FISICA/MENTE

 

PERCHE' NON SONO CRISTIANO

di Bertrand Russell 

Pubblicato per la prima volta in The Rationalist Annual (1927)

Come vi ha detto il vostro Presidente, l'argomento di cui vi parlerò stasera è «Perché non sono cristiano». Forse sarebbe giusto, prima di tutto, provare a stabilire cosa s'intende per «cristiano». Attualmente, è una parola usata in senso assai vago da moltissime persone. Alcuni non intendono altro che una persona che tenta di vivere una vita virtuosa. Usando il termine in tal senso, suppongo che potremmo trovare dei cristiani in ogni setta o credo; tuttavia non ritengo che questo sia il significato più appropriato del termine, anche solo per il fatto che così implicherebbe che tutti coloro che non sono cristiani - tutti i buddisti, confuciani, musulmani, e cosi via - non stiano tentando di vivere una vita virtuosa. Io non chiamo cristiano chi si sforza di vivere decorosamente, a seconda delle proprie possibilità. Penso, invece, che sia necessario possedere una certa dose di fede per avere il diritto di dichiararsi cristiani. Il termine non ha più il significato chiaro che aveva ai tempi di S. Agostino o di S. Tommaso. A quell'epoca, se un uomo si definiva cristiano, sapeva quello che voleva dire. Così facendo accettava per filo e per segno anche tutto quell'insieme di credenze che il termine implicava, e ogni singola sillaba di tali credenze veniva creduta con tutta la forza della propria convinzione.

CHI E' CRISTIANO?

Oggigiorno le cose non stanno esattamente così, infatti siamo un po' più vaghi circa il significato che diamo all'essere cristiani. Tuttavia penso che vi siano due elementi assolutamente essenziali per chiunque si dichiari cristiano. Il primo è di natura dogmatica, e cioè che si deve credere in Dio e nell'immortalità. Se non si crede a ciò, non penso che sia corretto dichiararsi cristiani. il secondo, ancora più importante, e implicito nel termine stesso, è che si deve avere una qualche fede in Cristo. I musulmani, per esempio, credono in Dio e nell'immortalità, ma non si dichiarerebbero certamente cristiani. Credo che, di base, si debba credere che Cristo, se non divino, sia stato comunque il più saggio di tutti gli uomini. Se non si è abbastanza convinti di tutto ciò, non penso che si abbia il diritto di dichiararsi cristiani. Chiaramente vi è anche il significato che si può trovare nel Whitaker's Almanack e nel testi di geografia, dove si dice che la popolazione mondiale può essere suddivisa in cristiani, musulmani, buddisti, adoratori di feticci, e così via; in tal senso siamo tutti cristiani. Tuttavia, i testi di geografia comprendono tutti indistintamente, ma, trattandosi di una suddivisione prettamente geografica, ritengo che possa essere ignorato. E sulla base di quanto ho affermato finora che, quando vi dirò perché non sono un cristiano, dovrò dirvi anche: primo, perché non credo in Dio e nell'immortalità; secondo, perché non credo che Cristo fosse il più saggio degli uomini, nonostante gli riconosca un altissimo grado di rettitudine morale.

Tuttavia, visto il buon esito dei tentativi dei non credenti del passato, non posso accettare una definizione così elastica del cristianesimo. Come ho detto prima, in passato il termine era usato in senso molto più preciso. Per esempio, in esso era insito anche il credere all'inferno. La fede nel fuoco eterno dell'inferno è rimasta un cardine del credo cristiano fino a tempi assai recenti. In questo paese, come ben sapete, ha cessato di esserlo a causa di una Decisione del Privy Council, decisione dalla quale si sono dissociati l'arcivescovo di Canterbury e l'arcivescovo di York; ma, dato che qui la religione è regolata dalle leggi del Parlamento, il Privy Council ha potuto scavalcare le loro Grazie, cosicché i cristiani non hanno più bisogno dell'inferno. Di conseguenza non insisterò più sull'argomento.

L'ESISTENZA DI DIO

Se tentassi di trattare la questione dell'esistenza di Dio in maniera adeguata, vista la vastità e la serietà dell'argomento, dovrei tenervi qui fino alla fine dei tempi, quindi dovrete scusarmi se la affronterò in maniera un po' sommaria.

Saprete senz'altro che la Chiesa cattolica ha dichiarato che l'esistenza di Dio può essere provata con la semplice ragione. Questo è un dogma assai curioso, ma è uno dei loro dogmi. Dovette essere introdotto perché per qualche tempo i liberi pensatori avevano preso il vizio di dire che, per vari motivi, la ragione si sarebbe potuta scontrare con l'esistenza di Dio ma che, comunque sia, essi consideravano la fede in Dio un dato di fatto. Le tesi e le antitesi furono discusse molto a lungo, e la Chiesa cattolica sentì che doveva porre termine alla cosa. Quindi dichiarò ufficialmente che l'esistenza di Dio avrebbe potuto essere provata con la semplice ragione, e di conseguenza dovette anche stabilire quelli che essi consideravano gli argomenti capaci di dimostrarlo. Ovviamente, ve ne sono molti; io ne esporrò solo alcuni.

L'ARGOMENTO DELLA CAUSA PRIMA

Forse l'argomento più semplice e più facile da capire è quello della Causa Prima con la quale si sostiene che qualsiasi cosa noi vediamo in questo mondo ha una causa, e che, ripercorrendo a ritroso ogni anello della catena delle cause, si giunge alla Causa Prima, e che tale Causa Prima prende il nome di Dio. Non credo che oggigiorno questo argomento abbia ancora molto peso, soprattutto perché la causa non è più la stessa. I filosofi e gli scienziati sono andati oltre la questione della Causa Prima, pertanto tale argomento non ha più la stessa forza che aveva in passato; ma, a parte questo, potete comprendere voi stessi perché la tesi secondo la quale ci deve essere una Causa Prima non può essere valida. Devo ammettere che quando ero giovane, mi ponevo molto seriamente questo problema e io stesso ho sostenuto per molto tempo l'argomento della Causa Prima, finché un giorno, all'età di diciotto anni, ho letto l'autobiografia di John Stuart Mill, e lì ho trovato questa affermazione: «Mio padre mi ha insegnato che la domanda: Chi mi ha creato? non ha risposta, dato che immediatamente dopo ci si deve chiedere: Chi ha creato Dio?». Quella semplicissima affermazione mi dimostrò quella che tuttora considero la fallacia della tesi della Causa Prima. Se tutto deve possedere una causa, allora anche Dio deve averla. Se non può esistere nulla che non abbia una causa, la stessa cosa può essere tanto valida per il mondo quanto per Dio, pertanto tale argomento non può essere valido. Lo stesso vale per la visione che gli indiani hanno del mondo, per cui quest'ultimo poggia su di un elefante, e l'elefante, a sua volta, poggia su di una tartaruga; e quando chiedete: «Che ne è della tartaruga?», gli indiani rispondono: «Perché non cambiamo argomento?». Non esiste alcuna ragione per cui il mondo non possa essere nato senza una causa; d'altra parte, non esiste nemmeno un'altra ragione che faccia supporre che vi sia stato un vero e proprio inizio. L'idea che debba sempre esistere un inizio è semplicemente dovuta alla povertà della nostra immaginazione. Quindi non è necessario perdere altro tempo sulla teoria della Causa Prima.

L’ARGOMENTO DELLA CAUSA NATURALE

Un altro argomento molto noto è quello della legge di natura. Questo era uno degli argomenti preferiti per tutto il XVIII secolo, soprattutto sotto l'influenza di Newton e della sua cosmogonia. La gente osservava i pianeti ruotare attorno al sole secondo le leggi della gravitazione universale, e pensava che Dio avesse dato ordine a questi pianeti di muoversi proprio in quel modo, e che questa fosse la ragione per cui essi si comportavano così. Naturalmente ciò costituiva una spiegazione molto comoda e semplice, che evitava a tutti il fastidio di dover ricercare altre spiegazioni alla legge di gravitazione. Oggigiorno, la legge di gravitazione viene descritta mediante un metodo assai complesso introdotto da Einstein. Non è mia intenzione tenere una lezione sulla legge di gravitazione così come la interpreta Einstein, perché anch'essa richiederebbe del tempo; ad ogni modo, la legge naturale, così com'era concepita all'interno del sistema newtoniano, dove, per qualche incomprensibile motivo, la natura agiva in modo uniforme, non esiste più. Adesso scopriamo che una gran quantità di cose che venivano imputate alla legge di natura non sono altro che convenzioni umane. Tutti sappiamo che, anche nelle più remote profondità dello spazio stellare, resta valida la proporzione di tre piedi per ogni iarda. Questo è senza dubbio un fatto notevole, ma è difficile definirlo una legge di natura. E la stessa cosa vale per molte convenzioni che sono state considerate tali. Al contrario, una volta che si abbia la benché minima conoscenza di cosa facciano effettivamente gli atomi, si scopre che essi sono molto meno soggetti alla legge di quanto gli uomini pensino, e che le leggi alle quali si giunge sono soltanto medie statistiche che derivano dal puro caso. Come tutti sappiamo, vi è una legge secondo la quale, lanciando i dadi, si può ottenere una coppia di sei solo circa una volta su trentasei, tuttavia non si considera questo fatto una prova che la caduta del dado sia regolata da uno schema; invece dovremmo farlo, se ottenessimo la doppia coppia di sei ogni volta che lanciamo i dadi. Tuttavia, sono molte le leggi di natura di questo tipo. Sono medie statistiche di ciò che emerge dalle leggi del caso, e tutto ciò fa sì che tutta questa faccenda delle leggi di natura appaia molto meno affascinante di quanto non fosse in passato. A parte questo, che rappresenta il traguardo attualmente raggiunto dalla scienza, e che potrebbe cambiare domani, l'idea che il complesso delle leggi di natura implichi necessariamente la presenza di un legislatore è dovuta a una confusione fra quelle che sono leggi umane e quelle proprie della natura. Quelle umane sono leggi che ci ordinano di comportarci in un certo modo, e a esse si può scegliere o meno di obbedire; ma le leggi di natura illustrano il modo in cui le cose effettivamente si comportano, e, essendo una mera descrizione delle loro azioni, non si può supporre che debba per forza esserci qualcuno che ha ordinato di compierle, perché, anche supponendo che ci sia, non potrà non porsi la domanda: «Perché Dio ha stabilito queste leggi e non altre?». Se si risponde che lo ha fatto semplicemente per il piacere di farlo, e per nessun altro motivo, allora si scopre che ci sono cose che non sono soggette alla legge, cosicché la catena della legge naturale si interrompe. Se, invece, come fanno la maggior parte dei teologi ortodossi, si afferma che ogni legge stabilita da Dio ha avuto un motivo ben preciso (il motivo, chiaramente, è quello di creare il miglior universo possibile, anche se non ci verrebbe mai in mente che fosse così), e se davvero è esistito un motivo per cui Dio ha stabilito le leggi che ha stabilito, allora Dio stesso è soggetto a una legge, e non si trae alcun vantaggio nell'introdurre Dio quale intermediario. In realtà si hanno delle vere e proprie leggi esterne e antecedenti Dio stesso, e Dio non serve allo scopo, perché non è più il legislatore assoluto. In breve, l'argomento della legge di natura non ha più la stessa forza che aveva in passato.

Continuo come previsto con l'illustrazione dei vari argomenti. Gli argomenti utilizzati per provare l'esistenza di Dio sono mutati con l'andare del tempo. All’inizio si trattava di argomenti prettamente razionali, che avevano al proprio interno dei difetti abbastanza precisi. Avvicinandosi ai tempi nostri, tali argomenti sono divenuti sempre meno corretti dal punto di vista speculativo, e sempre più inquinati da un vago moralismo.

L’ARGOMENTO DEL FINE DIVINO

Il prossimo passo di questo percorso è quello che ci porta a trattare l'argomento del fine divino. Conoscete tutti questo argomento: tutto nel mondo è stato creato in modo tale da consentire a noi di viverci, e noi non potremmo farlo se il mondo fosse appena appena diverso. Questo, in sintesi, è l'argomento del fine divino. Talvolta questo argomento si presenta nei modi più curiosi; per esempio, quando si afferma che i conigli hanno la coda corta affinché sia facile sparargli (mi chiedo cosa ne pensino i conigli). Quella del fine divino è una teoria facilmente soggetta alla parodia. E nota a tutti, infatti, la battuta di Voltaire che diceva che era ovvio che il naso fosse stato creato con quella forma perché fungesse da sostegno agli occhiali. Questo tipo di paradosso non è più tanto importante quanto lo era nel XVII secolo, poiché, dall'avvento di Darwin in poi, comprendiamo molto meglio perché gli esseri viventi si sono adattati al loro ambiente. L'ambiente non è stato creato in funzione degli esseri viventi: sono gli esseri viventi che si sono progressivamente adattati ad esso. Tale affermazione è alla base della teoria dell'adattamento. Non vi è alcuna prova che esista un fine divino.

Esaminando attentamente questa teoria dal punto di vista del fine divino, la cosa che lascia più sorpresi è che si arrivi a credere che questo mondo, con tutto ciò che in esso è contenuto, con tutti i suoi difetti, sarebbe il migliore che l'onniscienza e l'onnipotenza divina sia stata capace di creare in milioni di anni. Io non riesco proprio a crederci. Pensate proprio che, se vi fossero concessi l'onniscienza, l'onnipotenza e milioni di anni di tempo al fine di perfezionare il mondo, non potreste produrre niente di meglio del Ku Klux Klan, dei Fascisti, e di Winston Churchill. In realtà non mi faccio molto impressionare da chi dice: «Guardatemi, sono una creatura talmente splendida che ci deve essere stato per forza un fine nell'universo». Non essendo molto convinto dello splendore di chi lo afferma, penso che questa sia una tesi molto debole. Inoltre, se si accettano le leggi più elementari della scienza, si deve presumere che sul nostro pianeta la vita umana e la vita in generale prima o poi finirà: è solo un fuoco di paglia; è solo uno stadio nel processo di decadenza del sistema solare; infatti, a un certo stadio di declino si sono verificate tutte quelle condizioni relative alla temperatura ed altre cose del genere necessarie alla formazione del protoplasma, cosicché la vita di cui parliamo durerà solo per un breve periodo della vita dell'intero sistema solare. Guardando la luna si può vedere ciò a cui tende la terra: qualcosa di morto, freddo e senza vita.

Mi si rimprovera che questo tipo di visione delle cose è deprimente e qualcuno vi dirà che, se ci credesse, non potrebbe più continuare a vivere. Non credetegli, sono tutte sciocchezze. A nessuno importa veramente di quello che accadrà da qui a milioni di anni, e anche chi pensasse di preoccuparsene davvero, in realtà ingannerebbe se stesso. L'uomo si preoccupa di cose molto più mondane, oppure il suo malessere è dovuto alla cattiva digestione; ma nessuno è reso veramente infelice al pensiero di quello che accadrà di qui a milioni e milioni di anni. Pertanto, nonostante sia indubbiamente deprimente presumere che la vita finirà (ammesso che si possa dire deprimente, dato che talvolta, quando osservo ciò che la gente fa della propria vita, arrivo a credere che sia consolante), non lo è abbastanza, comunque, da rendere infelice la nostra esistenza, semplicemente sposta l'attenzione su altre cose.

L'ARGOMENTO MORALE A SOSTEGNO DELL'ESISTENZA DI DIO

A questo punto ci troviamo di fronte allo stadio successivo di quello che definirò declino intellettuale delle teorie dei teistí, e quindi parleremo delle cosiddette tesi morali a sostegno dell'esistenza di Dio. Certamente tutti sapete che in passato esistevano tre argomenti a sostegno dell'esistenza di Dio, i quali erano stati tutti smantellati da Kant nella Critica della ragion pura; ma Kant si sbarazzò dei vecchi argomenti solo per inventarne uno nuovo, un argomento morale, del quale era pienamente convinto. Kant non differiva da molte altre persone: era scettico sul piano razionale, ma su quello morale, credeva fermamente agli stessi principi appresi in braccio alla madre. Questo dimostra ciò che gli psicanalisti mettono in chiara evidenza: l'influenza immensamente maggiore che hanno su di noi le associazioni di idee acquisite nell'infanzia rispetto a quelle dell'età più matura.

Come dicevo prima, Kant ideò una nuova tesi morale per dimostrare l'esistenza di Dio, e quest'ultima, in diverse versioni, fu estremamente popolare durante il XIX secolo. Ebbe tutti i tipi di versioni possibili: una è quella di dire che se non esistesse Dio non esisterebbe il giusto e l'ingiusto. Non mi importa di sapere se vi sia o meno differenza fra il giusto e l'ingiusto: quella è tutta un'altra questione. Ciò che è importante, invece, è che, se si è abbastanza sicuri del fatto che tale differenza vi sia, allora si è obbligati a chiedersi: tale differenza è dovuta a decreto divino oppure no? Se è dovuta al decreto divino, allora neanche per lo stesso Dio esiste differenza fra cosa è giusto e cosa è ingiusto, e inoltre non esiste più alcuna giustificazione plausibile che ci autorizzi ad affermare che Dio è buono. Se siete pronti ad affermare, come fanno i teologi, che Dio è buono, allora dovete anche affermare che il giusto e l'ingiusto sono in qualche modo indipendenti dal volere di Dio perché la volontà divina è buona, e non cattiva, indipendentemente dal fatto che gli appartenga. Se siete pronti ad affermarlo, allora dovrete anche dire che non è soltanto attraverso Dio che sono nati il giusto e l'ingiusto, ma semmai che essi sono, nella loro essenza, logicamente anteriori a Dio stesso. Senza dubbio, volendo, potreste affermare che è esistita una divinità superiore che ha dato istruzioni a Dio, il quale, a sua volta, ha creato questo mondo; oppure potreste anche seguire la linea seguita da alcuni eretici (tesi che io ho spesso ritenuto plausibile) e cioè che il mondo, così come noi lo conosciamo, in realtà è stato creato dal diavolo, mentre Dio era distratto. Ci sarebbero molte cose da dire a sostegno di tale ipotesi, e senz'altro io non mi preoccupo di confutarla.

L'ARGOMENTO DELLA RIPARAZIONE DELL'INGIUSTIZIA

Esiste un altro tipo di argomento morale molto singolare, mediante il quale si afferma che l'esistenza di Dio è necessaria per ristabilire la giustizia nel mondo. Nella parte dell'universo da noi conosciuto c'è molta ingiustizia, spesso i buoni soffrono, mentre i cattivi prosperano, ed è difficile decidere quale delle due cose sia la più fastidiosa; tuttavia affinché vi sia giustizia in tutto l'universo, bisogna presumere che vi sarà una vita futura dove verranno riassestati gli squilibri terreni, ed è per questo che si afferma che devono esserci Dio, il paradiso e l'inferno, perché così, alla fine, sarà fatta giustizia. Questa è una tesi davvero singolare. Se si guarda alla cosa dal punto di vista scientifico, si potrebbe anche dire che: «Dopo tutto, io conosco solo questo mondo. Non so niente riguardo al resto dell'universo, tuttavia per quel che ci è dato di vedere, si può affermare che, probabilmente, questo mondo costituisce un campione abbastanza fedele, e se qui non c'è giustizia, si presume che non ci sia neanche altrove». Supponete di avere una cassa di arance, e, una volta apertala, di scoprire che tutte quelle in cima sono sciupate, chiaramente non direte: «Quelle sotto devono essere per forza sane, per ristabilire l'equilibrio». Semmai, direte: «Probabilmente tutta la partita è cattiva»; e la stessa cosa farebbe una persona che ragionasse in maniera scientifica. Quest'ultima direbbe: «In questo mondo ci troviamo di fronte a una gran quantità di ingiustizia, e, per quel che ci è dato di vedere ce n'è quanto basta per farci supporre che in questo mondo non vige la giustizia; pertanto la presenza di tanta ingiustizia fornisce le basi per formulare una tesi contro la divinità di Dio piuttosto che a suo favore». Ovviamente sono consapevole del fatto che il tipo di dimostrazioni razionali di cui vi ho parlato non sono certamente quelle che spingono l'uomo a credere in Dio. In realtà, ciò che veramente spinge l'uomo a credere non sono certo argomentazioni razionali. La maggior parte delle persone crede in Dio perché gli è stato insegnato a farlo sin dalla prima infanzia, ed è questa la ragione principale.

Poi credo che un'altra potente ragione sia costituita dal desiderio di sicurezza, una sorta di esigenza che vi sia un grande fratello che vegli sopra di noi. E questo gioca un ruolo importantissimo nello spingere la gente a desiderare di credere in Dio.

IL CARATTERE DI CRISTO

Vorrei adesso dire qualcosa riguardo un argomento che spesso ritengo non sia sufficientemente approfondito da parte dei razionalisti, e cioè l'ipotesi che Cristo fosse il migliore e il più saggio di tutti gli uomini. Generalmente si dà per scontato che tutti siano d'accordo che lo fosse. Personalmente non lo sono. Sono convinto che vi siano molti punti sui quali mi trovo assai più d'accordo con Cristo io di molti di coloro che si professano cristiani. Non penso di poterlo sostenere fino in fondo, ma senz'altro posso farlo più della maggior parte di quanti si professano cristiani. Senz'altro ricorderete quando ha detto: «Non contrastare il male, anzi, a chi ti percuote su una guancia, porgi anche l'altra». Non si tratta di un precetto o di un principio originale. Era praticato da Lao-Tse o da Buddha circa 500 o 600 anni prima dell'avvento di Cristo, ma non è certo un principio che i cristiani accettano come un dato di fatto. Per esempio, non ho dubbi che l'attuale primo ministro sia un cristiano sincero, tuttavia non consiglierei a nessuno di andare da lui e di percuoterlo sulla guancia. Credo che chiunque lo facesse potrebbe scoprire a sue spese che questi dà alla massima un senso figurato.

C'è un altro punto che considero degno di rilievo. Vi ricorderete senz'altro di quando Cristo ha detto: «Non giudicate e non sarete giudicati». Non credo potreste vedere rispettato tale principio nelle corti giudiziarie dei paesi cristiani. Nella mia vita ho avuto modo di conoscere moltissimi giudici che erano profondamente cristiani e nessuno di loro riteneva di agire contro i principi cristiani. Cristo dice anche: «Dà a chiunque ti chiede; e a chi chiede del tuo non chiederlo indietro». Questo è un buon principio. Il vostro presidente vi ha ricordato che non siamo qui per parlare di politica, ma non posso fare a meno di rilevare che nelle ultime elezioni si è dibattuto su quanto fosse auspicabile deludere le aspettative di «chi chiede del tuo», cosicché si dovrebbe desumere che in questo paese il partito Liberale e quello Conservatore sono formati da persone che non sono d'accordo con gli insegnamenti di Cristo, visto che in quell'occasione hanno così palesemente deluso le aspettative di chi chiedeva del loro.

C'è poi un'altra massima che ritengo molto importante, ma che penso non sia molto popolare fra alcuni dei nostri amici cristiani. Cristo ha detto: «Se vuoi essere perfetto, va' e vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri». E’ un ottimo principio, ma, come ho detto prima, non è molto praticato. Penso che tutte queste siano delle ottime massime, anche se è molto difficile rispettarle. lo non mi professo come uno che vive nel loro rispetto, ma dopotutto non mi professo nemmeno cristiano.

DIFETTI NEGLI INSEGNAMENTI DI CRISTO

Appurata la saggezza delle massime sopraccitate, prendo ora in esame alcuni punti in cui non credo che si possa dare per scontata la sovrumana saggezza e la sovrumana bontà di Cristo, così come viene descritto nel Vangelo. La questione storica non c'entra affatto; è già di per sé difficile infatti dimostrare che Cristo sia esistito dal punto di vista storico, e se anche fosse possibile farlo, non sapremmo comunque nulla di lui; quindi non farò riferimento alla questione storica, visto che è molto complessa. Mi preme analizzare Cristo, così come viene descritto nel Vangelo, considerando il Vangelo un semplice racconto nel quale si possono trovare delle cose che non sono molto sagge. Prima di tutto il fatto che egli credeva che la sua seconda venuta sulla terra si sarebbe avverata fra nubi di gloria prima della morte di coloro che erano vivi a quel tempo. Ci sono moltissimi passi che lo dimostrano. Per esempio, egli dice: «Non avrete visitato la terra di Israele, prima che sia giunto il Figlio dell'uomo». Poi dice: «Ci sono alcuni fra noi che non conosceranno il sapore della morte, finché il Figlio dell'Uomo non giungerà nel suo regno»; ci sono molti passi da cui risulta chiaro come egli pensasse che la sua seconda venuta si sarebbe verificata mentre alcuni di loro erano ancora in vita. Di questo erano convinti molti dei suoi primi seguaci, e questo era alla base di molti dei suoi insegnamenti. Quando diceva cose come: «Non preoccupatevi del domani», lo diceva soprattutto perché credeva che la sua seconda venuta si sarebbe verificata molto presto e che gli affanni quotidiani non avevano alcun peso. In effetti ho conosciuto molti cristiani che credevano che la seconda venuta di Cristo fosse molto imminente. Conobbi un pastore che terrorizzava i suoi parrocchiani dicendo loro che la seconda venuta era davvero imminente, ma essi si tranquillizzarono quando scoprirono che piantava alberi nel suo giardino. I primi cristiani ci credevano veramente, e quindi si astenevano dal fare cose come piantare alberi nei propri giardini, poiché avevano tratto da Cristo la convinzione che la seconda venuta era imminente. E’ chiaro che sotto questo aspetto non è stato così saggio come lo possono essere stati altri uomini, pertanto non fu sicuramente molto saggio.

LA QUESTIONE MORALE

Eccoci dunque alle questioni morali. A mio parere, un difetto molto grave della moralità di Cristo è il fatto che egli credesse nell'inferno. Personalmente non ritengo che nessuna persona profondamente umana possa credere nella punizione eterna. Da quanto emerge dal Vangelo, è chiaro che Cristo vi credesse, e ci si trova più volte di fronte a una furia vendicativa contro tutti coloro che non davano ascolto ai suoi insegnamenti (atteggiamento peraltro tipico dei predicatori, ma che comunque sminuisce la sua straordinaria superiorità). Per esempio tale atteggiamento non si riscontra in Socrate, che era assai mite e cortese nei confronti delle persone che non gli prestavano ascolto; secondo me, si addice molto di più a un saggio tenere un comportamento simile a quello di Socrate, piuttosto che lasciarsi trasportare dall'ira. Probabilmente tutti ricorderete le parole che Socrate ha detto in punto di morte, e tutto ciò che in genere diceva a coloro che non erano d'accordo con lui.

Nel Vangelo è scritto che Cristo ha detto: «Oh serpenti, progenie di vipere, come potrete sfuggire alla dannazione dell'inferno?». Erano queste le parole rivolte a coloro che non gradivano le sue prediche. A mio parere questo non è certo il più gentile dei toni, e di questi passaggi relativi all'inferno ve ne sono molti altri. Uno di questi è il popolarissimo passo sul peccato contro lo Spirito Santo: «Chiunque abbia parlato contro lo Spirito Santo, non riceverà il perdono né in questo mondo, né in quello a venire». Questo versetto ha causato un'indicibile quantità di sofferenza nel mondo, visto che moltissime persone hanno creduto di aver commesso peccato contro lo Spirito Santo, e che quindi non sarebbero state perdonate né in questo mondo, né in quello a venire. Sono convinto che qualsiasi persona dotata di un minimo di bontà, non provocherebbe tanta inquietudine e terrore nel mondo.

Poi dice: «Il Figlio dell'Uomo invierà i suoi angeli, e radunerà fuori dal suo regno tutte le cose che lo hanno offeso, e coloro che hanno commesso delle ingiustizie, le getterà in una fornace di fuoco, e vi sarà pianto e stridor di denti»; e poi continua con la descrizione del pianto e dello stridor di denti. E la cosa si ripete un verso dopo l'altro, e per il lettore è chiaro che c'è un certo piacere nella contemplazione di tale pianto e stridor di denti, altrimenti non si ripeterebbe così spesso. Poi tutti senz'altro ricordano la parabola delle pecore e delle capre, e di come, al momento della sua seconda venuta, egli dividerà le pecore dalle capre, e dirà alle capre: «Via da me, maledette, via nel fuoco eterno». E continua: «E queste sono destinate al fuoco eterno». Poi dice ancora: «Se la tua mano ti fa peccare, tagliala; è meglio per te entrare mutilato nel regno dei cieli, che avere entrambe le mani e finire all'inferno, nel fuoco eterno, dove i vili non muoiono e il fuoco giammai si placa». E anche questo lo ripete più e più volte. Devo dire che questa dottrina dell'inferno e della punizione eterna mi sembra piuttosto una dottrina di crudeltà, una dottrina che ha introdotto la crudeltà nel mondo, e ha dato al mondo generazioni e generazioni di crudeli torture; e il Cristo del Vangelo, se credete a ciò che di lui raccontano gli apostoli, deve essere in parte responsabile di tutto ciò.

Vi sono anche altri elementi di minore importanza. Per esempio c'è l'episodio dei maiali di Gadara, quando non fu certamente gentile nei confronti dei maiali, trasferendo i demoni nei loro corpi per poi farli precipitare in mare. Non dovete dimenticare che Cristo era onnipotente, e che avrebbe potuto semplicemente scacciare i demoni; ma invece scelse di trasferirli nel corpo dei maiali. Poi c'è il curioso episodio dell'albero di fichi, che mi lascia sempre alquanto perplesso. Ricorderete cosa accadde all'albero di fichi. «Era affamato, e più avanti vide un albero di fichi che aveva le foglie; ma quando vi fu vicino, non trovò altro che foglie, poiché non era ancora stagione per i fichi, così Gesù rivolgendosi all'albero disse: "Nessuno raccoglierà mai più frutti da te" ... e Pietro... gli disse: "Maestro, sappi che l'albero che tu hai maledetto si è seccato".» Questo è un episodio molto curioso, perché, non essendo la stagione dei fichi, non si sarebbe davvero dovuto dare la colpa all'albero. Non riesco davvero a convincermi che, in quanto a virtù e saggezza, Gesù raggiunga le vette toccate da altri personaggi della storia. Penso che, sotto questo aspetto, Socrate e Buddha siano superiori a lui.

IL FATTORE EMOTIVO

Come ho detto prima, non credo che le vere ragioni per cui gli uomini accettano la religione abbiano nulla a che fare con le argomentazioni. Gli uomini credono sulla base di fattori emotivi. Spesso si dice che attaccare la religione è una cosa molto negativa, perché la religione rende gli uomini virtuosi. Cosi mi dicono, ma io non me ne sono accorto. Conoscete senz'altro la parodia che Samuel Butler ha fatto di questa tesi nel suo libro Erewhon revisited. Come tutti sanno in Erewhon c'è un certo Higgs che giunge in una terra lontana, e, dopo avervi trascorso un po' di tempo, fugge via su di un pallone aerostatico. Vent'anni dopo ritorna in quel paese e trova una nuova religione, nella quale egli stesso viene adorato sotto il nome di «Figlio del Sole», e si racconta che sia asceso in paradiso. Viene poi a sapere che sta per essere celebrata la Festa dell'Ascensione; e sente i professori Hanky e Panky che, parlando fra loro, dicono di non aver mai visto Higgs di persona, e che sperano di non vederlo mai. Higgs, molto indignato, si avvicina loro dicendo: «Svelerò questo imbroglio, e dirò alla gente di Erewhon che ciò che adorano sono io, Higgs, nient'altro che un uomo che se n'è andato su un pallone aerostatico». Ed essi gli dicono: «Non devi farlo, perché tutti i valori morali di questo paese si fondano sul mito di Higgs, e se si sapesse che non sei salito al cielo, la gente diverrebbe cattiva»; e così Higgs, persuasosi, se ne va senza dire nulla.

L'idea è proprio questa: se non ci attenessimo alla religione cristiana, diverremmo tutti malvagi. Invece a me sembra che la maggior parte di coloro che vi si sono attenuti sia stata estremamente malvagia. Ci si rende conto di un fatto curioso: tanto più intensi e profondi sono stati la religione e il dogma, quanto più grande è stata la crudeltà e quanto peggiore lo stato delle cose.

Nella cosiddetta «età della fede», quando gli uomini credevano profondamente nella religione e tutto ciò che essa comportava, c'era l'Inquisizione con le sue torture; c'erano migliaia di donne sfortunate condannate al rogo come streghe; e si praticava ogni sorta di crudeltà su ogni sorta di persone nel nome della religione.

Se vi guardate attorno, vi renderete conto che ogni più piccolo progresso nei sentimenti umani, ogni miglioramento nelle leggi contro i crimini, o verso la diminuzione delle guerre, ogni passo avanti per migliorare il trattamento riservato alle razze diverse da quella bianca, ogni attenuazione della schiavitù, qualsiasi progresso morale che ci sia stato nel mondo, insomma, è stato perennemente ostacolato dalle Chiese organizzate del mondo. Io dichiaro fermissimamente che la religione cristiana, cosi com'è organizzata con le sue Chiese, è stata ed è uno dei principali nemici del progresso nel mondo.

COME LE CHIESE HANNO RITARDATO IL PROGRESSO

Quando affermo che ancora adesso è così, potreste pensare che io esageri. Io credo di no. Prendete, ad esempio, un fatto sul quale sarete d'accordo con me. Non è affatto piacevole parlarne, ma purtroppo la Chiesa ci costringe a parlare di cose spiacevoli. Supponete che al mondo d'oggi una ragazza senza esperienza sposi un uomo affetto da sifilide, in questo caso la Chiesa cattolica direbbe: «Questo è un sacramento indissolubile. Dovete restare uniti per tutta la vita», e non si dovrebbe prendere alcuna precauzione per far sì che la donna non dia alla luce bambini sifilitici. Ecco cosa dice la Chiesa cattolica. Io asserisco che questa è un'atroce crudeltà, e nessuno, neanche coloro il cui naturale senso di compassione sia stato distorto dal dogma, o la cui natura rimanga del tutto impassibile di fronte alle sofferenze altrui, nessuno potrebbe sostenere che sia legittimo e giusto che questo stato di cose continui.

Questo non è che un esempio. Ci sono un'infinità di modi in cui a tutt'oggi la Chiesa infligge a ogni sorta di persone inutili e immeritate sofferenze, in nome di ciò che ha deciso di chiamare morale. E come sappiamo tutti molto bene, nella maggior parte dei casi la Chiesa oppone una tenace resistenza verso ogni tipo di progresso capace di alleviare le sofferenze umane, perché ha deciso di etichettare come morali delle regole di condotta che non hanno nulla a che fare con la felicità umana; e anzi, quando si afferma che si dovrebbe fare questa o quella cosa, perché contribuirebbe alla felicità umana, la Chiesa sostiene il contrario. «Cos'ha a che fare la morale con la felicità umana? Il fine della morale non è quello di rendere felice la gente, ma di renderla adatta al paradiso.» Certamente non li rende adatti a questo mondo.

LA PAURA COME FONDAMENTO DELLA RELIGIONE

Credo che la religione si fondi soprattutto sulla paura. In parte è il terrore dell'ignoto, e in parte, come ho già detto, è il desiderio di sentirsi protetti da una specie di fratello maggiore che rimane a fianco di ognuno in qualunque dubbio o problema. La paura è alla base di tutto - paura del mistero, della sconfitta, della morte. La paura genera la crudeltà, e quindi non bisogna stupirsi del fatto che la crudeltà e la religione abbiano camminato mano nella mano. Ciò è accaduto perché la paura è alla base di entrambe le cose. In questo mondo possiamo adesso cominciare a capire alcune cose, cose su cui riusciamo ad avere un minimo di potere mediante l'aiuto della scienza, la quale passo dopo passo è riuscita a farsi strada lottando contro la religione cristiana, le Chiese, e contro l'opposizione di vecchi pregiudizi. La scienza può aiutarci a superare il vile timore in cui l'umanità ha vissuto per generazioni e generazioni. La scienza, così come lo può il nostro cuore, può insegnarci a smettere di cercare un sostegno ideale, a non inventarsi più alleati celesti, ma piuttosto a far sì che i nostri sforzi qui, su questa terra, siano tali da farne un luogo ove sia possibile vivere, invece del luogo che le Chiese hanno voluto che fosse nel corso di tutti questi secoli.

COSA DOBBIAMO FARE

Vogliamo reggerci in piedi da soli, e guardare il mondo in lungo e in largo, vederne le cose positive e quelle negative, le bellezze e le brutture; accettarlo cosi com'è, senza averne timore. Conquistare il mondo mediante la ragione, non mediante la servile soggezione alla paura che la realtà può far nascere in noi. Il concetto che abbiamo di Dio deriva dal vecchio concetto orientale di dispotismo, ed è un concetto del tutto indegno di uomini liberi. Quando in chiesa si assiste all'autodenigrazione di persone che affermano di essere miseri peccatori e tutto il resto, si assiste a uno spettacolo umiliante e indegno di esseri umani che si rispettino. Dovremmo avere il coraggio di alzarci in piedi e di guardare francamente in faccia la realtà. Dovremmo fare del mondo il migliore dei mondi possibili, e se anche non arrivasse a essere così bello come avremmo desiderato che fosse, sarebbe comunque migliore di quello che hanno modellato gli altri in tutti questi secoli.

Un buon mondo ha bisogno di conoscenza, gentilezza e coraggio; non ha bisogno di un attaccamento al passato pieno di rimpianto, o di incatenare il libero pensiero con delle parole pronunciate molto tempo fa da uomini privi di cultura. Ha bisogno di un'intrepida prospettiva e di libero pensiero. Ha bisogno di speranza per il futuro, e non di voltarsi continuamente indietro verso un passato che è morto, che siamo sicuri che verrà di gran lunga superato dal futuro che la nostra intelligenza saprà creare.

Fonti: Russell - Dio e la religione - Ediz. Newton


Bertrand Russell
1872 - 1970

W h y   I   A m   N o t   A   C h r i s t i a n
( 1 9 2 7 )

  http://www.fh-augsburg.de/~harsch/anglica/Chronology/20thC/Russell/rus_nchr.html   
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Introductory note: Russell delivered this lecture on March 6, 1927 to the National Secular Society, South London Branch, at Battersea Town Hall. The essay was published in pamphlet form in that same year. This electronic edition of "Why I Am Not a Christian" was first made available by Bruce MacLeod on his "Watchful Eye Russell Page." It was newly corrected (from Edwards, NY 1957) in July 1996 by John R. Lenz for the Bertrand Russell Society.
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      As your Chairman has told you, the subject about which I am going to speak to you tonight is "Why I Am Not a Christian." Perhaps it would be as well, first of all, to try to make out what one means by the word Christian. It is used these days in a very loose sense by a great many people. Some people mean no more by it than a person who attempts to live a good life. In that sense I suppose there would be Christians in all sects and creeds; but I do not think that that is the proper sense of the word, if only because it would imply that all the people who are not Christians - all the Buddhists, Confucians, Mohammedans, and so on - are not trying to live a good life. I do not mean by a Christian any person who tries to live decently according to his lights. I think that you must have a certain amount of definite belief before you have a right to call yourself a Christian. The word does not have quite such a full-blooded meaning now as it had in the times of St. Augustine and St. Thomas Aquinas. In those days, if a man said that he was a Christian it was known what he meant. You accepted a whole collection of creeds which were set out with great precision, and every single syllable of those creeds you believed with the whole strength of your convictions.


What Is a Christian?

      Nowadays it is not quite that. We have to be a little more vague in our meaning of Christianity. I think, however, that there are two different items which are quite essential to anybody calling himself a Christian. The first is one of a dogmatic nature - namely, that you must believe in God and immortality. If you do not believe in those two things, I do not think that you can properly call yourself a Christian. Then, further than that, as the name implies, you must have some kind of belief about Christ. The Mohammedans, for instance, also believe in God and in immortality, and yet they would not call themselves Christians. I think you must have at the very lowest the belief that Christ was, if not divine, at least the best and wisest of men. If you are not going to believe that much about Christ, I do not think you have any right to call yourself a Christian. Of course, there is another sense, which you find in Whitaker's Almanack and in geography books, where the population of the world is said to be divided into Christians, Mohammedans, Buddhists, fetish worshipers, and so on; and in that sense we are all Christians. The geography books count us all in, but that is a purely geographical sense, which I suppose we can ignore.Therefore I take it that when I tell you why I am not a Christian I have to tell you two different things: first, why I do not believe in God and in immortality; and, secondly, why I do not think that Christ was the best and wisest of men, although I grant him a very high degree of moral goodness.

      But for the successful efforts of unbelievers in the past, I could not take so elastic a definition of Christianity as that. As I said before, in olden days it had a much more full-blooded sense. For instance, it included he belief in hell. Belief in eternal hell-fire was an essential item of Christian belief until pretty recent times. In this country, as you know, it ceased to be an essential item because of a decision of the Privy Council, and from that decision the Archbishop of Canterbury and the Archbishop of York dissented; but in this country our religion is settled by Act of Parliament, and therefore the Privy Council was able to override their Graces and hell was no longer necessary to a Christian. Consequently I shall not insist that a Christian must believe in hell.


The Existence of God

      To come to this question of the existence of God: it is a large and serious question, and if I were to attempt to deal with it in any adequate manner I should have to keep you here until Kingdom Come, so that you will have to excuse me if I deal with it in a somewhat summary fashion. You know, of course, that the Catholic Church has laid it down as a dogma that the existence of God can be proved by the unaided reason. That is a somewhat curious dogma, but it is one of their dogmas. They had to introduce it because at one time the freethinkers adopted the habit of saying that there were such and such arguments which mere reason might urge against the existence of God, but of course they knew as a matter of faith that God did exist. The arguments and the reasons were set out at great length, and the Catholic Church felt that they must stop it. Therefore they laid it down that the existence of God can be proved by the unaided reason and they had to set up what they considered were arguments to prove it. There are, of course, a number of them, but I shall take only a few.


The First-cause Argument

      Perhaps the simplest and easiest to understand is the argument of the First Cause. (It is maintained that everything we see in this world has a cause, and as you go back in the chain of causes further and further you must come to a First Cause, and to that First Cause you give the name of God.) That argument, I suppose, does not carry very much weight nowadays, because, in the first place, cause is not quite what it used to be. The philosophers and the men of science have got going on cause, and it has not anything like the vitality it used to have; but, apart from that, you can see that the argument that there must be a First Cause is one that cannot have any validity. I may say that when I was a young man and was debating these questions very seriously in my mind, I for a long time accepted the argument of the First Cause, until one day, at the age of eighteen, I read John Stuart Mill's Autobiography, and I there found this sentence: "My father taught me that the question 'Who made me?' cannot be answered, since it immediately suggests the further question `Who made god?'" That very simple sentence showed me, as I still think, the fallacy in the argument of the First Cause. If everything must have a cause, then God must have a cause. If there can be anything without a cause, it may just as well be the world as God, so that there cannot be any validity in that argument. It is exactly of the same nature as the Hindu's view, that the world rested upon an elephant and the elephant rested upon a tortoise; and when they said, "How about the tortoise?" the Indian said, "Suppose we change the subject." The argument is really no better than that. There is no reason why the world could not have come into being without a cause; nor, on the other hand, is there any reason why it should not have always existed. There is no reason to suppose that the world had a beginning at all. The idea that things must have a beginning is really due to the poverty of our imagination. Therefore, perhaps, I need not waste any more time upon the argument about the First Cause.


The Natural-law Argument

      Then there is a very common argument from natural law. That was a favorite argument all through the eighteenth century, especially under the influence of Sir Isaac Newton and his cosmogony. People observed the planets going around the sun according to the law of gravitation, and they thought that God had given a behest to these planets to move in that particular fashion, and that was why they did so. That was, of course, a convenient and simple explanation that saved them the trouble of looking any further for explanations of the law of gravitation. Nowadays we explain the law of gravitation in a somewhat complicated fashion that Einstein has introduced. I do not propose to give you a lecture on the law of gravitation, as interpreted by Einstein, because that again would take some time; at any rate, you no longer have the sort of natural law that you had in the Newtonian system, where, for some reason that nobody could understand, nature behaved in a uniform fashion. We now find that a great many things we thought were natural laws are really human conventions. You know that even in the remotest depths of stellar space there are still three feet to a yard. That is, no doubt, a very remarkable fact, but you would hardly call it a law of nature. And a great many things that have been regarded as laws of nature are of that kind. On the other hand, where you can get down to any knowledge of what atoms actually do, you will find they are much less subject to law than people thought, and that the laws at which you arrive are statistical averages of just the sort that would emerge from chance. There is, as we all know, a law that if you throw dice you will get double sixes only about once in thirty-six times, and we do not regard that as evidence that the fall of the dice is regulated by design; on the contrary, if the double sixes came every time we should think that there was design. The laws of nature are of that sort as regards a great many of them. They are statistical averages such as would emerge from the laws of chance; and that makes this whole business of natural law much less impressive than it formerly was. Quite apart from that, which represents the momentary state of science that may change tomorrow, the whole idea that natural laws imply a lawgiver is due to a confusion between natural and human laws. Human laws are behests commanding you to behave a certain way, in which you may choose to behave, or you may choose not to behave; but natural laws are a description of how things do in fact behave, and being a mere description of what they in fact do, you cannot argue that there must be somebody who told them to do that, because even supposing that there were, you are then faced with the question "Why did God issue just those natural laws and no others?" If you say that he did it simply from his own good pleasure, and without any reason, you then find that there is something which is not subject to law, and so your train of natural law is interrupted. If you say, as more orthodox theologians do, that in all the laws which God issues he had a reason for giving those laws rather than others - the reason, of course, being to create the best universe, although you would never think it to look at it - if there were a reason for the laws which God gave, then God himself was subject to law, and therefore you do not get any advantage by introducing God as an intermediary. You really have a law outside and anterior to the divine edicts, and God does not serve your purpose, because he is not the ultimate lawgiver. In short, this whole argument about natural law no longer has anything like the strength that it used to have. I am traveling on in time in my review of the arguments. The arguments that are used for the existence of God change their character as time goes on. They were at first hard intellectual arguments embodying certain quite definite fallacies. As we come to modern times they become less respectable intellectually and more and more affected by a kind of moralizing vagueness.


The Argument from Design

      The next step in the process brings us to the argument from design. You all know the argument from design: everything in the world is made just so that we can manage to live in the world, and if the world was ever so little different, we could not manage to live in it. That is the argument from design. It sometimes takes a rather curious form; for instance, it is argued that rabbits have white tails in order to be easy to shoot. I do not know how rabbits would view that application. It is an easy argument to parody. You all know Voltaire's remark, that obviously the nose was designed to be such as to fit spectacles. That sort of parody has turned out to be not nearly so wide of the mark as it might have seemed in the eighteenth century, because since the time of Darwin we understand much better why living creatures are adapted to their environment. It is not that their environment was made to be suitable to them but that they grew to be suitable to it, and that is the basis of adaptation. There is no evidence of design about it.

      When you come to look into this argument from design, it is a most astonishing thing that people can believe that this world, with all the things that are in it, with all its defects, should be the best that omnipotence and omniscience have been able to produce in millions of years. I really cannot believe it. Do you think that, if you were granted omnipotence and omniscience and millions of years in which to perfect your world, you could produce nothing better than the Ku Klux Klan or the Fascists? Moreover, if you accept the ordinary laws of science, you have to suppose that human life and life in general on this planet will die out in due course: it is a stage in the decay of the solar system; at a certain stage of decay you get the sort of conditions of temperature and so forth which are suitable to protoplasm, and there is life for a short time in the life of the whole solar system. You see in the moon the sort of thing to which the earth is tending - something dead, cold, and lifeless.

      I am told that that sort of view is depressing, and people will sometimes tell you that if they believed that, they would not be able to go on living. Do not believe it; it is all nonsense. Nobody really worries about much about what is going to happen millions of years hence. Even if they think they are worrying much about that, they are really deceiving themselves. They are worried about something much more mundane, or it may merely be a bad digestion; but nobody is really seriously rendered unhappy by the thought of something that is going to happen to this world millions and millions of years hence. Therefore, although it is of course a gloomy view to suppose that life will die out - at least I suppose we may say so, although sometimes when I contemplate the things that people do with their lives I think it is almost a consolation - it is not such as to render life miserable. It merely makes you turn your attention to other things.


The Moral Arguments for Deity

      Now we reach one stage further in what I shall call the intellectual descent that the Theists have made in their argumentations, and we come to what are called the moral arguments for the existence of God. You all know, of course, that there used to be in the old days three intellectual arguments for the existence of God, all of which were disposed of by Immanuel Kant in the Critique of Pure Reason; but no sooner had he disposed of those arguments than he invented a new one, a moral argument, and that quite convinced him. He was like many people: in intellectual matters he was skeptical, but in moral matters he believed implicitly in the maxims that he had imbibed at his mother's knee. That illustrates what the psychoanalysts so much emphasize - the immensely stronger hold upon us that our very early associations have than those of later times.

      Kant, as I say, invented a new moral argument for the existence of God, and that in varying forms was extremely popular during the nineteenth century. It has all sorts of forms. One form is to say there would be no right or wrong unless God existed. I am not for the moment concerned with whether there is a difference between right and wrong, or whether there is not: that is another question. The point I am concerned with is that, if you are quite sure there is a difference between right and wrong, then you are in this situation: Is that difference due to God's fiat or is it not? If it is due to God's fiat, then for God himself there is no difference between right and wrong, and it is no longer a significant statement to say that God is good. If you are going to say, as theologians do, that God is good, you must then say that right and wrong have some meaning which is independent of God's fiat, because God's fiats are good and not bad independently of the mere fact that he made them. If you are going to say that, you will then have to say that it is not only through God that right and wrong came into being, but that they are in their essence logically anterior to God. You could, of course, if you liked, say that there was a superior deity who gave orders to the God that made this world, or could take up the line that some of the gnostics took up - a line which I often thought was a very plausible one - that as a matter of fact this world that we know was made by the devil at a moment when God was not looking. There is a good deal to be said for that, and I am not concerned to refute it.


The Argument for the Remedying of Injustice

      Then there is another very curious form of moral argument, which is this: they say that the existence of God is required in order to bring justice into the world. In the part of this universe that we know there is great injustice, and often the good suffer, and often the wicked prosper, and one hardly knows which of those is the more annoying; but if you are going to have justice in the universe as a whole you have to suppose a future life to redress the balance of life here on earth. So they say that there must be a God, and there must be Heaven and Hell in order that in the long run there may be justice. That is a very curious argument. If you looked at the matter from a scientific point of view, you would say, "After all, I only know this world. I do not know about the rest of the universe, but so far as one can argue at all on probabilities one would say that probably this world is a fair sample, and if there is injustice here the odds are that there is injustice elsewhere also." Supposing you got a crate of oranges that you opened, and you found all the top layer of oranges bad, you would not argue, "The underneath ones must be good, so as to redress the balance." You would say, "Probably the whole lot is a bad consignment"; and that is really what a scientific person would argue about the universe. He would say, "Here we find in this world a great deal of injustice, and so far as that goes that is a reason for supposing that justice does not rule in the world; and therefore so far as it goes it affords a moral argument against deity and not in favor of one." Of course I know that the sort of intellectual arguments that I have been talking to you about are not what really moves people. What really moves people to believe in God is not any intellectual argument at all. Most people believe in God because they have been taught from early infancy to do it, and that is the main reason.

      Then I think that the next most powerful reason is the wish for safety, a sort of feeling that there is a big brother who will look after you. That plays a very profound part in influencing people's desire for a belief in God.


The Character of Christ

      I now want to say a few words upon a topic which I often think is not quite sufficiently dealt with by Rationalists, and that is the question whether Christ was the best and the wisest of men. It is generally taken for granted that we should all agree that that was so. I do not myself. I think that there are a good many points upon which I agree with Christ a great deal more than the professing Christians do. I do not know that I could go with Him all the way, but I could go with Him much further than most professing Christians can. You will remember that He said, "Resist not evil: but whosoever shall smite thee on thy right cheek, turn to him the other also." That is not a new precept or a new principle. It was used by Lao-tse and Buddha some 500 or 600 years before Christ, but it is not a principle which as a matter of fact Christians accept. I have no doubt that the present prime minister [Stanley Baldwin], for instance, is a most sincere Christian, but I should not advise any of you to go and smite him on one cheek. I think you might find that he thought this text was intended in a figurative sense.

      Then there is another point which I consider excellent. You will remember that Christ said, "Judge not lest ye be judged." That principle I do not think you would find was popular in the law courts of Christian countries. I have known in my time quite a number of judges who were very earnest Christians, and none of them felt that they were acting contrary to Christian principles in what they did. Then Christ says, "Give to him that asketh of thee, and from him that would borrow of thee turn not thou away." That is a very good principle. Your Chairman has reminded you that we are not here to talk politics, but I cannot help observing that the last general election was fought on the question of how desirable it was to turn away from him that would borrow of thee, so that one must assume that the Liberals and Conservatives of this country are composed of people who do not agree with the teaching of Christ, because they certainly did very emphatically turn away on that occasion.

      Then there is one other maxim of Christ which I think has a great deal in it, but I do not find that it is very popular among some of our Christian friends. He says, "If thou wilt be perfect, go and sell that which thou hast, and give to the poor." That is a very excellent maxim, but, as I say, it is not much practised. All these, I think, are good maxims, although they are a little difficult to live up to. I do not profess to live up to them myself; but then, after all, it is not quite the same thing as for a Christian.


Defects in Christ's Teaching

      Having granted the excellence of these maxims, I come to certain points in which I do not believe that one can grant either the superlative wisdom or the superlative goodness of Christ as depicted in the Gospels; and here I may say that one is not concerned with the historical question. Historically it is quite doubtful whether Christ ever existed at all, and if He did we do not know anything about him, so that I am not concerned with the historical question, which is a very difficult one. I am concerned with Christ as He appears in the Gospels, taking the Gospel narrative as it stands, and there one does find some things that do not seem to be very wise. For one thing, he certainly thought that His second coming would occur in clouds of glory before the death of all the people who were living at that time. There are a great many texts that prove that. He says, for instance, "Ye shall not have gone over the cities of Israel till the Son of Man be come." Then he says, "There are some standing here which shall not taste death till the Son of Man comes into His kingdom"; and there are a lot of places where it is quite clear that He believed that His second coming would happen during the lifetime of many then living. That was the belief of His earlier followers, and it was the basis of a good deal of His moral teaching. When He said, "Take no thought for the morrow," and things of that sort, it was very largely because He thought that the second coming was going to be very soon, and that all ordinary mundane affairs did not count. I have, as a matter of fact, known some Christians who did believe that the second coming was imminent. I knew a parson who frightened his congregation terribly by telling them that the second coming was very imminent indeed, but they were much consoled when they found that he was planting trees in his garden. The early Christians did really believe it, and they did abstain from such things as planting trees in their gardens, because they did accept from Christ the belief that the second coming was imminent. In that respect, clearly He was not so wise as some other people have been, and He was certainly not superlatively wise.


The Moral Problem

      Then you come to moral questions. There is one very serious defect to my mind in Christ's moral character, and that is that He believed in hell. I do not myself feel that any person who is really profoundly humane can believe in everlasting punishment. Christ certainly as depicted in the Gospels did believe in everlasting punishment, and one does find repeatedly a vindictive fury against those people who would not listen to His preaching - an attitude which is not uncommon with preachers, but which does somewhat detract from superlative excellence. You do not, for instance find that attitude in Socrates. You find him quite bland and urbane toward the people who would not listen to him; and it is, to my mind, far more worthy of a sage to take that line than to take the line of indignation. You probably all remember the sorts of things that Socrates was saying when he was dying, and the sort of things that he generally did say to people who did not agree with him.

      You will find that in the Gospels Christ said, "Ye serpents, ye generation of vipers, how can ye escape the damnation of Hell." That was said to people who did not like His preaching. It is not really to my mind quite the best tone, and there are a great many of these things about Hell. There is, of course, the familiar text about the sin against the Holy Ghost: "Whosoever speaketh against the Holy Ghost it shall not be forgiven him neither in this World nor in the world to come." That text has caused an unspeakable amount of misery in the world, for all sorts of people have imagined that they have committed the sin against the Holy Ghost, and thought that it would not be forgiven them either in this world or in the world to come. I really do not think that a person with a proper degree of kindliness in his nature would have put fears and terrors of that sort into the world.

      Then Christ says, "The Son of Man shall send forth his His angels, and they shall gather out of His kingdom all things that offend, and them which do iniquity, and shall cast them into a furnace of fire; there shall be wailing and gnashing of teeth"; and He goes on about the wailing and gnashing of teeth. It comes in one verse after another, and it is quite manifest to the reader that there is a certain pleasure in contemplating wailing and gnashing of teeth, or else it would not occur so often. Then you all, of course, remember about the sheep and the goats; how at the second coming He is going to divide the sheep from the goats, and He is going to say to the goats, "Depart from me, ye cursed, into everlasting fire." He continues, "And these shall go away into everlasting fire." Then He says again, "If thy hand offend thee, cut it off; it is better for thee to enter into life maimed, than having two hands to go into Hell, into the fire that never shall be quenched; where the worm dieth not and the fire is not quenched." He repeats that again and again also. I must say that I think all this doctrine, that hell-fire is a punishment for sin, is a doctrine of cruelty. It is a doctrine that put cruelty into the world and gave the world generations of cruel torture; and the Christ of the Gospels, if you could take Him asHis chroniclers represent Him, would certainly have to be considered partly responsible for that.

      There are other things of less importance. There is the instance of the Gadarene swine, where it certainly was not very kind to the pigs to put the devils into them and make them rush down the hill into the sea. You must remember that He was omnipotent, and He could have made the devils simply go away; but He chose to send them into the pigs. Then there is the curious story of the fig tree, which always rather puzzled me. You remember what happened about the fig tree. "He was hungry; and seeing a fig tree afar off having leaves, He came if haply He might find anything thereon; and when He came to it He found nothing but leaves, for the time of figs was not yet. And Jesus answered and said unto it: 'No man eat fruit of thee hereafter for ever' . . . and Peter . . . saith unto Him: 'Master, behold the fig tree which thou cursedst is withered away.'" This is a very curious story, because it was not the right time of year for figs, and you really could not blame the tree. I cannot myself feel that either in the matter of wisdom or in the matter of virtue Christ stands quite as high as some other people known to history. I think I should put Buddha and Socrates above Him in those respects.


The Emotional Factor

      As I said before, I do not think that the real reason why people accept religion has anything to do with argumentation. They accept religion on emotional grounds. One is often told that it is a very wrong thing to attack religion, because religion makes men virtuous. So I am told; I have not noticed it. You know, of course, the parody of that argument in Samuel Butler's book, Erewhon Revisited. You will remember that in Erewhon there is a certain Higgs who arrives in a remote country, and after spending some time there he escapes from that country in a balloon. Twenty years later he comes back to that country and finds a new religion in which he is worshiped under the name of the "Sun Child," and it is said that he ascended into heaven. He finds that the Feast of the Ascension is about to be celebrated, and he hears Professors Hanky and Panky say to each other that they never set eyes on the man Higgs, and they hope they never will; but they are the high priests of the religion of the Sun Child. He is very indignant, and he comes up to them, and he says, "I am going to expose all this humbug and tell the people of Erewhon that it was only I, the man Higgs, and I went up in a balloon." He was told, "You must not do that, because all the morals of this country are bound round this myth, and if they once know that you did not ascend into Heaven they will all become wicked"; and so he is persuaded of that and he goes quietly away.

      That is the idea - that we should all be wicked if we did not hold to the Christian religion. It seems to me that the people who have held to it have been for the most part extremely wicked. You find this curious fact, that the more intense has been the religion of any period and the more profound has been the dogmatic belief, the greater has been the cruelty and the worse has been the state of affairs. In the so-called ages of faith, when men really did believe the Christian religion in all its completeness, there was the Inquisition, with all its tortures; there were millions of unfortunate women burned as witches; and there was every kind of cruelty practiced upon all sorts of people in the name of religion.

      You find as you look around the world that every single bit of progress in humane feeling, every improvement in the criminal law, every step toward the diminution of war, every step toward better treatment of the colored races, or every mitigation of slavery, every moral progress that there has been in the world, has been consistently opposed by the organized churches of the world. I say quite deliberately that the Christian religion, as organized in its churches, has been and still is the principal enemy of moral progress in the world.


How the Churches Have Retarded Progress

      You may think that I am going too far when I say that that is still so. I do not think that I am. Take one fact. You will bear with me if I mention it. It is not a pleasant fact, but the churches compel one to mention facts that are not pleasant. Supposing that in this world that we live in today an inexperienced girl is married to a syphilitic man; in that case the Catholic Church says, "This is an indissoluble sacrament. You must endure celibacy or stay together. And if you stay together, you must not use birth control to prevent the birth of syphilitic children." Nobody whose natural sympathies have not been warped by dogma, or whose moral nature was not absolutely dead to all sense of suffering, could maintain that it is right and proper that that state of things should continue.

      That is only an example. There are a great many ways in which, at the present moment, the church, by its insistence upon what it chooses to call morality, inflicts upon all sorts of people undeserved and unnecessary suffering. And of course, as we know, it is in its major part an opponent still of progress and improvement in all the ways that diminish suffering in the world, because it has chosen to label as morality a certain narrow set of rules of conduct which have nothing to do with human happiness; and when you say that this or that ought to be done because it would make for human happiness, they think that has nothing to do with the matter at all. "What has human happiness to do with morals? The object of morals is not to make people happy."


Fear, the Foundation of Religion

      Religion is based, I think, primarily and mainly upon fear. It is partly the terror of the unknown and partly, as I have said, the wish to feel that you have a kind of elder brother who will stand by you in all your troubles and disputes. Fear is the basis of the whole thing - fear of the mysterious, fear of defeat, fear of death. Fear is the parent of cruelty, and therefore it is no wonder if cruelty and religion have gone hand in hand. It is because fear is at the basis of those two things. In this world we can now begin a little to understand things, and a little to master them by help of science, which has forced its way step by step against the Christian religion, against the churches, and against the opposition of all the old precepts. Science can help us to get over this craven fear in which mankind has lived for so many generations. Science can teach us, and I think our own hearts can teach us, no longer to look around for imaginary supports, no longer to invent allies in the sky, but rather to look to our own efforts here below to make this world a better place to live in, instead of the sort of place that the churches in all these centuries have made it.


What We Must Do

      We want to stand upon our own feet and look fair and square at the world - its good facts, its bad facts, its beauties, and its ugliness; see the world as it is and be not afraid of it. Conquer the world by intelligence and not merely by being slavishly subdued by the terror that comes from it. The whole conception of God is a conception derived from the ancient Oriental despotisms. It is a conception quite unworthy of free men. When you hear people in church debasing themselves and saying that they are miserable sinners, and all the rest of it, it seems contemptible and not worthy of self-respecting human beings. We ought to stand up and look the world frankly in the face. We ought to make the best we can of the world, and if it is not so good as we wish, after all it will still be better than what these others have made of it in all these ages. A good world needs knowledge, kindliness, and courage; it does not need a regretful hankering after the past or a fettering of the free intelligence by the words uttered long ago by ignorant men. It needs a fearless outlook and a free intelligence. It needs hope for the future, not looking back all the time toward a past that is dead, which we trust will be far surpassed by the future that our intelligence can create.


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