FISICA/MENTE

 

 

Volevo trovare qualcosa sulla posizione della Chiesa relativamente alle leggi razziali, al di là dell'antisemitismo de La civiltà cattolica, periodico dei gesuiti (l'intera storia è raccontata in: R. Taradel - B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-1945, Editori Riuniti, Roma 2000). Mi sono imbattuto in questo testo che rispecchia bene la situazione nei molti non detti. E' un testo di oggi ma di stampo nettamente preconciliare, come del resto è ormai molta parte della Chiesa. Ho chiesto a Livia Noris, per le sue competenze specifiche, un commento a tale testo. Ciò che segue è quindi uno scritto sulle Leggi razziali di don Curzio Nitoglia, seguito dal commento di Livia Noris.


 

Editoriale n. 55 
 
http://www.sodalitium.it/Default.aspx?PageContentID=23&tabid=67   

 

 

LE LEGGI RAZZIALI  

don Curzio Nitoglia

 

1 ª PARTE: LA CHIESA E GLI EBREI

 

Un popolo teologico

 

            La Chiesa studia il problema ebraico alla luce della fede. Dio ha creato Israele per sé, affinché preparasse la via al Messia e lo facesse conoscere al mondo intero; la grandezza del popolo ebraico si fonda sulla promessa che Dio ha fatto ad Abramo di farlo diventare capostipite di una “razza” (Gen. XII) dalla quale sarebbe nato il Messia. Abramo ha creduto, e i suoi discendenti per essere benedetti da Dio, debbono credere nella promessa messianica (realizzatasi nell’Avvento di Gesù Cristo). Non basta dunque essere discendenti di Abramo solo secondo la carne, ma occorre avere la sua fede in Gesù Cristo. I “veri Israeliti” - per la Chiesa - son coloro che imitano la fede del Patriarca, credendo in Cristo, mentre coloro che discendono solo carnalmente da Abramo senza avere la sua fede non sono “veri Israeliti”.

«Ma come allora - scrive S. Tommaso - colui [Ismaele] che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo spirito [Isacco], così pure adesso [il falso Israele o Sinagoga talmudica, perseguita il vero Israele o Chiesa di Cristo]. Sin dall’inizio della Chiesa primitiva i giudei hanno perseguitato i cristiani, come appare dagli Atti degli Apostoli e lo farebbero ancora ora, se lo potessero» (1).

In breve, per la Chiesa il popolo ebreo è stato eletto da Dio per portarci il Messia, Gesù Cristo, e non perché discende da Abramo secondo il sangue; ossia è Cristo, che santifica il popolo ebreo. Se esso Gli è fedele, Egli è il suo fine ultimo. Tuttavia, per il falso Israele-carnale, che ha cominciato a deviare in maniera ufficiale a partire dal 175 a.C., il Messia è grande proprio perché è ebreo secondo il sangue, e quando venne Gesù, e cominciò ad insegnare che sono la fede e le buone opere che salvano e non il sangue o la razza, Lo misero a morte, macchiandosi di deicidio.

La vocazione del vero Israele-spirituale è irrevocabile (Rom. XI, 9) in quanto è unito spiritualmente a Gesù salvatore del mondo, ma il falso Israele-carnale, che si ostina ancor oggi a rifiutare Gesù, “è stato reciso dall’ulivo fruttifero, per la sua incredulità” (Rom. XI, 20).

Perciò la vocazione, da parte di Dio, permane; ma da parte dell’uomo può essere rifiutata (Giuda e il falso Israele-carnale che hanno rinnegato Gesù) e quindi essere persa.

La radice dell’accecamento ebraico consiste nello scambiare la razza per il Salvatore: la razza ha il primato su Cristo. Il giudaismo, avendo questa concezione razzista della storia, è nemico di tutti i popoli (1ª Tess. II, 15); nemico dei pagani che intende dominare come bestie, ma ancor più nemico dei cristiani che vorrebbe sterminare come continuazione di Gesù nella storia. «Quando la romanità divenne la cristianità - scrive monsignor Benigni - l’odio della Sinagoga raddoppiò contro essa per il motivo religioso, giacché lo spirito talmudico odia più il cristianesimo che non il paganesimo. Questo rappresenta per la Sinagoga un gregge da domare, da spogliare; quello è l’insieme dei seguaci di Gesù Cristo ai quali va l’eredità dell’odio specialissimo del Sinedrio contro il Crocifisso» (2).

S. Agostino, nel commento al salmo 58, scrive che gli ebrei «sussistono ovunque e sono ebrei ovunque, non hanno cessato di essere quello che erano».

Gli ebrei saranno sempre una nazione dentro la nazione che li ospita; quando uno stato accorda ad uno straniero la pienezza del diritto lo fa in cambio della rinuncia ai suoi legami con la sua antica patria; gli ebrei invece non vogliono rinunciarvi e pretendono di ottenere la pienezza del diritto comune della società che li ospita. Per cui - uno stato confessionale - concede agli israeliti solo un diritto di eccezione o particolare, poiché gli ebrei, volendo restar tali, si escludono da sé dal diritto comune dello stato ospitante (come gli zingari), il quale si vede costretto a ricorrere ad una legislazione speciale, restrittiva o eccezionale per governarli. La Chiesa e le nazioni una volta cristiane, hanno regolato la vita civile ed individuale degli ebrei con leggi speciali che sono teologiche, ossia mirano a difendere il cristiano dal contagio dell’anticristianesimo talmudico, e per nulla razziali, in senso biologico e materialistico.

Il Magistero ecclesiastico

 

La Chiesa non ha mai nascosto l’opposizione tra Sinagoga e Gesù.  

1°) Innocenzo IV (1244), Impia judeorum perfidia: «I giudei, ingrati verso Gesù, disprezzando la Legge mosaica e i Profeti, seguono certe tradizioni dei loro antenati che son chiamate Talmùd, il quale si allontana enormemente dalla Bibbia ed è pieno di bestemmie verso Dio, Cristo e la Vergine Maria».

2°) Giovanni XXII (1320), Dudum felicis: esprime lo stesso concetto.

3°) Paolo IV (1555), Cum nimis absurdum: «I giudei sino a che persistono nei loro errori, riconoscano che sono servi a causa di essi, mentre i cristiani sono stati fatti liberi da Gesù Cristo Nostro Signore».

4°) Pio IV (1566), Dudum felicis: esprime lo stesso concetto.

5°) Pio V (1569), Hæbreorum: «Il popolo ebreo, un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce agli inganni di Sàtana moltissime persone incaute e semplici».

6°) Gregorio XIII (1581), Antiqua judeorum: «I giudei, divenuti peggiori dei loro padri, per nulla ammansiti, a nulla rinunziando del loro passato deicidio, si accaniscono anche adesso nelle sinagoghe contro N. S. Gesù Cristo ed estremamente ostili ai cristiani compiono orrendi crimini contro la religione di Cristo».

7°) Clemente VIII (1593), Cœca et obturata: esprime gli stessi concetti.

8°) Benedetto XIV (1751), A quo primum: «Ogni traffico di merci utili è gestito dai giudei, essi possiedono osterie, poderi, villaggi, beni per cui, diventati padroni, non solo fanno lavorare i cristiani senza posa, esercitando un dominio crudele e disumano su di essi. Inoltre dopo aver accumulato una grande somma di denaro, con l’usura prosciugano le ricchezze e i patrimoni dei cristiani».

9°) Pio IX (1874-1878), Discorsi del sommo Pontefice Pio IX pronunciati in  Vaticano: Egli chiama gli ebrei «cani», divenuti tali da «figli» che erano, «per la loro durezza ed incredulità». Il Pontefice continua definendoli «bovi», che «non conoscono Dio» ed aggiunge «popolo duro e sleale, come si vede anche nei suoi discendenti», che «faceva continue promesse a Dio e non le manteneva mai».

Inoltre papa Mastai stabilisce un parallelo tra la Chiesa del suo tempo e quella delle origini, asserendo: «le tempeste che l’assalgono sono le stesse sofferte alle sue origini; allora erano mosse dai pagani, dagli gnostici e dagli ebrei, e gli ebrei vi sono ancora presentemente». Quindi ricorre all’espressione di «Sinagoga di Sàtana» per meglio identificarli.

10°) Pio XI (1937), Mit brennerder Sorge: «Il Verbo doveva prender carne da un popolo che lo avrebbe poi confitto in croce».

Lo stesso Pio XI nella famosa “enciclica nascosta” (HUMANI GENERIS UNITAS) che non fu promulgata, data la morte del Papa avvenuta il 10 febbraio 1939, scriveva: «la vera natura della separazione sociale degli ebrei dal resto dell’umanità, ha un carattere religioso e non razziale. La questione ebraica, non è una questione di razza, né di nazione, ma di religione e, dopo la venuta di Cristo, una questione di cristianesimo... Il popolo ebreo ha messo a morte il suo Salvatore... Constatiamo in questo popolo un’inimicizia costante rispetto al cristianesimo. Ne risulta una tensione perpetua tra ebrei e cristiani mai sopita. Il desiderio di vedere la conversione di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli ai quali il contatto con gli ebrei può esporre le anime. Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico la Chiesa deve prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli».

 

La legislazione speciale della Chiesa e della Cristianità

 

Tale insegnamento magisteriale divenne legge per proteggere i cristiani da tanta “perfidia” (in senso teologico). Vari sono i temi su cui la Chiesa ha legiferato; riassumo i principali:

a) Il matrimonio:

La Chiesa non ha mai pensato di proibire il matrimonio tra gli israeliti, i primi che lo hanno fatto son stati gli assolutisti e i rivoluzionari anti-cristiani: per esempio, Luigi XVI nel 1784 proibiva agli ebrei alsaziani di contrarre matrimonio senza suo permesso.

Benito Mussolini nel 1938 dichiarava invalido il matrimonio di un ebreo/a con un “ariano/a”, anche se l’ebreo era di religione cattolica. Mentre la Chiesa, pur sconsigliando il “matrimonio misto”, ossia tra un battezzato e un non battezzato, può concedere una dispensa affinché esso sia canonicamente valido.

b) I servi cristiani di una famiglia ebrea:

la Chiesa non tollera che il cristiano faccia da servo agli ebrei, poiché Cristo ha liberato i suoi fedeli, mentre colui che ha rinnegato Cristo è schiavo del peccato; soprattutto per quanto riguarda la donna che può essere corrotta più facilmente ed anche moralmente. Innocenzo IV, Clemente IV, Paolo IV, S. Pio V, Innocenzo XII, Benedetto XIII, hanno stabilito in diverse costituzioni tale proibizione.

c) La residenza e le professioni:

la Chiesa regolava severamente la residenza degli ebrei, in quanto, nemici giurati del cristianesimo, «hanno ucciso il Signore Gesù ed i Profeti, ci hanno perseguitato, non piacciono a Dio, sono nemici di tutti gli uomini, impedendoci di predicare ai pagani per la loro salvezza» (S. Paolo, 1ª Tess. II, 15-16); in questi versetti è racchiusa in nuce tutta la teologia cattolica sul problema ebraico: l’israelita è deicida, non piace a Dio e quindi non deve piacere neppure a noi cristiani, e nel corso della storia impedisce - tramite eresie e persecuzioni - che si predichi il Vangelo per la salvezza di tutti gli uomini.

Anche se erano costretti a vivere nei ghetti, perché non nuocessero alla Cristianità, gli ebrei godevano tuttavia di un diritto di residenza (pur se limitato).

Occorre specificare che il ghetto è l’opera della misericordia della Chiesa, la quale non volendo che il popolo cristiano, angariato dagli ebrei, arrivasse alla violenza ed ai pogrom contro gli israeliti, lo istituì per il bene degli uni e degli altri. Per circolare fuori dal ghetto l’ebreo doveva indossare un distintivo giallo, al fine di essere riconoscibile, per non poter nuocere al cristiano e non per essere disprezzato o vessato. Inoltre la Chiesa proibiva loro il campo degli affari e lasciava aperta la strada dell’agricoltura. Era loro proibita la professione di insegnante (che può trasmettere una scienza falsa agli studenti e rovinare la loro fede).

Così al medico ebreo era proibito curare il malato cristiano, per pericolo di avvelenamento, come pure la professione di farmacista verso i cristiani, per lo stesso motivo e a causa della preparazione di pozioni magiche.

Similmente quella di magistrato, poiché per il Talmùd il magistrato ebreo deve favorire il correligionaro (anche se colpevole) contro il cristiano (pure se innocente). Nonché la carriera militare, che si fonda sull’amor patrio, in quanto l’ebreo apòlide non si considera francese o tedesco, ma sempre ebreo.

I cristiani non possono odiare gli ebrei, e la Chiesa ha condannato l’antisemitismo come odio razziale (Pio XI, 25 marzo1928), mentre ammette l’anti-giudaismo teologico quale legittima difesa.

S. Tommaso insegna: «nessuna ostilità, bensì misure difensive, libertà vigilata per gli ebrei ma protezione per i cristiani» (3).

La vera carità verso gli ebrei - scriveva monsignor Landucci - consiste nell’illuminarli lealmente sul loro stato attuale di separazione da Dio, inoltre contro il loro anti-cristianesimo attivo può esser lecita la legittima difesa, scevra da ogni odio di malevolenza (4).

 

Leone XIII, Pio XI e La Civiltà Cattolica

 

Dal 1878 al 1903, La Civiltà Cattolica, su ordine di Leone XIII, studiò l’origine e la causa dei mali che avevano portato alla “breccia di Porta Pia”.

L’organo dei Gesuiti, riprendendo l’insegnamento tradizionale della teologia cattolica sulla pericolosità individuale e sociale dell’ebraismo e sulla necessità di una legislazione speciale per tenerlo a freno, notava che dopo l’abrogazione delle leggi discriminatorie, iniziatasi con la rivoluzione francese, la sua pericolosità era passata all’azione ed era diventata una minaccia vivente per tutta l’Europa. La parificazione dei diritti aveva portato alla preponderanza giudaica e questa aveva suscitato reazioni antisemite. Quindi proponeva la restaurazione di una legislazione speciale che impedisse agli ebrei di danneggiare (in atto) i cristiani, che li salvasse dal totalitarismo talmudico e che nello stesso tempo preservasse gli ebrei dai pogrom antisemiti di stampo materialista e biologicamente razzista.

La soluzione del problema ebraico consisteva - per Leone XIII e La Civiltà Cattolica - o nella conversione del falso Israele post-biblico al cristianesimo o nella “segregazione amichevole e non odiosa degli ebrei” nei ghetti. Per il Papa le leggi di eccezione non significavano persecuzione, ma legittima difesa dei cristiani e nello stesso tempo protezione degli ebrei dall’antisemitismo esagerato e violento (5).

 

Cattolicesimo e “razza”

 

Attorno al 1880 la terminologia è ancora imprecisa, si parla - da parte cattolica - di popolo (moltitudine), stirpe (radice, tronco, famiglia), nazione (da nascere), schiatta (impronta, carattere, tempra) e razza (radice, origine, principio, genere o natura), indifferentemente.

I padri Oreglia, Rondina e Ballerini de La Civiltà Cattolica li utilizzano, a proposito del giudaismo, per indicare il miscuglio di Talmùd e Càbala che produce una cultura nazionale ebraica anticristiana, ossia la famiglia, unitamente alla cultura ebraica, producono un legame nazionale giudaico che ritiene la razza israelitica superiore e padrona del mondo. L’ebraismo non è descritto - dal cattolicismo - come un fatto razziale e biologico, ma come una filosofia che produce una cultura nazionale iper-razzista; pertanto l’ebraismo è soprattutto razzismo. Ma verso il 1938, sotto il pontificato di Pio XI, di fronte alle leggi razziali fasciste, La Civiltà Cattolica, con padre Messineo e Barbera, precisa i termini: l’ebraismo è una religione razzista, ma è preferibile parlare di nazione ebraica piuttosto che di razza, per distinguersi dal razzismo biologico e materialista del nazionalsocialismo e del fascismo. Per padre Messineo è di nazione ebraica chi ha famiglia ebraica, è legato alla comunità nazionale israelitica e alla sua cultura razzista-talmudica.

Nazione ebraica è un concetto che include cultura e civiltà talmudiche; le nazioni di cultura e civiltà cristiane, possono lecitamente difendersi contro il razzismo-talmudico giudaico che lede la loro unità culturale civile e religiosa, sia ab extrinseco sia ab intrinseco; il quale razzismo come una nazione giudaico-talmudica, dentro una nazione cristiana, non solo non vuole integrarsi, ma pretende di imporre il proprio dominio a tutte le altre, corrompendo la loro civiltà, cultura e fede; ed è perciò che l’ebraismo va discriminato, con leggi speciali, le quali lo ìsolino - senza usargli violenza - per impedire che corroda le nazioni cristiane e le corrompa ed anche per difenderlo, al tempo stesso, da reazioni violente da parte dei non ebrei.

Pio XI stesso intervenne il 21 luglio 1938, nel corso di un’udienza concessa a 150 assistenti ecclesiastici di Azione cattolica dicendo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, iper-nazionalistico, separatistico; c’è qualche cosa di particolarmente detestabile, questo spirito di separatismo, di nazionalismo esagerato, che appunto perché non cristiano, non religioso, finisce col non essere neppure umano» (6).

Il 28 luglio il Papa affrontò nuovamente la questione, durante un discorso pronunciato agli alunni del collegio Propaganda Fide: «con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica; ma con questa universalità stanno bene assieme, bene intese e al loro posto, l’idea di razza, di stirpe, di nazione e di nazionalità... Non occorre essere troppo esigenti: come si dice genere si può dire razza, e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere, una grande famiglia... In tal modo il genere umano è una sola, universale, cattolica razza. Né può tuttavia negarsi che in questa razza universale non vi sia luogo per le razze speciali... Ecco cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo. Tutti ad un modo: tutti oggetto dello stesso materno affetto, tutti chiamati... ad essere nel proprio paese, nelle particolari nazionalità di ognuno, nella sua particolare razza, i propagatori di questa idea così grande e magnificamente materna, umana, anche prima che cristiana» (7).

In breve, la Chiesa condanna il razzismo materialista e denuncia il pericolo giudaico, per riparare il quale occore una legislazione di disuguaglianza civile, di restrizioni e precauzioni, per difendere la cultura nazionale e religiosa e l’ordine sociale cristiano.

Si noti che Pio XI ha ripreso il concetto di razza ma lo ha spiritualizzato, non è solo materia, “sangue e suolo”, biologia, ma è genus- gens- stirpis o nazione, come aveva già accennato padre Messineo dalla Civiltà Cattolica. Tuttavia, il concetto di “sola razza” fu lasciato cadere e gli si preferì quello di nazione; ed ogni volta che si fosse usato si sarebbe dovuto specificare che non era inteso materialisticamente e biologicamente, bensì spiritualmente come un insieme di civiltà, cultura e religione che formano - assieme - una nazione.

 

Le cause dell’antisemitismo

 

Uno studioso israelita, morto nel 1903, Bernard Lazare, scriveva: «Ovunque gli ebrei si sono stabiliti, si è sviluppato l’antisemitismo, o meglio ancora, l’antigiudaismo, poiché antisemitismo è una parola poco esatta... Il popolo ebreo è stato odiato da tutti i popoli tra i quali si è stabilito... Gli ebrei, almeno in parte, causarono i loro mali, poiché l’ebreo è inassimilabile» (8). Secondo il Lazare le cause generali dell’antisemitismo risiedono nel giudaismo e non nei popoli che l’hanno combattuto; poiché se i popoli vinti finivano per sottomettersi ai vincitori, pur mantenendo - eventualmente - la propria fede, al contrario gli ebrei non vollero mai assoggettarsi ai costumi dei popoli tra i quali erano chiamati a vivere. Essi vollero dappertutto restare ebrei, come popolo, religione e stato, fondando così uno stato nello stato, nel quale non entravano come cittadini ma come privilegiati o non-assimilati diventando padroni dei loro padroni. Inoltre il protestantesimo, la rivoluzione francese, il liberalismo hanno affrancato gli ebrei, li hanno emancipati ed hanno permesso loro di diventare i padroni delle nazioni cristiane, facendo scoppiare violentemente il problema ebraico.

Per cui è falso asserire che la Chiesa è la diretta responsabile del razzismo antisemita, al contrario essa ha protetto gli ebrei e i cristiani ed ha cercato di impedire che la tensione teologica tra loro diventasse reazione violenta; mentre il mondo moderno, secolarizzato e laicizzato, avendo lasciato che gli ebrei emancipati opprimessero i popoli cristiani, ha causato la reazione violenta di questi ultimi.

 

Dall’antigiudaismo all’antisemitismo

 

L’antigiudaismo è la reazione teologica della Chiesa all’aggressione del talmudismo ebraico, che già nei primi tre secoli dell’èra cristiana cercò di soffocarla nel sangue e nei secoli post-costantiniani di distruggerla con le eresie.

Con la secolarizzazione e la laicizzazione del mondo moderno (a partire dall’umanesimo e rinascimento) si assiste ad un passaggio dall’antigiudaismo teologico (che condannava l’odio e la violenza gratuita contro gli ebrei, ad eccezione della legittima difesa; ma che d’altra parte raccomandava la prudenza per evitare il contagio del giudaismo) all’antisemitismo razziale, proprio di Lutero o Voltaire, il quale «in quanto implica odio e fomenta la violenza - scrive monsignor Antonino Romeo - è contrario alla morale cristiana. Tuttavia, non è antisemitismo parlare dei pericoli del giudaismo... la giustizia e la carità non escludono una prudente e moderata difesa... solo su queste basi, escludendo ogni odio personale, è lecito un antigiudaismo nel campo delle idee, volto alla vigile tutela del patrimonio sociale, religioso e morale della Cristianità» (9).

La Civiltà Cattolica scriveva: «Se non si rimettono gli ebrei al loro posto, con leggi umane e cristiane sì, ma d’eccezione, che tolgano loro l’uguaglianza civile cui non hanno diritto... non si farà nulla o ben poco, data la loro natura di stranieri in ogni Paese... e dato il dogma fondamentale della loro religione, che li sprona ad impadronirsi, con qualsiasi mezzo del bene di tutti i popoli; dato che l’esperienza dimostra che la parità dei diritti coi cristiani ha per effetto o la soppressione di questi o l’eccidio degli ebrei da parte dei cristiani, ne segue che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani è quello di regolarlo con leggi speciali, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani quello degli ebrei» (10).

 

2ª PARTE: IL FASCISMO E LE LEGGI RAZZIALI

 

Gli ebrei in Italia

 

Il più antico nucleo di ebrei è quello di Roma, «essi vi si stabilirono nel II secolo a.C. senza lasciarla mai più.

A questo gruppo di ebrei d’Italia si aggiunsero gli ebrei provenienti dalla Spagna (1492) o Sefarditi, e quello originario dell’Europa centro-orientale o Ashkenaziti (XIX sec. circa). Quindi vi sono tre riti diversi: italiano, sefardita e ashkenazita» (11).

A Roma, nel 70 d.C. gli ebrei erano circa «40 mila su un totale di 800 mila persone. Nel medioevo il numero era diminuito... a 15 mila ebrei nella penisola. Tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento il loro numero era salito a 50 mila su un totale di 11 milioni di Italiani. Alla fine del XV sec., in seguito all’espulsione dalla Spagna (1492) 120 mila ebrei erano concentrati soprattutto nell’Italia meridionale ed insulare». Espulsi anche dal Sud «si fermarono in massa a Roma e nell’Italia centro-settentrionale, lasciando completamente privi di ebrei il sud e le isole... il 31 dicembre 1938 erano 45.270» (12).

Oggi in Italia vivono 35 mila ebrei, rispetto a 60 milioni d’Italiani. I «simpatizzanti non sono considerati ebrei: anche se volessero entrare nella Comunità convertendosi, il cammino non sarebbe facile perché l’ebraismo non fa proselitismo, anzi scoraggia le conversioni rendendole lunghe e difficili» (13). Ebrei si nasce, non si diventa.

«Oggi secondo la legge ebraica, è da considerarsi ebreo chiunque sia nato da madre ebrea... l’ebraismo non è solo una religione, ma soprattutto una... vita, l’ebreo... è il componente di un popolo unico» (14).

Le grandi Comunità italiane si trovano a Roma che conta 15 mila ebrei ed a Milano con 10 mila, mentre le altre Comunità sono di media grandezza con 1000-500 iscritti (Torino, Firenze, Livorno, Trieste, Venezia e Genova), infine vi sono quelle di piccola entità con qualche centinaio o poche decine di iscritti (Ancona, Bologna, Napoli, Padova, Verona, Mantova, Ferrara, Modena, Pisa, Parma, Merano, Vercelli, Casale Monferrato).

 

Gli ebrei italiani al nascere del fascismo

 

Nel 1922 la Comunità Ebraica Italiana era perfettamente integrata nella società italiana. A partire dal Risorgimento gli ebrei erano stati emancipati ed assimilati pienamente ed avevano preso parte attiva all’unificazione dell’Italia. Vittorio Emanuele III aveva detto a Herzl in visita a Roma nel 1904: «per noi gli ebrei sono italiani in tutto e per tutto» (15).

Vigeva soltanto l’antigiudaismo teologico in chiave anti-risorgimentale sostenuto dalla S. Sede attraverso La Civiltà Cattolica che vedeva nel giudaismo e nella massoneria (manovrata dal primo) gli artefici del Risorgimento della Roma dei Cesari contro quella di Pietro.

Mussolini non aveva una linea ben precisa sul problema ebraico; sin dall’inizio, anzi - come spiega De Felice - fu abbastanza ondivago secondo le circostanze.

 Nel clima interventista e nazionalista (1914-1919) ante-marcia, aveva fatto suoi alcuni slogan antisionisti, sull’alta finanza ebraica, sul giudeo-bolscevismo. In un articolo (Il popolo d’Italia del 4 giugno 1919) sosteneva che bolscevismo e alta finanza erano diretti dagli ebrei; mentre l’anno dopo, sempre sullo stesso giornale (19 ottobre 1920) scriveva che il bolscevismo non poteva essere considerato un fenomeno ebraico e così concludeva: «L’Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai...», ma appena diciotto anni dopo emanava le leggi razziali antisemite.

Da parte loro molti tra gli ebrei italiani si erano staccati dall’ortodossia giudaica e si erano laicizzati ed assimilati alla vita italiana. Allorché «si formò il fascismo anche gli ebrei... non ebbero delle prevenzioni particolari che impedissero loro di aderirvi... [circa 300 ebrei parteciparono alla “marcia su Roma”] inoltre le rassicurazioni di Mussolini nel 1923 ad Angelo Sacerdoti, il rabbino capo di Roma, dissiparono gradualmente la diffidenza ... tanto è vero che in più occasioni i dirigenti dell’ebraismo italiano finirono per allinearsi sulle posizioni del governo [fascista]... e per accettare l’avvento di Mussolini al potere» (16).

Quando nel 1929 Mussolini stipulò il concordato con la Chiesa, dichiarò che gli ebrei non avevano nulla da temere: gli accordi con la Chiesa non comportavano che gli altri culti, sino allora tollerati in base allo Statuto Albertino, fossero ignorati; anzi il fascismo parlava di culti ammessi ed il «30 ottobre 1930 il Regio Decreto Legge dava alle Comunità Israelitiche Italiane un assetto giuridico, regolando l’organizzazione interna e i rapporti con lo stato» (17). Tale legge del 1930 è rimasta in vigore sino al 1989, anno in cui è stata sostituita dalla “nuova Intesa con lo stato”, firmata da Bettino Craxi.

 

Il razzismo e l’Italia fascista negli anni Trenta

 

Quando Hitler salì al potere nel 1933, Mussolini continuò la sua “linea ondivaga” nei confronti del giudaismo italiano.

Da una parte condannava il razzismo germanico, pubblicamente, con dichiarazione amichevoli verso gli ebrei e aiutava gli ebrei tedeschi perseguitati, dall’altra criticava il sionismo-italiano (non quello estero), poiché non poteva tollerare che un italiano aspirasse a due patrie, Israele e l’Italia. Mentre nei confronti dell’“Organizzazione Sionista Internazionale” era ben disposto in quanto ravvisava nella sua ala destra (il revisionismo antibritannico di Jabotinsky) un mezzo per inserire l’Italia nel Mediterraneo orientale e creare difficoltà alle posizioni della Gran Bretagna.

Quando nel 1935 l’Italia attaccò l’Etiopia molti ebrei furono volontari; «nell’esercito fu istituito un rabbinato militare... La proclamazione dell’Impero nel maggio del 1936 fu... esaltata anche dalla stampa ebraica che mise in rilievo come la conquista dell’Etiopia avesse comportato il passaggio dei falascià... sotto l’ègida dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane» (18).

Il 2 novembre 1935, la Società delle Nazioni approvò le sanzioni contro l’Italia; Mussolini, preoccupato dall’isolamento in cui era venuto a trovarsi, inviò vari esponenti dell’ebraismo italiano in Inghilterra per far togliere le sanzioni all’Italia, ma senza esito; quindi, il duce cominciò a spostarsi verso la Germania, pur con molte titubanze, e il mondo arabo.

Nel 1936 scoppiò la guerra civile spagnola; Mussolini appoggiò Franco - assieme ad Hitler - contro i rossi, mentre la Francia sostenne i rossi; e l’Inghilterra, pur parteggiando contro Franco, non entrò apertamente in lizza. Tale evento rese impossibile ogni riavvicinamento dell’Italia - che pur era desiderato da Mussolini - all’Inghilterra e Francia e la spingeva ineluttabilmente, anche se controvoglia, nelle braccia di Hitler. Si può tranquillamente affermare che Mussolini firmò la sua condanna a morte nel 1936, entrando nel conflitto civile iberico a fianco di Franco; infatti, la Francia e l’Inghilterra che avevano mal tollerato l’invasione dell’Etiopia, non perdonarono a Mussolini di voler farsi spazio anche in Europa, inserendosi nella guerra civile spagnola.

 Il trattato di Versailles, che aveva incatenato la Germania sconfitta e umiliato l’Italia che pur aveva vinto la prima guerra mondiale, non riconosceva, praticamente, ad essa il suo ruolo internazionale; sino a che Mussolini fosse rimasto entro i confini italiani gli si permetteva l’esperienza fascista, ma qualora ne fosse uscito non si ammetteva libertà ed esistenza per la dittatura, alla faccia della democrazia anglo-francese (americana).

Nel 1936 si formò l’asse Roma-Berlino che può essere considerato come un parto provocato democraticamente. Gli elementi oltranzisti del Regime (Farinacci, Preziosi, Interlandi, Bottai) erano filo-tedeschi ed antisemiti, cominciò quindi a diffondersi l’antisemitismo italiano, soprattutto grazie a tre intellettuali:

Julius Evola (nella rivista Regime fascista, diretta da Roberto Farinacci), propugnava un “razzismo spirituale” che tenesse conto non solo del corpo e del sangue, ma anche dello spirito ebraico per poterlo combattere. Ciò non impedì a Evola, che nel 1945 era rientrato dall’Austria in Italia senza subire condanne, di rilasciare nel 1967, durante “la guerra dei sei giorni”, un’intervista (vedi appendice) in cui si schierava con lo stato d’Israele.

Telesio Interlandi (nel foglio La difesa della razza, e ne Il Tevere, aiutato dal suo “segretario di redazione” Giorgio Almirante, che nel 1945 fu salvato da una famiglia ebrea piemontese) auspicava che si facesse una legislazione razziale specificamente per gli ebrei e, assieme ad Almirante, polemizzava con Evola, difendendo il puro razzismo biologico e materialista tedesco; dopo il 1945 Interlandi cambiò campo e passò con il nuovo vincitore (19).

Giovanni Preziosi (nel periodico La vita italiana) sosteneva che la razza è la legge dell’ebreo e per colpire quest’ultimo occorreva colpire la razza ebraica. Egli fu, dal suo punto di vista, il più coerente e nel 1945 preferì suicidarsi senza chiedere aiuto alla razza che aveva offeso.

Mussolini cercava di divincolarsi e liberarsi da questa morsa che si faceva sempre più stretta; se da una parte non poteva inimicarsi la Germania (l’unico Paese disposto ad accettarlo come alleato) non voleva neppure rompere totalmente con la Francia e l’Iinghilterra, poiché diffidava di Hitler; ma si faceva illusioni; il suo destino oramai era segnato; l’America, l’Inghilterra e la Francia volevano accorparlo alla Germania per distruggerlo assieme ad essa. Per cui dovette imboccare, pian piano, la strada dell’antisemitismo, per necessità di circostanze più che per convinzione: da una parte si sforzò di convincere gli italiani che il fascismo era stato sempre antisemita e razzista, dall’altra rivendicava una certa originalità italiana rispetto alla Germania poiché il fascismo - come soleva dire in quei frangenti - vuole “discriminare, non perseguitare”. Gli avvenimenti però lo travolsero.

 

Le leggi razziali in Italia

 

Nel gennaio 1938 iniziò in Italia una violenta campagna razzista ed antisemita, per mezzo della radio e della stampa.

Il primo atto ufficiale del regime contro gli ebrei in Italia fu Il manifesto degli scienziati razzisti, redatto da un gruppo di docenti universitari sotto l’ègida del Ministero della Cultura Popolare e pubblicato il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia; esso voleva essere la piattaforma dottrinale o ideologico-scientifica dell’antisemitismo razzista.

Seguirono talune “applicazioni pratiche” della “dottrina razzista”:

a) la proibizione agli scienziati ebrei di partecipare ai convegni internazionali (“provvedimento restrittivo” del giugno 1938);

b) la proibizione agli ebrei stranieri di stabilire dimora in Italia e la revoca della cittadinanza italiana ottenuta dopo il 1° gennaio 1919 (“decreto legge” del 1° settembre 1938);

c) gli insegnanti e gli allievi ebrei furono espulsi da ogni scuola pubblica che non poteva adottare libri scritti da autori ebrei (“decreto legge” del 5 settembre 1938);

d) la “Carta della razza”, approvata il 7 ottobre 1938 dal Gran Consiglio del fascismo (che conteneva i fondamenti di tutta la legislazione successiva); vietava i matrimoni misti di italiani con non-ariani; considerava di razza ebraica colui che nasceva da genitori entrambi ebrei o colui che essendo nato da un matrimonio misto, professava la religione ebraica; vietava ai cittadini di razza ebraica di essere iscritti al PNF, di essere titolari di aziende con cento o più impiegati, di essere proprietari di oltre cinquanta èttari di terra, ed infine di prestare servizio militare in pace e in guerra.

Mussolini, «in vista dei provvedimenti per la difesa della razza, prese contatti con il re ed il Papa. Da parte di Vittorio Emanuele III non ci fu un’opposizione sostanziale, tanto che la legislazione antiebraica portò la sua firma; mentre più complessi furono i rapporti con la S. Sede.

Pio XI aveva condannato il razzismo tedesco... in linea di principio la Chiesa accettava una legislazione discriminatoria nei confronti degli ebrei... La costante preoccupazione di Pio XI fu quella di ottenere dal governo la modifica degli articoli che potevano ledere le prerogative della Chiesa sul piano giuridico-concordatario in specie per quanto riguardava gli ebrei convertiti. La Chiesa ottenne la soppressione dell’art. 2 del progetto di legge che definiva “concubinato” il matrimonio di un ebreo anche convertito con un ariano. Il Pontefice mostrò di fatto che il razzismo italiano era anticristiano e materialista in misura minore rispetto a quello tedesco» (20).

Renzo De Felice spiega ancor meglio e più obiettivamente, che fu molto difficile superare lo scoglio di Pio XI; lo storico reatino si fonda sugli studi, fondamentali tra tutti, del padre gesuita Angelo Martini, apparsi a puntate sulla Civiltà Cattolica nel 1959 e rifusi in un libro (21); tali articoli «furono condotti con minuzia di ricercatore e sulla base dei documenti dell’Archivio vaticano»; essi «offrono una pressoché completa storia - sovente minutissima - dell’atteggiamento del Vaticano verso la politica fascista della razza dalla metà del 1938 alla morte di Pio XI» (22).

Con la Mit brennender Sorge (1937) la Chiesa aveva condannato - spiega De Felice - il razzismo nazista; inoltre, La Civiltà Cattolica del 6 agosto 1938, intenzionata a separare il destino dell’Italia da quello di Hitler, commentando il manifesto degli “scienziati”, scrisse: «Chi ha presente le tesi del razzismo tedesco, rivelerà la notevole differenza di quelle proposte da queste del gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuol confondersi col nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano» (23).

Pio XI nel radiomessaggio del Natale del 1938 aveva definito la svastica o croce uncinata: «croce nemica della Croce di Cristo», insistendo in tale definizione - spiega Giovanni Miccoli - anche quando gli fu fatto osservare che si trattava pur sempre di un simbolo di uno Stato con cui la S. Sede intratteneva relazioni diplomatiche (24).

Ciò che preoccupava di più i cattolici era il fatto che la politica fascista non attaccava l’ebraismo come religione ma come razza ed anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Come abbiamo detto la S. Sede riuscì ad ottenere la soppressione dell’articolo 2 del progetto, che equiparava a “concubinato” il matrimonio religioso tra un ariano/a ed un ebreo/a convertito/a, «non riuscì però ad ottenere che l’art. 7... riconoscesse i matrimoni contratti dagli ebrei convertiti al cattolicesimo. Invano Pio XI dichiarò che in questo modo si violava il Concordato, invano scrisse personalmente a Mussolini (4 novembre) ed al re (5 novembre). Mussolini non gli rispose neppure e, anzi, fece sapere - scrive de Felice - di “aver l’impressione che il Vaticano tiri troppo la corda” e di essere disposto, se il Papa insisteva, ad ingaggiare una lotta a fondo contro la Chiesa; quanto a Vittorio Emanuele si limitò a rispondere di aver trasmessa la lettera ricevuta al duce (7 novembre).

La S. Sede, non approvava il razzismo materialistico, «ma, al tempo stesso, non era contraria ad una moderata azione antisemita, estrinsecantesi sul piano delle minorazioni civili» (25).

Renato Moro, professore di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre, scrive che «La Civiltà Cattolica (17 marzo e 7 aprile 1934), rifiutò qualsiasi difesa della razza... se i metodi usati erano contrari alla legge naturale e divina e condannò severamente l’idea che la “razza ariana” potesse essere il “bene supremo” della società» (26).

Riccardo Calimani, riassume l’argomento (non proprio spassionatamente) nel suo libro Stella gialla. Ebrei e pregiudizio, Rusconi, Milano, 1993, cap. XIV Le leggi razziali in Italia, pagg. 161-178.

e) le dichiarazioni programmatiche del Gran Consiglio del fascismo furono tradotte in leggi dello stato italiano il 17 novembre 1938. Esse proibivano agli ebrei di pubblicare libri, tener conferenze, accedere agli uffici pubblici, esercitare il commercio ambulante, essere portieri in case ariane. Fu introdotta la figura dell’«arianizzato» per la quale il Ministero degli Interni poteva dichiarare di razza ariana anche chi fosse ebreo; tale disposizione andava contro ogni logica razzista e favorì la concussione e la corruzione (27).  

La Francia di Pétain e gli statuti degli ebrei

 

Il primo Statuto degli ebrei francesi fu promulgato a Vichy - durante l’occupazione tedesca - il 3 ottobre 1940; il secondo (che rimpiazzava il primo) il 2 giugno 1941. Il 7 agosto 1941 il Maresciallo Philippe Pétain scrisse, con prudenza e buon senso, all’Ambasciata di Francia presso la S. Sede per sapere se la nuova legislazione sugli ebrei fosse o no in accordo con la dottrina cattolica romana (cosa che non fecero - imprudentemente e senza buon senso - Hitler e Mussolini). La risposta dell’ambasciatore francese presso la S. Sede, Léon Bérard, arrivò al maresciallo il 2 settembre 1941; in essa si legge: «Vi è opposizione tra la dottrina della Chiesa, che è universale per definizione e professa l’unità del genere umano e le teorie “razziste”... ma mai la S. Sede mi aveva informato di una sua disapprovazione o una critica delle leggi francesi sugli ebrei di cui Lei mi parla... Tuttavia la condanna del razzismo non significa che la Chiesa disapprovi ogni misura presa da tale o tal altro Stato contro ciò che si chiama comunemente la razza ebraica... Per la Chiesa un ebreo battezzato cessa di essere ebreo e fa parte del gregge di Cristo. Ma non bisogna concludere che per la Chiesa la fede è l’unica cosa che distingua Israele dalle altre nazioni... Essa riconosce che vi sono caratteristiche e particolarità etniche della comunità israelitica... La storia della Chiesa ci insegna che Essa ha spesso salvato gli ebrei dalla violenza dei loro persecutori e nello stesso tempo Essa li ha relegati nei ghetti.

S. Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica, questione 10 della IIa-IIae, articoli 9-12 insegna che: bisogna essere tolleranti verso gli ebrei quanto all’esercizio della loro religione, che non siano battezzati con la forza, ma S. Tommaso raccomanda anche di prendere delle misure di difesa prudenziali nei loro riguardi, di modo che si limiti la loro azione e la loro influenza nella società. Infatti sarebbe irragionevole, in uno stato cristiano, lasciarli governare e sottomettere così i cattolici a sé. Donde risulta che è legittimo proibire loro l’accesso alle funzioni pubbliche, ammetterne solo un numero chiuso nelle università e nelle professioni liberali. (...) Tuttavia la legislazione francese del 2 giugno 1941 parla di razza ebraica, inoltre se un ebreo prova che ha aderito prima del 25 giugno 1940 alla religione cattolica o cristiana riformata, “non è più visto” come ebreo, purché non abbia più di due nonni di razza ebraica. Quindi un ebreo convertito e battezzato, resta ebreo se ha almeno tre nonni di razza ebraica, là c’è contraddizione tra legislazione francese e la dottrina della Chiesa. Questo è l’unico punto in cui la legge francese si trova in disaccordo con l’insegnamento della Chiesa romana (28). (...) Inoltre il Vaticano ci raccomanda di non aggiungere nulla alla nostra legislazione che riguardi il matrimonio (come invece è stato fatto in Italia)... e che nell’applicazione della legge sia salvaguardato il comandamento della giustizia e della carità...» (29).

 

Gli ebrei italiani sotto il governo Badoglio

 

Il nuovo governo, dopo il 25 luglio del 1943, «lasciò in vita la Direzione generale della demografia e della razza del Ministero dell’Interno e mantenne in vigore la legislazione razziale fascista... Nell’estate del 1943 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane ebbe diversi contatti con il governo Badoglio, senza ottenere il benché minimo impegno per l’abrogazione delle leggi antiebraiche, né tantomeno un’attenuazione delle leggi fasciste che impedivano ancora.... l’accesso alle scuole... ai giovani ebrei o prevedevano l’esproprio dei beni di loro possesso. In risposta Badoglio comunicò agli esponenti dell’ebraismo italiano che “non potendo per ora procedere radicalmente all’abolizione delle leggi, queste sarebbero rimaste inoperanti”; tuttavia le leggi razziali restarono in vigore» (30). Occorre spiegare che i tedeschi si trovavano ancora in Italia, vi restarono per circa due anni, e Badoglio (al contrario di Pétain) non era un “cuor di leone”.

 

Conclusione

 

La Chiesa è sempre stata odiata dal giudaismo talmudico, sin dai tempi di Gesù e degli Apostoli, quindi ha dovuto prendere misure di legittima difesa contro di esso. Queste misure furono il “Magistero” che spiegava l’opposizione dottrinale e teologica tra il vero e il falso Israele ed una “legislazione speciale” che diminuisse e restringesse il potere ebraico e nello stesso tempo salvaguardasse gli israeliti dalla collera popolare, risalente già alla paganità (31). Legislazione questa ispirata dalla giustizia (dare a ciascuno il suo o ciò che si merita: la limitazione per impedire l’espansione, la preponderanza o l’invadenza; e la protezione per garantire il diritto all’esistenza) ma anche dalla carità soprannaturale (amore di Dio e del prossimo amato, propter Deum, in quanto creatura di Dio e non in sé o perché simpatico naturalmente).

Nell’èra moderna, con il protestantesimo e la rivoluzione francese, si arrivò all’affrancamento, all’assimilazione, all’equiparazione degli ebrei che quindi assunsero una preponderanza nelle nazioni di tradizione cristiana che li ospitavano, scatenando così la reazione violenta del popolo angariato o l’antisemitismo razziale che trova in Lutero, Voltaire, Hitler i massimi rappresentanti. Costoro non sono frutti della dottrina cattolica ma della modernità secolarizzata, laicizzata e materialista la quale ha prodotto il passaggio dall’antigiudaismo teologico (giusto e caritatevole) all’antisemitismo razziale o “razzismo ariano” (che essendo laicizzato è privo di giustizia, in quanto non ha la fede soprannaturale e travalica spesso il diritto per diventare ingiustizia. Inoltre poiché non ha la carità soprannaturale, non ama e perseguita diventando odioso e crudele; la Chiesa invece è irremovibile nei princìpi perché crede, ma è misericordiosa nella pratica perché ama, cose che la modernità non è capace di fare avendo rinnegato l’ordine soprannaturale).

Il razzismo “ariano” del fascismo, qualificato da Pio XI come “statolatria pagana”, volle legiferare sui sacramenti, ossia in spiritualibus, materia che appartiene solo alla Chiesa, poiché per il paganesimo lo stato è una divinità immanente, Cesare è divino e quindi il duce è anche Papa; così Mussolini volle mettersi al posto della Chiesa e del Papa, e pur professandosi laico volle pontificare in materia sacramentaria: contraddizione nei termini.

Al contrario nella Francia (occupata) Pétain, prima di mettere in pratica la legislazione sugli ebrei, chiese al Pontefice se essa era conforme alla dottrina della Chiesa; non si mise a fare il “papa” come aveva fatto il duce, ma con buon senso domandò lumi al Pastore universale, al Vicario di Cristo.

Quanto agli ideologi del razzismo italiano:

Julius Evola era uno stregone gnostico diabolicamente anticristiano, Giovanni Preziosi un prete modernista spretato e Telesio Interlandi un opportunista, pressappochista, pasticcione e voltagabbana. Tutti e tre erano a-cristiani o persino anti-cristiani.

In Germania il razzismo biologico aveva il suo paladino in Alfred Rosenberg, l’autore de Il mito del XX secolo, messo all’Indice dei libri proibiti (1934) per il suo anticristianesimo virulento.

Quindi razzismo nazifascista e antigiudaismo cattolico sono due concezioni opposte diametralmente, che non hanno nulla in comune.

La causa della reazione antiebraica - scrive Bernard Lazare - è l’esclusivismo giudaico o il super-razzismo giudaico che non vuole farsi assimilare dai popoli ospitanti, ma vuol essere ospite pur restando straniero, ossia vuole tutti i vantaggi senza alcun inconveniente, formando così uno stato nello stato, per schiacciare l’ospitante (come è successo in Palestina dal 1948 ad oggi).

Leone XIII, di fronte al Risorgimento del paganesimo ghibellino, volle scoprire la causa di tanto male e - valendosi della preziosa collaborazione de La Civiltà Cattolica - la trovò nella setta massonica diretta dal giudaismo-talmudico, che come aveva ucciso i Profeti, Gesù e gli Apostoli, così voleva sterminare la Chiesa di Roma, che è “Gesù continuato nella storia”.

Egli indicò il rimedio al flagello della preponderanza giudaica nel ritorno allo spirito cristiano, alla sua dottrina e quindi alla sua prassi (leggi restrittive) che può produrre frutti solo se è vissuta, ossia se è l’espressione convinta della fede soprannaturale e non se è usata quale instrumentum regni, come volevano i movimenti autoritari del XX secolo da Maurras a Mussolini, i quali hanno prodotto solo “triboli e spine”.

Pio XI, di fronte al totalitarismo comunista (Stalin ha perseguitato migliaia di ebrei: è un fatto, ma quasi nessuno lo dice) e nazi-fascista ha condannato il razzismo materialista e quindi anticristiano, ma ha continuato a mettere in guardia i cristiani dal pericolo dogmatico, morale e sociale del giudaismo; non è stato ascoltato dall’assolutismo neopagano che ha provocato la rovina sua e di svariati ebrei.

Il giudizio sulle leggi razziali italiane è negativo, poiché esse furono materialiste, pasticciate e improntate con opportunismo di circostanze (anche se sfavorevoli). Furono applicate malamente, per eccesso e per difetto, erano fuori luogo in quanto prodotte da un movimento che inverava il Risorgimento laicista e che promulgandole si metteva in opposizione proprio con lo spirito risorgimentale, filo ebraico, massonico e liberale.

In breve, fuori di Gesù e della sua Chiesa non vi è la pienezza della verità ma l’errore per eccesso (razzismo materialista) o per difetto (filantropismo filoebraico che non vuol vedere i pericoli che il giudaismo rappresenta); mentre la dottrina cattolica si erge in medio et cùlmen come una vetta tra due burroni, ed insegna a non odiare crudelmente ma nello stesso tempo a prendere tutte le precauzioni per non essere sopraffatti; “semplici come colombe, ma prudenti come serpenti” , insegna il Vangelo.

 

Note

 

1) S. Tommaso, Super epistulam ad Galatas lectura, lectio VII, n° 249, 271-272, Marietti, Torino, 1953, pag. 620 ss.

2) U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, Milano, Vallardi, 1922, vol. III, pag. 24.

3) Cfr. G. Dahan, La disputa antigiudaica nel medioevo cristiano, ECIG, Genova, 1993.

4) P.C. Landucci, La vera carità verso il popolo ebreo, in «Renovatio», n° 3, 1982.

5) R. Taradel - B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-1945, Editori Riuniti, Roma, 2000, pagg. 124-155, passim.

6) Civiltà Cattolica, 1938, vol. III, pag. 271.

7) Osservatore Romano, 29 luglio 1938.

8) B. Lazare, L’antisemitisme son histore et ses causes, Documents et témoignages, Vienne, 1969, pagg. 11; 13-14; 17. Trad. it. “Centro Librario Sodalitium”, Verrua Savoia (TO), 2000.

9) Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol I, col. 1502.

10) Civiltà Cattolica, 1890, serie XIV, vol. 8.

11) A. Sacerdoti, Ebrei italiani. Chi sono, quanti sono, come vivono, Marsilio, Venezia, 1997, pag. 17.

12) Ivi.

13) Ibidem, pag. 11.

14) Ivi.

15) M. Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, Milano, 1982, pag. 25.

Cfr. anche:

U. Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, Firenze, 1975.

G. Di Segni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, Torino, 1983.

U. Nahon, Per non morire. Enzo Sereni, vita, scritti, testimonianze, Milano, 1973.

16) F. Tagliacozzo - B. Migliau, Gli ebrei nella storia e nella società contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1993, pagg. 210-211.

17) Ibidem, pagg. 216-217.

18) Ibidem, pag. 225.

19) Sulla discussa figura di Interlandi cfr.

 G. Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.

F. Germinario, Razza del sangue, razza dello spirito. Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo (1930-43), Bollati-Boringhieri, Torino, 2001.

M.T. Pichetto, Alle radici dell’odio. Preziosi e Benigni antisemiti, F. Angeli, Milano, 1983.

G. Salotti, Breve storia del fascismo, Bompiani, Milano, 1998.

20) Ibidem, pagg. 254-255.

Cfr. anche:

F. Coen, Italiani ed ebrei: come eravamo. Le leggi razziali del 1938, Genova, 1988.

21) A. Martini, Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Cinque Lune, Roma, 1963.

22) R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino, 3ª edizione, 1988, pag. 292.

23) La Civiltà Cattolica, 1938, fasc. 2115, pagg. 277-278.

24) Per l’insistenza del Papa di mantenere tale frase cfr.

A. Martini, L’ultima battaglia di Pio XI, riportata in Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Roma, Cinque Lune,1963, pag. 180.

25) R. De Felice, op. cit., pag. 298.

26) R. Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il Mulino, Bologna, 2002, pag. 77.

27) Leggasi anche:

R. De Felice, op. cit., cap VII La persecuzione fascista, pagg. 344-440.

R. De Felice, Mussolini il duce. II- Lo stato totalitario (1936-1940), Einaudi, Torino, 1996, pagg. 866-877.

G. Miccoli, in «Storia d’Italia», Annali 11**, Gli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, V-1, Antisemitismo cristiano e razzismo, pagg. 1544-1574.

M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi, 2000.

M. Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, Bruno Mondadori, Milano, 2002.

28) Non so se Pétain abbia ritoccato questo punto e sarei felice se qualcuno potesse darmi ulteriori spiegazioni.

29) Il testo integrale può essere richiesto a :

ANEC, B.P. 21, F - 44530 Saint-Gildas-des-Bois.

30) F. Tagliacozzo - B. Migliau, op.cit., pag. 361.

Cfr. anche:

L. Picciotto Fargion, L’occupazione tedesca e gli ebrei di Roma, Roma, 1979.

L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, 1991.

M. Toscano, L’abrogazione delle leggi razziali in Italia (1943-1987). Reintegrazione dei diritti dei cittadini e ritorno ai valori del Risorgimento, Roma, 1988.

G. Formiggini, Stella d’Italia. Stella di David. Gli ebrei dal risorgimento alla Resistenza, Milano, 1970.

31) Cfr. G.P. Mattogno, L’antigiudaismo nel­l’Antichità classica, ediz. Ar Padova-Salerno 2002.

 

 

 

Appendice:

L’intervista A Evola

Pubblicata Da Heliodromos

 

A pagina 12 del presente numero di Sodalitium, don Nitoglia fa riferimento a un’intervista rilasciata da Julius Evola pubblicata dalla rivista Heliodromos (n. 6, primavera 1995, pp. ss.).

Come precisa la rivista siciliana, l’intervista è tratta dal libro di Elisabeth Antébi, “Ave Lucifer” (Calmann-Lévy editore). Da questa intervista, pubblichiamo ampi stralci riguardanti la questione ebraica e il sostegno dato da Evola allo Stato di Israele. In questo contesto stupisce meno la possibile collaborazione dello stesso Evola con la Cia, come riportato nel libro di Sergio Flamigni, Trame atlantiche, dal quale riportiamo il passo relativo a Evola (da prendere naturalmente con beneficio d’inventario).

 

Sodalitium

 

« R) – L’ebreo è uno sradicato; non è pericoloso l’ebraismo tradizionale, bensì quello che non ha né patria né punti di riferimento. (…)

D) In questa accusa contro la razza ebraica Lei fa rientrare certi valori tradizionali quali la Kabbala?

R) Certamente no. Sul piano tradizionale sarebbe frivolo creare delle opposizioni di questo genere. Solo le formulazioni sono diverse. Ad un certo livello vi è accordo fra ‘coloro che sanno’ (…)

D) Lei sarebbe dunque per lo Stato d’Israele?

R) Se esistono degli ebrei pericolosi, non sono quelli di Israele, che lavorano, si organizzano, testimoniano di straordinarie virtù militari; sono quelli delle metropoli occidentali, che grazie alla democrazia hanno le mani libere. Se oggi qualcuno vuole porre il problema ebraico arriva troppo tardi, esso non esiste più. Come Le ho detto, il problema della razza ‘interiore’ è molto più importante ai miei occhi; e gli atteggiamenti per i quali si riteneva l’ebreo indesiderabile sono oggi diffusi presso i bravi Ariani, che sarebbe ingiusto ed ingiustificato operare una discriminazione ».

Da Un’intervista a Julius Evola

(Heliodromos, n. 6, primavera 1995)

 

« Nel maggio del 1995, il magistrato di Venezia Felice Casson entrerà in possesso di una lista di dodici ex “collaboratori” della Cia in Italia (Commissione parlamentare d’inchiesta P2, volume 3, tomo 4, parte III, pagg. 119-23). Oltre all’ideologo di estrema destra Julius Evola (…)

(In nota: Il Pm Casson ha inoltrato al governo americano la richiesta di poter consultare gli archivi della Cia per appurare l’autenticità della lista)».

 

Da Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos edizioni, Milano, 1996, p. 85


Commento all’ articolo “Le leggi razziali” 

di don Curzio Nitoglia

Livia Noris

 

            Nella parte iniziale dell’articolo “Le leggi razziali” l’autore,  don Curzio Nitoglia, espone alcune considerazione sull’ebraismo, a cui risponderò più avanti,  e presenta una “legislazione speciale della Chiesa e della cristianità” che  riassume a grandi linee le prescrizioni e i divieti di alcune bolle papali: “Cum numinis adsurdum “ ( 1555)   di Paolo IV,  Hebraoum gens sola quondam a deo dilecta”  (1569) di  Pio V   e  Caeca ed abiurata” ( 1593) di  Clemente VIII.

            Queste bolle Papali   resteranno  costantemente il codice di vita degli ebrei per due secoli, cioè  fino al termine del potere temporale del Chiesa,  visto che non ci sarà alcun Papa successivo a quelli citati che ne abrogherà completamente il testo. Una panoramica sul contenuto e sugli effetti di queste bolle Papali la si può trovare nell’allegato 1, tratto da “Storia degli ebrei in Italia” di Attilio Milano.

              Anche senza approfondire troppo si può subito notare che la legislazione “speciale della Chiesa”,  proposta sotto forma di un breve elenco dall’autore, è identica al corpus delle leggi razziali del fascismo, tranne, come si sottolinea nell’articolo stesso, per quella parte che regola il matrimonio misto che i cattolici consentivano, su dispensa, mentre per le leggi razziali del fascismo erano assolutamente vietate.

            Nei fatti però  la differenza non era poi così rilevante se Ciano nel “Rapporto sulle reazioni vaticane ai provvedimenti razziali” [allegato 2] scrive: “.. anche su questo punto si osserva negli ambienti ecclesiastici che la stessa legislazione canonica impedisce il matrimonio degli ebrei con cattolici e che su questo punto la dispensa dell'impedimento di disparità di culto è sommamente difficile ad ottenersi. Anzi sono recenti le istruzioni date ai Vescovi per rendere sempre più severo il principio che vieta i matrimoni misti ed invitare i Vescovi stessi a usare ogni mezzo possibile allo scopo di evitarli. Si può credere pertanto che nei casi eccezionali si potrà trovare la via di procedere d'accordo. Più difficile invece si presenta il caso del matrimonio quando si tratta di ebrei convertiti i quali, di fronte alla Chiesa, sono cattolici come tutti gli altri, mentre la legislazione progettata continua a considerarli come ebrei. In questo caso la proibizione del matrimonio imposta da questa legislazione si troverebbe direttamente in contraddizione con la dottrina e la disciplina della Chiesa. E' questo l'unico punto, nella proclamazione razzista del Gran Consiglio, sul quale la Chiesa formulerebbe obbiezioni.”

            Alle anticipazioni delle leggi razziali le alte sfere ecclesiastiche ebbero reazioni deboli, al limite, e anche oltre, della complicità dell’assenso per l’impianto complessivo della normativa discriminatoria, come si evince dai documenti dell’allegato 2 e anche dall’interessante documento riportato nell’articolo: è una lettera dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede a Pètain, da cui emerge  che  il  bravo cattolico Pètain chiese  al Papa se le leggi razziali francesi fossero compatibili con la dottrina della chiesa, ricevendone un assenso tranne sull’unico punto del divieto di matrimonio.

              Alla luce delle argomentazioni presentate nell’articolo si comprende  perché le obiezioni alle leggi razziali mosse da Pio XI  e  dal futuro Papa Montini  fossero deboli e limitate: non poteva essere che così  se il pensiero dominante nelle alte sfere ecclesiastiche si avvicinava a quello dell’autore che, correttamente, si richiama alla tradizione e alle azioni del potere temporale cattolico. E’ doveroso però ricordare che, dal Concilio Vaticano II, discorsi come quelli disinvoltamente esposti dall’autore dell’articolo sono stati sempre più  relegati al margine del cattolicesimo, fino agli importanti passi verso il dialogo e la riconciliazione di Giovanni Paolo II.

            Per ritornare invece alla Chiesa preconciliare  l’articolo fa comprendere come la ragione di tanta condiscendenza non fu l’ ignavia o l’ opportunismo, piuttosto si  condividevano convinzioni ben precise sugli ebrei, sulla loro pericolosità sociale e sul modo di trattarli, d’altra parte  leggi del tutto simili alle leggi razziali erano state adottate dalla Chiesa molto prima del regime fascista, leggi discriminatorie frutto dello stesso triste patrimonio di deliranti convinzioni e pregiudizi espressi dall’autore dell’articolo.

              L’autore si spende poi per sottolineare le differenze sottili fra antigiudaismo e il razzismo biologico fascista . Ma non ci si illuda: non si fa nessuna critica di quel razzismo (e come si poteva, se le conseguenze in termini di discriminazione erano le stesse),  il problema maggiore stigmatizzato ora come allora è che lo Stato si era arrogato il diritto di legiferare sui sacramenti, cioè il matrimonio, che non erano di sua competenza .

            Ma passiamo alle due tesi principali dell’articolo

A)    Ci sarebbe una profonda differenza fra antigiudaismo  e antisemitismo, il primo sarebbe meno incline alla violenza e per nulla razzista perché non si baserebbe su idee di inferiorità razziale di tipo biologico.

B)     Le teorie razziste  sarebbero il frutto di un pensiero non religioso ma laico, reazione ad altri pensieri altrettanto laici di uguaglianza dei cittadini e diritti universali dell’uomo. E’ per riparare al danno portato dall’affrancamento e dall’integrazione che  si è arrivati  per gli ebrei (e non solo per loro)  alla negazione della condizione di cittadini fino alla negazione della stessa loro umanità.

            Portando alle estreme conseguenze la tesi B si può arrivare a dire, come viene fatto nell’articolo, che in una condizione in cui  la discriminazione e segregazione religiosa è operante, per gli ebrei separati e al “loro posto” non è stato necessario arrivare quella disumanizzazione che porterà a considerare il loro sterminio una opera di disinfestazione (non per un caso lo Zyclon-B era un antiparassitario), che quindi la discriminazione del ghetto proteggeva (anche) l’ ebreo stesso. Questo spiegherebbe perché lo sterminio sia avvenuto in una  società laica, occidentale e moderna: nonostante i principi laici di libertà ed uguaglianza, ma proprio a causa di questi. In effetti le società teocratiche, e nell’islam più che nel cristianesimo,  agli ebrei è stata riservata una condizione  di “sottomesso”,  ma comunque garantita anche se vessata da regole.

            Ma  solo una mente perversa ( o integralista, che è lo stesso)  può legittimare  le discriminazione e la segregazione (anche) perché rappresenterebbe  la salvezza per l’ebreo stesso,  tanto più che agli ebrei non è stato risparmiato niente dalla Chiesa: divieti fino alla prostrazione (che poi  nel caso del cattolicesimo aveva valenza pedagogica: gli ebrei non dovevano essere sterminati perché erano la testimonianza vivente della miseria materiale e morale in cui si viveva rifiutando  il Cristo), torture,  roghi,  tanto che il sultano Solimano il Magnifico disgustato dalla crudeltà di Paolo IV, aveva prima fatto pervenire una lettera indignata al Papa  perché stava commettendo ad Ancona delle indegnità contro dei marrani che avevano diritto alla protezione ottomana,  e poi aveva aderito  a quello che era un “embargo umanitario” ante litteram del porto di Ancona.

            Inoltre, se è vero che  la distinzione fra razzismo biologico e discriminazione religiosa esiste e si concretizza  nella possibile scappatoia  della conversione, davvero  razzismo nazifascista e antigiudaismo cattolico sono due concezioni diametralmente opposte che non  hanno niente in comune” come si legge nelle conclusioni dell’articolo ?

            Non ne sono convinta. In effetti più  si puntualizza questa distinzione,  più essa  diventa sottile: fra le parole di Pio XI, riportate nell’articolo, si legge: "il genere umano ha una sola e unica cattolica razza, né può tuttavia negarsi che in questa razza universale non vi sia luogo per le razze speciali …". Un contorcimento con tante  negazioni da non rendere chiaro  cosa si afferma.

            A parte queste ambiguità sulla esistenza di razze “speciali”, si potrebbe comunque pensare che la discriminazione basata su fede o cultura sia concettualmente sempre distinta dal razzismo biologico e non possa definirsi razzismo . Invece  “…esiste una zona grigia tra razzismo e “culturalismo”. Se pensiamo alla cultura come a qualcosa di fluido , variabile nel tempo ... si tratta effettivamente di un concetto antitetico a quello di razza. Se invece i popoli o i gruppi etnici sono forniti di una anima nazionale immutabile, o Volksgeister, che , invece di ereditare attraverso processi biologici o genetici osservabili, vengono trasmesse da generazione in generazione attraverso mezzi misteriosi o persino soprannaturali, una sorta di dono ricorrente di Dio, ..questo può diventare equivalente funzionale del razzismo biologico”( G. Fredrickson “Breve storia del razzismo”).

              Un esempio lampante di questa zona grigia è in un articolo che si può trovare  al link http://www.unavox.it/062b.htm:  Il piano giudaico massonico” di  Giovanni Servodio in cui si parla della “specificità” degli ebrei e di una  loro potenzialità di essere strumento di “ particolari influenze soprannaturali … quelle legate all'azione del demonio “ . Questa potenzialità non sono legata alla fede anzi: “….molti Ebrei, nel corso dei secoli, si sono completamente allontanati dalla propria tradizione, anche di quel poco che era loro rimasto, e sono rimasti Ebrei solo dal punto di vista nominale. Così facendo, si sono privati di qualsiasi protezione contro le influenze nefaste, pur mantenendo in fieri quella potenzialità intrinseca di cui dicevamo prima”..

              E' la quadratura del cerchio: il razzismo senza razza è servito.

              E non sono vaneggiamenti recenti ma vecchie teorie grondanti di (tanto) sangue:  la demonizzazione degli ebrei raggiunse l’acme quando, soprattutto nel nord Europa, si diffuse la voce  che avevano diffuso la peste su mandato del diavolo  per sterminare i seguaci di Cristo. Teoria del complotto e demonizzazione sono da allora costati un alto tributo di sangue e ciò spiega perché  la diffusione di menzogne come i protocolli di Sion faccia ancora oggi tremare le vene ai polsi : tanti sono gli ebrei morti per le ciò che è stato inventato su di loro.

              Il meccanismo che ha portato le società in cui l’uguaglianza faceva parte del retaggio culturale  ad  escludere gli ebrei dal  consorzio dei cittadini e degli esseri umani  ha quindi un precedente: anche se Cristo è morto per tutti gli uomini, gli ebrei sono esclusi dalla redenzione perché essi non sarebbero uomini, ma  agenti del demonio e a questo proposito spesso è citato il passo del  Vangelo in cui Cristo si scaglia contro i contemporanei : “Voi che avete come padre il demonio e volete compiere i desideri del padre vostro" ( Giovanni 8, 44).

            La tanto sbandierata universalità del cristianesimo naufraga miseramente e la distinzione  fra razzismo biologico e antigiudaismo tende a zero: quello evidenziato nel testo di Servodio è lo stesso meccanismo di disumanizzazione che ha portato alla Shoà e ha prodotto, su scala ridotta ma non meno efferata, gli stessi effetti.

            Ancora: non si riesce a distinguere fra razzismo biologico e discriminazione religiosa nella dottrina spagnola della limpieza de sangre che postulava delle deficienze prodotte dall’ascendenza  dei moriscos convertiti o dei marranos ebrei, deficienze che nemmeno la conversione colmava, ed è significativo che “all’inizio della colonizzazione delle Americhe, solo a chi era ritenuto di pura ascendenza cristiana fosse permesso di unirsi alle file dei conquistadores e dei missionari” (G Fredrikson, op. cit. pag. 39).

            Come ultima considerazione direi che appare evidente, visto che nell’articolo si sostiene la necessità di ghettizzare gli ebrei per salvarsi dalla contaminazione e dal pericolo che essi rappresenterebbero, che  l’antigiudaismo cattolico e (ancor più protestante),  seppur non direttamente responsabile delle teorie razziali biologiche,  è sicuramente concausa della mancanza di reattività fino alla complicità nella barbarie dello sterminio visto che da secoli predicava quello che le leggi razziali avrebbero sancito.

            E da questi figuri dobbiamo pure sentire le accuse che la religione ebraica sarebbe razzista…”non c‘è più religione!” si potrebbe ironicamente esclamare, se non che voglia di ironizzare ne ho davvero poca.

            E veniamo dunque alle accuse contenute nell’articolo agli ebrei e all’ebraismo.

 

Le accuse agli ebrei e all’ebraismo

            Non penso sia necessario difendere gli ebrei dalla accusa di generare essi stessi il razzismo, il problema è nell’antisemita, non nell’ebreo

            L’antisemita è uno che ha paura, l’antisemitismo da sempre ha invocato la legittima difesa di un qualcosa (razza,  nazione , fede o moralità ) dal pericolo ebraico senza che poi si chiarisca quali comportamenti o avvenimenti realmente accaduti  giustifichino l’allarme, al più si sono invocati i sempiterni complotti segreti.

            Questo articolo non fa eccezione, con tanto di accuse al Talmud , libro citatissimo come titolo  ma,  se si fa caso, difficilmente si riporta quello che è scritto e mai il riferimento preciso a dove si troverebbe ciò che viene  usato per accusare gli ebrei, …vero che il Talmud è un testo monumentale, dove davvero di trova tutto e il suo contrario (e non è solo un modo di dire), ma almeno si potrebbe riportare in quale dei due Talmud si è andati a pescare ! ( ne esiste uno babilonese e uno di Gerusalemme )

            Ecco le principale accuse tratte dell’articolo 

q        Gli ebrei sarebbero pericolosi perché  ”hanno crocifisso io Cristo e ora odiano i cristiani ... lo spirito talmudico odia più il cristianesimo che non il paganesimo…”.

            Ora, lasciando perdere cosa caspita possa essere  lo spirito talmudico,  l’odio di una minoranza vessata ove anche fosse dichiarato (e magari, visto quello che gli hanno fatto i cristiani, pure meritato)  e scritto nei testi sacri ( ma come sempre i riferimenti al  Talmud  sono sempre generici), non è chiaro come si possa concretizzare in un pericolo, né i fatti storici autorizzano a pensare che gli ebrei siano mai stati una minaccia …anzi  la storia riporta piuttosto i massacri di ebrei da parte di cristiani e non viceversa.

            Ovviamente i martiri cristiani per mano di ebrei ci sono: si sono inventati.  E’ tale (l’ex ) San Simone (Simonino) da Trento, il bambino ucciso a Trento nel 1475 e del cui omicidio furono incolpati gli ebrei che l’avrebbero ammazzato per usarne il sangue per impastare le azzime. Trento da allora non ebbe più per secoli una comunità ebraica, visto che  gli ebrei furono massacrati e i superstiti dovettero fuggire lanciando un anatema sulla città e su chi avesse voluto ritornarvi. Il Vaticano però ha riconosciuto che l’”accusa del sangue”, cioè che l’accusa secondo cui per impastare di sangue  le azzime della Pesach gli ebrei compissero il sacrifico umano di un giovane vergine cristiano (che per chi conosce un po’ la religione ebraica è assurda perché  gli ebrei ritengono empio nutrirsi del sangue), era tutta una montatura e quel piccoletto non era un martire. Così molto tempestivamente, nel 1965, circa 500 anni dopo i fatti,  la Chiesa  ne  ha abolito il  culto diffuso soprattutto in Valtellina e nelle valli orobiche.

            Ma se il grande pericolo che proveniva dagli ebrei non era così evidente, essi potevano sempre avvelenare preparando pozioni magiche “..Così al medico ebreo era proibito curare il malato cristiano, per pericolo di avvelenamento, come pure la professione di farmacista verso i cristiani, per lo stesso motivo e a causa della preparazione di pozioni magiche.” E perché non anche diffondere la peste ?

        Ma l’articolo insiste portando motivazioni anche più “moderne” e ci informa che per i cristiani  è necessario  “..difendersi contro il razzismo-talmudico giudaico che lede la loro unità culturale civile e religiosa“, quindi l’ ebreo è pericoloso perché creerebbe una frattura nell’unità del mondo circostante. E’ incredibile: per quanto ghettizzato, umiliato e vessato  il diverso fa sempre paura.

            Inoltre “è necessario difendere il cristiano dal contagio dell’anticristianesimo talmudico”. E in cosa consiste il contagio ?  la risposta la si può leggere nell’articolo di cui parliamo e la fornisce Pio XI, in effetti è l’unica risposta sensata e alla luce di questa si comprende la natura del pericolo ebraico per i cattolici “Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico la Chiesa deve prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli”.

            Ecco il  punto, chi frequenta gli ebrei può cadere vittima di un  pericolo enorme per un credente:  il dubbio .

q       “La radice dell’accecamento ebraico consiste nello scambiare la razza per il Salvatore: la razza ha il primato su Cristo”.

            Quando capirò cosa caspita vuol dire questa frase allora potrò dire qualcosa in proposito…in che senso la razza ha il primato sul Cristo? Probabilmente questa accusa ha a che fare con l’antitesi fra un Israele falso, fatto di discendenza e quindi del legame di sangue con il Cristo, e un Israele nuovo e spirituale e vero erede della Verità. In fondo si accusa di credere nella religione in cui credevano i propri padri invece che in Cristo.

q       Gli ebrei saranno sempre una nazione dentro la nazione che li ospita; quando uno stato accorda ad uno straniero la pienezza del diritto lo fa in cambio della rinuncia ai suoi legami con la sua antica patria; gli ebrei invece non vogliono rinunciarvi e pretendono di ottenere la pienezza del diritto comune della società che li ospita, Per cui - uno stato confessionale - concede agli israeliti solo un diritto di eccezione o particolare, poiché gli ebrei, volendo restar tali, si escludono da sé dal diritto comune dello stato ospitante (come gli zingari),,….. gli ebrei non vollero mai assoggettarsi ai costumi dei popoli tra i quali erano chiamati a vivere. Essi vollero dappertutto restare ebrei, come popolo, religione e stato, fondando così uno stato nello stato,…

            E’ abbastanza sorprendente trovare questa accusa in un testo di un autore  che scrive nella prospettiva del cattolico, è più una tipica accusa del nazionalista che vede nell’ebreo uno straniero (anche se è millenni che abita un luogo) e un traditore potenziale della patria per il suo legame “sovra-nazionale”  con confratelli della stessa fede sparsi per il mondo, un tradimento che si espliciterebbe nella forma di complotto contro gli interessi nazionali. Il riferimento alla  antica patria ebraica  non specifica se questa debba essere intesa con l’attuale Israele.

            In cosa si concretizzerebbe la mancanza di rinuncia ai legami con la  antica patria? Nella mancata volontà di integrazione? Lo stesso articolo riporta la grande integrazione e la partecipazione, nel bene e nel mare, della popolazione ebraica Italiana alla storia di Italia, dal Risorgimento, fino anche al fascismo e all’avventura coloniale, e alla Resistenza (in effetti questa non è citata) . Ma  piuttosto forse si fa riferimento  alla volontà di creare uno stato ebraico nello stato cattolico. Anche questa accusa è ancor più sorprendente perché creare uno stato nello stato vuole dire puntare a regolare la vita privata e sociale secondo la propria legge, le proprie convinzioni religiose,  la propria fede.

            In effetti  è un problema di quasi tutte le confessioni quello di voler imporre allo stato la propria morale e un corpus giuridico modellato sui propri dogmi, ma in Italia è soprattutto un problema cattolico ... sono certi cattolici che vogliono imporre il loro stato confessionale. Certo, siccome per loro lo stato deve essere cattolico non c’è la  volontà di creare uno stato nello stato:  loro vogliono occupare lo stato intero !

            E gli ebrei? Quali leggi speciali hanno mai rivendicato presso lo stato italiano  per la propria comunità? Le leggi e gli editti speciali glieli hanno sempre cuciti addosso come un sudario.

            Sarà anche per  la loro posizione di minoranza, ma gli ebrei sono  sempre stati e sempre saranno in prima linea a difendere la laicità dello stato contro lo stato confessionale. Insomma le accuse dei fascisti non sempre sono coerenti in bocca ai clerico-fascisti.

q       il miscuglio di Talmùd e Càbala .. produce una cultura nazionale ebraica anticristiana, ossia la famiglia, unitamente alla cultura ebraica, producono un legame nazionale giudaico che ritiene la razza israelitica superiore e padrona del mondo. L’ebraismo …una filosofia che produce una cultura nazionale iper-razzista; pertanto l’ebraismo è soprattutto razzismo.

            Questa accuse, che tirano in  ballo cose diversissime dal suono esotico ma di cui dubito si sappia molto, fanno confusione fra popolo eletto e razza superiore (che è un concetto razzista).  Molti sono addirittura  convinti che non ci si possa convertire all’ebraismo e spesso si sentono accuse sul carattere esclusivo e razziale dell’ebraismo.

            L’ebraismo è soprattutto una religione, tutti possono convertirsi: ebrei si può diventare, indipendentemente dalla nazionalità  e dall’etnia, quindi non si capisce cosa  c’entri  l’accusa di razzismo. Ci sono comunità di ebrei neri (i falashià)  che non sono meno ebrei dei biondi askenaziti o dei mediterranei safarditi.

            Gli ebrei però da secoli non fanno proselitismo e questo è in parte comprensibile per motivi storici:  essendo minoranza fra le altre fedi, l’azione di proselitismo li avrebbe resi (ancora più) invisi alla religione dominante. Pur non adoperandosi nel fare proselitismo, l’ebraismo regista delle conversioni anche di massa  (come nel caso della conversione di parte della popolazione di S. Nicandro, in Puglia).

            La confusione nasce dal fatto che oltre al criterio della fede religiosa  c’è una ulteriore possibilità di essere considerati ebrei contemplata dalla halakhà (normativa giuridica ebraica le cui fonti sulla questione  sono il Deuteronomio e il libro di Ruth, la progenitrice del re David e del futuro Messia, che è una ebrea convertita):  è ebreo non solo il credente, ma anche colui che è di madre ebrea .

            Quello che può aver generato la falsa idea che l’ebraicità fosse una questione di “razza” è che il figlio ateo di una ebrea è ritenuto ebreo. Si dimentica però sempre di dire che se il padre è ebreo e la madre no, allora il figlio non viene considerato ebreo se non professa la religione ebraica.

        Quello scritto sopra potrebbe sembrare un criterio che fa riferimento a un fattore ereditario, di sangue….ma non è così; se fosse così allora perché non richiedere che entrambi i genitori siano ebrei? Perché se ne  richiede solo uno, e perché questo dovrebbe essere la madre e non il padre?

        Il fatto è che l’ebraismo non è solo una religione, ma una cultura religiosa, una tradizione condivisa basata su riti molto precisi, principi etici molto forti e tutto ciò che si assorbe dalla famiglia e in particolare da chi in famiglia è preposto alla educazione dei piccoli. La madre, appunto .

        Dunque è vero che, come si dice nell’ articolo, “la famiglia, unitamente alla cultura ebraica, producono un legame ...” ma come questo possa essere definito razzista non è chiaro: è una appartenenza culturale che può essere acquisita da chi si educa all’ebraismo o lo assorbe dalla sua educazione infantile, una appartenenza spesso cementata più dalle persecuzioni  che dalla uniformità delle sensibilità e delle concezioni.

            Riporto da un interessante articoletto di David Gianfranco Di Segni (su Hakeillah di questo bimestre)  L'ebraicità è quindi sì una questione di nascita, ma non di genetica. In termini medici, si potrebbe dire che è "congenita". Non conta il DNA (il "sangue"), ma il ventre da cui si nasce, il che esclude automaticamente il padre (almeno finché non sarà realizzabile la gravidanza maschile…). Nei mesi all’interno del grembo materno il figlio inizia a ricevere una sorta di educazione ebraica, che non è fatta di parole ma di sensazioni: si crea un forte legame fra la madre e il bambino che continuerà nei primi mesi e anni successivi alla nascita. Questo stretto legame madre-figlio, ben più intenso di quello normalmente presente fra il padre e il figlio, è il prerequisito per la trasmissione della ebraicità. Se anche il padre è ebreo, tanto meglio, perché sicuramente la trasmissione culturale dell’ebraismo sarà ancora più efficace, soprattutto quando anche il padre inizierà ad avere un rapporto intenso con il figlio. Se però c’è un solo genitore ebreo, questo deve almeno essere il genitore che fin dalla nascita (e anche prima) ha uno stretto contatto con il figlio, ossia la madre. Il padre da solo non basta

              La confusione fra popolo eletto e razza superiore è un altro errore abbastanza comune.

            Il termine popolo eletto non significa superiore, ma popolo che è stato eletto, cioè scelto e che  ha a sua volta scelto, perché nel patto è il popolo  che sceglie sia D-o che di ricevere la Thorà .

            Può sembrare strano, ma il popolo ebraico ha scelto di ricevere la Thorà  molto di più di quanto D-o abbia scelto il popolo ebraico per dare la sua legge all’uomo: nella tradizione ebraica Dio avrebbe  proposto la Thorà agli altri popoli che avrebbero rifiutato prima di arrivare agli ebrei!

            “ Perché il Santo, che benedetto sia, scelse Israel? Perché tutti i popoli ripudiarono la Thorà e rifiutarono di riceverla: ma Israel consentì e scelse il Santo, che benedetto sia,  e la sua Thorà “ ( Num R. XIV,10).

            Certamente gli ebrei si piccano di aver salvato l’umanità, perché “se nessuna nazione avesse accettato la Rivelazione lo scopo della Creazione  sarebbe venuto meno e l’intera popolazione del mondo sarebbe stata annientata” (A. Cohen,  Il Talmud, ed. Laterza - pag 94).

            Ma se il popolo ebraico si ritenesse superiore, invenzione per invenzione, perché non inventarsi la storia di un Dio venuto direttamente dal migliore dei popoli per proporre la sua legge?

           Moni Ovadia, da giullare scanzonato, riporta quella che è una battuta della tradizione auto-ironica ebraica: il Signore propose la Thorà a tutti i popoli più importanti  che rifiutarono, poi si rivolse al più piccolo dei popoli, un popolo di pastori nomadi, che sospettosi gli chiesero : ”Quanto costa?”. E Lui: “Non costa niente”. Al che quelli  risposero: “Allora daccene due “. Così gli ebrei  furono accontentati con  la Thorà scritta e quella orale (Mishnà).

              Credo che per capire l’ebraismo i libri di Moni Ovadia siano un divertente e ottimo inizio.  

 

Livia Noris

 

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