FISICA/MENTE

Un' etichetta di comodo per stili di vita diversi e incompatibili tra loro

E lo spettro del relativismo investì Popper

Giulio Giorello

 

Dopo l'invito del Papa a non lasciarsi ingannare dalle «mode del pensiero» si riapre il dibattito sulle correnti ideologiche
MILANO - Nell’omelia alla messa Pro eligendo romano Pontifice celebrata lunedì scorso nella Basilica di San Pietro, prima del conclave che lo ha eletto papa, Joseph Ratzinger ha ammonito i cristiani a non lasciarsi «ingannare» dalle «mode del pensiero», dalle «correnti ideologiche» che nel recente passato avrebbero scosso la barca di Pietro. Dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un «vago misticismo religioso»; dall’agnosticismo al sincretismo: ce n’è per tutti. Ma il nemico pubblico numero uno pare quello che molti chiamano il relativismo, e che Ratzinger accusa di essersi ormai trasformato in una sorta di «dittatura» che «non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le proprie voglie». Non intendo associarmi a chi con faciloneria e scarso sforzo di immaginazione liquida tali posizioni come «fondamentaliste» o «oscurantiste» (e sarà da vedere se, ora che è pontefice, Ratzinger le vorrà riprendere). Piuttosto, mi preme far notare come lo spettro del relativismo sia un’etichetta di comodo per stili di vita e forme di pensiero estremamente diverse e sovente incompatibili tra loro.

 

IL PENSIERO LIBERALE - Che c’entra, per esempio, il liberalismo con la new age e le espressioni di «vago» misticismo? È davvero solo una «moda» quel pensiero liberale che ha dato sostanza a esperimenti politici come gli Stati Uniti, dopo la vittoriosa guerra d’indipendenza, o alle altre forme di «società aperta», capaci di realizzarsi contro sistemi dispotici e di resistere all’offensiva dei totalitarismi del ’900? Che ne è di quel particolare liberalismo che si è schierato a difesa dei cattolici laddove erano discriminati o perseguitati? Infine, cosa resta di quel cattolicesimo liberale che tanto ha dato alla stessa Italia, non solo alla teoria, ma anche alla pratica della politica - da Sturzo a De Gasperi? Certo, il liberalismo ha un’aria di famiglia con il libertinismo. Lo sapevano bene pensatori come John Stuart Mill, che riconoscevano il proprio debito ai «libertini» che avevano pagato talvolta con la vita la loro passione per la conoscenza fuori da ogni vincolo religioso o politico. E Karl Popper era solito riconoscere, quasi con una punta di civetteria, che il liberale altro non era che un libertario timido. Il confine passava, come spesso capita in questa tradizione di pensiero, che è alla radice dell’Europa (e degli Usa) non meno che il Cristianesimo, tra una libertà normale e l’eccesso di libertà. Ma quale libertà non è eccessiva, quando è in gioco una completa fioritura umana? Popper, come Mill, aveva a modello l’impresa scientifica, ove la possibilità del confronto, ed eventualmente del conflitto, tra le più diverse linee di ricerca significa crescita della conoscenza e abbondanza di occasioni - anche sul piano economico e tecnologico.

 

LO SPIRITO CRITICO - Sovente si spaccia l’esercizio dello spirito critico e la costruzione di un sapere fallibile e rivedibile come assenza di responsabilità e cedimento a qualsiasi protervia. Ma chiunque abbia mai davvero partecipato a questa paziente e faticosa impresa sa che è tutto il contrario. Ciò che spirito critico e società aperta consentono è che qualunque punto di vista abbia i propri difensori pubblici; quello che esigono è che la difesa non si limiti a imposizioni o scomuniche, bensì porti delle ragioni. Questo è «relativismo»? Non ho paura delle parole, ma allora sono relativisti anche Jefferson e Cattaneo, Einaudi e Popper. Comunque sia, non c’è qui traccia alcuna di dittatura, perché il nucleo della tradizione liberale è la consapevolezza che fare tacere anche uno solo è un danno, ancor prima che per lui, per il resto della comunità.
 

Giulio Giorello 

22 aprile 2005


Stefano Ulliana

Oltre l’apparente opposizione fra relativismo e universalismo

La disputa giocosa fra ragione e fede

            Il razionalismo moderno e contemporaneo - sia nelle sue forme liberali, che in quelle socialiste - ha cercato costantemente di superare la debolezza della posizione scettica espressa dal relativismo con l’affermazione di una forma e di un contenuto di ragione universali. Per opporsi alla tradizionale forma e contenuto della fede cristiana, ha ritenuto di dover costruire il richiamo ad una fonte originale e illuminante, che si frapponesse – quasi come medio atto a dare origine ad una doppia negazione degli estremi e a un conseguente doppio smarcamento – fra il principio primitivo dell’Uno necessario e d’ordine della tradizione neoplatonico-aristotelica e il criterio di una Molteplicità caotica e priva di ordine e sostanza. Ha così cercato di assumere – in versione dislocata – la trasformazione desostanzializzata del primo estremo negato – l’Uno necessario e d’ordine – subordinandole quell’apparenza fenomenica naturale, che non poteva non valere se non come neutralizzazione della razionalità del secondo termine negato – quella Molteplicità precedentemente considerata quale principio senza alcuna possibile riduzione. In questo modo ha elaborato, costruito ed edificato il passaggio ad una ripresa moderna e contemporanea della fusione fra platonismo ed aristotelismo, aprendo un mondo nuovo tutto costituito di una subordinazione completamente e totalmente operata secondo il criterio ed il metodo della rappresentazione. Avendo assunto quale criterio fondativo e di propria giustificazione l’immanente e l’azione, la razionalità moderna e contemporanea non ha potuto allora non gettare nell’apparente non senso – l’al di là di sé - ogni delega ed ogni alienazione, sobillando quindi di nuovo quel ‘nemico’ che aveva cercato con tutte le proprie forze di espungere definitivamente dall’orizzonte delle scelte di pensiero e d’azione dell’umanità. Contro il passaggio definitivo del testimone della civiltà occidentale ad un fideismo pieno di concreta superstizione, solo una messa in questione della falsa antinomia fra relativismo e universalismo può decretare invece l’apertura verso un orizzonte aperto, di infinita ragione e infinita grazia. 

            Nell’articolo pubblicato venerdì 29 aprile 2005, sulla pagina culturale del quotidiano <<Liberazione>> e dedicato ad un’intervista con il Prof. Manuel Cruz - Manuel Cruz: <<Non è vero che il pensiero laico non ha valori>>- l’intervistatore, Tonino Bucci, puntualizza la critica rivolta da Papa Benedetto XVI contro il relativismo del mondo moderno, prendendola quale spunto per la necessità, da parte dello stesso pensiero moderno nella sua versione razionale, di oltrepassare questa debole forma scettica – causa, secondo le parole del Papa, di ingiustificazione e di un’eguaglianza priva di direzione e di senso – avviandosi di nuovo verso una forte affermazione di valori, quali appunto quelli portati dall’universalismo razionale moderno e contemporaneo. Il docente di filosofia contemporanea presso l’Università di Barcellona – ed autore del testo ricordato nell’articolo, Farsi carico. A proposito di responsabilità e di identità personale - pare accettare allora il piano della critica papale, sottolineando la necessità di una completa padronanza delle azioni umane, altrimenti impossibilitate – nello scetticismo della posizione relativista – a fondarsi e ad esplicarsi, con un riconoscimento effettivamente e realmente universale. L’apparente eterogenesi dei fini – quello voluto e perseguito dall’individuo e quello effettivamente realizzatosi – e la conseguente spersonalizzazione dei mezzi destinati a quel perseguimento e quella realizzazione paiono non consentire altro che una quasi necessaria alienazione. L’illimitata potenza distruttiva, messa in campo attraverso l’arma atomica, capovolge la linearità del progresso umano, oramai preda di una contraddizione insuperabile (il massimo della potenza ed il massimo possibile della nientificazione planetaria). L’effetto sperato dalla rivoluzione scientifica contemporanea – la liberazione dell’intera umanità – sembra capovolgersi nell’assenza di qualsiasi prospettiva: l’intenzione positiva dell’azione umana pare allora respingere da sé ogni possibilità di trasformazione, secondo il prevalere di pulsioni conservatrici ed immobilizzatrici. Aprire la conoscenza ed il lavoro dell’uomo verso la responsabilizzazione collettiva pare allora al professore di filosofia catalano l’unica soluzione al dilemma contemporaneo: come ricongiungere potenza e potere, in una forma umanamente ed ecologicamente accettabile e sostenibile? Senza permettere il distacco di alcuna forma di autorappresentazione – che creerebbe unicamente una nuova forma totalitaria di dittatura dello strumento (economico, politico, militare) – il Prof. Manuel Cruz sostiene la necessità di un rapporto continuo fra potenza suscitata e potere di controllo della medesima. Senza però avvedersi che proprio questo rapporto – fondatore della modernità – costituisce piuttosto che la soluzione del problema, la sua immodificabile e culturale latenza politica. È, infatti, proprio l’apertura di questo rapporto che – storicamente e teoreticamente – ha creato le premesse della costituzione dello Stato moderno, della sua trasfigurazione in monolite provante del concetto e della prassi precedentemente espressi attraverso la tradizione dell’identità assoluta (l’ordine attuale e gerarchico aristotelico). Secondo questo rapporto non vi è nulla d’effettivamente diverso dal concetto e dalla connessa pratica dell’autorità – universalismo cattolico – da parte dell’universalismo razionale, se non addirittura una possibile diminuzione in senso morale ed intellettuale – in senso kantiano - del soggetto che la sostiene. Infatti, secondo la prospettiva accettata e non messa in questione (purtroppo) dal professore catalano, si passerebbe da un universalismo oggettivo ad uno di tipo soggettivo: se il primo – cattolico o socialista che sia - pare destinato alla fondazione dei valori, il secondo non può che riconoscerne l’esistenza e la praticità, in un ordine di riflesso e di immagine che pure ha il merito di mantenere in sé la capacità di una relazione dialettica. Serve dunque a poco richiamare la distinzione kantiana fra morale autonoma e morale eteronoma, quando i due contendenti si pongano allo stesso livello, quello della distinzione oggettiva. Causa, principio e prova stanno infatti benissimo entro ambedue i concorrenti al dominio – si dice, infatti, all’egemonia – del mondo contemporaneo: essi non fanno altro che costruire ed edificare la necessità dell’alienazione.  

            Ora la soluzione al problema prima evocato sta, invece, proprio nel rigetto della necessità dell’alienazione. Quanto questa necessità pare aprire uno spazio superiore di comprensione oggettivo e neutralizzante, altrettanto una autentica soluzione creativo-dialettica dovrà mantenere sempre viva e razionale quell’idea e quell’azione che rendono indisgiungibili libertà ed eguaglianza. Allora la diversità universale sarà l’orizzonte ed il motore, la mente ed il cuore, di un infinito di relazione che ha il relativismo solo come proprio contraffatto artificio, stabilendosi al contrario come ragione insuperabile, ragione effettivamente e realmente universale. Così mentre quella necessità non può che togliere l’effettiva – passionale – partecipazione all’esistente (presente e futuro), questa possibilità – la bruniana possibilità dell’infinire – non distacca mai dall’uomo e dalla natura il proprio cuore intellettuale, la propria mente (direbbe Spinoza). Solamente questo piano inamovibile conserva ideali, speranze e desideri, produce immaginazione scientifica e politica: il controllo del potere non è mai invece stato a tema delle utopie, a meno che esse non fossero utopie negative, conservatrici ed in fondo reazionarie (Campanella docet). Queste infatti si fondano sulla fede nell’esistenza di un individuo alienato, elemento di quello spazio e del relativo tempo (newtonianamente definito). Questo individuo – soggetto alla dinamica delle forze socio-economiche e istituzionali – non può non mantenere in se stesso lo scopo ed il termine della propria azione, contro tutte le possibili dilacerazioni e tensioni prodottesi nel nuovo mondo del capitale e del profitto (naturali o teologicamente fondati). Al contrario il soggetto libero ed eguale conserva il ricordo e la necessità del creativo e del movimento dialettico (lo stabilissimo moto metafisico bruniano), lasciando se stesso a quello Spirito che lo eleva ed innalza, aprendolo all’intero orizzonte infinito.

            Proprio in nome di questo Spirito la disputa giocosa fra relativismo ed universalismo si dissolve da sé, né più né meno di un’antinomia falsamente ed artificialmente costruita, con termini ridotti e squalificati. Che – come si è visto – ragione e sua universalità è cosa ben diversa da universalismo, come relazione e suo infinito sono determinazioni che si oppongono a e frantumano la propria coartata deformazione e controfigura: il relativismo. Compito allora di un pensiero e di una prassi ancora rivoluzionarie sarà quello di riscoprire e diffondere il senso della vera universalità e della reale relazione.

Stefano Ulliana

 

 

 

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