LETTURA LAICA DELLA BIBBIA
Roberto Renzetti
"
Ai laici non è consentito il possesso né dei libri del Vecchio Testamento né di quelli del Nuovo Testamento" (Disposizione del Sinodo di Tolosa del 1229)"...darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze, affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro, la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo..." (Regolamento ecclesiastico di Papa Giulio III [1550-1555])
A parte il plurale che viene usato quando si parla di creazione nella Genesi
(eredità politeista?), di creazioni se ne raccontano due ed io avrei interesse
a capire come il mondo sarebbe nato.
Finalmente, quando l’uomo si addormenta “ plasmò con la costola che
aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo” (2,22) (chiedete a
maschietti credenti se hanno o no una costola in meno, stupirete!
Faccio un doveroso intermezzo prima di andare avanti. Proprio le sciocchezze di
Adamo ed Eva sono la prima prova della Bibbia che nasce dalla scopiazzatura
(anche fatta male da parte di nomadi e predoni del deserto che non avevano
alcuna tradizione ed erano bisognosi di farsene una) di antichi miti e leggende.
In questo caso la leggenda è sumera. La storia è esattamente la stessa ed è
riportata ne "Il Cilindro della Tentazione" depositato al British
Museum e risalente a 2000 anni prima della redazione della Bibbia. Ne riporto la
parte iconografica che è chiarissima (anche quell'albero che ricorda un
certo candelabro).
Con Abramo (nome che vuol dire “di Stirpe Nobile”) si abbandonano i racconti
fantastici e si inizia a seguire la vita di una stirpe. Tutto il resto del libro
della Genesi (dal 13 al 50) è dedicato a queste gesta. Vedremo che si tratta di
gente poco raccomandabile (assassini, ladri, profittatori, avviatori alla
prostituzione delle mogli, incestuosi,…) ma la tradizione vuole che siano da
esempio. Dice il Talmud: “I primi patriarchi sono senza traccia di iniquità o
peccato" (Mech., a XVI, 10, 48 a).
Dunque Abramo è figlio di Terach. Morto il padre viene chiamato da Geova:
“Geova disse ad Abramo: ‘vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla
casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande
popolo e ti benedirò1 “ (12, 1 e 2). Qui dio è di nuovo distratto o, con
Benigni, il profeta era sordo. Ma Abramo se ne era già andato dalla sua terra
con il padre Terach ed il suo paese non era Carrai dove Abramo si trovava al
momento, ma Ur dei Caldei.
A parte queste distrazioni, Geova segue: “renderò grande il tuo nome e
diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti
malediranno maledirò” (12,3). “Abramo partì … aveva settantacinque anni
quando lasciò Carran” (12,4) diretto verso la Palestina. Ha con sé la moglie
Sara, il figlio di suo fratello Lot “E TUTTE LE PERSONE CHE LI’ SI ERANO
PROCURATE” (12,5). Scopriamo che Abramo è uno schiavista che si procura
persone come cose e se le procura neppure tra i discendenti dei maledetti
Cam-Canaan ma tra persone che non c’entravano con quelle ubriacature. Quindi
il popolo di Abramo è un misto di padroni e schiavi. Mentre Abramo è in
marcia, Geova si ricorda di qualcosa e glielo dice: “Alla tua discendenza io
darò questo paese” (12,7). Questo è il primo cenno alla terra promessa che
come tutti sanno porterà a tutti i disastri e per gli ebrei e per gli abitanti
che vivevano in quelle terre. I miti e le leggende, financo i sogni degli
ubriachi, hanno ripercussioni inimmaginabili per la storia dell’umanità,
quando sono dati in mano a dei fanatici. Sto dicendo che bastava che Abramo
avesse sognato il mondo di Colombo, perché quelle terre promesse sarebbero
state altre. Ma quelle cose non le poteva sognare perché Colombo non c’era
stato. Ed allora i colpi di calore del deserto li paghiamo tutti.
Abramo ringrazia dio con dei sacrifici e prosegue la marcia superando la
Palestina (scarso in geografia, Abramo) ed andando verso il deserto del Negeb.
Noto a margine che Abramo si muove lungo una traiettoria che biblicamente non ha
senso perché
troppo lunga (fa un giro incomprensibile di oltre 2500 Km quando con 500 Km
sarebbe arrivato) ma geopoliticamente ha un senso compiuto perché egli non può
entrare in Paesi strutturati (Fenicia e Palestina) senza evitare di essere
respinto con la forza. Poiché vi è una carestia (una delle molteplici carestie
bibliche) decide si avviarsi verso l’Egitto dove regnava il faraone Ameneth I
della XII dinastia (1991-1785 a.C.). Qui non è chiaro se davvero Abramo va in
Egitto o se si trova in terre dominate dagli egizi (estese all’epoca).
E veniamo ad una delle altre vergogne di Abramo: FA PROSTITUIRE LA MOGLIE SARA!
[ed ancora non sappiamo qual era l’etica e la morale di Geova, n.d.r.].
Abramo è molto bravo a mettere a frutto i suoi averi. Tra questi la bella Sara
che, sebbene sterile, può servire a certi “usi” comprensibili. Per Sara è,
secondo i commentatori, una disavventura. Ma per Abramo un bel colpo di fortuna.
Abramo così parla alla moglie Sara: “Vedi io so che tu sei donna di aspetto
avvenente. Quando gli egiziani ti vedranno, penseranno ‘costei è sua
moglie’, e mi uccideranno, mentre lasceranno in vita te. Dì dunque che tu sei
mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua ed io viva per riguardo
a te” (12, 11-13) [in antichi costumi mesopotamici si soleva confondere
sorella con sposa, n.d.r.]. Avvistata da soldati egiziani, il racconto funziona
e Sara viene presentata al faraone e ne diviene la concubina, mentre Abramo
diventa il protetto del faraone (caspita! Geniale). In cambio delle prestazioni
della moglie egli ebbe “greggi ed armenti e asini, schiavi e schiave, asine e
cammelli” (12,16).
Era il modo con cui, come vedremo, non solo Abramo si arricchiva ma anche gli
altri patriarchi. Dai quali, una cosa è certa, noi abbiamo ben appreso QUESTE
leggi di morale e vera religione.
E Geova che dice? Egli, si era distratto un poco (ubriaco?). Ma improvvisamente
interviene colpendo il faraone e tutta la sua casata con grandi piaghe. Ecco la
giustizia bananiera dell’antichità! Alla fine il colpevole è il faraone.
Quel magnaccia di Abramo, essendo suo protetto, non c’entra nulla, il faraone
con tutta la sua casata, ignavo di come stessero le cose, viene punito.
Questa giustizia divina (col le
piaghe) è una costante della Bibbia. Di fronte ai disastri in Egitto, il
faraone “convocò Abramo e [invece di impiccarlo, n.d.r.] gli disse: che mi
hai fatto? Perché non mi hai
dichiarato che era tua moglie? Perché hai detto: è mia sorella, così io me la
sono presa in moglie. Ed ora eccoti tua moglie, prendila e vattene” (12, 18 e
19) e lo fece accompagnare alla frontiera insieme con la moglie e tutti i
suoi averi che lo stesso faraone gli aveva regalato.
E così Abramo ritorna felice e ricco nel paese di Canaan che Geova, visto che
Abramo si era ben comportato [ma che dio è?], gli promette di nuovo.
Abramo si separa da Lot, poiché i pascoli, vista la grande quantità di armenti
che ora hanno, non bastano più per tutti e due. Lot se ne va verso la valle del
Giordano “un luogo irrigato da ogni parte come il giardino di Geova, come il
paese d’Egitto, fino ai pressi di Zoar” (13,10) vicino Sodoma.
Altro impiccio per il profeta che trascrive poiché non ricorda che quella era
la terra promessa ad Abramo e non a Lot. Ma qui si apre una nuova avventura
perché “gli uomini di Sodomia erano perversi e peccavano molto contro
Geova” (13,13) . Ci si potrebbe qui chiedere che c’entrava questo dio con un
popolo non da lui eletto ma sarebbe tutto inutile.
Dopo una perfetta suspence che fa sviare per un poco il discorso su altri
argomenti, si ritornerà su Sodoma.
Il primo di questi argomenti è la guerra dei 4 re che combattono contro altri
5. Abramo partecipa ad essa per liberare Lot fatto prigioniero in Sodomia. Vince
“con i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa [rieccoli!
n.d.r.], in numero di trecentodiciotto” (14,14). Fa piacere sapere che questa
prima guerra vinta dal popolo ebraico lo è stata con l’aiuto indiretto delle
prestazioni di Sara.
Il secondo argomento è che, dopo la vittoria,
vanno incontro ad Abramo, Bera, re di Sodoma e Melchisedech, re di Salem
(futura Gerusalemme). E’ interessante questo brano perché è sacerdote di un
dio Altissimo (El Eljon) che sembra lo stesso di Abramo (potrebbe darsi che i
due chiamino lo stesso dio in due modi diversi). Sta di fatto che Abramo dà la
decima a questo sacerdote, proprio
come si fa con i sacerdoti del proprio dio! Resta comunque strano il dare una
parte dei propri beni a re che Abramo aveva aiutato e che, semmai, dovevano loro
dare qualcosa ad Abramo [i cristiani qui, facendo triplice salto mortale
carpiato, vedono in questi due “dio” una premonizione di Gesù, n.d.r.]. Ma
il tutto non finisce qui, perché Abramo si rivolge al Re di Sodoma con queste
parole in cui i due “dio” appaiono simultaneamente :”Alzo la mano davanti
a Geova, il Dio Altissimo…” (14,22). Si identificano i due “dio” proprio
nel momento che il destino di morte di Sodoma
è già stato scritto da Geova. Qui, altra promessa ad Abramo da parte di
Geova che, questa volta, aggiunge che il suo popolo crescerà numeroso,
nonostante la sterilità di Sara, e che “i suoi discendenti saranno forestieri
in un paese non loro, e saranno fatti schiavi ed oppressi per quattrocento
anni” (15,15) e che dopo di ciò, sarà lui, Geova, a giudicare l’Egitto..
Altra alleanza con squartamenti di vari animali e con il passaggio dei due in
mezzo ai quarti di animali fumanti. Ed altra promessa delle terre che vanno
dall’Egitto all’Eufrate.
La storia di Abramo segue con Sara che propone al marito di avere dei figli con
la schiava egiziana Agar che doveva essere stata donata dal faraone. E’
interessante questo volere figli che, assicura Sara, saranno considerati come
suoi. Intanto Abramo si sottopone alle sacre fatiche (ha 86 anni!) ed Agar resta
incinta. Allora Sara comincia ad essere gelosa e ottiene il permesso di
maltrattare Agar, fino al punto che la schiava fugge nel deserto. Qui un angelo
la incontra e la riporta a casa preannunciando ad Abramo la nascita di suo
figlio Ismaele (che sarà padre di tutti gli arabi del deserto che, come dice
l’angelo, “saranno come un somaro: contro tutti”. Qui non vi è disprezzo,
si usava questa espressione).
Nato Ismaele, Sara torna gelosa. Agar
scappa. Dio la prende sotto la sua protezione. Poi
[porcaccia miseria alle ripetizioni! n.d.r.] QUANDO Abramo ha 96 anni rifanno il
patto. Ripetiamo la scena. Dio appare ad Abramo e gli dice: “Io sono il dio
onnipotente”(El Shaddar, una entità diversa da quelle viste fino ad ora, una
specie di dio della montagna o della steppa) poi gli promette discendenza e per
buon peso gli cambia nome: da Abram diventa Abraham, padre di moltitudini. Il
cambio di nome in relazione all’assunzione di un potere è cosa che facevano
gli egizi e fanno i Papi. Gli ridice (sic!) che gli darà tutto il paese di
Canaan. Qui dio fa una marcia indietro. Prima gli dava dal Nilo all’Eufrate,
ora solo una piccola terra. In cambio di questa concessione (qui il profeta ha
sbagliato qualcosa) chiede un qualcosa in cambio (dio è anche un personaggio
che fa baratti) e non può essere altro che qualcosa riguardante le
“vergogne”: “Sia circonciso tra di voi ogni maschio. Vi lascerete
circoncidere la carne del vostro membro, e ciò sarà il segno dell’alleanza
tra me e voi” (17, 10 e 11) Dio fornisce i dettagli ed aggiunge che non solo i
discendenti di Abramo si devono circoncidere, ma anche lo schiavo forestiero
(qui si tratta indubbiamente di un problema igienico). Quindi tutti (meno
certamente uno, Mosè che imbroglierà più volte) gli ebrei devono essere
circoncisi.. Ma la circoncisione era attestata solo in Egitto. E Geova si
comporta come un dio egizio che impone un uso egizio (anche se la coerenza dei
profeti, ad un certo punto, farà della circoncisione una usanza antiegizia). E
dio conclude: “Il maschio non circonciso sia eliminato (sic! n. d. r.) dal tuo
popolo” (17,14).
In un eccesso di generosità, dio promise la discendenza anche a Sara (vecchia e
da tempo in menopausa. Abramo si mette a ridere piegandosi in due e dice che dio
piuttosto faccia dei favori ad Ismaele (la cosa è biblica! n.d.r.). Ma dio
insiste e dice che Sara avrà un figlio di nome Isacco il quale …. Bla, bla,
bla (con tutte le promesse ripetute
decine di volte!). Detto questo dio sale in alto (è la prima volta che accade
nella Bibbia) e lascia Abramo. Abramo circoncide tutti e si circoncide.
Abramo si mette poi a riposare nel caldo di pomeriggio e gli appare
Geova (dio chissà dove è andato). E’ così intontito che scambia
Geova per tre persone (capito?). Fa accomodare queste persone, gli lava i piedi,
gli ammazza un vitello, gli offre latte acido e latte fresco e quei tre, in
coro, gli dissero: “’Dov’è Sara, tua moglie?’ Rispose: ‘è là nella
tenda’. Geova continuò: ‘ Tornerò da te tra un anno a questa data , e
allora Sara, tua moglie, avrà un figlio’” (19,9 e 10). I tre si sono fatti
uno che fa tutto ciò che già si
sapeva meno il ripetere la litania delle promesse. Ora è Sara che, avendo
orecchiato, ride. Ride dentro di sé, ma Geova, e come non potrebbe, se ne
accorge: “Perché hai riso?” E Sara mente dicendo che non ha riso e Geova
gli dice che si …. Insomma un divino battibecco. Prima di chiudere con questo
episodio, il mio “capito?” era riferito a molti esegeti cristiani che hanno
visto in questo la Trinità (siamo legati a pisolini pomeridiani ed a
ubriacature,… che ci possiamo fare?).
Ora, mentre nel primo racconto dio era salito in alto, in questo secondo
racconto i tre si alzano e se ne vanno su una collina a contemplare Sodoma .
Ed ora, con l’assistenza del dio uno e trino, i malvagi di Sodoma, tornano in
scena. E’ Geova che ce lo fa sapere (è tornato uno). Egli dice: “Il grido
[non si sa bene di chi] contro Sodomia e Gomorra è troppo grande ed il loro
peccato è molto grave: Voglio scendere e vedere se proprio hanno fatto tutto il
male di cui è giunto il grido fino a me: lo voglio sapere!” (18,
20 e 21). Che poveraccio che è
Geova: ha sentito dire, è salito per vedere, ora scende per vedere meglio? Ma a
scendere sono di nuovo i tre uomini ed Abramo resta vicino a Geova dialogando in
modo divertente con lui.
E’ Abramo che inizia a parlare a Geova: “Davvero sterminerai il giusto con
l’empio? Forse vi sono 50 giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?”
(18,23). Risponde il conciliante Geova: “ Se a Sodoma
(non è chiaro se ora è inclusa Gomorra, n.d.r.)
troverò 50 giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro
perdonerò tutta la città” (18,26). E Abramo inizia il gioco: “ e se ne
trovi 45?”.. “e se ne trovi 40?”…. e se ne trovi 10?”…. Geova dice
sempre che perdonerà la città. Poi se ne va, salendo in alto e Abramo si
ritira a casa.. Intanto due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera e
trovano Lot, nipote di Abramo, seduto alle porte della città. Stessa
accoglienza che Abramo ha dato ai tre-uno. Ma i sodomiti che avevano visto i due
angeli entrare nella casa (tenda) di Lot mostrano di essere veri sodomiti.. Si
affollarono davanti alla casa di Lot chiedendo dove fossero “quei due”.
Chiedono a Lot di farli uscire perché volevano abusarne. Ma Lot che rispetta
l’ospitalità, ha un lampo di genio e offre loro un cambio: “No, fratelli
miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora
conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi
piace!” (19,
7 e 8). Quelli insistono. Preferiscono
i due uomini (angeli). Ma gli angeli ora si arrabbiano e con un lampo li
abbagliarono, barricandosi poi in casa di Lot . Erano impauriti (?) quelli che
tra un poco distruggeranno la città! Consigliano Lot di prendere la famiglia ed
andarsene. Perché devono distruggere la città come gli ha detto Geova (fin qui
la cosa non la si sapeva). Alle esitazioni di Lot lo spingono dicendogli di non
guardare indietro (anche qui?). Gli concedono di fermarsi a Zoar, prima delle
montagne. E “Geova (non i due
angeli) fece piovere dal cielo sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco” (19,24).
Geova approfitta nel trasformare in statua di sale la moglie di Lot che si era
voltata a guardare ( e che volete?). Al mattino Abramo va a vedere il disastro.
Tutto bene a parte la moglie di Lot, persa per sempre. Lot se ne va a vivere in
una grotta sulle montagne con le due figlie. E qui altre oscenità. “E la
maggiore delle due figlie disse alla più piccola:’ non c’è nessuno in
questo territorio per unirsi a noi… Vieni: facciamo bere del vino a nostro
padre e poi corichiamoci con lui così faremo sussistere una discendenza di
nostro padre’ “ (19, 31 e 32). Insomma la sodomia fa un poco schifo ma
l’incesto e la prostituzione vanno bene a
Geova. E poi, questa gente continuamente ubriaca! Quelle donne, scampate ai
sodomiti, “quella notte fecero bere del vino al loro padre, e la maggiore andò
a coricarsi col padre; ma egli non se ne accorse” (19,33). Stessa cosa
successivamente con l’altra figlia “così le figlie di Lot concepirono dal
loro padre” (19,36).
Esse generarono le stirpi dei moabiti e degli ammoniti che “esistono fino ad
oggi”. Così, dopo gli israeliti abbiamo avuto gli ismaeliti, figli bastardi
di Abramo ed Agar, e poi i moabiti e gli ammoniti figli dell’incesto tra Lot,
nipote di Abramo, e le figlie. E’ utile qui far notare che la Bibbia dice
tutto e tutto il suo contrario. Nel Levitico (ma anche nel Deuteronomio),
infatti si dice: “Nessuno si accosterà ad una consanguinea per avere rapporti
con lei” (Lv., 18,7) e (Dt., 27, 22). E’ naturale che si tratta di leggi di
epoche diverse. E’ il profeta che è un confusionario pazzesco! Si tratta ora di
passare da Abramo ad Isacco. Abramo che
avevamo lasciato ad osservare la distruzione di Sodoma (tutti ammazzati meno che
le figlie di Lot che incestuosamente giacevano col padre ubriaco), non termina
qui le sue avventure. Ritorna nei pressi del deserto del Negev dove, di nuovo
(ma succederà ancora!) spaccerà la moglie per sorella per averne beneficio in
schiavi, terre ed armenti. Il gioco, questa volta è tentato da Abramo con il re
Abimelech di Gerar, città nella striscia di Gaza al sud della Palestina.
Qui vengono fuori altre storie edificanti che ci fanno apprezzare sempre più
Geova.
C'è la prova che deve affrontare Abramo, egli deve sacrificare Isacco. Abramo
esegue in silenzio, va sul monte con il figlio, prepara un altare, Isacco sta
per prendere un agnello ma Abramo prende Isacco e gli mette il coltello al
collo. Qui Geova dice all'angelo di fermare Abramo che si ferma. Questo cosa
dovrebbe dimostrare? Che a dio si ubbidisce sempre? O che dio è un miserabile?
Ognuno decida per sé tenendo però conto che questo episodio è in piena
sintonia con con il culto di Astarte e Moloch (e non è il solo: il dio
ebraico ordinerà a Mosè "Il primo parto di ogni madre tra gli
israeliti, di uomini o animali, esso appartiene a me" - Es. 13/3 -
"Il signore disse a Mosè: 'Dirai agli israeliti che chiunque tra di
essi sacrificherà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte
per lapidazione' " - Es. 20/1 -). Intanto
Abramo incassa un'altra alleanza. Avrà quella terra, una discendenza numerosa
(sempre un poco contorta, ma poco importa) e che questa discendenza si
impadronirà delle città dei nemici. Simpatico Geova, eh? Segue una genealogia
della discendenza che, casualmente, non è di Abramo ma di suo fratello Nacor (Gn
22, 20-21) che, a questo punto, non c'entra nulla.
Muore la moglie Sara ed Abramo non dispera, intravede il modo di fare nuovi
affari. Egli chiede agli Hittiti, nella cui terra si trovava di dargli in
proprietà un sepolcro. Quando glielo danno gratis egli lo vuole pagare e sa il
perché:" Così il campo di Efron..., il campo e la caverna che vi si
trovava con tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite,
passarono in proprietà di Abramo... Il campo e la caverna che vi si trovava
passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale" (23, 17-20). E
su questa proprietà sepolcrale si comincia a compiere la promessa ripetuta
infinite volte da Geova, di dare una terra agli eredi di Abramo.
La discendenza di Abramo segue con Isacco. Abramo chiede ad un servo di trovare per Isacco una moglie
della sua stessa gente (ad evitare strani miscugli con schiavi): Così Abramo si
è già arricchito nel modo che sappiamo. Ha un "maggiordomo" di
fiducia. Può pretendere un matrimonio tra "uguali" per il suo figlio
già qurantenne. E tutto ciò si deve fare in nome di Geova, Dio del cielo e
della terra (prima volta che Geova viene promosso a tale rango). Per garantirsi
la completa disponibilità del maggiordomo, Abramo lo fa giurare. Come si giura?
mettendo la mano "sotto la coscia", che vuol dire facendosi toccare i
genitali (Flavio Giuseppe dice che occorreva toccarsi reciprocamente i genitali,
restando in sospeso il giuramento tra donne o quello misto).. E' un ossessione
la nudità, i genitali,....! Ricordiamo ora che: Abramo proviene, con il padre
Terach ed i fratelli, da Ur dei Caldei; che si era fermato a Carran (Siria)
sulla via di Canaan sua meta ultima e patria definitiva. Ma subito dopo Geova,
distratto, aveva detto che la patria di Abramo era Carran e questa cosa viene
confermata. Il "maggiordomo", "mette la mano sotto la
coscia", e parte con dieci cammelli, scorta e regali. Cosa può accadere?
La storia della fonte, con la bella ragazza che si avvicina con un'anfora per
dare da bere al servo (chiamiamolo così). E' Rebecca, figlia di Betuél,
fratello di Abramo (piccolo il mondo, eh?), e quindi cugina di Isacco (ma
della stessa gente). La Bibbia ci assicura che era vergine e noi ci crediamo. Il
servo per ingraziarsela, non sapendo chi fosse, le mette un anello al naso (non
ridete, era in uso) e le regala un bracciale. Saputo poi chi era, si inginocchia
per ringraziare Geova (una specie di partita di giro ottenuta con i soldi che
Sara ha procurato a partire dall'Egitto). Rebecca corre a casa con il servo e
racconta al fratello Làbano ogni cosa. Il servo parla dello scopo del viaggio e
delle ricchezze di Abramo. Non c'è dubbio, Làbano e l'improvvisamente comparso
Betuél accettano benedicendo Rebecca: "Tu, sorella nostra (ma anche figlia
o vi è un altro pasticcio del profeta, n.d.r.), diventa migliaia di miriadi e
la tua stirpe conquisti la porta dei suoi nemici" (24,60). La costante del
crescere e fare la guerra ai vicini è rispettata, per cui Isacco prese in sposa
Rebecca e l'amò. Qui seguono le seguenti cose: altre mogli e figli di Abramo;
altre notizie sulla genealogia; altre su quella del fratello Nacor; altre sulla
sua morte (a centosettantacinque anni, con un furto di 55 rispetto a quelli
promessi da Geova!), sulla sua sepoltura nel terreno comperato per Sara;
sull'eredità lasciata ad Isacco; su altri doni ad altri figli che non essendo
ritenuti degni vengono inviati al deserto; il solo Ismaele ha diritto ad una sua
genealogia. E qui termina la storia di Abramo lo schiavista e il fautore della
prostituzione della moglie. Termina (lo vedremo) anche la inutile e squallida
storia di Isacco e ci si avvia a Giacobbe.
Isacco stenta a figliare, poiché sua moglie era sterile (altra costante:
maschietti potenti, anche sotto l'effetto dell'alcool, e femminucce sterili!
Solo questo dovrebbe far ridiscutere dalle fondamenta l'intera
"biblioteca"!). Comunque Isacco fa la preghierina a Geova e questi lo
esaudì (forse era il giocherellone Geova che aveva bisogno, ogni volta, di
essere invocato). Rebecca partorisce due gemelli che però già nel grembo
materno si litigano, tanto è vero che Geova così dice a Rebecca: "Due
nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un
popolo sarà più forte dell'altro, ed il maggiore servirà il più
piccolo" (25,23) e qui il maggiorascato viene ribaltato ad opera di Geova
che tutto può. Vennero fuori Esaù e Giacobbe. Il primo rossiccio e peloso come
un capretto e, dietro di lui, arrancato per il calcagno, Giacobbe. Esaù divenne
uomo di caccia, mentre Giacobbe dormiva in tenda. Isacco, che era goloso di
cacciagione, amava Esaù, mentre Rebecca teneva per Giacobbe. La primogenitura
si risolse con il piatto di lenticchie. Esaù, che tornava esausto dalla caccia,
vede lo sfaccendato Giacobbe mangiare un piatto di lenticchie. Gliene chiede un
po'. Giacobbe, che conosce il modo di pensare di Geova, intravede l'affare e
subito dice che gliele avrebbe date se lui gli dava la primogenitura. Esaù
accetta, anche Isacco e, non si capisce proprio perché di nuovo si inventino
dei fantasmi per fare poi gli esorcisti. Ma ritorna in scena per il solito
vergognoso commercio, caratteristica della stirpe, Isacco.
Il vecchio Abimelech se ne stava in finestra e vide Isacco che
"scherzava" (la Bibbia usa spesso di questi giochi di parole: qui
scherzavano sul serio!) con Rebecca. La cosa lo eccita ed egli chiama Isacco e
questa volta, senza bisogno di sogni, gli dice che quella non può essere sua
sorella ma deve essere sua moglie. Ma la conclusione è la stessa e Abimelech
(che doveva essere proprio il cretino dei re) conclude la storia come l'aveva
conclusa con Abramo. Questa volta, senza aver toccato Rebecca come la prima
senza aver toccato Sara, niente beni materiali ma una sorta di salvacondotto
perpetuo: "chi tocca quest'uomo e sua moglie, sarà messo a morte!" (26,11).
Geova è compiaciuto non si sa bene di cosa e premia Isacco benedicendolo e
centuplicando i suoi raccolti.
Abimelech però dovette avere un qualche ripensamento. Fece sigillare tutti i
pozzi che avevano scavato i sevi di Abramo per le sue greggi e intimò ad Isacco
di andarsene per il fatto che era più potente dello stesso re. Qui vi è un
altro pasticcio perché Isacco se ne va ma resta! Infatti se ne va ma scava di
nuovo i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre. L'operazione di scavo lo
fa litigare con altri pastori. Isacco dice che l'acqua è sua. Scavano e
litigando arriva fino a Bersabea (più a sud, il che vuol dire che si tratta di
due diversi racconti intersecantisi e messi insieme da un profeta un poco
confuso) dove una notte gli appare Geova che dice: "io sono il dio
d'Abramo, tuo padre. Non temere, perché io sono con te. Ti benedirò e
moltiplicherò la tua discendenza" (26,24). Non resta che dire: un'altra
volta? Visto che già per otto volte Geova dice questo. Isacco fa un altare e
scava un altro pozzo. Abimelech ed altri lo hanno visto parlare con Geova ed
allora vanno verso Isacco per fare pace con lui. Il Geova pare un maggiorente,
un boss paesano.
Intanto riprendono le lotte tra Esaù e Giacobbe per la primogenitura (i beni ed
i soldi). Il piatto di lenticchie non era che l'inizio. Ora segue un inganno nei
riguardi di Isacco morente da parte di Rebecca e Giacobbe, complici. Isacco è
vecchio, morente, rimbambito e semicieco. Chiama Esaù esperto cacciatore e gli
chiede se gli può procurare un buon piatto di selvaggina. Esaù parte per
cacciare ma Rebecca che origliava (la Bibbia è sempre maestra edificante),
avverte Giacobbe e insieme prendono un capretto, lei lo cucina "alla
cacciatora" (perché sembri selvaggina) poi riveste Giacobbe con il vello
del capretto (ricordate che Esaù era peloso fin dalla nascita) ed invia
questi da Isacco con il piatto cucinato. Riesce ad ingannarlo anche mentendo
spudoratamente. Al padre che gli chiede esplicitamente se era Esaù egli
risponde SI. Ed Isacco, ingannato in tal modo, dopo aver ben mangiato e bevuto
bendice Giacobbe credendolo Esaù: "Ecco l'odore di mio figlio come l'odore
di un campo [ma come odoravano i campi? se il Giacobbe è rivestito di una pelle
di capretto appena ammazzato?, n.d.r.] che Geova ha benedetto. Dio ti conceda
rugiada dal cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano
i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli
e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto
e chi ti benedice sia benedetto" (27,27-29). E, definitivamente, un
capretto alla cacciatora, decide la sorte dei popoli.
Ma torna Esaù con la cacciagione ed Isacco fu colto da un fortissimo tremito,
si accorge di essere stato truffato ma (questa è bella!) non può fare più
nulla. Dice che ormai ha benedetto e maledetto e non si può tornare indietro.
Nonostante le amarissime e giustificatissime grida di Esaù, il padre Isacco
addirittura aggiunge sale alle ferite: "Ecco, lungi dalle terre grasse sarà
la tua sede, e lungi dalla rugiada del cielo dall'alto. Vivrai della tua spada e
servirai tuo fratello..." (27, 39 e 40). Da Esaù discendono gli idumei che
vivono nel deserto. Saranno questi quelli che più di altri, come dice
l'evangelista Marco (3,8), cercheranno il Gesù (una vendetta, annunciata
da due strani versi di Isacco? Questi dice infatti ad Esaù: "Quando ti
riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo"). Qui Rebecca agisce in
modo da mettere i gemelli l'un contro l'altro. Dice a Giacobbe di fuggire perché
Esaù lo vuole uccidere. Ed egli, il vincitore, fuggì a Carran dal fratello di
Rebecca, Làbano. Ma anche qui vi è un'altra storia che si interseca con la
prima. Secondo questa seconda Giacobbe va a Carran per volere di Isacco e lì si
ripete la storia del matrimonio del padre con una cuginetta con la differenza
che ora non vi è sensale. Analogamente Esaù sposa una cuginetta figlia di
quell'Ismaele nato dall'unione di Abramo con l'egiziana Agar. Durante il viaggio
comunque Geova gli si presenta (ha accettato di buon grado l'imbroglio) e gli
dice: "Io sono Geova, il dio di Abramo tuo padre [ma non era il nonno?
n.d.r.] ed il dio di Isacco" (28,13). A questo punto poiché qui abbiamo
una ripetizione di un discorso fatto più volte viene proprio naturale affermare
che questo è un dio di una sola persona e della sua complicata e furbesca
discendenza, è un dio che sta bene in una visione politeista. Naturalmente
Geova rifà (e 9!) la promessa di quelle terre e ...bla, bla, bla,..... Giacobbe
si sveglia e riconosce in Geova il suo dio (cosa stupefacente pensando che era
stato educato in casa di Isacco). Si rifà l'alleanza e così sia.
E veniamo alle nozze di Giacobbe, altro episodio altamente educativo.
Abbiamo già detto che si ripete una storia nota. Giacobbe incontra una ragazza
al pozzo la bacia e poi le dice di essere suo cugino. Condotto a casa lo zio Làbano
lo accoglie dicendogli che "Tu sei mio osso e mia carne", stesse
parole usate per certificare che Eva era cosa di Adamo. Làbano non può essere
così tranquillo, altrimenti dove vanno i pregi della discendenza? Cosa ti
combina il vecchietto?
Egli ospita Giacobbe dandogli lavoro. "Ora Làbano aveva due figlie: la
maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva
gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme ed avvenente di aspetto,
perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: 'io ti servirò per sette
anni in cambio di Rachele, tua figlia minore' " (29,16-18). Conclusi i
patti e fatto il banchetto nuziale inizia l'imbroglio di Labano che è una sorta
di antesignano del contrappasso dantesco. "Quando fu sera, Làbano prese la
figlia Lia e la condusse da lui [Giacobbe] ed egli si unì a lei ... Quando fu
mattina ... ecco, era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: 'che mi hai fatto?'
" (29,16-18). Lo zio chiuse la discussione di rito, analoga a quella di
Abramo con il faraone e di Abramo con Abimelech, con un accordo
"ragionevole" fra gentiluomini, dicendo a Giacobbe:" Finisci
questa settimana nuziale poi ti darò anche quest'altra per il servizio che tu
presterai presso di me per altri sette anni" (29,27). Così Giacobbe si
ritrova con due mogli (e 14 anni di lavoro per lo zio!) e ciò, naturalmente,
sarà fonte di rivalità, anche perché Giacobbe amava dilettarsi anche con le
schiave. Dopo qualche tempo si ritrovò con 12 figli maschi, così distribuiti:
6 con
Lia, 2 da Bilha, schiava di Rachele, due da Zilpa schiava di Lia, e 2 soli da
Rachele (dei quali due, il secondo, molto tardi). Da questi dodici maschi
discenderanno, con i soliti pasticci del profeta, le dodici tribù di Israele
(nome che ancora non esiste). A differenza dei discendenti di Abramo, tutta la
discendenza di Giacobbe sarà considerata ebrea, anche se nata da mescolanze con
schiavi. Non sono invece considerati ebrei i figli dell'ultralegittimo Esaù.
Non abbiamo i dettagli amorosi di Giacobbe. Solo poche cose, tra le quali merita
di essere raccontata la nascita di Issacar, figlio di Giacobbe che sarà
definito (in accordo con gli epiteti dell'epoca) un somaro.
Ruben, figlio maggiore di Giacobbe e Lia, coglie delle mandragole (frutto
afrodisiaco conosciuto da secoli ed anche da Machiavelli) e zia (che altra
parentela si può reclamare?) Rachele gliene chiede. Interviene mamma Lia per
ripetere la solita litigata in famiglia. Lia dice a Rachele che già gli ha
voluto togliere il marito e che ora tenta di rubargli anche le mandragole
(interessante l'assimilazione di marito e mandragola ed anche l'argomento del
marito rubato, n.d.r.). Rachele risponde che gli concede di coricarsi di
Giacobbe con lei quella notte in cambio delle mandragole. E chi ha l'afrodisiaco
va a letto sola, chi non lo ha va a letto in compagnia. Il figlio concepito
quella notte tra Lia e Giacobbe, il quinto, Issacar, risulterà però deboluccio
e scomparirà dalle tribù di Israele finirà tra i cananiti e vi resterà. Si
è sentita la mancanza della mandragola! E nessuno si preoccupi per le 12 tribù,
si conserveranno lo stesso per altra via!
Giacobbe decide di tornare dalle sue parti e Làbano gli chiede quanto gli deve
(il profeta dimentica che Giacobbe doveva restare a lavorare per 14 anni con la
mercede già avuta, le due mogli ma, entrati in questa logica, occorre solo
osservare che Làbano si era accorto dell'alleanza tra Geova e Giacobbe). ).
Giacobbe dice: "nulla" ma aggiunge in modo dimesso che si accontenta
delle pecore nere o chiazzate del gregge (generalmente una piccola percentuale).
E qui prepara l'imbroglio allo zio suocero. Scortica, in modo che mostrino parte
di anima bianca, rami di platano, pioppo e mandorlo. Li mette vicino
all'abbeveratoio (e qui il profeta ci dice una cosa che mi pare fantastica nel
fantastico) in modo che le pecore concepiscano agnelli con le "voglie"
di chiazzature. Nascono tanti agnelli neri e chiazzati e Giacobbe se ne va
fregando il meglio del gregge allo zio suocero. Qui riappare Geova che si mostra
preoccupato per i livelli di ira di Làbano. Ma con una chiacchierata da
condominio con mogli, figli, zii, riesce a convincerli che è stato lui, Geova,
a sottrarre le pecore a Làbano per darle a Giacobbe. Ma qui le liti
continuano e, da condominio, diventano da cortile.
In definitiva Giacobbe scappa con le pecore e, per buon peso, Rachele si porta
via gli idoli (forse una specie di reliquie degli antenati) del padre. Ma
Làbano insegue e raggiunge. "Perché te ne sei andato senza permettermi di
salutare le figlie? e perché mi hai rubato gli idoli?" Di questa ultima
cosa Giacobbe non sapeva nulla e dice a Làbano che cercherà nella tenda.
Rachele prende gli idoli e li nasconde sotto la sella del cavallo che
immediatamente monta. dicendo al padre che non è il caso che la frughi sotto le
gonne perché ha le mestruazioni. Il padre, naturalmente non lo fa e, non
trovati gli idoli, rifà pace con Giacobbe (certo che è un bonaccione!), alzano
insieme un muro di pietre e concordano che sia il confine tra le loro terre
giurando Làbano sul dio di Abramo ed il dio di Nacor, e Giacobbe sul terrore di
suo padre Isacco (dei diversi ed entità strane). Nella Bibbia vi sono molti dei
ed i patriarchi non se ne accorgono ed i profeti non ne fanno mistero, salvo il
fatto che tutti dicono di avere un solo dio.
Ma torniamo a Giacobbe che era scappato anni addietro dallo zio per sfuggire
all'ira di Esaù. Giacobbe decide di andare incontro al fratello per fare pace
(come?) ma viene a sapere che Esaù marcia verso di lui con 400 armati. Allora
si rivolge a Geova chiedendogli: "salvami dalla mano di mio fratello Esaù,
perché io ho paura di lui: egli non arrivi e colpisca me e tutti, madre e
bambini!" (32,12). Caspita, di quale madre parla? Sono quattro! Ed i figli,
per ora, restano 11. Così Giacobbe pensa di inviare degli schiavi che lo
precedano dicendo loro che se incontrano Esaù dicano che sono essi stesi un
omaggio di Giacobbe, che viene dopo di noi, per fare pace.
E qui altra suspence. Il discorso passa ad altro per un poco.
"Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i
suoi 11 figli, e passò il guado dello Iabbok" (32,23) [osservo che ora i
conti delle mogli sono ben fatti. Ah! profeta, profeta!]. "Giacobbe restò
solo, e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora colpendolo ad un
certo punto all'articolazione del femore in modo da sciancarlo" (32,27). A
questo punto l'uomo dice a Giacobbe: "Lasciami andare, perché è spuntata
l'aurora!" e Giacobbe gli diceva "non ti lascio andare se non mi avrai
benedetto!". E quello a Giacobbe: "Dimmi come ti chiami". E
l'altro: "Giacobbe". Ed il primo: "Non ti chiamerai più
Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini, ed hai
vinto!" (32,28 e 29). Ed arrivati a questo punto davvero ci si chiede se il
profeta, lui questa volta, abbia bevuto! Vediamo. Chi è l'uomo? Anticipa il
vampiro che si deve ritirare prima della luce? Mena Giacobbe e questi lo
trattiene (vabbé, con tante degenerazioni possiamo anche capire il masochismo)?
Ma poi gli dice che non è Giacobbe ma è Israele? Mah! Resta il fatto che
finalmente compare questo nome: Israele! Da qui discende il fatto pratico che,
in ossequio alla sciatica di Giacobbe, non mangiano il nervo sciatico: "gli
israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico" (32,33). E tutta
questa storia per concludere così? E' una vera follia. Per dire che non si deve
mangiare il nervo sciatico? Resta un dato linguistico importante, israel
in aramaico significa colui che lotta e vince; si tratta di
rivendicare questo nome togliendosi di dosso l'eber, l'errante.
Ora però ritorna lo sciancato Giacobbe ad incontrare Esaù. Tutto ciò che
aveva truffaldinamente rubato allo zio, lo dà al fratello che si tranquillizza.
Allora prosegue il viaggio fino a Sichem e compera in contanti un terreno nelle
vicinanze "dai figli di Camor, padre di Sichem" (un figlio di suo
padre?). Altra patria comprata, in analogia con quanto fatto da Abramo. Viene
ora una storia esemplare che vede protagonista Giacobbe-Israele in quel di
Sichem. "Dina, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe [settima ed
unica femmina, ndr], uscì a vedere
le ragazze del Paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l'Eveo, principe di
quel paese e la rapì, si unì a lei e le fece violenza" (34,1). Ma il
profeta ci dice che però era un bravo ragazzo: "egli rimase legato a Dina,
figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto"
(34,3) quindi chiese al proprio padre Camor: "prendimi in moglie questa
ragazza". Giacobbe, saputo della violenza alla figlia si indigna ed aspetta
il ritorno degli 11 figli maschi che :"ne furono addolorati e si
indignarono molto ... così non si doveva fare!". Ma arriva Camor (con
Sichem) e tenta il matrimonio riparatore. Ma qui viene fuori la doppiezza
spietata di Giacobbe. I figli di Giacobbe, parlando con "astuzia"
dicono: "Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo
non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. Solo a questa
condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come
noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo le nostre figlie e
ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo"
(34,14-16). Un patto all'antica per pacificare due tribù. Sichem ed i suoi
accettarono facendosi circoncidere (qui occorre ricordare che nelle istruzioni
che Geova aveva dato sulla circoncisione vi era il fatto che essa doveva
avvenire all'ottavo giorno di vita, infatti per gli adulti è una operazione
fastidiosa e dolorosa). A tre giorni dalla circoncisione, quando tutti i maschi
della città di Sichem "erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone
e Levi [presumibilmente con servi e schiavi armati, n.d.r], fratelli di Dina,
presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero
tutti i maschi" (34,25). Poi tutti "i figli di Giacobbe si buttarono
sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la
sorella" (34,27). Qui si tratta di un vero atto di terrorismo e barbarie.
Perché coinvolgere tutta la città e non prendersela eventualmente con la
famiglia dello stupratore? Tant'è! alla fine vi è pure il saccheggio dei beni
e degli animali della città con la riduzione in schiavitù degli abitanti. Ma
dove era Geova? Tutto bene? Inoltre: ma che popolo ha eletto tale dio?
oppure: ma che dio ha un tale popolo? Assistiamo alla prima strage che il popolo
di Geova realizza per impadronirsi di terra "promessa". Poiché manca
sia Geova che dio, è Giacobbe che dice qualcosa: "Allora Giacobbe disse a
Simone e a Levi: 'Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli
abitanti del paese ..., mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di
me, mi vinceranno, ed io sarò annientato con la mia casa' " (34,30).
Quindi nessun ripensamento morale ma solo un calcolo opportunistico al quale i
figli rispondono: "Si tratta forse la nostra sorella come una
prostituta?" Eh, è proprio ciò che hanno fatto i vari patriarchi
incontrati. Prostituivano le mogli spacciandole per sorelle.
Prima di passare al figlio di Giacobbe, Giuseppe, altre piccole notiziole sugli
altri figli (Ruben e Giuda) e sulla fine dello stesso Giacobbe. Intanto iniziamo
con la nascita dell'ultimo figlio di Rachele, Beniamino, non avrà storia oltre
a completare a 12 i capostipiti delle tribù di Israele (una parte di storia sarà
riservata alla sua discendenza), morirà invece sua madre, Rachele, nel parto.
Ruben, primogenito di Lia, "mentre Israele [si tratta evidentemente di
Giacobbe, qui chiamato con quell'altro nome uscito in quell'incubo notturno,
n.d.r] abitava in quel paese, Ruben andò ad unirsi con Bilha, concubina del
padre ed Israele lo venne a sapere" (35,22). Intanto è di interesse notare
le molte funzioni di Bilha. Ella è una volta schiava, una volta moglie ed una
volta concubina. E' anche la madre di di due fratellastri e coeredi di Ruben
(Dan e Neftali). Quindi qui è anche l'amante del figlio della persona della
quale era concubina. Sono solo di questo
tipo i rapporti da quelle parti. Ma cosa dice il babbo? NIENTE, almeno per ora!
Il profeta qui rifà la genealogia rifacendo morire Isacco (a 180 anni) che già
era morto.
La storia di Giuda, quarto figlio di Lia, non può essere da meno. Egli sposa una donna non del clan,
ma del paese di Canaan, Chira. Da Chira ebbe tre figli: al primo, Er, dà in
moglie Tamar ma questi entra in conflitto con Geova (il motivo non è dato) e
Geova lo fa morire senza eredi. A questo punto, secondo una legge del luogo che
non ci era stata comunicata, la vedova viene data in sposa al secondogenito di
nome Onan (proprio quello da cui ...). La legge prevedeva anche che se gli fosse
nato un figlio, questi avrebbe ereditato le sostanze del primogenito morto; in
caso contrario queste sarebbero passate a lui (capito?). "Onan sapeva che
la prole non sarebbe stata considerata come sua ogni volta che si univa alla
moglie del fratello, disperdeva per terra" (38,9). Oggi si direbbe che
praticava il coitus interruptus, ma ciò che faceva fu confuso con la
masturbazione chiamata appunto onanismo dal suo nome. La cosa non piacque a
Geova e fece morire pure lui. Il tutto venne inteso dal padre Giuda come
colpa di Tamar che, naturalmente, viene rimandata a casa. Ma la storia continua
con sottile perversione. Tamar, tornata al suo paese, sapendo che Giuda deve
recarsi da quelle parti, si veste da prostituta e subito riesce a concupirlo
(tutto normale, no?). Il pagamento della prestazione prevede un capretto. Giuda
non lo ha e lascia in pegno a Tamar il sigillo, il cordone ed il bastone.
Ritornato per darle il capretto e riavere i pegni, Giuda non trova più Tamar.
Tre mesi dopo viene a sapere che Tamar fa la prostituta (aveva trovato la cosa
interessante) ed è rimasta incinta. Egli si arrabbia e ... ordina che sia
bruciata viva! Lei allora le dà indietro i pegni e Giuda dice che "'essa
è stata più giusta di me'. E non ebbe più rapporti con lei" (38,26). Ma
(e qui si scopre che Tamar era incinta di Giuda) da quell'incontro tra suocero e
nuora nel bordello nascono due gemelli che fanno una specie di danza per uscire
in modo che non si capisce chi è il primo e chi il secondo. Uno Perez, da cui
discenderanno Davide e Gesù, e l'altro Zerach.
E ritorniamo ora alla linea principale di discendenza di Giacobbe, Giuseppe.
Egli, in Palestina, "pascolava il gregge coi fratelli, e stava con i figli
di Bilha e di Zilpa, mogli di suo padre". Giuseppe diventerà più esperto
del padre a sognare solo che quando i sogni li farà lui, li capiranno gli
altri; quando li faranno gli altri, li capirà lui.
Veniamo ora ai primi due sogni, tanto per cominciare. Nel primo, mentre insieme
ai fratelli lega il grano sul campo, il suo covone sta ritto in mezzo e gli
altri gli si prostrano intorno. Nel secondo sono il sole, la luna e gli
astri a prostrarglisi. Anche il padre (che non viene chiamato dal profeta perché,
immagino, a questo punto non sa come chiamarlo: Giacobbe o Israele?) intuisce
qualche raggiro e dice: "Che sogno è questo che hai fatto? Dovremmo forse
venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci davanti a te?"
(37,18). I fratelli si ingelosirono ed un giorno vedendo arrivare Giuseppe al
pascolo "si dissero l'un l'altro: 'ecco, il sognatore arriva! Orsù,
uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna!' " (37,19 e 20). E' così che
si usa, no? E, detto fatto, lo spogliano e lo gettano nudo in una
cisterna. L'arrivo di una carovana (di ismaeliti, i cugini discendenti da Abramo
ed Agar) non fa portare a termine i propositi assassini. Allora Giuda ebbe
l'idea di vendere Giuseppe ai carovanieri e, con un pastrocchio sempre più
impicciato di racconto, alla fine Giuseppe viene venduto per "venti sicli
d'argento". E Giuseppe fu condotto dalla carovana, in Egitto, come schiavo.
Al padre Giacobbe fu portata la sua tunica sporcata di sangue di un caprone e
gli fu detto che Giuseppe era stato divorato da una belva, ed il padre lo
pianse. Nel frattempo Giuseppe, in Egitto, viene venduto a Potifar, consigliere
del faraone e comandante delle guardie (oltre che marito di una donna
intraprendente, con la quale....). Beh, ormai si è capito come va il romanzo di
appendice! Giuseppe fece
una gran carriera in casa di Potifar, amministrando i suoi beni. Tutto ciò
avveniva perché Geova gli era a fianco e lo benediceva. Il fatto è che
somigliava alla madre: bello di forma ed avvenente aspetto. E cosa credete sia
accaduto? La moglie dell'eunuco Potifar si innamorò di lui. Giuseppe tentò di
evitare la virago fino al punto di scappare lasciando nelle mani della donna la
sua veste. Questa cosa dette il destro alla signora di denunciare Giuseppe per
violenza ( a questo punto, dati i precedenti della famiglia, la signora avrebbe
una qualche ragione di essere creduta, ma il profeta dice altro). La signora
Potifar dice al marito che "Quel servo ebreo ... mi si è accostato per
scherzare con me..." (39,17 e 19). Questa frase chiarisce anche la
precedente letta in occasione di Abemelech che dalla finestra vedeva Isacco
scherzare con Rebecca: scherzare nella Bibbia ha il significato ben preciso che
voi avete capito. Allora Potifar imprigiona Giuseppe il quale, con l'aiuto di
Geova, diventa una sorta di carceriere capo. In altro luogo si dice che, stando
in prigione, Giuseppe interpreta i sogni (per Giove, questo era il pezzo forte
di Giuseppe!) di due fornitori (coppiere e panettiere) del faraone caduti in
disgrazia ed ai quali disse che il primo sarebbe stato messo in libertà ed il
secondo impiccato. Così avvenne (e te pareva!). E la cosa non poteva restare
appesa così, come se si scherzasse. Passano due anni ed il faraone sogna e
risogna. La prima volta sogna sette vacche grasse che escono dal Nilo, seguite
da sette vacche magre con le magre che divorano le grasse. La seconda
volta sogna sette spighe, grosse e belle, spuntate da un unico stelo, e sette
spighe secche che se le inghiottirono. Allora convoca tutti i saggi d'Egitto (io
sogno sempre una Banana flambé e so cosa vuol dire!) ... tra questi, come no?,
vi è il coppiere liberato, questi dice al faraone che...., ed il faraone...., e
gli racconta (una altro racconto dettagliato che si ripete!) i sogni ...., ed
allora Giuseppe, aiutato da dio (e non da Geova) fornisce l'interpretazione:
sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia, con non richiesto
consiglio. Dice Giuseppe al faraone: "pensi, faraone, a trovare un
uomo intelligente e saggio, e lo metta a capo del paese d'Egitto" (41,33).
Di chi si tratterà? Allora Giuseppe ebbe l'incarico (in questi passi gli ebrei
l'hanno fatta grossa perché un personaggio che assurge a viceré di Egitto in
epoca storica, deve avere svariati riscontri storici che invece NON vi sono. La
mancanza di trascrizione sui documenti viene spiegata buffonescamente: il
Faraone del tempo di Mosè, secondo chi ci vuole prendere per fessi, non aveva
inserito Giuseppe nella storia perché, essendo un personaggio appena arrivato,
non conosceva niente della storia passata dell'Egitto). Il faraone gli fece
sposare Asenat, la figlia di un altro suo eunuco, Potifare, sacerdote del
dio del sole ad On (l'odierna Eliopoli). Giuseppe non è un pastore ma un
agronomo di prima classe, soprattutto tenendo conto che non conosceva il paese
dove era piombato. Eppure espose subito al faraone un piano di politica agraria
(il profeta ci racconterà più tardi questo piano ma è meglio dirlo ora per
continuità di discorso). Tale piano non è altro che l'invenzione di tutto il
sistema politico ed economico dell'Egitto (insomma, qui si esagera! Il profeta
imbroglia sovrapponendo conoscenze posteriori ed attribuendo i successi a
Giuseppe; è il Cecil B. de Mille dell'antichità, fa dell'agiografia. Niente di
male a farla, ma a crederla....!). Ecco il piano. Si tratta di creare dei
funzionari per prelevare nel paese un quinto dei raccolti delle annate buone,
immagazzinarli opportunamente e distribuirli poi nelle annate cattive.
Sopravvenuta la carestia, il faraone potrà rivendere questo grano, non solo in
Egitto ma anche in Palestina , dove la carestia, imprevista per mancanza di
sognatori, infierirà peggio, con la conseguenza che il tesoro del faraone si
accrescerà. E qui la cosa segue passando da un racconto innocuo del tipo Mille
ed una notte, al filone crassatore della famiglia di Giuseppe. Infatti,
quando i poveri egiziani ebbero finito il loro grano e "vennero da Giuseppe
a dire: 'dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi
occhi?"....Rispose Giuseppe: 'cedetemi il vostro bestiame, ed io vi darò
il pane in cambio' " (47,15 e 16). Si sta depredando la popolazione
egiziana e siamo solo al primo anno di carestia. L'anno seguente, le cose
evidentemente peggiorano e gli egiziani dissero: "Non nascondiamo al mio
signore che si è esaurito il denaro, ed anche il possesso del bestiame è
passato al mio signore; non rimane più a disposizione del mio signore se non il
nostro corpo ed il nostro terreno... Acquista noi e la nostra terra in cambio di
pane e diventeremo servi del faraone" (47,18 e 19). Ed ecco che il teorico
dello sfruttamento più bestiale, del passaggio di ogni strumento di produzione
al padrone diventa un patriarca biblico. Giuseppe è un servo del padrone, alla
faccia di milioni di persone affamate e rese schiave. "Così la terra
divenne proprietà del faraone. Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle
città [schiavitù! n.d.r.] da un capo all'altro della frontiere egiziana.
Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò [cambiato molto poco, eh?]],
perché i sacerdoti avevano una assegnazione fissa da parte del faraone e per
questo non vendettero il loro terreno" (47,20-22). "Poi Giuseppe disse al popolo: 'vedete io ho
acquistato oggi per il faraone voi ed il vostro terreno. Eccovi il seme,
seminate il terreno. Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al
faraone'...Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi nelle
terre d'Egitto" (47,23-26). Il citato ebreo Flavio Giuseppe, del 1° sec.
d. C. ha il coraggio di dire: "essi divennero, oltre le loro speranze,
proprietari delle terre" (Ant. Iud., II, 196). ed accrebbero la stima verso
Giuseppe. Lasciando
altre considerazioni, a Giuseppe, che era stato messo dal faraone a capo di
tutto il paese d'Egitto, fu cambiato anche il nome, Safrat Paneach. Analoga
sorte che era stata seguita da Abramo e Giacobbe. Poche sono le
cose davvero d'interesse su Giuseppe. Egli, con la sposa egiziana, ha due figli
(mezzosangue, non ebrei puri come altrove si era detto dovesse essere) che, come
vedremo serviranno a mantenere il numero delle 12 tribù. Egli rincontrerà i
fratelli (dei quali parlerò tra poco) ed il padre Giacobbe. Su Giacobbe,
più volte citato, c'è solo da osservare il continuo oscillare del profeta sui
suoi due nomi, Giacobbe ed Israele. Fino a dei veri e propri pasticci: "Dio
disse ad Israele in una visione notturna: 'Giacobbe, Giacobbe!"
(46,2)......" allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò:
Israele disse..." (45, 27 e 28). Ma veniamo a
Giacobbe ed ai fratelli di Giuseppe. Costoro vennero in Egitto per comprare
grano, visto che la carestia aveva colpito anche la Palestina. Giuseppe li
riconosce senza essere riconosciuto e si diverte un poco con loro spaventandoli.
Li accusa di essere spie, impone loro di tornare a casa e di riportargli
indietro il fratello minore Beniamino, rimasto a fare compagnia al padre,
trattenendo in ostaggio Simone. Ma per spaventarli e creare imbarazzo ed
ulteriore paura, quando partono con i sacchi di grano fa nascondere in essi lo
stesso denaro con il quale avevano pagato il grano. Tornati da Giacobbe,
stentano a convincerlo a fare andare con loro Beniamino. Ritornati in Egitto,
dopo il lavacro ripetuto dei piedi, vengono invitati a pranzo da Giuseppe.
Questi dà a Beniamino 5 volte più cibo che agli altri fratelli (qui non ho ben
capito se si tratta di una tortura per Beniamino o una sofferenza per gli altri
che non hanno da mangiare a sufficienza, n.d.r.). Poi li fa ripartire con altro
grano e facendo rimettere di nuovo il denaro, con cui avevano pagato, nei sacchi
ed una coppa d'argento nel sacco di Beniamino. Li fa inseguire dal capo della
casa (il maggiordomo) in modo che venga scoperta la presunta refurtiva, con la
conseguenza che essi sono denunciati come ladri. Quando tornano davanti a lui,
il tentativo di scherzare (nel significato nostro) con loro come gatto con topi
svanisce di fronte al pianto che lo coglie, al perdono verso i fratelli dai
quali si fa riconoscere. Fatta la pace, Giuseppe li rimanda per la terza volta a
casa pregando i fratelli di riportare in Egitto anche il vecchio Giacobbe: li
avrebbe sistemati stabilmente in una terra alle foci del Nilo. Fu così che
tutta la famiglia, settanta persone in tutto, col patriarca Giacobbe, " e
con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le
nipoti, tutti i suoi discendenti, Giuseppe condusse con sé in Egitto"
(46,6 e 7) e qui il profeta rifà tutta la genealogia con qualche confusione a
cui ormai siamo abituati. Giuseppe li presenta al faraone ed assegna loro il
paese di Gosen nella parte orientale del delta del Nilo. Non resta a questo
punto che assistere alla morte di Giacobbe ed alle sue ultime volontà. Egli:
"chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: 'se ho trovato grazia ai tuoi
occhi, metti la mano sotto la mia coscia [altra promessa all'antica, attraverso
i genitali, n.d.r.] e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in
Egitto!" (47,29). Giacobbe ha già meditato sul come mettere a frutto le
ultime ore del padre, proprio come Giacobbe aveva fatto con suo padre Isacco. Si
presenta da lui con i due figli mezzo sangue, Manasse ed Efraim, per farglieli
benedire, cioè proclamarli eredi legittimi al pari degli altri. E Giacobbe, con
analogo equivoco di egli medesimo ed Esaù di fronte ad Isacco, si impiccia
nella benedizione perché incrocia le braccia e con la destra benedice chi è a
sinistra (Efraim) e con la sinistra chi è a destra (Manasse), con il
sovvertimento della corretta primogenitura. Giuseppe prova a dire qualcosa ma
Giacobbe insiste con la conseguenza che la tribù di Efraim diventerà la più
importante. Per rimediare all'irrimediabile confusione, Giacobbe dà a Giuseppe,
in più di quanto a lui spettante, "un dorso di monte che io ho conquistato
dalle mani degli amorrei con la spada e con l'arco" (48,22). Che bugiardo
è Giacobbe! Si vanta di una cosa non vera, infatti quella terra l'aveva
comprata con 100 pezzi d'argento, come Abramo aveva comprato la terra per la
tomba di Sara. Ed ora vengono le benedizioni, cioè il testamento di Giacobbe,
tornato tale dall'Israele che era fino al brano precedente. E queste
benedizioni, che dovrebbero prefigurare (meglio: postfigurare) il destino delle
12 tribù, come le genealogie, sono un pasticcio e molte non avranno esito. Il
profeta le conclude dicendo: "Tutti questi formano le 12 tribù d'Israele,
questo è ciò che disse loro il padre, quando li ha benedetti: ognuno egli
benedisse con una benedizione particolare" (49,28). Ma le cose non stanno
così (a che stava pensando il profeta?). Anzitutto non li ha benedetti tutti:
uno non risulta benedetto, due risultano addirittura maledetti, altri trattati
così e così. Poi le dodici tribù avrebbero dovuto essere già allora quello
che poi saranno, dato che Giacobbe aveva benedetto a parte Manasse ed Efraim. Ma
questi ultimi non figurano qui risultando quindi benedetti con la benedizione al
padre Giuseppe. Eppure saranno due delle dodici tribù. Due racconti convergenti
ma non concordanti? Comunque vediamo le "benedizioni". Ruben.
primogenito finito ad est del Giordano (ai margini del deserto), "non avrà
preminenza perché ha invaso il talamo di suo padre, ha invaso il suo giaciglio
su cui era salito" (49,4). Giacobbe allora non disse nulla ma, a quanto
pare, se l'era legata al dito. Simeone e
Levi sono messi insieme come nell'eccidio dei sichemiti appena circoncisi. L'
Giacobbe aveva detto poco, ora invece: "Simeone e Levi sono fratelli,
strumenti di violenza sono i loro coltelli...Maledetta la loro ira .... io li
dividerò in Giacobbe (?, n.d.r.) e li disperderò in Israele" (49,5 e 7).
Simeone se ne andrà a sud avendo una misera discendenza assorbita da altre tribù,
soprattutto Giuda. Levi invece non parteciperà alla divisione dei territori
cananei occupati ma vivrà come addetto al culto di Geova (levita, appunto) per
mezzo di decime pagategli dai fratelli. Quindi la maledizione è solo per
Simeone. Per Levi è quel che si dice una "pacchia". Ed infatti, dal
"maledetto" Levi discenderà Mosè (se la genealogia non è fasulla). Giuda, quarto
figlio della sgraziata Lia, da cui nascerà Davide merita un trattamento che farò
a parte. Gli altri figli delle concubine avranno briciole. Solo su Giuseppe,
primogenito di Rachele, "germoglio di ceppo fecondo", cadranno
benedizioni e sarà lui ad avere il centro di tutto il territorio. Così
Giacobbe poté morire. Fu imbalsamato all'uso egiziano (40 giorni), fu pianto
(70 giorni), fu poi riportato a Canaan con il permesso del faraone e con solenne
scorta militare. Anche i cananei, all'arrivo del convoglio, dissero che questo
era un lutto grave per gli egiziani (caspita! proprio così: ormai i discendenti
di Abramo sono intesi dalle popolazioni locali come egiziani! di inquinamenti di
sangue, di permanenze in Egitto ve ne saranno ancora, di non circoncisi tra gli
ebrei pure e di nascite in Egitto in quantità. Eppure questo è il popolo, puro
di sangue e cultura, eletto da Geova!, n.d.r.). Morto il
padre, i fratelli iniziano ad aver paura della vendetta di Giuseppe (conoscono i
caratteri della famiglia! n.d.r.) per il tentativo di fratricidio poi diventato
SOLO una vendita di Giuseppe come schiavo. Si buttano ai suoi piedi
piagnucolando: " 'Eccoci tuoi schiavi!'. Ma Giuseppe disse loro: 'non
temete. Sono io forse al posto di Dio?' " (50, 18 e 19). Quindi conforta
tutti e vive felice e contento fino a 110 anni. Quando sta morendo promette alla
sua discendenza che tornerà nella terra "promessa con giuramento" più
volte da dio a tutti i suoi avi, meno che a lui. Quindi chiede di essere lì
sepolto anch'egli. Ma, dopo l'imbalsamazione, non si sa più cosa ne è del suo
corpo. Con questo
racconto la Genesi si chiude. Ha raccontato la storia di 4 patriarchi
(con datazione incerta che va dal XIX al XV secolo a.C.) fra Siria, Palestina ed
Egitto. Le cose scritte furono redatte nel VII secolo a.C., sotto Giosia,
discendente di David, che regnava da Gerusalemme. Vi sono pochi riscontri
storici, soprattutto in Egitto. Vi è invece un libro di estremo interesse,
appena uscito, che parla delle molte fantasie della Bibbia, che ci dice, tra
l'altro, che Gerusalemme acquisisce importanza proprio perché le cose scritte
furono redatte lì, che i patriarchi hanno storie non corrispondenti alla realtà,
che il tempio di Salomone è una invenzione, .... Cito questo libro, Le
tracce di Mosè, perché è scritto da due ebrei, Israel Finkelstein,
archeologo dell'Università di Tel Aviv, e Neil Asher Silberman, archeologo
belga, che hanno proprio intrapreso un lunghissimo lavoro di ricerca
archeologica ed hanno pubblicato i loro risultati nel 2001 (in Italia, per
l'editore Carocci, 2002). Passeremo ora
a raccontare le vicende di Mosè avvertendo subito che anche qui il tutto è
ripreso da una leggenda sumero-babilonese che parla di Sargon nvece di Mosè e
dell'Eufrate invece del Nilo. Proseguendo le storie della Genesi,
passiamo al secondo libro del Pentateuco, l'Esodo, che prosegue il
racconto del popolo ebreo in Egitto, dove lo si era lasciato (dopo un vuoto di
qualche secolo). Il racconto proseguirà (dopo la parentesi del liturgico e
sacerdotale Levitico) in Numeri e, con qualche mescolamento, in Deuteronomio. All'inizio
dell'Esodo si legge che tutte le tribù ebraiche si trovavano in Egitto (la cosa
è discutibile, ma ormai occorre essersi abituati alle incongruenze, n.d.r.). In
questo luogo gli ebrei, dopo la morte di tutta la generazione di Giuseppe,
"prolificarono e crebbero, e il paese ne fu ripieno" (1,7). Ciò vuol
dire che passò almeno un secolo, dopo il quale "sorse sull'Egitto un nuovo
re, che non aveva conosciuto Giuseppe" (1,8). Si tratta forse di Ramses II
(1290-1224 a.C.) che si allarma per l'espandersi di questo popolo ospite che,
proprio per questo, viene considerato invasore. Il popolo fu condannato alla
schiavitù. Fu costretto a fabbricare mattoni per la costruzione di una città
(Pi-Ramses ?) sul delta del Nilo e per ogni lavoro dei campi, rendendo loro
amara la vita. Vi sono riscontri egiziani su questo ma il tutto sembrerebbe
ingigantito. Risulta su una stele una sconfitta degli ebrei ad opera del
successore di Ramses II, Menepta (1224-1204), a seguito di questa gli ebrei
sarebbero stati respinti (da cui il loro esodo). Il fatto sarebbe descritto come
una vittoria sia dagli egizi che dagli ebrei. Inoltre, un centinaio di anni
prima di Ramses II, vi era stato in Egitto il tentativo di imporre il dio unico
(il dio Sole) da parte del faraone Akenaton ((1374-1347). Mosè si situa
all'epoca della costruzione da parte degli ebrei di Pi Ramses e la sua storia ne
è evidentemente connessa Le
persecuzioni contro gli ebrei da parte di Ramses II non sono finite con la
schiavitù. Poiché, nonostante essa continuano ad espandersi, il faraone decide
di limitarne le nascite dando ordine alle levatrici ebre di sopprimere tutti i
nati maschi (naturalmente la cosa non fu fatta). Ed allora il faraone ordinò
che i nati maschi fossero gettati nel Nilo (non si capisce perché questa
seconda cosa dovesse avere successo, visto il fallimento della prima, n.d.r.).
Tra i finiti nel Nilo c'è il piccolo Mosè (ha tre mesi ed è figlio di due
ebrei probabilmente leviti). Fu messo in un canestro impermeabilizzato e quindi
non annegò (questa storia è comune a molte civiltà: Sargon - un millennio
prima; Romolo e Ciro - un millennio dopo, anche se con i termini invertiti). Di
Mosè non si hanno genealogie ed egli viene assegnato a quel Levi maledetto
(prima e promosso sacerdote poi) perché autore della strage dei sichemiti. Mosè
viene raccolto dalla figlia del faraone, venne fatto allattare per tre anni da
una balia ebrea, venne poi adottato, visse a corte come figlio adottivo e
"divenne un uomo assai considerato nel paese d'Egitto, agli occhi dei
ministri del faraone e del popolo" (11,3). Mosè è egizio o ebreo? Il problema
si pone per vari motivi, anche perché la gente di Canaan già aveva
chiamato Giuseppe ed i suoi fratelli, "egiziani". Ma su questo
torneremo oltre. Sta di fatto che la carriera di Mosè a corte dovette essere
modesta. Il profeta non ci dice quasi nulla, non ci crea il clima dei fasti di
Giuseppe. Ad un certo punto ci viene detto che: "quando fu cresciuto in età,
egli si recò dai suoi fratelli: e notò i lavori pesanti da cui erano
oppressi" (2,11). Questa constatazione esaltò Mosè fino a farlo diventare
un volgare ribelle di strada, contrariamente a quanto leggeremo oltre "Mosè
era il più mansueto di tutti gli uomini" (12,3). Infatti, appena
"vide un egiziano che colpiva un ebreo, uno dei suoi fratelli, voltatosi
attorno, e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'egiziano e lo seppellì
nella sabbia" (2,11 e 12). E, dopo che il cronista ha saltato molti anni
della vita di Mosè, ora diventa un cronista quotidiano. Infatti, "il
giorno dopo uscì di nuovo e, vedendo due ebrei che stavano litigando, disse a
quello che aveva torto: 'perché percuoti il tuo fratello?'. Quegli rispose: '
chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi come hai
ucciso l'egiziano?' " (2,13 e 14). Ed allora Mosè si chiese se la cosa
dell'assassinio fosse risaputa. Lo era tanto che il faraone ordinò di
giustiziarlo. E Mosè si dette alla macchia vivendo avventurosamente nel deserto
in difesa degli opressi). Giunto a Madian, vicino al pozzo (ancora!, n.d.r.)
incontrò le sette figlie del sacerdote (primo sacerdote che si incontra e non
ebreo) che si recavano al pozzo per abbeverare il loro gregge. Ma arrivarono
anche altri pastori che volevano cacciarle, ma: "Mosè si levò a
difenderle e fece bere il loro bestiame" (2,17). Allora le sorelle tornate
a casa raccontarono di Mosè che le aveva aiutate ed il padre lo ricevette e gli
dette in sposa una delle sue figlie, Zippora, che gli dette subito Gherson come
figlio (sparito nelle successive genealogie). Si abbandona
qui la cronaca e si passa alle storie mitiche che si svolgono nel corso degli
anni. Allora Geova, che ritorna all'improvviso, colpito dalla sofferenza del suo
popolo, apparve a Mosè, che non lo conosceva, in un roveto ardente (che poi
sarebbe un cespuglio del deserto, una specie di tamarisco che emette
naturalmente gas e va a fuoco nella sua zona circostante con la sola elevata
temperatura del deserto, senza che lo stesso cespuglio bruci). Mosè che non era
uomo del deserto interpretò questo come un fatto divino e si sentì chiamato.
Il dio gli disse che aveva visto la miseria del suo popolo in Egitto ed aveva
deciso di trasferirlo in un paese dove scorreva latte e miele e concluse:
"Ora va! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall'Egitto il mio popolo, gli
israeliti!" (3,7-10). Qui Geova sembra dirci che Mosè è un egiziano. Gli
dice infatti "mio popolo" e non "tuo". Gli deve spiegare che
il suo (di Geova) popolo è l'israelita. Anche Mosè risponde in modo equivoco:
"Chi sono io per andare dal faraone e per fare uscire dall'Egitto gli
israeleiti?" (3,11). Abilmente dice e non dice: dovrebbe dire che dal
faraone non ci può tornare per quella storia dell'egiziano assassinato;
dovrebbe anche dire che lui con gli israeliti ha a che fare per il fatto della
balia; dovrebbe anche ditgli che gli israeliti non vogliono saperne di essere
comandati da lui. E quando Geova insiste e gli risponde: "Ecco, io arrivo
dagli israeleiti e dico loro: ' Il Dio dei vostri (vostri! n.d.r.) padri mi ha
mandato da voi'. Ma mi diranno: 'Come si chiama?' E io cosa risponderò
loro?" (3,13). Oltre a dire che quel Dio è "loro e non
suo", egli neppure sa il suo nome pur essendo stato fino a tre anni con
balia ebrea e pur avendo difeso i suoi fratelli che vivevano lì ed il nome del
loro dio doveva essere un fatto noto in Egitto. A questo punto Geova spiega:
"Dio disse a Mosè: 'Io sono colui che sono!'. Poi disse: 'Dirai agli
Israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi' " (3,14) e continua: "Dirai
agli Israeliti: 'Geova, il dio dei vostri padri, il dio di Abramo, il dio di
Isacco, il dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi' " (3,15) e qui Geova
dimentica Giuseppe. Ma Mosè è titubante, non gli crederanno. Ed a questo punto
ecco l'intervento della magia più sfacciata che Geova aveva più volte proibito
[(Lv. 19,26); (Dt. 18, 9-14) eccetera]. Gli fa prendere un bastone che diventa
un serpente e poi torna bastone; gli fa apparire e sparire la lebbra dalla mano;
e se non crederanno ancora a questo, gli dice, prendi l'acqua del Nilo, versala
e diventerà sangue. Allora, con questi mezzi, Geova libera dall'idolatria gli
ebrei portandoli alla terra promessa ed alla vera religione! Certamente
stupefacente! Mosè resta
colpito dalla rappresentazione magica, ma (anche lui!, n.d.r.) non è convinto
del tutto ed inventa una nuova scusa: "Scusami, Geova, io non sono buon
parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a
parlare col tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua" (4,10). Così
Mosè ci dice una cosa che successivamente verà smentita e dai molti discorsi
che Mosè terrà e da Flavio Giuseppe che affermerà essere Mosè "uomo
eccellente e nato per parlare alle moltitudini" (Ant. Iud., IV, 25). Geova
lesina miracoli ed accetta le obiezioni di Mosè: "Non vi è forse il tuo
fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene ... Tu gli parlerai e
metterai sulla sua bocca le parole da dire, e io starò con te e con lui mentre
parlate, e vi suggerirò quel che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te:
allora egli sarà per te come bocca, e tu farai per lui le veci di Dio .....
Terrai in mano questo bastone con il quale compirai i prodigi" (4,14-17).
Questo dialogo è lo stesso che si ripeterà poco oltre, quando Geova dirà a
Mosè di andare a parlare al faraone. In quest'ultimo caso dice qualcosa di
straordinario, che non può parlare con il faraone (per chiedere l'esodo
pacifico) perché non conosce la lingua egizia ("Come vorrà ascoltarmi il
faraone, mentre io sono incirconciso quanto alle labbra?") lui,
vissuto alla corte del faraone!. Quale lingua conosce allora? E' che il profeta,
anche questa volta, era distratto o meglio ha messo insieme due racconti diversi
della tradizione scrivendoli uno dietro l'altro. Tanto era distratto che
l'incirconciso doveva essere riferito al colloquio con gli ebrei e non certo con
quello con il faraone. Ma vi sono varie incongruenze in tutte queste storie.
Intanto, mentre è corretto che, in seguito, agli ebrei parli Aronne, non lo è
il fatto che negli altri libri (Pentateuco, Numeri e Deuteronomio) agli ebrei
parli lui. Stupisce anche che il faraone non lo riconosca; in fondo era il
nonno. Ma qui si vede come il profeta, trovatosi di fronte a quella parola
chiave "incirconciso", abbia dovuto usarla quasi a sottolinearne la
sacralità dell'appartenenza al popolo ebraico. Risulta invece da tutti i
documenti che la circoncisione era praticata da sempre in Egitto. Lo stesso
Abramo inizia a praticarla per il suo popolo, quando ritorna a Canaan
dall'Egitto. Il fatto è che gli ebrei ne dimenticarono l'origine e la
credettero usanza loro e solo loro. Riferendosi al non essere circoncisi, più
volte diranno "vergogna d'Egitto". Con questo brano e con le storie
precedenti ed antecedenti ci troviamo in grave difficoltà. Mosè dovrebbe
essere egiziano e come tale circonciso. Mosè non può essere ritenuto
circonciso da chi assegna tale pratica solo al proprio popolo. Chi è Mosè? A questo
punto viene la storia edificante delle piaghe d'Egitto. Ed è la seconda volta
in relativamente poco tempo che gli ebrei provocano delle piaghe in quel Paese.
Le piaghe che sono il ricatto alò faraone per liberare gli ebrei consistono in:
acqua del Nilo che diventa sangue, invasione di rane, invasione di mosconi,
mortalità del bestiame, ulcere pustolose, grandine, cavallette e tre giorni di
tenebre. A parte l'intervento delle pratiche magiche di cui Geova fu maestro con
Mosè, vi sono una serie di cose ritenute piaghe da un popolo, l'ebreo, che non
sopportava il clima egizio. Ma vi è la piaga delle piaghe che rende le prime
addirittura ridicole: la morte dei primogeniti maschi egiziani (anticipazione
della strage degli innocenti e ricordo del supposto annegamento dei primogeniti
del popolo ebraico). Insomma non poteva accadere altro: gli egizi riempiono
d'oro gli ebrei perché se ne vadano. Ed il profeta anche qui è distratto perché
non ci fa capire cosa accade realmente: gli ebrei trovarono favore presso il
popolo egiziano o lo spogliarono; vollero partire o furono scacciati; partirono
in gran fretta o organizzati ed armati. Nell'insieme si ha un quadro di una
plebe oppressa che viene sottratta dai lavori forzati, inseguita da un esercito
che, durante un'alta marea, viene ad impelagarsi nel mar Rosso. La narrazione di
questa fuga con relativo inseguimento è una bella favola con le caratteristiche
del racconto egizio. Geova si
alterna (o confonde) con un angelo nel guidare il popolo ebraico. Di giorno loo
guida con una nube nera, di notte con una colonna di fuoco per fargli luce. Il
faraone che insegue ha con sé tutto il suo esercito. Gli ebrei hanno paura ed
arrivano al mare. Qui Mosè, aiutato da un forte vento d'Oriente, respinse il
mare e fece attraversare gli ebrei all'asciutto. Quando gli ebrei furono
passati, le acque, prima apertesi, si richiusero sopra l'esercito egiziano,
distruggendolo. Mosè ha
vinto, ed ha portato in salvo "una grande massa di gente promiscua ... e
raccogliticcia" (12,38). Così il popolo di Israele è fatto di gente
raccogliticcia? La cosa è normale se si segue una idea di liberazione (egiziani
schiavi, schiavi di altri Paesi, mezzi sangue, di tutto cerca di sottrarsi alla
schiavitù). La cosa diventa imbarazzante se la si guarda dal punto di vista
della tradizione religiosa che vorrebbe un popolo, il popolo di Abramo puro ed
incorrotto ed inoltre, caspita!, circonciso (con tutti i problemi che nascono
nella ammissione o meno della circoncisione degli egizi). Questa storia della
circoncisione è un poco ossessiva e riguarda anche Mosè, come abbiamo già
visto. Vi è un brano dell'Esodo che suona straordinario. Come quella lotta
notturna della Genesi con non si sa chi. "Mentre si trovava in viaggio, nel
luogo dove pernottava, Geova gli venne incontro e cercò di farlo morire. Allora
Zippora [la moglie, n.d.r] prese una selce tagliente, recise il prepuzio del
figlio e con quello gli toccò i piedi [cioè il sesso, n.d.r] e disse: 'Tu sei
per me uno sposo di sangue a causa della circoncisione' " (4,24-26).
L'interpretazione di questo passo oscuro ed apparentemente fuori posto è che
Geova, adirato per la non circoncisione di Mosè [è straordinario questo dio
che si accorge ora del fatto che chi deve guidare il suo popolo non ha i
requisiti per farlo!, n.d.r], voglia ucciderlo; e che allora la moglie,
circoncidendo il figlio ma fingendo di staccare il prepuzio dal pene del marito,
simuli la circoncisione. A questo punto si resta allibiti: l'apparenza, il
rituale liturgico, soppianta la realtà?!?! E Geova che se la beve. Verrebbe da
ridere se la cosa non fosse estremamente seria. Cosa si
ricava? Mosè non era circonciso e non lo fu. Quindi non era ebreo nel senso
della tradizione ebraica. In tal senso il brano precedente diventa comprensibile
se solo si sostituisce al soggetto "Geova", l'altro soggetto "il
popolo di Geova". La circoncisione falsa era un modo per far digerire Mosè
agli ebrei e non certo per ingannare dio. E questo Mosè, sia qual sia il suo status
è il fondatore dello Stato ebraico, di quella "masnada di gente
raccogliticcia", ribellatasi ai lavori forzati del faraone. E' il capo dei
ribelli, lo spartaco della situazione che, dopo una fuga avventurosa, si sottrae
ad un dominio odioso per andarlo ad imporre ad altri popoli che hanno il solo
torto di trovarsi in mezzo (nella zona di nessuno) dei due grandi imperi,
quello dell'Eufrate e quello del Nilo. Mosè si guadagnerà i galloni di capo di
quel popolo nella lunga traversata del deserto tra mille difficoltà. Il non
circonciso sarà a capo del popolo dei circoncisi e quelli che non lo erano lo
saranno ad opera di Giosuè, al momento dell'ingresso nella terra promessa. Mosè sta
quindi fondando il nuovo Stato di Israele. Oltre a quella egiziana, altre
culture interverranno. A cominciare da quella della moglie di Mosè,
Zippora, che era di cultura madianita. Il padre di Zippora, Jetro (che prima si
chiamava Reuel, n.d.r.) gli fornirà il primo modello di organizzazione dello
Stato. Poiché Mosè da solo tentava di mettere ordine tra la sua gente
raccogliticcia, Jetro gli dice: "Perché siedi tu solo, mentre il popolo
sta presso di te dalla mattina alla sera? ... Ti voglio dare un consiglio, e Dio
sia con te! Tu stà davanti a Dio in nome del popolo, e presenta le questioni a
Dio. A loro spiegherai i decreti e le leggi ... Invece sceglierai tra tutto il
popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti ..., e li costituirai sopra
di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di
decine: Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà
una questione importante, la sottoporranno a te ..." (18,14 e 19,22). Vi è
qui un passaggio fondamentale. Una cultura diversa, sedentaria, definisce uno
Stato per un popolo nomade. Nasce una burocrazia piramidale di giudici con un
capo che la amministra in nome del popolo. E' una operazione analoga a quella di
Solone in Grecia e di Servio Tullio a Roma: spariscono le tribù a favore di
divisioni della popolazione in base al numero. Ma qui nasce un problema che a
questo punto tutti si sono posti. Se ne rende conto anche Geova. Non vi sono
leggi da amministrare! Ed allora Geova costruisce una sceneggiatura alla Cecil
B. De Mille e fornisce le Leggi che mancavano. Gli israeliti
si erano accampati accanto al monte Sinai quando Mosè venne convocato da Geova
in mezzo a una bufera o una eruzione vulcanica (visione laica, n.d.r.). Egli
disse a Mosè di riferire queste parole al suo (di Geova, n.d.r.) popolo:
"Se custodirete la mia alleanza, sarete per me la proprietà tra tutti i
popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e
una nazione santa!" (19,5). E qui uno potrebbe anche preoccuparsi. Da una
terra promessa si passa a tutta la terra! Dalla promessa di una conquista si
passa ad una nazione santa! Qui abbiamo effettuato una svolta storica rispetto
ad Abramo. Dette le cose ora scritte al popolo, questo in coro disse:
"Quanto Geova ha detto, noi lo faremo!" (19,8). Ecco uno dei primi
pronunciamenti popolari in favore di Geova. Da qui nasce il geovismo come
religione esclusiva del popolo ebraico, di quella masnada raccogliticcia. Geova
annuncia successivamente a Mosè: "Ecco io sto per venire verso di te in
una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te, e credano
sempre anche a te" (19, 9). Ed a questo seguono minacce di morte ripetute
più volte per chi toccherà il monte. Mosè aggiunge per buon peso, tre giorni
di astinenza sessuale per il popolo. Ed ecco l'evento così preparato. "Appunto
al terzo giorno, sul far del mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sul
monte ed un suono fortissimo di tromba ... Tutto il popolo fu scosso dal
terrore. Il monte Sinai era tutto fumante" (19,16 e 17). Geova aveva Mosè
di fronte. Gli ordina, incomprensibilmente (a meno che non gli servisse un
interprete, n.d.r.), di scendere dal monte e di tornare su con Aronne. A questo
punto Geova "pronunciò queste parole..." (20,1) e qui vi è il
decalogo che viene ripetuto in due versioni. In una è lo stesso Geova che
scrive con il suo dito le tavole. Nell'altra Geova detta a Mosè le leggi,
raccomandandogli di scrivere con calligrafia chiara. Il fatto straordinario è
che in tale decalogo non vi è traccia della circoncisione, dell'unico
comandamento di Geova ad Abramo. In fondo non interessava troppo questo aspetto
a Mosè, proprio perché non era un ebreo. Comunque Mosè comunicò le leggi al
popolo ed il popolo le accettò. Ricomincia qui il racconto appena terminato
dell'apparizione di Geova a Mosè (succede spesso, n.d.r.) e si aggiunge la
minuziosa descrizione del tempio e delle vestimenta dei sacerdoti (cosa saranno
forse lo sapeva solo il compilatore del VII secolo a.C. oppure il riferimento
era ad altre religioni, n.d.r.). Arriviamo alla fine di questa seconda
narrazione, al ritorno di Mosè dalla montagna per leggere al popolo di Geova le
sue (di Geova?) volontà. Ma qui vi è la sorpresa. Il popolo di Geova si
diverte con un vitello d'oro (il Bue Api?) con tutte le perfide conseguenze per
il popolo di Israele (e non solo). Qui Geova sapeva di antemano cosa avrebbe
trovato Mosè appena disceso dal monte. E Geova vuole distruggere quel popolo.
Ma Mosè intercede e Geova perdona. C'era da sperare che il perdono chiesto da
Mosè a Geova fosse anche di Mosè. Invece questi imbufalisce al vedere vitello
e danze e se la prese con le tavole della legge sbattendole per terra e
spezzandole! Un vero sacrilegio, soprattutto nel caso che queste tavole fossero
state scritte dalla stesa mano di Geova (prima versione della trasmissione delle
leggi). Mosè spezzò
anche il vitello d'oro e lo bruciò, fatto che mostra quindi
l'essere il vitello di legno dorato. Ma l'ira prosegue contro "questo
popolo che non aveva più freno perché non aveva più freno" (32,25)
(caspita, una logica stringente!, n.d.r.). Mosè disse che chi era con Geova
doveva mettersi dalla sua parte, facendo quindi un vero appello alla guerra
civile. Tutti i leviti gli si raccolsero intorno e Mosè disse loro: "Dice
Geova, dio d'Israele: 'Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e
ripassate nell'accampamento da una porta all'altra: ognuno uccida il proprio
fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente' " (35,25-27).
Qui Mosè mente perché poco prima Geova gli aveva detto che perdonava il suo
popolo. Oppure ha mentito il profeta. Sta di fatto che i leviti "agirono
secondo il comando di Mosè, e in quel giorno perirono circa tremila (un'altra
versione parla di ventimila) uomini del popolo" (32,28). Il tutto ha
l'apparenza di un colpo di Stato da parte di Mosè e della sua tribù (i leviti
genitori e balia) contro altre tribù. Mosè si
compiace con gli assassini e li promuove. Geova li benedice perché hanno
ammazzato amici e parenti. Qui Geova, ripeto, era stato buono ma si intravede
l'uso della religione come instrumentum regni. La cosa prosegue con Mosè che va
a raccontare a Geova quello che Geova gli aveva raccontato ed era accaduto.
Geova si adirò per quanto sente (qui non resta che stupire) e "percosse il
popolo perché aveva fatto il vitello fatto da Aronne" (32,35). Ed a questo
punto, sembrerà incredibile, ma ricomincia tutta la storia di Mosè che va sul
Sinai,...eccetera, fino all'arrabbiatura e alla strage e.... Con
quest'altra storia edificante si chiude l'Esodo. Mosè è ora il
capo del popolo di Israele. Seguiremo altre sue vicende su altri libri del Pentateuco.
Intanto occorre dire che già dagli episodi del Sinai intravediamo i leviti come
suoi sacerdoti-gendarmi. La Bibbia in molte parti ci dice che i leviti erano
"mansueti" come il loro capostipite, Levi. Ma se andiamo a ricordare
ci ritroviamo con il massacro che Levi, insieme a suo fratello Simeone, realizza
a Sichem. Massacro per il quale sarà maledetto dal padre Giacobbe, per poi
essere premiato con il sacerdozio e con il fatto che tutti gli altri fratelli
dovevano dargli una decima. L'altro è il massacro di coloro che non facevano
parte della tribù levita e che insieme ad Aronne avevano festeggiato con il
vitello dorato. Osserviamo intanto
che, con Mosè, cambia la struttura del potere tra gli ebrei. Prima il capotribù
era tutto, anche sacerdote. Ora il sacerdote inizia a costituire una casta
separata dagli altri. Una casta cui dallo stesso Mosè viene assegnato il potere
di controllo, anche militare, sul popolo. In punto di morte Mosè benedirà i
leviti per lo stesso motivo per cui Giacobbe li aveva maledetti: la violenza
assassina che non guardava in faccia a nessuno. Dice Mosè: "Dà a Levi i
tuoi Tummin, ed i tuoi Urim all'uomo a te fedele [questa espressione sta per:
dai agli uomini che ti dico gli strumenti per conoscere la volontà di Dio], a
lui che dice del padre e della madre: io non li ho visti ; che non
riconosce i suoi fratelli ed ignora i suoi figli. Essi insegnano i tuoi decreti
a Giacobbe e la tua legge ad Israele" (Dt., 33,8-10). La vocazione
omicida dei leviti si ripropone anche in altri episodi (vivo ancora Mosè, ma
morto Aronne). Alcuni di questi episodi rappresentano la ribellione di altre
tribù. In qualche modo si ripeteva a Mosè ciò che in Egitto gli aveva detto
quello schiavo ebreo: insomma, chi credi di essere per poterci comandare? Altri
episodi avevano origini diverse. Il più orrendo è quello di Peor, raccontato
in Numeri . Il protagonista è Pineas, figlio di Eleazaro, figlio di
Aronne, quindi per diritto ereditario, gran sacerdote. Siccome gli israeliti
avevano iniziato ad avere rapporti con le donne dei madianiti, Geova ordinò a
Mosè (che aveva sposato una madianita!) di "appendere al palo i colpevoli,
davanti a Geova, il sole [reminiscenza del dio sole di Akenaton?,n.d.r]"
(Nm.,25,4) al fine si immagina di educarli.. Ma Pineas utilizzò una variante:
vedendo un israelita andare con una madianita, "prese in mano una lancia,
seguì quell'uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l'uomo di
Israele e la donna, nel basso ventre" (Nm.,25,8), cioè nel sesso. Si torna
alle origini, al delitto d'onore o comunque a sfondo sessuale, inaugurato da
Levi con i sichemiti. Questo duplice assassinio viene premiato per bocca di
Geova in persona: "Io stabilisco con lui un'alleanza di pace, che sarà per
lui e la sua stirpe dopo di lui, un'alleanza di un sacerdozio perenne, perché
egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto il rito espiatorio per gli
israeliti" (Nm.,25,12-13). Ma vi è di più, proprio nell'ultima frase
della penultima citazione, quella di Mosè: si attribuisce a questi
sacerdoti-gendarmi-assassini un compito di grande responsabilità: quello
dell'insegnamento della religione. Tra vari episodi,
ci viene raccontata anche la congiura ordita contro Mosè da parte della sorella
Maria (profetessa) e dal fratello Aronne. "Maria e Aronne parlarono contro
Mosè a causa della donna etiope [madianita,n.d.r] che aveva sposato ...
Dissero: 'Geova ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato
anche per mezzo nostro?' " (Nm.,12,1-2). Rispetto a tutto quello che si è
detto prima, il discorso dei congiurati non fa una piega, particolarmente la
proibizione di sposare donne straniere. Ma Geova si schiera ancora con Mosè in
modo coreografico: "Scese in una colonna di nube, si fermò all'ingresso
della tenda" rimproverando i due fratelli ed esaltando Mosè. E, quando se
ne andò, "la nuvola si ritirò di sopra la tenda, ed ecco, Maria era
lebbrosa, bianca come neve" (Nm.,12,5 e 9), salvo farla guarire dopo 7
giorni. Chiudo con il
seguire le vicende "cronologiche" della Bibbia. Continuerò invece con
quattro degli episodi più significativi presi in altri Libri e con delle
considerazioni generali. Giosuè ed il dio
eletto (1° di 4 episodi rilevanti della Bibbia) Sul fatto che
quella "masnada di raccogliticci" al seguito di Mosè avesse un
dio certo vi è da discutere. Intanto fu Mosè il primo a dare una direttiva
certa, con il massacro sotto il Sinai di tutti coloro che non erano con Geova. I
leviti inaugurarono la casta dei sacerdoti-gendarmi ed il tutto resta così in
termini di potere, fino a Giosuè, quando vi è un altro cambiamento
strutturale. Passiamo quindi ai libri storici. per seguire un poco le
vicende di Giosuè, braccio destro, erede di Mosè e conquistatore di gran parte
della terra promessa, nella quale, nonostante le tante e ripetute promesse,
Geova impedì a Mosè di entrare. Geova è un dio
che ha un'alternanza di adesione. E Giosuè è un'altra tappa che porta
all'adesione ma in modo diverso, come vedremo. Al termine delle sue
conquiste, prima di morire (a 110 anni!), Giosuè raduna tutte le tribù
di Israele a Sichem per parlare loro e cercare risposte plebiscitarie. Egli
ricorda che: "I vostri padri, come Terach padre di Abramo e padre di
Nacor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume [alta mesopotamia], e
servirono altri dei" (Gs. 24,2) e ricorda la storia della conquista
attribuendone merito a Geova concludendo: "Temete dunque Geova, e servitelo
con integrità e fedeltà; eliminate gli dei che i vostri padri servirono oltre
il fiume [a Carran] e in Egitto, servite Geova. Se vi dispiace di servire Geova,
scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre
il fiume, oppure gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate" (24,14
e 15). In questo brano si
dicono varie cose. A Carran, Abramo aveva altri dei e non conosceva Geova. In
Egitto gli ebrei che seguirono Mosè avevano altri dei, come il Bue Api che
tentarono di ricostruire (il vitello dorato). Nell'esodo
gli ebrei sembrano proprio non avere ancora un loro dio. A questo punto Giosuè
offre una scelta, addirittura tra tra tre gruppi di divinità, quelle
mesopotamiche, quelle egizie e quelle palestinesi (amorree) ma con l'avvertenza
(da non trascurare, per le possibili conseguenze!) che egli e la sua casa hanno
scelto di "servire Geova". Di fronte a questa cosa gli ebrei avevano
già una risposta, o no? "Lungi da noi l'abbandonare Geova per servire
altri dei ... Anche noi vogliamo servire Geova, perché egli è il nostro
dio" (Gs., 24,16-18). Ma Giosuè insiste con un discorso in cui sembra
negare ciò che vuole: "Voi non potrete servire Geova, perché è un Dio
santo, un Dio geloso ... Se abbandonerete Geova e servirete dei stranieri, egli
vi si volterà contro ..." (24,19-20) ed il popolo, naturalmente: "No!
Noi serviremo Geova!" (24,21). Abbiamo qui un
ottimo quadro di una società politeista con un venditore di un dio rispetto ad
un altro. Per di più un tal dio è anche geloso e vendicativo. Definizione di
un principio di intolleranza verso altre religioni che vuol dire, verso altre
culture ed altri popoli. E Giosuè può concludere: "Voi siete testimoni
contro voi stessi che vi siete scelto Geova per servirlo ... Eliminate gli dei
dello straniero, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il cuore verso Geova, dio
di Israele" (24,22 e 23). Ecco che il popolo eletto ha in realtà eletto il
suo dio: la vera storia del popolo eletto da dio ci si è rivelata come la
storia del dio eletto dal popolo! Anche se, naturalmente vi sono altrove
affermazioni opposte (ma la Bibbia dice e dirà sempre tutto ed il contrario di
tutto). La scelta solenne
fatta in presenza di Giosuè, naturalmente non fu definitiva. I tradimenti
seguirono. Infatti, "Dopo quella generazione ne sorse un'altra, che non
conosceva Geova ... e servirono i Baal ... e seguirono altri dei di quei popoli
che aveva intorno" (Gdc., 2,10,12). C'è a questo punto da osservare che vi
è una sorta di lunga marcia dal politeismo al monoteismo con la triste
constatazione del fatto che questo non fu certo un avanzamento, ma una chiusura
verso gli altri, una sorta di razzismo. Su Giosuè vi
ancora altro da dire. Con il racconto delle sue imprese troviamo nei libri
storici l'inizio di quella categoria storica che è l'idea dello sterminio di
chi non è con lui, dalla propria parte. Israele mostra dalla Bibbia di non
conoscere altri rapporti con altri popoli che non siano di sterminio. E lo
sterminio va oltre la strage in campo di battaglia (opera indegna di ogni
esercito); esso investe tutta la popolazione, talvolta risparmiandone bambini e
donne per farne schiavi e concubine (ma talvolta sacrificando anche loro , come
contro i madianiti). Questo sterminio è presenza ossessiva in tutto il libro di
Giosuè: "Così Giosuè batté tutto il paese ... Non lasciò alcun
superstite e votò allo sterminio ogni essere chje respira, come aveva comandato
Geova, dio d'Israele" (Gs., 10,40). Ebbene questo è un ritornello
che si ripete SEMPRE nel libro di Giosuè. E la Bibbia si compiace talmente
dello sterminio da inventare perfino il noto episodio del sole e della luna
fermati da Giosuè per prolungare il giorno, in modo da completare il massacro;
e da spiegarci come gli ebrei si trattenessero sei mesi nel paese dei madianiti,
per non lasciarvi superstiti. E non mancano frasi lapidarie del tipo: "Poi
il paese non ebbe più guerra"; "Nessuno mosse più lingua contro gli
israeliti". Viene subito in
mente l'Iliade che tra ogni crudeltà prevede l'infinita tenerezza tra Ettore ed
Andromaca ed il loro figlioletto Astianatte; c'è il tragico pianto di Achille
per la morte dell'amato Patroclo; c'è la pietà dello stesso Achille di fronte
al padre del nemico ucciso ... E così per ogni altra tragedia guerresca
dell'antichità. A lato di vergogne vi è sempre la speranza che nasce dalla
pietà, dal tentare di avvicinarsi alle ragioni del "nemico". Qui no!
Qui non vi è mai ombra di pietà. Lo sterminio deve sempre essere compiuto fino
in fondo. E neanche a prendersela con il popolo ebraico. E' Geova che
vuole così! Questo, cioè quello descritto dalla Bibbia, è il suo mondo di
promesse. Gli altri episodi. Gli episodi
successivi, di interesse per la nostra ricostruzione del filo storico della
Bibbia, riguardano Salomone, Giosia ed Esdra. Dopo Giosuè,
il periodo dei giudici, quello dell'effettiva conquista, vede l'alternarsi del
geovismo con culti assorbiti da popolazioni locali. Con l'avvento della
monarchia, le cose non andranno diversamente. Saul, il fondatore della
monarchia, per iniziativa del giudice-sacerdote Samuele, cade in disgrazia per
"non aver fatto ciò che è giusto agli occhi di Geova", cioè per non
aver sterminato tutti i filistei. Con gli eredi di Saul, Davide e suo figlio
Salomone, si ha il periodo d'oro della monarchia nel nome di Geova ma con molti
cedimenti ad altri culti: "Giuda e Israele erano numerosi come la sabbia
del mare e mangiavano e bevevano allegramente" (1 Re, 4,20). Davide fu il
fondatore della monarchia teocratica e colui che trasportò l'arca dell'alleanza
a Gerusalemme. Inoltre egli fabbricò un altare, su una delle alture della prima
sconosciuta Gerusalemme, sul quale sacrificare a Geova. Qui, nella Bibbia
seguono racconti, come sempre non concordanti nel vari Libri. La loro
caratteristica comune è che sono costruiti, come nel costume di molte
tradizioni antiche, in una epoca in cui i fatti sono già accaduti ma con la
pretesa sensazione che i fatti siano profetizzati da un'epoca precedente. Quindi
il famoso tempio di Salomone sembra essere profetizzato già sotto Davide
ed in modo da tentare paralleli con Mosè e la sua costruzione dell'Arca
dell'alleanza, dati i progetti che vengono forniti dallo stesso Geova. Ma prima di
andare oltre su questo tempio che segnerà, nella Bibbia, una svolta politica e
culturale è, come già detto, fondamentale riferirsi allo studio ponderoso di
due archeologi ebrei contemporanei, Israel Finkelstein (Nadler Institute of
Archeology all'Università di Tel Aviv) e Neil Asher Silberman (Centre for
Public Archeology and Heritage Presentation, Belgio), recentemente pubblicato in
Italia e dal titolo: Le Tracce di Mosè, Carocci, 2002. Dicono i nostri autori:
"Una lettura ravvicinata della descrizione biblica dell'epoca di Salomone
suggerisce in modo evidente che si tratta della raffigurazione di un passato
idealizzato, una gloriosa età dell'oro. ... Oltretutto non esiste neanche un
singolo testo egiziano fra quelli noti che nomini David o Salomone per la loro
ricchezza e la loro potenza. E le testimonianze archeologiche dei famosi
progetti architettonici di Salomone a Gerusalemme sono inesistenti. Gli scavi
effettuati nel diciannovesimo ed all'inizio del ventesimo secolo intorno alla
collina del Tempio a Gerusalemme non sono riusciti ad identificare nemmeno una
traccia del leggendario edificio o del complesso palazzo di Salomone" (pag.
143). Questa testimonianza scientifica da parte di studiosi ebrei dovrebbe
sgombrare il campo da mitologie e superstizioni. Si tenga presente quanto detto
nella interpretazione di ciò che segue. La
costruzione del tempio, da parte di Salomone, rappresenta, come accennato, un
momento di accentramento del potere politico e religioso nella terra di Giuda,
la più meridionale di tutte le tribù e la più lontana dai contatti esterni,
soprattutto con le popolazioni del nord. Questa commistione di potere politico e
religioso viene fuori clamorosamente (ed in modo blasfemo) in una frase della
Bibbia: "Salomone decise di costruire un tempio al nome di Geova ed una
reggia per sé" (2 Gr., 1,18) nella quale frase vi è la perfetta parità
dei poteri e non una discendenza di uno dall'altro. Questa è l'eredità che noi
abbiamo nella Chiesa di Roma: per secoli sulle chiese hanno figurato nomi di
Papi e/o di santi, dimenticando l'origine dei luoghi di culto. Il tempio in
quanto tale mostra che si abbandona la tradizione cananea e fenicia e quella
israelitica dei tabernacoli e le tende. Ora intervengono ingegneri, artigiani,
artisti,.... si passa ad una religione con caratteri piuttosto sincretisti (ogni
popolo ha il suo dio e rispetta quello degli altri) per l'apporto delle culture
fenicie e libanesi, culture di coloro che dovranno costruire. Il re fenicio
Chiram aiuta Salomone nell'opera dedicata a Geova, mentre Salomone continuerà
ad adorare i Baal ed Astarti fenici (il profeta ci dice che questa cosa era
dovuta all'influenza delle 700 mogli e 300 concubine di Salomone -
sic! -). Inoltre il tempio è una flagrante violazione di tutte le leggi
mosaiche. E' violata la prescrizione di non scolpire immagini di alcun essere
vivente, infatti, come solo esempio, il bacino dell'acqua lustrale poggia su ben
dodici buoi di bronzo inoltre "c'erano leoni, buoi e cherubini; le stesse
figure erano sulle traverse ... sulle pareti scolpì cherubini, leoni,
ecc..." (1 Re., 7,25-27). Insomma Salomone gareggia con i popoli vicini,
inizialmente indicati da sterminare. E nel discorso di inaugurazione del tempio
Salomone afferma varie cose che mostrano che quanto dice è quanto già sapeva
il cronista, al momento della redazione. Infatti Salomone afferma che il tempio
è inadatto per un dio dei cieli (il fatto è straordinario per chi ha terminato
una impresa come quella) e, nel fare ciò mostra che dovevano esservi delle
opposizioni al suo operato. Egli parla poi di suo popolo che sarà sconfitto
perché ha peccato contro Geova, di deportazione del suo popolo verso altre
terre, di preghiere che da lontano rivolgeranno a Geova "rivolti verso il
paese che tu hai dato ai loro padri, verso la città che ti sei scelta e verso
il tempio che io ho costruito al tuo nome" (1 Re., 8,47-48) mostrando che
dalla Bibbia deriva il modo di pregare dei musulmani. In questo discorso vi è
anche un elemento di tolleranza fondamentale (a parte il solito ridiscutere
dell'appropriatezza di tal dimora per Geova), purtroppo smentito
rapidissimamente nel futuro. Dice Salomone: "Anche lo straniero, che non
appartiene ad Israele tuo popolo, se viene da un paese lontano, a causa del tuo
nome ..., se egli viene a pregare in questo tempio, tu ascoltalo dal cielo,
luogo della tua dimora" (1 Re., 8,41-43). La visione
salomonica del mondo diviso a metà tra geovismo e sincretismo non durò. A
Salomone successe lo scisma religioso e la secessione politica. Il regno
unitario era durato un centinaio d'anni (1030-931 a.C.). Nacque, ad opera del
generale di Salomone, Geroboamo, un regno di Israele del Nord (10 tribù!) dove
prevalse il sincretismo e dove i leviti erano appartati dal potere e dove erano
tollerati culti idolatrici, tra cui quello del vitello. Dall'altra parte rimase
solo la piccola tribù di Giuda sotto il comando di Roboamo. I leviti, sacerdoti
prima sparsi per tutto il territorio, si concentrarono in Giuda, appena privati
del sacerdozio. Questa fuga dal nord al sud di sacerdoti geovisti si ripeterà
due secoli dopo, al momento della caduta del regno d'Israele sotto i colpi
dell'impero assiro di Sargon II (721 a.C.). Questa grande migrazione di leviti
in giudea, dove già erano in maggioranza, fa nascere il sentimento dell'unità
nazionale che doveva compiersi alla luce di una nuova alleanza con Geova
(seconda legge che Geova aveva consegnato a Mosè). Dei re che si susseguono, la
Bibbia ne salva solo due (il regno di Israele aveva peccato per aver fatto ciò
che non è giusto agli occhi di Geova): Ezechia (716-687) che regnò dopo la
caduta di Israele e Giosia (640-609). Ezechia sembra restaurare la prescrizione
di rappresentare essere viventi e, seguace di Mosè e Geova, fa distruggere il
serpente di bronzo che usava Mosè sopra al suo bastone (ma non si occupa delle
altre immagini nel tempio). Ezechia comunque iniziò un restauro del tempio,
restauro che proseguì per molto tempo. Giosia continuò tale restauro e,
durante tali operazioni, il gran sacerdote Chelkia ritrovò il libro della
legge, quel codice, attribuito a Mosè e poi inserito nel Deuteronomio. Con tale
libro si fece opera di indottrinamento, alla quale Giosia fece seguire atti
concreti. Riferendosi agli oggetti di altri culti (ed anche al culto di Geova
professato fuori dal tempio), Giosia userà questi verbi: "bruciare,
demolire, profanare, far scomparire, frantumare, fare a pezzi, tagliare,
immolare, riempire con ossa umane o bruciarvele sopra" (23,4-14). Inoltre
"immolò sugli altari tutti i sacerdoti delle alture locali e vi bruciò
sopra ossa umane" (23,20), indi "fece scomparire anche i negromanti,
gli indovini, i penati, gli idoli e tutti gli abomini che erano nel paese di
Giuda e in Gerusalemme, per mettere in pratica le parole della legge, scritte
nel libro trovato dal sacerdote Chelkia nel tempio" (23,24). Il cronista
è entusiasta: "Prima di lui non era esistito un re che come lui si fosse
convertito a Geova con tutto il cuore e tutta l'anima e con tutta la forza,
secondo tutta la legge di Geova; dopo di lui non ne sorse un altro simile"
(23,25). Geova non ricambiò tante attenzioni e Giosia fu ucciso al primo
incontro con il faraone Nekao che passava di lì per andare in Assiria. Questo
entusiasmo del cronista e la liquidazione dei posteri, nasce dal fatto che,
sotto Giosia vi fu la compilazione del corpo centrale della Bibbia. Si trattava
di esaltare in qualche modo, colui che pagava per questa operazione (in tal
senso i "giornalisti", non hanno cambiato molto il loro
comportamento). La
deportazione del popolo di Israele del 721 a.C. era stata e rimase senza
ritorno: nel paese, accanto a pochi ebrei poveri (agricoltori ed artigiani in
gran parte) lasciativi dai deporatatori assiri, furono introdotti coloni dai
paesi vicini, con il risultato di una popolazione mista, quella dei samaritani
aperta a varie religioni. Tra queste anche il geovismo perché, secondo la
Bibbia, gli assiri avevano commesso l'errore dal quale Geova aveva messo in
guardia gli ebrei al momento della conquista, cioè di spopolare troppo il
paese, ridando spazio pericolosamente a belve feroci. Furono quindi proprio i
nuovi abitanti a invocare l'invio di preti leviti, esperti del luogo. La
deportazione di Giuda ebbe invece un suo piccolo ritorno dopo mezzo secolo,
anche se il grosso degli israeliti e giudei restò in Babilonia. Principali
promotori del ritorno furono il profeta Ezechiele, Esdra, "sacerdote e
scriba della legge del Dio del cielo" (Esd.,7,12) e Neemia, "coppiere
del re" (Neh.,1,11). Nei libri dedicati a questi personaggi si descrive la
ricostruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme (mentre la reggia di
Salomone non sarà ricostruita). Il vero artefice del ritorno fu il nuovo
signore di Babilonia, Ciro (585-530 a.C.) già re di Persia, della dinastia
degli Achemenidi, che si rifaceva alla religione del dio Ahura-Mazda, disposta
ad identificare il suo dio con il dio unico degli ebrei e a tollerare
tutti i culti. A seguito di un editto di Ciro, 42.370 persone e 6.337 tra
schiavi e schiave tornano a Gerusalemme con la naturale opposizione di chi ormai
da anni abitava quelle terre (samaritani ed arabi). La ricostruzione procede ma
diventa necessaria la vigilanza armata. I samaritani chiedono di partecipare a
tale impresa ma non vengono accettati. Allora si rivolgono al successore di
Ciro, Artaserse, per avvertirlo di questa popolazione, da sempre ribelle, che
presto o tardi provocherà sedizioni. Dopo una breve sospensione dei lavori, il
re Dario, reintegrerà le disposizioni di Ciro con un suo editto. A questo punto
si aggiunge uno strano documento che dovrebbe essere del successore di Dario,
Artaserse II (404-358), indirizzato ad Esdra per invitarlo "a fare
inchiesta in Giudea ed a Gerusalemme intorno alla osservanza della legge del tuo
dio" (7,14), ed in più gli viene ingiunto: "Quanto a te, Esdra, con
la sapienza del tuo dio, che ti è stata data, istruisci quelli che non la
conoscono" (7,25). Si tratta di
una novità rispetto all'editto tollerante di Ciro. Ora si tratta di intervenire
sulle coscienze, a cui si fa seguire una precisa sanzione: "A riguardo di
chiunque non osserverà la legge del tuo dio e la legge del re, sia fatta
prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o
con il carcere" (7,26). Così, alla
ricostruzione materiale del tempio segue quella ideale del geovismo. Quella
provincia dell'impero persiano può di nuovo instaurare l'intolleranza,
questa volta con un ordine di un re straniero. Ma vi è un qualcosa di più
triste della pena di morte invocata da Artaserse, la più spietata ferocia degli
ebrei contro se stessi. Con Esdra nasce il giudaismo che sarà implacabile con
ogni deviazione dalla legge che non voleva inquinamenti di razza (a questo
punto, la cosa pare straordinaria). Ai capi che vengono a segnalargli che né il
popolo, né gli stessi leviti e sacerdoti si sono separati dalle popolazioni
locali, anzi, "hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro
figli; e così hanno profanato la stirpe santa" (9,1-2). Esdra risponde
prima lacerandosi le vesti e strappandosi la barba ed i capelli per la
disperazione, e poi tenendo un discorso al popolo per ammonire che "il
paese di cui voi andate a prendere possesso è un paese immondo per l'immondezza
dei popoli indigeni" e "per questo non dovete dare le vostre
figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli" (9,11
e 12). E' l'antico
precetto mille volte violato, ma che da questo momento sarà messo
definitivamente ed intransigentemente in pratica. L'assemblea del popolo di
Geova, rimanderà alle loro terre le mogli ed i figli nati da essi (come
definire ciò?). Viene sancito la distruzione dei beni e l'espulsione dalla
comunità per chi non esegue entro tre giorni la decisione. Inizia così la
violenta separazione che dà il via al giudaismo. Resta da mettere d'accordo ciò
con quanto aveva sostenuto Salomone, a proposito dell'accettazione dello
straniero ma, tant'è, queste continue contraddizioni ora giungono al termine.
Il giudaismo presenta, rispetto a persecuzioni e violenze comuni a tutte le
altre comunità religiose, la triste novità del ripudio delle mogli e dei figli
considerati stranieri. Si tratta di una pia violenza esercitata in nome di dio. Questa
ricostruzione termina qui.
Offro ora una periodizzazione ed una sintesi molto breve delle vicende storiche
di Israele, dopo le migrazioni dei patriarchi tra Mesopotamia ed Egitto durante
alcuni secoli del II millennio a.C., narrate nella Genesi, dopo le vicende
dell'esodo dall'Egitto sotto Mosè, e la promulgazione a opera sua della prima
legge, narrate appunto in Esodo, relative al sec. XIII.
1) 1225-1030 a.C.: Conquista della terra promessa, contemporanea allo
stabilirsi dell'egemonia assira in Mesopotamia. Fu opera non di Mosè né di
Giosuè e della sua generazione (1225-1200 a.C.), come narra il suo libro, ma
dei capi, politici e religiosi, detti giudici, in generale geovisti, che gli
succedettero nel corso di circa due secoli. Né fu azione rapida e comune di
tutte le dodici tribù fraternamente unite, bensì una serie di iniziative
sparse e contrastate delle singole tribù. Alla conquista si accompagna un'epoca
di imbarbarimento, un vero e proprio "medioevo", confermato dalle
scoperte archeologiche. Avvenimento chiave del geovismo: l'assemblea di Sichem
convocata da Giosuè, che vede l'adesione delle tribù del nord, che forse non
erano discese in Egitto, e l'assenza di Giuda dislocato invece al sud.
2) 1030-931 a.C.: Passaggio alla monarchia unitaria per tutti i territori
conquistati dalle dodici tribù (ne abbiamo una versione monarchica e una
antimonarchica). L'iniziativa è del sacerdote e giudice Samuele, che incorona
re Saul; coi suoi successori Davide e Salomone, la conquista viene consolidata e
ampliata e si instaura una monarchia teocratica. Al geovismo apertamente
proclamato e accentrato in Gerusalemme si accompagna tuttavia un certo
sincretismo, con l'apertura ai culti di divinità dei popoli vicini. Avvenimento
chiave: la costruzione del tempio in Gerusalemme, che tuttavia non esclude
ancora le sedi locali di culto sulle "alture", e l'assemblea nazionale
convocata da Salomone per l'occasione.
3) Dal 931 a.C.: Secessione e scisma religioso tra i due regni, sulla
base delle divisioni culturali e amministrative emerse già sotto Salomone. Al
nord, dieci delle dodici tribù costituiscono il regno di Israele (Samaria),
destinato a durare due secoli. Vi prevalgono culti stranieri (Baal) con
repressioni sanguinose del geovismo, come "quando Gezabele [moglie fenicia
del re Achaz] uccideva i profeti di Geova (2 Re, 18, 4). A sud, resta il regno
di Giuda, più
4) 931-721 a.C.: Regno di Israele, e sua fine a opera degli assiri:
deportazione degli israeliti in Babilonia e insediamento di altre popolazioni,
accanto ai superstiti, sui loro territori. Ne nasce la popolazione mista dei
samaritani, non ignari di Geova, cugini-rivali per secoli dei giudei del sud.
5) 721-587 a.C.: Sopravvivenza del regno di Giuda, per quasi un secolo e
mezzo, continuamente minacciato da assiri ed egizi. Accoglienza dei profughi di
Israele e del loro geovismo a opera di Ezechia. Avvenimento chiave:
restaurazione del geovismo a opera di Giosia (622 a.C.), subito contrastata,
"riscoperta" della legge (Deuteronomio = seconda legge), accentramento
del culto nel tempio di Gerusalemme e abolizione sanguinosa del culto sulle
alture.
6) 587-537 a.C.: Cattività babilonese anche per i giudei, ad opera dei
caldei, succeduti agli assiri. È questo il periodo in cui la privazione di una
patria reale rinsalda il bisogno di preservare la patria ideale. La lettura e
anzi la riscrittura del libro della legge (Torah), sollecitata dal profeta
Ezechiele, preserva gli ebrei dal totale assorbimento tra le altre popolazioni
dell'impero babilonese (caldeo).
7) 537-332 a.C.: Ritorno del "resto" degli ebrei in Giuda. Ciro
il grande, re dei medo-persiani, abbatte l'impero caldeo e in nome del "dio
del cielo" ridà libertà di culto alle popolazioni soggette. Gli ebrei,
tornati a Gerusalemme, ricostruiscono il tempio e le mura, sotto la guida di
Esdra e Neemia. Avvenimenti chiave: lettura pubblica della Torah (è il momento
della "terza legge") e ripudio di mogli straniere coi loro figli:
nascita del giudaismo.
8) 332-134 a.C.: Età ellenistica. La conquista dell'Oriente da parte dei
greco-macedoni di Alessandro Magno segna un nuovo assoggettamento degli ebrei ai
regni alessandrini: quello egizio dei Lagidi, fino al 240 a.C., quello
antiocheno dei Seleucidi, dal 240 al 142 a.C.: Antioco IV Epifane profana il
tempio (175-164 a.C.). All'interno del popolo ebreo si combattono una tendenza
sincretista ellenizzante e una geovista nazionalistica.
9) 175-134 a.C.: Vittoriose rivolte giudaiche dei Maccabei contro gli
antiocheni in nome di Geova. Si profila la presenza dei romani (già nel 189
a.C. Cornelio Scipione aveva sconfitto Antioco III, e nel 133 Attalo re di
Pergamo aveva lasciato in eredità i suoi regni ai romani); i Maccabei cercano
la loro alleanza e creano uno Stato indipendente. "I giudei erano
considerati amici alleati, e fratelli da parte dei romani" (I Mac., 14,
40).
10) 134-64 a.C.: Monarchie miste, relativamente indipendenti:
moltiplicarsi delle sette religiose all'interno del geovismo, con le dispute
sulla interpretazione della Torah, che daranno poi luogo alla costituzione di
quell'altra raccolta di testi che ha nome di Talmud. Nel 64 a.C. Pompeo riduce
la Siria e la Palestina a provincia romana: si succedono "etnarchi" e
"tetrarchi", tra cui Erode, sotto il controllo dei romani.
11) 52 e 70 d.C.: Le due diaspore finali del giudaismo. La prima è
quella, "attiva", del giudaismo cristiano, che col concilio di
Gerusalemme (52 d.C.) decide di aprirsi a tutte le genti (i
"gentili"); la seconda è quella, "passiva", del giudaismo
geovista, avvenuta ad opera di Tito dopo la distruzione di Gerusalemme (70
d.C.). Nel primo caso si può ripetere con Seneca e sant'Agostino che "i
vinti dettero le proprie leggi ai vincitori"; nel secondo che comunque i
vinti non furono mai domati, e conservarono la propria identità nazionale e
religiosa. I
dieci comandamenti.
Nei dieci comandamenti, che non ho discusso facendo la sintesi della
Genesi e dell’Esodo per non spezzare la cronologia, si riassume tutta l'eticità
e la religiosità ebraico-cristiana.
Come spesso nella Bibbia, il testo compare in due redazioni, in Esodo
(20) e in Deuteronomio (5) e questo comporta già la necessità di badare agli
sviluppi storici di questa legislazione e di questa moralità. Che in essa siano
presenti molti elementi di legislazioni di altri paesi, è cosa ben nota: ci si
può rifare, ad esempio, all'antico codice di Hammurabi, del 1750 circa a.C., o
alle più recenti leggi assire del sec. XIII a.C. (basta poi recarsi in Egitto a
visitare una qualunque tomba e si ritroveranno gli ultimi 7 comandamenti in
positivo: io ho rispettato questo, io ho rispettato quello,...) In generale si
attribuisce a merito degli ebrei l'aver saputo costringere in brevi sentenze
quello che, nelle altre legislazioni è disperso in una casistica interminabile:
e certo questo è vero, ma soltanto per la prima redazione. Forse ciò era anche
dovuto, se il loro testo originario era davvero così antico, alla necessità di
una memorizzazione orale presso un popolo di nomadi che non disponeva di
biblioteche, ma portava tutti i suoi beni sul dorso di asini e cammelli e li
riponeva in tende. E alle opportunità mnemoniche risale certo anche la
formulazione prevalentemente in negativo dei comandamenti (non far questo, non
far quello).
La cosa proibita risulta meglio, e tutto il resto è permesso. D'altra parte, le
lungaggini casistiche seguono subito anche nella Bibbia, col codice
dell'alleanza (Es., 20-23), e poi col codice deuteronomico (Di., 12-26) e la
legge di santità (Lv., 17-26), per non parlare del Levitico tutto intero. Sono
prescrizioni successive, in gran parte risalenti all'epoca in cui ci
Ma, tornando ai dieci comandamenti, per iniziare, di tutto vi si parla,
meno che di circoncisione: più che giusto, da parte dell'incirconciso Mosè, e
contribuisce a una loro possibile universalizzazione. Il loro numero, e la loro
diversa struttura fecero discorrere molto: se alcuni sono enunciati brevissimi,
altri svolgono discorsi complessi. Flavio Giuseppe li sintetizzò perfettamente
(Ant. lud., III, 91), ma la Chiesa cattolica, presa tra la necessità di
conservare il numero perfetto di dieci (la potente tetrakis), e quella ancor più
stringente di conformarli alla propria teologia e liturgia, dovette cambiare un
pò le cose. Si attestò infine sulla proposta di sant'Agostino, togliendo il
secondo comandamento che proibiva le immagini, e risolvendo in due l'ultimo: con
scarsa intelligenza e mediocre risultato come vedremo.
Io qui mi soffermerò sulla redazione biblica originaria, ma tenendo
presente anche quella cristiano-cattolica: e questo ci aiuterà a capire come
nella storia degli uomini possa accadere che si assumano parole antiche per dire
cose nuove.
Il primo comandamento: «Io sono Geova tuo Dio...: Non avrai altri dèi
di fronte a me» (Es., 20, 2 = Dt., 5, 6), è comunemente gabellato come la
fondamentale affermazione della unicità di dio e come prova dell'originario
monoteismo degli ebrei. Comunemente, dico; ma non per gli addetti alle segrete
cose, dato che oggi perfino i teologi sanno ben distinguere tra monoteismo e
politeismo, anche se non si curano troppo di dar pubblica voce alle loro
distinzioni.
In realtà quel comandamento prova, al più, l'unicità non di dio, ma
del dio di Israele: prova cioè che gli ebrei avevano come loro proprio un solo
dio. Intanto questo non esclude che essi riconoscessero, e in molte occasioni
venerassero,
Solo molto lentamente passeranno dalla proibizione del culto di altri dèi
alla affermazione della loro inesistenza: ma all'inizio il loro dio è
inequivocabilmente un dio tra gli altri, con la sola differenza che è un dio «geloso».
Quello stesso comandamento che per gli ebrei era il secondo e che i cristiani
hanno cancellato, nel proibire il
culto delle immagini (ma i cattolici dopo molte battaglie continueranno a
venerarle), ammonisce: «Io,
La concezione diffusa resta quella di un dio (che dal momento della
conquista è «dio degli eserciti», 1 Som., 1, 3) in mezzo agli altri. Così
sulla bocca di Mosè nel canto della vittoria per il successo dell'esodo,
sentiamo dire: «Chi è come te fra gli dèi, Geova?» (Es., 5, 11), così sulla
bocca di Salomone, quando parla al popolo consacrando il tempio, sentiamo dire:
«Geova, Dio di Israele non c'è un Dio come te, né lassù nei cieli, né
quaggiù sulla terra!» (1 Re, 8, 23), non ce n'è «uno come lui» vuol dire
che ce sono tanti, diversi e inferiori a lui.
Lo stesso cristianesimo, del resto, conservò a lungo, anche nelle
riflessioni dei suoi massimi pensatori, una strana incertezza sull'esistenza o
meno di altri dèi o demoni, e insistendo tanto su Satana (anche con gli ultimi
papi) e aggiungendo agli angeli pagano-biblici i suoi santi, ha contribuito non
poco a conservare nell'opinione diffusa una concezione politeistica.
Resta tuttavia che il primo comandamento, letto come è nel testo biblico
originario e come viene adattato nelle traduzioni cristiane, ha due significati
del tutto diversi: chiaro il primo, equivoco il secondo. A essi se ne sta
aggiungendo oggi un terzo, che riconquista una sua chiarezza monoteistica.
Leggiamoli tutti e tre.
«Io sono Geova, tuo Dio» è chiaramente la formula di un politeismo
monolatrico, che ha bisogno del nome per distinguere questo dio dagli altri. «Io
sono il Signore, tuo Dio» è la formula che si impone nel cristianesimo
trionfante e separato ormai del tutto dall'ebraismo nel IV sec. d.C., ma, presa
com'è tra l'incudine della
tradizione e il martello della nuova concezione, resta a metà, del tutto
sgangherata e insignificante. Non spiega niente, è semplicemente una
tautologia. Nel secondo racconto sulla
vocazione di Mosè c'è un passo che dice
«Dio (Elohim) parlò a Mosè e gli disse: "Io sono Geova! Sono
apparso ad Abramo, a Isacco e Giacobbe come Dio onnipotente [El Shaddai], ma col
mio nome di Geova non mi sono mai manifestato a loro"» (Es., 6, 3). Stando
alla lettera della Bibbia, questa è una palese menzogna, cosa disdicevole per
il libro di dio. Chi ha letto la Bibbia sa che la rivelazione del nome era già
avvenuta. Geova (questa volta lui, e non Elohim) si era già rivolto ad Abramo
dicendogli: «Io sono Geova, che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei per darti
in possesso questo paese» (Gen., 15, 7); e Abramo gli aveva risposto: «Signore
{Adonai) Geova...» (15, 8). E questa era stata, nel racconto biblico, la prima
volta che Geova si era manifestato col suo nome. Poi di visioni di Isacco non ci
si dice niente, ma quanto a Giacobbe, si dice che lo vide in sogno e che udì il
nome: «Ecco, Geova gli stava davanti e disse: "Io sono Geova, il Dio di
Abramo tuo padre e il Dio di Isacco"» (28,13). Dunque, era già la seconda
volta che Geova si presentava col suo nome, in sogni o visioni, tra i quali è
difficile stabilire una sicura differenza. E, a parte questo, prima di quella «falsa»
dichiarazione a Mosè, ho contato 190 volte nella Bibbia il nome di Geova, sia
nella narrazione del compilatore, sia sulla bocca dei personaggi, che mostrano
così di conoscerlo.
Lo nomina per prima Eva (Gen., 4, 1), per ringraziarlo di aver avuto
Caino; poi ci si dice che dai tempi dell'altro suo figlio Set «si cominciò ad
invocare il nome di Geova» (4,26), ed era già un errore dato che lo aveva già
invocato Eva. Poi lo nomina Lamech, padre di Noè (5, 29); poi Noè lo benedice
come dio di Sem, di cui «Cam divenga schiavo» (9, 26), davvero nobile
occasione per nominare dio; poi l'invocano Sara, Lot, Làbano, Lia, il servo di
Abramo, e anche quell'Esaù, figlio di Abramo, che sarà escluso dal popolo di
Abramo. Altre volte si dice, usando il discorso indiretto, che costoro e altri
«invocarono il nome di Geova», e altre volte il nome è nominato dal redattore
tra gli altri personaggi della sua storia.
In tutti questi casi avvengono strani pasticci: si alternano vari nomi,
oltre a Geova, di cui è difficile dire se siano nomi propri o nomi comuni:
Elohim (gli dèi), El Shaddai (dio onnipotente o dio della steppa), Adonai
(Signore), ai quali si può aggiungere El Elijón, il dio altissimo,il cui
sacerdote Melchisedech benedice Abramo, ricevendone in cambio la «decima di
tutto» (Gen., 14, 18-20). E’ evidente che si tratta di nomi che corrispondono
a varie Una cosa, tuttavia, è
certa: che le varie tradizioni confluite nella Bibbia (elohista, geovista,
sacerdotale, e poi deuteronomista) coi loro intrecci creano non poche ambiguità.
Se davvero Geova si è rivelato per la prima volta col suo nome a Mosè, allora
la Bibbia non avrebbe dovuto mai pronunciarlo prima; se Geova è il dio degli
ebrei, allora non avrebbe dovuto farlo invocare da Eva, Set, Lamech, Noè,
Nimrod, cioè da personaggi che precedono Abramo e la nascita del popolo
ebraico. Ed è comunque strano sentir dire: «Geova disse: Io sono el Shaddai»,
e poi: «Elohim disse: Io sono Geova». Troppi nomi, e troppa confusione di
soggetti e predicati! Lo svolgersi cronologico e il mutarsi di un culto e
dell'idea stessa di dio viene qui a manifestarsi sotto forma di confusione
grammaticale. Nel mondo cristiano, c'è solo da
sorridere per i nuovi pasticci che si è riusciti, un'altra volta, ad
aggiungere. Quando
il suocero madianita di Mosè, Jetro (o Reuel), udito il miracoloso racconto
dell'esodo, commenta (nelle traduzioni cristiane): «Ora io so che il Signore è
più grande di tutti gli dèi» (Es., 18, 11); quando Mosè nel suo canto di
vittoria per l'esodo dice: «II Signore è prode in guerra. Si chiama Signore»
(15, 3); quando all'inizio del Salmo 110, attribuito a Davide, si legge: «Oracolo
del Signore al mio Signore», è evidente che ci si sta prendendo in giro: si
tratta di frasi totalmente insensate, che vanno invece lette: «Or io so che
Geova...», «Si chiama Geova...»; «Oracolo di Geova...» (e qui il secondo «Signore»
è Adonai).
Il fatto è che si vuole dare una lettura monoteista di testi chiaramente
politeisti, dove Geova, dio degli ebrei, è contrapposto ad altri dèi. E quanto
al fatto che Geova sia il dio degli ebrei, mi sta bene: ma di sicuro lo è
soltanto a partire da Mosè, influenzato forse dal faraone Akenaton, perché, Resta per ora solo da
enunciare il secondo comandamento: «Non pronuncerai invano il nome di Geova tuo
Dio...» (Es.,20, 7).
Il terzo comandamento ci porta in apparenza, nel nome di Geova, in
ambiente terreno; ma in realtà restiamo nellapura teologia. Non a caso nella
redazione deuteronomista è il più prolisso. La sostanza è questa: «Ricordati
del giorno di sabato per santificarlo... Perché in sei giorni Geova ha fatto il
cielo e la terra e il mare, e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno
settimo...» (Es., 20, 8-11) Questa del sabato è la sola
vera presenza diffusa del primo racconto della creazione nel resto della Bibbia
e anche nella tradizione cristiana, al livello del senso comune.
Qui la teologia assume un grande valore umano: il diritto a essere
periodicamente liberi dal lavoro, un diritto che può essere pienamente
conquistato solo nelle civiltà che dispongano di un surplus di prodotti (o in
cui alcuni pochi dispongano di molti schiavi), viene qui affermato come valore
Comunque, l'osservanza di questo riposo del sabato divenne a poco a poco
assurdamente ossessiva, e la Bibbia ci dà subito un tragico esempio di come
venisse fatto rispettare: «Mentre gli israeliti erano nel deserto, trovarono un
uomo che raccoglieva legna nel giorno di sabato... Geova disse a Mosè:
"Quell'uomo deve essere messo a morte: tutta la comunità lo lapiderà
fuori dall'accampamento"» (Nm., 15,32-36).
Se questo racconto ha tutta l'aria di un apologo moralistico, intercalato
in prescrizioni liturgiche da qualche pio sacerdote redattore del testo che noi
possediamo, l'osservanza del sabato si definì sempre più rigorosamente. A un
Certo è che il rispetto del sabato portò non poche sofferenze agli
ebrei, che consideravano la sua violazione come un atto sacrilego, in quanto
negava il culto del loro dio, e intendevano rispettarlo anche in guerra. Il
libro dei Maccabei lamenta che, durante le persecuzioni di Antioco Epifane, «non
era possibile osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare
aperta professione di giudaismo» (2 Mac., 6, 6), e aggiunge particolari
tremendi: «Altri che si erano raccolti nelle vicine caverne per celebrare il
sabato..., vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a
difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo» (6,11).
Più tardi, anche nelle guerre contro i romani il sabato fu occasione di
disastri. Tito Livio, citato da Flavio Giuseppe, racconta dell'espugnazione di
Gerusalemme da parte di Pompeo, nel 63 a.C.: «Presa la città nel giorno del
digiuno, mentre i romani, entrati a forza, sgozzavano quelli che erano nel
tempio, tuttavia costoro continuavano a celebrare il rito divino; né per timore
di perdere la vita né per la moltitudine di quelli già uccisi furono volti in
fuga, ritenendo meglio sopportare presso gli altari tutto ciò che era
necessario soffrire, piuttosto che trascurare un comandamento delle leggi patrie»
(Ant. Iud., XIV, 4,3).
Le stesse cose ci racconta lo stesso Flavio Giuseppe nella sua Guerra
giudaica, riferite in particolare alla guerra condotta da Vespasiano e conclusa
dal figlio Tito con la definitiva presa e distruzione di Gerusalemme; tra gli
altri episodi che tralascio, parlando dell'assalto agli alloggi sacerdotali, ci
informa che lì, dal tetto «ogni settimana, secondo il rito, uno dei sacerdoti
saliva per preannunciare nel pomeriggio col suono della tromba l'inizio del
sabato, e la sera del giorno dopo per annunciarne la fine, dando così al popolo
Queste cose fanno capire la
santità del sabato. Ma perché non raccontare anche, a questo punto, di come
gli ebrei seppero ripagare i cristiani per il fatto di averlo sfruttato per
vincerli, e poi di averglielo sottratto e scambiato con la domenica, con
imprevedibili conseguenze?
Avvenne nel 408 d.C. Reparti giudaici delle truppe romane attaccarono di
sorpresa, di domenica, i visigoti, già accampati nell'Italia settentrionale in
una posizione incerta se di ospiti o di invasori dell'impero. Fosse o no
intenzionalmente una provocazione o una vendetta degli ebrei contro i cristiani
(che tali erano i visigoti), l'attacco ottenne un effetto che certo non dovette
dispiacere agli ebrei: né a quei pochi tra loro che erano soldati romani né
alla loro maggioranza dispersa nell'impero. I visigoti percepirono l'attacco
mosso, di domenica, contro di loro, cristiani, come un'azione di anticristiani
(e certo tali erano gli ebrei), e li dovettero identificare semplicisticamente
coi «pagani», come già allora si chiamavano gli eredi della cultura
ellenistico-romana. Così pensarono di vendicarsi sulla aborrita Roma pagana, e
corsero ad assediarla attraversando mezza Italia: e dopo due anni di assedio la
presero, la saccheggiarono e massacrarono gran parte della popolazione,
risparmiando però i cristiani. Si può dunque dire che coloro che, sia pure
indirettamente provocarono la prima caduta di Roma, furono gli ebrei, che così
vendicarono la caduta di Gerusalemme. Se si aggiunge questa materiale,
concretissima vendetta a quella già compiuta, anch'essa indirettamente a dire
il vero, attraverso la cristianizzazione di Roma, che è, volere o no, una
giudaizzazione, si potrà misurare quali siano state le forze della religione
ebraica, e quali possano essere le forze della religione in generale. Nel bene o
nel male. Storicità dei comandamenti terreni (4°- 10°)
Ai tre comandamenti concernenti la divinità, cioè la sua esclusività
per gli ebrei, il suo nome e la santificazione del sabato (più il divieto di
venerare immagini), fanno seguito comandamenti morali sui nostri comportamenti
terreni. Anche su questi e sulla loro storia
ci sarebbero infinite cose da dire, ma mi limiterò al minimo indispensabile.
Il quarto comandamento, nello scendere dal cielo in terra, comincia
opportunamente dal rapporto tra generazioni: «Onora il padre e la madre...»
(Es., 20, 12 = Df., 5, 16). Certo, trattandosi di un rapporto bilaterale tra le
due generazioni, avrebbe potuto comandare con altrettanta legittimità «Ama i
tuoi figli»; ma è evidente che tra queste due possibilità c'è stata una
scelta obbligata, condizionata cioè dal carattere patriarcale (in senso lato)
della società ebraica di allora. Curiosamente, nella proposizione che completa
il
Pare evidente che la vita di ciascuno possa prolungarsi non in quanto
egli abbia onorato, da giovane i suoi genitori, ma in quanto sia egli stesso «onorato»
da vecchio dai propri figli: che sono dunque il soggetto reale dell'azione
comandata. Ma per l'autore del comandamento il soggetto
Nell'insieme, infatti, la dipendenza dei figli dai padri era
totale, né cessava con l'età: il padre combina i matrimoni dei figli, e
al figlio «testardo e ribelle, che non obbedisce alla voce né di suo padre né
di sua madre, e, benché l'abbiano castigato, non dà loro retta» (Dt., 21,
18), tocca la lapidazione a opera di tutti gli uomini della sua città; e la
sanzione è fortemente sottolineata: «Così estirperai da te il male, e tutto
Israele lo saprà e avrà timore» (21, 21). A maggior ragione, «colui che
ucciderà suo padre o sua madre sarà messo a morte»(Es.,21,17).
Ed eccoci così arrivati al quinto comandamento, che dice semplicemente:
«Non uccidere» (Es., 20, 13 = Dt., 5, 17). Ma anche qui le cose non sono così
semplici. Questo è in sé il comandamento più umano, ma è anche il più
bugiardo
L'ipotesi è totalmente assurda, anche se, evidentemente, significa
soltanto «non uccidere ebrei innocenti, ma uccidi poi gli ebrei colpevoli di
qualche trasgressione e gli impuri stranieri, a piacimento». No: questo
comandamento non significa affatto quello che noi pensiamo che possa significare
oggi; e non è nemmeno il comandamento cristiano, dal momento che anche i
cristiani hanno commesso e benedetto per millenni tutti gli omicidi e i
genocidi: ufficialmente a cominciare dall'imperatore Teodosio e dal santo
Agostino, che santamente ammoniva di non uccidere alcun uomo «eccetto quelli
che dio comanda di uccidere» (De Civ., VIII): dio, o chi immagina di essere il
suo interprete.
Insomma, la pena di morte è sempre presente in questi pii codici, come
negli empi codici di tutti gli altri popoli. Non c'è differenza: «Colui che
colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte» (Es., 21, 12) il
taglione lo
E passiamo al sesto comandamento, che dice: «Non commettere adulterio»
(Es., 20, 14 = Dt., 5, 18), e che, malgrado l'apparenza, non è poi cosi chiaro.
Naturalmente, nemmeno questo è un'invenzione di Mosè, trovandosi già
Il settimo comandamento è anch'esso breve e conciso: «Non rubare»
(Es., 20, 15 = Dt, 5, 19).
Ma la sua apparente perentorietà vale quanto quella del «non uccidere».
E’ evidente che per gli aspetti dello sterminio o consacrazione a Geova, che
riguardano le cose, il saccheggio in guerra dei beni dello straniero non è un
rubare, come non è un uccidere lo sterminio di nemici. E’ invece un rubare
l'appropriarsi dei beni consacrati.
Per il resto non mancano sia nel Codice dell'alleanza in Esodo sia nel
Codice deuteronomico alcune specificazioni di questo divieto: «Se tu presti
denaro a qualcuno del mio popolo, all'indigente che sta con te, non ti
comporterai con
L'ottavo comandamento dice: «Non pronunciare falsa testimonianza contro
il tuo prossimo» (Es., 20, 16 = Dt., 5,20): dal che risulta un'altra volta
evidente che la si poteva lecitamente pronunciare contro gli altri, e si spiega
così l'iniziale imperturbabilità di Giacobbe allo spergiuro di Simone e Levi
contro i sichemiti. Comunque, nell'ambito del prossimo, cioè del popolo
d'Israele, anche questo comandamento aveva una sua primaria importanza,
trattandosi di
Il nono e il decimo comandamento dicono: «Non desiderare la casa del tuo
prossimo» (Es., 20, 17) ovvero «Non desiderare la moglie del tuo prossimo»
(Dt., 5, 21). E qui debbo anzitutto ricordare che nella Bibbia ebraica questi
Unica consolazione di questo non edificante precetto nella redazione
cristiana è che la «cosa-donna» è nominata a sé non mescolata agli animali
come nel racconto dei doni fatti dal faraone ad Abramo, dove, trattandosi però
di
Superfluo dal punto di vista della morale, disturbante dal punto di vista
della disposizione e della simmetria dell'insieme, valido solo a ribadire il
carattere patriarcale dell'intero testo e il suo riferirsi solo alle cose
interne a un dato popolo, questo comandamento conclude anche il mio discorso.
Come da un insieme cosi limitato e contraddittorio sia potuta derivare
una morale valida per millenni, è un problema aperto. Abbiamo in parte capito
come il limitato e parziale possa diventare universalmente umano, quando la
perdita della forza materiale costringa a riflettere sui valori ideali. Resta
tuttavia, e resterà indefinita, la contraddizione persistente tra la predica
che qui ascoltiamo, e la pratica che tutti pratichiamo. Tutti: e finora
soprattutto i predicatori, che in privato e in pubblico, come individui e come
Stati cristiani e anzi «cristianissimi», li hanno sistematicamente violati
tutti. E tra i violatori si sono sempre distinti i potenti, i cui peccati sono
stati perennemente giustificati e benedetti in nome di Dio.
La religione non ha mutato in niente i costumi dell'uomo: li ha resi,
semmai, più contraddittori con le idealità proclamate, aggiungendovi così la
sua ipocrisia: «accumulando duol con duolo», per dirla con Dante. In questo
senso è stata davvero, ed è tuttora, il male del mondo. AGGIUNGO
CONSIDERAZIONI Questa sarebbe
una storia infinita ed in realtà lo è. Come fare con la logica e la ragione a
convincere chi alla fede affida le sue speranze. Tutto sarebbe ancora
comprensibile, al secondo ordine, se ci si affidasse ad un dio immateriale a cui
rivolgersi con ogni preghiera. Il fatto è che qui si vuole creare un dio che
dovrebbe discendere da fatti terreni, un personaggio poco raccomandabile che
sarebbe stato meglio non aver mai conosciuto. Un vendicativo assassino. Un
geloso ed invidioso. Il peggio dei peggiori degli uomini perché ha la forza di
fare del male e la usa. SAUL - I culti e le leggende
antiche ci raccontano di indovini che diventavano capaci di prevedere quando
cadevano in trance ballando vorticosamente sotto l'effetto di droghe. E' il
motivo per cui i sogni (e le profezie che ne conseguivano) nella Bibbia hanno
grande rilevanza, le droghe in un popolo che viveva in deserti sterminati
alleviavano molto la vita. Il racconto di un aneddoto relativo a Saul ci dà
buona mostra di quanto ho appena detto. Saul si dirige
verso la città di Gabaa appena uscito dalla sua tenda. Prima di arrivare gli si
fanno incontro dei profeti che cantavano e suonavano mentre profetizzavano.
Entrato nel gruppo Saul iniziò a profetizzare con loro (il profetizzare aveva
il senso di improvvisare rime accompagnati da musica, il cantare insomma. A Roma
la cosa si mantiene ancora: gli stornellatori accompagnati da una chitarra sono
dei profeti eccellenti). DAVIDE - Il grande Davide è
ricordato solo nella Bibbia. Poveraccio nessuno che ricordi un tale mito ! In un
certo periodo il Re si era comportato male avendo disubbidito a Dio. Dio
naturalmente lo deve punire e, nella sua magnanimità, gli permette di scegliere
la pena: "Vuoi tre anni di carestia nel tuo paese o tre mesi di fuga
davanti al nemico che t'insegua oppure tre giorni di peste nel tuo paese ?".
Davide scelse la peste ed il popolo ebraico su ancora decimato "da Dan a
Betsabea morirono settantamila persone del popolo. Ma il signore si pentì (che
strazio! che incostanza! che volubilità!) di quel male che aveva fatto e
disse all'angelo che distruggeva il popolo 'Basta, ritira ora la tua mano!'
" (II Sm. 24-13). SALOMONE - La premessa è che
sotto il regno di Salomone "Giuda ed Israele erano diventati numerosi
come la sabbia del mare e mangiavano e bevevano allegramente" (I Re.
4). Naturalmente la grandezza di petulanti elemosine in Egitto si misura a suon
di piramidi. E Salomone, con le stesse modalità con cui si costruivano le
piramidi, si mise a far costruire il Tempio: "Il re Salomone reclutò il
lavoro forzato [facendo smettere le gozzoviglie di cui prima, n.d.r.] ed
il lavoro forzato era di trentamila uomini. Salomone aveva settantamila operai
addetti al trasporto di materiale e ottantamila scalpellini a tagliar pietra sui
monti, senza contare gli incaricati dei prefetti che erano tremila trecento
preposti da Salomone al comando delle persone addette al lavoro. Il re dette
ordine di estrarre grandi massi, tra i migliori perché venissero squadrati per
le fondamenta del tempio" (I Re 4/14). Boooooooom!!! Ma vi rendete
conto delle bestialità che sono scritte in questo pezzo ? E pensare che i due
archeologi di cui ho già detto, proprio alla ricerca di queste fondamenta, non
hanno trovato nulla! Ma poi la cosa prosegue con tagli di cedri che richiamano
alla mente il legno utilizzato da Felipe II per costruire l'invincibile armata.
Con pranzi pantagruelici giornalieri che avrebbero lasciato senza fiato Ramses
II: "I viveri di Salomone ogni giorno erano di 140 quintali di fior di
farina e 270 quintali di farina comune, dieci buoi grassi, venti da pascolo e
cento pecore, senza contare i cervi, le gazzelle, le antilopi ed i volatili da
stia.. Salomone possedeva 4000 greppie per i cavalli dei suoi carri e dodicimila
cavalli da sella" (I Re 5/6). La Bibbia prosegue magnificando il
personaggio che fa regali alla Regina di Saba da lasciarla senza fiato che ha
trecento concubine e e settecento principesse come mogli ed una di queste era la
figlia di un faraone. Quale ? Ma scherzate ? mai date precise su cose
verificabili ! Senza
vergogna e senza preoccupazioni per la verificabilità nel futuro che, da bravi
profeti, non immaginavano avesse memoria. IL
DIO DELLA BIBBIA - Una specie di Dea Kalì, un mostro tremendo e
terrorifico, un disastro in tutto. E' millantatore e bugiardo (I Sm 9/15) (I Sm
7/16) (Es 32/10). E' illogico e superficiale (Es 32) (Gn 4/3). E' spietato e
violento (Dt 13) (I Sm 15) (Dt 2/30) (Dt 3/6) (Dt 7/16) (I Sm 2/6). E'
totalmente insicuro ed ha sempre bisogno di prove. E' vendicativo (Nm 31).
Ignora il futuro. E' ambizioso, vanitoso, amante delle adulazioni e del lusso
(Gn 25, 26, 27, 28, 29, 30) (Lv 1/14). E' un ricattatore. E' uno schiavista (Lv
27). E' collerico e criminale (Dt 28/15). E' incoerente e contraddittorio (Lv 9
e segg.) (Gn 4/15) (Nm 11 e segg.). Consola le donne sterili (Gn 21) (Gn 25/25).
E' disilluso e frustrato 2 Sm 7/5) (Gn 16). Andate a leggere questi brani, vi
accorgerete quanto i peggiori incubi di ogni letteratura del terrore sono
favolette per bambini piccoli. Un dio così è proprio in svendita. Un dio che
va bene per un popolo raccogliticcio, senza tradizioni culturali,
perennemente errabondo per il deserto.
Tra tante
cose di sicuro interesse storico e bellezza letteraria, la Bibbia è un
continuo ed ossessivo racconto di violenze, incesti, inganni, anatemi
e stermini, quanti non se ne trovano per densità in nessuna altra
letteratura del mondo. Ma ciò che è agghiacciante è che tutta questa
serie di sadiche invenzioni o realtà è attribuita in toto al buon dio,
dando così a vedere che questo dio è proprio pensato ad immagine e
somiglianza dell'uomo.
Bibbia
significa "i libri", la biblioteca, la raccolta dei testi che gli
ebrei ritennero di dover salvare. Questi libri furono messi insieme in gran
parte dai "preti leviti" durante la cosiddetta 'cattività
babilonese' in Mesopotamia (prima nel 721 a. C. quindi dal 587 al 539 a.
C.).
In quello che dirò io non
intendo rispettare le idee degli altri quando sono immeritevoli di rispetto;
ma rispettare gli altri. E gli altri, se vogliono che io rispetti le loro
idee, adottino idee rispettabili: è l'unico modo per non dare scandalo.
Ogni persona religiosa, quand'anche sia tollerante, non può non parlarti
pensando di farlo in nome di Dio. E questo è segno del più profondo
disprezzo verso l'interlocutore: è il vero peccato contro lo spirito
dell'uomo (l'unico che conosco). Queste non sono idee rispettabili.
Sfido anche le sciocche minacce
del Talmud che dice: "Un pagano che si occupa dello studio della Torah,
è degno di morte" (Sahn., 59a) ammorbidite in altre parti che
graziosamente mostrano tolleranza verso gli atei come me. In ogni caso anche
io, ispirato da me stesso lancio un anatema: "Chi tenterà di
scocciarmi sarà sonoramente spernacchiato". Per cui leggerò e
commenterò più oltre alcuni brani che mi sembrano imbroglioni, violenti ed
osceni in un libro che alcuni pazzi vogliono che sia di insegnamento
religioso e quindi avere fini di insegnamento morale.
Da una parte
vi è ciò che tutti conoscono: “In principio, quando Dio creò il cielo e la
terra , la terra era….” (1, 1-2). Il profeta ha bevuto o ha
dimenticato il giorno prima: come si può infatti sostenere l’idea blasfema di
una terra che coesiste con Dio al principio? E poi che disordinato che è Dio
nel saltare da palo in frasca: 1° giorno, la luce (“Dio vide che la
luce era cosa buona…”, è di interesse sapere che Dio era un empirico); 2°
giorno, il firmamento; 3° giorno, i vegetali sulla terra; 4° giorno, i
luminari nel cielo; 5° giorno, i pesci nei mari e gli uccelli nel cielo; 6°
giorno, gli animali terrestri e l’uomo e la donna.
Nella seconda creazione appare uno
degli dei, Geova. Egli plasma un pupazzo di argilla a forma di uomo e gli dà
vita. Poi fa nascere intorno a lui un giardino (speriamo che non si sia confuso
perché nella prima creazione i giardini vi erano prima dell’uomo!
All’uomo il privilegio di dare il nome a questi animali. E l’uomo (meglio di
Geova!
E qui, sollecitato, si rimette
all’opera.
Ma il cattivo tramava, “il serpente era la più astuta di tutte le bestie
selvatiche fatte da Geova dio” (3,1) deve mettere zizzania ed alla povera Eva
dice che se mangia quel frutto diventerà come dio.
Ma qui si
mescola un vergognoso imbroglio: NESSUNO AVEVA DETTO NULLA AD EVA! E la neonata
che vede ogni cosa come creazione di dio come fa a sospettare qualcosa? Eva
prende il frutto e lo dà ad Adamo (evidentemente era lì in silenzio, il
cretino!
E la storiella segue come tutti sanno
con sciocchezze continue unite ad incongruenze che non possono essere state
dettate da un dio se non da quello dell'osteria. Ma i cristiani assegnano alla
creazione dei due giocherelloni una data precisa: il 4004 a.C. e guai a chi
mette in discussione queste date, le età dei profeti, i ridicoli tempi della
creazione, le ridicole successioni della creazione, i ridicoli tempi tra il
diluvio e la ripopolazione di tutta la Terra, ... A lor credenti piace mettere
in discussione la scientificità dell'evoluzionismo perché queste bufale
sembrano loro molto più serie!
Ed a questo punto è necessaria una
affermazione drastica. Io leggo a modo mio la Bibbia, non accettando il modo che
LORO ci hanno imposto per secoli. Anche quelli come me hanno pagato con la morte
nei secoli l’affermazione del loro pensiero.
Dopo gli incesti tra figli di Adamo
ed Eva si arriva al diluvio.
Qui si parla di uomini e di figli di
dio che prendono in moglie le figlie degli uomini in quantità a piacere (erano
belle). Ed interviene Geova con una frase sibillina: “Il mio spirito non
resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne, e la sua vita sarà di 120
anni” (6,3). Sembra una condanna di creazione di coppie pur “autorizzate”
in precedenza. C’è da aspettarsi questo e molto di più da un dio
capriccioso. A lato degli uomini vi sono i “famosi giganti” di cui però il
profeta non dice nulla.
A questo punto si sono già
costituite tre “tribù: i figli di Caino, gli artigiani; i figli di Set, i
longevi; gli uomini ed i giganti. Il profeta qui s’è impicciato. Ha forse
mescolato varie storie. I giganti forse sono indo-europei (ariani) che invasero
quei territori,… non ci è dato saperlo. Gli esploratori di Mosè che,
moltissimo tempo dopo visiteranno il territorio, parleranno dei giganti, figli
di Anak (Nm e Dt). Vi è traccia di ciò che saranno Davide e Golia. Senza
consequenzialità, così va avanti la Bibbia: ” Geova vide che la malvagità
degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore
era male … e si pentì di aver fatto l’uomo (bella questa! n.d.r.) e disse
‘sterminerò sulla terra l’uomo che ho creato’ “ (6,5). Ed allora giù
il diluvio su una morale mai definita che sarebbe stata violata (come?). Ed ecco
comparire Noè che fa da calendario al diluvio, infatti “[il diluvio
iniziò] nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il
diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno” … “ e finì
l’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del
mese”. Da qui sembrerebbe che il diluvio sia durato quasi un anno ma, nel
contesto si parla di una durata di 40 giorni (più il tempo necessario per la
normalità, 150 giorni).
Dio avverte Noè con 7 giorni di anticipo e gli fornisce le misure precise
dell’arca ed anche di che legno deve essere. A conti fatti in quell’arca è
impossibile pensare allo zoo che dovrebbe alloggiarvi per , al minimo, 5
mesi. Si scopre che tra gli animali vi sono quelli mondi e quelli immondi. Così
dio sterminò ogni essere che era sulla terra. Noè seguì quanto dio gli aveva
detto e salvò sé e la sua varia compagnia sul monte Ararat. Noè uscì e
sacrificò degli animali a dio che li odorò insieme al sangue sparso in terra;
e gli piacquero tanto che disse “Non maledirò più il suolo (che aveva
maledetto a seguito della mela e del sangue sparso da Caino) a causa
dell’uomo!” (8,21). Che motivazione, oltre quella olfattiva fornisce Geova?
Straordinaria: “Perché l’istinto del cuore dell’uomo è incline al
male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente (colpito con
il diluvio perché malvagio) come ho fatto”. Che costanza nel mantenere valori
morali! Pochi cambiamenti in tempi rapidissimi (per dio, naturalmente!
Ma vediamo come segue la storia di Noè.
Egli ha tre figli. Pianta una vigna, beve il vino e si ubriaca. Va nella sua
tenda (cosa da pastori, non da contadini, n.d.r.) “e giacque scoperto”
(9,21). Suo figlio Cam (padre di Canaan) “ vide il padre scoperto e raccontò
la cosa ai due fratelli che stavano fuori” (9,22). I fratelli avvertiti,
entrano a ritroso nella tenda per non vedere la nudità (?) e la coprono con due
mantelli (caspita!
”Sia maledetto Canaan!
Schiavo degli schiavi
Sarà per i suoi fratelli!” (9,25)
Ma vi è di più. Questo episodio
ORIGINA IL RAZZISMO. I discendenti di Cam-Canaan, nella vulgata, sono i negri o
anche quei popoli di Canaan (Palestina) che la Bibbia, con la parola di dio
destina con somma pietà a perpetua schiavitù in potere degli ebrei. “Canaan
generò Sidone suo primogenito, e Chet e il Gebuseo, l’Amorreo, il Gergeseo,
l’Eveo, l’Archita ed il Sineo, l’Avardita, il Semarita e L’Amatita. In
seguito si dispersero le famiglie dei cananei” (10,15). Si tratta di uno di
quei popoli promessi ad Israele. Qui vi è di più: la schiavitù che nasce per
volere divino (ed aggiungo: le bestemmie dei condannati a questa vergogna) a
seguito … di una ubriacatura di Noè!
Qui cominciano le discendenze, quella
pletora di nomi che tanto piacciono. Solo uno di essi va ricordato: Nimrot,
discendente di Cam che cacciava tanto bene da piacere a Geova. Ed ecco che
spunta la caccia come attività umana. E’ di sommo interesse vedere Geova che
apprezza un bravo ammazzatore di animali.
Da queste discendenze si riformarono
le nazioni dopo il diluvio (tra di esse quella ebraica che ci ha tramandato
questi libri che io leggo in modo irriverente perché sono stati scritti con i
piedi).
A questo punto il narratore si trova
in difficoltà nel mettere insieme varie tradizioni e si impiccia di nuovo.
Tutte le nazioni parlavano una sola lingua (torniamo ad un solo gruppo di uomini
con una stupenda marcia indietro) e stavano tutte insieme in una grande pianura.
Qualcuno dice: “Venite, facciamoci dei mattoni e cuociamoli sul fuoco”
(11,3). Con mattoni e bitume iniziano a costruire una città per non disperdersi
su tutta la terra. Ma Geova non condivide (è veramente un impiccione che si
smentisce sempre e che dimentica cose già fatte). Egli borbotta tra sé e sé:
“Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola, questo è
l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà
loro impossibile” (11,6). Qui un saggio direbbe: MENO MALE! Si sono accordati
e marciano bene. Ma noi abbiamo a che fare con un dio giocherellone che subito
dice: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano
più l’uno la lingua dell’altro” (11,7) e così “Geova dio [uno dei
tanti, visto che si parla sempre al plurale? n.d.r.] li disperse di là su tutta
la terra, ed essi cessarono di costruire la città … , e confuse la lingua di
tutta la terra” (11, 8 e 9). [La storia della torre di Babele è una
invenzione dell’ebreo Flavio Giuseppe (1° secolo d.C.) che, insieme
all’altro ebreo Filone d’Alessandria (stessa epoca), lavora per rendere
accettabili alcuni brani indigeribili della Bibbia. In pratica l’uomo
sfiderebbe dio e quello s’indigna]. Ma la dispersione degli uomini sulla terra
ha altrove, nella Bibbia, l’altra versione, quella della loro moltiplicazione
(è che vi sono almeno due "dio": uno Eloah (dio di tutti gli uomini)
e l’altro Jahvè-Geova (dio di un solo popolo).
Dopo la dispersione, la Bibbia si
concentra su Sem e la sua discendenza. Dopo l’ennesima discendenza di Sem (un
poco cambiata rispetto alle altre fornite in precedenza) si arriva all’ultimo,
a Terach, solo per avvertire da parte mia che “Terach uscì da Ur dei
caldei (bassa Mesopotamia, n.d.r.) per andare nel paese di Canaan”
(11,31). Qui dio è di nuovo distratto o lo fa a proposito. Non si accorge che
manda il discendente di Sem a Canaan, la Palestina, che è il nome del
figlio di Cam che era stato maledetto da Noè. Ma Terach muore a Carran, in una
zona ricca vicina a grandi città ed a centri commerciali come Babilonia, Assur,
Ninive,…. Zona sede di un grande regno nel secondo millennio a.C.
Ed Abramo
partirà da un “grande regno”.
Torna
alla pagina principale