FISICA/MENTE

 

I DISCORSI A PERA: CHE CASINI!

(Laici, laicisti e peracottari)

Piccola antologia dei personaggi che in Italia contano, con Ruini Ridens.

 

Che l'UDC miri a togliersi quella "U" dalla sigla è oramai assodato. Infatti, tutti gli interventi dei vari esponenti del partito, durante il congresso appena concluso, andavano palesemente nel senso della rifondazione dell'obsoleta Democrazia Cristiana. Ma il discorso che più di tutti, a mio avviso, rivela quanto pericolosa sia la piega che stanno prendendo gli accadimenti, è quello del presidente della Camera Pierferdinando Casini, il quale al Congresso UDC ha sostenuto: "Non è in discussione la laicità dello Stato. 'Qualcuno' prima di certi laici aveva già detto: a Cesare quel che e' di Cesare, a Dio quello che è di Dio. In discussione è un certo radicalismo laico, che vorrebbe uno Stato laicista. C'è chi vuole uno Stato senza Dio e senza religione".

Altrove ha ribadito: «Mi sembra che prevalga il desiderio di un laicismo di Stato, cioè una sorta di Stato senza religione e senza Dio, che secondo me non ha niente a che fare con un sano concetto di laicità dello Stato» ... «C’è un dibattito fuori misura sulla laicità dello Stato, che non ha bisogna dell’affermazione delle autorità istituzionali, come posso essere io. La laicità dello Stato è un dato acquisito. Mi sembra che l’abbia inventata chi disse ”date al Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, per cui la laicità dello Stato è fuori discussione».

Dunque, sia chiaro, Casini vuole la "laicità dello Stato" ma non uno "Stato laicista". E noi, su questa affermazione, proviamo a fare un po' di esegesi. Cominciamo con il termine così aborrito dal divorziato Pierferdy: quell'aggettivo "laicista" attorno cui sembra ruotare l'intero pensiero del presidente della Camera.

Secondo il Garzanti laicista:

Definizione s. m. e f. [pl. m. -sti] chi sostiene il laicismo || Anche come agg. : pensiero laicista.


è chi sostiene il laicismo, laddove per laicismo:

Definizione s. m.
1 tendenza a rendere autonomi il pensiero e l'attività dell'uomo da precetti religiosi o dall'intromissione dell'autorità ecclesiastica
2 l'essere laico; laicità.


si intende semplicemente l'essere laico.


Ma anche il termine laicità:

Definizione s. f. l'essere laico.

non significa nient'altro che l'essere laico.


Perciò, da quanto sopra, se ne deduce che Casini vuole "l'essere laico (laicità) dello Stato" ma non uno "Stato che sia laico (laicista)".

Consulto il De Mauro (Paravia) e trovo:

lai|cì|sta
agg., s.m. e f.

1 agg., laicistico: tesi, posizione, pensiero l.
2 agg., s.m. e f., che, chi è aperto sostenitore del laicismo: ideologo l., stampa l., l’opposizione dei laicisti; anche spreg.


Corollario: questa è la controprova che nomen omen, infatti mai pensiero poteva essere più incasinato. Ma soprattutto è il solito vieto politichese da prima repubblica, il trito e ritrito ritornello del qui-lo-dico-e-qui-lo-nego, dell'affermare tutto e il contrario di tutto, con l'unico scopo di celare le proprie reali intenzioni senza mai far capire dove si vuol realmente andare a parare.

Stavolta, però, il senso delle parole è assai chiaro. Oramai la reazione dei codini della prima repubblica è scatenata e, nascondendosi dietro le i labari del clericalismo, tentano pervicacemente di sferrare l'ennesimo attacco frontale al cuore delle libertà individuali. Personalmente, trovo gravissimo che la terza carica istituzionale dello stato (si dice così, nevvero?) affermi che: "C'è chi vuole uno Stato senza Dio e senza religione"; in barba all'art. 8 della Costituzione che afferma testualmente: Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, ed all'art. 3 che recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Evidentemente, o Casini non ha capito nulla della carta costituzionale sulla quale sono basate quelle libere istituzioni che egli, a questo punto, indegnamente rappresenta, oppure la ignora bellamente per portare acqua al mulino della propria fazione politica. Tertium non datur. Quale che sia il caso, tuttavia, giova ricordargli che la poltrona che occupa rappresenta tutti. E che tra questi tutti ci sono anche i liberali laicisti imbottiti di radicalismo laico come il sottoscritto, e cioè anche quelli che (v. supra) vogliono rendere il cittadino autonomo dalle intromissioni dell'autorità ecclesiastica in modo che, udite udite, ogni individuo sia libero di professare (o non professare) la religione che più gli aggrada senza autoritarie imposizioni dall'alto. Che poi, guarda caso sono gli stessi principi fondamentali su cui si basa la nostra Costituzione. Se questo concetto irrinunciabile Casini non arriva o non vuole comprenderlo che se ne vada (figuriamoci! un ex-democristiano che si dimette), e che ci risparmi i predicozzi da oratorio.

Comunque, lo ribadisco, la situazione sta diventando quanto mai grave. E sembra quasi che, tra clericali e comunisti (più o meno ex), non ci sia più spazio vitale per chi ancora crede che una "rivoluzione liberale" in campo politico, e una decisa svolta liberista in quello economico, siano le priorità di questo nostro disgraziato paese. E nel mentre la vecchia ma arzilla balena bianca ricomincia a solcare i mari della penisola, purtroppo all'orizzonte non si scorge alcun capitano Achab in grado di fermare la terribile forza distruttrice del mostro. Anche il Cavaliere, l'unico politico italiano che forse, genuinamente, avrebbe in passato voluto portare una ventata di libertà nell'asfittico panorama istituzionale nostrano, appare adesso stanco e sfiduciato. Eppure, a mio personalissimo avviso, in questo momento egli è l'unico che ancora potrebbe raccogliere attorno a sè le forze autenticamente antipartitocratiche, laiche e liberali. Certo, bisognerebbe avere gli attributi per arrivare al definitivo redde rationem con la fronda interna alla CdL, anche al costo di esporsi ad una sconfitta elettorale, ma il coraggio, come dice il Manzoni, se uno non ce l'ha non può certo darselo. E' per questo, che al Berlusconi di oggi, sembra troppo chiedere di prendere esempio dal suo amico Blair, o di rifarsi alla scuola delle Thatcher o dei Reagan. Ma la speranza è che almeno sappia infondere nuovamente un po' di quell'entusiasmo che, nel 1994, lo portò a sconfiggere le stesse forze che, allora come oggi, tentavano di impastoiare il paese mediante la sistematica occupazione dei gangli del potere ad ogni livello. A meno che non voglia morire di fame come un Re Mida qualsiasi. E noi italiani finire, definitivamente, nei Casini.


Dice Rossana Rossanda (il manifesto - 05 Luglio 2005):

"... Da qualche giorno Casini ripete che va bene la laicità dello stato, ma non va bene il laicismo di stato. E spiega, per chi come me non coglie di colpo la differenza, che lo stato ha da essere laico - tanto più che lo ha detto nel modo più chiaro Carlo Azeglio Ciampi ricevendo Ratzinger al Quirinale - ma non laicista: perché significherebbe che non ha dio o, in modo più popolare, che dio con lo stato non c'entra.

E' incontestabile che dio con lo stato moderno e democratico «non c'entra». Che altro significa la distinzione tra la sfera statale e quella religiosa se non che l'una rispetta rigorosamente il terreno dell'altra e non ne varca i limiti? E' ben curioso che un presidente della Camera così esperto non vi abbia riflettuto..."


Il Peracottaro ha detto a Madrid (Fondazione FAES, dell'ex franchista Aznar):

"Non sono un credente, sono un laico. Ma una precisazione è fondamentale: non sono un laicista. Laico è colui che non aderisce ad una religione o confessione specifica, laicista è colui che, nel nome della laicità dello Stato e della politica, impone una propria religione di Stato e una propria religione politica".

"E' laicista quello Stato  che vieta il velo nelle scuole alle ragazze musulmane. E' laicista quello Stato che vietasse il crocefisso o le preghiere nelle scuole o nei luoghi pubblici. E' laicista quello Stato che proibisse agli uomini di Chiesa di non predicare la propria missione o di prendere posizione su questioni pubbliche. Ed è laicista quello Stato che fa sulla società esperimenti di ingegneria per cambiare o cancellare con la forza della legge istituti fondati su valori della religione e della tradizione, come la famiglia e il matrimonio".


Dice il clerico-fascista Mantovano (tanto per dir del cane):

A un estremo c'è il laicismo. Per il laicista, tra fede e cultura ci deve essere una separazione totale: una sorta di muraglia cinese che nega al credente il diritto di far diventare la sua fede cultura e di giudicare la cultura, quindi anche la politica, alla luce della fede (Giovanni Polo II, in un memorabile discorso, ricordava che una fede che non diventa cultura non è fedelmente vissuta).

All'estremo opposto c'è il fondamentalismo. Per il fondamentalista fede e cultura, e fede e politica, coincidono fino a fondersi: ogni modo di produzione della cultura che non parta esplicitamente dalla fede, ogni politica che non sia religiosa in modo diretto e senza mediazioni sarà considerata necessariamente sospetta, se non demoniaca.


 

5 Luglio 2005

Ho un capriccio: vorrei vivere

trovato su: 

http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/orange/dettaglio.asp?id_blog=8386 

L’intervento del presidente del senato Marcello Pera al seminario di studi sociali spagnolo è davvero un bersaglio troppo facile per chi volesse attaccare le posizioni dei nostri governanti: ma con tutte le dichiarazioni penose che rilasciano, è un invito a nozze (non gay, naturalmente). Non voglio entrare nel merito della questione matrimonio omosessuale, vorrei entrare nel cervello della seconda carica dello stato per capire come lavora, per vedere cos’è che va storto, che si inceppa quando si mette in funzione.

Pera ha detto a chiare lettere che la nuova legislazione spagnola in materia di matrimonio “non è una conquista civile, ma è il trionfo del laicismo” – e possiamo immaginare la smorfia di disgusto che deve aver accompagnato quest’ultima parola, come fosse una parolaccia. Non è una mia fantasia: infatti, riferendosi al recente risultato dei referendum sulla procreazione assistita e la ricerca sulle staminali, Pera ha esultato: “il laicismo è stato sconfitto in modo clamoroso grazie a un’alleanza niente affatto clericale tra la chiesa, il sentimento profondo dei cittadini e una minoranza di laici non laicisti”. Come è possibile che esulti per la sconfitta di un valore che dovrebbe difendere? Non si ricorda, Pera, che lui è senatore di uno stato laico? L’ha anche ribadito Ciampi di recente nell’accogliere il papa in visita. O è come i leghisti, che sputano nel piatto in cui mangiano? (come Calderoli che, fino a prova contraria, è un ministro della repubblica italiana e dichiara che la festa del 2 giugno non lo riguarda?).

Ah no, scusate, tralasciavo che fine statista è in realtà Pera. Perché lui fa una distinzione molto sottile tra laici e laicisti. Il laicismo che prende di mira è quello dei laicisti, non quello dei laici. Non capite? Ci pensa lui stesso a ‘chiarire’: “Noi, compresi noi laici non credenti, esclusi naturalmente i laicisti, siamo cristiani. Siamo cristiani per i valori che professiamo e i principi in cui crediamo. Siamo cristiani anche quando proclamiamo la separazione tra stato e chiesa e fra politica e religione. Siamo cristiani o, più precisamente, siamo giudaico-cristiani per storia anche quando non lo siamo per fede”. Non si capisce ancora? Ovviamente no. Ora, vorrei fare presente al presidente che laico significa “non appartenente al clero”, mentre laicista “che sostiene il laicismo”, che a sua volta è una “corrente di pensiero che rivendica l’autonomia dello stato dall’autorità ecclesiastica” (così il De Mauro). Quindi, dire che si proclama la separazione tra stato e chiesa ma che non si è laicisti è una contraddizione bella e buona. Dicendosi laico e non laicista, se le parole hanno un significato più o meno consolidato e non uno arbitrario che gli si vuole attribuire, è come se Pera dicesse: io non appartengo al clero, eppure sostengo l’ingerenza della chiesa negli affari dello stato. Il colmo è che dichiara che tutti si è cristiani “compresi noi laici non credenti”: chi sono, questi geni, che non appartengono al clero, non credono alla chiesa, ma vogliono uno stato che sia emanazione della volontà della chiesa? Creature che esistono solo nella testa di Pera, evidentemente. So benissimo che io, come tutti, discendo da una cultura anche giudaico-cristiana: ma, se anche credessi a questa cultura come valore fondante oggi, non vorrei certo imporla a nessuno a forza di decreti legge. Perciò mi sconcerta anche quando parla di “arroganza del pensiero elitario laicista”: non sono certo i cosiddetti laicisti a voler imporre alcunché agli altri, semmai è il contrario. A parte che mi sembra infantile e fuori luogo fare la conta tra laici e laicisti (volendo accettare queste categorie deliranti) e dire che chi è maggioranza detta legge sugli altri (perché è quello che intende Pera: affermando che i “laicisti” sono minoranza – come dimostra il risultato dei referendum – ma vorrebbero imporre con “arroganza” le loro idee, la controparte logica è chiara: siamo noi laici – e cristiani, ovviamente – a essere di più, dunque siamo noi a dettar legge). L’equivoco sta qui: non è, come crede il presidente del senato, che ci sono due credi contrapposti tra laici e credenti (scusate, ma torno a termini normali): c’è una contrapposizione tra un credo con relativo modello di comportamento da un lato (da parte dei credenti), e una libertà di scelta di credo e quindi di modello di comportamento dall’altro (da parte dei tanto vituperati laicisti). Dunque di chi è l’arroganza? Magari in Italia sono davvero di più quelli che sono contro l’inseminazione eterologa, contro la ricerca sulle staminali e financo (ma non credo) contro il matrimonio gay: ciò non toglie che c’è anche chi a tutto ciò non è contrario, e vorrebbe essere libero di scegliere altrimenti: e mentre l’imposizione del modello di Pera non permette tutto ciò, l’applicazione del modello laicista non impedirebbe affatto ai cattolici di seguire il proprio modello. Dunque di chi è l’arroganza?

Quando Pera dice che in Spagna – per il divorzio lampo da un lato e il matrimonio omosessuale dall’altro – “con una manovra a tenaglia (...) una bella fetta della nostra identità se ne è volata via” mi viene da dire: 1. forse della tua identità; 2. ma aggiungere qualcosa all’esistente non significa modificare l’esistente! Il fatto che ci sia una cosa in più (il matrimonio gay) non significa che il tuo bel matrimonio etero venga eliminato; per cui alla tua identità che non viene toccata viene data la possibilità ad altri di averne una propria. E perché quest’altra identità, a differenza della tua, dovrebbe essere solo un capriccio? Pera, certo, si dice contrario a ogni forma di discriminazione, ma puntualizza che se per esempio non si devono discriminare i gay sul lavoro, “altra cosa è andare oltre il superamento delle discriminazioni e rivendicare diritti di altra natura che non hanno origine nella discriminazione stessa”. Ma se una discriminazione è una differenza di trattamento basata sull’orientamento sessuale, come lo vede il fatto che il matrimonio è un istituto riservato a certi e non ad altri in base all’orientamento sessuale? Ce ne spieghi la logica, caro presidente. Il fatto che un tipo di matrimonio costituisca “identità” mentre l’altro “capriccio”, è davvero oltre la logica. Qualcuno ha il capriccio di vivere una vita propria, e vorrebbe almeno capire perché non può farlo. E se glielo spiega lei, non si arriva molto lontano...



http://www.confronti.net/archivio/gen05_04.htm 

Un concetto in cerca di senso

Felice Mill Colorni

Non è facile intendersi sul significato di termini quali "laicità" o "laicismo", esistono infatti accezioni diverse in base ai contesti nei quali essi vengono utilizzati. Laico non significa semplicemente "non religioso" e laicista non è sinonimo di anti-religioso. Qualche spunto di riflessione.

Una delle difficoltà nell'attuale dibattito italiano - e non solo italiano - su laicità e laicismo è intendersi sul significato di questi termini. Sembra non esistere uomo politico, quale che ne sia l'orientamento in materia di rapporti fra pubblici poteri e organizzazioni religiose, che, in un'accezione o in un'altra, non si definisca con decisione laico. Questo successo del termine dipende però soltanto dalla sua quasi insondabile polivalenza. Ad un estremo, per la cultura cattolica ufficiale, laico è spesso, semplicemente, utilizzato come sinonimo di "non sacerdote", ed è ovvio che, in questo senso, laici diventano quasi tutti; ma non basta, perché, anche fra i sacerdoti e fra i membri della gerarchia più insospettabili, sembrano abbondare coloro che si definiscono laici o comunque fautori di una qualche forma "rettamente intesa" di laicità. All'estremo opposto, nel linguaggio giornalistico ma anche in quello dell'alta cultura, laico è spesso definito chiunque non sia credente, indipendentemente dall'atteggiamento sul ruolo politico che debba o non debba essere attribuito alle organizzazioni religiose o sulla conformità delle leggi civili ai dettami di una confessione: uomini politici non credenti che da anni e anni concordano su quasi tutta l'agenda politica derivante dalle prescrizioni del cardinale Ratzinger continuano ad essere così qualificati come laici, e, su un altro piano, il laico, come "uomo di ragione", viene distinto dal credente, "uomo di fede" (così, per esempio, lo stesso Bobbio anche nei suoi ultimi anni).

Se a questa obiettiva assenza di un significato comunemente accettato si aggiunge che, come tutte le parole della politica, anche "laico", "laicità" e "laicismo" si caricano nel linguaggio corrente di forti connotazioni emotive, positive o negative secondo l'orientamento politico-culturale del parlante, ne risulta che si tratta di termini sostanzialmente inutilizzabili, se non a patto di chiarire di volta in volta in quale significato si intende adoperarli: non, naturalmente, presumendo di poter attribuire alle proprie proposte di definizione un impossibile significato obbligatorio o prescrittivo, ma per consentire un uso critico del linguaggio, e quindi un dialogo che non sia fra sordi (o, peggio ancora, fra persone che pensano di comprendersi reciprocamente quando così non è).

Come ho proposto più ampiamente in un'altra sede ("Laicismo e definizioni", Critica liberale, n. 67, gennaio 2001), mi pare personalmente preferibile limitare l'uso di questi termini al linguaggio della politica, del diritto ecclesiastico, dei rapporti fra poteri pubblici e confessioni religiose. Laico, secondo questa proposta del tutto convenzionale, sarà lo Stato che non impone in materie eticamente controverse comportamenti conformi all'osservanza dei dettami di una religione, e che assicura ai cittadini non solo libertà di coscienza e di culto, ma anche "pari dignità sociale" (secondo la felice integrazione che qualifica l'uguaglianza formale all'art. 3 primo comma della Costituzione italiana) indipendentemente dalle loro convinzioni, per mezzo del rispetto della più rigorosa neutralità. Se però l'aggettivo "laico" definisce uno stato di neutralità delle istituzioni, come definire gli individui o gli orientamenti politico-culturali fautori di una tale laicità? Difficilmente questi potranno a loro volta essere definiti "laici", dato che essi saranno spesso soggettivamente tutt'altro che neutrali nelle loro convinzioni: anche storicamente, i fautori della laicità sono stati molto spesso motivati da profonde convinzioni religiose oltre che civili. Poco resterebbe delle battaglie per la laicità nell'Italia degli ultimi decenni - ma anche in periodi precedenti - se se ne escludesse l'apporto di protestanti, ebrei e cattolici critici, spesso ben più determinati dei politici "laici". E la stessa idea della separazione fra istituzioni pubbliche e confessioni religiose è strettamente intrecciata fin dalla sua nascita con la storia di chiese, "sette" e movimenti religiosi di matrice calvinista, che, nel giro di qualche generazione, capovolsero il rigido orizzonte teocratico del fondatore, dando vita al primo manifestarsi dell'ordine politico liberale che ancora oggi caratterizza la nostra concezione della vita civile.

"Laicista": un termine da riabilitare
Dunque chi ritiene che le istituzioni debbano essere, diventare o rimanere laiche, cioè neutrali e garanti di libertà e pari dignità sociale, non potrà a sua volta essere definito semplicemente laico. A me pare che, contravvenendo all'uso largamente invalso, costoro non possano che essere definiti "laicisti". So bene che, nell'uso corrente, a questo termine si attribuisce per lo più un significato diverso, spesso consistente in un'avversione caricaturale per qualunque manifestazione di credenze religiose (così come con il termine "anticlericale", con o senza trattino, si tende a connotare un'avversione ancor più energica nei confronti di ogni fede, anziché nei confronti del clericalismo, dell'integralismo o del fondamentalismo intesi come posizioni politiche). Ma, nell'accezione qui proposta, il laicista può ben essere anche un fervido credente, e anzi un credente soggettivamente motivato proprio dalla propria fede ad esigere uno Stato neutrale e garante di libertà religiosa e pari dignità sociale (mentre è ormai del tutto acclarato che si può, all'opposto, essere degli atei o miscredenti clericali e devoti alle gerarchie).

Laicità = neutralità?
Fatta questa lunga e inevitabile premessa terminologica, la domanda di fondo è: nella società contemporanea la laicità intesa come neutralità delle istituzioni pubbliche è ancora lo strumento più adatto a garantire la libertà di coscienza e di culto e la pari dignità sociale dei cittadini, o la società pluralistica in cui viviamo ha reso la laicità/neutralità un ostacolo per la realizzazione di tali obiettivi?

La questione è resa complicata soprattutto da due fattori: l'assenza di un modello realmente unitario di riferimento (dato che la laicità e il laicismo, nei paesi - soprattutto di tradizione romano-cattolica - in cui si sono affermati, hanno percorso strade parzialmente molto diverse fra loro) e l'asimmetria di domande e di esigenze provenienti non solo da credenti e non credenti, ma anche dalle diverse tradizioni, confessioni, organizzazioni e culture religiose, autoctone e di nuovo insediamento nei nostri paesi.

Si è già accennato come il modello, sin qui unitariamente considerato, della neutralità religiosa delle istituzioni pubbliche sia storicamente opera non solo di movimenti politici e di tradizioni culturali di matrice illuministica, secolare o positivistica, ma anche religiosa. Ma tale modello, propugnato in diversa accezione e misura da presbiteriani (inglesi) e congregazionalisti, da ebrei e battisti, da philosophes e massoni, da atei militanti e scienziati positivisti, da liberali e democratici, da valdesi e radicali, e da una minoranza di cattolici liberali, fu anche aspramente combattuto, senza risparmio e senza andare per il sottile né quanto a mezzi né quanto ad alleati, dalla Chiesa cattolica, almeno fino al Concilio vaticano II e oltre. E se oggi si preferisce vedere nella recente, ancorché insufficiente e affannata, evoluzione di quella Chiesa una sorta di "inveramento" di una dottrina che l'avrebbe dovuta caratterizzare fin dall'origine se deprecabili contingenze storiche non ne avessero impedito il manifestarsi, sembra davvero difficile non vedere nella formazione storica del sistema romano l'antitesi quasi speculare della moderna società liberale (nulla a che vedere, naturalmente, con l'accezione che negli ultimi anni si sta attribuendo in Italia a quest'altra definizione politica anch'essa ormai vaga e polivalente). Del resto, a dimostrazione che anche in questo campo non è possibile dedurre dai testi costruzioni intellettuali che prescindano dai condizionamenti storici (di ieri come di oggi), le Chiese ortodosse si trovano ancora oggi ancor più a disagio di quella cattolica nel fare i conti con la libertà e con il pluralismo religiosi.

Paese che vai, laicità che trovi Né è vero che laicità e laicismo abbiano avuto ovunque lo stesso significato. Probabilmente si dovrebbe parlare di laicità (intesa come separazione e neutralità) anche per i paesi di tradizione non cattolica, dove la parola non ha avuto corso, considerare unitariamente le società liberali, quelle anglosassoni e quelle di tradizione cattolica, dove la libertà religiosa ha finito per affermarsi, e distinguere semmai fra loro i diversi casi nazionali. Si giungerebbe così alla conclusione che il caso francese (spesso assunto come paradigmatico) ha avuto nel passato caratteristiche peculiari, dato che lì la laicità si è affermata in sintonia con una rivendicazione del primato della sovranità della nazione, nel solco della tradizione gallicana, nel quadro delle caratteristiche stataliste, centraliste e democratico-autoritarie dello Stato repubblicano francese e in nome della rivendicazione di un'egemonia culturale, avversaria di quella cattolica, di cui la scuola laica e repubblicana doveva essere lo strumento. Sviluppi tutt'altro che paralleli a quelli dell'Italia risorgimentale, dove la lotta per la laicità dello Stato era stata, oltre che strumento naturale della lotta per l'unità, condizione della modernizzazione e della lotta contro la Restaurazione, e si accompagnava almeno altrettanto a speranze, irrimediabilmente tardive, di riforma religiosa; e spesso non si poneva neppure problemi culturali o religiosi, accontentandosi del tentativo di conciliare privatamente lotta politica e fede religiosa. Se in Italia il laicismo è sempre stato propugnato come lo strumento e la garanzia della libertà religiosa di fronte al clericalismo cattolico, in Francia esso è visto anche come un limite posto all'esercizio di quella libertà.

La questione della laicità è tornata prepotentemente all'ordine del giorno proprio nel contesto francese, e soprattutto di fronte all'emergere della nuova presenza nei nostri paesi dell'islam "risvegliato" dell'immigrazione. Credo che molti degli equivoci sorti attorno agli ultimi sviluppi del dibattito francese abbiano a che fare con l'inquadramento delle nuove questioni nelle vecchie categorie concettuali della laicità repubblicana, vista come espressione civica della sovranità della nazione oltre e prima che come garanzia della libertà individuale. È per questo (e per non rischiare accuse di islamofobia) che il dibattito sul "velo" è divenuto il dibattito sui "simboli religiosi", è per questo che non si è distinto (come sarebbe stato naturalmente portato a fare un "laicista" italiano) fra simboli che si impongono allo spazio istituzionale pubblico e simboli individualmente indossati dai fruitori dei servizi pubblici. Ma in realtà il dibattito francese, con il suo esito "proibizionista" più che discutibile, ha portato in luce un problema ben diverso e abbastanza inedito: quello della libertà dell'individuo - e soprattutto della libertà delle donne - di fronte a imposizioni comunitaristiche pervasive e spesso violente, contrarie alle leggi e ai valori dell'ordinamento costituzionale, ostili al principio di autodeterminazione individuale dei giovani e soprattutto delle ragazze (non a caso nessuno ha proposto di vietare il velo, nelle università, alle studentesse maggiorenni).

Crisi delle politiche di integrazione, crisi dell'universalità dei diritti e dell'uguaglianza formale dei cittadini minacciate dal comunitarismo emergente, crisi di una comune griglia interpretativa della storia e della società, appannamento della coscienza civile, assenza di valori etico-politici condivisi, riproposizione della religione autoctona come elemento di identificazione etnica, tramonto delle "religioni" politiche del Novecento: tutti questi fattori si sommano alle sempre nuove rivendicazioni di autonomia e pari dignità sociale che il carattere espansivo ed egualitario della libertà "occidentale" incessantemente propone. Tornano di attualità le vecchie questioni mai risolte della scuola confessionale e dei simboli religiosi "istituzionali" assieme alle questioni nuove poste dagli sviluppi scientifico-tecnologici e dalle nuove prese di coscienza dell'insufficiente realizzazione delle promesse della società liberale (in materia di bioetica, proibizionismo, famiglie di fatto, diritti degli omosessuali, eutanasia, pillola del giorno dopo e così via).

È con queste specifiche questioni che il dibattito sulla laicità deve innanzitutto confrontarsi. Le soluzioni a domande inedite non possono mai essere identiche a quelle, del resto non univoche, del passato. Ma la ricostruzione di uno sfondo condiviso di regole e di valori etico-politici non potrà fare a meno della neutralità dello spazio pubblico come garanzia della pari dignità sociale dei cittadini: dei non credenti (che non avrebbero simboli da apporre su pareti aperte ad ospitare ogni manifestazione di appartenenza e che del resto raramente hanno "orgogli" identitari da manifestare) non meno che dei credenti nelle più diverse fedi. Alla fine, solo una parete bianca garantisce davvero a tutti, senza eccezioni, "pari dignità sociale".

Felice Mill Colorni


http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004979 

ASCOLTA SI FA PERA

Marco Travaglio

L’Unità, 5-7-2005

Trasformismi

Ogni volta che il ragionier Marcello Pera, inopinatamente presidente del Senato, apre bocca, il pensiero corre disperato al suo ruolo di seconda carica dello Stato. E al fatto che, se il capo dello Stato sta poco bene, gli subentra Pera. La qual cosa accresce smisuratamente il valore della salute di Ciampi.

Ieri il cosiddetto filosofo era a Madrid per arringare una sparuta pattuglia di incolpevoli studenti spagnoli sui presunti crimini del loro presidente del Consiglio, che diversamente dal nostro mantiene le promesse fatte agli elettori.

Che cosa esattamente dicesse il Pera, l'uditorio fortunatamente lo ignorava: egli parlava infatti in italiano. Ma quella faccia espressiva quanto un termosifone spento, quell'aspetto azzimato e inamidato, quella boccuccia a cul di gallina (con tutto il rispetto per le galline) e quel gesto dell'indice e del pollice della mano destra arrotondati nella medesima postura lasciavano fondatamente presumere che stesse delirando. Era al suo fianco, in quell'ora grave, Josemarìa Aznar, questa specie di Charlot che alla tenera età di 50 anni è stato raso al suolo dagli elettori spagnoli per le balle raccontate in campagna elettorale, e che dunque è molto popolare in Italia presso la Casa delle Libertà. Josemarìa Chaplin agitava i baffetti neri in segno di approvazione, rendendo se possibile ancor più comica la scena e del tutto trascurabile il contenuto della prolusione periana. Questa, sia detto per inciso, illustrava il pensiero del Pera medesimo sulla legge che consente i matrimoni fra gay e che, lungi dall'estendere i diritti civili, rappresenta in realtà «il trionfo di quel laicismo che pretende di trasformare i desideri, e talvolta anche i capricci, in diritti umani». Il ragionier filosofo rivelava poi di essere un «laico non laicista» e di aver appena vinto in Italia, con le nude mani, il referendum sulla procreazione assistita, avendo «tutti contro: i grandi giornali, il ceto intellettuale, attori del cinema, divi della scienza, quasi tutta l'area politica cosiddetta progressista e illuminista», in una parola «l'arroganza del pensiero elitario laicista».

Gli studenti madrileni, precettati per fare da contorno a Pera, ascoltavano attoniti, ma divertiti. Alcuni, forse, si domandavano perchè nel giro di una settimana siano venuti in pellegrinaggio nel loro paese i presidenti della Camera e del Senato italiani a spiegare agli spagnoli come devono votare. Figurarsi come avrebbero accolto la spalla di Charlot se avessero saputo che, prima della folgorazione sulla via del Vaticano, costui era un campione del pensiero elitario laicista. Escludendo che, all'università di Madrid, si studino le sue opere, ne rammentiamo alcuni scampoli. «Non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione europea o inseguire su tutto le posizioni della Chiesa», dichiarava il Pera all'Espresso il 5 dicembre 2002. Ma il 27 ottobre 2004, con agile mossa, aveva già cambiato idea e tuonava sulla Frankfurter Allgemeine: «Abbiamo dimenticato la nostra identità giudaico-cristiana, anzi non abbiamo nemmeno la forza di nominarla nella Costituzione europea». Prima di passare le giornate a baciare la sacra pantofola pontificia, aveva scritto un fondamentale saggio sulla «Laicità» per il libro L'identità degli italiani (Laterza, 1993-1998), con toni da mangiapreti ottocentesco. «Per essere anticlericali - sosteneva - bisogna sentire la dignità della propria identità e delle proprie idee e, quando occorre, avere il coraggio di impugnare una spada per contrastarne un'altra». Il suo comandamento era: «Rispetta la tua coscienza, non avere altra tutela fuori di te». Un comandamento che «vale anche contro Dio», perchè «se per la Chiesa esiste il Diavolo, esso ha meno le sembianze di un Hitler o di uno Stalin che di un laico qualunque». Ergo, «Concordato e laicità sono concettualmente incompatibili». Naturalmente era favorevolissimo alla procreazione assistita: «La perdita degli embrioni è un delicato problema di coscienza per tutti. Ma non lo si risolve decretando d'autorità che un embrione è una 'persona umana'. Cos'è una persona umana, quando lo si è o lo si diventa è questione difficile da trattare...

Davvero monsignor Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o in un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula? Nostro Signore non guarderà le nostre intenzioni piuttosto che rovistare sotto le nostre lenzuola?» (27 dicembre 1988). «Ritengo che si possa sacrificare una vita per un'altra, anche la vita di un embrione a favore della vita di una madre. Anche uno Stato laico, certamente, in questi casi fa delle scelte morali: qualunque disciplina normativa si approvi, sottesa a essa vi è una scelta morale. Ciò che sarebbe auspicabile è compiere il minor numero possibile di scelte morali, perché le scelte morali dello Stato incidono sulla libertà dei cittadini. È proprio sulla base di ciò che questa legge non mi piace» (discorso al Senato, 22 marzo 2000). Poi gli spiegarono che, per fare carriera in Italia, i preti è meglio non mangiarli. Potrebbero diventare papi.

(5-7-2005)


 

Cosa spetta a Dio e a Cesare

Claudio Magris

Il Corriere della Sera, 13 dicembre 2004

 

Augusto Del Noce — filosofo cattolico rigorosamente ortodosso e tradizionalista, critico accanito e affascinato del marxismo e geniale interprete dell'ateismo e della modernità nichilista — parlava spesso dell'ostracismo che, per secoli, aveva colpito la Monarchia di Dante, escludendolo dal dibattito politico e tentando di cancellarne quasi la memoria. Questo non metaforico rogo era nato, originariamente, dalla volontà della Chiesa di soffocare la teoria dantesca dei due soli ossia della pari dignità del potere spirituale e di quello politico, entrambi egualmente legittimi nelle loro specifiche sfere di competenza — teoria dunque pericolosa per l'integralismo cattolico, che voleva lo Stato subordinato alla Chiesa. Tramontata o almeno indebolita nei secoli la potenza censoria clericale, pure il pensiero politico moderno, emancipatosi dalla religione e spesso ad essa avverso, non aveva interesse per la dottrina dantesca dei «due soli», in quanto anch'esso era ostile a uno dei due, in questo caso a quello spirituale e religioso, e tendeva — tende — a confinarlo in una sfera intima e privata, irrilevante rispetto allo Stato, alla gestione della cosa pubblica.

Nei modi e nelle forme medioevali della sua epoca, quel testo di Dante che Del Noce considerava quasi un samizdat era un manifesto di laicità. Con buona pace degli ignoranti, che continuano a usare scorrettamente questo termine come se significasse l'opposto di fede e come sinonimo di ateismo o di agnosticismo, esso indica invece un pensiero capace, indipendentemente dalle convinzioni religiose o scettiche di chi lo professa, di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di ragione, ciò che si può dimostrare da ciò in cui si può credere, ciò che compete alla Chiesa da ciò che compete allo Stato. Laicità non è un contenuto, bensì una modalità del pensiero.

E in questo senso ogni cultura, se è veramente tale, è laica, in quanto non può non basarsi su quella distinzione; un matematico, anche se è un Santo, affronta i teoremi secondo le leggi della matematica e non in base al catechismo e un politico, anche il più devoto, quando formula una legge pensa ai reati, non ai peccati; al codice, non al decalogo. Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è stato il religiosissimo Arturo Carlo Jemolo, grande giurista, fervido praticante, strenuo avversario della scuola privata, difensore dei diritti dello Stato e della Chiesa e della loro separazione.

Di questa laicità, fondamento etico-politico della vita civile, sono egualmente nemiche l'intolleranza clericale e quella laicista, che — a seconda del momento storico, del contesto sociale o della peculiarità territoriale — prevaricano faziosamente e i mpongono dogmaticamente i propri valori: per gli uni si tratta della verità rivelata e della morale obbligatoria per tutti, per gli altri si tratta del progresso e dell'adeguamento ai tempi, altrettanto obbligatori per tutti.

L'intolleranza clericale ha alle proprie spalle una storia plurisecolare, tutt'altro che finita, ed è stata ed è largamente denunciata e sbeffeggiata. L'intolleranza e la spocchia laicista sono più recenti, ma in varie occasioni — ad esempio nelle discussioni sull'aborto — si sono rivelate altrettanto aggressive, una supponenza che mette all'Indice di una pretesa arretratezza ogni voce dissenziente.

Nelle scorse settimane, l'inammissibile inquisizione subita dall'ineffabile ministro Buttiglione a Bruxelles ha fornito occasione di stigmatizzare in generale questa prevaricatrice sicumera laicista che tende a emarginare i cattolici in un disprezzato ghetto riservato a cittadini di serie B. Questa denuncia è stata fatta con toni a loro volta reboanti, quasi si trattasse di una vera e propria persecuzione, ma soprattutto è stata avanzata con tronfia presunzione, come se fosse la prima volta in cui si alzava tale protesta.

S i dimentica che un grande laico come Bobbio ha bollato più volte la tracotanza laicista, ad esempio a proposito dell'aborto; se mi è lecita una nota personale, è a partire dal 1974 che, soprattutto sul Corriere, ho ripetutamente espresso analoghe critiche contro quella tracotanza. Ma allora quelle nostre difese laiche di quei valori e del diritto di tutti ad esprimersi cadevano nel vuoto, perché in quel momento non servivano ad alcun gioco politico, non interessavano la lotta per il potere. Oggi invece la critica a una certa faziosità laicista è uno strumento delle manovre politiche, serve, e perciò viene proferita con rumorosa indignazione da ritardatari che si spacciano per innovatori. La stessa cosa è avvenuta con le foibe o con i lager titoisti: ne ho scritto, in anni lontani, sette o otto volte, sul Corriere, con scarso esito, perché nessuno, allora, poteva farne un uso immediatamente politico. Oggi tutti, convertiti in massa al revisionismo storico strumentalizzato, se ne sciacquano la bocca, perché è un argomento che serve — come nell'altro caso, serve oggi alla destra contro la sinistra.

P oliticamente, la laicità si basa sul principio dantesco dei due soli o meglio sul detto evangelico «A Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare», l'opposto di ciò che proclama il fondamentalismo islamico. In realtà le cose non sono così semplici. Anzitutto Cesare ossia lo Stato è oggi minacciato non solo dall'invadenza di chi pretende di rappresentare Dio, bensì da quella sovversiva e anarcoide atomizzazione che usurpa illegittimamente il venerando nome di liberalismo e mira non a limitare e ad articolare secondo i principi liberali lo Stato, bensì a dissolverlo. Il liberalismo è, anche o soprattutto, una dottrina dei rapporti tra l'individuo e lo Stato, non una negazione qualunquista dello Stato e delle sue leggi, che tutelano tutti gli individui e richiedono a tal fine una qualche limitazione, più piccola possibile, dei loro impulsi.

Il liberale è un cittadino — protetto, se è dolorosamente necessario, dalla polizia — non un cowboy affidato solo alla sua pistola. Il fondamentalismo liberaloide che oggi imperversa è totalitario e totalizzante, persegue una purezza radicale come le ideologie tiranniche, nega diritto di cittadinanza a tutti i deviazionisti: si sente dire che Croce e Gobetti non sono liberali, l'uno per troppo senso dello Stato, l'altro per troppe preoccupazioni sociali; presto sarà espulso pure Einaudi, colpevole di aver salvato la lira e dunque di un intervento in qualche modo politico nel puro meccanismo del mercato. Un illustre esponente estremo di tale anarco-liberismo, l'americano Nozick, ha teorizzato lo «Stato ultraminimo» che non dovrebbe occuparsi neppure di polizia; il cittadino, a suo avviso, potrebbe tutelare la sua sicurezza, come negli Usa tutela la sua salute, solo pagando privatamente un contratto di protezione, chiamando — quando viene aggredito dai malviventi — non i carabinieri, ma la società con cui si è assicurato. Come ogni fondamentalismo, pure questo è un oltraggio alla laicità. «Quei teorici zelanti del liberismo che disegnano uno Stato minimo» — scrive Natalino Irti nel suo recentissimo, splendido libro Nichilismo giuridico — concepiscono una «pura macchina della violenza, di una violenza nuda che presto si sbarazzerebbe degli ultimi brandelli di vita politica».

L'inoppugnabile detto evangelico non risolve tuttavia ogni problema, perché non è sempre facile stabilire ciò che spetta a Dio e a Cesare, non tutto è semplice come il Codice stradale che compete allo Stato o la verginità prematrimoniale che compete all'insegnamento di una Chiesa.

P oche settimane fa, il presidente della Conferenza episcopale cattolica tedesca, il cardinale Karl Lehmann, ha tenuto a Torino un'interessante relazione su questo tema, egregiamente riportata e commentata da Giorgio Straniero sul Nostro Tempo, oggi uno dei migliori giornali italiani.

Alieno da ogni tentazione integralista — del resto molto più rara in Germania che in Italia, per ovvie ragioni storiche — il cardinale Lehmann è costretto a mettere in dubbio quella sacrosanta e rassicurante distinzione fra le competenze di Dio e quelle di Cesare, forse perché non può dimenticare che la Chiesa tedesca — quella cattolica come molte protestanti — è stata semmai colpevole di aver lasciato troppo a Cesare, di avere interferito troppo poco nelle faccende dello Stato. Infatti si accusa in generale la Chiesa non solo di indebita ingerenza nella sfera politica (come quando le si imputa, ad esempio, l'appoggio alla Democrazia Cristiana), ma anche di troppo scarsa e fievole ingerenza nella politica (come quando le si rimprovera di essersi troppo poco opposta al nazismo, di aver fatto allora troppo poca politica, separando troppo la sfera religiosa, spirituale, interiore da quella della responsabilità pubblica).

Uno Stato totalitario entra fatalmente in collisione col mondo dei valori morali — si pensi al razzismo, all'oppressione della libertà, all'ingiustizia sociale — e dunque induce o dovrebbe indurre una forza spirituale a reagire, a intervenire, a resistere. Ma anche uno Stato democratico può darsi leggi — varate a maggioranza e dunque ineccepibili sotto il profilo della legalità — che ledano valori morali e appaiano ad alcuni cittadini moralmente illegittime, come lo sarebbe, ad esempio, una legge razzista approvata a maggioranza da un Parlamento.

S econdo il cardinale Lehmann, si deve dare a Cesare ciò che gli appartiene purché non violi la legge di Dio (ad esempio il quinto comandamento, che dice di non ammazzare); le competenze di Cesare sarebbero quindi subordinate a priori a quelle di Dio — o, per un ateo o un agnostico, agli imperativi della coscienza, ai principi etici che non si è disposti a mettere in discussione. Antigone non è un'autorità ecclesiastica; è una donna sola, risoluta ad opporre a una legge dello Stato per lei iniqua le «non scritte leggi degli dei», i principi morali assoluti, non negoziabili.

Talvolta dunque i laici, non senza imbarazzo, devono negare a Cesare ciò che sembra spettargli. Lehmann cade invece in errore, anche dal suo punto di vista, quando ritiene che la società civile possa contrapporre allo Stato, potenzialmente demoniaco, un quadro di valori: in questi anni, che in Occidente per fortuna non vedono Stati totalitari, è nella cosiddetta società civile che si è più diffuso l'appiattimento morale, facendone una società dell'indifferenza etica, sempre più insensibile alla spiritualità.

Per quel che riguarda le Chiese, l'unica via d'uscita dalla contraddizione che le vede colpevoli sia di interferire sia di non interferire sarebbe una loro radicale separazione dal potere politico, che rendesse loro di fatto impossibile qualsiasi pressione nei confronti dello Stato. Ciò renderebbe loro lecito, e spesso doveroso, gridare forte contro uno Stato ingiusto e leggi ingiuste, invitare i cittadini alla disobbedienza civile, come faceva un laico padre della democrazia americana quale Thoreau. Per Thoreau, comunque, era più facile, perché nella sua foresta egli portava solo il peso della sua coscienza, mentre chi vuole combattere il Leviatano ha anche il dovere di vincere o di far di tutto per vincere e così entra nelle contraddizioni della politica, in cui anche chi combatte per Dio può finire per macchiarsi come uno spregiudicato Cesare.


Comunicato dell’UAAR

L’UAAR prende atto con favore del fatto che negli ultimi mesi sta risorgendo un movimento laicista come reazione alle arroganti pretese della Chiesa cattolica di voler finanziate dallo Stato le sue scuole in crisi di iscrizioni, per di più in un momento di difficoltà economiche per gran parte della popolazione. Tale movimento è andato al di là dei problemi scolastici, che rimangono comunque di primaria importanza, per investire altri aspetti della società civile e attaccare il servilismo mostrato da molti pubblici poteri nei confronti della Chiesa cattolica. Il movimento si è espresso in varie forme che vanno dalle manifestazioni di massa degli studenti alle prese di posizione di intellettuali e perfino di cattolici contrari agli atteggiamenti integralisti delle gerarchie cattoliche, le quali hanno reagito in modo scomposto in più occasioni.

Questo nuovo movimento laicista mostra in molte occasioni anche dei limiti. L’UAAR non può non rilevare, fra questi limiti, la tendenza a non riconoscere pari dignità a tutte le concezioni del mondo, comprese quelle atee e agnostiche. Spesso si sostiene la necessità di non discriminare le religioni minori rispetto a quella maggioritaria nel nostro paese, ma non ci si cura della discriminazione nei confronti di atei e agnostici.
Per esempio l’idea frequentemente espressa di abolire l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica per sostituirlo con uno di storia delle religioni discrimina atei ed agnostici, che chiedono semmai un insegnamento di storia delle concezioni del mondo, che quindi esponga anche le correnti atee ed agnostiche, ormai seguite da porzioni consistenti della popolazione anche nel nostro paese. Questo nuovo movimento di civiltà e di modernità sarà davvero laicista e pluralista solo se adotterà il denominatore comune di riconoscere pari dignità a tutte le concezioni del mondo, non solo a quelle di natura religiosa.

Inoltre nel nostro paese è evidente che la posizione anzidetta passa necessariamente per l’eliminazione dei privilegi di una particolare organizzazione religiosa, la Chiesa cattolica, a cominciare dall’abrogazione dell’articolo 7 della Costituzione che fa propri i Patti Lateranensi stipulati fra il governo fascista e quello vaticano. In passato sono state inutilmente presentate leggi di revisione costituzionale che andavano in questo senso. Ora è giunto il momento di unire tutto il nuovo movimento laicista nella richiesta al Parlamento di rivedere subito la Costituzione anche su questo punto fondamentale.

 

Padova, 25 gennaio 1999


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