FISICA/MENTE

 

 

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Lo straripamento della Chiesa cattolica e l'abdicazione dello Stato laico

Antonio La Penna

1. I giornali della nostra televisione pubblica, che di solito ascoltiamo, più o meno distrattamente, nelle ore dei pasti, sono composti, com'è ovvio, di alcuni elementi strutturali quasi fissi; cambia solo l'ordine, secondo il risalto che si vuoi dare, di volta in volta, a ciascun elemento. Alla fine della trasmissione, non come appendice ma come splendido culmine, compare il circo: cioè partite di calcio, con l'esibizione e l'elogio dei campioni, spesso insieme con spettacoli musicali di massa, dove il divo si innalza davanti ad una folla in delirio. Quasi mai manca la cronaca nera; meno risaltano le notizie di politica interna e di politica estera. Quanto a risalto, il solo elemento che possa competere con gli spettacoli sportivi e musicali, è l'esibizione quotidiana del Papa: il Santo Padre, collocato più o meno in alto, pronunzia alcune frasi oracolari, accompagnate da parole di benedizione, di fronte a folle deliranti: ora sono i fedeli ammassati in piazza San Pietro, ora sono le folle variopinte che riempiono gli stadi sportivi nei vari continenti del mondo. Se non ci sono da mostrare folle oceaniche, vediamo il Papa fra cardinali e vescovi, oppure a passeggio in montagna durante le sue vacanze estive; se niente di questo soccorre, siamo informati della salute del Papa, in Vaticano o in ospedale: sappiamo tutto dei suoi raffreddori, dei suoi starnuti, dei suoi calli.

Questa è vera religione? Giova alla crescita della fede nell'intimo dell'uomo? Non saprei. Dopo l'infanzia non sono mai stato credente (ma anche nella mia infanzia la religione, ridotta a pochi riti formali, aveva avuto un peso trascurabile); non ho conosciuto, d'altra parte, l'anticlericalismo: per le religioni, fatta eccezione per le manifestazioni di fanatismo e di violenza, ho avuto sempre rispetto; ma la religione che rispettavo, era meditazione, preghiera, partecipazione a riti raccolti, e non assordanti, delle comunità ecclesiastiche, come la messa; non solo rispetto, ma profonda ammirazione ho sempre nutrito per l'attività religiosa ispirata dall'amore del prossimo e spinta fino al sacrificio della vita (per questa ragione capisco anche la venerazione dei santi, benché accompagnata spesso da superstizioni); invece ho provato generalmente fastidio per il fasto ecclesiastico. Le folle religiose oceaniche e deliranti rientrano per me in un'esperienza recente, e mi richiamano alla mente le folle fanatiche degli stadi e dei concerti rock; dubito che mettano meglio in contatto con Dio o che ispirino opere meditate e fruttuose di carità. Tuttavia ne, sutor, ultra crepidain: sarebbe, da parte mia, stolta presunzione voler dare alla Chiesa lezioni de propaganda fide.

 

2. Questo problema de vera religione non è il più importante che mi si ponga davanti agli spettacoli televisivi delle folle di fedeli: più m'importano altre domande: queste quotidiane esibizioni televisive della Chiesa cattolica si verificano anche in altri paesi cattolici, come la Francia, i Länder cattolici della Germania, l'Austria, la Spagna, gli stati dell'America del sud e del centro? Credo di no; e, se è così, perché l'Italia ha questo privilegio? La risposta richiede qualche rapida riflessione storica.

Nell'Ottocento i neoguelfi, i cattolici liberali diedero un loro contributo importante all'unificazione dell'Italia, che, invece, trovò, come tutti sanno, un grave ostacolo nel Papato, nello Stato della Chiesa, in una parte dei cattolici. L'ostilità continuò dopo l'annessione dello Stato della Chiesa al Regno d'Italia e fu una condizione favorevole per evitare compromessi deteriori: per mezzo secolo circa la laicità dello Stato, in base al principio, propugnato da Cavour, "libera Chiesa in libero Stato", non subì restrizioni. Alla fine dell'Ottocento una nuova forza politica importante apparve anche in Italia, il socialismo; all'inizio del Novecento nella borghesia incominciò a diffondersi la convinzione che lo Stato liberale non costituiva un argine abbastanza solido contro le rivendicazioni delle classi lavoratrici e si manifestarono esigenze di uno Stato più forte e autoritario, che trovarono terreno favorevole sia nella destra liberale sia in una destra nuova, quella nazionalista. I nazionalisti furono i primi a proporsi con chiarezza l'alleanza col cattolicesimo conservatore, anche il più retrivo; le due forze erano unite dall'avversione al liberalismo risorgimentale e ancora più al socialismo; i cattolici conservatori, data l'influenza che la Chiesa aveva sulle masse popolari, costituivano una forza poderosa e decisiva. Dopo la prima guerra mondiale i nazionalisti, com’è noto, si accostarono ai fascisti, con cui si fusero dopo aver conquistato, con la marcia su Roma, il governo. I cattolici più moderati, più aperti ai bisogni nuovi della società, si erano organizzati, dopo la guerra, nel Partito Popolare; ma i nazionalisti puntarono sull’alleanza con i cattolici più conservatori, innanzi tutto con le gerarchie ecclesiastiche, e costituirono l'anello che saldò il fascismo con la Chiesa. Le vicende successive sono nella memoria di tutti. Il Partito Popolare, come altre forze politiche di ispirazione più o meno liberale, fu eliminato con l'instaurazione della dittatura fascista; l'alleanza del regime fascista con la Chiesa, anche se non con tutto il cattolicesimo italiano, si rafforzò; solo durante la seconda guerra mondiale subì qualche allentamento. A livello istituzionale, l'alleanza fu sancita specialmente dai famosi Patti Lateranensi del 1929. La laicità dello Stato, cioè il principio liberale secondo cui lo Stato si attiene alla neutralità sul piano religioso e garantisce la libertà di religione e di culto, fu, teoricamente e praticamente, rinnegata; la religione cattolica, il cui insegnamento nella scuola elementare e nelle scuole medie fu reso obbligatorio, divenne di fatto religione di Stato. Ciò fu messo evidenza anche dall'opposizione ai Patti da parte dei liberali più coerenti, come Benedetto Croce.

 

3. Sul piano costituzionale la situazione non mutò dopo la seconda guerra mondiale. L'Assemblea Costituente elaborò una buona costituzione, tra le più avanzate nel mondo per la garanzia della libertà e per l'apertura ad esigenze di giustizia sociale; ma proprio sui rapporti con la Chiesa cattolica, facendo propri nel famigerato articolo 7, i Patti Lateranensi, segnò un arresto, che si è perpetuato fino ad oggi. Gli uomini della mia età ricordano le polemiche divamparono, durante i lavori dell'Assemblea Costituente (finiti nel 1947), sull'approvazione di quell'articolo e che causarono una dolorosa spaccatura nella sinistra (favorevole il PCI, contrario PSI e altre forze laiche). Togliatti e altri dirigenti comunisti (era ben difficile che tra i dirigenti qualcuno si opponesse al segretario) erano terribilmente preoccupati, non senza ragione, che i democristiani approfittassero dell'opposizione ai Patti Lateranesi per scatenare contro i comunisti una crociata: non si può capire quella scelta sorprendente senza tener conto del clima arroventa dello scontro politico, della situazione pericolosa di quegli anni. L'appoggio del PCI fu determinante per l'approvazione dell'articoIo 7.

Io, che ero giovane ed inesperto di politica, mi lasciai convincere, con molta amarezza, dalle ragioni di Togliatti; ma durante e dopo le pesanti esperienze degli anni successivi, la propaganda democristiana, con toni da crociata, del 1948, la sconfitta delle sinistre, le molte cariche della polizia di Scelba contro gli operai, sono stato preso talvolta dal dubbio: quel sacrificio pesante, e anche ripugnante, è servito a qualche cosa? Dopo più di mezzo secolo, me lo chiedo ancora. Per Togliatti io non ho mai nutrito un'ammirazione cieca (per esempio, non ho mai condiviso il suo entusiasmo per Stalin e per l'URSS) né, a dire il vero, simpatia; ma alcuni grandi meriti gli vanno riconosciuti: tra questi l'averci liberato dell'anticlericalismo (che comportava anche elementi di becerume politico e culturale). Con semplicismo e grossolanità si attribuivano al clero troppe responsabilità nell'ingiustizia sociale: per quanto riguarda il basso clero, era un po' come dare ai poliziotti le responsabilità di un governo reazionario. Più importante era la considerazione che dai cattolici, specialmente dai lavoratori, potevano venire spinte positive per combattere l'ingiustizia e rafforzare la solidarietà fra gli umili. Soprattutto per impulso di Togliatti fu avviato un dialogo con le masse e le organizzazione cattoliche. Va molto al di là dei miei propositi delineare i rapporti fra comunisti e cattolici nella seconda metà del Novecento; dirò solo che il difficile dialogo andò spostandosi sempre più dalla base sociale ai vertici politici, fino all'infelice esperimento, in clima andreottiano, del compromesso storico. Il dialogo fu difficile, il compromesso infelice e sterile ma io sono ben lontano dall'identificare tutta la politica dei PCI con questo itinerario. Nel regime democristiano l'opposizione politica sociale, anche se non sempre coerente, fu continua, efficace, fruttuosa: contribuì a migliorare le condizioni delle famiglie dei lavoratori, garantì le libertà democratiche, alimentò una cultura robusta e autorevole; ciò fu possibile anche perché la DC era, sì, un partito politico corrotto dalla prassi continua e capillare del clientelismo, ma restava pur sempre, una volta superate le tentazioni tambroniane, una forza politica moderata, non del tutto chiusa alle esigenze della sinistra: tutto sommato, la costituzione non fu calpestata.

 

4. La situazione è peggiorata non poco dopo la fine del PCI. E' ovvio che occorrevano mutamenti profondi di politica e di cultura, bisognava elaborare una strategia molto nuova contro l'ingiustizia sociale, mutata nei suoi meccanismi, ma non meno grave di prima. Neppure qui mi propongo di seguire il processo nelle sue diverse fasi Invece di elaborare una nuova strategia fondata su una nuova analisi, gran parte dell'élite dirigente dei comunisti dedicò le sue energie perpetuare se stessa, accettando sostanzialmente il neoliberismo assumendosi il compito di sostegno flessibile al nuovo sviluppo capitalistico: a questo scopo cercò di lavarsi da ogni traccia di socialismo, prendendo come modello la "democrazia" americana. Dopo mutamenti abbastanza rapidi, la sua strategia non fu più un'alleanza col centro, nella quale conservasse una propria identità e una funzione propria, ma uno spostamento verso il centro, che avrebbe dovuto concludersi con l'occupazione di gran parte del centro l'assunzione delle caratteristiche e dei compiti di un partito liberaldemocratico moderato. Centro, in Italia, significa soprattutto cattolicesimo: quindi la strategia degli ex-comunisti ha coinciso con: la cancellazione delle differenze di cultura dal cattolicesimo: insomma, hanno voluto legittimarsi non solo come sostegno efficace al neoliberismo, ma anche come sostegno, privo di ogni pregiudizio, all'affermazione e all'incremento dell'influenza cattolica; come hanno cercato di lavarsi da ogni impurità socialista, così hanno evitato accuratamente di presentarsi come gli eredi di una cultura laica moderna, autonoma rispetto alla cultura e alle istituzioni della Chiesa cattolica da una propria originalità e identità. La fregola di "modernizzazione" da cui sono stati presi gli ex-comunisti, non ha niente a che fare col pensiero moderno, dall'umanesimo fino a Gramsci o a Popper. Quindi la propensione ad aiutare le scuole cattoliche in vari modi, anche con finanziamenti che violino la costituzione; quindi l'accondiscendenza a quasi tutte richieste della gerarchia cattolica; quindi lo spazio senza limiti dato alla Chiesa, in particolare ai suoi vertici, nei mass media pubblici. La televisione pubblica funziona in Italia come se religione cattolica fosse religione di Stato. Perché prendersela con i giornalisti o i dirigenti della televisione? I mezzi busti non hanno nessuna autonomia: sono, come diceva Aristotele degli schiavi "strumenti provvisti di voce". Le responsabilità sono del governo più precisamente della pseudo-sinistra che partecipa al governo.

 

5. Ci troviamo davanti a progressi vistosi della tecnologia; ma tecnologia non è il pensiero scientifico né la filosofia: quindi deve stupire che i meravigliosi progressi tecnici vadano insieme ondate di irrazionalismo, con un certo oscuramento della ragione: anche la barbarie nazista si alleava saldamente con la tecnica. Per ragioni che richiederebbero un lungo discorso a parte, la cultura laica, alla fine del cosiddetto "secolo breve", attraversa grosse difficoltà: non c’è da stupirsene, perché il pensiero laico, non ancorato a dogmi religiosi, è un pensiero critico, capace di mettere continuamente in questione se stesso; ma va riconosciuto che oggi sono molte spinte a mutare le difficoltà in disorientamento sbandamento, a obliterare la filosofia moderna. Qui non mi propongo fornire la bussola, di indicare una rotta; voglio, però, indurre riflettere sulle conseguenze che ricadrebbero sulla stessa cultura cattolica. Dopo il Settecento e dopo la Restaurazione la cultura cattolica ha fatto molti passi avanti, e nell'ultimo mezzo secolo soprattutto per impulso del grande Papa Giovanni XXIII, ha fatto dei grandi balzi: ha accolto il liberalismo; ha risposto a suo modo ad alcune esigenze giuste e profonde del socialismo; ha eliminato l'intolleranza. Questi progressi, però, sono condizionati dalle pressioni della cultura laica: dal liberalismo, dalle lotte per l'indipendenza nazionale e per la libertà, dal socialismo, dalla lotta contro fascismo e razzismo. Senza queste spinte la Chiesa cattolica sarebbe ancora al Medioevo; e oggi non mancano certamente spinte a riflusso. Dunque, se la cultura laica moderna si intorpidisse o si estinguesse, anche la Chiesa cattolica correrebbe il pericolo di stagnare o di tornare ad antichi errori. Capisco che sarebbe difficile fare accettare questa riflessione ad un cattolico; ma almeno gli eredi della cultura laica moderna dovrebbero capirla e trarne le giuste conseguenze.

 

 

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