FISICA/MENTE

 


NOTRE-DAME DE LA PAIX

È il nome della basilica più colossale e grondante oro del mondo,  copia quasi identica (ingrandita!) della romana San Pietro, inaugurata, dopo soli tre anni di lavori, nel 1992 nascostamente (grazie ai soldi carpiti agli italiani col pretesto di sfamare milioni di bimbi) nella selvaggia savana di Yamoussoukro, sperduto villaggio (diventato capitale della Costa D'Avorio dal 1990) a 200 km da Abijan. I preti rispondono con beffardi sghignazzi alle domande dei rarissimi che, a tutto il 2004, nonostante la ferrea censura catto-governativa ne vengano per caso a conoscenza, e sparano che l’immane coacervo di miliardi di lire profuso nel mostruoso edificio, il più alto della cristianità e con trentasei immense finestre di vetri piombati, tutte prodotte artigianalmente in Francia, affiancato da tanti edifici che costituiscono un nuovo Vaticano, proviene tutto da… «una colletta di cattolici locali [solo il 13 % nella Costa d’Avorio animista, ndr] poverissimi, ma con un ricchissimo capotribù». Al cui confronto sembra che i più ricchi epuloni americani, europei e medio-orientali messi tutti assieme siano meno di nulla! Il costo complessivo della cattedrale, visitata da Giovanni Paolo II,  è stato di US $ 400 milioni, una somma equivalente alla metà del disavanzo di bilancio della nazione!

Ed ora descriviamo con un poco più di dettaglio la situazione politica della Costa D'Avorio, avvertendo che non occorre essere profeti per capire che non passerà troppo tempo e questo sfregio d'oro alla povertà del mondo farà una brutta fine (maggio 2005). 


In un quadro di discriminazioni etniche e regionali
La lenta decomposizione della Costa d'Avorio
LE MONDE diplomatique - Novembre 2002


«Nessun esercito, nessun colpo di stato», usava dire Félix Houphouët-Boigny, padre dell'indipendenza ivoriana. Eppure, sono stati proprio dei militari - in rottura aperta con un esercito in via di decomposizione - ad aver scatenato, il 19 settembre scorso, una rivolta che minaccia l'unità stessa della Costa d'Avorio. A lungo rimasti senza capi riconosciuti e senza rivendicazioni, i rivoltosi reclamano ora le dimissioni del presidente Laurent Gbagbo, eletto in circostanze assai discutibili. Il cessate il fuoco, firmato il 19 ottobre grazie a una mediazione senegalese, rimane precario, visto che il conflitto trae origine da una profonda discriminazione etnico-regionale che risale all'indipendenza. Ritenuta un paese stabile, la Costa d'Avorio è in realtà attraversata da diverse forze «centripete»: la sorte di uno dei pilastri economici dell'Africa occidentale, in cui lavorano diversi milioni di stranieri africani, mette in gioco la stabilità della regione. Senza contare che la Francia - che voleva rompere con una tradizione di interventi militari molto criticati - è di nuovo spinta ad interporre le proprie truppe, con il rischio di ritrovarsi tra due fuochi.

Tiemoko Coulibaly


La rivolta scoppiata in Costa d'Avorio il 19 settembre scorso è soltanto, dopo molte altre crisi politico-etniche cruente, l'ultima manifestazione della vulnerabilità di uno stato edificato su alcuni pregiudizi etnici.
Dietro un'apparente stabilità, fin dall'indipendenza, il paese e le sue istituzioni sono travagliati da forze centripete. In realtà, lo stato non è mai stato imparziale né democratico; ha costantemente praticato la discriminazione etnica ed è quindi stato percepito dai gruppi esclusi dal potere come proprietà di un'etnia. La polemica sulla «ivorianità» - principio che impone di provare le proprie origini ivoriane per poter partecipare alla competizione elettorale (1) - è uno dei molti episodi della dominazione di élite venute dal sud del paese. Di più, si tratti di Félix Houphouët-Boigny, di Henri Konan Bédié, di Robert Gueï o di Laurent Gbagbo, il presidente non è mai stato eletto in modo veramente democratico. Gbagbo si è autoproclamato vincitore dopo le elezioni più contestate della storia del paese, nell'ottobre 2000. Tanto che l'amministrazione Clinton si rifiutò di riconoscerlo e l'allora ministro francese della cooperazione, Charles Josselin, criticò «l'eliminazione artificiosa» dei candidati più attendibili (Konan Bédié e Alassane Ouattara). Così, per intere porzioni della società, lo stato rappresenta - o ha rappresentato a un dato momento - una minaccia o un avversario, del quale è bene diffidare e che occorrerà probabilmente contestare un giorno o l'altro, quando se ne presenti l'occasione. Già durante il regime di Félix Houphouët-Boigny erano emerse velleità secessioniste.
Messe a tacere dalla storia ufficiale, esse furono ricordate durante il Forum della riconciliazione nazionale organizzato da Gbagbo dall'ottobre al dicembre 2001.
Ad esempio, nel 1966, la crisi detta del Sanwi oppose, all''interno stesso del gruppo etnico Akan al potere, i due suoi principali sotto-gruppi: gli Agnis e i Baoulé, dal quale proveniva il presidente Houphouët-Boigny.
I primi, sopportando sempre meno l'egemonia politica dei secondi che accusavano di tribalismo, si ribellarono e tentarono di operare una secessione per riunirsi al Ghana, culla degli Akan. Questo tentativo di secessione fu soffocato nel sangue (2). Nel 1970, la crisi del Guébie oppose i Baoulé ai Bété, che contestavano la dominazione politica dei primi. Kragbe Gnagbe, originario di un villaggio guébie, avrebbe preteso invano dal presidente la creazione di un partito politico d'opposizione, conformemente all'articolo 7 della Costituzione. Houphouët Boigny, accusando Kragbe di secessionismo, organizzò una dura repressione nella regione bété che causò, secondo valutazioni correnti, dai 4.000 ai 6.000 morti. I sopravvissuti parlano di «genocidio guébié» e chiedono puntualmente giustizia e indennizzi (3). Quegli anni segnano il trionfo del potere baoulé o akan, di ciò che gli altri ivoriani chiamano la «akanità», oppure il «sefonismo» (4), specie di ideologia secondo cui gli Akan sarebbero predestinati a dirigere il paese, escludendo ogni altro gruppo. Il presidente Houphouët-Boigny ha apertamente favorito il proprio gruppo etnico e ha persino mobilitato le risorse statali per trasformare il suo villaggio di Yamoussoukro in capitale politica del paese. Proveniente dalla sua etnia, il suo successore designato, e abilmente imposto, Konan Bédié, continuerà questa tradizione. Gbagbo, principale figura dell'opposizione, parlò all'epoca di una «successione monarchica». Tale implicita ideologia della «akanità» ha provveduto a costruire pregiudizi tenaci: i Bété sarebbero dei «selvaggi», gente «violenta», gli «indiani della Costa d'Avorio». Privi di organizzazioni politiche stabili, essi non sono degni di accedere al potere statale. Qanto alla gente del Nord - un punto su cui Bété e Akan, gente del sud, concordano - sarebbe praticamente «stranieri» del Mali, del Burkina Faso o della Guinea. Uomini dunque destinati a fare i manovali nelle piantagioni o i domestici presso le famiglie del sud.
Gli stranieri della sotto-regione sono essi stessi vittime dei pregiudizi più negativi: i cittadini del Burkina Faso sarebbero la teppaglia di Abidjan (secondo una propaganda xenofoba diffusa dal giornale governativo Fraternité Matin nei primi anni '70 e '80); le donne del Ghana sarebbero «prostitute», e via dicendo. Più grave ancora, a questi «stranieri» e ai loro figli (per la maggior parte originari del Burkina Faso e del Mali), è stato rifiutato in modo pretestuoso l'accesso alla cittadinanza ivoriana, sebbene dopo anni, a volte decenni, di vita nel paese, vi avessero diritto. Infatti, secondo la prima Costituzione, bastano cinque anni di residenza nel paese per poter ottenere alla cittadinanza, a prescindere dall'origine dei genitori (5). Questa violazione del codice di cittadinanza si spiega con il fatto che le élite del sud temevano di concedere documenti d'identità nazionale - e, di conseguenza, diritto di voto e eleggibilità - a persone che, per affinità culturali e storiche, avrebbero votato preferibilmente per candidati del nord o avrebbero potuto rappresentare una minaccia per la loro egemonia. Il ristabilimento del diritto alla cittadinanza ivoriana di questi milioni di «stranieri» è probabilmente una delle chiavi della crisi dello stato. Come stabilire chi è «ivoriano» o chi è «straniero» in Costa d'Avorio, a soli 42 anni dalla istituzione dello stato indipendente e dalla creazione della cittadinanza ivoriana? Per le élite akan e bété, riunite nella difesa dell'«ivorianità» nonostante vecchi antagonismi, era del tutto inconcepibile che le popolazioni del nord, questi «ivoriani sospetti», questi stranieri, osassero addirittura parlare di accedere al potere a scapito dei «veri ivoriani plurisecolari». Inoltre, i primi sono cristiani e gli altri musulmani, un fatto che irrigidisce ulteriormente gli antagonismi, perché Houphouët-Boigny aveva anche introdotto il pregiudizio della superiorità della religione cattolica rispetto all'islam, facendo costruire la famosa basilica di Yamoussoukro. Egli finanziava con fondi pubblici le scuole cattoliche, mentre quelle musulmane non avevano alcun diritto a finanziamenti. Apriva ampiamente i media pubblici alla copertura delle cerimonie cattoliche domenicali, dichiarando giornate festive le feste cattoliche, mentre quelle musulmane non avevano alcun riconoscimento ufficiale. Ancora oggi il nunzio apostolico, l'ambasciatore del Vaticano, è di diritto il «decano» del corpo diplomatico.
La comunità musulmana, maggioritaria nel paese, mal sopporta questa discriminazione, tanto più che la Chiesa ivoriana non ha mai dissimulato il proprio appoggio alle élite sudiste. Rivolta nordista contro la tribalizzazione È a partire da questi pregiudizi etnici e religiosi che si è verificato il passaggio dall'akanità alla ivorianità, ideologia sudista per eccellenza, che mobilita le popolazioni del sud contro quelle del nord, provocando per converso l'emergenza di un nazionalismo nordista.
Le velleità secessioniste degli anni '60 e '70 riguardavano esclusivamente gruppi etnici del sud (Baoulé, Agnis, Bété), perché le popolazioni del nord, anche se sopportavano male la politica di discriminazione etnica, finivano per tollerarla grazie anche alle alleanze che Houphouët-Boigny era riuscito a tessere con i capi tradizionali del nord, soprattutto con il capo dei Sénoufos, Gon Coulibaly. In queste società tradizionali, dove il vassallaggio nei confronti del capo - capo religioso e temporale assieme - è sacro, quest'alleanza garantiva al presidente la sottomissione di queste popolazioni che si lamentavano a mezza voce della propria emarginazione economica e politica e della propria povertà. L'emergere di nuove generazioni che contestano la messa in dubbio della loro cittadinanza ivoriana e denunciano le «ingiustizie e discriminazioni» dello stato sudista, sta cambiando radicalmente lo scenario, al punto che certi osservatori parlano di rischio di secessione. La guerra attuale, condotta per lo più da giovani soldati originari del nord, rivela la fine di questa cultura della sottomissione e il risveglio di un nazionalismo regionale. Da parecchi mesi, molti militari locali andavano dicendo che per porre fine all'egemonia politica sudista era necessaria una guerra, visto che l'accesso al gioco politico era loro precluso e le purghe etniche nell'esercito avevano assunto proporzioni preoccupanti (6). La tribalizzazione è uno dei primi bersagli dei rivoltosi che, tra altre rivendicazioni, esigono l'annullamento puro e semplice della promozione 2001 della gendarmeria, reclutata su basi tribali e composta all'80% di Bété e di Didas, gruppi etnici dell'ovest, dai quali sono usciti rispettivamente Laurent Gbagbo e il suo ex ministro della difesa, Lida Kouassi. Anche l'etnicizzazione dell'esercito risale al tempo di Houphouët-Boigny, i cui ministri della difesa erano tutti scelti sistematicamente all'interno del suo gruppo etnico, se non all'interno della sua stessa famiglia (come ad esempio il nipote, Konan Banny), con l'obiettivo di tutelare la longevità politica del gruppo. Il suo successore, Konan Bédié, riprenderà questa tradizione. Dopo il suo colpo di stato del dicembre 1999, Robert Gueï - assassinato il 20 settembre scorso in circostanze misteriose - si preoccupò a sua volta di «riequilibrare» i rapporti di forza interni a suo favore. Per fare questo, aveva allontanato e fatto incarcerare i suoi due vice, i generali Abdoulaye Coulibaly e Palenfo, originari del nord, accusati di essere ostili alla sua candidatura alle successive elezioni presidenziali. Ne è seguita un'epurazione dei nordisti nell'esercito, con varie centinaia di militari che hanno disertato passando nel Burkina Faso, dove hanno beneficiato dell'accoglienza del regime di Blaise Compaoré. Tra questi disertori, il famoso «Ib» (Ibrahima Coulibaly), uno dei capi della attuale rivolta. Per rafforzare l'assoggettamento dell'esercito, Robert Gueï decise di reclutare centinaia di giovani soldati al suo soldo nonostante le scarse risorse del bilancio. Una volta al potere, il suo successore Laurent Gbagbo volle anch'egli poter disporre di un esercito a suo servizio e affidò il ministero della difesa a Lida Kouassi, quello della sicurezza a Boga Doudou e il posto di capo di stato maggiore al generale Mathias Doue, tutti e tre originari della sua stessa regione e molto attivi nella creazione di milizie bété che sembrano aver riempito gli organici della polizia, della gendarmeria e dell'esercito (7). Le purghe colpivano soprattutto i militari originari del nord, spesso accusati di complotto e incarcerati. Ed è per neutralizzare le centinaia di giovani reclutati da Robert Gueï che il presidente Gbagbo ha voluto ad ogni costo smobilitarli invocando ragioni di bilancio e la necessità di «riammodernare» l'esercito. Tenuto conto di questa tribalizzazione, molto difficilmente il presidente Gbagbo, uscito da un gruppo etnico minoritario, potrà vincere questa guerra contro i militari ribelli, molto determinati, solidali e ben organizzati, se non potrà contare su un aiuto esterno - francese, angolese o altro. Il potere di Gbagbo soffre infatti della sua carenza di legittimità democratica. Gbagbo è poi impopolare a causa della monopolizzazione del potere da parte di persone del suo clan. Persino gli Akan, che condividono con i Bété una solidarietà fondata sulla ivorianità, hanno spesso protestato per la loro sistematica esclusione dai posti di responsabilità a vantaggio di gente dell'Ovest. Non si vede perché, sia pure a nome di un «patriottismo» più sudista che nazionale, i militari delle altre regioni dovrebbero mettere a repentaglio la propria vita per proteggere un potere percepito come essenzialmente bété. Regolamenti di conti tra forze di sicurezza Inoltre, l'attacco dei ribelli il 19 settembre 2002 contro i campi militari e di gendarmeria ad Abidjan e a Bouaké, ha largamente disorganizzato il comando militare. Esso ha infatti eliminato ufficiali importanti dell'esercito e della gendarmeria che facevano parte dell'entourage di Gbagbo (8), uccidendo anche, secondo certe fonti, numerosi soldati.
Dal canto suo, il capo di stato maggiore Doue Mathias, uomo noto per la sua versatilità, si tiene sorprendentemente molto in disparte.
Laurent Gbagbo, diventato ministro della difesa dopo aver eliminato Lida Kouassi, si ritrova dunque con un esercito demotivato, privo di una solida gerarchia, diviso, poco attendibile, male attrezzato, e colpito da numerose diserzioni, almeno secondo la propaganda dei ribelli. Del resto, come potrebbe essere diversamente, quando il potere ha usato la gendarmeria, il corpo d'élite, contro la polizia e un esercito male attrezzato? I regolamenti di conto tra le forze di sicurezza (9) rischiano di diventare sempre più frequenti. Il clima ad Abidjan è ancora più paranoico e deleterio, da quando i rivoltosi che hanno attaccato i campi militari della capitale economica sono riusciti a volatilizzarsi. È per tentare di neutralizzarli o di ritrovarli che il presidente Gbagbo ha ordinato la distruzione delle bidonville di Abidjan. Per la stessa ragione il traffico portuale è largamente perturbato dalle perquisizioni. Tutto ciò costringe Gbagbo a cercare appoggi militari molto lontano, dalle parti dell'Angola, mentre sembra che i ribelli possano contare sull'appoggio popolare dei paesi vicini, accusati da Abidjan di sostenerli.
La rinascita della Costa d'Avorio dovrà necessariamente passare per un rinnovamento radicale di una classe politica debole, che corruzione e discriminazione etnica rendono politicamente responsabile dell'attuale caos e della ribellione armata.



note:


* Storico.

(1) Si legga Philippe Leymarie «L'Africa occidentale nell'occhio del ciclone», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2001.

(2) L'Inter, Abidjan, 27 aprile 2001.

(3) Sui crimini commessi dal regime di Félix Houphouët-Boigny, si legga in particolare Samba Diarra, Les Faux complots d'Houphouet-Boigny, Parigi, Karthala, 1997.

(4) Neologismo popolare coniato al tempo del presidente Konon Bédié per designare il regime akan i cui beneficiari vengono chiamati «sefons».

(5) «De l'acquisition de la nationalité ivoirienne», Journal officiel de la République de Côte-d'Ivoire, 20 dicembre 1961.

(6) «La maggior parte dei soldati e gendarmi imprigionati in Costa d'Avorio vengono dal nord, e sono dei dioula. È normale tutto ciò? Dunque i compagni dicono che preferiscono combattere piuttosto che sedersi e farsi prendere come polli», spiegava a Radio France Internationale, il 12 ottobre 2002, il sergente maggiore Ibrahim Coulibaly, detto «Ib», 38 anni, spesso accusato di essere l'organizzatore della ribellione militare.
(7) Queste milizie si batterebbero attualmente per il regime attaccando alla rinfusa redazioni di giornali (Le Patriote) e avversari politici.

(8) Fraternité Matin, Abidjan, 21 settembre 2002.

(9) Dispaccio dell'Agenzia France presse, 16 ottobre 2002.
(Traduzione di M. G. G.)

 

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