FISICA/MENTE

 

La figura di un nuovo principe terreno

Stefano Ulliana

 

Il testo dell'articolo cerca di analizzare e far emergere una nuova figura dell'immaginazione pubblica, da inoculare e diffondere presso l'opinione pubblica mondiale: quella del nuovo principe terreno, in diretta filiazione con il Principe sovraterreno. Essa è il luogo immaginativo del nuovo potere globale, preparato accuratamente e con costanza dagli orientamenti prevalenti dei mezzi di comunicazione di massa dell'ultimo quarto di secolo.
 
Il modo attraverso il quale l'agonia e la morte del papa cattolico vengono presentate mediaticamente all'opinione pubblica mondiale nasconde una logica costruttiva che deve essere portata alla luce. La tesi di quest'articolo è che esso sia finalizzato alla elaborazione di un nuovo spazio dell'immaginazione razionale collettiva: lo spazio di quell’unico soggetto eminente che è capace di ergersi quale assoluto regolatore del tempo universale. Nello spazio in tal modo costruito e rappresentato la vita e il movimento del mondo devono bloccarsi ed uniformarsi alla chiamata ed alla vera e propria evocazione religiosa rappresentata da questa morte, per poter irradicare nel sentimento, nella passione ed infine nella ragione dell'individuo globale il senso della definitività che questa morte appresta. La definitività, in ultima istanza, del rapporto che si vuole costituire – si tratta proprio di una nuova costituzione del mondo, teologico-mediatica – è quello che si pretende sussistere fra un'entità (religioso-ideologico-strumentale) soggetta e subordinata e un’Entità superiore, misteriosamente deputata a governare il tempo della vita e della morte nella società globale (la funzione – rivista e adeguatamente corretta – del Dio tradizionale della civiltà occidentale cristiana). In questo modo Dio e Chiesa tendono in questo progetto a rinsaldare il loro rapporto, attraverso la spettacolarizzazione dell'agonia, della morte e del riconoscimento universale del rappresentante massimo: quale vicario di Cristo egli ne ripercorre le sofferenze sino al calvario finale. Come il modello da sempre seguito, egli deve imporre con la sua ‘passione’ la regolazione del tempo. Contraddire questa relazione di subordinazione ridiventa atto di empietà. Sollevare critiche di idolatria a quella composizione si trasforma di nuovo in atto di sovversione dei poteri costituiti. E' questa subordinazione infatti la sostanza – ancora rivisitata e corretta - dell'alienazione che il potere contemporaneo impone, con una necessità ancora più stringente e massima, rispetto a tutte le precedenti fasi di crisi e di mobilità razionale, emotiva ed immaginativa. Così questa nuova forma di relazione verticale impone alle masse globalizzate subito la visibilità di uno strumento orientante esclusivo – una vera e propria grazia e fede salvatrice di tipo mediatico, da tutti facilmente e consensualmente fruibile - lasciando nel contempo in vigore la tradizionale distinzione fra questo strumento ed il suo soggetto agente, quel Principe sovraterreno il cui compito rimane  ora essenzialmente quello dell'elaborazione della politica economica capace di sovraintendere a tale apparizione. Qui la contraddizione insita nella tradizione ideologica occidentale - che il luogo e principio d'origine della vita sia nello stesso tempo (l'eternità) l'agente della fine - viene risolta immediatamente: il nuovo potere teo-cratico, che ripete ossessivamente la rappresentazione mediatica di quest'agonia e di questa morte, subito consentirà il superamento dell'angoscia e della paura, del disorientamento, nel nuovo orientamento stabilito da una nuova religione dell'identità assoluta (tendenzialmente immanente per quanto consenta lo svuotamento dall'interno della potenza creativa e dialettica, altrimenti sovversiva e trasformatrice, dubitante e razionale). Come all'inizio della modernità ogni possibile superamento della relazione gerarchica venne annullato dalla costituzione di una identità assoluta - nella religione e nello stato - così ora, che il modo di produzione capitalistico si è finalmente rifuso con l'applicazione immediata di un nuovo feudalesimo (de-localizzazione), l'identità assoluta della vita/morte come merce di scambio teo-mediatico aprirà l'orizzonte di un nuovo profitto e di una nuova accumulazione generali. Come all'inizio della modernità vennero approntati i roghi per i nemici di quella identità - gli 'eretici' della libertà fraterna ed eguale - così ora nuovi roghi 'preventivi' e mediatici devono occludere in anticipo ed in ogni modo il ripresentarsi sempre più forte dell'apertura di molteplicità razionale e politica portata dal creativo e dal dialettico. Una nuova e forse decisiva fase nello scontro fra l'idolo ed il feticcio di quella identità e la sempiterna vita del creativo e dialettico si viene forse aprendo ...
 
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