage figurano la fondazione Bradley, tre fondazioni Scaife, la fondazione Castle Rock (Coors), la fondazione Charles Koch, la fondazione Philip McKenna, la John Olin, la JM, la Claude Lambe Charitable. Negli anni `80 Heritage fu finanziata anche dalla Corea (su pressione della Cia) e sostenne con forza presso i servizi Usa la causa della guerriglia contra (antisandinista) in Nicaragua e di Jonas Savimbi in Angola.
Sempre negli anni `70 l'American Enterprise Institute (Aei, fondato nel 1943) veniva rivitalizzato da una donazione di 6 milioni di dollari del Howard Pew Freedom Trust (della compagnia petrolifera Sun Oil fondata dalla famiglia Pew): ed è interessante notare che nel 1986 le fondazioni Olin e Smith Richardson ritirarono il loro appoggio perché a loro avviso l'Aei era diventato troppo centrista e troppo poco conservatore. Il suo direttore si dovette dimettere, l'Aei virò a destra e il rubinetto di denaro fu riaperto.
Tra il 1985 e il 2001 l'Aei ha ricevuto 29,6 milioni di dollari immaginate da quali fondazioni? Da: le quattro fondazioni Scaife, la Castle Rock, la Earhart, la John Olin, Lynde e Harry Bradley, Smith Richardson. I doni della Coors non sono inclusi. Altro denaro è venuto all'Aei da Amoca, Kraft Foundation, Procter & Gamble Found. Nel 2001 il bilancio dell'Aei è stato di 25 milioni di dollari.
Nel 1977 la famiglia Koch dette 500.000 dollari al Cato Istitute, di tendenza libertaria, cioè totalmente antistatalista. Nel 2001 il suo bilancio è stato di 17,6 milioni di dollari e tra il 1985 e il 2001 ha ricevuto 15,6 milioni di dollari immaginate da chi? Da Castle Rock Foundation, Charles Koch, Earhart, JM, John Olin, Lynde and Bradley, Claude Lambe e da tre fondazioni Scaife.
Oggi però la maggior parte dei suoi fondi viene dalla grande finanza (American Express, Chase Manhattan Bank, Chemical Bank, Citicorp/Citibank, Commonwealth Fund, Prudential Securities e Salomon Brothers), corporations dell'energia (Chevron Companies, Exxon Company, Shell Oil Company, Tenneco Gas, American Petroleum Institute, Amoco Foundation e Atlantic Richfield Foundation) e farmaceutiche (tra cui Eli Lilly & Company, Merck & Company and Pfizer, Inc.). Ha fatto parte del consiglio di amministrazione del Cato Institute Rupert Murdoch, il magnate televisivo (in Italia possiede Sky tv) il cui Fox New Channel è il più aggressivo e fazioso mass medium della destra.
Istituti come Heritage Foundation e Cato Institute si chiamano negli Usa think-tanks , «serbatoi di pensiero», sono cioè centri che producono ricerche mirate a dimostrare che è indispensabile privatizzare la Social Security, che il sistema sanitario canadese (qui invidiato da tutti) è un disastro, che mangiare cibi geneticamente modificati fa bene alla salute, che i neri sono più stupidi dei bianchi, che il sussidio disoccupazione è un incitamento alla pigrizia e dunque un fattore d'impoverimento (tutti esempi veri), che la scuola pubblica è un fattore d'ignoranza....
Attraverso i think-tank sono stati finanziati alcuni dei libri che hanno più influenzato il riposizionamento della cultura americana: Free to Choose di Milton Friedman («Liberi di scegliere», finanziato dalle fondazioni Scaife e Olin), The Naked Puglic Square di Richard John Neuhaus («La denudata piazza pubblica», finanziato da Bradley e Olin Foundations, Lilly Endowment), The Dream and the Nightmare di Myron Magnet («Il sogno e l'incubo», Scaife), Losing Ground di Charles Murray («Arretrando», Bradley, Olin e Smith Richardson), The Clash of Civilizations di Samuel Hungtington («Scontro di civiltà», Bradley e Smith Richardson), Illiberal Education di Dinesh D'Souza («Istruzione illiberale», Olin), Politics, Markets & American Schools si John E. Chubb e Terry M. Moe («Politica, mercati e scuole americane», Olin), The Tragedy of American Compassion si Marvin Olasky («La tragedia della solidarietà americana», Bradley).]
 
Attraverso libri, studi, rapporti, questi centri producono perciò pezze d'appoggio alle campagne politiche e ideologiche della destra, forniscono argomenti «scientifici» di cui si servono i parlamentari quando devono introdurre un emendamento. Più che ricerca scientifica, questi centri sono classici esempi di «pesudoscienza», di affermazioni incontrollate bardate degli orpelli della serietà, tabelle, grafici, note, bibliografie. A colpi di tabulati questi «serbatoi» immagazzinano rancore, astio verso ogni idea di uguaglianza. Sono serbatoi sì, ma di odio, non di pensiero. E la loro influenza cresce di anno in anno.
Ricercatori e dirigenti dei think-tanks vengono chiamati in televisione come esperti, intervistati dai giornali. E infatti l'influenza di questi centri studi è misurata nel numero di citazioni che i loro studi e i loro rapporti ricevono da parte dei maggiori giornali, delle radio nazionali e delle tv, citazioni contate dal Think Tank Monitor nel suo sito web. Nel corso degli anni le citazioni sono diventate sempre più numerose: nel 1997 erano 14.600, nel 2001 25.823, nel 2003 29.490: più che raddoppiate in sei anni. La percentuale delle citazioni ottenute dai think-tank progressisti è scesa dal 16 al 12% (cioè è aumentata in assoluto, ma di poco), quelle dei think-tank conservatori sono passate dal 54% al 47%, diminuite di poco in percentuale ma quasi raddoppiate in assoluto.
Ma questa ricerca inserisce molti centri studi di destra nella categoria «di centro» e quindi è viziata e tende a diminuire il peso dei conservatori. Comunque, nel 2003 la sola Heritage Foundation è stata citata 3.141 volte dai media, con un aumento del 33% rispetto all'anno prima (2.356 citazioni). L'American Enterprise Institute ha avuto un aumento del 42% delle citazioni e Hoover Institute del 45%. Il rapporto annuo di Heritage sul 2002 sottolinea che in quell'anno sono comparsi in tv nazionali più suoi esperti che in tutti gli anni `90: sono apparsi in più di 600 programmi di tv nazionali e internazionali, in più di 1.000 trasmissioni radiofoniche e in circa 8.000 articoli di giornali e magazine.
La crescita dell'influenza reazionaria è dovuta anche al fatto che la sua cassa di risonanza - cioè il sistema dei mass-media - si è anch'essa spostata a destra: il messaggio conservatore viene diffuso, ad esempio, dai siti web AnnCoulter.com e Townnhall.com, dai quotidiani Washington Times e Wall Street Journal (la cui pagina di editoriali e commenti segue da decenni una linea di estrema destra, slegata dal resto del giornale), dalla casa editrice Eagle Publishing, dalla Radio America e dalle trasmissioni radio The Cal Thomas Commentary e The Rush Limbaugh Show, dal canale tv Fox News Channel, dal Pat Robertson's 700 Club (Robertson era stato uno dei promotori della «maggioranza morale» che nel 1980 aveva portato a Reagan l'appoggio dei conservatori cristiani), e da programmi tv come MSNBC Scarborough Country od Oliver North War Stories (Oliver North è il colonnello messo sotto accusa per lo scandalo Iran-Contras).
Si delinea così una rete di sinergie tra fondazioni, think-tanks, media, parlamentari, lobbies industriali in cui ogni componente accresce il peso dell'altro. Ma il capolavoro conseguito da questa macchina da guerra conservatrice è stato quello di portare i cristiani conservatori, gli integralisti protestanti a fare fronte comune con il gran capitale: è il tema della prossima puntata.


 
 
In nome del padre, del figlio e del conto corrente

Terza puntata


 
Sulla parete del vagone della metropolitana spicca la scritta: «Se vuoi nutrire la tua anima, il nostro è un grande menù». Con un colpo di genio questa pubblicità di una setta religiosa associa le due più profonde passioni della società americana: da un lato un'inesauribile bulimia collettiva che va in crisi d'astinenza se non ha qualcosa da masticare, deglutire, ingerire sul marciapiede, in ascensore, in auto, a letto, al cinema, e dall'altro un'intensissima vocazione religiosa che risale alle fondazioni stesse di questa nazione, a quei Padri Pellegrini del Mayflower che qui erano sbarcati nel 1620 per poter esercitare in pace il proprio integralismo puritano.
A un europeo pare più balzano che alla Casa bianca ci siano collettive sedute mattutine di preghiera. Perché a prima vista la religiosità Usa risulta invisibile. La cultura americana esportata nel mondo - film, serial televisivi e canzoni - è laica, consumista, edonista, con solo qualche sfondamento nel soprannaturale (X-files). D'altronde, per la strada, la fede è altrettanto discreta: a differenza dell'Europa letteralmente infestata da chiese monumentali, qui gli edifici più imponenti sono grattacieli di grandi corporations, centri finanziari (World Trade Center), e non cattedrali o duomi.
Ma la percezione cambia quando lo zapping fa inciampare in un telepredicatore dopo l'altro. E nelle lunghe ore di guida che scandiscono la giornata statunitense, è quasi impossibile non ascoltare prediche radio. Secondo i sondaggi Gallup, il 48% degli americani crede nel creazionismo (cioè che la Bibbia dica la verità in senso letterale e che la terra è stata creata solo 6.000 anni fa) e solo il 28% nell'evoluzione (gli altri non sono sicuri o pendono per il creazionismo). E a credere nel diavolo è il 68%, cioè più del doppio di quanti credono nell'evoluzione: quando George W. Bush dice (come già Ronald Reagan), di non essere ancora convinto dall'evoluzione, rispecchia un'opinione diffusa negli Usa e non solo l'eccentricità di una banda di sciroccati.
Sempre secondo Gallup, il 42% degli americani si definisce evangelico, cioè cristiano intento a evangelizzare gli altri, o born again , «rinato», ha cioè conosciuto una rinascita interiore attraverso l'esperienza diretta di dio: già quest'espressione, «rinato», così comune negli Usa, e così bizzarra in Europa, mostra l'abisso culturale che separa le due rive dell'Atlantico (ma negli Usa pare stravagante l'importanza data alle stigmate di un Padre Pio). Va detto infine che questi sondaggi vanno presi con le molle, non fosse altro perché il padrone di Gallup, George Gallup jr. è lui stesso un evangelico che considera il proprio lavoro «una sorta di ministero».
 
La fede in prima pagina
Non sono percentuali nuove, quel che è invece inedita è l'ostentazione pubblica della propria fede: la copertina del magazine del New York Times di domenica 31 ottobre era dedicata alla fede esercitata sul luogo di lavoro, al banchiere evangelico che prega con il cliente che gli va a chiedere un mutuo, alle associazioni di imprenditori che si riuniscono per esercizi spirituali. Un fenomeno che fa venire un brivido perché sa tanto di Taliban Spa. Sono ormai migliaia le imprese in cui si prega in fabbrica o in ufficio, in cui - secondo l'espressione dell'American Chamber of Christian in Business - «Gesù siede nel consiglio di amministrazione».
La pubblicità della propria devozione contrasta con quel che era considerato un caposaldo della separazione tra Stato e Chiesa: che l'esperienza religiosa fosse un fatto interiore e privato.
L'invasione della sfera pubblica da parte di molteplici, reciprocamente intolleranti, interpellazioni del divino ha assunto molte forme. La più importante, e densa di conseguenze, è la militanza politica dei cristiani conservatori.
Il fondamentalismo protestante ha sempre inciso sulla vita politica americana, ma per vie traverse (negli anni '20 del `900 fu decisivo nell'imporre agli Stati uniti il proibizionismo alcolico) e senza schierarsi in blocco. Vi fu anche un integralismo cristiano di sinistra che appoggiò il New Deal. Ma la mobilitazione politica dei cristiani conservatori è avvenuta in due tappe, come reazione la prima al «pericolo comunista», la seconda ai movimenti degli anni `60.
 
[Il padre del moderno integralismo conservatore è Billy Graham che alla fine degli anni `40 lanciò le sue «crociate» in varie città degli Stati uniti, divenendo famoso grazie all'enorme battage che ne fecero i giornali del magnate Randolph Hearst. La sua Evangelical Foreign Missions Association fu un efficace strumento di guerra fredda. Graham fondò il maggior periodico evangelico, Christianity Today, le Urban Missionary Conferences, e fu poi uno dei più intimi confidenti del presidente Richard Nixon.

Nel 1953 un'altra organizzazione, assai più discreta e riservata, nota come «la Famiglia», iniziava - attraverso la sua Fellowship Foundation - la tradizione dell'annuale National Prayer Breakfast, sponsorizzato dal Congresso, diventato un'istituzione nazionale, con 3.000 ospiti da tutto il mondo (al prezzo di 425 dollari a persona), e a cui ogni presidente ha partecipato almeno una volta nel suo mandato. Ma la Fellowship, di cui fanno parte almeno otto senatori e sei deputati, nel corso della guerra fredda ha fatto ben altro. Negli anni `80 ha organizzato incontri a Washington tra il governo Usa e l'ex generale salvadoregno Carlo Eugenio Vides Casanova, invitato nel 1984 a un Prayer Breakfast e condannato nel giugno di quest'anno da un tribunale della Florida per la tortura di migliaia di cittadini negli anni `80. In quell'occasione fu invitato anche il generale honduregno Gustavo Alvarez Martinez, collegato alla Cia e a squadroni della morte, che più tardi divenne un missionario evangelico prima di essere assassinato nel 1989.
 
Nasce la John Birch Society
Se la «Famiglia» rappresenta in qualche modo l'equivalente protestante dell'Opus Dei e di una teocrazia finanziaria, nel 1959 nasceva la John Birch Society (dal nome di un pastore fondamentalista ucciso in Cina nel 1945), finanziata da Fred Koch (della famiglia di petrolieri del Kansas) e da Harry Bradley (della famiglia dei Bradley che danno il nome all'autoblindo militare più famosa nel mondo), due famiglie che con le loro fondazioni sono state decisive nell'instaurare un'egemonia conservatrice sulla società Usa (vedi le due puntate precedenti di quest'inchiesta). Bradley e Koch si rivelano così fin dall'inizio famiglie bigotte (come lo è d'altronde la dinastia Coors della birra, altra grande finanziatrice della cultura di destra) e la storia dei loro finanziamenti agli estremismi religiosi s'intreccia con quella dei loro doni ai centri studi reazionari. La John Birch Society fu fin dall'inizio un covo di fanatici antisemiti, razzisti e paranoici anticomunisti, tanto che accusò il presidente Dwight D. Eisenhower e il capo della Cia Allen Dulles di essere delle spie comuniste infiltrate e ha sostenuto per decenni che John Rockfeller era membro della misteriosa setta massonica degli Illuminati. La John Birch conobbe il suo massimo splendore nel 1964, con la candidatura repubblicana di Barry Goldwater alle presidenziali: la sua sconfitta segnò anche il declino di quest'organizzazione sempre più screditata dalle sue paranoie.
Ma è dalle sue file che uscirono negli anni `70 molti leader della rivoluzione cristiana conservatrice che iniziò negli anni `70, prese il potere con Reagan negli anni `80 e oggi passa all'incasso con il rieletto presidente Bush: un tipico esempio è l'intervento sul Los Angeles Times riprodotto qui accanto. È dalla John Birch che esce Tim LaHaye la cui serie di romanzi Left Behind ha venduto più di 50 milioni di copie (non a caso in questi romanzi l'Anticristo è un signore che somiglia a Robert Redford ed è Segretario generale dell'Onu).
Il primo fattore che contribuì alla nascita di questo movimento fu la rapidità con cui riuscì a impadronirsi del medium televisivo. Nel 1960 Pat Robertson fondò il Christian Broadcasting Network (Cbn) che oggi è visto in più di 200 paesi e in 70 lingue. La sua trasmissione, il 700 Club, è visto da un milione di persone. Robertson ha fondato anche l'International Family Entertainment Inc., un canale via satellite con 63 milioni di abbonati, venduto nel 1997 a Fox Kid Worldwide per 1,9 milioni di dollari. Robertson ha lanciato anche la Regent University, l'Operation Blessing International Relief and Development Corporation e l'American Center for Law and Justice.
Un altro telepredicatore, il pastore battista Jerry Falwell, fondò nel 1979 e guidò fino al 1987 la Moral Majority , movimento antiabortista, antigay, antifemminista, creazionista, contrario ai negoziati Salt con l'Urss, favorevole alla censura sui media, decisivo nel portare a Reagan alla Casa bianca nel 1980. Nel 1989 la Moral Majority si dissolse e confluì nella Christian Coalition di Robertson.
 
Il cambio di rotta
La fine della guerra fredda e l'11 settembre hanno fatto cambiare rotta ai conservatori cristiani. Sempre antisemiti sono, ma se prima il loro antisemitismo era diretto contro gli ebrei, ora si manifesta contro gli arabi. Per Robertson l'Islam è una religione che vuole distruggere le altre; per l'ex presidente della Southern Baptist Convention, Jerry Vines, Maometto era un «pedofilo posseduto dal demonio» e per Franklin Graham (figlio ed erede di Billy), «l'Islam è una religione malvagia e perversa». Nel gennaio 2001 Franklin Graham aveva tenuto l'orazione introduttiva all'insediamento di Bush alla Casa bianca.
 
Ma la vera novità è che ormai i cristiani conservatori mandano direttamente in parlamento i loro rappresentanti, sempre grazie all'aiuto delle ricche famiglie bigotte: fu sempre il cruciale appoggio dei Koch che nel 1996 fece diventare senatore Sam Brownback secondo cui la causa della povertà è spirituale e non «meccanica», e che appena arrivato in Campidoglio cominciò subito a denunciare il gangsta rap, a inveire contro la ricerca sulle cellule staminali e a proporre che il senato Usa creasse una commissione per indagare sul «declino culturale americano».
C'è da chiedersi perché i grandi capitalisti abbiano una passione sviscerata per i fondamentalisti (gli Usa si sentono a loro agio più con Begin che con Rabin, più con l'integralista Zia Ulaq che con i laici Gandhi). Una ragione è che il libero mercato è una vera e propria fede, con i suoi missionari, i suoi apostoli. Nel libero mercato e nella mano invisibile ci si crede, come si crede nella trinità o nella doppia natura umana e divina di Gesù. È sul terreno della fede che i grandi centri studi «laici», i think-tank conservatori di Washington si connettono con i mistici invasati pentacostali. Come dice un membro del conservatore Istituto Ludwig von Mises: «Noi commerciamo in assoluti».

Novembre 2004
 
 
"Il dominio di gente trista è dovuto unicamente alla viltà di chi si lascia soggiogare"
Plotino

Da il manifesto 


Santo partito
ANDREA COLOMBO


Un giorno è l'aborto, quello dopo la devolution, quello dopo ancora entrambi gli argomenti. Il quotidiano dell'Unione, La Repubblica, si esalta quando nel mirino di Camillo Ruini c'è la riforma di Bossi, un po' meno quando l'intervento riguarda altre leggi, come se fosse possibile giudicare un metodo a seconda di quanto si sia di volta in volta d'accordo sul merito. Fassino si scopre credente. Bertinotti guarda da un'altra parte. Non che si concentri su questioni secondarie: però riflettere su quanto santa madre chiesa sappia ancora tenere al centro delle sue speculazioni l'essere umano, laddove la politica pensa solo al mercato, non assolve dal compito di contrastare altre e più discutibili attività della stessa chiesa. Le critiche che la Cei prima, l'Osservatore romano poi, hanno mosso alla riforma costituzionale imposta da Umberto Bossi sono condivisibili. Il che non diminuisce di un milligrammo la preoccupazione crescente per un intervento del Vaticano nella politica italiana che si fa di giorno in giorno più diretto e sfrontato. Né vale affermare che la sfera di competenza della chiesa abbraccia questioni che la devolution tocca da vicino, come la difesa dei soggetti più deboli e la salvaguardia dei diritti elementari delle persone. Quando i vescovi arrivano a proporre un emendamento alla nuova Costituzione, quasi dettandolo parola per parola, in discussione ci sono non più i princìpi ma la loro applicazione mediante leggi e regolamenti. C'è la politica.

La crescente invadenza del Vaticano nella vita italiana è una risposta al problema che angustia la chiesa da oltre un decennio, da quando, con l'improvviso inabbissarsi della Dc, è venuto a mancare un partito cattolico capace di funzionare come cinghia di trasmissione ed elemento di mediazione politica tra lo stato vaticano e quello italiano. Le gerarchie ecclesiastiche non difettano di senso della realtà, conoscono la politica molto meglio di Rocco Buttiglione. Neppure per un attimo hanno sperato di poter dare vita a un nuovo partitone cattolico. Hanno invece lavorato a lungo, con notevole successo, per affermare una discreta ma ferma egemonia su entrambi i poli.

Oggi possono porsi obiettivi anche più ambiziosi. Possono azzardare una discesa diretta in campo, come una forza politica certamente anomala ma tra le più potenti e ascoltate. E' una scommessa difficile, ma autorizzata, quasi consigliata, da una situazione nella quale nessuno si stupisce se in tv si dibatte sull'opportunità o meno di dare alle fiamme il blasfemo Darwin, come attivamente opera per fare il ministro dell'Istruzione. E' una scommessa dall'esito incerto, ma del tutto plausibile nel paese in cui il principale leader della sinistra radicale si preoccupa più di non apparire «laicista» e «anticlericale» che di frenare la deriva, e dove i pochi leader che cercano di porre limiti all'invadenza ecclesiastica vengono bersagliato quotidianamente degli stessi compagni di coalizione neanche fossero Giordano Bruno. Da tutti. Rifondazione inclusa.


Da il manifesto 

Indietro tutta
ROSSANA ROSSANDA


Non sorprende che Camillo Ruini, il più autorevole dei nostri vescovi, intervenga così frequentemente sulle scelte del governo italiano. C'è da chiedersi perché si permetta di farlo ora. La gerarchia cattolica non ha mai accettato fino in fondo la separazione di campo tra stato e chiesa. Non è una novità. È dal famoso «non expedit» che i cattolici si sono sentiti addosso l'interdizione vaticana a partecipare alla sfera politica ed è un merito della democrazia cristiana di De Gasperi essere riuscita a far ritirare di fatto questa proibizione, lasciando alla destra o alla disinvoltura di Craxi farsi portavoce dei principi e dei bisogni che oltretevere erano cari. L'avere scomunicato nel dopoguerra chi votava comunista aveva finito con il rivolgersi contro la stessa chiesa e dall'interno del suo stesso gregge. E certo anche per la riflessione aperta dal Vaticano II, sebbene dopo la morte di Giovanni XXIII e del tormentato Montini quel processo sia andato lentamente chiudendosi. In ogni modo le relazioni tra stato e chiesa parevano aver finalmente imboccato una strada corretta. Non che Giovanni Paolo II non facesse sapere quel che pensava di molti aspetti della modernità, a cominciare dalla controversa questione della libertà sessuale; ma i suoi messaggi si indirizzavano al mondo, e non erano - mi sembra - un intervento diretto nel fare quotidiano delle istituzioni pubbliche.

È dal suo tramonto che la chiesa ha ricominciato a ribadire che il cattolicesimo non riguarda soltanto la coscienza del singolo ma è una scelta obbligata dell'intera nazione italiana. Ed è da allora che la chiesa ottiene dal governo, con la modesta correzione del capo dello stato, inchini e nuovi privilegi (come la detassazione del suo immenso patrimonio immobiliare) e riceve non solo dalla Casa delle libertà - è di ieri la «speciale convergenza» registrata da Berlusconi e Ratzinger - ma dalla sinistra un ossequio che non aveva neppure più sperato di avere.

Ed è questo, non la persuasione da parte della santa sede di detenere la verità rivelata e di imporla a tutto l'universo, che fa scandalo. Lo scandalo è tutto dalla parte della sfera statuale.

Era cominciato da prima della morte di Giovanni Paolo II, ricevuto dal parlamento più che come un ospite di riguardo come il vero maestro del paese, tanto che ormai una targa commemora l'ingresso di quegli augusti piedi nella sede del potere legislativo. Oscar Luigi Scalfaro, credente sul serio, non lo avrebbe mai permesso. È stato dunque un processo, una svolta tutta interna alla scena politica. Forse l'inizio sta nella definizione sempre più diffusa di quel pontefice come la massima autorità morale del nostro tempo - aveva cominciato Massimo Cacciari, che del cristianesimo fa davvero tutto - ma poteva essere un seppur smisurato omaggio. Ma poco tempo fa Giuliano Amato apriva dalla sua posizione di laico di sinistra un discorso nel quale riconosceva alla chiesa di Roma un alto magistero e l'additava in particolare come modello di tolleranza.Affermazione davvero temeraria da parte di un uomo così colto giacché non occorre riandare alle crociate o all'inquisizione per ricordare che la tolleranza non è stata certo la sua principale virtù. Basta rifarsi al dopoguerra, dalle dirette pressioni esercitate su Dossetti poi sulla sinistra cristiana e infine sullo stesso Franco Rodano fino al recente gesto di fastidio con il quale GIovanni Paolo II allontanava da sé Leonardo Boss che gli si era gettato in ginocchio davanti. Ad Amato sono seguite dichiarazioni più goffe da parte dell'ex sinistra. Lasciamo stare Pera e Casini, l'ultimo dei due distintosi per la differenza che fa tra laicità, ammessa, e laicismo, condannato. Piero Fassino sentiva di colpo il bisogno di dichiarare che, essendo stato educato dai gesuiti non poteva che provare sentimenti di venerazione per la chiesa. Seguito rapidamente da Fausto Bertinotti che ha fatto sapere via stampa di avere un problema tutto interiore con Dio, si è intrattenuto con i vescovi sulla trascendenza e ieri l'altro dichiarava al Corriere della sera che soltanto la chiesa può essere ai nostri giorni un punto di riferimento morale e che chi, come lui, riflette specialmente sull'uomo, non può non riflettere anche su Dio. Il giorno seguente Piero Sansonetti, su Liberazione, glielo contestava in forma garbata con ragionamenti del tutto condivisibili.

Non so se questa improvvisa ondata di religiosità un po' sia un modo poco elegante per acchiappare voti di centro, come candidamente confessa Livia Turco, nel lodevole intento di toglierci di torno Berlusconi, o se sia ormai così enorme nella cultura dei nostri leader, sinistra e destra per una volta unite, la confusione di idee fra religiosità, cristianesimo, cattolicesimo e chiesa. Termini dei quali uno solo ha una identità storica indiscutibile ed è il cristianesimo, la religiosità essendo una inclinazione psicologica, il cattolicesimo riflettendo solo una parte dei cristiani, e la chiesa di Roma essendone soltanto l'espressione che più temporale di così non potrebbe essere, con tutti i terrestri guai che alla temporalità sono connessi.

Quale che sia l'interpretazione autentica, la leadership politica della sinistra o ex sinistra ci fa sapere che il suo revisionismo è andato molto ma molto più in là di quanto sia stato fino a un paio di anni fa. Fino a persuadersi, gli uni soddisfatti gli altri con preoccupazione, di essere del tutto sprovvisti e incapaci di un'etica. E di avere scoperto di esserlo sempre stati, come se il fatale illuminismo, con la dichiarazione che l'uomo è peribile e deve a se stesso ogni responsabilità di quel che avviene o non avviene in terra, non fosse stato una rivoluzione di ordine non solo culturale ma morale nella storia europea. Come se l'azzeramento della modernità, l'attacco alle illusioni della ragione rispetto alle ragioni non più del cuore ma addirittura delle viscere avesse ormai debordato i limiti di una riflessione critica per assumere il carattere di una esorcizzazione di tutto quel che è successo fuori dai palazzi vaticani da Montaigne ai tempi nostri.

Francamente più che una crisi di cultura sembra una crisi di ignoranza. Se non siamo, e non lo siamo, volgarmente progressisti, dobbiamo ammettere che la storia non è tutta un andare avanti, che le regressioni esistono, e che la riduzione della politica ai giorni nostri, forse in particolare in Italia, fa di essa il più clamoroso e mediatizzato veicolo.

(rossana rossanda)


Da il manifesto 

CONTRORDINE
Eccoci vescovizzati
ALESSANDRO ROBECCHI


Vedo che giornali e telegiornali parlano molto delle donne, del corpo delle donne, dei diritti delle donne. Quelli che ne parlano sono uomini, o vescovi, o Giovanardi, il che induce a pensare che non ci sia davvero alcuna pietà per le ragazze. Il fatto che Ruini, Storace e la regione Veneto (con l'appoggio esterno di Casini) vogliano aprire le porte dei consultori ai militanti del movimento per la vita ha del paradossale: prima si è fatto di tutto per impoverire i consultori, minarli, devastarli, e poi si pretende di infiltrarli con quei signori che anni fa se ne andavano in giro con un feto nella ventiquattr'ore. A nessuno sfugge che la nuova impennata di livore antiaborista derivi da un semplice ed elementare progresso scientifico (in cui peraltro l'Italia arriva buona ultima), cioè l'introduzione di una pillola abortiva che permette l'interruzione di gravidanza in modo meno invasivo, doloroso e chirurgico. Insomma, si sa che se non ci sono sangue e lacrime in quantità i cattolici si divertono molto meno, e rischiano di perdere per strada alcuni dei principali pilastri del loro marketing: dolore, sofferenza, violenza sui corpi, senso di colpa eccetera. Già perdono clienti su molti fronti (il fronte delle vocazioni, il fronte dei matrimoni) e veder sfumare gran parte della sofferenza (almeno gran parte di quella fisica) da una scelta che già di suo è sofferta e traumatica li turba parecchio. Del resto, tutte le aziende che perdono quote di mercato tentano per prima cosa un marketing più aggressivo. Si aggiunga che i vescovi stanno in tivù ormai quasi più di Bruno Vespa e che hanno acquisito una visibilità mediatica che è ben superiore al loro peso nella società. O perlomeno al peso che avrebbero nella società se tutti - a destra e a sinistra - non passassero ore, giorni e settimane a corteggiarli per una questione o quell'altra. Così ci sono esponenti della sinistra che chiedono con accorati appelli di non attaccare più i vescovi, cosa che pare faccia perdere voti. E sembra che il problema non sia più quello di essere laici (sacrilegio!), ma che si debba evitare persino di essere laicisti. E ancor più strabiliante è l'affermazione di Fassino che sottoscrive in toto le parole del papa (lui dice «perfetta sintonia»). Cioè: «Laicità significa assoluta indipendenza dei valori temporali tenendo conto della fede». Tradotto in italiano, essere laici significa dividere in modo ferreo le cose dello Stato da quelle della Chiesa, fino a quando non interviene la fede. Papale papale (è il caso di dire) si può essere laici finché si vuole, ma poi interviene la fede e prende tutti a cazzotti: il laicismo è dunque una faccenda per atei e quindi, alla fin della fiera, pussa via.

Ha ragione Andrea Colombo che ieri, su questo giornale, ha analizzato in questo modo l'invadenza della Chiesa nella politica italiana: sfumato il sogno di un partitone cattolico, sono passati all'infiltrazione di entrambi gli schieramenti. Quel che si propone, insomma, è una specie di pensiero unico (come quello liberista, né più né meno) che pervada entrambi i poli, da qui la prudenza della sinistra, le conversioni improvvise, le posizioni interlocutorie che spuntano anche quando non ci sarebbe niente da interloquire. La politica insomma si vescovizza. Ma va detto che anche i vescovi si politicizzano (nell'accezione meno nobile, clientelare e cinica) e oggi la Cei sembra Mastella, da cui ognuno va con il suo cesto di doni per guadagnarsi il consenso. Ieri, per esempio, il capo del governo è andato a incontrare il papa, carico di fogli e foglietti per mostrare quanto abbia fatto il suo governo per favorire la Chiesa. Una Chiesa che parla alle anime, ma che non disdegna di risparmiare sull'Ici, e questo a casa mia si chiama laicismo. Sulla triste questione dell'Ici, ad esempio, la sinistra ha protestato vibratamente, ma non ho sentito nessuno mettere all'ordine del giorno per il prossimo dieci aprile, in caso di vittoria dell'Unione, il ripristino immediato della tassa sugli immobili della Chiesa (altro sacrilegio!). In compenso, ecco tutti, a sinistra, plaudire alle critiche ecclesiastiche alla devolution, come se i vescovi avessero improvvisamente detto «qualcosa di sinistra». Miopia spaventosa: trattasi soltanto della preoccupazione di poter controllare venti sanità invece di una sola. E visto che le regioni che chiedono l'introduzione della pillola abortiva cominciano ad essere parecchie, i vertici della Chiesa si chiedono come diavolo faranno, in futuro, a far pressione su venti ministri della sanità anziché su uno solo, che tra l'altro - non c'è limite al peggio - oggi si chiama Storace.

(alessandro robecchi)



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