FISICA/MENTE

 

http://italy.indymedia.org/news/2005/09/879405.php 

il dio denaro prevale su tutto...

Quanto ci costa il v...

 

Quanto ci costa il Vaticano spa


di Romano Nobile (ARES)



Piccolo e ricco


Città del vaticano è il più piccolo stato del mondo ma anche il più rispettato. Si tratta di una monarchia assoluta elettiva.
Grazie al carisma del Papa, all'organizzazione piramidale e non democratica ed all'esercizio delle attività di apostolato e di beneficenza, la Santa Sede amministra i suoi beni e le sue società in tutto il mondo. I suoi beni immobili (beni ecclesiastici) situati in altri stati godono in numerose nazioni, tra le quali l'Italia, di regimi privilegiati ed in alcuni casi di extraterritorialità che consentono l'esonero da imposizione di tasse. Per questi regimi speciali, che valgono anche in temi di commerci, di contratti e di donazioni nonché per l'opacità della sua finanza, Città del Vaticano, pur con le debite differenze, è stato spesso paragonata alle "giurisdizioni off shore" (paradisi fiscali).
In Italia in particolare si intrecciano proprietà immobiliari, attività bancarie, imprese industriali, finanziamenti diretti e indiretti a carico del bilancio dello Stato Italiano e di Enti Pubblici. Ciò crea una posizione di quasi monopolio del vasto mondo dell'assistenza, una presenza costante in tutte le iniziative a favore dei della gioventù,della gestione di cliniche. di enti ospedalieri. Con il condizionamento operato dalla chiesa sul parlamento nella produzione legislativa, necessaria a creare una indispensabile cornice istituzionale e strutturale e sopratutto un confacente regime di privilegio tributario.
Attraverso i Patti Lateranensi del 1929 e successivo accordo,che hanno regolato i rapporti tra Stato Italiano e Chiesa, poi con la nascita della Repubblica e dei governi democristiani, lentamente l'Italia divenne la sede temporale del potere ecclesiastico, penetrato per delega nei governi, negli enti pubblici,nelle leggi, nella costituzione materiale. E con sola resistenza marginale. pagata a caro prezzo, di alcuni cattolici politicamente impegnati come De Gasperi e Moro. Per mantenere indenne il potere temporale della Chiesa, il Sacro Soglio e le sue propaggini diocesane, non scomunicarono mai le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli occhi di tutti fino a diventare sistema di governo e sottogoverno.

Eugenio Scalfari da La Repubblica del 1 giugno.2005:

"Non è mistero per nessuno ed anzi storicamente accertato che l'episcopato fu cieco e sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era perfettamente consapevole e spesso direttamente beneficiario. Come accadde, tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio "sacco di Roma" che durò dagli anni cinquanta a tutti i settanta nel corso dei quali, appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione estensiva furono manipolati per favorire Ordini religiosi, grandi famiglie papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinari, dentro una rete di compiacenza di marca vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa di un pollo" .

Cosi il Vaticano ha potuto conservare e moltiplicare in Italia immense ricchezze. Gli innumerevoli immobili situati in tutto il territorio italiano e soprattutto a Roma, sono anch'essi favoriti da un regime fiscale che ha del ridicolo.
Le chiese sono semivuote ma le casse sono piene. Un fiume inesauribile di denaro affluisce in Vaticano dall'Italia e da tutte le nazioni e comunità dove vi sia una maggioranza cattolica: offerte, donazioni, eredità, quote di imposte.
Soltanto una piccola parte di tali ricchezze finisce in progetti umanitari. Il resto va alla catachesi nelle parrocchie, all'edilizia di culto, al sostegno del clero ( circa 40.000 preti in Italia), ma anche alle banche amiche, da cui la liquidità si ricicla e si moltiplica in investimenti, in titoli, in immobili, in businnes disinvolti, in azioni di industrie etc...
Non per niente spesso il Vaticano, sempre per quanto concerne lo Stato Italiano è rimasto implicato in vicende strane mai completamente chiarite, come il caso Calvi, il banchiere di Dio impiccato sotto un ponte di Londra, la vicenda del Banco Ambrosiano e dell'assassinio di Marco Ambrosoli , il sinistro ruolo dello Ior attraverso il misterioso Marcinkus ed altri faccendieri di alto bordo tra i quali Michele Sindona.

Killer in Paradiso
 

Consulente finanziario del Vaticano e della mafia italo-americana, il finanziere siciliano Sindona negli anni 60 brucia le tappe e diviene un protagonista del mercato finanziario americano. Sospettato negli Usa di essere coinvolto nel traffico internazionale di stupefacenti e legato ad ambienti mafiosi, in Italia può continuare a gestire i suoi sporchi affari grazie ai rapporti con la Democrazia Cristiana ed alle credenziali che gli derivano dal suo legame personale con Paolo VI.
Quest'ultimo lo incarica di eludere la legislazione fiscale sottraendo alla tassazione l'ingente patrimonio azionario vaticano (che esulava dai privilegi fissati dal Concordato). Sindona non tradisce le aspettative del Pontefice trasferendo gli investimenti nel mercato esentasse degli eurodollari tramite un rete di banche off-shore domiciliate nei paradisi fiscali. Non si sa se la Chiesa abbia beneficiato del condono sul rientro di capitali dall'estero ideato da Tremonti.
Il Vaticano ebbe rapporti anche con la banda della Magliana. A questo riguardo assai strana e curiosa appare la vicenda di Enrico De Pedis, appunto boss della famigerata banda. Dopo una vita costellata da una serie di gravi reati - dall'associazione per delinquere al traffico di stupefacenti, dalle rapine a mano armata agli omicidi - il due febbraio 1990 nella romana Via del Pellegrino viene ucciso da bande rivali. Il 9 luglio 1997 un'interrogazione parlamentare del leghista Borghezio invita il Ministro degli Interni ad accertare i motivi per i quali "il noto gangster Enrico De Pedis riposi nella cripta della Basilica si Sant'Apollinare, un privilegio che secondo il diritto canonico spetta soltanto al Sommo Pontefice, ai cardinali ed ai vescovi".
Si accerta che il nulla osta per la sepoltura era stato richiesto al Vaticano da monsignor Pier Vergari, rettore della Basilica, cioè lo stesso prelato che ai funerali aveva impartito l'estrema benedizione al boss di Testaccio secondo il quotidiano l'Unità questo enigma imbarazzante ha una soluzione politico-religiosa.
In particolare per quanto riguarda l'omicidio Pecorelli del 1979, la procura di Perugia ha ipotizzato l'esistenza di contatti organici tra la banda della Magliana, Cosa Nostra e ambienti politici romani che facevano capo a Giulio Andreotti e Claudio Vitalone (poi usciti indenni dai processi a loro carico). Comunque Pecorelli secondo testimonianze di un pentito sarebbe stato ucciso da un commando composto da sicari della banda della Magliana e Cosa Nostra.

L'imbroglio dell'otto per mille

Il finanziamento dello Stato Italiano alla Chiesa Cattolica, deciso con la revisione concordataria del 1984 fu sottoscritto da Craxi per acquisire benemerenze presso il Vaticano. E con l'imbroglio dell'otto per mille nella formulazione italiana, tale finanziamento non può che essere definito una colossale truffa. Infatti la percentuale dei contribuenti italiani che firmano in calce alla denuncia dei redditi l'otto per mille a favore della Chiesa cattolica è di circa il 45% che poi in sede di liquidazione dell'importo calcolato diventa come d'incanto il 90%.
Come può avvenire questo gioco di prestigio?
Il nuovo sistema di finanziamento è regolato da una legge di attuazione della revisione concordataria, e cioè dalla legge 222 del 20.05.1985.
L'entità dell'otto per mille dell'IRPEF (cioè del reddito denunciato come tassabile d'imposta) è attualmente di circa un miliardo di euro (2000 miliardi di lire) ma per un effetto dell'inflazione (e nei periodi di boom economico anche dell'aumento del reddito imponibile) è ovvio che la percentuale attribuibile alla Chiesa cattolica continuerà a lievitare. E continua a lievitare anche grazie a martellanti spot pubblicitari che invadono le televisioni alla vigilia di ogni pagamento di tasse.
Analizzando le cifre si scopre cosi che gli introiti, dal 1990 al 2003, si sono praticamente quintuplicati. Questo versamento effettuato da tutti i contribuenti può essere suddiviso mediante una scelta espressa fra lo Stato, la Chiesa cattolica e le altre piccole cinque confessioni religiose che hanno accettato di partecipare alla spartizione (i Testimoni di Geova i più pericolosi concorrenti del Vaticano, sono da dieci anni in attesa di essere inseriti, ma inutilmente).
Il meccanismo perverso che favorisce la Chiesa Cattolica è il seguente: la quota dell'otto per mille di quei contribuenti (circa 22 milioni su 36 milioni) che, intendendo sottrarsi a tale invito, non firmano nessuna preferenza, loro malgrado sono quasi totalmente aggiunti alla quota riservata alla Chiesa cattolica. Ciò in virtù di uno stratagemma ideato per aggirare l'ostacolo dei non credenti e mantenere il più alto possibile l'introito per la Chiesa Cattolica. Il comma 3 dell'art. 21 della legge citata infatti prevede che in caso di scelta non espressa dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse. Quale che sia, cioè, la percentuale delle scelte espresse, anche la quota su cui non è stata effettuata nessuna scelta viene distribuita alla Chiesa Cattolica o allo Stato, in percentuale alle scelte in loro favore. A questa ulteriore spartizione le altre confessioni dignitosamente non hanno accettato di partecipare.
Insomma su cento cittadini 90 non si esprimono (per disinteresse) e solo 8 firmano per la Chiesa cattolica, l'80% della quota irpef stabilita andrà alla Chiesa cattolica. Ma anche le somme accumulate per la scelta a favore dello Stato (circa il 10%) sono convogliate per lo più ad opere assistenziali, in Italia, quasi interamente in mano alla Chiesa cattolica. Questo meccanismo non rispetta in alcun modo la volontà di chi, non scegliendo o scegliendo lo Stato, ha ritenuto di sottrarsi all'obbligo di partecipare a questo tipo di referendum. Peraltro il sistema viola il diritto alla privacy, il che si aggrava ulteriormente da quando la legge consente ai lavoratori dipendenti di affidare al datore di lavoro la compilazione della denuncia dei redditi, con possibili rischi di rappresaglie sul posto di lavoro.
Ma anche sul 10% che affluisce allo Stato vi sono polemiche. Come denunciato dall'ADUC, che contro il sistema dell'8 per mille ha promosso una campagna che va avanti da anni, nel 2001 i tre quarti dei cento milioni di sua competenza sono stati distolti, con un semplice decreto legge, dagli scopi prefissati e sono andati a finanziare la missione in Albania (con i risvolti militari che ne conseguono). Sempre nel 2001 solo 500 euro sono andati a progetti per combattere la fame nel mondo. Come spiega il presidente dell'ADUC Vincenzo Dovuto: se si va a vedere il dettaglio delle spese dello Stato si scopre che per esempio, nel 2002 un terzo dei cento milioni di euro che i cittadini hanno dato allo Stato sono serviti per ristrutturare beni di proprietà, guarda caso, della Chiesa cattolica.

L'obolo esentasse


C'è da dire che oltre l'8 per mille, affluiscono nelle casse vaticane le donazioni fino a mille euro (due milioni di vecchie lire) detraibili dalla denuncia dei redditi. L'art. 46 della legge di attuazione concordataria che prevede questa forma di erogazione, chiamata "obolo" è un contributo personale e facoltativo ma grava comunque sotto forma di minori introiti sulle esangui pubbliche finanze italiane. Occorre aggiungere che mentre gli esperti finanziari avevano previsto che da queste offerte scaturisse il più rilevante finanziamento della Chiesa, cosi non è stato. Il loro gettito è stato di circa 25 milioni di euro l'anno ed è attualmente in diminuzione. Il che dimostra in maniera clamorosa che il finanziamento complessivo dello Stato Vaticano non può essere chiamato in nessun modo "autofinanziamento" come vorrebbe qualche cardinale (il cardinale Ruini in testa).


I liquami del Vaticano


Tra i privilegiati che possono dissetarsi senza spendere un centesimo addossandone l'onere ai comuni cittadini è da segnalare la Città del Vaticano che in base all'art. 6 del concordato ha diritto a ricevere tutta l'acqua di cui ha bisogno (circa cinque milioni di metri cubi l'anno) senza versare un centesimo all'Acea. Ma la faccenda comincia a complicarsi quando la più recente normativa italiana include nella tariffa (la bolletta dell'acqua) anche il canone per le fognature e la depurazione. prima del 70 gli scarichi finivano direttamente sul Tevere. Successivamente si e invece cominciato e riversare gli scarichi ed i liquami in vasche e depuratori che hanno un costo per chi li gestisce e non rientrano nelle previsioni concordatarie.
Per il rispetto della santa Sede, l'Acea non aveva osato sollevare la questione, sino a che, nel 1999, quando la municipalizzata venne privatizzata ed entrò in Borsa, il credito di alcuni miliardi di lire divenne difficile da nascondere facendoli pagare ai cittadini della capitale. Inoltre vi erano mugugni dei piccoli azionisti i quali reclamavano affinché il buco di bilancio fosse risanato da qualcuno, o dalla Santa Sede o dallo Stato Italiano. IL delicato dossier passò immediatamente al vaglio del Ministero degli Esteri, trattandosi di rapporti tra Stati.
La più imbarazzante vertenza che abbia mai diviso le due sponde del Tevere, da un lato la municipalizzata Acea che chiedeva 50 miliardi di vecchie lire quali arretrati di 20 anni di scarichi abusivi, dall'altra parte i prelati rappresentanti del Vaticano offesi per essere stati trattati come morosi qualsiasi e soprattutto per un fatto di liquami, è finita nel migliore dei modi. Nella finanziaria per il 2004 è comparsa una voce relativa ai 25 milioni di euro da versare all'Acea per i liquami arretrati e 4 milioni di euro a partire dal 2005.
Naturalmente il costo dei liquami del Vaticano si è riversato sui cittadini Romani.

Il fisco benedetto

Nel corso del tempo la Chiesa Cattolica ha ottenuto con i vari concordati il riconoscimento di una serie di diritti che, liberamente garantiti dallo Stato Italiano, comprendono soprattutto le agevolazioni tributarie. L'art. 29 del Concordato del 1929 (Patti Lateranensi) mentre conferma le esenzioni tributarie del periodo precedente in favore della Chiesa, abolisce la cospicua legislazione dei gravosi tributi speciali a carico degli enti ecclesiastici. Inoltre lo stesso articolo equipara sotto il profilo tributario gli enti ecclesiastici agli enti di assistenza e istruzione. E' utile precisare che la giurisprudenza dell'epoca applicava il regime tributario previsto dall'art. 29 anche ad attività diverse dal culto o dalla religione purché diretti o strumentali alla realizzazione di tali finalità. Chiaramente questo criterio della strumentalità permetteva ampi spazi di elusione fiscale. Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana nasce l'esigenza di adattare i rapporti tra Stato e Chiesa ai nuovi principi anche sotto il profilo fiscale.
Soltanto nel 1984 vengono sottoscritti gli accordi per la revisione dei Patti Lateranensi. Ma non si può dire che la revisione in materia di fisco attui il principio costituzionale previsto dall'art. 53 della Costituzione secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Infatti l'art. 7 del nuovo Concordato ribadisce solennemente l'equiparazione del fine di culto e di religione al fine di beneficenza e istruzione. Ciò consente agli enti ecclesiastici di beneficiare dei numerosi privilegi fiscali concessi agli enti di assistenza e di istruzione. E proprio in base all'art.7 anche il settore religioso, come evidenziato da un rapporto Secit, può dissimulare rilevanti aree di elusione fiscale. Uno dei metodi più usati per eludere il fisco è ancora oggi la costituzione di false associazioni religiose.
Ed ecco in breve quali sono i principali privilegi fiscali che attuano un regime favorevole alla Chiesa Cattolica e che sono tali da indurre a pensare che per il Vaticano un vero e proprio paradiso fiscale sia proprio lo Stato Italiano:

- riduzione della metà dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche;

- il reddito dei fabbricati di proprietà della Santa Sede è esente da imposta locale sui redditi e dall'imposta sul reddito delle persone giuridiche,

- l'incremento di valore dei fabbricati della Santa Sede non è soggetto all'imposta comunale sull'incremento di valore degli immobili,

- i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto non vengono considerati produttivi di reddito a prescindere dalla natura del soggetto che li possiede,

- non si considerano produttive di reddito imponibile le cessioni di beni e prestazioni di servizio compiute anche dietro pagamento di correspittivi, in favore di associati o di altre associazioni che operino nello stesso settore,

- sono deducibili dal reddito complessivo tutta una serie di oneri indicati dall'art. 10 (ad esempio canoni, somme corrisposte ai dipendenti, spese per manutenzione o restauri beni, spese per attività commerciali svolte dall'ente o da membri dell'ente),

- per le persone alle dipendenze dell'ente religioso è deducibile un importo pari al minimo annuo previsto per le pensioni Inps.  Il che comporta l'utilizzo di membri non religiosi, in quanto per i religiosi, in mancanza di un rapporto di lavoro subordinato non sono previste deduzioni.

Per quanto riguarda l'ICI, questa tassa che riguarda tutti i proprietari di immobili (anche se si tratti della casa di abitazione) il DL 30 dicembre 1992 n. 504 istitutivo dell'ICI ne ha disposto all'art.7 (comma 1 lettera d) l'esenzione per tutti i fabbricati degli enti ecclesiastici destinati all'attività di culto e loro pertinenze (oratori, casa del parroco ecc.)
Ma alla lettera i) del suddetto art. 7 si dispone anche che sono esenti dall'ICI gli immobili utilizzati dagli enti non commerciali destinati unicamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, ricettive, culturali, ricreative e sportive nonché delle attività dirette all'esercizio di culto e alle cure delle anime, alla formazione del clero, alla catechesi, all'educazione cristiana.
In pratica in base a questa norma tutti gli immobili appartenenti ad enti ecclesiastici e religiosi vennero considerati esenti dal Fisco, il quale ritenne che le attività sanitarie (ospedali), didattiche (scuole) ricettive (alberghi) culturali (teatri) ricreative e sportive (campi di gioco, palestre, piscine) godessero di tale privilegio, purché l'ente proprietario non figurasse come ente commerciale, il che sottintendeva che l'esenzione permanesse anche per gli enti non commerciali che di fatto esercitassero una attività commerciale o imprenditoriale [sappiamo come sono andate le cose recentemente: la Chiesa non paga l'ICI su nulla, ndr].

La chiesa sotto indagine

Nell'ottobre del 1995 - come è riportato nel libro di Mario Guarino "I mercanti del Vaticano", Kaos ed. - la procura di Napoli mette sotto inchiesta la Curia e i 380 luoghi di culto sparsi nel capoluogo campano e nei suoi dintorni. Tredici chiese hanno mutato attività senza chiedere alcuna autorizzazione alla Soprintendenza: al loro interno non si celebrano più funzioni religiose, ma si riparano automobili,  si commerciano oggetti, oppure fungono da posteggi per veicoli o si pratica ginnastica a suon di musica.
Eppure la legge 1089 emanata dal codice fascista nel 1939 ancora valida sancisce il divieto di destinare beni di interesse religioso, artistico e storico per fini non compatibili con la loro natura. Il monsignor Raffaele Petrone viene iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e interesse privato.
Il cardinale Michele Giordano reagisce violentemente chiedendo la sospensione dell'indagine definita "una iniziativa senza precedenti in contrasto con i principi e le norme del Concordato minacciando di investire formalmente la Santa Sede. I magistrati non si scompongono, rispondono al cardinale che "Non è vero che sia stato violato il Concordato. I beni culturali della Chiesa sono infatti sottoposti alla giurisdizione italiana e la forza pubblica prima di entrare nei luoghi di culto aveva sempre ricevuto il consenso delle autorità ecclesiastiche. E il cardinale avrebbe dovuto sapere che fino a pochi mesi prima la Curia aveva riscosso i canoni d'affitto per quelle chiese trasformate in officine.
L'inchiesta si preannuncia lunga e complessa ed alla fine viene archiviata, sembra per l'intervento del pontefice.
Intanto il cardinale Giordano tra un happening e una chiesa data in affitto entra in affari con la Fiat, il Banco di Roma, il Banco di Napoli per la realizzazione dell'interporto campano di Nola, per un investimento "divino" di 300 milioni che in futuro darà i suoi frutti.
Ed anche ai nostri giorni la connivenza tra mattoni, finanza ed istituti ecclesiastici permette ai palazzinari rampanti di arricchirsi. Come è accaduto ad esempio a Giuseppe Statuto che ha potuto dare scalata alla finanza facendo preliminarmente dei buoni affari con preti e suore, dai padri che lo gestivano acquista quel gioiello di scuola privata cattolica che era l'istituto S. Gabriele ai Parioli e Roma, lo trasforma in case con piscina e giardino, un pizzico di uffici, un centro commerciale da 2000 metri quadrati e il gioco è fatto. Via della Camilluccia, sempre a Roma, stesso copione. Questa volta a vendere un ex convento con due scuole è un gruppo di suore francesi, il tutto trasformato in case di lusso; un altro affare in viale Romania: 20.000 metri quadrati coperti e 50.000 di parco sempre di proprietà di suore. Tra il 1998 ed il 2000 Statuto, il terzo cavaliere del mattone, vende tutto a peso d'oro.

Roma un censimento sacrilego

Nel gennaio 1977 a fare un primo censimento dei beni vaticani e beni ecclesiastici a Roma provvede il periodico l'Europeo della Rizzoli su iniziativa dell'allora direttore Gian Luigi Melega. Il 7 gennaio 1977 viene pubblicata la prima puntata intitolata "Vaticano S.p.A" firmata dal giornalista Paolo Ojetti. Di questa inchiesta-censimento riprendo alcuni significativi stralci che rimangono una vera perla di giornalismo.
"Un quarto di Roma è in mano alle società ombra panamensi, del Liechtestein, lussemburghesi, svizzere. Un altro quarto è di enti pubblici dello Stato. Un altro ancora è di privati grandi e piccoli. Ma l'ultimo quarto, forse il migliore è nelle mani del Vaticano. Alla vigilia della revisione del Concordato del 1929 vale forse la pena occuparsene.
Soprattutto quando, a proposito del nuovo patto tra Stato e Chiesa si fa un gran parlare di educazione religiosa nelle scuole, di regimi matrimoniali, ma solo di sfuggita si è accennato al futuro fiscale e tributario dell'immenso patrimonio della Santa Sede. Ufficialmente il patrimonio immobiliare della Chiesa al di fuori delle mura vaticane e considerato extraterritoriale è contemplato negli art. dal 13 al 16 dei Patti Latarenensi. Si tratta delle basiliche di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e San Paolo (con edifici annessi), del palazzo pontificio di Castelgandolfo, di alcuni edifici sul colle Gianicolense.... essi godono del privilegio di non poter essere espropriati e di essere completamente esenti da tributi. Sono esenti da tributi anche l'Università Gregoriana, gli Istituti Biblico Orientale, Archeologico, Seminario Russo, Collegio Lombardo, i due palazzi Sant'Apollinare e la casa per gli esercizi per il Clero di san Giovanni e Paolo.
Oltre a questi immobili privilegiati il Concordato prevedeva speciali esenzioni fiscali e tributarie per le proprietà della Santa Sede e degli "enti ecclesiastici e religiosi".
Il tutto fu condito da una sanatoria degli strascichi della "questione romana" che costò allo Stato 750 milioni del 1929 (in contanti più un miliardo in titoli). A quasi cinquanta anni di distanza le cose sono rimaste immutate. Un quarto della città è ancora saldamente in mano ad aspirantati, titoli cardinalizi, parrocchie, caritas, apostolica santa sede, province, commissariati, conventi, istituti, monasteri, congregazioni, collegi e collegiate, case sante, generalizie, provinciali, religiose e di procura, oratori, seminari. studentati, basiliche ed arcibasiliche, compagnie, società, opus, domus, pie società, pie case, atenei, università, istituti e seminari pontifici, pellegrinaggi, curie vescovile, vescovati, episcopati, diocesi, arcidiocesi, asili, capitoli, comitati, conferenze episcopali, curati, comunità, ordini, chiese, curie generalizie, stabilimenti, sodalizi, apostolati, conservatori, confraternite e arciconfraternite, postulazioni generali, procure generali, rettorie, manziature e segnature apostoliche, suore (adoratrici, amanti, ancelle, apostole, ausiliatrici, bigie, bianche, canonichesse, catechiste, crocefisse, clarisse, dame apostoliche, donne, diaconesse, insegnati, infermiere, figlie, mantellate, maestre, mercenarie, minime, ministre, misericordie, missionarie, monache, oblate, nobili oblate, ospitaliere, passioniste, piccole apostole, piccole suore, piccole sorelle, piccole ancelle, piccole figlie, piccole discepole, piccole serve operaie, povere, predilette, rosarie, riparatrici, sacramentine, serve, stimatine, terziarie, trinitarie, visitatrice, signorine operaie e vocazioniste), frati (che in tutti gli ordini religiosi compaiono come servi, padri, sacerdoti, missionari, terziari, fratelli, figli, legionari, abati, arcipreti, minimi, scalzi, bigi, regolari, chierici, diaconi, reverendi, priori, minori, canonici, ospitalieri, regolari, trinitari, riformati).
Insomma i soli ordini femminili che compaiono come proprietari di immobili nella città di Roma sono 325 i maschili sono di meno 87.
La Santa Sede ha in Roma alcune zone preferenziali. Il centro storico in mano al Vaticano va da Campo dei Fiori fino a Trastevere di fronte Castel Sant'Angelo passando per piazza Navona e adiacenze. Passato il fiume le proprietà ecclesiastiche si ramificano: da una parte vanno a lambire la Città del Vaticano su fine al colle Gianicolo e giù verso il quartiere Trastevere, per risalire poi verso la via Aurelia dove attorno ai più antichi collegi e alle case generalizie, sono stati acquistati o ricevuti in donazione rustici
e terreni. Dall'altra entrano di prepotenza nel quartiere Prati, quel quartiere che fu costruito dai "piemontesi" dopo la presa di Roma con un orientamento tale che da nessuna strada si potesse vedere la cupola di San Pietro. Le grandi enclavi di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni hanno calamitato le altre grandi proprietà immobiliari della Chiesa. Tutta la zona che parte dal fondo di via Nazionale e si estende verso il Colosseo è patrimonio della Santa Sede. Stesso discorso vale per il cuore del centro storico e commerciale: vaste proprietà immobiliari della Santa Sede punteggiano via Condotti piazza della Pigna, San Sebastianello, piazza di Spagna, via sant'Andrea della Fratte. Le terrazze dei frati maroniti dominano poi il colle Fagutale e tutta l'oasi di verde che dalla Chiesa di san Pietro in Vincoli scende verso il Colosseo. Dove finisce il quartiere della Stazione Centrale comincia un'altra grossa fetta di proprietà della Chiesa da via Merulana a via Manzoni, da piazza Dante a via Emanuele Filiberto da Santa Croce in Gerusalemme fino alla piazza di San Giovanni in Laterano. Proprietà sparse si trovano ancora lungo le strade consolari verso le periferie e, qua e là nel cuore dell'ex quartiere della Roma bene, i Parioli. Dare un valore commerciale a questo impero è impossibile. ci si può trovare indipendentemente di fronte a ettari di terreno edificabile o al palazzotto storico pronto per la ristrutturazione. Si inciampa in collegi o conventi, abitati ora da pochi religiosi, che potrebbero (ed è stato già fatto) essere trasformati agevolmente in residence di lusso, in alberghi, in centri commerciali. Il valore attuale di queste proprietà immobiliari dovrebbe essere moltiplicato per mille, diecimila volte. Il tutto esentasse.
L'inchiesta di Ojetti prosegue elencando in dettaglio tutte le proprietà immobiliari di Roma. Occupano ben sette pagine del giornale. L'Osservatore Romano reagisce con accuse infondate (ad esempio non aver distinto i beni del vaticano da quelli ecclesiastici). Il direttore dell'Europeo risponde a tono, ma si arriva solo alla seconda puntata.
L'editore Rizzoli licenza in tronco Gianluigi Melega.

Fonti:

Giuseppe Altamore, I predoni dell'acqua, ed. San Paolo
Mario Guarino, I mercanti del Vaticano, Kaos edizioni
Eugenio Scalfari, La Repubblica, 1.06.005
Luca Piana, Sant'ICI fa la grazia, L'Espresso 12.06.005
Angelo Quattrocchi, Francesca Santagata, Il Pastore tedesco, ed. malatempora


San Pietro holding

da L'Espresso del 15 aprile 2005, pag. 75


di Paolo Forcellini

Quante divisioni lascia Giovanni Paolo II al suo successore? Domanda alla Stalin? Mica tanto. Benché disarmato l’esercito della Santa Sede è assai ben fornito di truppe e le vettovaglie non scarseggiano.  
Nel 2004 i cattolici ammontavano a un miliardo e 85 milioni, più del 17 per cento della popolazione mondiale. I “graduati” erano circa 4 milioni, tra vescovi (4.500), preti (405 mila), religiosi e religiose (865 mila), diaconi permanenti (26.600), laici missionari (oltre 80 mila), catechisti (2 milioni e mezzo), e quant’altro. L’eredità di Wojtyla, in termini di manodopera, è controversa: più seguaci di quanti ve n’erano quando salì al soglio, ma vocazioni in crisi. In verità, di crisi generalizzata non si può parlare. Il numero dei sacerdoti è cresciuto dopo il 1990: ma le vocazioni si moltiplicano in Africa, hanno un leggero incremento in Europa e crollano rovinosamente in America, specie nel Nord. A tenere alto l’afflusso ci sono anche le cosiddette vocazioni tardive, concausa di un preoccupante invecchiamento dell’età media del clero. I discepoli delle 1.919 facoltà di teologia (più 1.428 convitti) sono 5,99 ogni 100 mila abitanti in America del nord. Quelli che ogni anno abbandonano i seminati, rinunciando al sacerdozio, sono poco meno di 5 mila (su 112 mila frequentanti). Negli ultimi 40 anni 111 mila sacerdoti sono tornati allo stato laicale. Le nuove ordinazioni nel 2003 sono state invece 9.317. Per la sua opera di evangelizzazione la Chiesa si avvale di circa 111 mila sedi missionarie e di un numero stratosferico di scuole, dalle materne alle superiori: quasi 200 mila con 45 milioni di alunni. Infine sono stati censiti almeno 110.954 tra ospedali, ambulatori, case per anziani e invalidi, orfanotrofi.   Il vescovo di Roma dispone di un patrimonio inestimabile, ma in gran parte inutilizzabile. I Michelangelo, i Raffaello, i Leonardo, che costituiscono il vanto dei musei vaticani, sono ovviamente incedibili. Lo stesso dicasi per le opere contenute negli 826 musei ecclesiastici e nelle oltre 100 mila chiese e cappelle esistenti solo in Italia (che comunque non dipendono dal Vaticano). Oltre ai 44 ettari di territorio, con annessi palazzi e basilica di San Pietro, l’amministrazione pontificia comprende i santuari di Loreto e Pompei e la basilica di S.Antonio a Padova, nonché le quattro romane di S.Giovanni in Laterano, S.Paolo, S.Croce e S.Maria Maggiore. Extraterritoriale è pure l’area di S.Maria in Galeria, presso Roma, dove sorgono gli impianti di “Radio Vaticana”. Fuori d’Italia, la Santa Sede dispone dell’istituto Notre Dame di Gerusalemme, 250 stanze in uso ai Legionari di Cristo.   Il papa gestisce direttamente solo una piccola fetta delle ricchezze della Chiesa. Il resto fa capo alle conferenze episcopali, agli ordini, agli istituti di istruzione ecclesiastici. Anche i proventi delle Università pontificie o di ospedali come il Bambin Gesù non compaiono nei conti vaticani. L’ultimo bilancio noto della Santa Sede (2003) mostra 203,7 milioni di euro di entrate e 213,2 milioni di uscite, con un rosso di 9,5 milioni. Diverso il budget della Città del Vaticano (non comprende le spese del governo) ma anch’esso in deficit (8,8 milioni). I conti erano tornati in attivo nel ’94 dopo 23 anni di disavanzo. Ma ultimamente, complice la caduta del dollaro, il rosso è riemerso. Le entrate comunque provengono dagli affitti, spesso bassi, di svariate centinaia di appartamenti soprattutto a Roma, dai negozi interni sempre più trendy, dagli ingressi ai musei e dai loro bookshop, dai biglietti per salire alla cupola di San Pietro, dove ora è stato aperto anche un bar, dal servizio postale impeccabile che attrae anche molti italiani, dalla vendita di francobolli e monete. Ma tutto ciò non basta: si pensi che il budget delle sole parrocchie americane ammonta a cinque miliardi di euro. Per sua fortuna il pontefice ha qualche altra entrata extra, come parte dei profitti dello Ior, “l’obolo di San Pietro” (56 milioni nel 2003), cioè i contributi di fedeli e istituzioni destinati alle opere ecclesiali e umanitarie, e gli altri oboli versati fuori bilancio dalle 4.600 diocesi e da varie strutture (la Conferenza episcopale USA dà, ad esempio, otto milioni di dollari l’anno). Esiste poi una fondazione, la Centesimus annus pro pontifice, cui fa capo un fondo d’investimento i cui proventi vanno al Santo Padre. >  La “banca del Vaticano” è anomala. Non ha sportelli e non fa prestiti. Si limita a speculare con un patrimonio di 5 miliardi di euro che le affidano decine di migliaia di enti ecclesiastici. La loro scelta è dettata da solide ragioni di interesse: lo IOR garantisce rendimenti a due cifre. Per poterli onorare si dedica a investimenti non sempre tranquilli e a operazioni sui cambi, non disdegnando di appoggiarsi su paradisi fiscali e sulle immunità da banca di Stato. In passato, con l’affare IOr-Amrosiano, la banca vaticana dovette pagare 244 milioni di dollari di risarcimento. Wojtyla ha allontanato i vecchi amministratori, ma i contenziosi legali rimangono numerosi. Il papa riceve dallo IOR alcune decine di milioni l’anno.   Le spese: prima fra tutte quella per i dipendenti. Poi le altre uscite necessarie a gestire il territorio dello Stato papalino, i suoi giardini, l’orto che fornisce al pontefice la verdura fresca, i musei, i laboratori di restauro, la farmacia, i negozi, le pompe di benzina. Dispendiosa è l’attività mediatica, a partire da “Radio Vaticana” a cui nel 2003 è andato un contributo di 10,4 milioni (sufficiente a coprirne solo la metà del deficit). Vi sono poi l’ “Osservatore Romano”, un’agenzia di stampa, un centro TV, una libreria editrice. Gravano sul bilancio della Santa Sede i costi della Segreteria di Stato, il governo pontificio, delle nove Congregazioni, dei tre tribunali, degli 11 Consigli, delle 118 rappresentanze estere, di prefetti, uffici, commissioni, del sinodo e dell’Apsa, l’istituto che amministra il patrimonio apostolico. Gran parte dei “ministeri” ha sede fuori dallo Stato papale, in edifici in affitto, con una spesa complessiva di 22 milioni.   Sono 1.534 i lavoratori della Città del Vaticano,m più altri 2.600 della Curia. I primi sono impiegati sul territorio. Ad esempio si contano 63 giardinieri per un parco con 99 fontane, un bosco di due ettari, alberi di cedri e sequoie, erbe mediche e anche un orto. Poi ci sono gli addetti ai musei e ai laboratori di restauro, i commessi dei negozi, della farmacia e dei distributori di benzina. La sicurezza è garantita dalla polizia vaticana (123 persone) e dalle 110 eleganti guardie svizzere. Sono tutti pagati spartanamente. In media 1.200 euro mensili, un medio manager non raggiunge i 1.500. Nessuno pare però propenso ad andarsene. L’apparente stranezza si spiega con alcuni privilegi. Come quello di fare la spesa nei negozi interni, sorta di duty free shop assai convenienti e interdetti agli italiani che non siano riusciti a farsi prestare la magica tessera d’ingresso riservata ai dipendenti o a chi possegga un passaporto diplomatico. Le sigarette costano un 30 per cento in meno,, ma non se ne possono acquistare più di cinque stecche al mese; altrettanto scontato è il carburante. Ha riconosciuto il presidente del Governatorato vaticano, cardinale Edmund Szoka: “Se non ci fossero divieti all’acquisto del carburante per i cittadini italiani, non avremmo alcun problema di bilancio”. Sindacati e rivendicazioni appartengono a un altro mondo: qui regnano paternalismo e tradizione. Ad esempio quella di concedere una mensilità di gratifica a ogni morte di papa (o quando un pontificato compie i 20-25 anni): un’usanza che risale a quando si mise fine al medievale diritto di bottino, sui beni dello scomparso, che servitori e parenti esercitavano al decesso del pontefice.

 

 

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