FISICA/MENTE

 

Continua il dibattito iniziato qui.


 

25 aprile 2005

Gentilissimo Prof. Renzetti,

la ringrazio per la sua lunga ed articolata risposta, che mi consente di continuare a dialogare con Lei. Ovviamente le ho risposto come esponente della Chiesa Cattolica e sono convinto, anzi sicuro, che le cose che ho detto “posso dirle con queste parole solo ai credenti”. Ma questo per non nascondersi ed impostare il dialogo su basi di verità, nella chiarezza delle posizioni reciproche. Ovviamente, per noi, per la nostra cultura e tradizione, si tratta di “Verità rivelata”. Scherzosamente, mi viene in mente il momento in cui Gesù, parlando a Pilato, afferma : “Per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità”; e Pilato: “Che cos’è la Verità?”, in cui potremmo sintetizzare le nostre posizioni.
Vengo ai punti da lei sottolineati : io non voglio convincere nessuno, né fare proseliti, né respingere alcuno, ma dialogare con lei. Per noi, che stiamo sulla “barricata” della Chiesa, l’Amore si trova riassunto in queste frasi presenti nel Vangelo di Giovanni : “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv. 15,12-13). Gesù non ha parlato di coppie gay, ecc. ma nella sua azione quotidiana, anche nell’atteggiamento concreto verso i cosiddetti peccatori, ha insegnato una prassi: ha detto “Neanche io ti condanno: va, e non peccare più”. Quindi, sostanzialmente, amore verso i cosiddetti peccatori, condanna per i cosiddetti peccati : condanna per ciò che è male, amore e comprensione per le persone concrete. Il Bene è proprio l’Amore secondo il suo insegnamento, il Male ciò che contraddice questo insegnamento. Incredibilmente, la cosa spaventosamente semplice è che Amare significa aprirsi all’altro, donarsi scambievolmente, fino a morire per l’altro. Non Amare significa rifugiarsi in se stesso, chiudersi all’altro, vivere per il proprio egoismo. Da qui discendono le mie affermazioni su unioni gay, coppie di fatto, aborto, fecondazione artificiale omologa ed eterologa… E qui non c’è giudizio – badi bene – sulle persone, frase a cui si riferisce Matteo, ma sui principi. Gesù ha giudicato “i principi”, non ha giudicato i peccatori. Si legga l’intero “Discorso della Montagna”, presente in Matteo, da cui ha tratto la frase sul giudizio, e quando dice : “Voi siete la luce del mondo…” ecc. ecc. Cristo non ha rinunciato ad annunziare quella che io chiamo Verità, ma ha guardato negli occhi, nel cuore le persone che ha incontrato e le ha amate.
Le sembrerà strano, ma ho letto gran parte del libro del Professor Pepe Rodriguez, “Verità e Menzogne della Chiesa Cattolica” che una carissima insegnante laica, mia amica, mi ha regalato. E’ un bel trattato completo di tutto ciò che sarebbe – a vostro giudizio – falsità nella Chiesa Cattolica dai Vangeli Apocrifi ad oggi. Non le nego che, essendo la nostra una comunità di santi e peccatori, mi trovo troppo dolorosamente d’accordo con il mio amico Ratzinger quando parla di sporcizia nella Chiesa: perché la nostra controtestimonianza è grave e deprecabile. Forse lo ignora, ma questi fatti, tra di noi sono vissuti molto dolorosamente: secondo la mia personale opinione un sacerdote omosessuale farebbe bene ad essere dimesso o a dimettersi dal suo incarico, in primis perché l’omosessualità conclamata è mancanza della necessaria maturità umana e cristiana per vivere il “dono” del celibato ed è intrinsecamente un disordine interiore, segno di insoddisfazione ed irrealizzazione della persona nell’Amore più Grande chiesto da Cristo ai suoi, che condiziona negativamente nel dono della propria vita. Ancora più grave il caso di pedofilia: forse lei lo ignora, ma è stato proprio il Papa Giovanni Paolo II a convocare tutti i Vescovi cattolici americani in Vaticano non per salvare la faccia, come lei può pensare, ma per fare pulizia, chiedere perdono, e salvaguardare le vittime. Provvedimenti dolorosi e pesanti sono stati presi, pur nello spirito di misericordia per le persone: il Cardinale Law, che lei cita, è arciprete di Santa Maria Maggiore: ora, in Roma esistono 4 Capitoli, San Pietro, San Paolo fuori le mura, San Giovanni in Laterano. Questi incarichi non sono incarichi di prestigio, ma incarichi effimeri di punizione o pensionamento, a cui, per la carità del Papa, vengono destinate spesso le persone che non hanno dato buona prova nel governo della Chiesa o altro. Il Cardinale Law si è trovato in una posizione onorifica che tradizionalmente porta a far presiedere una delle messe in suffragio del Papa defunto, ma questa non è assolutamente una promozione.
Andiamo oltre : “Come si può asserire che il preservativo impedirebbe l’amore vero e profondo?”. Nel discorso sull’Amore fatto sopra, emerge che l’amore umano ha la dimensione profonda di unire le persone, ed in modo particolare l’io e il tu nel “noi” (aspetto unitivo) e che il dono dell’atto di amore sia aperto al dono della vita, e quindi a dare la vita (aspetto procreativo). Non nego che quando due persone si amano veramente, e si donano l’uno all’altro, realizzino in toto l’aspetto unitivo dell’amore. L’uso del preservativo rappresenta però una chiusura al dono della vita, e quindi non realizza la seconda caratteristica dell’amore. Per cui, non siamo pienamente all’amore totale e disinteressato (parlo secondo il discorso “nostro”, sul fondamento “nostro” che prima le ho enunciato). Ovviamente, bisogna poi contestualizzare il discorso guardando negli occhi e nel cuore le persone concrete, ed amandole di quell’amore che Cristo vorrebbe dalla sua Chiesa. La Chiesa non proibisce l’uso del preservativo solo perché non è completamente sicuro, ma per il discorso sopra esposto : perché la regola fondamentale che si pone è quella dell’Amore, non quella del “piacere”, della “voglia”, del proprio “egoismo a due” che riduce il rapporto sessuale non al dono d’amore ma alla semplice gratificazione del nostro desiderio e delle nostre passioni del momento, ovvero al semplice “fare l’amore” ma non “Amare”, se mi sono spiegato. E’ qui il punto critico di ogni discorso concreto. Tuttavia, in un rapporto quello che va salvato sempre è l’Amore.
Altra domanda : “E perché si oppone alla pillola del giorno dopo?”. Amare – secondo la nostra visione – significa quindi raggiungere la pienezza di questo aspetto unitivo e procreativo, e non c’è amore senza responsabilità delle proprie scelte e responsabilità vera verso l’altro. La pillola del giorno dopo, in pratica, serve per provocare (la Ru 486) una mestruazione atta ad espellere dall’endometrio il “prodotto del concepimentoche per noi è “vita”: o meglio, impedire il dono della vita. Mi chiedo: è vero che due ragazzi, due giovani, possano sbagliare (e la nostra cultura, che invita al sesso come consumo, gioco e divertimento sta registrando il boom in questo senso) ma perché deve pagare questo errore un terzo? Perché non deve avere il diritto di vivere, di nascere, di svilupparsi? Da un lato, questo spinge noi Chiesa ad un compito educativo molto forte, per promuovere nei giovani un vero cammino di crescita nell’amore vero, cosa a cui noi stiamo cercando di rispondere, dall’altro non possiamo accettare un intervento che – ripeto – per noi “oscurantisti” – mira a sopprimere un essere umano perché per noi non è “prodotto” ma “persona” di cui i due ragazzi, giovani ecc. sono responsabili. Perché non esplorare l’ipotesi di disconoscere, allora, il figlio alla nascita e consentirne l’adozione? Ma poi, si obietta, vengono i rimorsi ecc. ecc. E allora perché non farlo nascere e dargli l’opportunità di volare nel firmamento della vita?
Come si possono dettare leggi per tutti?”. Credo che voler professare il proprio credo non significhi voler imporlo a tutti. Nel gioco democratico della società ognuno pone sul tappeto le sue visioni, e poi, a livello civile, vince la maggioranza. Noi abbiamo fatto le nostre battaglie : divorzio e aborto, e abbiamo perso. Abbiamo chiesto solo l’obiezione di coscienza per l’aborto, perché crediamo non si possa sostituire un integralismo laico ad un integralismo religioso, per il rispetto delle convinzioni religiose di tutti. Siamo convinti che la via maestra per annunciare il vangelo è il dialogo, nel rispetto delle reciproche posizioni, ma non a rinunciare a professare ciò che noi crediamo essere la Verità.
Gesù sicuramente si è accostato a tutti e ha affrontato i problemi concreti delle coppie della sua epoca : ma ha anche tuonato contro il divorzio e lo scandalo, contro l’adulterio e tante altre cose. E’ sempre stato unito a tutti i bisognosi, con le prostitute, i pubblicani e i peccatori, ma ha richiesto conversione, cambiamento di vita, del cuore e degli occhi.
Come mai la Chiesa allontana le donne?” Forse, il problema può apparire quello delle donne prete o delle diaconesse. In realtà nella Chiesa c’è una forte, fortissima presenza femminile che ha un suo ruolo sempre crescente, secondo ruoli propri e ben distinti. Penso ai tantissimi ordini religiosi, contemplativi ed attivi, alle numerose teologhe che ormai ci hanno soppiantato nell’insegnamento di religione, alle catechiste e a coloro che in terra di missione reggono praticamente le parrocchie, alle ministre straordinarie dell’eucarestia, alle chierichette, alle lettrici ecc. ecc. L’uguaglianza non è fare tutti le stesse cose, ma secondo la propria reciprocità assumere i ruoli che sono consoni. Gesù, il grande innovatore, non ha scelto tra i 12 apostoli nessuna donna, eppure, lui, grande amico delle donne in disprezzo della tradizione ebraica, poteva farlo. Qui, il mio amico Ratzinger, ha posto il fondamento sul perché la Chiesa cattolica non può concedere il sacerdozio alle donne, e Giovanni Paolo II, nella “Mulieris Dignitatem” ha comunque voluto riaffermare la dignità della donna nella Chiesa, con affermazioni – per noi oscurantisti – molto alte e profonde.
Quanto dei dogmi cristiani sono in realtà invenzioni paoline e prescindono dai Vangeli?” . La sua argomentazione, che sicuramente si basa sulla tesi di Pepe Rodriguez ed altri che Paolo avrebbe fondato la Chiesa esistente, restaurando il giudaismo cristiano, contro Pietro e gli altri, non è perfettamente plausibile. Nel Vangelo è Gesù Cristo stesso a fondare la pretesa di essere Figlio di Dio, uguale al Padre, e a parlare di Spirito Santo. I grandi Concili di Nicea, Efeso, Costantinopoli e Calcedonia non hanno fatto altro che precisare questo, condensato nel credo Niceno – Costantinopolitano. Paolo, nelle sue lettere pastorali, ha fornito chiavi di lettura esplicative, ma non ha detto altro dai Vangeli. A meno che Paolo non abbia scritto tutto… da solo o con i suoi collaboratori. Un po’ incredibile, non crede?
Dove Gesù ha istituito il clero professionale, il papato e il tempio come casa di Dio?”. Di sicuro ha chiamato in mezzo ai suoi discepoli 12 uomini a cui ha rivolto delle istruzioni particolari, affinché stessero in maniera più stretta con lui e condividessero la sua vita, che hanno partecipato con lui ai momenti fondamentali della sua vita, compresa l’Ultima Cena, a cui ha comandato di ripetere “in sua memoria” quei gesti espressione del suo sacrificio, a cui ha dato il compito di rimettere i peccati, di annunciare il vangelo a tutte le genti e di battezzarle nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Da qui è nato il ministero dei Vescovi, oggi chiamati “successori degli Apostoli”, per mezzo dell’imposizione delle mani che comunicava il dono dello Spirito, antica consuetudine presente fin dal libro degli Atti. In mezzo a loro ha scelto Pietro, che ha costituito in modo particolare come pietra della sua Chiesa verso cui le porte degli inferi non prevarranno, gli ha dato il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle, di legare e sciogliere, con la promessa che ciò che sarà legato in terra lo sarà nei cieli e viceversa. Quando poi si è recato al tempio di Gerusalemme, lì ha sempre insegnato, ha preso una sferza di cordicelle e ne ha cacciato fuori mercanti e cambiavalute, dicendo di aver fatto della casa di Dio una spelonca di ladri. Questo è scritto nei Vangeli e da qui tutto ha preso le mosse. Se poi il Vangelo è per lei una pia favoletta, liberissimo di crederlo.
Dove parla di inferno e di peccati da scontare?”. Proprio nel discorso della montagna in Matteo, in diverse parabole, quando Gesù invita a non peccare più, a convertirsi, a fare penitenza, quando rimette i peccati, parla di tutte queste belle cose. Strano che le sia sfuggito.
Che cosa c’entra la falsa donazione di Costantino?”. Sicuramente la donazione di Costantino è un falso, dimostrato da Lorenzo Valla, che riguarda la politica del momento (alto medioevo) e non la vita della Chiesa, sulla quale si possono muovere tutte le obiezioni opportune, ma in merito al discorso di Chiesa non costituisce alcun problema.
Sulla vendita delle indulgenze, non ho nulla da obiettare. Si è distorta per motivi venali la dottrina in materia ed è stata una cosa di cui vergognarsi. Infatti, adesso il problema è stato “purificato” adeguatamente.
Sull’aborto e sul divorzio : ora, essi sono casi dolorosissimi, sicuramente. Essere vicini alle persone non significa, come detto sopra, tradire quella che per noi è verità sull’amore umano. Quanto detto per la pillola del giorno dopo vale per l’aborto, in quanto è per noi sempre una soppressione di una vita. Sul divorzio il problema è per noi il tradimento del patto di Amore dei coniugi, che si sono promessi amore unico, fedele ed inesauribile, sull’esempio di Cristo che ama la sua Chiesa fino al dono della vita. Badi bene, il problema non è la separazione, ma il divorzio: cioè la rottura del patto. La separazione può essere anche medicinale: ma in virtù del matrimonio, i due coniugi dovrebbero far vincere tra di loro le dinamiche dell’amore, non dell’egoismo: il divorzio è la vittoria dell’io sul noi. Questo non significa essere freddi e distanti con coloro che hanno vissuto questa dolorosa esperienza: si può essere anche non colpevoli nella vicenda, e comunque noi Chiesa siamo chiamati a sostenere pastoralmente le coppie in difficoltà, i divorziati, ed anche i divorziati risposati : qui, per noi, il ragionamento si complica, perché la rottura del legame di amore è irreversibile, e per ora noi non li ammettiamo ai nostri sacramenti. Ciò, però, non è una scomunica, ma un invito alla riflessione. Tuttavia, si sta riflettendo e meditando seriamente sul problema, perché comunque è un problema doloroso. Sull’annullamento dei matrimoni – tecnicamente, lo dico – la Sacra Rota certifica semplicemente il vizio del consenso, non annulla il matrimonio. Da qui scaturisce che il matrimonio è stato un “non matrimonio”. Sull’operato della Rota Romana, non mi esprimo. So soltanto che molte volte abbiamo avuto sentenze troppo favorevoli, e spesso Giovanni Paolo II ha richiamato i giudici rotali a non emettere con facilità sentenze di scioglimento.
Sulla pena di morte: il testo, da lei citato a metà, prosegue: “Per analoghi motivi, i detentori dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla propria responsabilità. La pena ha come primo scopo di riparare al disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, la pena ha valore di espiazione. Inoltre, la pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone. Infine, la pena ha valore medicinale : nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole. Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane dall’aggressore e per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana”. Il testo da lei citato si trova in un contesto discorsivo in cui si ricorda che nei secoli precedenti era stata teorizzata, come “estrema ratio” per difendere il bene comune, la pena di morte : e precisamente nella "Summa Theologiae" S.Tommaso aveva teorizzato l’uccisione del tiranno. Ma questa tradizione, prosegue il testo, oggi è a fondamento di quella prassi che considera guerra giusta la guerra di difesa dall’aggressore, e poiché la pena ha lo scopo di riparare al disordine introdotto e ha scopo medicinale, oggi la pena di morte va accantonata quasi completamente, perché sicuramente i mezzi incruenti sono sufficienti a difendere le vite umane. Letto tutto il discorso, l’argomento appare plausibile. Fermandosi al primo capoverso, avrebbe ragione lei… Ma la Chiesa che parla di pace ed insegna la non violenza crede che giustifichi veramente la pena di morte, quando uno dei motivi di forte contrasto con gli USA e la Cina è proprio questo?
Sulle leggi dello stato che sovvenzionano direttamente chi è dedito al culto forse è male informato: non esiste un finanziamento diretto, ma solo quello indiretto alla Conferenza Episcopale Italiana a mezzo dell’8X1000, che viene ripartito solo in minima misura per il sostentamento del clero (peraltro in costante calo). Qui si possono discutere forme e modalità, comunque da quando il Card. Attilio Nicora era delegato (parlo della fine degli anni 80, inizio anni 90) della CEI per tale materia, è iniziata una campagna sostenuta a favore delle offerte deducibili, secondo il principio che il clero dovesse pesare sempre meno dalla ripartizione di tali fondi ed essere sostenuto dalle parrocchie singole. Fino ad ora gli auspici si sono realizzati in parte, ma si è in cammino.
Sulla fecondazione artificiale noi non riteniamo la legge attuale una legge “moralmente cristiana”, ma la tolleriamo come il male minore. La nostra posizione in materia, sul rispetto della vita, si basa sostanzialmente sul fatto che il dono della vita è appunto un dono, e non è un diritto dei coniugi : esiste la possibilità di questo dono, non il “diritto al figlio”, né alla “produzione del figlio”: Questo non sarebbe amore, bensì soddisfacimento più che altro di un egoismo della coppia. Il “figlio a tutti i costi” non è frutto di amore, ma di altre logiche che vedono in lui una cosa, più che una persona. Per questo motivo, la fecondazione artificiale omologa viene da noi considerata una “produzione” più che un dono di vita : inoltre, il tutto avviene in laboratorio ed è il tecnico, alla fine, a decidere. Inoltre, nella fecondazione in vitro ogni spermatozoo feconda un ovulo, e si hanno più embrioni, che per noi diventano vite da tutelare. E sicuramente, dato il clima ottimale del laboratorio, con questa tecnica avvengono anche i concepimenti che in natura non avvengono spesso di embrioni con problemi genetici. Ora, la legge attuale impone l’equazione di tre embrioni, tutti da impiantare, e si creano nuovi problemi di gravidanze multiple o di nascituri a rischio malformazione, oppure, e purtroppo è così, di fallimento dell’impianto perché i gameti sono insufficienti a garantire il pieno successo della gravidanza, che espongono la coppia a ripetere tutte le pratiche del ciclo, con le conseguenze drammatiche di cui lei ci accusa. Non possiamo accettare le proposte che ci vengono di operare una selezione da parte del tecnico in laboratorio dei gameti, perché in questo modo la vita diviene prodotto e scelta eugenetica di laboratorio; non possiamo accettare, in virtù della dignità di persona umana che per noi ha l’embrione, l’ipotesi successiva di diagnosi prenatale tesa ad accertare le malformazioni dell’embrione per poi sbarazzarsene con l’aborto; esiste il problema degli embrioni soprannumerari : congelarli, sopprimerli, usarli per la ricerca sfruttando le loro cellule staminali? A questo punto, da oscurantista, io mi chiedo : dov’è il rispetto per la vita umana, la sua tutela tanto conclamata, il rispetto per l’uomo che il mio Signore ha tanto sostenuto? Se siamo dei “prodotti” abbiamo perso la nostra libertà ad esistere, per delegarla nelle mani di altri. Quindi può capire perché non possiamo accettare che l’inseminazione artificiale omologa, che sono tutte quelle cure atte a curare la sterilità, lasciando ai coniugi il compito di donare la vita. E ricordiamo a tutti quanti coloro che soffrono e vivono questa difficoltà che il desiderio di maternità e di paternità può esplicarsi anche attraverso l’adozione: c’è più gioia nel donare una famiglia – almeno secondo la nostra ottica arretrata cristiana – a chi non la ha che fabbricare un individuo. Aggiungo poi, sul piano della ricerca, che il problema delle cellule staminali embrionali può essere superato, perché esse si trovano anche nell’individuo adulto: occorre investire forse in più ricerca, ma forse – almeno per noi – si possono ottenere risultati migliori senza intaccare la dignità umana. Per non parlare della fecondazione eterologa che, già in atto all’estero da molti anni, ha gia dato vita a numerose cause di disconoscimento di paternità e maternità, delle madri in affitto, e via di questo passo. Se per risolvere un problema se ne devono aprire mille altri, io mi chiedo dove sia “ciò che è veramente e profondamente umano in tutto ciò”.
Aggiungo poi sugli omosessuali : essi vanno rispettati, compresi, capiti ma non si può dire che quello che fanno ha fondamento umanamente valido e giustificarlo. Ciò che è vero umanamente è che esiste il sesso femminile ed il sesso maschile, e che dall’incontro di maschile e femminile nella loro reciprocità nasce il dono della vita e la convivenza umana definita con il nome di matrimonio. Per noi, questo è un ordine naturale chiaro. Voler dichiarare che Matrimonio è anche un’unione tra persone dello stesso sesso non solo è svilire il senso di famiglia e di comunità umana, ma significa anche rinnegare quest’ordine naturale per imporne uno culturale ed artificiale. Ed anche affermare la possibilità di adozioni per coppie omosessuali o di fecondazione artificiale, significa creare situazioni che stravolgono l’ordine umano, in quanto le stesse scienze psicologiche sostengono che il bambino, per crescere, ha bisogno di identificarsi nella coppia con il maschile e con il femminile per il suo equilibrio psicofisico. Oppure, visto che l’uomo non vale nulla, non importa se “creiamo” persone instabili o infelici?
Sono profondamente convinto che chi ci segue è un’esigua minoranza, tuttavia, per dirla con una battuta, noi non dobbiamo avere il favore dei sondaggi, ma sostenere quella che – secondo noi – è la verità, anche se ciò dovesse ridursi al rango di una pura e semplice testimonianza. D’altronde, quando dopo il 325 d. c. quasi tutti i vescovi erano ariani la dottrina della Chiesa non ha mai seguito la moda di Ario…
Lei cita il caso Galileo e dice che la Chiesa è contraria ad ogni novità: se storicamente ci sono stati degli errori, essi vanno riconosciuti. Ma quanti hanno ed hanno avuto il coraggio di purificazione della memoria da noi intrapreso fin dalla “Terzio Millennio Adveniente” e poi seguito nella “Novo Millennio Inuente” attraverso le quali, anche contro il parere di illustri esponenti, la Chiesa con Giovanni Paolo II ha chiesto perdono degli errori dei cristiani contrari allo spirito del vangelo e che questi nel marzo 2000 ha depositato nel muro del pianto la richiesta di perdono contro le perfidie commesse dagli Ebrei? Non accettiamo uno sviluppo, una scienza che non rispetti l’uomo come persona ma lo distrugga, perché per noi ciò non è progresso, ma anticipo di morte e distruzione, mentre – lo ripeto – noi siamo per la vita.
L’evoluzionismo per noi non è un problema così grande : noi sosteniamo che Dio ha creato l’universo, il come è compito della scienza dimostrarlo, non nostro, perché la Bibbia non è un libro scientifico, e ci dice il “perché” del mondo, non il “come” sul mondo. Ciò che avviene negli USA lei mi deve spiegare dove, perché mi sembra alquanto strano che in un paese dove c’è libertà di istituire scuole in un “regime di competizione” le nostre non siano all’avanguardia in materia. Non abbiamo la pretesa di interferire negli affari italiani, ma non è colpa nostra se in questo Paese ancora l’80% figura battezzato con la Chiesa Cattolica: tuttavia, sentiamo il dovere – come tutti, del resto – di poter dire la nostra nelle materie che ci competono, e siamo coscienti del nostro essere, in realtà, piccolo gregge, e dei danni che il consumismo ha prodotto sull’indebolimento delle coscienze con materialismo e relativismo sempre più evidenti. Non è vero che non abbiamo mai messo in discussione ciò, anzi da qui lei dovrebbe trarre orgoglio per la nostra sconfitta in questo settore.
Mi fanno sorridere le citazioni di Consalvi e di Scalpellini, quando i progressi delle “nostre” scienze bibliche erano praticamente a zero… Le ricordo che c’è stato un Concilio, e che in materia scientifica non siamo esperti, ma lo siamo solo in materia di fede e di morale…
Sulle leggi razziali veramente è disinformato: anche un autore anticlericale come Cesare Rossi, ne “Il manganello e l’aspersorio” riconosce la contestazione di Papa Pio XI in materia…
In definitiva lei non pensa che la Chiesa (nelle sue gerarchie) sia stata sempre dalla parte dei padroni?” . Una sola cosa certa so: se qualche cardinale, o vescovo, è stato ossequiente, è pur vero che allora Leone XIII non avrebbe dovuto scrivere la Rerum Novarum, Giovanni XXIII la Pacem in Terris, Pio XI la Mit brenneder sorge, Paolo VI la Populorum Progressio, e Giovanni Paolo II… spesso avrebbe dovuto tacere….
Flores D’Arcais non penso abbia compreso molto il pensiero cristiano, il cui assunto può essere trovato nella prima lettera dell’apostolo Pietro : “rendere a tutti ragione della speranza cristiana”. Non c’è fideismo, non c’è fede senza ragione, ed entrambe non si escludono, ma per la nostra prospettiva, si completano a vicenda. Non esiste una ragione opposta alla fede, semplicemente esistono due campi di indagine, che sono propri e sono destinati ad incontrarsi. Inoltre, se per lei è un nonsenso parlare di statuto dell’embrione umano, non credo che una vita in sviluppo possa essere definita non essere.
La ringrazio per avermi offerto la possibilità, da uomo di Chiesa, di puntualizzare meglio il nostro pensiero. Poi, dopo il confronto, che comunque è sempre arricchente, ognuno può rimanere delle proprie opinioni.
Cordialmente.



A questa lettera rispondo con il seguente scritto:

 

28 aprile 2005

Gentile Don Francesco Martino,

la ringrazio per la sua attenzione. Lei è davvero persona aperta al dialogo. Finché le cose avranno questo andamento, tutto si prospetta bene. Le faccio delle piccole osservazioni alla sua pregnante risposta, con la speranza che lei non s'adombri. Vado per successivi punti da lei trattati per maggiore semplicità e brevità.

 1) Scusi ma davvero non capisco due cose. Cos'è verità e chi l'ha rivelata a chi ? Se lei si riferisce a Dio che tramite lo Spirito Santo e Gesù, .... non ha alcun senso che lo dica ad un non credente. Lei capirà che queste sono racconti e neppure edificanti perché hanno l'alone del peccato.

2) Sull'amore, sulle coppie gay, sulla condanna del peccato e non del peccatore, su coppie di fatto, su aborto, fecondazione omologa ed eterologa come dirle che su ciò che lei dà per scontato vi è un mondo di differenze? Perché lei, senza colpo ferire, assegna il peccato ai gay ? A me sembra che nella visione assolutista (non relativista) della Chiesa, vi siano delle verità che avete creato al di là di quanto lo stesso Nuovo Testamento abbia mai sostenuto. L'idea dei gay che peccano è legato ad un a priori che non ha riscontri: la Chiesa nella sua gerarchia ritiene senza dubbio una malattia ed un disordine morale l'omosessualità. Per chiarezza e a beneficio di quanti non li conoscono, riporto di seguito i tre paragrafi (2357, 2358 e 2359) dedicati alla omosessualità dal Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II° nel 1992.

" 2357 L 'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, [Cf Gen 19,1-29; Rm 1,24-27; 1Cor 6,10; 1Tm 1,10 ] la Tradizione ha sempre dichiarato che "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati". Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.". 

Se si vuole poi vedere ogni articolazione del discorso, occorre andare a http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-567.htm. Si può inoltre vedere la posizione inquisitoria di Ratzinger contro i gay ed i suoi difensori cattolici in quanto da lui sostenuto a censura di Suor Jeannine Gramick e Padre Robert Nugent allo stesso indirizzo. Questa è la verità ? Scusi ma allora il relativismo è davvero una difesa eccellente. Di più. Neppure rispetto a 2000 anni fa ha senso la criminalizzazione del rapporto omosessuale. Che posizione ha la Chiesa sul puer ?

2bis) Premesso che Pepe Rodriguez è un moderato e che, se davvero vuole leggere la Storia della Chiesa , deve indirizzarsi alla Storia Criminale della Chiesa (10 voll.) di Karlheinz Deschner (Il Viandante, Milano, a partire dal 2000), resta il problema delle scritture dalle quali la Chiesa trae la sua storia. Lei sarà d'accordo che non è accettabile per uno storico che le fonti le fornisca chi deve essere raccontato. Uno storico non deve riferirsi solo a testi sacri ma a tutti quei testi e documenti che trattano la vicenda. Uno storico distingue tra fonti primarie e secondarie. Tra coincidenze, corrispondenze, storia interna ed esterna, tra documenti di ogni tipo. In tal senso i Vangeli apocrifi, ad esempio, ci raccontano di Maria che, altrimenti, troveremmo casualmente nei Vangeli canonici. Ci raccontano di quella  peste che era Gesù: ammazzava i bambini che lo deridevano; trasformava altri bambini in agnelli pronti per essere fatti arrosto, ... Ma ci raccontano di uno splendido ed assolutamente diverso Gesù nel Vangelo di Tommaso ... La Chiesa, con suoi criteri,  ha deciso che questo va bene e questo no. Ammetterà che uno storico non accetti criteri di selezione di questo tipo.

La sporcizia nella Chiesa corrisponde perfettamente alla sporcizia nella società ed io non condivido il fatto che un sacerdote omosessuale dovrebbe essere dimesso. A mio giudizio, data la castità nei casi di omo o di etero, l'omo ha esattamente lo stesso diritto dell'etero ad essere sacerdote. Oppure lei crede che l'omo è più perverso dell'etero? Crede cioè che l'etero sa essere casto mentre il malato omo no ?

3) E' d'interesse quanto dice sulla punizione al cardinale Law, fatto solo arciprete di una delle più prestigiose cattedrali di Roma. Lei crede che Law sia solo ? Non crede che abbia molti sodali ? Tra gli austriaci ? i messicani legionari ? i baresi ? ...Comunque, le ricordo, che Milingo è stato destinato a Zagarolo e, le assicuro, vicino Roma vi è certamente una Valmontone o una Collepardo (in Roma vi sono poi eccellenti prigioni). Più in generale, la pedoflilia è una vergogna immensa che richiede la CACCIATA dei criminali, cacciata che non è mai avvenuta. Pensi, gentile interlocutore, che le posizioni della Chiesa ingenerano completa confusione: il vostro insistere su una sorta di equiparazione tra omosessualità e pedofilia, permette non già l'assoluzione degli omosessuali ma quella dei pedofili. Quest'ultimo non è un peccato che si risolve con la confessione ma con la galera! Inoltre, al di là della condanna formale - pratica in uso nella Chiesa -, resta la risposta del cardinale  Castrillon che è un capolavoro di relativismo:

"Con riguardo al problema degli abusi sessuali e casi di pedofilia, mi permetto di dare una sola ed unica risposta.
Nell’ambiente di pansessualismo e libertinaggio sessuale creatosi nel mondo, alcuni preti, anch’essi uomini di questa cultura, hanno commesso il gravissimo delitto dell’abuso sessuale.
Vorrei fare due rilievi:
1. Non c’è ancora un’accurata statistica comparativa con riguardo ad altre professioni, medici, psichiatri, psicologi, educatori, sportivi, giornalisti, politici o ad altre categorie comuni, inclusi genitori e parenti. Da quel che sappiamo, risulta da uno studio - tra gli altri - pubblicato nel Libro del Professor Philip Jenkins della ’Pensylvania State University’, che circa il 3% del clero americano avrebbe tendenze all’abuso dei minori e lo 0,3% del clero stesso sarebbe pedofilo.
2. Nel momento in cui la morale sessuale cristiana e l’etica sessuale civile hanno sofferto un notevole rilassamento mondiale, paradossalmente ma anche fortunatamente, si è sviluppato, in non pochi Paesi, un senso di rigetto ed una sensibilità congiunturale con riguardo alla pedofilia, con ripercussioni penali ed economiche per risarcimento di danni.
"

Lo ha meditato questo capolavoro fariseo ? Perché riconoscere un qualche primato a chi, quando serve, ritorna tra noi comuni mortali ? Ma, anche qui, lei potrà trovare ogni informazione in: http://www.ildialogo.org/Ratzinger/pedofiliachiese.htm# )

4) Amore come piacere ed egoismo individuale ? Spiacente ma l'uomo che soffre deve anche avere del piacere e quello dell'amore è uno di essi. E questo piacere non se l'è inventato l'uomo ma è insito nel rapporto sessuale. Se lei lo lega ad avere figli, fa dell'assolutismo illogico, analogo alle sciocchezze che la Chiesa sostenne contro Galileo riferendosi a Giosuè - fermati o Sole !. Quando si affermarono le cose che lei dice eravamo in un mondo con una mortalità infantile del 50% e con una vita media di 40 anni. Insistere su quello oggi potrebbe funzionare solo per i cattolici: voi avete strumenti potenti di costrizione, usateli contro chiunque ha rapporti senza avere figli. Lasci a me farlo, la prego. Ho tre figli, ho una pensione che è decurtata dai soldi che vanno alla Chiesa, non ho grandi disponibilità, ai miei sessanta anni perché vuole togliermi un rapporto con la mia adorata moglie ? O vuole che nasca un bambino che sarà orfano tra qualche anno ? Perché lei sa che le sue affermazioni sono proprio legate al fatto che si moriva giovani ed oggi, anche a settant'anni, vi è una importante potenza sessuale. Scusi, ma quando lei fa delle affermazioni, ha presenti tutte le ricadute ? Inoltre, rivolta l'intimazione minacciosa a popolazioni primitive che muoiono come mosche per il contagio AIDS, ha il solo sapore del genocidio programmato. Insegnate, come per fortuna fanno alcuni missionari che non hanno nulla che vedere con le gerarchie, l'uso del profilattico. Fatelo, per carità. E non sono solo a dirlo: l'intera comunità internazionale ancora a Durban, ha condannato la Chiesa per la sua posizione genocida). 

4bis) E stesso discorso vale per la pillola del giorno dopo anche se devo aggiungere una cosa: perché un frate francescano in una struttura pubblica (ONMI) ha fatto allontanare dall'ospedale mia moglie puerpera della mia primogenita perché non volevamo battezzarla ? La vita c'è solo a livello di  ovuli e spermatozoi o del signor embrione ? C'è solo se all'interno della Chiesa cattolica ? Dal momento della nascita in poi, chissenefrega ? Poi le racconto anche le schiavizzazioni delle puerpere da parte delle suore di Sant'Anna, quelle che sono in quella parallela di Viale Regina Margherita a Roma ... Sa che è giudizio comune nella Chiesa che anche la fanciulla che ha un figlio fuori del matrimonio è peccatrice ? Si rende cioè conto che la vostra morale sessuale, per gli altri certamente, è oppressiva, repressiva, ossessiva ? La Chiesa è una entità riconosciuta come assistenziale là dove lo Stato ha delegato. Quest'ultimo paga fior di quattrini ad enti religiosi per assistenza di anziani, giovani e per gli orfani. E lei sa perché gli orfani italiani restano orfani per sempre ? Perché ogni orfano che va via da un orfanatrofio è una entrata in  meno ... Spero che non si stupisca e si renda conto però del fatto che la vita non si difende così. Meglio avere dei genitori di coppie di fatto che un prete o una suora a vita. 

5) Sono convinto, con lei, che ogni religione debba poter essere professata in piena libertà. A lato di questo, sono altrettanto convinto che la legge per i credenti debba essere quella religiosa e non quella dello Stato. Lei ha certamente capito ma io lo spiego meglio: se uno vuole divorziare lo faccia per lo Stato e, se la Chiesa ritiene che non lo deve fare, cacci tale peccatore dalla comunità ecclesiale scomunicandolo, non costringa anche quella sola coppia che vuole divorziare a non farlo. Allo stesso modo per aborto, per fecondazione assistita, per pillole e per profilattici. Quindi perfetta libertà di culto ma perfetta estraneità tra le leggi della fede e quelle dello Stato.

6) Lei dice: Gesù sicuramente si è accostato a tutti e ha affrontato i problemi concreti delle coppie della sua epoca : ma ha anche tuonato contro il divorzio e lo scandalo, contro l’adulterio e tante altre cose. E’ sempre stato unito a tutti i bisognosi, con le prostitute, i pubblicani e i peccatori, ma ha richiesto conversione, cambiamento di vita, del cuore e degli occhi" . Ecco, con queste cose che qui dice, mostra che con chi ha una tale visione è impossibile il dialogo. Per questo avevo parlato di aut fides aut ratio. Gesù non ha mai tuonato contro il divorzio. In questo il Nuovo Testamento dà versioni contrastanti: in Marco e Luca viene assolutamente vietata la separazione; in Matteo viene approvata e viene approvata anche altrove in caso di adulterio della donna. Nello stesso discorso della Montagna Gesù fa un discorso assolutamente relativistico quando dice che chiunque rimanda la sua donna ne fa un'adultera ... e chiunque sposa una ripudiata commette adulterio. Non le sembra che la ripudiata sia una reietta a vita ? Non le sembra che occorrerebbe un analogo discorso per le donne che volessero ripudiare un uomo con tutte le conseguenze ? Ma se lei è d'accordo con queste affermazioni mi dirà anche che ogni volta che digiuna si cosparge il capo di olio per apparire florido e riposato. Eppure questo lo dice Gesù nel discorso della Montagna. E se lei non si unge d'olio è in peccato di relativismo! E quando le chiedono qualcosa, perché giura ? Gesù ha detto che basta un si ed un no ! (ancora discorso della Montagna).

7) Sull'oscurantismo della Chiesa e di Ratzinger relativamente alle donne rimando a http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-561.htm ed aggiungo, con Rossanda, che "Per la chiesa i sessi sono sempre stati diversi, anche al di là del dato biologico, perché diversi Dio li ha creati assegnando una diversa funzione e definendo fra di essi una gerarchia. Che Ratzinger rimanda alla «antropologia biblica», riassumendo l'inizio del Genesi: Dio che ha creato per primo Adamo, poi lo ha visto triste e solo (lasciamo correre su quel prima e poi), allora ha tratto dalle sue carni e dalle sue ossa quella che sarebbe stata la sua compagna, stabilendo così - glossa il cardinale ad uso delle mie amiche femministe - che l'umanità ha «ontologicamente» bisogno della relazione". E lei mi insegna che Dio, un poco distratto e ignorante di ciò che faceva, in una delle due creazioni, prima presentò ad Adamo degli animali e solo dopo, quando si accorse che il poveretto era ancora triste, gli fece ...  la donna. In questo Paolo aveva capito tutto, assegnava alla donna il massimo a lei compatibile: il piacere per l'uomo e la prolificazione.

8) Relativamente a Paolo che ha stravolto il messaggio di Gesù  si potrebbero aprire molti tomi soprattutto perché lei sa bene come sono andate le cose mentre a noi offre la vulgata. In breve. Non è vero che Pepe Rodriguez sia il teorico della Chiesa che è Paolina. Tra la mole immensa di teologi, anche cattolici, tra cui Kung e Ricciotti cito solo due pensatori: Nietzsche - Morgenrote 1, 68 - che definisce Paolo l'inventore della Cristianità, colui che la fa emergere da un cumulo di sette ebraiche e G. B. Shaw. Ma poi lei sa che vi fu lotta tra Paolo e gli apostoli e che vinse Paolo ? Lo dicono i teologi cattolici Ehrard, Koestner, Lietzmann, ... , lo hanno detto Kant, Lessing, Fichte, Shelling, ... io non c'entro come non c'entra il cronista Rodriguez. Per informazioni molto maggiori si veda: K. Deschner,  Il Gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari, Bolsena 2000; pagg.133-180). Riguardo ai primi Concili, non scherzi. Vi era una tal confusione di tutti contro tutti che, davvero si crearono più eresie che numero di credenti. La trinità, ad esempio, fu imposta da Costantino medesimo che non poteva scontentare le religioni di provenienza egizia. Ma anche la mamma di Costantino, Elena, quella baldracca trovata in un postribolo dei Balcani, impose dogmi credenze e procurò infinite reliquie. In compenso fu fatta santa. Per favore lei racconti queste cose ai credenti che, per definizione, credono. In ogni luogo dove è arrivata qualche cronaca di storia, il Cristianesimo primitivo deve fare marcia indietro. Per altri versi il culto di Maria che nei Vangeli non esiste è paolino nel senso che da Paolo parte l'esaltazione della donna perfetta che non esiste. Riguardo all'antifemminismo della Chiesa, fermo il fatto che Gesù non ha mai discriminato una donna, in Paolo troviamo varie gravissime affermazioni. Alla donna viene vietato di parlare in pubblico e se vuole chiedere qualcosa lo può solo fare in casa (1 Cor. 11, 3 segg.; 14, 33 segg.); è egli che impone il velo alla donna durante i servizi religiosi ed il velo significa il pentirsi della donna per il peccato introdotto nel mondo; per Paolo l'uomo è immagine e gloria di Dio mentre la domma è gloria dell'uomo; l'uomo non deriva dalla donna ma la donna dall'uomo; la donna è stata creata PER l'uomo (1 Cor. 11, 3 segg.). Inoltre, per Paolo, il matrimonio è solo sesso. L'amore non può esistere.

9) Su come nasce la gerarchia a presunta imitazione delle vicende di Gesù, sulla cacciata dei mercanti dal tempio eccetera, osservo che sono degnissime questioni di fede, ma cosa c'entrano, ad esempio, con il rogo di Giordano Bruno ? Più in dettaglio: lei sa che è questione dibattuta quella dell'esistenza di Gesù. Una critica storica serrata non è riuscita a mostrarne l'esistenza certa. Nessuno storico dell'epoca ne ha mai parlato ed i racconti evangelici sono contraddittori. I suoi miracoli clamorosi non hanno richiamato particolarmente nessuno perché erano comuni a moltissimi maghi (magi) del tempo. Vi sono teorie piuttosto fondate che parlano dell'intersezione di due storie, di due Gesù: del guerrigliero Esseno che voleva cacciare gli invasori romani e quella del tranquillo erede dei sacerdoti del tempio - bar abbas = figlio di Dio - che spiega ragionevolmente perché gli ebrei avessero salvato la vita a bar abbas (Barabba) rispetto a Gesù l'esseno che rischiava di far distruggere il tempio. Sarebbe anche d'interesse capire come mai si inviano 600 armati romani ad arrestare il pio Gesù nell'Orto degli Ulivi. E come mai il pio Simone (fratello di Gesù?) abbia una spada con la quale taglia un orecchio ad uno dei militari. Come mai si esalta Gesù la domenica delle palme e solo cinque giorni dopo viene duramente abbandonato ? (In proposito si può leggere: David Donnini - Cristo - Massari, Bolsena 1994). Il Gesù, vero o falso, è sempre stato da me ritenuto un importantissimo filosofo. Non è banale avere una persona che si schiera con i diseredati del mondo, come non fa la Chiesa delle gerarchie da sempre! Lei si arrocca su affermazioni di fede ma non dice una parola, per restare vicini a noi, su Giovanni Paolo II e Pinochet, su Pio Laghi e Videla, su Pio XII ed Hitler, su Pio XI e Franco, su Pio XII e Franco su Montini e l'espatrio dei criminali nazisti, sulla santificazione del boia Stepinac, su quella dell'imbroglione da Pietralcina (non lo dico io ma i vari ispettori della Chiesa in molti anni). Ma se si torna indietro nella Storia i Papi sono sempre con le monarchie. Hanno sempre difeso il loro potere temporale, hanno ammazzato allegramente in piazza fino al 1870 ...

10) Sul fatto che  mi sia sfuggito qualcosa sul peccato e sul pentimento le riporto un brano del Discorso della Montagna: "Chi, dunque, violerà uno solo di questi comandamenti, anche i minimi, ed insegnerà agli uomini a far lo stesso, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; chi, invece, li avrà praticati e insegnati, sarà considerato grande nel regno dei cieli" - Mt 5, 19 - Come vede non mi è sfuggito ma si renderà conto che Gesù situa tutti, in diversi gradi, nel regno dei cieli. Niente inferno e peccati da scontare, mi spiace ma Gesù era più tollerante di lei.

11) Dal falso della falsa donazione ai falsi continui della Chiesa si potrebbero scrivere dei volumi. Il dogma della Trinità, lei sa che fu imposto da Costantino a Nicea. E sa pure che il consustanziale (nessuna gerarchia tra Padre e Figlio) è di Costantino. Come Atanasio fece tacere Ario, lo ricorda ? La questione di Giuliano l'apostata ...

12) Sulle vicende dei divorzi della Chiesa attraverso la Sacra Rota prendo atto della sua posizione moderata e sulla vicenda in sé e sul suo non esprimersi. Ma, per chi ci legge, almeno una sentenza del ratus sed non consumatus debbo raccontarla. La Sacra Rota funziona ancora e non vi è stata la rapidità utilizzata con Boff per metterla a tacere. Un tal democristiano della corrente fanfaniana, Mauro Bubbico, dovette essere annullato (parlo di questo caso ma posseggo una casistica immensa). La cosa fu organizzata così. Il matrimonio era stato realizzato ma non consumato. ma come, se aveva più di un figlio ? Qualcuno avrebbe potuto obiettare spiacevolmente con il prosaico CORNUTO! Allora viene fuori tutto l'ingegno dei rotali e l'ipocrisia della Chiesa. Per essere potenti occorre avere il potere di penetrazione. SI MA QUANTA PENETRATIO? Ecco, non proseguo perché altrimenti andiamo sul porno perché si disquisisce per mesi su quel quanto, ma credo si sia capito.

13) Sulla Pena di morte prevista dal nuovo catechismo del 1992, lei mi fornisce la versione completa e la ringrazio. Io tagliavo per problemi di lunghezza e limitavo addirittura la polemica che ora, volentieri, proseguo. Ma inizio dalla fine.  La posizione della Chiesa sulla guerra è definibile utilitaristica. Anche qui il relativismo la fa peccare gravemente. La posizione sull'Iraq non ha un valore assoluto ma è minata da quella sulla Yugoslavia. In quest'ultimo caso si accettò, anzi si invocò, la guerra umanitaria. Qui vi era l'imperialismo di Giovanni Paolo II che comandava: riprendere nel seno di Roma le cattoliche Croazia e Slovenia (già riconosciute come stati indipendenti per distruggere l'unità nazionale yugoslava). Riguardo alla pena di morte,quello che lei aggiunge e che io non ho riportato, peggiora, se possibile, il tutto. Se si afferma che la pena deve redimere, mi spiega con la pena di morte chi e come si redime ? Non citi poi San Tommaso come tirannicida. Un adoratore del tiranno ed uno scansafatiche come lui non ha pari nella storia. Lo sa che è il primo che, dopo il grande San Benedetto, riteorizza che il prete non deve lavorare ? Ma poi, quando Tommaso si stupisce nel non vedere le sfere cristalline celesti bucate dal corpo di Gesù asceso al cielo, lei pensa che fosse più cristiano o aristotelico ? Comunque, visto che Giovanni Paolo II ha affermato nell'estate del 2002 che il Paradiso e l'Inferno sono luoghi dello Spirito e non entità materiali, mi aiuta a capire dove sono i corpi di Gesù e di Maria ? Sulla pena di morte in qualsiasi parte del mondo la mia repulsione è totale! La si tolga anche dal catechismo e dalla legislazione vaticana.

14) Sul finanziamento pubblico della Chiesa sono informatissimo e particolarmente sullo scandalo dell' 8 x 1000. Consiglio di leggere http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-522.htm , http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-546.htm , http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-563.htm , http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-710.htm , ... e posso aggiungere che anche lei potrebbe farsi promotore almeno di un piccolo cambiamento: la quota in denaro dei cittadini che non firma sotto la dichiarazione dei redditi vada per la lotta contro il cancro e contro ogni altra malattia tipo sclerosi multipla e non sia ripartita proporzionalmente tra le varie confessioni religiose. Inoltre, se a lei non arrivano soldi dall' 8x1000, protesti vivacemente con il Vaticano e con l'Istituto per il Sostentamento del clero della CEI (è in Via Aurelia, insieme alle TV vaticane ...), prendono intorno ai 6 mila miliardi di vecchie lire l'anno solo per l'8 x1000!

15) Sulla fecondazione assistita e la vergogna della Legge 40. Naturalmente i risultati delle ricerche che cita sono quelli che vi fanno comodo. Anche qui però voi dovete essere precisi e netti nei vostri insegnamenti: chi appartiene alla Chiesa di Cristo NON DEVE affidarsi alla fecondazione assistita e NON si deve curare con i prodotti delle ricerche sulle cellule staminali. Chi sgarra lo scomunichiamo. Non intervenite su me o sui miei cari perché, lo avevo anticipato, si rischia la reazione violenta! E questo è uno dei casi che si somma a tantissimi altri già citati: Chiesa maestra con i suoi, consigliera con tutti ma la legge dello Stato è altra cosa. Le citazioni di strani casi che accadono all'estero non sono all'interno di statistiche note agli enti di ricerca. E' invece certo che persone che soffrono disperatamente, e ne conosco per Giove, sono abbandonate da chi teoricamente dovrebbe essere loro vicino. Una parabola orrenda per la Chiesa di Gesù ma in pieno accordo con la Chiesa chiusa ed ottusa sempre più distante dalla realtà che viviamo. Ci spieghi, anche qui, dove avete estrapolato da Gesù.  Tra l'altro è di oggi la presa di posizione contraria a tale legge di oltre cento scienziati e premi Nobel che sono il fior fiore della ricerca in Italia.

16) Ancora sugli omosessuali. Lei dice: "Essi vanno rispettati, compresi, capiti ma non si può dire che quello che fanno ha fondamento umanamente valido e giustificarlo. Ciò che è vero umanamente è che esiste il sesso femminile ed il sesso maschile, e che dall’incontro di maschile e femminile nella loro reciprocità nasce il dono della vita e la convivenza umana definita con il nome di matrimonio. Per noi, questo è un ordine naturale chiaro". Io dico: fate ciò che credete ed imponete ogni dogma a chi crede in voi. Un omosessuale è una persona e lei, probabilmente, fa Dio più piccolo di quello che è. Chi le ha detto che Dio ha creato maschi e femmine ? Si è accorto del genere neutro che saggiamente i romani tenevano in gran conto ? Insomma gli omosessuali non sono figli di Dio ma di Satana ? La prego, non scherziamo. Riguardo all'identificazione del pargolo con i genitori adottivi, se lei avesse ragione, dovrebbe essere vietato drasticamente a lui la frequentazione di luoghi equivoci quali gli oratori, gestiti da persone che, maschi o femmine che siano, rinunciano - o dovrebbero rinunciare alla loro natura di esseri che dovrebbero procreare.

17) Lei dice: "Sono profondamente convinto che chi ci segue è un’esigua minoranza, tuttavia, per dirla con una battuta, noi non dobbiamo avere il favore dei sondaggi, ma sostenere quella che – secondo noi – è la verità, anche se ciò dovesse ridursi al rango di una pura e semplice testimonianza. D’altronde, quando dopo il 325 d. c. quasi tutti i vescovi erano ariani la dottrina della Chiesa non ha mai seguito la moda di Ario…".  Io rispondo: Infatti ha cominciato da Ario ogni tipo di persecuzione contro gli eretici.

18) Sul caso Galileo, la prego, non dica banalità. Non è da lei ! Sul caso Galileo ho già detto che si è trattato di un solo annuncio. Galileo è stato ricondannato con dileggio dalla Chiesa, per mano di Poupard e Garrone (e vari sciocchini incompetenti). Legga quanto le avevo già indicato http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-44.htm.  D'altra parte, recentemente, gli stessi gesuiti sono risultati insoddisfatti dell'accaduto http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=6969)

19) Sull'evoluzionismo e sulla libertà di professare la propria fede. Rispondo subito all'ultima questione: dite sempre ciò che volete. Se qualcuno un giorno ve lo impedisse mi dichiaro disponibile a difendervi dovunque siate. Sull'evoluzionismo e creazionismo negli USA vi è una guerra da molto tempo e personaggi come Bush sostengono il creazionismo con la conseguenza che finanziano le scuole dove si insegna questa sciocchezza.

Le scuole confessionali in Italia hanno ancora un infimo livello rispetto alle scuole di Stato. Solo i figli di papà vi ricorrono per salvaguardare i loro pargoli dalla contaminazione. Insegnate pure ciò che volete ma perché, in un ambito di liberismo, non vi finanziate le vostre scuole ? e perché non pagate voi i professori di religione, visto che li nomina il vescovo ?.

20) Sulla Cattedra di Fisica Sacra lei dice: "Mi fanno sorridere le citazioni di Consalvi e di Scalpellini, quando i progressi delle “nostre” scienze bibliche erano praticamente a zero… Le ricordo che c’è stato un Concilio, e che in materia scientifica non siamo esperti, ma lo siamo solo in materia di fede e di morale… ".  Sono felice che quelle sciocchezze la facciano ridere, il problema è che quella era la scuola universitaria dello Stato Pontificio fino alla liberazione del 1870. Prendo atto che non siete esperti in materie scientifiche, quindi perché insistete sempre ad intervenire in campi che non vi competono ?.

21) Lei mi dice: "Sulle leggi razziali veramente è disinformato : anche un autore anticlericale come Cesare Rossi, ne “Il manganello e l’aspersorio” riconosce la contestazione di Papa Pio XI in materia…". Io le dico:  Se rilegge bene quanto ho scritto, il riferimento al razzismo non era rivolto alla Chiesa, anche se, poiché ne parla ... Ha letto la Civiltà Cattolica ? I suoi articoli dell'epoca sono raccolti nel bel libro  R. Taradel, B. Raggi - La segregazione amichevole - Editori Riuniti, 2000. Non serve poi che le ricordi che la pratica della distinzione con una fascia al braccio è della Chiesa (inizia in Spagna con los reyes catolicos nel 1492) e che i ghetti che si aprivano al mattino e si chiudevano la sera sono ancora della Chiesa (a Roma, in alcune vie di accesso al ghetto, ancora sono visibili i cardini dei cancelli che si aprivano e chiudevano).

22) Lei, per contraddire la continua vicinanza della Chiesa con i padroni, dice: "Se qualche cardinale, o vescovo, è stato ossequiente, è pur vero che allora Leone XIII non avrebbe dovuto scrivere la Rerum Novarum , Giovanni XXIII la Pacem in Terris, Pio XI la Mit brenneder sorge, Paolo VI la Populorum Progressio , e Giovanni Paolo II… spesso avrebbe dovuto tacere…". Ed io debbo osservare che  lei qui fugge a gambe levate  e mi dispiace. Scrivere delle encicliche è una cosa, operare è ben altra. Siete stati gagliardamente contro il comunismo non perché opprimeva ma perché vi emarginava. Stessa cosa infatti non è avvenuta con tutte le altre dittature del mondo nelle quale siete ben vissuti e foraggiati. Non serve che gliele citi una ad una a partire dai genocidi dell'America centro meridionale al servizio di Sua Maestà Isabela la Cattolica.

23) Lei dice:  "Flores D’Arcais non penso abbia compreso molto il pensiero cristiano, il cui assunto può essere trovato nella prima lettera dell’apostolo Pietro : “rendere a tutti ragione della speranza cristiana”. Non c’è fideismo, non c’è fede senza ragione, ed entrambe non si escludono, ma per la nostra prospettiva, si completano a vicenda. Non esiste una ragione opposta alla fede, semplicemente esistono due campi di indagine, che sono propri e sono destinati ad incontrarsi. Inoltre, se per lei è un nonsenso parlare di statuto dell’embrione umano, non credo che una vita in sviluppo possa essere definita non essere". Io le osservo che si parla di cose non definite ed in discussione. Il fatto che vi sia l'arroccamento nell'assoluto e nella Verità, impedisce ogni dialogo. Per voi la scienza è tutto ciò che vi è utile, il resto è in discussione fino a che non vi è utile. La questione del relativismo è davvero limitante per la vostra azione ed il suo amico Ratzinger apre una fase preannunciata di scontro. Il grave problema è il monoteismo che, per sua definizione, tende ad essere assoluto ma da solo. Come si può essere monoteisti insieme ad altri monoteisti ? In epoca di politeismo i confini di tale politeismo erano labili e la tolleranza era molto maggiore. Molti pensatori, ancora a partire dal 3° e 4° secolo, affermavano che la meta si può raggiungere partendo da luoghi diversi. Più recentemente (1964), io che ho frequentato un monastero benedettino da ateo noto al priore - Don Carlo - ho avuto un messaggio di apertura anche se relativista da un credente laico - il pittore USA William (Bill) Congdon - che frequentava con me quel monastero di tolleranza superiore. Diceva Bill: Caro Roberto, Dio è tanto grande che non sapremo mai chi è più vicino a lui. Se chi lo combatte come tu fai o se chi lo adora come faccio io. Da allora, dalla Chiesa, mai mi è arrivato un tale messaggio. Anzi .. con la guerra al relativismo anche io dovrò mettere l'elmetto.

24) Lei conclude: "La ringrazio per avermi offerto la possibilità, da uomo di Chiesa, di puntualizzare meglio il nostro pensiero. Poi, dopo il confronto, che comunque è sempre arricchente, ognuno può rimanere delle proprie opinioni". Io le rispondo: Anche io la ringrazio anche se è faticosissimo discutere di fede. Per me è metafisica ed io sono un fisico. Per il resto sono assolutamente d'accordo. Si espongano le opinioni ed ogni coscienza decida per sé. Io aggiungerei che si deve vincere la pigrizia e si deve studiare, è l'unico modo per capire davvero.

Altrettanto   cordialmente

Roberto Renzetti


A sette anni di distanza ho avuto il piacere di ricevere l risposta a quanto io avevo scritto immediatamente più su da don Francesco Martino. E' egli stesso che in apertura ella lettera, spiega il motivo. Ho scritto a don Francesco dicendo che mi spiace ma non ho in questo momento il tempo per rispondere alla sua articolata lettera e mi riprometto di farlo quando questo tempo lo avrò. In ogni caso mi sembra corretto pubblicare la fatica di don Francesco anche perché nessuno pensi che voglio avere l'ultima parola. Questa pratica non mi interessa, Sono più interessato a ragionare in dialoghi completamente aperti tra persone civili. Ed ecco di seguito la lettera ricevuta.

Avverto che le evidenziazioni sono di don Francesco.

 

 

14 settembre 2012

Carissimo Prof. Renzetti,

 
    sono (Don) Francesco Martino. Dopo tanti anni l’ho ritrovata su internet, e ho potuto leggere la sua risposta che allora non lessi perché mi si bruciò il computer. Complimenti per la passione, l’intensità, l’affondo veemente ed impetuoso degno di un formidabile schermidore che affonda i colpi decisivi e annichilisce l’avversario.  Vorrei, però, se me lo permette,  fare alcune considerazioni, dopo aver letto il suo lungo, preciso ed elaborato scritto, datato 28 aprile 2005, e aver compreso la sua eccezionale cultura e preparazione in materia.
1.   La prima considerazione è una considerazione di metodo: tutte le scienze, comprese le scienze umane, oltre che i cosiddetti saperi, ammettono la possibilità di un progresso scientifico, che precisando e chiarendo sempre più i postulati posti a partire dall’esperienza, porti a nuove conclusioni e a nuove conquiste via via più chiare e definite. Perchè questo metodo, secondo il suo ragionamento complessivo, non sarebbe possibile per la cosiddetta “Teologia”, anche se trattasi di sapere non fondato, come lei ritiene, scientificamente, nel senso metodologico del termine, che invece procederebbe per un approccio puramente “dogmatico” e “immutabile” sulla base di sciocchezze storico-opportunistiche, e quindi avrebbe, dietro la pretesa di verità, un contesto assolutamente mitologico, favolistico, irrazionale, ed in fondo relativistico nel senso precipuo del termine?  Credo che come nel suo campo l’interpretazione dei fenomeni fisici non sia rimasta ferma a Newton, abbia superato le teorizzazioni di Einstein, e sia arrivata alle conclusioni sul bosone di Higgs con tutte le nuove implicazioni relative, così bisognerebbe ammettere nel nostro campo la possibilità di un progresso storico-dottrinale di rilettura e precisazione dei termini cosidetti “teologici” del nostro sapere inventato. Per cui, ritengo che il mio sostenere alcune cose che lei dice secondo opportunismo del momento, potrebbero essere frutto di questo processo in atto nella Chiesa Cattolica che ha usurpato il posto di Gesù.
2.    Ho letto con attenzione i suoi scritti. A scanso di possibili equivoci, voglio precisare che il mio rispetto per coloro che sono omosessuali è massimo, come anche la loro scelta, che ho il diritto di non condividere, ma che non li rende per me inferiori, discriminati, di serie B, ecc. ecc. e sono uguali, come tutti, agli altri figli di Dio. Quando ho usato la categoria mia di “peccato” l’ho fatto in riferimento alla mia concezione di uomo e umanità, con identità di genere maschile e femminile, in discorso di reciprocità e natura delle cose. Non volevo dare la patente di “peccatore” a nessuno. Mi sembra di ricordare che nel campo della genetica umana esiste la “tendenza”, e non l’identità omosessuale, che invece appare prettamente di natura psico-sociale-culturale. Per cui, mi sembra opinabile ritenerla assolutamente “normalità”.  Credo che la Chiesa abbia avuto in questi anni una sua “ricomprensione” dottrinaria e sia passata dall’ipotesi dell’Antico Testamento molto radicale (“grave depravazione”) alla concezione di “disordine intrinseco” alla comprensione più oggettiva del fenomeno (“tendenza omosessuale”) per arrivare al consiglio generico di “vivere la castità”, che nell’accezione culturale odierna intraecclesiale non è intesa con il semplice “astensione da”, ma è intesa come “purezza dell’interiorità, del cuore”. Questo è il fenomeno che le descrivevo al punto n. 1 per i nostri “presunti saperi”, che hanno registrato, in questo caso, degli “aggiustamenti di tiro” dovuti alle scienze psicologiche, come lei può verificare analizzando il passo del catechismo della Chiesa Cattolica che mi citava.
3.  In merito al problema delle fonti: secondo Bultmann e la sua scuola, i Vangeli conterebbero un “Cristo della fede”, secondo Von Rad ed altri è possibile rintracciarvi elementi del Gesù storico. Lei conosce tutta la problematica relativa al rintracciare le “ipsissima verba Christi” e credo tutti gli studi, fatti da vari specialisti e studiosi, come anche il suo, sul problema. Conosce sicuramente le problematiche di formazione dei Vangeli, dalla tradizione orale, ai “loghia” fino alle fonti scritte, in un processo avvenuto all’interno della comunità dei discepoli che le fa ritenere l’invenzione del tutto. Le chiedo: allora queste comunità sono state veramente stupide, perchè non sono riuscite a costruire bene tutto: vi sono troppe contraddizioni, troppi detti contrastanti di Gesù, troppe cose “politicamente scorrette” che dovevano essere eliminate per rendere credibile il quadro. Le faccio un esempio: il problema della “risurrezione” inventata. Ebbene. le prime persone a cui Gesù appare sono tre donne, o è Maria Maddalena “la prostituta”! Se vuole verificare il quadro culturale dell’epoca, questo modo di procedere è un tirarsi la zappa sui piedi e far capire a tutti che la questione è una barzelletta divertente: infatti, secondo le tendenze rabbine dell’epoca, la testimonianza di una donna non era ritenuta valida in tribunale, perché la parola di una donna non contava nulla: e questi deficienti, invece di far vedere Cristo che appare a Pietro, il capo della comunità, lo fanno apparire alle donne che sono le prime a vederlo!  Altro esempio che lei mi cita : perché Pietro, il capo della comunità che anche il fondatore Paolo riconosce, prima è definito peccatore, poi è definito da Gesù Satana, poi viene trattato scetticamente da Gesù sulla fedeltà, poi rinnega il suo maestro 3 volte, poi alla fine davanti a Gesù risorto riconosce che non può amarlo, ma può solo volergli bene, il Pietro sul quale Gesù avrebbe fondato la sua Chiesa... Ma siamo pazzi, il capo è così deficiente? Oppure quando attacca i ricchi: cosa scomoda per una Chiesa dei potenti e a servizio dei potenti... Forse è rintracciabile qualcosa di una realtà storica effettiva? E l’archeologia presunta biblica fatta in Palestina sulla scorta dei Vangeli, possibile che sia tutta una colossale montatura propagandistica? Volendo fare una risata umoristica, prendendo il libro “Sua Santità” in effetti dovrei concludere che la Chiesa è una massa di deficienti disorganizzati con coesione precaria... Può una struttura del genere essere il monolite efficiente da lei descritto?  Ultima considerazione: la Chiesa diventa potente solo nel IV secolo... eppure, i suoi capi della prima ora, gli imbroglioni del momento, hanno fatto tutti una fine più o meno brutta ed essere cristiani, per circa 3 secoli, non era certo motivo di vanto... Come hanno fatto a resistere tanto tempo? Possibile che nessuno si è mai accorto della grande truffa messa in atto? Pur se lei pone il problema degli apocrifi, devo concludere che i capi della Chiesa di allora non sono riusciti nemmeno ad addomesticare i canonici alla realtà gloriosa che volevano fosse creduta... Forse è possibile rintracciare qualcosa del Gesù della Storia, e non tutto è Cristo della Fede...
4. Sui sacerdoti omosessuali e pedofili : per l’impegno preso di “castità intesa come purezza del cuore”, che deve andare oltre l’astensione da, ritengo totalmente incompatibile lo status  di consacrazione, che richiede una profonda educazione del cuore e una maturità umana eccellente, oltre che la risoluzione interiore dei conflitti sessuali che altrimenti potrebbero condizionare l’approccio con i cosiddetti fedeli, e per i secondi, oltre all’epurazione, ritengo necessarie le cure del caso prima del reinserimento sociale, perché trattasi di perversione pura da curare anche psichiatricamente.  A meno che, seguendo il suo discorso di “normalità nella libertà della tendenza sessuale”, essi debbano essere equiparati ad un gruppo omosessuale con tutti i diritti. Sequendo la logica del suo ragionamento, se liberamente ognuno deve seguire la sua tendenza sessuale, mi spiega quali sono umanamente i motivi del perché dovremmo impedire anche al pedofilo, in un contesto di libertà e democrazia. la sua realizzazione piena, visto che sono i condizionamenti culturali che ci portano a condannare omosessualità, pedofilia, incesto, perversione... Credo che invece la strada sia quella di definire compiutamente il valore “uomo” e il “valore donna”. A proposito, sulla creazione esistono 2 versioni : quella da lei riportatami, che sarebbe la fonte Jahvista (X sec. A.C.) e la seconda più recente, quella della fonte sacerdotale (VI sec. AC), che riporta il seguente passo: “
“Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li  (o lo) creò.
Dio li benedisse e disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra».”
 
E comunque, nel racconto da lei citato, Adamo quando vede Eva, dice:
 
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (ishà = lett. uoma)
perché dall'uomo (ish = umanità, uomo)  è stata tolta».
 
I passi non fanno emergere, letti nel significato culturale dell’epoca, l’inferiorità dell’uomo alla donna da lei sottolineata. Il primo testo fa capire che l’uomo, creato ad immagine di Dio, è uomo e donna, a cui viene affidata un unica missione. Veda lo sviluppo recente su “Dio Padre e Madre”. E anche su matrimonio e ripudio la invito a leggere con più attenzione i testi discordi del vangelo : dove “adulterio” il termine greco è “porneia” = grave disordine. Uno studioso cattolico-eretico, Snakemburg, ha affrontato il tema con tutte le implicazioni culturali, concludendo che il termine ha molteplici significati:
1) rapporto sessuale illecito
   1a) adulterio, fornicazione, omosessualità, rapporti con animali, eccetera
   1b) rapporto sessuale con parenti stretti (
Levitico 18)
   1c) rapporto sessuale con uomo o donna divorziato (Marco 10:11-12)
2) metaforicamente l'adorazione degli idoli
   2a) della profanazione dell'idolatria, presa mangiando i sacrifici offerti ad idoli

 
 
Eccovi una pagina illuminante sul metodo, che io dicevo, del progresso di interpretazione delle concezioni della Chiesa :

I termini "porneia" e "moicheia"

 
....parektos logou porneias poiei authn moiceuqhnai...
 

Matteo 5,32

ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
 

Alcune osservazioni:

 
Per le chiese protestanti ed ortodosse il termine porneia è da intendersi come adulterio, fornicazione nel matrimonio,  che quindi diverrebbe causa legittima di divorzio. Per la Chiesa Cattolica ciò è errato, poiché nel testo si sarebbe dovuto utilizzare più correttamente il termine  moicheia (adulterio).
Porneia sembrerebbe invece indicare il caso di un'unione incestuosa (ebraico zenut)  che avrebbe determinato la nullità stessa del vincolo, in tale caso però  Gesù avrebbe ribadito una condizione nota a tutti, dicendo in sostanza che un matrimonio nullo è appunto nullo.

Altra interpretazione:

Nell’Antico Testamento era proibito i matrimonio tra un ebreo e uno straniero perché sorgente di sincretismo religioso e di corruzione morale.
Ma ai tempi del Signore molte donne ebree sposavano un soldato romano per avere un vantaggio economico. I soldati infatti erano veramente assoldati, secondo il significato più materiale del termine.
Ma una tale unione era considerata illegittima e invalida.
Pertanto non si trattava di un matrimonio, ma di un concubinato.
Se una donna ebrea decideva poi di lasciare il marito straniero (che era in realtà un convivente) poteva lasciarlo.
Gesù, secondo l’interpretazione di Schillebeeckx e Bonsirven, parla di questi concubinati. (dal sito
www.amicidomenicani.it)
 
 
 
"A questo riguardo, bisogna notare che nei passi paralleli del Nuovo Testamento, che trattano la stessa materia (Mc 10,2-12; Lc 16,18 e 1Cor 7,10-11), non si fa cenno a tale eccezione. La Chiesa orientale e le Comunità protestanti, prendendo il termine "impudicizia" nel senso di adulterio, intesero l'inciso come un vero caso di divorzio. La tradizione della Chiesa occidentale, invece, è stata costante nell'escludere tale eccezione. Studi recenti sull'antico diritto matrimoniale giudaico hanno fornito elementi per una soddisfacente soluzione del dibattuto problema esegetico: nella impudicizia (gr. pornèia), che è cosa diversa dall'adulterio (gr. moichèia) è da ravvisare con tutta probabilità il termine zenût ebraico, (che nel greco biblico neo-testamentario viene tradotto con la parola porneia) , col quale si indica un matrimonio contratto tra parenti e proibito dalla legge mosaica (Lv 18); così Gesù verrebbe ad escludere dalla legge della indissolubilità quelle unioni illegali ed incestuose, non "legate da Dio". Anche nel Concilio apostolico di Gerusalemme (49/50 d.C.), a conclusione del dibattito sulla validità della legge mosaica, viene raccomandato ai cristiani provenienti dal paganesimo di osservare l'astinenza dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia (pornèia), cioè dai matrimoni contratti fra parenti, cose a cui i giudeo-cristiani tenevano in modo particolare (cf At 15,29). Ciò spiega anche perché la famosa clausola si trovi soltanto nel Vangelo giudaizzante di Matteo."
 
Vi è però un altro problema.
Se il termine "adulterio" dev'essere correttamente tradotto con moicheia e non con porneia, diventa difficoltoso capire come il sesto comandamento:
 

Deuteronomio 5,18 - Non commettere adulterio.

Matteo 5,27 - Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; (moicheia - Ἠκούσατε ὅτι ἐρρέθη, Οὐ μοιχεύσεις.) 

sia trasformato con il tempo in

"Non commettere atti impuri", nella forma catechistica dei comandamenti.
 
rendendo molto più elastico e generico il termine moicheia/adulterio, partendo dall'assunto che il verbo "adulterare" può non riferirsi solamente alla fedeltà coniugale ma in genere al vivere la propria sessualità, appunto adulterandola, in modo disordinato.
 
S.Paolo condanna vari generi di impurità anche sessuale:
 
3 Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; 4 lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! 5 Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolàtri - avrà parte al regno di Cristo e di Dio. (Ef 5, 3-5)
 
9 O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, 10 né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Cor 6,9-10);
 
 
In altri termini:
 
-porneia è troppo generico per significare adulterio che si traduce rigorosamente con moichieia
-moicheia che dovrebbe significare adulterio, viene poi tradotto molto più genericamente con "atti impuri.
 
Se però fosse possibile estendere senza problemi tale significato, in sostanza Gesù avrebbe potuto usare ambedue i termini, visto che finiscono per avere lo stesso generico significato di comportamento sessuale disordinato.
E' invece evidente nel testo matteano che Gesù vi attribuisce significati diversi. 
 
da: www.sites.google.com/site/risposati/il-termine-
 
4. Sul Cardinale Law, nonostante la spiegazione fornita che purtroppo è quella (che non condivido interiormente del tutto) e i pedofili la penso con nettezza e non mi riconosco in Castrillon,  a causa del quale i provvedimenti urgenti da prendere sono stati presi con grave ritardo : è una colpa pienamente riconosciuta.
 
5. Amore e sesso : la visione, mi spiace, non è quella da lei descritta, ma le due cose vanno tenute fortemente insieme: Amore e Sesso vanno tenuti insieme, eros ed agape, per essere reali, sono facce di una stessa medaglia, figli dello stesso padre: anche qui come al punto 1, mirabilmente decritto nella “Deus Caritas Est” dell’odioso Ratzinger. Non separo Amore e Piacere, non riconosco semplicemente Egoismo personale e Piacere, fonti per me, cioè alla base, delle perversioni quali la pedofilia. Se non mi sbaglio, un esperto di settore, un tal Agostino di Tagaste, diceva . “Ama e fai ciò che vuoi”. Quindi ho parlato di aspetto unitivo e procreativo dell’amore: un amore vero realizza la vera unione ed è aperto al dono della vita, che non significa fare figli come conigli ad ogni rapporto sessuale, perché se è vero Amore è Amore Responsabile (il vituperato Giovanni Paolo II, Amore e Responsabilità). Qui si apre la discussione, che fu aspra nel 68, con una relazione di maggioranza a favore dei metodi contraccettivi ed una di minoranza a favore unicamente (sempre per i cristiani) dei metodi naturali. Paolo VI scelse quella di minoranza.  Le auguro di avere tanti, frequenti e bei rapporti con sua moglie, per valorizzare sempre più il significato unitivo dell’Amore, perché (scusi la digressione filosofica) il progresso delle “scienze (corbellerie) teologiche” ha portato da una visione puramente procreativa medievale e ottocentesca ad una visione in cui viene prima l’aspetto unitivo dell’amore e poi quello procreativo. Sull’’AIDS lei sa che il preservativo riduce ma non elimina il contagio. In una visione sanitario-pragmatica è il rimedio più semplice (ed anche con guadagno economico), ma se vuoi essere sicuro di non ammalarti, dovresti astenerti. Vede, sull’AIDS, l’aspetto educativo è quello più difficile, perché implica la maturazione della persona, mentre più rapido, sbrigativo (ed economicamente profittevole) il preservativo, ma si rinuncia ad educare. Credo che occorra trovare un equilibrio tra le due visioni, senza pregiudizi di sorta.
 
6. ADDOLORATISSIMO PER IL CASO PERSONALE DI SUA FIGLIA (in che anno eravamo?), comunque per me la vita va sostenuta in ogni momento del suo esistere, dall’alba al tramonto, senza prendersi vacanza il mattino, a mezzogiorno o nel pomeriggio. Non dico chiacchere : nella Chiesa, insieme agli “stronzi” ci sono anche quelli che lo fanno sempre. E non sono solo mosche bianche, mi creda. Comunque, non si può generalizzare il discorso sugli orfani, visto che gli orfanotrofi sono stati chiusi in gran parte, e molti, mi creda, se non quasi tutti, raggiunta la maggiore età con un’istruzione escono dagli istituti e si sposano. 
 
7. Su Libera Chiesa in Libero Stato nulla da obiettare. Diciamo la nostra, come gli altri,  e il Parlamento è libero di procedere come vuole.
 
8. Sul ripudio mi sembra che il presunto Gesù – parlante forse intorno al 29/30 d.c. – si rivolgeva alla società del tempo, in cui vi era la “compravendita matrimoniale” della donna, venditori i padri, compratori i mariti. Secondo la nostra interpretazione, voleva affermare l’indissolubilità del matrimonio a valere in senso biunivoco (altro esempio di interpretazione/progresso secondo il caso del punto 1) e non esporre a discriminazione le donne come lei afferma.
 
9. Sul settimo punto ho risposto prima : credo che il Cardinale volesse indicare, secondo la concezione (corbelleria) teologica vigente, che la relazione interpersonale definisce l’uomo ad immagine di Dio, perché siccome Dio, che è Amore, è relazione di persone (Padre – Figlio e Spirito Santo), perché costitutiva dell’Amore è la Relazione, così l’uomo è maschio e femmina in relazione. Affascinante corbelleria, no?
 
10. Non ho detto che Pepe Rodrigues è il teologo della Chiesa Paolina, semplicemente è uno che ricorda tale documentatissima (e universale) opinione. Ritorna la mia domanda: se Paolo è il fondatore con Costantino del Cristianesimo, perchè nel NT tutte queste incongruenze dottrinali e teologiche, soprattutto comprese quelle sulle donne? Che il nostro caro apostolo avesse visioni un po’ discutibili è chiaro, comunque, al dilà delle facili letture comuni, emergono, in termini di ricerca biblica, conclusioni controverse, di cui qui sotto dò a lei un esempio:
 

Paolo e le donne nella Chiesa:

 Febe (Rm 16,1-2); Lidia (At 16,11-15.40)

 

© Pino Pulcinelli - Roma 2004

 

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Introduzione

Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-35; e in Gal 3,28

Le collaboratrici nell'apostolato

Febe (Rm 16,1-2): sorella nella fede, diacono e patrona

Lidia (At 16,11-15.40): il Signore le apre il cuore e lei apre la sua casa alla comunità

Conclusione

  

 

Introduzione                              

 

Bisogna dire subito che il tema di questa breve ricerca non verte in generale sulla concezione della donna in Paolo apostolo – argomento che torna puntualmente alla ribalta quando si affronta quello più ampio del ruolo della donna nella vita e nel ministero della Chiesa – ma si concentra sull’aspetto specifico del ruolo di collaborazione nell’evangelizzazione che alcune donne hanno avuto nella chiesa nascente di matrice paolina. Quindi non “Paolo e la donna”, ma “Paolo e le donne in quanto collaboratrici nel suo ministero apostolico”.

E tuttavia i due aspetti, quello specifico e quello più generale, sono naturalmente interdipendenti, tanto che risulta indispensabile, prima di focalizzare il discorso sulle due figure che compaiono nel titolo, fornire almeno qualche elemento – necessariamente sommario - che aiuti a ricostruire il quadro storico; negli ultimi decenni questo campo della ricerca ha visto un grande approfondimento, anche grazie all’impulso dell’istanza femminista nella teologia e specificamente nell’esegesi biblica[1].

 

A questo riguardo Paolo può essere letto e interpretato – come di fatto è successo – in modi opposti, sia come uno dei principali detrattori del ruolo e del ministero della donna nella famiglia e nella chiesa (e pertanto, una delle cause della sua discriminazione nella società di matrice cristiana), oppure come il primo chiaro propugnatore del principio di uguaglianza tra l’uomo e la donna.

E bisogna dire che gli sforzi esegetici non sono riusciti a risolvere del tutto questa palese tensione emergente dai suoi scritti, anzi alcune volte gli studiosi si sono dovuti arrendere di fronte ad affermazioni che prese dal contesto appaiono evidentemente contraddittorie, come vedremo.

 

Se ci si accinge a studiare i testi che trattano del ruolo della donna nelle prime comunità cristiane, è doveroso fare subito delle precisazioni riguardo alle fonti.

Innanzitutto – con la Schüssler-Fiorenza - si deve ragionevolmente ammettere che “l’effettivo contributo delle donne al movimento missionario cristiano delle origini rimane in larga parte perduto a causa della scarsità delle nostre fonti e del loro carattere androcentrico”[2].

Inoltre, se in particolare parliamo di “Paolo e le donne”, va osservato come i testi in questione, che ad una cultura moderna di uguaglianza risultano più “antipatici” nei riguardi delle donne, si trovano soprattutto nelle cosiddette lettere deuteropaoline e pastorali (Col ed Ef, 1-2 Tm e Tt)[3]. Specialmente per queste ultime andrebbe fatto un discorso a parte, in quanto evidentemente riflettono un'epoca diversa, posteriore, con gli autori che manifestano una viva preoccupazione di fronte a delle crisi di carattere dottrinale e autoritativo (cf. le raccomandazioni a rigettare errori e a "custodire il deposito"; a rispettare le autorità familiari ed ecclesiali, ecc.). Anche la considerazione della donna risente di questo clima di apprensione, così che per favorire la pacificazione e l'ordine ecclesiale, forse in un eccesso di prudenza, si pensa di "restringere il suo campo di azione". Il dramma è che quelle frasi hanno senz'altro influito nell'interpretazione discriminante del ruolo della donna nella chiesa.

 

Limitando per il momento il campo ai testi paolini ormai comunemente considerati autentici (1Ts, 1-2 Cor, Fil, Fm, Gal, Rm), troviamo delle affermazioni sulle donne soltanto nella 1Cor ai capp. 7, 11 e 14 e in Gal 3,28, e comunque l’argomento non viene mai esplicitamente messo al centro della trattazione; se egli ne parla è per rispondere a domande sul matrimonio (1Cor 7), o per risolvere problemi contingenti, di carattere “disciplinare”, riguardanti cioè il comportamento delle donne nelle assemblee (1Cor 11 e 14); oppure – e qui abbiamo un brano che si staglia su tutti gli altri (Gal 3,28) - per esprimere le sovvertitrici conseguenze del battesimo che realizza l’unità in Cristo conferendo una stessa dignità alle persone, al di là delle differenze etniche (giudei e greci), sociali (schiavi e liberi) e sessuali (uomini e donne).

In altre due lettere, Fil e Rm, nelle sezioni finali, al momento delle raccomandazioni e dei saluti, Paolo nomina alcune donne per nome, attribuendo loro interessanti qualifiche, su cui sarà utile soffermarsi in vista del nostro tema specifico, a proposito cioè del loro ministero di collaboratrici nell’evangelizzazione.

 

Già da queste premesse si può comprendere come risulti difficile, se non impossibile, partendo da questi brani arrivare a delineare con sufficiente precisione ciò che Paolo stesso non aveva intenzione di fare in tali scritti, e cioè la presentazione del suo “pensiero sulle donne”. Ciò non significa però che non valga la pena vagliare e valorizzare tutti gli elementi presenti; anzi, proprio dal loro studio, soprattutto se inquadrato nella ricostruzione dell’ambiente storico-culturale delle origini cristiane, emerge la ricchezza e la novità di alcune intuizioni dell’apostolo.

 

Sempre riguardo alle fonti, un discorso a parte dovrà essere fatto per la particolare opera storiografica costituita dagli Atti degli Apostoli, dove troveremo il racconto dell’episodio riguardante Lidia.

 

 

Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-35[4]; e in Gal 3,28

 

 

Negli scritti sicuramente autentici di Paolo i brani che fanno più problema, specialmente se accostati tra loro, si trovano nella stessa lettera, la 1Cor. Il primo è quello in cui egli tratta dell’acconciatura delle donne nelle riunioni di preghiera (11,2-16), il secondo è quello in cui ordina alle donne di tacere nell’assemblea (14,33b-35)[5].

Per il brano di 1Cor 11,2-16, conosciuto soprattutto con il titolo tradizionale “il velo delle donne”[6], la difficoltà maggiore è data soprattutto dal v. 10, una vera crux interpretum: dia. tou/to ovfei,lei h` gunh. evxousi,an e;cein evpi. th/j kefalh/j dia. tou.j avgge,louj; letteralmente: “per questo la donna è tenuta ad avere un’exousia (potere, autorità) sul capo a causa degli angeli”[7].

Tra le numerose ipotesi interpretative, che non ci mettiamo ora ad elencare e valutare[8], una delle più convincenti è quella in cui “evxousi,an e;cein” viene tradotto con “avere sotto controllo”, e il resto va inteso in questo senso: “per questo (quando la donna profetizza – cf. v. 5) deve avere sotto controllo la sua acconciatura”; cioè le donne quando fanno interventi pubblici nella comunità (profetizzano o pregano in assemblea) devono tenere un abbigliamento e un’acconciatura decorosa, in particolare devono coprirsi la testa[9]. Questa indicazione di Paolo non avrebbe soltanto l’intenzione di regolare il modo di comportarsi (e di abbigliarsi) delle donne, ma soprattutto di contrastare un tentativo di annullare quelle differenziazioni sessuali – di cui la capigliatura è manifestazione tra le più immediate - insite nella natura stessa; in un ambiente di facili costumi come quello della città di Corinto (in cui era diffusa anche l’omosessualità), quest’uso poteva favorire una certa indistinzione e promiscuità, con gravi e prevedibili conseguenze, sia sul versante morale che su quello della testimonianza.

 

È per questo, molto probabilmente, che Paolo richiede che la donna che profetizza non deve perdere ciò che per la cultura del tempo rappresenta un contrassegno forte di femminilità. Ma richiedendo questo, allo stesso tempo egli ammette chiaramente che la donna possa parlare pubblicamente nell'assemblea (cf. v. 4); ciò è da tenere presente, quando si va ad interpretare nel capitolo 14 la celebre frase: ai` gunai/kej evn tai/j evkklhsi,aij siga,twsan; “le donne nelle assemblee tacciano” (14,34; rafforzato subito appresso con: ouv ga.r evpitre,petai auvtai/j lalei/n; “infatti non è permesso loro di parlare”; e al v. 35: ivscro.n ga,r evstin gunaiki. lalei/n evn evkklhsi,a|; “è infatti vergognoso per una donna parlare nell’assemblea”). Come risolvere il problema?

Il fatto che alcuni codici antichi pongono i vv. 34-35 dopo il v. 40 (nessuno però li omette) è segno che hanno creato delle difficoltà nei lettori (e nei copisti). Non è però sufficiente questo indizio per dedurre un’interpolazione post paolina. Accettando questa ipotesi, essa naturalmente risolverebbe il problema alla radice e scagionerebbe di fatto l’apostolo da due grandi accuse: da una parte dall’incoerenza con se stesso (per quanto scritto poco prima al cap. 11) e dall’altra da una disdicevole coerenza con la mentalità corrente sia nel mondo giudaico che in quello ellenistico-romano, decisamente discriminante nei confronti delle donne[10].

 

Una soluzione da non scartare a priori è quella che sottolinea la diversità di soggetti o di tipo di discorso tra i due brani[11]. In 1Cor 11 si tratterebbe di un parlare orante e profetico (proseucome,nh h' profhteu,ousa) delle donne, in 1Cor 14 Paolo rimprovererebbe un parlare (lalei/n) disordinato e confusionario che reca disturbo all’assemblea e non la edifica. D’altra parte la stessa ingiunzione a tacere Paolo la usa nei confronti del glossologo se nell’assemblea non c’è chi possa interpretare il suo parlare il lingue con il Signore (14,28).

Un’altra ipotesi che va prendendo piede negli ultimi vent’anni è quella che in questi versetti problematici vede la citazione di uno o più slogan diffusi da chi nella comunità era ostile alla partecipazione attiva delle donne (gruppo che Paolo dunque non appoggerebbe)[12]. Senza escludere questa che è ritenuta da numerosi studiosi la migliore ipotesi, bisogna dire però che non c’è traccia, né nella grammatica e nemmeno nella sintassi, dell’inizio di un discorso diretto.

 

Alla fine del suo lungo e approfondito studio su questo brano, così conclude Biguzzi: “Tutto quello che nei secoli si è tentato di dire riguardo a 1Cor 14,33b-35 sembra insoddisfacente” (p. 153).

 

Qui più che mai vale allora il principio generale che occorre far attenzione a non isolare un testo, tanto più bisogna guardarsi dall’assolutizzarlo e poi identificare il pensiero di chi l’ha scritto con quel testo lì. Quindi è sicuramente sbagliato – oltre che improprio dal punto di vista metodologico e contenutistico – prendere questo testo (mulieres in ecclesiis taceant) per riassumere il pensiero di Paolo sulle donne.

 

Se si volesse per forza sceglierne uno che esprima i principi ispiratori, al di là di questioni disciplinari contingenti, allora non c’è dubbio che occorra riferirsi a Gal 3,28 [in un contesto in cui si parla dell’essere “figli di Dio” proprio dei battezzati, rivestiti di Cristo e appartenenti a lui, cf. 3,26-29][13]:

 

ouvk e;ni VIoudai/oj ouvde. {Ellhn(                    Non c'è giudeo né greco;

ouvk e;ni dou/loj ouvde. evleu,qeroj(                    non c'è schiavo né libero

ouvk e;ni a;rsen kai. qh/lu\                           non c'è maschio e femmina

pa,ntej ga.r u`mei/j ei-j evste evn Cristw/| VIhsou/      tutti voi infatti uno siete in Cristo Gesù.

 

In questo che è probabilmente un testo o inno battesimale diffuso presso le prime comunità cristiane[14], ci sono tre binomi
formati da opposti che trovano in Cristo il proprio superamento: c’è la dicotomia che è insieme etnica, culturale e religiosa: giudeo / greco; quella sociale-classista: schiavo / libero; e infine la dicotomia sessuale maschio / femmina; da notare che la scelta di usare i due neutri a;rsen kai. qh/lu, cioè maschio e femmina, invece che uomo/donna sembrerebbe addirittura voler annullare la differenza che è insita nella natura stessa
[15]. In realtà dal contesto si evince che questo binomio vuole
soprattutto sottolineare come l’essere in Cristo (attraverso la fede e il battesimo) è ora il criterio nuovo che informa i rapporti interpersonali e conferisce uguale dignità alle persone, indipendentemente da tutti i condizionamenti, anche quelli sessuali.

Queste categorie, assieme a quelle espresse dai primi due binomi, non possono più avere un influsso discriminante sulla persona[16]. L’affermazione di Gal 3,28 è dunque molto forte, e il principio del superamento delle discriminazioni che viene propugnato costituisce indubbiamente uno dei fondamenti essenziali del cristianesimo: da questo punto non si può più tornare indietro[17].

 

È interessante infine confrontare l’affermazione di Gal 3,28 con il testo di 1Cor 7: infatti lì – mentre si sta trattando dello status in cui si viene chiamati - si ritrovano chiari elementi dello stesso triplice binomio: il “circonciso/incirconciso” del v. 18 (peritetmhme,noj tij evklh,qh( mh. evpispa,sqw\ evn  avkrobusti,a| ke,klhtai, tij( mh. peritemne,sqw) corrisponde a giudeo/greco; l’altra esatta corrispondenza l’abbiamo nei termini schiavo/libero dei vv. 21-22; l’ultimo binomio, “non c’è più né uomo né donna”, non compare tale e quale, ma a ben vedere è presente a più riprese in tutto il capitolo, quando Paolo – in modo sorprendente e innovativo rispetto alla cultura circostante – non fa altro che applicare a casi concreti proprio quel principio di uguaglianza e di reciprocità tra l’uomo e la donna (più specificamente, moglie/marito)[18] espresso a chiare lettere in Gal 3,28[19]. In questo senso si può affermare che Paolo con Gal 3,28 non rimane a livello di teoria, ma viene da lui stesso messo in pratica nel disciplinare la vita della comunità.

 

Un'altra osservazione – che malgrado la sua ovvietà conviene ribadire – è quella che in casi come questi va considerato il condizionamento storico e culturale di tali pronunciamenti in campo disciplinare: essi sono stati scritti in occasione di vicende contingenti e circoscritte a quel particolare periodo storico della chiesa e non vanno perciò indiscriminatamente considerati normativi per la chiesa di oggi (e quando purtroppo lo si è fatto non è stato certamente un bene per la chiesa); non siamo infatti di fronte a principi dottrinali generali, la cui validità si estenderebbe a tutte le epoche, ma a indicazioni fortemente influenzate dalle situazioni e problemi concreti di determinate comunità paoline.

 

Da questa base di partenza è praticamente impossibile affermare che Paolo in via di principio chieda che le donne tacciano nell’assemblea; ogni seria ricostruzione della condizione della donna nelle prime comunità cristiane di matrice paolina non può non tenerne conto.

 

Infine, un argomento molto importante, difficilmente conciliabile con il mulieres in ecclesiis taceant è la prassi stessa di Paolo che emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli, e qui arriviamo al nostro tema specifico.

 

 

 

Le collaboratrici nell’apostolato

 

Le lettere autentiche di Paolo contengono – specialmente nella loro parte finale – numerosi accenni a persone menzionate con il loro nome, spesso accompagnati da brevi titoli e osservazioni, che studiati singolarmente e nel loro contesto, si sono rivelati preziosi per ricostruire il quadro della situazione storica delle prime comunità cristiane, e in particolare il ruolo delle donne nel ministero apostolico.

Ad esempio, nella lettera ai Filippesi Paolo nomina due donne, Evodia e Sintiche, esortandole ad essere concordi nel Signore (4,2: parakalw/ to. auvto. fronei/n evn kuri,w|), e prega un suo fedele compagno di aiutarle (a riconciliarsi), poiché esse hanno combattuto per il vangelo insieme con lui (ai[tinej evn tw/| euvaggeli,w| sunh,qlhsa,n moi), al pari di altri collaboratori (sunergw/n) tra cui Clemente: “i loro nomi sono scritti nel libro della vita” (4,3).

Per queste donne l’aver lottato insieme all’apostolo per la diffusione del vangelo comporta in qualche modo l’aver esercitato almeno in parte lo stesso ministero dell’apostolo; inoltre le espressioni di ammirazione e il fatto che praticamente sono le uniche persone ad esser nominate – oltre a Clemente che è probabilmente un componente di quella chiesa – portano a dedurre che esse devono aver avuto un ruolo di primo piano nella conduzione di quella comunità[20]. Qualcosa di simile si può supporre anche di Cloe (1Cor 1,11) e soprattutto della "sorella Apfia" (VApfi,a| th/| avdelfh/|), unico caso di una donna esplicitamente citata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera, subito dopo la menzione di Filemone e prima di Archippo (Fm 2)[21].

 

Ma è soprattutto nel capitolo conclusivo della lettera ai Romani che abbondano i riferimenti a donne collaboratrici nell’apostolato, a cui Paolo rivolge saluti e apprezzamenti[22].

Vediamoli in sintesi:

In Rm 16,1-16 Paolo nomina ventinove persone, ventisette delle quali riportando il loro nome, tra cui otto donne (più due senza nome, la madre di Rufo e la sorella di Nereo; vv. 13.15)[23].

La prima menzionata è Febe, detta “nostra sorella, che è diacono della chiesa di Cencre… patrona (prosta,tij) di molti e anche di me stesso” (vv. 1-2). La vedremo a parte.

Al v. 3 dice di salutare Prisca ed Aquila (suo marito). Prisca (o Priscilla), è identificata come collaboratrice (sunergo,j)[24];

al v. 6 saluta Maria che si è data molto da fare per voi” (polla. evkopi,asen eivj u`ma/j);

al v. 7 chiede di salutare Andronico e Giunia… eccellenti tra gli apostoli” (eivsin evpi,shmoi evn toi/j avposto,loij). Giunia non è un uomo come molti commentatori – specialmente nel passato – hanno sostenuto, bensì una donna[25], di loro Paolo afferma che sono suoi parenti, e diventati discepoli di Cristo prima di lui (pro. evmou/ ge,gonan evn Cristw/|).

Al v. 12 dice di salutare Trifena e Trifosa, due donne che “si danno da fare per il Signore” (ta.j kopiw,saj evn kuri,w|); e “la carissima Perside”, anch’essa “si dà molto da fare per il Signore” (polla. evkopi,asen evn kuri,w|).

Al v. 13 saluta la madre di Rufo che è stata anche per Paolo una madre.

Al v. 15 si nomina infine Giulia e la sorella di Nereo.

 

Se si va a fare il conto di tutte le persone menzionate in 16,1-16, le donne sono circa un terzo degli uomini, e tuttavia le cose che si dicono di loro sono talmente rilevanti da far intravedere un loro ruolo di primo piano nelle prime comunità cristiane (e non solo in quelle di matrice paolina, in quanto sappiamo che Paolo scrive ad una comunità non fondata da lui), in quanto collaboratrici nel ministero apostolico di Paolo, o in generale in quanto “si sono date da fare per il Signore” [26].

Rm 16 dunque, come ha affermato un commentatore, può davvero essere intesa come “la più gloriosa attestazione di onore per l’apostolato della donna nella chiesa primitiva”[27].

 

 

 

Febe (Rm 16,1-2)[28]: sorella nella fede, diacono e patrona

 

Per quanto riguarda Febe, ci fermiamo ad analizzare il testo più da vicino:

 

1Vi raccomando (suni,sthmi) Febe nostra sorella (avdelfh.n),

che è anche diacono (dia,konon) della chiesa che è a Cencre,

2affinché la accogliate nel Signore in maniera degna dei santi

e l’assistiate nelle cose di cui può aver bisogno.

Poiché anche lei è stata patrona (prosta,tij) di molti e anche di me stesso.

 

Paolo inizia la sezione finale della lettera ai Romani raccomandando Febe[29] a quella comunità. Si tratta di una donna di Cencre - una delle due località portuali presso Corinto, situata nella parte orientale dell’istmo[30] (sul lato occidentale c’era l’altro porto, quello di Lecheo) – e il fatto che viene nominata per prima fa ritenere che fosse lei l’incaricata di recapitare la lettera stessa[31]. In realtà non conosciamo il motivo del suo viaggio a Roma; alcuni commentatori suppongono che abbia avuto da sistemare alcuni affari legati al suo lavoro[32].

Il verbo tipicamente paolino suni,sthmi (raccomandare, dimostrare, consistere, esistere) è usato anche altrove per presentare e raccomandare un amico ad un altro[33].

Le credenziali di questa donna presentata da Paolo contengono tre titoli:

avdelfh. / dia,konoj / prosta,tij.

Per quanto riguarda il primo, mentre il maschile “fratello” (avdelfo,j), quale appellativo di membri della stesso gruppo religioso, non è una caratteristica specifica cristiana, sembra invece che lo sia l’uso di sorella (avdelfh.)[34]. Inoltre, il pronome possessivo “nostra” (h`mw/n) è un’attestazione del fatto che era già comune il concetto di comunione e quindi di universalismo tra membri di chiese sparse nelle varie parti del mondo.

Febe è un diacono della chiesa di Cencre. Questo secondo titolo (dia,konoj) è stato oggetto di molte discussioni[35]. Innanzitutto si tratta di un sostantivo che serve invariato sia al maschile che al femminile (perciò non è pienamente corretto tradurlo con “diaconessa”, come fanno alcune Bibbie); inoltre occorre evitare l’anacronismo di attribuire a questo termine il significato che “diaconessa” assumerà nei secoli successivi[36]. Nel nostro caso non è nemmeno sufficiente pensare ad un generico “servizio” (si sarebbe probabilmente usato il verbo “diakone,w”, come in Rm 15,25; o le si sarebbe attribuita una generica “diakoni,a”, come in 1Cor 16,15), invece bisogna tener presente che con questo termine Paolo solitamente designa se stesso o i suoi collaboratori nell’esercizio del ministero apostolico (cf. ad es.: 1Cor 3,5; 2Cor 3,1-11; Fil 1,1; cf. Rm 15,8: Cristo diacono dei circoncisi)[37]; e come per quelle ricorrenze si traduce nella maggior parte dei casi con “ministro”- a cui è legato un ruolo di responsabilità e autorità nella chiesa - anche qui coerentemente andrebbe tradotto e compreso allo stesso modo[38]. Naturalmente occorre tener presente che a quel tempo il ruolo e i compiti di tipo ministeriale-gerarchico abbinati ai singoli titoli sono in piena evoluzione e non hanno ancora raggiunto una sufficiente comune comprensione (una prima istituzionalizzazione la si fa normalmente risalire al tempo delle lettere pastorali; cf. 1Tm 3,1s; Tt 1,5s)[39]; quindi anche la portata di quel ministero designato attraverso la connotazione di diacono, in ogni caso dipendeva dai contesti locali e dalle necessità delle singole chiese[40].

Comunque sia, Febe rimane la prima donna diacono di cui si viene a conoscenza nella storia del cristianesimo.

L’ultimo titolo è un hapax del NT: prosta,tij: è un deverbale da proi<sthmi, che al transitivo significa “porre come patrono, capo”; all’intransitivo, “porsi davanti (come difensore)”; nelle due ricorrenze paoline il verbo al participio (proi?sta,menoj) indica senz’altro il ruolo di guida e presidenza (cf. Rm 12,8; 1Ts 5,12). Ma vediamo più in particolare:

l’equivalente maschile è prosta,thj, ben attestato nella letteratura ellenistica[41], per il ruolo di persona benestante e influente, protettore legale, patrono e leader di gruppi religiosi. Per il femminile, le meno numerose attestazioni in papiri e iscrizioni (del secondo e terzo secolo), lasciano intendere lo stesso significato del maschile[42]. Nel nostro caso bisogna intendere dunque il senso di “donna posta sopra altri”, e normalmente andrebbe tradotto con “protettrice, patrona” o, in traduzione più moderna, “presidente”[43].

Occorre inoltre tener presente che, al contrario di quando si riteneva nel passato, il ritrovamento e lo studio recente di papiri e iscrizioni, fa registrare una discreta presenza di donne che detenevano ruoli da leader anche in gruppi religiosi[44].

Ora il fatto che Paolo affermi che Febe è stata patrona di molti e anche di lui stesso, lascia supporre che ella fosse benestante e altolocata socialmente. Probabilmente la sua casa era adatta ad ospitare la comunità cristiana di Cencre, della quale in quanto diacono era anche una leader. Inoltre nella sua generosità non mancava di offrire ospitalità e protezione ai missionari itineranti, come Paolo e collaboratori. Ciò che Paolo chiede dunque ai romani in termini di accoglienza e assistenza nei riguardi di Febe (16,2: i[na auvth.n prosde,xhsqe evn kuri,w| avxi,wj tw/n a`gi,wn kai. parasth/te auvth/| evn w-| a'n u`mw/n crh,|zh| pra,gmati: “che l’accogliate nel Signore in maniera degna dei santi e l’assistiate nelle cose di cui può aver bisogno”) in qualche modo deve riflettere ciò che anche lei ha fatto (kai. ga.r auvth. prosta,tij pollw/n evgenh,qh) nei confronti di fratelli e sorelle in Cristo, sia quelli appartenenti a quella comunità locale, che quelli di fuori che si trovavano a passare nella sua casa.

 

Insomma, i romani, nel ricevere e leggere la lettera di Paolo a loro destinata, si trovavano in presenza di una donna (probabilmente latrice dello scritto) di grande prestigio umano e cristiano, sorella nella fede, ministro della sua comunità di Cencre, benefattrice generosa e patrona per chiunque dei fratelli si fosse trovato a passare nella sua casa.

 

 

 

Lidia (At 16, 11-15.40)[45]: il Signore le apre il cuore e lei apre la sua casa alla comunità

 

Lidia può ben essere un altro esempio di protettrice/patrona, anche se forse non così influente come Febe. Anche lei, ha accolto Paolo e i suoi collaboratori nella sua casa.

Ma prima di esaminare più da vicino il testo, è necessario spendere qualche parola sulla natura del libro che contiene l’episodio del suo incontro con Paolo, gli Atti degli Apostoli.

 

Sappiamo che l’autore – tradizionalmente identificato con il Luca collaboratore di Paolo (cf. Col 4,14; 2Tm 4,11; Fm 1,24) – ha concepito la sua opera in due parti: Vangelo e Atti; con il libro degli Atti ha l’intento di mostrare la continuità della storia della salvezza che, iniziata con il popolo d’Israele, ha avuto culmine in Gesù, centro del tempo (il Vangelo), e che ora continua nella chiesa per opera dello Spirito santo (Atti). Egli, come premette nel prologo al vangelo, è deciso a offrire un’opera fondata su ricerche accurate (Lc 1,3: parhkolouqhko,ti a;nwqen pa/sin avkribw/j kaqexh/j “avendo indagato con acribia ogni cosa con ordine”), quindi su fatti reali di cui è venuto a conoscenza.

Arrivare a dire però, date queste premesse, che siamo di fronte ad un libro “storico” nel senso che diamo noi oggi correntemente a questo termine, sarebbe fuori della concezione che a quel tempo avevano della storia. L’autore degli Atti – pur basandosi nel complesso su fatti realmente accaduti e tramandati sia per iscritto che oralmente – rilegge questi avvenimenti in una prospettiva teologica: essendo il libro rivolto principalmente a chi è già credente, per rafforzare la sua fede, descrive l’opera dello Spirito santo nel tempo della chiesa, nella sua diffusione “fino agli estremi confini della terra” (cf. 1,8).

Per quando riguarda il nostro caso, nel racconto della prassi missionaria di Paolo, in fin dei conti è soprattutto il punto di vista lucano ad emergere e non tanto quello paolino[46].

E qui va accennato al recente cambiamento di opinione di alcuni studiosi su Luca come l’“evangelista dalla parte delle donne”, opinione altrimenti comune per essere tra gli scrittori sacri colui che dà più spazio alle figure femminili nella chiesa nascente, anche in contrasto con la mentalità dell’epoca; in realtà egli – pur attribuendo loro un ruolo fondamentale nella storia della salvezza (basta pensare ai brani mariani) – tenderebbe ad escluderle da ruoli di responsabilità e di direzione della comunità cristiana[47].

Di queste prospettive – oltre che dalla distanza temporale (almeno una generazione) che separa la stesura degli Atti dalle lettere paoline - occorre tenere conto nell’utilizzare gli Atti come fonte “storica” per la conoscenza di Paolo e della sua attività missionaria, anche in rapporto alle donne.

 

Scorrendo il cap. 16 – dove troviamo l’episodio di Lidia – abbiamo un saggio di come Luca

rilegge gli avvenimenti in una prospettiva teologica.

Ci troviamo nel cosiddetto “secondo viaggio missionario di Paolo” (in realtà è il primo che compie come “capo missione”), con lui si trova Sila (15,40); insieme hanno l’intento di andare a trovare  i fratelli nelle città dove era già stata predicata la Parola (cf. 15,36); così da Antiochia attraversano la Siria e la Cilicia; a Listra prendono con sé Timoteo e attraversano la Frigia e la Galazia; di qui vogliono dirigersi verso la Bitinia, ma “lo Spirito non lo permise loro” (16,7); trovandosi nel porto di Troade, “durante la notte apparve a Paolo una visione” (16,9): un uomo macedone (avnh.r Makedw,n) che lo supplicava di andare da loro in Macedonia ad aiutarli. Il narratore conclude: “Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore”; per lui il macedone era Dio, o meglio, Dio si era servito di questa visione per manifestare la sua chiamata. Al di là di come sono andate concretamente le cose, si vuole dire che Paolo andò in Macedonia sulla base di una chiamata di Dio, spinto dallo Spirito missionario.

 

A parte questo, va notato che proprio in questo brano la redazione passa bruscamente alla prima persona plurale: “subito cercammo” (16,10). È la prima delle tre cosiddette “sezioni noi” degli Atti (la seconda, in 20,5-15 + 21,1-18; la terza da 27,1 fino a 28,16) nelle quali il lettore non è messo in grado di identificare colui che ora si esprime includendosi nella narrazione.

Senza entrare nella complessa questione[48], possiamo limitarci a dire che, a differenza dall’autore del resto del libro, che si serve di questa sorta di “diari di viaggio”, probabilmente l’autore di queste sezioni è un testimone oculare accompagnatore di Paolo. Accettando invece l’ipotesi tradizionale – per la quale è lo stesso Luca a scrivere anche queste sezioni, magari utilizzando appunti scritti a quel tempo – bisognerebbe ammettere che a quel punto del viaggio, salpando da Troade verso la Macedonia (si passa dunque dall’Asia all’Europa), ai tre (Paolo, Sila e Timoteo) si era aggiunto anche Luca.

 

Ecco allora gli antefatti dell’incontro con Lidia. Passando per la Samotracia e Neapoli, il gruppo missionario giunge a Filippi, colonia romana[49]. Dopo alcuni giorni – dice il narratore (16,13a) – “di sabato uscimmo fuori della porta [della città], lungo il fiume, dove ritenevamo fosse la preghiera” (th/| te h`me,ra| tw/n sabba,twn evxh,lqomen e;xw th/j pu,lhj para. potamo.n ou- evnomi,zomen proseuch.n ei=nai).

Già questi elementi indicano che nella città romana c’erano dei giudei o dei seguaci della religione giudaica (simpatizzanti, proseliti e timorati di Dio)[50]; e il fatto che cercassero un luogo un po’ in disparte dove fare la preghiera di sabato (vicino al fiume – il piccolo Gangite, a un paio di Km a ovest della città - probabilmente l’acqua serviva per il rituale delle abluzioni), lascia intendere che non c’era una sinagoga nella città[51]. Per metonimia, proseuch. (preghiera) può indicare anche il luogo dove si svolgeva l’incontro di preghiera (cf. 16,16). Flavio Giuseppe annota che un decreto di Alicarnasso autorizzava i giudei a “fare le loro preghiere (proseuca.j) sulla riva del mare, secondo l’uso dei loro padri” (Ant. XIV 10,23)[52].

V. 13b: “Ci mettemmo a sedere e parlammo alle donne che vi erano radunate” (kai. kaqi,santej evlalou/men tai/j sunelqou,saij gunaixi,n). L’uso del verbo sune,rcomai (“convenire”, radunarsi) mette in evidenza che non si tratta di un incontro casuale, ma un convenire deliberato e comunitario (cf. Lc 5,15; At 2,6.11; 10,45; 1Cor 11,17-34; ecc.): queste donne si sono raccolte in assemblea per fare la preghiera, probabilmente hanno preso da sole l’iniziativa, senza il concorso di uomini (fatto unico in tutto il NT).

Ciò che è casuale è l’incontro con Paolo e i suoi compagni.

Le azioni del sedersi e iniziare a parlare (kaqi,zw e lale,w), sono tipiche giudaiche del modo di comunicare un insegnamento, sia nelle sinagoghe che all’aperto (cf. Lc 4,20-21; 5,3; At 13,14-15; Mt 5,1-2; ecc.); l’essere radunati in un luogo con un intento religioso, seduti e parlare indica dunque un contesto di insegnamento, di interpretazione e di predicazione della Scrittura[53]. L’imperfetto segnala un’azione continuativa e ripetuta, il plurale “parlavamo” indica che non è Paolo soltanto a prendere la parola, ma anche i suoi compagni; e c’è da immaginarsi che le donne non siano rimaste sempre in silenzio (come avrebbero potuto Paolo e compagni infatti rendersi conto che esse comprendevano la loro lingua e che erano interessate a quell’insegnamento?).

 

Il v. 14a ci presenta la figura principale della scena: “E una donna di nome Lidia, commerciante di porpora della città di Tiatira, timorata di Dio, stava ad ascoltare” (kai, tij gunh. ovno,mati Ludi,a( porfuro,pwlij po,lewj Quatei,rwn sebome,nh to.n qeo,n( h;kouen).

Il nome Lidia originariamente designava un abitante della regione omonima (colonia della Macedonia), ma almeno a partire da Orazio (Odi I, 8, 1) era già un nome proprio di persona. La donna era di Tiatira, città rinomata per la produzione della tinta di porpora. Il fatto che fosse venditrice (e forse anche fabbricante) “fuori piazza” di questo prezioso prodotto (che amavano sfoggiare nelle corti e tra le famiglie benestanti, cf. Lc 16,19), induce a pensare che Lidia sia stata una donna indipendente economicamente, con delle persone alle sue dipendenze e capace di gestire bene l’impresa commerciale.

Essa era una “timorata [o adoratrice] di Dio” (sebome,nh to.n qeo,n). Di per sé l’espressione indica chi è devoto di Dio in senso generico; ma negli Atti indica sempre chi tra i pagani – uomo o donna – è seguace della religione dei giudei e orbita intorno alla sinagoga (i “proseliti” erano invece coloro che, provenendo dal paganesimo, erano divenuti pienamente giudei accettando la circoncisione). Secondo la narrazione degli Atti, è tra questi “timorati di Dio” che la predicazione di Paolo riscosse il maggior successo (At 13,43; 16;14; 17,4.17; 18,7; unica ricorrenza in cui si rivelano ostili a Paolo: At 13,50). A Tiatira c’era probabilmente un insediamento di giudei; è possibile che Lidia abbia conosciuto lì la religione giudaica e vi abbia aderito, divenendo così “adoratrice di Dio [dell’unico]”. Rimane ugualmente a livello di congettura se le donne che erano con lei al fiume per la preghiera fossero giudee o simpatizzanti come lei (e forse anche sue dipendenti nell’impresa commerciale?).

Al continuativo lalèin di Paolo e compagni, fa riscontro il continuativo akouein di Lidia (imperfetto, “stava ad ascoltare”), segno della sua predisposizione ad accogliere l’annuncio cristiano.

V. 14b: “Il Signore le aprì il cuore per accogliere le cose dette da Paolo” (h-j o` ku,rioj dih,noixen th.n kardi,an prose,cein toi/j laloume,noij u`po. tou/ Pau,lou). Ecco di nuovo la prospettiva teologica: è il Signore ad aprire il suo cuore alla predicazione di Paolo; solo il Signore è in grado di farlo; è significativo questo verbo tipicamente lucano, dianoi,gw (Lc 2,23; 24,31s. 45; At 7,56; 17,3; unica altra ricorrenza: Mc 7,34), da leggere con lo stesso senso che si ritrova nell’episodio dei discepoli di Emmaus: “si aprirono (dihnoi,cqhsan) i loro occhi” (Lc 24,31); “Non ardeva forse il nostro cuore quando egli, lungo la via, ci parlava e ci spiegava (dih,noigen) le Scritture?” (24,32); “Allora aprì loro la mente all' intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45). Specialmente quest’ultima frase sta in parallelo con la nostra:

At 16,14: h-j     o` ku,rioj dih,noixen th.n kardi,an prose,cein    toi/j laloume,noij u`po. tou/ Pau,louÅ

Lc 24,45: auvtw/n           dih,noixen  to.n nou/n   tou/ sunie,nai ta.j grafa,j\

In entrambi i casi è il Signore ad agire, egli apre il cuore o la mente[54], per accogliere le parole di Paolo o per comprendere le Scritture.

 

v. 15 “Dopo essere stata battezzata (lei) e la sua casa, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicato fedele al Signore, entrate a casa mia e restate(ci)». E ci costrinse.”

Il narratore, che risulta essere presente alla scena, a questo punto sintetizza e non aggiunge molti particolari; restano dunque aperte alcune domande: Lidia è stata battezzata subito, quel sabato lì al fiume, o ci sono state altre catechesi prima del battesimo?

Se facciamo riferimento a episodi simili (cf. il battesimo di Cornelio, cap. 10 o a quello dell’etiope eunuco, cap. 8,26-39) bisogna optare per un battesimo immediato; se così è stato, resta la difficoltà data dal fatto che insieme a lei viene battezzata “la sua casa” (di cui si deve quindi presupporre la presenza presso il fiume): con questo termine ovviamente è intesa tutta la cerchia di familiari, ma anche la servitù (se c’era) che apparteneva alla casa. Allo stesso tempo si deve dedurre che Lidia fungeva da capofamiglia (era vedova?).

Ma il narratore non ritiene importante fornire questi dettagli, a lui sta a cuore soprattutto mostrare come il Signore agisce attraverso la predicazione dei missionari per la diffusione della sua Parola “fino agli estremi confini”.

A questo punto l’adesione di fede di questa donna, riconosciuta da Paolo e collaboratori e confermata nel battesimo, trova anche una visibilità nel vissuto attraverso il gesto dell’ospitalità da lei generosamente offerta – anzi, quasi imposta ai missionari; e qui Paolo mostra di fare un'eccezione al suo principio di rinunciare al diritto di farsi mantenere dalle comunità[55].

Il verbo qui usato (parabia,zomai) letteralmente significa “costringere con la forza, imporre”: l’unica altra ricorrenza è significativo ritrovarla nell’episodio dei discepoli di Emmaus: “essi lo costrinsero (parebia,santo), dicendo: «Resta con noi, perché si fa sera ed il sole ormai tramonta». Ed egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29).

Come emerge chiaramente, ci sono diversi paralleli tra i due racconti, che permettono di rintracciare la visione teologica che pervade il progetto Vangelo-Atti: l’azione di Cristo risorto continua nell’azione dei testimoni del risorto.

Ad essi – in questo caso Paolo e collaboratori - Lidia apre le porte della sua casa, così come il Signore aveva aperto il suo cuore alle parole di Paolo.

 

L’uomo macedone (avnh.r Makedw,n) della visione si è rivelato in realtà… una donna! Anzi, un gruppo di donne… una casa che, grazie all’adesione di fede di Lidia, va a costituire il nucleo iniziale di una comunità gloriosa, quella dei filippesi, una comunità che più delle altre darà a Paolo gioia e collaborazione[56]. Inoltre Lidia resta la prima persona in Europa di cui veniamo a sapere che, ascoltando la predicazione dell'Apostolo, accoglie il vangelo e si fa battezzare.

Il battesimo di una donna – non in quanto moglie di qualcun’altro che si fa battezzare “con la sua casa” - è a sua volta la dimostrazione che si sono infrante le divisioni e discriminazioni che impedivano alle donne di entrare in una condizione di uguaglianza con gli uomini; il superamento della circoncisione – dagli ebrei ritenuta indispensabile per entrare a far parte del popolo dei salvati – attraverso il battesimo di tutti i credenti in Cristo, annullava non soltanto il “muro di divisione” tra giudei e non (cf. Ef 2,14), tra schiavi e liberi, ma anche quello della discriminazione in base al sesso. Difficilmente oggi possiamo immaginare l’impatto che questa “buona notizia-novità” deve aver avuto nella vita sociale e religiosa delle persone che a quel tempo abbracciarono la fede cristiana.

 

È valsa dunque la pena di seguire l’ispirazione divina di venire a Filippi: l’adesione alla fede di questa donna – che nell'ottica lucana ha significative analogie con i discepoli di Emmaus - la rende punto di riferimento per la nascente comunità, e la sua casa diviene chiesa domestica (16,40). La sua storia – di cui siamo venuti a conoscenza tramite il racconto degli Atti – negli intenti del narratore vuole essere anche un paradigma per tutte quelle donne che con il loro coraggio, la loro generosità e impegno missionario hanno reso possibile quella diffusione della Parola di Dio che ha fatto la chiesa.

 

 

 

Conclusione

 

Da questa breve indagine si può trarre un quadro per il quale è praticamente impossibile tacciare Paolo di misoginia o di discriminazione nei confronti della donna. I dati che riguardano la presenza e il ruolo delle donne nella chiesa delle origini, pur non essendo molto abbondanti, costituiscono una chiara attestazione dell’applicazione del principio fondamentale di uguaglianza nella dignità e nella responsabilità missionaria; questo lo si deduce non soltanto dalle affermazioni sulle donne che si trovano sparse in alcuni suoi scritti, ma soprattutto dalla sua prassi, così come emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli. Rispetto all’ambiente e alle varie culture a lui contemporanee (greco-romana e giudaica) su questo punto Paolo non va annoverato tra i conservatori, ma tra gli innovatori coraggiosi: senza rischio di esagerare si può considerare Paolo il più grande araldo della nuova legge di libertà costituita dal Vangelo di Gesù Cristo, in cui è iscritto anche il paragrafo importante del pieno riconoscimento dei diritti alla donna, nella società e nella chiesa.

 

Un’interpretazione fondata sul pregiudizio di una mentalità maschilista e incapace di cogliere la portata liberatrice della Parola di Dio - e reiterata nel corso dei secoli - ha spinto tanti cristiani autorevoli a discriminare la donna nella famiglia e nella chiesa, causando direttamente la sua marginalizzazione nella società di matrice cristiana.

Grazie a Dio, anche il magistero ufficiale ultimamente ha iniziato a riconoscere questa responsabilità, facendone ammenda, ed invitando tutta la chiesa a cambiare mentalità:

 

Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all'ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio, ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall'atteggiamento stesso di Cristo.

Giovanni Paolo II, Lettera alle donne (29 giugno 1995)[57]

 

© Pino Pulcinelli - Roma 2004

 

[1] Alcune opere di riferimento in italiano:

E. Schüssler Fiorenza, In memoria di lei: Una ricostruzione femminista delle origini cristiane, Claudiana, Torino 1990 (orig. ingl. 1983); C.S. Keener, “Uomo e donna”, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, a cura di G.F. Hawthorne; R.P. Martin; D.G. Reid; ed. ital. a cura di R. Penna, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1999; pp. 1576-1592; B. Byrne, Paolo e la donna cristiana, ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1991 (orig. ingl. 1989). Per il quadro storico-sociale: E.W. Stegemann e W. Stegemann, Storia sociale del cristianesimo primitivo: Gli inizi nel giudaismo e le comunità cristiane nel mondo mediterraneo , EDB, Bologna 1998 (orig. ted. 1995); pp. 605-687.

Altri studi per approfondire:

G. Dautzenberg, “Zur Stellung der Frauen in den paulinischen Gemeinden”, in: Die Frau im Urchristentum, QD 95; ed. G. Dautzenberg et al.; Herder, Freiburg 1983, 182-224; S. Heine, Frauen der frühen Christenheit: zur historischen Kritik einer feministischen Theologie, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1986 (trad. ingl. 1987); C.S. Keener, Paul, Women and Wives: Marriage and Women's Ministry in the letters of Paul, Hendrickson, Peabody (MA) 1992; N. Baumert, Frau und Mann bei Paulus: Überwindung eines Missverständnisses, Echter, Würzburg 1992 (trad. Ingl. 1996); F.M. Gillman, Women who knew Paul, The Liturgical Press, Collegeville, MINN 1992; K.A. Gerberding, "Women Who Toil in Ministry", Cur TM 18 (1991) 285-291; P. Trebilco, "Women as Co-workers and Leaders in Paul's Letters", JCBRF 122 (1990) 27-36; J.-Y. Thériault, "La famme chrétienne dans les textes pauliniens", ScEs 37 (1985) 297-317; B. Witherington, Women in the Earliest Churches, University Press, Cambridge 1988.

Riguardo all’approccio femminista nell’esegesi biblica, cf. Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1993, pp. 59-62; “Numerosi sono i contributi positivi provenienti dall’esegesi femminista. Le donne hanno preso così una parte più attiva nella ricerca esegetica; sono riuscite a percepire, spesso meglio degli uomini, la presenza, il significato e il ruolo della donna nella Bibbia, nella storia delle origini cristiane e nella Chiesa. ... La sensibilità femminile porta a svelare e a correggere alcune interpretazioni correnti, che erano tendenziose e miravano a giustificare il dominio dell’uomo sulla donna” (p. 61).

Per una opinione ragionata sul contributo dell’esegesi femminista, cf. M. Perroni, “Lettura femminile ed ermeneutica femminista del NT; uno status quaestionis”, RivBiblIt 41 (1993) 315-339; Id., Una valutazione dell’esegesi femminista: verso un senso critico integrale”, StPatav 43 (1996) 67-92 (dove si prende in esame soprattutto il testo di Lc 10,38-42).

[2] E. Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, cit., p. 191-192. Sarebbero tanti gli esempi che si potrebbero portare per mostrare il punto di vista maschile-patriarcale che emerge da tante pagine della Scrittura, sia dell’AT che nel NT; basti pensare a Sir 25,12ss dove si descrive a tinte piuttosto forti la donna malvagia; o alla nota del narratore alla moltiplicazione dei pani (Gv 6,10): “Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini (a;ndrej)”; oppure all’episodio dell’adultera (Gv 8,3s): perché nessuno si chiede che fine ha fatto l’adultero? E ancora, al modo di tradurre servilmente i testi sempre con il pronome maschile – singolare o plurale – quando chiaramente il senso è inclusivo (“padri”; “figli”; “fratelli”... e le madri? le figlie? le sorelle?); non dimentichiamo che gli autori umani della Bibbia sono esclusivamente di sesso maschile! E gli interpreti della Scrittura – almeno fino a qualche decennio fa - idem!

[3] Che naturalmente restano a far parte del canone neotestamentario e per molti cristiani continueranno ad essere considerate "paoline". Occorre però distinguere da questo materiale "post-paolino" i testi che hanno sicuramente Paolo come autore. In Ef e Col si trovano i testi che parlano della sottomissione della moglie al marito (Ef 5,22; Col 3,18); in 1Tm 2,11-15 si trova il testo più forte nella “limitazione di spazio” alle donne: si mette insieme silenzio e sottomissione; in vari altri brani delle Pastorali, ad esempio in 2Tm 3,6-7 si usano parole offensive per stigmatizzare certe donne con comportamento riprovevole; in Tt 2,3-5 si tratta di avvertimenti e limitazioni nel loro campo d’azione; ecc..

[4] Su questi due testi e per uno status quaestionis su vari aspetti del tema “Paolo e la donna”, vedi il recente e approfondito studio di G. Biguzzi, Velo e silenzio: Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-36, EDB, Bologna 2001 (bibliografia: pp. 159-171). Si vedano inoltre i commentari alla 1Cor di C.K. Barrett, La prima lettera ai Corinzi, EDB, Bologna 1979 (orig. ingl. ’68); G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinti, EDB, Bologna 1995; W. Schrage, Der erste Brief an die Korinther, 3 volls., (EKK VII, 1-3) Neukirchener Verlag, Zürich-Neukirchen-Vluyn 1991-1995-1999 (su 1Cor 11,2-16 il II vol. [1Kor 6,12-11,16] pp. 487-541).

[5] Per questo secondo brano trova sempre più sostenitori l’ipotesi che si tratti di una interpolazione (l’indizio che più viene segnalato è quello di una diversa collocazione di questi versetti in vari manoscritti antichi); Schrage ne è talmente sicuro che addirittura mette in appendice il commento dei vv. 33-34, cf. Schrage, Korinther, cit., III vol. (1Kor 11,17-14,40) pp. 479-501; Cf. anche Barbaglio, La prima lettera ai Corinti, cit., p. 732; 764-768.

Per il primo brano invece i pochi fautori dell’ipotesi non si possono avvalere di argomenti di critica testuale.

[6] Almeno nella metà dei casi, nei titoli nelle Bibbie e nei commentari si usa il termine “velo”: in realtà nel brano non ricorre mai il termine specifico (cf. invece ka,lumma, che ricorre le uniche quattro volte in tutto il NT in 2Cor 3,13-16; c’è un sinonimo in 1Cor 11,15: peribo,laion); si tratta quindi già di un’interpretazione suggerita dall’aggettivo avkatakalu,ptoj di 1Cor 11,5 (avkatakalu,ptw| th/| kefalh/| = “a capo scoperto / svelato”; e soprattutto dalla variante testuale presente in alcune versioni e testimoni patristici, “ka,lumma” al posto di “evxousi,a”).

[7] Cf. le varie traduzioni italiane: “Per questo la donna deve portare un segno di dipendenza sul capo, a motivo degli angeli” (Paoline 1985); La traduzione della CEI 1974 impiega addirittura cinque parole per tradurre evxousi,an“un segno della sua dipendenza” (la Versione CEI 1997: “un segno dell’autorità”); forse per le traduzione moderne sarebbe stato meglio dare più peso alla traduzione letterale della Volgata: “ideo debet mulier potestatem habere supra caput propter angelos”. Tralasciamo la questione degli angeli, dato che non interessa direttamente per il nostro scopo.

[8] Rimandiamo allo studio di Biguzzi, cit., pp. 42-48.

[9] Così ad esempio G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinti, cit., p. 530; e lo stesso Biguzzi, cit., p. 46.

[10] Sulla posizione della donna nel mondo antico, cf. S.E. Kraemer, “Women in the Religions of the Greco-Roman World”, RSR 9 (1983) 127-139; e soprattutto E.W. Stegemann e W. Stegemann, Storia sociale del cristianesimo primitivo, cit., pp. 605-687.

Qualche eccezione è rappresentata da alcuni culti misterici  giunti dal vicino Oriente, da alcune scuole filosofiche che almeno in teoria sostenevano l’uguaglianza tra la donna e l’uomo; cf. per questo e sul mito dell’androgino, W.A. Meeks, “Image of the Androgyne” HR 13 (1974) 165-208, citato da Byrne, cit., p. 27.

[11] Per questa ipotesi cf. Biguzzi, cit., pp. 121-127.

[12] Id., pp. 142-152.

[13] Per dei commentari a Gal cf. A. Pitta, Lettera ai Galati, EDB Bologna 1996 (su 3,28 pp. 224-230); A. Vanhoye, Lettera ai Galati, Paoline, Milano 2000 (su 3,28 pp. 99-103); R.N. Longenecker, Galatians, Word Books, Dallas – Texas 1998.

[14] Propende per la provenienza prepaolina di questi binomi Byrne, cit., p. 26 (ivi ulteriore bibliografia); per l'origine paolina invece, Pitta, Galati, cit. p. 226.229.

[15] La costruzione del terzo binomio con kai. invece di ouvde. – che non implica una variazione di significato - avvalora l'ipotesi della citazione implicita di LXX Gen 1,27 (a;rsen kai. qh/lu evpoi,hsen auvtou,j); così anche Pitta, Galati, cit. p. 229; Vanhoye, Galati, cit., p. 101.

[16] Per avere un confronto al negativo, si può citare la preghiera che l’ebreo recitava tre volte al giorno: “Ti ringrazio che non mi hai fatto pagano / che non mi hai fatto donna / che non mi hai fatto ignorante”; Queste tre beáraµkoÆt sono attribuite a R. Judah ben Elai (circa 150 d.C.) in t. Ber. 7.18 e j. Ber. 13b, oppure a R. Meier (suo contemporaneo) in b. Menahi. 43b. Ma anche nel mondo Greco esistevano analoghe espressioni di “gratitudine”, ad es.: “che sono nato un essere umano e non una bestia, uomo e non donna, greco e non barbaro”, attribuite a Talete e a Socrate in Diogene Laerzio,  Vitae Philosophorum 1,33; a Platone nel Marius di Plutarco (46,1); cf. R.N. Longenecker, Galatians, cit., ad loc..

[17] Naturalmente il tema dell’imparzialità e dell’uguaglianza di dignità emerge già dalla predicazione e dalla prassi di Gesù stesso; per un approfondimento di questo argomento cf. J. Moloney, Woman: First Among the Faithful, Collins Dove, Melbourne 1984 (specialmente alle pp. 8-25); ed anche Schüssler-Fiorenza, In Memoria di lei, cit., pp. 125-228.

[18] Ad esempio riconoscendo alla donna uguale diritto a ripudiare il coniuge, v. 13.

[19] Altre ricorrenze di questi binomi: 1Cor 12,12-13; Col 3,11.

[20] Cf. W. Cotter, "Women's Authority Roles in Paul's Churches: Countercultural or Conventional”, NT 36 (1994) 350-372; ritiene che delle 13 donne menzionate da Paolo, almeno 6 devono aver avuto ruoli da leader, cf. nota 2, p. 350.

[21] Cf. R. Penna, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, Città Nuova, Roma 2002, p. 171. Forse Apfia era la moglie di Filemone? È probabile comunque che condividesse con gli altri due destinatari un ruolo di guida nella comunità che si radunava nella sua casa.

[22] A favore dell’appartenenza di questo capitolo finale all’originaria lettera scritta da Paolo ai Romani, ultimamente anche R. Penna, “Note sull’ipotesi efesina di Rom 16”, in: Atti del VIII Simposio di Efeso su S. Giovanni Apostolo, a cura di L. Padovese, "Turchia: la Chiesa e la sua storia" XV, Pont. Ateneo Antoniano, Roma 2001, 109-114.

[23] Per il ruolo delle donne nella chiesa delle origini a partire da Rm 16, cf. S. Schreiber, "Arbeit mit der Gemeinde (Rom 16,6.12). Zur versunkenen Möglichkeit der Gemeindeleitung durch Frauen", in NTS 46 (2000) 204-226; Cf. F.M. Gillman, Women Who Knew Paul, Wilmington 1989; E. Schüssler Fiorenza, “Missionaries, Apostles, Coworkers: Romans 16 and the Reconstruction of Women’s Early Christian History”, WW 6 (1986) 420–33; P. Richardson, “From Apostles to Virgins: Romans 16 and the Roles of Women in the Early Church.” TJT 2 (1986) 232–61.

Per ultimo segnalo la recentissima pubblicazione di C. Marcheselli Casale, “Uno spaccato originale nella chiesa delle origini. Rm 16,1-2.3-16”, in: La Lettera ai Romani. Esegesi e Teologia, a cura di V. Scippa, Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. S.Tommaso d’Aquino, Napoli 2003, pp. 111-136 (con ulteriore bibliografia); di questo interessante studio condivido ampiamente sia la metodologia che le tesi di fondo (il rivelante ruolo ecclesiale delle donne nella chiesa delle origini, che emerge in particolare nelle figure di Febe e Giunia); l’ho avuta tra le mani soltanto nella fase di revisione di bozze del presente articolo, e quindi non ho potuto utilizzarla più ampiamente.

[24] Non ci soffermiamo a parlare dell'importante figura di Prisca/Priscilla (in quanto si tratterebbe del campo specifico delle coppie impegnate nell’evangelizzazione): basterebbe il suo esempio di coadiutrice di Paolo e di maestra nella fede addirittura di un apostolo come Apollo (assieme a suo marito Aquila, cf. At 18,26) per fornire un solido argomento contro l’interpretazione restrittiva del mulieres taceant. Tuttavia non va lasciato cadere il fatto "anormale" – e perciò ancor più significativo - che delle sei ricorrenze totali nel NT di "Prisca/Priscilla", ben quattro volte è anteposta a quella di Aquila suo marito (Rm 16,3; At 18,18.26; 2Tm 4,19; è al secondo posto in 1Cor 16,19 e in At 18,2): chiaro segno della preminenza e della celebrità di questa donna nella chiesa delle origini.

[25] Si registra ancora qualche voce contraria, cf. M. H. BuberD. B. Wallace, “Was Junia really an Apostle? A Re-examination of Rm 16,7”, NTS 47 (2001) 76-91; la maggioranza degli studiosi tuttavia, a ragion veduta, sostiene l’interpretazione femminile; tra gli altri, cf. J.D.G. Dunn, Romans 9-16, Dallas, Texas, Word Books 1998, ad loc.; J.A. Fitzmyer, Romans, Doubleday, New York 1993, p. 737-738 (trad it. Piemme, Casale Monferrato 1999). Anche i copisti, probabilmente presi dal dubbio che Paolo potesse attribuire ad una donna il nome di apostolo, corressero a volte con il maschile “Junianus”. Cf. inoltre B.J. Brooten, “ ‘Junia … Outstanding among the Apostles’ (Romans 16:7)”, In Women Priests, ed. L. and A. Swidler, Paulist, New York 1977, pp. 141-144; R.S. Cervin, “A note regarding the Name «Junia(s)» in Romans 16.7”, NTS 40 (1994) 464-470; J. Thorley, “Junia, a Woman Apostle”, NT 38 (1996) 18-29.

[26] S. Schreiber, sostiene che il verbo kopia,w (usato in Rm 16 per quattro donne), indichi non soltanto attività apostoliche generiche, ma un ruolo nella guida carismatica della comunità; cf. Id., “Arbeit mit der Gemeinde”, cit., p. 204. 209. 224.

[27] Cf. P. Ketter, “Die Frau im Dienste der kirchlichen Gemeinde zur Zeit der Apostel”, Theologisch-praktische Quartalschrift 88 (1935) 36-52; 262-268; p. 49 (“Die herrlichste Ehrenurkunde für das Apostolat der Frau in der Urkirche”); citato in Biguzzi, cit., p. 134, nota 131. Ancora più deciso J.D.G. Dunn: “Per quanto riguarda il ministero femminile nelle chiese paoline la posizione non potrebbe essere più chiara. Le donne prevalgono nel ministero. Basta prendere il capitolo finale [di Rm], i dati parlano da soli”; Id., La teologia dell'apostolo Paolo, Paideia, Brescia 1999,  p. 568-569.

[28] R. Jewett, “Paul, Phoebe and the Spanish Mission”, in The Social World of Formative Christianity and Judaism: Essays in Tribute to Howard Clark Kee, ed. J. Neusner et al., Philadelphia 1988, pp. 142–61; E.J. Goodspeed, “Phoebe’s Letter of Introduction” HTR 44  (1951) 55–57; M. Ernst, “Die Funktion der Phoebe (Röm 16,1f.) in der Gemeinde von Kenkrai”, Protokolle zur Bibel 1 (1992) 135-147. C.F. Whelan, “Amica Pauli: The Role of Phoebe in the Early Church”, JSNT 49 (1993) 67-85.

[29] Il nome Febe è preso dalla mitologia greca; era un Titana figlia di Urano e Gaia; significa “splendente, luminosa”; si deduce che questa donna era quindi di origine pagana.

[30] Notizie in Strabone, 8.335, 369.

[31] Cf. 2Cor 8,16-24; Fil 2,25-30; Fm 8-20; Per quanto riguarda la figura del latore delle lettere paoline, cf. A. Pitta, Il paradosso della Croce. Saggi di teologia paolina, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1998, p. 25. Nel suo commento a Romani, Pitta suppone che in quanto latrice della lettera, a lei Paolo affida il compito di spiegarne il complesso contenuto; cf. Id. Lettera ai Romani, Paoline, Milano 2001, p. 514-515.

[32] pra/gma (16,2) è normalmente un termine generale (“compito, affare, faccenda”); ma si trova anche nel senso più specifico di “causa legale, processo”, come testimoniato da alcuni papiri ed anche da 1Cor 6,1.

[33] Delle 16 volte che ricorre nel NT (frequente invece nella LXX, 44 volte), 14 volte si trova nelle lettere paoline (Rm 3,5; 5,8; 16,1; 2Cor 3,1; 4,2; 5,12; 6,4; 7,11; 10,12.18; 12,11; Gal 2,18; Col 1,17; Lc 9,32; 2Pt 3,5); nel senso di “raccomandare qualcuno ad un altro” è attestato nella letteratura antica extrabiblica ed anche in 2Mac 9,25; in 2Cor 3,1 Paolo accenna alla pratica di scrivere lettere di raccomandazione.

[34] Cf. J.D.G. Dunn, Romans 9-16, cit. ad loc.; per altre ricorrenze del termine tecnico nel NT, cf. 1Cor 7,15; 9,5; Fm 2; Gc 2,15.

[35] Cf. H. W. Beyer, Diakonos, in GLNT II, 969-984; K. Romaniuk, “Was Phoebe in Romans 16,1 a Deaconess?”, ZNW 81 (1990) 132-134; G. Lohfink, “Weibliche Diakone im Neuen Testament“, Diakonia 11 (1980) 385–400; più in generale sui ministeri nel NT: K. Kertelge, Gemeinde und Amt im Neuen Testament, München, Kösel 1972; C.K. Barrett, Church, Ministry and Sacraments in the New Testament, Exeter, Paternoster Press, 1985; H. Hauser, L'église à l'âge apostolique: Structure et évolution des ministères, (Lectio divina 164) Cerf, Paris 1996; C. Perrot, Ministri e ministeri. Indagine nelle comunità cristiane del Nuovo Testamento, San Paolo, Milano 2002 (orig. fr. Paris 2000), sintesi sul ministero delle donne pp. 254-259.

[36] Ad es. in Costitutiones Apostolicae 3.7; Epifanio nel Panarion (376) precisa che esse non esercitano un ministero presbiterale, ma assistono nel battesimo delle donne. In epoca patristica le diaconesse erano “semplici cooperatrici che si occupavano prevalentemente dell’istruzione delle giovani e delle opere di carità”, cf. Byrne, cit., 106.

[37] Anche il genitivo oggettivo, “della chiesa di Cencre”, parla a favore di una funzione ben determinata e riconosciuta all’interno di quella comunità; non si tratta dunque di un servizio generico.

[38] Così traduce ad es. anche J.A. Fitzmyer, Romans, cit., p. 728.

[39] Cf. C. Marcheselli-Casale, Le Lettere Pastorali. Le due Lettere a Timoteo e la Lettera a Tito, EDB, Bologna 1995, l’excursus: Un ufficio di diaconessa nel NT? (1Tm 3,11), pp. 251-254.

[40] Attestazioni in età apostolica le troviamo in Ignazio d’Antiochia, Efesini 2,1; Magnesi 6.1.

[41] Cf. Filone, Virt. 155; Giuseppe Flavio, Ant. 14.157; ecc.

[42] Per la papirologia cf. O. Montevecchi, “Phoebe prostatis (Rom. 16,2)”, Miscellània papirologiga Ramon Roca-Puig en el seu vuitantè aniversari, ed. S. Janeras (Barcelona: Fund. S. Vives Casajuana, 1987) 205-16; M. Zappella, “A proposito di Febe prosta,tij (Rm 16,2)”, RivBib 37 (1989) 167-171.

[43] Così propone di tradurre R.R. Schulz, “A Case for ‘President’ Phoebe in Roman 12:2”, LTJ 24 (1990) 124-127.

[44] Per i titoli di avrcisuna,gwgoj o gumnasi,arcoj, attribuiti ad una donna, cf. B. Brooten, Women Leader in Ancient Synagogues, Chico, CA, Scholars, 1982 (specialmente cap. I).

[45] Oltre ai commentari agli Atti (cf. J.A. Fitzmyer, Gli Atti degli Apostoli, Queriniana, Brescia 2003; G. Rossé, Atti degli Apostoli, Città Nuova, Roma 1998), cf. I. Richter Reimer, “Lydia and Her House”, in: Id., Woman in the Acts of the Apostles. A Feminist Liberation Perspective, Fortress Press, Minneapolis 1995 (orig. ted. 1992), pp. 71-132 ; a livello di buona divulgazione, cf. R. Chiarazzo, “Lidia e la sua casa. E il Signore le aprì il cuore”, Rogate 1 (2002) 21-26.

[46] Un saggio della diversa prospettiva con cui si leggono gli stessi eventi lo si può facilmente avere leggendo At 15,1-29 e Gal 2,1-10, dove si tratta dell’assemblea di Gerusalemme.

[47] Cf. M. Perroni, Il discepolato delle donne nel Vangelo di Luca: Un contributo all'ecclesiologia neotestamentaria, Pontificio Ateneo S.Anselmo, Roma 1995.

[48] Per uno status quaestionis cf. la buona sintesi in G. Rossé, Atti, cit., pp. 50-63.

[49] Il nome viene da Filippo II, padre di Alessandro Magno; non aveva una popolazione numerosissima; la sua importanza le derivava dalla posizione strategica sulla via Egnatia. Divenuta colonia romana dal 42 a.C., godeva dello Jus Italicum (autoamministrazione e immunità da tasse di proprietà), era dunque in tutto una città romana.

[50] Per uno studio aggiornato di queste figure, cf. B. Wander, Timorati di Dio e simpatizzanti: studio sull'ambiente pagano delle sinagoghe della diaspora, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2002.

[51] Forse perché erano pochi i giudei presenti a Filippi, non sufficienti a formare il quorum per una sinagoga? O si radunavano fuori perché erano discriminati dalle autorità?

[52] Per uno studio approfondito della questione se la parola proseuch. indica una sinagoga o un luogo di preghiera all’aperto, cf. I. Richter Reimer, “Lydia...”, cit., p. 79-92.

[53] Così I. Richter Reimer, “Lydia...”, p. 77.

[54] Nella prospettiva dell’antropologia semitica non c’è una grande differenza di senso tra i due termini. Nella LXX nou/j ("mente") è raro; È usato 6 volte per tradurre l’ebraico leb-lebab ("cuore").

[55] Paolo è sempre stato contrario a ricevere per sé aiuti materiali o compensi dalle comunità che andava evangelizzando:  cf. 1Cor 9,4.6-18, 2Cor 7,2; 11,7-10 (qui fa riferimento all'aiuto ricevuto dai "fratelli giunti dalla Macedonia"); in Fil 4,15-16 abbiamo la conferma di questa eccezione ("Proprio voi, Filippesi, sapete che all'inizio dell'evangelizzazione, quando lasciai la Macedonia, nessuna chiesa aprì un conto con me di dare e di ricevere, eccetto voi soli, e che una o due volte, mentre ero a Tessalonica, avete provveduto alle mie necessità"); anche gli Atti degli Apostoli attestano questo principio: cf. At 18,3; 20,34 ("Voi sapete che alle mie necessità e a quelle di coloro che erano con me hanno provveduto queste mie mani").

[56] Resta tuttavia la domanda: perché Paolo scrivendo ai Fil a distanza di alcuni anni da questo episodio non menziona Lidia? Forse aveva già lasciato Filippi? (così Penna, Filippesi, cit., p. 128) O era morta nel frattempo? Comunque è abbastanza probabile che le due donne menzionate nella lettera, Evodia e Sintiche (Fil 4,2-3) facessero parte dell’entourage di Lidia, che frequentassero quella che era stata la sua casa, ormai stabilmente divenuta chiesa domestica.

 

[57] Già nella Mulieris Dignitatem (1988) il Papa aveva coraggiosamente “corretto” un’interpretazione androcentrica e discriminatoria della Genesi e delle lettere paoline (cf. MD 9. 24).

Sulla missione profetica e di predicazione del vangelo, cui la donne partecipano alla pari con gli uomini, cf. Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, Giovedì Santo 1995 (25 marzo 1995, punto 6).

L’invito appassionato a cambiare mentalità emerge soprattutto da queste parole del Papa: “Faccio oggi appello all’intera comunità ecclesiale, perché voglia favorire in ogni modo, nella sua vita interna, la partecipazione femminile... le donne partecipino alla vita della Chiesa senza alcuna discriminazione, anche nelle consultazioni e nell’elaborazione delle decisioni. È questa la strada che va percorsa con coraggio. In gran parte si tratta di valorizzare pienamente gli ampi spazi che la legge della Chiesa riconosce alla presenza laicale e femminile: penso ad esempio alla docenza teologica, alle forme consentite di ministerialità liturgica, compreso il servizio all’altare, ai consigli pastorali e amministrativi, ai sinodi diocesani e ai concili particolari, alle varie istituzioni ecclesiali, alle curie e ai tribunali ecclesiastici, a tante attività pastorali fino alle nuove forme di partecipazione nella cura delle parrocchie, in casi di penuria del clero, salvo compiti propriamente sacerdotali. Chi può immaginare quali grandi vantaggi verranno alla pastorale, quale nuova bellezza assumerà il volto della Chiesa, quando il genio femminile sarà pienamente riversato nei vari ambiti della sua vita?” (Saluto domenicale, 3 settembre 1995); sullo stesso argomento, cf. Vita consecrata, 57 (1996); Ecclesia in Europa 43 (28 giugno 2003).

Tutto questo – pur se non è il massimo – è già tanto: sarebbe un grande salto di qualità nella Chiesa se venisse recepito e messo in pratica!

11.  Sulla figura di Gesù le lascio le sue opinioni, invitandola alla ricerca. Su Pio XII ho scritto qualcosa che può valutare e che è stato pubblicato: http://cronologia.leonardo.it/storia/a1943o.htm. Sugli altri, non la penso come lei sul frate di Pietrelcina, mentre per il resto trovo plausibili le sue affermazioni.

12. E quando parla della Geenna (per intenderci, la valle isolata sul lato sud del tempio di Gerusalemme, tradizionalmente intesa come la valle dell’inferno da mussulmani ed ebrei, mentre il torrente Cedron e la valle di Giosafat è intesa come la valle della resurrezione e del giudizio finale).

13. Domanda : il Dogma della Trinità lo trova nel Vangelo di Giovanni, non è inventato di sana pianta da Costantino : è poi dogma da Dio democratico (3 persone uguali...) e non da Dio imperatore (come poi effettivamente l’Oriente definì all’interno della Trinità il Monarchianesimo). Conveniva all’impertatore?

14. No comment sulla Rota Romana...

15. Ricordo una visita drammatica di Giovanni Paolo II a Sarajevo, che nessuno voleva : ecco le parole “ipocrite” pronunciate quel giorno : Durante questo periodo, il nome di questa città non ha cessato di occupare le pagine della cronaca e di essere tema di interventi politici da parte di capi delle nazioni, di strateghi e di generali. Il mondo intero ha continuato a parlare di Sarajevo in termini storici, politici, militari. Anche il Papa non ha mancato di levare la sua voce su tale tragica guerra e più volte e in diverse circostanze ha avuto sulle labbra e sempre nel cuore il nome di questa città. Già da alcuni anni egli desiderava ardentemente di poter venire di persona tra voi. Oggi finalmente il desiderio s'è avverato. Sia ringraziato il Signore! La parola con cui vi porgo il mio saluto affettuoso è la stessa che Cristo rivolse, dopo la risurrezione, ai discepoli: "Pace a voi" (Lc 24,26). Pace a voi, uomini e donne di Sarajevo! Pace a voi, abitanti della Bosnia ed Erzegovina! Pace a voi, Fratelli e Sorelle di questa amata terra!... La pace che Gesù dona ai suoi discepoli non è quella imposta dai vincitori ai vinti, dai più forti ai più deboli. Essa non trova la sua legittimazione sulla punta delle armi, ma, al contrario, nasce dall'amore. Amore di Dio per l'uomo e amore dell'uomo per l'uomo. Risuona forte oggi il comando di Dio: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore... amerai il prossimo tuo come te stesso" (Dt 6,5; Lv 19,18). Su questi saldi presupposti si può consolidare ed edificare la pace raggiunta. E "beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9).Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, hai un avvocato presso Dio, Gesù Cristo giusto! Come servitore del Vangelo, il Papa, in unione con i Pastori della Bosnia ed Erzegovina e con tutta la Chiesa, vuole svelare una dimensione ancora più profonda che si cela nella realtà della vita di questa regione, della quale il mondo intero si occupa da anni. Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, la tua storia, le tue sofferenze, le esperienze dei trascorsi anni di guerra, che speriamo non tornino mai più, hanno un avvocato presso Dio: Gesù Cristo, il solo Giusto. In Lui, hanno un avvocato presso Dio i tanti morti, le cui tombe si sono moltiplicate su questa terra; coloro che sono rimpianti dalle madri, dalle vedove, dai figli rimasti orfani. Chi altro può essere, presso Dio, avvocato di tutte queste sofferenze e di tutte queste prove? Chi altro può leggere fino in fondo questa pagina della tua storia, Sarajevo? Chi può leggere fino in fondo questa pagina della vostra storia, nazioni balcaniche, e della tua storia, Europa? Non si può dimenticare che Sarajevo è diventata simbolo della sofferenza di tutta l'Europa in questo secolo. Essa lo è stata all'inizio del Novecento, quando la prima guerra mondiale ebbe qui il suo inizio; lo è stata in un modo differente la seconda volta, quando il conflitto si è consumato totalmente in questa regione. L'Europa vi ha preso parte come testimone. Ma dobbiamo domandarci: testimone sempre pienamente responsabile? Non si può eludere questa domanda. Occorre che gli statisti, i politici, i militari, gli studiosi e gli uomini della cultura cerchino di darvi una risposta. L'auspicio di tutti gli uomini di buona volontà è che quanto Sarajevo simboleggia rimanga confinato nell'ambito del ventesimo secolo, e non abbiano a ripetersi le sue tragedie nel millennio ormai alle porte. Per questo volgiamo lo sguardo con fiducia alla divina Provvidenza. Preghiamo il Principe della Pace, per intercessione di Maria sua Madre, così amata dai popoli dell'intera regione, perché Sarajevo diventi per tutta l'Europa un modello di convivenza e di pacifica collaborazione fra popoli di etnie e religioni diverse.Riuniti nella celebrazione del sacrificio di Cristo, non cessiamo di ringraziare te, Città così provata, e voi, Fratelli e Sorelle che abitate questa terra di Bosnia ed Erzegovina, perché in qualche modo, con il vostro sacrificio, vi siete assunti il peso di questa tremenda esperienza, nella quale tutti hanno la loro parte. A voi ripeto: Abbiamo un avvocato presso Dio, è Cristo, il solo Giusto. Davanti a te, Cristo crocifisso e risorto, si presentano oggi Sarajevo e tutta la Bosnia ed Erzegovina, con il pesante bilancio della sua storia. Tu sei il nostro grande avvocato. Questa umanità Ti invoca affinché Tu permei la dolorosa storia qui vissuta con la potenza della tua redenzione. Tu, Figlio di Dio incarnato, come Uomo cammini attraverso le vicende degli uomini e delle nazioni. Cammina attraverso la storia di questa gente e di questi popoli più strettamente legati al nome di Sarajevo, al nome della Bosnia ed Erzegovina. Carissimi Fratelli e Sorelle! Quando nel 1994 desideravo intensamente venire qui tra voi, facevo riferimento ad un pensiero che s'era rivelato straordinariamente significativo in un momento cruciale della storia europea: <<Perdoniamo e domandiamo perdono>>. Si disse allora che non era quello il tempo. Forse che quel tempo non è ormai giunto? Ritorno oggi dunque a questo pensiero e a queste parole, che voglio qui ripetere, affinché possano discendere nella coscienza di quanti sono uniti dalla dolorosa esperienza della vostra città e della vostra terra, di tutti i popoli e le nazioni dilaniate dalla guerra: <<Perdoniamo e domandiamo perdono>>. Se Cristo deve essere il nostro avvocato presso il Padre, non possiamo non pronunciare queste parole. Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione. <<Offri il perdono, ricevi la pace>>, ho ricordato nel Messaggio di quest'anno per la Giornata Mondiale della Pace; ed aggiungevo: <<Il perdono, nella sua forma più vera e più alta, è un atto d'amore gratuito>> (cfr n. 5), come lo fu la riconciliazione offerta da Dio all'uomo mediante la croce e la morte del suo Figlio incarnato, il solo Giusto. Certo, <<il perdono, lungi dall'escludere la ricerca della verità, la esige>>, perché <<presupposto essenziale del perdono e della riconciliazione è la giustizia>> (ibid.). Ma resta sempre vero che <<chiedere e donare perdono è una via profondamente degna dell'uomo>> (ibid., 4).

Sulla pena di morte . in quale punto della “legislazione vaticana” esiste? A livello legislativo abbiamo due testi : il Codice di Diritto Canonico e il Codice di Diritto Canonico delle Chiese orientali: non esiste, e può controllare, alcuna pena di morte. Il testo del Cat. Chiesa Cattolica non è legislativo, e riporta  un’opinione :

“L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo « sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti ». 177

Sull’8X1000 : la gestione è comunque documentata ogni anno con relazione contabile con allegati inviata al Parlamento, controllabili da tutti, per legge. Gli importi ammontano per il 2011 a € 1.118.677.543,49 (€ 95.156.624,73 a titolo di conguaglio per l’anno 2008 e € 1.023.520.918,76 a titolo di anticipo dell’anno 2011);

RIPARTIZIONE:
all’Istituto centrale per il sostentamento del clero: 360.800.000,00;
b) per le esigenze di culto e pastorale: 467.877.543,49 di cui:
- alle diocesi: 156 milioni;
- per l’edilizia di culto: 190 milioni (di cui 118
milioni destinati alla nuova edilizia di culto, 7 milioni destinati alla costruzione di case
canoniche nel Sud d’Italia e 65 milioni destinati alla tutela e al restauro dei beni
culturali ecclesiastici);
- al Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana: 50.077.543,49;
- ai Tribunali Ecclesiastici Regionali: 12.000.000,00;
- per esigenze di culto e pastorale di rilievo nazionale: 59.800.000,00;
c) per gli interventi caritativi: 235.000.000,00 di cui:
- alle diocesi: 105 milioni;
- per interventi nei Paesi del terzo mondo: 85 milioni;
- per esigenze caritative di rilievo nazionale: 45 milioni;
d) per accantonamento a futura destinazione per le esigenze di culto e pastorale e per
gli interventi caritativi: 55.000.000,00.
 
Non quindi 6.000 miliardi di lire... (pari a 3 milioni di euro, ma 1/3 per tutto...)
 
Pastoralmente ho avuto la sfortuna di accompagnare 3 coppie che avevano avuto fallimento con la procreazione medicalmente assistita : mi creda, è un percorso sfibrante, umiliante ed anche avvilente, soprattutto per la donna, ed un dramma se si fallisce, con la depressione alle porte... Comunque, per me meglio l’adozione che queste procedure tecniche sperzonalizzanti e disumanizzanti... poi, ognuno faccia come crede. Faccia una ricerca sui disconoscimenti di paternità: c’è la bibliografia .
 
Le scuole protestanti sostengono il creazionismo negli USA : le scuole cattoliche, all’interno dell’evoluzionismo, parlano di “disegno intelligente”, cioè un evoluzionismo finalizzato e non casuale e disordinato. Vedi Schombrun, Arcivesco di Vienna. Spero che ci sia la libertà per tutti di professare la propria fede. Le scuole confessionali vanno chiuse, quando non rispondono ai fini cattolici e sociali relative alla loro natura : sono contro i diplomifici, ed io mi sono formato fino al V scientifico nella Scuola Pubblica. Anzi, credo nella Scuola Pubblica, voglio che l’insegnamento di Religione, oggi reso inutile perché affidato non a coloro che nel settore hanno una vera laurea, ma a personale di basso profilo culturale, sia trasformato in un insegnamento laico di “Cultura religiosa” con titolo di laurea universitario, perché in una società multietnica è necessario avere i punti di riferimento culturali di tutte le religioni, in vista della promozione del dialogo interreligioso e della comprensione reciproca propedeutica ad una vera integrazione.
 
Su Pio XII le ho citato lo studio fatto.
 
Accolgo le critiche : parliamo troppo e facciamo poco.  Sulla scienza non è esattamente così come lei dice: si discute e si analizza, ma non si scarta.  La scienza ha il suo metodo, che è quello sperimentale e non può essere messo in dubbio, ma i risultati, lei mi insegna, vanno profondamente criticati, messi in discussione, verificati con grande attenzione senza trarre conclusioni affrettate e superficiali, altrimenti le teorie contengono poi aporie e contraddizioni dovute ad errori accidentali o casuali che le vanificano. Penso all’annunzio di qualche anno fa della fusione fredda. Per noi esiste un’etica della Scienza, non una scienza etica, per cui una vera scienza è quella che favorisce il progresso dell’uomo, non la sua negazione o distruzione. Se tutto è possibile, è anche vero che non tutto giova all’uomo. Penso alla ricerca sulle nuove armi di distruzione di massa, o agli esperimenti dei fisici e chimici nazisti o di Menghele ad Auschwitz, ad esempio. Se questo significa essere dogmatici, ne vado fiero.
 
Comunque, chi ricerca e comunque si pone il problema, fosse anche per dimostrarne l’assurdità, è un uomo che merita rispetto. Vi ripeto anch’io la bella frase di Don Carlo e aggiungo : “... forse Dio l’ha trovato già”.
 
Cordialmente
 
Francesco Martino (laicamente)
 
 
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