La cronologia qui riportata non è esaustiva, ma mostra alcuni degli eventi che segnarono la storia ereticale tra XII e XIII secolo.
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ANNO |
EVENTO |
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1028 |
Eretici catturati a Monforte d'Alba e messi al rogo a Milano |
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1116 |
Il monaco Enrico predica a Le Mans |
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1134 |
Il monaco Enrico a Pisa abiura ogni sua "eresia" Cattura del monaco Enrico |
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1140-1150 |
L'eresia catara si diffonde in Occidente |
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1143 |
Lettere di Evervino di Steinfeld a Bernardo di Chiaravalle sul diffondersi dell’eresia |
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1145 |
Bernardo di Chiaravalle a Tolosa Bernardo di Chiaravalle predica contro il catarismo ad Albi Arnaldo da Brescia pellegrino a Roma Seconda cattura del monaco Enrico |
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1148 |
Concilio di Reims: condanna degli eretici di Guascogna e Provenza |
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1152-1156 |
Eckberto di Schonau usa nel suo trattato il termine “catari” |
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1155 |
Arnaldo da Brescia espulso da Roma Rogo di Arnaldo da Brescia |
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1167-1175 |
Assemblea dei Catari a Saint Felix de Caraman |
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1174 ca. |
Inizio della predicazione di Valdesio |
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1177 |
Lettera di Raimondo V, conte di Tolosa, sul pericolo eretico |
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1179 |
De Nugis Curialium di Walter Map Valdesio a Roma |
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1180 |
Professione di fede di Valdesio accettata dal sinodo di Lione |
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1182 |
Valdesi scomunicati e cacciati dalla città di Lione |
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1184 |
Ad Abolendam: decretale di scomunica emanato da papa Lucio III: tra i movimenti scomunicati anche Umiliati e Poveri Lombardi (Valdesi) |
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1185 ca. |
Predicazione del piacentino Ugo Speroni |
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1186 |
Urbano III rinnova agli Umiliati di San Pietro di Viboldone la protezione papale |
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1194 |
Alfonso re di Aragona e conte di Provenza espelle i Valdesi dalle sue terre |
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1197 |
Pietro II re di Aragona e conte di Provenza espelle i Valdesi dalle sue terre |
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fine 1198- inizio 1199 |
2 rappresentanti degli Umiliati vanno alla curia romana per cercare di far inserire il movimento nella Chiesa romana |
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1199 |
Vergentis in senium: Innocenzo III equipara l’eresia al delitto di lesa maestà |
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1201 |
Reintegro degli Umiliati nell’ortodossia |
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1204 |
Concilio cataro di Mirepoix |
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1205-1207 (?) |
Morte di Valdesio |
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1205 |
Scisma interno dei Valdesi |
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1206 |
predicazione di San Domenico in Linguadoca |
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1208 |
Pietro di Castelnau, legato papale, viene assassinato |
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1209 |
Inizio Crociata contro gli Albigesi |
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1210 |
Bernardo Prim dà vita ai Poveri Riconciliati (Valdesi tornati all'ortodossia) |
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1211 |
Raimondo VI, conte di Tolosa, scomunicato perchè troppo "morbido" con gli eretici |
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1215 |
IV Concilio Lateranense Canone “Excommunicavimus” |
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1216 |
Elogio degli Umiliati da parte di Iacopo di Vitry |
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1218 |
I Valdesi si incontrano a Bergamo per ritrovare l'unità del movimento Morte di Simone di Monfort, capo dei crociati contro gli albigesi |
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1226 |
Concilio cataro di Pieusse |
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1226-1229 |
Crociata di re Luigi VIII per sottomettere il sud della Francia |
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1229 |
Sconfitta di Raimondo VII, conte di Tolosa, contro Luigi VIII Pace di Parigi |
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1231-1233 |
Gregorio IX istituisce il tribunale dell'Inquisizione |
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1235 |
Liber supra Stella di Salvo Burci |
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1242 |
Due inquisitori sono uccisi a Avignone |
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1244 |
Presa di Montsegur |
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1250 |
Summa de Catharis et Leonistis di Raniero Sacconi |
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1252 |
Decretale Ad extirpanda (Innocenzo IV) |
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1254 |
Bolla Cum super inquisitione (Innocenzo IV) |
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1260 |
Ghererdo Segarelli dà il via al movimento apostolico nel parmense |
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1269 |
Obizzo Sanvitali, vescovo di Parma, raccomanda alla carità dei fedeli le sorores apostolorum |
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1270-1272 |
Trattato contro i Valdesi di Davide d'Asburgo (Yvonet) |
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1274 |
Canone Religionum diversitatem nimiam |
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1278 |
Bruciati a Verona circa 200 eretici |
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1286 |
Olim felicis recordationis (Onorio IV). Decretato lo scioglimento degli Apostolici Gherardo Segarelli imprigionato per la prima volta |
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1290 |
Il comune di Bologna concede contributi in denaro a ordo Apostolorum |
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1294 |
Segarelli accusato di eresia e nuovamente imprigionato A Parma 4 eretici messi al rogo (Apostolici di Segarelli) |
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18 luglio 1300 |
Condanna al rogo di Segarelli |
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1300 |
Prima lettera di Dolcino da Novara ai fedeli apostolici |
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1303 |
Seconda lettera di Dolcino da Novara |
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1305 |
Clemente V indice una crociata contro Dolcino da Novara e i suoi discepoli |
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1306 |
Dolcino da Novara nel biellese Terza lettera di Dolcino da Novara |
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1 giugno 1307 |
Rogo di Dolcino da Novara, Margherita da Trento e Longino Cattaneo da Bergamo |
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1308-1309 |
Acta Inquisitionis Carcassonensis contra Albigenses |
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1316 |
Historia fratris Dulcini heresiarche di Bernardo Gui |
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1317 |
Giovanni XXII condanna i francescani "spirituali" (fraticelli) |
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1318-1325 |
Inchiesta di Jacque Fournier |
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1321 |
Rogo del perfetto Belibasta |
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1323 |
Manuale dell'Inquisizione di Bernardo Gui |
Un elenco completo di tutte le eresie, dagli Apostoli all'epoca contemporanea, si può trovare qui.
Gabriele
Zanella
L'inquisizione
medievale:
tra
ideologia e metodologia
1. La rappresentazione dell'eresia
2.
Le motivazioni dell'eresia secondo l'inquisizione
3. L'accertamento
4.
Le finalità
4.1 La repressione
4.2 Il recupero
5.
Il senso finale dell'istituzione
Ma
è realmente questo, tanto modesto, lo stato del progresso storiografico?
Ho già negato altrove, in più occasioni, la sostenibilità di questa
posizione nell'ambito proprio, per dir così dal punto di vista degli
eretici; vediamo in questa occasione, di affrontare la questione dall'altra
parte. Cominciamo, dunque, col fissare gli occhi su quello che era
effettivamente il punto di vista dell'inquisizione.
Se
scorriamo i nomi delle auctoritates
in tema di eresia, invocati concordemente dai manuali in uso negli ambienti
inquisitoriali, per definire eresie ed eretici, fino ad Eimerico
, vale a dire a tutto il Trecento - è notorio -, incontriamo solamente
passi di Agostino
, Girolamo
, Isidoro di Siviglia
, per tutti i quali, naturalmente - va detto subito con chiarezza -,
l'idea di un'antichiesa non si prospettava neppure come ipotizzabile. Ma,
si potrebbe obiettare, pur non mutato lo strumentario, la realtà era in
ogni caso diversa, e lo strumentario era stato adattato ai tempi nuovi. Se
così fosse, si dovrebbe effettivamente comunque poter individuare la
consapevolezza di uno scarto fra le definizioni fornite dai padri antichi e
l'atteggiarsi riconosciuto dei nuovi eterodossi, e lo scarto sarebbe giusto
rappresentato dalla nuova organizzazione dell'antichiesa ereticale, con i
suoi ministri, i suoi culti, le circoscrizioni giurisdizionali, lo
strutturarsi in dottrine, il tutto "alternativo". Il fatto è
che, concordemente, coloro che sostengono l'idea dell'antichiesa, parlano
di mimetismo nei confronti della chiesa cattolica, con il nuovo
rappresentato esclusivamente da una drastica riduzione, ad ogni livello,
gerarchico, rituale e dottrinale (manca comunque l'idea, neppure lontana,
di un antipapa!, l'idea cioè della proposizione di una compatta e
centralistica struttura "altra", per cui, a rigore, si dovrebbe
dire di "antichiese", e non di una sola, il che, ci sembra, mette
in crisi la nozione stessa di antichiesa). Un "nuovo", dunque,
esemplato sul "vecchio", e perciò stesso nient'affatto nuovo?!
Perché,
se lasciamo per un attimo l'ottica inquisitoriale, in effetti, gli eretici,
tutti, di ogni immaginata variante dottrinale, protestano di sentirsi veri
"cristiani", buoni cristiani, anzi i soli veri seguaci di Cristo,
contro le deviazioni della Chiesa storica, e questo riconoscono senza
difficoltà gli inquisitori[3].
O invece bisogna ammettere - come si sostiene -, che, almeno i catari, in
realtà - ma bisognerebbe ammettere allora simultaneamente, in maniera
inconsapevole - sono un gruppo di fedeli sostanzialmente estranei al
cristianesimo? Bisogna ammettere che la chiesa catara «è completamente
terrena, perché si ritrova ad avere referenti esclusivamente umani, a
differenza di quella cattolica, come di quella valdese»[4],
visto che manifesta una cristologia evanescente? Ma, ammettendolo, come
possiamo passare sotto silenzio il continuo richiamo degli eretici a passi
evangelici[5],
il saluto rituale che invoca reciprocamente la benedizione dei boni
christiani, la contestazione degli uomini di chiesa proprio perché non
fanno quel che predicano, aspetti di nuovo sottolineati dalla pratica
inquisitoriale [6]?
Se i catari negano la realtà della passione, perché inconcepibilmente
avvilente per un dio, e considerano Cristo un angelo - posizione del resto
non univoca e monolitica - ciò non significa che Cristo non sia comunque
al centro della vita cristiana,
appunto.
Accantoniamo,
per ora, la ulteriore e centrale difficoltà posta dalla contestazione di
un sistema che si genera all'interno di quel sistema - inconcepibile
altrove, ad esempio in ambito tecnico-scientifico -, e sforziamoci di
guardare pur sempre con gli occhi dell'inquisitore. Quell'anti-società
religiosa, così profondamente strutturata, così sostanzialmente
alternativa, tale da coinvolgere ogni manifestazione esterna di fede, non
può procedere altro che da ambienti fortemente acculturati ed avvezzi alle
più fini interpretazioni teologiche, oltre che dagli strumenti normali
della retorica e della dialettica. Di nuovo siamo in difficoltà, perché
invece l'eresia basso medievale, giusto quella che si trova di fronte
l'inquisizione, è frutto di non-dotti, com'è ugualmente notorio[7].
Come stabilire tranquillamente come ovvia l'equazione alternativa
religiosa=alternativa istituzionale[8],
quando proprio l'inconsistenza culturale ed istituzionale è la ragione
principe del dissolversi dell'eresia?
Se
poi dobbiamo distinguere nettamente valdesi e catari, perché i primi, pur
condividendo le finalità della chiesa cattolica, perseguono «mezzi»
diversi[9],
ne consegue primariamente che l'ecclesiologia valdese è identica a quella
cattolica, tranne che nella concezione del diritto/dovere della
predicazione - e quindi l'"antichiesa" è solo quella catara -,
e, secondariamente, dovremmo spiegare come mai l'inquisizione, sulla scorta
delle condanne papali, imperiali e comunali, consideri valdesi e catari, e
tutti gli altri "eretici"!, alla stessa stregua, con una cecità
assoluta ed inspiegabile. Dobbiamo concludere che gli inquisitori non
capiscono nulla di coloro che si trovano a dover giudicare? Se la proposta
valdese discende unicamente dal bisogno di uniformarsi alla necessità di
«perseguire un fine superiore, che andava ben oltre l'obbedienza
all'autorità ecclesiastica»[10],
come mai l'inquisitore non sente l'obbligo di rispondere a tono su questo
punto specifico? Non capisce? Mente (ma a chi?), mistifica? Tutto ciò
discende dalla volontà dei laici di contare nella vita ecclesiale[11]?
La contrapposizione è tra conservazione dei privilegi degli ecclesiastici
e rivendicazione del diritto universale di praticare la fede dei
laici-eretici, con una semplificazione brutale, tra latino e volgare[12]?
Ma nient'affatto! La contrapposizione in termini di potere è evidentemente
un abbaglio, anche e soprattutto metodologico. Quando mai viene contestato
il potere della Chiesa, di proibire, di costringere, di indirizzare, se non
là dove limitatamente si rivolge esplicitamente contro l'eresia? E perché
poi quella contrapposizione si sarebbe circoscritta alla sfera religiosa, e
non mai - su questo è accordo generale fra gli studiosi - nei confronti di
ogni potere? Il latino è la lingua del potere tout court, non solo di quello ecclesiastico. O dobbiamo tornare al
Volpe
, magari aggiornato dal Molnár
, nel vedere in ogni movimento religioso una contestazione sociale? Ma
via…
Il
punto è, ancora una volta, che ogni interpretazione discende
dall'interpretazione delle fonti (o è viceversa? Ideologia che si fa
euristica, o metodologia che si fa interpretazione?).
Consideriamo
la divisione in chiese dei catari in Italia. Noi sappiamo di cinque o sei
gruppi (Concorrezzo
, Desenzano
, Bagnolo
, Marca Trevigiana
, Toscana
e Valle Spoletina
) dal De heresi catharorum
(1210 ca.), da Raniero Sacconi
(1250), Anselmo
d'Alessandria
(1270 ca.). Nessun'altra
documentazione in merito prima di loro, ma neppure dopo di loro. Anselmo e
Raniero furono per certo frequentatori abituali del mondo inquisitoriale;
eppure se noi sfogliamo le pagine dei manuali, che riprendono, riassumono e
rassodano le acquisizioni dell'officio in merito alla tipologia ereticale,
constatiamo che le cinque-sei "chiese" catare sono scomparse
senza lasciare alcuna traccia. Dov'è finito quel catarismo così segnato
da «una strutturazione istituzionale per chiese, diocesi e diaconie…
"antichiesa" alternativa a quella romana»[13]?
Evidentemente quella cifra, tanto enfatizzata dallo studioso moderno, è
inconsistente per l'inquisitore contemporaneo. Anche in seguito,
naturalmente: niente del genere ricorda nel 1376 Eimerico
, e perfino il Peña
nel 1578, in margine
all'elenco degli eretici antichi e recenti, può scrivere: «Non ci sono
oggi nuove eresie, bensì una rimessa a nuovo di vecchie eresie»[14].
Intendiamoci: non voglio sostenere che quei gruppi "non
esistessero", solo voglio rilevare che l'intenzione di fondo delle due
tipologie di fonti è profondamente diversa. I trattatisti intendono
ricostruire storicamente gli sviluppi ereticali, identificando gruppi
relativamente omogenei per dottrina e rituale, mentre i manuali hanno la
preoccupazione di fornire ai combattenti contro gli eretici strumenti e
procedura più adatta ad identificare l'eresia, comunque si presenti, sul
piano di principio, vorrei dire. Ma la conclusione più rilevante è che il
manuale non prepara e sostiene gli inquisitori ad una lotta contro una
"antichiesa", una contro-istituzione, ma semplicemente contro gli
errori, dottrinari e comportamentali, degli individui. Non è certo, per i
fini che ci proponiamo, una distinzione di poco momento. L'istituzione
preposta a contrastare l'eresia non pensa se stessa come opposta ad
un'istituzione, ma solo agli eretici, quocumque
nomine censeantur, indifferentemente da come si presentano, perché
come si presentano ha scarso interesse. L'eresia è tale perché in
contrasto con i principi della dottrina e della morale stabiliti dal
magistero ecclesiastico, non perché realizza un'antichiesa. E non si dica,
all'opposto, e del tutto anacronisticamente, che è in sostanza rifiuto
della mediazione ecclesiastica, perché allora dovrebbe essere
parallelamente e coerentemente anche rifiuto della mediazione ereticale, e
realizzazione di una cristianesimo tutto individuale: irriscontrabile e
quindi inconcepibile.
Ma,
oltre queste precisazioni, il discorso ha rilievo molto maggiore se
guardiamo allo scontro con l'eresia come momento di un lungo processo di
modificazione e sviluppo dell'idea stessa di una società cristiana, delle
sue istituzioni, degli strumenti che consentono di raggiungere la salvezza.
Lo scoppio ereticale del basso Medioevo, e la conseguente nascita
dell'inquisizione con tutto il suo apparato concettuale, giuridico,
teologico, e pratico, segnano un momento centrale di quell'evoluzione.
Dall'idea di una Christianitas che pare esaurirsi nel suo apparato normativo (basti
pensare alla raccolta di canoni di Bonizone
, che significativamente porta il titolo De vita christiana
, ad indicare che
la pienezza e legittimità di una vita christiana
è misurata dall'aderenza alla norma ecclesiastica), alla crisi di quella
concezione, che raggiunge il suo culmine e simultaneamente il momento di
maggiore tensione nel secolo XI, al manifestarsi di possibilità diverse,
quando non eterogenee, per ottenere la felicità ultima nel regno divino,
e, contemporaneamente, all'impossibilità di un riconoscimento della
plausibilità di quelle forme "non-previste", almeno per il
Medioevo[15].
La lotta tra inquisizione ed eretici allora si presenta come scontro tra
autoconservazione (dell'istituzione) ed istanze di appropriazione dei modi
per il raggiungimento del fine ultimo (individuali, o di piccoli gruppi, in
ogni caso paralleli, non come altra e nuova istituzione sostitutiva di
quella esistente).
Ciò
stabilito vediamo le ragioni per le quali, sempre dalla specola
dell'inquisitore, si cade nell'eresia. L'eretico è colui che intende male
la Scrittura, come dice Girolamo
, per una qualche sua utilità personale, come dice Agostino[16].
L'inquisitore deve appurare se le affermazioni eretiche siano veramente
credute da chi le fa, o no, perché l'eresia propriamente sta là dove si
sceglie consapevolmente e liberamente, non strumentalmente, come fece, ad
esempio, a suo tempo Dolcino[17].
La pertinacia e la gradualità dell'adesione all'errore sono qualificazioni
ulteriori, su cui insiste, tra gli altri, Tommaso
, ma tutto sommato, rilevanti solo al fine della punizione da
infliggere. Tutto il resto è casistica e procedura.
Per
quanto si ricerchi, nei manuali, nei trattati, nelle costituzioni
pontificie ed imperiali, negli atti stessi dell'inquisizione, altro non si
trova. La domanda sul perché di queste nuove eresie non è dunque
pertinente. Ed infatti il rimando costante è alle vecchie, ben note eresie
dei primi secoli della vita della Chiesa, i catari sono i nuovi
manichei, e così via. Quello che a noi sta più a cuore, da quali necessità
ed esigenze è dettata la scelta alternativa di questi eretici, non appare
propria dei contemporanei. Come la verità rivelata è data ed immutabile,
così le manifestazioni ereticali si ripetono in forme più o meno
analoghe.
Se
noi immaginiamo oggi, con una prospettiva indubbiamente più ampia di
quanto non potessero e sapessero fare i contemporanei, ragioni sociali,
politiche, di vita quotidiana, esistenziali, di singoli e di gruppi,
all'origine di quei turbamenti circa i modi di perseguire la salvezza,
dobbiamo operare uno scarto marcato con la coscienza del fenomeno che
ebbero gli uomini del basso Medioevo. Il perché di certe novità nella
vita dei fedeli sta per loro nell'azione insondabile della provvidenza
divina, che tutto conduce al fine senza rivelare le ragioni del suo
operato. Perché Francesco d'Assisi
? Perché Valdo
? Perché la religiosità popolare ed i santi laici? Perché i catari?
Rimane insondabile all'uomo.
Ma
ciò non significa, naturalmente, che noi non dobbiamo porci quelle
domande, ansiosi come siamo di conoscere, oggi, le interagenze fra
atteggiarsi di una certa civiltà ed azioni e convinzioni degli uomini che
si trovano a viverci. Certo la complessità dell'esistenza, passata e
presente, ci porterà volta a volta a privilegiare un aspetto piuttosto che
un altro, e la storia degli storici non è mai identica. Rimane la
difficoltà di applicazione di criteri interpretativi che sono
assolutamente estranei alla coscienza del tempo che sottoponiamo ad
analisi, e non possiamo concludere altro che occorre comunque
copnsapevolezza piena che la nostra ricostruzione delle linee guida del
fenomeno ereticale, e dell'inquisizione nella fattispecie, si può solo
giustapporre a quella dei contemporanei, mai coincidere, perché
"altro" è il nostro piano, altre le nostre necessità di ordine
concettuale. Ci facciamo quelle domande perché la risposta interessa a noi
oggi, per guidare il nostro giudizio oggi, e non ha alcun senso pretendere
che il Medioevo rispondesse per conto suo a domande che non si sognava
neppure di farsi.
Limitiamoci,
per ora, a prendere in esame la normale prassi inquisitoriale. Per quel che
concerne le modalità per l'accertamento della colpa esse ci sono oramai
ben note. Ancora in discussione rimane tra gli studiosi il giudizio circa
l'oggettività del metodo adoperato e la liceità delle conclusioni
dell'indagine condotta dagli inquirenti. Per quanto l'inquisitore si serva
delle costituzioni, papali ed imperiali, in tema di eresia, del parere di
esperti del diritto, romano e canonistico, di formulari, in generale dei
modelli forniti dai manuali, rimane pur sempre un ampio margine di
discrezionalità, dettato dall'inevitabile singolarità dei casi, delle
persone interessate, dell'ambiente sociale e politico. Ma bisogna
riflettere su di un fattodi per sé ovvio, che il processo è sempre
innescato dall'esterno, da una denuncia, da voci pervenute all'inquisitore,
ed inevitabilmente dimensionato su misura. L'inquisitore non interroga
chiunque, ma solo chi è caduto in qualche modo in sospetto. Non appare
scontato in partenza, ma è invece assolutamente certo che le domande, in
maniera quasi generalizzata, non riguardano pensieri ed affermazioni
dottrinali, ma pressocché esclusivamente tendono ad accertare la
frequentazione del mondo ereticale, vale a dire il verificarsi di rapporti,
conversazioni, colloqui, contiguità le più varie con persone, altrove già
giudicate eretiche. Gli atti di un processo si assomigliano tutti in modo
impressionante, finiscono col ridursi ad un elenco di persone, sospette o
manifestamente eretiche, con le quali l'inquisito ha avuto a che fare.
Insegna
Bernard Gui
:
Innanzitutto
si chieda all'individuo da esaminare se in qualche luogo abbia visto o
conosciuto uno o più eretici, sapendo o sospettando che fossero tali
oppure definiti o reputati tali, e dove li vide e quante volte e con chi e
quando [18].
La
necessità di sostanziare la convinzione circa una dottrina è in partenza
assolutamente ignorata, per quanto ciò possa sembrare stupefacente. Mostra
all'evidenza che la stessa concezione di eresia dell'inquisitore considera
la precisazione dottrinale di scarso rilievo, e comunque ulteriore; è
invece il modo di porsi, più o meno irriducibilmente, nei confronti
dell'apparato cattolico a generare eresia, la volontà di intrecciare un
rapporto con chi è stato definito eretico, già volontà dunque di
sfuggire alla norma stabilita dagli ecclesiastici. L'ultimo interrogativo
del processo è se tutto ciò che è stato detto prima è provato o no, con
una preoccupazione di ordine meramente formale che riguarda esclusivamente
la prassi giuridica.
Eppure
anche nella procedura estremamente lineare e semplificata si nasconde
un'oggettiva impossibilità di giudicare al di fuori di una convinzione
personale, perché, se è vero che l'inquisitore mira ad evidenziare
comportamenti indice di una eresia, una serie di altri comportamenti del
tutto nella norma cattolica gli vengono opposti, e l'inquisitore alla fine
deve far prevalere gli uni sugli altri. Viene chiesto a Marco
Gallo
nel 1269 se sia stato
presente ad una qualche predicazione di eretici, se ha mangiato e bevuto con loro, se ha mai mostrato di apprezzare la fede
ereticale e deprecato la cattolica, se sa dove sono ubicati i beni degli
eretici o conosce qualcuno che ne detiene l'uso. Marco
nega, ma l'inquisitore, in
una indagine di vent'anni successiva sostiene che allora mentiva. A quel
punto i parenti - Marco
è già defunto - «per
testes legittime probaverunt» che aveva avuto moglie, e con lei era
rimasto fino alla fine dei suoi giorni «secundum mos ecclesie Romane», da
lei aveva avuto figli e figlie, aveva frequentato persone stimate, in punto
di morte aveva ricevuto i sacramenti. A comportamento si oppone
comportamento. Marco
è un simulatore?
L'inquisitore non nega la veridicità della difesa di Marco
, ma decide per la condanna[19].
L'aver «mangiato è bevuto con eretici» gli pare colpa più grave, chiaro
segno di adesione all'eresia, più perspicua dell'aver avuto figli con una
moglie legittima, negazione evidente della dottrina-pratica catara di
astensione dalle pratiche sessuali di cui i trattatisti parlavano. Si badi
ancora che non risulta nulla circa le convinzioni in materia di fede
eterodossa, mentre per converso la pratica ortodossa, la frequentazione dei
sacramenti cattolici, ugualmente inconciliabile con la dottrina catara ben
nota a tutti, dovrebbe orientare il giudizio in senso favorevole
all'imputato.
Invece
chi ha edito l'atto è certo dell'eresia di Marco
[20].
Ciò è possibile solamente se si accetta, senza ulteriori precisazioni, la
definizione che di eretico dava a suo tempo il Morghen
: «eretico è colui che è condannato per eresia»[21],
ma è chiaro che ciò, oltre a falsare l'idea complessiva del fatto
ereticale, preclude, per quel che c'interessa qui, ogni possibilità di
indagine sui modi di ricezione, da parte dell'inquisizione, delle forme
eterodosse; si è obbligati a seguire la logica inquisitoriale, non la si
sottopone a vaglio critico. Data per buona l'interpretazione
dell'inquisitore come rispondente al vero, siamo obbligati a catalogare
Marco
tra gli eretici, con tutto
quel che ne consegue (osservazioni sull'ambiente da cui proviene e che
frequenta, valutazione del peso delle sue simpatie politiche, ad esempio, e
così via), e l'azione dell'inquisitore come corretta, non frutto di
fraintendimento o alterata da preoccupazioni di tutt'altra natura rispetto
a quella propria dell'officio. Conclusioni comunque non sicure, che
estendono il possibile fraintendimento dell'inquisizione allo studioso
moderno, che rifà la storia senza chiarire nulla, ripetendo, con
osservazioni più o meno intelligenti, l'antico punto di vista. Ma come
possiamo dimenticare che ben più di un sospetto che la buona fede
dell'officio fosse in discussione ebbero perfino i pontefici, che
ingiunsero agli inquisitori di smetterla col perseguitare gli antichi
sostenitori di Ezzelino da Romano
, e che avviarono una colossale indagine - probabilmente mai giunta a
termine in maniera completa e soddisfacente - sulle malversazioni dei frati
inquisitori, francescani e domenicani alla pari, acclarati procacciatori
dei beni degli "eretici" per sé, i confratelli, amici e parenti[22]?
Occorre
invece la massima prudenza: bisogna indagare a fondo, caso per caso, al
fine di distinguere il più chiaramente possibile le vittime
dell'inquisizione dalle vittime della politica, riconoscere quando
veramente si tratta di eresia e quando di altro sotto la specie
dell'eresia, rimandando sempre oltre la conclusione generalizzatrice.
Lo
scopo per cui è creata l'inquisizione è, naturalmente, quello di
individuare ed estirpare l'eresia. A quel fine è necessario intervenire
sul singolo e sui gruppi, con grand'enfasi, sì da condizionare l'opinione
corrente. A sua volta anche
l'azione sui singoli si muove su due piani: il convincimento personale e la
manifestazione pubblica del pentimento o comunque della punizione. Ed
ancora duplice è l'azione dell'officio della fede in due momenti distinti
ma intimamente connessi: la prima, in negativo, volta a cancellare il
peccato, la seconda, in positivo, a reinserire il reprobo nell'azione,
personale e comunitaria, della salvezza.
Per
quel che riguarda la prima, non si considera con l'importanza dovuta il
fatto che noi possediamo documentazione ingente circa l'attività
repressiva dell'officio sul piano economico, addirittura molto più
abbondante dei processi. Gli atti dell'inquisizione vicentina pubblicati
dalla Lomastro
consistono nella stragrande
maggioranza nella vendita di beni confiscati a condannati per eresia (15 su
17 documenti)[23],
e la documentazione pervenutaci sull'inchiesta papale sull'operato degli
inquisitori nella seconda metà del Duecento è composta quasi
esclusivamente dai registri delle entrate-uscite dei soggetti sottoposti
all'indagine[24].
In effetti, l'aspetto più appariscente dell'azione repressiva non sta
tanto nelle pene corporali inflitte ai condannati, quanto piuttosto nelle
multe comminate e nella confisca dei beni, che colpisce anche i parenti e
gli eredi. Su questo piano l'azione punitiva risulta massiccia e
tremendamente efficace. Non solo gli eretici sono isolati, infamati,
quanto privati delle possibilità di continuare a vivere con i beni a loro
disposizione. Attorno a loro veramente l'inquisizione fa terra bruciata, ed
in particolare ammonisce per il futuro. Ma che significa colpire gli
eretici in maniera del tutto particolare nei loro possessi se non
consapevolezza che proprio la proprietà di quei beni, in molti casi
ingente, rende possibile o addirittura favorisce l'eresia? Non si tratta
della mera conseguenza di un atto giuridico di condanna, visto che multe e
confische non sono di entità fissa, ma relative alla ricchezza
complessiva. Non una parte dei
beni è venduta, ma ogni bene.
Ben si comprende la resistenza degli eredi, del resto incolpevoli sul piano
oggettivo, ma rimane la constatazione che secondo la visione inquisitoriale
il male ereticale costituisce un vulnus
per la società totale, non limitato al danno spirituale, di disgregazione
di una convivenza integrale, per cui il pericolo ereticale va soppresso
nelle idee, nelle azioni e nelle sue stesse ragioni materiali. L'eretico
non è più un vitandus, ma uno che va costretto nella sua persona e nel suo stesso
significato economico e sociale, a rientrare nei ranghi: compelle
intrare[25].
Ancora
è da mettere l'accento su di un altro aspetto, poco tenuto presente.
«Non
est disputandum cum hereticis maxime in officio inquisitionis», recita il
manuale[26].
L'inquisizione non stabilisce in alcun modo che cosa sia eresia: altri lo
hanno già fatto: i papi con le loro decretali e gli imperatori col le loro
costituzioni; l'inquisizione incasella il comportamento dei sospetti nella
griglia già disegnata. Lo scopo dell'attività inquisitoriale non è
neppure quello di convincere l'eretico a cambiare opinione, ma solo di
convincerlo che è caduto nell'errore, e quindi di assegnargli una pena. Un
fine dunque esclusivamente di accertamento e di repressione.
Ma
si badi che è un atteggiamento che è fortemente raccomandato di assumere
comunque e dovunque: nell'esercizio dell'inquisizione maxime non si deve entrare in dialogo con gli eretici sulla materia
propria, dottrinaria, che dà origine all'eresia, e, se è maxime, ciò significa che neppure in altri casi ci si dovrebbe
comportare diversamente. La discussione
è intrinsecamente un errore. La verità è data ed immutabile, per sempre,
non suscettibile di aggiustamenti, neppure di glosse. La mancanza di una
qualunque forma di dialogo - voluta e fortemente consigliata - è il segno
più chiaro che l'eresia non è immaginata come portatrice di un sia pur
minimo valore: è male e basta. Forse è questo l'aspetto più difficile da
comprendere per noi, ma non il segno puro - da condannare, come
doverosamente intendono tanti - della cecità e dell'intollereanza - quante
intolleranze constatiamo ancora nel nostro civilissimo secolo… -, quanto
piuttosto la cifra evidente dell'impossibilità per l'inquisizione di
pensare se stessa e gli altri, la chiesa e la società in maniera diversa.
Non possiamo accusare il Medioevo di non essere "moderno", visto
che l'orizzonte mentale del Due-Trecento è tutt'altro rispetto al nostro,
od anche rispetto a quello dell'età moderna. Accusare l'inquisizione di
aver fatto quello che ha fatto non ha alcun senso, soprattutto storico, ma
è anche gravissimo errore metodologico. Accusare l'inquisizione di
violenza, o di mancare di "aperture pluralistiche" avrebbe senso
- come giudizio storico, vale a dire nel senso che costituisca
un'involuzione rispetto ad un certo valore assunto come tale, non giudizio
morale, naturalmente - se fossero possibili, per l'inquisitore, più
scelte: cosa che non è. Anzi, direi che la chiarezza, e la mancanza di
ogni problematicità al riguardo da parte degli inquisitori richiede uno
sforzo notevole allo storico che si ponga il problema della comprensione
dei meccanismi che governavano il modo di pensare ed agire di quella società,
richiede che ci si spogli delle categorie mentali alle quali si è
abituati. "Attualizzare" ha senso se noi ci sforziamo di entrare
nella testa degli uomini del passato, non nel cercare di far funzionare
quelle teste nel nostro mondo, al massimo adattando e distinguendo,
"traducendo". Il problema storico reale è costituito dalla
necessità di comprendere quale è nei fatti la questione che è stata
posta a quella società dallo scoppio ereticale, e come quella questione è
stata, o si è tentato, di risolvere allora con i mezzi a disposizione.
Avvertenze
ovvie e perfino banali, ma che si devono ripetere di fronte a certe anche
recenti prese di posizione. Ritenere, ad esempio, che lo scontro tra Chiesa
ed eretici fosse uno scontro di due culture, con l'automatica conclusione
che gli eretici non erano in grado di sostenere una simile guerra [27],
discende da una categoria di giudizio esterna, tutta nostra, di noi uomini
del Duemila, legittima solo a patto che rimanga nostra, come dicevamo più
sopra. Se invece l'applichiamo al Medioevo, "traduciamo"
all'inverso il nostro linguaggio, le nostre convinzioni, le nostre
problematiche, finiremo inevitabilmente con fraintendere. Finiremo col
distorcere completamente il merito della questione che si posero gli
eretici del Mille, o del Due-Trecento, che invece volevano in realtà -
altro che una guerra di "culture"… - una più stretta coerenza
tra dire e fare, come provano una pletora di atti processuali, e come
rettamente identificava il manuale del Gui
sulla base di una lunga
esperienza, personale e di tanti che l'avevao preceduto nell'esercizio
dell'officio:
Del
pari, parlano il più possibile ai laici della vita dissoluta dei chierici
e dei preti della Chiesa di Roma
. Riferiscono nel dettaglio della superbia, della cupidigia,
dell'avarizia, dell'immoralità e di tute le altre colpe che conoscono. E a
sostegno di ciò invocano l'autorità, secondo quanto ne capiscono e ne
riescono a citare, del Vangelo e delle loro lettere contro la condizione
dei preti, dei chierici e dei religiosi, che chiamano farisei e falsi
profeti, capaci di dire, ma non di
fare[28].
I
miti cosmici, le favole eretiche, non sono alla base del loro atteggiamento
contrastante la norma ecclesiastica; al contrario sono il frutto della
volontà di vivere diversamente
da come predicano i preti, ne sono una giustificazione, alla pari dei passi
delle scritture che adducono secondo
quanto ne capiscono e ne riescono a citare, come riporta con una
lucidità cristallina l'inquisitore. La contestazione del clero, così
lontano dal quadro di purezza evangelica, era stata la molla della rivolta
dei patarini, ed in generale alla base del disagio di tutta la società
della Riforma della Chiesa. Allora il male era stato identificato nel
condizionamento posto dall'ingerenza del secolo nell'ordinamento
ecclesiastico, e si era perseguita la libertas ecclesiae; ora gli eretici credono di poter e dover vivere
una vita diversa da quella che
predicano i preti, non giudicata sufficiente, coerente, permeata
dell'insegnamento di Cristo. Insomma la prospettiva, rispetto a
quell'interpretazione, è esattamente rovesciata: non una religione che
sostiene un comportamento non conformista, ma all'opposto, il desiderio di
vivere in altra maniera suggerisce una religione, che si alimenta di apporti
contingenti e spesso casuali.
Ma
proseguiamo nell'analisi della consuetudine dell'officio. Una lunga e
fortunata tradizione storiografica ci ha abituato a considerare
esclusivamente in maniera del tutto negativa il frutto dell'inquisizione,
con toni eccessivamente ed anacronisticamente foschi: disgregazione
sociale, clima terroristico di una società governata dall'azione di
polizia [29].
È il momento, invece, di considerarne con più forza l'aspetto
costruttivo. Non dico per la conservazione dell'apparato esistente, quanto
per la sollecitazione ad una maggiore coerenza e, vorrei dire, visibilità
della propria fede cattolica. Se è ormai sicuro che l'idea generalizzata
di torture e roghi va recisamente ridimensionata, inserendola nella prassi
giuridica e penale normale del tempo, nulla si fa per rilevare quanto
l'inquisizione contribuì per rafforzare socialmente la convinzione che la
fede, altro che pura tradizione, ha bisogno di nutrirsi quotidianamente di
fatti che certifichino il credo e la sicurezza di militare nel giusto
esercito in marcia verso la salvezza. Bisogni di sollecitudine verso il
prossimo, personali e comunitari, dentro le società di pietà; bisogni di
replicazione consapevole ed essenziale di partecipazione ai sacramenti,
agli atti del culto, alla presenza viva e motivata nell'azione di recupero
di chi è caduto nell'eresia.
Non
si tratta di "giustificare" l'inquisizione[30],
ma di prendere atto che la strategia di reinserimento nella societas
chistiana degli sbandati, degli incerti, dei perplessi circa la via
vera e propriamente salvifica, fu effettivamente quella vincente. Il metodo
teso a rinsaldare la convinzione intima che è quella disegnata dalla
Chiesa la strada per la vita eterna - non la pura repressione - sconfisse
concretamente l'eresia, additandone l'incapacità a fornire credibili
motivazioni per una "scelta" di fede e prassi fuori della Chiesa.
Tutto ciò che gli "eretici" cercavano nelle parole e nelle
azioni dei boni homines era già
negli uomini della chiesa di Roma
, ed anzi al più alto grado, bastava indicarlo distintamente.
La
corruzione dell'ideale di moderazione, di uso regolato dei beni del mondo
in cui viviamo è dovunque, negli alti prelati come nei laici che ci vivono
accanto. Ma guai se non ci fossero proprio i religiosi a ricordarci con le
parole e l'esempio - la loro disciplina
- il giusto stile di vita cristiano, dice Riccobaldo da Ferrara
:
Multa
nunc inhonesta superinducta sunt rebus priscis, verum plurima ad perniciem
animarum. Mutata est parsimonia in lautiam. Materia et artificio exquisito
nimioque ornata vestimenta cernuntur. Illic argentum, aurum et margarite,
mire fabricata frigia latissima, fulcimenta vestium serica vel varia
pellibus exoticis ac pretiosis. Irritamenta gule non desunt. Vina peregrina
bibuntur. Fere omnes potiores in publico, obsonia sumptuosa. Eorum
magistri coquinarii habentur in magno pretio. Omnia ad gule irritamenta et
ambitionis queruntur. Ut his suppeditari possit, avaritia militat. Hinc
uxure, fraudes, rapine, expilationes, prede, contentiones in re publica,
vectigalia illicita, innocentum oppressiones, exterminia civium,
relegationes locupletum. Venter noster deus est noster. Pompis, quibus
renumptiavimus in baptismo, insistimus, facti a deo transfuge ad zabulum.
Et nisi clericorum disciplina nos iugiter castis exemplis instrueret,
ambitioni et deliciis nostris modus non esset [31].
Questo,
infatti, è aspetto non secondario, delle finalità perseguite
dall'officio. L'ex-eretico redento deve divenire un modello di fede
cattolica, deve trasformarsi in assiduo alla frequentazione delle
celebrazioni liturgiche, addirittura spendere per i buoni cattolici quanto
aveva sborsato per gli eretici [32].
Il giuramento che il recuperato dall'eresia deve prestare prevede
l'obbedienza cieca al papa e, in sua vece, all'inquisitore, e, soprattutto,
la promessa di futura collaborazione totale per la denuncia d'ogni persona
che odori d'eresia [33].
Si spiegano così i molti passaggi di "pentiti" dall'uno
all'altro fronte, ad ogni livello: abbiamo inquisitori che sono stati
eretici, come membri della famiglia inquisitoriale, informatori e
collaboratori vari. Bernard Gui
ne è perfettamente
consapevole:
Di
solito peraltro gli inquisitori hanno trattenuto piuttosto a lungo tali
eretici perfetti per molteplici ragioni: innanzitutto, per sollecitarli più
frequentemente alla conversione, dal momento che la conversione di tali
individui è quanto mai utile, sulla base del fatto che la conversione
degli eretici Manichei di solito è autentica e di rado finta; inoltre, una
volta che si convertono, rivelano tutto, proclamano la verità e svelano i
nomi di tutti i loro complici; dalla qual cosa si trae grande frutto[34].
Anche
la pena rientra nel piano. La penitenza da infliggere non prevede alcuna
rinuncia allo "stato" di eretico, nelle sue forme consuete di
esistenza, che evidentemente è considerato poco significante, mentre
indica la via dell'abbandono dei motivi che hanno consentito o favorito la
caduta. Quadruplice è la pena del condannato, dice un manuale molto
diffuso: pellegrinaggio a San Giacomo
o a Roma
; applicazione di una croce sul mantello; obbligo di sostare alla porta
della chiesa nelle festività solenni, in veste di penitente, con i piedi
nudi, senza mantello e con una corda al collo; carcerazione per un certo
periodo o a vita[35].
È naturale che una penitenza comporti un sacrificio da sopportare, ma se
escludiamo la carcerazione - provvedimento estremo che nega ogni rapporto
sociale se a vita, a tempo nel caso di una pena limitata, quindi in una
prospettiva "aperta" anche al recupero, visto che fin che c'è
vita c'è speranza - gli altri provvedimenti penitenziali escogitati hanno
anche un largo valore positivo. Proviamo a considerare queste pene
rovesciando il loro segno. Il buon cristiano è colui che fa del
pellegrinaggio, ad ampio, medio, piccolo, piccolissimo raggio motivo
esistenziale, nutrimento fenomenico dell'esercizio della fede; il viaggio
pio indirizza ordinatamente il suo bisogno concreto di stringere contatti,
vedere segni materiali della presenza del divino nel mondo, esaurisce il
suo bisogno di rapporto con il prossimo e gli altri uomini (= cristiani),
immergendolo nel fiume dei pellegrini, offrendogli l'occasione di toccare
le reliquie, sollecitando la sua memoria e la sua emozione col ripercorrere
i miracoli raccontati dai santuari, con gli ex-voto, con le immagini dipinte, scolpite, aborrendo il male
ricordatogli dalle figure dei serpenti vinti, dai draghi trafitti,
dall'orrendo bestiario del male esorcizzato dal bestiario del Cristo,
scandendo la propria vita con tappe che si legano ad una precedente e che
prevedono una tappa successiva, da un luogo santo all'altro, dalle vicende
meravigiose di un luogo che evoca il soprannaturale a quelle di un altro,
un pellegrinaggio da se stesso a Dio.
Analogamente,
l'applicazione delle croci sul mantello, indumento del viandante, per
quanto indiscutibilmente primamente orientata a distinguere anche di
lontano un peccatore di eresia, non può non richiamare immediatamente
l'immagine del crociato, del miles
Christi, impegnato nell'atto eroico di riconquista alla fede ortodossa
nei confronti di chi si è appropriato indebitamente dei segni terreni
caratterizzanti la societas Christi.
Un'immagine vivente, dunque, di quella militia
che, oltre le pratiche "normali", quotidiane della fede, implica
una dedizione attiva, intensa e particolare, al limite del combattimento
eroico nell'exercitus cristiano.
Così
l'ostentare la veste di penitente alla porta della chiesa nei giorni delle
festività solenni, addita agli altri fedeli il cammino che il peccatore
deve compiere per rientrare nella comunità in cammino per la salvezza:
pentimento, sacrificio, mortificazione di sé e dalla carne caduta preda
del demonio, preliminare al gusto delle cose divine, dell'ingresso gioioso
e mistico nel tempio dei prediletti da Dio. Necessità dunque di recuperare
nei giorni di particolare valore cultuale quella tensione al divino che la routine
quotidiana fa perdere inevitabilmente, richiamo escatologico forte e
sottolineato come segno distintivo della vita del perfetto cristiano. In
poche parole, l'eretico, mediante le penitenze alle quali è sottoposto,
non solo torni ad essere un ortodosso, ma addirittura un modello di
cristiano perfetto.
Con
tutto questo, l'istituzione funziona ben oliata. Ma ad un certo punto -
grosso modo dalla metà del Duecento, e poi via via con sempre maggiore
accelerazione - il movimento della macchina prende il sopravvento
sull'interruttore di accensione, e si innesca una specie di moto perpetuo.
La preoccupazione formale diviene puntiglio ed ossessione e tende ad
esaurire il processo di verifica dell'ortodossia nella redazione di un
libello ineccepibile ed inattaccabile. Ne è illustrazione eccellente la
progressiva fabbricazione dell'atto di accusa finale nei confronti di
Armanno Pungilupo
, giunto alla sua conformazione finale solo trent'anni dopo la morte del
presunto eretico. Eccellente esempio perché al perfezionamento di
quell'atto lavorarono, in successione, ben quattro inquisitori,
Aldobrandino
, Egidio
, Florio
, Guido
, segno di una continuità "di scuola" che non si può
ignorare. Le testimonianze raccolte vengono trascritte per schede
tematiche, ordinate, compattate, manipolate e correlate per definire un
quadro che perfettamente raffigura Armanno
come eretico modello,
immagine che risponde in tutto e per tutto al modello fornito dal manuale
in mano agli inquisitori; poi il tutto viene riversato in un lungo,
ferreamente consequenziale atto d'accusa definitivo che non può portare
altro che alla condanna risolutiva, all'esumazione dei resti dell'eretico,
alla loro consunzione nel fuoco, ed alla ultima, estrema, spettacolare loro
dispersione nelle acque del Po
[36].
Le
preoccupazioni di ineccepibilità formale hanno preso, all'inizio del
Trecento, il sopravvento sullo stesso contenuto, come, ancora una volta al
massimo grado, dimostra il manuale del Gui
:
Bisogna
inoltre sottolineare che, per quanto si pongano tante domande e a volte
anche altre, a seconda della specificità delle persone e dei fatti, per
ricavare e ottenere più pienamente la verità, tuttavia non è opportuno
che tutte le domande siano trascritte nei verbali, ma solo quelle che più
verosimilmente toccano la sostanza o la natura del fatto, e che sembrano
maggiormente esprimere la verità. Se infatti un'interrogazione risultasse
piena di domande, un'altra che ne contenesse meno potrebbe apparire
incompleta; inoltre, davanti a tante
domande scritte in un processo, a fatica si potrebbe trovare accordo nella
deposizione dei testi, il che va tenuto presente ed evitato[37].
Il
che dovrebbe mettere in guardia coloro che sostengono l'intoccabilità dei
verbali degli atti inquisitoriali. Anche qui il fine giustifica i mezzi:
nulla è assolutamente "oggettivo".
D'altra
parte ciò e evidente anche nel merito stesso degli atti.
Il
15 novembre 1299 fra Guido da Vicenza
, inquisitore domenicano, predicava a Reggio
«contra hereticos,
credentes, fautores et receptatores hereticorum et contra Columpnenses
et fautores et adiutores
eorum et contra impedientes et molestantes officium inquisitionis» nella
chiesa dei Predicatori. Un certo Attolino
disturbava la predica,
scambiando rumorosamente con altri presenti le sue impressioni, fino a che
venne rimproverato da Martino da Campagnola
, converso dei domenicani. Attolino
l'assale a male parole: «Vobis
nascatur vermus canis», ma l'altro risponde, ed Attolino
minaccia: «Se non foste un
frate e vi trovassi fuori di qui vi sbatterei contro il muro fino a farvi
schizzare gli occhi». Il converso sibila che lo accuserà davanti
all'inquisitore, ed Attolino
: «Ego incaco vobis et faciatis scribi»[38].
La
vicenda pare a prima vista di poco momento. Eppure generò un processo, con
ben otto documenti ufficiali da inserire negli atti dell'officio, riguardò
tre inquisiti, due dei quali sicuramente preti (anche il terzo era
probabilmente un chierico), partorì cinque deposizioni, coinvolse otto
testimoni, un notaio ed un nunzio. Il puntiglio con il quale l'inquisitore
indaga e tiene a verbalizzare il suo operato è il segno chiaro che la
vicenda riveste per lui importanza molto maggiore di quella che noi saremmo
portati ad attribuire ad un alterco che oggi non sembrerebbe nulla più che
triviale. Fra Guido
combatte una battaglia a
tutto campo sotto il vessillo della lotta all'eresia. Per lui sono
assolutamente assimilabili eretici, sostenitori, o semplicemente
estimatori, dei Colonna
, e disturbatori delle sue prediche. Tutti costoro, infatti, intralciano
l'operato dell'inquisitore, difensore della retta dottrina, qui intesa
esplicitamente come disposizione della gerarchia ecclesiastica. Non
rispettare le decisioni di Bonifacio VIII
contro i Colonna
è intralcio al normale
funzionamento dell'officio, offesa all'autorità inquisitoriale in
primis, e papale in ultima istanza, quindi alla Chiesa, al suo assetto,
a Dio che ha voluto e che sostiene e sosterrà in eterno quella Chiesa: è
eresia. Ma non è chi non veda come questo modo di intendere il senso
ultimo dell'istituto inquisitoriale finisca col riguardare tutto e tutti,
senza alcuna specificità, e quindi, in sostanza, senza alcun riguardo
all'eresia in senso "tecnico".
La
macchina ha dimenticato le ragioni per cui è stata escogitata e gira su se
stessa, a vuoto, autoconservandosi burocraticamente nel suo apparato, ma
condannata ad incidere sempre meno sul piano dell'eresia in senso proprio,
visto che non c'è più grano ad alimentare il mulino - gli eretici a poco
a poco scompaiono per conto loro -, affiancandosi alle altre macchine tese
alla preservazione del sistema complessivo, ben difficilmente distinguibile
da esse se non nella prassi specifica e nella nomenclatura. Muore l'eresia,
ma muore parallelamente, nelle sue motivazioni originarie, anche
l'inquisizione. Saranno necessari nuovi eretici perché ne nasca una
novella, non di nome, ma di fatto. Muore il Medioevo, e con lui anche
l'inquisizione soffoca d'asfissia.
Gabriele Zanella (Università di Pavia)