FISICA/MENTE

 

 

amore di cattivazione

versus

amore di liberazione

Stefano Ulliana

 

 

Una contro-proposta filosofico-teologica, tesa a ribaltare e rovesciare il senso ed i significati presenti nell’Omelia pronunciata dal Cardinale Joseph Ratzinger, durante la messa Pro eligendo Romano Pontifice. Una rivoluzione teologica, legata all’apertura creativo-dialettica dello Spirito.

 

Nell’Omelia pronunciata dal Cardinale Joseph Ratzinger durante la messa Pro eligendo Romano Pontifice il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – il futuro Papa Benedetto XVI - accentua inizialmente l’affermazione del Cristo, “di essere stato mandato <<a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio>> (Is 61, 2)”, per evidenziarne successivamente l’importanza escatologica: “la misericordia divina pone un limite al male” e questo limite diviene scopo e finalità eminente della Chiesa, nella sua opera di salvezza per l’intero genere umano. 

Ora: sembra non esservi alcuna vendetta divina che debba essere compiuta, secondo il senso presente nell’Omelia. Il Cristo “non ha pronunciato queste parole”, generando probabilmente lo “scandalo” di un Dio che non punisce i peccatori e non interviene immediatamente dopo per annientarli.

Nonostante questa presentazione – che pare identificarlo totalmente con l’amore divino per l’intera umanità - il Cristo viene subito dopo mostrato nella sua veste tradizionale, di capro espiatorio, di Agnello che raccogliendo su di sé i peccati del mondo offre se stesso quale pegno di redenzione per l’intera umanità. Maledetto dalla legge e nella legge, Egli diviene benedetto nello Spirito. Ora è proprio questo il punctum dolens dell’intera tradizione interpretativa dottrinaria bimillenaria cristiana: sembra che Gesù non possa assurgere alla propria funzione di Figlio salvifico, qualora non accetti la punizione e la morte, assegnatagli dal potere religioso-politico del tempo, però secondo una misteriosa eterogenesi dei fini. L’imperscrutabile volontà del Padre pare fondare l’uso della stessa passione sulla croce del Cristo, a salvezza dell’intera umanità. Per un gioco di scrittura storiografico, revisionista e giustificatorio, lo sviluppo delle comunità cristiane e la loro prima organizzazione, l’intreccio con le filosofie neoplatoniche e stoiche – che connettevano in unità, senza contraddizione, Platone ed Aristotele – e l’uso che di questo impianto ideologico farà il cesaropapismo costantiniano, condurranno la Chiesa cristiana lungo il crinale fatale del capovolgimento dello spirito originario cristiano - libertario, fraterno ed egualitario - portandola alla determinazione agostiniana del Signore quale principio imperiale della pace nell’ordine. Il passo fatale veniva dunque compiuto nel momento stesso in cui la Chiesa cristiana definiva i propri dogmi ed i propri irrinunciabili ed indiscutibili fondamenti. Di qui all’uso ideologico della religione cristiana effettuato per primo da Teodosio, quale vincolo indissolubile e primo del potere, il passo non è nemmeno breve: è subitaneo ed immediato, parallelo. Nemmeno il rigetto dell’eresia del subordinazionismo potrà impedire che quella struttura, per la quale il Figlio è identico al Padre nell’essere della potenza, non comportasse il rovesciamento dell’amore di libertà ed eguaglianza in servitù ed ossequio alla cattivazione ideologica. Alla cattivazione nei confronti di un’identità assoluta – monoteismo – capace di fondare e mantenere (salvare e conservare) se stessa, per quanto riuscisse ad espungere ed espellere da sé ogni forma e sostanza di diversità e di diversificazione, seguendo in questo del resto lo stesso monito paolino. Secondo questa linea progettuale gerarchica e patriarcale – che ha attraversato l’intera storia e civiltà occidentale sino ai giorni nostri - la stessa filosofia teologica hegeliana – fondamento attualmente ripreso nei contesti accademici occidentali, quale nuova giustificazione del combinato-disposto fra imperialismo e localismo - non poteva non definire la natura se non come l’altro momentaneamente fuori di se stesso, che doveva rientrare per gradi alla consapevolezza più piena e razionale della fede filosofica: della fede nella sussistenza eterna di un Uno necessario e d’ordine, animatore concreto ed effettivo di tutte le operazioni di riforma del mondo e della civiltà occidentale, lungo tutte le fasi che storicamente sono state proposte e realizzate dal potere. È in questo monolite allora che si apre quello spazio del sacro che è immediatamente violenza: esso infatti sottrae il tempo libero della creatività e del suo movimento dialettico, trasferendolo in un limite separato, concreto nella sua astratta universalità e nelle sue radici capovolte. In questa intenzione di alienazione - dove quel tempo viene occluso, neutralizzato e depotenziato - trova allora deposizione finale ogni forma antica di società e di moderno profitto e capitalizzazione: delle menti, degli animi e dei cuori, dei corpi-oggetto. 

Così “la grazia non è a buon mercato”. Se il prezzo della salvezza è prima di tutte il tentato peccato dell’uomo, l’uccisione rituale dell’Amore universale che ha nella croce il suo simbolo, il costo del suo mantenimento dovrà essere la partecipazione collettiva allo stesso genere di sofferenza e di apparente ingiustizia. Per salvaguardare il potere temporale – o per paura del potere dello Stato (ora Impero economico della globalizzazione) – l’anelito ad una libertà fraterna ed eguale deve essere piegato al suo capovolgimento, deve essere spezzato al “fuoco del suo amore sofferente”, quasi si trattasse di un’implicita e nascosta accusa d’eresia. Così per la salvezza gli uomini tutti devono piegarsi allo stesso modo, devono percorrere quello stesso sentiero di colpevolezza di fronte alla legge – che consiste per primo nella accettazione del reato imposto, secondo la comprensione stessa dell’accusatore – che è stato percorso, appunto, da eretici di ogni risma e formato (libertari nella fede, streghe, omosessuali, sovversivi vari dell’ordine sociale, politico ed economico).

Il problema naturalmente è se l’esito del martirio lasci o no immutato l’ordine attuale del mondo, o invece lo rivoluzioni. Diventare “disponibili a completare nella nostra carne <<quello che manca ai patimenti di Cristo>> (Col 1, 24)” rischia infatti di rimanere ciò che è stato nel corso della sua intera e bimillenaria applicazione: il principio e la giustificazione del potere temporale, nello scostamento da qualsiasi umana responsabilità di intervento e di trasformazione rivoluzionaria. 

Quello stesso potere temporale – di antica discendenza neoplatonica e stoica – sul cui archetipo si pretende di modellare la stessa organizzazione ecclesiastica, nei suoi fondamenti, nelle sue articolazioni e determinazioni. Qui il socio-comunitario prende allora il sopravvento: l’unità del Cristo sacrificato ed alienato – “la <<misura della pienezza di Cristo>>” - con il Padre, vero e proprio Signore imperiale, fa scoccare la scintilla della conoscenza e dell’azione. Rende lo spazio ed il tempo, finiti e conclusi, della dottrina e dell’organizzazione. Qui finalmente compare l’uso attuale dei testi sacri citati nell’Omelia: il Cardinale Joseph Ratzinger infatti riporta quella misura e quella pienezza a determinazione essenziale e sostanziale, totale e totalitaria, del mondo della fede. Contro il paolino “essere <<sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina …>> (Ef 4, 14)”. E “inganno” ed “astuzia” diaboliche tendono – com’è interpretazione tradizionale - a condurre gli uomini nell’errore (un tempo – quello dell’Inquisizione - si diceva: nell’eresia).

Peccato che lo spazio ed il tempo dell’eterna diversità non siano invece proprio lo spazio ed il tempo della creazione: lo spazio ed il tempo attraverso il quale Padre, Spirito e Figlio si ritrovano in alta ed abissale unità, con movimento dialettico che nel mentre apre la superiore libertà ad essa affianca il movimento amoroso dell’eguaglianza. Allora è proprio l’orizzonte infinito di questa ragione e grazia a stabilire la possibilità della relazione – nell’Omelia misinterpretata a “relativismo” – quella possibilità che vale eticamente come fondamento effettivamente e realmente cristiano. In tal modo all’uomo della potenza e della sua volontà non può subentrare altri che l’Uomo del desiderio e della coscienza – ancora contraffatti nell’Omelia attraverso i termini dell’ “io” e delle “sue voglie”. E: proprio la struttura di senso e di significato portati dalla tradizione ecclesiastica cristiana hanno invece fondato e radicato nelle menti e nell’immaginazione razionale degli uomini – e soprattutto degli intellettuali di “professione” – il seme maligno della dittatura. Di ogni dittatura, proprio attraverso l’idolo ed il feticcio di quell’identità assoluta e del suo spazio di radicamento capovolto.

Allora solo gli “infiniti mondi” di Giordano Bruno, le ali dispiegate del Cavallo pegaseo poste a simboleggiare quell’apertura infinita ed il suo cuore egualitario, potranno salvare la Chiesa cristiana dal pericolo – questo sì ultimamente definitivo – di cadere e decadere, e quindi dissolversi, nell’idolatria dell’uomo di volta in volta inviato dalla provvidenza, sia esso il Cristo artefatto della tradizione, che più modernamente ed in maniera immanente ogni demagogo-populista a base classista e religiosamente reazionaria. Salvarsi nella fede per l’Uomo della provvidenza può solo portare la Chiesa ad essere strumento ideologico del neocostituito Impero economico, sociale e politico (unicentrico o policentrico che sia). Ripararsi dietro la funzione protettiva dello Stato non vale a proteggere effettivamente e realmente la verità e la sua liberazione: al contrario, essa viene – come il tempo e lo spazio della creazione – disattivata, proprio nella sua funzione di liberazione. Il “buono” ed il “vero” indicati nell’Omelia corrono fortemente il rischio di essere ingabbiati nella loro solita e tradizionale funzione consolatoria e neutralizzante. Il buono e vero dell’amore così non si muovono al ricongiungimento di libertà ed eguaglianza, fornendo il corpo del Cristo nell’universale trasversale (orizzontale), ma piegano addirittura alla separazione della fede da quest’amore, alla dichiarazione della sua superiorità, in un atto di superbia intellettuale consono unicamente al mantenimento di un’organizzazione storica. L’atto conseguente non può allora che essere quello – ancora tradizionale – dell’evangelizzazione, della diffusione della verità nella carità, della conquista tramite l’amore, come se questo potesse essere strumentalizzato e orientato. La subordinazione del Figlio al Padre e del fedele al Figlio tramite la divina “amicizia” ha, per l’appunto, questa funzione. Così il corpo del Cristo si riduce a punto invisibile, in relazione al quale giudizio ed espressione umane diventano corpo monolitico, anima ingabbiata. In questa cessione idolatrica si crea allora l’abisso della vera ed effettiva perdizione: l’eguaglianza fraterna e libera – il desiderio e lo Spirito – divengono evanescenti sino a scomparire, sostituite dall’obbedienza feudale ad un Signore eminentemente terreno: il vescovo di Roma. Riscoprire la verità di quello Spirito non potrà allora che essere qualificato come peccato di ribellione, autenticamente di ribellione al feticcio di Dio. 

Il Cristo, esempio di alienazione per noi, dovrebbe allora – nelle parole dell’Omelia – negare la vera ed effettiva libertà – orizzontale e trasversale, autenticamente divina – per consegnare la preda del feticcio – l’umanità intera - ad un Signore ignoto, nascosto dietro questa abdicazione. Come non ravvisare allora in questa cessione la consueta forma umana, tradizionale, del potere. Una forma primitiva ed arcaica, legata al tabù sociale, alla necessità di impedire ogni possibile diversificazione trasformativa e rivoluzionaria. Diffondere e conquistare, catturando, non è lo stesso che aprire liberamente all’eguaglianza fraterna. L’amore di e per la cattivazione non è l’Amore per la liberazione. Il primo fa roteare in basso il merito per e dell’obbedienza, il secondo apre ad un tesoro ineguagliabile. Il primo ricostituisce il mondo antico, il secondo apre i mondi nuovi.    

 


Post scriptum.

la neolingua papale

 

Alcune espressioni ratzingeriane paiono suscitare dei fondati dubbi interpretativi e razionali. Sostenere che il mondo moderno pare essere oramai avviato verso la china fatale di una “dittatura del relativismo” rovescia con chiara consapevolezza e volontà la necessità della prova a discolpa – vero e proprio residuo del regime inquisitoriale - su chi ha costantemente subito lungo la storia della civilizzazione occidentale dittature ed assoluti dell’identità (religiosa, nazionale, di partito), combattendo contro di queste sino al sacrificio estremo della vita (individuale e collettiva), per la libertà e la fraterna eguaglianza. Non già il relativismo – tradizionale espediente retorico dell’intellettualità cattolica italica è stato quello di deprezzare, svilire e ridurre il pensiero dell’oppositore, per ritenere di poterlo agevolmente superare (le querelles sul pensiero di Giordano Bruno e di Nietzsche sono a questo proposito estremamente significative) - quanto bensì la relazione e l’infinito della stessa, il creativo e dialettico nel pensiero e nella prassi, sono stati il nemico radicale contro il quale sono stati costantemente scagliati gli anatemi e le scomuniche del potere religioso - intellettuale e morale - cattolico, che ha abitato e controllato in modo ferreo per secoli i territori e le popolazioni di questa penisola. È infatti l’infinito della relazione a toccare e realizzare l’immagine terrena dell’Uno infinito, mantenendo quell’apertura di libertà e di impredeterminazione che toglie giustificazione e spazio ad ogni dogma e ad ogni seguente e successiva imposizione teocratica. Esso scioglie e dissolve proprio quell’assoluto dell’identità, che si costituisce nel suo ventre – quasi come un parassita malefico – per costituire lo spazio del radicamento nell’originario, l’idolo temporale di ogni sottomissione ed ordinamento sociale. Qui il fine e la fine coincidono: il finito essendo semplicemente la limitazione preventiva dell’energia creativa e vitale, feconda e gioiosa, l’alienazione costruisce lo spazio astratto posto al di là di ciò che viene dequalificato a pura e semplice coscienza individuale ed a grezzo e banale sentimento di desiderio (“l’io e le sue voglie”). È allora sorprendente che proprio ciò che costituisce filosoficamente alienazione sia chiamato a superarla, ancora una volta deprezzando il termine della propria negazione e collocandolo in quella dannata inferiorità mondiale così cara all’amata tradizione platonica ed hobbesiana. Qui il mondo sembra essere solamente sofferenza e mancanza di senso, pura caoticità e casualità. Contro questi apparenti malefici, dominanti nella visione manichea di un mondo non altrimenti che distruttivo e bellicoso, allora pretende di ergersi il baluardo di una fede tutta compresa nella propria funzione salvifica ed astraente, quasi agostinianamente selettiva. Una fede che della propria negazione attiva, preventiva, fa il proprio eminente criterio di giudizio e di operazione.

Per questa fondamentale ragione tutto ciò che nella storia dell’umano consesso ha assunto l’odore acre e pungente della trasformazione e della rivoluzione è stato bandito e collocato in un doppio inferno: quello del mondo e quello delle sue pene (carcerarie e di dissoluzione). La materia già dannata del mondo doveva per questo ingabbiare chi pretendeva di fuoriuscirne, negando necessità alla sofferenza ed affermando la possibilità di mondi nuovi, liberati dal vincolo della sottomissione e dello sfruttamento, dell’uomo sull’uomo ed ora anche dell’uomo nei confronti della natura fraterna. Sublimare attraverso la violenza del sacro identitario la violenza vissuta nel mondo inferiore però costringeva a mantenere una potenza di intervento spropositata, vieppiù illimitata, dilatandosi i confini della civiltà occidentale in ogni direzione, all’inizio della fase storica della modernità. Lasciati pertanto – ma non definitivamente abbandonati (che la concessione è in capo sempre revocabile) - gli strumenti della correzione all’invenzione moderna degli stati, la chiesa ha deposto apparentemente sempre di più ogni possibilità d’intervento nella vita sociale ed economica delle nazioni, a questo costretta dal doppio gioco praticato dal liberalismo e dal socialismo. Ciò naturalmente non le ha impedito di rimanere a forza fondamento e baluardo vivo della reazione, all’inizio della contemporaneità ed ogni qualvolta lo spirito del tempo virasse verso soluzioni di sovversione dell’ordine costituito (l’aristotelico ordine attuale). Oggi la chiesa ha di nuovo la possibilità di dare di nuovo corpo alla propria idea e pratica dell’unità, ordinandola gerarchicamente e rendendola capace in ogni sua ramificazione economico-istituzionale di rinsaldare definitivamente la tradizione dell’Impero: dell’Impero della fede e della vittoria. In questo forse pretende di prendersi una rivincita nei confronti del lascito ultimo della prima rivoluzione religiosa moderna – la riforma protestante – che nelle sue componenti attualmente vittoriose – i teo-con statunitensi - pare ripetere e confermare in maniera definitiva l’aspirazione calvinista alla salvezza attraverso il riconoscimento del successo.

In questo desiderio di rivincita – o almeno in questa volontà di concorrenza – la chiesa cattolica rischia dunque fortemente di riattualizzare tutte quelle forme di spirito autoritario e censorio che sono state patrimonio della propria tradizione storico-ideologica, bloccando con un rivolgimento preventivo quel rivolgimento che nella storia occidentale ha voluto riandare alle fonti celesti e nel contempo terrene del divino, realizzando l’ideale della libertà indivisa dalla fraterna eguaglianza, naturale e razionale, semplicemente umana. Per questo sembra già attuare e dare forma ad una orwelliana neolingua, parafrasando il capovolgimento della guerra in pace e dell’ignoranza in virtù, trasformando il negativo in positivo – essa infatti sostituisce l’Uno infinito con l’idolo ed il feticcio dell’identità assoluta - e ribaltando il falso in vero – essa infatti capovolge la necessità costrittiva dell’unità univocizzante in libertà ed autonomia dello spirito. L’arco che in questo modo essa viene formando non potrà che demolire, alla fine, qualsiasi rapporto reale di conoscenza ed azione, inabissando l’ideale nell’annichilimento più totale e completo (la caduta bruniana di Astrea). Niente più di questo sarà capace di rendere allora apparentemente inamovibile quel diabolico esorcizzato, che viene ora destinato a governare le menti ed i cuori degli uomini, in una manifestazione autenticamente totalitaria: il potere nella ed attraverso la sofferenza.   

Nella ricostituzione di un mondo arcaico e primitivo, tutto concentrato di nuovo sulle prove di selezione e sui rituali di passaggio e maturazione, il pensiero e la prassi cattolica rischia di aprire il proprio cammino lungo una via senza uscita, nella propria più totale e definitiva perdizione.

 

 

 

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