FISICA/MENTE

 

 

SAN PAOLO E LE DONNE

 

Inizio con il riportare i brani di Paolo di Tarso nei quali si parla di donne. Ogni lettore potrà rendersi conto che la situazione è di completa esclusione delle donne dalla ecclesia, comunità, dei cristiani.

E non vale neppure il richiamo ai tempi ed agli usi e costumi tra le popolazioni dell'epoca. Un tale ragionamento sarebbe relativista e negherebbe alla radice quanto dice con vigore Benedetto XVI. Qualcuno ha azzardato che Paolo aveva però delle collaboratrici ... certo, dico io, sempre utili a portare acqua.

Ben altra cosa il racconto evangelico con la persona di Gesù che non escludeva nessuno.

http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/06_10.htm

Prima lettera a Timoteo

8Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese.

9Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d'oro, di perle o di vesti sontuose, 10ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà.

11La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. 12Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. 13Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. 15Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.

…………..

3Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; 4ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio. 5Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all'orazione e alla preghiera giorno e notte; 6al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta. 7Proprio questo raccomanda, perché siano irreprensibili. 8Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

9Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove quando abbia non meno di sessant'anni, sia andata sposa una sola volta, 10abbia la testimonianza di opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l'ospitalità, lavato i piedi ai santi, sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene. 11Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo 12e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. 13Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. 14Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all'avversario nessun motivo di biasimo. 15Già alcune purtroppo si sono sviate dietro a satana.

16Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla Chiesa, perché questa possa così venire incontro a quelle che sono veramente vedove.

 

http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/06_02.htm

Prima lettera ai Corinzi

 

11

3Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. 4Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. 5Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. 6Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.

14

34Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. 35Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.


Leggiamo ora il contundente e deprimente argomentare di personaggi che gravano nel mondo della Chiesa nei siti federati a Totus Tuus (siti vaticani, insomma).

http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/donne_prete.htm

Donne prete? No grazie!

di Mario Palmaro

Periodicamente ritorna la richiesta di ordinare donne al sacerdozio. La Chiesa si è pronunciata definitivamente per il no. Spieghiamo perché. Ma qualcuno, anche tra i cattolici, finge di non saperlo.

"Ordinare sacerdoti delle donne? Sarebbe la stessa cosa che celebrare messa con la Coca Cola". Il Cardinale Giacomo Biffi - cui notoriamente non fa difetto la schiettezza - usò una volta questa immagine colorita per liquidare senza troppe disquisizioni teologiche un punto fermo del Magistero cattolico di sempre: il sacerdozio e riservato agli uomini per volontà stessa di Cristo. Ma nonostante la tradizione ininterrotta in questo senso, e nonostante i ripetuti e definitivi interventi della Chiesa di Roma, ogni tanto l’argomento torna d’attualità sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. Nelle scorse settimane, ad esempio, ha fatto rumore la pittoresca iniziativa di un vescovo scismatico, tale Romulo Antonio Braschi, che a giugno ha "ordinato" - si fa per dire - sacerdoti sette donne cattoliche: quattro tedesche, due austriache e un’americana. La strana cerimonia si è svolta a bordo di una motonave in viaggio sul Danubio. Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger, è subito intervenuto con un "monito" di poche righe che contempla la sanzione della scomunica per le sette battezzate - salvo pentimento e pubblica ammissione dell’errore - e che chiarisce le idee all’opinione pubblica intorno alla questione delle "donne-prete".

L’avvenuta "ordinazione sacerdotale" - si legge nel documento di Ratzinger, che usa volutamente le virgolette nel definire il fatto contestato - è una vera e propria "simulazione di un sacramento e perciò invalida e nulla e costituisce un grave delitto contro la divina costituzione della Chiesa".

Un dibattito che dura da anni

Dunque, anche se si tratta di una carnevalata, essa è particolarmente grave non tanto per gli effetti che produce - che sono inesistenti - quanto per il danno arrecato alle anime di coloro che "giocano" con i sacramenti, disprezzandoli e suscitando scandalo presso i fedeli. Per intenderci: l’ordinazione di una donna è paragonabile al matrimonio fra due persone dello stesso sesso. Anche se la celebrazione si svolge secondo il rito previsto dalla Chiesa, non produce alcuna conseguenza per mancanza di un presupposto fondamentale.

Nonostante le parole di Ratzinger, è prevedibile che i cattolici sentiranno ancora parlare di "sacerdozio femminile", perché oggi nel mondo sono molti, cattolici e non, a "battersi" affinché la Chiesa cambi ciò che in realtà non è in suo potere cambiare.

Negli Stati Uniti opera da diversi anni una suora benedettina, Jhoan Chittister, che auspica l’introduzione del sacerdozio femminile da parte di Roma. La Catholic Theological Society of America il 6 giugno 1997 ha votato, con 216 sì, 10 astensioni e 22 no, un documento in cui si dice che "esistono seri dubbi sulla autorità della dottrina cattolica (che nega di avere il potere di ordinare donne sacerdote) sia sulle radici nella Tradizione".

Nei mesi scorsi, un’associazione di donne cattoliche messicane ha proposto l’ordinazione di donne come forma di "democratizzazione della Chiesa". In alcuni sinodi locali, donne cattoliche impegnate a vario titolo nella Chiesa sostengono la possibilità che la Chiesa "cambi idea". Negli anni Novanta, un importante porporato, a un giornalista che gli chiedeva se fosse favorevole alle donne prete, rispose: "Credo che se ne riparlerà nel prossimo millennio". Come dire: chi vivrà, vedrà... Vi sono poi teologi cattolici - docenti anche in facoltà pontificie, come ad esempio la Gregoriana di Roma - che ritengono infondata la dottrina cattolica secondo cui le donne non potranno mai accedere al sacerdozio.

La "capitolazione" degli anglicani

I primi a cedere alle lusinghe del mondo in questa materia sono stati gli anglicani - rispetto ai quali esiste peraltro il problema della validità di tutte le loro ordinazioni - che già a partire dagli anni Settanta discutevano animatamente se ammettere le donne al sacerdozio. Il 30 novembre 1975 Paolo VI scrisse una lettera all’arcivescovo di Canterbury Coggan, esortandolo a non erigere un nuovo ostacolo - oltre ai molti già esistenti - sul cammino verso l’unità dei cristiani. Purtroppo, nel 1992 il sinodo anglicano - sempre più terrorizzato dalla fuga di fedeli che ha colpito i protestanti inglesi - è capitolato e ha votato a favore delle ordinazioni femminili. li primo effetto della decisione è stata un’immediata fuga di sacerdoti e laici anglicani, intere parrocchie con il relativo clero, che hanno chiesto e ottenuto di farsi cattolici. Ma se Londra piange, Roma non ride.

Nel senso che anche fra i cattolici - come ammette esplicitamente Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis - "la questione è stata messa in discussione". Questo stato di cose indusse Paolo VI a incaricare la Congregazione per la Dottrina della Fede affinché si pronunciasse chiaramente in materia. Ne scaturì la Dichiarazione Inter Insignores, del 15 ottobre 1976, in cui veniva ribadita la dottrina tradizionale.

Cosa dice il Magistero

Secondo questa dichiarazione, la Chiesa ritiene di non avere il potere di ordinare donne al sacerdozio "per ragioni veramente fondamentali", che possiamo riassumere così:

a. l’esempio di Cristo, che scelse i suoi apostoli soltanto fra gli uomini; b. la pratica costante della Chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto gli uomini; c. il magistero della Chiesa, che ha costantemente ricondotto alla volontà di Dio l’esclusione femminile al sacerdozio. La scelta di Gesù fu assolutamente libera e sovrana, così come scelse Pietro come primo Papa non certo per far contento il sindacato dei pescatori. Del resto, non fu ordinata sacerdote nemmeno Maria, Madre di Dio e della della Chiesa, a dimostrazione che l’esclusione delle donne non ne mortifica affatto la dignità e non dipende affatto da un livello di dignità inferiore. Semplicemente, dal fatto che uomini e donne sono diversi. Un’ulteriore parola definitiva, che avrebbe dovuto chiudere ogni inutile discussione almeno fra i cattolici, è venuta da Giovanni Paolo II con la breve Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, del 22 maggio 1994, nella quale si legge testualmente: "In virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa". Tale affermazione - spiegava la Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota del 1995 - trova fondamento nella parola di Dio, si deve considerare appartenente al deposito della fede, è proposta infallibilmente dal magistero ordinario ed esige un consenso definitivo, in quanto irreformabile. Ciò significa che nessun Papa e nessun collegio dei vescovi in futuro potrà modificare questa posizione. Foss’anche nel prossimo millennio.

Ricorda

"Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo. Pertanto, l’ipotesi che egli abbia chiamato come apostoli degli uomini, seguendo la mentalità diffusa al suoi tempi, non corrisponde affatto al modo di agire dl Cristo". (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 26).

 

Bibliografia

Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, 1994.

Giovanni Paolo II, Lettera apostolica, Mulieris dignitatem, 1988.

Paolo VI, Rescritto alla lettera di Sua Grazia il Rev.mo dott. F.D. Coggan, Arcivescovo di Canterbury, sul ministero sacerdotale delle donne, 1975.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insignores circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, 1976.

© Il Timone – n. 21 Settembre/Ottobre 2002

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http://www.ildialogo.org/Ratzinger/donneprete682002.htm

 

Donne prete scomunicate dal vaticano:
La scomunica delle donne prete e’ un atto di "razzismo religioso"

Comunicato stampa del Centro Studi Teologici di Milano

 

di prof. Giovanni Felice Mapelli

Grave la decisione del vaticano- a fronte di tante belle parole sulla "dignità della donna" si calpesta di fatto la sua specificità e si esclude la femminilità dai carismi e dai ministeri ordinati. Non ci sono ragioni teologiche per escludere oggi le donne dal ministero se non nel pervicace maschilismo interpretativo delle scritture- con Ratzinger non c’é dialogo ma sordità.

 

NOTA DIRAMATA ALLE AUTORITA’ VATICANE E AI VESCOVI DELLA CEI


La vicenda delle sette donne ordinate dal Vescovo Romulo Antonio Braschi in Austria e scomunicate dal Cardinale Ratzinger (al di là della validità effettiva dell’ordinazione che dipenderebbe dallo stato dell’ordinante quale episcopo autentico, per la successione apostolica) è una vicenda che ha radici molto lontane nel tempo: è infatti dagli anni del dopo Concilio che molti Teologi e Vescovi chiedevano la revisione dell’ anacronistica esclusione delle donne dai ministeri ordinati.
In realtà ogni discussione teologica seguita al Concilio, da Paolo VI in poi fino all’attualee pontefice, ha sempre dovuto fare i conti con il maschilismo opprimente della Curia vaticana e della Congregazione per la Dottrina della fede : ciò che più stupisce è il tentativo di far dipendere tale esclusione dalla Parola stessa di Dio e dalla volontà stessa del Cristo.
Proprio Papa Wojtyla aveva scritto una Lettera , la "MULIERIS DIGNITATEM", la Dignità della donna, una sorta di generico panegirico delle qualità femminili, per poi in realtà negare tutto alle donne sul piano dei ministeri ecclesiali.
Questa negazione viene giustificata come voluta da Dio!....
Infatti per discolparsi il cardinal Ratzinger afferma "che alla Chiesa non è dato modificare le norme fondamentali istituite dal suo fondatore..."
Stessa cosa si dice dei Gay e delle Lesbiche, che essendo condannati dai testi sacri di un’epoca risalente a circa quattromila anni fa’ , alla Chiesa "non è dato in nessun modo modificare" a favore di un esercizio dell’affettivitòà e sessualità.
Ma questa motivazione- affermano nella nota diramata alle Autorità vaticane e ai Vescovi- i Teologi del CENTRO STUDI TEOLOGICI- è errata sia sotto il profilo dogmatico ,sia sotto l’aspetto esegetico , poichè non vi può essere diretta conoscenza di ciò che Dio e Cristo intendevano indicare-una volta per tutte- alla Chiesa nella storia umana,ogni norma seguendo l’evoluzione dei tempi è relativa, poichè ogni epoca ha i suoi punti di riferimento culturali e le sue categorie di inclusione ed esclusione, che oggi sono completamente ribaltati.
Il giustificare con la "volontà divina" l’esclusione della donna, che in realtà è dovuta alla lettura maschilista delle sacre scritture, nate in contesto umano e in un’epoca che era essa stessa maschilista, è un atto profondamente "disonesto", sia dal punto di vista teologico che interpretativo ed ecclesiale.
Infatti la discrimminazione analoga, nella Bibbia, delle persone di colore che erano "figli di Cam" (uno dei figli del patriarca Noè), e quindi discendenti maledetti e "neri", è caduta da tempo, nè il Papa o Ratzinger si sognerebbero di ripristinarla!
Ma ciò che vale per i neri,oggi,non vale per le donne e per i gay o le lesbiche che sono ancora discriminati e ritenuti "inferiori" o "diversi" per decisione divina.
Va ricordato poi che nelle comunità primitive dei cristiani erano previste le figure del diaconato femminile, accanto a quelle maschili (i sette diaconi- cui il numero delle ordinate in Austria fa’ riferimento)
(vedi Atti degli Apostoli) e che lo scontro con il "sacerdozio sacramentale" che esclude le donne, si deve alla visione sacrale, vicina all’Antico Testamento (i Leviti del tempio ebraico)- maschile e patriarcale- piuttosto che a Cristo, e che distingue la Chiesa Cattolica da quelle Riformate (evangelica, luterana, valdese ecc.) il cui servizio non ha mantenuto questa impostazione gerarchica e sacrale, ma l’accento di "servizio " alla comunità.
Le donne dunque nelle Chiese riformate hanno la stessa dignità dei maschi e accedono agli stessi carsimi di servizio e di presidenza della comunità cristiana.
Non è l’elemento sessuale-biologico che decide l’ammissione dei candidati.
Purtoppo mentre altri hanno il burqa ,per i cattolici persiste questa esclusione anacronistica.
Quando alcuni Vescovi e persino cardinali (ad esempio il card. Martini con altri Vescovi europei del Nord)avevano proposto almeno l’ammissione al diaconato per le donne, sono stati fatti oggetto di feroci attacchi e di isolamento.
I TEOLOGI DI MILANO SI CHIEDONO,QUALE CHIESA VIENE AVANTI PER GLI ANNI DUEMILA?!
SI DOVEVA ALMENO TROVARE QUALCHE VIA DI DIALOGO E DI COMUNICAZIONE POSITIVA ANZICHE’ L’INTERDETTO.
IL VATICANO PERSISTE DUNQUE NELLA SUA OPPRESSIONE ED ESCLUSIONE DELLA DONNA, POICHE’ DANDO IL MALESEMPIO PER PRIMO, FAVORISCE LA DISCRIMINAZIONE DELLA DONNA NEGLI AMBITI SOCIALI DELLA STESSA VITA CIVILE.

COMITATO DIRETTIVO DEI TEOLOGI
Prof. Giovanni Felice Mapelli
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CENTRO ECUMENICO
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MILANO, 6 Agosto 2002


 

http://www.queendido.org/jesus.htm

Gesù e le donne

di Franco Capone

(con la collaborazione di Giacinto Mezzarobba)

Le reclutò come discepole. Sostenne la loro dignità.

E, quando risorse, si rivelò prima a loro.

Ecco perché tra i primi cristiani c'erano anche le sacerdotesse.

Ma poi scoppiò la "caccia alle streghe"...

Gesù di Nazaret era sposato? Molto probabilmente no. Praticava il celibato? Quasi sicuramente sì, vista la sua vicinanza alla setta ebraica degli esseni. Ma che amasse le donne è un fatto accertato dagli storici: non solo le amava come persone, ma riconosceva loro anche dignità e rispetto. Secondo la teologa americana Elisabeth Schussler, che ha approfondito forse più di tutti i rapporti fra Gesù e il sesso femminile, le donne di oggi devono sapere che il primo femminista fu, oltre 2 mila anni fa, proprio lui, il Messia.

«Gesù si pose in forte rottura con le usanze palestinesi dell'epoca: la legge ebraica, nell'interpretazione dei farisei, dava ben poco spazio alle donne» osserva Remo Cacitti, docente di storia del cristianesimo antico all'Università di Milano. «Si pensi alle norme sulla purezza, che impedivano qualsiasi contatto durante il ciclo mestruale. Le donne non mangiavano con gli uomini. Non partecipavano alle discussioni in pubblico, non potevano uscire, se non per lavorare nei campi o per prendere l'acqua; dovevano portare il velo. Non potevano testimoniare ai processi e potevano essere ripudiate anche per futili motivi».

Una "comune" di seguaci. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe (I secolo d.C.) ricorda che per la legge "la donna è inferiore all'uomo in ogni cosa". «Nel tempio» aggiunge Cacitti «non avevano accesso alla sala del sacrificio (riservata agli uomini): potevano stare solo in un'area marginale. Gesù ha combattuto in un modo impensabile, per quei tempi, tutti i tabù sulle donne». Il motivo era forse legato più alla sua battaglia sociale che a quella teologica. Quando diceva "gli ultimi saranno i primi" nel nuovo Regno (un tempo di giustizia che lui immaginava prossimo e in parte attuabile subito con comportamenti concreti), si riferiva agli emarginati: malati e perciò ritenuti impuri e peccatori; persone con problemi psichici, che allora erano considerate indemoniate; poveri e pubblicani (ovvero esattori delle tasse, di livello sociale anche alto, però malvisti dalla gente). In questa vasta categoria di "ultimi", il sesso femminile era largamente rappresentato: prostitute, donne ripudiate, vedove, tutte particolarmente svantaggiate in una società patriarcale. Non solo i ricchi ("Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli" dice Gesù in Matteo 19,23), ma lo stesso fondamento della società ebraica, la famiglia patriarcale, fu da lui duramente attaccato. Come? Con la vita comunitaria che proponeva ai suoi seguaci di ambo i sessi: dovevano uscire dall'ambito familiare per diffondere la nuova fede, cosa che per le donne poteva costituire una vera liberazione da padri o mariti autoritari.

Discepole e ministre. L'affermazione di Gesù riportata nel Vangelo di Marco (3,34) "Ecco mia madre e i miei fratelli" riferendosi ai suoi seguaci, spiega quanto fosse forte l'alternativa della comunità. Gesù proponeva, invece del digiuno, un pasto comunitario (che poi diventerà la santa messa), e tra i discepoli le donne dividevano la mensa con gli uomini. Erano, insomma, diventate soggetti del rito religioso, non più vissuto per concessione dell'uomo o attraverso di lui. «Fra i discepoli» conferma Cacitti «vi erano anche molte donne (Maria di Magdala, cioè la Maddalena, Giovanna, moglie di Cusa, Susanna e tante altre, citate per esempio nel Vangelo di Luca 8,2-3). Fatto davvero importante, quasi tutti i Vangeli canonici concordano nel dire che, una volta risorto, Gesù apparve per primo alle discepole». In due ricostruzioni apparve a Maria di Magdala (Marco 16,9 e Giovanni 20,14-18) e in un'altra (Matteo 28,9) anche a Maria di Cleofa.

Vangeli in rosa. «Sono le donne che avvertono i discepoli maschi del grande evento: sono loro insomma le prime inviate di Gesù per l'annuncio della sua resurrezione» argomenta Cacitti. L'analisi dei Vangeli consente di scoprire, attraverso le concordanze fra i diversi autori, i punti di rottura con la tradizione patriarcale dovuta all'emancipazione femminile sostenuta da Gesù. Un esempio? L'episodio della donna che da 12 anni soffriva di emorragia uterina, e per questo motivo era considerata impura ed era emarginata (Matteo 9,20-22; Marco 5,25-34): sfidando il tabù dell'impurità, Gesù si fa toccare da lei il mantello, sente che le forze gli vengono meno, ma decide di guarirla. La chiama "figliola di Israele" e le dice di essere felice. Altro atteggiamento rivoluzionario per l'epoca era quello di rivolgersi anche ai non ebrei nella predicazione come nell'aiuto.

Una lezione per Gesù. Nell'episodio della madre cananea (Matteo 15,22-28), una volta tanto è Gesù a essere spinto a fare una cosa giusta: per merito di una donna. Il problema era se guarire o no la figlia di una pagana. Alla richiesta della donna di guarire sua figlia indemoniata, Gesù disse: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele (...) Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini". Ma Gesù recede da questa posizione di chiusura quando la donna gli ricorda che anche i cagnolini si cibano delle briciole quando cadono dalla tavola.

Primo: non ripudiarla. Sono molto spesso donne non giudee a credere in Gesù, come nell'episodio della samaritana al pozzo. C'è poi il famoso capitolo in difesa dell'adultera ("Chi è senza peccato...") oppure quello del fariseo e la peccatrice (Luca 7,36-49), che viene perdonata. O ancora, le risposte di Gesù ai farisei sul divorzio. «In un tempo in cui il dibattito era se ripudiare la moglie per adulterio o perché aveva sbagliato a mettere il sale nella minestra» dice ironicamente Cacitti «lui aveva una posizione sul matrimonio più equa per la donna». In Matteo 19,4-9, Gesù dice: "Non avete letto che il Creatore lì creò da principio maschio e femmina e disse che per questo l'uomo (...) si unirà a una moglie e questi saranno una carne sola? (...) Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma all'inizio non era così. In verità vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio". Gesù tendeva a parificare l'uomo e la donna, a sfumare i confini del maschile e del femminile. Secondo Schussler interpretava Dio in un modo nuovo: avrebbe sposato il concetto di Dio-Sophia (spirito-sapienza). Gesù, figlio di Dio, è anche Sophia e questa è sia maschile sia femminile. «Gesù era interessato al superamento dei sessi» afferma Cacitti «atteggiamento che si riflette quando spiega ai farisei che se uno in vita ha sposato 7 mogli, le ritroverà nel regno dei cieli per condividere con tutte un amore più profondo di quello della carne».

Donna-profeta. Significativo anche l'episodio che ha ispirato il libro di Schussler In memoria di lei (Claudiana editrice). E' riportato in tutte le versioni evangeliche ed è ambientato durante la cena di Betania, non molto prima della cattura e della morte di Gesù. Una donna unge con olio prezioso i piedi (oppure la testa, secondo le versioni) di Gesù, in un rito che, per Schussler, era destinato solo a un Messia: dunque, un rito che attribuisce un ruolo profetico alla donna. I curatori maschi dei Vangeli, intervenuti in tempi in cui la donna venne di nuovo emarginata, hanno forse modificato in senso restrittivo il brano (per esempio, manca il nome della donna), ma resta significativo quello che dice Gesù in risposta alle critiche "maschiliste" dei discepoli: "Dovunque sarà predicato l'evangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato in memoria di lei" (Matteo 26,13).

Testimone indipendente. E' un fatto storico che dopo la morte di Gesù le donne presero alla lettera i suoi insegnamenti per l'emancipazione. Fino a che punto lo rivela una fonte esterna al dibattito fra i primi cristiani e per questo particolarmente attendibile: il governatore romano Plinio il Giovane (I secolo d.C.). Plinio stava istruendo processi ai cristiani con alcune condanne a morte e scrisse all'imperatore Traiano.

Errori. Ma quando si descrive una religione senza tenere conto dei contesti politici ed economici, si rischia di sbagliare. Il film, infatti, ripropone la colpa degli ebrei nella crocifissione di Cristo. «E' solo un mito» dice Cristiano Grottanelli docente di storia delle religioni all'Università di Firenze. «Gesù fu crocifisso per decisione di Pilato, che lo eliminò perché era un problema politico e d'ordine pubblico».

Regine dell'altare. E in una lettera disse di avere sottoposto a tortura due schiave che si definivano ministre, ovvero sacerdotesse: una prova evidente che a quel tempo erano presenti donne-prete. Non solo: dagli Atti degli Apostoli alle numerose Lettere di Paolo (ai Romani, Corinzi eccetera), emerge che diverse donne erano a capo delle prime comunità cristiane. Per esempio Febe, patrona della Chiesa di Cencrea, il porto di Corinto. Altre battezzavano, come Tecla. Le comunità cristiane potevano contare, negli ambienti ellenistici e romani, sulla tendenza da parte delle donne benestanti a partecipare a sette (all'epoca erano di moda quelle pitagoriche e i misteri orfici). Inoltre la casa e la mensa comunitaria, aree d'azione femminile in cui si riunivano i primi cristiani, si opponevano al primato ebraico e patriarcale del tempio. Donne anche facoltose garantivano ospitalità e organizzavano i fedeli.

Pietro contro Maddalena. Una cosa è certa: fra i cristiani si scatenò ben presto una battaglia sul ruolo della donna. Il fatto che solo Luca indichi Pietro come primo testimone della resurrezione di Cristo viene interpretato dagli studiosi come una traccia del conflitto fra i seguaci di Pietro e quelli di Maria di Magdala, che pure ebbe una funzione carismatica. Il Vangelo apocrifo di Tommaso riflette questa battaglia. In Tommaso (121) Simon Pietro dice: "Maria sia allontanata di mezzo a noi perché le donne non sono degne della vita. Gesù allora risponde: 'Ecco, io la trarrò a me in modo da farla diventare un maschio, affinché anch'essa possa diventare uno spirito vivo' (...)". E in Tommaso (27) aggiunge: "Quando farete del maschio e della femmina una cosa sola, cosicché il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina (...) allora entrerete nel Regno".

Eva? L'altra metà di Adamo. Il gruppo di Gesù non fu l'unico a opporsi ai farisei. Gli scavi indicano che a Qumran, sul Mar Morto, dove gli esseni si ritirarono in polemica coi farisei, c'erano anche donne. «E alcuni ebrei della diaspora, i terapeuti» spiega Cacitti «fondarono comunità religiose di uomini e donne ad Alessandria, come riferisce Filone». Di un ruolo femminile importante c'è traccia anche nell'Antico Testamento. «Le creazioni dell'uomo, nella Genesi, sono due: in una Dio creò il pupazzo di fango a cui diede vita come uomo e donna insieme. Nell'altra addormentò Adamo e fece la donna da una sua costola, come immagine dell'uomo, immagine di Dio».

Non solo costola. Osserva il filosofo Mauro Fracas: «il termine ebraico "selah" vuol dire costola, ma anche lato, elemento di complementarietà di una stessa cosa. Infatti i lati dell'arca dell'Alleanza sono definiti selah». Altra stranezza: nella Bibbia c'è due volte un canto di vittoria per avere superato il Mar Rosso. Uno lo intonano Mosè e Aronne; l'altro Miriam, loro sorella. E divenne una sorta di danza estatica delle donne. In base a una versione trovata a Qumran,  si pensa che il canto originale fosse quello di Miriam, a dimostrazione del peso della donna anche nella cultura ebraica del passato.

Da "ministre" a "serve". E mentre in un altro Vangelo apocrifo, il Vangelo di Maria, si sostiene l'autorità di Maria di Magdala per il fatto che "Cristo l'amò più di tutti gli altri discepoli", nelle Costituzioni Apostoliche (un testo del 500) si sostiene l'esclusione delle donne dal ministero. E la contraddizione era presente persino in san Paolo, grande organizzatore del cristianesimo primitivo. Si va da quel "Tacciano le donne in assemblea, perché non è loro permesso di parlare; stiano invece sottomesse (...)" nella prima lettera ai Corinzi (14,34-36) fino alla dichiarazione (Galati 3,28) che tutte le distinzioni fra ebrei e greci, liberi e schiavi, uomini e donne sono cancellate e non hanno più alcun significato nel corpo di Cristo. Nelle sue lettere, Paolo si riferisce a donne dirigenti di Chiese. Ministre come Giunia o Prisca avevano da tempo funzioni direttive, erano a un livello simile a Paolo nel movimento cristiano primitivo. Ecco perché gli esegeti, cioè gli studiosi delle scritture, sono divisi sull'autenticità di quel "tacciano le donne in assemblea" che potrebbe essere stato aggiunto in tempi di restaurazione maschilista. Tempi in cui nelle traduzioni dal greco si preferiva definire le religiose importanti "serve" della Chiesa e non patrone o ministre, allo scopo di sminuire il ruolo. Operazione, però, poco realistica: nel II secolo il filosofo Celso riferiva che fra i cristiani "ci sono i marcelliani, seguaci di Marcellina, gli arpocraziani, seguaci di Salomè, e altri ancora di Maria Maddalena e di Marta". Anche se il cristianesimo si poneva come religione universale, doveva fare i conti con società dove il potere economico e politico era dei maschi. E anche la religione, alla fine, non poteva che riflettere questa realtà. Gradualmente vi fu quindi una restaurazione. Ovunque fosse attuata, si invocava il "fatto" che Eva era stata originata da una costola di Adamo a riprova dell'inferiorità della donna. «Ma se Adamo diede i nomi agli animali (Genesi 2,19-20), e attribuire un nome nella cultura ebraica significava prendere possesso» dice il filosofo Mauro Fracas «non lo fa con la donna. E' Dio che dà nome alla nuova creatura, ed è quindi l'unico ad accampare diritti su di lei».

Dio? Madre e padre. Altra giustificazione maschilista: era stata Eva a commettere il peccato originale. Ma per gli gnostici, che pensavano a un Dio severo della Creazione e a un Dio buono svelato da Gesù, il vero colpevole era stato Adamo che non aveva difeso dall'errore fatale la sua donna: dopotutto, Eva era stata ingannata da un serpente che era in realtà un potente angelo decaduto. Le cose però andarono in un'altra direzione: vinse la restaurazione patriarcale, anche contro gruppi "eretici" come marcioniti, gnostici e montanisti. Il valore dell'elemento femminile però era ancora vivo nel I Concilio di Nicea (325) in cui fu riconosciuto il ruolo delle diaconesse nel battesimo e come aiutanti all'altare. Erano meno importanti dei sacerdoti, ma appartenevano pur sempre a un ordine sacro. Nei documenti storici, presentati nel sito www.womenpriests.org, le diaconesse erano ordinate con complessi riti sacramentali. E' vero che due concili locali, quelli di Orange ("Nessuna donna venga ordinata diacono", 441) e di Epanon ("E' abrogata la congregazione delle diaconesse", 517) vietarono il diaconato femminile, ma era ancora una realtà diffusa nel II Concilio di Nicea del 787. Per sette secoli i concili lo avevano riconosciuto. Poi l'esclusione, sancita dal Capitolario di Teodolfo di Orleans nell'800 circa: "Quando il prete celebra messa, le donne non devono in alcun modo avvicinarsi all'altare (...) e devono ricordare l'inferiorità del loro sesso, avendo timore di toccare qualsiasi cosa sacra nel ministero della Chiesa". Nel 1100 si parlava ancora di natura anche materna di Dio e di "madre Gesù" (Anselmo da Canterbury), ma ormai era già iniziata la gara per mandare al rogo le donne come streghe.

Gesù era sposato?

In riferimento all'articolo "Gesù e le donne" su Focus n° 139, leggo che "Gesù molto probabilmente non era sposato". Vi propongo un'ipotesi letta altrove: "Probabilmente Gesù era legalmente sposato e con figli: difficilmente qualcuno avrebbe potuto essere chiamato Rebbi (Rabbi) se non fosse stato 'completo', cioè sposato e preferibilmente con figli. [...] La qualità di 'Rebbi' di Gesù è troppo spesso rilevata, anche nei Vangeli sinottici, perché non costituisca aspetto significativo della sua persona. E la condizione maritale rappresenta un elemento essenziale per tale appellativo (la legge Mishnaica è molto esplicita in proposito: un uomo non sposato non può essere un maestro)". Nel Vangelo di Filippo (dai Vangeli gnostici), Gesù è sposato con Maria Maddalena e la preferisce anche ai suoi apostoli. Ritengo che il campo delle ipotesi sia molto ampio. La tesi del celibato di Gesù, vista la sua affinità e vicinanza con gli Esseni (suggerita grazie ai preziosi documenti di Qumran), è parimenti sostenibile e valida.

Matia

Focus, luglio 2004 (Le opinioni dei lettori)


http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/femminismo.htm 

Femminismo e cattolicesimo
di Mario Palmaro

Nato contro il Magistero della Chiesa cattolica, il femminismo odierno ha abbandonato i toni battaglieri e gli slogan urlati. Ma non per questo è meno pericoloso. Vediamo perché.

Esiste un femminismo "buono"? E soprattutto: il femminismo è compatibile con il cattolicesimo? Fino a qualche tempo fa, le risposte a queste domande sarebbero state pressoché scontate: il femminismo nasce e si afferma contro il Magistero della Chiesa, colpendo al cuore la famiglia. Per come si è manifestato nella storia, nessuna convivenza è possibile tra la visione del mondo femminista e l'antropologia cristiana. 

Il femminismo oggi

Tuttavia, negli ultimi decenni molte cose sono cambiate: da un alto, si è affermata nel dibattito teologico una propensione al "dialogo con il mondo", volto a ricercare aspetti positivi anche nei fenomeni deteriori. Perfino ideologie apertamente condannate dal Magistero, come il comunismo, sono state oggetto di questo tentativo di conciliazione, con i risultati che abbiamo visto: molti fratelli "partirono" cristiani e ritornano marxisti. Dall'altro lato, il femminismo ha modificato le sue strategie: ha quasi completamente messo da parte toni e linguaggi degli anni Settanta, anche perché ha vinto: tutte le "rivendicazioni della donna" sono parte integrante della nostra vita quotidiana e delle nostre leggi. C'è in questo cambiamento un'analogia con il progetto gramsciano di occupazione della società, che evita lo scontro aperto, e che predilige la trasformazione progressiva ma inesorabile dei modelli di comportamento e della mentalità dominante. 

Contro le donne o contro il femminismo?

Grazie ad un abile uso dei mass media, le lobby femministe sono riuscite a diffondere nell'opinione pubblica una falsa identificazione tra femminismo e donna; con il risultato che oggi chi critica il pensiero femminista viene bollato come nemico delle donne. Si tratta di un tipico "scacco matto" della ragione, simile alla retorica dell’antifascismo, che atrofizza la discussione vera e sostituisce la verità con i luoghi comuni. Per cui molti uomini pensano nel segreto della loro coscienza ogni male del femminismo, ma preferiscono tacere per non apparire degli anacronistici nemici delle donne. Un sacerdote, ad esempio, può pensare che sia meglio "digerire" il femminismo piuttosto che rischiare di perdere il contributo prezioso di preghiere, di lavoro e di idee che le donne assicurano alla parrocchia. Ignorando che, spesso, le prime a diffidare del femmiriismo sono proprio le donne, soprattutto le donne semplici che fanno da silenziosa colonna portante della Chiesa. In questo contesto è stata autorevolmente proposta l'idea che esista un "nuovo femminismo" - addirittura alcuni parlano di femminismo cristiano - che abbandoni molti dei contenuti del femminismo storico, insistendo sulla promozione della dignità della donna. Si tratta di un'operazione realmente possibile? 

I capisaldi del pensiero femminista

Sarà bene riassumere quali sono alcuni elementi caratteristici del pensiero femminista: natura ideologica: il femminismo è un’ideologia, nasce dall’elaborazione di pochi teorici che a tavolino decidono di ridefinire la posizione della donna nella società. Così come i giacobini o i filosofi marxisti, che capovolsero il mondo secondo un modello teorico. La Chiesa da sempre insegna di diffidare degli "ismi", perché essi - come le eresie - offrono una lettura parziale della realtà.

a. Una forma di individualismo: il femminismo vuole che la donna si collochi al centro del mondo, che si preoccupi esclusivamente della propria "realizzazione" cui dovrà essere sacrificato tutto ciò che un tempo costituiva cura primaria della donna.

b. Omologazione dei sessi: il femminismo muove dall'idea che l'unica diversità tra uomo e donna sia quella genitale; ogni altra differenza è frutto di sovrastrutture culturali che dovranno al più presto essere superate.

c. Distruzione del concetto di ruolo: se uomo e donna sono la stessa cosa, significa che possono svolgere le medesime mansioni ed essere del tutto interscambiabili fra loro. Non ci sono più atteggiamenti paterni e materni in senso proprio, attitudini o sentimenti maschili e femminili. E, dunque, non ci sono più ruoli riconducibili a una vocazione legata alla propria identità sessuale. Chi si meraviglia della (assurda) pretesa di ammettere le donne al sacerdozio, dimostra di non cogliere la perfetta coerenza tra questa istanza e la lettura femminista della realtà.

d. Relativismo: dunque, la natura non esiste; esistono solo le culture, ognuna delle quali esprime una morale del tutto relativa. Non esiste un punto di riferimento oggettivo che può giudicare una certa azione umana. La donna è libera quando finalmente scopre di essere lei metro e giudizio di tutte le cose. 

e. Una rincorsa verso il peggio: il femminismo alimenta uno spirito di rivalsa e di competizione nei confronti dell'uomo, che viene visto come un nemico. Tuttavia, esso assume implicitamente gli aspetti deteriori del maschio come modelli da inseguire: se in passato solo l’uomo si permetteva certi difetti, parità significa che anche la donna può finalmente fare le stesse cose sbagliate, in una mortificante rincorsa verso il peggio. 

I frutti del pensiero femminista

A partire dagli anni Settanta le società occidentali hanno subito una trasformazione nelle leggi e nei costumi, che ha nel femminismo una delle sue cause principali. L'albero va giudicato dai suoi frutti, e quelli del femminismo sono senza dubbio avvelenati. 

a. Parità di potere: la parità predicata dal femminismo riguarda non la dignità — che la Chiesa ha sempre insegnato — ma il potere: nasce da uno schema marxiano che vuole dare alta donna la stessa forza del maschio oppressore.

b. Crisi del ruolo della donna di casa: il femminismo ha svolto un ruolo determinante — per altro funzionale alla società dei consumi - per strappare la donna dal suo ruolo di moglie e di madre. Oggi, dedicarsi a questa vocazione significa imboccare una strada controcorrente, che non gode più di un riconoscimento morale da parte della società. La casalinga è, nell’immaginario collettivo, definibile come "colei che non lavora".

c. Legalizzazione del divorzio: date le premesse appena descritte, l’unità familiare diventa una chimera irraggiungibile. La famiglia è la sommatoria di tanti singoli, secondo un modello individualista esposto ai capricci di ognuno dei coniugi.

d. Legalizzazione dell'aborto procurato: il femminismo ha da sempre rivendicato questo abominevole delitto come simbolo del potere della donna sui figli e sul coniuge.

e. Crisi del ruolo del padre: il femminismo ha travolto ta figura paterna, svuotandola di contenuto e di autorità. Il disagio giovanile è spesso il sintomo più evidente di questa "morte del padre".

Un femminismo dal volto umano?

Come ha scritto il cardinale Giacomo Biffi qualche anno fa, l'immagine della donna proposta dalla società contemporanea sembra essere la negazione programmatica della Vergine Maria. Sofisticata e disperata, la donna femminista appare davvero lontana dal modello della Donna che sbrigava le faccende nella piccola casa di Nazareth. I modelli individualisti — applicati tanto all’uomo che alla donna — sono incompatibili con l’esempio della Madre di Gesù. Alla luce delle considerazioni fatte, si può concludere che inseguire un "nuovo femminismo" è operazione piuttosto pericolosa. Assomiglia molto alla speranza di costruire un comunismo dal volto umano, che è rimasta un'utopia irrealizzabile. Perché delle due l'una: o il femminismo, pur se riveduto e corretto, non rinnega le sue radici; e allora rimane incompatibile con l'antropologia cristiana. Oppure, questo nuovo femminismo abbandona radici e frutti perversi, e si concentra sulla promozione della femminilità vera; e allora cessa di essere un vero femminismo. In tal caso, sarebbe molto meglio evitare di usare questa parola, che tante sciagure evoca alla memoria, e sostituirla con qualche altro termine, che designi il recupero di una nuova sensibilità tutta cristiana per la dignità della donna. Forse, tra gli intellettuali che animano questo giornale e tra i numerosi lettori del Timone qualcuno potrà proporre un termine nuovo per indicare una realtà ben diversa dal femminismo che conosciamo.

Ricorda

"La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del "genio" femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e Nazioni; nngrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti dl santità femminile". (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 31).

Bibliografia

Libro del Siracide, Antico Testamento.
Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 2 febbraio 1994.
Romano Guardini, Persona e Libertà, Morcelliaria, Brescia 1987.
Ugo Borghello, Liberare l’amore, Ares, Milano 1997.


http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/guerrasessi.htm 

LA LETTURA / Un documento lontano da ogni moralismo, consapevole che è in gioco l'avvenire di maschi e femmine: uniti più che mai in una comunità di destino. 

Guerra dei sessi e genere, quando la liberazione è un inganno
di Vittorio Messori 

La condanna dell' ideologia classica del conflitto. Il no al nuovo tentativo di annullare le diversità fisiche 

D'accordo: certa pubblicistica cattolica è ormai irrilevante, ispirata com'è a un buonismo politicamente corretto, a un solidarismo da talk show televisivo. Non vi è più traccia dello «scandalo e follia» evangelici, bensì adeguamento alla vulgata corrente, con la sola aggiunta di un pizzico di moralismo. «Se il sale diventa insipido, non serve più a niente», secondo la drastica parola evangelica. D'accordo pure sulla fastidiosa «documentite» che affligge il mondo clericale, da cui tracimano pagine e pagine su tutto e di più. Accumuli, troppo spesso, di parole che macinano l'ovvio, da sociologi un po' attardati (come capita ai preti che inseguono il «mondo»), piuttosto che da teologi eredi della più lunga e ricca tradizione del mondo. Eppure, succede talvolta che la noia di certo esangue cattolicesimo attuale sia lacerata da una zampata vigorosa, dove la forza si unisce alla sapienza. Tanto che - con umile orgoglio: ossimoro giustificato - la Chiesa può definire se stessa come «esperta in umanità». Sono queste, non a caso, le parole che aprono la «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell' uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo». La firma («Joseph cardinal Ratzinger») non è soltanto garanzia di autorevolezza, ma anche di qualità. Il porporato bavarese ha ormai superato da oltre due anni il limite per il ritiro, ma Giovanni Paolo II gli impedisce di tornare agli studi prediletti, se lo tiene stretto accanto a sé, nel palazzo austero del Sant'Uffizio. A ragione, peraltro, come questa vigorosa Epistola riconferma. Già il tema è tra i più attuali e non coinvolge interessi settoriali, ma, addirittura, l'umanità intera. Scopo essenziale del documento è richiamare l'attenzione su ciò che a molti sembra un dibattito come un altro e provoca, invece, e ancor più provocherà, «conseguenze immense e disastrose». Oltre ad analizzare il presente, si getta uno sguardo su un futuro che - se continuerà la deriva attuale - potrebbe presentare effetti gravissimi, soprattutto per quelle donne che pure le nuove ideologie dicono di volere aiutare nella loro «liberazione». Da qui, l'intervento di una Chiesa che si propone in un ruolo non moralistico, ma profetico. La posta in gioco è, nientemeno, che la distinzione dell' umanità tra maschile e femminile: distinzione «ontologica», iscritta cioè nell'essere stesso, e non manipolabile, se non provocando rovine. All'inizio del caos, c'è - osserva la Lettera - un femminismo che, in una prima fase, «denuncia fortemente la condizione di subordinazione della donna, per suscitare un atteggiamento di contestazione». Così, «la donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell' uomo. Agli abusi di potere, ella risponde con una strategia di ricerca del potere, proclamando una sorta di guerra tra i sessi». È l'ideologia femminista classica, che ben conosciamo e che sembra avere fatto il suo tempo, «pur avendo provocato» si afferma, «effetti nefasti nella struttura della famiglia», oltre che nella psiche di tante che l'hanno presa sul serio. Ma ciò che oggi cresce, denuncia Ratzinger, è un'ideologia che sembra ancora più insidiosa: «Per evitare ogni supremazia di un sesso sull'altro, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale». Una sorta di «livellamento», dove «la dimensione corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria». Insomma, il tentativo di sradicare sia l'uomo che la donna dallo loro stessa natura, nella convinzione che ciascuno possa essere maschio o femmina o entrambi (e come tale comportarsi) a seconda del desiderio, della vicenda personale, se non del capriccio o del piacere. Da qui, tra l'altro, l'equiparazione della omosessualità a quella che era - e che per la Chiesa resta - la «normalità sessuale». Come svelano, tristemente, le cronache, la pederastia non è di certo assente neppure tra il clero: ma una cosa è la miseria concreta dei singoli, un'altra la dottrina e l'ideale che (anche questo documento lo ribadisce) non sono mutati e mai potranno mutare, ancorati come sono alla Rivelazione. In effetti, enunciato l'obiettivo (confutare le teorie correnti in tema di sessualità e mostrarne il fall out negativo), il Prefetto della Fede fonda il suo discorso in una incursione a tutto campo nell'intera Scrittura, Antico e Nuovo Testamento. Una straordinaria sintesi dell'antropologia biblica che ne svela la complessità, la ricchezza e, alla fine, la sapienza. Un'operazione apologetica, nel senso migliore: dimostrare, cioè, come la Rivelazione sia una sorta di «libro d'istruzioni per l'uso dell'uomo». Un manuale che, se inteso in profondità, può rispondere alle domande di sempre e, quindi, anche di oggi, proponendo una meta liberante. Per tutti, ma a cominciare dalle donne, ingannate e rovinate da dottrine che si presentano, suadenti, come benefiche. Ciò che la Chiesa propone (in linea con un insegnamento millenario) è una «collaborazione attiva» tra i sessi, una feconda «unità nella diversità» dove ciascuno e ciascuna, restando radicalmente se stesso, espanda il suo «genio», a beneficio di tutti. Un testo, insomma, che - per sua natura - di certo non convincerà tutti. Ma nessuno potrà negarne la lucidità, la lontananza da ogni moralismo, la consapevolezza che, qui, è in gioco l'avvenire stesso di maschi e di femmine, uniti più che mai in una comunità di destino.

© Corriere della Sera, 1 agosto 2004



 

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