FISICA/MENTE

 

PRIVILEGIUM IMMUNITATIS

C. G. SALLUSTIO SALVEMINI

(relazione presentata al Sesto Meeting Anticlericale - Fano agosto 1989)

            L'abate Rosmini, fin dal 1832, aveva apertamente denunciato la "servitù dei beni ecclesiastici" pubblicando un libro ("Delle cinque piaghe della Santa Chiesa") che gli attirò l'odio dei gesuiti.

            Questo onesto sacerdote riteneva conveniente per la Chiesa la pubblicazione di un bilancio annuale "sicché l'opinione dei fedeli di Dio potesse apporre una sanzione di pubblica stima o di biasimo all'impiego di tali rendite... E solamente allora la debolezza de' suoi ministri, sostenuta dal giudizio pubblico, si terrebbe lontana dal cedere all'umana tentazione".

            Per secoli la corte pontificia venne finanziata dalla vendita "a tariffe" delle indulgenze.

            Nel Cinquecento le lettere di indulgenza avevano assunto la caratteristica di moneta vera e propria, spendibile ovunque.

            In Germania, Eck (emissario del Papa nella crociata contro Lutero) aveva denunciato il fatto che alcuni esattori pagavano il conto dell'albergo, e perfino le prostitute, servendosi di "lettere di indulgenza".

            Nel suo volume storico sui pontefici il cattolico Pastor ammetteva che la vendita delle indulgenze consisteva in una tipica operazione finanziaria: "non più l'acquisto di grazie spirituali, ma il bisogno di denaro divenne il vero motivo per cui si chiedevano e venivano concesse indulgenze".

            La Divina Commedia venne paradossalmente messa all'Indice dei libri proibiti perché Dante aveva collocato Papa Nicolò III nella bolgia dei simoniaci.

            E' uno strano destino che le opere dei grandi geni siano incorse nelle ire del Sant'Uffizio, supremo custode delle "verità" assolute.

            Ancor oggi l'organizzazione finanziaria della Chiesa è una realtà estremamente complessa e variamente articolata.

            Secondo il Pallemberg "il più grosso feudo delle finanze Vaticane è l'Italia" (I segreti del Vaticano, 1965)

            Non è facile precisare la consistenza dei patrimoni di tutti gli enti ecclesiastici, né il modo in cui vengono effettuati gli investimenti di capitali.

            Per certo si può dire che in Vaticano c'è la sede di una delle maggiori potenze finanziarie del mondo, e ciò anche in virtù della Convenzione Lateranense del '29, per effetto della quale lo stato italiano pagò alla S.Sede un miliardo di lire (in titoli, rendita 5%) e 750 milioni (dell'epoca!) in contanti.

            Le vennero, inoltre, concessi sostanziosi privilegi fiscali e tutte le merci dirette allo stato vaticano (provenienti da paesi esteri) furono esentate dai dazi doganali.

            Negli ultimi sessant'anni il patrimonio ecclesiastico ha potuto moltiplicarsi per le seguenti 3 ragioni:

1) incrementi di valore delle aree fabbricabili (di proprietà dell'Immobiliare e di altre società collegate con il Vaticano) derivati dall'approvazione di ben congegnati Piani Regolatori;

2) operazioni gestite dalla Pontificia Opera di Assistenza relative a merci dirottate nel territorio italiano eludendo il dazio;

3) operazioni in valute straniere, che diedero luogo al famoso processo giudiziario contro Mons. Cippico (in sostanza, chi non riusciva ad ottenere valuta dall'Ufficio Italiano Cambi si rivolgeva al Vaticano, il quale si faceva pagare in proporzione alla severità dei controlli effettuati dallo Stato e provvedeva anche a far accreditare all'estero le somme di cui riceveva il corrispettivo in lire italiane).

            Non è facile conoscere con esattezza l'entità delle partecipazioni del Vaticano nelle società industriali e finanziarie con sede in Italia.

            Una sola cosa è certa: che si tratta di interessi economici colossali, che furono analizzati da Ernesto Rossi con puntigliosa meticolosità (Pagine Anticlericali, Roma 1966).

            In questo libro viene citato uno scritto satirico di Olindo Guerrini, in apertura del capitolo su "La Chiesa e la roba", che sintetizza un diffuso sentimento popolare in epoca risorgimentale: <<Venite, la celebre, la santa Bottega, a prezzi di fabbrica vi scioglie, vi lega, fa spaccio di meriti, cancella peccati... Venite! I solvibili saranno beati!>> (In morte di un molto reverendo strozzino, 1877).

            L'argomento delle frodi pie meriterebbe di essere sviluppato in un apposito volume.

            Per il momento bisogna limitarsi a illustrare qualche episodio significativo, che conferma la validità di un'osservazione fatta da Marco Minghetti: "Farebbe curioso e interessante libro colui che raccogliesse i bandi che i governi di ogni paese, anche nei tempi più accesi di fervore religioso, non dubitarono di emanare contro le mani morte e mostrasse con quali artifizi, con quanti sotterfugi, il clero giunse a deluderli, e ad accrescere sempre il proprio patrimonio" (Lettere al Comm. Carlo Boncompagni, Firenze 1862).

            La legge 29 Dicembre 1962 n. 1745, com'è noto, istituì l'imposta cedolare sui dividendi delle azioni, esentando la Santa Sede.

            Alcuni giornali denunciarono "la più grossa frode fiscale perpetuata in Italia nel dopoguerra" (circa quaranta miliardi).

            "Il Vaticano, che detiene circa un quinto dei titoli azionari circolanti in Italia - scrisse Lino Jannuzzi (prima della sua svendita, n.d.r.) - non vuole pagare la cedolare secca su tali titoli; di fatto, da due anni e mezzo, non la paga" (L'Espresso, 14 febbraio 1966).

            L'allora ministro delle Finanze, on. Martinelli, democristiano, indirizzò alle banche e alle società una circolare secondo la quale ai titoli della Santa sede non dovevano essere applicate le ritenute d'acconto e d'imposta.

            Senonché, dopo la caduta del governo monocolore presieduto dall'on. Leone, il governo di centro sinistra presieduto dall'on. Moro riaprì il problema su richiesta del Partito Socialista, secondo cui solo una apposita legge avrebbe potuto concedere alla Santa Sede il privilegio dell'esenzione fiscale.

            Il governo avrebbe concesso tale esenzione a patto che il Vaticano si impegnasse a comunicare ogni anno per via diplomatica l'elenco completo dei titoli posseduti.

            Il cardinal Cicognani respinse questa proposta, minacciando di far vendere tutti i titoli italiani posseduti dalla Santa Sede e di reinvestirli in titoli stranieri.

            Il "Time" del 6 febbraio 1966 scriveva che "le migliori congetture dei banchieri sulla ricchezza del Vaticano la portano a 10-15 miliardi di dollari (6.300-9.400 miliardi di lire); i titoli di società italiane corrisponderebbero a 1,6 miliardi di dollari (1.000 miliardi di lire), equivalenti al 15% del valore delle azioni quotate nelle borse italiane".

            Alla richiesta dell'elenco dei titoli di proprietà della Santa Sede il card. Cicognani "ha freddamente risposto che un governo sovrano non fa confidenza a un altro governo sullo stato delle sue finanze".

        <<Per cercare di legalizzare il rifiuto del Vaticano a pagare l'imposta - si legge nella citata rivista americana - i democristiani al governo hanno presentato il disegno di legge n. 1773 che esenterebbe i dividendi pagati al Vaticano, e l'hanno fatto sdrucciolare in Parlamento durante la crisi presidenziale seguita alle dimissioni del presidente Segni; ma prima che il disegno di legge fosse approvato, i socialisti lo hanno letto e lo hanno bloccato. Ciò ha reso furioso il Vaticano>>.

            Nella relazione ministeriale al predetto D.D.L. non venne fornita alcuna informazione in merito all'entità dei dividendi di pertinenza della Santa Sede che sarebbero stati sottratti al pagamento della cedolare, né vennero elencati gli Uffici centrali da comprendere nella denominazione "Santa Sede".

            Il problema delle frodi pie mantiene intatta la sua attualità e va inquadrato nel tema scabroso dei privilegi fiscali che furono concessi al Vaticano dalla Conciliazione del '29 (1).

            Questi privilegi avevano fatto tabula rasa dell'ordinamento giuridico attuato dalle leggi del Risorgimento.

            Un esempio valga per tutti.

            L'art. 29 del Concordato lateranense stabilì che "il fine di culto o di religione era equiparato, a tutti gli effetti tributari, ai fini di beneficenza e di istruzione".

            Tutte le donazioni ed eredità "a fine di culto", pertanto, furono esentate dalle imposte di successione, di registro, di ipoteca e sulle concessioni governative.

            E così il problema della manomorta ecclesiastica va anch'esso inquadrato nel tema dei privilegi fiscali.

            L'imposta di manomorta era in vigore in alcuni Stati italiani prima dell'unificazione nazionale ed aveva lo scopo di impedire l'eccessiva concentrazione delle ricchezze a favore degli enti ecclesiastici.

            Fino al 1929 questa imposta si applicava con un'aliquota del 7,20% sulle rendite degli enti ecclesiastici, e con un'aliquota dello 0,90% sulle rendite degli istituti di carità, di beneficenza e di istruzione.

            Per effetto della "equiparazione" concordataria, anche sulle rendite degli enti ecclesiastici venne applicata l'aliquota dello 0,90% .

            <<Con lettera del 15 marzo 1930 - scrisse Gabriele Conti nell'articolo "Non più tributi a Cesare", sul Mondo del 25 Giugno 1957 - il marchese Francesco Pacelli, consultore dello Stato Vaticano, chiese che anche le Case generalizie e le procure delle associazioni religiose estere beneficiassero del trattamento di favore. Il ministro delle finanze aderì sollecitamente alla richiesta e in tal senso furono emanate istruzioni con circolare del 10 aprile 1930. Peraltro, anche la irrisoria aliquota dello 0,90% dava fastidio, e ciò che non aveva concesso il fascismo concedeva il regime democratico abolendo l'imposta di manomorta con la legge 21 luglio 1954, n. 608>>.

            Ma v'è di più.

            Le società anonime, costituite per l'amministrazione degli immobili appartenenti ad associazioni di culto non legalmente riconosciute, vennero esentate nel 1938 dall'imposta straordinaria sul capitale delle società commerciali stabilita con decreto 19 ottobre 1937, n. 1729.

            Ed ancora, il decreto 9 gennaio 1940, n. 2 esentò dall'I.G.E. le oblazioni fatte a favore di istituti religiosi.

            Considerata la pratica impossibilità in cui si trovava la pubblica amministrazione di esercitare qualsiasi controllo nel settore delle frodi fiscali, Ernesto Rossi osservava che le zone di privilegio concesse alla Chiesa consentivano spesso ai privati, affaristi e plutocrati, di trarne profitto pagando una tangente sugli affari conclusi o sulle somme sottratte agli accertamenti fiscali, dietro il paravento delle organizzazioni ecclesiastiche.

            Il settimanale "Oggi" del 16 ottobre 1952 pubblicò un servizio ("Il tesoro del Vaticano è il secondo del mondo. La sola riserva aurea vaticana di 7.000 miliardi di lire, vale il triplo di quella inglese") che provocò una rabbiosa reazione dell'Osservatore Romano (23 e 25 ottobre 1952).

            Nel servizio del settimanale l'Istituto delle Opere di Religione veniva descritto come una "vera banca del Vaticano nel Vaticano, fondata da Pio XII nel giugno 1942, con lo scopo precipuo di favorire gli Ordini Religiosi (alcuni dei quali, con Gesuiti e Domenicani alla testa, dispongono di mezzi rilevantissimi) sia corrispondendo ai depositanti un interesse maggiore del normale, sia consentendo l'accensione di conti in qualsiasi valuta, anche più d'uno per la stessa persona o ente, in quanto le lire depositate alle Opere vengono considerate lire italiana all'estero".

            Venivano così illustrate in dettaglio le ragioni che avevano consentito allo I.O.R. di svilupparsi in modo straordinario, ricorrendo a volte a illecite operazioni che avevano procurato indebiti profitti, come ad esempio nel "caso Cippico".

            Quando venne concessa l'esenzione dall'I.G.E. a favore degli istituti religiosi, la Federazione fra le Associazioni del Clero (F.A.C.I.) esultò per aver ottenuto "il massimo di esenzione da questa imposta che appariva ed era per il Clero gravissima, anche dal punto di vista morale" (L'amico del Clero, agosto 1940).

            Il Clero, dunque, considerava immorale pagare le imposte.

            Questo modo di pensare ha origini remote e risale all'epoca in cui la Chiesa, autoproclamatasi "società perfetta", rivendicava il diritto al "privilegium immunitatis".

            Bonifacio VIII, nella costituzione "Clericis Laicos" del 1296, attribuì un carattere sacro alle esenzioni tributarie irrogando la scomunica a chiunque avesse osato imporre tributi ai beni posseduti dagli ecclesiastici.

            Per effetto di questa disposizione pontificia il Clero e la Nobiltà fecero accettare dai sovrani il cosiddetto "principio di perequazione", in virtù del quale i sacerdoti si impegnavano a collaborare con le preghiere, i nobili con le spade ed i popolani con il denaro. Era inevitabile che, con l'andare dei secoli, la Chiesa accumulasse un patrimonio di manomorta che - come osservò Ernesto rossi - è incomparabilmente "maggiore, ed assai più pericoloso per la vita delle nostre istituzioni democratiche, di quello che aveva perduto in conseguenza delle leggi eversive emanate durante il Risorgimento".

            E spiegò le ragioni di questo paradossale fenomeno sintetizzandole in due punti di riferimento:

a) la dittatura fascista, che ebbe bisogno dell'appoggio della Chiesa per consolidare il proprio potere.

b) la miopia dei politici della sinistra laica che, per meschine, contingenti ragioni di tattica parlamentare, hanno evitato sempre di portare in pubblico le questioni sgradite in Vaticano e non sono mai stati capaci di fare una seria opposizione alla politica ecclesiastica dei democristiani, naturali eredi del "regime".

            Il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa resta al centro dei maggiori problemi economici italiani.

"Finché continueremo ad essere governati da uomini della D.C., che è il braccio secolare del Vaticano in Italia, quel problema non potrà essere nemmeno affrontato nel senso che noi desideriamo; una percentuale sempre più alta del reddito nazionale affluirà nelle casse della Chiesa, accrescendo il suo potere politico" (L'Astrolabio, 13 marzo 1965).

 

(1) cfr. DEL GIUDICE V., Manuale di diritto ecclesiastico, Giuffrè 1955.

            ZINGALI G., I rapporti finanziari fra Stato e Chiesa, Vallardi 1943.

            MORELLO V., Il conflitto dopo la Conciliazione, Bompiani 1932.

            CONTI G., Preti e frati non pagano tasse, "Il Mondo", 14/5/1957.

            GRILLI G. Le finanze vaticane in Italia, Editori Riuniti 1961.

 

 

 

 

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