FISICA/MENTE

Alfonso Martone
Chiesa e Rivoluzione francese

Lunedi 31 Gennaio, 2005

www.storialibera.it


La Rivoluzione francese fu sostanzialmente anticristiana: una breve analisi dei documenti dell'epoca e di alcuni testi non succubi di certa «mitologia» permettono una comprensione meno ideologica dell'avversione alla Chiesa dei rivoluzionari prima e di Napoleone poi.



Introduzione


Obbiettivi.

Scopo di questo testo è di presentare il rapporto tra la Chiesa ed il complesso fenomeno della Rivoluzione francese fino al periodo napoleonico, in particolare nell'ostilità al cattolicesimo come fattore principale della Rivoluzione e degli eventi successivi. I due testi principali in analisi sono Cristianesimo e rivoluzione francese, una raccolta di documenti curata e commentata da Daniele Menozzi, ed I falsi miti della Rivoluzione francese(1) del recentemente scomparso Jean Dumont; il primo per l'antologia di significativi documenti del tempo, il secondo per il giudizio denso e sintetico sulla Rivoluzione francese.

Contenuti.

Nel primo capitolo si mostra brevemente come all'origine della Rivoluzione francese le cause sociali, economiche e politiche siano secondarie rispetto alla crisi intellettuale, morale e religiosa, che sfocerà - come illustrato nel secondo capitolo - in una violenta persecuzione della Chiesa sul piano umano ed amministrativo. Sempre nell'ottica della persecuzione anticattolica, nel terzo capitolo viene esaminata la controrivoluzione vandeana, la cui repressione nel sangue da parte del nuovo regime degenera in un vero e proprio genocidio. Nel quarto capitolo è riassunto l'atteggiamento non esattamente benevolo di Napoleone nei confronti della Chiesa. Nel quinto capitolo vengono esaminati altri documenti del tempo, che non sono stati inseriti nei capitoli precedenti per non aprire troppe digressioni. Nel capitolo conclusivo si riflette su alcune questioni emerse dalla lettura dei testi qui presentati.


1. Tramonto dell'Ancien Régime.


La Chiesa, organo vitale della Francia prerivoluzionaria. La tempesta rivoluzionaria arriva su un paese forte di oltre «cinquanta generazioni» di storia, in cui nonostante la pianta confusa, «l'insieme era ricco, la facciata grandiosa, e ci si viveva meglio e più numerosi che altrove» e, soprattutto, avendo come «fondamenta» la Chiesa cattolica: Le fondamenta più antiche erano opera della Chiesa. Nel corso di dodici secoli, essa vi aveva lavorato da sola o quasi.
Al tempo di Roma, in un mondo duro e freddo, la Chiesa aveva consolato dalle sventure, infuso il coraggio di vivere, l'abnegazione, la carità, la pazienza, la speranza in una vita migliore e più giusta. Quando l'impero si era sgretolato sotto i colpi dei barbari, essa era divenuta il rifugio delle leggi e delle lettere, delle arti e della politica. Aveva protetto nei suoi monasteri quanto si poteva salvare della cultura umana e della scienza. In piena anarchia, aveva organizzato una sua società viva e ordinata il cui spirito e la cui politica richiamavano i vecchi tempi tranquilli e ne suscitavano il rimpianto. [...]
Intorno ai grandi santuari e alle sacre abbazie si annodano relazioni e viaggi. Lungo le piste di terra percorse dalle lunghe processioni dei pellegrini nascono le canzoni epiche. Indietreggiano le foreste, dissodate dai monaci. All'ombra dei monasteri, le campagne si ripopolano. Risorgono villaggi in rovina. Le vetrate delle chiese e le sculture delle cattedrali sono il libro d'immagini che istruiscono il popolo. Il papa è il dittatore dell'Europa. Ordina le crociate e depone i re. Dotazioni, ricchezze, onori, tutto viene messo ai piedi degli ecclesiastici, e l'eccesso di questi riconoscimenti attesta da solo la misura delle loro opere ...(2)

Le tensioni nella società e nella Chiesa. A completare il quadro appena abbozzato, il regime feudale, di fatto mitigato dall'azione della Chiesa, e l'«alleanza» della monarchia con la Chiesa. In virtù del Concordato vigente fin dal 1516, la religione cattolica era religione dello stato, con conseguenze giuridiche - ad esempio i registri parrocchiali che di fatto attestavano lo stato civile(3), una certa autonomia giurisdizionale della Chiesa oltre che una notevole autonomia economica dovuta a proprietà fondiarie e a rendite(4), etc. Le tensioni presenti nel clero francese erano dovute all'eccessiva ingerenza regia nell'assegnazione dei benefici ecclesiastici, a causa della notevole disparità economica di trattamento tra il basso clero e la gerarchia e, a livello più alto, ai tentativi di realizzare una chiesa nazionale(5).
Altri elementi di tensione erano presenti per le differenti reazioni degli ecclesiastici alla cultura dei philosophes, reazioni oscillanti tra la forzatura apologetica, il massiccio impegno sociale e gli ingenuamente entusiastici tentativi di dialogo. Sullo sfondo, il crescente senso antireligioso degli obbiettivi della Costituente ed il grave deficit statale. Resta però che il fenomeno rivoluzionario doveva avere radici principalmente di ordine intellettuale e morale, piuttosto che sociale, di giustizia:
La miseria può suscitare sommosse, non sostenere rivoluzioni, che hanno cause più profonde; e comunque, nel 1789, i francesi non erano in miseria. I documenti più attendibili ci dimostrano, al contrario, che la ricchezza era notevolmente aumentata negli ultimi cinquant'anni, e che le condizioni materiali di tutte le classi sociali, tranne quelle della nobiltà rurale, erano sensibilmente migliorate.(6)
La Francia prima della Rivoluzione non era in stato di miseria. Aveva motivi per lamentarsi, non per ribellarsi. Dei due grandi problemi che si imponevano alla sua attenzione, l'abolizione dei residui feudali e la riforma finanziaria, nessuno sarebbe risultato insolubile, se l'animo francese non fosse stato colto allora da una crisi intellettuale e morale. Questa complicò anche i conflitti minori e rese inquietante, e infine disperata, una situazione che era soltanto difficile(7).


2 Il volto anticristiano della Rivoluzione

2.1 La Chiesa ridotta a pubblico servizio statale

II precipitare degli eventi. Le prime serie avvisaglie della direzione di quella che abbiamo chiamato «crisi religiosa» sono del novembre 1789, con la nazionalizzazione dei beni del clero(8). La frattura tra la maggioranza dei cattolici e la Costituente diventa ancor più rilevante nel febbraio del 1790, quando si decreta la fine del valore legale dei voti religiosi(9) ed addirittura si vieta la loro professione per l'avvenire(10). La frattura diventa definitiva con l'approvazione della Costituzione civile del clero nell'estate successiva, subito condannata dal Papa con brevi indirizzati al re e ai suoi ministri ecclesiastici (e successivamente in modo solenne col breve Quod aliquantum(11), ma promulgata comunque da Luigi XVI un mese dopo. Costituzione che, pur nell'originario intento di regolamentare i rapporti tra Chiesa e Stato e di risolvere la questione economica del basso clero, riduceva di fatto la Chiesa di Francia ad un organismo democratico(12) amministrativamente ed economicamente dipendente dallo Stato.
Dopo mesi di attesa di un'improbabile approvazione da Roma, nel novembre 1790 la Costituzione civile del clero fu imposta per legge e viene chiesto a vescovi e parroci di giurarvi fedeltà(13). Col risultato che nei mesi successivi si giungeva ad una contrapposizione tra due culti cattolici: quello dei «refrattari», di maggioranza(14), e quello «costituzionale», dei vescovi e parroci insediatisi in accordo con la nuova distribuzione di diocesi e parrocchie(15). I quali si troveranno costretti ad appoggiare la Costituzione ad oltranza, sia per difendere i benefici appena acquisiti dallo Stato, sia per un dovere di coerenza con la precedente insistente predicazione a favore dei princìpi rivoluzionari(16) dei quali avevano cercato di dimostrare una compatibilità con la fede cattolica. Nei fatti, invece, ciò finirà per confondere ulteriormente il campo politico con quello religioso, a scapito sia del clero «refrattario», soggetto a provvedimenti sempre più duri, sia del clero «costituzionale», che per la propria incolumità si ritrova costretto ad adeguarsi sempre più alla politica rivoluzionaria(17).

Il testo della Costituzione civile del clero. Una prima stesura di questa Costituzione, più moderata rispetto alla versione definitiva, era già stata respinta per l'opposizione dei vescovi del Comitato. Alcuni articoli, dalla versione finale approvata dall'Assemblea il 12 luglio 1790, aiutano a comprenderne il tono generale:
I,1. Ogni dipartimento formerà una sola diocesi ed ogni diocesi avrà la stessa estensione e gli stessi confini del dipartimento.
I,4. Nessuna chiesa o parrocchia di Francia e nessun cittadino francese potrà, per qualsiasi motivo o pretesto, riconoscere l'autorità di un vescovo ordinario o di un metropolita, il cui seggio si trovi sotto il dominio di una potenza straniera, né quella dei loro delegati residenti in Francia o altrove. [...]
I,9. Si stabiliranno 16 vicari della chiesa cattedrale nelle città con più di 10000 anime; e soltanto 12 in quelle con popolazione inferiore alle 10000 anime.
I,15. Nelle città e borghi con popolazione inferiore alle 6000 anime, non si erigerà che una parrocchia; le altre parrocchie verranno soppresse e riunite alla chiesa principale. II,I. A partire dal giorno di pubblicazione del presente decreto, non si provvederà che in un solo modo ai vescovadi ed alle parrocchie, vale a dire con la forma delle elezioni.
II,2. Tutte le elezioni si effettueranno per mezzo di uno scrutinio ed a maggioranza assoluta dei voti.
II,19. Il nuovo vescovo non potrà indirizzarsi al papa per ottenerne alcuna conferma; gli scriverà invece come al capo visibile della chiesa universale, per rendergli testimonianza dell'unità di fede e della comunione che egli deve mantenere con lui.
II,21. Prima dell'inizio della cerimonia della consacrazione, l'eletto proferirà, alla presenza degli ufficiali municipali, del popolo e del clero, il solenne giuramento di prendere cura dei fedeli della diocesi che gli è stata affidata, d'essere fedele alla nazione, alla legge ed al re e di mantenere con ogni sua forza la costituzione deliberata dall'Assemblea Nazionale e sanzionata dal re.
II,29. Ogni elettore, prima di inserire nell'urna il nome del candidato prescelto [per l'elezione a parroco], giurerà di dare la sua preferenza a colui che ritiene, in buona fede e coscienza, il candidato più degno, senza che il suo voto sia stato determinato da doni, promesse, sollecitazioni o minacce. Questo giuramento sarà prestato anche al momento di eleggere i vescovi.
III,8. Nel periodo in cui il seggio episcopale, le parrocchie e tutti gli uffici ecclesiastici remunerati dalla nazione sono vacanti, gli interessi maturati sullo stipendio verranno versati nella cassa del distretto per far fronte a spese che si specificheranno in seguito.
III,12. In seguito alla remunerazione corrisposta in virtù di questa costituzione, i vescovi, i parroci ed i loro vicari eserciteranno gratuitamente le funzioni episcopali e parrocchiali.
IV, 2. Nessun vescovo potrà allontanarsi in un anno dalla sua diocesi per più di quindici giorni consecutivi, a meno che vi sia autentica necessità. Deve comunque ottenere il consenso del direttorio del dipartimento in cui si trova il suo seggio(18). Alla nostra attenzione si evidenziano in particolare due punti. Primo, il criterio ideologico per stabilire l'organizzazione della Chiesa: non più secondo le esigenze pastorali (cioè umane) ma secondo uno schema redatto a tavolino, fatto di puri numeri, con addirittura dei tetti massimi di sacerdoti, come se le abitudini e le esigenze religiose fossero uguali in tutta la nazione. Secondo punto, la riduzione della Chiesa ad organizzazione democratica in accordo con le mode rivoluzionarie, come se fosse un'istituzione qualsiasi, che in quanto tale è da inglobare nello Stato e pertanto da sganciare da Roma. Agli occhi degli estensori, evidentemente, l'attività della Chiesa consisterebbe nella sola organizzazione del culto, mentre gli abusi sarebbero risolvibili con una massiccia dose di statalismo, come se il potenziare l'apparato burocratico sia sufficiente a purificare tutto.

La Quod aliquantum di Pio VI. Questo breve del marzo 1791 è il primo intervento pubblico da Roma venuto dopo parecchi mesi di inutili tentativi di arrivare ad una soluzione di compromesso. Nel breve, pur condannando molto puntualmente la Costituzione civile del clero, non vengono scomunicati i fautori(19) per evitare di dovervi includere anche il re di Francia Luigi XVI. Pio VI mostra di riconoscere molto bene i principi ispiratori della Costituzione:
Quale giurisdizione possono avere i laici sullo spirituale? In virtù di quale diritto gli ecclesiastici dovranno sottomettersi alle loro deliberazioni? Nessun cattolico può ignorare che Gesù Cristo nell'istituire la sua chiesa ha conferito agli apostoli, ed ai loro successori, un potere indipendente da ogni altro potere, che tutti i santissimi padri della chiesa hanno unanimemente riconosciuto [...]. I santi concili hanno decretato la medesima cosa, e tutti i monarchi francesi hanno consentito a questa dottrina fino a Luigi XV, avo dell'attuale re [...]. Tuttavia, nonostante che questi principi fossero generalmente accettati dalla chiesa, l'Assemblea Nazionale si è arrogata il potere sulla chiesa, allorché ha promulgato decreti che sono contrari sia al dogma che alla disciplina ecclesiastica; ed allorché ha vincolato i vescovi e tutti gli ecclesiastici a giurare di dare esecuzione ai suoi decreti. [...]
Si prescrive [per i vescovi] una nuova formula di giuramento, in cui è soppresso il nome del romano pontefice... Come infatti si potrà dir mantenuta, conservata la comunione col capo visibile della chiesa, quando ci si limita a notificargli l'elezione e contemporaneamente ci si impegna per giuramento a non riconoscere l'autorità della primazia? [...]
Nel far ciò l'Assemblea sembra aver voluto abbracciare le false dottrine di Lutero e di Calvino [...] asserivano costoro essere di diritto divino che il popolo eleggesse i vescovi. Opinione che facilmente risulta erronea, se ricordiamo le antiche elezioni [...]. Nostro Signore Gesù Cristo non ha forse scelto, senza l'intervento del popolo, prima i dodici apostoli e poi i settantadue discepoli? [...]
Non è infine evidente che l'Assemblea ha voluto con questi decreti sovvertire ed annientare l'episcopato, quasi in odio alla religione, di cui i vescovi sono i ministri?" Passiamo ora all'espropriazione dei beni ecclesiastici, cioè al secondo errore di Marsilio da Padova e di Jean de Jandun, condannato da Giovanni XXII e molto tempo prima da papa s. Bonifacio I... Ma quel che apparirà pressoché incredibile è il fatto che, mentre si invadono e si usurpano i beni della chiesa e degli ecclesiastici, si preservano al contrario le proprietà che i protestanti invasero allorché si ribellarono alla religione, col pretesto di voler rispettare i patti. Naturalmente l'Assemblea Nazionale considera validi i patti coi protestanti; e non validi i trattati convenuti tra questa santa Sede ed il re Francesco I. Essa ha voluto fare questa eccezione a favore dei protestanti, per proscrivere i sacerdoti. Ma chi non comprende facilmente che lo scopo di questa espropriazione è anche quello di profanare i sacri templi, di render spregevoli i ministri della chiesa, di allontanare in futuro gli uomini dal sacerdozio?(21)

2.2 La religione «laica» a sostituzione del cristianesimo

La Chiesa forzosamente ridotta ad organo statale(22). Dal 1792 viene laicizzato lo stato civile, sostituendo le municipalità alle parrocchie, ed imposto il rito religioso per le coppie sposate solo civilmente; al clero ancora refrattario vengono imposti il matrimonio, l'abdicazione, la deportazione, quando non la pena di morte - e, prevedibilmente, avviene una vera strage di ecclesiastici(23). Nasce il culto repubblicano, che adora idee astratte quali la Ragione, la Libertà e la Nazione, con tanto di martirologio, oggetti sacri e riti(24), non solo da contrapporre al cristianesimo, ma da sostituirlo fisicamente nelle sue stesse chiese: significativamente, la prima festa della dea Ragione verrà infatti celebrata nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi(25). La fin troppo facile associazione tra «[cristiano] fanatico» e «nemico dei patrioti», oltre che la caccia all'oro delle chiese(26), e la distruzione sistematica di edifici e oggetti di culto, portava ovviamente anche all'eliminazione di quel clero costituzionale che per convenienza(27) o per convinzione pure si era prodigato in prove di civismo(28). Neanche Robespierre, che aveva uniformato il culto repubblicano ad un generico culto dell' «Essere Supremo» ed aveva riproposto una limitata libertà religiosa (purché politicamente sterile), riusciva di fatto ad intaccare la politica generale di violenta scristianizzazione.
Negli anni successivi, accanto all'aggravarsi della spaccatura tra clero costituzionale e clero refrattario, assistiamo ad ulteriori evoluzioni del culto repubblicano (prima come culto della patria, poi come culto teofilantropico, etc) caratterizzate da riti e preghiere a imitazione del culto cattolico che intendevano sostituire.

La religione umanitarista imposta per legge. Robespierre, nel maggio 1794, propone un decreto sul culto dell' «Essere supremo» perché per legge sia stabilita la sostituzione della fede cristiana con una filantropica religione dei valori. Qualsiasi altro culto (ricordiamo che chiunque non si abbandonasse agli eccessi rivoluzionari era marchiabile come «aristocratico» e «fanatico») doveva essere represso, il che mostra evidentemente che già lo stesso Robespierre era cosciente che questo nuovo «culto» avrebbe stentato a decollare. Il suo decreto conteneva fra gli altri questi articoli:
Art.l. Il popolo francese riconosce l'esistenza dell'Essere supremo e dell'immortalità dell'anima.
Art.2. Riconosce che culto degno dell'Essere supremo è la pratica dei doveri dell'uomo.
Art.3. Mette nel novero di questi doveri: detestare le cattive leggi e la tirannia, punire i tiranni ed i traditori, soccorrere gli infelici, rispettare i deboli, gli oppressi, fare agli altri tutto il bene possibile, e non essere ingiusti verso nessuno.
Art.4. Saranno istituite feste per richiamare al pensiero dell'uomo la Divinità e la dignità del suo essere [...].
Art.7. Celebrerà, ai decadi, le seguenti feste: all'Essere supremo e alla Natura; al genere umano; al popolo francese; ai benefattori dell'umanità; ai martiri della libertà; alla libertà e all'uguaglianza; alla repubblica; alla libertà del mondo; all'amore della patria; all'odio dei tiranni e dei traditori; alla verità; alla giustizia; al pudore; alla gloria e all'immortalità; all'amicizia; alla frugalità; al coraggio; alla buona fede; all'eroismo; al disinteresse; allo stoicismo; all'amore; all'amore coniugale; all'amore paterno; alla tenerezza materna; alla pietà filiale; all'infanzia; alla giovinezza; all'età virile; alla vecchiaia; alla sventura; all'agricoltura; all'industria; ai nostri avi; alla posterità; alla felicità [...].
Art. 12. Ogni riunione aristocratica e contraria all'ordine pubblico sarà repressa [...](29)
Le preghiere del culto civico. Quest'altro agghiacciante documento, a firma «F.D., prete costituzionale» e datato Bordeaux 15 febbraio 1792, intendeva inculcare educazione civica nei giovani. Notiamo soprattutto come la realizzazione ultima dell'uomo consista in idee astratte come la Libertà e l'Assemblea, e venga delegata a poteri statali, onnipotenti e infallibili:
Atto di fede. Io credo nell'Assemblea Nazionale onnipotente, creatrice del bene e della libertà per tutti i Francesi suoi figli, nostra sola speranza, che è stata formata dalla ragione, ed è nata dagli Stati Generali; ha sofferto nei primi tempi; ha trionfato dei suoi nemici; pur senza morire, è resuscitata tre anni dopo la sua nascita, brillando di gloria; è salita al più alto grado di potenza e di grandezza; siede alla destra della Giustizia e della Ragione, da dove essa vede e protegge tutti i francesi, e donde non si allontanerà mai per giudicarli. Io credo ai diritti dell'uomo, alla chiesa cattolica e non ai preti fanatici; alla conversione o alla distruzione degli aristocratici; alla abolizione dei titoli [nobiliari]; all'abbattimento dei pregiudizi ed alla resurrezione della nazione francese. Così sia.
Atto di speranza. Mi presento a voi, legislatori d'una nazione rigenerata, con tutta la fiducia che m'ispira la vostra bontà infinita ed il vostro infinito potere. Voi conoscete tutto il peso dei miei bisogni, voi potete renderlo più lieve. Voi m'invitate a venire a voi; voi promettete di soccorrermi; ebbene, eccomi qui, sulla vostra parola, mi presento a voi con tutte le mie debolezze e le mie miserie; mettete alla prova il mio coraggio e mutate la confusione in cui mi trovo in una felicità certa e durevole. Io lo spero, senza timore d'essere deluso nelle mie speranze, poiché non siete forse voi, o legislatori, i signori della nostra felicità? Io spero infine il mantenimento della Costituzione in eterno, e la felicità in premio della mia perseveranza - a condizione che io osservi i comandamenti dell'Assemblea Nazionale, nostra madre - dal momento che essa stessa ce l'ha promesso.
Atto di carità o d'amore. Rappresentanti del popolo francese, io amo la Costituzione che m'avete dato, perché essa è infinitamente giusta e ragionevole; sì, mi sento infiammato dal sacro fuoco della Libertà. L'amo con tutto il cuore, l'amo con tutta l'anima; l'amo sovranamente e per l'amore che vi porto. Non voglio che la Costituzione, nessun'altra Costituzione, nemmeno una modificazione della Costituzione. Amo anche mio fratello d'armi e mia sorella nel patriottismo come me stesso, e li amo per amor vostro e della Costituzione; confermate in me queste sante risoluzioni e fate sì che non abbiano a cambiare mai.
Atto d'offerta. Tu m'hai colmato dei tuoi doni o Libertà, figlia santa del cielo, tu m'hai dato una patria: fa' ch'io non viva ormai che per essa, questo è il mio più gran desiderio. Voglio che tutto quel che dipende da me, salute, forza, spirito, talento, credito, beni, reputazione non siano impiegati che per la sua salvezza e la sua maggior gloria.
Atto di buon proponimento. Bouillé e traditori tutti della patria, ci pentiamo sinceramente di avervi affidato cariche onorevoli; facevamo affidamento su di voi, perché portavate il segno del vostro patriottismo, e ci avete crudelmente ingannati. L'errore che abbiamo commesso nello scegliervi è espiato a sufficienza dal dolore che proviamo per la morte dei nostri valorosi fratelli di Nancy, Nimes e Montauban; ci proponiamo con l'aiuto della nostra previdenza di non ricadere mai più in una simile situazione, di scegliere meglio i nostri capi e di sorvegliare tutte le nomine alle cariche pubbliche(30).

Preghiera contro i preti refrattari. Il «cittadino abate Martel» nel 1791 così prega:
Togliete [o Divina Maria] la parola a queste lingue e a queste bocche pestilenziali che diffondono ovunque il loro fiele ed il loro veleno contro le leggi più sagge e più necessarie alla religione ed allo stato. Sono esse che, con perfide insinuazioni e sotto il velo ipocrita dello zelo, ingannano e sviano impunemente le anime deboli ed ignoranti, facendole disertare il culto pubblico [costituzionale], i sacramenti e le più sante cerimonie; esse che, con un orrendo complotto ed in conventicole segrete [dove officiano i preti refrattari], prostituiscono i santi misteri e provocano la guerra fra l'altare e il trono, i sacerdoti e lo stato ...(31)

Una copia della Messa. Benoist de Lamothe, convinto sostenitore del culto sociale teofilantropico, aveva modellato questo rito (pubblicato nell'aprile del 1796) in cui è evidente l'imitazione della Messa cattolica domenicale in chiave rivoluzionaria, con celebrante e diaconi, paludati in casula o camice e stole; notare anche l'imitazione dell'ambone, del tabernacolo, messale, incensiere, fonte battesimale, cero, canti, liturgia della Parola, liturgia Eucaristica (ovviamente in lingua volgare), divisione dei posti a sedere, preghiere spontanee dei fedeli, donne ministre dell'Eucarestia, matrimonio e battesimo, etc, fino alla benedizione conclusiva:
Ogni dieci giorni ed anche ogni cinque giorni, verso le ore 10 del mattino i partecipanti al culto sociale si riuniranno in un locale idoneo, scelto a questo scopo. Oggetto di questa riunione sarà quello d'onorare l'Essere supremo e di rianimare in tutti i cuori l'amore della patria, che è l'elemento essenziale di questo culto. La riunione sarà guidata da un sindacato composto da cinque membri, dei quali uno sarà il ministro principale e gli altri quattro i suoi assistenti; il ministro principale indosserà un abito di colore violetto o bleu celeste con una sciarpa bianca; gli assistenti porteranno un abito bianco con una cintura di colore violetto o bleu celeste. I cittadini che prendono parte alla riunione occuperanno la destra del ministro; le cittadine e i bambini la sinistra. Di fronte alla pedana, in cui si metteranno il ministro ed i suoi assistenti, verrà collocata la cattedra dei lettori o oratori. Fra la pedana e la tribuna verrà innalzato un altare a quattro facciate sul quale si troverà un sole d'oro, onorato come l'immagine della divinità benefattrice, che anima tutto, che vede tutto. Ai quattro angoli dell'altare si collocheranno da un lato il codice delle leggi e, quando le circostanze lo permetteranno, il pane della fraternità; dall'altro un vaso in cui bruciano profumi e un vaso di acqua lustrale. Ai piedi dell'altare, di fronte al sole, si troverà un gran candelabro con un cero che resterà acceso durante le cerimonie della riunione.
Queste cerimonie inizieranno con un canto d'invocazione all'Essere supremo; poi, uno degli assistenti leggerà le leggi e le notizie più interessanti della giornata; in seguito il ministro benedirà l'assemblea, leggerà in francese la preghiera del saggio di Galilea, detta la preghiera del Signore [cioè il «Padre nostro»]; uno degli assistenti leggerà qualche bel passo di storia che abbia attinenza alla festa indicata nel calendario repubblicano; una cittadina potrà allora offrire il pane della fraternità. I novelli sposi, che si sono sposati nel corso della decade, si presenteranno ai piedi dell'altare, il ministro li benedirà o piuttosto invocherà su di loro le benedizioni celesti. Gli sposi, cui il cielo avrà appena concesso un bambino, presenteranno il neonato al ministro che lo benedirà; giureranno di educarlo sottomesso alle leggi della repubblica e pronto a praticare le virtù sociali. Canti religiosi e patriottici seguiranno queste diverse cerimonie, dopo le quali ogni cittadino che partecipa alla riunione potrà intrattenere i presenti su qualunque argomento che interessi la pubblica utilità... [...] Con questo stesso segnale [di spegnere il cero] il ministro annuncerà al popolo in ogni occasione la conclusione delle cerimonie, e potrà aggiungervi questa formula: andate e vivete in pace(32).

2.3 La persecuzione violenta

Luigi XVI, re cristianissimo. La soppressione della monarchia è dovuta al venir meno dell'appoggio del Re alla Rivoluzione - più precisamente, all'imprevista «cristianissima» virata delle sue azioni. Se fino al 1792 Luigi XVI aveva di fatto sempre appoggiato le idee rivoluzionarie - arrivando perfino a firmare la Costituzione civile del clero - lo vediamo tirarsi indietro opponendo il suo veto alla legge sulla deportazione del clero refrattario. Non farà meraviglia dunque che nella reazione alla rivoluzione si combatterà anche in nome de «le roi(33)».
Per molto tempo gli attivisti hanno potuto pensare che Luigi XVI fosse andato molto avanti nella sua amicizia con la Rivoluzione antireligiosa. Le sue dichiarazioni nel senso delle idee dei philosophes non erano passate inosservate durante gli anni dal 1770 al 1780, particolarmente all'epoca delle Assemblee del clero. Nel 1787, aveva chiamato al potere monsignor Étienne-Charles de Loménie de Brienne, un prelato «più vicino ai filosofi che al cristianesimo» e che aveva preparato dettagliatamente le misure antireligiose della Rivoluzione, come rivelerà Papa Pio VI nel 1791. Poi Luigi XVI ha completamente approvato queste misure che attaccano la Chiesa e che si sono susseguite dall'estate del 1789: soppressione di ogni obolo alla Santa Sede; soppressione della decima; interdizione dei voti religiosi e dispersione delle comunità religiose; confisca di tutti i beni della Chiesa; approvazione di una Costituzione civile del clero che - come ha notato Jean Jaurès - laicizza la Chiesa stessa, separandola da Roma; obbligo imposto ai sacerdoti di prestare giuramento a questa Costituzione civile unilateralmente imposta con un evidente abuso di competenza. Inoltre, quanto a questa Costituzione civile, documenti d'archivio recentemente pubblicati da Jean de Viguerie rivelano che Luigi XVI l'ha promulgata nonostante l'opposizione formale del Papa, che gliela fece conoscere personalmente.
Ma queste misure sono soltanto «preparatorie» dell'annientamento del cristianesimo, come ha allora notato Edmund Burke; però il re si riprende con lucidità e con coraggio. Nel mese di dicembre del 1791 ha opposto il suo veto alla legge del 29 novembre, una legge espressione dell'arbitrio anticristiano che la Rivoluzione da quel momento preferisce apertamente ai suoi princìpi. Infatti, la libertà di culto viene rifiutata a quel culto che non accetta la Costituzione civile del clero. Eppure la libertà di culto, consacrata per sempre dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino(34), non può essere tolta a nessuno. Si tratta di una legge talmente oppressiva e totalitaria da trasformare nominalmente ogni sacerdote refrattario in un individuo «sospetto», che può essere trasferito e imprigionato dall'amministrazione, con ordinanze arbitrarie che la stessa Dichiarazione dei diritti aveva formalmente proibito. Si tratta di un provvedimento puramente poliziesco, che prevede l'esistenza di uno schedario per la sorveglianza dei sacerdoti, e così via.
Poi, alla fine del mese di maggio 1792, il re ha opposto nuovamente il suo veto a una legge ancor più anticristiana e più totalitaria, cioè la legge del 27 maggio, che sancisce la deportazione all'estero e addirittura la perdita forzata della cittadinanza per tutti i sacerdoti refrattari denunciati da almeno venti cittadini, oppure, in caso di disordini - e si tratta di un concetto largamente estensibile -, da un solo cittadino.
Quindi il re ha tenuto testa personalmente, senza cedimenti, alla sommossa che, il 20 giugno 1792, ha invaso il palazzo per obbligarlo a rinunciare al proprio veto, confermando fermamente la sua opposizione alla deportazione dei sacerdoti.
Ora tutto è molto chiaro. E re, ritornato visibilmente il re cristianissimo, è di ostacolo all'essenza anticristiana della Rivoluzione, la quale sta per sfociare in persecuzione aperta. La Rivoluzione deve dunque rompere con la monarchia, che deve essere distrutta. La sarà a partire dal 10 agosto(35).

Anticristianesimo totalitario. La specificità del progetto rivoluzionario è dunque la persecuzione anticristiana violenta, oltre che amministrativa e ideologica. «I rivoluzionari hanno sempre considerato il clero come nemico numero uno»(36):
Questa specificità è l'anticristianesimo totalitario, la sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico progetto, iniziale e finale. Essa manifesta nei rivoluzionari ciò che Edmund Burke ha magistralmente riconosciuto nel 1790: la loro «fede imperturbabile nei prodigi del sacrilegio».
Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi, questo anticristianesimo totalitario, questa fede nei prodigi del sacrilegio fanno osare i gesti sistematici che abbiamo lasciato intravvedere: massacri di sacerdoti, che avvengono un po' dappertutto in Francia e per la prima volta nella storia della Rivoluzione. La distruzione della monarchia sarà il mezzo per garantire ormai l'impunità e la generalizzazione di questi massacri di sacerdoti e più globalmente l'annientamento della religione(37). [...]
Per palesare come sarà l'avvenire e per mettere a punto la macchina della persecuzione, si dà inizio esplicitamente all'annientamento della religione, anzitutto dei sacerdoti. Nonostante il veto, dal 17 giugno vengono arrestati tutti i sacerdoti refrattari del Maine-et-Loire; il 19 dello stesso mese accade la stessa cosa nel Côte d'Or, il 20 nel Mayenne, il 28 nel Morbihan, e così via. Il 14 luglio, in onore della Rivoluzione, viene massacrato un sacerdote a Limoges e nove in una sola volta a Vans, nell'Ardèche. Il 15 e nei giorni seguenti vengono massacrati due sacerdoti a Bordeaux - fra cui il vicario generale del vescovo, che ha redatto la Dichiarazione dei diritti -, uno a Clairac nel Lot-et-Garonne, molti a Marsiglia e quattro a Manosque. Il 19 agosto vengono massacrati alcuni sacerdoti nell'Orne, il 21 dello stesso mese nell'Aube.
Spesso, come a Bordeaux, i monconi sanguinanti dei sacerdoti massacrati e fatti a pezzi vengono trascinati per le strade, branditi in cima a picche attraverso le finestre semiaperte dei cittadini e sospesi come decorazioni lungo i pubblici passeggi. Questa overdose della sanguinaria droga anticristiana è, da questo momento, la consuetudine abominevole della Rivoluzione(38).
Nel dipartimento dell'Oise, una minoranza di attivisti rivoluzionari fa eleggere deputato Anacharsis Clootz, prussiano che si proclama «nemico personale di Gesù Cristo»(39): «nel momento in cui riceve il suo seggio... [vengono] arrestate le carmelitane di Compiègne, quelle de I dialoghi(40)». Oltre che il clero, ne fa le spese anche il popolo:
[A proposito dell'eliminazione di seicento «sospetti» nell'Anjou nel 1793] Fra di loro non vi erano pericolosi controrivoluzionari, ma semplici «abitanti» o «sospetti federalisti» o «reclusi a causa dell'attaccamento al culto cattolico». Nessuno di essi sopravvive. Vengono massacrati a poco a poco lungo la strada [durante un trasferimento in un luogo di giudizio] grazie agli originali metodi d'epurazione escogitati da ogni comitato rivoluzionario dei comuni attraversati.
Il vino scorre a fiume fra gli uomini dei comitati affinché l'ubriachezza inciti al massacro. In una chiesa si squartano numerosi di questi infelici a colpi di picca per poi finirli con il fucile, altrove vengono sterminati con un fuoco di fila, come si farà nei mesi seguenti ad Avrillé, nei pressi di Angers, davanti a fosse in cui duemila «sospetti» e «sospette» cadono come birilli prima di essere finiti a colpi di baionetta e con i calci dei fucili. Altrove vengono fucilati sugli argini della Loira per poter gettare le vittime - completamente vestite - nel fiume.
Altrove, ancora seguendo questo stesso percorso dell'orrore, vengono formate unità di bambini impiegate per finire gli spossati e i feriti a colpi di pietra. Si conosce tutto ciò con precisione attraverso l'atto d'accusa del processo che sarà fatto ai responsabili dopo Termidoro. E quest'ultimo episodio citato non è assolutamente eccezionale: la Rivoluzione, come accadrà con Pol Pot, eccita frequentemente la naturale ferocia dei bambini, soprattutto dei bambini borghesi che non hanno ancora imparato a rispettare il dolore. A Rennes si ha un altro esempio di questa utilizzazione di bambini: «[...] venne reclutata tra le famiglie borghesi - nota Pierre Gaxotte - una compagnia di bambini che venivano adibiti a fucilare i prigionieri nel cimitero di Saint-Etienne. Si procedeva a quindici o venti per volta, e se gli apprendisti carnefici miravano male, si ricominciava da capo, come alla fiera».
Viene utilizzata anche la ferocia delle megere. Tale è la «tranquilla» ferocia della giacobina Marie Bouchu, che a Versailles, nel 1792, si vanta di aver finito il vescovo di Mende, mons. de Castellane, trasferito nella cittadina con altri quarantaquattro «sospetti» di alto rango, che come lui vengono massacrati. «Il malandrino era caduto - spiegherà Marie Bouchu al processo svoltosi dopo Termidoro -. Aveva gli occhi rivolti al cielo come per chiedere perdono; glieli ho infossati con i miei tacchi». Poi la stessa megera taglia un dito del prelato con l'intenzione - come spiega ella stessa - di farlo cuocere(41).

Deportazione, campi di concentramento, forni crematori. Con la legge sulla deportazione «nel giro di quindici giorni» del clero francese «veniva inventata la deportazione politica nei confronti di un'intera categoria di cittadini»: Si verificava allora la deportazione immediata per più della metà del clero francese, circa 75.000 sacerdoti. Veniva spazzata via non soltanto la libertà di culto garantita dalla Dichiarazione dei diritti, ma anche il diritto e l'onore «inalienabili» di appartenere alla Nazione con la maiuscola... Non importa che i sacerdoti siano francesi e, perlomeno, altrettanto cittadini quanto gli altri, né che abbiano o meno i mezzi per vivere all'estero. Eccoli privati della nazionalità, denaturalizzati con la forza ed espulsi senza alcun aiuto, quando la rivoluzione, dopo essersi impadronita dei beni della Chiesa, aveva fatto, secondo le sue stesse affermazioni, un «debito nazionale» per il mantenimento dei sacerdoti. [...] «Bisogna rimandare questi appestati nei lazzaretti di Roma e dell'Italia», aveva tuonato l'ispiratore di questa deportazione, il deputato Maximin Isnard, epsrimendo una sorta di razzismo anticlericale, anticristiano, molto prossimo al razzismo antigiudaico dei nazionalsocialisti, di cui tecnicamente rappresenta il modello, perché la deportazione rivoluzionaria dei sacerdoti presenta già alcune caratteristiche della depotazione degli ebrei da parte dei nazionalsocialisti.
Fin dall'inizio la deportazione diventa un'abitudine, una costante, una sorta di consuetudine. Dopo la massiccia deportazione del settembre del 1792 ne seguiranno altre che, in gruppi più ristretti, non cesseranno fino all'autunno del 1794. Poi vi sarà di nuovo la deportazione massiccia del Direttorio, iniziata nel 1796 e che finirà soltanto insieme alla Rivoluzione, una deportazione questa volta estesa ai sacerdoti stranieri, particolarmente quelli belgi. Così, in un solo anno, verranno inviati, soltanto alla Cayenna, 1448 sacerdoti francesi e 8235 belgi!
Alla fine dell'agosto 1792, la Gestapo rivoluzionaria eccita dunque i suoi delatori: riceveranno cento lire di premio per ogni denuncia di sacerdote deportabile. Da allora, dice un ufficiale di gendarmeria, «si fa la gara a chi ne scopre uno», nello stesso modo in cui si snidano i conigli dalle conigliere. I sacerdoti arrestati vengono poi concentrati in qualche edificio adibito a campo. Ad Angers, contrariamente a quanto faranno i nazionalsocialisti, ai futuri deportati non viene fornito il minimo mezzo per dormire, neppure una branda: dormono per terra. E, come faranno stavolta i nazionalsocialisti, vengono sottoposti a ogni sorta di vessazioni: privazione di cibo, privazione di sonno, e così via.
Poi, un bel giorno, per esempio ad Angers, si forma la colonna di deportazione. A piedi, i sacerdoti deportati avanzano a due a due, legati con corde, come bestie condotte al macello. Questa pietosa colonna impiegherà tre giorni da Angers per raggiungere Nantes e poi Paimboeuf; qui, ammassati su tre navi, verranno trasportati in Spagna dove sopravviveranno come potranno.
Questi primi deportati hanno auvto ancor amolta fortuna. Quelli che li seguiranno verranno condotti sui pontoni di Rochefort, veri e propri campi di morte dove perirà il 70% dei sacerdoti deportati, sotto barbare sevizie. Altri, come abbiamo fatto notare, saranno più tardi deportati in Guyana, alla Cayenna, dove il 99% morirà di stenti - dei centoventi deportati venuti in Guyana con la Bayonnaise ne moriranno centodiciannove. Altri ancora verranno ammassati nelle fortificazioni delle isole di Ré e di Oléron. La mortalità sarà conforme e in tutto degna, anche qui, dei campi di sterminio nazionalsocialisti, i quali, come i campi del GULag sovietico, dovranno soltanto seguire l'esempio fornito fino al dettaglio dalla nostra Rivoluzione. [...]
Un olocausto ordinato da questi uomini «filosoficamente puri» che annientano, con i sacerdoti, tutti i prigionieri politicamente e intellettualmente impuri(42).
Nella Vandea si arriverà ai forni crematori, inventati ben prima del nazismo - i commissari delle colonne infernali il 24 marzo 1794 scrivono infatti alla Convenzione: «A Montournai, alle Epesses e in numerosi altri luoghi... il generale Amey fa accendere i forni e, quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini» (43).

3 L'insurrezione vandeana

La cappa di silenzio. Menozzi tace quasi del tutto sull'insurrezione vandeana(44). Le dimensioni del fenomeno, ed ancor più il suo significato, meriterebbero invece un'attenzione maggiore, non solo per il tema che ci si è proposti in questo lavoro.
Quello che nei testi ufficiali viene brevemente definito «Vandea» è in realtà un territorio di oltre 10.000 km 2 (più correttamente indicato come «Vandea militare») comprendente vari dipartimenti del nord-ovest della Francia, tra i quali la Vandea, per una popolazione complessiva di oltre 800.000 abitanti(45). In qualche modo l'ondata rivoluzionaria vi aveva attecchito (e attecchito «nell'allegria»), per l'attesa di cambiamento al pari delle altre zone della Francia(46).
Ma il nuovo regime non tarderà a deludere queste speranze, e la persecuzione della Chiesa aggraverà i focolai di insurrezione, presenti peraltro fin dal 1790(47). L'insurrezione generale scoppia nel marzo del 1793, innescata dalla notizia dell'assassinio del re e dall'improvvisa (e sgradita) sorpresa della leva obbligatoria, e verrà repressa nel sangue nel corso di un anno. Sarà seguita da quello che Secher chiama esplicitamente «il primo genocidio organizzato della storia» (48), genocidio programmato in nome degli ideali rivoluzionari, nei confronti di una popolazione che aveva da difendere - stando al motto più frequente presente sui loro simboli - la sua fede e la sua civiltà (Dieu et le roi)(49).
«Come! Dovremo andare a batterci per un simile governo! Partire alla chiamata di gente che mette sotto sopra tutte le amministrazioni del paese, che fa salire il re sul patibolo, che mette in vendita tutti i beni della Chiesa, che vuole imporci sacerdoti di cui non vogliamo saperne e che getta in prigione i nostri veri pastori! Mai! A memoria d'uomo nel paese non è mai stata fatta chiamata alle armi simile a questa. Dateci i nostri buoni sacerdoti e nessun sorteggio!» gridano gli abitanti di Saint-Julien-deConcelles(50).
«Hanno ucciso il nostro re, hanno cacciato i nostri sacerdoti e venduto i beni della nostra Chiesa, dov'è il denaro? Hanno mangiato tutto; ora vogliono i nostri corpi; no, non li avranno»(51). Già nel 1793 a Parigi si prevedeva il genocidio dell'«inspiegabile» Vandea, «inspiegabile» secondo gli infallibili canoni rivoluzionari, per i quali andava annientata quell'«infezione politica che divora il cuore della Repubblica francese», rea di esistere e di resistere (a causa del suo fanatismo «crociato», del suo attaccamento a Dieu et le roi) agli intoccabili dogmi rivoluzionari:
L'inspiegabile Vandea esiste ancora [...]. Essa minaccia di diventare un pericoloso vulcano [...]. Venti volte i rappresentanti, i generali, il Comitato stesso ci hanno annunciato prossima la distruzione di quei fanatici [...]. I briganti della Vandea non avevano né polvere né cannoni, né armi e non solo l'[esercito] inglese, ma le nostre truppe, sia con la loro sconfitta, sia con la loro fuga, hanno loro fornito l'artiglieria, i cannoni, i fucili [...]. Alla leva in massa dei vandeani, si opposta la leva in massa del paese tutto intero [...]. Mai, dopo la follia delle crociate, si erano visti tanti uomini riunirsi spontaneamente quanti ve ne sono stati all'improvviso sotto la bandiera della libertà per spegnere il troppo lungo incendio della Vandea [...]. Il timor panico ha tutto investito, tutto terrorizzato, tutto dissipato come un vapore [...]. La Vandea è la speranza dei nemici esterni e il punto di aggregazione di quelli interni [...]. Là bisogna mirare per colpirli con uno stesso colpo. Distruggete la Vandea!... Distruggete la Vandea!... La Vandea e ancora la Vandea: ecco l'infezione politica che divora il cuore della Repubblica francese; là bisogna colpire [...]. Bisogna devastare finché possono sopportare ...(52)
Non ci si venga dunque a parlare di umanità verso questo feroci vandeani; saranno tutti sterminati; le misure adottate ci assicurano un pronto ritorno alla tranquillità nella regione; ma non bisogna lasciare un solo ribelle, perché il loro pentimento non sarà mai sincero [...] Non è rimasto un solo patriota in Vandea. Tutti gli abitanti della regione hanno una parte più o meno attiva in questa guerra ...(53)
Lo sterminio, il saccheggio, la distruzione sistematica vengono infatti applicati senza eccezione perché «la Vandea deve essere un cimitero nazionale» (54). Interi villaggi rasi al suolo, boschi e campi bruciati interamente, stragi interminabili e violenze senza limite. Quando sciabole e armi da fuoco non bastavano più, si procedeva all'affogamento in massa:
«Amico mio, preannuncio con piacere che i briganti sono proprio distrutti. Il numero di loro che ci viene portato qui da otto giorni è incalcolabile. Ne arrivano ogni momento. Poiché fucilarli è troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si è presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume a una mezza lega dalla città e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno»(55).
Nelle mani dei soldati della Rivoluzione, la Vandea divenne teatro di migliaia di Oradour, fra cui quello dei 563 abitanti del villaggio di Lucs-sur-Boulogne, massacrati proprio nella chiesa di Petit-Luc dove stavano recitando il rosario. Le loro ossa, riesumate nel secolo XIX, erano ancora mescolate alle corone del rosario(56).
Nei confronti del clero, le efferatezze non sono molto diverse da quelle inaugurate nel 1792: Don Joseph Cosneau... arrestato dai Blu, verso la fine del 1794, lo attaccano alla coda di un cavallo e lo trascinano ad Ancenis passando per Saint-Herblon. Qui viene mutilato a colpi di sciabola e attaccato su una tavola che viene poi messa sulla Loira. Dalla riva i soldati si divertono a scaricare i loro fucili sulla vittima. Don Louis Jousset... sorpreso a dir messa nella vicina foresta, subisce una sorte ancora più orribile: dopo orrende torture, lo si uccide e le sue membra sono date in pasto ai cani. [...] A tutti i sacerdoti viene tagliata la testa, confitta su forche e portata in giro per la città. [...] Altri ecclesiastici subiscono la stessa sorte: le loro spoglie vengono tagliate a pezzi, che i massacratori si disputano dicendo «Tu ne hai uno più grosso del mio...» [...](57)
I rivoluzionari non fanno differenza tra sacerdoti: tra Vandea ed Anjou, viene eliminata più della metà dei preti «giurati». Nei tribunali è sufficiente essere presentati con «è un prete» per ottenere la sentenza di morte. Ciononostante fughe avventurose, arditi nascondimenti, celebrazioni clandestine «col favore della notte» e addirittura processioni e cortei funebri ad ogni minimo accenno di calma, arrivano talvolta a meravigliare i repubblicani per il coraggio al limite dell'incoscienza.
Ad eccezione di Napoleone, il sorprendente processo di eliminazione dalla memoria storica dell'insurrezione vandeana comincia già dai contemporanei, preoccupati di minimizzare gli avvenimenti, e proseguirà senza eccezioni dalla Restaurazione in poi per il «disagio per l'aspetto di contestazione sovversiva e per la violenza della guerra»(58). Notevole esempio, il cambio di nome da «Vandea» a «[dipartimento] Vendicato» (da Vendée a Vengé) proposto a seguito del genocidio alla fine del 1794 ed approvato in pochi mesi(59).
Stando alla stima documentale di Secher (assai approssimata per difetto), verrà trucidato in meno di un anno il 15% della popolazione, non meno di 117.000 persone(60).

I simboli dei controrivoluzionari. Ad opporsi a berretti frigi, coccarde tricolori, teschi(61), una nutrita simbologia di Sacri Cuori, croci, rosari(62), fin dalla primavera del 1793. «Dieu et le roi», Dio ed il re, oppure «La religion et le roi», o ancora «Coeur sacré ayez pitié de nous» (Sacro Cuore, abbiate pietà di noi), sono le didascalie di alcune di queste medaglie, stemmi, scapolari, incisioni sulle pistole. Il simbolo più diffuso è il Sacro Cuore (o un incrocio dei due Sacri Cuori), sanguinante o colpito da un dardo, e sormontato da una croce.
Produrre simili stemmi era ovviamente garanzia di condanna a morte. Numerosi uomini e donne sono stati fucilati per essere stati scoperti nel confezionare, detenere o soltanto indossare simili emblemi(63). Charbonneau-Lassay riconosce il culto al Sacro Cuore come viva eredità della predicazione di san Luigi Maria Grignon de Montfort (ed ai suoi Missionari di San Lorenzo), alla cui cerimonia di beatificazione avevano partecipato ventimila vandeani(64).
Questo secolo, se in linea generale fu un periodo di grande decadenza religiosa e morale, rappresentò al contrario per quella regione un'epoca di vivificazione cristiana, durante la quale la gente, nelle parole di Mons. Freppel [Vescovo di Angers, che proclamò beato il Monfort], «fu come colpita da due sentimenti egualmente atti a generare eroismo: la fede in Dio e la lealtà verso il potere legittimo. Così, quando l'odio e la cecità l'ebbero vinta, ed iniziarono a colpire gli unti del Signore e tutto ciò che rappresentava il Cristo nello Stato e nella Chiesa, essa arse di sdegno nelle sue boscaglie e nel fondo delle sue forre. Essa si levò in armi per difendere tutto ciò che amava, tutto ciò che rispettava, ed il mondo fu testimone di una lotta totale che non si era più vista dal tempo dei Maccabei».
In queste frasi sta dunque la chiave del mistero che Barére, nella seduta della Convenzione dell'1 ottobre 1793, ebbe a definire «l'inspiegabile Vandea»(65)

Digressione: il fenomeno delle insorgenze. Della Rivoluzione francese, il carattere sostanzialmente anticristiano (e la conseguente reazione religiosa oltre che politica) non cambia quando la rivoluzione è «esportata» all'estero. Laddove vengono impiantate repubbliche di tipo giacobino, come ad esempio in Italia, assistiamo ad insorgenze controrivoluzionarie, accomunate dalla difesa della fede cattolica e della monarchia(66). La gerarchia cattolica, per realismo o per convinzione, al saldare religione e controrivoluzione preferisce talora il tentativo di accordo con i nuovi sistemi politici democratici, strategia che raramente non si risolverà in nuove persecuzioni. I tentativi di «democraticizzare» la Chiesa, nella speranza che l'andare incontro ai rivoluzionari potesse evitare mali peggiori, avranno infatti l'effetto di un surrogato temporaneo, ottenendo solo di indebolirla.

4 Napoleone, figlio della Rivoluzione


Un «concordato» alla Napoleone. Salito al potere, il primo obbiettivo di Napoleone era di giungere ad un «concordato» con la Chiesa. La quale, per la libertà di culto (cioè entro i limiti imposti dalla polizia ossia, dati i tempi, secondo l'umore di chi governa), per un «conveniente trattamento» del clero cattolico e per il «riconoscimento» della religione cattolica come «religione della maggioranza dei francesi», deve pagare un prezzo decisamente alto: dimissionare tutti i vescovi francesi affinché la gerarchia sia nominata ex novo da Napoleone, far prestare un giuramento di fedeltà al regime da parte di tutti gli ecclesiastici, più un colpo di spugna sull'incameramento dei beni ecclesiastici avvenuto fino a quel momento. Sono dunque nette le somiglianze con la Costituzione civile del clero.
Alquanto curiosamente, Menozzi asserisce che «il papato ne usciva notevolmente rafforzato»(67), e che Pio VII otteneva «il controllo sull'episcopato francese, sventando definitivamente le istanze di autonomia della chiesa gallicana»(68). Appare ben azzardato affermare che rispetto a poco più di dieci anni prima il bilancio della Chiesa francese non sia negativo: l'improbabile soluzione alla questione del gallicanesimo(69) costa la sicura consegna dell'episcopato a Napoleone; non si spiega in che modo un vescovo da lui nominato e che abbia giurato nelle mani di lui fedeltà, sia sotto il controllo del Papa. È dunque più onesto affermare che pur di ripristinare il culto e frenare la persecuzione, papa Chiaramonti sia stato disposto a ufficializzare tanto i mali del vecchio e nuovo regime (l'ingerenza statale nella vita della Chiesa, in particolare nella nomina dei vescovi e dei parroci) tanto i danni della rivoluzione (giuramenti di fedeltà ed esproprio dei beni ecclesiastici).
Il «concordato» in questione, peraltro accompagnato da un ultimatum napoleonico con l'esplicita minaccia di marciare su Roma in caso di mancato accordo, venne approvato nel luglio 1801. Alcuni articoli aiutano a comprenderne il tono generale:
Art.l. La religione cattolica, apostolica e romana sarà liberamente esercitata in Francia. Il suo culto sarà pubblico, conformandosi tuttavia ai regolamenti di polizia, che il governo riterrà necessari alla pubblica tranquillità.
Art.2. La santa Sede farà, di concerto col governo, una nuova circoscrizione delle diocesi francesi.
Art.4. Il Primo Console della repubblica, entro tre mesi dalla pubblicazione della bolla del Sommo Pontefice, nominerà gli arcivescovi ed i vescovi della nuova circoscrizione. Sua Santità conferirà l'istituzione canonica, secondo le forme usuali per la Francia prima del cambiamento di regime.
Art.6. I vescovi, prima d'iniziare il ministero, presteranno, direttamente nelle mani del Primo Console, il giuramento di fedeltà che era in vigore prima del mutamento di regime, espresso in questi termini: «Giuro e prometto a Dio, sui santi Vangeli, obbedienza e fedeltà al governo stabilito dalla costituzione della repubblica francese. Ugualmente prometto di non aver alcun contatto, di non partecipare ad alcun consesso, di non formare alcuna lega, sia all'interno che all'esterno, che possa nuocere alla pubblica tranquillità. E se, nella mia diocesi come altrove, vengo a conoscenza di una trama che reca pregiudizio allo stato, ne informerò il governo.
Art.8. In tutte le chiese cattoliche di Francia, al termine del servizio divino, si pregherà così: «Domine, salvam fac Rempublicam; Domine, salvos fac Consules». Art.10. I vescovi nomineranno i parroci, ma la loro scelta dovrà cadere su persone gradite al governo.
Art.14. Il governo assicurerà uno stipendio adeguato al loro stato ai vescovi ed ai parroci, le cui diocesi e parrocchie saranno comprese nella nuova circoscrizione.
Art.16. Sua Santità riconosce al Primo Console della repubblica francese i medesimi diritti e le medesime prerogative, di cui godeva presso la santa Sede il regime precedente la Rivoluzione(70).
In questi termini è difficile non vedere questo «concordato» come replica napoleonica della Costituzione civile del clero(71).
I tentativi di conciliazione da parte della Chiesa si risolsero in uno spreco di fatica e di pazienza: anche l'incoronazione di Napoleone da parte di Pio VII fruttò a quest'ultimo non più che qualche vaga promessa.

II «catechismo napoleonico». Cosa Napoleone intenda per cattolicesimo(72) è chiaro, tre anni prima dell'imprigionamento del Papa, dal «Catechismo ad uso di tutte le chiese dell'impero francese» del 1806, redatto dal suo fido «teologo» mons. Bernier, da cui vengono queste citazioni:
Lezione settima. Continuazione del medesimo [quarto] comandamento.
D. Quali sono i doveri dei cristiani verso i principi che li governano; ed in particolare quali sono i nostri doveri verso Napoleone I, nostro imperatore?
R. I cristiani sono tenuti a prestare ai principi che li governano e noi in particolare a Napoleone I, nostro imperatore, amore, rispetto, obbedienza, fedeltà, il servizio militare, le tasse ordinate per la conservazione e la difesa del trono. A lui dobbiamo inoltre ferventi preghiere per la sua salute, e per la prosperità spirituale e temporale dello stato.
D. Per qual ragione siamo obbligati a questi doveri nei confronti del nostro imperatore?
R. In primo luogo perché Dio, che crea gli imperi e li distribuisce secondo il suo volere, ricolmando il nostro imperatore di doni, tanto in pace quanto in guerra, lo ha costituito nostro sovrano, lo ha reso ministro della sua potenza, e sua immagine sopra la terra. Onorare e servire il nostro imperatore è dunque onorare e servire Dio stesso. In secondo luogo perché nostro Signore Gesù Cristo, colla sua dottrina e coi suoi esempi, ci ha egli stesso insegnato quello che noi dobbiamo al nostro sovrano: è nato mentre si obbediva all'editto di Cesare Augusto; ha pagato la tassa prescritta; e come ha ordinato di rendere a Dio quel che appartiene a Dio, così ha ordinato di rendere a Cesare quel che appartiene a Cesare.
D. Non vi sono motivi particolari, per i quali dobbiamo essere più fortemente attaccati a Napoleone I, nostro imperatore?
R. Sì: perché egli è colui che Dio ha suscitato in circostanze difficili al fine di ristabilire il culto pubblico della santa religione dei nostri padri, e di esserne il protettore. Con la sua profonda ed attiva saggezza egli ha ristabilito l'ordine pubblico e lo ha conservato; col suo braccio potente difende lo stato; è diventato l'unto del Signore per la consacrazione che ha ricevuta dal sommo pontefice, capo della chiesa universale.
D. Che cosa si deve pensare di coloro che mancassero ai loro doveri verso il nostro imperatore?
R. Secondo l'apostolo s. Paolo essi resisterebbero all'ordine stabilito da Dio stesso, e si renderebbero degni della dannazione eterna ...(73)
L'escalation continua: al «catechismo napoleonico», imposto in tutto l'impero dal Napoleone «immagine [di Dio] sopra la terra» e «unto del Signore», si ricorderà tra i doveri del cristiano l'obbedienza al Primo Console, ai suoi successori, al governo, allo stato; dal 1806 sarà obbligatorio festeggiare «san Napoleone»(74); i territori dello Stato della Chiesa verranno occupati o almeno usati da Napoleone per condurre le guerre continentali; nel 1809 Pio VII verrà estromesso dal potere temporale ed imprigionato, col progetto di trasferire il papato a Parigi. Solo il quasi improvviso declino napoleonico porrà fine a questa faccenda.

5 Altri documenti

La pilotata protesta anticattolica. Nella primavera del 1789, dei cahiers de doléances del terzo stato, frutto dei lavori delle assemblee di ogni circoscrizione, che dovevano esprimere le reali rimostranze e necessità locali, circolavano in realtà numerosi testi prefabbricati, orchestrati in funzione anticattolica.
Di tutti gli abusi che esistono in Francia, quello che maggiormente affligge il popolo e più fa disperare i poveri è l'immensa ricchezza, l'oziosità, le esenzioni [fiscali], il lusso inaudito dell'alto clero(75).
Che tutti i preti si sposino. La tenerezza delle loro spose risveglierebbe nei loro cuori la sensibilità, la riconoscenza, la pietà - così naturali per l'uomo -, che i voti di castità e di solitudine hanno spento in quasi tutti coloro che li hanno pronunciati. Le carezze innocenti dei loro bambini produrrebbero il bene infinito di far loro ricordare che anche loro hanno tenuto lo stesso comportamento verso i padri e che questi, come loro, vi hanno corrisposto; [...] infine che anche loro sono uomini come noi, e mai meriteranno distinzioni maggiori delle nostre, a meno che non siano più virtuosi. [...] I primi preti si sono sposati, la religione non ne traeva che maggiori vantaggi. [...] No, questo Dio non ha mai ascoltato che con stupore voti contrari al suo volere, voti che non potrebbero, che non hanno mai potuto essere sinceri; ogni nuovo giorno ce ne dà la prova. Che dunque si sposino i nostri preti! Un più gran bene ne verrà; il loro scandalo sarà distrutto(76).
Per la questione economica del basso clero si fa leva dunque non su un desiderio di giustizia ma su un'esasperazione dell'odio nei confronti della gerarchia, un sentimento non esattamente cristiano. Così come è assai poco cattolica l'ingenua (ma decisa) richiesta dell'abolizione del celibato, in quanto la castità avrebbe «spento» le migliori e «naturali(77)» virtù. Tutto questo non tralasciando l'immancabile interpretazione «rivoluzionaria» delle Scritture.

La Chiesa ridotta ad entità spirituale a servizio della Rivoluzione. Il sacerdote Claude Fauchet, di grande influenza alla corte del re, convinto della necessità di un profondo rinnovamento della Chiesa francese pubblica nella primavera del 1789 il De la religion nationale, in cui espone le sue tesi. Parteciperà poi alla presa della Bastiglia; in seguito sarà nominato vescovo dal regime. Alcune citazioni:
Il sommo pontefice, capo visibile della chiesa cattolica, non ha alcun diritto sul temporale degli stati; e l'errore dei secoli d'ignoranza che gli accordavano tale diritto non ha nemmeno bisogno di essere confutato. Ma nello spirituale che è l'anima egli stati, ha un inviolabile diritto al rispetto filiale di re e popoli. [...] Il più sprovveduto tra i fedeli non soltanto può, ma deve rifiutarsi di sottomettersi, se gli è evidente che ci si allontana da esso [il Vangelo]. [...] Il Concordato [del 1516, ancora vigente], concezione infernale di uno dei più odiosi princìpi fra quelli che ci hanno governato, [...] non ha il carattere di una legge, per quanto a lungo ne abbia avuto la forza. Gli Stati Generali non hanno mai espresso il loro consenso. Anzi è sempre stato respinto con indignazione da queste Assemblee Nazionali. I Parlamenti, dopo vivaci resistenze, lo hanno registrato perché vi sono stati costretti. Porta dalla sua origine il più nero sigillo del dispotismo...
[Dopo convocazioni democratiche dell'alto e basso clero e rappresentanti dei fedeli] ...dopo aver invocato lo Spirito santo, e proferito giuramento solenne, si eleggeranno, a maggioranza, le tre persone ritenute più degne. Il re... avrà santamente raccolto le voci delle chiese e dei popoli, nominerà chi più gli aggrada dei tre eletti dal concilio. Presenterà poi il prescelto al papa, che gli conferirà l'istituzione canonica. Se, che a Dio non piaccia, il sommo pontefice rifiutasse questa istituzione... allora il re dovrà rivolgersi a quegli arcivescovi che godono dei diritti di primazia nelle chiese gallicane: l'istituzione conferita in questo caso dal primate di queste chiese, sarà perfettamente conforme ai santi canoni. [...]
Bisogna dunque sopprimere le sacre facoltà [di teologia], come si chiamano da sé. Il progresso dei lumi non consente dubbi su questa indispensabile soppressione. [...] Tutte le ragioni della generosità richiedono la libertà totale della stampa, e nessuna ragione di prudenza la ostacola. La religione, la morale e lo stato non hanno da temerne nulla; hanno tutto da guadagnarne. Che può temere la religione? È vera, buona, divina: se non lo fosse, bisognerebbe combatterla e cambiarla. [...]
Religione d'amore! Religione del Vangelo! tu, soltanto tu tra i culti sparsi sulla faccia della terra, innalzi gli uomini ad un perfetto disinteresse... Tutti voi desiderate il bene, almeno a grande maggioranza! Il bene, è la identificazione di tutti gli interessi con uno solo; è la fratellanza universale... In questo ordinamento religioso e civile, che fonde e unisce totalmente il Vangelo con le leggi, la chiesa con lo stato, la morale con il diritto, le virtù con i piaceri, Dio stesso con gli uomini, tutte le discordie verranno annientate, tutti i vizi pubblici diventeranno impossibili, tutte le emulazioni saranno promosse ...(78)
Gesù Cristo mori per il genere umano, morendo per la sua patria... Egli aveva alzato la sua voce contro gli aristocratici della sua nazione... egli non cessava di indicare alla pubblica indignazione i tiranni del popolo... è l'aristocrazia che ha crocefisso il Figlio di Dio. [...] La Francia sarà il modello delle nazioni ed il paese che istituirà la vera libertà in tutto l'universo. Viva la natura e tutti i suoi buoni sentimenti! Viva la patria e tutti i suoi buoni cittadini! Viva lo stato ed il suo buon re, di cui saremo per sempre fedeli! Viva il governo ed il suo buon ministro... Viva la legge ed i buoni legislatori dell'Assemblea Nazionale! Viva la municipalità di Parigi ed il suo buon capo... Vivano i buoni costumi! Vivano i Francesi! Viva la libertà! ... (79)
Di simili affermazioni, indubbiamente nel plauso dei philosophes proprio a causa dell'ingenuità politica e dottrinale (nonostante la fama del Fauchet), ci si limita qui ad osservare la solita forzatura «rivoluzionaria» del senso delle Scritture e della tradizione della Chiesa, l'immancabile condanna dell'aristocrazia e delle consuetudini, il Gesù «patriottico», il democraticismo nella Chiesa e le tendenze gallicane, etc.(80).

II risultato delle «idee» dei philosophes. La continua necessità di risorse trasforma i rivoluzionari in saccheggiatori(81) ad ogni livello:
A Bruxelles, a Sainte-Gudule, «i soldati francesi... infransero i reliquiari, ...violarono le tombe, svuotarono le cassette dell'elemosina». In Italia, l'esercito di Arcole e di Rivoli «fece man bassa dei monti di pietà e delle casse ecclesiastiche destinate alla beneficenza. Tutto veniva confiscato, compresi i gioielli [ .. ]. I generali davano l'esempio, specialmente Masséna, Berthier e Bonaparte stesso, che strappò all'Italia per uso personale] circa tre milioni, senza contare i regali inviati alla famiglia». [...]
Un certo Fraîche, ex commediante poi fatto generale, aiutante di Jean Étienne Championnet a Napoli, rientrò in Francia «con tutte le dita ricoperte di diamanti, pezzi d'antiquariato»...
Tutto era così ben pianificato per derubare i popoli vicini che un organismo centralizzatore del ricavato di questo furto era stato istituito a livello governativo: si chiamava «Commissione d'estrazione». Il maresciallo Hermann Goering, grande saccheggiatore nazionalsocialista, aiutato da una commissione simile, non aveva inventato nulla. Del resto, come si continua a constatare, tutte le ignominie rivoluzionarie, senza eccezione, costituiscono i modelli delle ignominie nazionalsocialiste. Tenetene nota ...(82)

II giudizio di un contemporaneo. Non tutti gli ecclesiastici si lasciarono ammaliare dalla rivoluzione. L'abate A. Barruel, contemporaneo agli eventi (scrive nel 1798), ne vede all'origine una «setta»:
Sotto lo sciagurato nome di Giacobini, una setta apparve nei primi giorni della Rivoluzione francese, insegnando che gli uomini sono tutti uguali e liberi; nel nome di questa uguaglianza, di questa libertà disgreganti, ha calpestato gli altari ed i troni; nel nome di questa stessa uguaglianza, di questa stessa libertà, ha chiamato tutti i popoli ai disastri della ribellione ed agli orrori dell'anarchia. Dai primi istanti in cui è apparsa, questa setta si è trovata forte di trecentomila adepti, sostenuta da due milioni di braccia, che era in grado di mobilitare in tutta la Francia, armate di torce, picche, ascie e di tutte le folgori della Rivoluzione. È sotto gli auspici, è per la spinta, l'impulso, l'influenza e l'azione di questa setta, che si sono compiute tutte le grandi atrocità che hanno inondato un vasto stato del sangue dei suoi vescovi, dei suoi preti, dei suoi nobili, dei suoi ricchi, dei suoi cittadini di ogni ceto, di ogni età, di ogni sesso(83).

Cosa producono i tentativi di compromesso. Il Vescovo del dipartimento dell'Ardèche, Charles de la Font de Savine, va incontro ai rivoluzionari giurando e facendo giurare il proprio clero, di modo che «la pubblica autorità» sia «perfettamente libera e sovrana nell'esercizio del suo potere»: Convinto, dopo lunghe riflessioni, che questo giuramento era legittimo; che rimetteva al posto loro dovuto e il ministero ecclesiastico, del quale la modestia e la semplicità sono suoi elementi costitutivi, e la pubblica autorità, che deve essere perfettamente libera e sovrana nell'esercizio del suo potere, ho anche pensato di poter preservare [mediante il giuramento] il mio clero dai disordini che hanno sconvolto gli altri. Credo di esserci riuscito, e di poter garantire che la Rivoluzione, così come la nuova Costituzione dello stato, non troveranno alcun ostacolo in questo dipartimento né da parte del popolo né da parte degli ecclesiastici ...(84) Fatica inutile: il viceprocuratore del dipartimento dell'Ardèche inoltra tale lettera a Roland, ministro dell'interno, che appena due settimane dopo così risponde a proposito della...
...lettera del vescovo del vostro dipartimento che ha tentato di attenuare le disposizioni di legge del 26 agosto scorso. Il comportamento di questo vescovo è infinitamente riprovevole e la sua qualità di presidente del dipartimento rende le sue intenzioni ancora più colpevoli. Ha tradito la fiducia del popolo ed è venuto meno a tutti i suoi doveri, permettendosi di interpretare la legge in modo tale da compromettere l'ordine pubblico... Nessun prete che sia sottoposto al giuramento prescritto dalla legge del 26 novembre 1790 e che non l'ha prestato, o che [ritrattandolo] sia stato destituito, può sottrarsi al rigore della legge del 26 agosto scorso ...(85)

6 Conclusione

Le linee guida che è dato di constatare in particolare dalla lettura dei documenti presentati da Menozzi, suggeriscono alcune considerazioni sul rapporto tra Chiesa e Rivoluzione francese.

Inevitabile fallimento del moderatismo. Essendo ben visibile l'incorreggibile carattere anticristiano del fenomeno rivoluzionario, in base a che cosa parte della Chiesa sceglie di schierarsi su posizioni moderate quando non di «dialogo»? («siate buoni cristiani, e sarete ottimi Democratici»(86). Se non sono in dubbio le buone intenzioni degli ecclesiastici - mentre è difficile non metterle in dubbio per quel che riguarda i rivoluzionari -, resta da tenere in considerazione l'ingenuità con cui un compromesso si riduce ad un irenistico tentativo di appianare i rapporti tra la Chiesa e il «mondo», approvando specialmente agli occhi dei fedeli l'immagine di Chiesa promossa del potere, e cioè di una sterile organizzatrice di culto (culto peraltro inutile, stando agli infallibili dettami della «ragione»). L'equivoco irenistico, cioè l'eccesso di moderatismo, è possibile solo nel momento in cui parte della Chiesa considera sua missione l'approvazione dell'opinione pubblica (cioè dei philosophes contemporanei) piuttosto che l'annuncio di Cristo; e non è difficile notare questa debolezza anche in certa mentalità chiesastica odierna.

L'ideologia pauperista. A ricercare cause economiche nei fermenti rivoluzionari, si evidenzia invece che la persecuzione amministrativa della Chiesa aveva come obiettivo non secondario il ridurla ad entità solo «religiosa» (nel senso più sterile del termine), sentimentale, intimistica, in odio alla materia (e pertanto spiritualistica e pauperistica).
Improvvisamente, rei di una gestione totalmente fallimentare dell'economia statale e ideologicamente avversi al cristianesimo non incasellabile in detti termini, i rivoluzionari credono di risolvere tutto spogliando la Chiesa dei suoi beni (più leggendari che reali), a favore di pochi speculatori. Oltre a non ottenere neppure lontanamente i risultati sperati, questo incameramento impoverì ulteriormente la Francia perché privò la Chiesa non solo del superfluo ma anche del necessario per curare, oltre al culto, anche l'educazione e l'assistenza. Così recita, totalmente privo di realismo, il primo articolo del decreto approvato dall'Assemblea Nazionale il 2 novembre 1789:
Tutti i beni della Chiesa sono a disposizione della nazione, a condizione di provvedere, in maniera conveniente, alle spese per il culto, al mantenimento dei suoi ministri ed al sostentamento dei poveri, sotto la sorveglianza e secondo le istruzioni delle provincie(87).

Il mito del «ritorno alla Chiesa primitiva». Anziché affrontare direttamente i problemi del presente si pretende di «rifondare», facendo tabula rasa e ritornando ad una «chiesa primitiva» che consiste in niente più che nel forzare gli schemi più progressisti e pauperisti alla moda, in quel poco che si conosce della Chiesa antica:
Nei primi secoli della chiesa l'elezione dei vescovi e dei diaconi spettava al Popolo; perché i vescovi e i preti, non escluso il papa, abbiam veduto che sono semplici mandatarj e commessi del Popolo; dal quale G. Cristo trasportò nella nuova chiesa con piena democrazia il diritto del sacerdozio d'originaria competenza dei soli capi delle famiglie... Nei primi secoli non v'eran capitoli, non monasteri, non beneficiati. Le loro dotazioni furono mera beneficenza del Popolo, e de' suoi Rappresentanti dei secoli posteriori, a publica utilità. Poté dunque il Popolo Francese per la salute publica abolirli, e ripigliarsi le sue largizioni... Gesù Cristo elesse Pietro per capo della chiesa, onde conservarne l'unità. E ne' suoi successori l'antichità riconobbe solo un primato d'onorifica egualità fra i vescovi loro fratelli, e di con-sorveglianza per l'integrità della fede depositata dalla chiesa... Gesù Cristo nominò suoi apostoli dodici sanculoti pescatori. Il collegio apostolico lasciò al Popolo l'egualità e libertà democratica nell'elezione dell'apostolo Mattia, e dei sette diaconi... Ma dopo quest'epoca [dei primi tre secoli] l'egualità e libertà conciliare democratica apostolica non fu più veduta in verun altro concilio, tenuti tutti dall'aristocrazia... Il Popolo, il solo Popolo è la sorgente dei poteri tutti civili e religiosi. A lui solo tocca eleggere i suoi Rappresentanti nella Curia egualmente che nella Chiesa. I non eletti da lui sono tutti illegittimi ed intrusi, cominciando dal vescovo di Roma fino al più piccolo parroco del più oscuro villaggio ...(88)

II presentarsi «buonisti». Nell'agire contro la Chiesa i rivoluzionari si sono sempre presentati come chiamati a purificarla. Dalle ricchezze, dagli anacronismi, dalle ingiustizie, dal celibato, sembrava che tutti i problemi della Chiesa avessero bisogno di un intervento esterno (cioè statale) che, ovviamente, doveva partire da categorie che proprio religiose non erano(89). Ridurre la fede a un elenco di valori e di culti implicava necessariamente una burocratizzazione della Chiesa: le «virtù» rivoluzionarie si riducevano (e riducevano la Chiesa) ad un moralismo «patriottico» asfissiante (guai a non mostrare la coccarda tricolore(90)!) ben lontano dalla Libertà che andava predicando, ed alternativo (fino alla violenza) a quella che era la fede cattolica di gran parte del popolo francese.
Questo elenco di valori e di culti dovevano poi essere predicati e organizzati da una gerarchia di vescovi e parroci «costituzionali», di fatto in contrasto con Roma, ufficiali statali travestiti da pastori di anime che avevano ottenuto l'incarico solo per la coincidenza tra la propria avidità personale e la temporanea necessità del regime di organizzare una gerarchia ecclesiastica a propria immagine e somiglianza.



NOTE

 

1) Il titolo originale dell'opera (Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789) significa «(perché) non celebreremo il [bicentenario del] 1789».
2) [Gaxotte], pp. 11-12.
3) L'istituzione dell'anagrafe si deve infatti a Napoleone.
4) «Grande proprietario, ricco dei suoi cento milioni di decime, il clero era responsabile di due delle funzioni di cui lo Stato moderno sembra tenere di più, per le quali esso spendeva molto e di cui la monarchia non si occupava che accidentalmente: l'istruzione pubblica e l'assistenza. Esso vi consacrava gran parte delle proprie rendite» ([Menozzi], pp. 20-21).
5) Il progetto tendente alla separazione delle chiese nazionali aveva assunto in Europa i vari nomi del giuseppinismo, giansenismo, gallicanesimo, giurisdizionalismo.
6) [Gaxotte], p. 29. Per esempio «per la metallurgia si ammette un tasso di crescita del 72% tra il 1738 e il 1789; per la seteria lionese, 185% dal 1720 al 1786; per le miniere di carbone di Anzin, 681% dal 1744 al 1789; per la tela indiana di Mulhouse, 738% dal 1758 al 1786. Cifre impressionanti. [...] Dalla morte di Luigi XIV, il commercio con l'estero è più che quadruplicato. Nel 1788 tocca i 1.061 milioni, e questa enorme cifra non verrà più raggiunta prima del 1848. [...] Nel 1789, esistono diecimila leghe di buone strade ben inghiaiate, ben tenute, che non si arrestano dinanzi a fiumi e montagne.» (pp. 30-32). Quanto alla povertà dei contadini, «...va ricordato un fatto sostanziale e indiscutibile, e cioè che il sistema di imposte che gravava sul contadino rendeva l'APPARENZA della povertà una necessità quasi assoluta per lui. L'imposta rurale per eccellenza, la taille, era un'imposta sul reddito suddivisa approssimativamente secondo i segni esteriori della ricchezza, da esattori scelti a turno tra gli stessi contadini» (ibid., p. 33). E poi, «...non dobbiamo lasciarci ingannare dall'incredibile numero di termini che servono a designare i balzelli feudali. Non c'è altro settore della lingua altrettanto ricco di sinonimi. Secondo i luoghi, secondo l'importanza del tributo e la natura delle terre, una medesima tassa poteva chiamarsi champart, terrage, agrier, agriére, parciére, tasque, tiercage, sixte, cinquain, vingtain, carpot, ecc. Ogni sostantivo ha sette o otto equivalenti e anche più, e, da questa infinità di appellativi, si è fatto presto a dedurre l'esistenza di un'imposizione fiscale multiforme e divorante, mentre in realtà tutto si riduceva a quattro o cinque canoni percepiti alcuni in natura, altri in denaro» (ibid., pp. 37-38).
7) [Gaxotte], p. 51.
8) Ci sarebbe da riflettere sulla scarsa opposizione dei rappresentanti della Chiesa all'Assemblea. Così come c'è da riflettere che la proposta della nazionalizzazione all'Assemblea sia partita nientemeno che da Talleyrand, vescovo di Autun, che sarà il primo «vescovo costituzionale» (con grande sorpresa e dolore di Pio VI: cfr. la Quod aliquantum in [Menozzi], pp. 106-114).
9) [Menozzi], p. 12. Questo perché i voti religiosi sarebbero «contrari» alla libertà individuale, mentre la vita contemplativa sarebbe «socialmente inutile». Inutile precisare che l'auspicato svuotamento dei monasteri non avvenne: cfr. [Dumont], pp. 84-85.
10) Secher osserva che «ora gli stessi autori di questa soppressione prendono, come fondamento di tutto, i giuramenti laici che dei voti sono soltanto la caricatura» ([Secher], p. 70).
11) In [Menozzi], p. 106-114. Cfr. qui da p. 5.
12) Cfr. per esempio gli articoli II, 1-2 della Costituzione civile del clero, qui a p. 4. È difficile dubitare che, in vista di una più facile carriera e di un netto miglioramento economico, parte del clero sia stato indotto a giurare fedeltà a tale Costituzione. «Il vescovo, come del resto il parroco, è ormai eletto a maggioranza da tutti i cittadini attivi, ebrei, protestanti o non credenti. [...] Per di più l'eletto presta giuramento solenne di vegliare sui fedeli che gli sono stati affidati e di contribuire, con tutto il suo potere, a conservare la Costituzione votata dall'Assemblea Nazionale e accettata dal re ...» ([Secher], p. 64). Ovviamente, «...i parroci giurati diventano a pubblici ufficiali. In maniera più che evidente la maggior parte di loro è più interessata allo stipendio relativo alla carica che alle funzioni ecclesiastiche vere e proprie. Per esempio, al registro parrocchiale di La Chapelle-Bassemère del 1784, trovato dopo la partenza di Caperon sul suo tavolino da toletta, mancano i fogli dei primi cinque mesi che il parroco ha adoperato per farsi dei bigodini» (ibid., p. 89).
13) Giureranno però «i soli vescovi Gobel e Talleyrand e una minoranza di parroci» ([Menozzi], p. 46); «sui 1058 sacerdoti o religiosi che conta la diocesi di Nantes nel 1791, solo 159 prestano giuramento, fra cui una sessantina di religiosi, e un certo numero andrà in pensione subito dopo» ([Secher], p. 73). Insuccesso ben prevedibile, visto che già «nel marzo 1790 134 vescovi condannano la Costituzione» ([Secher], p. 65). Dato che si tratta di «un giuramento religioso e politico» (cfr. [Menozzi], p. 16), c'è da chiedersi come mai la Costituente abbia tentato di «disinnescare» tale «miccia» solo molti mesi dopo la discussione, l'approvazione e l'imposizione per legge della Costituzione.
14) Menozzi in realtà dice che «...il clero francese si spezzò in proporzioni pressoché uguali» tra costituzionali e refrattari ([Menozzi], p. 14), pur affermando che mentre la chiesa costituzionale non riusciva ad organizzarsi, «l'opera di organizzazione di una chiesa refrattaria incontrò un certo successo» grazie alla condanna di Pio VI. È Secher ad affermare, sembra più documentatamente, che i refrattari erano in maggioranza: «la partenza del clero refrattario lascia la maggior parte delle parrocchie senza sacerdote» ([Secher] p. 83): l'intero capitolo 5 della prima parte del suo libro, oltre ai numerosi esempi, riporta anche dei casi di amministrazione «parallela» di una parrocchia da parte del parroco legittimo e refrattario, lasciando la chiesa pressoché vuota ai costituzionali (per cui «per sostenere il prete giurato i funzionari municipali e i loro accoliti sono costretti a far sfoggio di religione molto più che nel passato», ibid., p. 88). Il popolo segui ovviamente (e in massa) i refrattari, dal che sembrerebbe comunque improprio affermare una divisione in «proporzioni pressoché uguali» del clero. Resta poi da riflettere sul fenomeno delle massicce ritrattazioni a seguito dell'esplicita condanna papale, ed il crollo «come un castello di carte» della Chiesa Costituzionale: «si verificò un'apostasia o un abbandono massicci, a volte con la costrizione, spesso desiderati, sempre accettati: 24.000 sacerdoti, su 29.000 casi studiati, abbandonarono il sacerdozio. [...] La ferita inferta all'anima popolare di questa apostasia scandalosa di sacerdoti costituzionali è rimasta aperta fino a noi. Come ha mostrato Michel Vovelle, esiste una correlazione di fondo nella geografia francese: nelle zone dove i sacerdoti costituzionali erano più numerosi e dove, quindi, la loro apostasia ebbe maggiori ripercussioni, oggi la pratica religiosa è più debole, sulla base del numero degli adulti che, a Pasqua, si accostano alla Comunione. In queste zone vi è un laicismo virulento, cioè il voto costante a sinistra» ([Dumont], p. 86).
15) Il già scarso successo della chiesa costituzionale deve molto alla sostituzione dei refrattari con ecclesiastici «giurati» ([Menozzi], cfr. p. 47) a caccia di una sistemazione.
16) Venendo meno la quale, avrebbero di fatto favorito il clero refrattario, specialmente agli occhi dei rivoluzionari. 17) Prevedibilmente, anche i preti «giurati» verranno perseguitati. Altrettanto prevedibilmente, il clero costituzionale tenterà comunque di legittimarsi con Roma per ottenerne un riconoscimento della situazione di fatto: cfr. [Menozzi], pp. 153-161. È interessante l'accanimento a colpi di citazioni bibliche per restare fedeli alla Costituzione già condannata dal Papa, tentando di dimostrare di aver almeno conservato la fede, in modo da far apparire la questione come un problema puramente amministrativo.
18) [Menozzi], pp. 91-103.
19) Cfr. comunque in [Menozzi], pp. 113-114, la minaccia papale: «...e perciò se non ritrattano quel giuramento, sanno già quel che devono aspettarsi...».
20) [Menozzi], pp. 106-111.
21) [Menozzi], p. 112.
22) Cfr. [Menozzi], pp. 17-19.
23) «I rivoluzionari hanno sempre considerato il clero come il nemico numero uno» ([Secher], pp. 229ss): cfr. qui da p. 11. Occorrerebbe ampio spazio per elencare le eroiche reazioni di ecclesiastici e religiosi. Per esempio, don F.-M. Ravénaz, nel suo memoriale del giugno 1794 in difesa dell'accusa di aver ritrattato il giuramento alla costituzione civile del clero, di aver rifiutato altri giuramenti, di essere rientrato in Francia clandestinamente per amministrare i sacramenti, afferma impavido prima della condanna a morte: «Queste malefatte costituzionali le presenteremo gloriosamente al nostro sovrano giudice, come titolo di merito ai suoi occhi» ([Menozzi], p. 141).
24) «La costituzione democratica dell'anno I [...] è allora piamente riposta in un'«arca» di legno di cedro e messa nella sala delle riunioni della Convenzione» ([Secher], p. 28). Cfr. anche [Menozzi], pp. 20-21. Il rispetto di simili oggetti «sacri» è imposto con leggi dure come questa del settembre 1793: «Le donne che non porteranno la coccarda tricolore saranno punite la prima volta con otto giorni di prigione. Se recidive, saranno considerate sospette. Quanto a quelle che la strapperanno a un'altra o profaneranno la coccarda, saranno punite con sei mesi di reclusione» ([Dumont], p. 60): dopotutto bisogna «manifestare l'entusiasmo, un entusiasmo obbligatorio perché, sotto la Rivoluzione, si è sempre "volontari obbligati"» (ibid.).
25) Il 10 novembre 1793 ([Menozzi], p. 48). «Il culto cristiano viene ovunque proibito, e tutte le chiese chiuse, a eccezione di quelle trasformate in templi della dea Ragione, di Bruto, di Marat e di tutti quanti. Questo avviene dopo che i libri e i vasi sacri, i paramenti del culto, gli oggetti preziosi e le opere d'arte delle chiese sono stati bruciati in autodafé generalizzati nelle pubbliche piazze. Autodafé che fanno seguito a cortei in maschera in cui i libri e i vasi, i paramenti e gli oggetti d'arte sono stati esibiti lungo le strade, nel corso di sfilate grottesche e ignobili che hanno come tema "Il culto muore sotto il ridicolo"» ([Dumont], p. 83).
26) Due temi ampiamente presenti nelle rivoluzioni successive, in particolare quelle del XX secolo (russa, spagnola, messicana, etc) e molto cari a Stalin. Cfr. il processo agli ecclesiastici in ALEKSÀNDR SOLZENICYN, Arcipelago GULag, Mondadori (Classici Moderni Oscar), Milano 1998, vol. I (libro I), pp. 347-355.
27) Anche se del solo «cambio di un vecchio breviario con una giovane repubblicana» ([Dumont], p. 91).
28) Fatica inutile: «una delle prove più evidenti del carattere essenzialmente anticristiano della Rivoluzione è che, nel mese di novembre del 1793, i sacerdoti, che allora sono "spretati", vengono dichiarati inadatti a ogni impiego pubblico civile, compresi i "preti rossi" che hanno servito fedelmente la Rivoluzione» ([Dumont], nota a p. 82).
29) [Menozzi], pp. 137-138.
30) [Menozzi], pp. 120-122.
31) Da «Una preghiera del clero costituzionale», in [Menozzi], p. 105.
32) [Menozzi], pp. 163-164.
33) Cfr. qui p. 15.
34) «Nessuno può essere inquisito per le sue opinioni religiose», citato nello stesso testo.
35) [Dumont], pp. 32-34. Il 10 agosto 1792, con la presa delle Tuileries, cade la monarchia. Uno dei primi atti che non rischiava più il veto reale fu la legge del 26 agosto sulla deportazione «nel giro di quindici giorni» del clero refrattario ([Dumont], p. 67). Cfr. anche qui a p. 21. Luigi XVI venne ghigliottinato nel gennaio successivo, quando la Convenzione, con 361 voti contro 360, decide di «sgozzare il porco» (cfr. VITTORIO MESSORI, La sfida della fede, San Paolo, Cinisello Balsamo 19933, pp. 273-274).
36) [Sicher], p. 229.
37) [Dumont], p. 32.
38) [Dumont], p. 35.
39) [Dumont], p. 80.
40) Il dramma teatrale «Dialoghi delle carmelitane», di Georges Bernanos.
41) [Dumont], pp. 64-65.
42) [Dumont], pp. 67-70.
43) [Dumont], p. 73.
44) Il suo libro vi dedica una sola telegrafica riga a p. 47: «10 marzo [1793]: rivolta in Vandea», ed è citata en passant in uno solo dei testi (a p. 144) su un generico tema di spargimenti di sangue.
45) Anche qui si osserva, e più che nel resto della Francia, una situazione economica di diffusa agiatezza. Cfr. [Secher], pp. 209ss.
46) Cfr. [Secher], p. 51.
47) Cfr. [Secher], p. 99.
48) «Questa volontà di far sparire dalla faccia della terra ogni traccia di un popolo ribelle contiene la definizione stessa di genocidio. Che i vandeani non fossero dei santi, che abbiano a loro passivo dei massacri: niente di più logico nell'inesorabile catena delle rappresaglie e delle controrappresaglie» ([Secher], p. 314). «La nostra storiografia da più di un secolo deve tutto a Michelet. Per rispetto a colui che ha scritto su Giovanna d'Arco le più belle pagine della letteratura francese, non citerò il passo in cui gli annegamenti di donne e bambini nella Loira sono classificati come filantropica eutanasia; bisogna pur steminare visto che non è possibile convertire ai lumi della Rivoluzione, incarnazione del Giusto, del Bello, del Bene. [...] Il trattamento ufficiale della Vandea è più efficace e più subdolo. Dopo aver annegato, mutilato, fatto a pezzi i suoi abitanti - l'immaginazione sadica delle colonne di [Louis Marie] Terreau [de Garambouville] uguaglia SS, gulag e khmer rossi -, li si è dimenticati...» (PIERRE CHAUNU, in [Secher], p. 17).
49) «Perché la Vandea e non il resto della Francia, si domandano certi storici? La questione è mal posta. In realtà, al momento del sollevamento vandeano, un certo numero di dipartimenti è in piena effervescenza [...]. Di fatto, nel corso della primavera-estate del '93 il governo centrale ottiene obbedienza soltanto in una trentina di dipartimenti al massimo. La Rivoluzione delude; peggio, fa paura. Come spiegare allora che l'insurrezione non sia stata generale? Si possono avanzare due ipotesi: la mancanza di un piano d'insieme presso i rivoltosi e l'attivismo esuberante ed energico della piccola minoranza al potere. La rivoluzione bolscevica si è imposta nelle stesse condizioni» ([Secher], p. 28). Insurrezione peraltro legittimata dallo stesso articolo 35 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e preambolo della Costituzione del 24 giugno 1793: «Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo, e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri». Cfr. [Secher], p. 303.
50) [Secher], pp. 108-109.
51) [Secher], p. 108.
52) Da un discorso di Barère alla Convenzione, luglio 1793, in [Secher], p. 157.
53) Da un discorso di Jean-Baptiste Carrier (pubblicato sulla Gazette Nationale), marzo 1794, cit. in [Secher], p. 304-305.
54) [Secher], p. 158.
55) Cit. in [Secher], p. 153. Carrier chiamava l'annegamento «deportazione verticale» ([Dumont], p. 67). «E i sacerdoti ne furono le vittime principali» (ibid.).
56) [Dumont], p. 73.
57) Cit. in [Secher], p. 229ss.
58) Cfr. [Secher], p. 313.
59) Cfr. questo ed altri cambiamenti «politici» di nomi di luogo in [Secher], p. 306. Cfr. anche PIERRE CHAUNU, in [Secher], p. 18. 1 rivoluzionari «...hanno dovuto credere che fosse possibile sostituire la geografia alla storia» ([Dumont], p. 44).
60) Cfr. [Secher], p. 308. Si tratta di una stima rigorosa minima. «Gli autori più seri, come Pierre Chaunu, parlano di un totale di 600.000 vittime... Uno dei comandanti delle "colonne infernali", il generale Grignon, informa nei suoi rapporti che soltanto la sua colonna uccide ogni giorno "circa duemila fra vecchi, uomini, donne e bambini"» ([Dumont], p. 73).
61) Quest'ultimo sulla bandiera delle «colonne infernali».
62) Cfr. [Charbonneau-Lassay], pp. 13-14.
63) Cfr. [Charbonneau-Lassay], pp. 23-25 e p. 84, con alcuni esempi di condanne a morte «per avere ricamato dei Sacri Cuori», per aver distribuito «l'insegna della ribellione», per aver «trovato su di lei duecento e più cuori», per aver «fatto e diffuso tra i vandeani delle immagini del Cuore di Gesù».
64) Cfr. [Charbonneau-Lassay], p. 27.
65) Cit. in [Charbonneau-Lassay], p. 27.
66) Menozzi parla di «strumentalizzazione del cattolicesimo delle masse contadine, operato da dirigenti reazionari e sovente da ecclesiastici, per abbattere queste repubbliche» ([Menozzi], p. 31). Questo asserto non regge di fronte all'analisi della «geografia» delle insorgenze, scoppiate in una uniformità di modi e tempi sorprendente, pur essendo prive (ed è questo il loro vero limite) di organizzazione dall'alto. Cfr. MASSIMO VIGLIONE, Le insorgenze, Ares, Milano 1999; ID., Rivolte dimenticate. Le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Città Nuova, Milano 1999; FRANCESCO MARIo AGNOLI, Rivoluzione, scristianizzazione, insorgenze, Krinon, Caltanissetta 1991.
67) [Menozzi], p. 184.
68) [Menozzi], p. 38.
69) La vicenda del «piccolo scisma» del 1804 può essere un buon inizio per una riflessione sul «rafforzamento» del Papa.
70) [Menozzi], pp. 185-186.
71) Napoleone la esporterà anche all'estero. È di appena due anni dopo il concordato della Repubblica Cisalpina, che otteneva anche in Italia l'ingerenza napoleonica nella nomina dei vescovi e subito dopo poneva sotto controllo governativo tutti gli atti della Chiesa italiana.
72) Dalla premessa al Concordato: «...e dalla particolare professione [del culto cattolico] che ne fanno i Consoli della repubblica...» ([Menozzi], p. 185).
73) [Menozzi], pp. 191-192.
74) Il 15 agosto. Cfr. [Menozzi], p. 51.
75) Dal cahier di Mirabeau ([Menozzi], p. 55). C'è da osservare che nonostante la propaganda, questo tema non era particolarmente frequente nei cahiers.
76) Dal cahier di Chalais ([Menozzi], p. 58).
77) Dal «buon selvaggio» a qui il passo è breve, come altrettanto è breve il passo che da qui porta a considerare l'inutilità (e dunque la necessità dell'eliminazione) della religione: se l'uomo, date le circostanze, con opportuni strumenti (come il matrimonio) è in grado di «risvegliare» da solo le proprie «così naturali» virtù, secondo logica il senso religioso è niente più che un orpello intimista funzionale a queste ultime.
78) Dal De la religion nationale di Claude Fauchet («Proposte di riforma religiosa e politica all'inizio degli Stati Generali», in [Menozzi], pp. 59ss).
79) Dall'omelia di Claude Fauchet sulla libertà francese del 5 agosto 1789 ([Menozzi], pp. 78,82).
80) Le idee francesi si diffonderanno rapidamente all'estero. Vale la pena citare, per l'Italia, un ecclesiastico ingenua- mente progressista, il cui entusiasmo ha del comico: «Esaminando con qualche riflessione la storia dell'Evangelio, non vi ha cosa più ovvia, e manifesta, della propensione di Gesù Cristo per la Democrazia. La Democrazia, la quale altro non è che il governo del popolo...» (da «I diritti dell'uomo. Catechismo cattolico-democratico», del minore osservante Riccardo Bartoli, pubblicato nel 1797; in [Menozzi], p. 179).
81) Cfr. [Dumont], in particolare p. 79.
82) [Dumont], pp. 76-77.
83) [Menozzi], pp. 165-166.
84) [Menozzi], p. 125. La lettera è datata 26 settembre «dell'anno IV della libertà e dell'anno I dell'uguaglianza», cioè del 1792.
85) [Menozzi], p. 126.
86) Dall'omelia di Natale 1797 del card. Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo di Imola e futuro papa Pio VII. In [Menozzi], p. 176.
87) [Menozzi], p. 87.
88) Dall'Esame della confessione auricolare e della vera chiesa di Gesù Cristo, di G. A. Ranza, Milano, pubblicato a Milano nell'aprile 1797, cit. in [Menozzi], pp. 171-173.
89) L'interpretazione della libertà, per esempio, nei confronti dei voti religiosi: cfr. nota a p. 3. 90) Cfr. [Dumont], pp. 58-59.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
[Menozzi] DANIELE MENOZZI, Cristianesimo e rivoluzione francese, Queriniana, Brescia 19832.
[Gaxotte] PIERRE GAXOTTE, La rivoluzione francese, Mondadori (Oscar Storia), Milano 2001.
[Secher] REYNALD SECHER, Il genocidio vandeano, Effedieffe, Milano 19882.
[Charbonneau-Lassay] Louis CIIARBONNEAU-LASSAY,
Simboli della Vandea. Emblemi ed insegne dell'armata controrivoluzionaria, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 1993.
[Dumont] JEAN DUMONT, I falsi miti della rivoluzione francese, Effedieffe, Milano 1989.

Torna alla pagina principale