L'Espresso
N. 3 Anno XLIV - 21 gennaio 1999 ORDINI RELIGIOSI I IL BOOM DEI
LEGIONARI DI CRISTO
Eran
50 mila giovani e forti - Fedelissimi al papa. Un po' misteriosi. E in
crescita continua.
Indagine
sui seguaci di Marcial Maciel
di Sandro Magister
Così
abusava di noi
Otto
ex discepoli accusano il fondatore
Si
veda anche:
Il papa sarà
pure un generale senza divisioni, come ironizzava Stalin. Ma di legioni sue
ne ha fin troppe. Ha i Legionari di Maria, quelli che hanno per gladio il
rosario. E soprattutto ha i Legionari di Cristo. Tra pochi giorni, in
trasferta per la terza volta a Città del Messico, Giovanni Paolo Il passerà
compiaciuto in rivista il loro primo acquartieramento. Perché è da lì che
s'è messa in marcia questa falange. È da Iì che si è propagata nel
mondo. Con una geometrica potenza (vedere il grafico in questa pagina) che
non ha eguali in altre milizie cattoliche. Il loro fondatore e condottiero
è il prete messicano Marcial Maciel, 78 anni, stessa età del papa.
Marziale anche nel nome, da perfetto Von Clausewitz in sacris.
Dei Legionari di
Cristo si sa poco, fuori. Anche perché hanno sempre schivato di farsi
pubblicità. «È la prima intervista che do», dice all'inviato dell"'Espresso"
padre Thomas Williams, 36 anni, americano del Michigan, rettore della casa
generalizia e portavoce ufficiale dell'ordine.
Documentazione
stampata? Al minimo. Una réclame dell'Ateneo pontificio Regina Apostolorum,
la loro facoltà teologica di Roma, un bell'edificio lindo sulla via Aurelia.
Un paio di giornaletti per promuovere le vocazioni. Un solo libro del
fondatore, Maciel:«La formazione integrale del sacerdote», noioso già nel
titolo e dentro ancor di più, stampato da Città Nuova, l'editrice dei
Focolarini. Quanto alla storia dell'ordine, gli unici dati pubblici sono in
un volume celebrativo, fuori commercio, stampato nel 1991, cinquantesimo
compleanno dei Legionari.
Il resto è
sommerso. Solo per iniziati. A cominciare dagli scritti a uso interno di
padre Maciel, che sono tanti, editi e inediti, la maggior parte in stile
epistolare. Il breviario del Legionario tipo è un volumotto con
sovraccoperta viola, dal titolo "Messaggio", un'antologia di
lettere del fondatore dal 1937 al 1981. Ma poi c'è tutta una miriade di
librettini dai titoli vaghi: «Tempo ed eternità», «La carità evangelica»,
«L'uomo del Regno». Quest'ultimo si presenta come «lettera a tutti gli
imprenditori e signori del Regnum Christi» ed è fatto per andare in mano a
uomini d'affari e capitani d'industria.
«Perché la
nostra attività precipua è la formazione, in primo luogo delle élite»,
spiega padre Wllliams. In questo, i Legionari di Cristo assomigliano un po'
all'Opus Dei e, risalendo più indietro, ai gesuiti. Anche nel fondare in
tutto il mondo università e scuole private di qualità.
«Una loro idea
madre è l'equivalenza tra successo professionale e benedizione divina»,
conferrna Davide Venturini, un avvocato della Sacra Rota che è stato membro
del Regnum Christi, l'associazione laicale che fa da alone ai Legionari
propriamente detti. Venturini è di Ferrara, e nella sua città i Legionari
hanno amico li vescovo Carlo Caffarra, più papista del papa nel predicare
una morale sessuale ultrarigida. «La fedeltà assoluta al papa è un altro
dei caratteri distintivi dei Legionari», aggiunge Venturini. Caffarra
l'hanno chiamato più volte a Città del Messico a tenere lezioni in un
istituto di morale famigliare intitolato a Giovanni Paolo II. E qualche mese
fa sembravano sul punto d'aprire a Ferrara un altro loro seminario minore,
per ragazzi delle medie: il secondo in Italia, dopo quello già in funzione
a Gozzano, in diocesi di Novara.
Perché è nei
preti che essi vedono l'élite delle élite. Da educare, quindi, con
particolarissima cura. I Legionari di Cristo sono per definizione maschi e
preti consacrati, o per lo meno destinati al sacerdozio. I primi li chiamano
padri, i secondi fratelli, tutti hanno i voti di castità, povertà e
ubbidienza. E sacerdoti si diventa in capo a un curricolo ancor più lungo e
severo di quello per cui sono diventati famosi i gesuiti. Con quattro tappe
fondamentali, successive al diploma di maturità:
la prima di
noviziato, che in Italia si tiene a Gozzano e dura due anni; la seconda di
scienze umane, d'un anno, che si tiene in Spagna, a Salamanca, in Messico, a
Monterrey, oppure negli Stati Uniti, nel Connecticut; la terza di filosofia,
di quattro anni, a Roma o a New York; la quarta di teologia, di altri tre
anni, a Roma. In totale fanno dieci anni di studi, ai quali però si
aggiungono, nel mezzo del quadriennio filosofico, altri due o tre anni di
"pratica apostolica". Insomma, tra il diploma e l'ordinazione sono
dodici o tredici anni filati, in seminari ad hoc. Senza contare gli
ulteriori due anni di dottorato in teologia riservati alla super élite dei
migliori. I primi voti li danno al termine del noviziato, dopo tre anni li
rinnovano e dopo altri tre fanno la professione perpetua.
«Da noi
l'indice di perseveranza è molto alto», dice fiero padre Wllliams.
Tradotto, significa che pochissimi si perdono per strada, al contrario di
quanto accade nei seminari normali. Qui tutto è in controtendenza. Mentre
nelle diocesi le vocazioni languono, tra i Legionari sono in crescita
strabiliante. Mentre ovunque la severità degli studi e della disciplina si
sfilaccia, i Legionari torchiano i loro studenti e li rimettono a studiare
la "Summa" di san Tommaso d'Aquino. Molti vescovi, da tutto il
mondo, preferiscono ormai mandare a Roma, alla scuola dei Legionari, i
futuri dirigenti e insegnanti dei loro seminari diocesani. L'afflusso s'è
fatto così impetuoso che, per fargli posto, i Legionari trasferiranno
presto il proprio Ateneo romano in una nuova sede universitaria, più
grande, in avanzata costruzione sull'Aurelia, presso il Raccordo anulare. E
l'attuale la riserveranno alla formazione dei capi di seminario delle
diocesi, fino a oggi ospitata in un collegio a Castel di Guido, poco fuori
Roma.
Ma c'è un'altra
prerogativa dei Legionari:
il rilancio dei
seminari minori, praticamente estinti nelle diocesi. «Il primo l'abbiamo
aperto negli Stati Uniti nel 1982», dice padre Wllliams. «E tutti ci
dicevano che eravamo fuori del tempo. Invece fu un successo e oggi nel mondo
ne contiamo più di cento». Uno su tre degli attuali Legionari hanno
cominciato proprio così: in seminario fin da piccoli, con i fioretti, le
prediche sulla purezza e l'intramontabile divisa da libro "Cuore".
In questo del tutto coerenti con l'atto di nascita della loro congregazione.
Quando Marciai Maciel la fondò, dicono le storie ufficiali, era il 3
gennaio del 1941, lui aveva 2l anni e i suoi primi seguaci erano tredici
bambini tra gli 11 e i 14 anni. Lui stesso era entrato in seminario da
piccolo, con scarso successo: due volte espulso e quindi girovago,
nonostante avesse quattro zii vescovi. Persino i gesuiti lo cacciarono di
punto in bianco dal loro seminario di Montezuma, nel giro di poche ore.
Perché? "Incomprensioni", dicono le storie ufficiali. In ogni
caso sempre quando il giovanissimo Maciel veniva scoperto con attorno a sé
dei seminaristi più piccoli, riuniti, a suo dire, con l'idea di farne un
futuro gruppo scelto di preti.
Eppure riuscì a
spuntarla, da fondatore nato. Si mise in proprio e impiantò a Città del
Messico un suo seminarietto fai da te. E a 24 anni uno dei suoi zii vescovi,
quello di Cuernavaca, lo ordinò prete. Due anni dopo Maciel mandò i suoi
seguaci a studiare in Spagna, dai gesuiti di Comillas. E inoltrò alla curia
di Roma la domanda per li riconoscimento diocesano del suo nuovo ordine. Ma
ecco ripresentarsi gli ostacoli, gli stessi di quand'era ragazzo.
Ingigantiti. A Roma affluiscono su di lui, riferiscono sempre le storie
ufficiali, «informazioni cariche di calunnie d'ogni genere». Dalla stessa
casa dei gesuiti di Comillas partono «note con accuse infamanti». A Roma,
la curia è divisa.
Favorevole a
Maciel è il cardinale Nicola Canali, che gli propizia un'udienza da Pio XII
e un primo, provvisorio nihil obstat al riconoscimento. Ma i più non si
fidano. L'11 gingno del 1948, di venerdì, la Congregazione vaticana per i
religiosi revoca al vescovo di Cuernavaca l'autorizzazione a riconoscere il
nuovo ordine. Spedisce però per posta aerea il suo veto, che in Messico
arriva solo il lunedì successivo. Troppo tardi. Il fondatore dei Legionari
e ll vescovo di Cuernavaca avevano già posto Roma di fronte al fatto
compiuto, con cerimonia clandestina celebrata in fretta e furia la sera di
domenica 13.
Maciel dirà che
"una voce interiore" l'aveva ispirato ad anticipare i tempi.
Dieci anni dopo,
terzo capitolo della storia, sempre in linea coi precedenti, ma più oscuro.
Così oscuro che le cronache ufficiali dell'ordine nemmeno ne fanno parola.
Sta di fatto che nell'autunno del 1956 il Vaticano sospende Maciel da capo
dei Legionari, lo obbliga a star lontano da Roma e istruisce un'inchiesta in
piena regola per verificare una serie di accuse "infamanti" che
s'erano nuovamente accumulate contro di lui, compresa la dipendenza dagli
psicofarmaci. Oltre che dall'interno dell'ordine, le accuse provengono da
vescovi del Messico e da gesuiti. In Vaticano sono molto severi con Maciel i
cardinali Valerio Valeri e Alfredo Ottaviani. Ma alla fine anche questa
tempesta s'acquieta, e anche questa volta in modo irrituale. Senza sentenza
pubblica. Due anni e mezzo dopo, nel febbraio del 1959, Maciel viene
reinsediato al vertice dei Legionari. Dove tuttora regna.
Sempre però con
quella linea d'ombra che l'insegue. E che in anni recentissimi prende corpo
una quarta e ultima volta pubblicamente, ad opera di testimoni d'accusa con
nome e cognome, per decenni vicini, vicinissimi a padre Maciel. Ne dà conto
la scheda in questa pagina. Per accuse analoghe, poi verificate come
attendibili, il cardinale Hans Hermann Groër, già arcivescovo di Vienna,
è stato l'anno scorso degradato e confinato in un convento. Ma padre Maciel
no, nessuna verifica canonica risulta in corso. In Vaticano li suo caso
proprio non lo vogliono riaprire. E i suoi seguaci? Fanno legione.
Così
abusava di noi
Otto ex discepoli
accusano il fondatore
Abusi sessuali.
Innumerevoli, continuati, su più di 30 ragazzi e giovani. Tra gli anni
Quaranta e i Sessanta. Sono queste le accuse rivolte a padre Marcial Maciel,
fondatore e direttore dei Legionari di Cristo, da otto sue vittime d'allora.
Uno di questi,
Juan Vaca, di Holbrook nello Stato di New Vork, era stato il presidente dei
Legionari negli Stati Uniti. Nel 1976, lasciando l'ordine, scrisse a padre
Maciel una lettera accusatoria. Due anni dopo, il vescovo di Rockville, John
McGann, che aveva accolto Vaca tra i suoi preti, trasmise la denuncia a
Roma. E nel 1989 Vaca la rilanciò in una lettera a papa Giovanni Paolo lI.
Ma dal Vaticano nessuna risposta. Anzi, nel 1994, il papa raccomandò
pubblicamente padre Maciel come "guida efficace della gioventù".
«A questo punto
non potevamo più tacere», dichiara all" 'Espresso" José Barba
Martin, oggi professore di filosofia all'università ltam di Città del
Messico. Vaca, Barba e altri sei ex Legionari importanti, oggi vicini ai
sessant'anni e professionalmente affermati, hanno affidato le loro
testimonianze all" 'Hartford Courant", il più antico e autorevole
quotidiano del Connecticut, che è anche l'avamposto geografico dei
Legionari di Cristo negli Stati Uniti. A mettere per iscritto le loro
denunce, in un ampio servizio uscito il 23 febbraio 1997, sono stati Gerald
Renner e Jason Berry, quest'ultimo già autore di un libro inchiesta sugli
abusi sessuali dei preti premiato dalla Catholic Press Association degli
Stati Uniti. I racconto degli otto sono nitidi, sobrii, concordanti. Anche
nel descrivere il fascino di padre Maciel sui suoi acerbi discepoli, le
modalità dei suoi approcci e gli artifici da lui impiegati per convincerli
che, masturbandolo, stavano facendo opera buona, «con il permesso speciale
di Pio XII».
AII"'Hartford
Courant" padre Maciel ha replicato con una breve lettera: «Sono tutte
calunnie e falsità». E con un po' di documenti allegati: per mostrare che
anche negli anni Cinquanta, quando il Vaticano Io processò, la sua
innocenza era uscita accertata. Ma gli allegati sono poca cosa: una lettera
senza data del dottor Riccardo Galeazzi Lisi, archiatra di Pio XlI, e
un'altra lettera, anch'essa senza data, di uno degli inquisitori di allora,
un vecchio vescovo belga, Polidoro Van Vlieberghe.
In Vaticano,
silenzio. Anche un appello scritto degli otto al papa, d'un anno fa, non ha
avuto risposta.
L'Espresso
10 dicembre 1998
Legionari
di nome e anche di fatto
La
Questione Scuola - Un caso Esemplare
I
vescovi battono cassa per gli istituti cattolici. Ma questi come funzionano?
Visitiamone uno davvero speciale... - di Pierluigi Ficoneri
Malgrado la
crisi che da qualche anno investe le scuole private (sul terreno finanziario
in particolare, cosa di cui parleranno certamente Wojtyla e D'Alema),
l'insegnamento cattolico in Italia è ancora ben saldo. Sono quasi 700 mila
le famiglie che scelgono per i loro figli un istituto confessionale,
sopportando rette che mediamente si aggirano sui sette milioni l'anno. Perché
lo fanno? Quali differenze, di studio e di comportamento, caratterizzano una
scuola governata da religiosi rispetto a una pubblica? Per scoprirlo abbiamo
visitato l'istituto linguistico Highlands, un grosso complesso romano che
ospita circa 700 ragazzi (dalle elementari al liceo) gestito da un ordine
religioso relativamente poco conosciuto nella capitale ma assai noto
all'estero: i Legionari di Cristo.
Sul retro dei
grandi musei neoclassici dell'Eur sorge un curioso tubo ottagonale,
ricoperto da un cappello spiovente. È la cappella dell'istituto che domina
una serie di basse palazzine in cortina rossa, fra campi da tennis e
calcetto. Lo frequentano dei rampolli di personaggi noti come il sindaco di
Roma Francesco Rutelli e il trio carioca dei calciatori della Roma: Cafu,
Paulo Sergio e Aldair. L'Highlands tuttavia non è una scuola elitaria. È
piuttosto il punto di riferimento della educazione cattolica per i
funzionari dei ministeri, o dei grandi enti che gravitano nella zona dell'Eur:
Eni, Alitalia e così via. Il complesso è stato acquistato un paio d'anni
fa dai Legionari di Cristo, un ordine missionario che dal Messico è
sbarcato in Spagna e Irlanda prima di approdare in Italia. Sono religiosi
militanti e si professano nuovi evangelizzatori del Terzo millennio, soldati
di Cristo e della Chiesa..
Di preferenza
vestono il clergyman e, a detta dei ragazzi, sono piuttosto moderni e di
larghe vedute ma intransigenti difensori della dottrina cristiana. Come
legionari, appunto. Pur possedendo tre università, a Città del Messico, a
Salamanca e a Roma (l'ateneo "Regina apostolorum"), sono più
dei manager dell'insegnamento che degli educatori. Fra i circa 70 docenti
della Highlands dei legionari non c'è traccia. Tranne nell'ora di
religione, si capisce. Quella resta loro esclusivo, irrinunciabile,
appannaggio. Spiega la rettrice Amparo Borras, una giovane signora
originaria di Valencia e laureata in economia: «Se molte famiglie scelgono
la nostra scuola non è solo per la qualità dell'insegnamento ma anche
perché noi promettiamo fedeltà alla dottrina cristiana e sociale della
Chiesa.. »Parole inequivocabili. Vediamo allora come questo spirito
cristiano viene perseguito nelle principali scelte didattiche.
I libri di testo
È prerogativa
degli insegnanti scegliere i testi per i loro allievi da sottoporre poi al
vaglio dei consigli di classe. Un esame abbastanza severo in cui trovano
disco rosso opere che prospettano una visione materialistica della storia e
della filosofia e in genere i libri un po' troppo orientati "a
sinistra". Nella cartella di un alunno del liceo linguistico oggi si
possono trovare libri come le "Lezioni di storia" di Trainiello, o
la "Storia della filosofia" di Reale-Antiseri, lavori poco inclini
a tentazioni ideologiche. Anche nella scienza si privilegiano opere che
difendono la tesi creazionista rispetto a quelle orientate verso il
meccanicismo di tipo darwiniano. Saranno poi i docenti ad illustrare in
classe le teorie scientifiche diverse da quelle sostenute dalla Chiesa,
magari suggerendo letture tratte dalla fornita biblioteca della scuola. La
scelta delle case editrici è la diretta conseguenza di questa impostazione:
corsie preferenziali per la Sei, la Mondadori, Paravia, direzione
vietata per Editori Riuniti o Feltrinelli. «Se qualche
docente mi proponesse un libro edito da Feltrinelli», racconta la preside
del liceo Paola Testa, «mi sorgerebbe qualche dubbio sulla sua reale fedeltà
all'insegnamento cattolico. I testi comunque sono semplici guide, le lezioni
vere le fanno i professori. Chiaro?». Chiaro.
La scelta dei
docenti
Sono il vero
pilastro dell'educazione cattolica. La loro selezione è una prerogativa cui
la Chiesa non rinuncerà mai. All'Highlands sono tutti rigorosamente passati
al setaccio. Si comincia con un colloquio che l'aspirante dovrà tenere con
la preside per illustrare la sua autentica vocazione e la sua moralità. Non
si parla di preferenze politiche ma, garbatamente, viene ricordato
all'aspirante professore che si tratta di insegnare in un istituto cattolico
che persegue fini propri. Lui è d'accordo? Se lo è potrà incontrare la
rettrice che accerterà la sua capacità tecnica. Punti di merito sono,
ovviamente, le esperienze sostenute in altre scuole cattoliche. Infine il
candidato affronterà un test psicologico che serve a sondare la sua
stabilità emotiva. Capita però che qualche docente in classe manifesti
orientamenti di sinistra. In questo caso la preside lo richiama alla
coerenza con l'impegno assunto.
L'ora di
religione
Secondo le norme
approvate dal Vicariato, si insegna la storia delle grandi religioni ma
anche la dottrina sociale della Chiesa. I legionari dedicano infatti
particolare attenzione all'illustrazione delle encicliche papali. L'ora di
religione è aperta a tutti, anche ai ragazzi ebrei, evangelici e di altre
comunità religiose che frequentano l'istituto. Esempio di pluralismo o
sottile forma di proselitismo? Giudicate voi. Padre Giovanni, uno degli
insegnanti di religione, afferma che nello scorso anno si è verificato più
di un caso di «conversione».
Dentro e fuori
la retta
Laura è una
bambinetta di 10 anni e frequenta la quinta elementare. Ma già capisce e si
esprime in un inglese neppure troppo stentato. Ha cominciato a studiarlo in
terza elementare: due ore al giorno. All'Highlands l'apprendimento delle
lingue è intensivo. Fra le altre materie, si studia un idioma straniero
alle elementari, due alle medie, tre al liceo per parecchie ore al giorno.
L'informatica è un altro pallino dell'istituto e trova applicazione in ogni
disciplina: dalle scienze alle lingue. Al liceo sono state aggiunte due
materie supplementari: economia politica e diritto internazionale.
Riconoscimento della globalizzazione imperante? Chissà. Fin qui, più o
meno, il pacchetto di servizi che offre la scuola per i sei milioni e mezzo
della retta annuale. Poi ci sono gli optional. Corsi pomeridiani di
ginnastica artistica, nuoto, tennis, lezioni di musica, di pianoforte, di
teatro. Ma ci vogliono altri due milioni per usufruirne. Fuori quota,
infine, anche i soggiorni estivi di un mese organizzati nei collegi che i
legionari possiedono in Irlanda, America, Spagna e Svizzera. Che altro? Ah,
sì: prima comunione e cresima sono gratis.
L'impegno dei
missionari
Se la formazione
culturale degli allievi è lasciata ai laici, i nuovi evangelizzatori non
delegano a nessuno quella spirituale. Ed è un'opera capillare di
insegnamento della dottrina sociale cattolica. Nell'istituto operano due
cappellani, sorta di consiglieri, uno per i ragazzi e uno per le famiglie.
Sono padre Giovanni e padre Francesco, ospiti quasi fissi di un'auletta che
non resta mai vuota. Sì, perché anche le famiglie ricorrono spesso al loro
aiuto per la guida dei figli. Ma il compito dei due cappellani non si
esaurisce nel ruolo di consiglieri. Fra gli allievi hanno anche reclutato
una milizia abbastanza numerosa che, tra una lezione e l'altra, si impegna
in lavori «socialmente utili»: vanno negli orfanotrofi ad aiutare i
bambini a fare i compiti, visitano malati e carcerati, servono pasti caldi
nelle mense dei poveri. E non si risparmiano neppure durante le vacanze. A
Pasqua e Natale, infatti, l'Highlands ospita, nelle aule dell'edificio,
studenti cattolici non abbienti dell'Est o del Medio Oriente. La scorsa
Pasqua sono arrivati da Beiruth un centinaio di ragazzi. Chi li ha accuditi?
«I nostri giovani commilitoni», risponde con orgoglio il legionario padre
Giovanni. Chissà se fra loro sboccerà qualche vocazione? Perché, anche
questo è un obbiettivo dell'insegnamento cattolico.
I
BAMBINI DEL LEGIONARIO: SOSPETTI SU P. MACIEL
31163.
KANSAS CITY-ADISTA. "Una guida efficace per i giovani";
"un modello per la nuova evangelizzazione". Così si è espresso in
passato Giovanni Paolo II parlando di Marcial Maciel Degollado, fondatore e
capo della congregazione religiosa messicana dei Legionari di Cristo, sorta
nel 1941, che oggi conta 480 preti e 2.500 seminaristi ed è attiva in 20
Paesi nel settore dell'istruzione. Ma l'espressione deve suonare come uno
schiaffo in faccia ai nove ex Legionari che da tempo si battono per portare in
tribunale il religioso, oggi 81enne, per gli abusi sessuali perpetrati contro
di loro nel corso di lunghi anni, quando erano seminaristi. E che da anni, da
quando hanno deciso di rendere nota la loro storia, vedono regolarmente
frustrata la loro ansia di giustizia.
A raccontare le varie fasi di sviluppo della vicenda e a fare il punto (non
incoraggiante) della situazione è un articolo pubblicato il 7 dicembre dal
settimanale cattolico statunitense "National Catholic Reporter"
(firmato da Jason Berry, giornalista free-lance, e da Gerald Renner, già
giornalista di "The Hartford Courant"), che sottolinea come
l'investigazione canonica avviata qualche anno fa contro il religioso si sia
arenata nel silenzio e nell'omertà.
Le accuse vengono da nove religiosi o ex religiosi: p. Felix Alarcón, oggi
prete in pensione; Juan Vaca, professore di psicologia a New York; Arturo
Jurado, docente in California; José Barba, studioso di letteratura
latinoamericana; Jose Antonio Perez, avvocato; Alejandro Espinosa,
proprietario terriero; Fernando Perez, ingegnere; Saul Barrales, insegnante, e
Juan Manuel Fernandez Amenabar, rettore universitario (deceduto nel 1995 dopo
aver lasciato una deposizione scritta). Tutti e nove accusano Maciel di aver
abusato di loro quando avevano tra i 10 e i 16 anni.
Un inizio "sospetto"
Accuse contro Maciel, tuttavia risalgono già al 1941, quando, ventenne, pur
essendo stato espulso da due seminari per ciò che formalmente fu definito
come "fraintendimento" sul suo desiderio di dar vita ad una
congregazione, aveva riunito attorno a sé 13 ragazzi per insegnare loro
teologia. Maciel venne poi ordinato prete nel 1944 da uno zio, mons. Francisco
Gonzales Aries, vescovo di Cuernavaca. Dal 1957 al 1959 (proprio gli anni a
cui si riferirebbero gli abusi di cui parlano i nove), ebbe poi luogo un'ampia
investigazione canonica sul religioso, in particolare sul modo in cui
esercitava la sua leadership. Nessun riferimento ad abusi sessuali emerse
allora, ma Maciel fu comunque sospeso come capo della congregazione per
consentire ai membri di testimoniare, se necessario, contro di lui. A quel
tempo, hanno spiegato gli accusatori, le questioni sessuali erano un tabù, e
inoltre il giuramento di fedeltà a Maciel li obbligava, di fatto, a non fare
alcuna rivelazione che lo mettesse in cattiva luce. Sarebbero stati espulsi
dal seminario. "Mentimmo tutti durante la visita apostolica - scrisse p.
Alarcón in una lettera del 1997 - allo scopo di salvarlo, perché il nostro
mondo era diventato piccolo e le nostre scelte erano state limitate". Il
6 febbraio 1959 Maciel venne riconfermato nel suo ruolo.
Abusi sessuali e potere psicologico: le accuse
Secondo quanto hanno rivelato i nove, talvolta Maciel diceva loro di avere il
permesso di papa Pio XII per avere rapporti sessuali con loro, allo scopo di
trarre sollievo da un dolore legato ad una non meglio specificata patologia
allo stomaco. Secondo quanto ha raccontato Vaca, gli abusi cominciarono nel
1949, quando aveva 12 anni, due anni dopo l'ingresso in seminario, e si
protrassero per 13 anni. "Stavo male, volevo confessarmi", racconta
ricordando i primi tempi. "Lui mi disse: non c'è niente di sbagliato.
Non hai bisogno di confessarti". Di fronte alle sue insistenze, Maciel
disse: "Va bene. Ti do l'assoluzione". E, come lui, ad altri:
l'assoluzione concessa dopo aver abusato di loro.
È del 1976, anno in cui Vaca lasciò i Legionari lacerato dal senso di colpa,
una sua lettera a Maciel di 12 pagine in cui spiegava le ragioni della sua
scelta: "Ogni cosa che facevi contraddice il credo della Chiesa e
l'ordine", vi scrisse. "Quante volte, innumerevoli, mi hai svegliato
nel cuore della notte, e mi hai preso con te, abusando della mia innocenza.
Notti di terrore assoluto; tante, tante notti passate in bianco, che in più
di un'occasione hanno messo a repentaglio la mia salute psichica".
"La mia sofferenza più grande - spiega p. Alarcón - radicata nella
disciplina ferrea, era la tortura spirituale e psicologica causata dal fatto
di non poter parlare di tutto questo con nessuno. E la spaventosa distorsione
spirituale che ci veniva presentata come se noi fossimo il progetto di Dio,
essendone invece il contrario, il lavaggio del cervello, nonché la grave
ritorsione su chi osasse pensare con la sua testa".
Dovevano chiamarlo "Nuestro Padre", e riverirlo come un santo
vivente: "Ci trovavamo in un terribile conflitto. Avevamo paura",
afferma Barba.
Dal silenzio alle lettere
Nel 1978 la lettera di Vaca a Maciel, insieme ad uno scritto di Alarcón che
rivelava di essere stato anch'egli oggetto degli abusi del religioso, venne
inviata al papa tramite l'ambasciata vaticana a Washington. Qualche tempo dopo
da parte del Vaticano arrivò conferma del loro avvenuto recapito, ma
null'altro. I due non furono mai contattati da Roma.
Nel 1989 Vaca ci riprovò. In una lettera di 7 pagine, chiedeva la dispensa
dall'ob-bligo dei voti per potersi sposare e raccontava ciò che aveva subito
da Maciel. Il Vaticano gli rispose con la concessione della dispensa, ma senza
alcun riferimento alle accuse da lui mosse a Maciel.
All'inizio degli anni '90, alcuni casi di abuso sessuale da parte del clero
suscitarono l'interesse dei media americani e fecero il giro del pianeta.
Barba ed alcuni suoi ex compagni cominciarono a comunicare tra loro. Quando,
nel dicembre 1994, videro sulle pagine dei quotidiani di Città del Messico
celebrazioni a tutta pagina per i 50 anni di sacerdozio di Maciel, immortalato
col papa che lo elogiava come "guida efficace per i giovani",
l'indignazione raggiunse il massimo. Dopo tentativi falliti di comunicare con
ufficiali della gerarchia ecclesiastica, nel 1997 la decisione di "uscire
allo scoperto", in pubblico. Con interviste rilasciate al quotidiano The
Hartford Courant, il caso rimbalzò sulla stampa messicana ed italiana.
Maciel rifiutò di essere intervistato ma smentì le accuse con una lettera al
Courant. E i Legionari, per difenderlo, hanno tirato fuori una lettera
del francescano che condusse l'investigazione per conto del Vaticano negli
anni '50, il belga Polidoro Vlieberghe, poi divenuto vescovo di Santiago. A
quella lettera, che esprimeva tutta l'incredulità per le accuse formulate
contro Maciel, e sosteneva che in occasione di quella visita apostolica
"non era mai emersa alcuna accusa di scorrettezza sessuale", se ne
agggiunse un'altra firmata dallo stesso Vlieberghe, in difesa del religioso.
L'autenticità di entrambe, tuttavia, è stata messa in discussione. Lo stesso
vescovo, incontrato da Barba e Jurado a gennaio scorso, ha affermato che la
firma è falsa e che alla data riportata in calce (12 dicembre 1996) egli era
ricoverato in ospedale gravemente malato. Ciononostante, hanno rivelato Barba
e Jurado, Vlieberghe voleva tenersi fuori dalla vicenda e quindi astenersi da
affermazioni di carattere pubblico in proposito, a meno che non si trattasse
di un'inchiesta formale della Chiesa. In ogni caso, i due hanno intentato una
causa civile a Santiago in relazione all'autenticità o meno dei documenti.
I difensori di Maciel si facevano forti, nel frattempo, della ritrattazione di
un accusatore, Miguel Diaz Rivera, che si disse indotto da ex Legionari a fare
accuse false. Ma si trattò di un caso unico. E il vescovo di Città del
Messico, il card. Norberto Rivera Carrera, parlò di un "complotto"
contro il fondatore della Legione.
Il Vaticano non fece commenti sugli articoli comparsi sul Courant.
Nessuna dichiarazione né in sua difesa né contro Maciel. Più avanti, nel
1998, il papa nominò il fondatore dei Legionari per il Sinodo dei vescovi.
Dalla stampa al processo
A questo punto entra in scena un personaggio determinante, il canonista p.
Antonio Roqueñi, per otto anni cappellano universitario dell'Opus Dei, poi,
negli ultimi 20 anni, canonista al tribunale ecclesiastico di Città del
Messico. Roqueñi, prima ancora di leggere la stampa su Maciel, era entrato in
contatto con uno dei nove abusati, Fernandez, prima che questi morisse, nel
1995. Quest'ultimo, molto malato, aveva come consigliere spirituale Alberto
Athié, segretario della Commissione giustizia e pace in Chiapas, che lo
sollecitò a scrivere una memoria su quanto aveva vissuto con Maciel. Ne
emerse, tra l'altro, la dipendenza di Maciel da morfina e l'abitudine di
mandare i giovani Legionari a comprarla per lui (cosa che è stata
strenuamente rigettata dai Legionari, che addussero a prova una serie di
analisi chimiche effettuate da Maciel, che lo avrebbero scagionato). I
Legionari provarono anche a destituire di credibilità la memoria resa da
Fernandez prima della morte. Athié venne presto emarginato nella Chiesa
messicana.
Qui si inserisce Roqueñi, che dopo aver incontrato Barba e Perez Olivera (che
nel frattempo avevano pubblicato sulla rivista Milenio una lettera
aperta al papa), decise di offrire la sua opera di canonista: "Per me -
disse poi - era una questione di legge, di legge della Chiesa". Per
questo venne allontanato dal tribunale di Città del Messico e ora lavora come
cappellano in un ospedale.
Nel 1998 Barba si recò in visita presso il nunzio pontificio in Messico Justo
Mullor, e gli diede copia della lettera aperta al papa. Mullor garantì che
l'avrebbe consegnata di persona al pontefice. Ma non ci fu risposta dal
Vaticano. Mullor gli consigliò allora di rivolgersi al tribunale
ecclesiastico. E qui ha inizio la peregrinazione nei labirinti vaticani.
Dall'avvio della causa al nuovo silenzio
Alla fine dell 1998 Roqueñi, Barba e Jurado si recano a Roma. Cercano un
canonista che rappresenti l'accusa. La scelta cade su Martha Wegan, che gode
di ottima fama e conosce personalmente il card. Joseph Ratzinger, prefetto
della Congregazione per la Dottrina della Fede. Subito avviene un incontro con
uno dei tre segretari di Ratzinger, il francescano p. Gianfranco Girotti,
durante il quale la Wegan presenta i capi d'accusa contro Maciel, citando il
canone 977 (assoluzione di un complice nel peccato contro il sesto
comandamento), il canone 1378 (assoluzione di un complice) e il canone 1362
(crimini riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede). La causa è
avviata. Nel gennaio 1999, la Wegan esprime segni di ottimismo: Girotti,
disse, è recettivo. A febbraio, comunica che la Congregazione ha accettato di
procedere. La causa è avviata ufficialmente, sotto il titolo Absolutionis
complicis (A. Jurado et alii - Rev. Marcial Maciel Degollado). Quando,
nello stesso periodo, il papa si reca in visita per la quarta volta in
Messico, spicca l'assenza di Maciel da qualsiasi appuntamento pubblico.
Athié nel frattempo va avanti per conto suo, facendo avere a Ratzinger il
resoconto del suo colloquio con Fernandez morente. E qui la doccia fredda:
secondo quanto racconta lo stesso Athié, Ratzinger alla persona che gli
consegna materialmente il documento, mons. Carlos Talavera, vescovo di
Coatzacoalcos, in Messico, replica difendendo Maciel, sottolineando la
delicatezza del caso ed elogiando l'operato del fondatore della Legione per la
Chiesa, in particolare riguardo alle numerose vocazioni al sacerdozio che
aveva generato, nonché esprimendo dubbi sull'opportunità di sollevare la
questione in quel momento. Anche Roqueñi parla con Talavera e ottiene la
stessa versione. Il direttore della Sala stampa vaticana, Joaquín Navarro
Valls, sentito in proposito, ha tuttavia smentito che Ratzinger avesse
profferito tali parole.
A fine 1999 Martha Wegan scrive ai suoi clienti. Le notizie non sono buone: ha
parlato due volte con Girotti, racconta, e "per il momento la faccenda è
chiusa". L'1 marzo 2000 Roqueñi scrive a Girotti, dicendogli che la
Congregazione non sta facendo il suo lavoro: "Il fatto è che sono
passati 17 mesi e l'unica notizia che i denuncianti hanno, comunicata
dall'avvocato (Wegan), è che la questione è estremamente delicata e che ci
sono altre denunce correlate". "I denuncianti temono che - prosegue
Roqueñi - nonostante l'accumulo di prove addotte finora rispetto agli atti
illeciti denunciati, la pratica continui ad essere rinviata e che non ci sia
conclusione al caso". Roqueñi si dice sorpreso, infine, che "le
procedure non siano seguite come è prassi di ogni procedimento formale";
i membri della Congregazione "sono vincolati alle norme della Chiesa e
non possono arbitrariamente metterle da parte con qualsivoglia pretesto".
Barba, in occasione di un viaggio a Roma nel luglio 2000, si incontra con
Girotti. E qui, la beffa finale: il segretario di Ratzinger gli consiglia di
intentare una causa civile contro Maciel. Per Athié, il modo in cui il
Vaticano ha gestito la vicenda "è immorale". Nel gennaio 2001, la
Legione di Cristo ha celebrato il suo 60.mo anniversario. A piazza San Pietro,
davanti a 20.000 Legionari, il papa ha ricevuto Maciel e lo ha elogiato
ringraziandolo "con speciale affetto".
ADISTA 20.5.2002
QUANTI
SCHELETRI NEGLI ARMADI DEI "LEGIONARI DI CRISTO". PUBBLICATO IN
SPAGNA LIBRO DENUNCIA
32574. MADRID-ADISTA.
"Sarò libero solo il giorno in cui non sarò più costretto ad ascoltare
il mio pianto interiore, un pianto soffocato, senza lacrime. Il pianto di un
bambino". Fu settimana di passione nel vero senso della parola il ritiro
spirituale per la Settimana Santa che nel 1991 trasformò Ricardo, un
ragazzino di 12 anni, in un infelice oggi colpito dalla depressione: una
settimana di abusi sessuali e di maltrattamenti perpetrati dai superiori del
Centro vocazionale della congregazione religiosa dei Legionari di Cristo di
Ontaneta (Cantabria). Questa e altre storie sono raccontate dal caporedattore
dell'Agenzia Efe José Martinez de Velasco in un libro da poco pubblicato in
Spagna, Los documentos secretos de los Legionarios de Cristo (Ediciones
B), di cui dà conto il periodico elettronico Religión digital ma
anche il quotidiano El País (25/10). Sono storie, quelle contenute nel
libro (che è il seguito ideale di Los Legionarios de Cristo. El nuevo
esercito del papa, 2002), che mettono in luce l'assoluta impunità di cui
hanno goduto i Legionari, come hanno evidenziato, qualche anno fa (1997 e
1999), alcune denunce cadute nel vuoto. Nella più recente, quella del '99,
alcuni sacerdoti intentarono un processo canonico a Roma contro il fondatore,
p. Marcial Maciel Degollado, interessando la Congregazione per la Dottrina
della Fede, il cui prefetto, card. Joseph Ratzinger, affermava che "non
si può processare un amico tanto vicino al papa come Marcial Maciel".
Maciel, contro il quale sono state presentate denunce per pedofilia e consumo
di droghe, in particolare morfina, in un preparato noto come Dolatin, gode di
solidi appoggi in tutto il mondo in ambito politico ma anche in Curia.
"Non crede in Dio - dice di lui l'ex legionario Alejandro Espinosa,
autore del prologo del libro -, soffre di una tremenda frustrazione per la
repressione patita a causa delle sue tendenze omosessuali durante l'infanzia
in Messico, dove l'omosessualità era considerata un terribile peccato e una
vergogna sociale, e fondò i Legionari di Cristo per crearsi il suo harem
personale e condurre una vita di lusso".
"La Legione di Cristo - scrive Martínez de Velasco - è una setta
intraecclesiale con comportamenti mafiosi": nella lussuosa casa di Roma,
gli ospiti, cardinali e vescovi di tutto il mondo, vengono spiati con
telecamere invisibili e i Legionari che li accompagnano redigono rapporti che
poi vengono consegnati al fondatore.
Per provare le sue accuse, Martínez (che afferma di aver subìto ogni sorta
di pressione perché il libro non venisse pubblicato) non solo riporta
informazioni confidenziali spontanee ma anche, per la prima volta, documenti
che è riuscito a sottrarre al segreto, tra cui le Costituzioni che regolano
la vita interna della congregazione. Documenti da cui emergono il culto della
personalità di Maciel, centro di tutto, e l'attentato ai diritti umani e alla
Costituzione spagnola nonché al Diritto canonico. Due i pilastri: la santa
obbedienza e il segreto (chiamato "discrezione"), che costituisce il
quarto voto e che comporta il divieto della critica al superiore,
"qualunque cosa faccia". "In base a questo giuramento fatto a
Dio - scrive l'autore - la Legione ha nascosto nel corso degli anni i casi di
abusi sessuali di minori, il sistema repressivo in cui vivono, l'isolamento
dalla famiglia e l'impossibilità di comunicare liberamente". I legionari
camminano sempre a due a due, così che l'uno controlli l'altro.
Quanto all'obbedienza, essa dev'essere cieca perché, si legge in uno degli
articoli della Costituzione, "chi obbedisce non sbaglia mai". Da qui
una dipendenza assoluta dai superiori, commenta Martínez de Velasco, e il
completo annullamento della volontà e di qualsiasi capacità critica degli
alunni. La rottura con il mondo esterno è totale: una lettera ai genitori una
volta al mese, corrispondenza censurata, e-mail controllate, ascolto delle
telefonate da parte dei superiori. E poi niente jeans e consegna degli oggetti
personali. Reclutati intorno agli 11-12 anni, i ragazzini che entrano nella
congregazione non hanno privacy fisica né psicologica e sono sottoposti ad
una sorta di "riprogrammazione" che li trasforma in automi e alla
quale è difficile sottrarsi.
I Legionari di Cristo sono 400.000 in tutto il mondo (40.000 solo in Spagna) e
contano, tra i simpatizzanti, alcuni vescovi (mons. Cañizares di Toledo,
mons. García Gasco di Valencia), la moglie dell'ex capo del governo José
Aznar ed altri ex ministri del Partito Popolare, José María Michavila e Ángel
Acebes. È sicuramente uno dei movimenti conservatori più in crescita ma ha
acerrimi nemici intraecclesiali: i gesuiti e l'Opus Dei. La cosa non deve
sorprendere: se è vero che "dall'Opus hanno copiato tutto, persino
l'organizzazione", spiega Martínez, ora si guardano in cagnesco perché
"lottano per lo stesso mercato".
ADISTA n°77 del 6.11.2004
Udienza
generale del Santo Padre coi Legionari di Cristo del 02/01/1991
Giovanni Paolo II, salutando i Legionari, ricorda gli
impegni nella vita di fede come Chiesa di Cristo ed apostoli del messaggio di
salvezza.
Con gran gioia desidero in questa udienza dare il mio più cordiale
benvenuto ai numerosi Legionari di Cristo qui presenti. Rappresentate molte
comunità ecclesiali, parrocchie, gruppi apostolici, centri educativi ed
assistenziali sparsi in Messico, Spagna, Cile, Brasile, Venezuela e in altri
Paesi dell´America Latina. Voglio salutare tutti con grande affetto e
desidero che la vostra presenza qui a Roma, centro della cristianità, vi
rinsaldi nella vostra fede, nella vostra coscienza di essere Chiesa di
Cristo ed al contempo vi stimoli ad un rinnovato dinamismo apostolico che
porti nelle zone in cui operate il messaggio di salvezza e di gioia che Gesù
ci ha portato nel Natale. Guardando tanti ragazzi e bambini qui presenti,
desidero ripetere loro quanto già dissi a Buenos Aires in occasione della
Giornata Mondiale della Gioventù: Oggi più che mai il mondo ha bisogno di
voi, della vostra gioia e del vostro impegno, della vostra vita limpida e
del vostro lavoro, della vostra forza e del vostro servizio.
Discorso
di Giovanni Paolo II nell’udienza coi Legionari di Cristo e i membri del
Regnum Christi del 30/11/04
Il Santo Padre riceve ai legionari di Cristo e ai membri
del Regnum Christi con motivo del sessantesimo anniversario di Ordinazione
Sacerdotale di P. Marcial Maciel, L.C.
Carissimi Fratelli e Sorelle!
1. Sono lieto di incontrarmi con tutti voi, nel clima di gioia e di
riconoscenza al Signore per il sessantesimo anniversario di Ordinazione
Sacerdotale di Padre Marcial Maciel Degollado, Fondatore e Superiore
Generale della vostra giovane e benemerita Famiglia religiosa.
Va innanzitutto al caro Padre Maciel il mio affettuoso saluto, che
volentieri accompagno con i più cordiali auspici per un ministero
sacerdotale colmo dei doni dello Spirito Santo. Saluto poi i Superiori
dell’Istituto, in particolare il Vicario Generale che ringrazio per le
parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Saluto, inoltre, voi, cari
Sacerdoti e Seminaristi Legionari di Cristo, cari Membri del Movimento
Regnum Christi, e quanti avete preso parte alle celebrazioni giubilari di
questi giorni.
2. La felice ricorrenza che vi vede tutti raccolti attorno al Fondatore,
mentre invita a far memoria dei doni che egli ha ricevuto dal Signore in
questi sessant’anni di ministero sacerdotale, costituisce al tempo stesso
l’occasione per ribadire gli impegni che come Legionari di Cristo voi
avete assunto al servizio del Vangelo. In particolare quest’oggi,
incontrando il Successore di Pietro, voi volete rinnovare l’impegno della
vostra totale fedeltà alla Chiesa ed a colui che la Provvidenza ha voluto
come suo Pastore.
Mi è caro, in questo significativo incontro, ripetervi quanto ebbi a dirvi
al termine del Grande Giubileo dell’Anno Duemila: "E’ oggi più che
mai necessaria una proclamazione del Vangelo che, accantonando tutte le
paure paralizzanti, annunci con profondità intellettuale e con coraggio la
verità su Dio, sull’uomo e sul mondo" (Discorso ai Legionari di
Cristo ed ai Membri del Movimento "Regnum Christi", n. 4, in L’Oss.
Rom., 5 gennaio 2001, p. 5).
3. Per portare a compimento questa impegnativa missione, è indispensabile
coltivare una costante intimità con Cristo, cercando di seguirlo ed
imitarlo docilmente. Ciò vi renderà sempre pronti a rispondere alle attese
più autentiche e profonde degli uomini e delle donne del nostro tempo.
L’Anno dell’Eucaristia, che è iniziato ad ottobre, sia per voi
occasione propizia per crescere nell’amore eucaristico, fonte e culmine di
tutta la vita cristiana. Per la Chiesa questo sommo Mistero è il dono per
eccellenza di Cristo, perché è "dono di se stesso, della sua persona
nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza" (Ecclesia
de Eucharistia, 11).
4. Restate uniti attorno all’Eucaristia! Fedeli al carisma che vi
contraddistingue, proseguite la vostra missione evangelizzatrice nutrendovi
di Cristo e facendovi suoi intrepidi testimoni.
Vi accompagnino i vostri santi protettori; vi sia di guida e di sostegno
soprattutto Maria Santissima, la
"Madonna del Soccorso".
Con questi sentimenti e voti, imparto di cuore al caro Padre Maciel e a
tutti voi qui presenti una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri
estendo ai Membri della vostra Famiglia religiosa e a quanti incontrate nel
vostro quotidiano apostolato.
Legionari
di Cristo. Questo processo non s´ha da fare
Il papa assicura rigore contro gli abusi sessuali compiuti da preti. Ma in
Vaticano c´è una causa che è ferma. E riguarda il fondatore di un corpo
sceltissimo di sacerdoti
di Sandro Magister

(Da "L´Espresso" del 31 gennaio 2002, titolo originale "Un
legionario nella bufera". Nella foto, padre Marcial Maciel Degollado)
Il suo ultimo mea culpa, lo scorso 22
novembre, Giovanni Paolo II l´ha fatto con i popoli dell´Oceania. Ai quali
ha chiesto perdono per «gli abusi sessuali compiuti da alcuni preti» e ha
promesso «aperte e giuste procedure per rispondere alle accuse». Promessa
confortata da fatti. Perché nelle passate settimane, a tutti i vescovi del
mondo, il Vaticano ha recapitato una "Epistula" in latino con
segnati i gravissimi delitti che sono stati avocati dalla Congregazione per
la dottrina della fede, l´ex Sant´Uffizio, per essere sottoposti a più
rapido e rigoroso processo. Tra questi delitti: gli abusi sessuali commessi
da sacerdoti su minori di 18 anni, l´assoluzione di complici in peccati
contro il sesto comandamento, l´incitamento a simili atti da parte dello
stesso confessore.
Intanto, però, il Vaticano tiene bloccata da due anni una causa canonica
contro un prete famosissimo e potentissimo, pluriaccusato proprio di questi
ultimi peccati.
Il prete si chiama Marcial Maciel Degollado, è messicano, ha la stessa età
di Giovanni Paolo II ed è il fondatore e capo dei Legionari di Cristo, un
corpo scelto e superpreparato di sacerdoti e laici di tutto il mondo, in
strabiliante espansione.
Le cifre parlano. Lo scorso anno, sessantesimo dalla fondazione, i Legionari
contavano 477 sacerdoti e altri 2.500 prossimi a diventarlo. Pronti quindi a
sorpassare persino l´Opus Dei con i suoi 1.763 preti.
Hanno 24 seminari in Europa, nelle Americhe e in Australia, col top a Roma
nel modernissimo Ateneo pontificio Regina Apostolorum. Possiedono 9
università e 166 scuole e istituti superiori in numerosi paesi.
Ai sacerdoti si aggiungono inoltre 870 Legionari laici, attivi in 5.266
comunità sparse nelle aree povere dell´America latina. Più i 50 mila
seguaci del movimento parellelo Regnum Christi.
In breve, i Legionari sono una vera potenza. Fiorentissimi di vocazioni.
Devotissimi al papa e da lui ricambiati di benedizioni. Non fosse per quell´ombra
che oscura il loro fondatore Maciel.
Un´ombra che lo accompagna fin da ragazzo, quando per due volte fu espulso
da due seminari. Ma che in seguito è più volte pericolosamente ricaduta su
di lui (v. scheda più sotto). Fino a materializzarsi, il 17 ottobre 1998,
nella presentazione in Vaticano di una denuncia canonica a suo carico.
Il fascicolo con l'accusa, presso l´ex Sant´Uffizio, reca sulla copertina
la dicitura latina "Absolutionis complicis (Arturo Jurado et alii -
Rev. Marcial Maciel Degollado)". Tradotto: dell´assoluzione del
complice.
Gli accusatori, infatti, tutti ex Legionari d´alto grado, denunciano sì
padre Maciel d´aver abusato sessualmente di loro quand´erano minorenni,
negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma fosse stato solo per questo, la causa
non sarebbe stata neppure accolta. Perché simili delitti cadono in
prescrizione passati dieci anni dal compimento della maggiore età della
vittima, stando alle norme canoniche.
Se le autorità dell´ex Sant´Uffizio hanno accolto la denuncia, è per
altre accuse ancor più gravi, che toccano il sacramento della confessione e
quindi, se comprovate, resterebbero sempre sotto giudizio.
Agli accusatori padre Maciel ha risposto pubblicamente una sola volta, il 28
febbraio 1997, con una lettera al quotidiano "The Hartford Courant",
del Connecticut, quartier generale dei Legionari negli Stati Uniti.
Dichiarando la sua piena innocenza.
Lo scorso 11 novembre, sul settimanale "National Catholic Register"
di proprietà dei Legionari, è tornato a difendere l´innocenza di Maciel
il direttore ed editore del giornale, padre Owen Kearns. È negli Stati
Uniti, infatti, che il caso ha creato più rumore.
Ma il Vaticano? Fermo e muto. Al vescovo messicano di Coatzacoalcos, Carlos
Talavera Ramírez, il capo supremo dell´ex Sant´Uffizio, cardinale Joseph
Ratzinger, avrebbe detto nell´autunno del 1999 che la materia è delicata,
che padre Maciel ha fatto tanto bene per la Chiesa suscitando così numerose
vocazioni e che non sarebbe prudente sollevare un simile caso. L´ufficio
stampa vaticano ha però smentito che Ratzinger abbia fatto simili
affermazioni e Talavera non le ha più riconfermate.
Una Legione ha insomma fermato le «aperte e giuste procedure» promesse dal
papa. Che pure non ha esitato a degradare tre anni fa per analoghe colpe
comprovate nientemento che il cardinale di Vienna, Hans Hermann Groër.
__________
MEZZO SECOLO DI ACCUSE
Marcial Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, è stato più volte
sotto tiro.
Le prime accuse sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas,
in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il
Vaticano le lascia cadere.
Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga, su nuove accuse
ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni e
esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei
Legionari.
Terzo. Nel 1978 è l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan
Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di
comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca
ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta.
L´ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da
parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel
a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e
José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in
Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina
della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un
processo canonico contro Maciel.
Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all'avvocato Wegan, incontra di
nuovo in Vaticano monsignor Girotti.
Ma senza alcun risultato.
Lettera del 18 maggio
2001 ai vescovi in cui la Chiesa (Ratzinger) avoca a sé i processi
concernenti gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su minori, l´assoluzione
di complici in peccati contro il sesto comandamento, e altri simili delitti.
E' in latino, indovinate perché.
CONGREGATIO PRO
DOCTRINA FIDEI
EPISTULA
a Congregatione pro Doctrina Fidei missa
ad totius Catholicae Ecclesiae Episcopos
aliosque Ordinarios et Hierarchas interesse habentes:
DE DELICTIS GRAVIORIBUS
eidem Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis
Ad exsequendam ecclesiasticam legem, quae in articulo 52 Constitutionis
Apostolicae de Romana Curia enuntiat: "Delicta contra fidem necnon
graviora delicta tum contra mores tum in sacramentorum celebratione commissa,
quae ipsi delata fuerint, [Congregatio pro Doctrina Fidei] cognoscit atque,
ubi opus fuerit, ad canonicas sanctiones declarandas aut irrogandas ad
normam iuris, sive communis sive proprii, procedit",[1] necesse erat in
primis definire procedendi modum de delictis contra fidem: quod peractum
fuit per normas, quarum inscriptio est Agendi ratio in doctrinarum examine,
a Summo Pontifice Ioanne Paulo PP. II ratas atque confirmatas, simul
articulis 28-29 in forma specifica approbatis.[2]
Eodem fere tempore Congregatio pro
Doctrina Fidei per Commissionem ad hoc ipsum institutam operam dabat diligenti
canonum de delictis studio, sive Codicis Iuris Canonici, sive Codicis Canonum
Ecclesiarum Orientalium, ad determinanda "graviora delicta tum contra
mores tum in sacramentorum celebratione", ad perficiendas quoque normas
processuales speciales "ad canonicas sanctiones declarandas aut
irrogandas", quia Instructio Crimen sollicitationis hucusque vigens, a
Suprema Sacra Congregatione Sancti Officii edita die 16 mensis martii anno
1962,[3] recognoscenda erat novis Codicibus canonicis promulgatis.
Attente perpensis votis et factis
opportunis consultationibus, Commissionis opus tandem ad finem pervenit;
Congregationis pro Doctrina Fidei Patres accuratius idem examinarunt, Summo
Pontifici subiciendo conclusiones circa determinationem graviorum delictorum
et modum procedendi ad sanctiones declarandas aut irrogandas, firma manente
eiusdem Congregationis Apostolici Tribunalis exclusiva in hoc competentia.
Quae omnia ab ipso Summo Pontifice adprobata, confirmata et promulgata sunt
per Litteras Apostolicas Motu Proprio datas, quarum initium sumit a verbis
Sacramentorum sanctitatis tutela.
Graviora delicta tum in
sacramentorum celebratione tum contra mores, Congregationi pro Doctrina Fidei
reservata, sunt:
– Delicta contra sanctitatem
augustissimi Eucharistiae Sacrificii et sacramenti, videlicet:
1° abductio vel retentio in sacrilegum finem, aut abiectio consecratarum
specierum;[4]
2° attentatio liturgicae eucharistici Sacrificii actionis vel eiusdem
simulatio;[5]
3° vetita eucharistici Sacrificii concelebratio una cum ministris
communitatum ecclesialium, qui successionem apostolicam non habent nec
agnoscunt ordinationis sacerdotalis sacramentalem dignitatem;[6]
4° consecratio in sacrilegum finem alterius materiae sine altera in
eucharistica celebratione, aut etiam utriusque extra eucharisticam
celebrationem;[7]
– Delicta contra sanctitatem
sacramenti Paenitentiae, videlicet:
1° absolutio complicis in peccato contra sextum Decalogi praeceptum;[8]
2° sollicitatio in actu vel occasione vel praetextu confessionis ad peccatum
contra sextum Decalogi praeceptum, si ad peccandum cum ipso confessario
dirigitur;[9]
3° violatio directa sigilli sacramentalis;[10]
– Delictum contra mores,
videlicet: delictum contra sextum Decalogi praeceptum cum minore infra aetatem
duodeviginti annorum a clerico commissum.
Haec tantum, quae supra indicantur
delicta cum sua definitione, Congregationis pro Doctrina Fidei Tribunali
Apostolico reservantur.
Quoties Ordinarius vel Hierarcha
notitiam saltem verisimilem habeat de delicto reservato, investigatione
praevia peracta, eam significet Congregationi pro Doctrina Fidei quae, nisi ob
peculiaria rerum adiuncta causam sibi advocet, Ordinarium vel Hierarcham per
proprium Tribunal ad ulteriora procedere iubet opportunas normas tradendo; ius
appellandi contra sententiam primi gradus, sive ex parte rei vel eius Patroni
sive ex parte Promotoris Iustitiae, valide unice manet tantummodo ad Supremum
Tribunal eiusdem Congregationis.
Notandum est actionem criminalem
de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis praescriptione
extingui decennio.[11] Praescriptio decurrit ad normam iuris universalis et
communis;[12] in delicto autem cum minore a clerico patrato praescriptio
decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit.
In Tribunalibus apud Ordinarios
vel Hierarchas constitutis, hisce pro causis munera Iudicis, Promotoris
Iustitiae, Notarii atque Patroni tantummodo sacerdotes valide explere possunt.
Instantia in Tribunali quovis modo finita, omnia acta causae ad Congregationem
pro Doctrina Fidei ex officio quam primum transmittantur.
Tribunalia omnia Ecclesiae Latinae
et Ecclesiarum Orientalium Catholicarum tenentur canones de delictis et poenis
necnon de processu poenali utriusque Codicis respective observare una cum
normis specialibus a Congregatione pro Doctrina Fidei pro singulo casu
tradendis et omnino ad exsecutionem mandandis.
Huiusmodi causae secreto
pontificio subiectae sunt.
Per hanc Epistulam, de mandato
Summi Pontificis omnibus Ecclesiae Catholicae Episcopis, Superioribus
Generalibus institutorum religiosorum clericalium iuris pontificii et
societatum vitae apostolicae clericalium iuris pontificii aliisque Ordinariis
et Hierarchis interesse habentibus missam, in votis est ut non solum graviora
delicta omnino vitentur, sed praesertim ad clericorum et fidelium sanctitatem
etiam per necessarias sanctiones procurandam sollicita pastoralis cura ab
Ordinariis et Hierarchis habeatur.
Romae, e sede Congregationis pro
Doctrina Fidei, die 18 maii 2001.
+ JOSEPHUS Card. RATZINGER
Praefectus
+ Tharsicius BERTONE, S.D.B.
archiep. em. Vercellensis a Secretis
[1] Ioannes Paulus PP. II, Constitutio Apostolica Pastor bonus, De Romana
Curia, 28 iunii 1988, art. 52, in AAS 80 (1988) 874.
[2] Congregatio pro Doctrina Fidei,
Agendi ratio in doctrinarum examine, 29 iunii 1997, in AAS 89 (1997) 830-835.
[3] Suprema Sacra Congregatio
Sancti Officii, Instructio Crimen sollicitationis, Ad omnes Patriarchas,
Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios "etiam Ritus
Orientalis": De modo procedendi in causis sollicitationis, 16 martii
1962, Typis Polyglottis Vaticanis MCMLXII.
[4] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
1367; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1442. Cf. et Pontificium
Consilium De Legum Textibus Interpretandis, Responsio ad propositum dubium, 4
iunii 1999.
[5] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
1378 § 2 n. 1 et 1379; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1443.
[6] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
908 et 1365; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 702 et 1440.
[7] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
927.
[8] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
1378 § 1; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1457.
[9] Cf. Codex Iuris Canonici, can.
1387; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1458.
[10] Cf. Codex Iuris Canonici,
can. 1388 § 1; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1456 § 1.
[11] Cf. Codex Iuris Canonici,
can. 1362 § 1 n. 1; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1152 § 2 n.
1.
[12] Cf. Codex Iuris Canonici,
can. 1362 § 2; Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 1152 § 3.
I
Legionari di Cristo: "Accusano noi per colpire il papa"
Intervista esclusiva col vertice della congregazione, che respinge come
"indegne di credibilità" le denunce contro il fondatore. Ma gli
accusatori contrattaccano. E fanno ricorso all´Onu
di Sandro Magister
ROMA -I Legionari di Cristo sono una storia di successo, negli anni recenti
della Chiesa cattolica. I loro numeri lo dicono: 500 preti, altri 2.500
vicini a diventarlo, 1.000 laici consacrati, 30.000 membri attivi in venti
nazioni. E tutto in tempi rapidissimi. Intanto però accuse gravi colpiscono
il loro stesso fondatore, padre Marcial Maciel Degollado (nella foto, al
centro), messicano, coetaneo di Giovanni Paolo II e da lui molto stimato e
protetto.
Questa è la prima intervista nella quale il vertice dei Legionari ha
accettato di rispondere alle critiche, punto per punto. L´interlocutore
autorizzato è padre Miguel Cavallé Puig, catalano, membro della segreteria
generale dell´organizzazione e presidente della Fondazione Villaggio dei
Ragazzi.
Padre, qual è il segreto della stupefacente espansione dei Legionari di
Cristo?
«Stupefacente non so. Ma certo, nella generale crisi di vocazioni di tanti
istituti religiosi, la nostra crescita suscita ammirazione. Non abbiamo
nessuna arma segreta. Semplicemente offriamo ai giovani i mezzi adatti per
scoprire la chiamata a Dio e alla vita consacrata. Ma poi è Dio che fa. Lui
manda i suoi operai dove vuole».
Il vostro è un nome di battaglia. Contro quale nemico?
«Direi meglio: a favore di chi? Vogliamo essere una Legione di pace, andare
in tutto il mondo a predicare la Buona Novella, portare la salvezza
cristiana a tutti gli uomini, a cominciare dai più bisognosi».
Ma questo vale per tutti i cristiani. Voi in che cosa vi distinguete?
«Per un particolare spirito di dinamismo. Lottiamo sempre, non ci
scoraggiamo di fronte alle difficoltà. Il nostro fondatore, padre Marcial
Maciel, ci ha insegnato a non riposare mai».
Mentre la Chiesa la vedete troppo fiacca, rilassata, bisognosa di
risveglio?
«È Giovanni Paolo II il primo a chiedere a tutti di mettersi all´opera
con decisione. Soprattutto ai giovani dice che non è tempo di oziare. I
Legionari di Cristo sono nati più di 60 anni fa, ma il loro sviluppo
coincide con questo pontificato. Noi applichiamo l´insegnamento del papa».
Siete nati in Messico, ma subito avete fatto rotta su Roma. Perché?
«Perché vogliamo essere vicini al papa, anche fisicamente. Vicini e fedeli».
In quali paesi siete più presenti?
«Più di tutti in Messico. E poi negli Stati Uniti e in Brasile. Sono i
paesi che ci danno più vocazioni».
Sembrate voler conquistare soprattutto le élite di comando della società.
Perché?
«L´opera più grande che abbiamo in Italia è il Villaggio dei Ragazzi di
Maddaloni, in Campania, per ragazzi poveri e disagiati. I Legionari fanno
apostolato con tutti, senza distinzioni. È vero che ci impegnamo a formare
persone che, grazie ai loro mezzi, possono facilitare la diffusione del
messaggio evangelico. Ma non mi sembra che questo possa essere chiamato
elitismo: anche Gesù curò con particolare attenzione i dodici apostoli».
I vostri giovani preti ricevono una formazione lunga e severa, ma anche
molto separata dal mondo esterno. Non crede che questa clausura comporti dei
rischi?
«Che la formazione sia lunga è vero: dura dodici o tredici anni dopo il
diploma liceale, perché fare il sacerdote oggi non è facile e bisogna
prepararsi bene. Severa non direi, ma esigente e disciplinata lo è, sempre
però in serenità e allegria. Quanto alla clausura nego. La formazione non
è solo studio e preghiera: comprende anche tre o quattro anni di apostolato
a contatto diretto con la gente».
Da voi tutto sembra far perno sul fondatore. C´è chi vi accusa di culto
della personalità.
«Chi ci conosce bene sa che non è così. Una congregazione come la nostra,
presente in venti paesi del mondo nei quali si parlano sette diverse linglue,
non può far dipendere in tutto da una persona, per quanto capace e
carismatica sia. Noi amiamo il nostro fondatore come i francescani amano san
Francesco e i salesiani don Bosco. Amare il fondatore è anche un dovere di
giustizia e gratitudine per quello che ci ha dato».
Vi lega a lui un vincolo speciale? Un quarto voto dopo i tre classici di
povertà, castità e obbedienza?
«I nostri voti aggiuntivi sono due. Il primo è di carità: e impegna a non
criticare nessuno e in particolare i superiori, perché la maldicenza è
quanto di più anticristiano ci sia. Naturalmente uno può dire quello che
non gli sembra opportuno del governo di un superiore, ma è giusto che lo
dica a lui stesso o a chi può risolvere la situazione, cioé a un altro
superiore d´autorità ancora più alta, senza creare dissidi tra chi
oggettivamente non può risolvere il caso. Il secondo voto aggiuntivo è di
umiltà: e impegna a non ambire a cariche di governo nella congregazione,
perché noi ci facciamo religiosi nel servire».
Del vostro fondatore circola un solo libro. Perché degli altri suoi
scritti fate un uso solo interno?
«Il libro riguarda la formazione dei sacerdoti e fu richiesto a padre
Maciel prima del sinodo dei vescovi dedicato a questo tema, sul quale il
nostro fondatore è ritenuto molto competente. Gli altri scritti, invece,
non sono nati per essere pubblicati. Sono lettere personali indirizzate anno
dopo anno a Legionari o a membri del movimento Regnum Christi. Per animare,
per orientare, un po´ come faceva san Paolo con le prime comunità
cristiane. Alcune di queste lettere sono raccolte per temi di interesse
generale e sono stampate. Nelle nostre istituzioni sono a disposizione di
tutti, anche di persone esterne».
Perché non aprite i vostri archivi?
«Siamo giovani, il nostro fondatore è ancora in vita e non abbiamo un
archivio vero e proprio. Al di là delle lettere del primo periodo, quello
della fondazione, non vi si trova niente di particolare. Informazioni sono
presenti nei nostri siti web, su chi siamo, sulla nostra storia, sulle
nostre attività. E poi ci piace essere vicini alla gente e chiunque può
domandarci qullo che vuole».
Ma su altri movimenti religiosi anche più recenti già esistono
ricostruzioni storiche. Sui Legionari niente.
«A dire il vero anche noi stiamo pensando a scrivere e pubblicare una
nostra storia. Ma non le so dire quando».
Intanto però è uscito in Spagna un libro su di voi che è molto
critico.
«Non l´ho letto».
E in Messico ne è appena uscito un altro, scritto da un ex Legionario
che accusa il fondatore d´aver abusato sessualmente di lui, negli anni
Cinquanta.
«Nemmeno questo l´ho letto. Per quanto mi dicono è una ripetizione di
vecchie accuse».
Ma gli accusatori non sono uno ma otto, tutti ex Legionari importanti.
Perché il Vaticano non dà corso alla loro denuncia, come fa in tutti i
casi consimili?
«Perché già all´epoca dei presunti fatti, negli anni Cinquanta, la Santa
Sede indagò su pesanti accuse che erano state rivolte contro padre Maciel.
Le imputazioni erano di vario tipo, e su tutte, dopo inchieste attentissime
da parte dei visitatori apostolici, fu dimostrata la totale innocenza del
nostro fondatore. All´epoca furono interrogati anche gli accusatori di
oggi, ma nessuno di loro disse quello che avrebbe detto decenni dopo, nell´attuale
campagna diffamatoria. E non parlarono allora perché in effetti non era
accaduto nulla. Se quindi il Vaticano non ha dato corso alla nuova denuncia
è perché le accuse non si sostengono. Uno degli accusatori ha ritrattato.
Un altro ha mandato tranquillamente una sua figlia in una nostra scuola fino
al 1996. Altri ex Legionari hanno detto d´essere stati avvicinati perché
anche loro dessero falsa testimonianza contro padre Maciel. Infine esistono
numerose lettere, alcune manoscritte, di queste persone, rivolte a padre
Maciel molti anni dopo i presunti fatti, nelle quali essi mostrano grande
amicizia, apprezzamento e gratitudine per lui. Basta questo per dimostrare
che si tratta di accuse indegne di credibilità».
Ma ora gli accusatori hanno anche sporto denuncia alle Nazioni Unite, all´ufficio
dei diritti umani per la tutela dei bambini e dei giovani.
«E contro chi?».
Contro il Vaticano, perché coprirebbe il delitto.
«Questo non lo sapevo. Ma vede? Qui si capisce che il vero bersaglio delle
accuse non è tanto padre Maciel, ma è la Chiesa, è il papa».
E voi non vi difendete?
«No. Padre Maciel ci ha sempre insegnato che la nostra virtù principale
dev´essere la carità, che vuol dire perdono e comprensione. E poi c´è
tanto da fare che non abbiamo tempo per preoccuparci di accuse che non
rispondono al vero. Mi creda, ci preoccupano le sofferenze di queste persone
e prestiamo attenzione a quello che dicono su di noi, ma, ripeto, le loro
non sono accuse credibili. Dunque preferiamo investire ogni minuto nel far
bene, nell´evangelizzare, nel servire i fratelli. Oggi di preti ce ne sono
pochi, ma di lavoro apostolico ce n´è sempre tanto, tantissimo».
[Una versione ridotta di questa intervista è su "L´espresso" n.
15 del 4-10 aprile 2003, con il titolo "Legionari nella bufera"]
Wojtyla,
il Papa che ha fallito
di Hans Kung
Predica il dialogo ma ha isolato la Chiesa. Le sue idee di
fede e di morale hanno cancellato il Concilio Vaticano II
La situazione della Chiesa Cattolica è seria. Il Papa è
gravemente malato e merita ogni compassione. Ma la Chiesa deve
vivere. Per questo, nella prospettiva di un’elezione papale,
ha bisogno di una diagnosi, di una sincera analisi svolta dal
suo interno. Delle terapie si potrà discutere dopo.
Gli oltre venticinque anni di Pontificato di Karol Wojtyla
sono stati una conferma delle critiche che già avevo espresso
dopo un anno del suo Pontificato. Secondo la mia opinione, egli
non è il Papa più grande ma il più contraddittorio del XX
secolo. Un Papa dalle molte, grandi doti, e dalle molte decisioni
sbagliate! La sua «politica estera» ha preteso da tutto il mondo
conversione, riforma, dialogo. Però, in tutta contraddizione, la
sua «politica interna» ha puntato alla restaurazione dello
status quo ante Concilium, a impedire le riforme, al rifiuto del
dialogo intra- ecclesiastico e al dominio assoluto di Roma. Questa
contraddizione si evidenzia in undici ambiti problematici.
Riconoscendo gli aspetti positivi di questo Pontificato, mi
concentrerò quindi sui suoi aspetti critici e contraddittori.
Prima contraddizione.
Giovanni Paolo II predica i diritti degli uomini all’esterno ma
li ha negati all’interno, cioè ai vescovi, ai teologi e
soprattutto alle donne.
Il Vaticano, un tempo nemico convinto dei diritti dell’uomo ma
ben disposto oggi a immischiarsi nella politica europea, continua
a non poter sottoscrivere la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo
del Consiglio d’Europa: troppi canoni del diritto ecclesiastico
romano, assolutistico e medioevale, dovrebbero prima essere
modificati. La separazione dei poteri, principio fondamentale del
diritto moderno, è sconosciuta alla Chiesa Cattolica romana, nel
cui comportamento non vi è nessuna lealtà: nei casi di disputa
l’autorità vaticana funge nel contempo da legislatore, accusa e
giudice.
Seconda contraddizione.
Grande ammiratore di Maria, il Wojtyla predica gli ideali
femminili, vietando però alle donne la pillola e negando loro
l’ordinazione.
Per molte donne cattoliche tradizionali (soprattutto le donne
appartenenti a ordini religiosi), l’aspetto più apprezzato di
questo Papa è il suo respingere le donne moderne, in quanto le ha
escluse da tutte le consacrazioni più importanti e considera la
contraccezione appartenente alla «cultura della morte ».
Tuttavia, molte delle donne che partecipano alle manifestazioni di
massa del Papa, rifiutano la dottrina papale che si oppone ai
metodi contraccettivi.
Terza contraddizione.
Questo Pontefice predica contro la povertà di massa e
l’indigenza nel mondo ma, al tempo stesso, con la sua posizione
in merito al controllo delle nascite e all’esplosione
demografica, si è reso colpevole di questa indigenza.
In occasione dei suoi numerosi viaggi e anche di fronte alla
Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo tenutasi
al Cairo nel 1994, questo Papa ha preso posizione contro l’uso
della pillola e del profilattico e, pertanto, potrebbe essere
ritenuto responsabile più di qualsiasi uomo di Stato della
crescita demografica incontrollata in alcuni Paesi e del dilagare
dell’Aids in Africa.
Quarta contraddizione.
Karol Wojtyla propaganda una figura sacerdotale maschile
caratterizzata dal celibato ed è, quindi, il principale
responsabile della catastrofica carenza di sacerdoti, del collasso
dell’assistenza spirituale in molti Paesi e dello scandalo della
pedofilia nel clero, ormai venuto alla luce.
Agli uomini che si sono dichiarati pronti al servizio sacerdotale
nelle comunità viene proibito il matrimonio. Questo è solo un
esempio di come anche questo Papa abbia ignorato la dottrina della
Bibbia e la grande tradizione cattolica del primo Millennio in cui
non vi era alcuna legge sul celibato per i sacerdoti. I quadri si
sono ridotti, il reclutamento è fermo e fra poco, non solo
nell’area di lingua tedesca, quasi due terzi delle parrocchie
rimarranno senza sacerdote e la stessa celebrazione domenicale
dell’eucarestia non potrà più essere assicurata, nemmeno con
l’importazione di parroci e il raggruppamento delle parrocchie
in «unità spirituali». Il clero fedele al celibato è dunque in
crescente pericolo di estinzione. Gli scandali della pedofilia
verificatisi dagli Stati Uniti all’Austria hanno inoltre
gravemente danneggiato la sua credibilità, portando sull’orlo
della bancarotta grandi diocesi negli Stati Uniti.
Quinta contraddizione.
Il Papa polacco ha praticato un numero elavatissimo di
canonizzazioni, ma al tempo stesso ha ignorato l’inquisizione
attuata nei confronti di teologi, sacerdoti e membri di ordini
malvisti dalla Chiesa.
I devoti, strumentalizzati politicamente e commercialmente con
spese ingenti e conseguenti profitti per la Curia, sono
soprattutto pie suore, fondatori di ordini religiosi o Papi come
l’antidemocratico, antisemita, autoritario Papa Pio IX
(controbilanciati dalla canonizzazione di Giovanni XXIII). Devoti
sono divenuti anche l’imperatore asburgico Carlo I e il ben poco
pio fondatore dell’Opus Dei Josémaria Escrivá.
Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi) che
si sono distinti, per il loro pensiero critico e per la loro
energica volontà di riforme, sono stati invece trattati con
metodi da Inquisizione. Come Pio XII fece perseguitare i più
importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano
Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger con
Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann
e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l’Arcivescono di Seattle
Huntington. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e
teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio.
Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i
pensatori critici di questo Pontificato. I vescovi si sentono
governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa. E
troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono.
Sesta contraddizione.
Il Papa elogia spesso e volentieri gli ecumenici, ma al tempo
stesso ha pesantemente compromesso i rapporti con le Chiese
ortodosse e con quelle riformiste ed evita il riconoscimento dei
suoi funzionari e dell’eucarestia.
Il Papa avrebbe dovuto consentire — come suggerito in molti modi
dalle commissioni di studio ecumeniche e come praticato
direttamente da tanti parroci — le messe e l’eucarestia nelle
Chiese non cattoliche e l’ospitalità eucaristica.Avrebbe anche
dovuto ridurre l’eccessivo potere esercitato dalla Chiesa nei
confronti delle Chiese dell’Est e delle Chiese riformiste e
avrebbe dovuto rinunciare all’insediamento dei Vescovi romano-
cattolici nelle zone delle Chiese russe- ortodosse. Avrebbe
potuto, ma non ha mai voluto. Ha voluto invece mantenere e
ampliare il sistema di potere romano. La politica di potere e di
prestigio del Vaticano è stata mascherata da discorsi ecumenici
pronunciati dalla finestra di Piazza San Pietro, da gesti vuoti e
da una giovialità del Papa e dei suoi cardinali che cela in realtà
il desiderio di «sottomissione» della Chiesa dell’Est sotto il
primato romano e il «ritorno» dei protestanti alla casa paterna
romano-cattolica.
Settima contraddizione.
Come Vescovo suffraganeo e poi Arcivescovo di Cracovia, Karol
Wojtyla ha preso parte al Concilio Vaticano II. Una volta
diventato Papa, ha però disprezzato la collegialità del
Pontefice con i Vescovi decretata proprio al Concilio.
Questo Pontefice ha più volte dichiarato la sua fedeltà al
Concilio, per poi tradirlo nei fatti attraverso la sua «politica
interna». I termini conciliari come «aggiornamento, dialogo,
collegialità e apertura ecumenica» sono stati sostituiti da
parole quali «restaurazione, magistero, obbedienza,
ri-romanizzazione ». Il criterio per la nomina dei Vescovi non è
affatto lo spirito del Vangelo e l’apertura mentale pastorale,
bensì la fedeltà assoluta verso la condotta romana. I
sostenitori del Papa tra i vescovi di lingua tedesca come Meisner,
Dyba, Haas, Groer e Krenn sono solo gli sbagli più eclatanti di
questa politica pastorale devastante, la quale fa pericolosamente
scivolare in basso il livello morale e intellettuale
dell’episcopato. Un episcopato reso ancor più mediocre, rigido,
conservatore e servile, è forse l’ipoteca più pesante di
questo lunghissimo Pontificato.
Ottava contraddizione.
Questo Papa ha cercato il dialogo con le religioni del mondo, ma
contemporaneamente ha disprezzato le religioni non cristiane
definendole «forme deficitarie di fede».
In occasione dei suoi viaggi o «preghiere di pace», il Papa ha
radunato con piacere attorno a sé dignitari di altre chiese e
religioni. Non vi erano tuttavia molte tracce reali della sua
preghiera teologica. Anzi, il Papa si è presentato in sostanza
come un «missionario » di vecchio stampo.
Nona contraddizione.
Il Papa polacco ha assunto la funzione di rappresentante della
fede in un’Europa cristiana, ma il suo ingresso trionfale e la
sua politica reazionaria hanno involontariamente favorito
l’inimicizia nei confronti della Chiesa, se non addirittura
l’avversione contro il Cristianesimo stesso.
La campagna di evangelizzazione del Papa, il cui punto centrale è
rappresentato da una morale sessuale ben poco adeguata ai tempi,
ha discriminato soprattutto le donne: quelle che in questioni
controverse, quali la contraccezione, l’aborto, il divorzio,
l’inseminazione artificiale hanno dimostrato di avere opinioni
diverse da quelle della Chiesa, sono state definite portatrici di
una «cultura della morte». Attraverso interventi politici—
come è accaduto in Germania contro il Parlamento e l’episcopato
nel caso del conflitto sul tema della gravidanza —, la Curia
romana ha dato l’impressione di rispettare poco la separazione
giuridica tra Stato e Chiesa. Il Vaticano cerca (attraverso il
gruppo parlamentare del Partito Popolare europeo) di esercitare
delle pressioni anche sul Parlamento Europeo, incentivando
l’ingaggio di osservatori particolarmente vicini alle idee di
Roma per questioni relative alla legislazione sull’aborto.
Invece di farsi ovunque fautrice di soluzioni ragionevoli che
consentano la mediazione, la Curia romana con i suoi proclami
acutizza di fatto a livello mondiale la polarizzazione tra
oppositori e sostenitori dell’aborto, moralisti e libertini.
Decima contraddizione.
Come carismatico comunicatore e «star» mediatica, questo Papa
fino alla sua veneranda età ha fatto presa in particolare sui
giovani, ma si è appoggiato soprattutto ai «nuovi movimenti» di
origine italiana, all’Opus Dei di casa in Spagna e a un pubblico
acritico e fedele del Pontefice. Tutto ciò è sintomatico del
rapporto del Papa con la laicità e della sua incapacità di
dialogare con un pubblico critico.
I grandi raduni mondiali dei giovani sostenuti a livello regionale
e internazionale, sotto la sorveglianza della gerarchia dei nuovi
movimenti laici (Focolare, Comunione e Liberazione, St. Egidio,
Legionari di Cristo, Regnum Christi, etc.), hanno attirato e
attirano centinaia di migliaia di giovani. Molti di essi
volonterosi, troppi del tutto acritici. Il carisma personale di
Wojtyla è quasi più importante dei contenuti da lui trasmessi.
Le domande che i giovani avevano posto al Papa e che, in occasione
del suo primo viaggio in Germania, lo avevano messo in serio
imbarazzo, in seguito non sono state più consentite. Le
associazioni cattoliche di giovani, che non si trovano sulla linea
del Vaticano, vengono disciplinate e messe alla fame dall’ordine
romano attraverso il ritiro di finanziamenti da parte dei vescovi
locali. Inoltre viene messa in discussione la fiducia un tempo
accordata all’ordine dei gesuiti: prediletti dai Papi
precedenti, ora vengono percepiti come sabbia negli ingranaggi
della politica di restaurazione del Papa a causa delle loro qualità
intellettuali, dei loro teologi critici e delle opzioni teologiche
di liberazione. Invece Karol Wojtyla, già ai tempi in cui era
ancora arcivescovo di Cracovia, concesse la piena fiducia
all’associazione segreta Opus Dei, potente sia dal punto di
vista finanziario che in termini di influenze, ma antidemocratica
e in passato compromessa con regimi fascisti.
Undicesima contraddizione.
Giovanni Paolo II ha offerto nel 2000 una pubblica confessione dei
peccati per gli errori della Chiesa nel passato, senza però
trarne alcuna conseguenza pratica.
La confessione dei peccati ampollosa e barocca inscenata a San
Pietro per gli errori della Chiesa è rimasta vaga e ambigua. Il
Papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei «figli e delle
figlie della Chiesa» ma non per quelle del «Santo Padre», per
quelle della Chiesa stessa e dei gerarchi presenti. Il Papa non ha
mai preso posizione in merito agli intrighi delle varie sedi della
Curia in affari mafiosi e ha contribuito più all’occultamento
che alla rivelazione di scandali e crimini (Banca Vaticana, il «suicidio»
di Guido Calvi, l’omicidio avvenuto nell’ambiente del corpo
delle guardie svizzere...). Anche con la rivelazione degli
scandali della pedofilia dei clericali, il Vaticano è stato
straordinariamente titubante. Nonostante alcune richieste, il Papa
non ha mai dato udienza ad alcuna vittima. Anzi, ha riempito di
elogi un insigne criminale nel corso di una fastosa cerimonia al
Vaticano: il messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei
Legionari di Cristo (500 sacerdoti e 2.000 seminaristi) e del
movimento laico Regnum Christi, diventato ormai concorrente ancora
più conservatore dell’Opus Dei.
Conclusioni.
Per la Chiesa cattolica questo Pontificato si rivela, nonostante i
suoi aspetti positivi, una grande speranza delusa, in fin dei
conti un disastro, perché Karol Wojtyla, con le sue
contraddizioni, ha profondamente polarizzato la Chiesa,
allontanando i suoi innumerevoli uomini e gettandoli in una crisi
epocale.
Contro tutte le intenzioni del Concilio Vaticano II, il sistema
romano medioevale — un apparato di potere caratterizzato da
tratti totalitari — è stato restaurato grazie a una politica
personale e dottrinale tanto astuta quanto spietata: i vescovi
sono stati uniformati, i padri spirituali sovraccaricati, i
teologi dotati di museruola, i laici privati dei diritti, le donne
discriminate, le iniziative popolari dei sinodi nazionali e delle
chiese ignorati. E poi ancora scandali sessuali, divieti di
discussione, dominio liturgico, divieto di predica per i teologi
laici, esortazione alla denuncia, impedimento dell’eucarestia.
Di tutto questo è forse colpevole «il mondo»?
La grande credibilità della Chiesa Cattolica, cioè quella
ottenuta da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, ha lasciato
il posto a una vera e propria crisi della speranza. Questo è il
risultato della profonda tragicità personale di questo Papa: la
sua idea cattolica di stampo polacco (medioevale, controriformista
e antimoderna), in qualità di Pontefice Karol Wojtyla l’ha
voluta portare anche nel resto del mondo cattolico. Si è però
verificato il contrario di ciò che egli sperava: la Polonia
stessa è stata travolta dal moderno sviluppo secolare e, dopo la
sostituzione dell’alleanza elettorale in carica fino al 2001,
Solidarnosch, si appoggia sempre meno alle idee di fede e di
morale promosse dal Pontefice.
Quando verrà il momento, il nuovo Papa dovrà decidere di
affrontare un cambio di rotta e dare alla Chiesa il coraggio di
nuove spaccature, recuperando lo spirito di Giovanni XXIII e
l’impulso riformistico del Concilio Vaticano II. «Videant
consules», i consoli vogliano fare in modo che la Repubblica non
subisca danni, si diceva nell’antica Roma. «Videant cardinales»,
i cardinali vogliano fare in modo—si dovrebbe dire nella Roma di
oggi—che la Chiesa non subisca danni. (Traduzione del Gruppo
Logos)
L'Unità - 15-01-2005
I Legionari
(laureati) di Cristo
C’è qualcuno tra i lettori che sa che cosa è l'università privata
della congregazione cattolica dei Legionari di Cristo, destinata ad
aprire i battenti a Roma nel prossimo ottobre? E qualcun altro che sa
perché la
scuola
Jean Monnet ha ricevuto due milioni di euro e altrettanto ne
riceverà nei prossimi due anni per trasformarsi in una nuova Facoltà?
Potrei sbagliarmi ma temo di ricevere risposte negative.
La verità è che, leggendo un documento a tratti noioso ma sempre
ricco di interessanti novità quale è la Legge Finanziaria dello
Stato per il 2005 (che consta di 593 commi senza alcun ordine),
confesso di essermi fermato più di una volta incerto tra l'ilarità e
la disperazione.
Due sentimenti contrastanti e non di rado difficili da conciliare.
Ma poiché, a differenza dell'attuale presidente del Consiglio che
dice di rivolgersi sempre anzitutto agli studenti dell'ultimo banco
(intendendo quelli che non studiano), continuo ad aver fiducia negli
italiani come nei miei lettori, confido di riuscire a comunicare a
questi ultimi sensazioni simili a quelle che ho provato io.
Non l'indignazione, per carità, perché altrimenti c'é qualcuno
anche nel centro-sinistra che la indica come un atteggiamento
disdicevole e magari pericoloso.
Parlo di un'istituzione come quella universitaria che dovrebbe,
secondo quel che dicono gli economisti più avanzati di mezzo mondo,
rappresentare, insieme con la scuola e con la ricerca scientifica, uno
dei settori cui dedicare il maggior investimento ai fini dello
sviluppo economico del paese e che é invece in una situazione
drammatica, come hanno dimostrato all'inizio dell'anno scorso le
annunciate dimissioni in massa dei rettori italiani e in autunno la
forte mobilitazione di tutte le componenti universitarie di fronte ai
provvedimenti del governo in arrivo sul fronte dello stato giuridico e
della nuova ristrutturazione didattica, oltre che per la crescente
mancanza di risorse.
Sull'università e sulla ricerca scientifica sono le cifre
macro-economiche a parlare chiaro.
Grandi e pìccoli atenei, da alcuni anni a questa parte,
distribuiscono fondi ridicoli per la ricerca ai docenti e ai
ricercatori e la percentuale della ricerca pubblica é ferma allo 0,9
per cento di fronte a percentuali sempre maggiori degli altri stati
europei, per non parlare dei primi della classe come gli Stati Uniti e
il Giappone che hanno superato il tre per cento annuo rispetto al PIL.
Siamo gli ultimi della classe e colpisce l'abisso che c'é tra le
dichiarazioni del ministro Moratti e la situazione reale, il CNR é
punito da questo governo in maniera crescente come se l'obbiettivo
fosse semplicemente quello di chiuderlo a tempo indeterminato.
Ma tutto questo non basta.
In un anno che si caratterizza per la penuria di risorse in questo
settore e che segna per alcune grandi università (é il caso di Roma
Tre, per far soltanto un esempio) una consistente diminuzione di fondi
rispetto agli scorsi anni, il governo ha deciso di attribuire mezzi
rilevanti (ho fatto il caso dei Legionari di Cristo, noti per essere
un ateneo che ha in altri paesi un indirizzo fortemente integralista
ma altri se ne potrebbero fare) a scuole gradite sul piano politico
all'esecutivo e a volte sprovviste per comune riconoscimento, di quel
grado di eccellenza sul piano didattico e scientifico che solo
potrebbe giustificare un simile trattamento.
Così é singolare il caso della scuola Jean Monnet che negli anni
scorsi ha distribuito borse di studio e cattedre di insegnamento per
studi europei, secondo criteri più o meno misteriosi, e che di colpo
diventa una nuova facoltà dotata di grandi risorse in omaggio non si
sa bene a quali obbiettivi.
Un senatore che ha lunga esperienza di cose universitarie, avendo
presieduto a lungo la Conferenza nazionale dei rettori, come Luciano
Modica, nel suo intervento in Senato per motivare il voto contrario
dei Democratici di sinistra alla legge finanziaria, ha usato parole
precise a proposito del caso appena citato che vale la pena
riprodurre.
Facendo alcun esempi dei criteri usati per l'assegnazione dei fondi
alle università, il senatore Modica ha detto: “Il centro San
Raffaele del Monte Tabor, sicuramente di grande interesse scientifico
nel campo medico, riceve 15 milioni di euro. Voi direte: a seguito di
un'accurata valutazione internazionale. No,niente. Sappiamo che una
scuola di ateneo a me ignota, la “Jean Monnet” (di quale università
non lo sappiamo) si trasforma per legge in facoltà, saltando a pié
pari tutte le regole di programmazione dello sviluppo universitario.
Questa scuola riceve due milioni annui, da ora in poi. Quindi avremo
un piccolo fondo nel bilancio dello Stato ad esso destinato. Sarà
importantissima non dico di no,ma é un pezzetto di un'anonima
università.”
A un simile intervento, pronunciato in un'aula in cui erano presenti
soltanto quattro senatori della maggioranza di centro-destra, con
l'abituale rispetto che si riserva agli interventi dell'opposizione
prima dell'abituale voto di fiducia, non é stato dato dal governo
nessuna risposta. Per arroganza o per mancanza di argomenti da
opporre.
Lascio a chi mi legge la risposta all'interrogativo.
Vorrei ricordare soltanto un precedente interessante di cui ormai
molti si sono dimenticati. Il governo Berlusconi non é nuovo a simili
incursioni in campo universitario. Nel 2002 il protagonista fu
l'allora ministro dell'Economia e attuale vicepresidente di Forza
Italia, proprio quello che scrisse anni fa per l'editore Laterza un
libro intitolato Lo stato criminogeno.
Due anni fa Tremonti decise di trasformare di colpo in bianco in una
facoltà universitaria la Scuola Superiore di Studi tributari,
riservata fino a quel momento ai funzionari del suo ministero, e
stabilì che per legge gli insegnanti di quella scuola, di solito
dirigenti del ministero, fossero nominati moto suo professori
universitari di prima fascia, cioé professori ordinari.
Un bell'esempio non c'é che dire di rispetto delle regole di
programmazione universitaria e della legge per la nomina dei
professori universitari.
Ora le eccezioni si moltiplicano e le lobbies, vicine o gradite al
governo, diventano assegnazioni privilegiate e arbitrarie della legge
finanziaria. A quando la nomina per chiara fama dei sodali del nostro
monocrate?
Non c'é che aspettare i prossimi capitoli di questa storia italiana.
Nicola Tranfaglia
Legionari
di Cristo.
Sempre
più vicino il processo a padre Maciel
La congregazione per la dottrina della fede ha dato il via all’indagine
preliminare e ha interrogato decine di nuovi testimoni. Che hanno riempito nuove
pagine di accuse
di Sandro Magister
ROMA, 20 maggio 2005 – Lo scorso 2 aprile, nello stesso istante in cui a Roma
moriva Giovanni Paolo II, a New York il promotore di giustizia della
congregazione vaticana per la dottrina della fede, Charles J. Scicluna, maltese,
stava interrogando l’ex preside di una “Scuola di Fede” dei Legionari di
Cristo, Paul Lennon, irlandese, oggi psicoterapeuta ad Alexandria, in Virginia,
testimone d’accusa contro uno degli uomini più riveriti e potenti della
Chiesa cattolica mondiale: padre Marcial Maciel Degollado, 85 anni, messicano,
fondatore dei Legionari e pupilla di papa Karol Wojtyla.
Con 650 preti, 2500 studenti di teologia, 1000 laici consacrati, 30.000 membri
attivi in venti nazioni, decine di scuole e università di alto livello – due
delle quali a Roma, una di diritto pontificio inaugurata nel 2002, la Regina
Apostolorum, e un’altra fresca di riconoscimento del governo italiano,
l’Università Europea di Roma – i Legionari di Cristo sono una strabiliante
storia di successo.
Lo scorso 30 novembre (vedi foto) Giovanni Paolo II abbracciò in pubblico il
loro fondatore Maciel, si felicitò con lui per i sessant’anni di ordinazione
sacerdotale, nel tripudio dell’aula vaticana delle udienze gremita da migliaia
di Legionari e di militanti del Regnum Christi, la loro associazione laicale
parallela.
Quattro giorni prima, il 26, papa Wojtyla aveva dato in “cura e gestione” ai
Legionari nientemeno che il Pontificio Istituto Notre Dame di Gerusalemme, un
imponente centro d’ospitalità e d’incontri, di proprietà della Santa Sede,
a pochi passi dal Santo Sepolcro.
Intanto però in un altro palazzo vaticano, quello dell’antico Sant’Uffizio,
l’allora cardinale prefetto Joseph Ratzinger aveva appena ordinato al suo
promotore di giustizia Scicluna di ripescare negli scaffali della congregazione
tutti i processi in lista d’attesa e in pericolo di non esser mai celebrati.
L’ordine era: “Ogni causa deve avere il suo corso regolare”.
Tra i fascicoli ce n’era uno vecchio di sei anni con scritto sopra in latino:
“Absolutionis complicis. Arturo Jurado et alii – Rev. Marcial Maciel
Degollado”. Ossia: l’indicazione del delitto, il nome del primo dei
denuncianti e quello dell’accusato. Il delitto, l’assoluzione in confessione
del complice, è uno dei più terribili per la Chiesa, al punto da non cadere
mai in prescrizione.
Pochi giorni dopo, il 2 dicembre, Martha Wegan, austriaca residente a Roma,
avvocato della Santa Sede per il foro canonico, chiese per lettera ad Arturo
Jurado, José Barba Martin e Juan Vaca, tre degli otto accusatori di padre
Maciel, se intendevano confermare la loro richiesta di processo canonico, da
essi consegnata in Vaticano il 17 ottobre 1998 nelle mani dell’allora
sottosegretario della congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco
Girotti.
I tre risposero di sì. L’avvocato Wegan trasmise la loro risposta al
promotore di giustizia Scicluna. E questi aprì l’indagine preliminare sulle
denunce in suo possesso: anni e anni di abusi sessuali compiuti da padre Maciel
sui suoi accusatori, tutti ex Legionari, quando essi erano in giovane età ed
erano in seminario con lui come guida, a Roma, con l’aggravante che egli poi
in confessione li assolveva.
* * *
Quando le denunce degli otto apparvero per la prima volta, il 23 febbbraio 1997,
su un giornale del Connecticut, “The Hartford Courant”, in un servizio a
firma di Jason Berry e Gerald Renner, negli Stati Uniti non era ancora scoppiato
l’uragano degli abusi sessuali compiuti da preti su bambini e giovani. Ma
questo ne fu il tuono premonitore.
A far colpo, oltre alla gravità delle accuse, erano le personalità dei
denuncianti, ingegneri, avvocati, professori universitari affermati. Alcuni
avevano ricoperto cariche di rilievo nell’organizzazione di padre Maciel. Uno
di essi, Félix Alarcón, aveva aperto nel 1965 il primo avamposto della Legione
negli Stati Uniti. Un altro, Vaca, era stato presidente dei Legionari negli Usa
tra il 1971 e il 1976. E una prima volta nel 1978, una seconda nel 1989, aveva
inviato due esposti riservati a Giovanni Paolo II, accusando Maciel d’aver
abusato di lui quand’era ragazzo. In entrambi i casi non aveva avuto risposta.
Anche per questo lui e gli altri sette decisero alla fine di mettere tutto in
pubblico, e depositare la loro denuncia in Vaticano, nel 1998.
Fatto bersaglio di queste accuse infamanti, padre Maciel si è sempre difeso
negandole in blocco. Ma anche contrattaccando.
A discredito di chi lo accusa porta il fatto che assieme agli otto denuncianti
ce n’era all’inizio un nono, Miguel Diaz Rivera, ex Legionario oggi
professore a Oaxaca, che però poi ritrattò e asserì d’essere stato indotto
dagli altri a dire il falso.
Anche altri tre ex Legionari, Armando Arias Sanchez, Valente Velázquez e Jorge
Luis González Limón, sarebbero pronti a testimoniare d’aver ricevuto
pressioni a sostenere accuse non vere.
Ma l’argomento principe su cui padre Maciel e i suoi fanno leva è l’esito
di una precedente indagine del Vaticano contro di lui, dalla quale uscì
assolto.
Correva l’anno 1956 e contro Maciel s’erano addensati diciotto capi
d’accusa, compreso l’uso di stupefacenti. Il Sant’Uffizio lo esautorò da
ogni carica, lo allontanò da Roma e interrogò a uno a uno tutti i suoi
seguaci.
Tra questi c’erano anche coloro che quarantadue anni dopo avrebbero denunciato
Maciel per abusi sessuali compiuti su di loro in quegli stessi anni Cinquanta.
Ma di ciò non dissero nulla.
L’indagine durò fino al febbraio del 1959 e si concluse con l’assoluzione e
la reintegrazione dell’accusato. Di uno degli ispettori di allora, il vescovo
cileno Cirilo Polidoro van Vlierberghe, oggi quasi centenario, i Legionari di
Cristo esibiscono due lettere di pieno sostegno a padre Maciel.
* * *
Veramente, circa il nuovo processo che incombe su Maciel dal 1998, non tutti i
dirigenti della Legione sono sempre stati d’accordo su come fronteggiarlo.
Secondo alcuni, il non averne sollecitata la celebrazione immediata è stato per
la Legione non un vantaggio ma un danno. A fronte di accuse verbali su fatti
molto lontani nel tempo, prive di riscontri oggettivi, scagliate da un gruppo di
fuorusciti a loro volta accusati di “colpire padre Maciel per colpire la
Chiesa e il papa”, la sentenza sarebbe stata di assoluzione certa.
Oggi però questa certezza non è più così salda. Lo scorso 23 gennaio, dal
capitolo che ogni dodici anni nomina il direttore generale dei Legionari di
Cristo è uscito eletto non padre Maciel, come sempre in precedenza, ma un altro
di lui molto più giovane, Álvaro Corcuera Martínez del Rio, messicano, 47
anni. Lo stato maggiore dei Legionari nega che l’avvicendamento abbia un
legame con il processo. Sta di fatto che dopo che questo s’è messo in moto
per iniziativa di Ratzinger, Maciel non ricopre più alcuna carica nella Legione
da lui fondata.
E la sequenza degli ultimi fatti sembra volgere a suo sfavore. Il 25 marzo,
Venerdì Santo, nelle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo Ratzinger
lamenta “quanta sporcizia c’è nella Chiesa proprio tra coloro che nel
sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Cristo” e fa presagire una
ripulitura energica. Negli stessi giorni il suo promotore di giustizia Scicluna
è in partenza per l’America, a verificare le accuse contro Maciel. Il 2
aprile è a New York, dove interroga non solo Vaca, uno degli otto della
denuncia canonica, ma anche un altro ex Legionario importante, Lennon, che
convalida le accuse del primo con una sua testimonianza aggiuntiva relativa ad
anni più recenti. Il 4 è a Città del Messico, dove prosegue gli interrogatori
fino al 10 aprile. Ascolta più volte, da soli e assieme, per un totale di
dodici ore, i due titolari formali della denuncia canonica, Jurado e Barba
Martin. Interroga i rimanenti degli otto, tranne uno, Fernando Pérez Olvera,
che però gli inoltra una memoria scritta. Ma soprattutto interroga numerosi
altri nuovi testimoni, del Messico, degli Stati Uniti, dell’Irlanda, della
Spagna, qualcuno rimasto tra i Legionari fino a pochissimi anni fa. E tutti
arricchiscono l’indagine di nuove accuse, non solo contro Maciel, ma anche
contro altri dirigenti della Legione più giovani, sempre per la stessa
“sporcizia”.
Affianca Scicluna un prelato che gli fa da notario. Questi mette per iscritto
ogni testimonianza e alla fine la fa controllare e approvare dall’interrogato.
Quando a metà aprile i due rientrano in Vaticano, hanno sull’agenda i nomi di
una ventina di altri ex Legionari che hanno chiesto di essere interrogati, in
Spagna e in Irlanda. Scicluna potrebbe presto recarsi anche in questi due altri
paesi. In ogni caso, come promotore di giustizia, alla fine della sua indagine
preliminare redigerà un rapporto con delle proposte conclusive. In base ad
esso, le autorità vaticane decideranno se aprire o no il processo canonico vero
e proprio.
Fosse per il cardinale segretario di stato Angelo Sodano, grande protettore di
Maciel e dei Legionari di Cristo, questo processo non si dovrebbe mai fare.
Intanto, però, Ratzinger è stato eletto papa e sarà lui a dire l’ultima
parola.
Come nuovo prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Benedetto
XVI ha nominato l’arcivescovo di San Francisco, William J. Levada, uno dei
responsabili negli Stati Uniti del nuovo corso contro gli abusi sessuali
commessi da preti.
Due giorni prima del conclave, il 16 aprile, Ratzinger incontrò il cardinale di
Chicago, Francis George, suo grande elettore e sostenitore ancor più deciso di
una linea rigorosa nel ripulire la Chiesa da questo flagello. Gli assicurò il
suo appoggio.
Appena eletto papa, a George che gli baciava la mano Benedetto XVI disse subito
che avrebbe mantenuto la promessa.
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