FISICA/MENTE

 

 

Dopo l'approvazione della Camera la legge passa al Senato
dove il Partito Popolare è maggioranza. Possibili modifiche

Spagna, primo sì alle unioni gay
Padre e madre diventano progenitori

La Chiesa: "Pericolo di dissoluzione del giusto ordine sociale"


MADRID - Luce verde dei deputati spagnoli ai matrimoni gay. La Camera ha approvato a maggioranza la modifica del codice civile che permette alle persone dello stesso sesso di sposarsi. Ora la riforma passa al Senato, dove il Partito Popolare è maggioritario. E' dunque probabile che il testo dovrà poi tornare alla camera bassa, prevedibilmente nel mese di giugno, dove sarà ratificato in maniera definitiva.

Gli schieramenti. Il progetto di legge è sponsorizzato dal Partito Socialista (Psoe), maggioritario alla Camera, e dagli indipendentisti catalani dell'Erc, oltre che dagli altri gruppi minoritari della sinistra,
come la coalizione Sinistra Unita. Il fronte del no, invece, è guidato dai conservatori del Partito Popolare (Pp), il principale gruppo d'opposizione, che punta a creare una figura giuridica specifica per le unioni stabili tra le persone dello stesso sesso, senza alterare l'istituzione del matrimonio. Voto contrario anche di alcuni deputati del CiU (i nazionalisti moderati catalani di Convergenza e Unione) e del Partito Nazionalista Basco (Pnv), che avevano ricevuto dai loro gruppi libertà di voto.

La legge. Il progetto - approvato dai deputati con 183 voti a favore, 136 contrari e sei astensioni - modifica il codice in 16 articoli, soprattutto sostituendo le parole "marito" e "moglie" con "coniugi" e le parole "padre" e "madre" con "progenitori". Per molti deputati, il punto più controverso è il fatto che la legge assicura gli stessi effetti e diritti, qualunque sia il sesso dei contraenti. Dunque le coppie omosessuali, potranno anche adottare minori.

La Chiesa. Secondo la Conferenza episcopale spagnola, "la riforma introdurrà un pericoloso fattore di dissoluzione dell'istituzione matrimoniale e insieme del giusto ordine sociale". Mentre il presidente del governo, Jose Luis Rodriguez Zapatero, ha dichiarato che se il nuovo Papa, Benedetto XVI, farà qualche dichiarazione sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, egli sarà pronto a rispettarla perché la libertà religiosa e di opinione è una delle garanzie della democrazia. Gli studi del governo spagnolo calcolano invece che la legalizzazione dei matrimoni-gay potrà riguardare quattro milioni di persone.

I commenti in Italia.
Il voto di Madrid è stato accolto con favore da diversi esponenti della sinistra italiana e dall'Arcigay. "Oggi è un grande giorno per la comunità gay e lesbica internazionale e per tutti coloro che hanno a cuore l'eguaglianza di dignità e diritti tra tutte le persone", dice Sergio Lo Giudice, presidente di Arcigay, precisando che in Italia "non chiediamo il matrimonio, ma l'istituzione del Pacs, un istituto diverso e distinto da quello, che riconosca diritti e doveri reciproci alle coppie, anche dello stesso sesso,
che vorranno accedervi".

La situazione nel mondo. Arcigay ricorda poi che stanotte anche il Parlamento del Connecticut, uno degli stati Usa, ha approvato una legge statale a favore delle unioni omosessuali. Il Connecticut è il terzo stato americano, dopo Vermont e Massachusetts, a riconoscere e tutelare le unioni gay e lesbiche. In Europa, invece sono 13 gli stati che riconoscono già, in forme diverse, le unioni fra persone dello stesso sesso: Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Ungheria, Francia, Gran Bretagna, Germania, Islanda, Portogallo.

In particolare l'Olanda e il Belgio hanno esteso il matrimonio vero e proprio alle coppie omosessuali, come si sta apprestando a fare la Spagna, dove le regioni di Catalogna, Valencia, Aragona e Navarra prevedono già il riconoscimento delle convivenze gay.

( 21 aprile 2005 )

Il Papa Giovanni Paolo II contro Zapatero «Legga il mio discorso»  

CITTA' DEL VATICANO

Non si attenua la tensione tra il Vaticano e quella che un tempo era la «cattolicissima Spagna», dopo che il Papa si è lamentato con i vescovi spagnoli del «laicismo» diffuso tra la loro gente. La Santa Sede ha risposto con una secca nota alla convocazione, l'altra sera, del nunzio a Madrid da parte del ministro degli Esteri spagnolo.

E ha invitato senza mezzi termini le autorità di Spagna a rileggersi «tutto» il discorso che il Papa ha rivolto ai vescovi spagnoli il 24 gennaio. «Rimandiamo ad un'attenta lettura di tutto il discorso pontificio, che ben può illustrare la posizione della Chiesa. Si prende atto con soddisfazione - recita la dichiarazione diffusa dal portavoce vaticano Navarro Valls - della volontà del governo spagnolo di mantenere un'intesa fruttuosa con la Chiesa mediante un dialogo permanente animato da reciproco rispetto come espresso nel medesimo comunicato». Dialoghiamo sì, ma nel rispetto reciproco, dice dunque il Vaticano. Il tono secco della dichiarazione e l'invito esplicito a rileggere il discorso contestato sono insoliti almeno quanto la convocazione del nunzio per esprimergli la «meraviglia» del governo spagnolo per il discorso papale. In effetti in tempi moderni non è frequente che un rappresentante del Papa sia convocato per una protesta formale da parte di un governo. Ma qual è il motivo dell'attrito? Nel discorso ai vescovi spagnoli in visita «ad limina», lunedì scorso, il Papa ha sottolineato come la «mentalità ispirata al laicismo», sta portando in «forma più o meno cosciente» alla «restrizione della libertà religiosa», relegando la fede «alla sfera del privato e opponendosi alla sua espressione pubblica». Le parole del Papa sono state lette in Spagna alla luce delle critiche che la chiesa spagnola rivolge ai progetti socialisti di riforme sociali, in particolare per la decisione del premier Zapatero di legalizzare i matrimoni gay e rivedere la legge sul divorzio.

28/01/2005


da Aprileonline


Stato e Chiesa Un rapporto che interroga il tema dei diritti e delle libertà nel terzo millennio



Prima di tutto i fatti. 19 Gennaio: il segretario della Conferenza Episcopale spagnola ''apre'' sorprendententemente sull'annosa questione dell’autorizzazione da parte della Chiesa all’uso dei preservativi come strumento di prevenzione della lotta all’Aids.

Dopo mesi di incomprensioni tra Governo socialista e Chiesa l’annuncio viene letto unanimemente come il risultato più eclatante dell’”offensiva laica” portata avanti da Zapatero.
20 Gennaio: la Conferenza Episcopale spagnola, dopo le forti pressioni vaticane, fa marcia indietro: “Non è affatto cambiata la dottrina della Chiesa riguardo ai condom. L’uso del preservativo non è consigliabile, è preferibile l’astinenza”.
25 Gennaio: il Papa, parlando ai vescovi spagnoli denuncia “la diffusione in Spagna di una mentalità laicista, ideologia che porta gradualmente alla restrizione della libertà religiosa”.
26 Gennaio: il Governo Spagnolo dopo aver invitato il Vaticano per bocca del Ministro della Difesa, Jose Bono, alla non ingerenza nella sfera pubblica ed avergli perfidamente ricordato la grande “generosità” nei suoi confronti (oltre 150 milioni di euro trasferiti dalle casse del Governo a quelle della Chiesa), convoca il Nunzio Vaticano a Madrid per “ricevere chiarimenti” sulle dichiarazioni papali. Siamo sull’orlo della crisi diplomatica.
27 Gennaio: dall’Argentina in cui si trova in visita, Zapatero dichiara che “la Spagna sta attraversando oggi il momento di maggiore libertà religiosa, ideologica e politica di tutta la sua storia”. Riconosce al Pontefice “il diritto di esprimere la sua opinione ma è esagerato affermare che in Spagna esista un problema di libertà religiosa”. Il Vaticano “prende atto con soddisfazione della volontà del Governo spagnolo di mantenere un’intesa fruttuosa con la Chiesa mediante un dialogo permanente animato da reciproco rispetto”. Dal canto suo il Presidente della Conferenza episcopale spagnola, Antonio Maria Roco Varuela stempera i toni: “Esistono alcuni problemi, ma la Chiesa spagnola non è sotto assedio”.

Tutto sommato si potrebbe concludere che lo score del match al momento è Governo Zapatero: 2 – Vaticano: 1. Ma il match si può considerare tutt’altro che concluso.
L’antefatto di questa disfida, che i toni e le formule della diplomazia riescono a fatica a tenere imbrigliata, è la forte iniziativa laica del Governo Zapatero che ha portato in questi mesi all’approvazione di due progetti di legge che hanno gettato nello sgomento la chiesa spagnola: uno che abbrevia notevolmente i tempi del divorzio ed un altro che consente le unioni omosessuali e l’adozione di minori di nazionalità spagnola anche da parte di coppie gay. Accanto a ciò promesse (o minacce a seconda del punto di vista) di ampliamento della libertà di ricerca sugli embrioni, di riduzione dell’insegnamento cattolico nelle scuole fino ad arrivare alle proposte di revisione (per ampliarne il ricorso) della legge sull’aborto.
Una rivoluzione copernicana rispetto al recente passato aznariano in cui Stato e Chiesa avevano stretto e consolidato un patto di ferro, d’amore ed interesse. Un patto, però, che aveva cominciato a stare un po’ stretto alla ex-cattolicissima società spagnola che ha da tempo abbandonato gli stereotipi di un tempo che la volevano particolarmente incline a conformarsi ai dettami socio-culturali di stampo confessionale. Secondo un sondaggio di questi giorni solo il 14% dei ragazzi al di sotto dei 30 anni si dichiara cattolico praticante. Erano il doppio solo quattro anni fa. Ciò è ben chiaro al Governo Zapatero. Ed anche alla Chiesa.
E’ evidente infatti che Jose Luis Rodriguez Zapatero non si è, infatti, dovuto inventare nulla né sta portando avanti una laicizzazione “coatta” della Spagna. Sta semplicemente cominciando a realizzare alcuni punti del suo programma elettorale. Un programma che la maggioranza degli spagnoli condivide.
Non sappiamo come andrà a finire (anche se è evidente per chi tifiamo) ma intanto una cosa è chiara: tutta la Spagna oggi discute e si appassiona sul rapporto tra Chiesa e Stato, tra fede e laicismo, tra precetto morale e norma di diritto nelle società contemporanee. E a lanciare il pallino, cosa che non capitata da parecchio tempo, per una volta è stata la politica - in questo caso il Governo - che non si è trovato, come invece accade spesso da noi, a doversi barcamenare con disagio tra i flutti di un dibattito “scomodo”, non voluto e non desiderato cercando di non apparire troppo “sconveniente” nei confronti di un certo conformismo clericale ma, al contrario, ha scientemente deciso di rilanciare, con rispetto ma con fermezza, il tema della revisione degli istituti del diritto che confinano, o sconfinano, nei territori della fede.
Più in generale, insomma, oggi è il Governo Spagnolo che spinge il Paese a discutere di cosa siano diritti e libertà nel Terzo Millennio. E la Spagna sembra aver raccolto l’invito superando talvolta schematismi e pregiudizi ideologici, o peggio, politici: la Spagna discute con esiti non scontati se, ad esempio, El Mundo, giornale certo non vicino al Governo Zapatero scrive che quella del Papa “è stata una diagnosi troppo severa”. Solo per questo vale davvero la pena di invidiarli un po’.
[Lucia Urciuoli]


il manifesto - 19 Novembre 2004 

 

In Spagna la memoria è quella della guerra civile e del «dopo-guerra» / 4
La febbre della memoria


Il binomio amnistia-amnesia su cui si è fondata la transizione morbida dal franchismo alla democrazia è saltato. Ora storici, scrittori e registi scavano nel recente passato. Ma a scavare sono soprattutto i nipoti dei vinti

MAURIZIO MATTEUZZI
INVIATO A MADRID

Questa volta partiamo da Zapatero ma da suo nonno. Nei suoi primi 7 mesi di governo del socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha fatto molto per cambiare la Spagna stra-beghina, super-centralista e iper-americana del conservatore José Maria Aznar.

«La mia vocazione politica non si può capire senza le conversazioni notturne in cui mio padre mi raccontava di mio nonno e del suo testamento in cui diceva che il suo unico credo era stato quello di combattere per il progresso dei più umili e che moriva innocente. Non ho mai dimenticato quelle conversazioni». Il nonno di Zapatero era capitano dell'esercito, di quella parte non grande dell'esercito rimasta fedele alla repubblica, e fu fucilato dai franchisti nel `36, dopo il golpe del 18 luglio.

La crociata cristiana

La memoria, in Spagna, vuol dire la guerra civile. Il «levantamiento», l'«alzamiento», il «pronunciamiento», il colpo di stato del 18 luglio del `36, la «Crociata per la difesa della civiltà cristiana» (affidata peraltro alle truppe islamico-marocchine della Guardia Mora africana di Franco), la inenarrabile tragedia dei tre anni di guerra, il milione di morti, il milione di esiliati, il mezzo milione passato per i campi di concentramento, i 300 mila epurati, le decine di migliaia di «niños de la guerra» costretti a nascere a Mosca o a Praga, a Città del Messico o a Buenos Aires e mai più ritornati, o sequestrati ai loro genitori repubblicani e affidati agli istituti religiosi per essere educati come si deve da Santa Madre Chiesa. Che insegnava loro la beatificazione del caudillo, l'infame nano divenuto «un Héroe valiente y decidido, hercúleo y de complexión robusta», e che «los enemigos de España sono sette: liberalismo, democrazia, giudaismo, massoneria, marxismo, capitalismo e separatismo, vinti nella grande Crociata ma non ancora annientati». Delle pagliacciate sul duce spagnolo non possiamo ridere tanto noi italiani che durante il ventennio abbiamo celebrato le nostre messe cantate. Ma il peggio fu dopo il crollo della repubblica e la fine «fittizia» della guerra - ufficialmente il primo aprile del `39. Caccia all'uomo, torture, carcere, fucilazioni e garrote vil per 50 o 100 mila spagnoli (il comunista Julián Grimau, l'anarchico Salvador Puig Antich, gli 8 baschi del processo Burgos...), i lager del «dopo-guerra» - l'ultimo, Los Merinales, vicino a Siviglia, chiuso nel `62, un quarto di secolo dopo la fine ufficiale del conflitto -, i 30 mila desaparecidos, di cui sono piene le fosse comuni che si cominciano, ora, a riaprire. 100 o 200 mila persone almeno uccise o fatte sparire nel nulle da quella che lo storico Santos Juliá chiama «l'ansia sterminatrice» di Franco. Fino all'ultimo, nel `75, quando morì.

Non ci furono né perdono né amnistie né riconciliazioni e la resistenza, prima quella armata del maquis poi quella politica andarono inesorabilmente a sbattere contro il muro franchista - chi non ricorda la frustrazione stanca di Ives Montand in La guerra è finita di Alain Resnais, di Jorge Semprún nell'Autobiografia di Federico Sánchez o di Rossana Rossanda in Un viaggio inutile?

Dopo i quasi 40 di terrore, altri 20 di paura. Paura dell'ombra di Franco. Paura e senso di colpa. «La mia generazione si porta dentro il complesso di aver visto morire quell'uomo tranquillamente nel suo letto. Il franchismo non l'ha buttato giù nessuno, l'ha buttato giù solo la natura, fu lui a fare il suo harakiri», dice il regista catalano Alberto Boadella.

A quasi 30 anni dalla morte di Franco la Spagna ormai è a pieno titolo un paese europeo, politicamente maturo, culturalmente avanzato, economicamente sviluppato e aggressivo (la «Reconquista» dell'America latina). Ma la Spagna è anche l'unico paese europeo a tollerare ancora un «culto» ufficiale di un criminale genocida come Francisco Franco.

La sua transizione morbida è stata indicata a modello. Ma la transizione spagnola si è fondata sul binomio amnistia-amnesia. L'amnistia è del `77, l'amnesia è durata fino al 2000. Da allora è venuto il momento degli storici e dei romanzieri - una valanga di libri, «ormai alla media di uno al giorno» mi dicono, fra cui lo straordinario «Soldati di Salamina di Javier Cercas -, poi dei registi con i loro film e documentari per il cinema e la tv - clamoroso il successo durato anni della serie «Cuéntame como pasó» dedicata al passato franchista -, infine dei nipoti dei vinti, che «senza più sensi di paura o di colpa» non volevano che la storia proibita del loro paese e l'onore calpestato dei loro nonni (come quello di Zapatero) continuassero a essere taciuti e, di qui a poco tempo, per ragioni naturali, andassero perduti.

E' così che il «patto dell'oblio» è saltato.

E' l'ultimo «debito pendente» della democrazia. Però un debito enorme che, come dimostrano le tragedie ben «minori» rispetto a quella spagnola di Cile e Argentina, se non viene pagato in qualche modo, in nome di una finta «riconciliazione», finisce per minare le fondamenta stesse della democrazia.

Un compito difficile

Un compito non facile in Spagna, anche oggi. Perché la guerra civile è stata una immane tragedia mai elaborata fino in fondo, l'inizio vero della seconda guerra mondiale - che per gli spagnoli è cominciata nel `36 ed è durata fino al `75 - su cui sono calati subito - per fortuna o no - ancora prima della politica, il mito, la leggenda, la letteratura, l'arte... L'Hemingway di chi Per chi suona la campana, il Picasso di Guernika, Malraux, Orwell, Bernanos.

Per questo i «nipoti» hanno cominciato a scavare. E sono apparse le prime fosse comuni, i primi resti, i primi nomi. A cominciare a scavare è stato un giornalista di 38 anni, Emilio Silva, anche lui nipote di un nonno repubblicano fucilato dai «nazionali». Poi ha dato vita a una Asociación por la recuperación de la memoria histórica (Armh) che negli ultimi tre anni ha censito prima le 600-700 fosse comuni dei desaparecidos - neanche di Garcia Lorca si sa con certezza dove sia sepolto - e ha recuperato finora 300 corpi. Il vaso di Pandora. Associazioni, gruppi, avvocati. Ora l'Armh ha chiesto che lo Stato - ossia Zapatero - si faccia finalmente carico a livello sia politico che finanziario, degli scavi per ridare «dignità e onore», oltre che il nome, alle vittime; per decretare la nullità di tutti i simulacri di processi e, sia pur solo giuridicamente, di tutte le condanne a morte comminate dai tribunali militari (l'accusa che portava al muro era, con perfido sarcasmo vendicativo, «ribellione»); di togliere tutti i simboli franchisti che ancora infestano le città di Spagna: la statua equestre di Franco nella plaza San Juan de la Cruz qui a Madrid, un'altra nella Capitanía General di Valencia, un'altra nelle piazze di Guadalajara e di Melilla..., fino alle strade e al simbolo più osceno del franchismo: la valle de los Caidos, vicino a Madrid, scavato - altro perfido sarcasmo vendicativo - dai prigionieri repubblicani nella roccia della Sierra de Guadarrama in onore dei caduti «por Dios y por España» ma in realtà dal caudillo per sé e per José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange catturato e fucilato dai repubblicani nel `36. La valle de los caidos, che è mantenuta dall'erario statale, dovrebbe essere fatta saltare con la dinamite, dicono in tanti. Non lo sarà ma qualcosa dovrà essere fatto.

Zapatero in ottobre ha insediato una commissione interministeriale per studiare il da farsi: restituzione di «onore e dignità», revisione dei «processi» contri i prigionieri repubblicani, indennizzi, apertura delle fosse comuni. Il 15 ottobre il governo ha riabilitato Luis Companys, il presidente repubblicano della Generalitat catalana fucilato lo stesso giorno del `40 sul colle di Montjuïc, sopra Barcellona. «Non basta. Il governo dovrebbe chiedere scusa al popolo catalano, basco, spagnolo per i crimini commessi dal franchismo», ha detto il socialista Pasqual Maragall, attuale presidente della Generalitat. Il 12 ottobre, la festa nazionale, nella parata militare di plaza Colón qui a Madrid, il ministro della difesa José Bono ha fatto sfilare insieme, per la prima volta, oltre ai soliti veterani della Divisione Azzurra che Franco mandò al massacro in Russia al fianco di Hitler, anche tre combattenti repubblicani della divisione francese Leclerc che entrarono per primi a Parigi liberata nel `44. Forse una pezza peggiore del buco, viste le reazioni:«Come dire che anche Hitler avrebbe potuto sfilare nel caso fosse vivo», ha detto il vecchio Santiago Carrillo.

Anche il Psoe

Difficile fare giustizia 70 o 60 anni dopo quei crimini e un esercizio faticoso quello della memoria. «Non solo il Pp ma anche il Psoe, o almeno i settori felpisti del Psoe e del governo, e perfino in qualche misura il Pce sono poco entusiasti sul tema. Poi, nell'ombra, c'è il re, che teme che dietro a questo movimento ci sia un attacco alla monarchia.»,dice Gregorio Dionis,direttore dell'equipe Nizkor, un organismo per i diritti umani e contro l'impunità che ha la sua sede - piena di computer e di radio che lo collegano con i quattro angoli del mondo - nel barrio madrileno di Goya. «La commissione interministeriale è composta solo da burocrati ministeriali» e cercherà di dare solo «un riconoscimento morale» alle vittime. Ma gruppi come la Nizkor vogliono molto di più: che l'Onu e la Spagna riconoscano i crimini del franchismo come crimini contro l'umanità. Imprescrittibili.

Intanto i nipoti dei vinti continuano a scavare. Zapatero, nel ricordo di suo nonno, ha fatto qualche buon passo. Ma c'è ancora molto da fare, anche se è passato tanto tempo. Perché «le fosse comuni dell'Iraq non sono diverse da quelle di Franco», dice Paul Preston. Lo storico inglese specialista in storia della Spagna sta lavorando al suo nuovo libro che uascirà l'anno prossimo in concomitanza con il trentesimo della morte di Franco e avrà un titolo emblematico: «El holocausto español».


il manifesto 7 dicembre 2004

Foto «oscene»,il governo protesta coi vescovi


La guerra che il Partido popular di Aznar e la gerarchia cattolica hanno dichiarato al primo ministro socialista José Luis Rodriguez Zapatero e al suo governo non guarda tantro per il sottile. Lunedì il governo, per la penna della direttrice generale per gli affari religiosi Mercedes Rico, ha inviato una secca lettera ufficiale di protesta al segretario e portavoce della Conferenza episcopale spagnola, mons. Juan Antonio Martinez Camino, per lamentare il contenuto «osceno e vessatorio» di un web in cui, tramite un fotomontaggio, i volti delle 8 ministre del governo compaiono sopra corpi nudi di donne in attitudini pronografiche, di quelle che si trovano in rete (oltre a una serie di altro fotomontaggio insultanti rispetto a Zapatero). Il fatto è che il web in questione è opera di un Grupo Risa che è vincolato alla Cope, l'emittente radio di cui l'episcopato è il maggior azionista. Ieri la storia si è arricchita di nuovi elementi: la pagina web in questione risulta essere stata registrata pochi giorni dopo la vittoria socialista del 14 marzo e fra i firmatari ci sono almeno un paio di giovani del Pp, militanti di «nuevas generaciones».

 

il manifesto 20  gennaio 2005

SPAGNA


E scoppia il caso sui «gay come gli animali»
Dopo le proteste, i giudici ritirano la frase contro la legge del governo Zapatero

ALBERTO D'ARGENZIO
Quando è troppo è troppo. Il matrimonio gay non va bene, ha detto martedì la Commissione di studio del Consejo general del poder judicial (Cgpj), versione spagnola del Csm, anche perché «chiamare matrimonio le unioni di due persone dello stesso sesso è un cambio tanto radicale come sarebbe chiamare matrimonio le unioni tra più di due persone o le unioni tra un uomo e un animale». Ieri mattina il ministro del lavoro Jesus Caldera bolla la frase come «inammissibile e insultante». «Un insulto alla dignità delle persone», gli fa eco Pedro Zerolo, segretario per i movimenti sociali del Psoe. Poco dopo Francisco José Hernando, presidente del Cgpj, decide, di «comune accordo» con i tre giudici che avevano votato il rapporto (tutti in quota Partido popular), di ritirare la frase incriminata. I tre che hanno approvato il testo - l'autore José Luis Requero, Javier Laorden e Adolfo Prego - si adeguano spiegando che «si trattava di un'argomentazione della tecnica della riduzione all'assurdo e che in nessuna maniera venivano comparate le unioni omosessuali con quelle altre». Pur privo di tanta bestialità, il testo - un parere nemmeno richiesto dal governo e nemmeno dovuto per regolamento - rimane profondamente conservatore, dichiaratamente contrario alla proposta di legge e insultante verso gli omosessuali e i loro diritti. Vi si legge infatti che «la realtà sociale delle unioni tra omosessuali può rendere consigliabile che si dia loro un trattamento che conferisca sicurezza giuridica», tuttavia, «nella soddisfazione di questo obiettivo, il legislatore non può adulterare un'istituzione come il matrimonio». «L'opzione - si legge ancora nel testo di una cinquantina di pagine - non può consistere nello snaturalizzare una determinata istituzione giuridica che presenta delle caratteristiche ben chiare», che si possono riassumere in una frase: «Il matrimonio è un'unione eterosessuale». Inoltre, insiste il rapporto, «la soddisfazione giuridica di una parte minima della popolazione non può realizzarsi a costo di adulterare il contenuto essenziale dell'istituzione né cambiando i fondamenti del Diritto di famiglia».

Apriti cielo pure sul diritto all'adozione, che il governo Zapatero ha inserito nel progetto di legge e che il rapporto del Cgpj considera che «andrebbe escluso espressamente fino a un giudizio del Tribunale costituzionale e fino a che non sia stato organizzato un dibattito profondo nella società». Ieri Requero ha perorato ancora la sua causa abbandonando gli animali ma agitando lo spettro della poligamia, un tema buono anche per fare un po' di campagna allo scontro di civiltà. «Vogliamo o non vogliamo un mondo poligamico in Spagna? Queste sono le conseguenze. Quando uno va perdendo i segnali di identità delle istituzioni alla fine rimane senza protezione, alla mercé delle convenienze dell'opinione pubblica». La poligamia è adesso un pericolo, insiste Requero, visto che in Spagna ci sono più musulmani che omosessuali. Luis Aguiar, quarto giudice della Commissione di studio e unico a dire no, ha un'altra opinione: «L'estensione di un diritto a nuovi collettivi di cittadini non riduce, devirtualizza o snatura il matrimonio». Il prossimo 26 gennaio il testo verrà votato dal plenum del Cpgj. La polemica è comunque dura, sostenuta dalla Chiesa spagnola e dal Pp. Ma il governo, attraverso il ministro alla giustizia Juan Aguilar, ripete che andrà avanti con la legge per «garantire la libertà con l'uguaglianza».



Scontro sulla bioetica per Chiesa e Governo di Spagna

"Per una scienza al servizio della scienza umana", e' il titolo dato alla nota del Comitato Esecutivo dell'episcopato spagnolo, presentata il 27 maggio da padre Juan Antonio Martínez Camino. Nel documento la Chiesa si dice dalla parte della scienza quando si mette "al servizio della vita", ma condanna il trattamento scientifico degli esseri umani come "oggetti o animali". Se fino a qui non ci sarebbe nulla di nuovo, l'attacco arriva duro quando si dice: "lo Stato non e' competente per stabilire o ampliare legislazioni che eliminino vite umane", insinuando per di piu' la possibile esistenza di "interessi scientifici, politici ed economici" a proposito delle riforme preannunciate dal Psoe e dal Governo di José Luis Zapatero.
Il portavoce episcopale in particolare, ha fatto riferimento alle modifiche sulla legge per la Riproduzione Assistita in cantiere per ampliare le modalita' di donare gli embrioni sovrannumerari alla ricerca scientifica, cosi' come alle altre proposte in tema di interruzione volontaria della gravidanza e delle unioni tra omosessuali. Dal Governo si sono subito levate le voci in difesa della laicita' dello Stato: le posizioni della Chiesa "sono rispettabili, ma non possono essere imposte all'insieme della cittadinanza", i vescovi stanno commettendo "errori scientifici" e di informazione, suscitando cosi' un "allarme sociale ingiustificato", ecc...
Ma andiamo per ordine, riportando alcuni stralci della nota episcopale.

"Diverse azioni e dichiarazioni governative fanno pensare che si vada nella direzione di eliminare quasi del tutto le misure di protezione dell'embrione umano al fine di trasformarlo in materiale di ricerca, anche a costo di spezzargli la vita, e non viene neppure esclusa, con la necessaria chiarezza, la cosiddetta clonazione terapeutica. Questa situazione suscita gravi preoccupazioni. Per evidenti ragioni di umanita' dichiariamo in merito cio' che segue:
l'embrione umano merita il rispetto dovuto alla persona umana. Non e' una cosa, ne' un mero aggregato di cellule vive, ma il primo stadio di esistenza di una persona umana. Tutti siamo stati anche embrioni. Per tanto non e' lecito togliergli la vita, ne' fare nulla con essi che non sia per il loro stesso beneficio". […]
"Scongelare gli embrioni "sovrannumerari" per rianimarli e poi toglierli la vita per ottenere le loro cellule staminali come materiale di sperimentazione e' una azione gravemente illecita che non puo' essere giustificata per nessuna supposta finalita' terapeutica. Il fine non giustifica i mezzi. Non e' lecito uccidere una persona umana, neanche nella sua fase embrionale, per quanto si faccia con l'intenzione di curare un altro. La scienza e la medicina che si permettono di eliminare le persone umane, anche se queste abbiano un solo giorno di eta', si convertono in attivita' immorali e antisociali. Ne' le promesse di cura -ad oggi, mere promesse molto lontane dalla realta', visto che non esiste nessuna terapia basata su cellule staminali embrionali- e neppure gli obbiettivi ipotetici futuri possono farci scordare il rispetto della dignita' inviolabile di tutta la persona umana". […]
"Se si apre la strada alla cosiddetta clonazione terapeutica, si sara' fatto senza dubbio un passo decisivo e preoccupante verso la clonazione riproduttiva […]. Cio' che alcuni desiderano, innanzi tutto, e' sperimentare con persone umane clonate. Questa e' la triste realta'". […]
"Lo Stato non e' competente per stabilire o ampliare legislazioni che eliminino vite umane. Si tratta di una ingiustizia obbiettiva, che mette a rischio i principi democratici", sostengono i vescovi riferendosi alle modifiche anticipate in tema di depenalizzazione dell'aborto. "Se venissero realizzate, queste riforme metterebbero in discussione la legittimita' dello Stato di Diritto, perche' dall'ottica della filosofia cristiana, le leggi che disprezzano in questo modo la vita umana non meritano il nome di leggi. Benvenute siano le tecniche, ma non chiudendo gli occhi ne' piegandosi agli interessi scientifici ed economici".
Per chiudere i vescovi se la prendevano anche con la proposta di regolamentare l'unione tra omosessuali cosi': "Qualsiasi equiparazione giuridica che si faccia delle unioni omosessuali con il matrimonio, prevede di dare una rilevanza di istituzione sociale che non corrisponde in alcun modo alla loro realta' antropologica. La giustizia consiste nel dare a ciascuno il suo".

A ciascuno il suo potrebbe essere la risposta data dal Governo dei socialisti, e percio' alla Chiesa la cura delle anime e allo Stato e al Governo l'amministrazione e la cura dei cittadini.
Le opinioni della Chiesa meritano grande rispetto, ma non per questo possono essere imposte al congiunto di una societa' il cui Stato e' aconfessionale, cosi' ha replicato la vicepresidente e portavoce del Governo Maria Teresa Fernandez de la Vega. "Le uniche norme che devono essere rispettate, sia dal Governo che dall'insieme dei cittadini, sono quelle della Costituzione".
La ministra della Sanita' Elena Salgado per parte sua ha avvertito i vescovi dei loro "errori scientifici" di informazione, e del rischio di creare "un allarme sociale ingiustificato". "I prelati attribuiscono al Governo delle intenzioni diverse da quelle che abbiamo. L'unica cosa che vogliamo e' che le coppie che non possano avere figli abbiamo l'opportunita' di averli", e inoltre permettere la ricerca scientifica con le cellule staminali avra' come conseguenza quella di salvare delle vite e di aprire la speranza alla cura di malattie. La Salgado poi ha anche aggiunto che il documento episcopale fa un riferimento alla clonazione terapeutica che non e' esatto, dato che "per il momento questa non e' una questione che si introdurra' nella prima modifica della legge".

La Conferenza Episcopale Spagnola che dopo avere preannunciato il sostegno della Chiesa alle mobilitazioni dei cattolici contro le riforme del Governo, a distanza di pochi giorni si e' lanciata in un nuovo attacco stavolta sui metodi anticoncezionali. E' cosi' che i preservativi vengono descritti come una specie di "roulette russa" per l'Aids, "questa sensazione di sesso sicuro" porta infatti ad "una attitudine di promiscuita'", cosi' nelle parole del presidente del Consiglio Pontificio per la Famiglia, il cardinale Alfonso Lopez Trujillo. La selezione di embrioni per curare delle malattie attraverso la diagnosi preimpianto? Una cosa che "e' assolutamente atroce", di piu' "questo farebbe resuscitare il razzismo, un nuovo apartheid".
Fonte: Aduc (11/06/2004)

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