FISICA/MENTE

 

 

L'OMOSESSUALITA' DI UN SANTO, ALCUNI PAPI E CARDINALI 

di Giovanni dall'Orto

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Le storie che seguono se riferite all' omosessualità, sono esemplificative solo di ipocrisia. Essere omosessuali non è peccato verso nessun dio e quindi l'indicare un Papa come omosessuale vuol solo dire che la predicazione delle gerarchie ecclesiastiche fa finta di non sapere, condannando in modo vergognoso un fatto naturale. 


 

SISTO IV (Francesco Della Rovere, 1414-1484)

di: Giovanni Dall'Orto

Papa dal 1471 al 1484

Entrato nell'ordine dei frati minori, si laureò in teologia a Padova nel 1444. Insegnò in varie università italiane prima di diventare Ministro generale dell'ordine dei frati minori conventuali (1464-1469). Nel 1467 fu creato cardinale da Paolo II, alla cui morte (1471) fu eletto papa.

Sisto IV perseguì una politica di rafforzamento del potere temporale della Chiesa, per mettere in atto la quale praticò il nepotismo, collocando i nipoti in posti chiave ed arrivando ad elevarne al cardinalato due, Giuliano Della Rovere (poi papa come Giulio II) e Pietro Riario (secondo alcuni in realtà suo figlio).

In politica estera il suo principale obbiettivo (che ebbe scarsi risultati) fu l'organizzazione di una crociata contro i turchi.

Sull'omosessualità di questo pontefice il cronista Stefano Infessura (ca. 1440-ca. 1500) raccolse nel 1484 nel suo Diario in latino una congerie di fatti documentati e di pettegolezzi infondati:   

"Costui, come è tramandato dal popolo, e i fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa abbia fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l'esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati.

Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo, e Pietro [Riario], suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia?

E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio[1]

(in realtà Masini e Portigliotti [2] hanno dimostrato che gli onori toccarono non al ragazzo bensì a suo padre, tale "Andrea da Brescia", che divenne cubiculario papale). Va notato che da un punto di vista storiografico è oggi evidente che Sisto IV dimostrò favore verso i nipoti non per lussuria, ma per disporre di esecutori fidati della sua politica [3].

Al contrario il favore da lui dimostrato per il giovane camerarius Giovanni Sclafenato (anch'egli nominato cardinale) assume i contorni sospetti lamentati da Infessura quando si legga l'epitaffio [4] che alla sua morte, nel 1497, il papa fece scrivere sulla sua tomba, dichiarando di averlo elevato al cardinalato "per l'ingegno, la fedeltà, la solerzia e le altri sue doti dell'animo e del corpo". 
È forse un caso unico di un giovane dichiaratamente creato cardinale "per le doti del corpo"!

Si capisce quindi che il pettegolezzo si scatenasse già vivente Sisto IV. In un falso epitaffio "in morte di Sisto IV" (che era in realtà vivo e vegeto) Antonio Campano (1429-1477) così malignava: Campanus in morte Sixti iiij [5]. Campano, in morte di Sisto IV [5].  

Plorent Salviatus Petrum Tyresia & Agnus
hic leno hic meretrix ille cinedus fuit.
Piangano il papa, Salviato, Tiresia e Agnella
l'uno fu ruffiano l'altra puttana l'altro sodomita.
 

Come si vede, con il poco materiale oggi disponibile è impossibile sciogliere il dubbio che si trascina ormai da cinque secoli.

Lo stesso non si può però dire nei confronti della "leggenda urbana" diffusa nei Paesi protestanti, che purtroppo circola ancora ai giorni nostri, secondo la quale Sisto IV avrebbe accontentato il cardinale di Santa Lucia che avrebbe richiesto, a nome di tutti i cardinali, il permesso di praticare la sodomia (considerata, chissà mai perché, meno faticosa) nei tre mesi più caldi dell'anno [6].

Qui nella propaganda protestante non si va tanto per il sottile:
Sixtus the 4th. built a Brothel-house at Rome for both sexes.[7]. Sisto IV costruì a Roma un bordello per entrambi i sessi.[7].

Una favola del genere sarebbe inverosimile anche se Pierre Bayle [8] non avesse già nel 1702 dimostrato, con argomenti definitivi, che è falsa. Si trattava infatti di semplice propaganda protestante per screditare i "papisti" utilizzando l'omosessualità.  

Purtroppo il tema divenne arma della polemica religiosa e fu quindi trattato come tale. Ad esempio nell'Ottocento lo storico cattolico Ludwig Pastor trovò scandalosa l'idea dell'omosessualità di Sisto IV, sostenendo l'assoluta eterosessualità di questo papa, protestando che: "delitti orrendi [sic] di questa natura debbono dimostrarsi ben altrimenti che con un "si dice" e simili pettegolezzi raccolti da un'autorità così sospetta come l'Infessura" [9]. Pastor fu però (giustamente) ripreso da Francesco Nitti, che affermò che le voci riportate dall'Infessura potrebbero anche essere false, "ma qui, per la natura delle accuse, la prova della falsità è altrettanto difficile quanto quella della verità.
Il tentativo fatto dal Pastor in questo senso è mal riuscito. 
Il più che si può affermare è: che l'accusa di libidine contro natura non è provata[10].

Note

[1] Stefano Infessura, Diario della città di Roma (1303-1494), Ist. St. italiano, Tip. Forzani, Roma 1890, pp. 155-156.

[2] Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, I fàmuli di Sisto IV, "Archivio di antropologia criminale", XXXVII 1916, pp. 462-481. 

[3] L'accusa d'essere, oltre che sodomita, anche incestuoso, viene dalla polemica protestante, che però afferma di basarsi su non meglio specificate denunce del moralista poeta Giovan Battista Mantovano (san Giovan Battista Spagnoli, 1448 - 1516), carmelitano che combatteva per una riforma dei costumi della Chiesa. 
Così il protestante John Bale (1495-1563), negli Acta romanorum pontificum, s.e., s.l. 1560 affermava che (VI 158, pp. 440-449): "Papa Sisto IV volle presso di sé per
educarli (cosa arcana!) i nipoti Pietro e Girolamo Riario, che poi fece
cardinali (p. 440). (...) Battista Mantovano accusò Pietro Riario di essere stato "come femmina nel coito" e di avere praticato l'"amore sozzo" (pp. 441-442). Ma poco oltre è costretto ad ammettere che Girolamo Riario fu sì dedito come il fratello a "tutti i piaceri", ma con
l'eccezione della sodomia (p. 442).
La voce è stata ripresa da Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, Attraverso il Rinascimento. Pier Luigi
Farnese, "Archivio di antropologia criminale", vol. XXXVIII 1917, p. 184: "Come già il cardinale Pietro Riario, <Pier Luigi Farnese> amava circondarsi di exoleti adolescentes, più che di donne".
Non avendo trovato nulla di più concludente su tale voce, sono orientato a ritenerla infondata, fino a prova contraria.

[4] Edito in: Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, Op. cit., p. 473.

[5] Dal manoscritto latino classe XII n. 210 = 4689, del sec. XVI, Biblioteca Nazionale marciana di Venezia, carte 80v. 
Per quanto mi è dato sapere, è inedito.
Cinedus è propriamente l'effeminato che subisce la sodomia.
Tiresia, nome dell'indovino della mitologia greca che mutò sesso due volte, è ovviamente nome fittizio.

[6] La voce è antica: "Che avrebbe mai detto la santa donna [la monaca Michtilde] se avesse udito dell'empietà di Sisto IV, che permise la sodomia al cardinale di Santa Lucia nei tre mesi più caldi?".
(Giovanni Lydus, Analecta in librum Nicolai de Clemangiis, De corrupto Ecclesiae statu. In calce a: Nicolas de Clemanges, Opera omnia, Elzevirius & Laurentius, Lugduni Batavorum 1593, p. 9).

[7] Anonimo, A True history of the lives of the Popes of Rome..., H.M. and R.T., London 1679, p. 12. 

[8]-Pierre Bayle, Dictionnaire historique et critique, Leers, Rotterdam 1702, sub voce: "Sixte IV", nota "c".
La voce "Sixte IV", dal vol. IV dell'edizione Amsterdam, 1704, è disponibile online: fare clic sul numero della pagina per visualizzarla: 220, 221, 222, 223, 224, 225, 226
Sul tema si veda anche: Pierre Bayle, Lettres [1704] in: Lettres, Oeuvres diverses, Compagnie des libraires, L'Aja 1737, vol. 4, lettera n. 303.

[9] Ludwig Pastor, Storia dei papi [1889], vol. II, Desclée, Roma 1911, pp. 608-611. Citazione da p. 609.

[10] Francesco Nitti, Recensione a: Pastor L., Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters, Zweiter Band, Freiburg im Breisgau 1889, "Archivio della R. Società romana di storia patria", XV 1892, pp. 522-537, alle pp. 534-536. Citazione da p. 536.


SCIPIONE Caffarelli BORGHESE (1576-1633)

di: Giovanni Dall'Orto

Cardinale e mecenate [1].
Figlio di Ortensia Caffarelli, sorella di Camillo Borghese (papa col nome di Paolo V dal 1605 al 1621) all'ascesa al pontificato dello zio fu da lui adottato (assumendone il cognome) e creato cardinale, a 29 anni.

Il favore nepotistico dello zio gli permise di accumulare un'immensa fortuna, che utilizzò per acquistare e unificare i vasti appezzamenti con cui costituì il parco e la villa Borghese

Nella vita privata Scipione è descritto, da alcune testimonianze dell'epoca, come inclinato verso il proprio sesso al punto da creare veri e propri scandali.

Su uno siamo particolarmente ben informati per le ripercussioni che ebbe. 
La vicenda risale al 1605 quando Stefano, appena creato cardinale, volle chiamare con sé a Roma Stefano Pignat(t)elli (1578-1623), suo intimo "amico". 
Lo scandalo che ne risultò fu tale che persino uno scrittore ufficiale cattolico, Gaetano Moroni, riuscì solo a sfumare le tinte nel raccontare l'avvenimento, ma non ad occultarlo.
Secondo le parole di Moroni, Scipione,

  "ricordevole dell'affetto di Stefano, l'invitò a Roma e l'ammise nella propria corte, dove si acquistò tale ascendente sul cardinale, che questi in tutto si regolò co' suoi consigli. 
Tanto bastò perché l'invidia e gelosia de' cortigiani lanciasse contro di lui maligne e velenose calunnie, e provocarono cardinali e ambasciatori per rappresentare al Papa essere Stefano pieno di detestabili vizi, e per l'onore del nipote doversi onninamente [completamente, NdR] allontanare. Paolo V cadde nell'inganno e lo fece sloggiare dalla casa del cardinal Scipione.
Questi però conoscendone l'innocenza, raddoppiò il suo amore per l'oppresso, anzi soggiacque a grave malinconia per la sua disgrazia, e si produsse lunga e pericolosa malattia[2].

Solo quando Pignattelli accorse a Roma per "curare" l'amico Scipione, il cardinale riuscì a guarire. 
Il papa-zio capì allora saggiamente che per controllare Pignattelli gli conveniva, anziché combatterlo, cooptarlo: gli fece perciò indossare l'abito sacerdotale, dando così inizio a una carriera che nel 1621 giunse addirittura al cardinalato.

Proprio in occasione di tale nomina fu scritta una feroce pasquinata, che svela di che tipo e genere fossero le dicerie a cui allude Moroni. 
Nella pasquinata si afferma che il regno di Spagna vuole cardinali i propri uomini, e lo stesso desidera il regno di Francia, e insomma ognuno vuole che cardinali i propri partigiani. Quindi cosa c'è di strano se anche il "cazzo del cardinal Borghese" abbia voluto cardinale il "suo" uomo?
 

Virtù cardinali

Mira, Piegaio, il tuo gran Pignatello,
di pivial Cardinalitio ornato,
quanto ogni benemerito prelato,
che portasse giamai mitra, ò cappello <cardinalizio, NdR>.

E se ben [benché] molti son, che n'han martello, [dispiacere]
non è da tutti il suo valor notato,
e quanto dottamente s'è portato, [comportato]
ogni volta ch'andò nuntio [ambasciatore del papa] in bordello.

Mà che Spagna per un, Francia procura
per l'altro, e in somma ogni Signor cortese,
di qualche suo partial [protetto] si prende cura.

Dunque perché a stupore il Mondo prese,
se nel collegio volse [volle] una Creatura,
il cazzo ancor del Cardinal Borghese? [3]

Come si vede, l'accusa secondo cui fra i due esisteva una relazione omosessuale era all'epoca esplicita.

Note

[1] Sulla vicenda biografica si veda: V. Castronovo, voce: "Borghese Caffarelli, Scipione", Dizionario biografico degli italiani, vol. 12, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1970, pp. 620-624.

[2] Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. LIII, Tipografia emiliana, Venezia 1851, voce: "Pignattelli Stefano, cardinale", pp. 50-51.

[3] La pasquinata è stata edita in: Giovanni Dall'Orto, Il trionfo di Sodoma. Poesie erotiche inedite dei secoli XVI-XVII, "La fenice di Babilonia", n. 2, 1997, pp. 37-69, alle pp. 61-62.

 


IL SANTO DEI FANCIULLI 
Ritratto di don Bosco (1815-1888) come gay
 
 
di: Giovanni Dall'Orto

Giovanni Bosco nacque in provincia di Asti da una poverissima famiglia contadina, e solo grazie alla "protezione" di alcuni sacerdoti riuscì ad entrare in seminario e ad essere ordinato sacerdote (nel 1841).

Fin dagli inizi l'attività religiosa di don Bosco si rivolse agli adolescenti e ai ragazzi di estrazione contadina,  privi di formazione lavorativa e di casa (maschi), attirati a centinaia a Torino dalla Rivoluzione industriale

Quello dell'omosessualità di san Giovanni Bosco è uno dei segreti che volgarmente vengono detti "di Pulcinella". Se ne parla ormai da anni, tanto che già nel 1983, al congresso internazionale di studi omosessuali Among men, among women, erano ben due gli studi dedicati a don Bosco e al suo ideale di "amore pedagogico" per l'educazione dei fanciulli [1].

Eppure la Chiesa cattolica, nella sua bigotteria, s'illude di riuscire a impedire che se ne parli. Così quando di recente don Sergio Quinzio ne ha accennato, con serenità, in un libro dedicato ai "santi sociali" piemontesi [2], àpriti cielo.

 


Si ego non scandalizor, quia vos scandalizamini?

Eppure anni prima Guido Ceronetti aveva già discusso Urbi et Orbi dell'omosessualità di Bosco, sul quotidiano torinese "La Stampa" [3].
Il bello è che nessuno di coloro che ne hanno scritto s'è mai sognato di mettere in dubbio l'effettiva stretta osservanza del voto di castità, da parte del santo [4]: la discussione si è sempre svolta attorno alle sue tendenze, non alle sue pratiche sessuali.

Ma tant'è: la Chiesa cattolica va sbandierando ai quattro venti di non essere nemica degli omosessuali, bensì "solo" degli atti contronatura, ma se poi si punta il dito sul caso di un omosessuale che effettivamente riuscì ad osservare l'arduo (e casto) modello che essa va proponendo ai gay, si dà a vere scene isteriche.

Di fronte alla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (10 ottobre 1986) del cardinale Ratzinger, qualcuno ha commentato che la gerarchia cattolica vuole che i gay siano solo o santi, o dannati. A giudicare dalla "questione don Bosco" sembrerebbe piuttosto che gli omosessuali non li voglia proprio, né santi, né dannati. 
Non stupisce insomma il malcelato imbarazzo di fronte a chi butta all'aria gli altarini tenuti finora accuratamente (e ipocritamente) nascosti.

Perché all'interno delle gerarchie cattoliche questi altarini sono ben conosciuti, figuriamoci: l'istituzione ecclesiastica ha avuto due millenni di tempo per imparare a mettere a nudo le altrui, diciamo così, "difficoltà dell'anima"... Pensiamo solo ai gesuiti, pensiamo a quali fini (e pericolosi) conoscitori dell'animo umano siano questi nostri ammirevoli nemici. 
Manipolando a proprio vantaggio il precetto evangelico di "non esser pietra di scandalo" (1Pietro, 2:8), la Chiesa ha sempre coperto con un fitto velo di omertà le magagne esistenti al proprio interno. Per secoli è riuscita persino a sottrarre alla giurisdizione dei comuni mortali i sacerdoti delinquenti, giudicandoli per conto suo (molto più mitemente, va da sé) grazie al cosiddetto "Foro ecclesiastico".

E in barba a tutte le condanne all'omosessualità, le inchieste sulla sessualità dei sacerdoti continuano a rivelare percentuali "scandalosamente" alte di gay nelle fila della più antiomosessuale organizzazione del mondo.

La Chiesa naturalmente sa di avere una così grossa pattuglia di "diversi" nei suoi ranghi, e considera la cosa un po' come un tallone d'Achille. L'esplosione dell'Aids fra i sacerdoti cattolici statunitensi sta del resto rendendo sempre meno "gestibile" e sempre più imbarazzante la questione: ormai i giornali ne discutono apertamente.

La paura che questa curiosità riveli troppi "panni sporchi" è probabilmente la ragione per cui i gay costituiscono per la gerarchia cattolica un'ossessione così fanatica.
Quale torturatore dei regimi fascisti sudamericani, per esempio, si è mai visto condannare con parole dure e inequivocabiliquanto quelle riservate agli omosessuali? 

 


Et tu ex illis es, nam et loquela tua manifestum te facit

Sicuramente per noi sarebbe importante capire cosa nell'istituzione ecclesiastica attiri in modo così potente gli omosessuali.

Da un lato esiste indubbiamente un aspetto di "convenienza": per secoli il religioso è stato una delle poche persone a cui l'opinione pubblica concedeva il diritto di vivere celibe.

Per secoli tutti gli omosessuali meno disposti al matrimonio e ai dolori della "doppia vita" eterosessuale, hanno trovato nella Chiesa un rifugio, uno schermo contro il pettegolezzo e l'ostilità che colpivano senza pietà chi fosse celibe "senza giustificazione".

In un certo senso la Chiesa fu anzi "vittima" della sua stessa propaganda antiomosessuale, finendo con l'incoraggiare coloro che perseguitava a rifugiarsi nel suo seno per avere un po' di requie.
Ad esempio san Bernardino da Siena dichiarò senza peli sulla lingua in una predica del 28 aprile 1424:
 

 "Guai a chi non toglie [prende] moglie avendo el tempo e cagione legittima! Chè non pigliandola doventano soddomiti. 
E abbi questa regola generale. Come tu vedi uno in età compiuta e sano della persona, che non pigli moglie, abbi di lui cattiva istificanza, se già non fusse da stare per ispirito in castità" [5].

Vale a dire: sospetta di lui come sodomita, salvo che nel caso in cui abbia scelto di vivere celibe per motivi religiosi...

Esiste però anche una seconda motivazione, altrettanto forte del desiderio di sfuggire al pregiudizio sociale, e che forse oggi, coll'estendersi dell'accettabilità del single, è prevalente. 
Si tratta della capacità, propria dell'istituzione ecclesiastica, di offrire un surrogato di famiglia a chi non ha diritto ad averne una "sua", in quanto "diverso"
È la proposta di quella convivialità fra persone dello stesso sesso, la costruzione di quella "fraternità" (o "sorellanza") fra uomini o fra donne, che solo di recente, dopo secoli di vani sforzi, le comunità omosessuali sono riuscite a creare "in proprio".

La segregazione sessuale all'interno della Chiesa offre insomma ai gay l'occasione irripetibile di vivere il loro affetto per persone dello stesso sesso, in un contesto che non solo non disapprova tale sentimento, ma anzi lo incoraggia e loda. Basta solo che questo amore non "trascenda" mai al livello sessuale, e si mantenga nei limiti dell'"amore cristiano": tutto qui.

"Guai ai soli", dice la Bibbia, "perché se inciamperanno chi li aiuterà a rialzarsi?[6]. Per molti omosessuali la risposta alla domanda è sempre stata: "la Chiesa cattolica".

 


Domine, non sum dignus

Don Bosco è indubbiamente uno di questi casi di omosessuali che nella Chiesa hanno trovato una famiglia e una "missione". Anzi, di più: è un (probabile) pedofilo che riuscì a sublimare la sua attrazione per i bambini in modo non solo non riprovato, ma addirittura socialmente utile.

Lo intuiamo da uno dei pareri più sorprendenti mai espressi su di lui: quello di padre Girolamo Moretti, il frate iniziatore della grafologia in Italia, che analizzò la scrittura del santo, presentatagli in modo anonimo. Questo fu il suo soprendente responso:
 

"Il carattere del soggetto tende ad essere dominato da una insincerità così bene architettata da rovinare un'intera generazione ed essere così uno di quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla luce.

Si deve aggiungere che il soggetto ha molta facilità all'intenerimento sessuale, una spinta all'affettività di languore per cui, col complesso delle qualità descritte, metterebbe in azione ogni sforzo per colpire la vulnerabilità delle anime a piegarle ai suoi intendimenti morbosi[7].

Il parere di Moretti mozza il fiato, eppure riceve la sorprendente conferma da san Giuseppe Cafasso, un altro dei "santi sociali" piemontesi, che di don Bosco fu il confessore: 
 

"Se non fosse che lavora per la gloria di Dio", lasciò scritto Cafasso, "direi che è un uomo pericoloso, più per quel che non lascia trasparire, che per quel che ci dà a conoscere di sé. Don Bosco, insomma, è un enigma[8].

Enigma, cultore della "doppia vita", facile preda dell'"intenerimento sessuale"... Ce n'è abbastanza per far drizzare le orecchie anche ai più ingenui.

Don Giovanni Bosco nel 1861Il fatto è che tutto lascia pensare don Bosco non fosse solo omosessuale. Se fosse stato solo quello, la vita per lui sarebbe stata più facile. Una certa indulgenza verso le "tentazioni", figlie del demonio e non responsabilità dell'individuo che le subisce (senza cedervi, ovviamente) era normale da parte della Chiesa e della società laica del tempo, che non aveva ancora il concetto di "tendenza omosessuale".
No: don Bosco non fu solo un omosessuale. tutto lascia pensare che fosse anche un pedofilo. E su questo punto ottenere l'indulgenza da parte della società, ieri come oggi, è sempre stato un altro paio di maniche.

Per mettere a fuoco la questione mi servirò delle parole di Ceronetti, ammirevoli per la loro sapienza nel "dire" in modo esplicito ma discreto. 
 

Don Bosco mentre confessa"C'è un documento iconografico notevole di questa 'affettività di languore': la confessione davanti al Fotografo, in bella posa, del chierichetto Paolo Albera, tra altri preti e ragazzi. Don Bosco aveva voluto che gli poggiasse la fronte sull'orecchio.
Questo intenerimento non andava che ai "giovanetti"; aveva un vero orrore del contatto femminile. Vedendosi una volta insaponare la faccia dalla moglie del barbiere, scappò via insaponato dalla bottega (Noli me tangere in versione torinese).

Nessun santo ha lasciato, come ultime parole scritte di suo pugno, un pensiero così strano come don Bosco: "I giovanetti sono la delizia di Gesù e Maria". Soltanto loro
[9].

E poco oltre: 
 

"E se il suo più profondo segreto fosse la consapevolezza di essere quel che dice il padre Moretti, 'uno di quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla luce'?" [10].

 


Spiritus carnis me colaphissat

Se questo è il quadro "segreto" dei desideri "inconfessabili" di don Bosco, è facile capire come per lui l'ingresso nell'istituzione ecclesiastica abbia voluto dire una possibilità di dar sfogo, e in modo onesto, al suo desiderio di star vicino ai "fanciulli", e al tempo stesso una garanzia di ferrea disciplina per evitare di cedere ai propri impulsi.

Ceronetti nel suo saggio suggerisce esplicitamente una dinamica di questo genere:
 

Autografo di don Bosco "In tutte le sue firme è costante il Sac. che le precede. 

Era l'uso, ma (...) in realtà significa anche: sono Io ma all'interno di un sacro Ordine, agisco in nome di, vengo in nome di. È passaporto, corazza e alibi.
(...) 

Il Sac. è la copertura di una forza misteriosa presentita, per mezzo di un potere rassicurante e legittimante: questo Bosco "che avrebbe fatto meglio a non nascere", è sacerdos, fulmine di Chiesa, e la Chiesa lo conforta: i diavoli non praevalebunt" ["non prevarranno", N.d.R.] [11].

E, conclude Ceronetti, se non fosse stato prete 
 

"come sarebbe ricordato oggi (...) Giovanni Bosco? (...) 
Qualcuno avrebbe finito per farlo fuori con una pietra o una roncola. Sarebbe stato un santo senza statua in San Pietro. Certo mi apparirebbe più amabile
[12].

L'abito religioso è insomma per Bosco al tempo stesso "chiave" meravigliosa che gli apre la porta all'intimità coi "fanciulli" senza destare sospetti, e corazza che lo difende da se stesso e dai propri desideri.

Una delle rare foto di don Giovanni BoscoRepressa e compressa la sessualità diviene così per Bosco un'ossessione, un sogno segreto, un fantasma spaventoso, un'idea fissa che tende a travasarsi sulle preoccupazioni che egli instilla nei suoi collaboratori e discepoli. L'intero ideale educativo di don Bosco è impregnato del suo amore per i bambini, del suo bisogno di stare con loro, di amarli.

L'educatore deve amare il ragazzino, fargli sentire che è amato ("in Cristo", ovviamente), e attraverso questo "amore pedagogico" farsi strada verso la sua anima, che deve essere guidata, sorvegliata e indirizzata ai valori cristiani.

L'educatore deve essere capace di scendere al livello dei bambini, farsi bambino coi bambini, parlare loro con il linguaggio che essi capiscono. 
(Le fin troppo note agiografie di Bosco lo descrivono agli inizi della sua carriera come funambolo e saltimbanco, mentre per strada cerca di attirare l'attenzione dei ragazzi per poi proporre loro il messaggio cristiano).

 


Sinite parvulos venire ad me

Queste furono teorie a modo loro "rivoluzionarie" per l'epoca, e suscitarono scandalo negli ambienti più retrivi della Chiesa cattolica, che mal vedevano tanta familiarità tra sacerdoti e laici, fra adulti e ragazzacci, fra borghesi e figli di povera gente o figli di nessuno.

Furono teorie che "diedero un tono" peculiare a un ideale educativo tutto sommato tradizionale come quello di Bosco (il quale non capì mai veramente, ed anzi ne diffidò profondamente, i nuovi tempi che venivano, a cominciare dall'Unità d'Italia che lo vide, lui piemontese, tiepido, se non decisamente ostile).

Furono anche teorie che diedero modo al suo éros paidikòs di esprimersi, di farsi strada verso la luce del sole, di farsi evidente, esplicito, sicuro di sé.
E più cresceva l'espressione del suo amore per i ragazzi, tanto più dovevano crescere le difese mentali approntate contro una sua "degenerazione", cioè una sua manifestazione fisica, sessuale.

Don Bosco mentre confessa i suoi ragazzini

Sotto questo aspetto don Bosco sembra uscito pari pari da un manuale freudiano. La sua esistenza assomiglia a un'esemplificazione quasi pedìssequa (e di una evidenza che negli attuali e maliziosi tempi post-freudiani sarebbe del tutto impensabile) del concetto di "sublimazione dell'impulso sessuale" in un'attività creativa.

L'intera esistenza di Bosco è dedicato all'assistenza ai "fanciulli", specie quelli abbandonati, i "ragazzi di strada", i "ragazzi di vita" del secolo scorso.
Ma il prezzo pagato per questa impresa monumentale fu la costruzione, nella vita propria e (quel che è peggio) altrui, di immensi argini di contenimento e repressione delle pulsioni sessuali.
Non solo: fu anche la sistematica svalutazione del corpo e della corporeità, in dispregio alla disponibilità così nuova di Bosco ad essere "corporeo" coi ragazzi, nel mischiarsi ai loro giochi "da cortile".
Osserva ancora Quinzio nel suo libro: 
 

"Più e prima del desiderio di condividere le giornate dei ragazzi più poveri c'era l'esigenza teologico-morale di seguirli momento per momento, di controllarli per evitare che cadessero, fuori di metafora, nella masturbazione o in rapporti omosessuali. (...)
L'idea di don Bosco, come già di Alfonso [de' Liguori], è che tutti, o forse quasi tutti, i dannati si dannino a causa, più o meno direttamente, della "disonestà", cioè della colpa contro la purezza. (...) 
Una valutazione in positivo della sessualità, per quanto ci risulta, manca completamente in don Bosco
[13].

La virtù ideale di Bosco è la castità, al punto che gli sarebbe piaciuto che caratterizzasse specificamente i suoi salesiani, così come la povertà "caratterizzava" i francescani e l'obbedienza i gesuiti.
La sua, secondo Quinzio, è una 
 

"castità che sembra tendere decisamente all'asessualità, e a una sessualità che, paradossalmente, finisce col coincidere con un'esasperata attenzione, per sfuggirlo, a tutto ciò che appartiene al sesso. (...)

Mi turba l'idea che, perseguendo in modo tanto esclusivo la salvezza celeste dell'anima, propria o altrui, la vita sulla terra viene svalutata: finisce per essere solo un periodo di prova, finisce per essere solo un pezzo di prova al tornio, da buttare via come inutile una volta che la prova è stata eseguita" [14].

 


Lilium convallium

Si può basare un programma di "rinascita cristiana" basandosi sulla rinuncia alla sessualità? Per la società dell'epoca, come per quella di oggi, la risposta era ed è evidentemente no.

Eppure l'ossessione di Bosco per la "purezza" mostra che egli in parte ci credette, come suggeriscono anche i suoi famosi "sogni", allucinazioni oniriche in cui le più sadiche catastrofi colpiscono i "giovinetti" che si lasciano traviare (sempre su questioni di "purezza", ovviamente) da "cattive compagnie".

San Domenico Savio in un'immagine devozionaleLo stesso modo in cui "costruì" la santità di Domenico Savio dopo la morte (a quindici anni) del ragazzo, mostra fino a che punto lo slogan "la morte, ma non peccati" (di tipo sessuale, ovviamente) fosse importante per lui.

Domenico si è meritato un posto nel calendario cattolico lottando contro i suoi primi istinti sessuali. Nessuno in quell'epoca si è meritato la canonizzazione lottando contro gli industriali che per pochi centesimi facevano lavorare quattordici ore al giorno bambini di molti anni più giovani di Domenico Savio. 
Evidentemente per Santa Madre Chiesa 14 secondi di orgasmo sono più nocivi di 14 ore di lavoro pesante. Strani parametri di giudizio...

In ogni caso se don Bosco credette tanto a questo "itinerario verso la santità", una ragione a mio parere c'è. Ed è che quello fu l'itinerario che guadagnò a lui la santità. Se egli non avesse represso e sublimato così bene i suoi desideri, sarebbe forse stato solo uno di quei "froci di paese" di cui è piena la cronaca nera dei giornali di provincia. Chissà. 
Ciò che aveva funzionato per lui (sembra di sentire il suo ragionamento) perché non avrebbe dovuto funzionare per gli altri?

La risposta è: semplicemente perché gli altri non erano lui. Come ha compreso la stessa Chiesa cattolica, che oggi guarda con un certo sospetto agli ideali educativi di don Bosco. Puzzano di pederastia anche per lei, ormai. 

Specie in un'epoca in cui sul prete che "tocca i ragazzini" in Oratorio non si ride più dandosi di gòmito: oggi si denuncia, perché la pedofilia, a differenza di qualche anno fa, è presa molto sul serio, ormai. 
Forse anche troppo, al livello di caccia alle streghe (come mostra la moltiplicazione di casi di clamorosi errori giudiziari in materia), grazie anche alle campagne mediatiche ossessive condotte da cattolici alla don Di Noto.

Sia come sia, resta il fatto che, lasciato da parte diavolo e diavoletti, anche la Chiesa cattolica comincia a capirne qualcosa di "tendenze sessuali" "pulsioni" e simili "diavolerie" laiche. 
E anche chi non le capisce o non le vuole capire, capisce comunque che non si può più continuare a perdere processi per avere dato copertura e omertà a pedofili  violentatori di bambini. Se non altro perché per pagare i danni alle vittime sono già fallite delle diocesi.

Un'altra rara foto di don Giovanni Bosco
E anche quando la Chiesa fa ancora finta di non volersi insozzare con certe idee laiche, ormai di psicologia ne ha capito abbastanza per diffidare delle implicazioni erotiche di questo rapporto amoroso (seppur "amore in Cristo"...) fra insegnante e ragazzo.

Oggi i pedagogisti cattolici non vedono di buon occhio il "farsi fanciullo tra i fanciulli" di don Bosco, e la sua "amicizia amorosa" per loro.

Ciò non significa - sia chiaro - che i cattolici siano disposti ad ammettere che Bosco era omosessuale, foss'anche casto. Per esempio Giacomo Dacquino,  psicoanalista cattolico (docente alla Università Pontificia Salesiana di Torino) ha così osservato: 
 

"In questo rapporto affettivo tra don Bosco e i giovani, non è mancato chi ha voluto intravedere una devianza (sic) omosessuale. Ma per lo studioso della psiche umana, conscia e inconscia, è scontato che in ogni individuo sono presenti valenze omosessuali. (...)

Don Bosco e i bambini, quadro di Crida nella basilica dell'Ausiliatrice a TorinoA parte queste considerazioni di ordine tecnico, possiamo senz'altro affermare che don Bosco non ebbe verso i ragazzi quella simpatia erotica che degenera in pedofilia o in altre perversioni istintive. Chi ha studiato la problematica omosessuale pedofila non può cadere nella grossolana confusione di identificare tale perversione con l'affetto sublimato e oblativo che don Bosco ebbe verso i ragazzi.

Sono quindi semplicemente antiscientifiche (sic) la tesi o l'insinuazione di un don Bosco omosessuale o pedofilo represso, anche perché nel suo comportamento e nei suoi sogni non traspare mai, in maniera diretta o indiretta, che egli abbia avuto pulsioni pedofile a livello istintuale (sic) [15].

Don Bosco, insiste Dacquino, condannò più volte l'omosessualità; il che secondo lui dimostra che omosessuale non fu! (ma basta davvero così poco per "dimostrare" così tanto?). 
Dunque secondo Dacquino chi fa certe insinuazioni si mette sul livello di coloro che tali insinuazioni fecero mentre lui era vivo, come Bosco stesso confessò a un testimone (parlando di sé in terza persona) poco prima di morire:
 

"Ti manifesto adesso un timore (...), temo che qualcuno dei nostri abbia ad interpretar male l'affezione che don Bosco ha avuto per i giovani, e che dal mio modo di confessarli vicino vicino, si lasci trasportare da troppa sensualità verso di loro, e pretenda poi giustificarsi col dire che don Bosco faceva lo stesso, sia quando loro parlava in segreto, sia quando li confessava. 
So che qualcuno si lascia guadagnare dal cuore, e ne temo pericoli e danni spirituali[16].

No, conclude Dacquino dopo questa sconcertante confessione (che a mio giudizio costituisce da parte di Bosco l'ammissione di essere andato un po' troppo in là): don Bosco non "lo" era perché se fosse stato omosessuale non avrebbe avuto tanti collaboratori e amici che gli furono fedeli per tutta la vita.
Trasecolo. Con argomenti a "difesa" dell'eterosessualità di don Bosco come questi, non c'è nemmeno bisogno di "accusa"...

Con buona pace di Dacquino, la verità è che oggi la stessa educazione segregata per sessi, un tempo considerata unica salvezza contro lascive frequentazioni tra giovani,  è vista come un pericoloso incentivo allo sbocciare di tentazioni omoerotiche fino a quel punto assopite. Ben vengano le scuole miste, dunque, in barba al terrore che delle donne aveva don Bosco!

Insomma: magari nella Chiesa l'idea di un don Bosco gay non la manderanno mai giù, però intanto il buon prete contadino si ritrova sì santo, ma sconfessato proprio in quell'aspetto della sua vita che ha fatto di lui un santo. 

Ironie della storia... 

Don Giovanni Bosco fra i giovani dei suoi oratori

 


Una lettera che contesta in ottica cattolica questa pagina del mio sito (http://digilander.libero.it/giovannidallorto/biografieindex.html, con mia risposta, è online qui.

Questo saggio, riedito sul sito di gay.tv, ha suscitato una polemica furibonda, corredata da insulti gratuiti delle chierichecche offese e speziata da pesantissime considerazioni omofobe e intolleranti.

 


Post scriptum.

Qualche anno fa il responsabile di un sito di cattolici gay mi chiese la prima stesura di questo scritto, che inviai; il pezzo fu così messo in Rete. 
Non l'avesse mai fatto. Gli attacchi e le proteste che subì da parte degli stessi omosessuali cattolici furono tali che (senza dirmelo, perché per fortuna un po' si vergognava della censura che stava esercitando), fu costretto a togliere di mezzo lo scritto. (Per leggere un divertente strascico delle polemiche, fare clic qui e qui).

Ora, se gli omosessuali cattolici sono i primi a pensare che sia disonorevole "insinuare" che un omosessuale possa diventare santo, quanto sarà credibile la pretesa della Chiesa cattolica di "odiare il peccato omosessuale, ma amare e rispettare i peccatori"?

Davvero, se si nasce omosessuali, la via della santità è preclusa?
Se la risposta fosse sì, perché allora i cattolici gay perdono tempo a inseguire un cammino ideale che a loro, per volere divino, è stato precluso?
E se la risposta - come io spero (per loro) - fosse no, allora perché fare tanto chiasso se io discuto del caso in cui uno di noi ha trionfato in questo cammino?

Come si vede, la contraddizione è insanabile, e alla fin fine il proclama cattolico di odiare "solo il peccato" dimostra tutta la sua ipocrisia: ciò che tutti i cattolici odiano, a quanto pare ivi inclusi quelli omosessuali, sono gli omosessuali in quanto tali, siano o non siano "peccatori".

Come dimostra appunto la loro indisponibilità a discutere del fatto che uno di loro possa essere stato omosessuale, anche se casto.

A titolo di documentazione, ricopio qui due obiezioni mosse alla prima stesura del presente saggio
 

Obiezione n. 1:
Penso che sia scorretto tirare in ballo persone, in modo così poco piacevole, a
sostegno delle proprie tesi. Personalmente non avevo bisogno di un articolo come quello per avere conferma che la via della santità non è preclusa a nessuno.
Penso anche che tu non abbia valutato adeguatamente che in una Chiesa cattolica attaccata da tutti ed insultata da molti, un accostamento di grandi santi associata ad una loro qualità personale ottiene il deprecabile effetto di far perdere di carisma quel santo agli occhi di molti [sic!!], non quella di "santificare" la presunta qualità personale.
(...) La questione è don Bosco: santo o no? Non, "gay o no"?
Obiezione 2:
Perché forzare e affermare ciò che non si legge e che non è mai stato? [sic: il "profondo" ragionamento che sta dietro a questa affermazione è: "non mi piace l'idea che sia così, quindi non può esserlo". NdR]
Perché attribuire tendenze omosessuali a don Bosco? Forse non ti accorgi che tutto questo vorrebbe dire che don Bosco tutta la sua opera l'avrebbe fatta per costruire un harem? [sic!]
Capisci?
Attento allora a ciò che acconsenti [sic] venga detto, credendo non sia importante.
Note

[1] Paul Pennings, "Don Bosco breathes his last. The scenario of Catholic social clubs in the Fifties and Sixties". In: Among mern, among women, Amsterdam 1983, pp. 166-175 e 598-599. 
Stephan Sanders,"A phenomenon's bankrupcy; Don Bosco and the question of coeducation". Ibidem, pp. 159-165 e 602-603. 

[2] Don Sergio Quinzio, Domande sulla santità, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, pp. 31-39. 

[3] Le considerazioni di Guido Ceronetti si possono oggi leggere nel suo Albergo Italia (Einaudi, Torino 1985), col titolo di "Elementi per una anti-agiografia", pp. 122-133.

[4] Molti anni dopo aver scritto questo articolo, che si fonda sull'assunto che Bosco non diede mai sfogo fisico ai suoi impulsi, conobbi un torinese che motivava l'anticlericalismo suo e della sua famiglia con li fatto che un suo nonno era stato allievo di don Bosco ed era stato sessualmente molestato da lui. Da qui l'odio - sosteneva - per l'istituzione che di un pedofilo violentatore aveva osato fare addirittura un santo.

Che dirò di questa originale "oral history"? Che nessun tribunale, né quello dell'Inquisizione e nemmeno quello della Storia, accetta testimonianze di terza mano, come questa. Ma che lo storico ha il dovere di registrare anche l'esistenza di voci (magari per confutarle), perché costuiscono documenti storici di una mentalità e di un periodo.
Da qui questa nota.

[5]-San Bernardino da Siena, Le prediche volgari (a cura di Ciro Cannarozzi), Pacinotti, Pistoia 1934, vol. 1, p. 416.

[6]-Qohelet, 4:10

[7] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit.pp. 126-127 e Sergio Quinzio, Op. cit., p. 59.

[8] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit., p. 125, e Sergio Quinzio, Op. cit., p. 59.

[9] Guido Ceronetti, Op. cit., p. 126.

[10]-Ibidem, p. 126.

[11]-Ibidem, p. 127.

[12]-Ivi.

[13] Sergio Quinzio, Op. cit., pp. 35 e 38. 

[14]-Ibidem, p. 39

[15] Giacomo Dacquino, Psicologia di don Bosco, Sei, Torino 1988, pp. 124-129, citazione alle pp. 124-125. 
D'Acquino è autore di un terrificante romanzo psicoanalitico, Diario di un omosessuale, (Feltrinelli, Milano 1972), spacciato per il diario di un paziente frocio che grazie alla guida  di Dacquino "diventa" eterosessuale.
L'omosessualità che emerge dal libro è di uno squallore infinito.

Non contento, in Educazione psicoaffettiva (Borla, Torino 1972) Dacquino osserva:
"L'omosessuale è un immaturo affettivo, che vive i suoi rapporti ad un livello infantile ed è incapace di comunicare con il mondo degli adulti, soprattutto con quello femminile" (p. 102).
"L'omosessualità è una psicopatia e, come le malattie, necessita di cure, non di giudizi morali. (...) L'omosessualità sarebbe quindi l'espressione sintomatica di una famiglia e di una società malate" (p. 112).
Viste le premesse, non si fatica a capire perché Dacquino trovi tanto difficile concepire la coesistenza di santità ed omosessualità nella medesima persona: se gli omosesuali fanno schifo e i santi sono un modello di ciò che è buono, le due cose non possono coesistere. 
Ma il problema sta nella sua visione dell'omosesualità, non in quella della santità.

[16]-Ibidem, p. 128.


CARLO CARAFA (1517/1519-1566)
 
di: Giovanni Dall'Orto

Cardinale.
Nacque a Napoli, figlio cadetto d'una potente famiglia nobiliare, e per diciassette anni seguì la carriera delle armi nelle guerre che insanguinavano l'Italia: fu prima con le truppe imperiali, poi con quelle francesi.

Stemma nobiliare dei Carafa-MaddaloniQuando suo zio Gian Piero Carafa (1476-1559) fu eletto papa col nome di Paolo IV [1555-1559], Carlo Carafa [1] ricevette da lui il cappello cardinalizio. Lo zio gli affidò importanti incarichi, lasciandogli de facto la guida dello Stato per lunghi periodi.

Carlo ne approfittò per costruire una rete di intrighi, orientando la politica del papato in senso filofrancese ed anti-spagnolo, in una serie di voltafaccia che miravano ad ottenere in cambio una signoria in Toscana per la casata Carafa.

La guerra contro l'Impero e la Spagna ebbe però per lo Stato Pontificio (la cui parte meridionale fu occupata dagli spagnoli) esiti disastrosi. La pace di Cave (1557) riportò la situazione allo statu quo, ma stroncò le ambizioni (non gli intrighi) di Carlo Carafa, che si orientò via via in senso filo-imperiale.

Tutto ciò diede fiato agli oppositori (filofrancesi) dei nipoti del rigido e moralista Paolo IV: la loro condotta scandalosa fu volentieri denunciata allo zio. 
Ad esempio il 17 gennaio 1558 Charles de Guise, Cardinale di Lorena (1525-1574) incaricava l'ambasciatore di Francia a Roma di comunicare al papa lo scandalo suscitato presso la Corte francese dal comportamento dei suoi nipoti.
Nella lettera affermava tra l'altro che quanti tornavano da Roma erano scandalizzati da ciò che avevano visto, sodomia dei parenti del Papa inclusa:
 

"la cosa peggiore che vedevo era una mormorazione e una fama pubblica tanto divulgata che l'aria e tutti gli elementi ne erano infettati per ciò che si diceva che si fa a Roma durante questo pontificato; ed avendo su questo voluto esaminare ed ascoltare privatamente i personaggi autorevoli che sono tornati dall'Italia (...) oltre alla voce pubblica da quelli che sono stati a Roma (...) ho notato che si sentivano scandalizzati d'avere visto e saputo manifestamente ciò che si era presentato ai loro occhi. (...)
Ed oltre ai principali erano nominati pubblicamente con mio assai gran dispiacere coloro che erano più vicini per consanguineità al nostro Santo Padre il papa, non risparmiando (...) quel peccato così abominevole nel quale non esiste più distinzione fra sesso maschile e femminile" [2].

Secondo un testimone dell'epoca i complici di Carlo in tali forme di lussuria erano:
 

il vescovo d'Osimo [Vitellozzo Vitelli (1531-1568), NdR] e quello di Calvi, persone abhorrite dal papa, riputate da lui instromenti di tutte le dissolutezze e fragilità della carne, delle quali era il cardinale incolpato" [3].

Queste voci non possono essere liquidate come semplice calunnia politica. Già nel 1555 (circa) il poeta Joachim du Bellay (1522?-1560), che era allora a Roma, scrisse un sonetto che menzionava un certo Ascanio (a quanto appare appena morto) come amato dal Carafa.
In questo sonetto invita Amore a piangere,
 

"perché qui non devi più commemorare
il padre al bell'Ascanio, ora devi piangere
il bell'Ascanio stesso, oh quale perdita!

Ascanio, che Carafa amava più che gli occhi:
Ascanio, che superava in bellezza del volto
il bel coppiere troiano [= Ganimede], che versa da bere agli dèi
[4]

Lo "scandalo" arrivò a sfiorare lo stesso papa (un ex Inquisitore, che alla rigidità dei costumi teneva moltissimo), come mostra una pasquinata scritta durante il suo pontificato e che allude al suo preteso gusto per l'"arrosto" (parola che in gergo burchiellesco indica la sodomia) spiegando calunniosamente con tale gusto la sua passione per i roghi dell'Inquisizione:
 

"Figli, meno giudizio
e più fede comanda il Sant'Uffizio.

E ragionate poco:
ché contro la ragion esiste il foco.

E la lingua a posto,
ché a Paolo quarto piace assai l'arrosto" [5].

Di fronte al moltiplicarsi delle accuse di malgoverno il papa all'inizio
rifiutò di credere, ma alla fine cambiò idea e, furibondo coi nipoti Carlo e Giovanni, li privò delle cariche ed esiliò, nel gennaio 1559, non molto prima della sua morte.

La caduta di Carlo Carafa sciolse la lingua alle pasquinate, che l'accusarono d'essere un sodomita, come fa la seguente, apparsa alla morte del papa (1559):
 

"Guarda, rio [reo, NdR] scellerato,
che con gli incesti suoi e sodomia
stassi [se ne sta] co' cardinali in compagnia"... 
[6].

Tornato a Roma dopo la morte dello zio, Carlo si vide ben presto rinfacciare le disastrose scelte politiche imposte allo Stato della Chiesa; il nuovo papa Pio IV lo incriminò allora per una serie impressionante di crimini (dall'omicidio al peculato all'eresia), fra i quali era compresa la sodomia
Dopo un processo-farsa in Castel Sant'Angelo Carlo fu condannato (assieme al fratello Giovanni), e giustiziato [7].

Va comunque notato che le accuse di sodomia ebbero scarsa o nulla rilevanza nel processo: la vera motivazione della condanna fu infatti politica. Condannandone i nipoti si condannava la politica anti-spagnola di papa Paolo IV, addossando l'intera colpa a loro, utili "capri espiatorii".
Tant'è che una volta ottenuto il desiderato riavvicinamento alla Spagna, nel 1567 papa Pio V riaprì il processo ed assolse e riabilitò Carlo Carafa. 

Note

[1] Sulla vicenda biografica si veda: A. Prosperi, voce: "Carafa, Carlo", Dizionario biografico degli italiani, vol. 19, Istituto Treccani, Roma 1976, pp. 497-507.
Su questi personaggi così imbarazzanti, zio e nipote, in Rete si trova, "chissà perché", assai poco.

[2] George Duruy, Le cardinal Carlo Carafa (1519-1561), Hachette, Paris 1882, pp. 296-297.

[3] Pietro Nores, citato in George Duruy, Op. cit., p. 296.

[4] Joachim du Bellay, Les regrets [1558], in: Les antiquités de Rome. Les regrets, Garnier-Flammarion, Paris 1971, sonnet 103.
Non sono riuscito a indentificare Ascanio.

[5]Silenzi, Renato e Ferdinando, Pasquino, Bompiani, Milano 1932, pp. 227-228.

[6] Valerio Marucci et all. (curr.), Pasquinate romane del Cinquecento, Salerno, Roma 1983, p. 914.

[7] Donata Chiomenti-Vassalli, Paolo IV e il processo Carafa, Mursia, Milano 1993.

[8] Su tutta la vicenda si vedrà anche, con profitto: Edmond Cazal, Histoire anecdotique de l'Inquisition en Italie et en France, Bibliothèque des curieux, Paris 1924, pp. 85-100. (Vi si parla anche di una beffa da
parte di Annibal Caro contro un Baéza, giovane attore amante del Carafa. Non avendo però rintracciato nessuna fonte antica che confermasse tale vicenda, ho trascurato di parlarne qui).


GIULIO II (Giuliano della Rovere, 1443-1513)
 

di: Giovanni Dall'Orto

Papa dal 1503 al 1513.

Nato da umile famiglia, studiò presso il convento dei francescani di Perugia
La sua carriera ebbe un impulso decisivo con l'ascesa al papato di suo zio Sisto IV (Francesco della Rovere, 1414-1484), che nel 1471 lo nominò cardinale e gli affidò incarichi diplomatici.

le testimonianze sono concordi nel tramandare che presso i contemporanei Giulio II ebbe fama di sodomita, come attestò nel 1509 il diarista veneziano Girolamo Priuli (sec. XV-XVI):

"Conduzeva cum [con] lui li sui ganimedi, id est [cioè] alchuni bellissimi giovani, cum li quali se diceva publice [pubblicamente] che l'havea acto carnale cum loro, ymmo che lui hera patiente [passivo] et se dilectava molto di questo vitio sogomoreo, cossa veramente abhorenda in chadauno[1].
Raffaello, Ritratto di Giulio II
Giulio II ritratto da Raffaello

Da parte sua storico veneziano Marino Sanudo (1466-1536) ci ha tramandato un sonetto, scritto nel 1506 contro il papa che stava per strappare con le armi Bologna ai Bentivoglio.
Il sonetto schernendo avvisa il papa che non riuscirà a vincere con "lance di carne" e bottiglie di vino, che per arrivare non gli servirà  farsi "spingere da dietro" e che quindi è meno biasimevole per lui starsene in Vaticano trincando Malvasia o Trebbiano e praticando la sodomia coi suoi compari:
 

"Ritorna o padre santo al tuo San Pietro,
e stringi el freno al tuo caldo dexire [desiderio],
che, [muoversi] per dar in segno [far centro] e poi fallire,
recha altrui più disonor che starsi adietro [rimanere fermo].

Per strali e lanze di carne e di vetro,
el Bentivojo non vorà partire,
possa che intenda, che non poi fornire [finire, arrivare],
benche sia [ci sia] chi te spinge ognhor da rietro [dietro].

(...)
Bastiti [ti basti] esser provisto
de Corsso, de Tribiam, de Malvasia,

e de' bei modi assai de sodomia;
et meno biasmo te fia
col Squarzia e Curzio nel sacro palazo
tenir a bocha il fiasco, e in <culo il cazo>" [2]

Dopo la morte di Giulio la sua fama di sodomita gli sopravvisse (fu ad esempio ricordata nelle pasquinate ancora nel 1534):
 

"Sixtum lenones, Iulium rexere cinaedi;
imperium vani, scurra, Leonis habes". 
"I ruffiani guidarono Sisto, i sodomiti passivi Giulio;
e tu, buffone, reggi <ora> l'impero del fatuo Leone".[3]

e venne infine sfruttata senza ritegno dai protestanti nelle opere polemiche contro il "papismo". 
Così ad esempio il protestante francese Philippe de Mornay (1549-1623), accusando gli italiani di essere tutti sodomiti (bontà sua), aggiungeva:

I'obmettrois volontiers ces autres du mesme Autheur, n'estoit qu'ils n'en font que ieu: Ometterei volentieri quegli altri [epigrammi] dello stesso autore [anonimi!, NdR], se non fosse che cadono a proposito:
Venit in Italiam spectatus Indole rara
Germanus, rediit de puero mulier?
"Venne in Italia stimato di indole rara
un tedesco; ne ritornò, da ragazzo, donna fatta".
Cest horreur attribué à ce bon Iules; Questo orrore è attribuito a questo buon Giulio.
Et de mesme se lit en un Escrit de nos Theologiens de Paris, de deux ieunes Gentilshommes par lui forcés, que la roine Anne femme du Roy Louys 12. avoit recommandez au Cardinal de Nantes, pour les mener en Italie.[4]. E del pari si leggi in un libro dei nostri teologi di Parigi, di due giovani gentiluomini da lui stuprati, che la regina Anna, moglie di re Luigi XII, aveva raccomandato al cardinale di Nantes, per accompagnarli in Italia.[4].

Questa libellistica protestante è sicuramente priva di attendibilità, almeno quanto la libellistica cattolica che discuteva la condanna per sodomia che si diceva fosse stata inflitta a Calvino.

Note

[1] Girolamo Priuli, Diarii. In: Rerum italicarum scriptores, tomo XXIV, parte III, Zanichelli, Bologna 1938, p. 312.

[2] Marino Sanudo "il giovane", I diarii, Visentini, Venezia 1879-1902 (ristampa anastatica: Forni, Bologna 1969-1979), vol. 6, col. 463.

[3]Da: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento, Salerno, Roma 1988, p. 118. 
Traduzione mia.

[4] Philippe de Mornay, seigneur du Plessis-Marly, Le mystère d'iniquité, c'est à dire, l'histoire de la papauté, Albert, Genève 1612, pp. 1296-1297, sub anno 1505. La traduzione è mia.


GIULIO III (Giovanni Maria Ciocchi  Del Monte, 1487-1555)
 
di: Giovanni Dall'Orto

papa Giulio III Dal Monte - Terracotta - Museo di Villa Giulia, Roma (Foto Dall'Orto)
Papa Giulio III Del Monte in una terracotta policroma conservata al museo di Villa Giulia, Roma. (Foto G. Dall'Orto).
Papa dal 1550 al 1555 [1].

Studiò giurisprudenza a Perugia e a Bologna e, dedicatosi alla carriera ecclesiastica, divenne arcivescovo di Siponto e, dopo aver ricoperto varie cariche politiche nello Stato della Chiesa, fu creato cardinale nel 1536.

Fu eletto papa nel 1550 perché le sue posizioni politiche sembravano garantire equidistanza fra l'Impero e la Francia, ma di fatto la sua politica fu condizionata dalle esigenze, e minacce, imperiali.

 


Giulio III causò il peggior scandalo omosessuale della storia del Papato. 

papa Giulio III benedicenteGià da cardinale le pasquinate [2] lo additavano insistentemente come sodomita, ma lo scandalo esplose quando, nemmeno quattro mesi dopo la sua elezione al papato, nominò cardinale il suo amante diciassettenne Innocenzo Del Monte (1532-1577), che aveva già fatto adottare dal fratello Baldovino. (Per questo oggi gli storici eterosessuali occultano lo scandalo dicendo genericamente che fece cardinale "un figlio").

Dal Monte aveva conosciuto tredicenne Innocenzo (che prima dell'adozione si chiamava Santino) quale figlio d'un suo servitore. Il cardinale se ne innamorò perdutamente e barattò la connivenza del padre con consistenti favori. 
A premio di tale prostituzione anche il ragazzo ottenne a quattordici anni redditizi benefici ecclesiastici e infine l'adozione da parte di Baldovino Del Monte. 
La nomina cardinalizia fu il premio supremo della sua compiacenza.

Tale nomina, contro cui protestarono invano i cardinali più sensibili alla necessità di riformare i costumi della Chiesa per contrastare la Riforma protestante, suscitò ampio rumore nelle Corti europee:
 

"L'ambasciatore veneto Matteo Dandolo scriveva che il Dal Monte "era un piccolo furfantello", e che il cardinal Del Monte "se lo prese in camera e nel proprio letto, come se gli fosse stato figliuolo o nipote. (...) 
Onofrio Panvinio, riferendosi alla vicenda del Del Monte, scriveva di Giulio III che era "eccessivamente dedito con intemperanza alla vita di lussuria e alle libidini" (...) e, ancora più esplicitamente, lo definì "puerorum amoribus implicitus" [invischiato in amori per ragazzi, NdR] [3].

Papa Giulio III in un ritratto al museo di Villa Giulia, Roma. (Foto G. Dall'Orto)La lista dei commenti scandalizzati dell'epoca è lunghissima. 
E nonostante una voce "benevola" che circolava per Roma spiegasse beffardamente la nomina come premio del fatto che il ragazzo era... custode della scimmia del papa (e fu quindi soprannominato "Bertuccino"), per i protestanti non ci furono dubbi sul fatto che il cappello cardinalizio fosse ricompensa delle prestazioni sessuali del ragazzo, o al più per entrambe le cose, come propone il poeta francese Joachim du Bellay (1522?-1560):
 

"(...) ma vedere uno staffiere, un bambino, una bestia,
un furfante, un poltrone diventare cardinale,
e per aver saputo accudire bene a una scimmia,
un Ganimede avere il [cappello] rosso sulla testa
(...) 
questi miracoli, Morel, accadono solo a Roma[4].

Come se ciò non bastasse, Innocenzo si rivelò uno dei peggiori cardinali che la Chiesa abbia mai avuto: rimasto libero di sé a 23 anni (Giulio III morì nel 1555) fu coinvolto in una catena di stupri (eterosessuali), violenze e perfino omicidii [5].

Ebbe però sempre punizioni molto blande, a riprova del fatto che il Potere è sempre molto indulgente verso i propri esponenti, anche quelli palesemente indegni.
 

Note

[1] Girolamo Priuli, Diarii. In: Rerum italicarum scriptores, tomo XXIV, parte III, Zanichelli, Bologna 1938, p. 312.

[2] Marino Sanudo "il giovane", I diarii, Visentini, Venezia 1879-1902 (ristampa anastatica: Forni, Bologna 1969-1979), vol. 6, col. 463.

[3]Da: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento, Salerno, Roma 1988, p. 118. 
Traduzione mia.

[4] Philippe de Mornay, seigneur du Plessis-Marly, Le mystère d'iniquité, c'est à dire, l'histoire de la papauté, Albert, Genève 1612, pp. 1296-1297, sub anno 1505. La traduzione è mia.


 


LEONE X (Giovanni de' Medici, 1475-1521)
 
di: Giovanni Dall'Orto

Leone X (1475-1521) - Ritratto da Sebastiano Del Piombo - 1521
Leone X (Giovanni de' Medici, 1475-1521) 
ritratto da Sebastiano Del Piombo nel 1521.
Papa dal 1513 al 1521.

Figlio di Lorenzo il Magnifico, fu destinato dal padre alla carriera ecclesiastica e divenne in segreto cardinale a soli tredici anni.

Ricevette una raffinata istruzione umanistica (ebbe per insegnanti anche Marsilio Ficino ed Angelo Poliziano) e nel 1489-1491 studiò teologia e diritto canonico a Pisa. 
Nel 1492 vestì finalmente le insegne cardinalizie e iniziò a partecipare alle vicende ecclesiastiche. Era però a Firenze quando nel 1494 ebbe luogo la caduta dei Medici e fu proclamata la Repubblica; Giovanni riuscì comunque a fuggire, e dopo un periodo all'estero si trasferì nel suo palazzo (oggi Palazzo Madama) a Roma (1500).
 

Roma, Palazzo Madama, già palazzo dei Medici a Roma, in un'incisione antica
Palazzo Madama (già palazzo dei Medici a Roma), 
in un'incisione settecentesca.

Qui prese parte alle vicende politiche dello Stato della Chiesa riuscendo infine, alla testa di truppe alleate al papa, ad entrare in Firenze nel 1512, ristabilendo la signoria della sua famiglia. 
Alla morte di Giulio II (1513) fu poi eletto papa senza contrasti.

Nel corso del suo papato, assorbito in buona parte da eventi politici e dalle guerre che squassarono l'Italia in quel secolo, ebbe inizio la ribellione di Martin Lutero (da lui condannato nel 1520), la cui portata Leone X non seppe anticipare.

Morì nel 1521 in modo così improvviso che si parlò d'avvelenamento, ma un'autopsia escluse l'ipotesi.

 


Sull'omosessualità di Leone X sopravvivono diversi indizi.

Il documento principale è la testimonianza dello storico Francesco Guicciardini (1483-1540), che pochi anni dopo la sua morte [1525] scrisse:
 

"credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che e' fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni dí piú senza vergogna, in quegli piaceri che con onestà non si possono nominare" [1].

Discutendo questa affermazione un biografo nostro contemporaneo ha osservato:
 

"A proposito della laconicità della denuncia, è ovvio che il Guicciardini sapeva di non rivelare qualcosa di generalmente sconosciuto.[2]

In effetti l'accusa di sodomia contro Leone X ritorna sovente (oltre che nella polemica protestante) nelle pasquinate, che testimoniano di una fama non proprio eterosessualissima.
Una pasquinata del 1522 lo definisce: fiorentin, baro, cieco e paticone (cioè, sodomita passivo) [3].

Un'altra del 1521 non ha dubbi sulla "causa" della sua morte:
 

Morì el meschino, e non te dir bugia,
per fotter troppo in cul un suo ragazzo [4].

E la memoria della sua fama sodomitica dovette essere ampia se ancora nel 1533 una pasquinata ricorda, parlando della Chiesa, che:
 

quando papa Leon v'ebbe per sposa (...)
sol bardass'e buffon [sodomiti passivi e buffoni]
eran in stima [5].

Infine, un epitaffio satirico latino scritto per la sua morte ci tramanda addirittura un paio di nomi di coloro che il pettegolezzo additava come suoi amanti: il defunto è infatti compianto fra l'altro da:
 

Giovan Battista Aquileo lenone, Ludovico conte de' Rangoni e Galeotto Malatesta sodomiti passivi [cinedi] [6].

Passando poi a un piano storicamente più serio (le pasquinate non sono una fonte molto attendibile), Falconi trova particolarmente significativa la vicenda di Marc'Antonio Flaminio (1498-1550),
 

Marc'Antonio Flamini in età matura"inviato a Roma nel 1514 da suo padre Gian Antonio, noto letterato veneziano, quando era appena sedicenne. Scopo del viaggio era stato quello di presentare al nuovo papa l'omaggio di un poema esortatorio a muover guerra ai turchi. Il giovane (...) attirò subito le simpatie di papa Medici il quale, avendone prontamente apprezzato anche l'estro e l'abilità di verseggiatore, si disse desideroso di prenderlo sotto la sua protezione, di procurargli i migliori maestri, ecc. L'offerta, comunicata al padre, non fu però accolta.

Marc'Antonio allora rientrò in patria (a Serravalle, oggi Vittorio Veneto) per perorare personalmente la sua causa e riuscì a convincere il genitore. Ma per poco tempo, perché suo padre gli comunicò ben presto (fine del 1515) l'ordine tassativo di spostarsi a Bologna ad attendervi agli studi filosofici.

E allora Beroaldo, segretario del papa, tentò d'interporsi offrendogli, a nome del Sadoleto, di associarlo nell'ufficio di segretario pontificio. Per un giovane appena diciassettenne, ciò significava di essere quasi ad un passo dal fastigio della Curia: ma egli rifiutò e partì.
Un rifiuto, come ha cautamente osservato il Roscoe, che "può indurre in qualche sospetto: che o il padre o  il figlio non approvassero la morale, e le pratiche della romana corte, o non fossero pienamente soddisfatti della condotta del pontefice[7].

La vicenda ha insomma indotto Falconi [8], e non senza ragione, a immaginare che Gian Antonio sospettasse (o addirittura sapesse di) doppi fini da parte del pontefice. In effetti, non è normale che un genitore rifiuti una carriera così brillante per il figlio, salvo nel caso in cui sospetti che nasconda qualcosa di losco....

L'esistenza di ulteriori documenti tutt'ora inediti [9] spinge a non escludere che in futuro la questione dell'omosessualità di Leone X possa essere discussa su basi più sicure.

Note

[1] Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro XVI, cap. 12. Il testo è online sul "Progetto Manuzio".

[2] Carlo Falconi, Leone X, Rusconi, Milano 1987, p. 156. Sull'omosessualità di Leone X vedi, in quest'opera, soprattutto le pp. 455-461.

[3] In: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento, Salerno, Roma 1988, p. 170.

[4] Ibidem, p. 283.

[5] Ibidem, p. 391.

[6] Giovanni Alfredo Cesareo, Pasquino e pasquinate nella Roma di Leone X, Deputazione alla Biblioteca Vallicelliana, Roma 1938, p. 75. Sulle accuse di sodomia a Leone X nelle pasquinate si veda alle pp. 74-75 e 88.

[7] Carlo Falconi, Op. cit., p. 456-7.

[8]-Ibidem, p. 467.

[9] Vi accenna Cesareo, Op. cit., p. 75: "altri componimenti su lo stesso tema italiani e latini occorrono [esistono] ne' manoscritti contemporanei". 


HENRY STUART cardinale di York (1725-1807) 
 
di: Giovanni Dall'Orto

Henry Stuart adolescente, ritratto da Benedict
Henry Stuart adolescente, ritratto da Benedict.
Cardinale cattolico e ultimo pretendente al trono d'Inghilterra per la casa degli Stuart (detronizzata perché cattolica).

Nacque a Roma (dove visse e morì) nel palazzo Muti Papazzurri, da Giacomo III Stuart (James Edward Stuart "the old pretender", 1688-1766) e fu avviato alla carriera ecclesiastica: solo alla morte senza eredi del fratello Charles Edward "the young pretender" (1720-1788) gli successe nelle sue pretese al trono.

La sua vita è priva di aspetti di rilievo, se si tolgono il fatto di discendere da una casata di sovrani spodestati e la mancanza di discrezione nelle sue relazioni omosessuali.

Il suo attaccamento per giovani favoriti era infatti palese, come annotò nel suo diario un'inglese, Hester Lynch Thrale in Piozzi (1741-1821):

"Il vecchio cardinale di York teneva pubblicamente un ganzo a Roma mentre io ero là, nonostante fosse un uomo del miglior carattere possibile, per pietà e carità: cosa con cui, come mi ha detto una persona, quel vizio non ha nulla a che vedere. Costoro [gli italiani] lo considerano una questione di gusti[1].
Questa testimonianze è confermata dal diplomatico e scrittore (omosessuale) Giuseppe Gorani (1740-1819, anch'egli omosessuale) che nel 1793 incontrò il cardinale nel suo palazzo di Frascati (e che lo trovò, al contrario della Thrale, arrogante e odiato dal popolo, vessato con punizioni severe per il minimo strappo alla morale):
 
Henry Stuart, dal Cenotafio degli Stuart in Vaticano"I giudizi temerari sono da temere più di ogni altra cosa; io amo smascherare gli ipocriti, ma voglio avere prove decisive. Mi preoccuperò dunque di dire semplicemente quello che ho visto senza pretendere di trarne delle conclusioni.

Il suo palazzo mi parve pieno di giovani adolescenti d'aspetto assai piacente, vestiti da abati. Ciò mi fece sospettare che questa eminenza regale potrebbe avere il gusto di cui è accusato qualcuno dei suoi confratelli.

Tuttavia, non avendo potuto interrogare questi giovani, non ho raccolto alcun indizio che possa confermare questo sospetto" [2].

In realtà il "sospetto" di Gorani era una certezza, al punto che persino una fonte cattolicissima come Gaetano Moroni non può tacere un "increscioso incidente" avvenuto nel 1752 fra Giacomo III Stuart, padre del ventisettenne cardinale di York, e il vivace figlioletto:
 

"Dispiaceva al re Giacomo III il gran favore che il cardinale accordava a monsignor Lercari suo maestro di camera [maggiordomo], onde gli fece intendere, che lo voleva licenziato dal suo servizio. Il cardinale che l'amava fuor di misura, continuava segretamente la sua amicizia, vedendosi spesso con lui ne' luoghi appuntati [dandogli appuntamento].
Irritossene maggiormente il re, e pregò con istanza il Papa, perché lungi da Roma facesse andare il Lercari.

La tomba del cardinale Nicola Maria Lercari nella sagrestia della basilica del Laterano, Roma.Voleva il papa contentarlo, ma con un mezzo soave e prudente. Fu questo l'insinuare [suggerire] al cardinal [Nicola Maria] Lercari, che da sé medesimo consigliasse suo nipote a portarsi per qualche tempo in Genova loro patria. Ma non abbracciando il cardinal zio il suggerimento di Benedetto XIV, questi gl'inviò per la segreteria di stato [era ed è il "ministero dell'Interno" vaticano, NdR] un biglietto, con ordine di far partire subito il nipote, come in fatti seguì la notte de' 19 luglio.

Il cardinal duca [di York] se ne stimò vivamente offeso, e nella seguente notte partì ancor esso per Nocera, protestando di non metter più piede in Roma, se prima non gli era restituito monsignor Lercari. Quindi passò in Bologna, ove il Papa gli scrisse più lettere, nelle quali l'esortava a riflettere sul trionfo che farebbero gli eretici nel vedere la discordia di un cardinale di santa Chiesa, e di un principe sì rispettabile per le sue virtù (...).

Vinto il cardinale dalle ragioni e premure pontificie, accettò le condizioni, per riconciliarsi con l'augusto padre, che gli propose monsignor [Giovanni Giacomo] Millo datario (...), e partendo a' 12 dicembre, tornò in Roma[3].

Di fronte alle pressioni del papa stesso il giovane cardinale non ebbe altra scelta che cedere e tornare a Roma per riconciliarsi col padre.
Fu solo dopo la morte del padre che il povero cardinale potè darsi ai suoi amori in tutta quiete, dato che, ed è ancora Moroni ad ammetterlo,
"egli amava avere nella sua corte gente bella e di vantaggiosa statura, siccome conviene a' grandi prìncipi[4].

Particolarmente "vicino" gli fu dal 1769

"monsignor Angelo Cesarini nobile perugino (...) che aveva fatto canonico della cattedrale [di Frascati], e ottenutogli dal Papa la qualifica di suo cameriere d'onore: quindi a sua istanza Pio VII, nel concistoro de' 28 settembre 1801 (...) lo dichiarò vescovo di Milevi in partibus..." [5].
Quando lo Stuart morì, Cesarini era ancora al suo fianco, come lo era stato per ben trentadue anni. 
Ciò fa pensare che o siamo di fronte ad una delle più lunghe (e quindi, si suppone, felici) relazioni fra uomini che la storia ci tramandi, oppure che finita la relazione erotica Cesarini fosse rimasto come amico e confidente del cardinale (io propendo per questa ipotesi, visto il pullulare di giovanotti nel palazzo).

 

Note

[1]-Hester Lynch Thrale, Thraliana. The diary of Mrs Hester Lynch Thrale (later Mrs. Piozzi), Clarendon Press, Oxford 1951, vol. II, pp. 874-875.-

[2]-Giuseppe Gorani, Mémoires secrets et critiques des cours, des gouvernements et des moeurs des principaux états de l'Italie, Buisson, Paris 1793, tomo 2, pp. 100-103; citazione da p. 101.

[3]-Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. CIII, Tipografia emiliana, Venezia 1861, pp. 323-336. Citazione dalle pp. 324-325.

[4]-Ibidem, p. 327.

[5]-Ibidem, p. 330.

[6]-Sul cardinale di York si veda anche: Diego Anelli, Storia romana di trent'anni. 1770-1800, Treves, Milano 1931, pp. 98-108, che però non parla d'omosessualità, come neppure l'agiografico: Pietro Bindelli, Enrico Stuart, cardinale duca di York, Associazione Tuscolana "Amici di Frascati", Frascati 1982.
Espliciti invece due libri inglesi (che non ho consultato): Brian Fothergill, The Cardinal King, Faber & Faber, London 1958,  che parla degli amanti di Stuart, e James Lees-Milne, The last Stuarts, Chatto & Windus, London 1983, che dedica 35 pagine a Henry.

Varie immagini del cardinale sono infine sul sito della National Portrait Gallery.
(Un "grazie" a Stephen Wilson per i suggerimenti bibliografici).
 


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