FISICA/MENTE

 

 

Scomunica ai comunisti da parte di PIO XII

Congregazione per la Dottrina della Fede, 1-7-1949

 

E' stato chiesto a questa Congregazione:

1 - Se sia lecito iscriversi ai partiti comunisti, od approvarli.

No: il Comunismo infatti è materialistico ed anticristiano; i capi dei comunisti, poi, anche se a parole dichiarano di non avversare la religione, tuttavia mostrano di essere ostili sia nella teoria che nella pratica a Dio e alla vera religione e alla Chiesa di Cristo.

2 - Se sia lecito pubblicare, diffondere o leggere libri, periodici, giornali e pubblicazioni che sostengono dottrine o azioni di comunisti, o scrivere in essi.

No: ciò infatti è proibito dalla legge stessa  (non più, per fortuna!)

3 - Se i fedeli di Cristo, che avessero messo in pratica consapevolmente e in piena libertà ciò di cui si è trattato nei punti 1 e 2, possano essere ammessi ai sacramenti.

No, secondo i principi generali che riguardano l'esclusione dai sacramenti di coloro che non sono disposti.

4 - Se i fedeli di Cristo, che professano la dottrina materialistica e anticristiana dei comunisti, e per primi coloro che la difendono o la divulgano, incorrano per ciò stesso, come apostati dalla fede cattolica, nella scomunica riservata in modo speciale alla Sede Apostolica.

Si.


Da: www.cronologia.it

Papa Pacelli, PIO XII, era un dotto, con opinioni risolute, sperimentato nell'alta diplomazia politica, un protagonista nel periodo della Guerra Mondiale e un protagonista assoluto nel periodo del dopoguerra in Italia con la sua personale guerra al comunismo condotta con ogni mezzo a disposizione. Ma l'arma della condanna morale fu la più tremenda, scomunicò tutti i comunisti e quelli che avevano votato comunista, indicandoli come "anticristi", uomini del "mondo del male", "i senza Dio".
Il Cardinale Ruffini in Sicilia reclamò e scrisse addirittura al Ministero degli Interni di mettere fuori legge i comunisti che stavano invadendo l'Isola.
Il Cardinale Ottaviani chiamò "traditori" quei democristiani siciliani che avevano dato vita a una giunta con l'appoggio proprio dei comunisti, ed è ancora lui il 4 aprile del 1959 a rinnovare la scomunica del 1949 ai comunisti, che estende ai socialisti e ai democristiani ribelli.

Ancora il 18 maggio 1960 l'Osservatore Romano preoccupato dai politici democristiani che stanno inventandosi un centrosinistra, intima a "sottomettersi al giudizio dell'autorità ecclesiastica".
Il Cardinale Lercaro a Bologna fece suonare le campane a morto perché la giustizia italiana aveva condannato il vescovo di Prato che aveva diffamato in pubblico e chiamato "pubblici peccatori e concubini" una coppia che si era sposata civilmente con il diritto costituzionale vigente.

L'Arcivescovo di Bari nel 1960 non fece partecipare alla grande festa cittadina del patrono San Nicola, l'intera giunta con il sindaco in testa perché di sinistra. Per lui i governanti della città di fatto con le disposizioni vigenti  risultavano tutti scomunicati e vietava loro di partecipare ai festeggiamenti con la cittadinanza, che quel sindaco e quella giunta avevano votato.

Insomma Pio XII, lui e la sua vecchia gerarchia, s'arrovellò cercando di rendere realtà la sua volontà di potenza e morto lui aveva lasciato degni seguaci che ostacoleranno non solo Giovanni XXIII ma anche il suo successore, Paolo VI.


 

NON FU SOLO SILENZIO. IL NUOVO LIBRO DI MARCO A. RIVELLI SU PIO XII E NAZISMO

 

DOC-1240. MILANO-ADISTA. Uno storico che, a proposito del discusso atteggiamento di Pio XII sullo sterminio nazista degli ebrei, "Avvenire" situerebbe fra quelli che "non contribuiscono all'esatta comprensione dei fenomeni storici" (v. notizia precedente), è evidentemente Marco Aurelio Rivelli, di cui è da poco uscito, per i tipi della Kaos Edizioni, il volume ""Dio è con noi!" - La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo". Il libro documenta non solo i "silenzi" di papa Pacelli sulla Shoah, ma anche il sostegno, anzi il contributo dato da Pio XII - prima come nunzio apostolico a Berlino, poi come segretario di Stato - all'ascesa e al successo del partito di Hitler. E, ormai papa, non gli vanno addebitati solo i "silenzi", ma anche, nel dopo-guerra, la sottrazione alla giustizia dei vari gerarchi nazisti che il Vaticano aiutò a fuggire in Sudamerica attraverso quella che fu definita "la via dei topi".
Di seguito riportiamo parte della "Premessa" del libro e un'intervista a Rivelli, che fra le sue opere annovera "L'arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945", Kaos Edizioni (v. Adista n. 28/1999).



DA ""DIO È CON NOI!" - LA CHIESA DI PIO XII COMPLICE DEL NAZIFASCISMO"
di Marco Aurelio Rivelli
Premessa

(...) Precluso dalla Santa Sede l'accesso agli archivi vaticani, l'operato di Pio XII e il ruolo della Chiesa di Roma durante gli anni del nazifascismo sono rimasti affidati alle valutazioni di numerose e contrastanti pubblicazioni. Alcune di esse hanno evidenziato come la chiara condanna papale del nazismo fosse stata pronunciata solo nel maggio 1945, cioè quando il Terzo Reich era ormai vinto: solo allora Pio XII condannò in modo esplicito la barbarie hitleriana, denunciandone la dottrina "dalle applicazioni devastatrici e inesorabili".
Gli estimatori di Pio XII hanno tentato di liquidare la questione ricorrendo a varie argomentazioni. Anzitutto, sostenendo che il Vaticano aveva scarsa conoscenza di quanto accadeva nei lager tedeschi e nei territori occupati dalle armate hitleriane, e che dunque papa Pacelli fosse ignaro delle reali dimensioni della barbarie nazista. Ma gli stessi Adss (Atti e documenti della Santa Sede relativi alla Seconda guerra mondiale, ndr) hanno confermato la totale infondatezza di questa argomentazione. Il Vaticano sapeva tutto.
Come è poi emerso dagli archivi del servizio segreto militare americano (Oss), e dagli stessi documenti raccolti negli Adss, Pio XII - al pari dei leader delle potenze Alleate - era perfettamente a conoscenza delle modalità e delle dimensioni degli stermini hitleriani. Tanto più che personalità del mondo ebraico, di quello serbo-ortodosso e esponenti del clero cattolico nei Paesi occupati dai nazisti, avevano rivolto al Vaticano, negli anni, continue e drammatiche suppliche perché il pontefice levasse la voce della Chiesa di Roma contro gli aguzzini.
Alcuni agiografi hanno affermato che papa Pacelli condannò apertamente e pubblicamente il nazismo, e a sostegno della loro tesi hanno citato in particolare il messaggio papale diffuso dalla Radio Vaticana in occasione del Natale 1942. Proprio quell'episodio testimonia di come Pio XII fosse a conoscenza della situazione; ma nel merito, il radiomessaggio papale del Natale 1942 fu così generico, elusivo e permeato di ambiguità che lo stesso Benito Mussolini lo definì "un discorso di luoghi comuni, che potrebbe essere fatto anche dal parroco di Predappio".
Altra argomentazione accampata in difesa di Pio XII, l'azione umanitaria svolta dal Vaticano per sottrarre molte vittime alla persecuzione hitleriana. Secondo questa tesi, l'azione misericordiosa della Santa Sede guidata da papa Pacelli avrebbe salvato decine di migliaia di vittime predestinate. Effettivamente parecchi religiosi, negli anni fra il 1941 e il 1945, si prodigarono per aiutare e salvare i perseguitati: in numerosi conventi nascosero e protessero molte vittime predestinate; e fra le stesse mura vaticane trovarono rifugio oppositori del nazifascismo. Ma si trattò di episodicità umanitarie contingenti, perlopiù dovute a autonome iniziative di singoli, avulse da una qualche strategia vaticana; tanto è vero che altri esponenti del clero si comportarono in maniera opposta, ma non vennero mai colpiti da alcuna sanzione da parte della Curia romana.
Altri biografi di Pio XII hanno sostenuto che "i silenzi" del Vaticano furono un prudente tatticismo di papa Pacelli per non esporre i cattolici tedeschi e la stessa Chiesa alle rappresaglie hitleriane: realpolitik, volta a evitare il peggio, dovuta alla formazione più diplomatica che pastorale di Pio XII. Una tesi, questa, che ha accomunato critici e estimatori del controverso pontefice, ma che un'ampia documentazione storica ha contraddetto. Infatti, il papa-diplomatico non fu mai né prudente né silente, né mosso dalle cautele della realpolitik verso il "comunismo ateo" da lui ritenuto - a differenza del nazifascismo - un pericolo letale per la Chiesa. Nel 1936, da segretario di Stato, incurante di prudenze tattiche e dei contraccolpi sulla Chiesa locale, Pacelli si spinse a plaudire e sostenere la insurrezione golpista del generale Francisco Franco in Spagna contro la legittima Repubblica democraticamente voluta dagli spagnoli, alimentando una guerra civile costata un milione di morti (molti dei quali cattolici). E da pontefice era poi arrivato a colpire con la scomunica tutti i cattolici italiani che "liberamente e consapevolmente" avessero aderito e sostenuto il comunismo, un anatema che Pio XII non aveva mai rivolto né al cattolico Hitler né a Benito Mussolini.
Secondo lo storico Carlo Falconi, malgrado le dettagliate notizie che costantemente riceveva (in primo luogo dal clero cattolico), Pio XII non si erse mai contro il nazismo, neppure durante l'Olocausto. E i suoi silenzi si estesero a tutti gli scritti, i discorsi e i documenti papali:
"Questo genocidio organizzato e scientifico, circondato da ignominie di ogni genere e cresciuto a proporzioni gigantesche, che ha fatto impallidire tutte le barbarie del passato, non ha avuto alcuna eco, se non frammentaria e generica, nei documenti pontifici. Non un solo documento si è occupato esplicitamente ed esclusivamente di esso, e tutti i rarissimi e limitatissimi cenni non solo sono stati fatti con sommarie allusioni, ma, anziché impennare il linguaggio in un fiero sdegno, sono stati coperti da uno stile uniforme e freddamente giuridico... Si cercherebbe invano, fra le centinaia di pagine di allocuzioni, messaggi e scritti di Pio XII, il marchio di fuoco destinato a bollare per sempre ignominie così raccapriccianti".
Ma quello dei "silenzi" di papa Pacelli di fronte alla barbarie nazista non è il merito del problema, bensì la logica conseguenza. Il merito della questione è che, da segretario di Stato, il cardinale Pacelli fornì un contributo decisivo all'avvento di Hitler al potere, e da pontefice fu silente complice politico del nazifascismo che insanguinò l'Europa. La conferma di questo è nei documenti degli archivi vaticani che la Santa Sede continua infatti a mantenere segreti (l'espediente è patetico, poiché quanto è stato storiograficamente accertato ed è oggi noto lo attesta già con sufficiente chiarezza).
L'atteggiamento pacelliano nei riguardi del nazifascismo - indulgente fino alla connivenza - affondava le radici nella indole e nella formazione di Pio XII. Un pontefice più capo di Stato che pastore, radicalmente ostile al liberalismo, alla democrazia, alla "modernità", e intenzionato a preservare - perpetuandolo - il potere temporale e il primato della Chiesa cattolica su società e istituzioni statuali. Un papa dalle forti propensioni antigiudaiche, fiero avversatore del "dèmone comunista" e ossessionato dallo spettro di una minaccia ebraico-bolscevica capace di distruggere la cristianità. Un papa pronto a subordinare gli imperativi morali e spirituali della religione al pragmatismo e ai tatticismi della politica, pur di salvaguardare gli interessi della Chiesa. Un capo di Stato-sovrano pontefice risoluto a sostenere tutti i possibili baluardi contro il comunismo e le "libertà moderne", nazifascismo compreso.


IL FEZ SOTTO LA MITRA.
INTERVISTA A MARCO AURELIO RIVELLI

La "Premessa" del suo ultimo libro su Pio XII termina con l'annuncio del "contributo decisivo" di papa Pacelli all'avvento di Hitler al potere. È una "promessa" che lei mantiene con il lettore nella prima parte del libro. Può ripercorrerla brevemente per i nostri lettori?
La mia ricerca parte da quando Pacelli viene mandato in Germania nel 1917 a fare il nunzio apostolico, cioè l'ambasciatore vaticano. Si trova lì quando l'impero tedesco viene travolto ed egli relaziona pressoché quotidianamente in modo pignolo e dettagliato (in qualità di nunzio descriveva le più minute cose) al Vaticano. Quello che emerge da questi rapporti (che intanto testimoniano di una prassi che riversava in Vaticano una enorme quantità di informazioni, a smentita di quanti affermano che Pio XII non sapeva) è il suo antisemitismo conclamato che emerge in ogni sua relazione. Per esempio: parlando dei bolscevichi che sono andati al potere in Baviera per pochi giorni (gli "spartachisti"), oltre a definirli "comunisti", e lo si comprende, li chiama anche "ebrei", ed è una costante. Ha il terrore del bolscevismo, che identifica senza mezzi termini nell'ebraismo. Ogni volta che parla dei bolscevichi aggiunge "ebrei", "ebrei"… Questo atteggiamento, palese nelle sue relazioni, non muterà neanche quando diventerà papa. Non è che di colpo vorrà bene agli ebrei. Naturalmente, neanche a dirlo, non è che lui abbia mai vagheggiato lo sterminio. Forse lo ha un po' sottovalutato, ma anche ciò è difficile da inquadrare, perché sappiamo che i nunzii inviavano relazioni dettagliate, durante la guerra, che riportavano tutto ciò che stava accadendo. E non solo i nunzii. Per esempio, il primate della Polonia nelle sue relazioni descrive dettagliatamente gli avvenimenti; oppure l'arcivescovo di Berlino arriva ad affermare che i cattolici tedeschi sono esasperati, non credono più nella Santa Sede perché permette che accada la tragedia della Shoah!

Tutto questo ancora riguarda i "silenzi" che vengono rimproverati a Pio XII. Ma quali fatti corroborano la tesi che l'hanno spinta a definire la Chiesa di papa Pacelli "complice" del nazifascismo?
Da nunzio apostolico, Pacelli assiste all'espansione, a partire dal 1922, del partito nazista. Il nunzio praticamente l'appoggia in funzione antibolscevica, facendo sì che il sostegno del Zentrum - il partito che raccoglie il voto dei cattolici, guidato da un monsignore, mons. Kaas, e con molti sacerdoti ai posti-chiave - non venga meno al partito nazista. Nel 1929, Pio XI chiama Pacelli a Roma, lo nomina cardinale e lo fa segretario di Stato. Pacelli diventa dunque capo della diplomazia vaticana. Lascia il Zentrum nelle mani del fidato Kaas. 1930: il partito di Hitler si rafforza sempre più. Democraticamente alle elezioni ottiene il 18,3%. Sarà via via un crescendo. I vescovi, che in un primo tempo avevano avversato il partito nazista, incominciano ad appoggiarlo. Qui c'è la mano di Kaas, c'è la mano di Pacelli che ordina anche al clero di appoggiare il partito nazista. Nel 1931 il partito del Zentrum si avvicina politicamente e ufficialmente al partito nazista fino a votare insieme ad esso nel Parlamento. Nel 1932 Hitler, diventato Cancelliere, raggiunge il 37% dei consensi. Ha l'appoggio anche del nunzio apostolico a Berlino, mons. Orsenigo. Il 27 febbraio del '33 il Reichstag, il Parlamento tedesco, viene dato alle fiamme. Hitler ne approfitta per scatenare una feroce persecuzione contro tutti gli oppositori. Un mese dopo, il 23 marzo, il Zentrum vota - e il suo voto fu determinante - i pieni poteri al Cancelliere. Da quel momento Hitler non deve più rendere conto a nessuno, non ha bisogno del Parlamento, viene in un certo senso "proclamato" dittatore. Il 28 marzo, l'episcopato tedesco, riunito a Fulda, passa da quello che inizialmente era stato un atteggiamento contrario al nazismo e diventato poi un atteggiamento 'attendista', al plauso convinto. Il 17 aprile del '33 vengono promulgate le prime leggi razziali, che vietano agli ebrei il lavoro in qualsiasi impiego statale. Il 2 maggio Hitler mette fuori legge tutte le organizzazioni sindacali. Il 6 maggio Kaas viene convocato a Roma da Pacelli e fra l'altro fa da mediatore fra Vaticano e partito nazista per il Concordato, che viene firmato nel luglio del '33. Il giorno dopo Kaas si dimette dal Zentrum, scioglie il partito e lo fa confluire nel partito nazista. Kaas rimarrà a Roma per sempre, non tornerà più in Germania e farà parte dello staff vaticano, con Pacelli allora segretario di Stato e poi pontefice. Nel contempo Hitler dichiara illegali tutti i partiti.

Nel '39 Pacelli diventa papa. Cominciano i "silenzi"? Lei documenta anche questo nel suo libro?
Nella seconda parte del libro affronto l'atteggiamento della Chiesa cattolica, e di riflesso di Pio XII, in tutti i vari Paesi occupati dalle forze naziste: in Austria, in Francia, in Slovacchia, dove il dittatore è un monsignore che verrà impiccato dagli americani quando lo cattureranno…

Un monsignore?!
Sì, ed era uno che perseguitava gli ebrei in tutti i modi.

Il Vaticano non è mai intervenuto su questo personaggio?
Non solo non è intervenuto, ma dirò di più: nel 1953, l'Enciclopedia cattolica, parlando di questo monsignore e dittatore, lo addita come un martire. Fu invece una figura davvero inquietante.

Torniamo alle Chiese dei Paesi sotto occupazione nazista…
Dicevo che nel libro documento l'atteggiamento delle Chiese in tutti i vari Paesi occupati dalle forze tedesche: risulta che i vescovi del luogo mandavano a Roma relazioni e suppliche, chiedendo che il Vaticano si interessasse della tragica situazione che si stava vivendo. Un'ultima parte del mio lavoro riguarda il dopoguerra: nel periodo tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50, si registra il fenomeno della cosiddetta "via dei topi", ovvero la fuga in America Latina o verso altri Paesi - facilitata dal Vaticano - dei nazisti e degli ustascia messi così "al riparo" dalla giustizia e da eventuali rappresaglie. E c'è anche la questione dell'oro degli ebrei che era stato portato in Vaticano…


Obbligate a scegliere ………

Le elezioni politiche del 1948

 

Bianca Bracci Torsi

In una società maschilista come quella degli ultimi anni Quaranta, la religione era unanimemente ritenuta una cosa deforme e nelle donne tollerata, a volte apprezzata come garanzia di onesti comportamenti sessuali.
Gli uomini accompagnavano mogli e figlie alla messa e le aspettavano sul sagrato fumando e chiacchierando, spesso si assoggettavano al matrimonio religioso e al battesimo dei figli in quanto nozze e bambini rientravano nella sfera delle competenze femminili.
Quando erano le fidanzate a piegarsi al rito civile, i preti chiudevano un occhio considerandolo il male minore rispetto alla convivenza "more uxorio" e si limitavano a raccomandare il battesimo della futura prole, magari somministrato di nascosto, e le preghiere per l'anima di "quel senzadio".

Per contro, fra le ragazze, complesse le più religiose, l'uomo assiduo frequentatore della chiesa e dei suoi riti non riscuoteva consensi, ma semmai canzonature e sospetti, essendo unanimemente considerato "baciapile"; un essere effeminato e di dubbia virilità.

Il voto alle donne, pur caldeggiato anche da De Gasperi, creò un serio problema alla chiesa, costretta, contro la tradizione consolidata, a predicare l'obbedienza a dio opposta a quella a padri e mariti: un atto di autonomia femminile che poteva avere strascichi funesti.
Pio XII aveva già ordinato alle donne cattoliche di uscire dalla Unione Donne Italiane, la prima fra le organizzazioni dl massa nate dalla Resistenza ad essere spezzata e divisa, e aveva rivolto alle donne un minaccioso monito che riprendeva le vecchie teorie - la donna angelo del focolare, la lavoratrice sciagurata contronatura "a caccia di loschi piaceri" - con una novità: l'obbligo, religioso prima che civile, di andare a votare, in difesa della famiglia e della morale, per riequilibrare le schede rosse degli uomini di casa.

Che mogli e madri riuscissero a cambiare il colore di queste ultime era un'ipotesi poco credibile anche per i parroci più ottimisti. Ma tutto ciò non era bastato.
I comunisti si erano ripresi dalla sconfitta del '48, la scissione del sindacato non aveva portato sensibili cambiamenti fra gli operai, alle comuniste "storiche", alle staffette partigiane si erano aggiunte donne ragazze che aderivano alla Cgil, al partito, alle associazioni di massa, si schieravano nelle fabbriche, nei campi, nei quartieri a fianco dei loro uomini sempre meno come docili appendici, sempre più come compagne che rivendicavano anche per sé lavoro, servizi, dignità di cittadini.

Pio XII ricorse allora a quello che riteneva un rimedio estremo: la bolla di scomunica contro comunisti, socialisti, loro alleati, simpatizzanti, elettori, lettori della loro stampa, insomma contro tutti coloro che non fossero disposti a considerare la sinistra come una banda di appestati.
Vescovi e parroci si adeguarono, seppure con maggiore o minore entusiasmo: nelle confessioni l'iscrizione al voto al Pci era il peggiore dei peccati che non bastava il pentimento a cancellare, era necessaria l'abiura, pubblica e solenne, accompagnata da pesanti penitenze.
I comunisti non potevano ricevere nessun sacramento, sposarsi in chiesa, battezzare i propri figli, avere funerali religiosi e neppure essere padrini o madrine di battesimi o cresime, testimoni di nozze.
Ci furono laceranti crisi di coscienza, diatribe familiari, dolorose rotture, mai rese pubbliche, ma consumate nell'intimo di quelle "sofferte coscienze cristiane" cui farà riferimento Togliatti qualche anno dopo.

Larga pubblicità ebbero, invece, alcuni miracoli che santi e madonne operarono su "comunisti sfegatati riportati alla fede" da guarigioni impossibili; salvezze improbabili da mortali incidenti o semplicemente da folgoranti apparizioni.
Furono anche diffusi, e additati al pubblico ludibrio, i casi di irriducibilità manifesta.
Tutti i giornali pubblicarono le foto di due fidanzati pratesi bollati come "pubblici concubini" dal locale vescovo in quanto sposati con rito civile. E che, anziché pentirsi, accusarono l'alto prelato di diffamazione e vinsero la causa.
Uguale sorte ebbe l'accusa del vescovo di Padova contro i dirigenti di una sezione comunista accusati di corruzione di minori, effettuata nel doposcuola gratuito organizzato per figli di lavoratori: il tribunale li assolse con formula piena.

Avendo verificato come fossero scarsamente attaccabili nella vita pubblica i comunisti, parrocchie, vescovi e comitati civici scavarono alacremente nel privato: rotture di matrimoni, convivenze, figli illegittimi, considerati fino ad allora banali incidenti, tutt'al più degni delle chiacchiere di cortile, diventarono esempi pericolosi della teoria del libero amore.
Nel partito questa campagna provocò un mai dichiarato, ma diffuso, riflusso di moralismo, in verità più consono alla morale borghese che ai precetti religiosi.
Nelle sezioni, soprattutto dei paesi contadini, si consigliava di tenere nascoste eventuali relazioni extraconiugali o comunque di non portarle alle estreme conseguenze, evitando rotture di matrimoni e nuove unioni, "per non danneggiare l'immagine del partito fra gli elettori cattolici".

In realtà, gli elettori, cattolici in maggioranza, almeno formalmente, nel paese, non furono molto condizionati né dalla scomunica, né dall'anticomunismo grottesco di quegli anni.
Una simpatica ottuagenaria pisana, madre di molti figli, faceva alla nuora dubbiosa un lucido ragionamento: «Io voto per il prete perché sono vecchia, posso morire fra poco e finirei all'inferno, ma tu sei giovane e devi votare per il partito dei lavoratori, per il pane dei tuoi figlioli. Tanto, hai tutta la vita davanti...».
Tutta la vita per pentirsi o per veder cancellata la scomunica, la vecchietta non lo precisava, lasciando la soluzione del problema nelle mani di dio e degli uomini di buona volontà.

In effetti, la scomunica fu catalogata fra le stranezze della politica, come gli orripilanti manifesti del '48, prima ancora che dimenticata anche da chi doveva applicarne le regole.
Il che seguì dopo pochi anni.


 

Stato, Chiesa e la lezione di Giolitti 

 

Mario Pirani

la Repubblica, 16 novembre 2004

 

"PERCHÉ non possiamo non dirci laici", ha affermato sulle nostre colonne Eugenio Scalfari, cogliendo nel segno. L´irrompere di tematiche religiose di diverso orizzonte nello scontro politico, sia su scala internazionale che all´interno dei singoli Stati, è un sintomo pericolosissimo che chiunque abbia dimestichezza con la Storia può avvertire. Le guerre di religione hanno insanguinato e devastato attraverso i secoli l´Europa e il mondo. Le loro radici risiedono nelle latebre della società e il conflitto, sovente, divampa all´improvviso. A differenza delle guerre tradizionali, quelle in cui domina l´elemento religioso sono difficilissime da concludersi e si trascinano senza soluzione: i combattenti sono, infatti, dominati da idee assolute, non suscettibili, di per sé, di mediazioni di compromesso. Sono, per gli stessi motivi, crudelissime nello svolgersi, ogni parte in causa sentendosi portatrice del Bene in lotta con il Male. Infine non conoscono alcuna separazione tra civili e militari. Soltanto nel 1648 le paci (quella religiosa e quella politica) di Westfalia concludevano quella guerra dei Trent´anni che nella sola Germania, lacerata tra il Nord protestante e il Sud cattolico, aveva causato otto milioni di morti, carestie e pestilenze. Il conflitto era scoppiato quando due funzionari dell´imperatore cattolico, giunti a Praga per impedire la costruzione di alcune chiese protestanti, vennero gettati da un gruppo di nobili protestanti dalla finestra del palazzo reale. Al centro del contendere vi era il dilemma se i sudditi dei vari Stati dovessero o no conformarsi alla religione del loro principe (cuius regio eius religio) oppure emigrare.

Questo destino incombeva sul nostro continente fino a quando non si affermò la separazione tra Chiesa e Stato. Del resto l´interminabile e sanguinosissimo contenzioso nord irlandese spiega come il veleno del dissidio religioso sia difficilissimo da debellare. Oggi quel veleno ha ricominciato a spargersi ovunque a guisa di pandemìa globalizzata. Solo uno scaramantico rifiuto, privo di senso, impedisce ai tanti "politicamente corretti" di riconoscere quanto pesi la pulsione del fanatismo religioso nella jihad islamica. Quel che suona come ancor più catastrofico è che alla sua logica militare e missionaria, che dilata sino al limite estremo il dualismo amico/nemico, corrisponde ormai «una logica altrettanto militare e missionaria, fondata sulle categorie del Bene e del Male invocate dall´America» (Renzo Guolo, "L´Islam è compatibile con la democrazia?" ed. Laterza). Con la conseguenza che la guerra terroristica tende sempre più, malgrado gli scongiuri d´uso, ad assumere i caratteri di una guerra di religione che contagia anche il pensiero occidentale. Cosa altro significa d´altronde l´ansia neo-con di imporre con le armi la democrazia all´Islam, giudicato altrimenti incapace di controllare la sua deriva fondamentalista e aggressiva, se non la pretesa di "riformare" quella religione per renderla compatibile col bisogno di sicurezza americano? La ostilità di gran parte dell´Europa verso lo spirito di crociata impresso da Bush alla guerra del Bene contro il Male, con epicentro l´Iraq, si spiega, assieme a motivazioni più volte analizzate, anche per il permanere nel Vecchio Continente di uno spirito laico che ha profondamente caratterizzato la società e le istituzioni (con una parziale eccezione per l´Italia), qualificato dalla netta separazione tra Chiesa e Stato, tra piena libertà religiosa e altrettanto piena indipendenza dei poteri democratici nel legiferare e nell´operare politico. Sottostà alla partizione fra Trono e Altare una filosofia di vita che influenza comportamenti, scelte e modi di sentire: laicismo è problematicità contrapposta ad assoluto, dubbio sistematico contrapposto a certezza aprioristica, storicismo agnostico contrapposto a finalismo etico. È immaginabile - per fare un esempio in chiave politica - che un eventuale, influentissimo sostenitore di Chirac, Schroeder o Blair possa rivolgersi in tv a Dio, il giorno dopo le elezioni, ringraziandolo per «la vittoria del suo messaggero», come ha fatto, inneggiando alla vittoria di Bush, il reverendo Falwell, capo della «Maggioranza morale» in nome di 80 milioni di evangelici americani? Scendendo però dalla scala mondiale a quella italiana lo scontro perde i connotati del dramma per assumere quelli della commedia dell´arte con attori, reduci da copioni assai diversi, che s´improvvisano oggi crociati di Cristo, vogliosi di menar fendenti contro gli infedeli casalinghi e foresti.

Neo credenti illuminati dal verbo neo-con intuiscono il vantaggio di una vestizione religiosa che addobbi l´operazione politico-culturale da loro condotta per affermare una egemonia di destra nel nostro Paese. Tutto serve alla bisogna: dal caso Buttiglione alle cellule staminali. Il disegno non è però cervellotico: tende a fornire una cornice ideologica e un contenuto unificante al legame di Berlusconi con Bush, con in sottofondo l´idiosincrasia per l´europeismo. Tutto questo non fiorisce sul nulla. Già da qualche tempo è riemersa preoccupantemente la questione dei rapporti Stato-Chiesa che nello scorrere del XX secolo era venuta perdendo le sue asperità, tanto da sopportare senza eccessive lacerazioni le difficili tappe del divorzio e dell´aborto. Per converso lo stesso laicismo si era stemperato nel cinquantennio della prima Repubblica, assumendo, per un verso, un sentore residuale, segnato da simboli e ricorrenze ormai desuete, a partire dal XX settembre, mentre, dall´altro, veniva riassorbito nella dialettica dei complessi rapporti fra Dc e Pci che, dal togliattiano art. 7 al berlingueriano compromesso storico, incanalò la compresenza dei cattolici e delle sinistre nella ricostruzione dello Stato post-fascista.

Un equilibrio che nella lunga e incompiuta transizione alla seconda Repubblica perde i suoi pilastri fondamentali, mentre nuovi soggetti politici compaiono sulla scena in un clima di delegittimazione reciproca. Oltre Tevere, intanto, si afferma un pontificato di straordinario impatto e carisma. In questo contesto acquista una forza propulsiva la aspirazione della Chiesa di riplasmare in senso cristiano aspetti fondamentali della società italiana, imponendo, grazie al deterioramento del tessuto politico, criteri di scelta, norme di vita, principi legislativi e di governo corrispondenti a valori etici di cui la Cattedra di Pietro si proclama infallibile interprete. L´ossessione prescrittiva di Giovanni Paolo - come l´ha definita Vittorio Foa - cui vanno aggiunte le ripetute prese di posizione della Conferenza episcopale, si è manifestata in un crescendo di esternazioni, specificamente mirate a questo o a quell´obbiettivo: dalla ricerca scientifica all´ordinamento scolastico, dalla morale sessuale alla procreazione controllata, dalla utilizzazione degli ormoni ai diritti delle coppie di fatto, fino alla stesura della Costituzione europea. È lecito obiettare che tutto ciò rientra nei compiti naturali del Magistero per cui non dovrebbe suscitare eccessive doglianze, il che sarebbe logico se l´azione della Chiesa fosse rivolta ad ispirare il comportamento dei soli credenti nella loro sfera individuale e non si proponesse di uniformare alla sua Verità quello della generalità dei cittadini e, soprattutto, delle pubbliche istituzioni. Questa è, invece, la realtà, che non sarebbe così foriera di preoccupazioni se ad essa non facesse riscontro uno Stato indebolito nelle sue capacità di autonoma determinazione. Diversi fattori vi hanno contribuito. In primo luogo le sinistre frammentate e svigorite si sono dimostrate incapaci di elaborare un proprio disegno culturale o anche di raccogliere e rilanciare i valori dell´Italia unita, dal Risorgimento alla Resistenza e alla Costituzione. In secondo luogo la scomparsa della Dc ha fatto venir meno un potente fattore di coagulazione, mediazione e garanzia sia nei confronti dello Stato che della Chiesa, lasciando sul campo una serie di formazioni residuali sia nel campo del centrodestra che del centrosinistra, nessuna delle quali in dimensioni sufficienti per una rappresentanza univoca dell´universo cattolico. Di qui la rincorsa di tutti e di ognuno per strappare la palma di più fedele esecutore dei desideri ecclesiastici, così da ricevere un accreditamento da spendere sul piano politico. Dilapidata anche su questo versante l´eredità dei capi storici i quali, pur tra molteplici aggiustamenti nel bene e nel male, seppero mantenere quel "Tevere più largo" che consentiva loro non solo la collaborazione con gli alleati laici e socialisti, ma un ambito di propria autonomia politica nei confronti del Vaticano. Lo si vide, tanto per richiamare un esempio illuminante, quando negli anni Cinquanta De Gasperi rifiutò il pressante invito di Pio XII, il Papa della scomunica contro i comunisti, a sdoganare l´estrema destra e blindare così a Roma una maggioranza clerico-postfascista. In terzo luogo la maggioranza di centrodestra ha progressivamente smussato e quasi cancellato il liberalismo, inizialmente conclamato, per abbracciare l´accattivante possibilità di subentrare alla Dc. Con la differenza che Berlusconi ha un Dna assolutamente antitetico a quello di un De Gasperi, di un Moro e di un Andreotti. Non ha una idealità propria da difendere e affermare ma una disponibilità a definirla, interpretarla e "venderla" sulla base delle esigenze del mercato politico.

Questa la chiave dei suoi successi ai meeting di Comunione e Liberazione dove si è sempre presentato non certo come un cristiano democratico, intriso di certezze di fede e dubbi esistenziali, ma quale fiero propugnatore di un cattolicesimo battagliero in un´Italia perennemente minacciata da quanti, in primis i comunisti, vorrebbero addirittura «togliere l´ora di religione dalle scuole». Nella sua veste di cavaliere della Fede mira ad identificarsi con le posizioni ecclesiastiche, non certo a salvaguardare i principi cavourriani di «libera Chiesa in libero Stato» che al giorno d´oggi appaiono come bestemmie comuniste. Così come impronunciabile per l´attuale presidente del Consiglio sarebbe il discorso di un suo grande predecessore su quello stesso scanno, Giovanni Giolitti che parlando a Montecitorio affermava: «Sulle questioni religiose il governo è precisamente e semplicemente incompetente... il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno che volesse invadere i poteri dello Stato!» Era il maggio 1906 e i liberali erano autentici e non fasulli. 


  http://www.odradek.it/giano/archivio/2002/Soverina40.html 

Articolo pubblicato sul numero 40 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", gennaio-aprile 2002

PLURALITA' E UNITA' DEGLI OLOCAUSTI:
GLI EBREI, E LE ALTRE VITTIME

di Francesco Soverina


La vastità dello sterminio e le sue radici nel razzismo biologico segnalano la necessità di una considerazione complessiva dell’ universo dei “sommersi", che superi ogni possibile uso parziale delle tragedie



“Il sentiero in discesa, che comincia dalla negazione dell’uguaglianza tra gli uomini, finisce nella perdita della libertà e nel Lager"
(Primo Levi)


Tra le tante finora proposte, la definizione del ’900 come secolo dei genocidi1 pone l’accento sui crimini di massa e sulla lunga scia di sangue che ha segnato profondamente la storia degli ultimi cento anni: dal milione di armeni uccisi durante la prima guerra mondiale per volontà del governo turco allo sterminio attuato dal nazismo, dalle vittime dello stalinismo a quelle dei Khmer rossi nella Cambogia di Pol Pot, dal massacro di oltre 500.000 militanti comunisti in Indonesia tra il 1965 e il 1966 alle "pulizie etniche" nell’ex Jugoslavia, alla feroce caccia all’uomo in Ruanda2. È questa la terribile sequenza, che mostra il volto ferino del secolo XX, etichettato da una recente produzione saggistica come "secolo dell’odio", "secolo delle tenebre", "secolo dei campi"3. Si tratta di un filone interpretativo che coglie nel totalitarismo e nei suoi orrori al tempo stesso la tara e il carattere distintivo del ’900. Tale chiave di lettura viene accentuata da quanti tentano di ridurre, in modo del tutto strumentale, la contrastata vicenda del comunismo a male storico, non limitandosi ad equipararlo al nazismo, ma vedendo in esso il "totalitarismo primario", più duraturo e compiuto4, il portatore del germe più devastante del "totalitarismo criminale". E’ l’approdo della riscrittura mistificatrice della storia novecentesca, che ha nel Nolte revisionista il suo più autorevole ispiratore. Com’é noto, a metà anni ’80 l’intellettuale tedesco dà il via allo Historikerstreit,indicando nel nazismo la "risposta obbligata" al bolscevismo, nel Gulag "il prius logico e cronologico di Auschwitz"5. Enfatizzando la categoria di "guerra civile europea", egli finisce per ridimensionare la complessità del ’900: a suo avviso la dialettica annientamento – contro–annientamento é il nucleo di un conflitto pluridecennale, il cui inizio é la rivoluzione d’ottobre del 1917, scaturigine della catastrofe in cui l’intera Europa é trascinata dalla vittoria di un fenomeno essenzialmente "asiatico"6.
Eppure, fra gli stessi studiosi che sottolineano con forza le affinità fra i sistemi totalitari e l’universo concentrazionario cui essi hanno dato vita, non manca chi riconosce come non sia finora esistito nulla di equivalente agli SS Sonderkommandosdi Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka. é il caso di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, che nella loro sintesi sui campi di concentramento nel ’9007, subito tradotta in italiano, sostengono che né i gulag e neppure i Konzentrantionslager siano paragonabili ai centri di sterminio, ai Vernichtungslagerdell’"Aktion Reinhardt". E, va aggiunto, il termine tedesco Vernichtung, che significa riduzione al nulla, esprime – come meglio non si potrebbe – intenzioni e finalità del nazismo. Insomma la novità dirompente dei crimini commessi all’ombra della croce uncinata viene ribadita proprio dal confronto con i gulag, il cui scopo é di isolare i deportati – non a caso i campi si chiamavano isole – e di impiegarli come forza–lavoro. La morte qui era una conseguenza delle durissime condizioni, dello sfruttamento brutale a cui era sottoposto il popolo degli zek, non un fine in sé, non un obiettivo prioritario. Un’altra differenza rilevante é data dalla metodicità burocratica dello sterminio attuato dal Terzo Reich: ebrei, zingari, "asociali", polacchi, prigionieri e civili sovietici sono il bersaglio delle articolazioni di un enorme apparato mobilitato nell’opera di soppressione di interi gruppi, ritenuti inferiori e altamente nocivi per la Volksgemeinschaft, la "comunità ariana degli eletti".


La "barbarie civilizzata"
Preceduto dalla liquidazione dei disabili e malati mentali, pressoché contemporaneo all’eliminazione di massa di polacchi e prigionieri di guerra sovietici, il genocidio di ebrei, Sinti e Rom si configura come l’esito dell’inedita coniugazione fra tecnologia e barbarie. Per la prima volta le tecniche industriali e gli strumenti del progresso scientifico sono messi al servizio di uno sterminio che, dopo la caotica ed improvvisata fase iniziale, viene pianificato e organizzato dai vertici del regime nazista. Uno sterminio progettato, in cui é determinante il ruolo di una burocrazia disumanizzata, uno sterminio che si inscrive a pieno titolo nella modernità.
Queste considerazioni si rifanno ad una linea interpretativa che riprende ed estremizza le riflessioni della Scuola di Francoforte8. In particolare il sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman, in un noto quanto discusso libro, ha cercato di dimostrare come la logica burocratica ed efficientista sia stata la grande protagonista dello sterminio, presentato come un "significativo e affidabile test delle possibilità occulte insite nella società moderna"9. I suoi presupposti sono tutti dentro la storia del capitalismo industriale: la catena di montaggio, la razionalizzazione dell’amministrazione pubblica, il progresso tecnologico. E proprio i ritrovati più avanzati della tecnica consentono l’industrializzazione dell’omicidio, l’impersonalità del massacro e una gestione che esalta la disciplina e l’organizzazione. Proprio la burocrazia e la tecnica consentono l’attuazione del genocidio su scala continentale, il superamento di ostacoli di ordine tecnico, l’addentrarsi nel territorio fino a quel momento inesplorato della "soluzione finale". I campi di sterminio, che costituiscono la sintesi compiuta tra massacro e amministrazione, sono una sorta di compendio di aspetti e istituti tipici della modernità come le carceri e la fabbrica capitalistica. L’efficienza e la contabilità aziendale regolano, infatti, il funzionamento di quelli che Raul Hilberg ha definito i "centri di morte immediata" impiantati a Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. Milioni di individui vengono rastrellati, selezionati e cancellati da un apparato burocratico che si serve anche delle schede perforate fornite dai macchinari Ibm10. Dunque la "scientificità" della macchina di distruzione, la tecnologia della morte, che ha nei Vernichtungslager i luoghi della sua massima estrinsecazione, é l’anello di congiunzione tra la modernità e la politica genocidaria del nazismo.

Al nesso tra razionalità e barbarie, alla correlazione tra razionalità strumentale e Stato criminale, di cui l’esperienza nazista rappresenta un’espressione paradigmatica, si presta ora una crescente attenzione, anche se con approcci, analisi e spiegazioni tra loro non omogenee. Se Enzo Traverso mette in risalto la singolarità del nazismo, intimamente legata al sistema socio–economico dell’Occidente ed in grado di produrre un massacro "senza odio"11, Georges Bensoussan sostiene che la portata traumatica della Shoah impone un riesame critico della civiltà occidentale. Per questo studioso franco–marocchino, autore di uno stimolante contributo sul tema della memoria dell’Olocausto, si é di fronte ad una rottura nel processo di civilizzazione12, ad un assassinio di massa burocratizzato, amministrativo, industriale, opera di un regime che declina l’arcaismo ideologico (il contro–illuminismo) con l’uso delle tecniche più progredite. Se di modernità si deve parlare a proposito del nazismo, questa a suo parere si rinviene nella messa in atto del bio–potere, nel progetto di rimodellare demograficamente l’Europa orientale; una modernità pur sempre piegata ad un millenarismo medievale, al culto e alla religione del sangue.
Tuttavia occorre notare come Auschwitz, simbolo per antonomasia dell’ebreicidio, non segni tanto una regressione o una grave battuta d’arresto, quanto riveli, insieme con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki del 1945, il volto inquietante della modernità industriale e tecnico–scientifica. Certo, é un vero e proprio spartiacque nel percorso dell’umanità, ma in quanto costituisce una manifestazione raccapricciante delle potenzialità distruttive della razionalità strumentale. La modernità si apre con due grandi stermini, quello degli indiani d’America e quello dei neri d’Africa, ma – é Michael Läwy a metterlo in evidenza – rispetto all’ecatombe degli indios, alla tratta degli schiavi e alle spedizioni coloniali, nel ’900 si perviene ad un nuovo, superiore stadio con l’affermazione di una peculiare barbarie, la "barbarie civilizzata", inaugurata dalla "grande guerra" e portata alle sue estreme conseguenze da Auschwitz e Hiroshima13. Soltanto nel secolo XX si ritrova la convergenza di tre elementi (la guerra totale, lo Stato criminale, lo sviluppo tecnologico) che ha reso possibile l’eliminazione di milioni di persone in tempi brevi. Però, non tutte le violenze di massa del ’900 sono caratterizzate dal medesimo grado di modernità, come attestano i genocidi degli armeni, dei cambogiani, degli hutu e dei tutsi, in cui c’é un intreccio inestricabile di aspetti moderni ed arcaici. Inoltre, neppure nell’intervento statunitense in Vietnam, basato su una meticolosa pianificazione e sull’impiego di armamenti sofisticati, il massacro assurge a fine in sé, per quanto sia elevatissimo il numero dei civili uccisi dai bombardamenti a tappeto, dal napalm e dai raid nei villaggi. E’ Hiroshima il crimine che, da questo punto di vista, maggiormente richiama Auschwitz14; sono le bombe atomiche, al pari delle camere a gas, a racchiudere tutti gli ingredienti della "barbarie tecno–burocratica moderna".


La controversa questione dell’unicità e gli Eichmann di carta

La riflessione sui genocidi come macabro risultato della razionalizzazione tecno–burocratica capace di inibire qualsiasi interferenza di natura morale rinvia, inevitabilmente, al nodo dell’unicità dello sterminio nazista e alla tendenza presente nell’intellettualità ebraica a sacralizzare la Shoah rivestendola di significati politici e religiosi interni alla stessa storia ebraica. Un mistero insondabile rimarrebbe la Shoah per coloro che sono convinti della sua incomparabilità e dell’impossibilità di spiegare, se non banalizzando, quanto avvenuto nel "buco nero" di Auschwitz. L’incapacità di pensare l’impensabile, di capire l’incomprensibile, la paralisi a cui é fatalmente condannato lo storico e l’impotenza del filosofo sono espresse inequivocabilmente da Elie Wiesel: "Chi non ha vissuto l’avvenimento, non lo conoscerà mai. E chi l’ha vissuto non lo rivelerà mai. Non veramente, non fino in fondo"15. Distanti da queste posizioni che rifiutano la storicizzazione della Shoah sono quegli intellettuali di origine ebraica che ne rivendicano l’unicità, ma all’interno di un discorso storico, rimarcando la portata planetaria del crimine e la novità assoluta di un regime politico che sancisce chi "deve e chi non deve abitare la terra"16.
Val la pena di ribadire che la tragica peculiarità del genocidio perpetrato dal nazismo é riconducibile, oltre che alla vastità del programma omicida, alla messa in campo della cultura tecnico–scientifica e delle risorse proprie di uno Stato nella fase matura dello sviluppo capitalistico–industriale. Sono questi i fattori che, secondo Christopher Browning, connotano il più grave genocidio della storia e autorizzano a distinguere la "soluzione finale" persino dalla decimazione della popolazione e dal sistematico assassinio degli ebrei in territorio sovietico17. Uno sterminio unico, perché mai prima di allora uno Stato, forte di tutti i mezzi a sua disposizione, aveva deciso la distruzione di un popolo nella sua totalità. Uno sterminio, a mio avviso, "paradigma della barbarie moderna" perché rivolto "contro la diversità umana", contro le alterità "pericolose": in nome di un imperativo biologico–razziale vengono massacrati, a partire dai minorati e malati di mente, non solo gli ebrei, ma gli zingari, i Testimoni di Geova, gli omosessuali, gli Untermenschen slavi, i soldati sovietici catturati dalle truppe tedesche. Senza stilare una graduatoria tra le vittime e le sofferenze, va ricordato che handicappati, ebrei e zingari erano colpevoli, agli occhi dei nazisti, per il solo fatto di esistere, di esser nati. Su questo punto i pareri degli studiosi continuano ad essere discordi. Guenter Lewy, di cui recentemente é apparsa un’organica ricostruzione della persecuzione nazista degli zingari, rifiuta il parallelismo tra la Shoah e il Porajmos, il "grande divoramento" ai danni dei Sinti e Rom, sostenendo che solo "nel caso degli ebrei, l’intento dei nazisti fu quello di annientarli sino all’ultimo uomo, donna, bambino"18. Dieci anni fa Sybil Milton, storica delle comunità zingare sotto il Terzo Reich, aveva invece osservato, in uno scambio epistolare con Yehuda Bauer, che "Il regime nazista perseguì una politica di sterminio coerente e complessiva – basata sull’ereditarietà – unicamente contro tre gruppi di esseri umani: i disabili, gli ebrei, gli zingari. [...] Gli appartenenti a questi gruppi non avevano possibilità di scampare al loro destino di morte modificando il comportamento o le loro convinzioni"19. E va rilevato come sia sintomatica l’estensione ai Lager, nella primavera 1941, dell’Aktion T4 con l’Operazione 14F13 per zingari ed ebrei handicappati, alla cui selezione provvide l’équipe di psichiatri richiesta da Himmler a Philipp Bouhler capo della segreteria del Führer.
Non si può ora non accennare alla questione, per tanti versi legata al tema dell’unicità, di come la Shoah abbia influito sull’identità collettiva di Israele, di come sia divenuta un aspetto fondamentale dell’agenda culturale e della civil religion del Paese20. Dopo il processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961, essa progressivamente si trasforma, con un’accelerazione negli anni ’80, in memoria nazionale istituzionalizzata21. Sempre più film e giornali ne alimentano il culto e il Giorno dell’Olocausto, ricorrenza celebrata dal 1959, é l’occasione per invitare a non dimenticare, e per diffondere gli insegnamenti sionistici sulla Shoah. E’ indubbio che sin dalla fine della seconda guerra mondiale il movimento sionista abbia fatto leva sulla "rivelazione di Auschwitz", sul senso di colpa per la tragedia che aveva travolto il popolo ebraico, allo scopo di promuovere la nascita dello Stato d’Israele; altrettanto indubbio é che, parteggiando per quest’ultimo, le Potenze occidentali e soprattutto gli Usa hanno pensato non solo di offrire una sorta di risarcimento, ma anche di assicurarsi l’appoggio di un avamposto, di uno "Stato–guarnigione" in un’area strategicamente nevralgica.
Sul rapporto tra Israele e il retaggio della Shoah ci sembra opportuno riportare le osservazioni conclusive del Settimo milione, il libro di Tom Segev, giornalista ed esponente di spicco della seconda generazione degli storici israeliani:

"Certo, la scuola e le celebrazioni ufficiali alimentano spesso lo sciovinismo e l’idea che lo sterminio nazista giustifichi qualsiasi azione purché giovi alla sicurezza di Israele, compresa la repressione della popolazione palestinese nei Territori occupati. Alla radice di questo atteggiamento c’é la nozione che l’Olocausto impone l’esistenza di uno Stato israeliano forte e che nessun paese ha titolo per ricordare a Israele gli imperativi morali, compreso il rispetto dei diritti umani, dal momento che nessuno di essi é riuscito a salvare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. [...] Parlare dei rischi che comporta il culto della memoria non significa però sostenere che gli israeliani farebbero bene a dimenticare l’Olocausto. Non possono e non devono dimenticare. Quello che devono fare é trarne conclusioni diverse. L’Olocausto chiede a tutti noi di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. Conferma e rafforza la legge israeliana che impone a ogni soldato di non obbedire a un ordine palesemente illegittimo. Certo non sarà facile inculcare gli insegnamenti umanistici dell’Olocausto finché Israele lotterà per difendersi e per giustificare la propria esistenza. Ma farlo é essenziale. E’ questo il compito del settimo milione"22.

Queste parole risalgono al 1993; da allora il dialogo di pace si é via via arenato per lasciare il posto, dal settembre 2000, ad una drammatica escalation di violenze. Di fronte all’incrudelirsi del conflitto israelo–palestinese, alla strategia di terra bruciata perseguita con estrema determinazione dal governo Sharon, che induce la risposta dei micidiali attentati suicidi, una considerazione si impone: non si può invocare la Shoah per legittimare qualsiasi politica venga adottata dalle élites dirigenti israeliane. Tuttavia, la negazione dello sterminio nazista ha purtroppo trovato ampia ricezione nel mondo arabo e, più in generale, in quello islamico, e i famigerati Protocolli dei savi di Sion 23 hanno goduto di una notevole circolazione nel Vicino Oriente postbellico24. E’ chiaro che si é in presenza di un caso clamoroso di contesa politico–culturale sul terreno della storia, con posizioni da un lato tendenti a rivendicare il primato della sofferenza e del dolore, ma dall’altro irrispettose della verità.
Come nulla hanno a che spartire con la ricerca della verità storica i cosiddetti negazionisti, che da qualche decennio si sforzano di emendare il nazismo dai suoi crimini attraverso la dimostrazione dell’inesistenza delle camere a gas e del progetto di sterminio25. Con un numero consistente di pubblicazioni e massicciamente presenti sui siti Internet, essi muovono dal rifiuto intransigente di qualunque documento o testimonianza che provi il genocidio per ridurlo a mera "invenzione sionista", per additare in Auschwitz una "Disneyland da turisti"26. Non a caso la rete neonazista mondiale sin dal 1985 ha puntato con decisione sulla diffusione delle loro tesi, dando vita proprio in quell’anno a Rosenheim, in Baviera, ad un Istituto di studi sul XX secolo27. Già nel 1978 era stato fondato a Torrence, in California, l’Institute of Historical Review, a cui si deve la formulazione degli otto assiomi che servono per coordinare ed omogeneizzare la produzione negazionista28, una sorta di catechismo per mettere in discussione e sconfessare la scientificità della vasta letteratura sullo sterminio nazista che ne ha ricostruito le modalità e le proporzioni.
Ebbene, la pretestuosa confutazione dell’entità e dei numeri del genocidio é un terreno scivoloso per chi tenta di falsificare la verità e ne rivela le reali intenzioni29. Sul paradigma "alternativo" che i negazionisti hanno cercato di costruire, ha scritto parole illuminanti Pierre Vidal–Naquet: "Nella nostra società di rappresentazione e spettacolo – sostiene l’antichista d’origine ebraica – é un tentativo di sterminio sulla carta, che si sostituisce allo sterminio effettivo. Si resuscitano dei morti per colpire meglio i vivi"30. Ed Eichmann di carta, assassini della memoria, sono i vari Faurisson, Thion, Butz, nonché David Irving, l’oratore più stimato e richiesto alle adunanze neonaziste. Questi é stato al centro di una paradossale vicenda giudiziaria conclusasi nell’aprile 2000 ed originata dalla sua denuncia per diffamazione contro la professoressa americana Deborah Lipstadt31. Lo sforzo dello studioso britannico di screditare l’intera storiografia dell’Olocausto, portandola sul banco degli imputati, é miseramente fallito. Come del tutto strumentale si é rivelata la sua reiterata obiezione secondo cui non si é mai rinvenuto l’ordine scritto di Hitler riguardante la "soluzione finale".
Dimostrando apparentemente una profonda incomprensione dei meccanismi di funzionamento del Terzo Reich, Irving non ha preso in considerazione il fatto che in un regime fondato sul Führerprinzip, sull’emanazione della legge direttamente dalla volontà del capo, non era necessario impartire una direttiva per iscritto perché si mettessero in moto gli apparati dello Stato e del partito32.
Un grave colpo – ove mai ce ne fosse stato bisogno – alla credibilità dei negazionisti, interessati peraltro a smentire soltanto la Shoah senza tener in alcun conto le altre vittime della "disinfestazione" razziale hitleriana, é venuto da Jean Claude Pressac. Chimico ed ex negazionista, convinto che la gassazione degli ebrei non fosse tecnicamente possibile, si é arreso all’evidenza delle sue stesse ricerche, finendo per essere particolarmente inviso agli ambienti da cui proveniva33.


Eugenismo, razzismo e biopolitica
Oltre che sulle dinamiche dello sterminio nazista, la storiografia ha negli ultimi tempi ulteriormente indagato sui moventi, sul retroterra ideologico–culturale, segnalando la centralità dell’eugenismo e del razzismo biologico, dell’enunciazione in termini scientifici della necessità e legittimità della soppressione dei cosiddetti anormali e dei popoli e individui bollati come inferiori34. L’omicidio industriale in nome di un programma di purificazione ha la sua principale fonte di ispirazione nel razzismo "scientifico", nelle teorie dell’igiene razziale che asseriscono l’ereditarietà non solo dei caratteri fisici, ma anche di quelli mentali, attecchendo in Europa tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900. Hitler annuncia nel Mein Kampf la sterilizzazione forzata già prefigurata nel programma della Società tedesca per l’igiene razziale, fondata in Germania nel 1905 e fautrice del controllo da parte del potere pubblico degli esseri biologicamente tarati.

"Lo Stato nazionale – si legge nella "bibbia" del nazismo – deve [...] permettere che solo chi é sano procrei figli, che sia contro la morale generare bambini quando si é malati o difettosi, e privarsi di ciò risulta il più alto pregio. [...] Lo Stato deve valersi, a tale scopo, delle più moderne scoperte mediche"35.

Il nazismo, così, fa sua la nozione di colpevolezza genetica, radicalizzando le formulazioni del darwinismo sociale, dell’impasto di ideologia e scienza che ritrascrive in termini razziali le disuguaglianze sociali. Esso raccoglie l’eredità perversa della cultura europea ottocentesca, fondendo razzismo biologico ed antisemitismo.
L’avversione contro l’altro, il diverso, particolarmente centrale nell’ideologia e nella prassi nazista, ha nell’ebreo la figura che più delle altre riassume i tratti dell’"alterità"36. Messo alla stregua di un agente patogeno, di un virus da debellare, é denunciato come l’incarnazione dell’antinatura, dell’"antirazza" (Gegenrasse), cioé di quanto di più esiziale possa esserci. Idee ed espressioni analoghe si rinvengono già sul finire del secolo XIX, allorché Paul de Lagarde37, uno degli esponenti della trinità antisemita tedesca, aveva perentoriamente affermato:

"Ci vuole un cuore duro come la pelle del coccodrillo... per non odiare e disprezzare coloro che – per senso di umanità! – rivolgono la parola a questi ebrei, o che sono troppo vigliacchi per schiacciare questo immondo insetto usuraio. Non si viene a patti con le trichine e con i bacilli. Non si devono "educare" le trichine e i bacilli, ma li si deve annientare al più presto e nel modo più radicale".

Il terreno dell’odio era stato a lungo dissodato dall’antisemitismo tradizionale di ispirazione cristiana, specialmente con l’assimilazione degli ebrei alle forze demoniache. Il travaso o meno dell’antigiudaismo nell’antisemitismo politico e biologico é una questione che continua a riproporsi e non prive di fondamento risultano le argomentazioni di chi parla di "simbiosi teo–biologica", individuando nel discorso teologico–religioso l’impalcatura sulla base della quale i moderni saperi medico–scientifici hanno teorizzato la biopolitica di tutela della razza38.
Con il regime nazista, che si prefigge di raggiungere la perfezione razziale attraverso l’instaurazione di una biocrazia, la scienza si ritrova ad essere una componente essenziale dell’esercizio del potere. Il personale sanitario e i medici – la categoria professionale che maggiormente aderisce al nazismo – vengono considerati dei "soldati biologici" e dei "coltivatori di geni". Strettissima é la correlazione tra biopotere e sterminio, concepito da Hitler, che venera l’antropologo razzista Madison Grant e ama definirsi "il Robert Koch della politica", come un capitolo della parassitologia. Gli "involucri vuoti" dei disabili, dei malati mentali, a partire dai bambini, sono i primi a farne le spese. La soppressione delle vite "indegne di essere vissute" viene realizzata con il "programma Eutanasia", autorizzato per iscritto dal Führer ed iniziato nell’ottobre 1939. Sbocco di un percorso cominciato con la legge sulla sterilizzazione del 1933, l’"Aktion T4" – come viene chiamata in codice dal nome della villetta berlinese al numero 4 della Tiergartenstrasse dove si riuniscono i tecnici dell’omicidio – é l’agghiacciante attuazione dell’illimitato potere sui corpi che lo Stato nazista si arroga, la pagina d’apertura del libro dello sterminio, l’"olocausto psichiatrico" che precede gli altri olocausti. E’ significativo che le camere a gas fisse vengano inventate ed usate per la prima volta durante l’Operation T4. I centri di eliminazione di Brandenburg, Hadamar, Grafeneck, Sonnenstein ed Hartheim saranno veri e propri laboratori, sedi d’addestramento per la "soluzione finale". Come ancor più eloquente é il fatto che siano gli specialisti del crimine, responsabili della sistematica uccisione di circa 100.000 disabili, ad essere incaricati di mettere a disposizione le loro competenze per risolvere i problemi tecnici posti dall’esecuzione dell’assassinio di massa. Basti pensare al ruolo di Christian Wirth negli SS Sonderskommandos di Chelmno e Belzec o a quello dell’austriaco Franz Stangl, comandante a Sobibor e Treblinka; entrambi avevano preso parte al programma di eutanasia39.


La crociata contro il "giudeobolscevismo" e la guerra d’annientamento ad Est
Accanto all’eugenismo e al razzismo, l’imperialismo di fine Ottocento é l’aspetto della storia europea che maggiormente influisce sulla configurazione ideologica e sulle politiche del nazismo. Il nesso con il colonialismo é palese nella guerra contro l’Urss: la riduzione degli slavi in schiavitù, la cancellazione delle "razze nocive", l’assassinio di massa dei "negri bianchi" dell’Ucraina e dei "sottouomini asiatici", hanno i loro antecedenti e modelli nelle guerre coloniali e nello sterminio dei nativi in Nord America. Hitler guarda agli immensi spazi dell’Est come alle Indie germaniche, come alla nuova frontiera dei coloni ariani, i moderni cavalieri teutonici destinati ad emulare i pionieri del West, a rigenerare il "deserto bolscevizzato" abitato da subumani. Sul legame tra nazismo ed imperialismo classico, tema attualmente messo da parte, sul rapporto tra conquista e sterminio politico e razziale ad Est, é stato Domenico Losurdo a richiamare l’attenzione con una lucida e documentata analisi40. Come hanno suggerito gli storici tedesco–orientali Pätzold e Schwarz, é l’espansione imperialistica, caratterizzata dal disprezzo per la sorte dei popoli sottomessi, a costituire la "preistoria recente della "soluzione finale’"41, dell’eliminazione su vasta scala degli Untermenschen, dei pellerossa del "selvaggio Est". La guerra per lo "spazio vitale", per strappare le terre agli "indiani" e procacciarsi gli schiavi, per costruire un gigantesco impero continentale, assume i toni della crociata contro il barbaro nemico rappresentato dal "giudeobolscevismo".
Tale categoria, espressione dell’odio ideologico–razziale contro la "malefica" alleanza tra ebraismo e bolscevismo, prende piede in relazione a quanto accade in Russia nel 191742. La rivoluzione d’Ottobre sembra dar corpo ai peggiori fantasmi: gli ebrei, che i "bianchi" massacreranno nel corso della guerra civile a decine di migliaia43, vengono visti come i sobillatori, i rivoluzionari. Chi, d’altronde, può avere interesse a rovesciare l’ordine costituito – sostengono gli agitatori antisemiti – se non gli ebrei, apolidi e perciò incalliti internazionalisti? Chi se non ebrei, come Lev Trotskij in Russia, come Rosa Luxemburg a Berlino, Kurt Eisner e Gustav Landauer in Baviera, sono i capi dei moti insurrezionali? Dopo il 1917, sulla stampa anglosassone come su quella francese, ricevono sempre più ascolto coloro che imputano alla congiura giudaica la lunghezza del conflitto e gli sconvolgimenti nella terra degli zar. Viene rilanciato in grande stile il mito della cospirazione mondiale ebraica. E’ il magnate dell’industria automobilistica Henry Ford a capeggiare, in un primo momento, la mobilitazione contro il complotto ebraico–bolscevico44. Gli articoli che scrive sul suo "Deaborn Indipendent" vanno a comporre L’ebreo internazionale (novembre 1920), un libro che ha una grande eco negli ambienti antisemiti e fa da volano ai Protocolli dei Savi di Sion. Himmler, il capo delle SS, confesserà il debito nei confronti di questi due testi nell’aiutarlo ad individuare il "più grande nemico di tutti i tempi, l’ebreo internazionale".
Contro l’Urss, lo Stato di "subumani", di cui gli ebrei sono ritenuti la guida e il cervello45, sarà scatenata una guerra per spegnere il focolaio di contagio, per proteggere la civiltà occidentale dal bacillo della dissoluzione. La brutalizzazione del conflitto verrà favorita in primo luogo dal costante richiamo allo stereotipo del giudeobolscevismo, in cui l’avversione politica si sovrappone al pregiudizio razziale. Ne sono prova, ad es., i rapporti delle unità operanti in Bielorussia:

"Gli ebrei – si legge in un dispaccio del 19 ottobre 1941 – in quanto guide spirituali e vessilliferi del bolscevismo e dell’idea comunista sono i nostri nemici mortali. Devono essere annientati. Sempre e ovunque siano stati segnalati atti di sabotaggio, istigazione della popolazione e resistenza ecc. che ci hanno costretto a contromisure, abbiamo constatato che gli ebrei ne erano gli autori, i mandanti e, in grandissima parte, gli attori stessi"46.

L’invasione dell’Urss nell’estate del 1941, oltre a determinare una svolta nel corso della seconda guerra mondiale, apre una fase in cui il tentativo di ripulire l’Europa dall’infezione giudaica (judenrein) viene inserito dall’élite nazista negli ambiziosi progetti di ristrutturazione territoriale e demografica dell’Est. In nome di una logica tecnocratica di rimodellamento del continente, si prospetta l’eliminazione di "bocche inutili" mediante misure come la deportazione in aree particolarmente inospitali o la requisizione di risorse agricole. I "criminali da tavolino" intendono condannare gli Untermenschen slavi a vegetare ad un infimo livello di vita e di cultura o alla morte per fame. In Russia, specialmente nelle zone povere di generi alimentari, "molte decine di milioni di uomini – scrive l’estensore di un piano di "affamamento" – diverranno superflui e moriranno oppure dovranno emigrare in Siberia"47. Nel suo ultimo saggio Christopher Browning mette in rilievo come i progetti di ingegneria demografica, i piani di "pulizia etnica" elaborati dall’imperialismo razziale nazista costituiscano una tappa basilare nel passaggio dalla Judenpolitik alla Vernichtungspolitik, che, fra il settembre 1939 e il luglio 1941, conosce un’accelerazione fino allo stadio del genocidio implicito, raggiunto con le direttive per l’attacco all’Urss, tra cui il Kommissarbefehl, l’ordine che ingiungeva di abbattere i militanti e quadri bolscevichi. Lo sterminio degli ebrei, e non solo di essi, prende corpo nel quadro più ampio del Generalplan Ost, la colossale ristrutturazione demografica, abbozzata dagli uomini di Himmler alla fine del 1941, che prevede la deportazione e la decimazione di 31 milioni di individui48.
Funzionali alla realizzazione di questo "utopico" disegno, basato sulla sottomissione e la liquidazione di interi popoli, sono, in un’orgia di violenza e distruzione senza precedenti, i massacri di ebrei, comunisti e partigiani. La loro uccisione (2,2 milioni di morti secondo Dietrich Eicholtz) é la cruenta premessa del Nuovo Ordine ad Est, il presupposto indispensabile della colonizzazione e germanizzazione dei territori sovietici. Le mire imperialistiche si saldano, così, con i motivi e le ragioni del razzismo e dell’anticomunismo49. La "missione civilizzatrice" in Europa orientale, la disintegrazione del bolscevismo e dell’Urss, l’eliminazione dei subumani rientrano in un unico grande piano biologico–razziale di sfruttamento e di dominio50.


Uno sterminio plurale e la gerarchia del terrore
Concepita come un’impresa coloniale e condotta secondo criteri d’annientamento, l’Operazione Barbarossa vede subito in azione le Einsatzgruppen SS, i reparti speciali, che hanno ricevuto l’ordine il 6 giugno – ancor prima dell’attacco – di passare per le armi i commissari politici bolscevichi, l’intelligencia e gli ebrei. Già perfettamente addestrate, a conferma del carattere premeditato dello sterminio, spesso comandate da accademici e intellettuali, che si trasformano in zelanti esecutori di morte, queste unità mobili, d’intesa con la Wehrmacht, attuano nelle città e foreste dell’Unione Sovietica una sanguinaria bonifica politica e razziale. A Babi Yar presso Kiev tra il 29 e 30 settembre 1941 sono giustiziati 33.771 ebrei51: é l’eccidio di proporzioni più grandi fra i tanti che funestano genti e contrade dell’Urss52. Dietro il paravento della lotta antipartigiana viene esercitato uno spietato controllo sui civili, esposti alle ritorsioni e rappresaglie dei soldati autorizzate dal decreto Barbarossa, che l’ammiraglio Keitel aveva firmato il 13 marzo 1941. La violenza e il terrore sono, dunque, gli strumenti cui si affida il nazismo per dominare su una smisurata area: per la popolazione sovietica, tranne gli iloti per i tedeschi, si ha in serbo l’estinzione progressiva.
é in questo contesto che matura la "soluzione finale della questione ebraica", per la quale alla Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942) viene messa a punto una strategia di maggiore coordinamento. Tuttora aperta é la disputa sul momento in cui viene presa la decisione del genocidio. Si tratta di un aspetto rilevante del dibattito storiografico e non solo in relazione al falso problema, sollevato dai negazionisti, dell’esistenza o meno dell’ordine scritto53. Già qualche anno fa Arno J. Mayer, in un ponderoso volume, aveva ricondotto ciò che lui definisce ebreicidio all’impantanarsi e al fallimento dell’offensiva tedesca ad Est. A suo avviso, l’annientamento degli ebrei viene programmato allorché appare incerto l’andamento della crociata contro il giudeobolscevismo, il nemico razziale e di classe da annichilire54. Da questa tesi si discosta il funzionalista moderato Christopher Browning, che data la decisione dello sterminio nell’estate 1941 all’indomani delle prime, travolgenti vittorie della Wehrmacht: sarebbe stata l’euforia del successo a spingere Hitler a decretare l’eliminazione integrale degli ebrei. Un indizio probante é il telegramma del 31 luglio 1941 in cui Gäring ordina ad Heydrich di iniziare i grandi preparativi per la "soluzione totale"55.
Comunque sia, é indubbio che proprio da quel periodo si intensifica l’assassinio di massa secondo ritmi industriali. L’esigenza di incrementare lo sterminio, senza sottoporre gli "squadroni della morte" allo stress di abbattere quotidianamente centinaia, migliaia di esseri inermi, induce ad adottare metodi più rapidi e efficaci. Dalle azioni criminali degli Einsatzgruppen, "un misto di organizzazione raffinata e di immenso caos"56, dalle esecuzioni di massa, che continuano sino all’agosto 1943, si passa al genocidio perfettamente congegnato, con l’uso dapprima dei gas di scarico degli autocarri, del monossido di carbonio e poi dell’acido cianidrico contenuto nello Zyklon B ed immesso in locali adibiti al "trattamento speciale". Se i camion a gas entrano in funzione nel dicembre 1941, si sperimenta per la prima volta ad Auschwitz lo Zyklon B, il 3 settembre dello stesso anno, su 250 deportati e 600 prigionieri sovietici. Il processo di distruzione compie un salto tecnologico con l"apertura dei centri di annientamento dell’"Aktion Reinhardt"57, i campi "del massacro puro ed integrale" dai quali "non usciva nessuno"58.
Numerose, dunque, sono le varianti dell’eliminazione: dai "massacri itineranti" alle efficienti fabbriche di cadaveri, senza dimenticare i ghetti, stracolme e miserrime anticamere di morte. Su quest’ultimo aspetto il rigoroso lavoro di Gustavo Corni ha colmato una grossa lacuna59. Servendosi di molteplici fonti, tra cui diari e memorie che riflettono la soggettività dei reclusi negli spazi angusti dei ghetti in Polonia e in Urss, lo specialista di storia tedesca getta luce su un vasto mosaico, i cui tasselli sono la fame, le difficilissime condizioni abitative, il ruolo controverso degli Judenräte e della polizia ebraica60, i rastrellamenti e le deportazioni; elementi che concorrono a rendere elevatissima la mortalità. E le cifre dello sterminio, come dimostrano attendibili rilevazioni, sono impressionanti. Secondo le stime prudenti di Raul Hilberg il 25–30% degli ebrei viene assassinato dai plotoni di esecuzione, il 50% é asfissiato nelle camere a gas, il restante 25–30% é mietuto dall’inedia, dalle malattie infettive nei ghetti o dalle esecuzioni brutali durante le "marce della morte", i trasferimenti dai Lager verso i campi situati in Germania sotto l’incalzante avanzata dell’Armata Rossa61. Vengono uccisi due terzi degli ebrei di tutta Europa, la quasi totalità di quelli polacchi62, all’incirca un milione e mezzo di bambini al fine di impedire la riproduzione delle comunità giudaiche. Ai 5 milioni e 100.000 ebrei vanno aggiunti circa 500.000 Sinti e Rom, vittime di un altro genocidio, nonché i 3.300.000 prigionieri di guerra sovietici, oltre il 50%, falcidiati dalla denutrizione, dai maltrattamenti, dal tifo petecchiale, dalle fucilazioni e dalle camere a gas. Mettere insieme l’Olocausto, la "lotta alla piaga zingara", la spaventosa indifferenza per la vita dei soldati sovietici, considerati "zavorra", "materiale umano" inservibile, non vuol dire ridimensionare il dramma del popolo ebraico, ma sottolineare lo spettro ampio dello sterminio nazista, la cui perversa logica si dispiega a pieno nell’universo concentrazionario.
Nati come Knochenmühlen, "mulini da ossa", come laboratori di tecniche e forme di dominio per spezzare la volontà di chiunque vi fosse detenuto63, i Lager infatti prefigurano il "Nuovo ordine europeo", la terrificante gerarchia sociale ed etnico–razziale che i nazisti intendono imporre all’intero continente. Frutto di una lunga incubazione64, spazio in cui si compenetrano ideologia razzista, Stato dittatoriale e società di massa, sono nel Terzo Reich dapprima centri d’intimidazione terroristica, poi campi di annientamento, luoghi di sfruttamento della manodopera servile e sedi di raccapriccianti esperimenti medici su cavie umane65. Una molteplicità di funzioni e di caratteristiche, tutte presenti ad Auschwitz, "ibrido impero di Lager"66.
Il Lager, dunque, non é soltanto sinonimo di distruzione fisica, é anche e soprattutto – come ha detto Primo Levi – "un sistema infero" capace di degradare e assimilare a sé le vittime. Esso rappresenta l’anello centrale della società totalitaria, "l’ordine del terrore" modellato da una disciplina che riproduce ed esalta ferree divisioni razziali e sociali67. Auschwitz, l’enorme campo in Polonia che associa lo sfruttamento del lavoro e l’eliminazione, diventa l’emblema di un potere che utilizza e sistematicamente fagocita le "razze inferiori"68. Simbolo della brutalità organizzata, forma estrema del potere assoluto, il Lager nazista é caratterizzato da un cinismo smisurato, come attesta il riciclaggio di singole parti del corpo degli stessi cadaveri. Della sua efficienza disumanizzante si giova, in larga misura, il capitalismo tedesco: colossi come la IG Farben, d’intesa con le SS, lucrano altissimi profitti69.
Retto da una meticolosa amministrazione della violenza, il Lager svuota di ogni volontà reattiva l’internato, schiacciato giorno dopo giorno dalle conseguenze della denutrizione e della sporcizia, da un lavoro estenuante, dalle malattie e dalla crudeltà dei kapò. "Si sentiva [...] dominato – ha osservato Primo Levi, il grande interprete–testimone – da un enorme edificio di violenza e di minaccia, ma non poteva costruirsene una rappresentazione perché i suoi occhi erano legati al suolo dal bisogno di tutti i minuti"70. L’annichilimento psicologico e fisico é l’inesorabile risultato di un processo di debilitazione e di alienazione a cui sono destinati i paria del Lager: gli ebrei, gli zingari, i soldati sovietici. È la spersonalizzazione delle vittime, private di qualsiasi sembianza umana, il frutto più velenoso dell’ideologia nazista, che così ottiene che una minoranza di aguzzini e una maggioranza di "uomini comuni" conducano a termine una gigantesca carneficina.


"Ordinary men" e collaborazionisti
Tra i fattori che hanno consentito "l’accelerazione distruttiva" vanno inclusi, oltre che l’impiego della moderna tecnologia e la disumanizzazione delle vittime, l’operato degli Einsatzgruppen, della Polizia di sicurezza, delle autorità centrali e regionali, nonché dell’amministrazione civile e militare, della Polizia d’ordine, dei collaboratori locali e delle milizie ausiliarie. Il discorso si sposta, in questo modo, sulla base e i gradi intermedi della piramide dell’omicidio di massa, sugli esecutori e burocrati dello sterminio, sugli "ordinary men". E’ stato calcolato che un milione fra uomini e donne viene coinvolto, a vario titolo e con differenti livelli di consapevolezza, nella macchina di morte71. Nell’ormai classico La distruzione degli ebrei d’Europa Raul Hilberg, attraverso un esame dettagliato della documentazione tedesca, ricostruisce le articolazioni dell’"ingranaggio della distruzione". Quanto più, dichiara nella premessa, "mi immergevo nel problema, più mi accorgevo che mi ero inoltrato nello studio di un processo organizzato, messo in atto da burocrati a capo di una macchina amministrativa che interessava un intero continente". Dalla densa ricerca viene fuori con nettezza che protagonisti dello sterminio sono soprattutto "i tecnici amorali del potere": funzionari di ministeri, banchieri, ecclesiastici, meccanici, ragionieri, impiegati, stenografi. Una vasta struttura atomizzata che favorisce la deresponsabilizzazione del singolo mediante la segmentazione dei compiti, l a parcellizzazione delle mansioni. La burocratizzazione dell’assassinio si traduce nella presa di distanza da esso, in un vero e proprio sdoppiamento: si é di fronte ad "esseri bicefali", a buoni padri e al tempo stesso a implacabili esecutori, come sono per lo più i medici SS. E’ tipica del secolo XX la figura, tutta dentro la normalità moderna, del criminale–funzionario, dell’assassino–burocrate.
Su degli "ordinary men", autori materiali di una serie di eccidi in Polonia, si dispone del pregevole lavoro di ricerca del più volte citato Christopher Browning72. Questi, mediante una ricca raccolta di testimonianze (i 125 interrogatori del processo contro i membri del Battaglione 101) mostra come dei riservisti di polizia, in genere di mezza età, non iscritti alla Nsdap e provenienti dalle classi meno abbienti, si siano trasformati in efficienti carnefici. Tenendo anche conto dei risultati acquisiti con gli esperimenti di Milgram e Zimbardo, indica i motivi che hanno dettato il loro comportamento nelle ragioni di carriera, nell’obbedienza all’autorità, nel conformismo di gruppo, nell’introiezione di una pervasiva cultura della violenza. Ben diverse le premesse e le conclusioni del libro di Daniel J. Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, che ha acceso una serrata discussione nella comunità degli storici73. Semplificando il passato della Germania ed espungendolo dal quadro europeo, Goldhagen attribuisce l’efferata "caccia agli ebrei" unicamente all’"antisemitismo eliminazionista" di tutti o quasi i tedeschi. Questa spiegazione monocausale e demonologica, che porta ad un "intenzionalismo estensivo"74, non aiuta a comprendere un evento complesso quanto altri mai. Certo, l’antisemitismo nelle sue varie declinazioni e soprattutto nella versione biologica é stato un fattore di primaria importanza. Né si può trascurare il peso della capillare propaganda ideologica, di cui un esempio é la diffusione nel 1942 da parte delle SS di 4 milioni di copie dell’opuscolo Der Untermensch75. Prevalentemente i "banali" esecutori obbediscono a comandi che giudicano in sintonia con la propria visione del mondo, dando così luogo ad una letale interazione con le direttive politiche delle gerarchie naziste.
La macchina di morte si vale anche di un’ampia rete di collaboratori, in particolare nell’Est europeo, dove l’avversione antigiudaica ha radici robuste e ramificate, con risvolti pure sul piano legislativo76. Gli squadroni omicidi hanno gioco facile nell’aizzare la popolazione locale, nel reclutare specialmente nei paesi baltici e in Ucraina migliaia di ausiliari, di poliziotti o di volontari, promotori di pogrom77 e poi persecutori degli ebrei con le uniformi tedesche. Particolarmente crudeli risultano gli antisemiti rumeni che ad Odessa consumano un vero e proprio bagno di sangue. A loro volta le Croci frecciate ungheresi si accaniscono, nella seconda metà del 1944, nel rastrellamento e nella deportazione dell’ultima grande comunità ebraica d’Europa. A primeggiare in efferatezze sono soprattutto le bande ustascia dello Stato "indipendente" croato, il satellite più feroce del Terzo Reich. 487.000 serbi ortodossi, 27.000 zingari, all’incirca 30.000 ebrei, nonché migliaia di comunisti é il bilancio di "uno dei più terrificanti massacri di civili che la storia conosca"78. Il regime del poglavnik (duce) Ante Pavelic, fondato sull’amalgama di devozione cattolica e di fanatismo nazionalista, ha nel famigerato campo di Jasenovac la sua Auschwitz. "Per le mie azioni passate, presenti e future – asserisce un ufficiale della milizia – finirò a bruciare all’inferno, ma almeno brucerò per la Croazia"79.
Gravi le collusioni della Chiesa cattolica con uno Stato prontamente riconosciuto dal Vaticano e salutato con favore dall’arcivescovo di Zagabria Alois Stepinac, la cui beatificazione nell’ottobre 1998, da parte dell’attuale pontificato, é un atto vergognoso e carico di significati politici80. Come ormai é accertato, i francescani si macchiano in quelle terre di innumerevoli delitti, uccidendo, incendiando case, saccheggiando villaggi; il clero croato invita a sgozzare non solo i serbi, ma anche gli ebrei. Del resto il "Katolicki list", il semi–ufficiale settimanale diocesano, aveva bollato questi ultimi nel corso degli anni ’30 come empi massoni, dediti all’aborto e alla sovversione comunista. Ci si imbatte, così, nella problematica dell’atteggiamento complessivo tenuto dalla Chiesa di fronte alla Shoah. Se non pochi "fratelli ebrei" – come recentemente li ha apostrofati papa Wojtila – hanno beneficiato dell’aiuto di sacerdoti ed ecclesiastici, é pur vero che grazie alla catena dei conventi Ante Pavelic e altri criminali nazifascisti sono riusciti a mettersi in salvo. Inoltre la gerarchia cattolica in tutta l’Europa centro–orientale ben poco ha fatto per proteggere i perseguitati. Ma soprattutto ancora oggetto di discussione é la vexata quaestio del "silenzio complice" della Santa Sede. Pio XII, che alta leva la sua protesta contro i bombardamenti alleati su Roma e scomunica i comunisti nel 1949, tace perché paventa che di una solenne condanna dei crimini nazisti possa avvantaggiarsi il più insidioso totalitarismo stalinista, ateo e materialista. La preoccupazione per la minaccia bolscevica é senza dubbio uno dei motivi che hanno suggerito una calcolata prudenza. Michael Phayer, in un accurato contributo, lega la mancata denuncia dell’Olocausto al silenzio mantenuto dal Vaticano anche sui "genocidi locali" in Polonia e in Croazia che hanno preceduto la "soluzione finale"81.
I silenzi della Chiesa cattolica come delle Potenze alleate, le complicità e la collaborazione di parte non trascurabile delle società europee hanno reso più facile il compito dei nazisti, degli ustascia, degli Hlinka cecoslovacchi, delle Croci frecciate ungheresi, delle guardie baltiche ed ucraine, dei fascisti francesi e dei repubblichini italiani. La portata e le dimensioni del collaborazionismo lungo "l’arco semicircolare che va dalla Norvegia ai Balcani" ci ricordano che lo sterminio nazista é una ferita non rimarginabile non solo per la Germania, ma per l’Europa tutta, al cui interno, sia pur con metodi e tecniche innovative, vengono applicate quelle pratiche di sterminio già sperimentate sulle popolazioni coloniali durante la stagione "aurea" dell’imperialismo.


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NOTE

* E’ opportuna una precisazione in via preliminare. Sia olocausto sia la parola ebraica Shoah (catastrofe) sono i termini, di derivazione religiosa, con cui abitualmente si designa la specificità della distruzione degli ebrei d’Europa nel corso della seconda guerra mondiale. Qui, invece, si userà prevalentemente il termine sterminio per indicare da un lato l’ampiezza e la radicalità dei crimini commessi dal nazismo, dall’altro l’essenza, la logica di un regime volto a realizzare un disegno di dominio politico su basi biologico–razziali.

1 La parola genocidio fu coniata, nel 1944, dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin in riferimento alla drammatica novità di ciò che stava accadendo nell’Europa occupata dalla Germania nazista. Sulle definizioni che si sono affermate nell’arco di quasi sessant’anni si rinvia alla fine analisi di Anna–Vera Sullman Calimani, I nomi dello sterminio, Torino, Einaudi, 2001.
2 Su tale tema cfr. Yves Ternon, Lo Stato criminale. I genocidi del XX secolo, Milano, Corbaccio, 1997 e Gianni Moriani,Il secolo dell’odio. Conflitti razziali e di classe nel Nove–
cento, Venezia, Marsilio, 1999.
3 Cfr. Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano, Garzanti, 2001; G. Moriani, op. cit., Joel Kotek–Pierre Rigoulot, Il secolo dei campi. Detenzione, concentramento e sterminio: 1900– 2000, Milano, Mondadori, 2001, Robert Conquest, Il secolo delle idee assassine, Milano, Mondadori, 2001.
4 Vittorio Strada, La genealogia delle dittaturein Ripensare il XX secolo. Oltre la guerra fredda, Firenze, Liberal libri, 1999, p. 14; si veda anche Stephane Courtois (a cura di), Il libro nero del comunismo, Milano, Mondadori, 1998.
5 Sullo Historikerstreit, il dibattito tra gli storici tedeschi, G. E. Rusconi (a cura di),Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Torino, Einaudi, 1987; un ottimo approfondimento critico si trova in P. P. Poggio, Nazismo e revisionismo storico, Roma, manifestolibri, 1997.
6 Cfr. Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917–1945, Firenze, Sansoni, 1988; nonché Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del novecento, Milano, Corbaccio, 1999.
7 J. Kotek–P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit. Anche Andrzey J. Kaminski, deportato a Gross Rosen e a Flossenburg ed autore della prima storia comparata della forma Lager, I campi di concentramento dal 1896 a oggi. Storia, funzioni, tipologia, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, aveva rilevato la mortifera singolarità dei campi di sterminio nazisti.
8 Per quanto concerne le posizioni di Teodor W. Adorno cfr.L’educazione dopo Auschwitzin Parole chiave. Modelli critici, Milano, SugarCo, 1974.
9 Zygmunt Bauman,Modernità e Olocausto, Bologna, il Mulino, 1992, p.30.
10 Cfr. Edwin Black, Ibm e l’Olocausto, Milano Rizzoli, 2001.
11 Enzo Traverso, La violenza nazista. Una genealogia; Bologna, il Mulino, 2002.
12 Georges Bensoussan, L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Torino, Einaudi, 2002, p.107.
13 Michael Läwy, La dialettica della civiltà: figure della barbarie moderna nel XX secolo, in M. Flores, Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2001.
14 Cfr. Günther Anders, Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Milano, Linea d’ombra, 1995; inoltre Angelo D’Orsi, Se questa é storia. Auschwitz e Hiroshima come macerie della modernità e Cesare Pianciola, Auschwitz e Hiroshima, eredità del secolo, in "Giano. Pace ambiente problemi globali", n. 21, settembre–dicembre 1995.
15 In Penser Auschwitz, "Pardes", nn. 9–10, 1989, p. 66.
16 Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 284.
17 Christopher R. Browning,Procedure finali. Politica nazista, lavoratori ebrei, assassini tedeschi, Torino, Einaudi, 2001, p. 35.
18 Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Torino, Einaudi, 2002, p. 325.
19 Riportato da G. Lewy, op. cit., p. 322.
20 Cfr. David Bidussa, La storiografia della seconda generazionein "Gli argomenti umani. Sinistra e innovazione", n. 7, luglio 2000, pp. 59–65.
21 Cfr. Tom Segev, Nel 1961, la svolta del processo Eichmann, in "Le monde diplomatique", aprile 2001.
22 Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001, p. 470.
23 E’ un classico della letteratura antisemita affermatosi dopo la prima guerra mondiale. In questo falso libello redatto dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, sono raccolti i verbali che documenterebbero l’incontro fra tredici ebrei nel cimitero di Praga per organizzare il piano di conquista del mondo attraverso i mezzi della modernità: dalla stampa alla finanza, dalle agitazioni sociali agli sconvolgimenti politici.
24 Su questo punto si veda Roberto Finzi, L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei
ai campi di sterminio, Firenze, Giunti, 1997, p. 119.
25 Cfr. Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Milano, Bompiani, 1998.
26 L’irridente definizione é di David Irving.
27 Sul movimento neonazista si vedano F. Fracassi, Il Quarto Reich. Organizzazioni, uomini e programmi dell’internazionale nazista , Roma, Editori Riuniti, 1996; Guido Caldiron, La destra plurale. Dalla preferenza nazionale alla tolleranza zero, Roma manifestolibri, 2001.
28 Una fonte ossessivamente citata dai negazionisti é il "Rapporto Leuchter", redatto da un tecnico statunitense incaricato nel 1988 da Faurisson – dietro il lauto compenso di 37.000 dollari – di smontare scientificamente "la menzogna di Auschwitz". Il rapporto firmato da Fred Leuchter, militante dell’Aryan Nations, sorvola sul fatto che all’epoca erano già trascorsi quarant’anni dalla chiusura dei campi e gli agenti atmosferici avevano provveduto ad alterare qualsiasi traccia. Su tale questione cfr. le puntuali osservazioni di Till Bastian, Auschwitz e la "menzogna su Auschwitz". Sterminio di massa e falsificazione della storia, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
29 I registri dei campi, spesso distrutti dai nazisti prima di andarsene, sono una fonte imprecisa, poiché non danno notizia di quanti venivano immediatamente selezionati o vi transitavano soltanto.
30 P. Vidal–Naquet, Gli assassini della memoria, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 24.
31 Sul caso giudiziario Irving–Lipstadt cfr. D.D. Guttenplan, Processo all’Olocausto, Milanno, Corbaccio, 2001. Si é trattato di un inusuale dibattimento, su cui si é soffermato in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’università di Torino Eric J. Hobsbawm, suscitando non poche reazioni polemiche.
32 Il Führerprinzip come fonte delle norme é teorizzato dall’eminente giurista Carl Schmitt, una delle figure intellettuali più prestigiose della Germania nazista.
33 Jean Claude Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941–1945, Milano, Feltrinelli, 1994. L’autore fornisce una documentazione minuziosa delle tecniche dello sterminio.
34 Cfr. Henry Friedländer, Le origini del genocidio nazista, Roma, Editori Riuniti, 1997; Gianni Moriani, Il secolo dell’odio, cit. Sulla biopolitica, categoria di derivazione foucaultiana, cfr. Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi, 1995.
35 Adolf Hitler, Mein Kampf (La mia battaglia), ediz. priva di note tipografiche, pp. 34–35.
36 Cfr. Jean Paul Sartre, L’antisemitismo, Milano, Mondadori, 1990.
37 E’ lo pseudonimo dell’orientalista Paul Anton Bättincher (1827–1891). Egli costituisce, insieme con Houston Stewart Chamberlain e il positivista Karl Eugen Dühring, la trinità dei classici tedeschi dell’antisemitismo.
38 Mauro Bertani, Postfazione a Georges Bensoussan, op. cit., p. 166. Cfr. inoltre David Kertzer, I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano nell’ascesa del’antisemitismo moderno, Milano, Rizzoli, 2002. Lo studioso ha evidenziato il peso che l’antigiudaismo cattolico ha avuto nello svilupparsi dell’antisemitismo sociale, politico, economico e razziale.
39 Wolfgang Benz, L’Olocausto, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pp. 110–111.
40 Domenico Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Roma–Bari, Laterza, 1996; inoltre dello stesso Losurdo si legga il saggio dedicato all’analisi e comparazione delle tipologie del razzismo, L’ebreo, il nero e l’indio nella storia dell’Occidente, in "Giano. Pace ambiente problemi globali", n. 33, maggio–agosto 1999.
41 Kurt Pätzold–Erika Schwarz, Ordine del giorno: sterminio degli ebrei. La conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 33.
42 Cfr. Domenico Losurdo, La comunità, la morte, l’Occidente, Heidegger e l’"ideologia della guerra", Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 93–118.
43 Sono almeno 60.000 le vittime fra gli ebrei.
44 Per Ford "la rivoluzione russa é di origine razziale, non politica". Questa citazione é tratta da D. Losurdo, Il revisionismo storico, cit., p.223. Sull’antisemitismo di Henry Ford cfr. anche R. Finzi, op. cit., pp.74–76.
45 E. Traverso, La violenza nazista, cit., p. 88.
46 Citato da Hannes Heer, La logica della guerra di sterminio. Werhmacht e "lotta antipartigiana" in Unione Sovietica, in "Italia contemporanea", n. 209–210, dicembre 1997–marzo 1998, p.95.
47 Riportato da Luigi Cajani, La sostanza sterministica del nazismo, in "Giano. Pace ambiente problemi globali", n. 24, settembre–dicembre 1996. La sezione della rivista, Storicizzare l’Olocausto, contiene una serie di stimolanti ricostruzioni e riflessioni. Di grande utilità il contributo di Michele Nani, Dalla parte della coscienza critica. Un percorso bibliografico(pp.169–170).
48 Cfr. C. R. Browning, Procedure finali, cit..
49 Cfr. Dietrich Eichholtz, La politica nazionalsocialista del "nuovo ordine" e l’economia tedesca e Rolf Dieter Müller, Fra guerra di sfruttamento e guerra di sterminio: la campagna militare tedesca sul fronte orientale in "Viaggi di Erodoto", n 29, 1996.
50 Klaus P. Fischer, Storia dell’Olocausto. Dalle origini della giudeofobia tedesca alla soluzione finale nazista, Roma, Newton & Compton editori, 1998, p.382.
51 Cfr.W. Benz, op. cit., pp. 66–69.
52 Cfr. Vasilij Grossman–Il’ja Ehrenburg, Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941–1945, Milano, Mondadori, 1999.
53 Cfr. su tale problematica Michael R. MarrusL’Olocausto nella storia, Bologna, il Mulino, 1994.
54 Arno J. Mayer, Soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei nella storia europea, Milano, Mondadori, 1990.
55 Cfr. M. R. Marrus, op. cit., p. 56.
56 Pätzold–Schwarz, op. cit., p. 32.
57 Nel dicembre 1941 diventa operante il centro di sterminio di Chelmno, poi sarà la volta di Belzec, Sobibor e Treblinka.
58 Cfr. Ferdinando Camon,Conversazione con Primo Levi, Milano, Garzanti, 1991, p. 32.
59 Gustavo Corni, I ghetti di Hitler, Voci da una società sotto assedio 1939–1944, Bologna, il Mulino, 2001
60 I consigli e la polizia ebraica hanno oggettivamente agevolato il compito di SS e poliziotti tedeschi, coadiuvati da ausiliari locali.
61 Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Torino, Einaudi, 1995.
62 2 milioni e 700.000, in gran parte poveri e poco assimilati. I dati sono in Raul Hilberg, cit..
63 A Dachau, noto come primo Lager della Germania nazista, Theodor Eicke sperimenta un sistema di gestione che farà scuola e sarà impartito ai comandanti degli innumerevoli campi sparsi nell’Europa centro–orientale. A ragione si é parlato di "Dachauer Geist".
64 Sono gli inglesi ad allestire per la prima volta campi di concentramento ("isolamento") durante la rivolta dei Boeri in Africa del Sud a fine ’800.
65 Wolfgang Sofsky, in uno studio fondamentale, considera i campi di concentramento "istituzioni polifunzionali che servivano da luoghi di detenzione, di produzione e di soppressione fisica, da centri di addestramento per i reparti Totenkopf ("Testa di morto") delle SS, e da strumento di terrore rivolto contro la società moderna". Quest’osservazione é a p. 9 de L’ordine del terrore. Il campo di concentramento, Roma–Bari, Laterza, 1995.
66 Cfr. Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi, op. cit. p. 38.
67 Nei Lager vige un ordine, per quanto brutale, estremamente minuzioso. Il mantenimento della disciplina quotidiana é affidato ai criminali comuni, che in cambio della vita assicurano il controllo di tutti gli altri internati, divisi in categorie secondo una precisa gerarchia e riconoscibili in base ai diversi distintivi.
68 Sono ben 38 i campi collegati con Auschwitz. I campi complessivamente furono circa 10.000. Cfr. J. Kotek–P. Rigoulot, op. cit..
69 Cfr. Giorgio Nebbia, L’ingegneria dello sterminio, Postfazione a Till Bastian, op. cit., pp. 103–126.
70 Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, p.8.
71 E’ stato per primo il filosofo Karl Jaspers, nel libro La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania (Napoli, Esi, 1947, ora riedito), a distinguere vari livelli di responsabilità: quella diretta, quella indiretta e quella per astensione–silenzio.
72 Christopher Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia, Torino, Einaudi, 1995.
73 Al riguardo si vedano gli interventi di D. J. Goldhagen, Il paradigma sfidato, di C. R. Browning Testimonianze di vittime, nonché Daniel Goldhagen risponde a Browning in "I viaggi di Erodoto", n. 41–42, marzo–settembre 2000.
74 Cfr. E. Traverso, La violenza nazista, cit., p.19.
75 Ivi, p.88.
76 Cfr. Anna Capelli–Renata Broggini (a cura di) Antisemitismo in Europa negli anni Trenta. Legislazioni a confronto, Milano, Franco Angeli, 2001.
77 Il libro di Jan T. Gros, I carnefici della porta accanto, Milano, Mondadori, 2002, ha riaperto il caso dimenticato di un pogrom spontaneo avvenuto nel giugno 1941 in una cittadina polacca, Jedwabne, contro la comunità ebraica locale.
78 John Cornwell. Il papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, Milano, Garzanti, 2000, pp. 362–367.
79 Riportato da Jonathan Steinberg, La Chiesa cattolica e il genocidio in Croazia, in "Il Ponte", n. 8–9, agosto–settembre 1992, p. 9; si veda anche Francesco Soverina, La Jugoslavia: guerra, guerra civile e Resistenza, in "Giano", n. 20, maggio–agosto 1995.
80 Cfr. Marco Aurelio Rivelli, L’Arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in Croazia 1941–1945, Milano, Kaos Edizioni, 1999.
81 Michael Phayer, La Chiesa cattolica e l’Olocausto. L’evoluzione del pensiero ecclesiastico dall’ascesa di Adolf Hitler alla condanna ufficiale dell’antisemitismo nel 1965, Roma, Newton Compton, 2001, p. 58. Sull’atteggiamento assunto dalla Chiesa cattolica nei riguardi dello sterminio degli ebrei si leggano anche Giovanni Miccoli,I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000 e Susan Zuccotti, Il Vaticano e l’Olocausto in Italia, Milano, Bruno Mondadori, 2001.


Ed ora vi propongo una piccola rassegna di manifesti elettorali per le elezioni del 1948. Furono elaborati dai Comitati Civici, una emanazione diretta del Vaticano. Il capo di tali comitati era Luigi Gedda ed in essi aveva un posto di primo piano il Zichichi dell'epoca, l'inutile Enrico Medi.


eheheheh: così è il pappagallo che non vota, eh ? (n.d.r.). Nei manifesti che seguono il pressantissimo invito a votare.

Racconta Gedda: "Il Santo Padre [Pio XII] afferma che tutti gli aventi diritto al voto, senza eccezione, devono sentire il dovere di accettare l'imperativo di questa battaglia, e mi [a Luigi Gedda] chiede se siamo ancora in tempo."


E mentre accadeva tutto questo, gli alti papaveri della Chiesa, con in testa Montini, il futuro Paolo VI, salvavano la gran parte dei gerarchi (e non solo) nazisti di tutta Europa. Li fornivano di passaporti falsi (o Vaticano o Croce Rossa) e li imbarcavano, prevalentemente a Genova, verso l'America del centro-sud. Per altri era necessario un qualche soggiorno negli edifici annessi al Vaticano, come l'ustascia Pavelic, sterminatore del 20% della popolazione jugoslava, con la imponente collaborazione nazifascista italiana e tedesca. Si dice che la storia la fanno i vincitori. In questo caso non è vero se, ancora oggi e da molto tempo, assistiamo ad un revisionismo feroce e alla stretta alleanza di nazifascisti di allora con la Chiesa di allora e di oggi, di quei supposti vinti con l'attuale governo degli Stati Uniti. Tra l'altro gli USA hanno abbondantemente usato questi criminali esuli in centro-sud America per mantenere in stato di sottomissione quelle popolazioni.

LA STAMPA
Del 3/11/2003
Sezione: Cultura Pag. 16

LA FUGA DEI CRIMINALI NAZISTI VERSO L’ARGENTINA DI PERÓN:
UNA METICOLOSA E DOCUMENTATA RICOSTRUZIONE DELLO STORICO UKI GOÑI
OPERAZIONE ODESSA

Mi manda il Cupolone

Giovanni De Luna

Lo chiamavano il «Mengele danese», Carl Vaernet era un medico delle SS che sosteneva di aver scoperto una «cura» per l’omosessualità; nel 1944 Himmler mise a disposizione delle sue folli ricerche la popolazione del «triangolo rosa», gli omosessuali internati a Buchenwald. I malcapitati furono castrati e gli fu impiantato un «glande sessuale artificiale», un tubo metallico che rilasciava testosterone nell’inguine. Secondo i racconti dei sopravvissuti, i medici delle SS a Buchenwald raccontavano barzellette raccapriccianti su quel tipo di esperimenti. Vaernet era un pazzo sadico; inserito nella lista dei criminali di guerra, alla fine del conflitto riuscì a scappare sano e salvo in Argentina. E come lui migliaia di aguzzini nazisti tedeschi, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ecc.; tutti se la cavarono grazie a una rete di complicità mostruosamente efficiente e all’aperta connivenza del governo di Juan Domingo Perón.

Un romanzo (Dossier Odessa) di Frederick Forsyth, raccontava di un gruppo di membri delle SS che dopo la sconfitta si erano raccolti in un’organizzazione segreta (Odessa, acronimo di Organisation der Hemallgen SS-Angehorigen) che aveva il duplice scopo di salvare i commilitoni dalle forche degli Alleati e creare un Quarto Reich che completasse l’opera di Hitler. Per quanto romanzesca fosse la trama «inventata» da Forsyth, il suo racconto si avvicinava in modo inquietante alla realtà. Odessa esisteva davvero. Solo era difficilissimo ricostruirne la storia: i fascicoli del suo archivio erano stati distrutti in gran parte nel 1955, nel marasma degli ultimi giorni del governo di Perón; quelli che rimasero furono definitivamente buttati via nel 1996. Ma le tracce della sua attività erano troppo evidenti per essere cancellate del tutto. Così ora, finalmente, grazie alla pazienza e all’abilità dello storico e giornalista argentino Uki Goñi (Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, pp. 480, e 24) e lunghe ricerche in Belgio, Svizzera, Londra, Stati Uniti, Argentina, disponiamo di una storia completa della più incredibile operazione di salvataggio di migliaia di criminali mai progettata e mai realizzata in tutto il Novecento.

Diciamolo subito. Se l’Argentina di Perón era la «terra promessa», l’asilo già generosamente predisposto ancor prima che la guerra finisse, il cuore e il cervello dell’intera operazione Odessa era a Roma (dove Perón soggiornò dal 1939 al 1941), nel cuore del Vaticano. In quel turbinoso dopoguerra italiano era veramente difficile distinguere tra vincitori e vinti. Nazisti e fascisti avevano perso la guerra; eppure mai ai vinti mancò il soccorso dei vincitori, il sostegno di quelle istituzioni che sarebbero dovute nascere all’insegna dell’antifascismo e della democrazia e che invece erano ricostruite nel segno della più rigorosa continuità con i vecchi apparati del regime fascista. Fu l’anticomunismo, furono le prime avvisaglie della «guerra fredda» a spingere i vincitori a salvare i vinti.

Il Vaticano fu il motore di questa scelta. Ma veramente monsignor Montini fu il protagonista di questo intervento che garantì l’incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann ecc.? E veramente il Vaticano fu il crocevia di tutta una serie di iniziative che puntavano a rimettere in piedi il movimento ustascia di Ante Pavelic per organizzare una guerriglia anticomunista contro la Jugoslavia di Tito? Sì, veramente. Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti e incredibili». Oggi la disamina di quei registri è possibile e Goñi l’ha fatta. E le sue conclusioni sono nette: la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (quest’ultimo, argentino, nel 1960 espresse pubblicamente - «bisogna perdonarlo» -, il suo rincrescimento per la cattura di Eichmann da parte degli israeliani), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère.

I documenti citati da Goñi sono molti e molto convincenti, da una lettera del 31 agosto 1946 del vescovo Hudal a Perón che chiedeva di consentire l’ingresso in Argentina a «5 mila combattenti anticomunisti» (la richiesta numericamente più imponente emersa dagli archivi) all’intervento di Montini per esprimere all’ambasciatore argentino presso la Santa Sede l’interesse di Pio XII all’emigrazione «non solo di italiani» (giugno 1946). Non si tratta di iniziative estemporanee e certamente la loro rilevanza storiografica non può esaurirsi in una lettura puramente «spionistica».

Un versante della seconda guerra mondiale trascurato dagli storici è quello che vede gli Stati latini, cattolici e neutrali, europei e sudamericani, protagonisti di vicende diplomatiche segnate però da un particolare contesto culturale e ideologico: nella cattolicissima Argentina (la Vergine Maria fu nominata generale dell’esercito nel 1943, dopo il golpe dei militari) ci si cullò nell’illusione di poter formare insieme con la Spagna e il Vaticano una sorta di «triangolo della pace», per preservare «i valori spirituali della civiltà» fino a quando la guerra in Europa continuava. Un progetto più ambizioso puntava a unire, con la leadership del Vaticano, i paesi dell’Europa cattolica, Ungheria, Romania, Slovenia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia di Vichy per integrarli nel «nuovo ordine europeo» voluto dai nazisti; in quel periodo (1942-1943), in Sud America governi filonazisti esistevano già in Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay: il disegno era di conquistare a un’alleanza in chiave antiamericana anche il piccolo e democratico Uruguay e il grande e cattolico Brasile. Questi disegni naufragarono tutti sotto il peso delle rovinose sconfitte militari dell’Asse ma furono l’humus ideologica da cui nacque nel dopoguerra la rete di «Odessa».

La centrale italiana operò soprattutto per il salvataggio degli ustascia di Ante Pavelic. Alla fine della guerra ce n’erano migliaia, sparsi nei vari campi a Jesi, Fermo, Eboli, Salerno, Trani, Barletta, Riccione, Rimini ecc. Una poderosa ricerca ora avviata dal giovane storico Costantino Di Sante sta facendo luce su una delle pagine più oscure di quel periodo. Si trattava di criminali macchiatisi di delitti che avevano suscitato orrore perfino nei loro alleati nazisti (che biasimarono «gli istinti animaleschi» dei croati): fucilazioni di massa, bastonature a morte, decapitazioni, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%. Alla fine della guerra circa 700 mila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa ma nell’elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari. Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che coniugava le nozioni di «purificazione» religiosa e «igiene razziale» con un appello affinché la Croazia «fosse ripulita da elementi estranei».

Gran parte di questi criminali si salvò passando da Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Parlando del loro capo, Ante Pavelic, un rapporto dei servizi segreti americani concludeva: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelic è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano». Alla fine, tra il 1947 e il 1951, secondo i dati raccolti da Di Sante, furono 13 mila gli ustascia che riuscirono a salvarsi usando il canale italoargentino.

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