FISICA/MENTE

 

UN PAPA SOVIETICO

Vi è una ossessione, soprattutto mediatica, del Cardinale Ratzinger di parlare per slogan. Uno di essi è relativo al Relativismo. Vi è un sottile imbroglio in questi spot continui e riguarda il significato da dare alla parola utilizzata, la chiave della comunicazione mediatica. Se si leggono le cose che seguono si capisce che non è tanto il Relativismo in sé che preoccupa il Cardinale (ormai ex) ma la messa in discussione della sola verità, quella della Chiesa di Roma. Mi spiego. Supponiamo esista ancora un comunista e che si batta contro il Relativismo, cosa dovremmo ricavare dalla sua battaglia teorica ? Che è d'accordo con il Papa Benedetto XVI ? Credo di avere a che fare con persone evolute e quindi concludo subito l'interrogativa retorica: evidentemente quell'esemplare da WWF ritiene che la sua sia la sola verità, nell'affermare la quale si negano tutte le altre. Quindi egli risulta un assolutista che si batte contro il Relativismo solo per affermare il suo assolutismo. A voi le conclusioni.

R.R.


 

http://www.ildialogo.org/Ratzinger/#uno 

La trave e la pagliuzza

Noi Siamo Chiesa riflette sulla Dominus Iesus


DOC-1025. ROMA-ADISTA. Nel 38.mo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II, l'associazione italiana di "Noi siamo Chiesa" pubblica un documento, "Dominus Iesus nella gabbia dell'Inquisitore", per dimostrare fino a che punto la recente dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, firmata dal card. Joseph Ratzinger (v. Adista n. 64/00), tradisce il dettato evangelico e il messaggio d'amore di Cristo.
Il documento parte dalla constatazione che a base della "Dominus Iesus" sta la stessa "scissione dicotomica del pio fariseo" che si crede "militante e praticante di una religione non solo "vera", ma "più vera"" e perciò "immune dal peccato". La dichiarazione vaticana, osserva "Noi siamo Chiesa", sarebbe stata meno inaccettabile se, pur presentando la Chiesa come perfetta, si fosse astenuta dal fare odiose classificazioni tra i figli di Dio e dall'emettere giudizi sulle altre religioni", visto che è stato "tassativamente proibito da Gesù, specie quando non si sia proceduto all'asportazione della "trave che si ha nel proprio occhio"". Nella "Dominus Iesus" quindi si riproduce la visione integralista del fariseo della parabola di Luca, per cui "da una parte ci sono i cattolici sottomessi al papa, con un piede in zona "salvezza"; mentre dall'altra parte ci sono i seguaci di altre religioni con un piede in zona "perdizione"". Di seguito il documento in versione integrale.

"DOMINUS IESUS" NELLA GABBIA DELL’INQUISITORE

"L’intenzione del potente è grottesca: vuol essere l’unico" (Elias Canetti)
Nel leggere il documento stilato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), Dominus Iesus (DI), a firma del card. Joseph Ratzinger (datato 6 agosto 2000 e pubblicato il 5 settembre), e nel constatare le reazioni di cristiani e di non cristiani, abbiamo spontaneamente pensato che il modello soggiacente al testo vaticano, ampollosamente autodefinitosi meritevole di "assenso definitivo e irrevocabile", fosse quella dicotomia che costituisce l’essenza della "parabola del fariseo e del pubblicano", che Luca (18, 9-14) scolpisce con pochi ma eloquenti tratti.
"Poi Gesù raccontò un’altra parabola per alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri. Disse: Una volta c’erano due uomini: uno era fariseo e l’altro era un agente delle tasse. Un giorno salirono al tempio per pregare.Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: O dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri. Io sono diverso anche da quell’agente delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana e offro al tempio la decima parte di quello che guadagno. L’agente delle tasse invece si fermò indietro e non voleva neppure alzare lo sguardo al cielo. Anzi si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me, sono un povero peccatore!. Vi assicuro che l’agente delle tasse tornò a casa perdonato; l’altro invece no. Perché, chi si esalta sarà abbassato, chi invece si abbassa sarà innalzato".

La scissione dicotomica del pio fariseo
Il fariseo della parabola non si accorge di ripetere quell’antica scissione che si nutre di opposti "assoluti": giusto-malvagio; perfetto-imperfetto; ladro-onesto; adultero-fedele. Per lui non ci sono condizioni intermedie, verità in corso d’opera. La condizione umana è segnata o dalla virtù o dal vizio. I comportamenti possono essere irreprensibili (il suo) oppure censurabili (quello del pubblicano) in grado assoluto, senza mescolanze, o somiglianze.
In quanto militante e praticante di una religione non solo "vera", ma "più vera" e superiore alla altre espressioni religiose, il "pio fariseo" ritiene di godere di una sorta di immunità dal peccato, dalle impurità del cuore. Egli è intimamente convinto che l’adesione al "credo", al "rito" e alla "legge" lo innalzino automaticamente al di sopra degli altri, siano essi uomini o prassi religiose, fino ad assumere il ruolo di giudice che emette sentenze incontrovertibili e inappellabili.

La Chiesa perfetta / gli altri imperfetti

Lo schema dicotomizzante che il buon fariseo adotta nel rapportarsi con Dio e con i propri simili ci sembra sostenere tutto l’impianto delle precisazioni teologiche della Dominus Iesus, un condensato di affermazioni tese a mostrare e a dimostrare non l’utilità, ma la superiorità assoluta della Chiesa cattolico-romana (con tutto il suo apparato ecclesiastico) su qualsiasi religione o chiesa non cattolica.

Osserviamo in proposito alcuni passaggi del testo vaticano DI.

1. "La Chiesa, nel corso dei secoli, ha proclamato e testimoniato con fedeltà il Vangelo di Gesù" (cap.2).
Con questa affermazione, mai smentita o smussata nel corso del testo, la Chiesa si esibisce davanti a Dio come il perfetto e osservante fariseo: esente da macchie e peccati nel proclamare e testimoniare il Vangelo. Nel suo orizzonte questa Chiesa vede solo la "fedeltà", in un grado che non lascia spazio a debolezze o deviazioni. Più che ad auto-esaminarsi, appare intenta a pavoneggiarsi e ad autoesaltarsi, al punto da perdere ogni contatto con la realtà, immaginandosi già trasformata in corpo celestiale.
La conseguenza di questo autoaccecamento è che la "Chiesa" non ha necessità di chiedere perdono, perché è ed è stata sempre fedele "nel corso dei secoli". Che essa non sia tenuta a chiedere perdono a Dio per i suoi peccati è stato ampiamente argomentato nel documento "Memoria e Riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato" emesso il 7 marzo 2000 dalla stessa CDF, dove si asserisce che, in assenza di una tradizione e di un definitivo giudizio storico, il papa e la Chiesa cattolica non sono tenuti a confessare, oggi, le eventuali colpe del passato; che, se errori vi sono stati, debbono essere imputati ai "figli della Chiesa" più che ad essa come Istituzione ; e che anche di fronte a peccati storicamente accertati della Chiesa si debbono valutare "i costi" di tale confessione, poiché ciò potrebbe minacciare "la fede dei deboli"; "inibire lo slancio dell’evangelizzazione mediante l’esasperazione degli aspetti negativi"; e rafforzare "pregiudizi nei confronti del cristianesimo". La Chiesa in quanto tale non è, dunque, una casta meretrix, semper reformanda, come ci avevano avvertito i Padri della Chiesa: se si è macchiata di colpe, conviene negarle o rimuoverle come fa il devoto fariseo della parabola..

2. Altre citazioni della DI sono illuminanti:
"La chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa cattolica"(16). "Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui" (17). "Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione la Chiesa cattolica,¼sono vere Chiese particolari" (17). "Perciò, in connessione con l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata" (16). "Le parole, le opere e l’intero evento storico di Gesù, pur essendo limitati in quanto realtà umane, tuttavia, hanno come soggetto la Persona divina del Verbo incarnato¼e perciò portano in sé la definitività e la completezza della rivelazione delle vie salvifiche di Dio" (6). "La tradizione della Chiesa, però, riserva la qualifica di testi ispirati ai libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento¼hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa"(8). "È contrario alla fede cattolica considerare la Chiesa come una via di salvezza accanto a quelle costituite dalle altre religioni" (21).
La presentazione della Chiesa secondo la CDF vaticana non conosce toni di umiltà, pudore e autocritica: come il fariseo, afferma di "non essere come gli altri". È diversa dalle altre Chiese perché è unica. Ed è unica perché in essa c’è la pienezza di Dio-Cristo, la completezza della Rivelazione, la totalità della salvezza, la verità dei "libri che hanno Dio per autore". Se nelle altre confessioni c’è qualcosa di buono, lo si deve perché, pur senza essersi sottomesse al "primato" assoluto del papa, hanno mantenuto una certa comunione sotterranea con la Chiesa cattolica, la quale non pare avere il dovere di essere in comunione con le altre Chiese non cattoliche.
Pur ammettendo la divisione tra cristiani, la Chiesa cattolica romana non si sente chiamata in causa, come se tale "peccato" dipendesse esclusivamente dalle altre Chiese. Ritorna il modello del fariseo della parabola, il quale non può condividere, nel bene e nel male, la condizione umana con i propri simili.

3. Dice ancora la DI:
"Deve essere, quindi, fermamente ritenuta la distinzione tra la fede teologale e la credenza nelle altre religioni¼Non sempre tale distinzione viene tenuta presente nella riflessione attuale, per cui spesso si identifica la fede teologale, che è accoglienza della Verità rivelata di Dio Uno e Trino, e la credenza nelle altre religioni, che è esperienza religiosa ancora alla ricerca della verità assoluta" (7). "Di fatto alcune preghiere e alcuni riti delle altre religioni possono assumere un ruolo di preparazione evangelica¼Ad essi non può essere attribuita l’origine divina e l’efficacia salvifica ex opere operato che è propria dei sacramenti cristiani" (21). "D’altronde non si può ignorare che altri riti, in quanto dipendenti da superstizioni o da altri errori, costituiscono piuttosto un ostacolo per la salvezza" (21). " Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pur certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici (22). Dio non manca di rendersi presente¼anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale espressione, pur contenendo "lacune, insufficienze ed errori" (8).

Il documento vaticano sarebbe stato meno inaccettabile se, pur presentando la Chiesa come perfetta, si fosse astenuto dal fare odiose classificazioni tra i figli di Dio e dall’e-mettere giudizi sulle altre religioni. Sventuratamente la CDF non si é attenuta al Vangelo che dice di testimoniare con fedeltà, e si è avventurata nel micidiale terreno delle comparazioni e del giudizio, tassativamente proibito da Gesù Cristo, specie quando esso non sia preceduto dal-l’asportazione della "trave che si ha nel proprio occhio". Cade così nell’errore del pio e osservante fariseo il quale, avendo dimenticato che uno dei due comandamenti primari di Dio è "ama il prossimo tuo come te stesso", non si accorge di violarlo nel momento in cui stabilisce, per di più aprioristicamente, che lui è totalmente buono, mentre gli altri, anche se oranti, appartengono ad una categoria moralmente inferiore. Secondo gli estensori del documento curiale, al di fuori dell’isola incantata della Chiesa cattolica, dove tutto è perfetto ed esente da peccati, contraddizioni e oscurità, tutto il resto è imperfetto e carente. Dio dona a un miliardo di cattolici la "pienezza dei mezzi per la salvezza", mentre ai 4/5 dell’umanità concede benevolmente sprazzi di grazia attraverso religioni che "contengono lacune, insufficienze ed errori".
Anche le fedi hanno uno statuto diseguale: quella cattolica é "teologale", perché fondata su "verità complete ed assolute", mentre quelle delle altre religioni (4/5 del genere umano!) appartengono all’ordine delle "credenze", cioè esperienze religiose "non ancora alla ricerca della verità assoluta". I riti e le preghiere non sono ritenuti "diversi", ma ontologicamente "diseguali". Quelli "cattolici", invece, hanno un particolare marchio di fabbricazione doc e sono garanzia di salvezza, in quanto possiedono "un’origine divina e l’efficacia salvifica ex opere operato che è propria dei sacramenti cristiani"; mentre i 4/5 del genere umano che pregano con formule rituali non cattolico-sacramentali non solo si trovano in un "ruolo di preparazione evangelica", inferiore a quello di chi è già evangelizzato, ma corrono il rischio di essere inquinati da "superstizioni o da altri errori", che "costituiscono piuttosto un ostacolo per la salvezza".

La visione integralista, fondamentalista, dicotomizzante e manicheizzante del fariseo della parabola si riproduce nella versione dell’organismo vaticano: da una parte ci sono i cattolici sottomessi al papa, con un piede in zona "salvezza"; mentre dall’altra parte ci sono i seguaci di altre religioni con un piede nella zona "perdizione", dato che "oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici". Tra le due parti non ci sono somiglianze, né possibilità di incontri, dialoghi o interfecondazioni, poiché "è contrario alla fede cattolica considerare la Chiesa come una via di salvezza accanto a quelle costituite dalle altre religioni".

L’evangelizzazione "dicotomica"

Immaginiamo quale dovrebbe essere, secondo l’ottica del documento vaticano, la presentazione del messaggio evangelico di un "cattolico" a un "non cattolico": "Caro/a amico/a, la mia fede mi insegna che la tua religione, senza saperlo, contiene un raggio del nostro Cristo, ma tu ti trovi in una situazione oggettivamente deficitaria, praticando riti viziati da superstizioni che sono un ostacolo per la salvezza. Vedo che tu sei alla ricerca della Verità assoluta, ma questa si trova solo nella mia religione, quella cattolica, perché essa ha ricevuto la Rivelazione piena, definitiva di Dio in Gesù. Lui ha fondato una sola Chiesa vera, quella cattolica e apostolica: ci sono altre Chiese cristiane separate dalla nostra, ma non sono nostre sorelle, perché l’unica madre è quella cattolica. In più noi abbiamo dei riti veri che ti fanno automaticamente figlio di Dio. Se vuoi essere salvo entra nell’unica Chiesa di Cristo, governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui".
Immaginiamo anche l’ironica replica del "non cattolico": "E questa sarebbe la Buona Notizia?" Potrebbe anche aggiungere che l’unicità della salvezza esclusivamente tramite Gesù Cristo è stata utilizzata per imporre la superiorità dell’Occidente sui popoli pagani; della Chiesa romana su altre Chiese; dei bianchi sui non-bianchi; dell’uomo sulla donna; del clero sui laici, dei celibi sugli sposati; del papa su tutti.
Per la verità il nostro solerte missionario cattolico, impegnato nella diffusione del Vangelo, dovrebbe aggiungere un’avvertenza che il documento della CDF pone alla fine: "Tuttavia occorre ricordare ‘a tutti i figli della Chiesa che la loro particolare condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati’" (22)
Il problema è che anche il pio fariseo della parabola è certo di corrispondere alla volontà di Dio con la preghiera, il digiuno e le opere di carità: non immagina, però, che Dio Padre voglia pensieri ed opere che creino la fraternità umana (il Regno di Dio), e che si pongano come superamento di quelle divisioni religiose, razziali, sociali o sessuali, che lui stesso va fomentando.

La malattia dell’assoluto

Pur non giungendo alle estreme conseguenze del fariseo che eguaglia il pubblicano ad imbroglioni-ladri-adulteri, il documento vaticano genera la sensazione nei non-cattolici che essi siano "menomati", cioè "meno amati" da Dio a conseguenza di una divisione binaria, per cui i cattolici possiedono l’assoluto, mentre gli altri il relativo. Se la Chiesa cattolica come via di salvezza non può stare accanto a quelle costituite dalle altre religioni ciò è dovuto all’equazione identificatoria tra ciò che è storico, con ciò che è eterno, tra il visibile e l’invisibile, tra il creato e l’increato. Una volta realizzata tale identificazione essa trasmigra ad altre più terrene, con risultati aberranti e ridicoli. In altre parole il documento vaticano sembra soccombere alla tentazione delle identificazioni con l’assoluto e con il suo derivato naturale, l’onnipotenza: tentazioni già sperimentate da Gesù e alle quali egli ha saputo sottrarsi con for-a straordinaria.

Il papato assolutistico

Una Chiesa dominata dall’ossessione dell’assoluto non può reggersi che sul governo "assoluto": il testo della CDF lo sfuma parlando del "Primato che il Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa" (17). Probabilmente la frequenza dei concetti dominati da aggettivi come unico, totale, completo, assoluto, hanno imposto ai redattori un certo pudore, per cui hanno omesso di dire che nella Chiesa cattolica c’è un altro "assoluto": è quello del "primato" del papa-vescovo di Roma sulla Chiesa, assoluto in quanto legibus solutus (non obbligato da leggi).
Fin dal 1302 nella bolla Unam sanctam Papa Bonifacio VIII aveva dichiarato "che per ogni creatura umana è assolutamente necessario per la salvezza essere sottomessi al Vescovo di Roma". Nel decreto Christus Dominus del Concilio Vaticano II si omette tale dizione ritenuta probabilmente troppo ridicola, ma si afferma che il Sommo pontefice "è per divina istituzione rivestito di una potestà suprema, piena, immediata, universale¼e detiene la suprema potestà ordinaria su tutte le Chiese" (n.2). Nella "Nota Esplicativa previa" del cap. III della Costituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen Gentium) si legge che il papa può agire "secundum propriam discretionem", cioè "secondo il suo personale parere": cosicché egli può nominare vescovi, fissare dottrine e liturgie, emanare norme che vincolano tutti salvo che lui, stabilire linee politiche con i nunzi e i Concordati con gli Stati, emettere sentenze inappellabili senza rendere conto a nessuno.
In conclusione: il papa può autonomamente decidere su tutto: un miliardo di cattolici, insieme, non possono decidere nulla. È evidente come la mancata vigilanza sul processo di idealizzazione-assolutizzazione abbia finito per aprire un varco ad altre idealizzazioni nella teologia e nella pastorale cattoliche, dalla "Mario-latria" fino alla "papo-latria", con il risultato paradossale di un papa che, per la prima volta nella storia della Chiesa, si sente obbligato a promettere di rivi-sitare l’esercizio assolutistico del suo "primato" (enci-clica Ut Unum Sint, 1995), dato che esso è l’ostacolo pri-mario alla riconciliazione tra le chiese. Promessa, comun-que, finora non solo del tutto elusa, ma contraddetta da molteplici atti di esercizio "assolutistico".

La religione "vera": l’amore

La conseguenza tragica di ogni processo sistematico di assolutizzazione-divinizzazione-idealizzazione è la rimozione della realtà concreta, teso com’è a ri-crearne una completamente "virtuale", comunque dis-umana. Nel caso del papa la de-umanizzazione consiste nel dilatarne il ruolo fino a renderlo da semplice e umano "successore" di Pietro a Vicario "unico" di Cristo (quindi depositario di un potere assoluto).
La stessa persona umana e storica di Gesù è profondamente oscurata dai redattori della DI al punto da apparire solo Dio, non il figlio di Maria e Giuseppe, il falegname di Nazareth; colui che non ha né casa né luogo per essere interrato; colui che, con un gruppo di amici itineranti, annuncia ai poveri la scandalosa Buona Novella che il Padre li predilige e che il Regno di Dio è già presente tra gli uomini perché i ciechi vedono, i sordi odono e i paralitici camminano; colui che è calunniato davanti ai tribunali, torturato dall’esercito, vittima del fanatismo sacerdotale e dell’opportunismo politico, un "bestemmiatore" condannato alla crocifissione dal potere imperiale.
Non una parola viene spesa nel lungo documento della CDF per dire che Gesù s’impegna, anche a costo di morire, nella costruzione di un nuovo modello sociale, familiare e religioso dove non ci siano più differenze di sesso, razza o religione; né gerarchie ("né padri, né capi, né maestri") ma solo fratelli e sorelle; disposti a vivere da servi, alla mercé dell’ospitalità, a lasciare anche il mantello a chi cerca d’impossessarsi della camicia, a porgere l’altra guancia a chi da uno schiaffo. Anche per Paolo l’ekklesia di Dio non è una nuova religione, ma una nuova società, qui e ora sulla terra.
Per Gesù, beati non sono quelli che si limitano a offrire sacrifici, o a seguire le norme religiose, ma quelli che rinunciano a tutte le forme di violenza, di cui il giudizio è la forma più frequente: "E chi dice a suo fratello: ‘sei un cretino’, sarà portato di fronte al tribunale superiore" (Mt 5,22). Altrettanto categorico è Paolo: "E tu perché giudichi tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? Smettiamo allora di giudicarci a vicenda" (Rm 14, 10-13). Per Giacomo fare differenze è già giudicare con parametri perversi: "Voi vi mostrate pieni di premure per quello che è vestito bene e dite: ‘Siediti qui. Al posto d’onore’. Al povero, invece, dite: ‘Tu rimani in piedi’ Se vi comportate così, non è forse chiaro che fate delle differenze tra l’uno e l’altro e che ormai giudicate con criteri malvagi?" (Gc 2,3-4).
Gesù è colui che agisce nella storia umana sovvertendo le categorie fondanti della società e delle religioni; mettendo al centro chi è escluso (bambini, poveri, vedove, malati, peccatori pentiti); e spostando alla periferia chi si ritiene di stare nel giusto e nel cuore di Dio (teologi del tempio, farisei, sani, ricchi, sapienti). Questo ribaltamento della scala valoriale viene qualificata come una "bestemmia" dalla religione ufficiale, perché distrugge tutte le identità confessionali, che vengono azzerate dall’unica vera religione a-confessionale che è la "pratica della giustizia e dell’amo-re". Il cuore dell’ortodossia è l’ortoprassi: dottrine, riti, sacrifici, digiuni sono inutili se non si risponde concretamente alle sofferenze del prossimo. Infatti, ci ammonisce ancora l’apostolo Giacomo: "Anche i demoni hanno la fede, ma essi non operano però il bene e non fanno la volontà di Dio" (Gc 2, 19-20).
"Religione pura e genuina davanti a Dio nostro Padre è questa: prendersi cura degli orfani e delle vedove che sono nella sofferenza e guardarsi dalle sozzure del mondo" (Gc 1,27) Dio non esige l’amore assoluto, ma l’amore relativo, possibile, a portata di tutti, di atei e pagani, di buddisti e musulmani. Scriveva nel 1963 un teologo cattolico: "L’amore è completamente sufficiente e non occorre altro. Ciò risulta chiaro dalla conversazione tra Gesù e il dottore della legge (Mt 25, 31-46) in cui il giudice non chiede a ciascuno cosa creda, pensa o comprende, ma lo giudica semplicemente e unicamente secondo la misura del suo amore. Il "sacramento del fratello" appare come l’unico requisito di salvezza: il proprio consimile diviene quell’ "incognito di Dio" (Congar) nel quale si decide il fato di ciascuno. L’uomo non si salva perché conosce il nome del Signore (Mt 7,21); ciò che gli si chiede è che vada incontro, in modo umano, al Dio nascosto nell’uomo. L’antica credenza che un Dio può calarsi nelle fattezze dell’ospite è confermata inaspettatamente da Gesù, nato in Betlemme, lontano dalle case degli uomini"(Documentazione Olandese del Concilio 1963).
Quel teologo era il prof. Joseph Ratzinger e con la sua interpretazione concordiamo completamente.
In teoria, perché siamo dolorosamente ben lontani dal praticarla quotidianamente. In quanto cattolici, partecipiamo anche noi delle contraddizioni e dei peccati della nostra Chiesa. Per questo diciamo: Signore, abbi pietà di noi", memori di un avvertimento di Abraham Lincoln: "Non affrettiamoci ad affermare che Dio è dalla nostra parte, ma preghiamo sinceramente di essere dalla parte Sua"


La dottrina Wojtyla-Ratzinger secondo Giulio Girardi

Da Adista del 26 marzo 2001 n. 24

http://www.ildialogo.org/Ratzinger/girardi.htm 

DOC-1067. ROMA-ADISTA. Il comandamento dell'amore universale e la rivelazione che Dio è Amore Liberatore: questi sono gli elementi della salvezza degli uomini tutti, di qualsiasi religione e Chiesa essi siano. Questo precisa il teologo e filosofo Giulio Girardi in una riflessione "a proposito della Dichiarazione Dominus Iesus". In questo documento (v. Adista, n. 64 del 18 settembre 2000), il cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede, Joseph Ratzinger, sostiene "l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa" cattolica. Cioè: è Cristo l'unico salvatore ed è la Chiesa cattolica l'unica via di salvezza in quanto eretta da Cristo per diffondere la verità; universale perché da lui inseparabile e "retroattiva" perché, in Cristo, è in opera dagli inizi dei tempi. La Dominus Iesus è il più recente fondamento dottrinale della censura inflitta al gesuita p. Jacques Dupuis (v. Adista n. 19/2001), a causa del suo libro "Per una teologia cristiana del pluralismo religioso".

La rilfessione di Girardi si intitola "Globalizzazione neoliberale e globalizzazione cattolica: una nuova alleanza?". Ne spiega il perché in apertura:

"Sebbene la Dichiarazione Dominus Iesus non faccia nessuna allusione al contesto geopolitico nel quale si colloca, questa contestualizzazione è necessaria per capire il senso obiettivo del documento. Il contesto è quello della globalizzazione neoliberale, processo di colonizzazione e omologazione del mondo da parte delle grandi potenze, che ignora e calpesta il diritto dei popoli all'autodeterminazione e alla diversità.

Con questo documento la Chiesa cattolica istituzionale si allinea alla tendenza omologante del processo, dissociandosi dalla resistenza dei popoli, delle culture e delle religioni che rivendicano il loro diritto all'autodeterminazione e alla diversità. Essa stabilisce così, nel processo di omologazione, una santa alleanza tra il progetto di Dio e le leggi del mercato; tra la concentrazione del potere economico e politico e la concentrazione del potere religioso. Se il pensiero unico neoliberale presenta il capitalismo come la fine della storia politica ed economica, il pensiero unico vaticano presenta il cattolicesimo come la fine della storia religiosa".

Riportiamo qui di seguito la gran parte della riflessione di Girardi. Omettiamo il punto 2, sul contenuto della Dominus Iesus, pubblicata integralmente da Adista nel numero 64 del 18 settembre 2000.


GLOBALIZZAZIONE NEOLIBERALE E GLOBALIZZAZIONE CATTOLICA: UNA NUOVA SANTA ALLEANZA?

 

A proposito della Dichiarazione Dominus Iesus

di Giulio Girardi

Una presa di posizione antiecumenica

Sul terreno religioso, il processo di globalizzazione provoca la tendenza delle religioni da un lato a scoprirsi e riconoscersi mutuamente, intrecciando vincoli di dialogo e collaborazione, dall'altro ad affermare ognuna la sua identità e pertanto la sua diversità rispetto alle altre. Questo clima influisce anche profondamente sulla ricerca dei cristiani. Per diverse strade, essi scoprono le altre religioni, prendono coscienza della loro importanza e dei loro valori, si rendono conto del carattere minoritario del cristianesimo nella storia presente e passata. Nel continente indoafrolatinoamericano, questa scoperta ebbe un momento forte nelle celebrazioni del V centenario, quando minoranze cristiane si unirono alla campagna "500 anni di resistenza indigena, negra e popolare", riconoscendo il diritto di quei popoli all'autodeterminazione e alla diversità. Nello stesso tempo essi presero coscienza della responsabilità delle Chiese e dell'"evangelizzazione" nella distruzione delle culture e religioni originarie e afroamericane, e decisero di contribuire, in spirito di riparazione, alla loro riscoperta e rivalutazione. Sorse in questo clima, per iniziativa dei cristiani di base, il movimento "Assemblea del Popolo di Dio" che si chiamò "macroecumenico" per significare che il suo ecumenismo oltrepassa le frontiere delle Chiese cristiane e coinvolge le altre religioni.

Ma ciò che queste minoranze cristiane percepiscono come una fonte di arricchimento, le Chiese istituzionali, e soprattutto la cattolica, lo percepiscono come una minaccia e come una messa in discussione della loro egemonia. Il documento Dominus Iesus esprime chiaramente questa preoccupazione, riaffermando in tono categorico la Chiesa cattolica come unica depositaria della Rivelazione nella sua integralità e pertanto come itinerario necessario per la salvezza. Documento che, se fosse preso sul serio dai cattolici, segnerebbe la fine dell'ecumenismo e del macroecumenismo. Questo sembra particolarmente paradossale nell'anno del giubileo, inteso come un momento forte nel processo di liberazione dei popoli, però è coerente con un giubileo inteso come riaffermazione della centralità storica del cristianesimo romano. Con questo documento, la Chiesa cattolica rende più esplicita la sua concezione dell'ecumenismo e del macroecumenismo, che si caratterizzano appunto per il riconoscimento della sua centralità.

 

Momento culminante del processo di restaurazione postconciliare

Questa presa di posizione integralista non è evidentemente un dettaglio dottrinale: ma implica tutta un'interpretazione del cristianesimo, contrapposta all'interpretazione "pluralista" del panorama religioso e dei percorsi della manifestazione di Dio all'umanità. È una decisione che si inserisce in modo coerente nell'ideologia di Giovanni Paolo II e del cardinale Ratzinger; e che porta alle ultime conseguenze il loro progetto di restaurazione. Fa parte di questo progetto la reinterpretazione del concilio dal punto di vista della minoranza conciliare (della quale lo stesso Karol Wojtyla era membro).

Per questo, non farò mio, nell'analisi e valutazione del documento, il punto di vista di quanti segnalano una contraddizione tra il suo contenuto e la pratica ecumenica e macroecumenica di Giovanni Paolo II. Perché in nessun momento questa pratica mette in questione la teologia romanocentrica della cristianità: essa intende promuovere l'u-nità cristiana e religiosa, ma intorno a Roma. Del resto, nel documento Giovanni Paolo II è la fonte più citata (27 volte), preceduto solo dal Concilio Vaticano II (nell'interpretazione restauratrice).

La Congregazione per la Dottrina della Fede, che dopo il Concilio pareva chiamata a trasformarsi in un organismo promotore della ricerca teologica, si riafferma invece, con questo e altri documenti, come continuatrice della tradizione inquisitoriale della curia romana.

 

Una provocazione alla coscienza dei cattolici

Ciò nonostante, con tutti i suoi limiti etici, filosofici e teologici, il documento presenta un aspetto positivo. Mostrando nella sua logica implacabile l'ideologia di Giovanni Paolo II, obbliga i cattolici a prendere posizione di fronte ad essa; a definire la propria concezione della fedeltà a Gesù; a decidere se questa fedeltà è compatibile con l'adesione a quell'ideologia. Credo che in questa sfida sta l'importanza della Dominus Iesus.

Desidero segnalare subito alcuni nodi della contraddizione tra le due concezioni del cristianesimo che si scontrano su questo terreno:

1 - La contraddizione che il documento pone al centro dell'attenzione è quella che oppone due percezioni della missione di Cristo, caratterizzate la prima dall'universalità del suo potere, la seconda dall'universalità del suo amore. L'universalità del suo potere ha come conseguenza il carattere esclusivo della sua missione salvifica; l'universalità dell'amore implica da parte sua il riconoscimento gioioso degli infiniti cammini attraverso i quali l'umanità scopre Dio e Dio si rivela all'umanità.

2 - Questa contrapposizione rimanda ad una più fondamentale, tra due percezioni di Dio, caratterizzate ancora una volta la prima dal suo potere assoluto e universale, la seconda dal suo amore liberatore universale.

3 - La stessa contrapposizione si riflette nella concezione della Chiesa, caratterizzata per la teologia della cristianità dal suo potere e dalla sua missione salvifica esclusiva e universale, per la teologia della liberazione dal suo impegno di amore liberatore universale.

4 - Da qui scaturiscono concezioni distinte e opposte dell'identità cristiana, definita dalla teologia della cristianità come adesione alla verità rivelata nella sua integralità, proposta autenticamente dalla Chiesa cattolica; e dalla teologia della liberazione come riconoscimento di Dio Amore liberatore Universale, nella pratica dell'amore umano universale, vale a dire dell'opzione per gli oppressi e le oppresse come soggetti. (...).

 

DISCUSSIONE DEL DOCUMENTO

Interpretazione del pluralismo religioso e della sua concezione del dialogo

Nella caratterizzazione del pluralismo religioso che il documento presenta come bersaglio dei suoi argomenti, molti cristiani "pluralisti" non si riconosceranno. Poiché essi non pensano che una religione sia buona come un'altra, né che la verità sia relativa. Ciò che essi escludono è che un'istituzione umana abbia ricevuto da Dio l'autorità di definire quale religione sia vera e quale sia falsa, quali libri siano ispirati da Dio e quali no; che un'istituzione umana possa considerarsi depositaria esclusiva della verità piena e definitiva rivelata da Dio; che Dio si sia ridotto a manifestarsi attraverso un unico canale, in un'epoca e in una regione limitate della storia umana, disinteressandosi della grande maggioranza dell'umanità passata e presente. Essi pensano che tutte le conoscenze umane di Dio, comprese quelle che procedono dalla rivelazione, hanno un carattere parziale; che pertanto possono essere arricchite da altre conoscenze parziali.

Queste riflessioni sono valide, nella prospettiva pluralista, anche per le verità rivelate da Gesù di Nazareth. Anche quelli che riconoscono la sua divinità esclusiva, sottolineano il carattere autenticamente umano, e pertanto limitato, delle sue parole; il carattere autenticamente umano e pertanto limitato, delle testimonianze che riferirono, interpretarono e trasmisero le sue parole. Il fatto che queste verità scaturiscano dalla Verità Infinita del Verbo non toglie il loro carattere limitato e perfettibile.

Così pure, dialogare in condizioni di parità non significa affermare l'equivalenza di tutte le religioni, ma escludere che una istituzione abbia, per investitura divina, l'autorità di imporsi come l'unica religione vera. Nel dialogo religioso, come in qualsiasi dialogo umano, ogni interlocutore ha il diritto di considerare la propria posizione come valida; ma nessuno ha il diritto di considerarsi depositario della verità totale e definitiva.

Credo necessario denunciare, una volta di più, il metodo scarsamente scientifico e largamente ideologico con il quale la Congregazione per la Dottrina della Fede conduce la sua polemica. La Dichiarazione ricorda le istruzioni sulla teologia della liberazione, che questo dicastero interpretava come un sottoprodotto del materialismo ateo, il che gli permetteva di squalificarla e confutarla facilmente. Ma nessuno dei destinatari di quelle condanne si riconobbe nell'interpretazione vaticana. Questa metodologia squalifica piuttosto i documenti che l'adottano e li priva di qualsiasi valore dottrinale. La sua unica efficacia consiste nell'offrire nuove armi ai difensori intolleranti dell'ortodossia.

 

Valutazione dell'argomento di autorità che fonda il documento

Il documento intende fondare l'autorità e la superiorità dottrinale della Chiesa cattolica. Ma il suo argomento fondamentale è appunto l'autorità della Chiesa stessa e particolarmente del papa Giovanni Paolo II. Questa impostazione è valida come informazione su ciò che pensa il magistero cattolico, ma non come fondazione teologica della sua dottrina. È un tipo di argomentazione che convince le persone già convinte, ma non quelle che sono in ricerca.

L'autorità della Chiesa cattolica interviene anche, come abbiamo segnalato, nella selezione e interpretazione dei testi biblici, che hanno un carattere ecclesiocentrico e romanocentrico. Essa non prende in considerazione l'ipotesi, sostenuta da molti biblisti rigorosi, che la versione attuale dei Vangeli non abbia carattere strettamente storico ma in larga misura apologetico: che abbia cioè come oggetto non di riferire i detti e i fatti di Gesù, ma di giustificare l'orientamento del processo d'istituzionalizzazione ecclesiastica e particolarmente la sua struttura gerarchica e monarchica. Questa ipotesi impone, ad esempio, di mettere in questione l'autenticità di affermazioni attribuite a Gesù, come quella che apre e fonda tutta la dichiarazione vaticana: "andate nel mondo intero e proclamate il Vangelo a tutta la creazione. Chi crederà e sarà battezzato, si salverà; chi resisterà a credere, sarà condannato" (Mc. 16-15-16). Ma soprattutto, essa impone, per fedeltà al messaggio autentico di Gesù, una rilettura critica delle sue interpretazioni, comprese quelle che propongono i Vangeli.

 

Il problema ermeneutico che il documento solleva

L'interpretazione ecclesiocentrica della bibbia proposta dal magistero cattolico e contestata da molti teologi evangelici e cattolici pone al centro dell'attenzione il problema ermeneutico. Poiché essa dipende evidentemente dalla "pre-comprensione" a partire dalla quale il magistero orienta la sua impostazione. Certamente, esso intende compiere una lettura "integrale" della Bibbia, contrapposta alla lettura "riduttiva" e "sociologica" compiuta dai teologi della liberazione. Tuttavia mi pare evidente il ruolo che assolve la precomprensione nella identificazione dei testi fondamentali per definire l'essenza del messaggio di Gesù e pertanto l'identità cristiana. Questi testi portano a porre al centro del messaggio il potere della Chiesa cattolica, come unica Chiesa fondata da Gesù e come depositaria esclusiva della rivelazione piena e definitiva. In altre parole, il magistero cattolico trova nella Bibbia la conferma delle tesi che hanno costituito la sua chiave di lettura dei testi. L'affermazione dell'autorità universale della Chiesa cattolica si fonda a sua volta sul potere universale di Gesù e rimanda ad un'immagine di Dio Uno e Trino, come Monarca assoluto. Come teologi della liberazione, noi riconosciamo, almeno nella pratica, la necessità di leggere la Bibbia a partire da una "precomprensione", che orienti la selezione, gerarchizzazione e interpretazione dei testi. Questo orientamento ci viene offerto dalla scelta degli oppressi e delle oppresse come soggetti: opzione che i Vangeli ci presentano come l'anima del messaggio di Gesù e come il perno dell'identità del suo movimento; opzione che Gesù vincola alla rivelazione di Dio come Amore Liberatore. Questa opzione ci porta a percepire una profonda continuità tra il messaggio di Gesù e la rivelazione di Dio Amore Liberatore proposta dall'Esodo e che molti teologi assumono come chiave di lettura di tutta la Bibbia. Tuttavia mi sembra importante sottolineare che questa opzione ha una valenza etica indipendente dalla Bibbia, il che spiega la possibilità, per cristiani e non cristiani, di incontrare in essa un'ispirazione comune del loro impegno.

È questa opzione che ispira da un lato la nostra valutazione della Dichiarazione vaticana e della teologia che la sostiene; dall'altro, la nostra visione delle religioni non cristiane e del dialogo con esse..

 

Valutazione dell'ideologia esclusivista

Secondo questa ideologia, solo una minoranza dell'umanità sarebbe destinataria della rivelazione del vero Dio, avrebbe la possibilità di ascoltare la sua parola e di conoscere la sua interpretazione autentica, potrebbe giungere alla vera fede. L'immensa maggioranza dell'umanità sarebbe esclusa dal cammino più diretto per conoscere Dio; avrebbe accesso a Lui solo per vie indirette. Le persone e i popoli non potrebbero giungere ad una conoscenza autentica di Dio con la loro propria ricerca. In questa prospettiva, il vero Dio non vuole essere scoperto dalla ricerca umana; vuole decidere egli stesso con assoluta libertà a chi rivelarsi e a chi no.

Il problema è che questo cammino della "manifestazione di Dio" è stato tracciato in gran parte dal potere e dalle armi degli imperi. La grazia della fede, Dio l'avrebbe riservata alle persone e ai popoli che furono vittime delle conquiste e delle colonizzazioni. Per scoprire il vero Dio, il cammino dell'imposizione e della violenza sarebbe più efficace di quello della libera ricerca umana.

Ora, perché ciò che le persone e i popoli hanno scoperto con i loro sforzi avrebbe meno valore agli occhi di Dio di ciò che è oggetto d'imposizione? Lo sforzo e la libera iniziativa delle persone non sono forse il dono fondamentale di Dio? Il Dio Amore Liberatore si sente maggiormente riconosciuto dalla sottomissione dei suoi servi o dal dinamismo dei suoi figli?

Contestando la contrapposizione tra ricerca umana e manifestazione di Dio, vogliamo anche contestare la contrapposizione tra fede e credenza. Questa contrapposizione suppone che l'unica rivelazione di Dio all'umanità sia quella che egli avrebbe riservato alla minoranza privilegiata. Ma quelli che, come noi, credono nell'universalità del suo Amore Liberatore, pensano che anche la manifestazione di questo amore è universale e che pertanto i canali della sua rivelazione sono infiniti. Se la fede è l'assenso alla rivelazione di Dio, anche le forme della fede sono infinite.

È certo che le credenze sono espressione di una ricerca umana di Dio, però lo è anche la fede cristiana, quando cessa di essere un consenso passivo e tende a convertirsi in una scelta. È certo che nelle credenze delle religioni si mescolano verità ed errori, ma la stessa mescolanza esiste nella fede cristiana e nella dottrina del magistero (come dimostra particolarmente questa dichiarazione).

 

Universalità della missione di Gesù e rivelazione di Dio Amore Liberatore

La dichiarazione vaticana intende affermare il carattere universale e definitivo della missione di Gesù. In realtà la interpreta in termini tali che limitano la sua portata alla piccola parte dell'umanità che arriva a conoscerlo. Il concetto di Dio implicato in questa interpretazione è, come abbiamo segnalato insistentemente, quello di un padre padrone, assoluto e dispotico, che si manifesta a quelli che vuole e non si preoccupa di stabilire relazioni coscienti con la maggioranza dell'umanità. Questa avrebbe con Gesù Cristo e con il vero Dio una relazione salvifica oggettiva, ma senza saperlo.

Invece, riconoscere autenticamente la missione universale di Gesù significa attribuire un ruolo centrale agli elementi realmente universali e definitivi della sua missione, che sono, come abbiamo segnalato, da un lato il comandamento dell'amore universale e dall'altro la rivelazione che Dio è Amore Liberatore. Fa parte anche di questo messaggio la relazione tra la pratica dell'amore umano liberatore e la scoperta del Dio liberatore.

Tuttavia, il carattere universale e definitivo di questo messaggio non significa che esso rappresenti l'ultima parola di Dio all'umanità, ma una parola aperta alla sua incessante rivelazione, che accompagna la storia dell'umanità fin dal primo momento e la accompagnerà fino alla fine. La fede cristiana in Dio si fonda essenzialmente sulla testimonianza di Gesù, quale ci fu trasmessa dai vari movimenti che egli suscitò, e sull'esperienza di Gesù vivo, che anima la vita spirituale dei suoi discepoli. Inoltre però essa è fortificata ed arricchita da tutte le testimonianze religiose che attraversano la storia dell'umanità passata e presente. Continuerà ad essere fortificata ed arricchita dalle testimonianze future. Perché il Dio Amore Liberatore non cesserà mai di manifestarsi, attraverso cammini sempre nuovi, nell'esperienza e nella ricerca religiosa dell'umanità.

L'apertura dei cristiani a questi molteplici canali della manifestazione di Dio non è espressione di "relativismo" ma di fiducia nell'amore di Dio e nella sincerità della ricerca religiosa dell'umanità che si realizza nel cristianesimo e fuori di esso. Il dialogo con i non cristiani fa parte della pratica dell'amore per loro, che si esprime nel riconoscimento della loro libertà e nella valorizzazione della loro esperienza religiosa. È un atto di fede nell'amore universale di Dio e un riconoscimento degli infiniti percorsi attraverso i quali egli si manifesta. È un arricchimento della nostra conoscenza di Dio e della nostra identificazione con Lui. La teologia esclusivista, che intende affermare l'universalità della rivelazione cristiana, diventa effettivamente una prigione ideologica, quella della cultura occidentale, nella quale Dio rimane rinchiuso. Pertanto, il movimento macroecumenico è un apporto fondamentale non solo alla liberazione umana, ma anche alla liberazione di Dio.

 

CONCLUSIONE

Desidero concludere sottolineando l'apporto positivo che, nonostante tutto, questa dichiarazione può offrire alla coscientizzazione e alla riflessione dei cattolici. Portando alle ultime conseguenze il modello di cristianesimo ispirato dalla teologia della cristianità, essa ci pone una volta di più ,come cattolici, di fronte alla necessità di definire la nostra concezione della fedeltà a Gesù di Nazareth: implica essa la sottomissione agli orientamenti dell'istituzione ecclesiastica o non suppone piuttosto la capacità di mobilitarci autonomamente, in comunione con altri credenti, cristiani e non cristiani, impegnati nella pratica dell'amore e nella ricerca di Dio? L'unità che vogliamo realizzare e per la quale Gesù ha pregato si fonda sull'ortodossia ("La salvezza si trova nella verità", 22) o sulla pratica dell'amore?

Inoltre, questa provocazione rende più chiara la differenza e la contrapposizione tra l'ecumenismo e il macroecumenismo cattolico istituzionale da un lato, e l'ecumenismo e il macroecumenismo popolare dall'altro. Il primo, per la sua intolleranza romanocentrica, si trasforma in un ostacolo al dialogo e all'unità o, come afferma con efficacia Marcelo Barros, in un atteggiamento scismatico.

La riaffermazione della teologia della cristianità, compiuta da questa Dichiarazione, rappresenta finalmente un motivo per riscoprire e rivalutare i cristianesimi originari nella loro diversità; per rivalutare soprattutto lo spirito di libertà con i quali essi interpretarono e attualizzarono il messaggio del maestro e amico e con il quale ascoltarono le mozioni dello Spirito di Dio.

Essa ci stimola a condividere la sorpresa e la gioia di Gesù, di fronte al centurione romano: "vi assicuro che in Israele non ho trovato una fede tanto grande!" (Mt 8,10). Ci stimola a ricordare e attualizzare la parola di Gesù alla samaritana: "Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre' viene l'ora (già stiamo in essa) in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità' Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità" (Gv 4,21-24).

 

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