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LETTERA
ENCICLICA Venerati
Fratelli nell'Episcopato, |
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INTRODUZIONE «
CONOSCI TE STESSO » |
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CAPITOLO
I LA
RIVELAZIONE 7.
Alla base di ogni riflessione che la Chiesa compie vi è la
consapevolezza di essere depositaria di un messaggio che ha la sua
origine in Dio stesso (cfr 2 Cor
4, 1-2). La conoscenza che essa propone all'uomo non le proviene da una
sua propria speculazione, fosse anche la più alta, ma dall'aver accolto
nella fede la parola di Dio (cfr 1
Tess 2, 13). All'origine del nostro essere credenti vi è un
incontro, unico nel suo genere, che segna il dischiudersi di un mistero
nascosto nei secoli (cfr 1 Cor 2,
7; Rm 16, 25-26), ma ora
rivelato: « Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se
stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cfr Ef
1, 9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto
carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi
della divina natura ».(5) E, questa, un'iniziativa pienamente gratuita,
che parte da Dio per raggiungere l'umanità e salvarla. Dio, in quanto
fonte di amore, desidera farsi conoscere, e la conoscenza che l'uomo ha
di lui porta a compimento ogni altra vera conoscenza che la sua mente è
in grado di raggiungere circa il senso della propria esistenza. 8.
Riprendendo quasi alla lettera l'insegnamento offerto dalla Costituzione
Dei Filius del Concilio
Vaticano I e tenendo conto dei principi proposti dal Concilio
Tridentino, la Costituzione Dei
Verbum del Vaticano II ha proseguito il secolare cammino di intelligenza
della fede, riflettendo sulla Rivelazione alla luce
dell'insegnamento biblico e dell'intera tradizione patristica. Nel primo
Concilio Vaticano, i Padri avevano sottolineato il carattere
soprannaturale della rivelazione di Dio. La critica razionalista, che in
quel periodo veniva mossa contro la fede sulla base di tesi errate e
molto diffuse, verteva sulla negazione di ogni conoscenza che non fosse
frutto delle capacità naturali della ragione. Questo fatto aveva
obbligato il Concilio a ribadire con forza che, oltre alla conoscenza
propria della ragione umana, capace per sua natura di giungere fino al
Creatore, esiste una conoscenza che è peculiare della fede. Questa
conoscenza esprime una verità che si fonda sul fatto stesso di Dio che
si rivela, ed è verità certissima perché Dio non inganna né vuole
ingannare.(6) 9.
Il Concilio Vaticano I, dunque, insegna che la verità raggiunta per via
di riflessione filosofica e la verità della Rivelazione non si
confondono, né l'una rende superflua l'altra: « Esistono due ordini di
conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il
loro oggetto: per il loro principio, perché nell'uno conosciamo con la
ragione naturale, nell'altro con la fede divina; per l'oggetto, perché
oltre le verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di
vedere i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se
non sono rivelati dall'alto ».(7) La fede, che si fonda sulla
testimonianza di Dio e si avvale dell'aiuto soprannaturale della grazia,
è effettivamente di un ordine diverso da quello della conoscenza
filosofica. Questa, infatti, poggia sulla percezione dei sensi,
sull'esperienza e si muove alla luce del solo intelletto. La filosofia e
le scienze spaziano nell'ordine della ragione naturale, mentre la fede,
illuminata e guidata dallo Spirito, riconosce nel messaggio della
salvezza la « pienezza di grazia e di verità » (cfr Gv
1, 14) che Dio ha voluto rivelare nella storia e in maniera
definitiva per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo (cfr 1
Gv 5, 9; Gv 5, 31-32). 10.
Al Concilio Vaticano II i Padri, puntando lo sguardo su Gesù
rivelatore, hanno illustrato il carattere salvifico della rivelazione di
Dio nella storia e ne hanno espresso la natura nel modo seguente: « Con
questa rivelazione, Dio invisibile (cfr Col
1, 15; 1 Tm 1, 17) nel
suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es
33, 11; Gv 15, 14-15) e
si intrattiene con essi (cfr Bar 3,
38) per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé. Questa economia
della Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra
loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza,
manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle
parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse
contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e sulla salvezza degli
uomini, per mezzo di questa Rivelazione risplende a noi in Cristo, il
quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione ».(8) 11.
La rivelazione di Dio, dunque, si inserisce nel tempo e nella storia.
L'incarnazione di Gesù Cristo, anzi, avviene nella « pienezza del
tempo » (Gal 4, 4). A
duemila anni di distanza da quell'evento, sento il dovere di riaffermare
con forza che « nel cristianesimo il tempo ha un'importanza
fondamentale ».(9) In esso, infatti, viene alla luce l'intera opera
della creazione e della salvezza e, soprattutto, emerge il fatto che con
l'incarnazione del Figlio di Dio noi viviamo e anticipiamo fin da ora ciò
che sarà il compimento del tempo (cfr Eb
1, 2). La
verità che Dio ha consegnato all'uomo su se stesso e sulla sua vita si
inserisce, quindi, nel tempo e nella storia. Certo, essa è stata
pronunciata una volta per tutte nel mistero di Gesù di Nazareth. Lo
dice con parole eloquenti la Costituzione Dei
Verbum: « Dio, dopo avere a più riprese e in più modi parlato per
mezzo dei Profeti, “alla fine, nei nostri giorni, ha parlato a noi per
mezzo del Figlio” (Eb 1,
1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina
tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse
i segreti di Dio (cfr Gv 1,
1-18). Gesù Cristo, Verbo
fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla le parole di
Dio” (Gv 3, 34) e porta a
compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr Gv
5, 36; 17, 4). Perciò Egli, vedendo il quale si vede anche il Padre
(cfr Gv 14, 9), con tutta la
sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le
opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e
la gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello
Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione ».(10) La
storia, pertanto, costituisce per il Popolo di Dio un cammino da
percorrere interamente, così che la verità rivelata esprima in
pienezza i suoi contenuti grazie all'azione incessante dello Spirito
Santo (cfr Gv 16, 13). Lo
insegna, ancora una volta, la Costituzione Dei
Verbum quando afferma che « la Chiesa, nel corso dei secoli, tende
incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa
giungano a compimento le parole di Dio ».(11) 12.
La storia, quindi, diventa il luogo in cui possiamo costatare l'agire di
Dio a favore dell'umanità. Egli ci raggiunge in ciò che per noi è più
familiare e facile da verificare, perché costituisce il nostro contesto
quotidiano, senza il quale non riusciremmo a comprenderci. L'incarnazione
del Figlio di Dio permette di vedere attuata la sintesi definitiva che
la mente umana, partendo da sé, non avrebbe neppure potuto immaginare:
l'Eterno entra nel tempo, il Tutto si nasconde nel frammento, Dio assume
il volto dell'uomo. La verità espressa nella Rivelazione di Cristo,
dunque, non è più rinchiusa in un ristretto ambito territoriale e
culturale, ma si apre a ogni uomo e donna che voglia accoglierla come
parola definitivamente valida per dare senso all'esistenza. Ora, tutti
hanno in Cristo accesso al Padre; con la sua morte e risurrezione,
infatti, Egli ha donato la vita divina che il primo Adamo aveva
rifiutato (cfr Rm 5, 12-15).
Con questa Rivelazione viene offerta all'uomo la verità ultima sulla
propria vita e sul destino della storia: « In realtà solamente nel
mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo »,
afferma la Costituzione Gaudium
et spes.(12) Al di fuori di questa prospettiva il mistero
dell'esistenza personale rimane un enigma insolubile. Dove l'uomo
potrebbe cercare la risposta ad interrogativi drammatici come quelli del
dolore, della sofferenza dell'innocente e della morte, se non nella luce
che promana dal mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo? La
ragione dinanzi al mistero 13.
Non sarà, comunque, da dimenticare che la Rivelazione permane carica di
mistero. Certo, con tutta la sua vita Gesù rivela il volto del Padre,
essendo Egli venuto per spiegare i segreti di Dio; (13) eppure, la
conoscenza che noi abbiamo di tale volto è sempre segnata dalla
frammentarietà e dal limite del nostro comprendere. Solo la fede
permette di entrare all'interno del mistero, favorendone la coerente
intelligenza. Insegna
il Concilio che « a Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede
».(14) Con questa breve ma densa affermazione, viene indicata una
fondamentale verità del cristianesimo. Si dice, anzitutto, che la fede
è risposta di obbedienza a Dio. Ciò comporta che Egli venga
riconosciuto nella sua divinità, trascendenza e libertà suprema. Il
Dio che si fa conoscere, nell'autorità della sua assoluta trascendenza,
porta anche con sé la credibilità dei contenuti che rivela. Con la
fede, l'uomo dona il suo assenso a tale testimonianza divina. Ciò
significa che riconosce pienamente e integralmente la verità di quanto
rivelato, perché è Dio stesso che se ne fa garante. Questa verità,
donata all'uomo e da lui non esigibile, si inserisce nel contesto della
comunicazione interpersonale e spinge la ragione ad aprirsi ad essa e ad
accoglierne il senso profondo. E per questo che l'atto con il quale ci
si affida a Dio è sempre stato considerato dalla Chiesa come un momento
di scelta fondamentale, in cui tutta la persona è coinvolta. Intelletto
e volontà esercitano al massimo la loro natura spirituale per
consentire al soggetto di compiere un atto in cui la libertà personale
è vissuta in maniera piena.(15) Nella fede, quindi, la libertà non è
semplicemente presente: è esigita. E la fede, anzi, che permette a
ciascuno di esprimere al meglio la propria libertà. In altre parole, la
libertà non si realizza nelle scelte contro Dio. Come infatti potrebbe
essere considerato un uso autentico della libertà il rifiuto di aprirsi
verso ciò che permette la realizzazione di se stessi? E nel credere che
la persona compie l'atto più significativo della propria esistenza;
qui, infatti, la libertà raggiunge la certezza della verità e decide
di vivere in essa. In
aiuto alla ragione, che cerca l'intelligenza del mistero, vengono anche
i segni presenti nella Rivelazione. Essi servono a condurre più a fondo
la ricerca della verità e a permettere che la mente possa autonomamente
indagare anche all'interno del mistero. Questi segni, comunque, se da
una parte danno maggior forza alla ragione, perché le consentono di
ricercare all'interno del mistero con i suoi propri mezzi di cui è
giustamente gelosa, dall'altra la spingono a trascendere la loro realtà
di segni per raccoglierne il significato ulteriore di cui sono
portatori. In essi, pertanto, è già presente una verità nascosta a
cui la mente è rinviata e da cui non può prescindere senza distruggere
il segno stesso che le viene proposto. Si
è rimandati, in qualche modo, all'orizzonte sacramentale
della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove
l'unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di
cogliere la profondità del mistero. Cristo nell'Eucaristia è veramente
presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma, come aveva ben detto san
Tommaso, « tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la
natura. E un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi
».(16) Gli fa eco il filosofo Pascal: « Come Gesù Cristo è rimasto
sconosciuto tra gli uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni
comuni, senza differenza esteriore. Così resta l'Eucaristia tra il pane
comune ».(17) La
conoscenza di fede, insomma, non annulla il mistero; solo lo rende più
evidente e lo manifesta come fatto essenziale per la vita dell'uomo:
Cristo Signore « rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela
anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima
vocazione »,(18) che è quella di partecipare al mistero della vita
trinitaria di Dio.(19) 14.
L'insegnamento dei due Concili Vaticani apre un vero orizzonte di novità
anche per il sapere filosofico. La Rivelazione immette nella storia un
punto di riferimento da cui l'uomo non può prescindere, se vuole
arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall'altra parte,
però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio che la
mente non può esaurire, ma solo ricevere e accogliere nella fede.
All'interno di questi due momenti, la ragione possiede un suo spazio
peculiare che le permette di indagare e comprendere, senza essere
limitata da null'altro che dalla sua finitezza di fronte al mistero
infinito di Dio. La
Rivelazione, pertanto, immette nella nostra storia una verità
universale e ultima che provoca la mente dell'uomo a non fermarsi mai;
la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del proprio sapere
fino a quando non avverte di avere compiuto quanto era in suo potere,
senza nulla tralasciare. Ci viene in aiuto per questa riflessione una
delle intelligenze più feconde e significative della storia dell'umanità,
a cui fanno doveroso riferimento sia la filosofia che la teologia:
sant'Anselmo. Nel suo Proslogion,
l'Arcivescovo di Canterbury così si esprime: « Volgendo spesso e con
impegno il mio pensiero a questo problema, a volte mi sembrava di poter
ormai afferrare ciò che cercavo, altre volte invece sfuggiva
completamente al mio pensiero; finché finalmente, disperando di poterlo
trovare, volli smettere di ricercare qualcosa che era impossibile
trovare. Ma quando volli scacciare da me quel pensiero perché,
occupando la mia mente, non mi distogliesse da altri problemi dai quali
potevo ricavare qualche profitto, allora cominciò a presentarsi con
sempre maggior importunità [...]. Ma povero me, uno dei poveri figli di
Eva, lontani da Dio, che cosa ho cominciato a fare e a che cosa sono
riuscito? A che cosa tendevo e a che cosa sono giunto? A che cosa
aspiravo e di che sospiro? [...]. O Signore, tu non solo sei ciò di cui
non si può pensare nulla di più grande (non
solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò
che si possa pensare (quiddam
maius quam cogitari possit) [...]. Se tu non fossi tale, si potrebbe
pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile ».(20) 15.
La verità della Rivelazione cristiana, che si incontra in Gesù di
Nazareth, permette a chiunque di accogliere il « mistero » della
propria vita. Come verità suprema, essa, mentre rispetta l'autonomia
della creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla
trascendenza. Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si
comprende in pienezza la parola del Signore: « Conoscerete la verità e
la verità vi farà liberi » (Gv
8, 32). La
Rivelazione cristiana è la vera stella di orientamento per l'uomo che
avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentistica e le
strettoie di una logica tecnocratica; è l'ultima possibilità che viene
offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di
amore, iniziato con la creazione. All'uomo desideroso di conoscere il
vero, se ancora è capace di guardare oltre se stesso e di innalzare lo
sguardo al di là dei propri progetti, è data la possibilità di
recuperare il genuino rapporto con la sua vita, seguendo la strada della
verità. Le parole del Deuteronomio
bene si possono applicare a questa situazione: « Questo comando che
oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non
è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo per
prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là
dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per
prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa
parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché
tu la metta in pratica » (30,11-14). A questo testo fa eco il famoso
pensiero del santo filosofo e teologo Agostino: « Noli
foras ire, in te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas ».(21) Alla
luce di queste considerazioni, una prima conclusione si impone: la verità
che la Rivelazione ci fa conoscere non è il frutto maturo o il punto
culminante di un pensiero elaborato dalla ragione. Essa, invece, si
presenta con la caratteristica della gratuità, produce pensiero e
chiede di essere accolta come espressione di amore. Questa verità
rivelata è anticipo, posto nella nostra storia, di quella visione
ultima e definitiva di Dio che è riservata a quanti credono in lui o lo
ricercano con cuore sincero. Il fine ultimo dell'esistenza personale,
dunque, è oggetto di studio sia della filosofia che della teologia.
Ambedue, anche se con mezzi e contenuti diversi, prospettano questo «
sentiero della vita » (Sal 16
[15], 11) che, come la fede ci dice, ha il suo sbocco ultimo nella gioia
piena e duratura della contemplazione del Dio Uno e Trino. |
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CAPITOLO
II CREDO
UT INTELLEGAM «
La sapienza tutto conosce e tutto comprende » (Sap
9, 11) Non
è un caso che, nel momento in cui l'autore sacro vuole descrivere
l'uomo saggio, lo dipinga come colui che ama e ricerca la verità: «
Beato l'uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l'intelligenza,
considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti. La
insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli
spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta
vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria
tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i
propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da
essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all'ombra della sua
gloria » (Sir 14, 20-27). Per
l'autore ispirato, come si vede, il desiderio di conoscere è una
caratteristica che accomuna tutti gli uomini. Grazie all'intelligenza è
data a tutti, sia credenti che non credenti, la possibilità di «
attingere alle acque profonde » della conoscenza (cfr Pro
20, 5). Certo, nell'antico Israele la conoscenza del mondo e dei
suoi fenomeni non avveniva per via di astrazione, come per il filosofo
ionico o il saggio egiziano. Ancor meno il buon israelita concepiva la
conoscenza con i parametri propri dell'epoca moderna, tesa maggiormente
alla divisione del sapere. Nonostante questo, il mondo biblico ha fatto
confluire nel grande mare della teoria della conoscenza il suo apporto
originale. Quale?
La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella
convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la
conoscenza della ragione e quella della fede. Il mondo e ciò che accade
in esso, come pure la storia e le diverse vicende del popolo, sono realtà
che vengono guardate, analizzate e giudicate con i mezzi propri della
ragione, ma senza che la fede resti estranea a questo processo. Essa non
interviene per umiliare l'autonomia della ragione o per ridurne lo
spazio di azione, ma solo per far comprendere all'uomo che in questi
eventi si rende visibile e agisce il Dio di Israele. Conoscere a fondo
il mondo e gli avvenimenti della storia non è, pertanto, possibile
senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi opera. La fede
affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire
degli eventi, la presenza operante della Provvidenza. Un'espressione del
libro dei Proverbi è significativa in proposito: « La mente dell'uomo
pensa molto alla sua via, ma il Signore dirige i suoi passi » (16, 9).
Come dire, l'uomo con la luce della ragione sa riconoscere la sua
strada, ma la può percorrere in maniera spedita, senza ostacoli e fino
alla fine, se con animo retto inserisce la sua ricerca nell'orizzonte
della fede. La ragione e la fede, pertanto, non possono essere separate
senza che venga meno per l'uomo la possibilità di conoscere in modo
adeguato se stesso, il mondo e Dio. 17.
Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e
la fede: l'una è nell'altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di
realizzazione. E sempre il libro dei Proverbi che orienta in questa
direzione quando esclama: « E gloria di Dio nascondere le cose, è
gloria dei re investigarle » (Pro
25, 2). Dio e l'uomo, nel loro rispettivo mondo, sono posti in un
rapporto unico. In Dio risiede l'origine di ogni cosa, in Lui si
raccoglie la pienezza del mistero, e questo costituisce la sua gloria;
all'uomo spetta il compito di investigare con la sua ragione la verità,
e in ciò consiste la sua nobiltà. Un'ulteriore tessera a questo
mosaico è aggiunta dal Salmista quando prega dicendo: « Quanto
profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se
li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora
» (139 [138], 17-18). Il desiderio di conoscere è così grande e
comporta un tale dinamismo, che il cuore dell'uomo, pur nell'esperienza
del limite invalicabile, sospira verso l'infinita ricchezza che sta
oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante
per ogni questione ancora irrisolta. 18.
Possiamo dire, pertanto, che Israele con la sua riflessione ha saputo
aprire alla ragione la via verso il mistero. Nella rivelazione di Dio ha
potuto scandagliare in profondità quanto con la ragione cercava di
raggiungere senza riuscirvi. A partire da questa più profonda forma di
conoscenza, il popolo eletto ha capito che la ragione deve rispettare
alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura.
Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza
dell'uomo è un cammino che non ha sosta; la seconda nasce dalla
consapevolezza che su tale strada non ci si può porre con l'orgoglio di
chi pensa che tutto sia frutto di personale conquista; una terza si
fonda nel « timore di Dio », del quale la ragione deve riconoscere la
sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore nel governo del mondo. Quando
s'allontana da queste regole, l'uomo s'espone al rischio del fallimento
e finisce per trovarsi nella condizione dello « stolto ». Per la
Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo
stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è
capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di
porre ordine nella sua mente (cfr Pro
1, 7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di se
stesso e dell'ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare «
Dio non esiste » (cfr Sal 14
[13], 1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia
carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla
loro origine e sul loro destino. 19.
Alcuni testi importanti, che gettano ulteriore luce su questo argomento,
sono contenuti nel Libro della Sapienza. In essi l'Autore sacro parla di
Dio che si fa conoscere anche attraverso la natura. Per gli antichi lo
studio delle scienze naturali coincideva in gran parte con il sapere
filosofico. Dopo aver affermato che con la sua intelligenza l'uomo è in
grado di « comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi
[...] il ciclo degli anni e la posizione degli astri, la natura degli
animali e l'istinto delle fiere » (Sap
7, 17.19-20), in una parola, che è capace di filosofare, il testo
sacro compie un passo in avanti di grande rilievo. Ricuperando il
pensiero della filosofia greca, a cui sembra riferirsi in questo
contesto, l'Autore afferma che, proprio ragionando sulla natura, si può
risalire al Creatore: « Dalla grandezza e bellezza delle creature, per
analogia si conosce l'autore » (Sap
13, 5). Viene quindi riconosciuto un primo stadio della Rivelazione
divina, costituito dal meraviglioso « libro della natura », leggendo
il quale, con gli strumenti propri della ragione umana, si può giungere
alla conoscenza del Creatore. Se l'uomo con la sua intelligenza non
arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto
alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all'impedimento
frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato. 20.
La ragione, in questa prospettiva, viene valorizzata, ma non
sopravvalutata. Quanto essa raggiunge, infatti, può essere vero, ma
acquista pieno significato solamente se il suo contenuto viene posto in
un orizzonte più ampio, quello della fede: « Dal Signore sono diretti
i passi dell'uomo e come può l'uomo comprendere la propria via? » (Pro
20, 24). Per l'Antico Testamento, pertanto, la fede libera la
ragione in quanto le permette di raggiungere coerentemente il suo
oggetto di conoscenza e di collocarlo in quell'ordine supremo in cui
tutto acquista senso. In una parola, l'uomo con la ragione raggiunge la
verità, perché illuminato dalla fede scopre il senso profondo di ogni
cosa e, in particolare, della propria esistenza. Giustamente, dunque,
l'autore sacro pone l'inizio della vera conoscenza proprio nel timore di
Dio: « Il timore del Signore è il principio della scienza » (Pro
1, 7; cfr Sir 1, 14). «
Acquista la sapienza, acquista l'intelligenza »
(Pro 4, 5) 21.
La conoscenza, per l'Antico Testamento, non si fonda soltanto su una
attenta osservazione dell'uomo, del mondo e della storia, ma suppone
anche un indispensabile rapporto con la fede e con i contenuti della
Rivelazione. Qui si trovano le sfide che il popolo eletto ha dovuto
affrontare e a cui ha dato risposta. Riflettendo su questa sua
condizione, l'uomo biblico ha scoperto di non potersi comprendere se non
come « essere in relazione »: con se stesso, con il popolo, con il
mondo e con Dio. Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla
Rivelazione, è stata alla fine per lui la fonte di una vera conoscenza,
che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi di infinito,
ricevendone possibilità di comprensione fino allora insperate. Lo
sforzo della ricerca non era esente, per l'Autore sacro, dalla fatica
derivante dallo scontro con i limiti della ragione. Lo si avverte, ad
esempio, nelle parole con cui il Libro dei Proverbi denuncia la
stanchezza dovuta al tentativo di comprendere i misteriosi disegni di
Dio (cfr 30, 1-6). Tuttavia, malgrado la fatica, il credente non si
arrende. La forza per continuare il suo cammino verso la verità gli
viene dalla certezza che Dio lo ha creato come un « esploratore » (cfr
Qo 1, 13), la cui missione è
di non lasciare nulla di intentato nonostante il continuo ricatto del
dubbio. Poggiando su Dio, egli resta proteso, sempre e dovunque, verso
ciò che è bello, buono e vero. 22.
San Paolo, nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, ci aiuta a
meglio apprezzare quanto penetrante sia la riflessione dei Libri
Sapienziali. Sviluppando un'argomentazione filosofica con linguaggio
popolare, l'Apostolo esprime una profonda verità: attraverso il creato
gli « occhi della mente » possono arrivare a conoscere Dio. Egli,
infatti, mediante le creature fa intuire alla ragione la sua « potenza
» e la sua « divinità » (cfr Rm
1, 20). Alla ragione dell'uomo, quindi, viene riconosciuta una
capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non
solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento
che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei
sensi può anche raggiungere la causa che sta all'origine di ogni realtà
sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che,
nell'importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica
dell'uomo. Secondo
l'Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la
capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile
per raggiungere l'origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della
disobbedienza con la quale l'uomo scelse di porre se stesso in piena e
assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità
di risalita a Dio creatore è venuta meno. Il
Libro della Genesi descrive in maniera plastica questa condizione
dell'uomo, quando narra che Dio lo pose nel giardino dell'Eden, al cui
centro era situato « l'albero della conoscenza del bene e del male »
(2, 17). Il simbolo è chiaro: l'uomo non era in grado di discernere e
decidere da sé ciò che era bene e ciò che era male, ma doveva
richiamarsi a un principio superiore. La cecità dell'orgoglio illuse i
nostri progenitori di essere sovrani e autonomi, e di poter prescindere
dalla conoscenza derivante da Dio. Nella loro originaria disobbedienza
essi coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite
che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena
verità. Ormai la capacità umana di conoscere la verità era offuscata
dall'avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. E
ancora l'Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del
peccato, fossero diventati « vani » e i ragionamenti distorti e
orientati al falso (cfr Rm 1,
21-22). Gli occhi della mente non erano ormai più capaci di vedere con
chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta prigioniera di se
stessa. La venuta di Cristo è stata l'evento di salvezza che ha redento
la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa stessa
s'era imprigionata. 23.
Il rapporto del cristiano con la filosofia, pertanto, richiede un
discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento, soprattutto nelle Lettere
di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza: la contrapposizione
tra « la sapienza di questo mondo » e quella di Dio rivelata in Gesù
Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei
nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di
esprimerla in maniera adeguata. L'inizio
della prima Lettera ai Corinzi pone con radicalità questo dilemma. Il
Figlio di Dio crocifisso è l'evento storico contro cui s'infrange ogni
tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una
giustificazione sufficiente del senso dell'esistenza. Il vero punto
nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo.
Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a
pura logica umana è destinato al fallimento. « Dov'è il sapiente?
Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha
forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? » (1
Cor 1, 20), si domanda con enfasi l'Apostolo. Per ciò che Dio vuole
realizzare non è più possibile la sola sapienza dell'uomo saggio, ma
è richiesto un passaggio decisivo verso l'accoglienza di una novità
radicale: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i
sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e
disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono »
(1 Cor 1, 27-28). La sapienza
dell'uomo rifiuta di vedere nella propria debolezza il presupposto della
sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: « Quando sono debole,
è allora che sono forte » (2
Cor 12, 10). L'uomo non riesce a comprendere come la morte possa
essere fonte di vita e di amore, ma Dio ha scelto per rivelare il
mistero del suo disegno di salvezza proprio ciò che la ragione
considera « follia » e « scandalo ». Parlando il linguaggio dei
filosofi suoi contemporanei, Paolo raggiunge il culmine del suo
insegnamento e del paradosso che vuole esprimere: « Dio ha scelto ciò
che nel mondo [...] è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1
Cor 1, 28). Per esprimere la natura della gratuità dell'amore
rivelato nella croce di Cristo, l'Apostolo non ha timore di usare il
linguaggio più radicale che i filosofi impiegavano nelle loro
riflessioni su Dio. La ragione non può svuotare il mistero di amore che
la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta
ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della
Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio di verità e, insieme,
di salvezza. La
sapienza della Croce, dunque, supera ogni limite culturale che le si
voglia imporre e obbliga ad aprirsi all'universalità della verità di
cui è portatrice. Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale
vantaggio essa ne ricava se vi si arrende! La filosofia, che già da sé
è in grado di riconoscere l'incessante trascendersi dell'uomo verso la
verità, aiutata dalla fede può aprirsi ad accogliere nella « follia
» della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la
verità, imbrigliandola nelle secche di un loro sistema. Il rapporto
fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto
lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può
sfociare nell'oceano sconfinato della verità. Qui si mostra evidente il
confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in
cui ambedue si possono incontrare. |
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CAPITOLO
III INTELLEGO
UT CREDAM In
cammino alla ricerca della verità
L'Apostolo
mette in luce una verità di cui la Chiesa ha sempre fatto tesoro: nel
più profondo del cuore dell'uomo è seminato il desiderio e la
nostalgia di Dio. Lo ricorda con forza anche la liturgia del Venerdì
Santo quando, invitando a pregare per quanti non credono, ci fa dire: «
O Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così
profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace ».(22)
Esiste quindi un cammino che l'uomo, se vuole, può percorrere; esso
prende il via dalla capacità della ragione di innalzarsi al di sopra
del contingente per spaziare verso l'infinito. In
differenti modi e in diversi tempi l'uomo ha dimostrato di saper dare
voce a questo suo intimo desiderio. La letteratura, la musica, la
pittura, la scultura, l'architettura ed ogni altro prodotto della sua
intelligenza creatrice sono diventati canali attraverso cui esprimere
l'ansia della sua ricerca. La filosofia in modo peculiare ha raccolto in
sé questo movimento ed ha espresso, con i suoi mezzi e secondo le
modalità scientifiche sue proprie, questo universale desiderio
dell'uomo. 25.
« Tutti gli uomini desiderano sapere »,(23) e oggetto proprio di
questo desiderio è la verità. La stessa vita quotidiana mostra quanto
ciascuno sia interessato a scoprire, oltre il semplice sentito dire,
come stanno veramente le cose. L'uomo è l'unico essere in tutto il
creato visibile che non solo è capace di sapere, ma sa anche di sapere,
e per questo si interessa alla verità reale di ciò che gli appare.
Nessuno può essere sinceramente indifferente alla verità del suo
sapere. Se scopre che è falso, lo rigetta; se può, invece, accertarne
la verità, si sente appagato. E la lezione di sant'Agostino quando
scrive: « Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse
farsi ingannare, nessuno ».(24) Giustamente si ritiene che una persona
abbia raggiunto l'età adulta quando può discernere, con i propri
mezzi, tra ciò che è vero e ciò che è falso, formandosi un suo
giudizio sulla realtà oggettiva delle cose. Sta qui il motivo di tante
ricerche, in particolare nel campo delle scienze, che hanno portato
negli ultimi secoli a così significativi risultati, favorendo un
autentico progresso dell'umanità intera. Non
meno importante della ricerca in ambito teoretico è quella in ambito
pratico: intendo alludere alla ricerca della verità in rapporto al bene
da compiere. Con il proprio agire etico, infatti, la persona, operando
secondo il suo libero e retto volere, si introduce nella strada della
felicità e tende verso la perfezione. Anche in questo caso si tratta di
verità. Ho ribadito questa convinzione nella Lettera enciclica Veritatis
splendor: « Non si dà morale senza libertà [...]. Se esiste il
diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità,
esiste ancora prima l'obbligo morale grave per ciascuno di cercare la
verità e di aderirvi una volta conosciuta ».(25) E
necessario, dunque, che i valori scelti e perseguiti con la propria vita
siano veri, perché soltanto valori veri possono perfezionare la persona
realizzandone la natura. Questa verità dei valori, l'uomo la trova non
rinchiudendosi in se stesso ma aprendosi ad accoglierla anche nelle
dimensioni che lo trascendono. E questa una condizione necessaria perché
ognuno diventi se stesso e cresca come persona adulta e matura. 26.
La verità inizialmente si presenta all'uomo in forma interrogativa: ha
un senso la vita? verso dove è diretta? A prima vista, l'esistenza
personale potrebbe presentarsi radicalmente priva di senso. Non è
necessario ricorrere ai filosofi dell'assurdo né alle provocatorie
domande che si ritrovano nel Libro di Giobbe per dubitare del senso
della vita. L'esperienza quotidiana della sofferenza, propria ed altrui,
la vista di tanti fatti che alla luce della ragione appaiono
inspiegabili, bastano a rendere ineludibile una questione così
drammatica come quella sul senso.(26) A ciò si aggiunga che la prima
verità assolutamente certa della nostra esistenza, oltre al fatto che
esistiamo, è l'inevitabilità della nostra morte. Di fronte a questo
dato sconcertante s'impone la ricerca di una risposta esaustiva. Ognuno
vuole — e deve — conoscere la verità sulla propria fine. Vuole
sapere se la morte sarà il termine definitivo della sua esistenza o se
vi è qualcosa che oltrepassa la morte; se gli è consentito sperare in
una vita ulteriore oppure no. Non è senza significato che il pensiero
filosofico abbia ricevuto un suo decisivo orientamento dalla morte di
Socrate e ne sia rimasto segnato da oltre due millenni. Non è affatto
casuale, quindi, che i filosofi dinanzi al fatto della morte si siano
riproposti sempre di nuovo questo problema insieme con quello sul senso
della vita e dell'immortalità. 27.
A questi interrogativi nessuno può sfuggire, né il filosofo né l'uomo
comune. Dalla risposta ad essi data dipende una tappa decisiva della
ricerca: se sia possibile o meno raggiungere una verità universale e
assoluta. Di per sé, ogni verità anche parziale, se è realmente verità,
si presenta come universale. Ciò che è vero, deve essere vero per
tutti e per sempre. Oltre a questa universalità, tuttavia, l'uomo cerca
un assoluto che sia capace di dare risposta e senso a tutta la sua
ricerca: qualcosa di ultimo, che si ponga come fondamento di ogni cosa.
In altre parole, egli cerca una spiegazione definitiva, un valore
supremo, oltre il quale non vi siano né vi possano essere interrogativi
o rimandi ulteriori. Le ipotesi possono affascinare, ma non soddisfano.
Viene per tutti il momento in cui, lo si ammetta o no, si ha bisogno di
ancorare la propria esistenza ad una verità riconosciuta come
definitiva, che dia certezza non più sottoposta al dubbio. I
filosofi, nel corso dei secoli, hanno cercato di scoprire e di esprimere
una simile verità, dando vita a un sistema o una scuola di pensiero. Al
di là dei sistemi filosofici, tuttavia, vi sono altre espressioni in
cui l'uomo cerca di dare forma a una sua « filosofia »: si tratta di
convinzioni o esperienze personali, di tradizioni familiari e culturali
o di itinerari esistenziali in cui ci si affida all'autorità di un
maestro. In ognuna di queste manifestazioni ciò che permane sempre vivo
è il desiderio di raggiungere la certezza della verità e del suo
valore assoluto. I
differenti volti della verità dell'uomo 29.
Non è pensabile che una ricerca così profondamente radicata nella
natura umana possa essere del tutto inutile e vana. La stessa capacità
di cercare la verità e di porre domande implica già una prima
risposta. L'uomo non inizierebbe a cercare ciò che ignorasse del tutto
o stimasse assolutamente irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter
arrivare ad una risposta può indurlo a muovere il primo passo. Di
fatto, proprio questo è ciò che normalmente accade nella ricerca
scientifica. Quando uno scienziato, a seguito di una sua intuizione, si
pone alla ricerca della spiegazione logica e verificabile di un
determinato fenomeno, egli ha fiducia fin dall'inizio di trovare una
risposta, e non s'arrende davanti agli insuccessi. Egli non ritiene
inutile l'intuizione originaria solo perché non ha raggiunto
l'obiettivo; con ragione dirà piuttosto che non ha trovato ancora la
risposta adeguata. La
stessa cosa deve valere anche per la ricerca della verità nell'ambito
delle questioni ultime. La sete di verità è talmente radicata nel
cuore dell'uomo che il doverne prescindere comprometterebbe l'esistenza.
E sufficiente, insomma, osservare la vita di tutti i giorni per
costatare come ciascuno di noi porti in sé l'assillo di alcune domande
essenziali ed insieme custodisca nel proprio animo almeno l'abbozzo
delle relative risposte. Sono risposte della cui verità si è convinti,
anche perché si sperimenta che, nella sostanza, non differiscono dalle
risposte a cui sono giunti tanti altri. Certo, non ogni verità che
viene acquisita possiede lo stesso valore. Dall'insieme dei risultati
raggiunti, tuttavia, viene confermata la capacità che l'essere umano ha
di pervenire, in linea di massima, alla verità. 30.
Può essere utile, ora, fare un rapido cenno a queste diverse forme di
verità. Le più numerose sono quelle che poggiano su evidenze immediate
o trovano conferma per via di esperimento. E questo l'ordine di verità
proprio della vita quotidiana e della ricerca scientifica. A un altro
livello si trovano le verità di carattere filosofico, a cui l'uomo
giunge mediante la capacità speculativa del suo intelletto. Infine, vi
sono le verità religiose, che in qualche misura affondano le loro
radici anche nella filosofia. Esse sono contenute nelle risposte che le
varie religioni nelle loro tradizioni offrono alle domande ultime. (27) Quanto
alle verità filosofiche, occorre precisare che esse non si limitano
alle sole dottrine, talvolta effimere, dei filosofi di professione. Ogni
uomo, come già ho detto, è in certo qual modo un filosofo e possiede
proprie concezioni filosofiche con le quali orienta la sua vita. In un
modo o in un altro, egli si forma una visione globale e una risposta sul
senso della propria esistenza: in tale luce egli interpreta la propria
vicenda personale e regola il suo comportamento. E qui che dovrebbe
porsi la domanda sul rapporto tra le verità filosofico-religiose e la
verità rivelata in Gesù Cristo. Prima di rispondere a questo
interrogativo è opportuno valutare un ulteriore dato della filosofia. 31.
L'uomo non è fatto per vivere solo. Egli nasce e cresce in una
famiglia, per inserirsi più tardi con il suo lavoro nella società. Fin
dalla nascita, quindi, si trova immerso in varie tradizioni, dalle quali
riceve non soltanto il linguaggio e la formazione culturale, ma anche
molteplici verità a cui, quasi istintivamente, crede. La crescita e la
maturazione personale, comunque, implicano che queste stesse verità
possano essere messe in dubbio e vagliate attraverso la peculiare
attività critica del pensiero. Ciò non toglie che, dopo questo
passaggio, quelle stesse verità siano « ricuperate » sulla base
dell'esperienza che se ne è fatta, o in forza del ragionamento
successivo. Nonostante questo, nella vita di un uomo le verità
semplicemente credute rimangono molto più numerose di quelle che egli
acquisisce mediante la personale verifica. Chi, infatti, sarebbe in
grado di vagliare criticamente gli innumerevoli risultati delle scienze
su cui la vita moderna si fonda? Chi potrebbe controllare per conto
proprio il flusso delle informazioni, che giorno per giorno si ricevono
da ogni parte del mondo e che pure si accettano, in linea di massima,
come vere? Chi, infine, potrebbe rifare i cammini di esperienza e di
pensiero per cui si sono accumulati i tesori di saggezza e di religiosità
dell'umanità? L'uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui
che vive di credenza. 32.
Nel credere, ciascuno si affida alle conoscenze acquisite da altre
persone. E ravvisabile in ciò una tensione significativa: da una parte,
la conoscenza per credenza appare come una forma imperfetta di
conoscenza, che deve perfezionarsi progressivamente mediante l'evidenza
raggiunta personalmente; dall'altra, la credenza risulta spesso
umanamente più ricca della semplice evidenza, perché include un
rapporto interpersonale e mette in gioco non solo le personali capacità
conoscitive, ma anche la capacità più radicale di affidarsi ad altre
persone, entrando in un rapporto più stabile ed intimo con loro. E
bene sottolineare che le verità ricercate in questa relazione
interpersonale non sono primariamente nell'ordine fattuale o in quello
filosofico. Ciò che viene richiesto, piuttosto, è la verità stessa
della persona: ciò che essa è e ciò che manifesta del proprio intimo.
La perfezione dell'uomo, infatti, non sta nella sola acquisizione della
conoscenza astratta della verità, ma consiste anche in un rapporto vivo
di donazione e di fedeltà verso l'altro. In questa fedeltà che sa
donarsi, l'uomo trova piena certezza e sicurezza. Al tempo stesso, però,
la conoscenza per credenza, che si fonda sulla fiducia interpersonale,
non è senza riferimento alla verità: l'uomo, credendo, si affida alla
verità che l'altro gli manifesta. Quanti
esempi si potrebbero portare per illustrare questo dato! Il mio
pensiero, però, corre direttamente alla testimonianza dei martiri. Il
martire, in effetti, è il più genuino testimone della verità
sull'esistenza. Egli sa di avere trovato nell'incontro con Gesù Cristo
la verità sulla sua vita e niente e nessuno potrà mai strappargli
questa certezza. Né la sofferenza né la morte violenta lo potranno
fare recedere dall'adesione alla verità che ha scoperto nell'incontro
con Cristo. Ecco perché fino ad oggi la testimonianza dei martiri
affascina, genera consenso, trova ascolto e viene seguita. Questa è la
ragione per cui ci si fida della loro parola: si scopre in essi
l'evidenza di un amore che non ha bisogno di lunghe argomentazioni per
essere convincente, dal momento che parla ad ognuno di ciò che egli nel
profondo già percepisce come vero e ricercato da tanto tempo. Il
martire, insomma, provoca in noi una profonda fiducia, perché dice ciò
che noi già sentiamo e rende evidente ciò che anche noi vorremmo
trovare la forza di esprimere. 33.
Si può così vedere che i termini del problema vanno progressivamente
completandosi. L'uomo, per natura, ricerca la verità. Questa ricerca
non è destinata solo alla conquista di verità parziali, fattuali o
scientifiche; egli non cerca soltanto il vero bene per ognuna delle sue
decisioni. La sua ricerca tende verso una verità ulteriore che sia in
grado di spiegare il senso della vita; è perciò una ricerca che non può
trovare esito se non nell'assoluto.(28) Grazie alle capacità insite nel
pensiero, l'uomo è in grado di incontrare e riconoscere una simile
verità. In quanto vitale ed essenziale per la sua esistenza, tale verità
viene raggiunta non solo per via razionale, ma anche mediante
l'abbandono fiducioso ad altre persone, che possono garantire la
certezza e l'autenticità della verità stessa. La capacità e la scelta
di affidare se stessi e la propria vita a un'altra persona costituiscono
certamente uno degli atti antropologicamente più significativi ed
espressivi. Non
si dimentichi che anche la ragione ha bisogno di essere sostenuta nella
sua ricerca da un dialogo fiducioso e da un'amicizia sincera. Il clima
di sospetto e di diffidenza, che a volte circonda la ricerca
speculativa, dimentica l'insegnamento dei filosofi antichi, i quali
ponevano l'amicizia come uno dei contesti più adeguati per il retto
filosofare. Da
quanto ho fin qui detto, risulta che l'uomo si trova in un cammino di
ricerca, umanamente interminabile: ricerca di verità e ricerca di una
persona a cui affidarsi. La fede cristiana gli viene incontro
offrendogli la possibilità concreta di vedere realizzato lo scopo di
questa ricerca. Superando lo stadio della semplice credenza, infatti,
essa immette l'uomo in quell'ordine di grazia che gli consente di
partecipare al mistero di Cristo, nel quale gli è offerta la conoscenza
vera e coerente del Dio Uno e Trino. Così in Gesù Cristo, che è la
Verità, la fede riconosce l'ultimo appello che viene rivolto all'umanità,
perché possa dare compimento a ciò che sperimenta come desiderio e
nostalgia. 34.
Questa verità, che Dio ci rivela in Gesù Cristo, non è in contrasto
con le verità che si raggiungono filosofando. I due ordini di
conoscenza conducono anzi alla verità nella sua pienezza. L'unità
della verità è già un postulato fondamentale della ragione umana,
espresso nel principio di non-contraddizione. La Rivelazione dà la
certezza di questa unità, mostrando che il Dio creatore è anche il Dio
della storia della salvezza. Lo stesso e identico Dio, che fonda e
garantisce l'intelligibilità e la ragionevolezza dell'ordine naturale
delle cose su cui gli scienziati si appoggiano fiduciosi,(29) è il
medesimo che si rivela Padre di nostro Signore Gesù Cristo. Quest'unità
della verità, naturale e rivelata, trova la sua identificazione viva e
personale in Cristo, così come ricorda l'Apostolo: « La verità che è
in Gesù » (Ef 4, 21; cfr Col
1, 15-20). Egli è la Parola
eterna, in cui tutto è stato creato, ed è insieme la Parola
incarnata, che in tutta la sua persona (30) rivela il Padre (cfr Gv
1, 14.18). Ciò che la ragione umana cerca « senza conoscerlo »
(cfr At 17, 23), può essere
trovato soltanto per mezzo di Cristo: ciò che in Lui si rivela,
infatti, è la « piena verità » (cfr Gv
1, 14-16) di ogni essere che in Lui e per Lui è stato creato e
quindi in Lui trova compimento (cfr Col
1, 17). 35.
Sullo sfondo di queste considerazioni generali, è necessario ora
esaminare in maniera più diretta il rapporto tra la verità rivelata e
la filosofia. Questo rapporto impone una duplice considerazione, in
quanto la verità che ci proviene dalla Rivelazione è, nello stesso
tempo, una verità che va compresa alla luce della ragione. Solo in
questa duplice accezione, infatti, è possibile precisare la giusta
relazione della verità rivelata con il sapere filosofico. Consideriamo,
pertanto, in primo luogo i rapporti tra la fede e la filosofia nel corso
della storia. Da qui sarà possibile individuare alcuni principi, che
costituiscono i punti di riferimento a cui rifarsi per stabilire il
corretto rapporto tra i due ordini di conoscenza. |
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CAPITOLO
IV IL
RAPPORTO Uno
degli sforzi maggiori che i filosofi del pensiero classico operarono,
infatti, fu quello di purificare la concezione che gli uomini avevano di
Dio da forme mitologiche. Come sappiamo, anche la religione greca, non
diversamente da gran parte delle religioni cosmiche, era politeista,
giungendo fino a divinizzare cose e fenomeni della natura. I tentativi
dell'uomo di comprendere l'origine degli dei e, in loro, dell'universo
trovarono la loro prima espressione nella poesia. Le teogonie rimangono,
fino ad oggi, la prima testimonianza di questa ricerca dell'uomo. Fu
compito dei padri della filosofia far emergere il legame tra la ragione
e la religione. Allargando lo sguardo verso i principi universali, essi
non si accontentarono più dei miti antichi, ma vollero giungere a dare
fondamento razionale alla loro credenza nella divinità. Si intraprese,
così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si
immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione
universale. Il fine verso cui tale sviluppo tendeva era la
consapevolezza critica di ciò in cui si credeva. La prima a trarre
vantaggio da simile cammino fu la concezione della divinità. Le
superstizioni vennero riconosciute come tali e la religione fu, almeno
in parte, purificata mediante l'analisi razionale. Fu su questa base che
i Padri della Chiesa avviarono un dialogo fecondo con i filosofi
antichi, aprendo la strada all'annuncio e alla comprensione del Dio di
Gesù Cristo. 37.
Nell'accennare a questo movimento di avvicinamento dei cristiani alla
filosofia, è doveroso ricordare anche l'atteggiamento di cautela che in
essi suscitavano altri elementi del mondo culturale pagano, quali ad
esempio la gnosi. La filosofia, come saggezza pratica e scuola di vita,
poteva facilmente essere confusa con una conoscenza di tipo superiore,
esoterico, riservato a pochi perfetti. E senza dubbio a questo genere di
speculazioni esoteriche che san Paolo pensa, quando mette in guardia i
Colossesi: « Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con
vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del
mondo e non secondo Cristo » (2, 8). Quanto mai attuali si presentano
le parole dell'Apostolo, se le riferiamo alle diverse forme di
esoterismo che dilagano oggi anche presso alcuni credenti, privi del
dovuto senso critico. Sulle orme di san Paolo, altri scrittori dei primi
secoli, in particolare sant'Ireneo e Tertulliano, sollevano a loro volta
riserve nei confronti di un'impostazione culturale che pretendeva di
subordinare la verità della Rivelazione all'interpretazione dei
filosofi. 8.
L'incontro del cristianesimo con la filosofia, dunque, non fu immediato
né facile. La pratica di essa e la frequentazione delle scuole apparve
ai primi cristiani più come un disturbo che come un'opportunità. Per
loro, primo e urgente dovere era l'annuncio di Cristo risorto da
proporre in un incontro personale capace di condurre l'interlocutore
alla conversione del cuore e alla richiesta del Battesimo. Ciò non
significa, comunque, che essi ignorassero il compito di approfondire
l'intelligenza della fede e delle sue motivazioni. Tutt'altro. Ingiusta
e pretestuosa, pertanto, risulta la critica di Celso, che accusa i
cristiani di essere gente « illetterata e rozza ».(31) La spiegazione
di questo loro iniziale disinteresse va ricercata altrove. In realtà,
l'incontro con il Vangelo offriva una risposta così appagante alla
questione, fino a quel momento ancora non risolta, circa il senso della
vita, che la frequentazione dei filosofi appariva loro come una cosa
lontana e, per alcuni versi, superata. Ciò
appare oggi ancora più chiaro, se si pensa a quell'apporto del
cristianesimo che consiste nell'affermazione dell'universale diritto
d'accesso alla verità. Abbattute le barriere razziali, sociali e
sessuali, il cristianesimo aveva annunciato fin dai suoi inizi
l'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio. La prima conseguenza di
questa concezione si applicava al tema della verità. Veniva decisamente
superato il carattere elitario che la sua ricerca aveva presso gli
antichi: poiché l'accesso alla verità è un bene che permette di
giungere a Dio, tutti devono essere nella condizione di poter percorrere
questa strada. Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici;
tuttavia, poiché la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna
di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale,
ossia alla rivelazione di Gesù Cristo. Quale
pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel
segno di un cauto discernimento, va ricordato san Giustino: questi, pur
conservando anche dopo la conversione grande stima per la filosofia
greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel cristianesimo
« l'unica sicura e proficua filosofia ».(32) Similmente, Clemente
Alessandrino chiamava il Vangelo « la vera filosofia »,(33) e
interpretava la filosofia in analogia alla legge mosaica come una
istruzione propedeutica alla fede cristiana (34) e una preparazione al
Vangelo.(35) Poiché « la filosofia brama quella sapienza che consiste
nella rettitudine dell'anima e della parola e nella purezza della vita,
essa è ben disposta verso la sapienza e fa tutto il possibile per
raggiungerla. Presso di noi si dicono filosofi coloro che amano la
sapienza che è creatrice e maestra di ogni cosa, cioè la conoscenza
del Figlio di Dio ».(36) La filosofia greca, per l'Alessandrino, non ha
come primo scopo quello di completare o rafforzare la verità cristiana;
suo compito è, piuttosto, la difesa della fede: « La dottrina del
Salvatore è perfetta in se stessa e non ha bisogno di appoggio, perché
essa è la forza e la sapienza di Dio. La filosofia greca, col suo
apporto, non rende più forte la verità, ma siccome rende impotente
l'attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori contro la
verità, la si è chiamata a ragione siepe e muro di cinta della vigna
».(37) 39.
Nella storia di questo sviluppo è possibile, comunque, verificare
l'assunzione critica del pensiero filosofico da parte dei pensatori
cristiani. Tra i primi esempi che si possono incontrare, quello di
Origene è certamente significativo. Contro gli attacchi che venivano
mossi dal filosofo Celso, Origene assume la filosofia platonica per
argomentare e rispondergli. Riferendosi a non pochi elementi del
pensiero platonico, egli inizia a elaborare una prima forma di teologia
cristiana. Il nome stesso, infatti, insieme con l'idea di teologia come
discorso razionale su Dio, fino a quel momento era ancora legato alla
sua origine greca. Nella filosofia aristotelica, ad esempio, il nome
designava la parte più nobile e il vero apogeo del discorso filosofico.
Alla luce della Rivelazione cristiana, invece, ciò che in precedenza
indicava una generica dottrina sulle divinità venne ad assumere un
significato del tutto nuovo, in quanto definiva la riflessione che il
credente compiva per esprimere la
vera dottrina su Dio. Questo nuovo pensiero cristiano che si andava
sviluppando si avvaleva della filosofia, ma nello stesso tempo tendeva a
distinguersi nettamente da essa. La storia mostra come lo stesso
pensiero platonico assunto in teologia abbia subito profonde
trasformazioni, in particolare per quanto riguarda concetti quali
l'immortalità dell'anima, la divinizzazione dell'uomo e l'origine del
male. 40.
In quest'opera di cristianizzazione del pensiero platonico e
neoplatonico, meritano particolare menzione i Padri Cappadoci, Dionigi
detto l'Areopagita e soprattutto sant'Agostino. Il grande Dottore
occidentale era venuto a contatto con diverse scuole filosofiche, ma
tutte lo avevano deluso. Quando davanti a lui si affacciò la verità
della fede cristiana, allora ebbe la forza di compiere quella radicale
conversione a cui i filosofi precedentemente frequentati non erano
riusciti ad indurlo. Il motivo lo racconta lui stesso: « Dal quel
momento però cominciai a rendermi conto che una preferenza per
l'insegnamento cattolico mi avrebbe imposto di credere a cose non
dimostrate (sia che una dimostrazione ci fosse ma non apparisse
convincente, sia che non ci fosse del tutto) in misura minore e con
rischio d'errore trascurabile in confronto all'insegnamento manicheo. Il
quale prima si prendeva gioco della credulità con temerarie promesse di
conoscenza, e poi imponeva di credere a tante fantasie favolose ed
assurde, dato che non poteva dimostrarle ».(38) Agli stessi platonici,
a cui si faceva riferimento in modo privilegiato, Agostino rimproverava
che, pur avendo conosciuto il fine verso cui tendere, avevano ignorato
però la via che vi conduce: il Verbo incarnato.(39) Il Vescovo di
Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero
filosofico e teologico nella quale confluivano correnti del pensiero
greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava
il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e
sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo. La sintesi
compiuta da sant'Agostino rimarrà per secoli come la forma più alta
della speculazione filosofica e teologica che l'Occidente abbia
conosciuto. Forte della sua storia personale e aiutato da una mirabile
santità di vita, egli fu anche in grado di introdurre nelle sue opere
molteplici dati che, facendo riferimento all'esperienza, preludevano a
futuri sviluppi di alcune correnti filosofiche. 41.
Diverse, dunque, sono state le forme con cui i Padri d'Oriente e
d'Occidente sono entrati in rapporto con le scuole filosofiche. Ciò non
significa che essi abbiano identificato il contenuto del loro messaggio
con i sistemi a cui facevano riferimento. La domanda di Tertulliano: «
Che cosa hanno in comune Atene e Gerusalemme? Che cosa l'Accademia e la
Chiesa? »,(40) è chiaro sintomo della coscienza critica con cui i
pensatori cristiani, fin dalle origini, affrontarono il problema del
rapporto tra la fede e la filosofia, vedendolo globalmente nei suoi
aspetti positivi e nei suoi limiti. Non erano pensatori ingenui. Proprio
perché vivevano intensamente il contenuto della fede, essi sapevano
raggiungere le forme più profonde della speculazione. E pertanto
ingiusto e riduttivo limitare la loro opera alla sola trasposizione
delle verità di fede in categorie filosofiche. Fecero molto di più.
Riuscirono, infatti, a far emergere in pienezza quanto risultava ancora
implicito e propedeutico nel pensiero dei grandi filosofi antichi.(41)
Costoro, come ho detto, avevano avuto il compito di mostrare in quale
modo la ragione, liberata dai vincoli esterni, potesse uscire dal vicolo
cieco dei miti, per aprirsi in modo più adeguato alla trascendenza. Una
ragione purificata e retta, quindi, era in grado di elevarsi ai livelli
più alti della riflessione, dando fondamento solido alla percezione
dell'essere, del trascendente e dell'assoluto. Proprio
qui si inserisce la novità operata dai Padri. Essi accolsero in pieno
la ragione aperta all'assoluto e in essa innestarono la ricchezza
proveniente dalla Rivelazione. L'incontro non fu solo a livello di
culture, delle quali l'una succube forse del fascino dell'altra; esso
avvenne nell'intimo degli animi e fu incontro tra la creatura e il suo
Creatore. Oltrepassando il fine stesso verso cui inconsapevolmente
tendeva in forza della sua natura, la ragione poté raggiungere il sommo
bene e la somma verità nella persona del Verbo incarnato. Dinanzi alle
filosofie, i Padri non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto gli
elementi comuni quanto le diversità che esse presentavano rispetto alla
Rivelazione. La coscienza delle convergenze non offuscava in loro il
riconoscimento delle differenze. 42.
Nella teologia scolastica il ruolo della ragione filosoficamente educata
diventa ancora più cospicuo sotto la spinta dell'interpretazione
anselmiana dell'intellectus fidei.
Per il santo Arcivescovo di Canterbury la priorità della fede non è
competitiva con la ricerca propria della ragione. Questa, infatti, non
è chiamata a esprimere un giudizio sui contenuti della fede; ne sarebbe
incapace, perché a ciò non idonea. Suo compito, piuttosto, è quello
di saper trovare un senso, di scoprire delle ragioni che permettano a
tutti di raggiungere una qualche intelligenza dei contenuti di fede.
Sant'Anselmo sottolinea il fatto che l'intelletto deve porsi in ricerca
di ciò che ama: più ama, più desidera conoscere. Chi vive per la
verità è proteso verso una forma di conoscenza che si infiamma sempre
più di amore per ciò che conosce, pur dovendo ammettere di non aver
ancora fatto tutto ciò che sarebbe nel suo desiderio: « Ad
te videndum factus sum; et nondum feci propter quod factus sum ».(42)
Il desiderio di verità spinge, dunque, la ragione ad andare sempre
oltre; essa, anzi, viene come sopraffatta dalla costatazione della sua
capacità sempre più grande di ciò che raggiunge. A questo punto, però,
la ragione è in grado di scoprire ove stia il compimento del suo
cammino: « Penso infatti che chi investiga una cosa incomprensibile
debba accontentarsi di giungere con il ragionamento a riconoscerne con
somma certezza la realtà, anche se non è in grado di penetrare con
l'intelletto il suo modo di essere [...]. Che cosa c'è peraltro di
tanto incomprensibile ed inesprimibile quanto ciò che è al di sopra di
ogni cosa? Se dunque ciò di cui finora si è disputato intorno alla
somma essenza è stato stabilito su ragioni necessarie, quantunque non
possa essere penetrato con l'intelletto in modo da potersi chiarire
anche verbalmente, non per questo vacilla minimamente il fondamento
della sua certezza. Se, infatti, una precedente riflessione ha compreso
in modo razionale che è incomprensibile (rationabiliter
comprehendit incomprehensibile esse) il modo in cui la sapienza
superna sa ciò che ha fatto [...], chi spiegherà come essa stessa si
conosce e si dice, essa di cui l'uomo nulla o pressoché nulla può
sapere? ».(43) L'armonia
fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è
ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga
compreso con l'aiuto della ragione; la ragione, al culmine della sua
ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta. La
novità perenne del pensiero di san Tommaso d'Aquino 43.
Un posto tutto particolare in questo lungo cammino spetta a san Tommaso,
non solo per il contenuto della sua dottrina, ma anche per il rapporto
dialogico che egli seppe instaurare con il pensiero arabo ed ebreo del
suo tempo. In un'epoca in cui i pensatori cristiani riscoprivano i
tesori della filosofia antica, e più direttamente aristotelica, egli
ebbe il grande merito di porre in primo piano l'armonia che intercorre
tra la ragione e la fede. La luce della ragione e quella della fede
provengono entrambe da Dio, egli argomentava; perciò non possono
contraddirsi tra loro.(44) Più
radicalmente, Tommaso riconosce che la natura, oggetto proprio della
filosofia, può contribuire alla comprensione della rivelazione divina.
La fede, dunque, non teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida.
Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento,(45) così la
fede suppone e perfeziona la ragione. Quest'ultima, illuminata dalla
fede, viene liberata dalle fragilità e dai limiti derivanti dalla
disobbedienza del peccato e trova la forza necessaria per elevarsi alla
conoscenza del mistero di Dio Uno e Trino. Pur sottolineando con forza
il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha
dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi,
scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La
fede, infatti, è in qualche modo « esercizio del pensiero »; la
ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai
contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera
e consapevole.(46) E
per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto
dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare
teologia. Mi piace ricordare, in questo contesto, quanto ha scritto il
mio Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, in occasione del settimo
centenario della morte del Dottore Angelico: « Senza dubbio, Tommaso
possedette al massimo grado il coraggio della verità, la libertà di
spirito nell'affrontare i nuovi problemi, l'onestà intellettuale di chi
non ammette la contaminazione del cristianesimo con la filosofia
profana, ma nemmeno il rifiuto aprioristico di questa. Perciò, egli
passò alla storia del pensiero cristiano come un pioniere sul nuovo
cammino della filosofia e della cultura universale. Il punto centrale e
quasi il nocciolo della soluzione che egli diede al problema del nuovo
confronto tra la ragione e la fede con la genialità del suo intuito
profetico, è stato quello della conciliazione tra la secolarità del
mondo e la radicalità del Vangelo, sfuggendo così alla innaturale
tendenza negatrice del mondo e dei suoi valori, senza peraltro venire
meno alle supreme e inflessibili esigenze dell'ordine soprannaturale ».(47) 44.
Tra le grandi intuizioni di san Tommaso vi è anche quella relativa al
ruolo che lo Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la
scienza umana. Fin dalle prime pagine della sua Summa
Theologiae (48) l'Aquinate volle mostrare il primato di quella
sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla conoscenza
delle realtà divine. La sua teologia permette di comprendere la
peculiarità della sapienza nel suo stretto legame con la fede e la
conoscenza divina. Essa conosce per connaturalità, presuppone la fede e
arriva a formulare il suo retto giudizio a partire dalla verità della
fede stessa: « La sapienza elencata tra i doni dello Spirito Santo è
distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali. Infatti
quest'ultima si acquista con lo studio: quella invece “viene
dall'alto”, come si esprime san Giacomo. Così pure è distinta dalla
fede. Poiché la fede accetta la verità divina così com'è, invece è
proprio del dono di sapienza giudicare secondo la verità divina ».(49) La
priorità riconosciuta a questa sapienza, tuttavia, non fa dimenticare
al Dottore Angelico la presenza di altre due complementari forme di
sapienza: quella filosofica,
che si fonda sulla capacità che l'intelletto ha, entro i limiti che gli
sono connaturali, di indagare la realtà; e quella teologica,
che si fonda sulla Rivelazione ed esamina i contenuti della fede,
raggiungendo il mistero stesso di Dio. Intimamente
convinto che « omne verum a
quocumque dicatur a Spiritu Sancto est »,(50) san Tommaso amò in
maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si
potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In
lui, il Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la
verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre
nell'orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente,
raggiunse « vette che l'intelligenza umana non avrebbe mai potuto
pensare ».(51) Con ragione, quindi, egli può essere definito «
apostolo della verità ».(52) Proprio perché alla verità mirava senza
riserve, nel suo realismo egli seppe riconoscerne l'oggettività. La sua
è veramente la filosofia dell'essere e non del semplice apparire. Il
dramma della separazione tra fede e ragione 45.
Con il sorgere delle prime università, la teologia veniva a
confrontarsi più direttamente con altre forme della ricerca e del
sapere scientifico. Sant'Alberto Magno e san Tommaso, pur mantenendo un
legame organico tra la teologia e la filosofia, furono i primi a
riconoscere la necessaria autonomia di cui la filosofia e le scienze
avevano bisogno, per applicarsi efficacemente ai rispettivi campi di
ricerca. A partire dal tardo Medio Evo, tuttavia, la legittima
distinzione tra i due saperi si trasformò progressivamente in una
nefasta separazione. A seguito di un eccessivo spirito razionalista,
presente in alcuni pensatori, si radicalizzarono le posizioni, giungendo
di fatto a una filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti
dei contenuti della fede. Tra le altre conseguenze di tale separazione
vi fu anche quella di una diffidenza sempre più forte nei confronti
della stessa ragione. Alcuni iniziarono a professare una sfiducia
generale, scettica e agnostica, o per riservare più spazio alla fede o
per screditarne ogni possibile riferimento razionale. Insomma,
ciò che il pensiero patristico e medievale aveva concepito e attuato
come unità profonda, generatrice di una conoscenza capace di arrivare
alle forme più alte della speculazione, venne di fatto distrutto dai
sistemi che sposarono la causa di una conoscenza razionale separata
dalla fede e alternativa ad essa. 46.
Le radicalizzazioni più influenti sono note e ben visibili, soprattutto
nella storia dell'Occidente. Non è esagerato affermare che buona parte
del pensiero filosofico moderno si è sviluppato allontanandosi
progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere
contrapposizioni esplicite. Nel secolo scorso, questo movimento ha
toccato il suo apogeo. Alcuni rappresentanti dell'idealismo hanno
cercato in diversi modi di trasformare la fede e i suoi contenuti,
perfino il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, in
strutture dialettiche razionalmente concepibili. A questo pensiero si
sono opposte diverse forme di umanesimo ateo, elaborate filosoficamente,
che hanno prospettato la fede come dannosa e alienante per lo sviluppo
della piena razionalità. Non hanno avuto timore di presentarsi come
nuove religioni formando la base di progetti che, sul piano politico e
sociale, sono sfociati in sistemi totalitari traumatici per l'umanità. Nell'ambito
della ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità
positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla
visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere
ogni richiamo alla visione metafisica e morale. La conseguenza di ciò
è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, rischiano di
non avere più al centro del loro interesse la persona e la globalità
della sua vita. Di più: alcuni di essi, consapevoli delle potenzialità
insite nel progresso tecnologico, sembrano cedere, oltre che alla logica
del mercato, alla tentazione di un potere demiurgico sulla natura e
sullo stesso essere umano. Come
conseguenza della crisi del razionalismo ha preso corpo, infine, il nichilismo.
Quale filosofia del nulla, esso riesce ad esercitare un suo fascino sui
nostri contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine a
se stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta
della verità. Nell'interpretazione nichilista, l'esistenza è solo
un'opportunità per sensazioni ed esperienze in cui l'effimero ha il
primato. Il nichilismo è all'origine di quella diffusa mentalità
secondo cui non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché
tutto è fugace e provvisorio. 47.
Non è da dimenticare, d'altra parte, che nella cultura moderna è
venuto a cambiare il ruolo stesso della filosofia. Da saggezza e sapere
universale, essa si è ridotta progressivamente a una delle tante
province del sapere umano; per alcuni aspetti, anzi, è stata limitata a
un ruolo del tutto marginale. Altre forme di razionalità si sono nel
frattempo affermate con sempre maggior rilievo, ponendo in evidenza la
marginalità del sapere filosofico. Invece che verso la contemplazione
della verità e la ricerca del fine ultimo e del senso della vita,
queste forme di razionalità sono orientate — o almeno orientabili —
come « ragione strumentale » al servizio di fini utilitaristici, di
fruizione o di potere. Quanto
sia pericoloso assolutizzare questa strada l'ho fatto osservare fin
dalla mia prima Lettera enciclica quando scrivevo: « L'uomo di oggi
sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato
del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto,
delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme attività
dell'uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non
soltanto e non tanto oggetto di 'alienazione', nel senso che vengono
semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno
parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti,
questi frutti si rivolgono contro l'uomo stesso. Essi sono, infatti,
diretti, o possono essere diretti contro di lui. In questo sembra
consistere l'atto principale del dramma dell'esistenza umana
contemporanea, nella sua più larga e universale dimensione. L'uomo,
pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti,
naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio
quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della
sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui
stesso ».(53) Sulla
scia di queste trasformazioni culturali, alcuni filosofi, abbandonando
la ricerca della verità per se stessa, hanno assunto come loro unico
scopo il raggiungimento della certezza soggettiva o dell'utilità
pratica. Conseguenza di ciò è stato l'offuscamento della vera dignità
della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di
ricercare l'assoluto. 48.
Ciò che emerge da questo ultimo scorcio di storia della filosofia è,
dunque, la constatazione di una progressiva separazione tra la fede e la
ragione filosofica. E ben vero che, ad una attenta osservazione, anche
nella riflessione filosofica di coloro che contribuirono ad allargare la
distanza tra fede e ragione si manifestano talvolta germi preziosi di
pensiero, che, se approfonditi e sviluppati con rettitudine di mente e
di cuore, possono far scoprire il cammino della verità. Questi germi di
pensiero si trovano, ad esempio, nelle approfondite analisi sulla
percezione e l'esperienza, sull'immaginario e l'inconscio, sulla
personalità e l'intersoggettività, sulla libertà ed i valori, sul
tempo e la storia. Anche il tema della morte può diventare severo
richiamo, per ogni pensatore, a ricercare dentro di sé il senso
autentico della propria esistenza. Questo tuttavia non toglie che
l'attuale rapporto tra fede e ragione richieda un attento sforzo di
discernimento, perché sia la ragione che la fede si sono impoverite e
sono divenute deboli l'una di fronte all'altra. La ragione, privata
dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che
rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata
della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il
rischio di non essere più una proposta universale. E illusorio pensare
che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività;
essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o
superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi
una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e
radicalità dell'essere. Non
sembri fuori luogo, pertanto, il mio richiamo forte e incisivo, perché
la fede e la filosofia recuperino l'unità profonda che le rende capaci
di essere coerenti con la loro natura nel rispetto della reciproca
autonomia. Alla parresia della
fede deve corrispondere l'audacia della ragione. |
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CAPITOLO
V GLI
INTERVENTI DEL MAGISTERO Il
discernimento del Magistero come diaconia alla verità La
storia, tuttavia, ha mostrato le deviazioni e gli errori in cui non di
rado il pensiero filosofico, soprattutto moderno, è incorso. Non è
compito né competenza del Magistero intervenire per colmare le lacune
di un discorso filosofico carente. E suo obbligo, invece, reagire in
maniera chiara e forte quando tesi filosofiche discutibili minacciano la
retta comprensione del dato rivelato e quando si diffondono teorie false
e di parte che seminano gravi errori, confondendo la semplicità e la
purezza della fede del popolo di Dio. 50.
Il Magistero ecclesiastico, quindi, può e deve esercitare
autoritativamente, alla luce della fede, il proprio discernimento
critico nei confronti delle filosofie e delle affermazioni che si
scontrano con la dottrina cristiana.(55) Al Magistero spetta di
indicare, anzitutto, quali presupposti e conclusioni filosofiche
sarebbero incompatibili con la verità rivelata, formulando con ciò
stesso le esigenze che si impongono alla filosofia dal punto di vista
della fede. Nello sviluppo del sapere filosofico, inoltre, sono sorte
diverse scuole di pensiero. Anche questo pluralismo pone il Magistero di
fronte alla responsabilità di esprimere il suo giudizio circa la
compatibilità o meno delle concezioni di fondo, a cui queste scuole si
attengono, con le esigenze proprie della Parola di Dio e della
riflessione teologica. La
Chiesa ha il dovere di indicare ciò che in un sistema filosofico può
risultare incompatibile con la sua fede. Molti contenuti filosofici,
infatti, quali i temi di Dio, dell'uomo, della sua libertà e del suo
agire etico, la chiamano in causa direttamente, perché toccano la verità
rivelata che essa custodisce. Quando esercitiamo questo discernimento,
noi Vescovi abbiamo il compito di essere « testimoni della verità »
nell'adempimento di una diaconia umile ma tenace, quale ogni filosofo
dovrebbe apprezzare, a vantaggio della recta ratio, ossia della ragione
che riflette correttamente sul vero. 51.
Questo discernimento, comunque, non deve essere inteso primariamente in
forma negativa, come se intenzione del Magistero fosse di eliminare o
ridurre ogni possibile mediazione. Al contrario, i suoi interventi sono
tesi in primo luogo a provocare, promuovere e incoraggiare il pensiero
filosofico. I filosofi per primi, d'altronde, comprendono l'esigenza
dell'autocritica, della correzione di eventuali errori e la necessità
di oltrepassare i limiti troppo ristretti in cui la loro riflessione è
concepita. Si deve considerare, in modo particolare, che una è la verità,
benché le sue espressioni portino l'impronta della storia e, per di più,
siano opera di una ragione umana ferita e indebolita dal peccato. Da ciò
risulta che nessuna forma storica della filosofia può legittimamente
pretendere di abbracciare la totalità della verità, né di essere la
spiegazione piena dell'essere umano, del mondo e del rapporto dell'uomo
con Dio. Oggi
poi, col moltiplicarsi dei sistemi, dei metodi, dei concetti e argomenti
filosofici, spesso estremamente particolareggiati, un discernimento
critico alla luce della fede si impone con maggiore urgenza.
Discernimento non facile, perché se è già laborioso riconoscere le
capacità congenite e inalienabili della ragione, con i suoi limiti
costitutivi e storici, ancora più problematico qualche volta può
risultare il discernimento, nelle singole proposte filosofiche, di ciò
che, dal punto di vista della fede, esse offrono di valido e di fecondo
rispetto a ciò che, invece, presentano di erroneo o di pericoloso. La
Chiesa, comunque, sa che i « tesori della sapienza e della scienza »
sono nascosti in Cristo (Col 2,
3); per questo interviene stimolando la riflessione filosofica, perché
non si precluda la strada che conduce al riconoscimento del mistero. 52.
Non è solo di recente che il Magistero della Chiesa è intervenuto per
manifestare il suo pensiero nei confronti di determinate dottrine
filosofiche. A titolo esemplificativo basti ricordare, nel corso dei
secoli, i pronunciamenti circa le teorie che sostenevano la preesistenza
delle anime,(56) come pure circa le diverse forme di idolatria e di
esoterismo superstizioso, contenute in tesi astrologiche; (57) per non
dimenticare i testi più sistematici contro alcune tesi dell'averroismo
latino, incompatibili con la fede cristiana.(58) Se
la parola del Magistero si è fatta udire più spesso a partire dalla
metà del secolo scorso è perché in quel periodo non pochi cattolici
sentirono il dovere di opporre una loro filosofia alle varie correnti
del pensiero moderno. A questo punto, diventava obbligatorio per il
Magistero della Chiesa vegliare perché queste filosofie non deviassero,
a loro volta, in forme erronee e negative. Furono così censurati
simmetricamente: da una parte, il fideismo
(59) e il tradizionalismo
radicale,(60) per la loro sfiducia nelle capacità naturali della
ragione; dall'altra parte, il razionalismo
(61) e l'ontologismo,(62)
perché attribuivano alla ragione naturale ciò che è conoscibile solo
alla luce della fede. I contenuti positivi di questo dibattito furono
formalizzati nella Costituzione dogmatica Dei
Filius, con la quale per la prima volta un Concilio ecumenico, il
Vaticano I, interveniva in maniera solenne sui rapporti tra ragione e
fede. L'insegnamento contenuto in quel testo caratterizzò fortemente e
in maniera positiva la ricerca filosofica di molti credenti e
costituisce ancora oggi un punto di riferimento normativo per una
corretta e coerente riflessione cristiana in questo particolare ambito. 53.
Più che di singole tesi filosofiche, i pronunciamenti del Magistero si
sono occupati della necessità della conoscenza razionale e, dunque,
ultimamente filosofica per l'intelligenza della fede. Il Concilio
Vaticano I, sintetizzando e riaffermando in modo solenne gli
insegnamenti che in maniera ordinaria e costante il Magistero pontificio
aveva proposto per i fedeli, mise in evidenza quanto fossero
inseparabili e insieme irriducibili la conoscenza naturale di Dio e la
Rivelazione, la ragione e la fede. Il Concilio partiva dall'esigenza
fondamentale, presupposta dalla Rivelazione stessa, della conoscibilità
naturale dell'esistenza di Dio, principio e fine di ogni cosa,(63) e
concludeva con l'asserzione solenne già citata: « esistono due ordini
di conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il
loro oggetto ».(64) Bisognava affermare, dunque, contro ogni forma di
razionalismo, la distinzione dei misteri della fede dai ritrovati
filosofici e la trascendenza e precedenza di quelli rispetto a questi;
d'altra parte, contro le tentazioni fideistiche, era necessario che si
ribadisse l'unità della verità e, quindi, anche l'apporto positivo che
la conoscenza razionale può e deve dare alla conoscenza di fede: « Ma
anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere una vera
divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio, che rivela i
misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume
della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero
contraddire il vero ».(65) 54.
Anche nel nostro secolo, il Magistero è ritornato più volte
sull'argomento mettendo in guardia contro la tentazione razionalistica.
E su questo scenario che si devono collocare gli interventi del Papa san
Pio X, il quale rilevava come alla base del modernismo vi fossero
asserti filosofici di indirizzo fenomenista, agnostico e
immanentista.(66) Non si può neppure dimenticare l'importanza che ebbe
il rifiuto cattolico della filosofia marxista e del comunismo ateo.(67) Successivamente,
il Papa Pio XII fece sentire la sua voce quando, nella Lettera enciclica
Humani generis, mise in
guardia contro interpretazioni erronee, collegate con le tesi
dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e dello storicismo. Egli
precisava che queste tesi erano state elaborate e venivano proposte non
da teologi, avendo la loro origine « fuori dall'ovile di Cristo »;
(68) aggiungeva, comunque, che tali deviazioni non erano semplicemente
da rigettare, ma da esaminare criticamente: « Ora queste tendenze, che
più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o
trascurate dai filosofi o dai teologi cattolici, che hanno il grave
compito di difendere la verità divina ed umana e di farla penetrare
nelle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste
opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se prima non
sono ben conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false
affermazioni si nasconde un po' di verità, sia, infine, perché gli
stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più
diligenza alcune verità sia filosofiche sia teologiche ».(69) Da
ultimo, anche la Congregazione per la Dottrina della Fede, in
adempimento del suo specifico compito a servizio del magistero
universale del Romano Pontefice,(70) ha dovuto intervenire per ribadire
il pericolo che comporta l'assunzione acritica, da parte di alcuni
teologi della liberazione, di tesi e metodologie derivanti dal
marxismo.(71) Nel
passato il Magistero ha dunque esercitato ripetutamente e sotto diverse
modalità il discernimento in materia filosofica. Quanto i miei Venerati
Predecessori hanno apportato costituisce un prezioso contributo che non
può essere dimenticato. 55.
Se guardiamo alla nostra condizione odierna, vediamo che i problemi di
un tempo ritornano, ma con peculiarità nuove. Non si tratta più
solamente di questioni che interessano singole persone o gruppi, ma di
convinzioni diffuse nell'ambiente al punto da divenire in qualche misura
mentalità comune. Tale è, ad esempio, la radicale sfiducia nella
ragione che rivelano i più recenti sviluppi di molti studi filosofici.
Da più parti si è sentito parlare, a questo riguardo, di « fine della
metafisica »: si vuole che la filosofia si accontenti di compiti più
modesti, quali la sola interpretazione del fattuale o la sola indagine
su campi determinati del sapere umano o sulle sue strutture. Nella
stessa teologia tornano ad affacciarsi le tentazioni di un tempo. In
alcune teologie contemporanee, ad esempio, si fa nuovamente strada un
certo razionalismo,
soprattutto quando asserti ritenuti filosoficamente fondati sono assunti
come normativi per la ricerca teologica. Ciò accade soprattutto quando
il teologo, per mancanza di competenza filosofica, si lascia
condizionare in modo acritico da affermazioni entrate ormai nel
linguaggio e nella cultura corrente, ma prive di sufficiente base
razionale.(72) Non
mancano neppure pericolosi ripiegamenti sul fideismo,
che non riconosce l'importanza della conoscenza razionale e del discorso
filosofico per l'intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità
di credere in Dio. Un'espressione oggi diffusa di tale tendenza
fideistica è il « biblicismo », che tende a fare della lettura della
Sacra Scrittura o della sua esegesi l'unico punto di riferimento
veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola
Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa che il
Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito espressamente. La
Costituzione Dei Verbum, dopo
aver ricordato che la parola di Dio è presente sia nei testi sacri che
nella Tradizione,(73) afferma con forza: « La Sacra Tradizione e la
Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio
affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai
suoi Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli
».(74) La Sacra Scrittura, pertanto, non è il solo riferimento per la
Chiesa. La « regola suprema della propria fede »,(75) infatti, le
proviene dall'unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la
Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa in una reciprocità tale per
cui i tre non possono sussistere in maniera indipendente.(76) Non
è da sottovalutare, inoltre, il pericolo insito nel voler derivare la
verità della Sacra Scrittura dall'applicazione di una sola metodologia,
dimenticando la necessità di una esegesi più ampia che consenta di
accedere, insieme con tutta la Chiesa, al senso pieno dei testi. Quanti
si dedicano allo studio delle Sacre Scritture devono sempre tener
presente che le diverse metodologie ermeneutiche hanno anch'esse alla
base una concezione filosofica: occorre vagliarla con discernimento
prima di applicarla ai testi sacri. Altre
forme di latente fideismo sono riconoscibili nella poca considerazione
che viene riservata alla teologia speculativa, come pure nel disprezzo
per la filosofia classica, alle cui nozioni sia l'intelligenza della
fede sia le stesse formulazioni dogmatiche hanno attinto i loro termini.
Il Papa Pio XII, di venerata memoria, ha messo in guardia contro tale
oblio della tradizione filosofica e contro l'abbandono delle
terminologie tradizionali.(77) 56.
Si nota, insomma, una diffusa diffidenza verso gli asserti globali e
assoluti, soprattutto da parte di chi ritiene che la verità sia il
risultato del consenso e non dell'adeguamento dell'intelletto alla realtà
oggettiva. E certo comprensibile che, in un mondo suddiviso in molti
campi specialistici, diventi difficile riconoscere quel senso totale e
ultimo della vita che la filosofia tradizionalmente ha cercato.
Nondimeno alla luce della fede che riconosce in Gesù Cristo tale senso
ultimo, non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno, ad
avere fiducia nelle capacità della ragione umana e a non prefiggersi
mete troppo modeste nel loro filosofare. La lezione della storia di
questo millennio, che stiamo per concludere, testimonia che questa è la
strada da seguire: bisogna non perdere la passione per la verità ultima
e l'ansia per la ricerca, unite all'audacia di scoprire nuovi percorsi.
E la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a
rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede
si fa così avvocato convinto e convincente della ragione. L'interesse
della Chiesa per la filosofia 58.
Si sa quante felici conseguenze abbia avuto quell'invito pontificio. Gli
studi sul pensiero di san Tommaso e di altri autori scolastici
ricevettero nuovo slancio. Fu dato vigoroso impulso agli studi storici,
con la conseguente riscoperta delle ricchezze del pensiero medievale,
fino a quel momento largamente sconosciute, e si costituirono nuove
scuole tomistiche. Con l'applicazione della metodologia storica, la
conoscenza dell'opera di san Tommaso fece grandi progressi e numerosi
furono gli studiosi che con coraggio introdussero la tradizione tomista
nelle discussioni sui problemi filosofici e teologici di quel momento. I
teologi cattolici più influenti di questo secolo, alla cui riflessione
e ricerca molto deve il Concilio Vaticano II, sono figli di tale
rinnovamento della filosofia tomista. La Chiesa ha potuto così
disporre, nel corso del XX secolo, di una vigorosa schiera di pensatori
formati alla scuola dell'Angelico Dottore. 59.
Il rinnovamento tomista e neotomista, comunque, non è stato l'unico
segno di ripresa del pensiero filosofico nella cultura di ispirazione
cristiana. Già prima, e in parallelo con l'invito leoniano, erano
emersi non pochi filosofi cattolici che, ricollegandosi a correnti di
pensiero più recenti, secondo una propria metodologia, avevano prodotto
opere filosofiche di grande influsso e di valore durevole. Ci fu chi
organizzò sintesi di così alto profilo che nulla hanno da invidiare ai
grandi sistemi dell'idealismo; chi, inoltre, pose le basi
epistemologiche per una nuova trattazione della fede alla luce di una
rinnovata comprensione della coscienza morale; chi, ancora, produsse una
filosofia che, partendo dall'analisi dell'immanenza, apriva il cammino
verso il trascendente; e chi, infine, tentò di coniugare le esigenze
della fede nell'orizzonte della metodologia fenomenologica. Da diverse
prospettive, insomma, si è continuato a produrre forme di speculazione
filosofica che hanno inteso mantenere viva la grande tradizione del
pensiero cristiano nell'unità di fede e ragione. 60.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, per parte sua, presenta un
insegnamento molto ricco e fecondo nei confronti della filosofia. Non
posso dimenticare, soprattutto nel contesto di questa Lettera enciclica,
che un intero capitolo della Costituzione Gaudium
et spes costituisce quasi un compendio di antropologia biblica,
fonte di ispirazione anche per la filosofia. In quelle pagine si tratta
del valore della persona umana creata a immagine di Dio, si motiva la
sua dignità e superiorità sul resto del creato e si mostra la capacità
trascendente della sua ragione.(80) Anche il problema dell'ateismo viene
considerato nella Gaudium et spes
e ben si motivano gli errori di quella visione filosofica,
soprattutto nei confronti dell'inalienabile dignità della persona e
della sua libertà.(81) Certamente possiede anche un profondo
significato filosofico l'espressione culminante di quelle pagine, che ho
ripreso nella mia prima Lettera enciclica Redemptor
hominis e che costituisce uno dei punti di riferimento costante del
mio insegnamento: « In realtà solamente nel mistero del Verbo
incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo
uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che
è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo
amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua
altissima vocazione ».(82) Il
Concilio si è occupato anche dello studio della filosofia, a cui devono
dedicarsi i candidati al sacerdozio; sono raccomandazioni estensibili più
in generale all'insegnamento cristiano nel suo insieme. Afferma il
Concilio: « Le discipline filosofiche si insegnino in maniera che gli
alunni siano anzitutto guidati all'acquisto di una solida e armonica
conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio, basandosi sul patrimonio
filosofico perennemente valido, tenuto conto anche delle correnti
filosofiche moderne ».(83) Queste
direttive sono state a più riprese ribadite e specificate in altri
documenti magisteriali con lo scopo di garantire una solida formazione
filosofica, soprattutto per coloro che si preparano agli studi
teologici. Da parte mia, più volte ho sottolineato l'importanza di
questa formazione filosofica per quanti dovranno un giorno, nella vita
pastorale, confrontarsi con le istanze del mondo contemporaneo e
cogliere le cause di alcuni comportamenti per darvi pronta risposta.(84) 61.
Se in diverse circostanze è stato necessario intervenire su questo
tema, ribadendo anche il valore delle intuizioni del Dottore Angelico e
insistendo per l'acquisizione del suo pensiero, ciò è dipeso dal fatto
che le direttive del Magistero non sono state sempre osservate con la
desiderabile disponibilità. In molte scuole cattoliche, negli anni che
seguirono il Concilio Vaticano II, si è potuto osservare, in materia,
un certo decadimento dovuto ad una minore stima, non solo della
filosofia scolastica, ma più in generale dello stesso studio della
filosofia. Con meraviglia e dispiacere devo costatare che non pochi
teologi condividono questo disinteresse per lo studio della filosofia. Diverse
sono le ragioni che stanno alla base di questa disaffezione. In primo
luogo, è da registrare la sfiducia nella ragione che gran parte della
filosofia contemporanea manifesta, abbandonando largamente la ricerca
metafisica sulle domande ultime dell'uomo, per concentrare la propria
attenzione su problemi particolari e regionali, talvolta anche puramente
formali. Si deve aggiungere, inoltre, il fraintendimento che si è
creato soprattutto in rapporto alle « scienze umane ». Il Concilio
Vaticano II ha più volte ribadito il valore positivo della ricerca
scientifica in ordine a una conoscenza più profonda del mistero
dell'uomo.(85) L'invito fatto ai teologi perché conoscano queste
scienze e, all'occorrenza, le applichino correttamente nella loro
indagine non deve, tuttavia, essere interpretato come un'implicita
autorizzazione ad emarginare la filosofia o a sostituirla nella
formazione pastorale e nella praeparatio
fidei. Non si può dimenticare, infine, il ritrovato interesse per
l'inculturazione della fede. In modo particolare la vita delle giovani
Chiese ha permesso di scoprire, accanto ad elevate forme di pensiero, la
presenza di molteplici espressioni di saggezza popolare. Ciò
costituisce un reale patrimonio di cultura e di tradizioni. Lo studio,
tuttavia, delle usanze tradizionali deve andare di pari passo con la
ricerca filosofica. Sarà questa a permettere di far emergere i tratti
positivi della saggezza popolare, creando il necessario collegamento con
l'annuncio del Vangelo.(86) 62.
Desidero ribadire con vigore che lo studio della filosofia riveste un
carattere fondamentale e ineliminabile nella struttura degli studi
teologici e nella formazione dei candidati al sacerdozio. Non è un caso
che il curriculum di studi
teologici sia preceduto da un periodo di tempo nel quale è previsto uno
speciale impegno nello studio della filosofia. Questa scelta, confermata
dal Concilio Lateranense V,(87) affonda le sue radici nell'esperienza
maturata durante il Medio Evo, quando è stata posta in evidenza
l'importanza di una costruttiva armonia tra il sapere filosofico e
quello teologico. Questo ordinamento degli studi ha influenzato,
facilitato e promosso, anche se in maniera indiretta, una buona parte
dello sviluppo della filosofia moderna. Un esempio significativo è dato
dall'influsso esercitato dalle Disputationes
metaphysicae di Francesco Suárez, le quali trovavano spazio perfino
nelle università luterane tedesche. Il venire meno di questa
metodologia, invece, fu causa di gravi carenze sia nella formazione
sacerdotale che nella ricerca teologica. Si consideri, ad esempio, la
disattenzione nei confronti del pensiero e della cultura moderna, che ha
portato alla chiusura ad ogni forma di dialogo o alla indiscriminata
accoglienza di ogni filosofia. Confido
vivamente che queste difficoltà siano superate da un'intelligente
formazione filosofica e teologica, che non deve mai venire meno nella
Chiesa. 63.
In forza delle ragioni espresse, mi è sembrato urgente ribadire, con
questa Lettera enciclica, il forte interesse che la Chiesa dedica alla
filosofia; anzi, il legame intimo che unisce il lavoro teologico alla
ricerca filosofica della verità. Di qui deriva il dovere che il
Magistero ha di discernere e stimolare un pensiero filosofico che non
sia in dissonanza con la fede. Mio compito è di proporre alcuni
principi e punti di riferimento che ritengo necessari per poter
instaurare una relazione armoniosa ed efficace tra la teologia e la
filosofia. Alla loro luce sarà possibile discernere con maggior
chiarezza se e quale rapporto la teologia debba intraprendere con i
diversi sistemi o asserti filosofici, che il mondo attuale presenta. |
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CAPITOLO
VI INTERAZIONE La
scienza della fede e le esigenze della ragione filosofica 65.
La teologia si organizza come scienza della fede alla luce di un duplice
principio metodologico: l'auditus fidei e l'intellectus
fidei. Con il primo, essa entra in possesso dei contenuti della
Rivelazione così come sono stati esplicitati progressivamente nella
Sacra Tradizione, nella Sacra Scrittura e nel Magistero vivo della
Chiesa.(88) Con il secondo, la teologia vuole rispondere alle esigenze
proprie del pensiero mediante la riflessione speculativa. Per
quanto concerne la preparazione ad un corretto auditus
fidei, la filosofia reca alla teologia il suo peculiare contributo
nel momento in cui considera la struttura della conoscenza e della
comunicazione personale e, in particolare, le varie forme e funzioni del
linguaggio. Ugualmente importante è l'apporto della filosofia per una
più coerente comprensione della Tradizione ecclesiale, dei
pronunciamenti del Magistero e delle sentenze dei grandi maestri della
teologia: questi infatti si esprimono spesso in concetti e forme di
pensiero mutuati da una determinata tradizione filosofica. In questo
caso, è richiesto al teologo non solo di esporre concetti e termini con
i quali la Chiesa riflette ed elabora il suo insegnamento, ma anche di
conoscere a fondo i sistemi filosofici che hanno eventualmente influito
sia sulle nozioni che sulla terminologia, per giungere a interpretazioni
corrette e coerenti. 66.
Per quanto riguarda l'intellectus
fidei, si deve considerare, anzitutto, che la Verità divina, « a
noi proposta nelle Sacre Scritture, interpretate rettamente dalla
dottrina della Chiesa »,(89) gode di una propria intelligibilità così
logicamente coerente da proporsi come un autentico sapere. L'intellectus
fidei esplicita questa verità, non solo cogliendo le strutture
logiche e concettuali delle proposizioni nelle quali si articola
l'insegnamento della Chiesa, ma anche, e primariamente, nel far emergere
il significato di salvezza che tali proposizioni contengono per il
singolo e per l'umanità. E dall'insieme di queste proposizioni che il
credente arriva a conoscere la storia della salvezza, la quale culmina
nella persona di Gesù Cristo e nel suo mistero pasquale. A questo
mistero egli partecipa con il suo assenso di fede. La
teologia dogmatica, per parte
sua, deve essere in grado di articolare il senso universale del mistero
del Dio Uno e Trino e dell'economia della salvezza sia in maniera
narrativa sia, soprattutto, in forma argomentativa. Lo deve fare, cioè,
mediante espressioni concettuali, formulate in modo critico e
universalmente comunicabile. Senza l'apporto della filosofia, infatti,
non si potrebbero illustrare contenuti teologici quali, ad esempio, il
linguaggio su Dio, le relazioni personali all'interno della Trinità,
l'azione creatrice di Dio nel mondo, il rapporto tra Dio e l'uomo,
l'identità di Cristo che è vero Dio e vero uomo. Le stesse
considerazioni valgono per diversi temi della teologia morale, dove è
immediato il ricorso a concetti quali: legge morale, coscienza, libertà,
responsabilità personale, colpa ecc., che ricevono una loro definizione
a livello di etica filosofica. E
necessario, dunque, che la ragione del credente abbia una conoscenza
naturale, vera e coerente delle cose create, del mondo e dell'uomo, che
sono anche oggetto della rivelazione divina; ancora di più, essa deve
essere in grado di articolare tale conoscenza in modo concettuale e
argomentativo. La teologia dogmatica speculativa, pertanto, presuppone
ed implica una filosofia dell'uomo, del mondo e, più radicalmente,
dell'essere, fondata sulla verità oggettiva. 67.
La teologia fondamentale, per
il suo carattere proprio di disciplina che ha il compito di rendere
ragione della fede (cfr 1 Pt 3,
15), dovrà farsi carico di giustificare ed esplicitare la relazione tra
la fede e la riflessione filosofica. Già il Concilio Vaticano I,
recuperando l'insegnamento paolino (cfr Rm
1, 19-20), aveva richiamato l'attenzione sul fatto che esistono
verità conoscibili naturalmente, e quindi filosoficamente. La loro
conoscenza costituisce un presupposto necessario per accogliere la
rivelazione di Dio. Nello studiare la Rivelazione e la sua credibilità
insieme con il corrispondente atto di fede, la teologia fondamentale
dovrà mostrare come, alla luce della conoscenza per fede, emergano
alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di
ricerca. A queste la Rivelazione conferisce pienezza di senso,
orientandole verso la ricchezza del mistero rivelato, nel quale trovano
il loro ultimo fine. Si pensi, ad esempio, alla conoscenza naturale di
Dio, alla possibilità di discernere la rivelazione divina da altri
fenomeni o al riconoscimento della sua credibilità, all'attitudine del
linguaggio umano a parlare in modo significativo e vero anche di ciò
che eccede ogni esperienza umana. Da tutte queste verità, la mente è
condotta a riconoscere l'esistenza di una via realmente propedeutica
alla fede, che può sfociare nell'accoglienza della rivelazione, senza
in nulla venire meno ai propri principi e alla propria autonomia.(90) Alla
stessa stregua, la teologia fondamentale dovrà mostrare l'intima
compatibilità tra la fede e la sua esigenza essenziale di esplicitarsi
mediante una ragione in grado di dare in piena libertà il proprio
assenso. La fede saprà così « mostrare in pienezza il cammino ad una
ragione in ricerca sincera della verità. In tal modo la fede, dono di
Dio, pur non fondandosi sulla ragione, non può certamente fare a meno
di essa; al tempo stesso, appare la necessità per la ragione di farsi
forte della fede, per scoprire gli orizzonti ai quali da sola non
potrebbe giungere ».(91) 68.
La teologia morale ha forse un bisogno ancor maggiore dell'apporto
filosofico. Nella Nuova Alleanza, infatti, la vita umana è molto meno
regolamentata da prescrizioni che nell'Antica. La vita nello Spirito
conduce i credenti ad una libertà e responsabilità che vanno oltre la
Legge stessa. Il Vangelo e gli scritti apostolici, comunque, propongono
sia principi generali di condotta cristiana sia insegnamenti e precetti
puntuali. Per applicarli alle circostanze particolari della vita
individuale e sociale, il cristiano deve essere in grado di impegnare a
fondo la sua coscienza e la forza del suo ragionamento. In altre parole,
ciò significa che la teologia morale deve ricorrere ad una visione
filosofica corretta sia della natura umana e della società che dei
principi generali di una decisione etica. 69.
Si può forse obiettare che nella situazione attuale il teologo,
piuttosto che alla filosofia, dovrebbe ricorrere all'aiuto di altre
forme del sapere umano, quali la storia e soprattutto le scienze, di cui
tutti ammirano i recenti straordinari sviluppi. Altri poi, a seguito di
una cresciuta sensibilità nei confronti della relazione tra fede e
culture, sostengono che la teologia dovrebbe rivolgersi, di preferenza,
alle saggezze tradizionali, piuttosto che a una filosofia di origine
greca ed eurocentrica. Altri ancora, a partire da una concezione errata
del pluralismo delle culture, negano semplicemente il valore universale
del patrimonio filosofico accolto dalla Chiesa. Queste
sottolineature, tra l'altro già presenti nell'insegnamento
conciliare,(92) contengono una parte di verità. Il riferimento alle
scienze, utile in molti casi perché permette una conoscenza più
completa dell'oggetto di studio, non deve tuttavia far dimenticare la
necessaria mediazione di una riflessione tipicamente filosofica, critica
e tesa all'universale, richiesta peraltro da uno scambio fecondo tra le
culture. Ciò che mi preme sottolineare è il dovere di non fermarsi al
solo caso singolo e concreto, tralasciando il compito primario che è
quello di manifestare il carattere universale del contenuto di fede. Non
si deve, inoltre, dimenticare che l'apporto peculiare del pensiero
filosofico permette di discernere, sia nelle diverse concezioni di vita
che nelle culture, « non che cosa gli uomini pensino, ma quale sia la
verità oggettiva ».(93) Non le varie opinioni umane, ma solamente la
verità può essere di aiuto alla teologia. 70.
Il tema, poi, del rapporto con le culture merita una riflessione
specifica, anche se necessariamente non esaustiva, per le implicanze che
ne derivano sia sul versante filosofico che su quello teologico. Il
processo di incontro e confronto con le culture è un'esperienza che la
Chiesa ha vissuto fin dagli inizi della predicazione del Vangelo. Il
comando di Cristo ai discepoli di andare in ogni luogo, « fino agli
estremi confini della terra » (At
1, 8), per trasmettere la verità da Lui rivelata, ha posto la
comunità cristiana nella condizione di verificare ben presto
l'universalità dell'annuncio e gli ostacoli derivanti dalla diversità
delle culture. Un brano della lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso
offre un valido aiuto per comprendere come la comunità primitiva abbia
affrontato questo problema. Scrive l'Apostolo: « Ora invece, in Cristo
Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini
grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha
fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era
frammezzo » (2, 13-14). Alla
luce di questo testo la nostra riflessione s'allarga alla trasformazione
che si è venuta a creare nei Gentili una volta arrivati alla fede.
Davanti alla ricchezza della salvezza operata da Cristo, cadono le
barriere che separano le diverse culture. La promessa di Dio in Cristo
diventa, adesso, un'offerta universale: non più limitata alla
particolarità di un popolo, della sua lingua e dei suoi costumi, ma
estesa a tutti come patrimonio a cui ciascuno può attingere
liberamente. Da diversi luoghi e tradizioni tutti sono chiamati in
Cristo a partecipare all'unità della famiglia dei figli di Dio. E
Cristo che permette ai due popoli di diventare « uno ». Coloro che
erano « i lontani » diventano « i vicini » grazie alla novità
operata dal mistero pasquale. Gesù abbatte i muri di divisione e
realizza l'unificazione in modo originale e supremo mediante la
partecipazione al suo mistero. Questa unità è talmente profonda che la
Chiesa può dire con san Paolo: « Non siete più stranieri né ospiti,
ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio » (Ef
2, 19). In
una così semplice annotazione è descritta una grande verità:
l'incontro della fede con le diverse culture ha dato vita di fatto a una
realtà nuova. Le culture, quando sono profondamente radicate
nell'umano, portano in sé la testimonianza dell'apertura tipica
dell'uomo all'universale e alla trascendenza. Esse presentano, pertanto,
approcci diversi alla verità, che si rivelano di indubbia utilità per
l'uomo, a cui prospettano valori capaci di rendere sempre più umana la
sua esistenza.(94) In quanto poi le culture si richiamano ai valori
delle tradizioni antiche, portano con sé — anche se in maniera
implicita, ma non per questo meno reale — il riferimento al
manifestarsi di Dio nella natura, come si è visto precedentemente
parlando dei testi sapienziali e dell'insegnamento di san Paolo. 71.
Essendo in stretto rapporto con gli uomini e con la loro storia, le
culture condividono le stesse dinamiche secondo cui il tempo umano si
esprime. Si registrano di conseguenza trasformazioni e progressi dovuti
agli incontri che gli uomini sviluppano e alle comunicazioni che
reciprocamente si fanno dei loro modelli di vita. Le culture traggono
alimento dalla comunicazione di valori, e la loro vitalità e
sussistenza è data dalla capacità di rimanere aperte all'accoglienza
del nuovo. Qual è la spiegazione di queste dinamiche? Ogni uomo è
inserito in una cultura, da essa dipende, su di essa influisce. Egli è
insieme figlio e padre della cultura in cui è immerso. In ogni
espressione della sua vita, egli porta con sé qualcosa che lo
contraddistingue in mezzo al creato: la sua apertura costante al mistero
ed il suo inesauribile desiderio di conoscenza. Ogni cultura, di
conseguenza, porta impressa in sé e lascia trasparire la tensione verso
un compimento. Si può dire, quindi, che la cultura ha in sé la
possibilità di accogliere la rivelazione divina. Il
modo in cui i cristiani vivono la fede è anch'esso permeato dalla
cultura dell'ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a
modellarne progressivamente le caratteristiche. Ad ogni cultura i
cristiani recano la verità immutabile di Dio, da Lui rivelata nella
storia e nella cultura di un popolo. Nel corso dei secoli continua così
a riprodursi l'evento di cui furono testimoni i pellegrini presenti a
Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. Ascoltando gli Apostoli, si
domandavano: « Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è
che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della
Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia,
dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di
Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle
nostre lingue le grandi opere di Dio » (At
2, 7-11). L'annuncio del Vangelo nelle diverse culture, mentre esige
dai singoli destinatari l'adesione della fede, non impedisce loro di
conservare una propria identità culturale. Ciò non crea divisione
alcuna, perché il popolo dei battezzati si distingue per una
universalità che sa accogliere ogni cultura, favorendo il progresso di
ciò che in essa vi è di implicito verso la sua piena esplicazione
nella verità. Conseguenza
di ciò è che una cultura non può mai diventare criterio di giudizio
ed ancor meno criterio ultimo di verità nei confronti della rivelazione
di Dio. Il Vangelo non è contrario a questa od a quella cultura come
se, incontrandosi con essa, volesse privarla di ciò che le appartiene e
la obbligasse ad assumere forme estrinseche che non le sono conformi. Al
contrario, l'annuncio che il credente porta nel mondo e nelle culture è
forma reale di liberazione da ogni disordine introdotto dal peccato e,
nello stesso tempo, è chiamata alla verità piena. In questo incontro,
le culture non solo non vengono private di nulla, ma sono anzi stimolate
ad aprirsi al nuovo della verità evangelica per trarne incentivo verso
ulteriori sviluppi. 72.
Il fatto che la missione evangelizzatrice abbia incontrato sulla sua
strada per prima la filosofia greca, non costituisce indicazione in
alcun modo preclusiva per altri approcci. Oggi, via via che il Vangelo
entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori
dell'ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono
all'inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette
affrontare nei primi secoli si pongono alla nostra generazione. Il
mio pensiero va spontaneamente alle terre d'Oriente, così ricche di
tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l'India
occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il
pensiero indiano alla ricerca di un'esperienza che, liberando lo spirito
dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto.
Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi sistemi
metafisici. Spetta
ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell'India, il compito di
estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro
fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano. Per
questa opera di discernimento, che trova la sua ispirazione nella
Dichiarazione conciliare Nostra
aetate, essi terranno conto di un certo numero di criteri. Il primo
è quello dell'universalità dello spirito umano, le cui esigenze
fondamentali si ritrovano identiche nelle culture più diverse. Il
secondo, derivante dal primo, consiste in questo: quando la Chiesa entra
in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non
può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall'inculturazione nel
pensiero greco-latino. Rifiutare una simile eredità sarebbe andare
contro il disegno provvidenziale di Dio, che conduce la sua Chiesa lungo
le strade del tempo e della storia. Questo criterio, del resto, vale per
la Chiesa di ogni epoca, anche per quella di domani, che si sentirà
arricchita dalle acquisizioni realizzate nell'odierno approccio con le
culture orientali e troverà in questa eredità nuove indicazioni per
entrare fruttuosamente in dialogo con quelle culture che l'umanità saprà
far fiorire nel suo cammino incontro al futuro. In terzo luogo, ci si
guarderà dal confondere la legittima rivendicazione della specificità
e dell'originalità del pensiero indiano con l'idea che una tradizione
culturale debba rinchiudersi nella sua differenza ed affermarsi nella
sua opposizione alle altre tradizioni, ciò che sarebbe contrario alla
natura stessa dello spirito umano. Quanto
è qui detto per l'India vale anche per l'eredità delle grandi culture
della Cina, del Giappone e degli altri Paesi dell'Asia, come pure delle
ricchezze delle culture tradizionali dell'Africa, trasmesse soprattutto
per via orale. 73.
Alla luce di queste considerazioni, il rapporto che deve opportunamente
instaurarsi tra la teologia e la filosofia sarà all'insegna della
circolarità. Per la teologia, punto di partenza e fonte originaria dovrà
essere sempre la parola di Dio rivelata nella storia, mentre obiettivo
finale non potrà che essere l'intelligenza di essa via via approfondita
nel susseguirsi delle generazioni. Poiché, d'altra parte, la parola di
Dio è Verità (cfr Gv 17,
17), alla sua migliore comprensione non può non giovare la ricerca
umana della verità, ossia il filosofare, sviluppato nel rispetto delle
leggi che gli sono proprie. Non si tratta semplicemente di utilizzare,
nel discorso teologico, l'uno o l'altro concetto o frammento di un
impianto filosofico; decisivo è che la ragione del credente eserciti le
sue capacità di riflessione nella ricerca del vero all'interno di un
movimento che, partendo dalla parola di Dio, si sforza di raggiungere
una migliore comprensione di essa. E chiaro, peraltro, che, muovendosi
entro questi due poli — parola di Dio e migliore sua conoscenza —,
la ragione è come avvertita, e in qualche modo guidata, ad evitare
sentieri che la porterebbero fuori della Verità rivelata e, in
definitiva, fuori della verità pura e semplice; essa viene anzi
stimolata ad esplorare vie che da sola non avrebbe nemmeno sospettato di
poter percorrere. Da questo rapporto di circolarità con la parola di
Dio la filosofia esce arricchita, perché la ragione scopre nuovi e
insospettati orizzonti. 74.
La conferma della fecondità di un simile rapporto è offerta dalla
vicenda personale di grandi teologi cristiani che si segnalarono anche
come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore
speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia
antica. Ciò vale sia per i Padri della Chiesa, tra i quali bisogna
citare almeno i nomi di san Gregorio Nazianzeno e sant'Agostino, sia per
i Dottori medievali, tra i quali emerge la grande triade di
sant'Anselmo, san Bonaventura e san Tommaso d'Aquino. Il fecondo
rapporto tra filosofia e parola di Dio si manifesta anche nella ricerca
coraggiosa condotta da pensatori più recenti, tra i quali mi piace
menzionare, per l'ambito occidentale, personalità come John Henry
Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain, Étienne Gilson, Edith Stein
e, per quello orientale, studiosi della statura di Vladimir S. Solov'ev,
Pavel A. Florenskij, Petr J. Caadaev, Vladimir N. Lossky. Ovviamente,
nel fare riferimento a questi autori, accanto ai quali altri nomi
potrebbero essere citati, non intendo avallare ogni aspetto del loro
pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca
filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati
della fede. Una cosa è certa: l'attenzione all'itinerario spirituale di
questi maestri non potrà che giovare al progresso nella ricerca della
verità e nell'utilizzo a servizio dell'uomo dei risultati conseguiti.
C'è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica trovi
oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori per il bene della
Chiesa e dell'umanità. Differenti
stati della filosofia Di
più: anche quando è lo stesso discorso teologico ad avvalersi di
concetti e argomenti filosofici, l'esigenza di corretta autonomia del
pensiero va rispettata. L'argomentazione sviluppata secondo rigorosi
criteri razionali, infatti, è garanzia del raggiungimento di risultati
universalmente validi. Si verifica anche qui il principio secondo cui la
grazia non distrugge, ma perfeziona la natura: l'assenso di fede, che
impegna l'intelletto e la volontà, non distrugge ma perfeziona il
libero arbitrio di ogni credente che accoglie in sé il dato rivelato. Da
questa corretta istanza si allontana in modo netto la teoria della
cosiddetta filosofia « separata », perseguita da parecchi filosofi
moderni. Più che l'affermazione della giusta autonomia del filosofare,
essa costituisce la rivendicazione di una autosufficienza del pensiero
che si rivela chiaramente illegittima: rifiutare gli apporti di verità
derivanti dalla rivelazione divina significa infatti precludersi
l'accesso a una più profonda conoscenza della verità, a danno della
stessa filosofia. 76.
Un secondo stato della filosofia è quello che molti designano con
l'espressione filosofia cristiana.
La denominazione è di per sé legittima, ma non deve essere equivocata:
non si intende con essa alludere ad una filosofia ufficiale della
Chiesa, giacché la fede non è come tale una filosofia. Con questo
appellativo si vuole piuttosto indicare un filosofare cristiano, una
speculazione filosofica concepita in unione vitale con la fede. Non ci
si riferisce quindi semplicemente ad una filosofia elaborata da filosofi
cristiani, i quali nella loro ricerca non hanno voluto contraddire la
fede. Parlando di filosofia cristiana si intendono abbracciare tutti
quegli importanti sviluppi del pensiero filosofico che non si sarebbero
realizzati senza l'apporto, diretto o indiretto, della fede cristiana. Due
sono, pertanto, gli aspetti della filosofia cristiana: uno soggettivo,
che consiste nella purificazione della ragione da parte della fede. Come
virtù teologale, essa libera la ragione dalla presunzione, tipica
tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti. Già san Paolo e i
Padri della Chiesa e, più vicino a noi, filosofi come Pascal e
Kierkegaard l'hanno stigmatizzata. Con l'umiltà, il filosofo acquista
anche il coraggio di affrontare alcune questioni che difficilmente
potrebbe risolvere senza prendere in considerazione i dati ricevuti
dalla Rivelazione. Si pensi, ad esempio, ai problemi del male e della
sofferenza, all'identità personale di Dio e alla domanda sul senso
della vita o, più direttamente, alla domanda metafisica radicale: «
Perché vi è qualcosa? ». Vi
è poi l'aspetto oggettivo, riguardante i contenuti: la Rivelazione
propone chiaramente alcune verità che, pur non essendo naturalmente
inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state da essa
scoperte, se fosse stata abbandonata a sé stessa. In questo orizzonte
si situano questioni come il concetto di un Dio personale, libero e
creatore, che tanto rilievo ha avuto per lo sviluppo del pensiero
filosofico e, in particolare, per la filosofia dell'essere. A
quest'ambito appartiene pure la realtà del peccato, così com'essa
appare alla luce della fede, la quale aiuta a impostare filosoficamente
in modo adeguato il problema del male. Anche la concezione della persona
come essere spirituale è una peculiare originalità della fede:
l'annuncio cristiano della dignità, dell'uguaglianza e della libertà
degli uomini ha certamente influito sulla riflessione filosofica che i
moderni hanno condotto. Più vicino a noi, si può menzionare la
scoperta dell'importanza che ha anche per la filosofia l'evento storico,
centro della Rivelazione cristiana. Non a caso, esso è diventato perno
di una filosofia della storia, che si presenta come un nuovo capitolo
della ricerca umana della verità. Tra
gli elementi oggettivi della filosofia cristiana rientra anche la
necessità di esplorare la razionalità di alcune verità espresse dalla
Sacra Scrittura, come la possibilità di una vocazione soprannaturale
dell'uomo ed anche lo stesso peccato originale. Sono compiti che
provocano la ragione a riconoscere che vi è del vero e del razionale
ben oltre gli stretti confini entro i quali essa sarebbe portata a
rinchiudersi. Queste tematiche allargano di fatto l'ambito del
razionale. Speculando
su questi contenuti, i filosofi non sono diventati teologi, in quanto
non hanno cercato di comprendere e di illustrare le verità della fede a
partire dalla Rivelazione. Hanno continuato a lavorare sul loro proprio
terreno e con la propria metodologia puramente razionale, ma allargando
la loro indagine a nuovi ambiti del vero. Si può dire che, senza questo
influsso stimolante della parola di Dio, buona parte della filosofia
moderna e contemporanea non esisterebbe. Il dato conserva tutta la sua
rilevanza, pur di fronte alla deludente costatazione dell'abbandono
dell'ortodossia cristiana da parte di non pochi pensatori di questi
ultimi secoli. 77.
Un altro stato significativo della filosofia si ha quando è la
stessa teologia a chiamare in causa la filosofia. In realtà, la
teologia ha sempre avuto e continua ad avere bisogno dell'apporto
filosofico. Essendo opera della ragione critica alla luce della fede, il
lavoro teologico presuppone ed esige in tutto il suo indagare una
ragione concettualmente e argomentativamente educata e formata. La
teologia, inoltre, ha bisogno della filosofia come interlocutrice per
verificare l'intelligibilità e la verità universale dei suoi asserti.
Non a caso furono filosofie non cristiane ad essere assunte dai Padri
della Chiesa e dai teologi medievali a tale funzione esplicativa. Questo
fatto storico indica il valore dell'autonomia
che la filosofia conserva anche in questo suo terzo stato, ma
insieme mostra le trasformazioni necessarie e profonde che essa deve
subire. E
proprio nel senso di un apporto indispensabile e nobile che la filosofia
fu chiamata fin dall'età patristica ancilla
theologiae. Il titolo non fu applicato per indicare una servile
sottomissione o un ruolo puramente funzionale della filosofia nei
confronti della teologia. Fu utilizzato piuttosto nel senso in cui
Aristotele parlava delle scienze esperienziali quali « ancelle » della
« filosofia prima ». L'espressione, oggi difficilmente utilizzabile in
forza dei principi di autonomia a cui si è fatto cenno, è servita nel
corso della storia per indicare la necessità del rapporto tra le due
scienze e l'impossibilità di una loro separazione. Se
il teologo si rifiutasse di avvalersi della filosofia, rischierebbe di
far filosofia a sua insaputa e di rinchiudersi in strutture di pensiero
poco adatte all'intelligenza della fede. Il filosofo, da parte sua, se
escludesse ogni contatto con la teologia, si sentirebbe in dovere di
impadronirsi per conto proprio dei contenuti della fede cristiana, come
è avvenuto con alcuni filosofi moderni. In un caso come nell'altro, si
profilerebbe il pericolo della distruzione dei principi basilari di
autonomia che ogni scienza giustamente vuole garantiti. Lo
stato della filosofia qui considerato, per le implicanze che comporta
nell'intelligenza della Rivelazione, si colloca insieme alla teologia più
direttamente sotto l'autorità del Magistero e del suo discernimento,
come ho precedentemente esposto. Dalle verità di fede, infatti,
derivano determinate esigenze che la filosofia deve rispettare nel
momento in cui entra in rapporto con la teologia. 78.
Alla luce di queste riflessioni, ben si comprende perché il Magistero
abbia ripetutamente lodato i meriti del pensiero di san Tommaso e lo
abbia posto come guida e modello degli studi teologici. Ciò che
interessava non era prendere posizione su questioni propriamente
filosofiche, né imporre l'adesione a tesi particolari. L'intento del
Magistero era, e continua ad essere, quello di mostrare come san Tommaso
sia un autentico modello per quanti ricercano la verità. Nella sua
riflessione, infatti, l'esigenza della ragione e la forza della fede
hanno trovato la sintesi più alta che il pensiero abbia mai raggiunto,
in quanto egli ha saputo difendere la radicale novità portata dalla
Rivelazione senza mai umiliare il cammino proprio della ragione. 79.
Esplicitando ulteriormente i contenuti del Magistero precedente, intendo
in questa ultima parte indicare alcune esigenze che la teologia —
anzi, prima ancora la parola di Dio — pone oggi al pensiero filosofico
e alle filosofie odierne. Come già ho rilevato, il filosofo deve
procedere secondo le proprie regole e fondarsi sui propri principi; la
verità, tuttavia, non può essere che una sola. La Rivelazione, con i
suoi contenuti, non potrà mai umiliare la ragione nelle sue scoperte e
nella sua legittima autonomia; per parte sua, però, la ragione non dovrà
mai perdere la sua capacità d'interrogarsi e di interrogare, nella
consapevolezza di non potersi ergere a valore assoluto ed esclusivo. La
verità rivelata, offrendo pienezza di luce sull'essere a partire dallo
splendore che proviene dallo stesso Essere sussistente, illuminerà il
cammino della riflessione filosofica. La Rivelazione cristiana, insomma,
diventa il vero punto di aggancio e di confronto tra il pensare
filosofico e quello teologico nel loro reciproco rapportarsi. E
auspicabile, quindi, che teologi e filosofi si lascino guidare
dall'unica autorità della verità così che venga elaborata una
filosofia in consonanza con la parola di Dio. Questa filosofia sarà il
terreno d'incontro tra le culture e la fede cristiana, il luogo d'intesa
tra credenti e non credenti. Sarà di aiuto perché i credenti si
convincano più da vicino che la profondità e genuinità della fede è
favorita quando è unita al pensiero e ad esso non rinuncia. Ancora una
volta, è la lezione dei Padri che ci guida in questa convinzione: « Lo
stesso credere null'altro è che pensare assentendo [...]. Chiunque
crede pensa, e credendo pensa e pensando crede [...]. La fede se non è
pensata è nulla ».(95) Ed ancora: « Se si toglie l'assenso, si toglie
la fede, perché senza assenso non si crede affatto ».(96) |
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CAPITOLO
VII ESIGENZE
E COMPITI ATTUALI Le
esigenze irrinunciabili della parola di Dio
Anche
il problema del male morale — la forma di male più tragica — è
affrontato nella Bibbia, la quale ci dice che esso non è riconducibile
ad una qualche deficienza dovuta alla materia, ma è una ferita che
proviene dall'esprimersi disordinato della libertà umana. La parola di
Dio, infine, prospetta il problema del senso dell'esistenza e rivela la
sua risposta indirizzando l'uomo a Gesù Cristo, il Verbo di Dio
incarnato, che realizza in pienezza l'esistenza umana. Altri aspetti si
potrebbero esplicitare dalla lettura del testo sacro; ciò che emerge,
comunque, è il rifiuto di ogni forma di relativismo, di materialismo,
di panteismo. La
convinzione fondamentale di questa « filosofia » racchiusa nella
Bibbia è che la vita umana e il mondo hanno un senso e sono diretti
verso il loro compimento, che si attua in Gesù Cristo. Il mistero
dell'Incarnazione resterà sempre il centro a cui riferirsi per poter
comprendere l'enigma dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio
stesso. In questo mistero le sfide per la filosofia si fanno estreme,
perché la ragione è chiamata a far sua una logica che abbatte le
barriere in cui essa stessa rischia di rinchiudersi. Solo qui, però, il
senso dell'esistenza raggiunge il suo culmine. Si rende intelligibile,
infatti, l'intima essenza di Dio e dell'uomo: nel mistero del Verbo
incarnato, natura divina e natura umana, con la rispettiva autonomia,
vengono salvaguardate e insieme si manifesta il vincolo unico che le
pone in reciproco rapporto senza confusione 81.
E da osservare che uno dei dati più rilevanti della nostra condizione
attuale consiste nella « crisi del senso ». I punti di vista, spesso
di carattere scientifico, sulla vita e sul mondo si sono talmente
moltiplicati che, di fatto, assistiamo all'affermarsi del fenomeno della
frammentarietà del sapere. Proprio questo rende difficile e spesso vana
la ricerca di un senso. Anzi — cosa anche più drammatica — in
questo groviglio di dati e di fatti tra cui si vive e che sembrano
costituire la trama stessa dell'esistenza, non pochi si chiedono se
abbia ancora senso porsi una domanda sul senso. La pluralità delle
teorie che si contendono la risposta, o i diversi modi di vedere e di
interpretare il mondo e la vita dell'uomo, non fanno che acuire questo
dubbio radicale, che facilmente sfocia in uno stato di scetticismo e di
indifferenza o nelle diverse espressioni del nichilismo. La
conseguenza di ciò è che spesso lo spirito umano è occupato da una
forma di pensiero ambiguo, che lo porta a rinchiudersi ancora di più in
se stesso, entro i limiti della propria immanenza, senza alcun
riferimento al trascendente. Una filosofia priva della domanda sul senso
dell'esistenza incorrerebbe nel grave pericolo di degradare la ragione a
funzioni soltanto strumentali, senza alcuna autentica passione per la
ricerca della verità. Per
essere in consonanza con la parola di Dio è necessario, anzitutto, che
la filosofia ritrovi la sua dimensione
sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della vita. Questa
prima esigenza, a ben guardare, costituisce per la filosofia uno stimolo
utilissimo ad adeguarsi alla sua stessa natura. Ciò facendo, infatti,
essa non sarà soltanto l'istanza critica decisiva, che indica alle
varie parti del sapere scientifico la loro fondatezza e il loro limite,
ma si porrà anche come istanza ultima di unificazione del sapere e
dell'agire umano, inducendoli a convergere verso uno scopo ed un senso
definitivi. Questa dimensione sapienziale è oggi tanto più
indispensabile in quanto l'immensa crescita del potere tecnico
dell'umanità richiede una rinnovata e acuta coscienza dei valori
ultimi. Se questi mezzi tecnici dovessero mancare dell'ordinamento ad un
fine non meramente utilitaristico, potrebbero presto rivelarsi disumani,
ed anzi trasformarsi in potenziali distruttori del genere umano.(98) La
parola di Dio rivela il fine ultimo dell'uomo e dà un senso globale al
suo agire nel mondo. E per questo che essa invita la filosofia ad
impegnarsi nella ricerca del fondamento naturale di questo senso, che è
la religiosità costitutiva di ogni persona. Una filosofia che volesse
negare la possibilità di un senso ultimo e globale sarebbe non soltanto
inadeguata, ma erronea. 82.
Questo ruolo sapienziale non potrebbe, peraltro, essere svolto da una
filosofia che non fosse essa stessa un sapere autentico e vero, cioè
rivolto non soltanto ad aspetti particolari e relativi — siano essi
funzionali, formali o utili — del reale, ma alla sua verità totale e
definitiva, ossia all'essere stesso dell'oggetto di conoscenza. Ecco,
dunque, una seconda esigenza: appurare la capacità dell'uomo di
giungere alla conoscenza della
verità; una conoscenza, peraltro, che attinga la verità oggettiva,
mediante quella adaequatio rei et
intellectus a cui si riferiscono i Dottori della Scolastica.(99)
Questa esigenza, propria della fede, è stata esplicitamente riaffermata
dal Concilio Vaticano II: « L'intelligenza, infatti, non si restringe
all'ambito dei fenomeni soltanto, ma può conquistare la realtà
intelligibile con vera certezza, anche se, per conseguenza del peccato,
si trova in parte oscurata e debilitata ». (100) Una
filosofia radicalmente fenomenista o relativista risulterebbe inadeguata
a recare questo aiuto nell'approfondimento della ricchezza contenuta
nella parola di Dio. La Sacra Scrittura, infatti, presuppone sempre che
l'uomo, anche se colpevole di doppiezza e di menzogna, sia capace di
conoscere e di afferrare la verità limpida e semplice. Nei Libri Sacri,
e in particolare nel Nuovo Testamento, si trovano testi e affermazioni
di portata propriamente ontologica. Gli autori ispirati, infatti, hanno
inteso formulare affermazioni vere, tali cioè da esprimere la realtà
oggettiva. Non si può dire che la tradizione cattolica abbia commesso
un errore quando ha compreso alcuni testi di san Giovanni e di san Paolo
come affermazioni sull'essere stesso di Cristo. La teologia, quando si
applica a comprendere e spiegare queste affermazioni, ha bisogno
pertanto dell'apporto di una filosofia che non rinneghi la possibilità
di una conoscenza oggettivamente vera, per quanto sempre perfezionabile.
Quanto detto vale anche per i giudizi della coscienza morale, che la
Sacra Scrittura suppone poter essere oggettivamente veri. (101) 83.
Le due suddette esigenze ne comportano una terza: è necessaria una
filosofia di portata autenticamente
metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per
giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di
ultimo, di fondante. E un'esigenza, questa, implicita sia nella
conoscenza a carattere sapienziale che in quella a carattere analitico;
in particolare, è un'esigenza propria della conoscenza del bene morale,
il cui fondamento ultimo è il Bene sommo, Dio stesso. Non intendo qui
parlare della metafisica come di una scuola specifica o di una
particolare corrente storica. Desidero solo affermare che la realtà e
la verità trascendono il fattuale e l'empirico, e voglio rivendicare la
capacità che l'uomo possiede di conoscere questa dimensione
trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto ed
analogico. In questo senso, la metafisica non va vista in alternativa
all'antropologia, giacché è proprio la metafisica che consente di dare
fondamento al concetto di dignità della persona in forza della sua
condizione spirituale. La persona, in particolare, costituisce un ambito
privilegiato per l'incontro con l'essere e, dunque, con la riflessione
metafisica. Ovunque
l'uomo scopre la presenza di un richiamo all'assoluto e al trascendente,
lì gli si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale:
nella verità, nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui,
nell'essere stesso, in Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine
di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto
necessario quanto urgente, dal fenomeno
al fondamento. Non è
possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e
rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è
necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza
spirituale e il fondamento che la sorregge. Un pensiero filosofico che
rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente
inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della
Rivelazione. La
parola di Dio fa continui riferimenti a ciò che oltrepassa l'esperienza
e persino il pensiero dell'uomo; ma questo « mistero » non potrebbe
essere rivelato, né la teologia potrebbe renderlo in qualche modo
intelligibile, (102) se la conoscenza umana fosse rigorosamente limitata
al mondo dell'esperienza sensibile. La metafisica, pertanto, si pone
come mediazione privilegiata nella ricerca teologica. Una teologia priva
dell'orizzonte metafisico non riuscirebbe ad approdare oltre l'analisi
dell'esperienza religiosa e non permetterebbe all'intellectus
fidei di esprimere con coerenza il valore universale e trascendente
della verità rivelata. Se
tanto insisto sulla componente metafisica, è perché sono convinto che
questa è la strada obbligata per superare la situazione di crisi che
pervade oggi grandi settori della filosofia e per correggere così
alcuni comportamenti erronei diffusi nella nostra società. 84.
L'importanza dell'istanza metafisica diventa ancora più evidente se si
considera lo sviluppo che oggi hanno le scienze ermeneutiche e le
diverse analisi del linguaggio. I risultati a cui questi studi giungono
possono essere molto utili per l'intelligenza della fede, in quanto
rendono manifesti la struttura del nostro pensare e parlare e il senso
racchiuso nel linguaggio. Vi sono cultori di tali scienze, però, che
nelle loro indagini tendono ad arrestarsi al come si comprende e come si
dice la realtà, prescindendo dal verificare le possibilità della
ragione di scoprirne l'essenza. Come non vedere in tale atteggiamento
una conferma della crisi di fiducia, che il nostro tempo sta
attraversando, circa le capacità della ragione? Quando poi, in forza di
assunti aprioristici, queste tesi tendono ad offuscare i contenuti della
fede o a negarne la validità universale, allora non solo umiliano la
ragione, ma si pongono da se stesse fuori gioco. La fede, infatti,
presuppone con chiarezza che il linguaggio umano sia capace di esprimere
in modo universale — anche se in termini analogici, ma non per questo
meno significativi — la realtà divina e trascendente. (103) Se non
fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio
umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione
di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a
interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione
semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma
soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che
presumibilmente Egli pensa di noi. 85.
So bene che queste esigenze, poste alla filosofia dalla parola di Dio,
possono sembrare ardue a molti che vivono l'odierna situazione della
ricerca filosofica. Proprio per questo, facendo mio ciò che i Sommi
Pontefici da qualche generazione non cessano di insegnare e che lo
stesso Concilio Vaticano II ha ribadito, voglio esprimere con forza la
convinzione che l'uomo è capace di giungere a una visione unitaria e
organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero
cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell'era
cristiana. La settorialità del sapere, in quanto comporta un approccio
parziale alla verità con la conseguente frammentazione del senso,
impedisce l'unità interiore dell'uomo contemporaneo. Come potrebbe la
Chiesa non preoccuparsene? Questo compito sapienziale deriva ai suoi
Pastori direttamente dal Vangelo ed essi non possono sottrarsi al dovere
di perseguirlo. Ritengo
che quanti oggi intendono rispondere come filosofi alle esigenze che la
parola di Dio pone al pensiero umano dovrebbero elaborare il loro
discorso sulla base di questi postulati e in coerente continuità con
quella grande tradizione che, iniziando con gli antichi, passa per i
Padri della Chiesa e i maestri della scolastica, per giungere fino a
comprendere le acquisizioni fondamentali del pensiero moderno e
contemporaneo. Se saprà attingere a questa tradizione ed ispirarsi ad
essa, il filosofo non mancherà di mostrarsi fedele all'esigenza di
autonomia del pensare filosofico. In
questo senso, è quanto mai significativo che, nel contesto attuale,
alcuni filosofi si facciano promotori della riscoperta del ruolo
determinante della tradizione per una corretta forma di conoscenza. Il
richiamo alla tradizione, infatti, non è un mero ricordo del passato;
esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un patrimonio culturale
che appartiene a tutta l'umanità. Si potrebbe, anzi, dire che siamo noi
ad appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa come
vogliamo. Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò
che permette a noi, oggi, di poter esprimere un pensiero originale,
nuovo e progettuale per il futuro. Questo stesso richiamo vale anche
maggiormente per la teologia. Non solo perché essa possiede la
Tradizione viva della Chiesa come fonte originaria, (104) ma anche perché,
in forza di questo, deve essere capace di recuperare sia la profonda
tradizione teologica che ha segnato le epoche precedenti, sia la
tradizione perenne di quella filosofia che ha saputo superare per la sua
reale saggezza i confini dello spazio e del tempo. 86.
L'insistenza sulla necessità di uno stretto rapporto di continuità
della riflessione filosofica contemporanea con quella elaborata nella
tradizione cristiana intende prevenire il pericolo che si nasconde in
alcune linee di pensiero, oggi particolarmente diffuse. Anche se
brevemente, ritengo opportuno soffermarmi su di esse per rilevarne gli
errori ed i conseguenti rischi per l'attività filosofica. La
prima è quella che va sotto il nome di eclettismo,
termine col quale si designa l'atteggiamento di chi, nella ricerca,
nell'insegnamento e nell'argomentazione, anche teologica, è solito
assumere singole idee derivate da differenti filosofie, senza badare né
alla loro coerenza e connessione sistematica né al loro inserimento
storico. In questo modo, egli si pone in condizione di non poter
discernere la parte di verità di un pensiero da quello che vi può
essere di erroneo o di inadeguato. Una forma estrema di eclettismo è
ravvisabile anche nell'abuso retorico dei termini filosofici a cui a
volte qualche teologo s'abbandona. Una simile strumentalizzazione non
serve alla ricerca della verità e non educa la ragione — sia
teologica che filosofica — ad argomentare in maniera seria e
scientifica. Lo studio rigoroso e approfondito delle dottrine
filosofiche, del linguaggio loro peculiare e del contesto in cui sono
sorte aiuta a superare i rischi dell'eclettismo e permette una loro
adeguata integrazione nell'argomentazione teologica. 87.
L'eclettismo è un errore di metodo, ma potrebbe anche nascondere in sé
le tesi proprie dello storicismo.
Per comprendere in maniera corretta una dottrina del passato, è
necessario che questa sia inserita nel suo contesto storico e culturale.
La tesi fondamentale dello storicismo, invece, consiste nello stabilire
la verità di una filosofia sulla base della sua adeguatezza ad un
determinato periodo e ad un determinato compito storico. In questo modo,
almeno implicitamente, si nega la validità perenne del vero. Ciò che
era vero in un'epoca, sostiene lo storicista, può non esserlo più in
un'altra. La storia del pensiero, insomma, diventa per lui poco più di
un reperto archeologico a cui attingere per evidenziare posizioni del
passato ormai in gran parte superate e prive di significato per il
presente. Si deve considerare, al contrario, che anche se la
formulazione è in certo modo legata al tempo e alla cultura, la verità
o l'errore in esse espressi si possono in ogni caso, nonostante la
distanza spazio-temporale, riconoscere e come tali valutare. Nella
riflessione teologica, lo storicismo tende a presentarsi per lo più
sotto una forma di « modernismo ». Con la giusta preoccupazione di
rendere il discorso teologico attuale e assimilabile per il
contemporaneo, ci si avvale soltanto degli asserti e del gergo
filosofico più recenti, trascurando le istanze critiche che, alla luce
della tradizione, si dovrebbero eventualmente sollevare. Questa forma di
modernismo, per il fatto di scambiare l'attualità per la verità, si
rivela incapace di soddisfare le esigenze di verità a cui la teologia
è chiamata a dare risposta. 88.
Un altro pericolo da considerare è lo scientismo.
Questa concezione filosofica si rifiuta di ammettere come valide forme
di conoscenza diverse da quelle che sono proprie delle scienze positive,
relegando nei confini della mera immaginazione sia la conoscenza
religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico. Nel passato, la
stessa idea si esprimeva nel positivismo e nel neopositivismo, che
ritenevano prive di senso le affermazioni di carattere metafisico. La
critica epistemologica ha screditato questa posizione, ed ecco che essa
rinasce sotto le nuove vesti dello scientismo. In questa prospettiva, i
valori sono relegati a semplici prodotti dell'emotività e la nozione di
essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità.
La scienza, quindi, si prepara a dominare tutti gli aspetti
dell'esistenza umana attraverso il progresso tecnologico. Gli innegabili
successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea
hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non
avere più confini, visto come è penetrata nelle diverse culture e
quali cambiamenti radicali vi ha apportato. Si
deve costatare, purtroppo, che quanto attiene alla domanda circa il
senso della vita viene dallo scientismo considerato come appartenente al
dominio dell'irrazionale o dell'immaginario. Non meno deludente è
l'approccio di questa corrente di pensiero agli altri grandi problemi
della filosofia, che, quando non vengono ignorati, sono affrontati con
analisi poggianti su analogie superficiali, prive di fondamento
razionale. Ciò porta all'impoverimento della riflessione umana, alla
quale vengono sottratti quei problemi di fondo che l'animal
rationale, fin dagli inizi della sua esistenza sulla terra,
costantemente si è posto. Accantonata, in questa prospettiva, la
critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è
riuscita a fare accettare da molti l'idea secondo cui ciò che è
tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente
ammissibile. 89.
Foriero di non minori pericoli è il pragmatismo,
atteggiamento mentale che è proprio di chi, nel fare le sue scelte,
esclude il ricorso a riflessioni teoretiche o a valutazioni fondate su
principi etici. Notevoli sono le conseguenze pratiche derivanti da
questa linea di pensiero. In particolare, vi si è venuta affermando una
concezione della democrazia che non contempla il riferimento a
fondamenti di ordine assiologico e perciò immutabili: la ammissibilità
o meno di un determinato comportamento si decide sulla base del voto
della maggioranza parlamentare. (105) E chiara la conseguenza di una
simile impostazione: le grandi decisioni morali dell'uomo vengono di
fatto subordinate alle deliberazioni via via assunte dagli organi
istituzionali. Di più: è la stessa antropologia ad essere fortemente
condizionata, mediante la proposta di una visione unidimensionale
dell'essere umano, dalla quale esulano i grandi dilemmi etici, le
analisi esistenziali sul senso della sofferenza e del sacrificio, della
vita e della morte. 90.
Le tesi fin qui esaminate conducono, a loro volta, a una più generale
concezione, che sembra oggi costituire l'orizzonte comune a molte
filosofie che hanno preso congedo dal senso dell'essere. Intendo
riferirmi alla lettura nichilista, che è insieme il rifiuto di ogni
fondamento e la negazione di ogni verità oggettiva. Il nichilismo,
prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri
della parola di Dio, è negazione dell'umanità dell'uomo e della sua
stessa identità. Non si può dimenticare, infatti, che l'oblio
dell'essere comporta inevitabilmente la perdita di contatto con la verità
oggettiva e, conseguentemente, col fondamento su cui poggia la dignità
dell'uomo. Si fa così spazio alla possibilità di cancellare dal volto
dell'uomo i tratti che ne rivelano la somiglianza con Dio, per condurlo
progressivamente o a una distruttiva volontà di potenza o alla
disperazione della solitudine. Una volta che si è tolta la verità
all'uomo, è pura illusione pretendere di renderlo libero. Verità e
libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente
periscono. (106) 91.
Nel commentare le linee di pensiero appena ricordate non è stata mia
intenzione presentare un quadro completo della situazione attuale della
filosofia: essa, del resto, sarebbe difficilmente riconducibile ad una
visione unitaria. Mi preme sottolineare che l'eredità del sapere e
della sapienza si è, di fatto, arricchita in diversi campi. Basti
citare la logica, la filosofia del linguaggio, l'epistemologia, la
filosofia della natura, l'antropologia, l'analisi approfondita delle vie
affettive della conoscenza, l'approccio esistenziale all'analisi della
libertà. D'altro canto, l'affermazione del principio d'immanenza, che
sta al centro della pretesa razionalista, ha suscitato, a partire dal
secolo scorso, reazioni che hanno portato ad una radicale rimessa in
questione di postulati ritenuti indiscutibili. Sono nate così correnti
irrazionaliste, mentre la critica metteva in evidenza l'inanità
dell'esigenza di autofondazione assoluta della ragione. La
nostra epoca è stata qualificata da certi pensatori come l'epoca della
« post-modernità ». Questo termine, utilizzato non di rado in
contesti tra loro molto distanti, designa l'emergere di un insieme di
fattori nuovi, che quanto ad estensione ed efficacia si sono rivelati
capaci di determinare cambiamenti significativi e durevoli. Così il
termine è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni d'ordine
estetico, sociale, tecnologico. Successivamente è stato trasferito in
ambito filosofico, restando però segnato da una certa ambiguità, sia
perché il giudizio su ciò che è qualificato come « post-moderno »
è a volte positivo ed a volte negativo, sia perché non vi è consenso
sul delicato problema della delimitazione delle varie epoche storiche.
Una cosa tuttavia è fuori dubbio: le correnti di pensiero che si
richiamano alla post-modernità meritano un'adeguata attenzione. Secondo
alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe
irrimediabilmente passato, l'uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un
orizzonte di totale assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del
fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice di ogni
certezza, ignorando le necessarie distinzioni, contestano anche le
certezze della fede. Questo
nichilismo trova in qualche modo una conferma nella terribile esperienza
del male che ha segnato la nostra epoca. Dinanzi alla drammaticità di
questa esperienza, l'ottimismo razionalista che vedeva nella storia
l'avanzata vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di libertà,
non ha resistito, al punto che una delle maggiori minacce, in questa
fine di secolo, è la tentazione della disperazione. Resta
tuttavia vero che una certa mentalità positivista continua ad
accreditare l'illusione che, grazie alle conquiste scientifiche e
tecniche, l'uomo, quale demiurgo, possa giungere da solo ad assicurarsi
il pieno dominio del suo destino. Compiti
attuali per la teologia Dall'altra
parte, la teologia deve puntare gli occhi sulla verità ultima che le
viene consegnata con la Rivelazione, senza accontentarsi di fermarsi a
stadi intermedi. E bene per il teologo ricordare che il suo lavoro
corrisponde « al dinamismo insito nella fede stessa » e che oggetto
proprio della sua ricerca è « la Verità, il Dio vivo e il suo disegno
di salvezza rivelato in Gesù Cristo ». (108) Questo compito, che tocca
in prima istanza la teologia, provoca nello stesso tempo la filosofia.
La mole dei problemi che oggi si impongono, infatti, richiede un lavoro
comune, anche se condotto con metodologie differenti, perché la verità
sia di nuovo conosciuta ed espressa. La Verità, che è Cristo, si
impone come autorità universale che regge, stimola e fa crescere (cfr Ef
4, 15) sia la teologia che la filosofia. Credere
nella possibilità di conoscere una verità universalmente valida non è
minimamente fonte di intolleranza; al contrario, è condizione
necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le persone. Solamente
a questa condizione è possibile superare le divisioni e percorrere
insieme il cammino verso la verità tutta intera, seguendo quei sentieri
che solo lo Spirito del Signore risorto conosce. (109) Come l'esigenza
di unità si configuri concretamente oggi, in vista dei compiti attuali
della teologia, è quanto desidero ora indicare. 93.
Lo scopo fondamentale a cui mira la teologia consiste nel presentare
l'intelligenza della Rivelazione ed il contenuto della fede. Il vero
centro della sua riflessione sarà, pertanto, la contemplazione del
mistero stesso del Dio Uno e Trino. A questi si accede riflettendo sul
mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio: sul suo farsi uomo e sul
conseguente suo andare incontro alla passione e alla morte, mistero che
sfocerà nella sua gloriosa risurrezione e ascensione alla destra del
Padre, da dove invierà lo Spirito di verità a costituire e ad animare
la sua Chiesa. Impegno primario della teologia, in questo orizzonte,
diventa l'intelligenza della kenosi
di Dio, vero grande mistero per la mente umana, alla quale appare
insostenibile che la sofferenza e la morte possano esprimere l'amore che
si dona senza nulla chiedere in cambio. In questa prospettiva si impone
come esigenza di fondo ed urgente una attenta analisi dei testi: in
primo luogo, dei testi scritturistici, poi di quelli in cui si esprime
la viva Tradizione della Chiesa. A questo riguardo si propongono oggi
alcuni problemi, solo parzialmente nuovi, la cui coerente soluzione non
potrà essere trovata prescindendo dall'apporto della filosofia. 94.
Un primo aspetto problematico riguarda il rapporto tra il significato e
la verità. Come ogni altro testo, così anche le fonti che il teologo
interpreta trasmettono innanzitutto un significato, che va rilevato ed
esposto. Ora, questo significato si presenta come la verità su Dio, che
da Dio stesso viene comunicata mediante il testo sacro. Nel linguaggio
umano, quindi, prende corpo il linguaggio di Dio, che comunica la
propria verità con la mirabile « condiscendenza » che rispecchia la
logica dell'Incarnazione. (110) Nell'interpretare le fonti della
Rivelazione, pertanto, è necessario che il teologo si domandi quale sia
la verità profonda e genuina che i testi vogliono comunicare, pur nei
limiti del linguaggio. Quanto
ai testi biblici, e in particolare ai Vangeli, la loro verità non si
riduce certo alla narrazione di semplici avvenimenti storici o alla
rilevazione di fatti neutrali, come vorrebbe il positivismo storicista.
(111) Questi testi, al contrario, espongono eventi la cui verità sta
oltre il semplice accadere storico: sta nel loro significato nella
e per la storia della
salvezza. Questa verità trova piena esplicitazione nella lettura
perenne che la Chiesa compie di tali testi nel corso dei secoli,
mantenendone immutato il significato originario. E urgente, pertanto,
che anche filosoficamente ci si interroghi sul rapporto che intercorre
tra il fatto e il suo significato; rapporto che costituisce il senso
specifico della storia. 95.
La parola di Dio non si indirizza ad un solo popolo o a una sola epoca.
Ugualmente, gli enunciati dogmatici, pur risentendo a volte della
cultura del periodo in cui vengono definiti, formulano una verità
stabile e definitiva. Sorge quindi la domanda di come si possa
conciliare l'assolutezza e l'universalità della verità con
l'inevitabile condizionamento storico e culturale delle formule che la
esprimono. Come ho detto precedentemente, le tesi dello storicismo non
sono difendibili. L'applicazione di un'ermeneutica aperta all'istanza
metafisica, invece, è in grado di mostrare come, dalle circostanze
storiche e contingenti in cui i testi sono maturati, si compia il
passaggio alla verità da essi espressa, che va oltre questi
condizionamenti. Con
il suo linguaggio storico e circoscritto l'uomo può esprimere verità
che trascendono l'evento linguistico. La verità, infatti, non può mai
essere limitata al tempo e alla cultura; si conosce nella storia, ma
supera la storia stessa. 96.
Questa considerazione permette di intravedere la soluzione di un altro
problema: quello della perenne validità del linguaggio concettuale
usato nelle definizioni conciliari. Già il mio venerato Predecessore
Pio XII nella sua Lettera enciclica Humani
generis affrontava la questione. (112) Riflettere
su questo argomento non è facile, perché si deve tenere seriamente
conto del senso che le parole acquistano nelle diverse culture e in
epoche differenti. La storia del pensiero, comunque, mostra che
attraverso l'evoluzione e la varietà delle culture certi concetti di
base mantengono il loro valore conoscitivo universale e perciò la verità
delle proposizioni che li esprimono. (113) Se così non fosse, la
filosofia e le scienze non potrebbero comunicare tra loro né potrebbero
essere recepite da culture diverse da quelle in cui sono state pensate
ed elaborate. Il problema ermeneutico, dunque, esiste, ma è
risolvibile. Il valore realistico di molti concetti, d'altronde, non
esclude che spesso il loro significato sia imperfetto. La speculazione
filosofica molto potrebbe aiutare in questo campo. E auspicabile,
pertanto, un suo particolare impegno nell'approfondimento del rapporto
tra linguaggio concettuale e verità, e nella proposta di vie adeguate
per una sua corretta comprensione. 97.
Se compito importante della teologia è l'interpretazione delle fonti,
impegno ulteriore e anche più delicato ed esigente è la comprensione
della verità rivelata, o l'elaborazione dell'intellectus
fidei. Come già ho accennato, l'intellectus
fidei richiede l'apporto di una filosofia dell'essere, che consenta
innanzitutto alla teologia
dogmatica di svolgere in modo adeguato le sue funzioni. Il
pragmatismo dogmatico degli inizi di questo secolo, secondo cui le verità
di fede non sarebbero altro che regole di comportamento, è già stato
rifiutato e rigettato; (114) ciò nonostante, rimane sempre la
tentazione di comprendere queste verità in maniera puramente
funzionale. In questo caso, si cadrebbe in uno schema inadeguato,
riduttivo, e sprovvisto dell'incisività speculativa necessaria. Una
cristologia, ad esempio, che procedesse unilateralmente « dal basso »,
come oggi si suole dire, o una ecclesiologia, elaborata unicamente sul
modello delle società civili, difficilmente potrebbero evitare il
pericolo di tale riduzionismo. Se
l'intellectus fidei vuole
integrare tutta la ricchezza della tradizione teologica, deve ricorrere
alla filosofia dell'essere. Questa dovrà essere in grado di riproporre
il problema dell'essere secondo le esigenze e gli apporti di tutta la
tradizione filosofica, anche quella più recente, evitando di cadere in
sterili ripetizioni di schemi antiquati. La filosofia dell'essere, nel
quadro della tradizione metafisica cristiana, è una filosofia dinamica
che vede la realtà nelle sue strutture ontologiche, causali e
comunicative. Essa trova la sua forza e perennità nel fatto di fondarsi
sull'atto stesso dell'essere, che permette l'apertura piena e globale
verso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite fino a raggiungere
Colui che a tutto dona compimento. (115) Nella teologia, che riceve i
suoi principi dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza, questa
prospettiva trova conferma secondo l'intimo rapporto tra fede e
razionalità metafisica. 98.
Considerazioni analoghe si possono fare anche in riferimento alla teologia
morale. Il recupero della filosofia è urgente anche nell'ordine
della comprensione della fede che riguarda l'agire dei credenti. Di
fronte alle sfide contemporanee nel campo sociale, economico, politico e
scientifico la coscienza etica dell'uomo è disorientata. Nella Lettera
enciclica Veritatis splendor ho
rilevato che molti problemi presenti nel mondo contemporaneo derivano da
una « crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una verità
universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente
cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più
considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto
dell'intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza
universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così
un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora; ci si è
orientati a concedere alla coscienza dell'individuo il privilegio di
fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e agire di
conseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualistica, per
la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente
dalla verità degli altri ». (116) Nell'intera
Enciclica ho sottolineato chiaramente il fondamentale ruolo spettante
alla verità nel campo della morale. Questa verità, riguardo alla
maggior parte dei problemi etici più urgenti, richiede, da parte della
teologia morale, un'attenta riflessione che sappia mettere in evidenza
le sue radici nella parola di Dio. Per poter adempiere a questa sua
missione, la teologia morale deve far ricorso a un'etica filosofica
rivolta alla verità del bene; a un'etica, dunque, né soggettivista né
utilitarista. L'etica richiesta implica e presuppone un'antropologia
filosofica e una metafisica del bene. Avvalendosi di questa visione
unitaria, che è necessariamente collegata alla santità cristiana e
all'esercizio delle virtù umane e soprannaturali, la teologia morale
sarà capace di affrontare i vari problemi di sua competenza — quali
la pace, la giustizia sociale, la famiglia, la difesa della vita e
dell'ambiente naturale — in maniera più adeguata ed efficace. 99.
Il lavoro teologico nella Chiesa è in primo luogo al servizio
dell'annuncio della fede e della catechesi. (117) L'annuncio o il
kerigma chiama alla conversione, proponendo la verità di Cristo che
culmina nel suo Mistero pasquale: solo in Cristo, infatti, è possibile
conoscere la pienezza della verità che salva (cfr At
4, 12; 1 Tm 2, 4-6). In
questo contesto, si capisce bene perché, oltre alla teologia, assuma
notevole rilievo anche il riferimento alla catechesi:
questa possiede, infatti, delle implicazioni filosofiche che vanno
approfondite alla luce della fede. L'insegnamento impartito nella
catechesi ha un effetto formativo per la persona. La catechesi, che è
anche comunicazione linguistica, deve presentare la dottrina della
Chiesa nella sua integrità, (118) mostrandone l'aggancio con la vita
dei credenti. (119) Si realizza così una singolare unione tra
insegnamento e vita che è impossibile raggiungere altrimenti. Ciò che
si comunica nella catechesi, infatti, non è un corpo di verità
concettuali, ma il mistero del Dio vivente. (120) La
riflessione filosofica molto può contribuire nel chiarificare il
rapporto tra verità e vita, tra evento e verità dottrinale e,
soprattutto, la relazione tra verità trascendente e linguaggio
umanamente intelligibile. (121) La reciprocità che si crea tra le
discipline teologiche e i risultati raggiunti dalle differenti correnti
filosofiche può esprimere, dunque, una reale fecondità in vista della
comunicazione della fede e di una sua più profonda comprensione. |
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CONCLUSIONE 101.
Se il nostro sguardo si volge alla storia del pensiero, soprattutto
nell'Occidente, è facile vedere la ricchezza che è scaturita per il
progresso dell'umanità dall'incontro tra filosofia e teologia e dallo
scambio delle loro rispettive conquiste. La teologia, che ha ricevuto in
dono un'apertura e una originalità che le permettono di esistere come
scienza della fede, ha certamente provocato la ragione a rimanere aperta
davanti alla novità radicale che la rivelazione di Dio porta con sé. E
questo è stato un indubbio vantaggio per la filosofia, che ha visto così
schiudersi nuovi orizzonti su ulteriori significati che la ragione è
chiamata ad approfondire. E
proprio alla luce di questa costatazione che, come ho ribadito il dovere
della teologia di recuperare il suo genuino rapporto con la filosofia,
così mi sento in dovere di sottolineare l'opportunità che anche la
filosofia, per il bene e il progresso del pensiero, recuperi la sua
relazione con la teologia. Troverà in essa non la riflessione del
singolo individuo che, anche se profonda e ricca, porta pur sempre con sé
i limiti prospettici propri del pensiero di uno solo, ma la ricchezza di
una riflessione comune. La teologia, infatti, nell'indagine sulla verità
è sostenuta, per sua stessa natura, dalla nota dell'ecclesialità
(123) e dalla tradizione del Popolo di Dio con la sua multiformità di
saperi e culture nell'unità della fede. 102.
Insistendo in tal modo sull'importanza e sulle vere dimensioni del
pensiero filosofico, la Chiesa promuove insieme sia la difesa della
dignità dell'uomo sia l'annuncio del messaggio evangelico. Per tali
compiti non vi è oggi, infatti, preparazione più urgente di questa:
portare gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere il
vero (124) e del loro anelito verso un senso ultimo e definitivo
dell'esistenza. Nella prospettiva di queste esigenze profonde, iscritte
da Dio nella natura umana, appare anche più chiaro il significato umano
e umanizzante della parola di Dio. Grazie alla mediazione di una
filosofia divenuta anche vera saggezza, l'uomo contemporaneo giungerà
così a riconoscere che egli sarà tanto più uomo quanto più,
affidandosi al Vangelo, aprirà se stesso a Cristo. 103.
La filosofia, inoltre, è come lo specchio in cui si riflette la cultura
dei popoli. Una filosofia, che, sotto la provocazione delle esigenze
teologiche, si sviluppa in consonanza con la fede, fa parte di quella «
evangelizzazione della cultura » che Paolo VI ha proposto come uno
degli scopi fondamentali dell'evangelizzazione. (125) Mentre non mi
stanco di richiamare l'urgenza di una nuova
evangelizzazione, mi appello ai filosofi perché sappiano
approfondire le dimensioni del vero, del buono e del bello, a cui la
parola di Dio dà accesso. Ciò diventa tanto più urgente, se si
considerano le sfide che il nuovo millennio sembra portare con sé: esse
investono in modo particolare le regioni e le culture di antica
tradizione cristiana. Anche questa attenzione deve considerarsi come un
apporto fondamentale e originale sulla strada della nuova
evangelizzazione. 104.
Il pensiero filosofico è spesso l'unico terreno d'intesa e di dialogo
con chi non condivide la nostra fede. Il movimento filosofico
contemporaneo esige l'impegno attento e competente di filosofi credenti
capaci di recepire le aspettative, le aperture e le problematiche di
questo momento storico. Argomentando alla luce della ragione e secondo
le sue regole, il filosofo cristiano, pur sempre guidato
dall'intelligenza ulteriore che gli dà la parola di Dio, può
sviluppare una riflessione che sarà comprensibile e sensata anche per
chi non afferra ancora la verità piena che la Rivelazione divina
manifesta. Tale terreno d'intesa e di dialogo è oggi tanto più
importante in quanto i problemi che si pongono con più urgenza
all'umanità — si pensi al problema ecologico, al problema della pace
o della convivenza delle razze e delle culture — trovano una possibile
soluzione alla luce di una chiara e onesta collaborazione dei cristiani
con i fedeli di altre religioni e con quanti, pur non condividendo una
credenza religiosa, hanno a cuore il rinnovamento dell'umanità. Lo ha
affermato il Concilio Vaticano II: « Per quanto ci riguarda, il
desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della
verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né
coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne
riconoscano ancora la Sorgente, né coloro che si oppongono alla Chiesa
e la perseguitano in diverse maniere ». (126) Una filosofia, nella
quale risplenda anche qualcosa della verità di Cristo, unica risposta
definitiva ai problemi dell'uomo, (127) sarà un sostegno efficace per
quell'etica vera e insieme planetaria di cui oggi l'umanità ha bisogno. 105.
Mi preme concludere questa Lettera enciclica rivolgendo un ultimo
pensiero anzitutto ai teologi,
affinché prestino particolare attenzione alle implicazioni filosofiche
della parola di Dio e compiano una riflessione da cui emerga lo spessore
speculativo e pratico della scienza teologica. Desidero ringraziarli per
il loro servizio ecclesiale. Il legame intimo tra la sapienza teologica
e il sapere filosofico è una delle ricchezze più originali della
tradizione cristiana nell'approfondimento della verità rivelata. Per
questo, li esorto a recuperare ed evidenziare al meglio la dimensione
metafisica della verità per entrare così in un dialogo critico ed
esigente tanto con il pensiero filosofico contemporaneo quanto con tutta
la tradizione filosofica, sia questa in sintonia o invece in
contrapposizione con la parola di Dio. Tengano sempre presente
l'indicazione di un grande maestro del pensiero e della spiritualità,
san Bonaventura, il quale introducendo il lettore al suo Itinerarium
mentis in Deum lo invitava a rendersi conto che « non è
sufficiente la lettura senza la compunzione, la conoscenza senza la
devozione, la ricerca senza lo slancio della meraviglia, la prudenza
senza la capacità di abbandonarsi alla gioia, l'attività disgiunta
dalla religiosità, il sapere separato dalla carità, l'intelligenza
senza l'umiltà, lo studio non sorretto dalla grazia divina, la
riflessione senza la sapienza ispirata da Dio ». (128) Il
mio pensiero è rivolto pure a quanti hanno la responsabilità
della formazione sacerdotale, sia accademica che pastorale, perché
curino con particolare attenzione la preparazione filosofica di chi dovrà
annunciare il Vangelo all'uomo di oggi e, più ancora, di chi dovrà
dedicarsi alla ricerca e all'insegnamento della teologia. Si sforzino di
condurre il loro lavoro alla luce delle prescrizioni del Concilio
Vaticano II (129) e delle disposizioni successive, dalle quali emerge
l'inderogabile e urgente compito, a cui tutti siamo chiamati, di
contribuire a una genuina e profonda comunicazione delle verità di
fede. Non si dimentichi la grave responsabilità di una previa e
adeguata preparazione del corpo docente destinato all'insegnamento della
filosofia sia nei Seminari che nelle Facoltà ecclesiastiche. (130) E
necessario che questa docenza comporti la conveniente preparazione
scientifica, si presenti in maniera sistematica proponendo il grande
patrimonio della tradizione cristiana e si compia con il dovuto
discernimento dinanzi alle esigenze attuali della Chiesa e del mondo. 106.
Il mio appello, inoltre, va ai filosofi
e a quanti insegnano la
filosofia, perché abbiano il coraggio di ricuperare, sulla scia di
una tradizione filosofica perennemente valida, le dimensioni di
autentica saggezza e di verità, anche metafisica, del pensiero
filosofico. Si lascino interpellare dalle esigenze che scaturiscono
dalla parola di Dio ed abbiano la forza di condurre il loro discorso
razionale ed argomentativo in risposta a tale interpellanza. Siano
sempre protesi verso la verità e attenti al bene che il vero contiene.
Potranno in questo modo formulare quell'etica genuina di cui l'umanità
ha urgente bisogno, particolarmente in questi anni. La Chiesa segue con
attenzione e simpatia le loro ricerche; siano pertanto sicuri del
rispetto che essa conserva per la giusta autonomia della loro scienza.
Vorrei incoraggiare, in particolare, i credenti che operano nel campo
della filosofia, perché illuminino i diversi ambiti dell'attività
umana con l'esercizio di una ragione che si fa più sicura e acuta per
il sostegno che riceve dalla fede. Non
posso non rivolgere, infine, una parola anche agli scienziati,
che con le loro ricerche ci forniscono una crescente conoscenza
dell'universo nel suo insieme e della varietà incredibilmente ricca
delle sue componenti, animate ed inanimate, con le loro complesse
strutture atomiche e molecolari. Il cammino da essi compiuto ha
raggiunto, specialmente in questo secolo, traguardi che continuano a
stupirci. Nell'esprimere la mia ammirazione ed il mio incoraggiamento a
questi valorosi pionieri della ricerca scientifica, ai quali l'umanità
tanto deve del suo presente sviluppo, sento il dovere di esortarli a
proseguire nei loro sforzi restando sempre in quell'orizzonte sapienziale,
in cui alle acquisizioni scientifiche e tecnologiche s'affiancano i
valori filosofici ed etici, che sono manifestazione caratteristica ed
imprescindibile della persona umana. Lo scienziato è ben consapevole
che « la ricerca della verità, anche quando riguarda una realtà
limitata del mondo o dell'uomo, non termina mai; rinvia sempre verso
qualcosa che è al di sopra dell'immediato oggetto degli studi, verso
gli interrogativi che aprono l'accesso al Mistero ». (131) 107.
A tutti chiedo di guardare in
profondità all'uomo, che Cristo ha salvato nel mistero del suo amore, e
alla sua costante ricerca di verità e di senso. Diversi sistemi
filosofici, illudendolo, lo hanno convinto che egli è assoluto padrone
di sé, che può decidere autonomamente del proprio destino e del
proprio futuro confidando solo in se stesso e sulle proprie forze. La
grandezza dell'uomo non potrà mai essere questa. Determinante per la
sua realizzazione sarà soltanto la scelta di inserirsi nella verità,
costruendo la propria abitazione all'ombra della Sapienza e abitando in
essa. Solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno
esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all'amore e alla
conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé. 108.
Il mio ultimo pensiero è rivolto a Colei che la preghiera della Chiesa
invoca come Sede della Sapienza.
La sua stessa vita è una vera parabola capace di irradiare luce sulla
riflessione che ho svolto. Si può intravedere, infatti, una profonda
consonanza tra la vocazione della Beata Vergine e quella della genuina
filosofia. Come la Vergine fu chiamata ad offrire tutta la sua umanità
e femminilità affinché il Verbo di Dio potesse prendere carne e farsi
uno di noi, così la filosofia è chiamata a prestare la sua opera,
razionale e critica, affinché la teologia come comprensione della fede
sia feconda ed efficace. E come Maria, nell'assenso dato all'annuncio di
Gabriele, nulla perse della sua vera umanità e libertà, così il
pensiero filosofico, nell'accogliere l'interpellanza che gli viene dalla
verità del Vangelo, nulla perde della sua autonomia, ma vede sospinta
ogni sua ricerca alla più alta realizzazione. Questa verità l'avevano
ben compresa i santi monaci dell'antichità cristiana, quando chiamavano
Maria « la mensa intellettuale della fede ». (132) In lei vedevano
l'immagine coerente della vera filosofia ed erano convinti di dover philosophari
in Maria. Possa,
la Sede della Sapienza, essere il porto sicuro per quanti fanno della
loro vita la ricerca della saggezza. Il cammino verso la sapienza,
ultimo e autentico fine di ogni vero sapere, possa essere liberato da
ogni ostacolo per l'intercessione di Colei che, generando la Verità e
conservandola nel suo cuore, l'ha partecipata all'umanità intera per
sempre. Dato
a Roma, presso San Pietro, il 14 settembre, festa della Esaltazione
della Santa Croce, dell'anno 1998, ventesimo del mio Pontificato. GIOVANNI
PAOLO II |
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NOTE (2)
Cfr
Conc. Ecum.
Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 16. (3)
Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 25. (4)
N. 4: AAS 85 (1993), 1136. (5)
Conc. Ecum.
Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 2. (6)
Cfr Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, III: DS (7)
Ibid., IV: DS
3015; citato anche in Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 59. (8)
Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 2. (9)
Lett. ap. Tertio millennio
adveniente (10 novembre 1994), 10: AAS
87 (1995), 11. (10)
N. 4. (11)
N. 8. (12)
N. 22. (13)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 4. (14)
Ibid., 5. (15)
Il Concilio Vaticano I, a cui fa riferimento la sentenza sopra
richiamata, insegna che l'obbedienza della fede esige l'impegno
dell'intelletto e della volontà: « Poiché l'uomo dipende totalmente
da Dio come suo creatore e signore e la ragione creata è sottomessa
completamente alla verità increata, noi siamo tenuti, quando Dio si
rivela, a prestargli, con la fede, la piena sottomissione della nostra
intelligenza e della nostra volontà » (Cost. dogm. sulla fede
cattolica Dei Filius, III; DS
3008). (16)
Sequenza nella solennità del
Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. (17)
Pensées, 789 (ed. L.
Brunschvicg). (18)
Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 22. (19)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 2. (20)
Proemio e nn. 1. 15: PL 158,
223-224.226; 235. (21)
De vera religione, XXXIX, 72:
CCL 32, 234. (22)
« Ut te semper desiderando quaererent et inveniendo quiescerent »: Missale
Romanum. (23)
Aristotele, Metafisica, I, 1. (24)
Confessiones, X, 23, 33: CCL
27, 173. (25)
N. 34: AAS 85 (1993), 1161. (26)
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici
doloris (11 febbraio 1984), 9: AAS
76 (1984), 209-210. (27)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Dich. sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra
aetate, 2. (28)
E questa un'argomentazione che perseguo da molto tempo e che ho espresso
in diverse occasioni. « Che è l'uomo e a che può servire? Qual è il
suo bene e qual è il suo male? (Sir
18, 7) [...]. Queste domande sono nel cuore di ogni uomo, come ben
dimostra il genio poetico di ogni tempo e di ogni popolo, che, quasi
profezia dell'umanità, ripropone continuamente la domanda
seria che rende l'uomo veramente tale. Esse esprimono l'urgenza di
trovare un perché all'esistenza, ad ogni suo istante, alle sue tappe
salienti e decisive così come ai suoi momenti più comuni. In tali
questioni è testimoniata la ragionevolezza profonda dell'esistere
umano, poiché l'intelligenza e la volontà dell'uomo vi sono
sollecitate a cercare liberamente la soluzione capace di offrire un
senso pieno alla vita. Questi interrogativi, pertanto, costituiscono
l'espressione più alta della natura dell'uomo: di conseguenza la
risposta ad esse misura la profondità del suo impegno con la propria
esistenza. In particolare, quando il
perché delle cose viene indagato con integralità alla ricerca
della risposta ultima e più esauriente, allora la ragione umana tocca
il suo vertice e si apre alla religiosità. In effetti, la religiosità
rappresenta l'espressione più elevata della persona umana, perché è
il culmine della sua natura razionale. Essa sgorga dall'aspirazione
profonda dell'uomo alla verità ed è alla base della ricerca libera e
personale che egli compie del divino »: Udienza generale del 19 ottobre
1983, 1-2: Insegnamenti VI, 2
(1983), 814-815. (29)
« [Galileo] ha dichiarato esplicitamente che le due verità, di fede e
di scienza, non possono mai contrariarsi « procedendo di pari dal Verbo
divino la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello
Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di
Dio » come scrive nella lettera al Padre Benedetto Castelli il 21
dicembre 1613. Non diversamente, anzi con parole simili, insegna il
Concilio Vaticano II: « La ricerca metodica di ogni disciplina, se
procede [...] secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto
con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno
origine dal medesimo Dio » (Gaudium
et spes, 36). Galileo sente nella sua ricerca scientifica la
presenza del Creatore che lo stimola, che previene e aiuta le sue
intuizioni, operando nel profondo del suo spirito ». Giovanni Paolo II,
Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 10 novembre 1979: Insegnamenti,
II, 2 (1979), 1111-1112. (30)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 4. (31)
Origene, Contro Celso, 3, 55:
SC 136, 130. (32)
Dialogo con Trifone, 8,1: PG
6, 492. (33)
Stromati I, 18, 90, 1: SC
30, 115. (34)
Cfr ibid., I, 16, 80, 5: SC
30, 108. (35)
Cfr ibid., I, 5, 28, 1: SC
30, 65. (36)
Ibid., VI, 7, 55, 1-2: PG
9, 277. (37)
Ibid., I, 20, 100, 1: SC
30, 124. (38)
S. Agostino, Confessiones VI,
5, 7: CCL 27, 77-78. (39)
Cfr ibid., VII, 9, 13-14: CCL
27, 101-102. (40)
De praescriptione haereticorum,
VII, 9: SC 46, 98. «
Quid ergo Athenis et Hierosolymis? Quid academiae et ecclesiae? ». (41)
Cfr Congregazione per l'Educazione Cattolica, Istr. sullo studio dei
Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale (10 novembre 1989), 25: AAS
82 (1990), 617-618. (42)
S. Anselmo, Proslogion, 1: PL
158, 226. (43)
Id., Monologion, 64: PL
158, 210. (44)
Cfr Summa contra Gentiles, I,
VII. (45)
Cfr Summa Theologiae, I, 1, 8
ad 2: « cum enim gratia non tollat naturam sed perficiat ». (46)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al IX Congresso
Tomistico Internazionale (29 settembre 1990): Insegnamenti,
XIII, 2 (1990), 770-771. (47)
Lett. ap. Lumen Ecclesiae (20
novembre 1974), 8: AAS 66
(1974), 680. (48)
Cfr I, 1, 6: « Praeterea, haec doctrina per studium acquiritur.
Sapientia autem per infusionem habetur, unde inter septem dona Spiritus
Sancti connumeratur ». (49)
Ibid., II, II, 45, 1 ad 2;
cfr pure II, II, 45, 2. (50)
Ibid., I, II, 109, 1 ad 1 che
riprende la nota frase dell'Ambrosiaster,
In prima Cor 12,3: PL 17,
258. (51)
Leone XIII, Lett. enc. Æterni
Patris (4 agosto 1879): ASS 11
(1878-1879), 109. (52)
Paolo VI, Lett. ap. Lumen
Ecclesiae (20 novembre 1974), 8: AAS
66 (1974), 683. (53)
Lett. enc. Redemptor hominis (4
marzo 1979), 15: AAS 71
(1979), 286. ( ( (56)
Cfr Sinodo di Costantinopoli, DS 403. (57)
Cfr Concilio di Toledo I, DS 205;
Concilio di Braga I, DS 459-460;
Sisto V, Bolla Coeli et terrae
Creator (5 gennaio 1586): Bullarium
Romanum 44, Romae 1747, 176-179; Urbano VIII, Inscrutabilis
iudiciorum (1o aprile 1631): Bullarium
Romanum 61, Romae 1758, 268-270. (58)
Cfr Conc. Ecum. Viennense,
Decr. Fidei catholicae, DS
902; Conc. Ecum. Lateranense V, Bolla Apostolici
regiminis, DS 1440. (59)
Cfr Theses a Ludovico Eugenio
Bautain iussu sui Episcopi subscriptae (8 settembre 1840), DS
2751-2756; Theses a Ludovico
Eugenio Bautain ex mandato S. Cong. Episcoporum et Religiosorum
subscriptae (26 aprile 1844), DS
2765-2769. (60)
Cfr S. Congr. Indicis, Decr. Theses
contra traditionalismum Augustini Bonnetty (11 giugno 1855), DS
2811-2814. (61)
Cfr Pio IX, Breve Eximiam tuam (15
giugno 1857), DS 2828-2831;
Breve Gravissimas inter (11
dicembre 1862), DS 2850-2861. (62)
Cfr S. Congr. del S. Officio, Decr. Errores
ontologistarum (18 settembre 1861), DS
2841-2847. (63)
Cfr Conc. Ecum. Vat. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, II: DS 3004; e
can. 2, 1: DS 3026. (64)
Ibid., IV: DS
3015, citato in Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 59. (65)
Conc. Ecum. Vat. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, IV: DS 3017. (66)
Cfr Lett. enc. Pascendi
dominici gregis (8
settembre 1907): ASS 40
(1907), 596-597. (67)
Cfr Pio XI, Lett. enc. Divini
Redemptoris (19 marzo 1937): AAS
29 (1937), 65-106. (68)
Lett. enc. Humani generis (12
agosto 1950): AAS 42 (1950),
562-563. (69)
Ibid., l.c.,
563-564. (70)
Cfr Giovanni Paolo II, Cost. ap. Pastor
Bonus (28 giugno 1988), artt. 48-49: AAS
80 (1988), 873; Congr. per la Dottrina della Fede, Istr. sulla
vocazione ecclesiale del teologo Donum
veritatis (24 maggio 1990), 18: AAS
82 (1990), 1558. (71)
Cfr Istr. su alcuni aspetti della « teologia della liberazione » Libertatis
nuntius (6 agosto 1984), VII-X: AAS
76 (1984), 890-903. (72)
Il Concilio Vaticano I, con parole tanto chiare quanto autoritative,
aveva già condannato questo errore, affermando da una parte che «
quanto a questa fede [...], la Chiesa cattolica professa che essa è una
virtù soprannaturale, per la quale sotto l'ispirazione divina e con
l'aiuto della grazia, noi crediamo vere le cose da lui rivelate, non a
causa dell'intrinseca verità delle cose percepite dalla luce naturale
della ragione, ma a causa dell'autorità di Dio stesso, che le rivela,
il quale non può ingannarsi né ingannare »: Cost. dogm. Dei
Filius III: DS 3008, e
can.3. 2: DS 3032. Dall'altra
parte, il Concilio dichiarava che la ragione mai « è resa capace di
penetrare [tali misteri] come le verità che formano il suo oggetto
proprio »: ibid., IV: DS
3016. Da qui traeva la conclusione pratica: « I fedeli cristiani
non solo non hanno il diritto di difendere come legittime conclusioni
della scienza le opinioni riconosciute contrarie alla dottrina della
fede, specie se condannate dalla Chiesa, ma sono strettamente tenuti a
considerarle piuttosto come errori, che hanno solo una ingannevole
parvenza di verità »: ibid.,
IV: DS 3018. (73)
Cfr nn. 9-10. (74)
Ibid., 10. (75)
Ibid., 21. (76)
Cfr ibid., 10. (77)
Cfr Lett. enc. Humani
generis (12
agosto 1950): AAS 42 (1950),
565-567; 571-573. (78)
Cfr Lett. enc. Æterni
Patris (4
agosto 1879): ASS 11
(1878-1879), 97-115. (79)
Ibid., l.c., 109. (80)
Cfr nn. 14-15. (81)
Cfr ibid., 20-21. (82)
Ibid., 22; cfr Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Redemptor hominis (4
marzo 1979), 8: AAS 71
(1979), 271-272. (83)
Decr. sulla formazione sacerdotale Optatam
totius, 15. (84)
Cfr Giovanni Paolo II, Cost. ap. Sapientia
christiana (15 aprile 1979), art. 79-80: AAS
71 (1979), 495-496; Esort. ap. postsinodale Pastores
dabo vobis (25 marzo 1992), 52: AAS
84 (1992), 750-751. Cfr pure alcuni commenti sulla filosofia di S.
Tommaso: Discorso al Pontificio Ateneo Internazionale Angelicum (17
novembre 1979): Insegnamenti II,
2 (1979), 1177-1189; Discorso ai partecipanti dell'VIII Congresso
Tomistico Internazionale (13 settembre 1980): Insegnamenti
III, 2 (1980), 604-615; Discorso ai partecipanti al Congresso
Internazionale della Società « San Tommaso » sulla dottrina
dell'anima in S. Tommaso (4 gennaio 1986): Insegnamenti
IX, 1 (1986), 18-24. Inoltre, S. Congr. per l'Educazione Cattolica, Ratio
fundamentalis institutionis sacerdotalis (6 gennaio 1970), 70-75: AAS
62 (1970), 366-368; Decr. Sacra
Theologia (20 gennaio 1972): AAS
64 (1972), 583-586. (85)
Cfr Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 57; 62. (86)
Cfr ibid., 44. (87)
Cfr Conc. Ecum.
Lateranense V, Bolla Apostolici
regimini sollicitudo, Sessione VIII: Conc.
Oecum. Decreta, 1991, 605-606. (88)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 10. (89)
S. Tommaso d'Aquino, Summa
Theologiae, II-II, 5, 3 ad 2. (90)
« La ricerca delle condizioni nelle quali l'uomo pone da sé le prime
domande fondamentali sul senso della vita, sul fine che ad essa vuole
dare e su ciò che l'attende dopo la morte, costituisce per la teologia
fondamentale il necessario preambolo, affinché, anche oggi, la fede
abbia a mostrare in pienezza il cammino ad una ragione in ricerca
sincera della verità ». Giovanni Paolo II, Lettera
ai partecipanti al Congresso internazionale di Teologia Fondamentale a
125 anni dalla « Dei Filius » (30 settembre 1995), 4: L'Osservatore
Romano, 3 ottobre 1995, p. 8. (91)
Ibid. (92)
Cfr Conc. Ecum.
Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 15; Decr. (93)
S. Tommaso d'Aquino, De Caelo,
1, 22. (94)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 53-59. (95)
S. Agostino, De praedestinatione
sanctorum, 2,5: PL 44,
963. (96)
Id., De fide, spe et caritate,
7: CCL 64, 61. (97)
Cfr Conc. Ecum. Calcedonense,
Symbolum, Definitio: DS 302. (98)
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor
hominis (4 marzo 1979), 15: AAS
71 (1979), 286-289. (99)
Cfr, ad esempio, S. Tommaso d'Aquino, Summa
Theologiae, I, 16,1; S. Bonaventura, Coll.
in Hex., 3, 8, 1. (100)
Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 15. (101)
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Veritatis
splendor (6
agosto 1993), 57-61: AAS 85
(1993), 1179-1182. (102)
Cfr Conc. Ecum. Vat. I,
Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, IV: DS 3016. (103)
Cfr Conc. Ecum. Lateranense
IV, De errore abbatis Ioachim,
II: DS 806. (104)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 24; Decr. sulla formazione sacerdotale Optatam
totius, 16. (105)
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium
vitae (25 marzo 1995), 69: AAS
87 (1995), 481. (106)
Nello stesso senso scrivevo nella mia prima Lettera enciclica a commento
dell'espressione del Vangelo di S. Giovanni: « Conoscerete la verità e
la verità vi farà liberi » (8, 32): «Queste parole racchiudono una
fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l'esigenza di un
rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di
un'autentica libertà; e l'ammonimento, altresì, perché sia evitata
qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale e unilaterale,
ogni libertà che non penetri tutta la verità sull'uomo e sul mondo.
Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che
porta all'uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera
l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse,
nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà
»: Lett. enc. Redemptor hominis
(4 marzo 1979), 12: AAS 71
(1979), 280-281. (107)
Discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1962): AAS
54 (1962), 792. (108)
Congr. per la Dottrina della Fede, Istr. sulla vocazione ecclesiale del
teologo Donum veritatis (24
maggio 1990), 7-8: AAS 82
(1990), 1552-1553. (109)
Ho scritto nell'Enciclica Dominum
et vivificantem, commentando Gv
16, 12-13: « Gesù presenta il Consolatore, lo Spirito di verità,
come colui che “insegnerà” e “ricorderà”, come colui che gli
“renderà testimonianza”; ora dice: “Egli vi guiderà alla verità
tutta intera”. Questo “guidare alla verità tutta intera”, in
riferimento a ciò di cui gli Apostoli “per il momento non sono capaci
di portare il peso”, è in necessario collegamento con
lo spogliamento di Cristo per mezzo della passione e morte di croce,
che allora, quando pronunciava queste parole, era ormai imminente. In
seguito, tuttavia, diventa chiaro che quel “guidare alla verità tutta
intera” si ricollega, oltre che allo scandalum
Crucis, anche a tutto ciò che Cristo “fece ed insegnò” (At
1, 1). Infatti, il mysterium
Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che
introduce opportunamente l'uomo nella realtà del mistero rivelato. Il
“guidare alla verità tutta intera” si realizza, dunque, nella fede
e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è
frutto della sua azione nell'uomo. Lo Spirito Santo deve essere in
questo la suprema guida dell'uomo, la luce dello spirito umano »: n. 6:
AAS 78 (1986), 815-816. (110)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei
Verbum, 13. (111)
Cfr Pontificia Commissione Biblica, Istr. sulla verità storica dei
Vangeli (21 aprile 1964): AAS 56
(1964), 713. (112)
« E chiaro che la Chiesa non può essere legata ad un qualunque sistema
filosofico effimero; ma quelle nozioni e quei termini, che con generale
consenso furono composti attraverso parecchi secoli dai dottori
cattolici per arrivare a qualche conoscenza e comprensione del dogma
senza dubbio non poggiano su di un fondamento così caduco. Si
appoggiano invece a principi e nozioni dettate da una vera conoscenza
del creato; e nel dedurre queste conoscenze, la verità rivelata, come
una stella, ha illuminato, per mezzo della Chiesa, la mente umana. Perciò
non c'è da meravigliarsi se qualcuna di queste nozioni non solo sia
stata adoperata in Concili Ecumenici, ma vi abbia ricevuto tale sanzione
per cui non ci è lecito allontanarcene »: Lett. enc. Humani
generis (12 agosto 1950): AAS
42 (1950), 566-567; cfr Commissione Teologica Internazionale, Doc. Interpretationis
problema (ottobre 1989): Ench.
Vat. 11, nn. 2717-2811. (113)
« Quanto al significato stesso delle formule dogmatiche, esso nella
Chiesa rimane sempre vero e coerente, anche quando è maggiormente
chiarito e meglio compreso. Devono, quindi, i fedeli rifuggire
dall'opinione la quale ritiene che le formule dogmatiche (o qualche
categoria di esse) non possono manifestare la verità determinatamente,
ma solo delle sue approssimazioni cangianti che sono, in certa maniera,
deformazioni e alterazioni della medesima »: S. Congr. per la Dottrina
della Fede, Dich. sulla difesa della dottrina cattolica circa la Chiesa,
Mysterium Ecclesiae (24
giugno 1973), 5: AAS 65
(1973), 403. (114)
Cfr Congr. S. Officii, Decr. Lamentabili
(3 luglio 1907), 26: ASS 40
(1907), 473. (115)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso al Pontificio Ateneo « Angelicum » (17
novembre 1979), 6: Insegnamenti,
II, 2 (1979), 1183-1185. (116)
N. 32: AAS 85 (1993),
1159-1160. (117)
Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi
tradendae (16 ottobre 1979), 30: AAS
71 (1979), 1302-1303; Congr. per la Dottrina della Fede, Istr. sulla
vocazione ecclesiale del teologo Donum
veritatis (24 maggio 1990), 7: AAS
82 (1990), 1552-1553. (118)
Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi
tradendae (16 ottobre 1979), 30: AAS
71 (1979), 1302-1303. (119)
Cfr ibid., 22, l.
c., 1295-1296. (120)
Cfr ibid., 7, l.
c., 1282. (121)
Cfr ibid., 59, l.
c., 1325. (122)
Conc. Ecum. Vat. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, IV: DS 3019. (123)
« Nessuno può fare della teologia quasi che fosse una semplice
raccolta dei propri concetti personali; ma ognuno deve essere
consapevole di rimanere in stretta unione con quella missione di
insegnare la verità, di cui è responsabile la Chiesa »: Giovanni
Paolo II, Lett. enc. Redemptor
hominis (4 marzo 1979), 19: AAS
71 (1979), 308. (124)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Dich. sulla libertà religiosa Dignitatis
humanae, 1-3. (125)
Cfr Esort. ap. Evangelii
nuntiandi (8 dicembre 1975), 20: AAS
68 (1976), 18-19. (126)
Cost. past sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 92. (127)
Cfr ibid., 10. (128)
Prologus, 4: Opera omnia,
Firenze 1891, t. V, 296. (129)
Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Decr. sulla formazione sacerdotale Optatam
totius, 15. (130)
Cfr Giovanni Paolo II, Cost. ap. Sapientia
christiana (15 aprile 1979), artt. 67-68: AAS
71 (1979), 491-492. (131)
Giovanni Paolo II, Discorso all'Università di Cracovia per il 600o
anniversario dell'Alma Mater Jagellonica (8 giugno 1997), 4: L'Osservatore
Romano, 9-10 giugno 1997, p. 12. (132)
« 'e noerà tes písteos tràpeza »: Omelia
in lode di Santa Maria Madre di Dio, dello pseudo Epifanio: PG
43, 493. |