Visto che i Papi si consumano come un Big Mac, tanto vale essere chiari da subito, senza aspettare che gli ipocriti idolatri si riprendano dalla gioia dell'elezione del reazionario Benedetto XVI, dopo il dolore per la perdita di Giovanni paolo II. Una sola cosa' in questa sarabanda pagana non mi piace, il nome Benedetto assunto da questo Papa. San Benedetto è l'unico grande pensatore cristiano, una persona che ha fatto avanzare la civiltà di secoli. Questo nome, in mano a Ratzinger è un vero affronto al creatore di Ora et Labora.
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- cultura e memoria resistenti - storia - 05-04-05
Gino Candreva, 3 aprile 2005
da il Manifesto del 8.4.2005 Adriana Zarri
Anche se non è possibile riassumere in un breve intervento il pontificato di
Papa Wojtyla, uno dei papi più longevi della Storia, la cui elezione data dal
16 ottobre 1978, proviamo a trarre un sintetico bilancio.
La difficoltà è
accresciuta dal fatto che Wojtyla è stato davvero il “papa di tutti”,
anche se non nel senso evangelico del termine. E’ stato il papa di
Gianfranco Fini e di Walter Veltroni, concordi nel ringraziare il roccioso
combattente reazionario polacco per aver dato la “spallata” decisiva a
quello che ritengono di comune accordo il “male peggiore del secolo“ XX;
è stato il papa di Gorbaciov, grato per avergli dato man forte nello
sgretolamento dell’Unione Sovietica, e di Reagan; di Pinochet , di
Somoza, della Junta golpista argentina; il Papa dei vescovi
reazionari latinoamericani, riconoscenti per la repressione della “Teologia
della liberazione”; il Papa della razzista Oriana Fallaci e del pacifista
Bertinotti. Tutti chini, non per rispetto della parola di Gesù di Nazareth,
ma delle proprie convinzioni e
progetti politici. Il cinismo della comune commozione di fronte alla morte del
Papa non ne è che l’ulteriore conferma.
Wojtyla è stato il primo papa non italiano dai tempi dell’olandese Adriano
VI, morto nel 1523. Succeduto a papa Luciani, la cui morte dopo appena 33
giorni di pontificato è ancora avvolta nel mistero, si è imposto subito per
la partecipazione alla guerra fredda contro l’Unione Sovietica. L’elezione
del primo papa polacco non è stato un fulmine a ciel sereno, ma
abbondantemente sostenuta e probabilmente preparata dalla Cia e dall’Opus
Dei. Il suo anticomunismo era ampiamente conosciuto, in Polonia e
all’estero. Fin dal 1971 il futuro papa era noto per le prese di posizione
contro il regime di Varsavia ed era stato molto attivo in Polonia
nell’organizzare movimenti e associazioni di protesta. Le sue omelie vennero
perfino incriminate in base all’articolo 194 della legislazione polacca
dell’epoca. Sembrava dunque il candidato ideale ad aiutare l’imperialismo
americano che aveva individuato nella Polonia il tallone d’Achille
dell’”impero del male” sovietico. In cambio del suo sostegno l’Opus
Dei venne emancipata dalla subordinazione ai Vescovi e divenne molto più
importante nella gerarchia vaticana. Ne ha canonizzato il fondatore, il
franchista Escrivà de Balaguer, morto solo nel 1975. Il 30 dicembre
1982 il Wall Street Journal scriveva:
“L’alleanza è del tutto naturale perché l’Opus Dei e Giovanni Paolo II
condividono tre preoccupazioni: un’opposizione fissata al comunismo; un
forte desiderio di aumentare l’autorità del papa e un deciso impegno a
preservare la dottrina ortodossa della Chiesa sull’aborto, la
contraccezione, il celibato dei preti e su altre preoccupazioni
tradizionali”. Il pontificato di Giovanni Paolo II si è svolto esattamente
lungo queste tre direttrici. E grazie alla posizione conquistata sotto il
pontificato di Wojtyla l’Opus Dei potrebbe giocare oggi un ruolo decisivo
nella designazione del successore.
Ad appena tre giorni di distanza dal suo insediamento, in un rapporto del 19
ottobre 1978, la Cia considera l’elezione del nuovo papa polacco una
pericolosa minaccia per la stessa Unione Sovietica. E nota che in Polonia,
Bielorussia, Lituania e Ucraina, la Chiesa cattolica sta prendendo la testa
del rinato nazionalismo anticomunista, mentre in Ungheria, Cecoslovacchia e
Germania Est si assiste a un’accelerazione delle riforme e a una rinascita
della Chiesa Protestante. L’elezione di Wojtyla, nota ancora il rapporto,
contribuirà in maniera decisiva alla rottura del legame tra i Partiti
comunisti dell’Europa occidentale e Mosca, già indeboliti dall’avvento
dell’Eurocomunismo nel 1976. Si può dire che se dio è stato il primo a
benedire l’avvento di Giovanni Paolo II la Cia non è stata meno rapida.
In seguito all’ascesa al soglio pontificio, il neo eletto papa
intensificò tutto il suo attivismo ideologico nei confronti non solo della
Polonia, ma di tutte le nazioni cattoliche del blocco sovietico, la
Lituania, la Lettonia, l’Ucarina e la Bielorussia. Nel giugno del 1979, il
viaggio in Polonia diventa l’occasione di una protesta di massa contro il
regime stalinista di Varsavia, nella quale la Chiesa assume il ruolo centrale.
L’occasione per tramutare l’offensiva ideologia in offensiva politica
venne fornita dalla crisi polacca del 1980, con la nascita di Solidarnosc. Il
contributo ideologico e politico del Vaticano alla nascita di
Solidarnosc fu sostanziale. Quello economico ancora di più. Il finanziamento
di Solidarnosc fu il risultato di complesse operazioni che ebbero come
protagonisti il banchiere Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano, la Mafia e lo
Ior (Istituto opere religiosa, la banca vaticana) diretta da monsignor
Marcinkus. Lo stesso papa Wojtyla, vicino all’Opus Dei difenderà Marcinkus
accusato di bancarotta fraudolenta per il Caso Ior-Banco Ambrosiano (e solo
l’extraterritorialità del Vaticano ne ha impedito l’incarcerazione).
Ecco ciò che scriveva Tony Zermo sul giornale La
Sicilia il 7 gennaio 2003:
“Diciamo che la storia comincia all'incirca negli anni '70 quando Cosa
Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via
Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro
dev'essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un'altra ancora in
Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un'altra parte viene
affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta
nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e
poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all'arsenico: come anni
addietro all'Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l'uccisore di
Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere
importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo
denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice "ragiunatt"
era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il "banchiere dagli occhi di ghiaccio", sembrava l'uomo
giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all'Ambrosiano. Del resto
"pecunia non olet" e nessuno potrà mai provare con certezza che
quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.
Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed
esattamente allo Ior, l'istituto bancario della Santa Sede gestito da mons.
Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione
dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi
passarono dall'Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c'era anche
quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò "Solidarnosc"
di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia.
Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi
degli altri Paesi satelliti dell'Urss.
Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse
niente: aveva affidato i suoi "risparmi" a Calvi perché li facesse
fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a "Solidarnosc".
E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante
da una corda sotto il ponte dei "Frati neri" sul Tamigi. A distanza
di venti anni s'è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di
mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare
a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio
togliere di mezzo testimoni pericolosi.
Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia
c'era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa
Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima
Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici.”
Controllata dal Vaticano e dalla Cia, Solidarnosc divenne il cavallo di Troia
dell’imperialismo nell’intero blocco sovietico. Un altro importante
polacco, Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale
dell’allora presidente americano Jimmy Carter, dichiarò “Mi sono
trovato a mio agio con Casey [direttore della Cia]. E’ stato molto
flessibile e poco burocratico. Ha cercato soluzioni inedite. Ha fatto tutto ciò
che bisognava fare per appoggiare gli sforzi clandestini in termini di
materiale, reti, ecc… ed è per questo che Solidarnosc non è stata
schiacciata” (24 febbraio 1992). Ma è il successore di Carter, Ronald
Reagan, a comprendere in maniera decisiva le potenzialità dell’alleanza tra
il Vaticano e l’imperialismo americano. In un rapporto del 1982 la Cia
assume decisamente la direzione politica dell’affare polacco, consigliando
al Vaticano una strategia di piccoli passi, mentre Wojtyla rafforza le
tendenze anticomuniste all’interno della Chiesa e interviene nella politica
polacca tramite il cardinale Glemp. Tra la fine del 1982 e il 1983 avviene la
svolta nel blocco sovietico; a Breznev succede Andropov, uno dei responsabili
della repressione ungherese del 1956, ma ora “riformista”, Walesa riceve
il Nobel per la pace e Reagan inaugura il progetto di “guerre stellari”.
Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e dell’intero blocco sovietico nel
1991 giunsero al culime di questo processo inaugurato dall’elezione di
Wojtyla.
Il Vaticano, i suoi partner finanziari e naturalmente il suo partner politico
più importante, l’imperialismo Usa, non mostrarono in America Latina lo
stesso zelo per i diritti umani. Anche in America centro-meridionale la
politica del Vaticano ebbe come stella polare l’anticomunismo.Tuttavia
l’America Latina non era governata da partiti stalinisti bensì da
sanguinarie giunte di destra. Il Cardinal Sodano, nunzio apostolico in Cile,
fu uno dei più ferventi sostenitori della dittatura del boia cileno Augusto
Pinochet, mentre il nunzio apostolico in Argentina, mons. Laghi, benediceva la
giunta militare e mons. Tortolo giungeva ad equiparare il golpe argentino del
1976 con la Resurrezione pasquale. I responsabili di queste relazioni sono
stati tutti promossi ai posti più alti della gerarchia vaticana, compresa la
segreteria di Stato. In particolare uomini dell’Opus Dei sono stati tra i più
influenti consiglieri di Pinochet, come il ministro degli esteri Cubillos, o
uno degli uomini più ricchi del Cile, Cruzat, il cui impero attorno alla
Banca di Santiago consisteva di oltre 250 aziende. Cruzat pagava ogni anno
all’Opus Dei milioni di dollari in sovvenzioni. Dopo aver incontrato e
benedetto di persona il boia cileno, il 18 febbraio 1993 il Papa invia la sua
speciale benedizione su Augusto Pinochet e signora in occasione delle nozze
d’oro. I “diritti umani” in America latina sono evidentemente meno
importanti che in Europa, dove possono essere usati come parola in codice
della guerra fredda.
Se da una parte il Vaticano promuoveva alle più alte cariche gli elementi
particolarmente reazionari del clero sudamericano, dall’altra concentrava la
repressione all’interno della Chiesa contro la cosiddetta “Teologia della
liberazione”.
In occasione del suo viaggio in Nicaragua nel 1983 il Papa condannò
energicamente il “falso ecumenismo” dei cattolici impegnati nel processo
rivoluzionario sandinista e li invitò all’unità sotto la direzione del
vescovo di Managua, il reazionario monsignor Miguel Obando y Bravo, nominato
cardinale subito dopo il viaggio.
Nata in America Latina, ma diffusasi in altre parti del mondo, soprattutto in
Asia e in Africa, la Teologia della liberazione è una corrente che si propone
la riflessione su dio, come tutte le teologie, ma la coniuga con le necessità
sociali. Parla di liberazione dei poveri dalla fame, dall’oppressione e
dallo sfruttamento, non semplicemente di liberazione dopo la morte. Il punto
di partenza è dunque costituito dal tentativo di coniugare cristianesimo ed
emancipazione sociale. I teologi della liberazione criticano soprattutto
l’intreccio tra la Chiesa cattolica e i poteri forti, che nei paesi del
terzo e quarto mondo, spesso sono rappresentati da dittature feroci. Questa
tendenza appariva dunque pericolosa sia per le gerarchie ecclesiastiche che
per i loro mentori politici locali e regionali. La reazione della Chiesa di
Roma e in particolare del Papa è stata durissima. Il cardinal Ratzinger ha
accusato questa corrente di marxismo e ateismo, ai teologi venne impedito di
continuare il loro insegnamento, ai centri didattici legati alla Chiesa di
parlare di questa dottrina. Lo stesso Wojtyla, in occasione di un viaggio in
Nicaragua nel 1996, dichiarò che con la morte del comunismo anche questa
corrente non aveva ragione di esistere. In questo modo si considerava la
teologia della liberazione semplicemente una corrente subordinata al Vaticano,
strumentale alla lotta al marxismo, che si proponeva cioè di strappare
all’ideologia marxista l’egemonia sulle masse oppresse. Finito il
marxismo, la teologia della liberazione aveva perso il suo ruolo di
concorrente. La repressione di questa corrente si è inserita in un contesto
di profonda restaurazione passatista. Il documento Dominus
Jesus ha posto fine al tentativo di dialogo con le altre
confessioni religiose, al di là delle esibizioni mediatiche degli incontri di
Assisi. Sono stati sospesi e condannati i tentativi delle Chiese locali di
adattare la liturgia alle varie culture, diversi teologi hanno subito la
proibizione ad insegnare, mentre ad altri, autori di libri ritenuti non
ortodossi, sulla verginità della Madonna o sull’origine del Purgatorio, per
esempio, sono stati oggetto di scomunica o di pesanti condanne.
Caduto l’”impero del male” sovietico, la frenetica attività del papa si
è rivolta alla nomina di centinaia di santi e beati della Chiesa. Alla fine
il totale sforerà quota 1500, un record! L’iperattivismo di Wojtyla ha una
ragione: la necessità di imporre la Chiesa di Roma al centro
dell’attenzione. La beatificazione o la santificazione hanno costituito un
potente segno del messaggio restauratore del Vaticano. Ogni cerimonia è
finita col diventare un messaggio politico. Interi gruppi di “martiri”
sono stati innalzati all’altare, dai sacerdoti bulgari, che hanno subito la
pena capitale in seguito a un processo del 1952, a un gruppo di 31 martiri
ucraini, a 25 vittime della guerra civile messicana degli anni Venti.
120 sono stati i martiri cinesi, dal 1600 agli anni Trenta.
E’ naturalmente impossibile ripercorrere tutte le fasi di una così
frenetica attività beatificatoria. Particolarmente significative sono stati
però tre episodi, indicativi delle
preoccupazioni del Papa. a
Il primo riguarda la beatificazione, avventa nel marzo del 2001, dei 233 preti
e laici franchisti uccisi durante la Guerra civile spagnola dagli “anarco-comunisti”.
Il clero spagnolo, durante la guerra civile del 1936-39, si spaccò tra leali
al governo legittimo del “Fronte popolare” da una parte e ai golpisti di
Francisco Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini, dall’altra. Molti
sacerdoti inoltre parteciparono alle brigate internazionali che accorrevano da
più parti d’Europa in difesa della Repubblica. Dopo l’occupazione delle
Asturie lo stesso Franco ordinò una feroce repressione e la messa a morte di
quanti avevano combattuto tra le file repubblicane, tra cui qualche centinaio
di sacerdoti. Queste vittime della repressione franchista-fascista non hanno
però trovato ancora un papa che le beatifichi. Così come non l’hanno
trovato le migliaia di sacerdoti copti massacrati dal fascismo in Etiopia per
il solo sospetto di essere oppositori del colonialismo di Roma. La
consacrazione selettiva delle “vittime dell’anarco-comunismo”, come si
è espresso Giovanni Paolo II durante la celebrazione, costituisce da parte
del Vaticano una rivalutazione postuma del Regime di Franco e un programma
politico preciso.
Il secondo episodio riguarda la beatificazione di Alojzije Stepinac, avvenuta
in Croazia nell’ottobre del 1998. Stepinac, considerato da Wojtyla una delle
“prime vittime del comunismo”, in realtà è stato un fedele alleato del
regime Ustascia di Ante Pavelic, che in quattro anni sterminò centinaia di
migliaia di serbi, ebrei, zingari e altre minoranze in nome della “purezza
etnica e religiosa della Croazia”, in quanto alleato subordinato di Hitler e
Mussolini. Vari prelati sedevano nel governo di Ante Pavelic, alcune centinaia
di religiosi parteciparono direttamente al massacro (v Marco Aurelio Rivelli:
“L’arcivescovo Stepinac, altro che martire”, in il
Manifesto, 3 ottobre 1998). Lo stesso Stepinac dispose la
celebrazione del Te Deum all’atto dell’insediamento del governo Pavelic e
in seguito, perfino quando i massacri e le deportazioni erano ben conosciute,
in una lettera del 24 maggio 1943 al Cardinale Maglione, rassicura la
gerarchia vaticana, che sollevava dubbi sul regime di Pavelic: “Dal detto
segue che il Regime attuale in Croazia pare almeno di essere di buona volontà,
la quale non può essere negata dalla Chiesa.” Lo stesso centro Simon
Wiesenthal ha considerato la beatificazione di Stepinac “una
provocazione”. La beatificazione di Stepinac giunge al culmine di un
processo che ha visto il Papa impegnarsi in prima persona a favore della
sanguinosa guerra che ha distrutto l’ex Jugoslavia. Il Vaticano (e la
Germania) furono i primi a riconoscere la repubblica di Croazia, proclamata su
basi etniche e religiose quando ancora esisteva la federazione jugoslava. La
benedizione di Wojtyla al nazionalismo croato servì da miccia per
l’esplosione della guerra serbo-croata, alimentò il nazionalismo, fece
precipitare la crisi bosniaca. Col viaggio del 1994 e infine la canonizzazione
di Stepinac, il Vaticano sostenevaesplicitamente Tudijman, il nuovo poglavnik
(duce) della “cattolicissima” Croazia, che si presentava come l’erede di
Pavelic. Come ricompensa al sostegno vaticano il governo di Zagabria
restituiva alla Chiesa di Roma i beni confiscati dalla Repubblica federale
jugoslava.
Dopo aver attaccato il comunismo, il Papa ha preso di mira la stessa
ideologia della Rivoluzione francese, come paradigma di ogni idea di
progresso. In un discorso pronunciato il 19 settembre 1996, in Vandea, così
si rivolge il Papa ai fedeli di questa regione passata alla storia per essersi
opposta alla Rivoluzione francese e aver scatenato il terrore bianco contro i
rivoluzionari: "Voi siete
gli eredi di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli
alla Chiesa di Gesù Cristo, quando la sua libertà e la sua indipendenza
erano minacciate". Più che a Cristo il clero e i nobili della Vandea,
regione a nord della Francia, furono fedeli al Re e a un sistema di privilegi
che non volevano abbandonare. Nel 1789 organizzarono la resistenza alla
Rivoluzione nel tentativo di restaurare l’Antico Regime. La rivolta vandeana
giunse a spalancare i porti all’invasione inglese, che rischiava di
travolgere il neonato potere rivoluzionario, già minacciato dalla reazione
monarchica e dai suoi alleati austro-prussiani. Anche i “martiri” vandeani
hanno avuto naturalmente la loro beatificazione.
Come se Wojtyla avesse voluto far girare all’indietro il film della storia e
del progresso: dalle Repubbliche popolari nate nel dopoguerra, alla
Rivoluzione russa, fino alla Rivoluzione francese; un filo percorre le scelte
del pontificato di Wojtyla, che si sposa col cattolicesimo liberale moderato:
l’idea delle masse come oggetto e non soggetto di trasformazione sociale. La
stessa enciclica “Laborem exercens” del 1981, riprende il progetto del
“cattolicesimo sociale” ponendosi in concorrenza con la teoria marxista
sul terreno dell’egemonia sulla classe operaia. Le masse devono subire
passivamente i processi sociali, determinati da un potere sul quale non hanno
controllo, ma che deve paternalisticamente badare alle loro necessità. Quindi
si criticano gli eccessi del liberismo e del capitalismo, ma l’essenza del
socialismo. Il pericolo principale da scongiurare è la possibilità che il
proletariato si emancipi istituendo un proprio sistema di potere da
contrapporre al potere della borghesia. Dieci anni dopo la “Centesimus annus”
travolge nella sua critica non solo il socialismo marxista ma lo stesso
“razionalismo illuministico”.
Predicando contro “il potere”, lo stesso Giovanni Paolo II è stato
un uomo di potere. Ha utilizzato l’enorme apparato della Chiesa cattolica
romana, le sue quasi sterminate risorse finanziarie, il rapporto privilegiato
con l’imperialismo americano e un iperattivismo mediatico per rafforzare la
gerarchia ecclesiastica e subordinarla all’autocrazia papale. Lo stesso
principio di collegialità episcopale, diffuso dal Concilio Vaticano II, sotto
Karol Wojtyla è andato disperso. Lo strumento privilegiato è stato il
Servizio diplomatico e la Nunziatura, direttamente controllati dal Papa. Sotto
Giovanni Paolo II la Chiesa ha rafforzato il peso dell’apparato, finendo per
distruggere altre istanze e forze vive richiamando i fedeli, ma non solo, a
una stretta ortodossia cattolica tradizionalista.
Nulla è rimasto inespresso nel pensiero di Giovanni Paolo II, dalle grandi
questioni politiche alle questioni sociali quotidiane alle questioni morali.
In particolare su queste ultime si è fondato l’edificio di una grande
restaurazione dottrinale della Chiesa. Innumerevoli sono i documenti nei quali
il Papa ha preso posizione. Perfino i villaggi vacanza, “luoghi di un
turismo vuoto e superficiale”, sono caduti sotto la scure del pontefice. Ma
è stata la famiglia il terreno privilegiato della restaurazione cattolica. Su
questo aspetto il Vaticano è rimasto sordo a ogni richiesta di rinnovamento
che provenisse dalla società civile. E cuore della famiglia sono i figli.
Wojtyla ha ribadito più volte la concezione che scopo della famiglia è la
procreazione. Ha quindi condannato senza mezzi termini qualsiasi controllo o
pianificazione delle nascite. Perfino di fronte all’esplosione
dell’epidemia di Aids in Africa il Papa ha condannato l’uso dei
profilattici. Il che ha impedito che centinaia di migliaia di vite venissero
salvate. L’omosessualità viene condannata come atto “contro natura” e
il possibile riconoscimento legale, di qualsiasi tipo, delle coppie
omosessuali ha incontrato sempre una decisa chiusura negli ambienti vaticani.
Il divorzio è nettamente condannato.
Ma dove il Vaticano ha insistito maggiormente, e in modo più intenso negli
ultimi tempi, è nella netta opposizione all’aborto e nella difesa
dell’embrione, definito “soggetto umano con una ben definita identità”.
Nell’ Evangelium vitae” del 1995, accanto a una condanna senza mezzi
termini della contraccezione o di qualsiasi controllo delle nascite,
dell’eutanasia, ecc., si teorizza la disobbedienza alle leggi quando queste
violino la morale cattolica: “L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che
nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non
solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave
e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza”.
Nell’agosto del 2000 la Pontificia
accademia pro vita, istituita da Wojtyla nel 1993, ha condannato la
ricerca sulle cellule staminali e nel 2001 lo stesso Pontefice, rivolgendosi
ai medici cattolici, ha ribadito le convinzioni morali della Chiesa,
auspicando anche qui la necessità della cosiddetta “obiezione di
coscienza”, ovvero la violazione delle leggi vigenti, per medici, ostetriche
ecc.
L’enciclica “Evangelium vitae” tuttavia è importante anche per un altro
aspetto. Essa contiene una casistica dettagliata sui doveri del cattolico che
occupi posizioni istituzionali, di fronte a un dilemma di coscienza. Mira
quindi al condizionamento religioso della vita politica del Paese. Un attacco
alla laicità dello Stato che culmina in questi giorni con la pesante
intromissione ecclesiastica nel referendum sulla procreazione assistita.
La visione del mondo che Wojtyla ha voluto diffondere è una visione
ampiamente antimodernista. A questo scopo ha utilizzato tutti gli strumenti di
forte impatto mediatico messi a disposizione dalla modernità. Si tratta di un
utopico quanto reazionario tentativo di ritorno al Medioevo, quando l’Europa
si chiamava Cristianità. Da qui l’insistenza al riconoscimento delle
“radici cristiane” nella Costituzione Europea. Lo scopo è rendere la
religione un “affare pubblico”, ovvero fondamento di diritto. In questo
modo la legislazione europea si sarebbe dovuta piegare ed adeguare ai principi
morali della Chiesa cattolica in tema di famiglia, aborto, omosessualità,
ecc. Ma a ben guardare la logica della nominatio
Dei nel preambolo costituzionale europeo andava oltre, fondava la
“comunità europea” su basi religiose e non su basi politiche, stabilendo
la superiorità del Dio dei cattolici sulla volontà popolare. E,
implicitamente, la superiorità del suo rappresentante in terra, il Vescovo di
Roma sulle istituzioni politiche.
La scena di un povero vecchio che muore, resaci incessantemente dalla pruderie
necrofila dei mass media, non può oscurare l’essenza reazionaria del
pontificato di Wojtyla e del suo grandioso progetto di restaurazione che cerca
di fare piazza pulita di oltre due secoli di progresso ed emancipazione. Né
può farci dimenticare che l’emancipazione umana è, oltre che emancipazione
sociale e politica, emancipazione della ragione dai dogmi ciechi della fede.
Il papa che verrà
Questo per quanto attiene alla dottrina. Se poi vogliamo scendere a
considerazioni più strettamente personali dobbiamo registrare l'appoggio che
Wojtyla ha sempre dato all'Opus Dei: appoggio che è culminato con la
canonizzazione dell'Escrivà de Balaguer che, com'è noto, dell'Opus fu il
discusso fondatore. La canonizzazione dell'Escrivà: un personaggio quanto mai
ambiguo («Va via, puttana porca» esclamò contro una donna che aveva osato
contraddirlo) fu un fatto scandaloso; e so di telegrammi di indignato dissenso
di cui il papa non tenne alcun conto. Né quella dell'Escrivà fu la sola
canonizzazione discutibile. Altre ne seguirono.
Oltre alla qualità va rilevata l'incredibile quantità dei beati e dei santi
creati da questo papa: più di quanti ne abbiamo fatti tutti i suoi predecessori
messi insieme: un fatto assolutamente anomalo, nella storia della chiesa.
Penso che possa bastare; e mi scuso per tutti gli ammiratori (e verrebbe quasi
da dire «adoratori») di questo papa che ha pur tanti meriti: ad esempio lo
slancio ecumenico (mentre però seguitava ad elargire indulgenze che certo
ecumeniche non sono).
Dopo questo papa, di cui tutto il mondo ha parlato con toni che, come già
abbiamo detto, rasentano la papolatria, qual'è il successore più idoneo a
ricondurre la chiesa a toni più poveri ed evangelicamente più dimessi?
Personalmente mi auguro una figura di basso profilo, proprio per ridimensionare
la figura papale e contrastare l'enfasi papalista che è un «peccato»
tipicamente cattolico. Un papa senza spettacolo, dimesso: meno «papa»
possibile, nel senso trionfale che questa figura ha sovente incarnato. Un papa
che abbandoni la piazza trionfale di san Pietro e si trasferisca a san Giovanni
in Laterano: la cattedrale di Roma. Semplificando (con tutta l'approssimazione
delle semplificazioni) si potrebbe dire che san Pietro è il potere, san
Giovanni la fede.
Il papa è gestore universale in quanto vescovo di Roma. Però la cura della
diocesi è sempre stata trascurata e demandata ad un vicario, il che significa
accentuare oltre misura il potere universale a detrimento della cura pastorale
di quella diocesi che pure è quanto rende papa il papa. In sintesi possiamo
dire che il papa di domani vorremmo che fosse sempre più uomo come noi: senza
extraterritorialità, senza svizzeri ed alabarde, senza stato né capi di stato
(e quanti ne verranno a Roma, in questi giorni!) ma con una tavola accogliente
alla cui mensa invitare non solo i potenti della terra ma anche i suoi cuochi e
giardinieri. Un giardino glielo vogliamo concedere, con tante rose, qualche
lucertola e qualche gatto.