FISICA/MENTE

 

La sassata di Davide colpisce Pio XI e Dossetti


Un libro di David Kertzer sui papi antiebrei risparmia Pio XII. Ma fa a pezzi il predecessore. Botta e risposta con "La Civiltà Cattolica"

di Sandro Magister



Il volume di David I. Kertzer "I papi contro gli ebrei" si distacca di netto dalla sequela di libri dedicati a esecrare o giustificare i "silenzi" di Pio XII sullo sterminio nazista.

Nel libro di Kertzer, infatti, di Pio XII quasi non si parla. I papi di cui racconta sono quelli che vanno da Pio VII a Pio XI (v. foto). Da Napoleone alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il libro è ben costruito. Troppo. Perché di questi papi e dei coevi gerarchi di Chiesa allinea soltanto le parole e gli atti «contro gli ebrei».

La tesi è esposta con chiarezza nelle prime pagine. E rovescia quella espressa dal Vaticano nel documento del 1998 "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah". A detta del Vaticano la Chiesa è stata sì «antigiudaica» per ragioni religiose - e di questo chiede perdono - ma mai «antisemita» su basi razziste.

A detta di Kertzer, invece, c´è continuità tra l´antigiudaismo della Chiesa e l´antisemitismo di Hitler. Il primo ha aperto la strada e fornito alimento al secondo.

Più sotto trovate una sintesi della ricostruzione di Kertzer, da lui stesso scritta per il "Corriere della Sera". E subito dopo la replica, sempre scritta per il "Corriere", di Giovanni Sale, gesuita dell´autorevole rivista "La Civiltà Cattolica".

Ma un´altra cosa va notata, del libro di Kertzer: il severo giudizio di condanna calato su papa Pio XI. Al cui confronto appaiono persino indulgenti i pochi cenni che l´autore riserva al successore, Pio XII.

Con questo Kertzer non solo si distacca dal luogo comune della contrapposizione tra un Pio XI "buono" e un Pio XII "cattivo". Ma contesta frontalmente proprio la lettura di quel passaggio di pontificato, sul caso cruciale degli ebrei, data dal maggiore maestro della cultura politica cattolica del secondo Novecento italiano, Giuseppe Dossetti.

Dossetti formulò la sua lezione in una ampia e dotta introduzione al volume di Luciano Gherardi "Le querce di Monte Sole": una rilettura cristiana delle stragi naziste di Marzabotto, edita dal Mulino nel 1986.

E di una vera lezione si trattava, storica e teologica insieme. Su quelle pagine si sono formati, studiandole intensamente, i monaci e i discepoli delle comunità fondate dallo stesso Dossetti.

Stando alla lezione di Dossetti, c´è una distanza abissale tra l´antigiudaismo cattolico e l´antisemitismo nazista. A quest´ultimo va riconosciuta una "unicità" nel male che fa il pari con l´"unicità" che molti assegnano alla Shoah.

E proprio papa Pio XI - sempre secondo Dossetti - «aveva avuto intuizioni profondissime» di questa natura incommensurabilmente malvagia del nuovo antisemitismo nazista. L´aveva capita a fondo sul finire del suo pontificato. E si sarebbe comportato di conseguenza, denunciandola al mondo quando ancora c´era tempo per fermarla... Ma morì. E il successore Pio XII, a guerra ormai scoppiata, preferì «sottomettersi a un principio prudenziale» e alla «persistente speranza di negoziazioni riservate».

Questa la lezione di Dossetti. Che Kertzer fa a pezzi. Molto sbrigativamente. L´ultimo capitolo del suo libro, quello che parla di Pio XI, ha per titolo "L´anticamera dell´Olocausto".

__________



Ecco qui di seguito il botta e riposta di questi giorni tra Kertzer e "La Civiltà Cattolica":


La Chiesa e la trappola del "sano antisemitismo"

di David I. Kertzer

(Dal "Corriere della Sera" del 26 febbraio 2002)




Come mostrano chiaramente le notizie della scorsa settimana, il dibattito sul ruolo del Vaticano nella Shoah non si è concluso. Il nuovo film di Costa-Gravas, "Amen" , che inizia con il rifiuto di Pio XII di prendere posizione pubblicamente contro lo sterminio nazista degli ebrei, ha sollevato grida di protesta nella Chiesa in Italia e altrove. Rispondendo a crescenti pressioni, lo scorso venerdì il Vaticano ha dichiarato che gli archivi relativi al papato di Pio XI (1922-1939) sarebbero presto stati aperti.

Negli ultimi anni il Vaticano ha inviato segnali ambigui su come intenda affrontare questa parte del suo passato. Da un lato Giovanni Paolo II ha chiesto a tutti i figli e le figlie della Chiesa di fare «un esame della responsabilità per i peccati commessi nel passato», ed egli stesso ha chiesto perdono a nome della Chiesa per la passata intolleranza nei confronti degli ebrei. Tuttavia la Commissione che ha incaricato di investigare sul ruolo della Chiesa nella diffusione dell'antisemitismo moderno ha concluso, nel rapporto del ´98 "Noi ricordiamo", che la Chiesa non ha responsabilità per l'Olocausto. La Commissione ha dichiarato che nel passato la Chiesa ebbe un ruolo nel diffondere un'immagine negativa degli ebrei solamente sotto l'aspetto religioso, mentre l'antisemitismo moderno, che ha contribuito ad aprire la strada alla Shoah, si componeva di immagini negative degli ebrei in ambito sociale, economico, politico e razziale.

La riluttanza del Vaticano a confrontarsi con il suo scomodo passato è nuovamente affiorata nella critica al mio nuovo libro, "I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno", mandata in onda da Radio Vaticana. padre Giovanni Sale, storico di "La Civiltà Cattolica", ha sminuito il libro definendolo "pamphlet", e ha aggiunto che «non era un serio libro di storia». Aderendo alla visione ufficiale secondo cui le immagini negative degli ebrei propagandate dalla Chiesa non avevano nulla a che fare con l'antisemitismo, padre Sale ha affermato che "La Civiltà Cattolica", le cui pagine dovevano essere approvate dal Vaticano prima di andare in stampa, non solo non promulgò l'antisemitismo, ma anzi si batté con forza contro i pregiudizi.

Senza dubbio padre Sale conta sul fatto che pochi si daranno la pena di andare a controllare i vecchi numeri di "La Civiltà Cattolica". Che, invece, ebbe un ruolo importante nella diffusione dell'antisemitismo, dalla nascita dell'antisemitismo moderno, nel 1880 circa, fino alla seconda guerra mondiale. All'inizio del 1880, ad esempio, la rivista pubblicò una serie di 36 articoli violentemente antisemitici. Un passo del numero del 22 dicembre 1880 dice: «Se questa ebraica razza straniera è lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna, ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce... Per impedire che questa razza perseguiti o sia perseguita, sono necessarii freni sapienti e leggi speciali a sua non meno che nostra difesa e salute».

Ai cattolici veniva continuamente ripetuto che gli ebrei non erano semplicemente membri di una religione ostile, ma anche di una nazione ostile, pronta a usare ogni mezzo criminale immaginabile pur di derubarli e perseguitarli. Solo rimandando gli ebrei nei ghetti l'Europa cattolica si sarebbe messa al riparo da essi.

Per quel che riguarda l'antisemitismo moderno, non c'è esempio più pertinente di quello offerto dal linguaggio usato da "La Civiltà Cattolica" nel 1893: «La nazione ebraica - scrive l'autore gesuita - non lavora, ma traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa coi prodotti dell'arte e dell'industria delle nazioni che le diedero ricetto. È il polipo gigante che co' suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche, e le sue ventose o i suoi succhiatori da per tutto».

Alle porte del XX secolo il giornale del Vaticano, "L'Osservatore Romano", faceva appello a «un sano antisemitismo». Nello stesso articolo, del 1898, metteva i cattolici in guardia contro i pericoli causati dall'emancipazione degli ebrei: «L'ebreo ha voluto condurre una vita che non può assolutamente condurre, abbandonandosi eccessivamente e inconsultamente all'ingenita passione della sua razza, essenzialmente usuraia e invadente».

Non ha senso pensare che l'antagonismo «religioso» del Vaticano verso gli ebrei non abbia nulla a che fare con i movimenti del moderno antisemitismo. Non c'è accusa più «religiosa» di quella secondo cui gli ebrei torturavano e uccidevano i bambini cristiani e ne usavano il sangue per i loro riti, un'accusa che il Vaticano ripropose in varie occasioni fino alla prima guerra mondiale. In un articolo uscito su "La Civiltà Cattolica" nel 1914 si dice che il giudaismo insegnava agli ebrei a considerare il sangue dei bambini cristiani «una bevanda come il latte». Con l'aiuto del terreno preparato dalla Chiesa, i nazisti riuscirono a sfruttare le accuse di omicidio rituale, usandole spietatamente negli anni Venti e Trenta allo scopo di demonizzare gli ebrei.

E le leggi razziali promulgate nel 1938 in Italia, o le leggi simili che privavano gli ebrei dei loro diritti in Germania, Polonia e in altri paesi negli anni Trenta non hanno niente a che vedere con l'antisemitismo moderno? Non hanno avuto responsabilità nel rendere possibile l'Olocausto? Perché padre Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Papa Pio XI nei confronti di queste leggi razziali? Perché non ha detto nulla del fatto che nell'agosto del ´43, dopo la caduta di Mussolini, il Vaticano si oppose ai tentativi di revocare le leggi antisemite in Italia, sostenendo che molti di quei provvedimenti erano in pieno accordo con la dottrina della Chiesa?

Il fatto è che dal momento in cui le truppe italiane hanno liberato gli ebrei romani dal ghetto nel 1870, il Vaticano ha continuato ad avvertire tutti coloro disposti ad ascoltarlo, che dare uguali diritti agli ebrei era un errore; a sostenere che gli ebrei erano «una setta del male e volevano danneggiare i cristiani, che agli ebrei interessavano solo i soldi e avrebbero fatto qualsiasi cosa per averli, che gli ebrei controllavano la stampa e le banche, e che gli ebrei erano sempre pronti a vendere il loro paese al nemico».

Questa è la triste storia che perfino oggi il Vaticano rifiuta di riconoscere. Finché non lo farà, essa rimarrà una piaga purulenta che nessuna aspra denuncia da parte di studiosi come me potrà sanare. È tempo che la Chiesa presti ascolto alle parole di Giovanni Paolo II: solo guardando in faccia con onestà i peccati del passato possiamo tutti sperare in un futuro più luminoso.

__________


La replica del gesuita della "Civiltà Cattolica":


Altro che "leggenda nera", i gesuiti non furono mai antisemiti

di p. Giovanni Sale S.I.

(Dal "Corriere della Sera" del 28 febbraio 2002)


Gli articoli della "Civiltà Cattolica" che il prof. Kertzer cita nel "Corriere" del 26 febbraio - va precisato per comprenderne il senso - furono pubblicati in chiave anticomunista. La rivista combatté il giudaismo dal punto di vista religioso e successivamente sostenne, come molti cattolici e anche liberali di quel tempo, la tesi del complotto giudaico-massonico-bolscevico contro la società cristiana.

Va ricordato però che gran parte dei membri, 17 su 21, del Consiglio dei commissari del popolo creato da Lenin dopo il 1917, cioè il governo del Paese, era costituito da ebrei. Da qui nacque e si consolidò la leggenda del binomio giudaismo-comunismo. È comprensibile quindi che la Chiesa, combattendo il bolscevismo e la dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo anche il giudaismo.

La rivista però modificò poi il suo antigiudaismo, che era cosa ben diversa dall'antisemitismo professato a quel tempo da molti intellettuali di destra e applicato subito dopo dai regimi totalitari. E per impulso di Pio XI, a partire dal 1934, pubblicò alcuni articoli contro l'antisemitismo razziale. Al prof. Kertzer che mi chiede: «Perché il p. Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Pio XI nei confronti delle leggi razziali?», rispondo dicendo che, com'è noto, "La Civiltà Cattolica" fu l'unica rivista italiana che si oppose, già nell'agosto 1938, alla legislazione razziale emanata da Mussolini il 1¡ settembre 1938. Del resto anche dal nostro archivio risulta che l'autore degli articoli, il p. Antonio Messineo, fu contattato da un membro del Gran Consiglio del fascismo, il quale gli chiese di scrivere alcuni articoli contro le teorie razziste, che il Duce era in procinto di applicare anche in Italia, con la speranza che essi potessero bloccare il progetto.

Pio XI diede il suo assenso. Dopo che il primo articolo uscì il 4 agosto 1938, la questura di Roma intimò, alla tipografia che stampava allora la nostra rivista, di non pubblicare più scritti contrari alle teorie razziste, pena la chiusura dell'azienda. L'articolo condannava la teoria che riduceva la nazione alla razza, «difesa - scriveva il p. Messineo - con una ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliore causa e con una povertà di argomenti da tutti gli scrittori che traggono ispirazione dal mito razzista della nuova Germania» ("La Civiltà Cattolica" 1928 III 216).

Qualche mese prima il p. Enrico Rosa (che pure in passato aveva assunto posizioni antigiudaiche, per motivi religiosi) pubblicò sulla rivista un articolo molto forte contro le teorie razziste divulgate in Germania. Egli vedeva come infatuazione o follia collettiva quelle teorie, che volevano esaltare «la stirpe o la razza germanica al di sopra di tutte le altre, come la più perfetta . Laddove tutte le altre stirpi del genere umano sarebbero ad essa inferiori, tutte da posporsi o asservirsi alla "grande Germania", ovvero anche da sterminarsi, come l'ebraica» ("La Civiltà Cattolica" 1938 III 63). Vanno inoltre ricordati gli articoli che "La Civiltà Cattolica" pubblicò dopo l'adozione delle leggi razziali da parte del fascismo, anche in difesa dei «matrimoni misti», cioè tra cattolici ed ebrei; quelle norme erano considerate da Pio XI lesive della dignità umana e, inoltre, del Concordato stipulato dall'Italia con la Santa Sede.

Queste tesi sostenute dalla nostra rivista furono poi riprese da Pio XII già nella sua prima enciclica "Summi Pontificatus". Durante l'udienza del 30 ottobre 1939 Pio XII chiese, al direttore della "Civiltà Cattolica", di tenere presenti negli articoli successivi «gli errori condannati dall'enciclica, in particolare si difenda l'unità del genere umano contro i razzismi». Da questo punto di vista non c'è alcuna contraddizione tra il magistero di Pio XI e quello di Pio XII.

Che la propaganda razzista in Germania e in Europa e le leggi razziali abbiano poi condotto all'Olocausto, come afferma Kertzer, è certamente vero, non vedo però quale legame ci sia tra questo tragico evento del secolo appena trascorso e la responsabilità della Chiesa a questo riguardo, che ha sempre denunciato l'antisemitismo e ha fatto di tutto per salvare da «morte certa» centinaia di migliaia di queste vittime. Sono gli stessi archivi statunitensi a scagionare oggi Pio XII da presunte «colpe» o inconfessate sue «connivenze con Hitler». I dispacci dell'Office of Strategic Services provano invece una realtà diversa. In uno di essi si dice che Pio XII è nemico della Germania, perché «ha ritenuto necessario intervenire a favore degli ebrei», e in un altro si legge: «I tedeschi promisero che il Papa non avrebbe più commemorato la sua incoronazione». Ma Kertzer sembra rimanere legato alla leggenda nera divulgata anche in opere teatrali e cinematografiche.

__________

Il libro:

David. I. Kertzer, "I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell´ascesa dell´antisemitismo moderno", Rizzoli, Milano, 2002, pagine 368, euro 21.

__________

Il link al documento del 12 marzo 1998 della commissione vaticana per i rapporti religiosi con l´ebraismo:

"Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah"

__________

In questo sito, sul perchè "La Civiltà Cattolica" è così autorevole:

"La Civiltà Cattolica" confessa: sì, il papa ci censura



Dio è (o dovrebbe essere) Verità

a cura di FREE SOULS

Solo la verità può sconfiggere l’ignoranza e le varie manifestazioni umane sue figlie: antisemitismo, intolleranza, violenza, odio per i «diversi» di razza, di cultura, di credo politico o religioso. La verità è ciò che permette ai Tribunali di sanzionare le azioni umane che infrangono i codici che l’uomo si è dato per una convivenza civile. In assenza di verità, nei Tribunali, si verificano gli errori giudiziari. In assenza di verità sulla passata storia dell’uomo, si verificano errori di giudizio che perpetuano l’ignoranza e la menzogna.

Per quanto riguarda l’antisemitismo e il ruolo che in esso ha avuto la Chiesa cattolica, qual’è la verità?

Daniel Jonah Goldhagen, nella sua ricostruzione delle cause dell’Olocausto, ne I volonterosi carnefici di Hitler (Mondadori), spiega come l’antisemitismo abbia avuto origine nella cultura cristiana fin dai tempi dei romani e abbia, da lì in poi, accompagnato nel tempo la storia e la cultura cristiana, creando così l’humus nel quale il nazismo ha potuto, con relativa facilità, trovare un fertile ambiente per imporre le teorie razziali. Non è stato il cristianesimo a creare il nazismo né a volere l’olocausto. Tuttavia i gerarchi nazisti hanno usato l’antisemitismo intrinseco al cristianesimo facendone un veicolo ideale per i propri scopi.

In Antisemitismo e intolleranza abbiamo riportato alcuni brani tratti dal lavoro di Goldhagen dal quale si apprende che, nella cultura cristiana, gli ebrei erano «gli uccisori di Cristo» e che Pietro il Venerabile di Cluny dubitava «che l’ebreo possa essere umano, poiché non si piega al ragionamento degli uomini, né si accontenta degli enunciati dell’autorità, divina o ebraica che sia»; ciò portò all’identificazione degli ebrei con il male e il diavolo stesso. Tali radicate convinzioni trovarono nuovo sbocco nelle emergenti scienze meccaniciste della Germania del 18° e 19° secolo, le quali svilupparono la teoria razziale che fu utilizzata, spacciandola per «scientifica», per divulgare il concetto della «razza ebraica», una razza immonda e parassita che, come tutti i parassiti, andava sterminata se si voleva salvare l’organismo – in questo caso il popolo tedesco e la «razza ariana». La propaganda antisemita del 1887 diceva che i tedeschi dovevano convincersi «che anche l’ebreo più onesto, spinto dall’influenza ineludibile del suo sangue, portatore della moralità semitica [Semitenmoral] del tutto opposta alla vostra (dei tedeschi, N.d.R.), non può far altro che operare ovunque per la sovversione e la distruzione della natura tedesca, della civiltà tedesca».

Mentre la propaganda «politica» tedesca, come abbiamo visto, alimentava il mito della «nociva razza ebrea», la propaganda ufficiale cattolica, tramite La Civiltà Cattolica, il 22 dicembre 1880 pubblicava un articolo che diceva: «Che se questa ebraica razza straniera è lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna, ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce… Per impedire che questa razza perseguiti o sia perseguita, sono necessarii freni sapienti e leggi speciali a sua non meno che nostra difesa e salute». E ancora, da La Civiltà Cattolica nel 1893: «La nazione ebraica – scrive l’autore gesuita – non lavora, ma traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa coi prodotti dell’arte e dell’industria delle nazioni che le diedero ricetto. È il polipo gigante che co’ suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche, e le sue ventose o i suoi succhiatori da per tutto». Nel 1898 L’osservatore romano, dal canto suo, faceva appello a «un sano antisemitismo» e metteva i cattolici in guardia contro i pericoli causati dall’emancipazione degli ebrei: «L’ebreo ha voluto condurre una vita che non può assolutamente condurre, abbandonandosi eccessivamente e inconsultamente all’ingenita passione della sua razza, essenzialmente usuraia e invadente».

Tutto ciò avveniva alcuni decenni prima dell’avvento di Hitler e del nazismo. In verità, Hitler e i suoi accoliti nacquero in seno a quella cultura, sia politica che religiosa, e la usarono per «risolvere» il problema ebraico che tutti additavano come il vero problema dell’umanità.

Venendo alla querelle in oggetto, Padre Sale sostiene che gli articoli della Civiltà Cattolica citati dal prof. Kertzer «furono pubblicati in chiave anticomunista. La rivista combatté il giudaismo dal punto di vista religioso e successivamente sostenne, come molti cattolici (e anche liberali) di quel tempo, la tesi del complotto giudaico - massonico - bolscevico contro la società cristiana. Va ricordato però che gran parte dei membri (17 su 21) del Consiglio dei commissari del popolo creato da Lenin dopo il 1917, cioè il Governo del Paese, era costituito da ebrei. Da qui nacque e si consolidò la leggenda del binomio giudaismo-comunismo. È comprensibile quindi che la Chiesa, combattendo il bolscevismo e la dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo anche il giudaismo».

Tuttavia Lenin e la rivoluzione russa erano ancora lontani nel tempo (alcuni decenni, dato che gli articoli sono del 1880, 1893, 1898), indi per cui le giustificazioni adotte da padre Sale nel suo articolo non ci sembrano appropriate e non spiegano in modo plausibile l’atteggiamento antisemitico della Chiesa.

Il prof. Kertzer sostiene che non ha senso pensare che l’antagonismo «religioso» del Vaticano verso gli ebrei non abbia nulla a che fare con i movimenti del moderno antisemitismo. Non c’è accusa più «religiosa» di quella secondo cui gli ebrei torturavano e uccidevano i bambini cristiani e ne usavano il sangue per i loro riti, un’accusa che il Vaticano ripropose in varie occasioni fino alla Prima guerra mondiale. In un articolo uscito su La Civiltà Cattolica nel 1914 si dice che il giudaismo insegnava agli ebrei a considerare il sangue dei bambini cristiani «una bevanda come il latte». Con l’aiuto del terreno preparato dalla Chiesa, i nazisti riuscirono a sfruttare le accuse di omicidio rituale, usandole spietatamente negli anni Venti e Trenta allo scopo di demonizzare gli ebrei.

Concordiamo pienamente con la tesi del prof. Kertzer. Notiamo altresì che l’anno citato, 1914, è precedente alla rivoluzione russa (ottobre 1917) che portò successivamente al Governo di quel Paese 17 ebrei su 21 membri.

È nostra opinione che le persone sono figlie del loro tempo, per cui “comprendiamo” o “cerchiamo di comprendere” i motivi per cui la maggioranza delle persone di allora, atee o religiose che fossero, la pensavano in un certo modo. Ma pur “comprendendo”, noi non siamo d’accordo con i comportamenti intolleranti e violenti, quale che sia la loro natura e motivazione, e vorremmo che fossero capiti appieno ed «estirpati» affinché non abbiano più a ripetersi.

Quello che non comprendiamo, invece, è come mai, a distanza di un secolo, vi siano reticenze nell’ammettere quello che è successo e perché è successo, preferendo alla verità la menzogna o il silenzio. Nessuno, tanto meno il prof. Kertzer, vuole accusare i cattolici ed il clero cattolico attuale per i misfatti dei cattolici e del clero cattolico di allora. Reticenze, menzogne e silenzi, però, non fanno altro che alimentare sospetti di incoffessabili connivenze odierne con il pensiero del passato, come se la difficoltà nell’ammettere che quelli furono errori madornali stia nel fatto che «quelli» non sono percepiti come errori. Infatti Papa Giovanni Paolo II viene contestato per le sue «aperture ecumeniche», come ha sottolineato Luciano Brunelli in Quei correttori di Wojtyla, mentre l’intolleranza verso «gli infedeli» vede in prima linea alcuni esponenti cattolici di spicco, come il cardinale Biffi che non esita a criticare ben due papi conciliari – Giovanni XXIII e Paolo VI – per la loro politica ecumenica (vedasi anche L’umana violenza “divina”).

Ci stupisce, inoltre, constatare che per padre Sale sia «comprensibile […] che la Chiesa, combattendo il bolscevismo e la dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo anche il giudaismo». Come a dire che il fine giustifica i mezzi, qualunque essi siano. A parte il fatto che la “lotta” della Chiesa cattolica al giudaismo è molto più antica della “lotta” al bolscevismo, ci pare che l’aver escogitato «la tesi del complotto giudaico - massonico - bolscevico contro la società cristiana» per combattere il “nemico infedele” sia stato uno stratagemma “diabolico”, degno di strateghi politici che ben poco hanno a che vedere con la religione, Dio e la salvezza delle anime. Tanto più che in questo “fascio” si accomunarono tre entità assolutamente diverse tra loro che in comune avevano solo il fatto di non essere gradite (a torto o a ragione) all’alto clero.

Insegnare che gli ebrei considerassero il sangue dei bambini cristiani «una bevanda come il latte» per inculcare nei fedeli cattolici la paura dell’ebreo, del «demonio», ci sembra una trovata inqualificabile. Ci addolora constatare che quelli che dovrebbero portare alto il messaggio di Gesù occupino invece il loro tempo e i loro sforzi per combattere dei nemici “terreni” rei di pensarla in modo diverso.

Tutto ciò ci porta a fare un parallelismo con alcuni comportamenti della Chiesa, o di alcune frange e alcuni personaggi all’interno della Chiesa, dei nostri giorni. C’è infatti un proliferare di gruppi cattolici disseminati nelle varie diocesi che fanno capo al GRIS (Gruppo Ricerca e Informazione sulle Sette, che recentemente ha modificato il proprio nome sostituendolo con il più pomposo “Gruppo Ricerca e Informazione Socio-religiosa”), un’emanazione della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), che si prefigge di combattere maghi, sette, nuove religioni, le religioni “fai-da-te” e, in pratica, qualsiasi forma di spiritualità non contemplata e non in linea con l’ortodossia Cattolica, includendo tra le “sette” la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova e le forme di spiritualità orientali. (Una presentazione dei movimenti “anti-sette” italiani, e del GRIS, è reperibile sul sito del CESNUR [organizzazione davvero poco raccomandabile e sospetta di parentela con vari clerico fascisti al potere, n.d.r.]).

Il parallelismo si spinge a tal punto che il GRIS sembra essere il principale propugnatore italiano della teoria secondo cui i nuovi movimenti religiosi usano il “lavaggio del cervello” per irretire le ignare e fragili “vittime” di detti movimenti, definiti in modo spregiativo “sette”. La teoria del “lavaggio del cervello” (versione moderna del “bere il sangue dei bambini”) risulta però essere assolutamente priva di fondamento scientifico, tant’è che è stata sconfessata dalla stessa American Psychological Association (si veda a tal proposito l’articolo del CESNUR sul lavaggio del cervello). Ciò nonostante il GRIS, e i suoi accoliti, la propugnano a più non posso, sollecitando l’intervento del legislatore per reintrodurre in Italia l’incostituzionale reato di plagio, ribatezzandolo “manipolazione mentale”, sulla scia della contestattissima ed illiberale iniziativa dei legislatori francesi.

Che dire, la storia si ripete. Non siamo di fronte ad un nuovo Olocausto, ma qualche avvisaglia di novelle “notti dei cristalli” si scorge qua e là. Si pensi ai vari movimenti skin-heads in Germania, e un po’ in tutta Europa (Italia compresa), che rifacendosi ad una cultura cristiano-cattolica fondamentalista si sono resi responsabili di atti vandalici, a volte mortali, nei confronti delle minoranze e dei diversi. In Italia il movimento neo-fascista Forza Nuova riporta nel proprio programma il «ripristino del concordato Stato-Chiesa del 1929» e la «messa al bando di massoneria e sette segrete». Per dare corpo ai propri propositi, il 2 marzo 2002 Forza Nuova ha organizzato un picchettaggio davanti alla sede della Chiesa di Scientology di Padova (la temutissima psico-setta americana, almeno stando alla descrizione che ne da il GRIS), finito con i forzanovisti da una parte e gli agenti antisommossa della Digos dall’altra. Allo stato, non ci risulta che vi siano prese di posizione contro tali manifestazioni di intolleranza e di violenza, né da parte cattolica né da parte del mondo politico. Al contrario, sull’altro versante, oltre a iniziative “umanitarie” come quelle messe in atto dal GRIS, alcuni politici dell’attuale XIV legislatura hanno presentato un disegno di legge per la reintroduzione del reato di plagio affinché ci si possa difendere dalle “sette”, e ben due disegni di legge (n° 158, e n° 497) sull’abuso della credulità popolare che vanno ad abbracciare anche la sfera religiosa e, in particolare, i nuovi movimenti religiosi.

Daniel Jonah Goldhagen scrive: «[…] Così voleva la logica dei Padri della chiesa, e quella che accompagnò l’antisemitismo nella sua graduale evoluzione verso il momento, nel XIII° secolo, in cui l’ebreo divenne sinonimo del diavolo. Grazie al controllo assoluto che esercitava sulla cosmologia e sulla morale in Europa, la chiesa diffuse tale idea per mezzo dei suoi portavoce, i vescovi, e soprattutto i parroci, creando una concezione universale e relativamente uniforme, panaeuropea, in cui gli ebrei, creature del demonio, finiscono per non far parte nemmeno dell’umanità». Il parallelismo con l’attuale logica dei Padri della chiesa, e di gruppi quali il GRIS, nei confronti dei «nuovi ebrei» (musulmani, nuovi movimenti religiosi, eccetera) e del demonio insito in essi è palese.

Siamo lieti di apprendere da padre Sale che «La Civiltà Cattolica fu l’unica rivista italiana che si oppose, già nell’agosto 1938, alla legislazione razziale emanata da Mussolini il 1° settembre 1938»; infatti in più parti in questo nostro sito abbiamo sostenuto che la maggioranza dei cattolici è «sana», intendendo con ciò tollerante e portatrice del messaggio di amore e fratellanza di Cristo. Tuttavia quel «già» stona un po’: il prof. Kertzer ha citato articoli di chiaro antisemitismo da parte della rivista gesuita datati 50/60 anni prima, per cui la presa di posizione de La Civiltà Cattolica è, quantomeno, un po’ tardiva. Comunque, meglio tardi che mai.


 

http://www.filosofia.it/pagine/libri/PioXII.htm 

Giovanni Miccoli, 

I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah

Rizzoli, Milano 2000.

di Daniele Santarelli


Questo libro affronta la spinosa questione della condotta tenuta dal pontefice Pio XII Pacelli e dal Vaticano nei confronti del nazismo e dello sterminio degli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale. Si tratta di un tema molto attuale, dato il processo di beatificazione in corso di papa Pacelli, e che ha scatenato vivaci dibattiti ed aspre polemiche tra gli storici e i giornalisti che si sono occupati dell’argomento.
1. Il primo capitolo ripercorre l’atteggiamento tenuto dalla diplomazia della Santa Sede nel corso della seconda guerrra mondiale.
Di fronte ai venti di guerra che scuotevano l’Europa, il Vaticano non prese posizione a favore di nessuno tra i contendenti: eventi come l’invasione della Polonia, la caduta della Francia e l’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’alleato nazista non smossero la diplomazia vaticana da una posizione di sostanziale neutralità. Delle pressioni vennero attuate su Mussolini perché moderasse l’impeto di Hitler, ma anche sulla Polonia perché accettasse le richieste tedesche, evitando così la guerra. Si sperava in una “nuova Monaco”. All’indomani della caduta della Francia Pio XII sondò le possibilità di una pace, che tuttavia avrebbe sancito un’egemonia di fatto della Germania sull’Europa. Il pericolo principale, per la stabilità dell’Europa, per Pio XII, non era comunque la Germania nazista, ma la Russia sovietica: i negoziati che si svolsero tra Pio XII e l’opposizione tedesca tra settembre ’39 e marzo ’40 avevano come fine ultimo, infatti, la costituzione di una coalizione antisovietica.
Di fronte alla “guerra totale” e ai crimini di guerra compiuti dai nazisti sin dall’inizio del conflitto, il papa, e con lui la stampa vaticana, non andarono oltre generiche condanne e atteggiamenti crittografici, mentre fu condannata con molto vigore l’invasione sovietica della Finlandia. Una solidarietà generica venne espressa al sovrano del Belgio e nessuna condanna venne espressa nei confronti del bombardamento tedesco di Coventry. Sembrava che il Vaticano percepisse la tragedia della guerra come ineluttabile e non riuscisse ad esprimere niente di più che generici sentimenti di compassione per chi soffriva a causa della guerra. Al contempo il Vaticano si candidava a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti in conflitto, cosa che gli impediva di schierarsi a favore di una delle parti in conflitto.
All’avvento in Croazia del regime filonazista di Ante Pavelic il Vaticano sembrò guardare con simpatia, assecondando le posizioni della maggioranza del clero locale e dell’arcivescovo di Zagabria, nonostante le dure persecuzioni operate dal regime contro serbi ed ebrei.
Di fronte all’incipiente persecuzione su larga scala degli ebrei e all’estensione delle leggi razziali, il Vaticano non ebbe la forza di assumere una posizione netta di condanna, neppure in seguito ad esplicite richieste angloamericane di una condanna della condotta dei nazisti a partire dalla fine del’42 . Nel messaggio del Natale 1942 Pio XII pronunciò una frase che alludeva in modo molto crittografico allo sterminio degli ebrei, ma non si andò oltre. Una presa di posizione forte, d’altronde, avrebbe potuto significare uno sbilanciamento della Santa Sede nei confronti di una delle parti in conflitto, cosa che si voleva evitare, tenendo conto anche del fatto che i nazisti, pur perseguitando gli ebrei, stavano combattendo una spietata guerra contro il nemico sovietico. Il clero tedesco, dal canto suo, non mancava di esortare il popolo a resistere contro la barbarie bolscevica, ma, salvo rari casi individuali di prelati coraggiosi, non accennò mai ad una condanna esplicita dei crimini nazisti.
2. Il secondo capitolo affronta la questione del rapporto tra cattolicesimo tedesco e Terzo Reich. La Chiesa tedesca salutò con favore l’avvento del regime nazista in Germania, regime che si opponeva sia al liberalismo che al marxismo, e la Santa Sede rimase influenzata da questo atteggiamento della Chiesa cattolica locale, tant’è che il pontefice Pio XI, predecessore di papa Pacelli, non mancò, in un primo tempo, di apprezzare la figura di Hitler, e di stipulare un Concordato con il regime appena instauratosi. Di fronte alle prime violazioni naziste delle norme del Concordato i vescovi tedeschi avanzarono solo delle timide proteste. Neppure le persecuzioni condotte dai nazisti contro il “cattolicesimo politico” sin dai primi anni del regime provocarono nette e ferme condanne; nel clero tedesco oltretutto pareva essersi diffusa una fiducia nella buona volontà di Hitler, considerato molto distante dal deplorevole neopaganesimo di alcuni dei suoi collaboratori. Si attendeva una “svolta” del regime sul modello del fascismo italiano; in una svolta “moderata” del nazismo pareva credere il cardinal Bertram, leader dei vescovi tedeschi; la partecipazione nazista alla guerra di Spagna a favore dei franchisti non fece che rinsaldare la speranza e la fiducia nel regime nutrite dalla grande maggioranza dell’episcopato germanico.
Le misure ostili alla fede messe in pratica dai nazisti suscitarono tuttavia una crescente tensione tra la Germania e il Vaticano e lo sdegno di Pio XI, nonostante il segretario di stato Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII) tentasse di moderare le posizioni del papa, che parevano evolversi verso un accostamento di nazismo e comunismo. Nell’enciclica Mit brennender Sorge (1938) Pio XI criticò esplicitamente gli attentanti compiuti dal nazismo contrò la libertà della Chiesa, ma non la persecuzione degli ebrei. Pio XI prese posizione anche contro l’alleanza tra Italia e Germania. La morte gli impedì quindi di prendere posizione contro l’antisemitismo: aveva già infatti commissionato un’enciclica su questo tema. L’avvento al soglio pontificale di Pio XII portò il Vaticano su posizioni ben più distensive e compromissorie nei confronti del regime nazista, come suggerito dai cardinali Bertram e Faulhaber, esponenti di spicco del clero tedesco, all’interno del quale tuttavia si veniva delineando una linea decisamente antinazista, seppur minoritaria, facente capo a monsignor von Preysing, vescovo di Berlino, e a monsignor von Galen, vescovo di Munster. La linea maggioritaria fu comunque quella del lealismo nei confronti di un regime fortemente schierato nella lotta anticomunista. Si cercava, infatti, in nome di una forma di “solidarietà nazionale”, di distinguere tra patria, Stato e Partito, cercando peraltro di evitare l’accusa di “pugnalata alle spalle”, che poteva essere scagliata contro i cattolici da parte dei nazisti.
3. Il terzo capitolo affronta la questione dell’anticomunismo vaticano e del suo influsso sul giudizio della Santa Sede sul regime nazista.
Dagli inizi degli anni ’30 (mentre in URSS Stalin attuava la “collettivizzazione forzata”) la condanna del Vaticano nei confronti del comunismo si fece sempre fu dura. Un vero choc fu rappresentato dalla violenza popolare antireligiosa scatenatasi in Spagna colla guerra civile. L’enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, coeva della Mit brennender Sorge, rappresenta un duro attacco contro il comunismo ateo e le sue implicazioni. Il nazismo, va ricordato, rappresentava, dal canto suo, un baluardo contro il bolscevismo. L’attacco nazista, scagliato a partire dal giugno ’41, contro l’URSS, non venne appoggiato esplicitamente dalla Santa Sede, che comunque guardò con preoccupazione alla saldatura creatasi tra l’URSS e le potenze occidentali. D’altronde c’era chi, come monsignor Tardini, sperava che l’URSS e la Germania nazista si annientassero a vicenda: si trattava di una posizione che rifletteva la volontà della Santa Sede di rimanere comunque imparziale e non pronunciarsi a favore di nessuna delle nazioni belligeranti.
4. Il quarto capitolo prende in esame la condotta della Santa Sede durante l’occupazione tedesca di Roma a partire dal settembre 1943. Tale evento non fece altro che rendere ancora più prudenti le posizioni del Vaticano, che non protestò pubblicamente né a seguito dei rastrellamenti del ghetto ebraico di Roma del 15 e 16 ottobre 1943, né a seguito della strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944.
5. Il quinto capitolo, il più denso del libro, affronta la questione della reazione della Santa Sede e dell’opinione pubblica cattolica di fronte all’antisemitismo e alle leggi razziali.
Miccoli si pone il problema se la Shoah fu o meno preparata da un atmosfera generale e diffusa di ostilità nei confronti degli ebrei, favorita da buona parte dell’opinione pubblica cattolica, il cui atteggiamento era senz’altro diverso rispetto al fanatismo nazista ma non opposto ad esso. Affievolitosi all’inizio del’900 (dopo l’escalation legata all’affaire Dreyfus), un certo antisemitismo tornò a riaffiorare prepotentemente nella stampa cattolica italiana alla fine della seconda decade del secolo a seguito della creazione di un focolare ebraico in Palestina e alla nascita dell’URSS. Nel 1928 un significativo decreto del Sant’Uffizio soppresse la società cattolica “Gli amici d’Israele”. Un’enunciazione dell’antisemitismo cattolico del tempo si poteva trovare, d’altronde, nel Lexicon fur Thelogie und Kirche del teologo Gustav Gundlach, nel quale si distinguono due opposti antisemitismi: uno, anti-cristiano, fondato su basi razziali, ed uno, accettabile dal cristiano e lecito, fondato sulla necessità di contenere il pernicioso influsso esercitato dall’ebraismo sul popolo.
Durante il Terzo Reich, la Chiesa cattolica e l’opinione pubblica cattolica tedesca rimasero sostanzialmente passive di fronte alla persecuzione antiebraica e i vescovi intervennero solo in difesa degli ebrei cattolici. Nei confronti delle leggi razziali l’opinione pubblica cattolica internazionale non assunse una posizione netta di condanna; in Italia, per esempio, le leggi razziali non vennero contestate, eccetto che per il divieto dei matrimoni misti, che costituiva un vulnus al Concordato. In questo contesto si colloca la vicenda di un enciclica di condanna delle persecuzioni antisemite, commissionata da Pio XI, il cui progetto venne però lasciato cadere in seguito alla morte di questi (1939), soprattutto per le forti perplessità al riguardo di esponenti di spicco della Curia, tra i quali il segretario di stato cardinal Pacelli, il quale, succeduto a Pio XI col nome di Pio XII, fece abortire il progetto, da lui considerato troppo avventato.
Nel corso della guerra, d’altronde, Pio XII non si pronunciò mai espressamente sulla questione. Nella Germania nazista, nella Francia di Vichy in Slovacchia, in Ungheria e nella Croazia di Ante Pavelic gli episcopati locali appoggiarono politicamente, in modo più o meno forte e più o meno palese, regimi che perseguivano gli ebrei e favorivano la loro deportazione. In Italia, caduto il regime fascista, nell’agosto 1943 il Vaticano parve reagire non troppo positivamente all’eventualità di una revoca della legislazione razziale da questo promulgata; ne dà una prova eloquente una lettera di monsignor Tacchi Venturi, plenipotenziario di Pio XII presso il governo italiano, al segretario di stato vaticano cardinal Maglione, nella quale Tacchi Venturi afferma di essersi guardato bene, in un suo incontro col nuovo ministro degli interni italiano Umberto Ricci, di accennare minimamente all’eventualità di una totale abrogazione della legislazione antisemita introdotta dal fascismo, definita dal Tacchi Venturi “una legge la quale secondo i principii e la tradizione della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma”.
Il tradizionale antisemitismo cattolico non va certo confuso con l’antisemitismo su base razziale e sterminatore dei nazisti; tuttavia esso parve creare un clima che fece in modo che l’opinione pubblica cattolica non prendesse una posizione netta a difesa delle masse dei perseguitati. A ciò occorre aggiungere il timore di ritorsioni contro i cattolici che potevano seguire all’esplicitazione da parte del Vaticano, dei vescovi e della stampa cattolica di una condanna dura della legislazione antisemita e dello sterminio in corso degli ebrei.
Su questo tipo di scelta Miccoli formula, nella conclusione, il suo giudizio storico: l’atteggiamento tenuto da Pio XII e dalla Chiesa cattolica nei confronti del nazismo, della guerra e della Shoah, una posizione di neutralità e silenzio frutto peraltro di una lunga tradizione ideologico-diplomatica, si rivelò sostanzialmente inadeguato di fronte ad un evento di portata così grave, che richiedeva tutt’altra presa di posizione a favore delle vittime di una così immensa ed “unica” tragedia.


 

http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2004/chiesa_e_potere.htm 

       

L' "ASSORDANTE SILENZIO DEI VESCOVI" OGGI COME NEL PASSATO

DOC-1526. ROMA-ADISTA. "L'attuale comportamento del Vaticano nei confronti del governo italiano costituisce una cesura storica o incarna una continuità rispetto agli atteggiamenti politici della Santa Sede nel corso del Novecento?". A questo delicato quesito cerca di fornire una risposta Elio Rindone, professore e saggista, autore fra l'altro di L'ispirazione della S. Scrittura dal Vaticano I al Vaticano II. Di fronte allo sconcerto di molti cattolici democratici per "l'assordante silenzio" che caratterizza le gerarchie ecclesiastiche in un periodo di profonda crisi della democrazia italiana sotto il governo neo-autoritario di Silvio Berlusconi, Rindone accenna con puntuale rigore storico ai rapporti fra il Vaticano e le principali dittature di destra del secolo scorso (fascismo, nazismo, franchismo, regime di Pinochet e dittatura militare argentina) per concludere amaramente che "lo sgomento di tanti credenti è evidentemente del tutto immotivato". Se, con senso del realismo, non bisogna dunque sperare in un sussulto di indignazione delle gerarchie vaticane per la degradazione cui stanno andando incontro le istituzioni italiane negli ultimi anni, compito dei cattolici democratici è - secondo Rindone - quello di "proseguire nel loro impegno di difesa della legalità".

 

LA CHIESA E I REGIMI DI DESTRA
di Elio Rindone

 

La componente del mondo cattolico italiano più sensibile ai valori democratici prova, e in alcuni casi esprime a chiare lettere, un sincero sgomento per l'assordante silenzio della gerarchia di fronte al pericolo costituito per la legalità democratica dalla destra italiana. Ma l'attuale politica del Vaticano costituisce una rottura col passato, tanto da giustificare tale stupore, o è assolutamente coerente col trattamento riservato di solito ai regimi autoritari di destra? Richiamare alla memoria qualche episodio della storia del secolo scorso, cominciando col fascismo che riguardandoci più da vicino merita un'attenzione particolare, ci permetterà di rispondere al quesito.
In Italia nel 1922 Mussolini è appena arrivato al potere e mostra subito le sue intenzioni autoritarie proclamando alla Camera che poteva "fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli". La cosa non allarma il Vaticano, anzi il cardinale Gasparri, segretario di Stato, trova motivi per compiacersene e confida al barone Beyens, ambasciatore del Belgio presso la Santa Sede: "Avvertire la Camera che resterà in funzione due anni, o solo due giorni, a seconda che si mostrerà ubbidiente o indisciplinata, è il colmo dell'audacia. Ma Mussolini ha terminato il suo discorso pregando Dio di assisterlo per portare a buon termine il suo arduo compito. Dal 1870 non si era più intesa, dalla bocca di un sovrano o di un ministro italiano, alcuna invocazione alla Divina Provvidenza. I liberali (...) non si curavano della religione (...) ed è un rivoluzionario convertito a dare l'esempio di un ritorno alle pratiche religiose. La Provvidenza si serve di strani strumenti per fare la felicità dell'Italia. Da parte mia, non rimpiango certo il parlamentarismo italiano, quando vedo Mussolini tendere risolutamente verso un governo conservatore"(Barone Beyens, Quatre ans à Rome, Paris 1924, p 138, citato in Ernesto Rossi, Il manganello e l'aspersorio, Milano 2000, pp 54-55).
Pochi mesi dopo, nella sua prima enciclica, Ubi arcano Dei (23/12/1922), Pio XI, mettendo in guardia contro le agitazioni sociali, le ribellioni alle legittime autorità e le lotte tra partiti poco interessati al bene comune, sente il bisogno di sottolineare che questi mali sono più frequenti nei Paesi in cui è in vigore un regime basato sulla rappresentanza popolare, per il quale il papa pare non nutra particolare simpatia: "le moderne forme di governo rappresentative, sebbene di per sé non contrastanti con la dottrina cattolica, che sempre si concilia con ogni forma di regime giusto e ragionevole, sono tuttavia le più esposte al sovvertimento delle fazioni"(n 7). Non si può certo dire che con queste parole il papa abbia incoraggiato le forze politiche che si opponevano alla nascente dittatura.
Quando nel 1924, dopo l'assassinio di Matteotti, il fascismo sembra sul punto di crollare travolto dall'indignazione dell'opinione pubblica, tra i parlamentari popolari (privi del loro segretario, don Sturzo, già nel 1923 costretto dalle pressioni vaticane a dimettersi a causa della sua opposizione politica) e quelli socialisti si intavolano trattative per la formazione di un governo che possa succedere a Mussolini. Ma Pio XI coglie l'occasione di un Discorso agli studenti universitari cattolici (8/9/1924) per deplorare il possibile accordo: con una simile innaturale alleanza, infatti, i cattolici popolari porterebbero al potere il partito socialista, dichiaratamente favorevole alla detestabile separazione tra Stato e Chiesa, contrapponendosi per di più ai cattolici che si riconoscono nel partito fascista, e sarebbe "davvero penoso al cuore del Padre vedere buoni figli e buoni cattolici dividersi e combattersi a vicenda".
L'anno dopo, nell'enciclica Quas primas (11/12/1925), Pio XI afferma che i governanti legittimi comandano per mandato di Cristo Re e conclude che, quanto più i cittadini saranno consapevoli che l'autorità viene dall'alto tanto più saranno pronti ad obbedire, e quindi si consoliderà una società ordinata e pacifica: "ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui, o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l'immagine e l'autorità di Cristo". È appena il caso di ricordare che questo richiamo all'obbedienza valeva anche per quei cattolici italiani che ritenevano indegno e spregevole un capo di governo come Mussolini, che alcuni mesi prima in un discorso alla Camera si era assunto la responsabilità politica, morale e storica del delitto Matteotti.
Superato, quindi, il momento critico e messe definitivamente a tacere le opposizioni, Mussolini intensifica i rapporti col Vaticano, riuscendo nel 1929 a chiudere la questione romana. La Conciliazione tra Stato e Chiesa è indubbiamente un grosso successo per le due parti: da un lato rafforza il regime e dall'altro riconosce al cattolicesimo uno statuto privilegiato. Tralasciando gli aspetti più noti dell'accordo, può essere utile soffermarsi su quello economico. Da anni le finanze vaticane erano ridotte in condizioni disastrose e Mussolini aveva sempre mostrato grande sensibilità per questo problema: già nel 1924, e di nuovo nel 1925, aveva considerevolmente aumentate la rendita dei vescovi e la congrua dei parroci. Ma ora l'Italia versa alla Chiesa addirittura un miliardo in titoli e 750 milioni in contanti, e inoltre restituisce alcuni edifici ecclesiastici di enorme valore da tempo incamerati, esenta da ogni tributo le retribuzioni dovute a salariati e impiegati della Santa Sede e rinuncia ad imporre dazi doganali sulle merci importate dalla Città del Vaticano.
Non è necessario essere volgari seguaci di una concezione materialistica della storia per supporre che anche queste vantaggiose clausole finanziarie abbiano influito sull'entusiastico giudizio che sul Concordato appena firmato Pio XI espresse parlando ai professori e agli studenti dell'Università cattolica del Sacro Cuore: "Forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi (...) erano altrettanti feticci (...) tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. (...) [Con lui siamo riusciti] a concludere un Concordato che, se non è il migliore di quanti ce ne possano essere, è certo tra i migliori" (Discorso agli allievi dell'Università cattolica del Sacro Cuore, 13/2/1929).
In effetti, che Mussolini sia libero da scrupoli di tipo liberale è certo, e infatti ha già instaurato in Italia un regime totalitario, che ora si può consolidare con le elezioni plebiscitarie tenute proprio poche settimane dopo la firma dei Patti Lateranensi. Difficile negare che l'atteggiamento del Vaticano abbia aiutato il fascismo a mettere radici in Italia, tanto più che è un fatto riconosciuto dallo stesso Pio XI quando, in seguito alle violenze di stampo squadristico scatenate contro le associazioni dell'Azione cattolica, nell'enciclica Non abbiamo bisogno (29/6/1931) accusa Mussolini di scarsa riconoscenza: anzi, vera ingratitudine "rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in Paese e fuori, un aumento di prestigio e di credito che ad alcuni in Italia e all'estero parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra" (n 17).
E tuttavia, neanche nel corso di questa crisi, che costituisce il momento di massima tensione col regime, e con questo documento, che è considerato la più chiara presa di distanza da esso, il papa ha intenzione di rompere col fascismo. Infatti dichiara che le sue critiche riguardano singole scelte, certamente gravi e detestabili ma che possono e debbono essere corrette, e conclude l'enciclica con la rassicurazione che "con tutto quello che siamo venuti finora dicendo, Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime come tali" (n 62).
In effetti, i buoni rapporti permangono anche quando nel 1935 Mussolini inizia la conquista dell'Etiopia. Si tratta con ogni evidenza di una guerra coloniale, e quindi ingiusta per la morale cattolica. All'estero tutti la giudicano così, ma Pio XI sembra dar credito alla propaganda governativa che la presenta come una guerra difensiva e, rivolgendosi a duemila infermiere, afferma: "Noi non crediamo, non vogliamo credere a una guerra ingiusta. In Italia si dice trattarsi di una guerra giusta: infatti, una guerra di difesa per assicurare le frontiere contro i pericoli continui e incessanti, una guerra divenuta necessaria per l'espansione di una popolazione che aumenta di giorno in giorno, una guerra intrapresa per difendere o assicurare la sicurezza materiale a un Paese, una tale guerra si giustificherebbe da sola"(Discorso alle partecipanti al congresso internazionale delle infermiere cattoliche, 27/8/1935). Così, quando gli Italiani, facendo uso anche di gas asfissianti, conquistano Addis Abeba e Mussolini proclama Vittorio Emanuele III imperatore d'Etiopia, in tutte le chiese si canta un Te Deum di ringraziamento.
E persino nel 1938, quando sono appena state approvate le leggi razziali, fortemente discriminatorie nei confronti degli ebrei, Pio XI sembra ritenere che il merito di aver approvato i Patti Lateranensi, di cui è ormai prossimo il decennale, possa coprire tutti i demeriti di Mussolini, a cui esprime sincera gratitudine in occasione di un Discorso al Sacro Collegio (24/12/1938): "Occorre appena dire, ma pur diciamo ad alta voce, che, dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle eccelse persone - cioè il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - cui si deve se l'opera tanto importante, e tanto benefica, ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo". Del resto la Chiesa, se rifiuta un antisemitismo di carattere razziale, ha per secoli coltivato un antigiudaismo di carattere religioso. Nel 1924, per citare un solo ma significativo esempio, padre Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell'Università cattolica del Sacro Cuore, scriveva: se "morissero tutti i giudei che continuano l'opera dei giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio?" (in Vita e pensiero, agosto 1924, citato in Stefano Levi Della Torre, Errare e perseverare, Roma 2000, p 35).
Con la Conciliazione Mussolini ha acquistato un merito indelebile anche per il nuovo papa. Nella Summi pontificatus (20/10/1939), la sua prima enciclica, Pio XII infatti ricorda ancora con animo grato che dai Patti Lateranensi "ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la pace di Cristo restituita all'Italia".
Della politica concordataria papa Pacelli è in effetti un convinto sostenitore, e già nel luglio del 1933, come segretario di Stato, aveva firmato il concordato con Hitler. Le trattative avviate dal Vaticano col governo tedesco inducono i vescovi, che avevano in precedenza espresso un giudizio fortemente negativo nei confronti del regime nazista, a modificare il proprio atteggiamento. Essi ricordano ora ai loro fedeli che debbono "adempiere con coscienza i propri doveri di cittadini, rifiutando per principio ogni comportamento illegale o sovversivo" (Dichiarazione episcopale, 28/3/1933, citata in John Cornwell, Il papa di Hitler, Cernusco 2000, p 207). La politica di Pacelli, letta in Germania come un avallo dato al nazismo, ha quindi provocato il disorientamento di milioni di cattolici tedeschi, che rinunciano ad ogni forma di opposizione, e la crisi del Partito del Centro Cattolico, che addirittura arriva all'autoscioglimento.
Deludendo le aspettative del Vaticano, Hitler non rinunzia però alle violenze contro i cattolici, ma le proteste della Chiesa sono ormai inefficaci. L'enciclica Mit brennender Sorge (14/3/1937) in cui Pio XI, accusando il governo tedesco di tollerare e addirittura favorire gli attacchi alla religione cristiana per sostituirla con la deificazione della razza e dello Stato, ribadisce che "il credente ha un diritto inalienabile di professare la sua fede e di praticarla in quella forma che a essa conviene" (n 31) ma dichiara tuttavia di non avere perduto la speranza che finalmente il Concordato possa trovare attuazione, può tutt'al più irritare Hitler ma non può certo mettere in difficoltà il regime. Del resto, il tono deciso delle parole del papa poco si accorda con l'atteggiamento conciliante mostrato nei mesi successivi in privato dal suo segretario di Stato, tanto che l'ambasciatore tedesco presso il Vaticano, von Bergen, può comunicare il 23 luglio al suo governo: "Pacelli mi ha ricevuto in modo decisamente amichevole e mi ha enfaticamente assicurato, nel corso della conversazione, che relazioni amichevoli e normali si sarebbero ristabilite il prima possibile" (citato in John Cornwell, Il papa di Hitler, Cernusco 2000, p 270).
Così il governo nazista continua a proclamare la religione del sangue, a perseguitare sacerdoti e sciogliere organizzazioni cattoliche, a imprigionare e uccidere ebrei, distruggendone case e sinagoghe: tutto ciò non induce il Vaticano a una condanna ufficiale. Anzi, divenuto papa nel 1939, nel comunicare a Hitler la propria elezione, Pacelli dà l'impressione che tutto in Germania vada per il meglio: "Noi stimiamo dovere del nostro ufficio dare notizia a Lei, come Capo dello Stato, dell'avvenuta nostra elezione. Al contempo Noi desideriamo assicurarle, fin dall'inizio del nostro pontificato, che restiamo legati da intima benevolenza al popolo tedesco affidato alla sua guida (...). Nella cara memoria dei lunghi anni durante i quali, come nunzio apostolico in Germania, tutto abbiamo messo in opera per ordinare le relazioni tra Chiesa e Stato in mutuo accordo ed efficace collaborazione a vantaggio delle due parti (...). Noi indirizziamo particolarmente in quest'ora al raggiungimento di tal fine l'ardente aspirazione che ci ispira e ci rende possibile la responsabilità del nostro ufficio" (Lettera a Hitler, 6/3/1939).
Le atrocità commesse dal regime hitleriano negli anni successivi non sono sufficienti a convincere il papa ad abbandonare le ambiguità del linguaggio diplomatico. Solo quando la Germania sarà stata definitivamente sconfitta, Pio XII formulerà, in una Allocuzione al Sacro Collegio (2/6/1945), quella chiara condanna che invano tante vittime della barbarie nazista avevano atteso nel corso della guerra: "Nutriamo fiducia che il popolo tedesco possa risollevarsi a nuova dignità e a nuova vita, dopo avere respinto lo spettro satanico esibito dal nazional-socialismo". Peccato che queste parole siano state pronunziate con tanto ritardo!
Del resto, è ovvio che per il Vaticano non era facile rompere con i regimi fascista e nazista, di cui aveva negli anni precedenti appoggiata l'azione volta ad instaurare una dittatura di destra in Spagna. Nel 1936, infatti, il generale Franco, sostenuto da Germania e Italia, aveva dato inizio a una rivolta militare contro il Fronte Popolare che aveva vinto le elezioni. Ricevendo un gruppo di preti fuggiti dalla Spagna, Pio XI chiarisce subito da che parte sta la Santa Sede, mettendoli in guardia contro il pericolo di una possibile collaborazione dei cattolici con le sinistre, e invia la sua speciale benedizione "a quanti si erano assunti il difficile e rischioso compito di difendere e restaurare i diritti e l'onore di Dio e della religione" (Discorso del 24/9/1936), e cioè a coloro che si erano ribellati al governo legittimo.
È vero che in Spagna molti preti erano stati massacrati ad opera delle sinistre ma non pochi erano quelli massacrati dai militari ribelli. Eppure, di questi ultimi Pio XI non sembra preoccuparsi, mentre nell'enciclica Divini Redemptoris (19/3/1937) condanna senza mezzi termini il comunismo e le stragi perpetrate dai comunisti: "Il furore comunista non si è limitato a uccidere vescovi, migliaia di sacerdoti, di religiosi e di religiose (...). Non vi può essere uomo privato che pensi saggiamente, né uomo di Stato consapevole della sua responsabilità, che non rabbrividisca al pensiero che quanto accade oggi in Spagna possa ripetersi domani in altre Nazioni civili" (n 20).
Quando poi i legionari di Franco riportano la vittoria, Pio XII non perde tempo per esprimere con un Radiomessaggio alla Spagna (16/4/1939) il suo entusiasmo e la sua fiducia nel nuovo governo: "Con immensa gioia ci rivolgiamo a voi, figli dilettissimi della cattolica Spagna, per esprimervi le paterne Nostre felicitazioni per il dono della pace e della vittoria (...). I disegni della Provvidenza, amatissimi figlioli, si sono manifestati una volta ancora sopra l'eroica Spagna (...). [Esortiamo i Governanti e i Pastori a insegnare i principi di giustizia contenuti nel Vangelo e] non dubitiamo che ciò avverrà: di questa Nostra ferma speranza sono garanti i nobilissimi sentimenti cristiani di cui hanno dato sicure prove il Capo dello Stato e tanti suoi fedeli collaboratori con la protezione legale accordata ai supremi interessi religiosi e sociali, in conformità agli insegnamenti della Sede Apostolica". Nelle carceri spagnole si trovavano allora oltre duecentomila prigionieri politici, ma quei 'nobilissimi sentimenti cristiani' non impedirono che ogni giorno a centinaia essi venissero portati davanti al plotone di esecuzione.
Anche in anni recenti l'opposizione al comunismo sembra agli occhi delle gerarchie vaticane un valore tale da permettere di chiudere gli occhi su illegalità, violenza e dittatura. Nel 1973, rovesciato il legittimo governo del socialista Allende, il generale Pinochet instaura in Cile la sua dittatura. Si tratta di un regime universalmente condannato per la sua ferocia dall'opinione pubblica democratica, eppure il papa Giovanni Paolo II non ha difficoltà, nel corso del suo viaggio in Cile del 1987, a presentarsi in pubblico a fianco di Pinochet, che dichiara che quando ha assunto la guida del Paese ha affidato "il successo della nostra missione a Dio e alla santissima Vergine del Carmelo". E nel 1993, in occasione del cinquantesimo anniversario del matrimonio del generale, il papa invia una sua foto con la seguente dedica: "Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, signora Lucia Hiriarte Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II". Ancor più calorosa la lettera del cardinale Sodano, segretario di Stato, che riconosceva negli sposi una coppia cristiana esemplare e rinnovava al generale "l'espressione della più alta e distinta considerazione". Come stupirsi quindi dell'intervento vaticano a favore di Pinochet presso le autorità inglesi e spagnole quando nel 1998 il sanguinario dittatore cattolico rischia di essere processato per i crimini commessi?
Non meno feroce la dittatura militare instaurata in Argentina nel 1976. Ma, appena tre mesi dopo il golpe, arriva la benedizione dell'allora nunzio apostolico Pio Laghi: "Il Paese ha un'ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi di fronte ai germi, e nasce così la violenza. I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il quale insegna che in casi del genere l'amore per la Patria si equipara all'amore per Dio". I generali colpevoli di genocidio, come Videla, Viola, Galtieri e Massera, tutti poi amnistiati dal presidente Menem, vengono ovviamente invitati dal nunzio apostolico Calabresi ai festeggiamenti ufficiali del 1991 per il tredicesimo anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo II. E mentre Roma abbandona alla loro sorte vescovi come Angelelli, Gerardi o Romero, trucidati perché schieratisi con gli oppressi, gli ecclesiastici che per anni hanno mantenuto ottimi rapporti con gli aguzzini sono considerati in Vaticano degni di promozione: così monsignor Medina diventa vescovo castrense, monsignor Quarracino cardinale arcivescovo di Buenos Aires, e monsignor Laghi cardinale prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica.
A questo punto mi pare che siamo in grado di rispondere al quesito iniziale: lo sgomento di tanti credenti è evidentemente del tutto immotivato. Se questa è stata la politica della dirigenza ecclesiastica nel secolo scorso, non si capisce infatti per quale ragione ci si dovrebbe attendere oggi una particolare sensibilità per i pericoli che corre la democrazia in Italia. Penso che i cattolici democratici farebbero bene, quindi, a proseguire nel loro impegno di difesa della legalità costituzionale senza preoccuparsi delle posizioni delle gerarchie vaticane, che hanno fermamente condannato i regimi totalitari comunisti ma non quelli fascisti. Se delle immani sofferenze provocate dai primi, da sempre combattuti, i responsabili della politica vaticana non portano il peso, di quelle provocate dai regimi autoritari di destra, di norma legittimati, essi sono senza dubbio oggettivamente corresponsabili. Somigliando, per quanto riguarda il campo politico, a ciechi che pretendono di guidare altri ciechi, questi uomini sono perciò da affidare alla misericordia del Padre, dato che spesso non sanno quello che dicono e che fanno.

da ADISTA n° 48 - 26.6.2004


 

http://www.confronti.net/archivio/feb05_03.htm 

Quei battesimi di troppo

Un documento del 1946 sull'atteggiamento di Pio XII riguardo al battesimo dei bambini ebrei ha scatenato un acceso dibattito. Per alcuni papa Pacelli si mostra insensibile alla Shoah; per altri agiva con le categorie teologiche del suo tempo. Ma quei battesimi ci furono. E oggi complicano le relazioni ebraico cristiane.

A più di un mese dalla pubblicazione sul Corriere della sera (28 dicembre 2004) di un articolo di Alberto Melloni che accompagnava l'anticipazione di una direttiva del 20 ottobre 1946 diretta dal Sant'Uffizio alla nunziatura parigina (guidata all'epoca da Angelo Roncalli) e con la quale si dettavano le linee guida del trattenimento dei bambini ebrei (battezzati o ancora da battezzare) salvati nei conventi d'oltralpe dalla furia nazista, non sembrano placarsi le polemiche. Da una testata all'altra - Corriere, Repubblica, Avvenire, Unità, Giornale, Liberazione e, con una lapidaria colonna di Filippo Gentiloni del 2 gennaio, il manifesto - da un sito internet di giornale all'altro - il dossier "Papa Pacelli: il caso francese" su quello dell'Avvenire e lo speciale "Pio XII. La Chiesa. La Shoah" su quello del Corriere -, le prime pagine e le pagine di cultura battono e ribattono gli spunti della querelle, ben presto, in fin dei conti, uscita dal suo tema specifico (ad eccezione degli interventi di Gentiloni e di Anna Foa), i battesimi dei minori invitis parentibus, in favore dell'annosa questione della santità o della mancata santità di Pio XII, del suo agire e non agire, della novità o non novità dell'antisemitismo novecentesco.

Adriano Sofri, su Repubblica dell'8 gennaio, ha proposto un'ottima sintesi dell'intero dibattito cui, con toni e posizioni diverse, sono intervenuti storici e opinionisti (Melloni, Miccoli, Moro, Fattorini, Foa, Scaraffia, Goldhagen, Messori, Menozzi, Blet, Galli della Loggia, Vian, Pirani, Israel, Romano, Battista, Bertelli, Pertici, Padoa Schioppa) e che, soprattutto dopo l'articolo di Ernesto Galli della Loggia (Corriere, 7 gennaio, "Non giudichiamo il passato con il metro del presente"), si è incagliato in argomentazioni sulla supposta ignoranza della realtà dello sterminio (di cui si sarebbe appresa la verità solo negli anni Sessanta), capace, in forza di tale comoda incompetenza, di giustificare l'ordine ecclesiastico di custodire - a guerra finita e ad Auschwitz aperto - i corpi e le anime dei bambini in questione. A riprova di tale e tanta incoscienza si citano quale fonte inconfutabile i manuali di storia in voga nelle scuole superiori negli anni Sessanta (Belardelli, 12 gennaio sul Corriere), dimentichi, di certo, che nelle scuole italiane solo una direttiva del ministro Berlinguer del 1998 ha garantito che si studiassero i fatti del Novecento e che prima, in molte classi in preparazione degli esami di maturità, a malapena si arrivava agli anni Venti di quel secolo. D'altronde, un rapido controllo nella manualistica in uso oggi giorno, permette di appurare come - con rarissime eccezioni e in palese contrasto con quanto dimostrato da tempo dai ricercatori - la legislazione razziale italiana fu emanata esclusivamente per cementare l'alleanza con Hitler e che, comunque, come tradizione per le leggi del Belpaese, risultò nei fatti disattesa; per non parlare poi, sempre a dar fede ai testi scolastici, dell'oblio che nelle due striminzite e isolate paginette dedicate alla materia, copre inevitabilmente zingari, slavi, omosessuali, disabili e testimoni di Geova e che dunque, secondo certe logiche, ci autorizzerebbe ad ignorarne la sorte.

Ma, lo ripetiamo, in fin dei conti l'inedito pubblicato da Alberto Melloni non di questo tratta, non di relativismo etico ragiona, ma di battesimi; e qualunque discussione su Pio XII, su antisemitismo e antigiudaismo, dovrebbe tener conto del fatto che appunto di battesimi si va ragionando e da questi prendere le mosse.

La questione è antica ed è, in qualche modo, iscritta nella natura stessa della Chiesa cattolica e della sua missione evangelizzatrice, il cui sigillo altro non è che il battesimo degli infedeli. In qual modo gli "infedeli" pervengano, o non pervengano, alla libera e consapevole scelta di accedere al fonte battesimale, è uno dei punti; gli altri naturalmente sono l'accordarsi su una definizione certa delle condizioni in cui una scelta è libera e consapevole e quale sia l'età giusta per poter compiere scelte in libertà e consapevolezza. Di battesimi di ebrei in punta di spada, o con l'acqua alla gola, le cronache d'Europa conservano ampia traccia, così come, d'altronde, le formulazioni dei canonisti. Non è certamente questa la sede per ripercorrere nel dettaglio l'evoluzione della normativa e della teologia in merito ai battesimi degli ebrei; alcune indicazioni, però, si rivelano indispensabili riferimenti per la riflessione e la comprensione della vicenda assurta all'onore delle nostre cronache.

L'oggetto del dibattito, ovviamente, non è la libera accettazione del battesimo, chiaramente manifestata da un adulto perfettamente in grado di intendere e di volere, ma la legittimità dei battesimi imposti a coloro sulla cui sovrana volontà, perché costretti da avverse condizioni o perché troppo piccoli per resistere ad un plagio, si nutrono dei dubbi. La casistica in proposito è ampia e lunga nel tempo, e comprende, naturalmente, l'imposizione del battesimo ad ebrei niente affatto desiderosi di riceverlo; in generale, comunque, per quanto la Chiesa sia andata deprecando le modalità di tali imposizioni coatte e non abbia approvato affatto - soprattutto nel caso degli ebrei - le aspersioni di acqua santa accompagnate da spade minacciose, ha spesso finito per considerare validi questi battesimi, ottenuti con mezzi a dir poco impropri. La persuasione, la predica, restrizioni economiche e sociali, ma non le armi vere e proprie andavano usate per convincere i ciechi ebrei a riconoscere la verità di Cristo. E a questo scopo, nel corso della prima età moderna, vennero fondate le Case dei Catecumeni e chiusi i Ghetti. Un bel libro di Marina Caffiero appena uscito per Viella, Battesimi forzati, frutto di lunghe ricerche nell'archivio del Sant'Uffizio, esamina a fondo e con passione la materia, dimostrando come la svolta avvenne nel Settecento ed in particolare sotto il pontificato di Benedetto XIV. Se, infatti, le strutture dell'impianto conversionistico si erano venute sviluppando nel corso dei secoli, è in quegli anni che queste vengono profondamente rivisitate e che progressivamente scompaiono le tradizionali garanzie che fino ad allora avevano regolato per queste fattispecie i rapporti tra ebrei ed autorità ecclesiastiche. In particolare si fa sempre più ampio e meglio determinato il concetto di favor fidei, in base al quale, in nome appunto del bene superiore della fede, la Chiesa battezza reclama bambini, anche non ancora nati, contro il diritto naturale e contro le tradizionali definizioni dei confini della patria potestà genitoriale, ora, secondo i casi e le convenienze, estesa sino a comprendere nonni e zii, anche lontani.

Proprio la strenua difesa dell'ideale del favor fidei sembra animare il documento della Chiesa di Pio XII al centro di questa polemica; e non vi è ragione di tentare di accreditare quell'atteggiamento alla schiera degli antichi pregiudizi antigiudaici o a quella dei più moderni dettami antisemiti. La disamina dei profondi significati, delle differenze o delle similitudini tra le due parole, non può e non deve nascondere, per semplice onestà intellettuale, che è sulle lunghe radici dell'antigiudaismo ecclesiastico (se così vogliamo chiamarlo) che poggia fermamente l'antisemitismo novecentesco, così da attecchire non a caso e con estrema facilità proprio in quei paesi - come l'Italia - in cui più forte e consueto era stato il primo. Certamente, per sfruttare dizioni forse meno ambigue, l'antisemitismo biologico - razziale fascista e nazista divergeva dal suo predecessore culturale, economico e politico per diversi aspetti, in primis per la negazione della conversione salvifica, ma, con altrettanta evidenza, a quello si richiamava quando espelleva gli studenti dalle scuole e ordinava la più netta separazione tra ariani e non. Se poi, per proporre un esempio sin troppo ovvio, il caso Dreyfuss vada considerato antigiudaico o antisemita, questa è riflessione che lasciamo volentieri agli abili polemisti di questi giorni; così come, d'altronde, quella sulla "modernità" delle teorie elaborate in Spagna, e vecchie ormai di mezzo millennio, su una faccenda niente affatto razziale come la limpieza de sangre.

Su Pio XII, sui suoi silenzi, sui suoi presunti meriti e presunte colpe, molto si è detto e molto ancora si dirà. Inserirlo o meno nel canone dei beati e dei santi è decisione che, naturalmente, spetta esclusivamente a chi in quei santi e in quei beati crede. Agli altri, al più, pertiene il prendere atto dell'esito di tale scelta. Che Pio XII abbia trovato le parole per condannare il comunismo, ma gli siano venute meno quelle per deplorare il fascismo e il nazismo, è cosa nota; così come lo sono il gradimento espresso dalle gerarchie ecclesiastiche per le leggi razziali, ed in particolare per il divieto di contrarre matrimoni misti, le ansie dei nazisti per le possibili reazioni pontificie in seguito alla razzia degli ebrei di Roma (da sempre, in fondo, gli ebrei del papa) e l'asilo offerto nei conventi ai perseguitati durante la guerra e ai persecutori a guerra finita. Che poi, nel 1946 e negli anni successivi - mentre le foto e le testimonianze di Auschwitz e dei suoi fumi già giravano il mondo, l'Europa contava i diciotto milioni di vittime civili uccise a sangue freddo, gli ebrei accoglievano con assoluto stupore i rari reduci della fabbrica della morte, e per affrontare l'orrore si andavano elaborando i concetti di crimine di genocidio e di crimine contro l'umanità - la Chiesa non abbia saputo e voluto superare vecchie prassi, racconta più di mille pagine di saggi e memorie cosa questa sia stata prima di Giovanni XXIII e del Vaticano II.

Sui battesimi forzati, come in generale sulle matrici e corresponsabilità cattoliche a proposito di antisemitismo, è noto, Giovanni Paolo II, ha chiesto perdono. Che questo non sia sufficiente a placare alcune delle più accese ansie polemiche di questo periodo, e a rimetterle sul sentiero di un confronto sereno tra cattolici - che è poi il loro naturale -, semplicemente, la dice lunga su quanto ancora resti da fare in tema di antisemitismo (o antigiudaismo che dir si voglia).

L'analisi del fenomeno dei battesimi forzati a Roma tra XVI e XIX secolo proposta da Marina Caffiero (Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi. Viella, 2004, 352 pagine, 22 euro) è condotta sulla base di attente ricerche nell'Archivio Storico del Sant'Uffizio, da pochi anni accessibile agli studiosi. Le storie di Debora e Ricca Funari, bambine "rubate", di Mazaldò, fidanzata per forza, di Giuditta e delle altre donne ostinate, di Sara Marini e di suo cognato Sabbato di Segni, di Angeluccio e Saruccia Terracina, orfani contesi, di Belladonna e del suo zio cristiano, dei figli e dei nipoti di Sabbatino de Servis, delle offerte post mortem di David Citone, di Chiara del Borgo, ci accompagnano, attraverso scrittura scorrevole e di piacevole lettura, nella scoperta di una realtà finora in gran parte poco conosciuta. La ricostruzione di diverse vicende individuali, succedutesi nell'arco di tre secoli, e l'accostamento di queste e del loro iter giudiziario - suppliche, memoriali di parte e sentenze - alla pubblicistica e alla giurisprudenza contemporanea - dal Catalogo de' Neofiti illustri di Paolo Sebastiano Medici al Theatrum veritatis di Giovan Battista De Luca fino all'Armatura de'forti di Rovira Bonet e alla sistemazione normativa condotta da Benedetto XIV - dimostra con chiarezza come, di fatto, anche quella dei battesimi forzati sia stata una vicenda in costante evoluzione, il cui momento di svolta si realizza nel Settecento e in particolare durante il regno di papa Lambertini (Benedetto XIV).

Alla base della sistemazione normativa proposta dal pontefice, vi è un progressivo dilatarsi del concetto di favor fidei, applicato ai più diversi casi di "offerta" dei minori. Coloro che autonomamente intraprendono il cammino della conversione vengono infatti invitati ad offrire alla Chiesa i propri congiunti, con particolare riguardo alle donne e ai bambini; una volta pronunciata l'offerta, la persona coinvolta viene portata nella Casa dei Catecumeni ove - per un totale di giorni stabiliti al termine del quale, secondo l'esito, si preparerà a ricevere il battesimo o tornerà in Ghetto - verrà incitata e aiutata a intraprendere il cammino della conversione. Nel corso del Diciottesimo secolo cambiano sia i gradi di parentela in base ai quali la Casa accetta le offerte, che le regole della permanenza all'interno delle sue mura: mano a mano, infatti (e contro tradizioni secolari), si configurano come legittime quelle sia maschili che femminili del coniuge, dei figli, ma anche dei nipoti e dei fidanzati (addirittura dei fidanzati respinti) e si va sempre più prolungando la durata della quarantena. Anche la soglia di età in cui scatta la maggiorità si dimostra flessibile e secondo le occorrenze anticipa, anche a tre anni, o ritarda, fino a dopo il matrimonio e la nascita dei figli sulla base di presunte emancipazioni non concesse. Naturalmente è solo con l'uscita dalla minorità che il pronunciamento sull'accettazione della conversione è valido in quanto espresso nel pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali; fino al compimento di tale maggiore età la persona viene considerata sotto tutela della Casa stessa, che dunque ne diventa responsabile, e non più dei suoi congiunti.

Ed è appunto in forza del principio del favor fidei che si vanno erodendo i tradizionali diritti di patria potestà riconosciuti ai genitori dalla legge e dalla natura.

Marco Rossi

Torna alla pagina principale